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        <title type="main" level="a">Il lavoro dei monaci nelle regole monastiche latine (IV-IX sec.)</title>
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            <forename>Roberto</forename>
            <surname>Alciati</surname>
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          <resp>This is a section of <title>Idee di lavoro e di ozio per la nostra civiltà</title>(DOI: <idno type="DOI">10.36253/979-12-215-0319-7</idno>) by </resp>
          <name>Giovanni Mari, Francesco Ammannati, Brogi Stefano, Tiziana Faitini, Arianna Fermani, Francesco Seghezzi, Annalisa Tonarelli</name>
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        <publisher>Firenze University Press</publisher>
        <pubPlace>Florence</pubPlace>
        <date when="2024">2024</date>
        <idno type="DOI">https://doi.org/10.36253/979-12-215-0319-7.23</idno>
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          <p>Available for academic research purposes</p>
          <p>Open Access</p>
          <p>Copyright Author(s)</p>
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        <p>This is original content, published for academic research purposes</p>
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        <p>In the Latin monastic rules (IV-XI centuries), manual labor is always understood as that undertaken by the monk to counteract idleness and sloth, that is, with a noneconomic purpose. Manual labor contributes to spiritual growth, but it is different from work for the sustenance of the community. The purpose of this contribution is to clarify this difference, beginning with the famous motto ora et labora (par. 1). In fact, only after this clarification is it possible to understand how the early Christian monk is above all a spiritual “inoperative,” who is explicitly precluded from those tasks that serve the livelihood of the monastery (par. 2). The only labor worthy of the name is the opus Dei (par. 3.), while others, mostly lay people, are entrusted with the task of put the community’s assets to good use (par. 4.).</p>
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            <item>monasticism</item>
            <item>monastic rules</item>
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            <item>prayer</item>
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      <p>It is available online at https://doi.org/10.36253/979-12-215-0319-7.23<ref target="https://doi.org/10.36253/979-12-215-0319-7.23" /></p>
      
      <p rend="h1_chapter">Il lavoro dei monaci nelle regole monastiche latine (IV-IX sec.) </p><p rend="h1_author ParaOverride-1" ><hi rend="CharOverride-1">Roberto Alciati</hi></p><p rend="h2" ><hi>1. Introduzione </hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Sul lavoro monastico la bibliografia è </hi><hi rend="CharOverride-1">ormai ricca così come quasi «paradigmatici e scontati» (Orselli 2015,</hi><hi rend="CharOverride-1"> 1; Lauwers 2021) sono i riferimenti alla documentazione più antica sul tema,</hi><hi rend="CharOverride-1"> a partire dal </hi><hi rend="italic CharOverride-1">De opere monachorum </hi><hi rend="CharOverride-1">(d’ora in avanti </hi><hi rend="italic CharOverride-1">O.M.</hi><hi rend="CharOverride-1">) di Agostino </hi><hi rend="CharOverride-1">di Ippona (c. 400) e dal capitolo 48 della </hi><hi rend="italic CharOverride-1">Regula </hi><hi rend="italic CharOverride-1">Benedicti </hi><hi rend="CharOverride-1">(d’ora in avanti </hi><hi rend="italic CharOverride-1">R.B</hi><hi rend="CharOverride-1">) (c. 530-560). In questi e in altri</hi><hi rend="CharOverride-1"> testi coevi si parla del lavoro manuale dei monaci e</hi><hi rend="CharOverride-1"> della sua utilità, pur in assenza di una «teologia </hi><hi rend="CharOverride-1">del lavoro» (Chenu 1952; Salamito 1996), o anche solo </hi><hi rend="CharOverride-1">di una teoria del lavoro che prenda in esame i </hi><hi rend="CharOverride-1">mezzi e le tecniche di produzione in vista di un’</hi><hi rend="CharOverride-1">organizzazione propriamente monastica dei processi economici.</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Ciò nonostante, nell’immaginario comune</hi><hi rend="CharOverride-1"> il monachesimo, e in particolare quello benedettino, è considerat</hi><hi rend="CharOverride-1">o una istituzione religiosa che ha contribuito in modo decisivo </hi><hi rend="CharOverride-1">alla razionalizzazione del lavoro. Le capacità gestionali e l’efficienza </hi><hi rend="CharOverride-1">organizzativa attribuite ai monaci sono infatti diventate, a partire </hi><hi rend="CharOverride-1">dalla fine del Settecento, moneta corrente, e la vita claustrale,</hi><hi rend="CharOverride-1"> scandita da una precisa e regolare occupazione delle ore diurne</hi><hi rend="CharOverride-1"> e notturne, un modello a cui ispirarsi per il buon</hi><hi rend="CharOverride-1"> funzionamento dei neonati impianti di produzione manifatturiera. Comte, Proudhon, Saint-Simon</hi><hi rend="CharOverride-1"> hanno proposto di organizzare (e giustificare) il lavoro in fabbrica</hi><hi rend="CharOverride-1"> sulla scorta di quello monastico, generalmente inteso come </hi><hi rend="CharOverride-1">ispirato a un testo normativo, circoscritto in uno spazio </hi><hi rend="CharOverride-1">chiuso e non suscettibile di modifiche da parte di chi </hi><hi rend="CharOverride-1">accetta questa forma di vita (Musso 2017; Jonveaux et al. </hi><hi rend="CharOverride-1">2019). Anche Max Weber, ne</hi><hi rend="italic CharOverride-1"> L’etica protestante e lo </hi><hi rend="italic CharOverride-1">spirito del capitalismo</hi><hi rend="CharOverride-1">, scrive che, grazie a Benedetto, la condotta</hi><hi rend="CharOverride-1"> di vita (</hi><hi rend="italic CharOverride-1">Lebensführung</hi><hi rend="CharOverride-1">) monastica si è «emancipata dalla</hi><hi rend="CharOverride-1"> tendenza alla fuga del mondo, priva di ogni direttiva» per</hi><hi rend="CharOverride-1"> diventare «un metodo, sviluppato sistematicamente, di condotta razionale della vita</hi><hi rend="CharOverride-1"> con lo scopo di superare lo </hi><hi rend="italic CharOverride-1">status naturae</hi><hi rend="CharOverride-1">» e </hi><hi rend="CharOverride-1">fare così «del monaco un lavoratore a servizio del regno </hi><hi rend="CharOverride-1">di Dio» (Weber 1976, 222). </hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Di questa razionalizzazione, guardando con </hi><hi rend="CharOverride-1">attenzione alle fonti antiche, non pare però esserci traccia </hi><hi rend="CharOverride-1">evidente, giacché, dove si parla di lavoro manuale, lo si</hi><hi rend="CharOverride-1"> fa sempre in funzione del lavoro da rendere a D</hi><hi rend="CharOverride-1">io (</hi><hi rend="italic CharOverride-1">opus Dei</hi><hi rend="CharOverride-1">), l’unica vera (pre)occupazione del monaco </hi><hi rend="CharOverride-1">(Ovitt 1986). Questo è particolarmente chiaro regole monastiche </hi><hi rend="CharOverride-1">latine composte tra la fine del IV e il IX </hi><hi rend="CharOverride-1">secolo, dove il lavoro è certamente presente, ma inteso sempre</hi><hi rend="CharOverride-1"> come l’attività manuale che il monaco deve </hi><hi rend="CharOverride-1">mettere in atto per combattere l’ozio e l’accidia, </hi><hi rend="CharOverride-1">ossia con una finalità non economica; il lavoro contribuisce alla </hi><hi rend="CharOverride-1">crescita spirituale del singolo monaco in vista dell’unione con Dio, ma </hi><hi rend="CharOverride-1">è altra cosa rispetto al lavoro per il sostentamento della </hi><hi rend="CharOverride-1">comunità. Scopo di queste pagine è chiarire questa differenza, a </hi><hi rend="CharOverride-1">partire dal famoso motto </hi><hi rend="italic CharOverride-1">ora et labora </hi><hi rend="CharOverride-1">(par. 1). </hi><hi rend="CharOverride-1">Solo dopo questa precisazione preliminare è infatti possibile comprendere come</hi><hi rend="CharOverride-1"> il monaco antico sia soprattutto uno spirituale ‘inoperoso’, </hi><hi rend="CharOverride-1">a cui sono esplicitamente precluse quelle tipologie di lavoro manuale </hi><hi rend="CharOverride-1">che servono a soddisfare le esigenze di autosufficienza del monastero </hi><hi rend="CharOverride-1">(par. 2). L’unica fatica degna di questo nome è</hi><hi rend="CharOverride-1"> l’</hi><hi rend="italic CharOverride-1">opus Dei </hi><hi rend="CharOverride-1">(par. 3). </hi></p><p rend="h2" ><hi>2. Il mito storiografico</hi><hi> dell’</hi><hi rend="italic">ora et labora</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">La </hi><hi rend="italic CharOverride-1">Regula Benedicti</hi><hi rend="CharOverride-1">, scritta verosimilmente tra</hi><hi rend="CharOverride-1"> il 530 e il 560, è fra i testi più</hi><hi rend="CharOverride-1"> noti della storia del monachesimo latino, tuttavia, è un luogo</hi><hi rend="CharOverride-1"> comune storicamente inconsistente sostenere che la sua diffusione nel mondo</hi><hi rend="CharOverride-1"> latino, fino a sopravanzare le altre regole, dati prima </hi><hi rend="CharOverride-1">del IX secolo, quando Benedetto di Aniane raccoglie molti testi</hi><hi rend="CharOverride-1"> normativi – tra cui anche la </hi><hi rend="italic CharOverride-1">Regula Benedicti </hi><hi rend="CharOverride-1">– nel</hi><hi rend="CharOverride-1"> </hi><hi rend="italic CharOverride-1">Codex Regularum</hi><hi rend="CharOverride-1"> (Galdi 2016, 45; Alciati 2018, 106-8). </hi><hi rend="CharOverride-1">Ciò nonostante, è indubbio che nella </hi><hi rend="italic CharOverride-1">Regula Benedicti </hi><hi rend="CharOverride-1">si parli </hi><hi rend="CharOverride-1">di lavoro.</hi></p><p rend="quotation_b" ><hi rend="CharOverride-1">L’ozio è nemico dell’anima, e perciò </hi><hi rend="CharOverride-1">i fratelli in certe ore devono essere occupati nel lavoro </hi><hi rend="CharOverride-1">manuale, in altre ore nella lettura divina. Di conseguenza riteniamo </hi><hi rend="CharOverride-1">che entrambe le occupazioni siano ripartite nel tempo con il </hi><hi rend="CharOverride-1">seguente ordinamento: da Pasqua fino alle calende di ottobre, uscendo </hi><hi rend="CharOverride-1">al mattino facciano i lavori necessari dalla prima fin quasi </hi><hi rend="CharOverride-1">all’ora quarta. Poi, dall’ora quarta fino all’ora </hi><hi rend="CharOverride-1">in cui faranno la sesta, attendano alla lettura. Dopo la </hi><hi rend="CharOverride-1">sesta, alzandosi da tavola si riposino nei loro letti in </hi><hi rend="CharOverride-1">assoluto silenzio o, se qualcuno vorrà leggere per conto suo, </hi><hi rend="CharOverride-1">legga in modo da non disturbare nessuno. […] Se le </hi><hi rend="CharOverride-1">esigenze del luogo o la povertà richiedono che essi si </hi><hi rend="CharOverride-1">occupino personalmente di raccogliere le messi, non se ne affliggano, </hi><hi rend="CharOverride-1">giacché allora sono veramente monaci, se vivono del lavoro delle </hi><hi rend="CharOverride-1">proprie mani, come i nostri padri e gli apostoli. Tutto </hi><hi rend="CharOverride-1">però sia fatto con misura […]. Invece dalle calende di </hi><hi rend="CharOverride-1">ottobre all’inizio della quaresima attendano alla lettura fino a </hi><hi rend="CharOverride-1">tutta l’ora seconda. Dopo l’ora seconda si faccia </hi><hi rend="CharOverride-1">terza e fino a nona tutti eseguano il lavoro che </hi><hi rend="CharOverride-1">viene loro assegnato. Dato poi il primo segnale dell’ora </hi><hi rend="CharOverride-1">nona, ciascuno si stacchi dal proprio lavoro e stia pronto </hi><hi rend="CharOverride-1">finché suonerà il secondo segnale. […] La domenica ugualmente tutti </hi><hi rend="CharOverride-1">attendano alla lettura […]. Ma se qualcuno fosse così negligente </hi><hi rend="CharOverride-1">e svogliato da non volere o da non potere raccogliersi </hi><hi rend="CharOverride-1">o leggere, gli si dia un lavoro in modo che </hi><hi rend="CharOverride-1">non resti in ozio (</hi><hi rend="italic CharOverride-1">R.B. </hi><hi rend="CharOverride-1">48, Pricoco 1995, 223-27).</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Il</hi><hi rend="CharOverride-1"> lavoro manuale (</hi><hi rend="italic CharOverride-1">labor manuum</hi><hi rend="CharOverride-1">) ha dunque una finalità esclusivamente</hi><hi rend="CharOverride-1"> ascetica volta a combattere l’ozio (</hi><hi rend="italic CharOverride-1">otium</hi><hi rend="CharOverride-1">), nemico </hi><hi rend="CharOverride-1">dell’anima quando non si è impegnati nella lettura della </hi><hi rend="CharOverride-1">parola di Dio (</hi><hi rend="italic CharOverride-1">in lectione diuina</hi><hi rend="CharOverride-1">). Entrambe le occupazioni </hi><hi rend="CharOverride-1">devono essere ripartite nel tempo, alternandosi l’una all’altra </hi><hi rend="CharOverride-1">a seconda della stagione, e se mai si troverà un </hi><hi rend="italic CharOverride-1">frater </hi><hi rend="CharOverride-1">accidioso, intento a oziare o a chiacchierare e che </hi><hi rend="CharOverride-1">non si applica alla lettura (</hi><hi rend="italic CharOverride-1">qui uacat otioso aut fabulis</hi><hi rend="italic CharOverride-1"> et non est intentus lectioni</hi><hi rend="CharOverride-1">), costui andrà punito perché </hi><hi rend="CharOverride-1">non solo sta perdendo tempo ma con il suo comportamento </hi><hi rend="CharOverride-1">danneggia anche gli altri monaci.</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Ma quale sia il lavoro propriamente</hi><hi rend="CharOverride-1"> monastico non è chiaro. Ad esempio, quando la </hi><hi rend="italic CharOverride-1">Regula</hi><hi rend="italic CharOverride-1"> Benedicti</hi><hi rend="CharOverride-1"> parla di lavoro agricolo, ossia l’occupazione largamente maggioritaria</hi><hi rend="CharOverride-1"> fra le masse del mondo pre-moderno, sembra non apprezzarlo molto.</hi><hi rend="CharOverride-1"> Bisogna infatti guardarsi dal farne un obbligo, giacché il </hi><hi rend="CharOverride-1">lavoro nei campi è inevitabile solo se lo esigono particolari </hi><hi rend="CharOverride-1">condizioni locali e lo stato di necessità della comunità (</hi><hi rend="italic CharOverride-1">si</hi><hi rend="italic CharOverride-1"> necessitas loci aut paupertas exegerit</hi><hi rend="CharOverride-1">). Il lavoro agricolo è </hi><hi rend="CharOverride-1">quindi tollerato, se necessario, ma per nulla cercato. Ciò che</hi><hi rend="CharOverride-1"> invece sembra una norma generale in materia lavorativa è la</hi><hi rend="CharOverride-1"> misura: il coinvolgimento smisurato in attività o comportamenti è sempre</hi><hi rend="CharOverride-1"> da evitarsi, al contrario, ogni cosa che il monaco compie</hi><hi rend="CharOverride-1"> deve essere intesa </hi><hi rend="italic CharOverride-1">cum omni mensura et ratione </hi><hi rend="CharOverride-1">(</hi><hi rend="italic CharOverride-1">R.</hi><hi rend="italic CharOverride-1">B.</hi><hi rend="CharOverride-1"> 70).</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Benché questo sia il solo capitolo della </hi><hi rend="italic CharOverride-1">Regula Benedicti</hi><hi rend="italic CharOverride-1"> </hi><hi rend="CharOverride-1">dove si parla di lavoro, è certamente da qui –</hi><hi rend="CharOverride-1"> forse anche in virtù dell’indicazione precisa delle ore da</hi><hi rend="CharOverride-1"> dedicare alle due attività del monaco nelle diverse stagioni </hi><hi rend="CharOverride-1">dell’anno – che è stata tratta la formula </hi><hi rend="italic CharOverride-1">ora </hi><hi rend="italic CharOverride-1">et labora</hi><hi rend="CharOverride-1">. Tuttavia, il famoso motto non si legge né</hi><hi rend="CharOverride-1"> nella </hi><hi rend="italic CharOverride-1">Regula Benedicti</hi><hi rend="CharOverride-1"> né in nessun altro testo tardoantico o</hi><hi rend="CharOverride-1"> altomedievale. Ancora in età moderna, alla coppia </hi><hi rend="italic CharOverride-1">orare </hi><hi rend="CharOverride-1">e </hi><hi rend="italic CharOverride-1">laborare </hi><hi rend="CharOverride-1">non è attribuito un particolare significato, se </hi><hi rend="CharOverride-1">non in alcuni testi d’ispirazione luterana e per nulla </hi><hi rend="CharOverride-1">monastici (Kaftan 2014). Solo nel 1880 </hi><hi rend="italic CharOverride-1">ora et labora </hi><hi rend="CharOverride-1">diventa il «vecchio e famoso motto dei monaci (</hi><hi rend="italic CharOverride-1">vetus </hi><hi rend="italic CharOverride-1">clarissimaque illa monachorum tessera</hi><hi rend="CharOverride-1">)», e l’</hi><hi rend="italic CharOverride-1">opus Dei</hi><hi rend="CharOverride-1"> è </hi><hi rend="CharOverride-1">posto sullo stesso piano dell’</hi><hi rend="italic CharOverride-1">opus laboris</hi><hi rend="CharOverride-1">, creando così un</hi><hi rend="CharOverride-1"> nesso concettuale interpretabile metaforicamente come «le due ali con cui</hi><hi rend="CharOverride-1"> l’uomo s’invola verso le vette della perfezione» </hi><hi rend="CharOverride-1">e che contribuiscono allo stesso modo nello sforzo. A scrivere</hi><hi rend="CharOverride-1"> queste parole, che equiparano preghiera e lavoro, è l</hi><hi rend="CharOverride-1">’abate benedettino Maur Wolter, fondatore, insieme al fratello, della </hi><hi rend="CharOverride-1">congregazione di Beuron (Wolter 1880, 481-82)</hi><hi rend="italic CharOverride-1">. </hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">La documentazione più </hi><hi rend="CharOverride-1">antica, al contrario, non assegna affatto ai due </hi><hi rend="italic CharOverride-1">opus</hi><hi rend="CharOverride-1"> </hi><hi rend="CharOverride-1">lo stesso peso; il ritmo di vita dei monaci antichi</hi><hi rend="CharOverride-1"> è sì segnato dall’alternanza tra le due attività, </hi><hi rend="CharOverride-1">ma decisamente orientato a favore dell’</hi><hi rend="italic CharOverride-1">opus Dei</hi><hi rend="CharOverride-1">. L’</hi><hi rend="italic CharOverride-1">opus</hi><hi rend="italic CharOverride-1"> </hi><hi rend="CharOverride-1">‘profano’, ben prima della </hi><hi rend="italic CharOverride-1">Regula Benedicti</hi><hi rend="CharOverride-1">, è generalmente</hi><hi rend="CharOverride-1"> inteso come rimedio al vizio dell’accidia, più che un</hi><hi rend="CharOverride-1">’attività finalizzata alla produzione di beni necessari alla sopravvivenza umana</hi><hi rend="CharOverride-1"> del microcosmo monastico. Già attorno al 411, Girolamo dà istruzioni</hi><hi rend="CharOverride-1"> sul lavoro manuale all’amico Rustico di Tolosa, aspirante monaco:</hi><hi rend="CharOverride-1"> </hi></p><p rend="quotation_b" ><hi rend="CharOverride-1">Puoi intrecciare una cesta con i giunchi, intessere canestri di</hi><hi rend="CharOverride-1"> vimini flessibili, sarchiare la terra, tracciare solchi regolari nel tuo</hi><hi rend="CharOverride-1"> campicello, e dopo averci seminato i legumi e disposto con</hi><hi rend="CharOverride-1"> ordine le piante, portarci l’acqua per l’irrigazione (</hi><hi rend="CharOverride-1">Hier. </hi><hi rend="italic CharOverride-1">ep. </hi><hi rend="CharOverride-1">125, 11, CSEL 56, 130).</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Tutto questo però è un</hi><hi rend="CharOverride-1"> modo per evitare l’ozio e non </hi><hi rend="CharOverride-1">essere in balia delle passioni (Prv 13, 4). </hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Se</hi><hi rend="CharOverride-1"> poi si leggono alcune parti del </hi><hi rend="italic CharOverride-1">De opere monachorum </hi><hi rend="CharOverride-1">di</hi><hi rend="CharOverride-1"> Agostino, datato al 400 e.v., il lavoro manuale diventa una</hi><hi rend="CharOverride-1"> prerogativa esclusiva solo di alcuni monaci. Partendo dal monito paolino</hi><hi rend="CharOverride-1"> «chi non vuol lavorare non deve nemmeno mangiare» (2Ts</hi><hi rend="CharOverride-1"> 3, 10), Agostino ingaggia una polemica con alcuni gruppi di</hi><hi rend="CharOverride-1"> monaci che, rifiutandosi di obbedire a questo precetto, pretendono di</hi><hi rend="CharOverride-1"> vivere delle elargizioni dei cristiani mondani. Ciò nonostante, il lavoro</hi><hi rend="CharOverride-1"> manuale non pare un’ingiunzione per tutti. </hi></p><p rend="quotation_b" ><hi rend="CharOverride-1">Ammettiamo pure che</hi><hi rend="CharOverride-1"> a qualcuno venga affidato l’incarico di dispensare la parola</hi><hi rend="CharOverride-1"> di Dio e che tale incombenza lo assorba in modo</hi><hi rend="CharOverride-1"> da non permettergli d’attendere al lavoro manuale. Ma forse</hi><hi rend="CharOverride-1"> che in un monastero tutti sono all’altezza d’un</hi><hi rend="CharOverride-1"> tale compito? Vengon da loro dei fratelli provenienti da tutt</hi><hi rend="CharOverride-1">’altro genere di vita (Aug. </hi><hi rend="italic CharOverride-1">O.M. </hi><hi rend="CharOverride-1">18, 21, </hi><hi rend="CharOverride-1">Sanchez e Tarulli 2001, 565).</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Il genere di vita a </hi><hi rend="CharOverride-1">cui allude Agostino è quello dei contadini ossia di coloro </hi><hi rend="CharOverride-1">che </hi><hi rend="italic CharOverride-1">naturaliter </hi><hi rend="CharOverride-1">hanno dimestichezza con i lavori pesanti. «Fossero stati </hi><hi rend="CharOverride-1">almeno dei benestanti allorché erano nel mondo e mai avessero </hi><hi rend="CharOverride-1">avuto il bisogno di lavorare per il sostentamento» (</hi><hi rend="italic CharOverride-1">O.M. </hi><hi rend="CharOverride-1">21, 15, Sanchez e Tarulli 2001, 571), si sarebbero dovuti persuadere</hi><hi rend="CharOverride-1"> della necessità di non cadere preda dell’ozio; ma poiché</hi><hi rend="CharOverride-1"> la maggioranza di chi si dedica alla professione dei servi</hi><hi rend="CharOverride-1"> di Dio (</hi><hi rend="italic CharOverride-1">professionem seruitutis Dei</hi><hi rend="CharOverride-1">) proviene dalla condizione di</hi><hi rend="CharOverride-1"> schiavo o di liberto, ovvero di «contadini vissuti nei campi</hi><hi rend="CharOverride-1"> o artigiani che hanno esercitato l’uno o l’altro</hi><hi rend="CharOverride-1"> mestiere o attività in uso fra i plebei» (</hi><hi rend="italic CharOverride-1">O.M.</hi><hi rend="italic CharOverride-1"> </hi><hi rend="CharOverride-1">22, 25, Sanchez e Tarulli 2001, 571-73), il lavoro manuale</hi><hi rend="CharOverride-1"> non è affatto un peso. Viceversa, continua Agostino, se </hi><hi rend="CharOverride-1">i benestanti «si rifiutassero di lavorare di braccia, chi oserebbe </hi><hi rend="CharOverride-1">costringerveli?» (</hi><hi rend="italic CharOverride-1">O.M. </hi><hi rend="CharOverride-1">25, 33, Sanchez e Tarulli 2001, 585). Non</hi><hi rend="CharOverride-1"> è dunque il lavoro a contraddistinguere il monaco. </hi></p><p rend="h2" ><hi>3. </hi><hi>Il monaco: un lavoratore riluttante</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Un’altra risoluta opposizione al </hi><hi rend="CharOverride-1">lavoro agricolo si trova nella</hi><hi rend="italic CharOverride-1"> Regula Magistri </hi><hi rend="CharOverride-1">(d’ora in avanti </hi><hi rend="italic CharOverride-1">R.M.</hi><hi rend="CharOverride-1">), </hi><hi rend="CharOverride-1">un testo datato al primo quarto del VI secolo, ma </hi><hi rend="CharOverride-1">di cui autore e provenienza geografica restano sconosciuti.</hi></p><p rend="quotation_b" ><hi rend="CharOverride-1">Quando durante </hi><hi rend="CharOverride-1">la giornata cessano i divini uffici, vogliamo che non si </hi><hi rend="CharOverride-1">trascorrano nell’ozio gli intervalli in cui i fratelli restano </hi><hi rend="CharOverride-1">liberi dai salmi delle ore canoniche; […] quando il fratello </hi><hi rend="CharOverride-1">lavora a qualcosa, mentre tiene fisso l’occhio all’esecuzione </hi><hi rend="CharOverride-1">del suo lavoro, occupa la mente in ciò che fa </hi><hi rend="CharOverride-1">e non ha tempo di pensare ad altro, né viene </hi><hi rend="CharOverride-1">sommerso dai flutti delle sue concupiscenze. […] Deve quindi esserci,</hi><hi rend="CharOverride-1"> dopo il servizio reso a Dio, anche un lavoro materiale,</hi><hi rend="CharOverride-1"> cioè delle mani, in modo che si abbia di che</hi><hi rend="CharOverride-1"> donare ai bisognosi […]. Negli intervalli fra l’una e</hi><hi rend="CharOverride-1"> l’altra ora canonica conviene dunque che abbiano posto diverse</hi><hi rend="CharOverride-1"> attività lavorative […]. Lavorino sempre alla presenza dei loro prepositi.</hi><hi rend="CharOverride-1"> […] Qualora il gruppo più numeroso di fratelli a cui</hi><hi rend="CharOverride-1"> si fa la lettura si trovi vicino al monastero, i</hi><hi rend="CharOverride-1"> fratelli che si dedicano a qualche mestiere all’interno del</hi><hi rend="CharOverride-1"> monastero, e stiano facendo un lavoro tale da poterselo portare</hi><hi rend="CharOverride-1"> fuori, vicino a quelli che fanno la lettura, subito si</hi><hi rend="CharOverride-1"> uniscano ad essi, e ascoltino con le orecchie, mentre con</hi><hi rend="CharOverride-1"> le mani lavorano. Se invece quel lavoro richiede un’officina</hi><hi rend="CharOverride-1"> a posto fisso o ciò che stanno facendo è tale</hi><hi rend="CharOverride-1"> da non poterselo portare vicino a quelli che fanno la</hi><hi rend="CharOverride-1"> lettura, il giorno seguente si faccia una lettura anche per</hi><hi rend="CharOverride-1"> loro. […] Al lavoro della terra e ad essere mandati</hi><hi rend="CharOverride-1"> in viaggio, siano destinati quei fratelli che non sanno nessun</hi><hi rend="CharOverride-1"> mestiere o non possono o non vogliono impararne (</hi><hi rend="italic CharOverride-1">R.M.</hi><hi rend="italic CharOverride-1"> </hi><hi rend="CharOverride-1">50, Bozzi e Grilli 1995, II, 131-34).</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Anche per l’</hi><hi rend="CharOverride-1">autore della </hi><hi rend="italic CharOverride-1">Regula Magistri</hi><hi rend="CharOverride-1">, il monaco si qualifica come </hi><hi rend="CharOverride-1">lavoratore perché si distingue dall’ozioso, che ha la mente</hi><hi rend="CharOverride-1"> distratta e alla mercé dei demoni: il lavoro occupa </hi><hi rend="CharOverride-1">la mente (</hi><hi rend="italic CharOverride-1">sensum occupat</hi><hi rend="CharOverride-1">) e previene dal peccato. Questa </hi><hi rend="CharOverride-1">concezione terapeutica del lavoro è confermata dalle modalità di svolgimento, </hi><hi rend="CharOverride-1">vale a dire negli intervalli fra una lettura e l’</hi><hi rend="CharOverride-1">altra dei testi sacri, e sempre sotto la sorveglianza dei </hi><hi rend="CharOverride-1">prepositi, i fidati collaboratori dell’abate incaricati di sovraintendere all’</hi><hi rend="CharOverride-1">organizzazione della vita quotidiana dei monaci. Il lavoro del monaco, </hi><hi rend="CharOverride-1">inoltre, è soprattutto artigianale, svolto in modo comunitario e all’</hi><hi rend="CharOverride-1">interno di veri e propri laboratori, mentre pare residuale il </hi><hi rend="CharOverride-1">numero di monaci assegnati alla coltivazione della terra, che </hi><hi rend="CharOverride-1">deve essere riservata, come </hi><hi rend="italic CharOverride-1">extrema ratio</hi><hi rend="CharOverride-1">, a quanti disconoscono</hi><hi rend="CharOverride-1"> qualsivoglia </hi><hi rend="italic CharOverride-1">ars</hi><hi rend="CharOverride-1">, non potendola o non volendola imparare (</hi><hi rend="italic CharOverride-1">qui</hi><hi rend="italic CharOverride-1"> artes nesciunt aut discere nolunt aut non possunt</hi><hi rend="CharOverride-1">).</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Qualche capitolo</hi><hi rend="CharOverride-1"> dopo, ci si sofferma più diffusamente su queste due tipologie</hi><hi rend="CharOverride-1"> di lavoro: </hi></p><p rend="quotation_b" ><hi rend="CharOverride-1">Quando l’esercizio di un mestiere qualsiasi </hi><hi rend="CharOverride-1">abbia procurato qualche manufatto in più di quanto occorre per </hi><hi rend="CharOverride-1">gli usi del monastero o per mandare eulogie, ci si </hi><hi rend="CharOverride-1">informerà dell’entità del suo prezzo, cioè a quanto può </hi><hi rend="CharOverride-1">essere venduto dai secolari, e lo si venda per meno </hi><hi rend="CharOverride-1">di questa somma, cioè sempre a un prezzo più basso, </hi><hi rend="CharOverride-1">affinché si riconosca che in questo campo gli spirituali si </hi><hi rend="CharOverride-1">differenziano dai secolari per un diverso modo di agire. […] </hi><hi rend="CharOverride-1">Così si capirà che esercitano i vari mestieri non per </hi><hi rend="CharOverride-1">cupidigia e avarizia, ma perché quella mano che deve essere </hi><hi rend="CharOverride-1">nutrita a giuste sue spese, non sia libera di restare </hi><hi rend="CharOverride-1">in ozio, e di trascorrere senza spender fatica la parte </hi><hi rend="CharOverride-1">del giorno dedicata al lavoro. […] Quanto alla riduzione del </hi><hi rend="CharOverride-1">prezzo, sia l’abate a valutarla e a fissarla agli </hi><hi rend="CharOverride-1">artigiani (</hi><hi rend="italic CharOverride-1">R.M. </hi><hi rend="CharOverride-1">85, Bozzi e Grilli 1995, II, </hi><hi rend="CharOverride-1">163).</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">La norma del prezzo ribassato è più antica, trovandosene </hi><hi rend="CharOverride-1">traccia in Girolamo ed Evagrio Pontico, ma il </hi><hi rend="italic CharOverride-1">Magister </hi><hi rend="CharOverride-1">specifica </hi><hi rend="CharOverride-1">che questo scrupolo è mosso non soltanto da ragioni </hi><hi rend="CharOverride-1">morali, ma dalla diversità di </hi><hi rend="italic CharOverride-1">habitus</hi><hi rend="CharOverride-1"> tra coloro che </hi><hi rend="CharOverride-1">vivono nel mondo (</hi><hi rend="italic CharOverride-1">saeculares</hi><hi rend="CharOverride-1">) e i monaci (</hi><hi rend="italic CharOverride-1">spiritales</hi><hi rend="CharOverride-1">); </hi><hi rend="CharOverride-1">questi ultimi intendono dimostrare in questo modo di aver rinunciato </hi><hi rend="CharOverride-1">alla cupidigia, ma soprattutto vogliono che sia riconosciuta la distanza </hi><hi rend="CharOverride-1">dal modo di agire degli uomini del mondo (</hi><hi rend="italic CharOverride-1">ut agnoscatur</hi><hi rend="italic CharOverride-1"> in hac parte spiritales a saecularibus actorum distantia separari</hi><hi rend="CharOverride-1">). </hi><hi rend="CharOverride-1">Peculiare è anche l’ultima precisazione: è l’</hi><hi rend="italic CharOverride-1">abbas </hi><hi rend="CharOverride-1">a </hi><hi rend="CharOverride-1">fissare il giusto prezzo, ma tocca poi ai monaci artigiani </hi><hi rend="CharOverride-1">(</hi><hi rend="italic CharOverride-1">artifices</hi><hi rend="CharOverride-1">) applicarlo, ossia a smerciare il surplus.</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Nel cap. 86</hi><hi rend="CharOverride-1"> si parla invece del lavoro agricolo:</hi></p><p rend="quotation_b" ><hi rend="CharOverride-1">È bene che le</hi><hi rend="CharOverride-1"> fattorie del monastero siano date in locazione, in modo che</hi><hi rend="CharOverride-1"> tutto il lavoro agricolo, la cura dello stabile, i reclami</hi><hi rend="CharOverride-1"> di quelli che vi abitano, le liti coi vicini pesino</hi><hi rend="CharOverride-1"> sulle spalle di un locatario secolare: persona che non usa</hi><hi rend="CharOverride-1"> pensare soltanto alla sua anima, ma, mentre vive quaggiù, dedica</hi><hi rend="CharOverride-1"> tutte le sue cure all’amore di questo mondo. […]</hi><hi rend="CharOverride-1"> È bene dunque che le fattorie del monastero siano date</hi><hi rend="CharOverride-1"> in locazione, in modo che chi è operaio del mondo</hi><hi rend="CharOverride-1"> si occupi delle cose mondane. […] Ma poiché la vita</hi><hi rend="CharOverride-1"> del nostro corpo non si può conservare senza ciò che</hi><hi rend="CharOverride-1"> alimenta la sussistenza, […] non rinunciamo, come si vede, alle</hi><hi rend="CharOverride-1"> proprietà secolari, ma mostriamo a buon diritto di farci delle</hi><hi rend="CharOverride-1"> riserve grazie al patrimonio del monastero, messo a profitto dagli</hi><hi rend="CharOverride-1"> operai di Dio. Stando così le cose, se queste proprietà</hi><hi rend="CharOverride-1"> vengano gestite a nostro carico e cura, pur essendo di</hi><hi rend="CharOverride-1"> utilità per il corpo, risulteranno un ostacolo per l’anima.</hi><hi rend="CharOverride-1"> È meglio dunque possederle lasciandone il peso ad altri e</hi><hi rend="CharOverride-1"> riceverne in tutta tranquillità le rendite annuali, […]. Se vogliamo</hi><hi rend="CharOverride-1"> infatti curarne l’andamento mediante degli spirituali nostri fratelli, addossiamo</hi><hi rend="CharOverride-1"> loro una grave fatica, per cui perdono l’abitudine a</hi><hi rend="CharOverride-1"> digiunare. […] Come lavoro in monastero basti dunque l’artigianato</hi><hi rend="CharOverride-1"> e l’orto (</hi><hi rend="italic CharOverride-1">R.M. </hi><hi rend="CharOverride-1">86, Bozzi e Grilli </hi><hi rend="CharOverride-1">1995, II, 163-64).</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Il diritto alla proprietà fondiaria del monastero </hi><hi rend="CharOverride-1">è garantito, ma non è consentito che alla gestione delle </hi><hi rend="CharOverride-1">terre siano affidati i monaci, né come sovraintendenti né come </hi><hi rend="CharOverride-1">contadini. Immischiarsi in queste cose vuol dire rinunciare a quella </hi><hi rend="CharOverride-1">condizione di distacco che serve per dedicarsi all’</hi><hi rend="italic CharOverride-1">opus Dei</hi><hi rend="CharOverride-1">,</hi><hi rend="CharOverride-1"> e soprattutto impedisce ai monaci agricoltori di godere dei benefici</hi><hi rend="CharOverride-1"> del digiuno nel cammino di perfezionamento. D’altronde, digiunare</hi><hi rend="CharOverride-1"> e lavorare nei campi d’estate sono due pratiche difficilmente</hi><hi rend="CharOverride-1"> conciliabili. </hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Queste chiare prese di posizione trovano</hi><hi rend="CharOverride-1"> conferma nella quasi totalità delle altre regole monastiche antiche, dove</hi><hi rend="CharOverride-1"> i pochi cenni al lavoro, artigianale e agricolo, sono simili</hi><hi rend="CharOverride-1"> a quelli sin qui citati. La </hi><hi rend="italic CharOverride-1">Regula Pauli et Stephani</hi><hi rend="CharOverride-1">, ad esempio, di provenienza e datazione incerta (V-VII sec.),</hi><hi rend="CharOverride-1"> dedica ben quattro capitoli al lavoro (31-34), da intendersi </hi><hi rend="CharOverride-1">sempre come artigianale. Unica eccezione in questo panorama è la </hi><hi rend="italic CharOverride-1">Regula Ferrioli</hi><hi rend="CharOverride-1">, proveniente dalla Gallia meridionale e databile alla seconda</hi><hi rend="CharOverride-1"> metà del VI secolo. Il presunto autore, Ferreolo vescovo di</hi><hi rend="CharOverride-1"> Uzès, ritiene che fra i molti rimedi all’ozio, </hi><hi rend="CharOverride-1">accanto alla pesca, alla cura delle reti e all’arte </hi><hi rend="CharOverride-1">calzaturiera, vada annoverata anche la coltivazione dei campi (</hi><hi rend="italic CharOverride-1">R.F. </hi><hi rend="CharOverride-1">28,</hi><hi rend="CharOverride-1"> 9-13). Escluse dal lavoro agricolo sono anche le donne, alle</hi><hi rend="CharOverride-1"> quali l’</hi><hi rend="italic CharOverride-1">Ordo monasterii </hi><hi rend="CharOverride-1">di Agostino nella versione femminile (c.</hi><hi rend="CharOverride-1"> 388-395) riserva solo la cura dell’orto (</hi><hi rend="italic CharOverride-1">O.M.F. </hi><hi rend="CharOverride-1">4),</hi><hi rend="CharOverride-1"> mentre Cesario vescovo di Arles, autore della prima regola femminile non</hi><hi rend="CharOverride-1"> dipendente da un modello maschile, la </hi><hi rend="italic CharOverride-1">Regula ad uirgines</hi><hi rend="italic CharOverride-1"> </hi><hi rend="CharOverride-1">(</hi><hi rend="italic CharOverride-1">R.V.</hi><hi rend="CharOverride-1">) (testo redatto in più fasi fra il 512 </hi><hi rend="CharOverride-1">e il 534), sostiene che l’unico lavoro che si </hi><hi rend="CharOverride-1">confà alle vergini sono la cardatura e la tessitura della </hi><hi rend="CharOverride-1">lana (Caes. </hi><hi rend="italic CharOverride-1">R.V. </hi><hi rend="CharOverride-1">16; 27, 2), ma esclusivamente</hi><hi rend="CharOverride-1"> per la comunità: «ricevere abiti da lavare, cucire, rammendare o</hi><hi rend="CharOverride-1"> da tingere da parte di chierici, di laici, dei genitori,</hi><hi rend="CharOverride-1"> di qualsiasi uomo o donna estranei» è invece severamente proibito</hi><hi rend="CharOverride-1"> (Caes. </hi><hi rend="italic CharOverride-1">R.V.</hi><hi rend="CharOverride-1"> 46, 1, SC 345,</hi><hi rend="CharOverride-1"> 232; cfr. anche 51, 4).</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Queste restrizioni sono continuamente reiterate, sino</hi><hi rend="CharOverride-1"> a trovare spazio nel commentario alla </hi><hi rend="italic CharOverride-1">Regula Benedicti </hi><hi rend="CharOverride-1">di Ildemaro</hi><hi rend="CharOverride-1"> di Corbie composto verso l’845. Commentando proprio il</hi><hi rend="CharOverride-1"> cap. 48 citato all’inizio di questo contributo, Ildemaro oppone la </hi><hi rend="italic CharOverride-1">lectio </hi><hi rend="CharOverride-1">al</hi><hi rend="CharOverride-1"> </hi><hi rend="italic CharOverride-1">labor</hi><hi rend="CharOverride-1">, confermando che solo la prima è il tratto </hi><hi rend="CharOverride-1">distintivo della forma di vita monastica, e facendo dire a</hi><hi rend="CharOverride-1"> Benedetto che, giacché esistono monasteri più ricchi e monasteri più</hi><hi rend="CharOverride-1"> poveri (</hi><hi rend="italic CharOverride-1">esse ditiora monasteria et pauperiora</hi><hi rend="CharOverride-1">), solo i monaci</hi><hi rend="CharOverride-1"> dei secondi, considerata la loro necessità, devono dedicarsi al lavoro</hi><hi rend="CharOverride-1"> agricolo (Hild. </hi><hi rend="italic CharOverride-1">Exp. R.B. </hi><hi rend="CharOverride-1">48, Mittelmüller 1880, 479). </hi><hi rend="CharOverride-1">Già nell’816, in un concilio tenutosi ad Aquisgrana si </hi><hi rend="CharOverride-1">era disposto che, se non necessaria, la coltivazione dei </hi><hi rend="CharOverride-1">campi dovesse essere vietata, soprattutto perché in questo modo si</hi><hi rend="CharOverride-1"> sarebbe evitata la continua circolazione dei monaci da un’</hi><hi rend="CharOverride-1">azienda agricola (</hi><hi rend="italic CharOverride-1">uilla</hi><hi rend="CharOverride-1">) all’altra (</hi><hi rend="italic CharOverride-1">Syn. I Aquisg</hi><hi rend="italic CharOverride-1">r. Decr. auth., 23 Aug. 816</hi><hi rend="CharOverride-1">,</hi><hi rend="CharOverride-1"> Semmler 1963, 464). Fra tarda antichità e alto Medioevo,</hi><hi rend="CharOverride-1"> il monaco lavora o non disprezza il lavoro </hi><hi rend="italic CharOverride-1">tout</hi><hi rend="italic CharOverride-1"> court</hi><hi rend="CharOverride-1">, ma si dedica alla fatica manuale senza intenderla </hi><hi rend="CharOverride-1">un’attività per la sussistenza personale e della comunità. </hi></p><p rend="h2" ><hi>4</hi><hi>. L’</hi><hi rend="italic">opus Dei</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Diverso è il caso del vero lavoro</hi><hi rend="CharOverride-1"> del monaco, la preghiera, che invece deve essere precisamente regolata.</hi><hi rend="CharOverride-1"> Sin dall’</hi><hi rend="italic CharOverride-1">Ordo monasterii </hi><hi rend="CharOverride-1">di Agostino (fine IV sec.), la</hi><hi rend="CharOverride-1"> scansione delle ore da dedicare all’</hi><hi rend="italic CharOverride-1">opus Dei </hi><hi rend="CharOverride-1">è fissata</hi><hi rend="CharOverride-1"> con cura, così come si legge, ad esempio, nella </hi><hi rend="italic CharOverride-1">Regula Benedicti</hi><hi rend="CharOverride-1">, dove è precisato che la serie di salmi</hi><hi rend="CharOverride-1"> da cantare resta la medesima, da Pasqua ai primi di</hi><hi rend="CharOverride-1"> novembre; l’unica variante significativa riguarda la lunghezza delle letture,</hi><hi rend="CharOverride-1"> le quali diminuiscono a seconda dell’andamento del sole e</hi><hi rend="CharOverride-1"> quando le notti si accorciano, la lettura cede spazio </hi><hi rend="CharOverride-1">al lavoro manuale (</hi><hi rend="italic CharOverride-1">R.B.</hi><hi rend="CharOverride-1"> 10, 1-2). </hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">È in questo </hi><hi rend="CharOverride-1">contesto che il monaco diventa </hi><hi rend="italic CharOverride-1">operarius</hi><hi rend="CharOverride-1">, vale a dire colui</hi><hi rend="CharOverride-1"> capace di portare a termine diligentemente quell’unico vero lavoro</hi><hi rend="CharOverride-1"> che pertiene a Dio. Nel linguaggio ordinario, </hi><hi rend="italic CharOverride-1">operarius </hi><hi rend="CharOverride-1">è colui</hi><hi rend="CharOverride-1"> che lavora con le sue mani, ma nelle regole monastiche</hi><hi rend="CharOverride-1"> il termine subisce un restringimento semantico. Nella </hi><hi rend="italic CharOverride-1">Regula Magistri </hi><hi rend="CharOverride-1">è</hi><hi rend="CharOverride-1"> impiegato quasi sempre nella formula </hi><hi rend="italic CharOverride-1">operarius dei </hi><hi rend="CharOverride-1">o </hi><hi rend="italic CharOverride-1">domini</hi><hi rend="CharOverride-1">, </hi><hi rend="CharOverride-1">così come nella </hi><hi rend="italic CharOverride-1">Regula Benedicti</hi><hi rend="CharOverride-1">, dove compare solo tre volte,</hi><hi rend="CharOverride-1"> è sempre inteso in senso spirituale (Müntnich 1988, 79). </hi><hi rend="CharOverride-1">Nel prologo della </hi><hi rend="italic CharOverride-1">Regula Benedicti</hi><hi rend="CharOverride-1"> è il Signore a chiamare </hi><hi rend="CharOverride-1">il monaco suo </hi><hi rend="italic CharOverride-1">operarius</hi><hi rend="CharOverride-1">, dandogli le istruzioni per l’</hi><hi rend="italic CharOverride-1">opus </hi><hi rend="CharOverride-1">da compiere. </hi></p><p rend="h2" ><hi>5. Conclusione </hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Giunti a questo punto, una </hi><hi rend="CharOverride-1">domanda è lecita: ma se il monaco non lavora, chi</hi><hi rend="CharOverride-1"> garantisce la sussistenza della comunità? Sin dal IV secolo, questo</hi><hi rend="CharOverride-1"> tipo di lavoro per il monastero è svolto solo in</hi><hi rend="CharOverride-1"> parte trascurabile dai monaci, affiancati, e molto spesso sostituiti</hi><hi rend="CharOverride-1"> da manodopera secolare. Lo testimonia la presenza di termini quali</hi><hi rend="CharOverride-1"> </hi><hi rend="italic CharOverride-1">casa</hi><hi rend="CharOverride-1">,</hi><hi rend="italic CharOverride-1"> domus</hi><hi rend="CharOverride-1">,</hi><hi rend="italic CharOverride-1"> fundus</hi><hi rend="CharOverride-1">,</hi><hi rend="italic CharOverride-1"> uilla</hi><hi rend="CharOverride-1">. Nonostante la difficoltà ad</hi><hi rend="CharOverride-1"> attribuire loro un significato univoco ostacoli la ricostruzione di una fisionomia</hi><hi rend="CharOverride-1"> sufficientemente nitida delle forme organizzative in relazione alle quali sono</hi><hi rend="CharOverride-1"> impiegati, a partire dal VI secolo, questo gruppo di parole,</hi><hi rend="CharOverride-1"> e soprattutto </hi><hi rend="italic CharOverride-1">uilla</hi><hi rend="CharOverride-1">, sembra rimandare a uno spazio </hi><hi rend="CharOverride-1">agricolo dotato di nuclei abitativi (Heinzelmann 1993; Lauwers 2013). L</hi><hi rend="CharOverride-1">’individuazione delle strutture deputate all’organizzazione del lavoro monastico è</hi><hi rend="CharOverride-1"> quindi intrecciata con quella dell’organizzazione agraria del paesaggio, di</hi><hi rend="CharOverride-1"> cui non manca qualche traccia nella documentazione scritta sopravvissuta (Stasolla</hi><hi rend="CharOverride-1"> 2015). </hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">La descrizione più chiara di questa situazione si trova</hi><hi rend="CharOverride-1"> nelle </hi><hi rend="italic CharOverride-1">Consuetudines Corbeienses</hi><hi rend="CharOverride-1"> volute da Adalardo abate di Corbie (751-822)</hi><hi rend="CharOverride-1"> e redatte poco prima della morte. Da questo testo </hi><hi rend="CharOverride-1">si desume una massiccia presenza di manodopera non monastica deputata </hi><hi rend="CharOverride-1">alla produzione delle risorse per il sostentamento della comunità. Nel</hi><hi rend="CharOverride-1"> cap. 1 sono menzionati i </hi><hi rend="italic CharOverride-1">provendarii</hi><hi rend="CharOverride-1">, cioè il personale </hi><hi rend="CharOverride-1">alle dirette dipendenze del monastero, che riceve da esso vitto</hi><hi rend="CharOverride-1"> e alloggio e che si dedica alla coltivazione delle </hi><hi rend="CharOverride-1">terre della comunità: 150 persone di sesso maschile ma di </hi><hi rend="italic CharOverride-1">status</hi><hi rend="CharOverride-1"> sociale diverso. Fra loro ci sono chierici, aspiranti monaci,</hi><hi rend="CharOverride-1"> poveri mantenuti (</hi><hi rend="italic CharOverride-1">matricularii</hi><hi rend="CharOverride-1">), laici dipendenti, ma non </hi><hi rend="CharOverride-1">mancano gli artigiani, che lavorano sia a fianco dei monaci</hi><hi rend="CharOverride-1"> nel monastero sia al di fuori di esso, sempre comunque</hi><hi rend="CharOverride-1"> alle dipendenze del monastero (Marazzi 2015, 250-53). </hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Il lavoro </hi><hi rend="CharOverride-1">monastico ha pertanto due forme. Da una parte c’è </hi><hi rend="CharOverride-1">il lavoro </hi><hi rend="italic CharOverride-1">del </hi><hi rend="CharOverride-1">monaco, diverso da quello che si fa</hi><hi rend="CharOverride-1"> nel mondo e finalizzato esclusivamente a contrastare l’</hi><hi rend="italic CharOverride-1">otium</hi><hi rend="CharOverride-1">, </hi><hi rend="CharOverride-1">inteso come principale ostacolo alla perfezione. Accanto a questo c’</hi><hi rend="CharOverride-1">è poi il lavoro </hi><hi rend="italic CharOverride-1">per </hi><hi rend="CharOverride-1">il monaco, ossia per il </hi><hi rend="CharOverride-1">sostentamento individuale e della comunità, il quale non ha una </hi><hi rend="CharOverride-1">fisionomia e un’organizzazione alternativa a quella del mondo. In </hi><hi rend="CharOverride-1">questo, il monaco tardoantico e altomedievale non è molto </hi><hi rend="CharOverride-1">diverso dal possidente laico che mette a frutto la </hi><hi rend="CharOverride-1">propria terra senza lavorarla direttamente. </hi></p><p rend="h2" ><hi>Riferimenti bibliografici</hi></p><p rend="bib_indx_bib" ><hi rend="CharOverride-1">Alciati, Roberto. 2018. </hi><hi rend="italic CharOverride-1">Monaci d’Occidente. Secoli IV-IX. </hi><hi rend="CharOverride-1">Roma: Carocci. </hi></p><p rend="bib_indx_bib" ><hi rend="CharOverride-1">Bozzi, Marcellina, e Alberto Grilli, a cura di. 1995. </hi><hi rend="italic CharOverride-1">Regula Magistri.</hi><hi rend="CharOverride-1"> </hi><hi rend="italic CharOverride-1">Regola del Maestro</hi><hi rend="CharOverride-1">, 2 voll. Brescia: Paideia.</hi></p><p rend="bib_indx_bib" ><hi rend="CharOverride-1">Chenu, Marie-Dominique. 1952. “Pour une théologie du travail.” </hi><hi rend="italic CharOverride-1">Esprit</hi><hi rend="CharOverride-1"> 20, 186: 1-12. </hi></p><p rend="bib_indx_bib" ><hi rend="CharOverride-1">CSEL (Corpus Scriptorum Ecclesiasticorum Latinorum), 56. 1918. </hi><hi rend="italic CharOverride-1">Sancti Eusebii Hieronymi epistulae. Pars III</hi><hi rend="CharOverride-1">. Recensuit Isidorus Hilberg. 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