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        <title type="main" level="a">Il lavoro degli anacoreti e dei monaci in alcune fonti agiografiche e iconografiche</title>
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            <forename>Laura</forename>
            <surname>Fenelli</surname>
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          <resp>This is a section of <title>Idee di lavoro e di ozio per la nostra civiltà</title>(DOI: <idno type="DOI">10.36253/979-12-215-0319-7</idno>) by </resp>
          <name>Giovanni Mari, Francesco Ammannati, Brogi Stefano, Tiziana Faitini, Arianna Fermani, Francesco Seghezzi, Annalisa Tonarelli</name>
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        <publisher>Firenze University Press</publisher>
        <pubPlace>Florence</pubPlace>
        <date when="2024">2024</date>
        <idno type="DOI">https://doi.org/10.36253/979-12-215-0319-7.38</idno>
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        <p>This is original content, published for academic research purposes</p>
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        <p>The Lives of the Holy Fathers collect examples of hermits at work, mostly artisanal practices, such as the production of woven baskets, and agricultural works. Between the fourteenth and fifteenth centuries, the theme of the work of the Desert fathers knew a peculiar iconographic fortune in Tuscany: the so-called Thebaid is depicted in frescoes and painted tables. While we still know little about the function of these decorations, it is certain that these representations constituted a practical example not only of spiritual conduct, but also of a model of life and work that the viewers put into practice on a daily basis in their religious institutions.</p>
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            <item>iconography</item>
            <item>hagiography</item>
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            <item>desert</item>
            <item>Thebaid</item>
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      <p>It is available online at https://doi.org/10.36253/979-12-215-0319-7.38<ref target="https://doi.org/10.36253/979-12-215-0319-7.38" /></p>
      
      <p rend="h1_chapter">Il lavoro degli anacoreti e dei monaci in alcune fonti agiografiche e iconografiche</p><p rend="h1_author ParaOverride-1" ><hi rend="CharOverride-1">Laura Fenelli </hi></p><p rend="h2" ><hi>1. Il tema del lavoro nell</hi><hi>’agiografia e iconografia antoniana</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Uno dei testi fondamentali per conoscere </hi><hi rend="CharOverride-1">la vita e le attività degli eremiti del deserto è </hi><hi rend="CharOverride-1">la biografia di sant’Antonio abate, la </hi><hi rend="italic CharOverride-1">Vita Antonii</hi><hi rend="CharOverride-1"> (BHG </hi><hi rend="CharOverride-1">140),</hi><hi rend="italic CharOverride-1"> </hi><hi rend="CharOverride-1">scritta da Atanasio (293/95ca.-373), vescovo di</hi><hi rend="CharOverride-1"> Alessandria, negli anni immediatamente successivi alla morte dell’eremita che</hi><hi rend="CharOverride-1"> l’autore aveva personalmente conosciuto e che considerava il suo</hi><hi rend="CharOverride-1"> maestro. Antonio abate (251-356), vissuto in Egitto, Padre </hi><hi rend="CharOverride-1">della Chiesa, eremita e </hi><hi rend="italic CharOverride-1">abbà</hi><hi rend="CharOverride-1">, ossia padre spirituale di una</hi><hi rend="CharOverride-1"> comunità, è</hi><hi rend="italic CharOverride-1"> </hi><hi rend="CharOverride-1">considerato il fondatore del monachesimo cristiano. La sua</hi><hi rend="CharOverride-1"> biografia scritta da Atanasio, la </hi><hi rend="italic CharOverride-1">Vita Antonii</hi><hi rend="CharOverride-1">, letta, tradotta, </hi><hi rend="CharOverride-1">interpolata, abbreviata e riassunta, è per secoli un testo fondamentale, </hi><hi rend="CharOverride-1">sia per le informazioni che tramanda, sia per il successo </hi><hi rend="CharOverride-1">che ebbe fin dalla sua composizione e diffusione. La sua </hi><hi rend="CharOverride-1">fortuna si spiega con la fama di cui godeva il </hi><hi rend="CharOverride-1">protagonista già negli anni immediatamente successivi alla sua scomparsa, ma </hi><hi rend="CharOverride-1">anche con la bravura retorica del biografo: fu tradotta dal </hi><hi rend="CharOverride-1">greco nelle principali lingue orientali, dal copto al siriaco, all’</hi><hi rend="CharOverride-1">assiro, e sono moltissimi, almeno 165, i manoscritti antichi che </hi><hi rend="CharOverride-1">ne tramandano, tra il IX e il X secolo, il </hi><hi rend="CharOverride-1">testo (Fenelli 2011, 5-20). A decretare il successo di</hi><hi rend="CharOverride-1"> quest’opera in Occidente contribuì anche una traduzione che potremmo</hi><hi rend="CharOverride-1"> definire ‘d’autore’</hi><hi rend="italic CharOverride-1"> </hi><hi rend="CharOverride-1">e che sostituì in breve la</hi><hi rend="CharOverride-1"> prima versione latina, molto letterale e poco scorrevole. Questa seconda</hi><hi rend="CharOverride-1"> versione fu redatta prima del 374 da Evagrio (BHL </hi><hi rend="CharOverride-1">609), amico di Girolamo (347-420) e contemporaneo di Atanasio, </hi><hi rend="CharOverride-1">vescovo di Antiochia dal 388: traduzione molto libera e di </hi><hi rend="CharOverride-1">grande accuratezza stilistica, ebbe non solo un enorme successo, ma </hi><hi rend="CharOverride-1">anche un influsso decisivo sulla formazione, anche strettamente linguistica, del </hi><hi rend="CharOverride-1">latino monastico. La biografia scritta dal vescovo di Alessandria si </hi><hi rend="CharOverride-1">presenta, fin dalla sua composizione, come uno dei testi cardine </hi><hi rend="CharOverride-1">in grado di orientare i futuri sviluppi dell’agiografia, rivoluzionando </hi><hi rend="CharOverride-1">il genere classico dell’encomio biografico e quello cristiano della </hi><hi rend="CharOverride-1">vita dei martiri, una sorta di grande contenitore di elementi </hi><hi rend="CharOverride-1">agiografici e di spunti narrativi: nei secoli verrà riletta, abbreviata, </hi><hi rend="CharOverride-1">tramandata nelle principali lingue romanze in versioni ridotte, e anche, </hi><hi rend="CharOverride-1">talvolta, profondamente modificata fino a diventare quasi irriconoscibile, leggibile solo </hi><hi rend="CharOverride-1">in controluce tra le pieghe di una fantasiosa leggenda (Fenelli </hi><hi rend="CharOverride-1">2011, 5-20).</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">In questo testo, il tema del lavoro riveste </hi><hi rend="CharOverride-1">un ruolo fondamentale. All’inizio della sua esperienza ascetica Antonio, </hi><hi rend="CharOverride-1">orfano di entrambi i genitori di cui ha donato i </hi><hi rend="CharOverride-1">beni, vive non lontano dal proprio villaggio di origine:</hi></p><p rend="quotation_b" ><hi rend="CharOverride-1">Trascorse i</hi><hi rend="CharOverride-1"> primi tempi e si confermava nel suo proposito di non</hi><hi rend="CharOverride-1"> volgersi di nuovo al pensiero dei beni dei suoi genitori,</hi><hi rend="CharOverride-1"> né al ricordo dei parenti; ogni suoi desiderio e ogni</hi><hi rend="CharOverride-1"> sua sollecitudine erano rivolti allo sforzo ascetico. Lavorava con le</hi><hi rend="CharOverride-1"> proprie mani, poiché aveva udito: Il pigro non mangi. </hi><hi rend="CharOverride-1">Parte del suo guadagno gli serviva per procurarsi il pane, </hi><hi rend="CharOverride-1">parte lo distribuiva a chi ne aveva bisogno (Atanasio 2005</hi><hi rend="CharOverride-1">, 114).</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Il lavoro dunque è il primo modo per </hi><hi rend="CharOverride-1">non indulgere all’ozio, l’esatto opposto dell’ascesi, e </hi><hi rend="CharOverride-1">insieme, per procurarsi il vitto in modo onesto:</hi><hi rend="CharOverride-1"> un passo fondamentale nell’elaborazione dell’agiografia cristiana. Questa </hi><hi rend="CharOverride-1">sottolineatura del ruolo del lavoro presente nella </hi><hi rend="italic CharOverride-1">Vita Antonii</hi><hi rend="CharOverride-1">, è</hi><hi rend="CharOverride-1"> infatti, probabilmente, una risposta polemica alle tendenze messaliane diffuse tra</hi><hi rend="CharOverride-1"> Mesopotamia, Siria e costa meridionale dell’Anatolia. Condannati </hi><hi rend="CharOverride-1">come eretici al concilio di Efeso del 431, i messaliani</hi><hi rend="CharOverride-1"> – o pneumatici, gli ‘spirituali’ – consideravano il lavoro</hi><hi rend="CharOverride-1"> come un’attività mondana non adatta alla vita spirituale e</hi><hi rend="CharOverride-1"> all’ascesi: per questo vivevano di carità, dedicandosi soltanto </hi><hi rend="CharOverride-1">alla preghiera. Al contrario, nell’agiografia antoniana – e poi,</hi><hi rend="CharOverride-1"> a seguire, in tutti i testi dedicati alle esperienze eremitiche</hi><hi rend="CharOverride-1"> – il lavoro viene visto come necessario non solo ai</hi><hi rend="CharOverride-1"> fini del sostentamento personale, ma anche come mezzo utile </hi><hi rend="CharOverride-1">a sostenere l’attività caritatevole e a combattere l’accidia, </hi><hi rend="CharOverride-1">e quindi, in ultima istanza, la tentazione demoniaca e il </hi><hi rend="CharOverride-1">peccato. Antonio si dedica dunque a lavori artigianali, come la </hi><hi rend="CharOverride-1">produzione di piccoli utensili, cucchiai, stuoie e ceste, ricavate </hi><hi rend="CharOverride-1">da canne, giunchi e foglie di palma intrecciate. </hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Il fine</hi><hi rend="CharOverride-1"> edificante dell’attività lavorativa è evidente dalla lettura di un</hi><hi rend="CharOverride-1"> altro passo della </hi><hi rend="italic CharOverride-1">Vita Antonii</hi><hi rend="CharOverride-1"> dove il lavoro compare come</hi><hi rend="CharOverride-1"> efficace strumento per combattere le tentazioni: </hi></p><p rend="quotation_b" ><hi rend="CharOverride-1">Pochi giorni dopo, mentre</hi><hi rend="CharOverride-1"> lavorava – gli premeva anche il lavoro – un tale</hi><hi rend="CharOverride-1"> si presentò alla porta e tirò la corda con la</hi><hi rend="CharOverride-1"> quale stava lavorando. Antonio infatti intrecciava ceste e le dava</hi><hi rend="CharOverride-1"> a quelli che venivano a trovarlo in cambio di quanto</hi><hi rend="CharOverride-1"> gli portavano. Si alzò e vide una bestia simile a</hi><hi rend="CharOverride-1"> un uomo fino alle cosce e simile a un asino</hi><hi rend="CharOverride-1"> nelle gambe e nei piedi. Antonio si limitò a fare</hi><hi rend="CharOverride-1"> il segno di croce e disse: “Sono servo di Cristo.</hi><hi rend="CharOverride-1"> Se sei stato invitato contro di me, eccomi.” Ma la</hi><hi rend="CharOverride-1"> bestia se ne fuggì via con i suoi demoni </hi><hi rend="CharOverride-1">con tanta furia che cadde e morì. La morte della </hi><hi rend="CharOverride-1">bestia era la disfatta dei demoni. Facevano tutto per cacciarlo </hi><hi rend="CharOverride-1">dal deserto, ma non ci riuscirono (Atanasio 2005, 174-75). </hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">È</hi><hi rend="CharOverride-1"> ancora la biografia atanasiana, eccezionale collettore di motivi che </hi><hi rend="CharOverride-1">torneranno in tutta la successiva produzione dedicata alla vita eremitica, </hi><hi rend="CharOverride-1">ad affrontare anche l’altra tipologia di attività lavorativa tipica</hi><hi rend="CharOverride-1"> degli anacoreti, il lavoro agricolo e in generale quello volto</hi><hi rend="CharOverride-1"> a trasformare l’inospitalità del luogo in cui gli anacoreti</hi><hi rend="CharOverride-1"> hanno scelto di abitare e a produrre per loro sostentamento.</hi><hi rend="CharOverride-1"> Nell’ultima parte della sua esistenza, Antonio si trasferisce infatti</hi><hi rend="CharOverride-1"> in quello che il biografo Atanasio chiama il ‘Monte</hi><hi rend="CharOverride-1"> interiore’, un luogo insieme fisico e profondamente spirituale che</hi><hi rend="CharOverride-1"> i commentatori moderni indentificano con l’odierna Wadi el-Arab, a</hi><hi rend="CharOverride-1"> una trentina di chilometri dal Mar rosso, in una </hi><hi rend="CharOverride-1">località che rende più complessi gli approvvigionamenti di viveri. Per </hi><hi rend="CharOverride-1">questo motivo, e per non pesare eccessivamente su pellegrini e </hi><hi rend="CharOverride-1">visitatori, l’eremita decide di dedicarsi a lavori di dissodamento </hi><hi rend="CharOverride-1">e coltivazione, riuscendo anche ad allontanare gli animali selvatici che </hi><hi rend="CharOverride-1">minacciano il suo raccolto: </hi></p><p rend="quotation_b" ><hi rend="CharOverride-1">Antonio, come se fosse ispirato da </hi><hi rend="CharOverride-1">Dio, amò quel luogo. […] All’inizio ricevette dei pani </hi><hi rend="CharOverride-1">dai suoi compagni di viaggio e restò solo sul monte; </hi><hi rend="CharOverride-1">nessun altro stava con lui. Ormai considerava quel posto come </hi><hi rend="CharOverride-1">casa sua. I Saraceni stessi, vedendo lo zelo di Antonio, </hi><hi rend="CharOverride-1">passavano di proposito per quella via ed erano contenti di </hi><hi rend="CharOverride-1">potergli portare dei pani; dalle palme ricavava un povero e </hi><hi rend="CharOverride-1">frugale sostentamento. </hi></p><p rend="quotation_b" ><hi rend="CharOverride-1">Poi quando i fratelli vennero a conoscenza del </hi><hi rend="CharOverride-1">luogo, come figli che si ricordano del padre, provvidero a </hi><hi rend="CharOverride-1">mandargli dei viveri; ma Antonio, vedendo che alcuni dovevano affrontare </hi><hi rend="CharOverride-1">fatiche e disagi, per procurargli il pane, volle risparmiare anche </hi><hi rend="CharOverride-1">questa fatica ai monaci. Rifletté e chiese ad alcuni </hi><hi rend="CharOverride-1">di quelli che venivano a trovarlo di portargli una zappa, </hi><hi rend="CharOverride-1">una scure e un po’ di frumento. Quando gli portarono</hi><hi rend="CharOverride-1"> queste cose, esplorò i dintorni della montagna e, trovato un</hi><hi rend="CharOverride-1"> piccolo campo adatto alla coltivazione, cominciò a lavorarlo e, dato</hi><hi rend="CharOverride-1"> che il fiume gli forniva acqua in abbondanza per irrigarlo,</hi><hi rend="CharOverride-1"> cominciò a seminare. </hi></p><p rend="quotation_b" ><hi rend="CharOverride-1">Così fece ogni anni e in questo</hi><hi rend="CharOverride-1"> modo si procurò il pane, ben contento di non infastidire</hi><hi rend="CharOverride-1"> nessuno e di non essere di peso agli altri in</hi><hi rend="CharOverride-1"> nulla. In seguito, vedendo che altri ancora venivano da lui,</hi><hi rend="CharOverride-1"> si mise a coltivare ortaggi perché chi veniva a trovarlo</hi><hi rend="CharOverride-1"> ricevesse qualche conforto dopo la fatica di quel difficile cammino.</hi><hi rend="CharOverride-1"> All’inizio le bestie del deserto, che venivano per l</hi><hi rend="CharOverride-1">’acqua, danneggiavano spesso le sue sementi e le sue colture,</hi><hi rend="CharOverride-1"> ma Antonio prese dolcemente una di queste bestie e a</hi><hi rend="CharOverride-1"> tutte disse: “Perché mi fate del male mentre io non</hi><hi rend="CharOverride-1"> ve ne faccio? Andatevene nel nome del Signore e non</hi><hi rend="CharOverride-1"> avvicinatevi mai più a questo posto”. E da quel momento</hi><hi rend="CharOverride-1"> come spaventate dal suo ordine, non si avvicinarono più (</hi><hi rend="CharOverride-1">Atanasio 2005, 171-72).</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Se diamo uno sguardo ai cicli pittorici medievali dedicati</hi><hi rend="CharOverride-1"> all’eremita egiziano tuttavia, il tema del lavoro, che </hi><hi rend="CharOverride-1">pure, come abbiamo visto, compare a più riprese nell’</hi><hi rend="CharOverride-1">agiografia scritta da Atanasio, non sembra avere una rilevanza fondamentale. </hi><hi rend="CharOverride-1">Questo è probabilmente dovuto al fatto che le tentazioni demoniache </hi><hi rend="CharOverride-1">– così ricche di dettagli fantastici, adatti a una resa</hi><hi rend="CharOverride-1"> figurativa – prendono spesso il posto d’onore nelle raffigurazioni</hi><hi rend="CharOverride-1"> dedicate all’anacoreta egiziano (Fenelli 2011, 34-41). Tuttavia, se </hi><hi rend="CharOverride-1">osserviamo le scene di un ciclo affrescato tra il 1368 </hi><hi rend="CharOverride-1">e il 1372 nella cappella di Le Campora, ultimo lacerto </hi><hi rend="CharOverride-1">del grande convento oggi scomparso di Santa Maria al Sepolcro </hi><hi rend="CharOverride-1">costruito alle porte di Firenze (Fenelli 2013), alcuni elementi, solo</hi><hi rend="CharOverride-1"> all’apparenza marginali, ci riconducono alle occupazioni lavorative degli eremiti</hi><hi rend="CharOverride-1">. Nella parete di destra della cappella (fig. 1), infatti</hi><hi rend="CharOverride-1">, Antonio è raffigurato seduto, in conversazione con alcuni discepoli: </hi><hi rend="CharOverride-1">l’ambientazione è quella ormai cenobitica tipica della raffigurazione del </hi><hi rend="CharOverride-1">santo ‘abate’ nel Trecento e alle spalle degli anacoreti </hi><hi rend="CharOverride-1">si trova una chiesa con un edificio conventuale. In primi</hi><hi rend="CharOverride-1"> piano, ben visibile, sulla sinistra è però una cesta intrecciata,</hi><hi rend="CharOverride-1"> potente memoria visiva delle attività lavorative degli eremiti del deserto.</hi><hi rend="CharOverride-1"> </hi></p><p><graphic url="OP08885_int_online_chapter_52_305-315-web-resources/image/fig._1.jpg" rend="img _idGenObjectAttribute-1" mimeType="image/jpeg"/></p><p rend="caption_figure" ><hi rend="CharOverride-1">Figura 1 – Pittore fiorentino, </hi><hi rend="italic CharOverride-1">Antonio</hi><hi rend="CharOverride-1"> </hi><hi rend="italic CharOverride-1">tra</hi><hi rend="CharOverride-1"> </hi><hi rend="italic CharOverride-1">i</hi><hi rend="CharOverride-1"> </hi><hi rend="italic CharOverride-1">monaci</hi><hi rend="CharOverride-1">, 1368-1372. Firenze, Firenze, ex chiesa di Santa Maria al Sepolcro (Le Campora), cappella di Sant’Antonio abate, affresco. © Rabatti E Domingie – Kunsthistorisches Institut in Florenz.</hi></p><p><graphic url="OP08885_int_online_chapter_52_305-315-web-resources/image/fig._2.jpg" rend="img _idGenObjectAttribute-1" mimeType="image/jpeg"/></p><p rend="caption_figure" ><hi rend="CharOverride-1">Figura 2 – Pittore fiorentino, </hi><hi rend="italic CharOverride-1">La</hi><hi rend="CharOverride-1"> </hi><hi rend="italic CharOverride-1">distruzione</hi><hi rend="CharOverride-1"> </hi><hi rend="italic CharOverride-1">dell’eremo</hi><hi rend="CharOverride-1"> </hi><hi rend="italic CharOverride-1">di</hi><hi rend="CharOverride-1"> </hi><hi rend="italic CharOverride-1">Antonio</hi><hi rend="CharOverride-1">, 1368-1372. Firenze, Firenze, ex chiesa di Santa Maria al Sepolcro (Le Campora), cappella di Sant’Antonio abate, affresco. © Rabatti E Domingie – Kunsthistorisches Institut in Florenz.</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Allude alle occupazioni di Antonio – questa volta come</hi><hi rend="CharOverride-1"> costruttore – anche la scena che si trova nella parete</hi><hi rend="CharOverride-1"> centrale: l’eremita osserva il suo eremo, costruito con </hi><hi rend="CharOverride-1">tanta pazienza, ora distrutto da un diavolo (fig. 2). </hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Ma la </hi><hi rend="italic CharOverride-1">Vita Antonii </hi><hi rend="CharOverride-1">di Atanasio non è l’</hi><hi rend="CharOverride-1">unica fonte per gli affreschi fiorentini: parte delle scene derivano </hi><hi rend="CharOverride-1">infatti dalla </hi><hi rend="italic CharOverride-1">Vita Pauli</hi><hi rend="CharOverride-1">, composta da Girolamo durante il suo</hi><hi rend="CharOverride-1"> primo soggiorno in Oriente, nel 374 o nel 375, </hi><hi rend="CharOverride-1">quando l’eremita di Tebe era morto da circa trentacinque </hi><hi rend="CharOverride-1">anni (BHL 6596). Paolo (230 ca.-335 ca.), conosciuto</hi><hi rend="CharOverride-1"> come Paolo primo eremita per distinguerlo dall’apostolo delle Genti,</hi><hi rend="CharOverride-1"> è tradizionalmente considerato il primo abitante del deserto egiziano a</hi><hi rend="CharOverride-1"> condurre vita anacoretica. Nella sua biografia, un’altra delle</hi><hi rend="CharOverride-1"> narrazioni fondamentali dell’agiografia eremitica, alla vita di Paolo</hi><hi rend="CharOverride-1"> è dedicato pochissimo spazio, mentre a campeggiare è la vicenda</hi><hi rend="CharOverride-1"> di Antonio, prima in viaggio per incontrare il compagno, della</hi><hi rend="CharOverride-1"> cui esistenza è venuto a conoscenza grazie a una rivelazione</hi><hi rend="CharOverride-1"> angelica, poi finalmente ammesso alla sua conoscenza: con Paolo, </hi><hi rend="CharOverride-1">Antonio condivide un pasto, prima di occuparsi della sua sepoltura </hi><hi rend="CharOverride-1">(Fenelli 2011, 21-33). Negli affreschi di Le Campora, l’incontro</hi><hi rend="CharOverride-1"> tra i due eremiti è raffigurato nella parete sinistra (</hi><hi rend="CharOverride-1">fig. 3): mentre Antonio indossa degli abiti di tessuto,</hi><hi rend="CharOverride-1"> che potremmo definire monastici, tipici della sua trasformazione in santo</hi><hi rend="CharOverride-1"> abate nel Medioevo occidentale, Paolo è rappresentato con una tunica</hi><hi rend="CharOverride-1"> di foglie di palma intrecciate. Alla produzione di utensili </hi><hi rend="CharOverride-1">e ceste potremmo quindi aggiungere il lavoro di tessitura, e</hi><hi rend="CharOverride-1">seguito con i pochi materiali a disposizione degli anacoreti del </hi><hi rend="CharOverride-1">deserto: questo tipo di abbigliamento caratterizza sempre l’iconografia di</hi><hi rend="CharOverride-1"> Paolo e certifica che il suo eremitismo, segnato da </hi><hi rend="CharOverride-1">un rigoroso autosostentamento, sia più stretto di quello di Antonio.</hi><hi rend="CharOverride-1"> </hi></p><p><graphic url="OP08885_int_online_chapter_52_305-315-web-resources/image/fig._3.jpg" rend="img _idGenObjectAttribute-1" mimeType="image/jpeg"/></p><p rend="caption_figure" ><hi rend="CharOverride-1">Figura 3 – Pittore fiorentino, </hi><hi rend="italic CharOverride-1">Il</hi><hi rend="CharOverride-1"> </hi><hi rend="italic CharOverride-1">pasto</hi><hi rend="CharOverride-1"> </hi><hi rend="italic CharOverride-1">condiviso</hi><hi rend="CharOverride-1"> </hi><hi rend="italic CharOverride-1">tra</hi><hi rend="CharOverride-1"> </hi><hi rend="italic CharOverride-1">Antonio</hi><hi rend="CharOverride-1">, 1368-1372. Firenze, Firenze, ex chiesa di Santa Maria al Sepolcro (Le Campora), cappella di Sant’Antonio abate, affresco. (Ph.: Rabatti E Domingie – Kunsthistorisches Institut in Florenz).</hi></p><p rend="h2" ><hi>2. Il lavoro nelle Tebaidi</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Antonio e Paolo – </hi><hi rend="CharOverride-1">protagonisti, forse loro malgrado, di testi agiografici di estremo successo,</hi><hi rend="CharOverride-1"> veri e propri </hi><hi rend="italic CharOverride-1">best seller</hi><hi rend="CharOverride-1"> della Tarda antichità – ritornano</hi><hi rend="CharOverride-1"> sempre come elemento fisso nelle cosiddette Tebaidi (Malquori 2012 e</hi><hi rend="CharOverride-1"> </hi><hi rend="italic CharOverride-1">Atlante </hi><hi rend="CharOverride-1">2013). Con questo nome si indica il luogo </hi><hi rend="CharOverride-1">desertico situato nei pressi della città di Tebe, in Egitto, </hi><hi rend="CharOverride-1">dove, nei primi secoli del Cristianesimo, vissero in solitudine santi </hi><hi rend="CharOverride-1">e anacoreti: un ambiente naturale ostile che costringeva gli eremiti </hi><hi rend="CharOverride-1">a uno stile di vita fatto di tragiche privazioni, l’</hi><hi rend="CharOverride-1">opposto della città come centro abitato e affollato, ma ricco </hi><hi rend="CharOverride-1">di tentazioni mondane. L’esperienza ascetica – fatta di preghiera, </hi><hi rend="CharOverride-1">penitenza e lavoro – è però in grado di trasformare </hi><hi rend="CharOverride-1">profondamente il deserto stesso: non più luogo prevalentemente roccioso, inospitale </hi><hi rend="CharOverride-1">e solitario, ma spazio santo, al limite tra la terra </hi><hi rend="CharOverride-1">e il cielo, metafora e prefigurazione del Paradiso e perciò </hi><hi rend="CharOverride-1">simile, nell’idealizzazione dei suoi abitanti, a un giardino fiorito, </hi><hi rend="CharOverride-1">o a un orto coltivato, modificato profondamente dalle operose attività </hi><hi rend="CharOverride-1">dei padri del deserto (Fenelli 2020, 22-9).</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Già nel VI </hi><hi rend="CharOverride-1">secolo, in ambito monastico greco, le biografie dei Padri del </hi><hi rend="CharOverride-1">deserto vengono raccolte nelle </hi><hi rend="italic CharOverride-1">Vitae Patrum</hi><hi rend="CharOverride-1">; tra XI e XII</hi><hi rend="CharOverride-1"> secolo le </hi><hi rend="italic CharOverride-1">Vitae Patrum</hi><hi rend="CharOverride-1"> conoscono un vasto successo: non più</hi><hi rend="CharOverride-1"> solo fonte di ispirazione per le regole monastiche o la meditazione,</hi><hi rend="CharOverride-1"> ma un vero e proprio modello, a cui si richiamano</hi><hi rend="CharOverride-1"> direttamente i nuovi ordini religiosi per leggere le vicende dei</hi><hi rend="CharOverride-1"> primi santi, per comporre nuove biografie e soprattutto per organizzare</hi><hi rend="CharOverride-1"> complessi programmi figurativi. Il successo delle </hi><hi rend="italic CharOverride-1">Vitae Patrum</hi><hi rend="CharOverride-1"> è poi,</hi><hi rend="CharOverride-1"> nei secoli centrali del Medioevo, inscindibilmente legato alla diffusione degli</hi><hi rend="CharOverride-1"> ordini mendicanti: tra il XIII e il XV secolo,</hi><hi rend="CharOverride-1"> questi testi infatti entrano a far parte delle </hi><hi rend="italic CharOverride-1">legendae</hi><hi rend="italic CharOverride-1"> novae</hi><hi rend="CharOverride-1">, i leggendari scritti da autori, perlopiù domenicani, che, </hi><hi rend="CharOverride-1">invece di limitarsi a raccogliere le vite dei santi di </hi><hi rend="CharOverride-1">cui trattano, le riscrivono completamente, riunendole in un insieme omogeneo, </hi><hi rend="CharOverride-1">attraverso un lavoro di scelta e abbreviazione. Queste nuove raccolte </hi><hi rend="CharOverride-1">avevano lo scopo sia di fornire a chi era impegnato</hi><hi rend="CharOverride-1"> nell’azione pastorale un materiale agiografico altrimenti troppo abbondante e</hi><hi rend="CharOverride-1"> disperso, sia di offrire alla lettura testi nello stesso tempo</hi><hi rend="CharOverride-1"> piacevoli e edificanti, mettendoli a disposizione di quanti, nei secoli</hi><hi rend="CharOverride-1"> precedenti, non potevano permettersi preziosi e poco maneggevoli manoscritti. I</hi><hi rend="CharOverride-1"> compilatori di questi testi raccoglievano spesso, insieme alla Vita del</hi><hi rend="CharOverride-1"> santo, destinata comunque a mantenere un posto centrale, un materiale</hi><hi rend="CharOverride-1"> ulteriore composto dagli </hi><hi rend="italic CharOverride-1">exempla</hi><hi rend="CharOverride-1">, dai detti o dalle traslazioni, </hi><hi rend="CharOverride-1">intervenendo talvolta per sistematizzare o armonizzare tradizioni in contrasto tra </hi><hi rend="CharOverride-1">loro. </hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">A questa ricchezza di fonti scritte corrisponde anche una </hi><hi rend="CharOverride-1">vivace fortuna iconografica che crea un filone importante nell’arte </hi><hi rend="CharOverride-1">italiana di Tre e Quattrocento, grazie a un consistente </hi><hi rend="italic CharOverride-1">corpus</hi><hi rend="CharOverride-1"> </hi><hi rend="CharOverride-1">di dipinti su tavola e affreschi (Malquori 2012 e </hi><hi rend="italic CharOverride-1">Atlante </hi><hi rend="CharOverride-1">2013). Si tratta di rappresentazioni di diverso tipo: cicli dedicati</hi><hi rend="CharOverride-1"> alla vita dei più importanti santi eremiti, come Antonio abate,</hi><hi rend="CharOverride-1"> Paolo primo eremita, Onofrio e Pafnuzio, oppure le ‘T</hi><hi rend="CharOverride-1">ebaidi’, più propriamente dette, in cui spesso, per la</hi><hi rend="CharOverride-1"> destinazione di queste opere, si assiste a una progressiva sovrapposizione</hi><hi rend="CharOverride-1"> di scene di tipo eremitico e monastico. Con il </hi><hi rend="CharOverride-1">nome di Tebaidi, i critici si riferiscono a un gruppo </hi><hi rend="CharOverride-1">di dipinti che hanno il loro prototipo ideale nel grande </hi><hi rend="CharOverride-1">affresco trecentesco di Bonamico Buffalmacco con le vicende degli anacoreti </hi><hi rend="CharOverride-1">nel Camposanto di Pisa; a partire da questo esempio eccellente</hi><hi rend="CharOverride-1"> in Toscana, tra il primo quarto del Quattrocento sino alla</hi><hi rend="CharOverride-1"> fine del terzo quarto del secolo, si assiste a una</hi><hi rend="CharOverride-1"> variegata produzione sul tema di dipinti che perpetuano e insieme</hi><hi rend="CharOverride-1"> innovano profondamente l’immagine dei padri del deserto. In tutte</hi><hi rend="CharOverride-1"> queste rappresentazioni gli anacoreti sono visti, sostanzialmente, in tre diverse</hi><hi rend="CharOverride-1"> occupazioni: assorti in preghiera o in pratiche devozionali, intenti a</hi><hi rend="CharOverride-1"> resistere alle tentazioni demoniache, oppure attivi in lavori manuali. Nell</hi><hi rend="CharOverride-1">a tradizione figurativa delle Tebaidi, il lavoro si presenta sostanzialmente </hi><hi rend="CharOverride-1">sotto diverse forme, spesso tra loro sovrapponibili e derivanti dal </hi><hi rend="CharOverride-1">prototipo della </hi><hi rend="italic CharOverride-1">Vita Antonii</hi><hi rend="CharOverride-1">: mezzo di sostentamento per gli anacoreti,</hi><hi rend="CharOverride-1"> tentativo di resistere, attraverso l’attività manuale, alle tentazioni, </hi><hi rend="CharOverride-1">e, infine, operazioni per rendere abitabile e coltivabile un territorio </hi><hi rend="CharOverride-1">ostile come il deserto. </hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Il prototipo di queste raffigurazioni, come </hi><hi rend="CharOverride-1">dicevamo, è l’affresco con le </hi><hi rend="italic CharOverride-1">Storie degli Anacoreti</hi><hi rend="CharOverride-1"> del</hi><hi rend="CharOverride-1"> Camposanto di Pisa. Eseguita tra il 1336 e il</hi><hi rend="CharOverride-1"> 1342, e dopo gli studi di Bellosi (1974) ormai </hi><hi rend="CharOverride-1">attribuito con sicurezza al pittore fiorentino Bonamico Buffalmacco, la Tebaide</hi><hi rend="CharOverride-1"> pisana nasce, insieme alle storie del Camposanto (il </hi><hi rend="italic CharOverride-1">Trionfo della</hi><hi rend="italic CharOverride-1"> morte</hi><hi rend="CharOverride-1"> e il </hi><hi rend="italic CharOverride-1">Giudizio universale</hi><hi rend="CharOverride-1">) in seno ai temi della</hi><hi rend="CharOverride-1"> predicazione domenicana di quegli anni, una ‘messa in </hi><hi rend="CharOverride-1">scena’ per immagini delle storie dei Padri del deserto. </hi><hi rend="CharOverride-1">Lo scopo della raffigurazione è chiaro: le gesta, tra </hi><hi rend="CharOverride-1">il mitico e il favoloso, dei primi eremiti nelle solitudini </hi><hi rend="CharOverride-1">del deserto egiziano forniscono, tramite racconti edificanti sui protagonisti, gli</hi><hi rend="CharOverride-1"> esempi di una vita perfetta fatta di preghiera e lavoro</hi><hi rend="CharOverride-1"> a cui ogni buon cristiano deve uniformare la propria esistenz</hi><hi rend="CharOverride-1">a (Malquori 2012, 77-91). Le </hi><hi rend="italic CharOverride-1">Storie degli anacoreti</hi><hi rend="CharOverride-1"> si organizzano</hi><hi rend="CharOverride-1"> su tre registri sovrapposti, opportunamente divisi da gruppi di </hi><hi rend="CharOverride-1">rocce e palme che servono a pausare la lettura della </hi><hi rend="CharOverride-1">vasta composizione: Paolo e Antonio, Maria Egiziaca, Pafnuzio e </hi><hi rend="CharOverride-1">Onofrio, Marina vergine, il monaco istigato alla lussuria da Alessandra</hi><hi rend="CharOverride-1"> e molti altri. Intorno a questi eremiti più famosi </hi><hi rend="CharOverride-1">si muovono, in un paesaggio non più ostile ma coltivabile </hi><hi rend="CharOverride-1">e addomesticabile, una folla di asceti senza nome: le loro </hi><hi rend="CharOverride-1">attività lavorative sono un esempio per i visitatori del Camposanto </hi><hi rend="CharOverride-1">pisano che devono trovare in questi modelli, esempi pratici di</hi><hi rend="CharOverride-1"> condotta cristiana. Così nella parte inferiore dell’affresco si </hi><hi rend="CharOverride-1">trovano scene di anacoreti anonimi: il monaco che conduce </hi><hi rend="CharOverride-1">l’asino carico di sacchi verso la città, probabilmente allo </hi><hi rend="CharOverride-1">scopo di scambiare al mercato quello che ha prodotto, l</hi><hi rend="CharOverride-1">’eremita che pesca nel Nilo con le reti, quello </hi><hi rend="CharOverride-1">con una scure che sta tagliando un albero, quelli</hi><hi rend="CharOverride-1"> che intagliano cucchiai e attendono a piccole produzioni artigianali. Queste</hi><hi rend="CharOverride-1"> scene, non racconti occasionali del rapporto tra uomo e natura</hi><hi rend="CharOverride-1"> nel deserto addomesticato dei primi secoli cristiani, si configurano come</hi><hi rend="CharOverride-1"> veri e propri temi figurativi dedicati al mondo del lavoro</hi><hi rend="CharOverride-1">: la rappresentazione delle attività che, sconfiggendo l’ozio, permettono </hi><hi rend="CharOverride-1">l’ascesi, torna in modo costante in queste raffigurazioni, </hi><hi rend="CharOverride-1">che conoscono una singolare fortuna nella Toscana tra Trecento e </hi><hi rend="CharOverride-1">Quattrocento. </hi></p><p rend="h2" ><hi>3. Osservare il lavoro: la ‘Tebaide Laclotte’</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Se</hi><hi rend="CharOverride-1"> è impossibile, in questa sede, ripercorre la fortuna delle rappresentazioni</hi><hi rend="CharOverride-1"> di Tebaidi nell’arte toscana del Quattrocento, si può, per</hi><hi rend="CharOverride-1"> chiudere, citare un esempio illustre ed enigmatico, che testimonia </hi><hi rend="CharOverride-1">il significato di queste rappresentazioni e il ruolo in esse</hi><hi rend="CharOverride-1"> giocato dal tema del lavoro, esempio pratico e morale </hi><hi rend="CharOverride-1">di vita cristiana. La cosiddetta ‘Tebaide Laclotte’ è una</hi><hi rend="CharOverride-1"> sorta di puzzle, ricostruito a partire dagli studi di Anne</hi><hi rend="CharOverride-1"> Leader</hi><hi rend="CharOverride-1"> </hi><hi rend="CharOverride-1">(2011) e Michel Laclotte (2008) da cinque diversi frammenti,</hi><hi rend="CharOverride-1"> attribuito convincentemente a Beato Angelico e databile tra il 1430</hi><hi rend="CharOverride-1"> e il 1435</hi><hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi><ref target="OP08885_int_online_chapter_52_305-315.html#footnote-000">1</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">. </hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Molti sono</hi><hi rend="CharOverride-1"> ancora i punti oscuri di quest’opera, legati soprattutto </hi><hi rend="CharOverride-1">all’iconografia delle scene, all’identità di alcuni santi raffigurati, </hi><hi rend="CharOverride-1">e soprattutto alla provenienza, collocazione e funzione del dipinto</hi><hi rend="CharOverride-1"> (</hi><hi rend="italic CharOverride-1">Atlante</hi><hi rend="CharOverride-1"> 2013, 105-11). Immaginando il dipinto prima della divisi</hi><hi rend="CharOverride-1">one in frammenti e della perdita di quello superiore, si</hi><hi rend="CharOverride-1"> tratta di una tavola in cui ai lati si trovano</hi><hi rend="CharOverride-1"> quattro santi, di dimensioni molto maggiori, raffigurati a destra e</hi><hi rend="CharOverride-1"> a sinistra di un paesaggio centrale con un golfo affacciato</hi><hi rend="CharOverride-1"> su un paesaggio marino, in un complesso gioco di prospettiv</hi><hi rend="CharOverride-1">e ribaltate. La comprensione del dipinto parte dalla difficile identificazione</hi><hi rend="CharOverride-1"> dei santi raffigurati ai quattro angoli. In alto a</hi><hi rend="CharOverride-1"> destra Girolamo, inginocchiato in preghiera, che si percuote il </hi><hi rend="CharOverride-1">petto con una pietra. Nell’angolo inferiore destro si trova </hi><hi rend="CharOverride-1">la scena di più difficile identificazione, e insieme, quella in </hi><hi rend="CharOverride-1">cui forse è contenuta la chiave interpretativa del dipinto. Su </hi><hi rend="CharOverride-1">due scranni molto diversi siedono due figure, di cui una </hi><hi rend="CharOverride-1">nimbata: stanno discutendo di un tema che evidentemente turba il </hi><hi rend="CharOverride-1">santo, che appoggia la mano al viso, ma soprattutto stanno </hi><hi rend="CharOverride-1">guardando verso il paesaggio popolato di figure del centro della </hi><hi rend="CharOverride-1">tavola. Una spia per l’identificazione dei personaggi è data </hi><hi rend="CharOverride-1">dai due copricapi: sul ponticello che attraversa il fiume è </hi><hi rend="CharOverride-1">appoggiato un rosso cappello cardinalizio, mentre accanto al personaggio non </hi><hi rend="CharOverride-1">nimbato è una tiara di elaborata architettura. Si può ipotizzare </hi><hi rend="CharOverride-1">dunque che la scena raffiguri un giovane cardinale ritirato all’</hi><hi rend="CharOverride-1">esterno di una città, nell’atto di rifiutare – come </hi><hi rend="CharOverride-1">indica l’espressione turbata – la tiara pontificale portatagli da </hi><hi rend="CharOverride-1">un giovane messaggero: forse Gregorio Magno, che dedicò ampio spazio, </hi><hi rend="CharOverride-1">nei suoi testi, alla descrizione della vita eremitica, oppure Celestino </hi><hi rend="CharOverride-1">V, celebre per il suo rifiuto. A sinistra sono invece </hi><hi rend="CharOverride-1">un santo, riccamente abbigliato, che impedisce l’entrata in una </hi><hi rend="CharOverride-1">chiesa a un re o un imperatore, probabilmente Ottone III </hi><hi rend="CharOverride-1">a cui san Romualdo vieta l’entrata in chiesa, o </hi><hi rend="CharOverride-1">Teodosio, reo del massacro di Tessalonica, con Ambrogio. Infine, al </hi><hi rend="CharOverride-1">di sotto, ai piedi della collina rocciosa, sant’Agostino prende </hi><hi rend="CharOverride-1">la testa tra le mani in segno di profondo scoramento, </hi><hi rend="CharOverride-1">mentre un’altra figura, senza aureola, esprime identici sentimenti in </hi><hi rend="CharOverride-1">secondo piano: forse l’episodio della conversione di Agostino, o </hi><hi rend="CharOverride-1">il momento di disperazione che segue il furto delle pere, </hi><hi rend="CharOverride-1">come sembrerebbero indicare gli alberi. Quella più rilevante per </hi><hi rend="CharOverride-1">noi, ai fini della nostra indagine sul mondo del lavoro, </hi><hi rend="CharOverride-1">è la scena centrale, con figurine che si muovono in </hi><hi rend="CharOverride-1">un luogo aperto, intente a varie attività. In un</hi><hi rend="CharOverride-1"> paesaggio dai contorni complessi, una sorta di valle a bordo</hi><hi rend="CharOverride-1"> del mare, che evoca immediatamente le Tebaidi dipinte a Firenze</hi><hi rend="CharOverride-1"> all’inizio del XV secolo, vi sono eremiti o piuttosto</hi><hi rend="CharOverride-1"> monaci, intenti a varie attività: alcuni sono assorti in raccoglimento</hi><hi rend="CharOverride-1"> e preghiera, altri sullo sfondo sono tentati dal demonio </hi><hi rend="CharOverride-1">in forma di donna o di essere mostruoso, un altro</hi><hi rend="CharOverride-1"> ancora indica a dei viandanti laici l’ineluttabilità della morte</hi><hi rend="CharOverride-1"> mostrando loro alcune tombe, nell’incontro dei tre vivi e</hi><hi rend="CharOverride-1"> dei tre morti che ha la sua origine negli affreschi</hi><hi rend="CharOverride-1"> del Camposanto pisano. In primo piano sono le scene </hi><hi rend="CharOverride-1">dedicate al lavoro dei campi, organizzate intorno a un convento </hi><hi rend="CharOverride-1">descritto minuziosamente, con l’ampia chiesa con abside tripartita e </hi><hi rend="CharOverride-1">il vasto chiostro porticato, che pare quasi suggerire l’idea </hi><hi rend="CharOverride-1">che si tratti di un sito realmente esistente e identificabile. </hi><hi rend="CharOverride-1">Secondo quelli che potremmo chiamare temi figurativi, derivanti dalle Tebaidi </hi><hi rend="CharOverride-1">più antiche, un monaco innaffia l’albero, un altro raccoglie </hi><hi rend="CharOverride-1">l’acqua, mentre un asino trasporta il prodotto del lavoro </hi><hi rend="CharOverride-1">dei campi. </hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Il dipinto, con la sua complessa iconografia, sembra </hi><hi rend="CharOverride-1">così un’immagine destinata a illustrare l’eremitismo e il </hi><hi rend="CharOverride-1">cenobitismo, in una sorta di virtuosa concorrenza tra i due </hi><hi rend="CharOverride-1">modelli, e a suggerire le diverse caratteristiche della vita attiva </hi><hi rend="CharOverride-1">e contemplativa, nel contesto di un rilancio della vita monastica</hi><hi rend="CharOverride-1"> nell’Italia del XV secolo. In questa complessa invenzione, che</hi><hi rend="CharOverride-1"> nella Firenze degli anni Trenta del Quattrocento, doveva trovare un</hi><hi rend="CharOverride-1"> terreno fertilissimo, il lavoro di monaci e anacoreti della </hi><hi rend="CharOverride-1">scena centrale gioca un ruolo fondamentale, esempio pratico di una</hi><hi rend="CharOverride-1"> condotta di vita cristiana in cui le attività nei campi</hi><hi rend="CharOverride-1"> sono il modo migliore per resistere alle tentazioni demoniche e</hi><hi rend="CharOverride-1"> insieme modello concreto di vita cristiana per i santi </hi><hi rend="CharOverride-1">raffigurati ai margini della tavola. La condotta dei monaci e </hi><hi rend="CharOverride-1">degli eremiti ha nobilitato il tema del lavoro, della produzione </hi><hi rend="CharOverride-1">agricola e della vita nei campi come modo migliore per </hi><hi rend="CharOverride-1">assurgere alla santità. </hi></p><p rend="h2 ParaOverride-2" ><hi>Riferimenti bibliografici</hi></p><p rend="bib_indx_bib" ><hi rend="CharOverride-1">Atanasio. 2015. </hi><hi rend="italic CharOverride-1">Vita di Antonio</hi><hi rend="CharOverride-1">, introduzione, traduzione </hi><hi rend="CharOverride-1">e commento a cura di Davide Baldi. Roma: Città Nuova </hi><hi rend="CharOverride-1">editrice. </hi></p><p rend="bib_indx_bib" ><hi rend="CharOverride-1">Bellosi, Luciano. 1974. </hi><hi rend="italic CharOverride-1">Buffalmacco e il trionfo della morte</hi><hi rend="CharOverride-1">. Torino: Einaudi.</hi></p><p rend="bib_indx_bib" ><hi rend="CharOverride-1">Fenelli, Laura. 2011. </hi><hi rend="italic CharOverride-1">Dall’eremo alla stalla. 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					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-2"><ref target="OP08885_int_online_chapter_52_305-315.html#footnote-000-backlink">1</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	Si veda la ricostruzione della </hi><hi rend="italic CharOverride-1">Tebaide</hi><hi rend="CharOverride-1"> di Beato Angelico e bottega, 1430-1435. Da Laclotte 2008, 194-95. &lt;</hi><ref target="0"><hi rend="CharOverride-1">https://quellidelmuseodisanmarco.files.wordpress.com/2014/11/angelico_reconstitution.jpg</hi></ref><hi rend="CharOverride-1">&gt;.</hi></p></item>
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