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        <title type="main" level="a">La rappresentazione del lavoro nella letteratura medievale</title>
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            <forename>Luca</forename>
            <surname>Ughetti</surname>
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          <resp>This is a section of <title>Idee di lavoro e di ozio per la nostra civiltà</title>(DOI: <idno type="DOI">10.36253/979-12-215-0319-7</idno>) by </resp>
          <name>Giovanni Mari, Francesco Ammannati, Brogi Stefano, Tiziana Faitini, Arianna Fermani, Francesco Seghezzi, Annalisa Tonarelli</name>
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        <publisher>Firenze University Press</publisher>
        <pubPlace>Florence</pubPlace>
        <date when="2024">2024</date>
        <idno type="DOI">https://doi.org/10.36253/979-12-215-0319-7.40</idno>
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          <p>Available for academic research purposes</p>
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          <p>Copyright Author(s)</p>
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        <p>This is original content, published for academic research purposes</p>
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        <p>This study examines how translations and novellas shaped representations of work in medieval literature, particularly in 13th- and 14th-century Tuscany. Translations opened access to everyday commercial life through the lexicons of urban professions, which were often included organically in expositions of the time. The novellas, on the other hand, offered an image of working activity that was effective primarily on the connotative level, as in the case of Boccaccio’s Decameron. Representations of work evolved over time: through translations and novellas, we can see how the profession of the lavorante – the worker employed in workshops – takes on an increasing large space in 14th-century literature. To this end, attention is turned to the Florentine text of Iacopo da Varazze’s Legenda Aurea and Franco Sacchetti’s Trecento Novelle.</p>
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            <item>Decameron</item>
            <item>Medieval Literature</item>
            <item>Translation Studies</item>
            <item>Wage Earner</item>
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      <p>It is available online at https://doi.org/10.36253/979-12-215-0319-7.40<ref target="https://doi.org/10.36253/979-12-215-0319-7.40" /></p>
      
      <p rend="h1_chapter">La rappresentazione del lavoro nella letteratura medievale</p><p rend="h1_author ParaOverride-1" ><hi rend="CharOverride-1">Luca Ughetti</hi></p><p rend="h2" ><hi>1. Introduzione </hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">«Pangur Bán and I at work» (Heaney 2006). Si apre </hi><hi rend="CharOverride-1">così una delle prime e più celebri liriche in antico </hi><hi rend="CharOverride-1">gaelico che un monaco anonimo scrive ai margini di un </hi><hi rend="CharOverride-1">commento a Virgilio. Il testo racconta il faticoso lavoro quotidiano </hi><hi rend="CharOverride-1">dell’autore e del suo gatto, indaffarati ciascuno nelle proprie </hi><hi rend="CharOverride-1">mansioni, la scrittura e la caccia di piccoli animali. Ma </hi><hi rend="CharOverride-1">l’attività del gatto in realtà è ben più versatile. </hi><hi rend="CharOverride-1">Il termine gaelico Pangur Bán significa infatti «bianco follatore»,</hi><hi rend="CharOverride-1"> l’artigiano che nel ciclo produttivo della lana si occupa</hi><hi rend="CharOverride-1"> di compattare il tessuto attraverso lo sfregamento e la battitura.</hi><hi rend="CharOverride-1"> Il lavoro del monaco e del suo bianco follatore: il</hi><hi rend="CharOverride-1"> fascino che la lirica ancora oggi esercita si deve in</hi><hi rend="CharOverride-1"> parte proprio a questo paragone tra le fatiche dell’artigiano</hi><hi rend="CharOverride-1"> e la tranquilla lisciatura che il gatto dedica al suo</hi><hi rend="CharOverride-1"> pelo. </hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Le rappresentazioni del lavoro, come una delle principali attività</hi><hi rend="CharOverride-1"> umane e origine di identità individuale e collettiva, sono</hi><hi rend="CharOverride-1"> il risultato di elaborazioni che trasfigurano situazioni sociali ed economiche</hi><hi rend="CharOverride-1"> attraverso immagini allegoriche, scene mitologiche e riferimenti alla tradizione. </hi><hi rend="CharOverride-1">La complessità culturale che le accompagna è stata avvicinata in</hi><hi rend="CharOverride-1"> una prospettiva antropologica (Gurevič 1983) e ricondotta alle influenze</hi><hi rend="CharOverride-1"> della tradizione ellenica, romana ed ebraica sul pensiero medievale (</hi><hi rend="CharOverride-1">Le Goff 1991). Quando viene considerato in relazione ai linguaggi</hi><hi rend="CharOverride-1"> economici (Todeschini 2021; 2019; Arnoux 2012; 2011; et al.),</hi><hi rend="CharOverride-1"> il lavoro appare come una realtà che trova una sua</hi><hi rend="CharOverride-1"> formulazione discorsiva nella società e che è in evoluzione rispetto</hi><hi rend="CharOverride-1"> ai mutamenti politici ed economici. Da qui deriva l’approccio</hi><hi rend="CharOverride-1"> sviluppato in queste pagine e rivolto in particolare alle </hi><hi rend="CharOverride-1">professioni tra il Duecento e il Trecento italiano.</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">La novellistica </hi><hi rend="CharOverride-1">e la traduzione sono prese in esame nella loro capacità</hi><hi rend="CharOverride-1"> di dare origine a particolari rappresentazioni dell’attività professionale e</hi><hi rend="CharOverride-1"> sono al centro delle tre sezioni successive. La prima </hi><hi rend="CharOverride-1">riguarda la pratica di traduzione come un’occasione che si </hi><hi rend="CharOverride-1">offre, nei repertori lessicali e nei volgarizzamenti, per modellare la </hi><hi rend="CharOverride-1">lingua su una realtà delle professioni in cambiamento. La seconda </hi><hi rend="CharOverride-1">analizza il modo in cui nel </hi><hi rend="italic CharOverride-1">Decameron</hi><hi rend="CharOverride-1"> viene costruita l’</hi><hi rend="CharOverride-1">immagine del lavoro del mercante e delle seduzioni in cui</hi><hi rend="CharOverride-1"> si muove, attraverso la novella di Salabaetto e Iancofiore. </hi><hi rend="CharOverride-1">Nella terza parte trovano una sintesi le due sezioni precedenti, </hi><hi rend="CharOverride-1">che sono riprese sul piano metodologico per analizzare i due </hi><hi rend="CharOverride-1">momenti in cui la professione del lavorante compare in ambito </hi><hi rend="CharOverride-1">letterario: nel volgarizzamento fiorentino della </hi><hi rend="italic CharOverride-1">Legenda Aurea</hi><hi rend="CharOverride-1"> e nelle </hi><hi rend="italic CharOverride-1">Trecento</hi><hi rend="italic CharOverride-1"> Novelle</hi><hi rend="CharOverride-1"> di Sacchetti.</hi></p><p rend="h2" ><hi>2. Tradurre per rendere visibile: il </hi><hi>lavoro nella lessicografia e nei volgarizzamenti</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">A partire dal XI secolo</hi><hi rend="CharOverride-1">, la forma del lavoro nelle città appare più articolata</hi><hi rend="CharOverride-1"> e si riflette nel panorama urbano. Gli spazi davanti </hi><hi rend="CharOverride-1">alle botteghe iniziano a riempirsi di merci in esposizione e </hi><hi rend="CharOverride-1">gli artigiani come i cordai, i falegnami e gli spadai, </hi><hi rend="CharOverride-1">spostano la loro attività sulla strada o sotto il portico </hi><hi rend="CharOverride-1">per un agio e una luce migliori. In questo periodo</hi><hi rend="CharOverride-1"> i componimenti attraverso cui la città si presenta e </hi><hi rend="CharOverride-1">ricostruisce la propria storia, le </hi><hi rend="italic CharOverride-1">laudes civitatum</hi><hi rend="CharOverride-1">, esibiscono la crescita</hi><hi rend="CharOverride-1"> e gli attori commerciali che ne sono responsabili. Come si</hi><hi rend="CharOverride-1"> vede nei libelli celebrativi di Milano, dal </hi><hi rend="italic CharOverride-1">Libellus de situ</hi><hi rend="italic CharOverride-1"> civitatis Mediolani</hi><hi rend="CharOverride-1"> fino al </hi><hi rend="italic CharOverride-1">De magnalibus urbis mediolani</hi><hi rend="CharOverride-1"> di Bonvesin</hi><hi rend="CharOverride-1"> de la Riva, è il numero delle mansioni che si contano</hi><hi rend="CharOverride-1"> nel tessuto sociale ad offrire una misura della grandezza della</hi><hi rend="CharOverride-1"> città (Degrassi 2017; Chiesa 2009). La crescita produttiva non sfugge nemmeno agli</hi><hi rend="CharOverride-1"> osservatori nella sponda meridionale del Mediterraneo, che annotano nelle cronache</hi><hi rend="CharOverride-1"> l’abilità nelle costruzioni e nel trattare i metalli</hi><hi rend="CharOverride-1"> delle genti europee (Franceschi e Taddei 2012).</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">I riferimenti al </hi><hi rend="CharOverride-1">mondo del lavoro entrano nella produzione letteraria attraverso lo sguardo </hi><hi rend="CharOverride-1">di chi sta registrando un cambiamento sociale in atto e </hi><hi rend="CharOverride-1">nota un nuovo brulicare di persone di diverse categorie. Giovanni </hi><hi rend="CharOverride-1">di Altavilla, nel suo </hi><hi rend="italic CharOverride-1">Architrenius</hi><hi rend="CharOverride-1"> del 1185, racconta di una </hi><hi rend="CharOverride-1">Parigi ricca di prodotti e di piaceri, che rimangono però</hi><hi rend="CharOverride-1"> irraggiungibili per una fetta dei suoi abitanti, tra cui gli</hi><hi rend="CharOverride-1"> studenti. La descrizione della loro vita, condotta sotto il</hi><hi rend="CharOverride-1"> segno dell’allegoria, introduce il lettore nel mondo urbano meno</hi><hi rend="CharOverride-1"> abbiente, fatto di notti sui libri, di afflizioni e ristrettezze</hi><hi rend="CharOverride-1">. I servi al loro servizio sono malridotti e le </hi><hi rend="CharOverride-1">serve sono descritte mentre sbuffano davanti ad una povera zuppa </hi><hi rend="CharOverride-1">di cavoli, porri e cipolle (Carlucci e Marino 2019, </hi><hi rend="CharOverride-1">libri II-III). Ma è proprio alla presenza di questi studenti</hi><hi rend="CharOverride-1">, in particolare alla produzione loro rivolta, che si</hi><hi rend="CharOverride-1"> devono importanti descrizioni delle attività economiche del tempo.</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Molte informazioni</hi><hi rend="CharOverride-1"> sulla bottega dei commercianti si possono trovare nei testi didattici</hi><hi rend="CharOverride-1"> impiegati per l’insegnamento del latino (Copeland 2010; Carlin </hi><hi rend="CharOverride-1">2007), che per tutto il Medioevo forniscono una linea </hi><hi rend="CharOverride-1">di continuità di rappresentazioni ancorate alla vita quotidiana. Il </hi><hi rend="italic CharOverride-1">Colloquium</hi><hi rend="CharOverride-1"> dell’abate Aelfric propone agli studenti una serie di conversazioni</hi><hi rend="CharOverride-1"> con uomini di diverse categorie professionali che raccontano i dettagli</hi><hi rend="CharOverride-1"> della loro attività. Attraverso un dialogo fittizio con il maestro,</hi><hi rend="CharOverride-1"> corredato da glosse posteriori in antico inglese, prendono parola una</hi><hi rend="CharOverride-1"> serie di lavoratori del mondo rurale, come l’aratore, il</hi><hi rend="CharOverride-1"> pastore, il pescatore e l’uccellatore, e i rappresentanti di</hi><hi rend="CharOverride-1"> professioni artigianali, come il fabbro, l’orefice, lo scarpaio e</hi><hi rend="CharOverride-1"> il mercante (Garmonsway 1991; Lendinara 2005; Harris 2003). Da metà</hi><hi rend="CharOverride-1"> XII secolo si diffondono nella tradizione manoscritta alcune composizioni che</hi><hi rend="CharOverride-1"> fanno della ricchezza lessicografica il loro centro e che prendono</hi><hi rend="CharOverride-1"> spunto in particolare dalla scena economica urbana. Il </hi><hi rend="italic CharOverride-1">De utensilibus</hi><hi rend="CharOverride-1"> di Adam du Petit-Pont, del 1150, e il trattato</hi><hi rend="CharOverride-1"> </hi><hi rend="italic CharOverride-1">De nominibus utensilium</hi><hi rend="CharOverride-1">, scritto da Alexander Neckam intorno al </hi><hi rend="CharOverride-1">1180, sono senza dubbio quelle di maggior successo. Nello </hi><hi rend="CharOverride-1">studio del mondo del lavoro l’approccio lessicografico, che muove </hi><hi rend="CharOverride-1">da questi repertori, è stato impiegato per la definizione degli</hi><hi rend="CharOverride-1"> strumenti della tessitura (Munro 1996), per quelli dell’edilizia, </hi><hi rend="CharOverride-1">come le tegole e i mattoni (Binding 2006), o </hi><hi rend="CharOverride-1">per riconoscere le innovazioni legate alla navigazione marittima, tra </hi><hi rend="CharOverride-1">cui la prima attestazione dell’uso della bussola in Occidente</hi><hi rend="CharOverride-1"> (Paselk 2008).</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Sempre in relazione a finalità didattiche nasce il </hi><hi rend="italic CharOverride-1">Dictionarius</hi><hi rend="CharOverride-1"> di Johannes de Garlandia, composto tra il 1220 e </hi><hi rend="CharOverride-1">il 1230, che raccoglie un repertorio lessicale in latino e </hi><hi rend="CharOverride-1">lo affianca a glosse in antico francese. I lemmi compaiono </hi><hi rend="CharOverride-1">seguendo la narrazione di una passeggiata dell’autore per le </hi><hi rend="CharOverride-1">vie della città: la presenza di botteghe e dei negozianti </hi><hi rend="CharOverride-1">permette di raccogliere per quadri la vivacità dei piccoli commercianti. </hi><hi rend="CharOverride-1">Partendo dalla </hi><hi rend="italic CharOverride-1">rive gauche</hi><hi rend="CharOverride-1">, l’autore attraversa l’attività dei </hi><hi rend="CharOverride-1">conciari, dei fabbricanti di guanti, degli artigiani che modellano vasi </hi><hi rend="CharOverride-1">in cera, fornai che espongono dolci (Blatt Rubin 1981). L</hi><hi rend="CharOverride-1">’impronta lessicografica di queste raccolte, in linea con la </hi><hi rend="CharOverride-1">loro destinazione, non viene incontro naturalmente ad una descrizione esauriente </hi><hi rend="CharOverride-1">delle attività presentate. Eppure, il cambiamento in atto in queste </hi><hi rend="CharOverride-1">opere si lascia percepire dallo spazio che il lavoro e</hi><hi rend="CharOverride-1"> i lavoratori trovano nelle dinamiche culturali e letterarie. Questa</hi><hi rend="CharOverride-1"> produzione non è lontano dai discorsi di rilevanza civile,</hi><hi rend="CharOverride-1"> di ampia diffusione nel Duecento italiano, che danno strutturazione ai</hi><hi rend="CharOverride-1"> rapporti all’interno della cittadinanza: trattatistica, omiletica e produzione </hi><hi rend="CharOverride-1">normativa in cui si stabilisce per gli abitanti – e </hi><hi rend="CharOverride-1">professionisti – della città l’appartenenza o meno alla comunità </hi><hi rend="CharOverride-1">dei cittadini (Todeschini 2002). </hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Seguendo la linea di discorsi</hi><hi rend="CharOverride-1"> di rilevanza civica, la pratica traduttiva è al centro di</hi><hi rend="CharOverride-1"> un altro momento nella letteratura medievale in cui il </hi><hi rend="CharOverride-1">lavoro fa la sua comparsa nell’ambiente comunale del secondo</hi><hi rend="CharOverride-1"> Duecento. Diversamente dalla traduzione lessicale, che trova la </hi><hi rend="CharOverride-1">sua giustificazione nell’insegnamento del latino, il volgarizzamento è parte</hi><hi rend="CharOverride-1"> di un progetto consapevole di apertura culturale. La presenza</hi><hi rend="CharOverride-1"> dei lavoratori appare come l’effetto di questa estensione: </hi><hi rend="CharOverride-1">quando non sono presenti esplicitamente tra le righe, sono i</hi><hi rend="CharOverride-1"> principali destinatari delle opere. Il modo del lavoro si</hi><hi rend="CharOverride-1"> manifesta non tanto con l’esplicita presenza di artigiani o</hi><hi rend="CharOverride-1"> professionisti, ma con la creazione di un sistema discorsivo </hi><hi rend="CharOverride-1">che li comprende, per esempio con il passaggio da una</hi><hi rend="CharOverride-1"> rete di valori di impronta cortese ad un sistema che</hi><hi rend="CharOverride-1"> include sensibilità del mondo mercantile (Montefusco 2017). Questa è l</hi><hi rend="CharOverride-1">’evoluzione della virtù della larghezza, che Brunetto Latini adatta </hi><hi rend="CharOverride-1">ad un meccanismo di circolazione rapida della ricchezza.</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">In sintonia con</hi><hi rend="CharOverride-1"> i cambiamenti che avvengono in ambito politico e istituzionale, anche</hi><hi rend="CharOverride-1"> la produzione oratoria è concepita a sostegno di una pratica</hi><hi rend="CharOverride-1"> civica nel contesto comunale, mostrando una certa apertura</hi><hi rend="CharOverride-1"> a nuove fasce di popolazione. Questo processo è stato riscontrato</hi><hi rend="CharOverride-1"> in Toscana in anticipo sulla regione europea, in ragione </hi><hi rend="CharOverride-1">di «un intreccio strettissimo tra cambiamenti istituzionali, sviluppo economico e </hi><hi rend="CharOverride-1">pratica del tradurre» (Montefusco 2021, 4). Un precedente si può </hi><hi rend="CharOverride-1">trovare nell’ambiente universitario di Bologna, con i </hi><hi rend="italic CharOverride-1">Dictamina Rethorica</hi><hi rend="CharOverride-1"> </hi><hi rend="CharOverride-1">di Guido Faba, composti tra il 1226 e 1228, che</hi><hi rend="CharOverride-1"> presentano modelli di incipit epistolare tenendo insieme diverse categorie sociali</hi><hi rend="CharOverride-1"> come i chierici, i mercanti e i barbieri. Tra </hi><hi rend="CharOverride-1">gli esempi si ritrova la lettera che un cambiavalute di </hi><hi rend="CharOverride-1">Bologna scrive al suo collega di Modena: </hi></p><p rend="quotation_b" ><hi rend="CharOverride-1">La vostra esperienza</hi><hi rend="CharOverride-1"> conosce bene come non possiamo esercitare il cambio se non</hi><hi rend="CharOverride-1"> abbiamo moneta in metallo: dato che la nostra non basta,</hi><hi rend="CharOverride-1"> abbiamo preso quella di altri in prestito. Facciamo quindi appello alla</hi><hi rend="CharOverride-1"> vostra amicizia, perché ci inviate attraverso un mandante sicuro il</hi><hi rend="CharOverride-1"> denaro che vi prestammo nella fiera presso il Reno, così</hi><hi rend="CharOverride-1"> che in in altra occasione saremo tenuti a ricambiare alla vostra</hi><hi rend="CharOverride-1"> benevolenza (trad. da Gaudenzi 1892, 110).</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">L’eloquenza della</hi><hi rend="CharOverride-1"> lettera difficilmente si può ritenere rappresentativa di una reale </hi><hi rend="CharOverride-1">corrispondenza tra cambiavalute, l’interesse di questa produzione è piuttosto</hi><hi rend="CharOverride-1"> da situare sul piano socio-culturale. L’inclusione delle categorie professionali</hi><hi rend="CharOverride-1"> nella raccolta dà una rappresentazione unificata della città sotto l</hi><hi rend="CharOverride-1">’ala dell’</hi><hi rend="italic CharOverride-1">ars dictaminis</hi><hi rend="CharOverride-1">. In questo contesto, l’attenzione </hi><hi rend="CharOverride-1">che il mondo delle professioni riceve in ambito letterario è </hi><hi rend="CharOverride-1">l’esito di un atteggiamento culturale consapevole e programmatico, che</hi><hi rend="CharOverride-1"> vediamo solo </hi><hi rend="italic CharOverride-1">in nuce </hi><hi rend="CharOverride-1">negli anni di Guido Faba. </hi><hi rend="CharOverride-1">Quando questa elaborazione trova poi nella lingua volgare uno</hi><hi rend="CharOverride-1"> dei cardini, decenni dopo, si assiste alla formazione di nuove</hi><hi rend="CharOverride-1"> possibilità di parlare di economia e del mondo del lavoro</hi><hi rend="CharOverride-1"> anche in un contesto poetico (Steinberg 2007).</hi></p><p rend="h2" ><hi>3. Le</hi><hi> professioni urbane nel </hi><hi rend="italic">Decameron</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">La ricercata immediatezza tipica del </hi><hi rend="italic CharOverride-1">Decameron</hi><hi rend="CharOverride-1">,</hi><hi rend="CharOverride-1"> caratteristica del genere della novellistica, ha dato occasionalmente l’</hi><hi rend="CharOverride-1">impressione al lettore di trovarsi di fronte ad una trasposizione </hi><hi rend="CharOverride-1">su pagina della vita quotidiana. Alla ricchezza degli affreschi si </hi><hi rend="CharOverride-1">sono appoggiate le ricerche di impronta storica che hanno messo</hi><hi rend="CharOverride-1"> in evidenza le professioni e le componenti sociali dell’</hi><hi rend="CharOverride-1">opera: un recente bilancio storiografico è di Giovanni Cherubini (</hi><hi rend="CharOverride-1">2014), che percorre i propri studi basati sui novellieri </hi><hi rend="CharOverride-1">toscani e ricorda le principali tendenze rivolte al mondo rurale, </hi><hi rend="CharOverride-1">all’artigianato urbano e al commercio internazionale (Grohmann 2011; </hi><hi rend="CharOverride-1">Piccinni e Tavaini 2003). La professione che senza dubbio </hi><hi rend="CharOverride-1">risalta nelle pagine di Boccaccio è quella del mercante, sulla </hi><hi rend="CharOverride-1">cui presenza nel testo e nell’ambiente di circolazione ha </hi><hi rend="CharOverride-1">scritto celebri pagine Vittore Branca (1956). Anche se la </hi><hi rend="CharOverride-1">critica ha esteso le sue attenzioni oltre al mondo degli</hi><hi rend="CharOverride-1"> operatori commerciali – del resto la stessa metafora dell’epopea</hi><hi rend="CharOverride-1"> era per Branca «soprattutto un contenitore» (Segre 2005, 604)</hi><hi rend="CharOverride-1"> –, sono loro i protagonisti di importanti affreschi di </hi><hi rend="CharOverride-1">attività lavorativa nell’opera. Si presta così alla nostra analisi</hi><hi rend="CharOverride-1"> una novella in particolare, quella di Salabaetto e Iancofiore (</hi><hi rend="CharOverride-1">VIII, 10): l’unica in cui il mondo dei </hi><hi rend="CharOverride-1">mercanti entra come fattore costitutivo nelle vicende (Quondam 2013, </hi><hi rend="CharOverride-1">1734).</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">La novella è divisa in due parti, la prima </hi><hi rend="CharOverride-1">basata sulla beffa della donna Iancofiore al mercante Salabaetto e</hi><hi rend="CharOverride-1"> la seconda sulla contro-beffa di Salabaetto. Entrambi gli stratagemmi si</hi><hi rend="CharOverride-1"> appoggiano sui dispositivi creditizi e sul puntuale funzionamento della</hi><hi rend="CharOverride-1"> dogana di Palermo, di cui Boccaccio fornisce la prima </hi><hi rend="CharOverride-1">descrizione e che risulta fondamentale allo sviluppo narrativo. Il registro</hi><hi rend="CharOverride-1"> pubblico della dogana, dove si annotano i beni trasportati d</hi><hi rend="CharOverride-1">a ciascun mercante e quindi la sua ricchezza, offre le </hi><hi rend="CharOverride-1">necessarie informazioni alla donna per scegliere il bersaglio della truffa.</hi><hi rend="CharOverride-1"> Nel momento poi della contro-beffa, la stessa legge che </hi><hi rend="CharOverride-1">impone la pubblicità delle merci è sfruttata da Salabaetto come </hi><hi rend="CharOverride-1">esca per catturare l’attenzione della frodatrice. Il mercante immaga</hi><hi rend="CharOverride-1">zzina i prodotti e impedisce a chiunque di accedere ai </hi><hi rend="CharOverride-1">locali, tranne all’esecutore che deve garantire il valore. </hi><hi rend="CharOverride-1">Così con un trucco mercantesco Salabaetto riesce a far passare </hi><hi rend="CharOverride-1">il prodotto scadente per buono, dichiarando vasi di olio dei </hi><hi rend="CharOverride-1">recipienti che contengono sotto la superficie solo acqua. Ma la</hi><hi rend="CharOverride-1"> novella, rilevante certamente nell’offrire un’immagine dinamica della professione</hi><hi rend="CharOverride-1"> del mercante, lo è soprattutto perché mette in campo una</hi><hi rend="CharOverride-1"> serie di scelte stilistiche e lessicali che lasciano intravedere l</hi><hi rend="CharOverride-1">’idea del mercante nelle fantasie del mondo comunale.</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Il mercante</hi><hi rend="CharOverride-1"> emerge dalla quotidianità di scambi modesti e di oculate scelte</hi><hi rend="CharOverride-1"> di vita attraverso la dedizione ad un intenso lavoro </hi><hi rend="CharOverride-1">commerciale che gli consente di abbandonarsi ai piaceri. Il mondo</hi><hi rend="CharOverride-1"> pulsionale in cui è preso fa da contrappunto a quell</hi><hi rend="CharOverride-1">’immagine della razionalità del mercante che circolava in altri </hi><hi rend="CharOverride-1">ambienti e in altre opere, soprattutto teologiche. Salabaetto cede</hi><hi rend="CharOverride-1"> a queste seduzioni, ma non è la sola vittima: il</hi><hi rend="CharOverride-1"> narratore precisa che le «femine del corpo bellissime ma nemiche</hi><hi rend="CharOverride-1"> dell’onestà», accostate alle sirene e all’isola di</hi><hi rend="CharOverride-1"> Circe (Morosini 2020, 225-42), ingannano sistematicamente i mercanti «e già</hi><hi rend="CharOverride-1"> molti ve n’hanno tratti, a’ quali buona parte </hi><hi rend="CharOverride-1">della loro mercatantia hanno delle mani tratta» (Branca 1976, 574).</hi><hi rend="CharOverride-1"> La contiguità tra il commercio di lungo raggio e le</hi><hi rend="CharOverride-1"> dolcezze dell’approdo viene segnalata da Boccaccio attraverso l’impiego</hi><hi rend="CharOverride-1"> di lessici provenienti dalla lingua araba, che si concentrano</hi><hi rend="CharOverride-1"> appunto nell’area semantica del porto e dei piaceri esotici</hi><hi rend="CharOverride-1">. Alla prima fanno capo il «fondaco», «sensale»</hi><hi rend="CharOverride-1">, «magazzino», «dogana» e il derivato «doganiere»</hi><hi rend="CharOverride-1">. Alla seconda rimanda la scena del bagno, con «</hi><hi rend="CharOverride-1">arancio», «gelsomino», «nanfa» (acqua profumata) e «</hi><hi rend="CharOverride-1">bucherame», dalla città Buhārā del Turkestan per indicare un </hi><hi rend="CharOverride-1">tipo di bisso o tessuto pregiato (Franceschini 2013, 120-22). E </hi><hi rend="CharOverride-1">sulla stessa linea è la menzione dell’hammām musulmano, </hi><hi rend="CharOverride-1">chiamato semplicemente «bagno», che tuttavia rappresenta un’importante inserzione della </hi><hi rend="CharOverride-1">seduzione esotica. </hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Tutto questo dà efficacia connotativa ad una novella </hi><hi rend="CharOverride-1">che i lettori non relegavano affatto a finzione letteraria. Il </hi><hi rend="italic CharOverride-1">Decameron</hi><hi rend="CharOverride-1"> parlava soprattutto ad un pubblico di metà Trecento che </hi><hi rend="CharOverride-1">poteva riconoscere l’importante famiglia priorile da cui proviene il </hi><hi rend="CharOverride-1">mercante Salabaetto, identificato in Niccolò da Cignano, oppure</hi><hi rend="CharOverride-1"> che aveva sentito parlare di Pietro Canigiani della compagnia Accia</hi><hi rend="CharOverride-1">iuoli, che aveva esercitato cariche politiche nella Corte angioina </hi><hi rend="CharOverride-1">e nella Repubblica fiorentina (Branca 1975, 172). È stato</hi><hi rend="CharOverride-1"> proposto che anche Iancofiore, riconosciuta nella figlia di un </hi><hi rend="CharOverride-1">barbiere, fosse una figura realmente esistita (Trasselli 1965). Boccaccio insomma</hi><hi rend="CharOverride-1"> fa leva sul forte realismo delle novelle e crea una</hi><hi rend="CharOverride-1"> rappresentazione storicamente rilevantissima soprattutto per capire il modo in cui</hi><hi rend="CharOverride-1"> la mercatura era immaginata nel contesto di Firenze. Viene </hi><hi rend="CharOverride-1">evocata una realtà fatta di magnifiche seduzioni che possono certamente</hi><hi rend="CharOverride-1"> rivelarsi pericolose ed intaccare la riuscita del commercio, ma</hi><hi rend="CharOverride-1"> che non di meno fanno parte integrante del modo in</hi><hi rend="CharOverride-1"> cui nel pieno Trecento appare il lavoro del mercante.</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Lo </hi><hi rend="CharOverride-1">scenario sociale che si trova davanti il lettore del </hi><hi rend="italic CharOverride-1">De</hi><hi rend="italic CharOverride-1">cameron</hi><hi rend="CharOverride-1"> è piuttosto vasto, anche considerando i soli protagonisti delle</hi><hi rend="CharOverride-1"> trame. Guardando al mondo del lavoro di bottega o </hi><hi rend="CharOverride-1">salariato, si registra un servo di stalla dei re longobardi</hi><hi rend="CharOverride-1"> (III 2), il garzone di bottega Lorenzo, la filatrice </hi><hi rend="CharOverride-1">Simona e il garzone di maestro lanaiuolo Pasquino, l’artigiano </hi><hi rend="CharOverride-1">Martuccio, due soldati (V 5), il fornaio Cisti, il cuoco</hi><hi rend="CharOverride-1"> Chichibio, uno stamaiuolo (VII 1), una filatrice e un </hi><hi rend="CharOverride-1">muratore (VII 2), due popolani (VII 10), un </hi><hi rend="CharOverride-1">soldato mercenario tedesco (VIII 1), Nicolosa la figlia di un </hi><hi rend="CharOverride-1">oste e Lisa figlia di uno speziale. Lo scenario si </hi><hi rend="CharOverride-1">allarga poi sensibilmente quando, seguendo il censimento di Quondam (</hi><hi rend="CharOverride-1">2013), allarghiamo lo sguardo alle comparse. Le vicende dei</hi><hi rend="CharOverride-1"> personaggi nelle novelle sono ben inserite nel mondo delle professioni</hi><hi rend="CharOverride-1">, una realtà esibita cui rimandano diverse scelte espressive (Manni</hi><hi rend="CharOverride-1"> 2003, 284-98). Uno degli esempi forse più significativi riguarda</hi><hi rend="CharOverride-1"> il lessico delle professioni impiegato nella sfera erotica, come</hi><hi rend="CharOverride-1"> «macinare» o «lavorare il campo» – seguìto Boccaccio</hi><hi rend="CharOverride-1"> dai novellieri posteriori Sermini e Sercambi (Redon 1984, 411). Questo</hi><hi rend="CharOverride-1"> linguaggio è poi talvolta accentuato ulteriormente dall’autore attraverso l</hi><hi rend="CharOverride-1">’ironia. L’ironia – scrive Branca (1975, 152-53) –</hi><hi rend="CharOverride-1"> «guizza e scoppietta nel pizzicato continuo di termini dell’artigianato</hi><hi rend="CharOverride-1"> e del commercio che, quasi contrappuntato da opera buffa, accompagna</hi><hi rend="CharOverride-1"> caricaturalmente i gesti di quei tronfi personaggi». Il mondo dei</hi><hi rend="CharOverride-1"> mercanti e delle professioni è anche un repertorio lessicale che</hi><hi rend="CharOverride-1"> si estende sulle rotte di diversi utilizzi, proiettando la realtà</hi><hi rend="CharOverride-1"> del lavoro come un’importante presenza oltre il proprio ambito.</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Da un punto di vista sociale, la situazione che si </hi><hi rend="CharOverride-1">presenta nel </hi><hi rend="italic CharOverride-1">Decameron</hi><hi rend="CharOverride-1"> non testimonia la stessa permeabilità. Il mondo </hi><hi rend="CharOverride-1">del lavoro è anzi dotato di un forte carattere di</hi><hi rend="CharOverride-1"> stabilità, tanto che serve come complemento d’identità al quale</hi><hi rend="CharOverride-1"> si associano qualità morali. Il narratore infatti non </hi><hi rend="CharOverride-1">manca di notare i casi in cui la virtù personale </hi><hi rend="CharOverride-1">non corrisponda allo status sociale di un umile lavoratore, come</hi><hi rend="CharOverride-1"> nel caso di Simona o del fornaio Cisti. Lo squilibrio</hi><hi rend="CharOverride-1"> tra status e virtù non rappresenta in ogni caso un</hi><hi rend="CharOverride-1"> fattore che conduce ad un mutamento della condizione personale. </hi><hi rend="CharOverride-1">I principali cambiamenti sociali che avvengono nel </hi><hi rend="italic CharOverride-1">Decameron</hi><hi rend="CharOverride-1"> sono dettati</hi><hi rend="CharOverride-1"> non dall’industria, che ben poco può in questo senso,</hi><hi rend="CharOverride-1"> ma dalla fortuna. Come anticipa Lauretta nella seconda giornata </hi><hi rend="CharOverride-1">(II, 4), «niuno atto della Fortuna, secondo il mio </hi><hi rend="CharOverride-1">giudicio, si può veder maggiore, che vedere uno d’infima </hi><hi rend="CharOverride-1">miseria a stato reale elevare» (Branca 1976, 93). Ma questo</hi><hi rend="CharOverride-1"> operare della fortuna è tutt’altro che casuale e segue</hi><hi rend="CharOverride-1"> precise direzioni, non coinvolgendo le condizioni sociali più modeste </hi><hi rend="CharOverride-1">e punendo le ricchezze artificialmente acquisite rispetto a quelle ereditate </hi><hi rend="CharOverride-1">dalla famiglia (Meter 2014). </hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Nel mettere in scena la</hi><hi rend="CharOverride-1"> realtà delle città, il lavoro è parte della dimensione </hi><hi rend="CharOverride-1">fortemente strutturata e gerarchizzata della società dai valori cortesi (</hi><hi rend="CharOverride-1">Barbero 2006; Cardini 2005). La forte presenza del mondo </hi><hi rend="CharOverride-1">mercantile nel </hi><hi rend="italic CharOverride-1">Decameron</hi><hi rend="CharOverride-1"> non dà forma ad un nuovo orizzonte </hi><hi rend="CharOverride-1">attraverso cui interpretare la ricchezza, di cui spesso viene anzi </hi><hi rend="CharOverride-1">sostenuta una visione aristocratica e improntata alla cultura cavalleresca (Quondam 2013). È </hi><hi rend="CharOverride-1">significativo che anche Salabaetto, dopo aver recuperato i suoi averi, </hi><hi rend="CharOverride-1">scelga di abbandonare il commercio e di ritirarsi in un</hi><hi rend="CharOverride-1"> possedimento a Ferrara. Le rappresentazioni del lavoro nel </hi><hi rend="italic CharOverride-1">Decameron</hi><hi rend="CharOverride-1"> nel</hi><hi rend="CharOverride-1"> loro complesso riflettono una stabilità sul piano sociale che </hi><hi rend="CharOverride-1">viene trasfigurata nelle parole di Boccaccio attraverso repertori immaginativi e </hi><hi rend="CharOverride-1">di tradizione. Se da un lato questo allontana la novella </hi><hi rend="CharOverride-1">da un tipo di fonte immediatamente disponibile per l’esercizio </hi><hi rend="CharOverride-1">documentale, per il lettore attuale è invece essenziale per arrivare </hi><hi rend="CharOverride-1">alla percezione globale che ruota intorno al mondo del lavoro.</hi></p><p rend="h2" ><hi>4</hi><hi>. Lavorante: la professione di San Paolo</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">La riflessione teologica che</hi><hi rend="CharOverride-1"> si forma tra il XII e il XV secolo riconosce</hi><hi rend="CharOverride-1"> nel lavoro manuale e subordinato una condizione di inferiorità economica</hi><hi rend="CharOverride-1"> e sociale, che trova espressione in un elaborato circuito discorsivo</hi><hi rend="CharOverride-1">. Il salariato viene rappresentato nel suo vincolo al guadagno</hi><hi rend="CharOverride-1"> della giornata e delegittimato rispetto a chi può agire più</hi><hi rend="CharOverride-1"> liberamente nell’interesse della </hi><hi rend="italic CharOverride-1">res pubblica</hi><hi rend="CharOverride-1"> (Todeschini 2015; 2007). A</hi><hi rend="CharOverride-1"> fianco di ragioni strutturali si rafforzano inoltre nei suoi </hi><hi rend="CharOverride-1">confronti le accuse di negligenza, come quella di non lavorare </hi><hi rend="CharOverride-1">a sufficienza e di ingannare il padrone della bottega. Questa</hi><hi rend="CharOverride-1"> cornice teologica e politica si applica spesso nel Trecento al</hi><hi rend="CharOverride-1"> lavoro subordinato nel complesso e sta alla base della definizione</hi><hi rend="CharOverride-1"> di nuove categorie per pensare il salariato urbano come un</hi><hi rend="CharOverride-1">’attività specifica, separata dalle altre.</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Una valida linea per seguire </hi><hi rend="CharOverride-1">le tracce di questo percorso risponde a criteri semantici: </hi><hi rend="CharOverride-1">la precisione con cui le professioni entrano nella produzione letteraria</hi><hi rend="CharOverride-1"> è indice di un’identità e di un possibile posizionamento</hi><hi rend="CharOverride-1"> nel discorso civico. La professione del lavorante è tra quelle</hi><hi rend="CharOverride-1"> che fanno la loro comparsa nel Trecento nella produzione </hi><hi rend="CharOverride-1">letteraria. Dalla fine del XIII secolo il termine «lavorante»</hi><hi rend="CharOverride-1"> si rileva abbondantemente negli statuti comunali per indicare la mansione</hi><hi rend="CharOverride-1"> dei lavoratori della bottega alle dipendenze del maestro con </hi><hi rend="CharOverride-1">un contratto di tipo continuativo (Bonaini 1857). Il termine </hi><hi rend="CharOverride-1">indica una professione specifica e distinta da altre figure del</hi><hi rend="CharOverride-1"> lavoro urbano che hanno responsabilità differenti (Franceschi e Pinto 2014).</hi><hi rend="CharOverride-1"> Dalla vita nella bottega questi ruoli si fanno strada nella</hi><hi rend="CharOverride-1"> letteratura medievale. I due momenti testuali che si mostrano rappresentativi</hi><hi rend="CharOverride-1"> della comparsa della professione appartengono al volgarizzamento e alla novellistica.</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">I primi riscontri conducono all’anonimo volgarizzamento fiorentino della </hi><hi rend="italic CharOverride-1">Legenda </hi><hi rend="italic CharOverride-1">Aurea</hi><hi rend="CharOverride-1"> di Iacopo da Varazze, composto nella prima metà </hi><hi rend="CharOverride-1">del Trecento (Cerullo 2018, 119-39). Come lavoranti </hi><hi rend="CharOverride-1">vengono identificati i lavoratori nell’ambito dell’edilizia. Nella sezione </hi><hi rend="CharOverride-1">di San Lorenzo si racconta del miracolo operato dal santo </hi><hi rend="CharOverride-1">in favore degli operai che si occupano della ristrutturazione della</hi><hi rend="CharOverride-1"> sua chiesa, moltiplicando il pane destinato al loro pasto (Maggioni</hi><hi rend="CharOverride-1"> 1998, 762). La doppia ricorrenza del termine «lavoranti» </hi><hi rend="CharOverride-1">(Levasti 1925, vol. II, 950) qui traduce nel volgarizzamento sia </hi><hi rend="italic CharOverride-1">operarii</hi><hi rend="CharOverride-1">, di cui sono il corrispondente più vicino, sia </hi><hi rend="italic CharOverride-1">artifices</hi><hi rend="CharOverride-1">, termine che invece non possiede uguale connotazione subordinante. </hi><hi rend="CharOverride-1">La stessa dinamica si mostra in atto nella sezione di </hi><hi rend="CharOverride-1">San Maurizio, dove Iacopo da Varazze racconta di un «quidam </hi><hi rend="CharOverride-1">gentilis artifex» che, mentre tutti gli altri rispettavano la pausa </hi><hi rend="CharOverride-1">festiva della domenica, portava avanti da solo il lavoro per </hi><hi rend="CharOverride-1">la costruzione di una chiesa (Maggioni 1998, 969). Il termine </hi><hi rend="CharOverride-1">di partenza </hi><hi rend="italic CharOverride-1">artifex</hi><hi rend="CharOverride-1"> non indica una mansione precisa né un </hi><hi rend="CharOverride-1">particolare rapporto di lavoro, mentre la traduzione in </hi><hi rend="italic CharOverride-1">lavorante</hi><hi rend="CharOverride-1"> situa </hi><hi rend="CharOverride-1">l’episodio esplicitamente in un contesto di lavoro subordinato. Il </hi><hi rend="CharOverride-1">passaggio dal latino ad una lingua volgare corrisponde ad un </hi><hi rend="CharOverride-1">passaggio di contesto e di ambiente di ricezione: nello spazio </hi><hi rend="CharOverride-1">di adattamento che si crea, le categorie di lavoro latine</hi><hi rend="CharOverride-1"> sono ricondotte all’esperienza della realtà del volgarizzatore. La scelta</hi><hi rend="CharOverride-1"> in questa direzione era solidale con un rapporto di dipendenza</hi><hi rend="CharOverride-1"> che è ben definito nel cantiere medievale (Victor 2014; Baulant</hi><hi rend="CharOverride-1"> 1971). Anche nel secondo caso riportato, se a prima</hi><hi rend="CharOverride-1"> vista l’iniziativa di lavorare durante i giorni festivi sembra</hi><hi rend="CharOverride-1"> da ricondurre ad un artigiano autonomo (più ad un </hi><hi rend="italic CharOverride-1">artifex</hi><hi rend="CharOverride-1"> dunque che ad un lavorante), la traduzione ci riporta ad</hi><hi rend="CharOverride-1"> una pratica che non era affatto rara. Come rimane testimonianza</hi><hi rend="CharOverride-1"> a Genova, erano in vigore dei contratti in cui si</hi><hi rend="CharOverride-1"> imponeva al lavoratore di proseguire durante le ore notturne e</hi><hi rend="CharOverride-1"> le festività (Betti Balbi 1991). </hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">I passaggi più significativi nel</hi><hi rend="CharOverride-1"> delineare il senso della traduzione sono quelli in cui la</hi><hi rend="CharOverride-1"> comparsa della professione del lavorante risulta da una consapevole scelta</hi><hi rend="CharOverride-1"> dell’anonimo volgarizzatore, che decide di connotare il modo specifico</hi><hi rend="CharOverride-1"> una figura. Questo avviene nel caso di un personaggio di</hi><hi rend="CharOverride-1"> massimo rilievo, San Paolo. In un passaggio in cui </hi><hi rend="CharOverride-1">si richiama la sua umile origine, per evidenziare così gli </hi><hi rend="CharOverride-1">importanti risultati raggiunti, il volgarizzatore scrive: </hi></p><p rend="quotation_b" ><hi rend="CharOverride-1">Questo uomo non gentile </hi><hi rend="CharOverride-1">di sangue, ma un lavorante il quale fecea prima l’</hi><hi rend="CharOverride-1">arte de le pelli, in tanta vertude venne che in </hi><hi rend="CharOverride-1">meno spazio di trenta anni, i Romani e’ Persii e</hi><hi rend="CharOverride-1">’ Medii e’ Parchi […] messe sotto il giogo de</hi><hi rend="CharOverride-1"> la veritade (Levasti 1925, vol. II, 760). </hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Qui “lavorante” </hi><hi rend="CharOverride-1">diventa il corrispettivo specifico di una professionalità che in latino </hi><hi rend="CharOverride-1">è piuttosto generica e che non lascia presagire un rapporto </hi><hi rend="CharOverride-1">di dipendenza, come appunto è quello di «qui artem exercebat</hi><hi rend="CharOverride-1"> in pellibus» (Maggioni 1998, 593). Di nuovo, nell’episodio</hi><hi rend="CharOverride-1"> della </hi><hi rend="italic CharOverride-1">Legenda Aurea</hi><hi rend="CharOverride-1"> in cui San Pietro viene imprigionato dal</hi><hi rend="CharOverride-1"> principe di Antiochia, Dio manda in suo soccorso San</hi><hi rend="CharOverride-1"> Paolo. Questi si presenta al re ed esibisce le sue</hi><hi rend="CharOverride-1"> credenziali per entrare nella corte: «venit et se in multis</hi><hi rend="CharOverride-1"> artibus summum opificem esse asseruit, ligna et tabula se scire</hi><hi rend="CharOverride-1"> sculpere, tentoria pingere et multa alia industrie operare dixit» (Maggioni</hi><hi rend="CharOverride-1"> 1998, 271). Il passaggio nella versione fiorentina diventa: «affermava che</hi><hi rend="CharOverride-1"> esso era uomo e sommo lavorante di molte arti, che</hi><hi rend="CharOverride-1"> sapea bene intagliare legni e tavole, dipignere camere e corti,</hi><hi rend="CharOverride-1"> e molte altre cose ingegnose disse che sappea operare» (Le</hi><hi rend="CharOverride-1">vasti 1924, vol. I, 352). Nell’attribuire al santo la professione </hi><hi rend="CharOverride-1">di lavorante, il volgarizzatore mette in luce l’umiltà dell’</hi><hi rend="CharOverride-1">apostolo in contrasto con la sua perizia. La soluzione del </hi><hi rend="CharOverride-1">testo fiorentino emerge come distintiva anche perché non è affatto </hi><hi rend="CharOverride-1">scontato che in questa direzione si dovesse andare nel tradurre </hi><hi rend="CharOverride-1">l’</hi><hi rend="italic CharOverride-1">opificem</hi><hi rend="CharOverride-1"> del testo latino. In un volgarizzamento veneto-emiliano </hi><hi rend="CharOverride-1">del XV secolo (Cerullo 2018, 95-110) scompare per esempio</hi><hi rend="CharOverride-1"> la parola della professione e la bravura di S. Paolo</hi><hi rend="CharOverride-1"> viene presentata come una generica abilità: «Paulo apostolo […] vene</hi><hi rend="CharOverride-1"> in Antiocia a Teofilo dagando a intender-ge ch’el savea</hi><hi rend="CharOverride-1"> molte arti bone he utile in la corte de Teofilo,</hi><hi rend="CharOverride-1"> e llo prega ch’el devesse habitare in la sua</hi><hi rend="CharOverride-1"> corte» (Verlato 2009, 161).</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">In un testo successivo, le </hi><hi rend="italic CharOverride-1">Trecento </hi><hi rend="italic CharOverride-1">Novelle</hi><hi rend="CharOverride-1"> di Sacchetti, la professione di lavorante è descritta nel</hi><hi rend="CharOverride-1"> dettaglio. La presenza di lavoratori urbani non è affatto</hi><hi rend="CharOverride-1"> estranea a questa raccolta, che rimanda alla realtà di </hi><hi rend="CharOverride-1">fine Trecento: è stata notata in Sacchetti un’attenzione maggiore</hi><hi rend="CharOverride-1"> per le professioni artigianali e lavori subordinati rispetto ai principali</hi><hi rend="CharOverride-1"> novellieri (Redon 1984). Si rilevano attraverso l’opera importanti </hi><hi rend="CharOverride-1">informazioni sulla vita del lavorante, che conduce un’attività alle</hi><hi rend="CharOverride-1"> dipendenze fino a tarda età e che si contraddistingue dal</hi><hi rend="CharOverride-1">la precarietà di chi si può appoggiare solamente al salario,</hi><hi rend="CharOverride-1"> senza risparmi. È la condizione in cui si trova </hi><hi rend="CharOverride-1">Ser Agnolo, l’anziano lavorante dell’arte della lana che </hi><hi rend="CharOverride-1">ruba il cavallo della Tinta di Borgo Ognissanti per partecipare </hi><hi rend="CharOverride-1">ad una giostra (Zaccarello 2014, 139, novella 64). Perde</hi><hi rend="CharOverride-1"> il controllo del cavallo, viene trascinato per Firenze battendo ovunque</hi><hi rend="CharOverride-1"> e quando infine riesce a smontare, a fatica può reggersi</hi><hi rend="CharOverride-1"> in piedi. A casa trova i rimproveri della moglie, perché</hi><hi rend="CharOverride-1"> la sua condizione lavorativa non è di chi può permettersi</hi><hi rend="CharOverride-1"> simili improvvisate: </hi></p><p rend="quotation_b" ><hi rend="CharOverride-1">Che maladetto sia il sì ch’io ti</hi><hi rend="CharOverride-1"> fui data per moglie, che mi consumo le braccia per</hi><hi rend="CharOverride-1"> nutricar li tuo’ figliuoli, e tu, tristanzulo, di settanta </hi><hi rend="CharOverride-1">anni vai giostrando. […] Se’ tu fuori dalla memoria? Non</hi><hi rend="CharOverride-1"> consideri tu, che tu se’ lavorante di lana, e </hi><hi rend="CharOverride-1">altro non hai, se non quello che guadagni?.</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">L’anziano marito</hi><hi rend="CharOverride-1"> non riceve migliore compassione quando tenta di prendersi il giorno</hi><hi rend="CharOverride-1"> dopo di riposo dal lavoro: «Deh, va’ col malanno </hi><hi rend="CharOverride-1">– disse la moglie – va’, scamata la lana, </hi><hi rend="CharOverride-1">come tu se’ uso, e lascia l’arte a quelli</hi><hi rend="CharOverride-1"> che la sanno fare». </hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Nella novella 215 (Zaccarello 2014,</hi><hi rend="CharOverride-1"> 572), sono due lavoranti ad essere responsabili della </hi><hi rend="CharOverride-1">formazione del garzone chiamato dall’orefice per imparare il lavoro. </hi><hi rend="CharOverride-1">Avvantaggiati dalla loro condizione e dalla fiducia di </hi><hi rend="CharOverride-1">cui godono presso il padrone, i due precettori si fanno </hi><hi rend="CharOverride-1">beffe del giovane sottoponendolo a pesanti scherzi. I lavoranti possono</hi><hi rend="CharOverride-1"> approfittarsi di lui sapendo che il temperamento che questi</hi><hi rend="CharOverride-1"> mostra al lavoro e la sua disposizione sono elementi essenziali</hi><hi rend="CharOverride-1"> per l’attribuzione del salario, come tipicamente avviene per </hi><hi rend="CharOverride-1">ogni apprendista (Franceschi 2014, 401). Quando il garzone lascia il</hi><hi rend="CharOverride-1"> lavoro, non sopportando ormai questa sopraffazione, viene biasimato dall’</hi><hi rend="CharOverride-1">orafo che, ignaro di tutto, lo rimprovera di atteggiamenti pigri </hi><hi rend="CharOverride-1">e inadatti all’occupazione. La novella è un interessante racconto </hi><hi rend="CharOverride-1">della condizione di lavoro nelle botteghe ed è oggetto di</hi><hi rend="CharOverride-1"> un’attenta analisi che l’ha inserita nel contesto della</hi><hi rend="CharOverride-1"> migrazione e dell’apprendistato (Urbaniak 2017). Ma il </hi><hi rend="CharOverride-1">presupposto da cui nascono le descrizioni della novella non è</hi><hi rend="CharOverride-1"> meno rilevante. Nelle </hi><hi rend="italic CharOverride-1">Trecento Novelle</hi><hi rend="CharOverride-1"> è presente il</hi><hi rend="CharOverride-1"> lavorante perché la sua professione può trovare un suo spazio</hi><hi rend="CharOverride-1"> in ambito letterario e può godere di una sua rappresentatività.</hi><hi rend="CharOverride-1"> Come è già stato evidenziato, la presenza del lavorante </hi><hi rend="CharOverride-1">si compie anche in relazione ad una sua evoluzione del</hi><hi rend="CharOverride-1"> discorso civico, che per questi secoli deve essere ancora </hi><hi rend="CharOverride-1">del tutto definita.</hi></p><p rend="h2" ><hi>5. Conclusione</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Le rappresentazioni del lavoro nella letteratura </hi><hi rend="CharOverride-1">medievale si confermano dipendenti dalle scelte autoriali, così come </hi><hi rend="CharOverride-1">da fattori legati al contesto nel quale l’autore esprime </hi><hi rend="CharOverride-1">la propria visione. Rimanendo aderenti ai testi e risalendo fino </hi><hi rend="CharOverride-1">al momento della loro composizione, come nel caso del volgarizzamento,</hi><hi rend="CharOverride-1"> si riesce ad intendere la rappresentazione del lavoro come </hi><hi rend="CharOverride-1">propria di una realtà specifica. È possibile quindi arricchire </hi><hi rend="CharOverride-1">le visioni più generalizzanti con un’evoluzione dettagliata delle idee </hi><hi rend="CharOverride-1">sul lavoro, meglio situata sul piano temporale e spaziale. </hi><hi rend="CharOverride-1">Sia il volgarizzamento della </hi><hi rend="italic CharOverride-1">Legenda Aurea</hi><hi rend="CharOverride-1"> che le </hi><hi rend="italic CharOverride-1">Trecento Novelle</hi><hi rend="CharOverride-1"> di Sacchetti si possono mettere in successione e leggere come</hi><hi rend="CharOverride-1"> episodi di comparsa nella letteratura di rappresentazioni del lavoro più</hi><hi rend="CharOverride-1"> precise nell’arco del Trecento fiorentino, quando i termini </hi><hi rend="CharOverride-1">con cui la professione è definita non sono ritenuti solo</hi><hi rend="CharOverride-1"> specialismi di ambito normativo, ma parole che denotano precise condizioni</hi><hi rend="CharOverride-1"> d’esistenza di un lavoratore che vive ed agisce nella</hi><hi rend="CharOverride-1"> città. Le immagini del lavoro si mostrano così in </hi><hi rend="CharOverride-1">forte relazione con le risorse linguistiche a disposizione per descriverle, </hi><hi rend="CharOverride-1">al modo di Pangur Bán, il gatto follatore nato ai </hi><hi rend="CharOverride-1">margini di un manoscritto plurilingue.</hi></p><p rend="h2" ><hi>Riferimenti bibliografici</hi></p><p rend="bib_indx_bib" ><hi rend="CharOverride-1">Arnoux, Mathieu. 2012. </hi><hi rend="italic CharOverride-1">Le </hi><hi rend="italic CharOverride-1">temps des laboureurs. Travail, ordre social et croissance en Europe </hi><hi rend="italic CharOverride-1">(XI</hi><hi rend="italic CharOverride-2">e</hi><hi rend="italic CharOverride-1">-XIV</hi><hi rend="italic CharOverride-2">e</hi><hi rend="italic CharOverride-1"> siècle)</hi><hi rend="CharOverride-1">. 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