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        <title type="main" level="a">‘Artigiani’ e ‘salariati’ nello specchio della società urbana dell’Italia tardo-medievale</title>
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            <forename>Franco</forename>
            <surname>Franceschi</surname>
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          <resp>This is a section of <title>Idee di lavoro e di ozio per la nostra civiltà</title>(DOI: <idno type="DOI">10.36253/979-12-215-0319-7</idno>) by </resp>
          <name>Giovanni Mari, Francesco Ammannati, Brogi Stefano, Tiziana Faitini, Arianna Fermani, Francesco Seghezzi, Annalisa Tonarelli</name>
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        <publisher>Firenze University Press</publisher>
        <pubPlace>Florence</pubPlace>
        <date when="2024">2024</date>
        <idno type="DOI">https://doi.org/10.36253/979-12-215-0319-7.43</idno>
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          <p>Available for academic research purposes</p>
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          <p>Copyright Author(s)</p>
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        <p>The subject of this contribution is the divergent image that the urban society of late medieval Italy had of craftsmen and wage earners. Although both groups belonged to the broader category of manual workers, the masters enjoyed the esteem that came from their knowledge, from a recognised ‘savoir faire’, from being workshop owners and employers: a reputation that, to some extent, survived even when the reverses of fortune forced them to liquidate the business and employ themselves as subordinates. Salaried workers, on the other hand, were burdened by the prejudices linked to their condition of dependence, which recalled the idea of servitude, and their assimilation to treacherous and dangerous categories such as vagrants and, more generally, marginal people.</p>
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            <item>craftsmen</item>
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            <item>Middle Ages</item>
            <item>Italian cities</item>
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      <p>It is available online at https://doi.org/10.36253/979-12-215-0319-7.43<ref target="https://doi.org/10.36253/979-12-215-0319-7.43" /></p>
      
      <p rend="h1_chapter">‘Artigiani’ e ‘salariati’ nello specchio della società urbana dell’Italia tardo-medievale</p><p rend="h1_author ParaOverride-1" ><hi rend="CharOverride-1">Franco Franceschi</hi></p><p rend="h2" ><hi>1. Introduzione </hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Nella storia dell’</hi><hi rend="CharOverride-1">atteggiamento verso il lavoro il millennio medievale ha segnato un </hi><hi rend="CharOverride-1">cambiamento decisivo: ha trasformato l’iniziale disprezzo per un’attività</hi><hi rend="CharOverride-1"> considerata come maledizione, condanna ed espiazione dei peccati, </hi><hi rend="CharOverride-1">in apprezzamento, perfezionandone il concetto ed il lessico. Questa </hi><hi rend="CharOverride-1">valorizzazione del lavoro e dei lavoratori ha assunto contorni più</hi><hi rend="CharOverride-1"> chiari a partire dal XII secolo con la sistemazione de</hi><hi rend="CharOverride-1">i saperi tecnico-operativi nella categoria delle </hi><hi rend="italic CharOverride-1">artes mechanicae</hi><hi rend="CharOverride-1">, che, sebbene</hi><hi rend="CharOverride-1"> appartenenti ad una categoria considerata inferiore perché «legata alla materialità</hi><hi rend="CharOverride-1"> più che alla concettualità» (Herzfeld 2015, 22), erano legittimate in quanto</hi><hi rend="CharOverride-1"> capaci di realizzare prodotti indispensabili alla vita degli uomini</hi><hi rend="CharOverride-1">, un dato che si rifletteva sulla positiva reputazione di </hi><hi rend="CharOverride-1">chi tali beni realizzava</hi><hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi><ref target="OP08885_int_online_chapter_61_363-373.html#footnote-008">1</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">. </hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Ma non tutte le ambiguità </hi><hi rend="CharOverride-1">relative al valore ideologico del lavoro – come ha scritto </hi><hi rend="CharOverride-1">Jacques Le Goff – sono state dissipate (Le Goff 1990, </hi><hi rend="CharOverride-1">21). Nel tardo Medioevo, infatti, soprattutto i ceti più </hi><hi rend="CharOverride-1">abbienti e poi gli intellettuali hanno continuato a rimarcare la </hi><hi rend="CharOverride-1">differenza tra quanti si servivano delle mani per produrre beni o servizi e coloro che avevano potuto distaccarsi dalla materialità delle loro occupazioni. All’interno del grande insieme dei lavoratori manuali, inoltre, passava un’altra linea di discrimine non meno sostanziale, cui queste pagine sono dedicate: quella fra chi svolgeva un mestiere </hi><hi rend="CharOverride-1">in proprio e chi prestava la propria attività alle dipendenze </hi><hi rend="CharOverride-1">altrui, fra ‘artigiani’ e ‘salariati’. </hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Sono perfettamente </hi><hi rend="CharOverride-1">consapevole del fatto che il terreno su cui mi sto </hi><hi rend="CharOverride-1">avventurando è assai scivoloso, visto che già molti anni fa, </hi><hi rend="CharOverride-1">e poi più recentemente, io stesso ho rilevato quanto una</hi><hi rend="CharOverride-1"> tale categorizzazione sia riduttiva e inadeguata a rappresentare il mondo</hi><hi rend="CharOverride-1"> del lavoro medievale nella concretezza e nella molteplicità delle sue</hi><hi rend="CharOverride-1"> forme e figure (Franceschi 1993, 147-48; 2017, 374-75). </hi><hi rend="CharOverride-1">Né ignoro che artigiani e salariati costituiscono un «dittico necessariamente</hi><hi rend="CharOverride-1"> sintetico e discutibile come qualsiasi generalizzazione» (Cherubini 1984, 19), perché entrambi i gruppi appaiono assai compositi e articolati al loro interno. Al tempo stesso, tuttavia, ritengo quest’antinomia fondata nella realtà dei rapporti economico-sociali e come tale diffusamente percepita (aspetto che è in primo piano nel nostro discorso), soprattutto se comprendiamo tra i primi l’ampio spettro delle attività manuali indipendenti, dagli artigiani propriamente detti ai maestri dell’edilizia, dai dettaglianti agli artisti, e fra i secondi l’altrettanto esteso ventaglio dei mestieri subordinati, dai lavoranti nelle botteghe di ogni tipo ai servitori alle dipendenze dei privati e degli enti</hi><hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi><ref target="OP08885_int_online_chapter_61_363-373.html#footnote-007">2</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">.</hi></p><p rend="h2" ><hi>2. Artigiani e salariati nelle Corporazioni</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Un po’ ovunque, nelle città italiane, l’appartenenza alle Corporazioni sancita attraverso l’immatricolazione era normalmente riservata ai maestri, a quanti cioè, ormai padroni del mestiere appreso attraverso l’apprendistato, svolgevano un’attività in proprio: solo loro erano gli </hi><hi rend="italic CharOverride-1">artifices pleno </hi><hi rend="italic CharOverride-1">iure</hi><hi rend="CharOverride-1"> tra i quali veniva reclutata l’élite che si assicurava le cariche direttive dell’Arte. Gli esclusi – come già aveva notato Gaetano Salvemini a suo tempo – erano «quelli che gli statuti delle Arti chiamano laboratores, laborantes, pactoales, subpositi, operarii» (Salvemini 1966, 38). Privi di matricola e soprattutto di qualsiasi diritto e prerogativa all’interno dell’Arte, dovevano ugualmente subirne l’intera autorità coercitiva in materia legislativa, fiscale e giudiziaria</hi><hi rend="italic CharOverride-1">.</hi><hi rend="CharOverride-1"> Tra di loro spiccavano, ‘sottoposti per eccellenza’, quanti – come gli operai salariati nelle aziende dei lanaioli che punteggiavano i maggiori centri tessili – non erano alle dipendenze di un maestro che svolgeva il loro stesso mestiere ma di un imprenditore, spesso anche mercante, distaccato dal lavoro manuale e impegnato solo in compiti organizzativi e dirigenziali. In ogni caso le conseguenze erano pesanti, perché l’assenza di rappresentanza ed il vincolo dell’obbedienza ai capi dell’Arte azzeravano le possibilità dei salariati di tutelare la loro stessa posizione economica e li sottoponevano all’arbitrio dei tribunali corporativi ogni volta che sorgevano situazioni di conflitto (Franceschi e Taddei 2012, 108-9).</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">La posizione di inferiorità dei lavoratori dipendenti, peraltro, non era confinata al piano dei diritti politici, ma investiva anche la dimensione sociale e rituale dell’appartenenza alle associazioni di mestiere, come si può constatare osservando due momenti particolarmente significativi della vita corporativa: le celebrazioni festive, legate al patrono dell’associazione o alle maggiori ricorrenze cittadine, e le cerimonie in occasione della morte di un appartenente all’Arte. Nel primo caso colpisce la quasi totale assenza, certificata dagli statuti, dei salariati (così come degli </hi><hi rend="CharOverride-1">apprendisti) dalle processioni, dai rituali di offerta di doni e</hi><hi rend="CharOverride-1"> ceri e soprattutto dal pranzo comune (Franceschi 2013, 70-2</hi><hi rend="CharOverride-1">), manifestazione dell’esistenza di un vincolo speciale fra i</hi><hi rend="CharOverride-1"> commensali e al tempo stesso occasione di delimitazione fra partecipazione</hi><hi rend="CharOverride-1"> ed estraneità, adesione ed esclusione (Montanari 1989, ix). Così,</hi><hi rend="CharOverride-1"> per fare un esempio, nella «fraternita e arte» lucchese </hi><hi rend="CharOverride-1">di S.</hi><hi rend="italic CharOverride-1"> </hi><hi rend="CharOverride-1">Bartolomeo in Silice</hi><hi rend="italic CharOverride-1">, </hi><hi rend="CharOverride-1">che raccoglieva nel Trecento diverse</hi><hi rend="CharOverride-1"> categorie di lavoratori dell’edilizia, il «mangiare generale» allestito </hi><hi rend="CharOverride-1">ogni anno «per bene e per accrescimento d’amore, fede</hi><hi rend="CharOverride-1"> e caritade» fra i membri (due «vivande» di carne </hi><hi rend="CharOverride-1">più «fructi et altre cose») era riservato sempre e solo </hi><hi rend="CharOverride-1">ai maestri, al pari della lettura degli ordinamenti del sodalizio e della possibilità di intervenire per dire «qualche buona paraula» (Mazzarosa 1841-1886, V, rubb. III-VII, 198-200). Anche la legislazione corporativa sulle onoranze per i defunti era rivolta quasi esclusivamente agli immatricolati (Franceschi 2013, 74), e quando – come presso alcune Arti senesi – le disposizioni valevano anche per i lavoratori dipendenti, contenevano distinzioni che riflettevano le gerarchie e il sistema di valori vigenti nell’universo corporativo. Emblematici in questo senso sono gli statuti dei Chiavari del 1323, che, nel caso della scomparsa di un iscritto, sancivano l’obbligo per i rettori dell’Arte e per tutti i maestri di assistere alle esequie</hi><hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi><ref target="OP08885_int_online_chapter_61_363-373.html#footnote-006">3</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">; se a morire era invece un apprendista o un lavorante la presenza dei maestri era limitata ad uno per bottega ed era prevista solo se il defunto aveva almeno vent’anni</hi><hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi><ref target="OP08885_int_online_chapter_61_363-373.html#footnote-005">4</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">.</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Nel mondo dei mestieri organizzati, dunque, </hi><hi rend="italic CharOverride-1">magistri</hi><hi rend="CharOverride-1"> e </hi><hi rend="italic CharOverride-1">laborantes</hi><hi rend="CharOverride-1"> godevano di una considerazione assai differente, che occasionalmente veniva esplicitata in modo diretto portando alla superficie idee e atteggiamenti mentali radicati. È quanto accade durante la controversia che oppone, nella Venezia del primo Cinquecento, gli imprenditori lanieri e i salariati addetti ai trattamenti preliminari alla filatura della lana. Degli «scartezini, pettenadori, et vergezini», compatti nel chiedere di formare una propria confraternita, organismo probabilmente avvertito dalle categorie cui non era consentito associarsi come ‘sostitutivo’ della Corporazione, i proprietari delle aziende dicono che «non sono homeni che habino bottege da mestier alcuno», «non maistri ma puri et simplici lavoranti et operaii», «nostri salariati, quali sono sottoposti al nostro officio, ordeni et leze». E inoltre, come potrebbero aspirare a formare una propria «schola» se sono «vagabundi, mecanici et abietti»? (Mozzato</hi><hi rend="italic CharOverride-1"> </hi><hi rend="CharOverride-1">2002, II, doc. 733, 436).</hi></p><p rend="h2" ><hi>3.</hi><hi> Tre questioni fondamentali</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Il lessico dei drappieri veneziani riassume in modo paradigmatico gli aspetti più rilevanti dell’opposizione fra ‘indipendenti’ e ‘dipendenti’: la disponibilità o meno di un proprio spazio di attività, la libertà della maestranza dinanzi alla subordinazione alle decisioni e alle leggi altrui, la stabilità contro l’erranza. Tre questioni fondamentali.</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">La bottega con le sue dotazioni e i suoi strumenti, fosse anche tenuta in affitto piuttosto che in proprietà, era vista come la principale garanzia dell’autonomia economica degli artigiani e l’elemento che li poneva al di sopra dei lavoranti (Degrassi 1996, 63). Un locale da curare in modo speciale – Leon Battista Alberti sosteneva che doveva essere «più ornata che la sala» e ben esposta, in modo «che ella alletti i comperatori» (Alberti 1833, lib. V, capo XVIII, 178-79) – e possibilmente da personalizzare con un’insegna distintiva come quella che il merciaio fiorentino Giovanni Ghuerucci commissionò nel 1472 al pittore Neri di Bicci, dove campeggiava una Madonna col bambino</hi><hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi><ref target="OP08885_int_online_chapter_61_363-373.html#footnote-004">5</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">. Se la bottega era la manifestazione più tangibile dell’indipendenza del suo titolare, il momento in cui questi riusciva finalmente a mettersi in proprio rivestiva un forte valore simbolico, anche se poteva trattarsi di una scelta rischiosa, come testimonia un passo di Giovanni Antonio da Faie, speziale lunigianese del Quattrocento autore di un testo autobiografico di grande interesse:</hi></p><p rend="quotation_b" ><hi rend="CharOverride-1">Hor qui ne sta el fato</hi><hi rend="CharOverride-1"> a savere piare partito quale è el melio: ho tornare</hi><hi rend="CharOverride-1"> areto a stare ancora co(n) altri, ch(e) g’era </hi><hi rend="CharOverride-1">stato dece overo undici ani, me parieva ch(e) foseno più</hi><hi rend="CharOverride-1"> de vinti, no(n) me parea ch(e) vedese may ta(n)ti dì</hi><hi rend="CharOverride-1"> ch(e) podese stare da p(e)r me. E puro dubitava </hi><hi rend="CharOverride-1">forte de andare dexfato e v(e)rgognato de questa tale compagnia,</hi><hi rend="CharOverride-1"> a dovermi fare tante spexe i(n) sul guadag(n)o de sì</hi><hi rend="CharOverride-1"> pochi dinari […]. Sich(é) dì e note pe(n)so i(n) su</hi><hi rend="CharOverride-1"> questo fato […]</hi><hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi><ref target="OP08885_int_online_chapter_61_363-373.html#footnote-003">6</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">.</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">All’interno del suo spazio produttivo-commerciale l’artigiano si sentiva pienamente realizzato e capace di organizzare secondo i suoi desideri la propria attività e gli stessi ritmi della sua giornata di lavoro. Lo sapeva bene il pittore Buonamico di Martino detto Buffalmacco, che appena ebbe concluso l’apprendistato con il maestro Tafo, il quale lo obbligava a svegliarsi anche d’inverno molto presto per dipingere, «fece bottega in suo capo, avvisandosi d’essere libero e potere a suo senno dormire»</hi><hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi><ref target="OP08885_int_online_chapter_61_363-373.html#footnote-002">7</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">. Ed era come titolare o co-titolare dell’azienda, indipendentemente dalle sue dimensioni, che l’</hi><hi rend="italic CharOverride-1">artifex</hi><hi rend="CharOverride-1"> sviluppava l’autocoscienza dei suoi saperi, di quel «magisterio» che strappa a San Bernardino, profondo conoscitore della realtà senese, un commento ammirato per lo spadaio che brunisce l’arma «e tanto fa così che la fa bella e pulita e chiara come una bambola»; per l’orafo che «quando ha una croce vecchia o un calice […] el brunisce, e fallo bello col suo burino più che non era prima; per il fabbro che il «simile fa […] colla sua lima» (Bernardino da Siena 1989, I, XIV, 432). Proprio nel settore della metallurgia, del resto, s’impone sempre più l’abitudine di contrassegnare gli oggetti che escono dalle botteghe con il marchio di fabbrica, vera firma del produttore: così accade a Milano, dove nel Quattrocento gli armaioli s’impegnano nella ricerca di segni grafici facilmente distinguibili, anche se lo sforzo di differenziazione non evita contenziosi come quello che nel 1429 vede Aloisio da Boltego accusare Dionisio Negroni di utilizzare lo stesso</hi><hi rend="CharOverride-1"> marchio che lui aveva ereditato dal padre</hi><hi rend="italic CharOverride-1"> </hi><hi rend="CharOverride-1">Cristoforo (Merlo 2018</hi><hi rend="CharOverride-1">, 414-15). </hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">In assenza di un proprio luogo di lavoro</hi><hi rend="CharOverride-1">, invece, tutto cambiava. Certo, esistevano eccezioni, e la più</hi><hi rend="CharOverride-1"> evidente era quella dei muratori, il cui peculiare </hi><hi rend="italic CharOverride-1">modus operandi</hi><hi rend="CharOverride-1"> li rendeva maestri anche se non possedevano uno spazio</hi><hi rend="CharOverride-1"> fisico in cui ‘fare azienda’; così come esistevano </hi><hi rend="CharOverride-1">consistenti categorie di artigiani, quali i tessitori ed altre </hi><hi rend="CharOverride-1">figure della manifattura tessile, che adattavano ad officina la propria </hi><hi rend="CharOverride-1">casa. Ma lo status di questi lavoratori non era mai</hi><hi rend="CharOverride-1"> del tutto assimilabile alla condizione di chi operava in una</hi><hi rend="CharOverride-1"> </hi><hi rend="italic CharOverride-1">publica apotheca</hi><hi rend="CharOverride-1">. In linea generale – gli imprenditori tessili di Venezia </hi><hi rend="CharOverride-1">non sbagliavano – senza bottega non potevano esservi maestri, ma solo operai, e dunque uomini che non erano «padroni di sé» ma sottomessi «alla volontà e alle scelte morali dei loro maestri». A partire dal XIII secolo, in effetti, è sempre più frequente che i salariati vengano paragonati ai servi e agli schiavi ed in particolare descritti come «servi volontari», individui che accettavano consapevolmente di consegnare al loro padrone il proprio tempo di lavoro, mossi unicamente dal desiderio di ricevere il salario, la </hi><hi rend="italic CharOverride-1">merces</hi><hi rend="CharOverride-1">, diventando </hi><hi rend="italic CharOverride-1">mercenarii</hi><hi rend="CharOverride-1"> (Todeschini 2015, 83 e 86). Ciò malgrado il fatto che nel corso dello stesso secolo i giuristi, seguendo le fonti del diritto romano, abbiano definito sempre più precisamente il rapporto contrattuale libero facendo ricorso alla categoria della </hi><hi rend="italic CharOverride-1">locatio</hi><hi rend="CharOverride-1"> </hi><hi rend="italic CharOverride-1">operarum</hi><hi rend="CharOverride-1"> (Bellomo 1983, 184-87). Segno del permanere delle «discrasie tra il pensiero giuridico e la realtà dei comportamenti e delle situazioni» (La Mendola</hi><hi rend="CharOverride-1"> 2006, 124), </hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Quanto all’evocata itineranza, non era condannabile di per sé – la storia degli artigiani specializzati del Medioevo è piena di spostamenti e migrazioni – ma il significato che gli attribuivano i </hi><hi rend="italic CharOverride-1">lanifices</hi><hi rend="CharOverride-1"> lagunari a inizio Cinquecento denunciava ormai l’avvenuta assimilazione tra il vagabondo inteso come colui che non risiedeva o non lavorava stabilmente in un luogo e l’individuo poco raccomandabile che si muoveva di centro in centro vivendo di espedienti, quando non di truffe e inganni, e provocando nei ‘cittadini onesti’ reazioni di inquietudine, paura, disprezzo. A partire dal tardo Medioevo, in effetti, la frontiera tra vagabondaggio e salariato divenne sempre più fluida (Geremek 1990, 391). Non ci stupiamo, allora, che il termine «vagabundi», utilizzato per designare i salariati, sia affiancato da quello di «mecanici» – se il ‘pregiudizio meccanico’ non si applicava a quanti, fra i lavoratori manuali, erano anche dipendenti, a chi avrebbe dovuto applicarsi? – e neppure che formi una triade con il termine «abietti», detto di uomini tanto spregevoli da dover essere «gettati via» (latino </hi><hi rend="italic CharOverride-1">ab-iàcere</hi><hi rend="CharOverride-1">), rifiutati, posti al margine della società anche quando non lo erano in termini puramente economico-patrimoniali. A partire dall’estromissione, ovvia fino a sembrare quasi un dato di natura ma al tempo stesso formalmente sancita nella legislazione urbana, dalla partecipazione al governo, quindi dalla piena cittadinanza (Todeschini 2015, 86). E come portatori di una cittadinanza imperfetta, minore, «di seconda classe», i</hi><hi rend="CharOverride-1"> salariati erano accostati agli stranieri, agli schiavi, ai banditi</hi><hi rend="CharOverride-1"> e a tutti coloro che, a vario titolo, erano segnati</hi><hi rend="CharOverride-1"> con il marchio dell’infamia (Todeschini 2013, 286).</hi></p><p rend="h2" ><hi>4. A</hi><hi>scesa sociale e declassamento</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">A dire la verità esisteva un modo per essere ‘integrati’: riuscire a mutare radicalmente la propria condizione socio-professionale o – per usare le parole di Giacomo Todeschini:</hi></p><p rend="quotation_b" ><hi rend="CharOverride-1">cancellare l’infamia del lavoro dipendente </hi><hi rend="CharOverride-1">e salariato facendo fortuna, così da transitare, per via economica, </hi><hi rend="CharOverride-1">dal disonore della subalternità civica all’onore di chi può, </hi><hi rend="CharOverride-1">come scriveva Tommaso d’Aquino, ‘comandare agli altri’ (Todeschini </hi><hi rend="CharOverride-1">2013, 285). </hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Per questo, in realtà, non c’era </hi><hi rend="CharOverride-1">bisogno di diventare mercanti né tanto meno di sottrarsi al </hi><hi rend="CharOverride-1">lavoro manuale magari vivendo di rendita: era sufficiente aprire botteg</hi><hi rend="CharOverride-1">a </hi><hi rend="italic CharOverride-1">in capite</hi><hi rend="CharOverride-1">, magari assistiti da qualche apprendista e/o lavorante</hi><hi rend="CharOverride-1">, dato che – come abbiamo sottolineato – l’approdo alla maestranza rappresentava un vero e proprio cambiamento di status</hi><hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi><ref target="OP08885_int_online_chapter_61_363-373.html#footnote-001">8</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">. </hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Ma</hi><hi rend="CharOverride-1"> non si trattava di un’impresa semplice per tutti coloro</hi><hi rend="CharOverride-1"> cui mancavano in tutto o in parte i mezzi economici</hi><hi rend="CharOverride-1"> necessari a pagare l’iscrizione alla Corporazione e a sostenere</hi><hi rend="CharOverride-1"> i costi d’impianto di un’azienda. Le possibilità si</hi><hi rend="CharOverride-1"> riducevano essenzialmente a tre situazioni-tipo: trovare un finanziatore, </hi><hi rend="CharOverride-1">con tutti i rischi che ciò comportava, sperando che accettasse </hi><hi rend="CharOverride-1">di essere ripagato del prestito attraverso la partecipazione agli utili </hi><hi rend="CharOverride-1">dell’impresa; formare, analogamente a quanto avveniva nel settore commerciale e in quello bancario, una società con uno o più colleghi, soluzione che permetteva di unire le forze e di ripartire i costi d’impianto e di esercizio; sposarsi, sfruttando la dote come capitale per iniziare la propria attività ed eventualmente la presenza della moglie per</hi><hi rend="CharOverride-1"> accrescere la capacità produttiva della bottega. Ancora più vantaggioso –</hi><hi rend="CharOverride-1"> come ha sottolineato Dennis Romano studiando il mondo del lavoro</hi><hi rend="CharOverride-1"> a Venezia – era il caso in cui ad esercitare</hi><hi rend="CharOverride-1"> lo stesso mestiere fossero il marito e il padre della</hi><hi rend="CharOverride-1"> sposa, tanto più se quest’ultimo possedeva già un’azienda</hi><hi rend="CharOverride-1"> indipendente, sia perché la morte del suocero senza discendenti maschi</hi><hi rend="CharOverride-1"> avrebbe permesso al genero di ereditarne gli attrezzi, il materiale</hi><hi rend="CharOverride-1"> e magari anche i clienti, sia perché i due potevano</hi><hi rend="CharOverride-1"> mettere in comune risorse e contatti (Romano 1993, 117).</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Se gli storici sono generalmente attratti dalle storie di successo, e quindi dalla mobilità ascendente, è però importante illuminare anche il percorso inverso, non certo raro. Giovanni Antonio da Faie lo testimonia con chiarezza: «molti n’ò veduti deli spesiali che sono stati maestri e poy sono tornati famiglij» (Da Faie 1997, 63). Lui, che aveva avuto una vita piena di difficoltà – il padre era morto prima che nascesse, la madre l’aveva lasciato orfano a dieci anni, da grande aveva dovuto sperimentare il carcere per una ingiusta accusa –, conosceva bene i capricci della fortuna, il movimento imprevedibile della ruota che signoreggia il destino di ognuno. Traversie economiche, malattia, inganni degli uomini potevano rapidamente trasformare l’</hi><hi rend="italic CharOverride-1">artifex</hi><hi rend="CharOverride-1"> in </hi><hi rend="italic CharOverride-1">subpositus</hi><hi rend="CharOverride-1">, un arretramento nella gerarchia socio-professionale vissuto con ansia e frustrazione non solo per le probabili conseguenze sul piano dei livelli di vita (adottare una dieta meno ricca, rinunciare a vestiti migliori, vedere</hi><hi rend="CharOverride-1"> aumentare le distanze con chi fino a poco prima era</hi><hi rend="CharOverride-1"> considerato come un modello prossimo: La Roncière 1982, 443-61), ma per la</hi><hi rend="CharOverride-1"> perdita di status che il passaggio al salariato comportava. </hi><hi rend="CharOverride-1">Il problema era ben presente agli stessi organi istituzionali, che,</hi><hi rend="CharOverride-1"> almeno a giudicare dall’esempio delle Corporazioni della seta, lo valutavano negativamente e cercavano di prevenirlo per quanto era in loro potere. Nel 1429, per esempio, i consoli dell’Arte di Por Santa Maria di Firenze ingiunsero ai setaioli di non «fare tessere alchuno drappo ad alcuno per lavorante […], ma realmente darli a’ tessitori come maestri e non come lavoranti» (Dorini 1934, Riforma del 1429, rub. II, 487). Ancora più espliciti erano stati consoli dei mercanti veneziani nel 1407 quando, parlando dei tessitori che lavoravano con contratti annuali invece che a cottimo, osservavano che in tal modo essi si lasciavano degradare al rango di salariati e per questa ragione nessuno voleva più imparare il mestiere, che sarebbe presto scomparso (Broglio d’Ajano 1959, 252-53; Molà 1994, 177). Probabilmente si trattava di un argomento almeno in parte strumentale, utilizzato per scoraggiare una pratica che non piaceva all’Arte e che i tessitori adottavano quasi certamente per assicurarsi una maggiore continuità di impiego, ma è comunque un giudizio indicativo.</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">A parziale compensazione del declassamento cui rischiavano di dover sottostare prima o poi nella loro esistenza di lavoro, questi ‘artigiani salariati’ si distinguevano dagli altri lavoratori subordinati per un trattamento salariale generalmente migliore (Bezzina 2015, 59; Franceschi 2014, 401) e talvolta godevano di prerogative speciali, a dimostrazione del fatto che la reputazione legata all’essere stati maestri, e dunque a conoscenze tecniche e a un ‘saper fare’ riconosciuti, non era correlata solo alla posizione che essi occupavano nel processo economico. «Detto in altri termini» – ha scritto Donata Degrassi – «un maestro veniva rispettato anche se economicamente le cose non gli andavano bene» (Degrassi 1996, 278). Così alla fine del Quattrocento poteva accadere che un barbiere di Treviso costretto a chiudere la sua attività riuscisse a evitare di impiegarsi come dipendente prendendo in affitto una «cariega» (sedia), ovvero una postazione nella grande barberia gestita dal maestro Betin, per continuare ad operare in proprio (Scherman 2013, 179). A Firenze, più o meno nello stesso periodo, si ha invece notizia di maestri senza più bottega che lavoravano «a tavolello», ossia, diversamente dagli altri dipendenti a salario, disponevano di un proprio banco da lavoro provvisto di sedie e utensili, potevano accettare incarichi da svolgere autonomamente e talvolta compartecipavano agli utili dell’azienda (Dorini 1934, Riforma del 1460, rub. XXV, 617 e Riforma del 1486, rub. VI, 667-68; Corsini 2000, 110).</hi></p><p rend="h2" ><hi>5. Conclusioni </hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Con la cautela necessaria ad evitare facili generalizzazioni, è lecito sostenere che la società urbana dell’Italia tardo-medievale attribuiva caratteri nettamente diversi al lavoro indipendente e a quello dipendente e conseguentemente percepiva in modo difforme e antinomico le categorie degli artigiani e dei salariati. Pur in un clima che, al tramonto dell’età di mezzo, tornava a svalutare nel suo complesso le attività manuali e coloro che le svolgevano, accomunati sotto le etichette di «vili» o «ignobili»</hi><hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi><ref target="OP08885_int_online_chapter_61_363-373.html#footnote-000">9</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">, i maestri continuavano a godere della considerazione che gli derivava dalle conoscenze acquisite, da un ‘saper fare’ riconosciuto, dall’essere padroni di bottega e datori di lavoro: una reputazione che, in qualche misura, sopravviveva anche quando i rovesci della fortuna li costringevano a liquidare l’azienda e ad impiegarsi come sottoposti. Sui salariati, al contrario, pesavano sempre più i pregiudizi legati alla loro condizione di dipendenza, che rimandava all’idea della servitù, tanto più condannabile perché ‘volontaria’ e motivata solo dall’ingordigia del guadagno, ma anche la loro assimilazione a categorie infide e pericolose come quelle dei vagabondi e più in generale dei marginali. </hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">L’impressione, fondata, è che essi stessi restassero almeno in parte prigionieri della rappresentazione sociale che li concerneva, come si ricava dalle risposte date ai loro padroni dai lavoratori lanieri veneziani. Dinanzi ai taglienti giudizi pronunciati nei loro confronti, infatti, non reagirono rivendicando la propria utilità in vista del bene comune, ma si sforzarono di equiparare la propria posizione a quella degli artigiani. I drappieri dicono che non hanno bottega? Neanche i «murari» ce l’hanno, eppure sono maestri e possono formare confraternite. Li accusano di essere erranti? Ma se il loro desiderio è solo quello di «venire per farsi stabili et permanenti in questa cità»! Sono «puri et simplici lavoranti et operaii»? Nient’affatto: come avviene negli altri mestieri, dove via via gli apprendisti completano la formazione, così – dicono – anche «li nostri grezi lavoranti […] serano atti maistri» (Mozzato 2002, II, doc. 733, 438-40). Insomma, ormai lontanissime le tentazioni ribellistiche dei ‘ciompi’ fiorentini e la loro orgogliosa identificazione con il «Popolo di Dio», il desiderio più grande degli scartezini,</hi><hi rend="CharOverride-1"> pettenadori, et vergezini de l’Arte de la Lana» </hi><hi rend="CharOverride-1">di Venezia è quello di essere integrati, di essere considerati </hi><hi rend="italic CharOverride-1">artifices</hi><hi rend="CharOverride-1"> come tutti gli altri.</hi></p><p rend="h2" ><hi>Riferimenti bibliografici</hi></p><p rend="bib_indx_bib" ><hi rend="CharOverride-1">Airaldi, Gabriella. 2009. </hi><hi rend="italic CharOverride-1">Senza un denaro al mondo. Vita e avventure di Giovanni Antonio da Faie, speziale di fine Quattrocento</hi><hi rend="CharOverride-1">. 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Moyen Âge</hi><hi rend="CharOverride-1"> 125, 2, 283-86. </hi></p><p rend="bib_indx_bib" ><hi rend="CharOverride-1">Todeschini, Giacomo. </hi><hi rend="CharOverride-1">2015. “Servitude et travail à la fin du Moyen Âge.</hi><hi rend="CharOverride-1"> La dévalorisation des salariés et les pauvres «peu méritants».”</hi><hi rend="CharOverride-1"> </hi><hi rend="italic CharOverride-1">Annales HSS</hi><hi rend="CharOverride-1"> 70, 1: 81-9.</hi></p><p rend="bib_indx_bib" ><hi rend="CharOverride-1">Tucci, Ugo. 1990. “Carriere popolane e </hi><hi rend="CharOverride-1">dinastie di mestiere a Venezia.” In </hi><hi rend="italic CharOverride-1">Gerarchie economiche e gerarchie sociali, secoli XII-XVIII</hi><hi rend="CharOverride-1">. Atti della</hi><hi rend="CharOverride-1"> XII Settimana di Studi dell’Istituto internazionale di Storia economica</hi><hi rend="CharOverride-1"> «F. Datini», Prato 18-23 aprile 1980, a cura di Annalisa</hi><hi rend="CharOverride-1"> Guarducci, 817-52. Firenze: Le Monnier.</hi></p><list type="ordered">
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-2"><ref target="OP08885_int_online_chapter_61_363-373.html#footnote-008-backlink">1</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	Sul tema si vedano almeno Sternagel</hi><hi rend="italic CharOverride-1"> </hi><hi rend="CharOverride-1">1966; Alessio 1965 e 1983; Jansen-Sieben</hi><hi rend="CharOverride-1"> </hi><hi rend="CharOverride-1">1989; De Capitani 2000.</hi></p></item>
				</list><list type="ordered">
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-2"><ref target="OP08885_int_online_chapter_61_363-373.html#footnote-007-backlink">2</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	Per una descrizione analitica dell’universo del lavoro manuale mi permetto di rinviare a Franceschi 2017.</hi></p></item>
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					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-2"><ref target="OP08885_int_online_chapter_61_363-373.html#footnote-006-backlink">3</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	Banchi e Polidori 1863-77, par. III, cap. 28, 256 («Che tutti e’ maestri debbano andare al morto co’ rettori»).</hi><hi rend="italic CharOverride-1"> </hi></p></item>
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					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-2"><ref target="OP08885_int_online_chapter_61_363-373.html#footnote-005-backlink">4</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	Banchi e Polidori 1863-77, </hi><hi rend="italic CharOverride-1">Addizioni</hi><hi rend="CharOverride-1"> (1330), cap. 1, 263 («De andare alla sipoltura del discepoli»). La presenza alle esequie di un maestro per bottega, nel caso in cui «morisse lavorente o gignore», era prevista anche dal </hi><hi rend="italic CharOverride-1">Breve degli orafi senesi</hi><hi rend="CharOverride-1">: Milanesi 1854, a cura di., cap. 40, 75 («Quando morisse neuno capomaestro d’orafi»).</hi></p></item>
				</list><list type="ordered">
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-2"><ref target="OP08885_int_online_chapter_61_363-373.html#footnote-004-backlink">5</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	</hi><hi rend="CharOverride-1">«Richordo chome el sopradetto dì feci una insegnia da botegha </hi><hi rend="CharOverride-1">in panno a Giovanni Ghuerucci e chonpagni merc[i]ai in Porta </hi><hi rend="CharOverride-1">Santa Maria, insulla quale feci la Nostra Donna chol Figliuolo in chollo»: Neri di Bicci 1976, 373-74.</hi></p></item>
				</list><list type="ordered">
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-2"><ref target="OP08885_int_online_chapter_61_363-373.html#footnote-003-backlink">6</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	Da Faie 1997, 64-5. Su questo personaggio si vedano almeno Bordini 2006 e Airaldi 2009.</hi></p></item>
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					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-2"><ref target="OP08885_int_online_chapter_61_363-373.html#footnote-002-backlink">7</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	Così in una novella di Franco Sacchetti: 1970, nov. CXCI, 234.</hi></p></item>
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					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-2"><ref target="OP08885_int_online_chapter_61_363-373.html#footnote-001-backlink">8</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	«Quasi un salto di classe» lo definisce Degrassi 2010, 275, riprendendo l’espressione da Tucci 1990, 830-31.</hi></p></item>
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					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-2"><ref target="OP08885_int_online_chapter_61_363-373.html#footnote-000-backlink">9</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	È molto significativo il fatto che nel 1458, in una grande ‘città-fabbrica’ come Firenze, la massima magistratura cittadina, fino ad allora designata con il nome di Priori delle Arti, vedesse cambiata la propria intitolazione in Priori della Libertà: veniva infatti giudicato sconveniente che gli ambasciatori fiorentini presso principi e sovrani comparissero quali rappresentanti di ‘vili’ artigiani e che corrispondentemente i Signori ne portassero il nome (Fubini 2003, 61).</hi></p></item>
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