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        <title type="main" level="a">Il lavoro nelle corporazioni nell’Europa del Medioevo: tra identità di gruppo e ordine sociale</title>
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          <resp>This is a section of <title>Idee di lavoro e di ozio per la nostra civiltà</title>(DOI: <idno type="DOI">10.36253/979-12-215-0319-7</idno>) by </resp>
          <name>Giovanni Mari, Francesco Ammannati, Brogi Stefano, Tiziana Faitini, Arianna Fermani, Francesco Seghezzi, Annalisa Tonarelli</name>
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        <publisher>Firenze University Press</publisher>
        <pubPlace>Florence</pubPlace>
        <date when="2024">2024</date>
        <idno type="DOI">https://doi.org/10.36253/979-12-215-0319-7.44</idno>
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        <p>While medieval guilds failed to absorb and encapsulate the entire world of labour into their fold, the moral, civic and political impact in medieval societies and the role in articulating rank in an increasingly hierarchical society is unquestionable. Guildsmen believed that their associations promoted 'justice' and that decisions within the guild should express the will of the majority of peers. However, this moral ethic, this concept of brotherhood, led to the exclusion from the world of production and, by extension, civil society, of all those who were outside the guild system. This system limited the resourcefulness of some and entailed the survival of the mediocre, but it was an acceptable compromise to ensure the security, order and reliability of the economic and social system for the majority.</p>
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            <item>middle ages</item>
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      <p>It is available online at https://doi.org/10.36253/979-12-215-0319-7.44<ref target="https://doi.org/10.36253/979-12-215-0319-7.44" /></p>
      
      <p rend="h1_chapter">Il lavoro nelle corporazioni nell’Europa del Medioevo: tra identità di gruppo e ordine sociale</p><p rend="h1_author ParaOverride-1" ><hi rend="CharOverride-1">Francesco Ammannati</hi></p><p rend="h2" ><hi>1. Introduzione</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">L’ormai secolare</hi><hi rend="CharOverride-1"> dibattito storiografico sul ruolo svolto dalle corporazioni nelle società e</hi><hi rend="CharOverride-1"> nelle economie medievali pare oggi tutt’altro che sopito e,</hi><hi rend="CharOverride-1"> pur non avendo la rilevanza di qualche decennio fa, continua</hi><hi rend="CharOverride-1"> a contrapporre interpretazioni marcatamente negative a tentativi di riabilitazione delle</hi><hi rend="CharOverride-1"> Arti. Per superare questa </hi><hi rend="italic CharOverride-1">impasse</hi><hi rend="CharOverride-1"> gli storici hanno cercato di</hi><hi rend="CharOverride-1"> concentrare l’attenzione sulla congerie di interessi contrastanti che il</hi><hi rend="CharOverride-1"> sistema corporativo sarebbe stato in grado di temperare e gestire,</hi><hi rend="CharOverride-1"> e collegare le attività istituzionali tipiche delle Arti agli </hi><hi rend="CharOverride-1">effetti e alle ricadute di natura economica delle stesse sulle</hi><hi rend="CharOverride-1"> società di antico regime. Si è tentato, in sostanza, di</hi><hi rend="CharOverride-1"> individuare le reali funzioni socio-economiche delle corporazioni (fossero percepite esplicitamente</hi><hi rend="CharOverride-1"> e organicamente dai coevi o meno). Le risposte più comuni</hi><hi rend="CharOverride-1"> si sono raccolte intorno ad alcune macro-attività: le corporazioni</hi><hi rend="CharOverride-1"> avrebbero permesso una riduzione dei costi di transazione creando presso</hi><hi rend="CharOverride-1"> gli operatori i presupposti per la trasmissione delle conoscenze alle</hi><hi rend="CharOverride-1"> successive generazioni, contribuendo al coordinamento di processi di produzione complessi</hi><hi rend="CharOverride-1"> e riducendo le asimmetrie informative tra produttori e consumatori (Guenzi</hi><hi rend="CharOverride-1">, Massa, e Moioli 1999; 2004; Meriggi e Pastore 2000;</hi><hi rend="CharOverride-1"> Degrassi 1996; S. R. Epstein e Prak 2008; Ogilvie 2019)</hi><hi rend="CharOverride-1">. Riguardo quest’ultimo punto, un esempio paradigmatico è </hi><hi rend="CharOverride-1">rappresentato dal controllo qualitativo dell’output di coloro che erano </hi><hi rend="CharOverride-1">sottoposti a una corporazione artigiana che, lungi dal creare blocchi </hi><hi rend="CharOverride-1">all’attività del settore, avrebbe contribuito a un’affermazione commerciale </hi><hi rend="CharOverride-1">dei prodotti ‘garantiti’ dalle Arti (Gustafsson 1991; Pfister 1998; Richardson </hi><hi rend="CharOverride-1">2004). Un’altra funzione delle istituzioni corporative è stata individuata</hi><hi rend="CharOverride-1"> in una migliore allocazione del fattore lavoro, soprattutto quello specializzato,</hi><hi rend="CharOverride-1"> attraverso strumenti come l’apprendistato. Alcuni, tentando di ribaltare una</hi><hi rend="CharOverride-1"> delle critiche più feroci mosse verso le strutture corporative, hanno</hi><hi rend="CharOverride-1"> invece individuato proprio nelle Arti un veicolo privilegiato per la</hi><hi rend="CharOverride-1"> diffusione delle nuove tecnologie (S. R. Epstein 1998; De Munck</hi><hi rend="CharOverride-1"> 2007; De Munck, Kaplan, e Soly 2007; Greci 1988).</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Questa</hi><hi rend="CharOverride-1"> molteplicità di scopi poteva variare a seconda del luogo </hi><hi rend="CharOverride-1">e del mestiere, nonché cambiare radicalmente nel tempo. I diversi</hi><hi rend="CharOverride-1"> punti di vista sulle origini e la persistenza nel corso</hi><hi rend="CharOverride-1"> dei secoli delle corporazioni sono dunque l’inevitabile conseguenza della</hi><hi rend="CharOverride-1"> molteplicità di queste organizzazioni e della complessità dei percorsi, spesso</hi><hi rend="CharOverride-1"> divergenti, che esse perseguirono. Altrettanto inevitabile, dato l’intersecarsi delle</hi><hi rend="CharOverride-1"> dimensioni politico-istituzionale, socioeconomica e culturale-ideologica, che le opinioni sulle Arti</hi><hi rend="CharOverride-1"> siano condizionate dalle prospettive storiche generali e dai valori contemporanei</hi><hi rend="CharOverride-1"> (Lis e Soly 2012, 327). </hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">È sorprendente, ad esempio, </hi><hi rend="CharOverride-1">come in antico regime i mestieri del commercio e dell’</hi><hi rend="CharOverride-1">artigianato afferissero a un unico gruppo, da cui erano esclusi </hi><hi rend="CharOverride-1">i lavoratori non specializzati; nel XIX secolo, dopo </hi><hi rend="CharOverride-1">le rivoluzioni conosciute dalla manifattura, questi ultimi avrebbero invece costituito un</hi><hi rend="CharOverride-1"> comparto unico insieme agli artigiani industriali, nettamente distinto dal </hi><hi rend="CharOverride-1">mondo del commercio. Ciò testimonia un cambiamento fondamentale nelle categorie </hi><hi rend="CharOverride-1">concettuali attraverso le quali le persone percepiscono, comprendono e agiscono </hi><hi rend="CharOverride-1">nell’ambiente sociale (Sewell 1980, 21). Si dovrebbe inoltre </hi><hi rend="CharOverride-1">resistere alla tentazione di considerare il fenomeno corporativo come uniforme </hi><hi rend="CharOverride-1">e granitico. La corporazione era il concetto, comunque instabile, </hi><hi rend="CharOverride-1">a cui faceva riferimento il mondo della produzione, da intendersi</hi><hi rend="CharOverride-1"> come un sistema di potere, di relazioni e di pratiche</hi><hi rend="CharOverride-1"> in continuo cambiamento e sviluppo. È per questo preferibile </hi><hi rend="CharOverride-1">affrontarla come un’istituzione eterogenea, in cui la dimensione economica </hi><hi rend="CharOverride-1">non prevaleva su quella religiosa, politica o sociale (Crossick 1997, </hi><hi rend="CharOverride-1">19). </hi></p><p rend="h2" ><hi>2. I caratteri generali del fenomeno corporativo</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Le corporazioni</hi><hi rend="CharOverride-1"> medievali potevano essere individuate da una pluralità di espressioni: </hi><hi rend="italic CharOverride-1">societas</hi><hi rend="CharOverride-1">, </hi><hi rend="italic CharOverride-1">ministeria</hi><hi rend="CharOverride-1">, </hi><hi rend="italic CharOverride-1">misteria</hi><hi rend="CharOverride-1">, </hi><hi rend="italic CharOverride-1">scholae</hi><hi rend="CharOverride-1">, </hi><hi rend="italic CharOverride-1">societas</hi><hi rend="CharOverride-1">, </hi><hi rend="italic CharOverride-1">frataliae</hi><hi rend="CharOverride-1">, </hi><hi rend="italic CharOverride-1">ordines</hi><hi rend="CharOverride-1">, </hi><hi rend="italic CharOverride-1">universitates</hi><hi rend="CharOverride-1">, </hi><hi rend="italic CharOverride-1">collegia</hi><hi rend="CharOverride-1">, </hi><hi rend="italic CharOverride-1">paratica</hi><hi rend="CharOverride-1"> e soprattutto </hi><hi rend="italic CharOverride-1">artes</hi><hi rend="CharOverride-1">. Qu</hi><hi rend="CharOverride-1">est’ultimo termine però indicava sia quei mestieri che si </hi><hi rend="CharOverride-1">riunirono effettivamente in corporazioni (con statuti e matricole propri), sia</hi><hi rend="CharOverride-1"> quelle professioni che per i più svariati motivi non poterono</hi><hi rend="CharOverride-1"> costituirsi in associazioni. Non tutti coloro che svolgevano un</hi><hi rend="CharOverride-1">’attività artigianale erano quindi membri di una corporazione, che </hi><hi rend="CharOverride-1">rappresentava comunque la via primaria per la stabilità economica e </hi><hi rend="CharOverride-1">la visibilità civica (Pini 1983, 75). Pur non escludendo </hi><hi rend="CharOverride-1">che in passato le professioni avessero potuto conoscere qualche forma </hi><hi rend="CharOverride-1">di organizzazione, libera o più probabilmente di tipo coercitivo, e </hi><hi rend="CharOverride-1">nonostante le diverse ipotesi sulla loro origine (Pini 1983; Greci </hi><hi rend="CharOverride-1">1988; Leicht 1933), pare che le corporazioni propriamente dette sorsero</hi><hi rend="CharOverride-1"> come fenomeno del tutto nuovo e autonomo solo dalla </hi><hi rend="CharOverride-1">seconda metà del XII secolo, una volta che i comuni</hi><hi rend="CharOverride-1"> ebbero acquisito una legittimità e un’autonomia burocratico-amministrativa </hi><hi rend="CharOverride-1">del tutto sconosciuta all’epoca precedente.</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Come accennato, </hi><hi rend="CharOverride-1">le principali funzioni economiche delle corporazioni erano regolamentare la qualità</hi><hi rend="CharOverride-1"> dell’artigianato e stabilire monopoli sulla produzione e vendita di</hi><hi rend="CharOverride-1"> particolari manufatti. La concorrenza che esisteva all’interno dei</hi><hi rend="CharOverride-1"> mestieri per l’accesso alle materie prime e ai </hi><hi rend="CharOverride-1">clienti forniva un robusto incentivo alla cooperazione, che esondava in</hi><hi rend="CharOverride-1"> monopolio per consentire la sopravvivenza dei diversi settori nel commercio</hi><hi rend="CharOverride-1"> di lunga distanza, ma anche per fornire una divisione ordinata</hi><hi rend="CharOverride-1"> del mercato locale (S. A. Epstein 1991, 99). Questa</hi><hi rend="CharOverride-1"> comunione di intenti volta al sostegno e alla difesa reciproca</hi><hi rend="CharOverride-1"> rischia di restituire l’immagine di una struttura più compatta</hi><hi rend="CharOverride-1"> e omogenea di quanto fosse in realtà. Le fonti statutarie</hi><hi rend="CharOverride-1"> spesso rappresentavano un’armonia tra maestri e sottoposti lontana dalla</hi><hi rend="CharOverride-1"> pratica effettiva, ma anche la consonanza nelle relazioni all’interno del primo gruppo deve essere considerata</hi><hi rend="CharOverride-1"> più «un postulato che un </hi><hi rend="CharOverride-1">dato effettivo» (Degrassi 2007, 366). D’altronde l’istituto </hi><hi rend="CharOverride-1">corporativo era costitutivamente ambiguo e contraddittorio: da un lato si </hi><hi rend="CharOverride-1">fondava su base volontaristica, dall’altro mirava a realizzare un </hi><hi rend="CharOverride-1">monopolio della forza lavoro urbana. Univa datori di lavoro e </hi><hi rend="CharOverride-1">dipendenti su basi di solidarietà e reciproca assistenza, ma escludeva </hi><hi rend="CharOverride-1">nella pratica questi ultimi da ogni ambito decisionale, sottoponendoli </hi><hi rend="CharOverride-1">a un controllo gerarchico (Degrassi 1996, 20). Col passare de</hi><hi rend="CharOverride-1">l tempo, seguendo una tendenza che ebbe velocità diverse a</hi><hi rend="CharOverride-1"> seconda della zona e delle circostanze, ma una direzione comune,</hi><hi rend="CharOverride-1"> la natura di rete di solidarietà delle Arti si affievolì.</hi><hi rend="CharOverride-1"> Al contempo si accentuarono le funzioni propriamente economiche di tutela</hi><hi rend="CharOverride-1"> dei rapporti di subordinazione del lavoro, delegando l’azione assistenziale</hi><hi rend="CharOverride-1"> a confraternite o altri istituti, e restringendo al vertice </hi><hi rend="CharOverride-1">il governo e i privilegi corporativi (Degrassi 2007, 383).</hi></p><p rend="h2" ><hi>3. </hi><hi>La percezione del lavoro corporato e il ruolo delle Arti</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Come erano percepiti e si percepivano i membri di una </hi><hi rend="CharOverride-1">corporazione tra il tardo Medioevo e la prima età moderna? </hi><hi rend="CharOverride-1">La loro professione giocava un ruolo nell’immagine che restituivano?</hi><hi rend="CharOverride-1"> In che misura poteva esistere una coscienza professionale collettiva e</hi><hi rend="CharOverride-1"> un codice etico ad essa collegato? La questione può essere</hi><hi rend="CharOverride-1"> esaminata da due prospettive radicalmente diverse. Una si concentra su</hi><hi rend="CharOverride-1"> come l’attività lavorativa veniva vista e considerata da coloro</hi><hi rend="CharOverride-1"> che non erano essi stessi lavoratori; l’altra, più difficile</hi><hi rend="CharOverride-1"> da valutare per la mancanza di fonti adeguate, è basata</hi><hi rend="CharOverride-1"> sulla percezione che i lavoratori avevano di se stessi.</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Riguardo</hi><hi rend="CharOverride-1"> quest’ultima, è importante considerare che, nello svolgimento della</hi><hi rend="CharOverride-1"> propria attività, gli artigiani si affidavano prima di tutto all</hi><hi rend="CharOverride-1">’esperienza e a un occhio allenato al </hi><hi rend="italic CharOverride-1">problem-solving</hi><hi rend="CharOverride-1"> più </hi><hi rend="CharOverride-1">che ricorrere alla consultazione di manuali tecnici. Non è </hi><hi rend="CharOverride-1">un caso che nessuna innovazione pre-moderna sia mai stata trasferita </hi><hi rend="CharOverride-1">semplicemente attraverso la parola scritta: i pochi casi in cui</hi><hi rend="CharOverride-1"> gli specialisti provarono a descrivere in modo compiuto il</hi><hi rend="CharOverride-1"> loro lavoro restituiscono testi ricchi di dettagli inutili o </hi><hi rend="CharOverride-1">ridondanti che nascondono, anche inconsapevolmente, fondamentali trucchi del mestiere. L</hi><hi rend="CharOverride-1">a trasmissione del sapere avveniva in bottega, attraverso l’esempio </hi><hi rend="CharOverride-1">e l’osservazione dei gesti. Per questo se disponiamo di</hi><hi rend="CharOverride-1"> molta documentazione ‘sugli’ artigiani, più rare sono le testimonianze dirette</hi><hi rend="CharOverride-1"> prodotte ‘dagli’ artigiani; ciò rende difficile apprezzare il loro bagaglio</hi><hi rend="CharOverride-1"> culturale specifico e il livello di elaborazione teorico-tecnica di cui</hi><hi rend="CharOverride-1"> erano capaci. Questo, esagerando forse in senso opposto, ha </hi><hi rend="CharOverride-1">portato a imputare agli artigiani una </hi></p><p rend="quotation_b" ><hi rend="CharOverride-1">sostanziale incapacità di elaborazione </hi><hi rend="CharOverride-1">culturale, a differenza dei mercanti che della scrittura fecero lo</hi><hi rend="CharOverride-1"> strumento tecnico del loro operare e il mezzo a cui</hi><hi rend="CharOverride-1"> affidare la loro visione della vita e del mondo (Degrassi</hi><hi rend="CharOverride-1"> 1996, 203).</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Una riflessione più articolata, necessariamente esterna al </hi><hi rend="CharOverride-1">mondo della produzione, era affidata ai canonisti o ai maestri </hi><hi rend="CharOverride-1">universitari che osservavano la società coeva scrivendo di idee, come </hi><hi rend="CharOverride-1">il lavoro e i prezzi, e di cose, come il</hi><hi rend="CharOverride-1"> denaro e le corporazioni: questi pensatori avevano molto più </hi><hi rend="CharOverride-1">da dire sul lavoro in sé che sulle ultime, </hi><hi rend="CharOverride-1">sono infatti molto pochi i commenti esplicitamente rivolti a queste </hi><hi rend="CharOverride-1">istituzioni, pur così importanti nella quotidianità di mercanti e artigiani</hi><hi rend="CharOverride-1"> (S. A. Epstein 1991, 172).</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Il loro punto di vista sulle Arti può essere spesso apprezzato in modo indiretto, o comunque come la conseguenza di una riflessione ispirata dall’analisi degli elementi che concorrevano alla formazione del prezzo dei beni quale premessa per la corretta misura della retribuzione del lavoro. La necessità di regolamentare le pratiche produttive e commerciali derivava dall’auspicata realizzazione dell’</hi><hi rend="italic CharOverride-1">aequalitas</hi><hi rend="CharOverride-1">, apportatrice di benefici alla comunità, nello scambio di beni e servizi: in quest’ottica era necessario sottrarre all’arbitrio dei singoli la determinazione del valore di scambio dei beni, e ricondurla a una definizione collettiva del prezzo, cioè quella espressa dal mercato. Esso non rappresentava l’incontro di domanda e offerta frammentate tra molteplici individualità, ma un processo cooperativo organizzato che produceva lo scambio sociale e la costruzione di un bene collettivo (Cerrito 2015, 249). Solo assicurando la qualità delle merci poteva essere garantita un’adeguata remunerazione del lavoro: da qui l’importanza della vigilanza corporativa in merito al controllo degli standard, alle condizioni uniformi per l’accesso alle materie prime, alla regolamentazione della concorrenza per evitare che i membri più intraprendenti ottenessero posizioni di vantaggio e prominenti nei confronti dei propri pari. Queste azioni miravano a restringere «la banda di oscillazione del guadagno» entro valori non troppo diversificati e vicini a quella giusta misura propugnata da San Tommaso d’Aquino. Le corporazioni che seguivano questi principi vedevano approvata la loro azione dalla dottrina ecclesiastica, che condannava invece ogni sospetto di cartello che alterasse il principio di equità negli scambi manipolando artificiosamente i prezzi </hi><hi rend="CharOverride-1">(Degrassi 1996, 205).</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Il corporativismo comportava quindi una visione del </hi><hi rend="CharOverride-1">lavoro come responsabilità sociale collettiva e di carattere pubblico. I </hi><hi rend="CharOverride-1">governi cittadini non consideravano il lavoro come un esercizio naturale </hi><hi rend="CharOverride-1">e libero dell’attività dell’uomo, ma ritenevano la sua </hi><hi rend="CharOverride-1">pratica una concessione dell’autorità pubblica. Ritenevano cioè che</hi><hi rend="CharOverride-1"> fosse loro compito regolare il mondo del lavoro per il</hi><hi rend="CharOverride-1"> benessere della collettività. Gli artigiani dovevano essere produttori affidabili</hi><hi rend="CharOverride-1"> di articoli destinati al consumo pubblico, per questo era </hi><hi rend="CharOverride-1">necessario che le loro botteghe fossero aperte e visibili ai </hi><hi rend="CharOverride-1">passanti. Le associazioni a cui appartenevano i maestri erano </hi><hi rend="CharOverride-1">enti con finalità collettive, e in cambio di questo servizio</hi><hi rend="CharOverride-1"> venivano concessi loro privilegi corporativi, tra cui il potere di</hi><hi rend="CharOverride-1"> controllare i propri membri in accordo con gli statuti (Farr</hi><hi rend="CharOverride-1"> 2000, 22).</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Eppure, gli scolastici non consideravano la corporazione artigiana come una comunità moralmente significativa. La riscoperta di Aristotele avrebbe potuto rendere i filosofi consapevoli del significato morale di specifici tipi di associazione, ma quasi nessuno trattò la corporazione nel modo in cui ad esempio lo stesso Aristotele o Platone avevano concepito la </hi><hi rend="italic CharOverride-1">polis</hi><hi rend="CharOverride-1">. Alla corporazione non era riconosciuto praticamente alcuno status nella scala dei valori umani; da nessuna parte si sosteneva che fosse un bene appartenere a un’Arte (Black 2003, 29). È singolare quanta poca attenzione abbiano ricevuto le corporazioni, così diffuse nella società e così caratteristiche dell’epoca, dagli scrittori politici e sociali del Medioevo. Black ha parlato di «silenzio assordante». Persino i giuristi ne discutevano il significato morale e sociale limitandosi al contesto della giustizia, e da un punto di vista filosofico solo quando trattavano della natura delle istituzioni in un senso più ampio (</hi><hi rend="italic CharOverride-1">collegia</hi><hi rend="CharOverride-1">, </hi><hi rend="italic CharOverride-1">universitates</hi><hi rend="CharOverride-1">). La categoria comprendeva sia le corporazioni che numerosi altri enti, e in queste discussioni generali non si faceva quasi mai riferimento esplicito alle Arti; gli esempi solitamente riportati erano la città, il capitolo della cattedrale o l’università (Black </hi><hi rend="CharOverride-1">2003, 80). </hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Forse fu Marsilio da Padova (1275-1342) l’unico pensatore medievale a prendere in seria considerazione il ruolo dell’organizzazione corporativa nelle città-stato coeve, stabilendo una connessione fondamentale tra occupazione e cittadinanza. Entrambi questi aspetti traevano infatti origine dalle disposizioni e dai bisogni naturali dell’uomo. Nel suo </hi><hi rend="italic CharOverride-1">Defensor pacis</hi><hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi><ref target="OP08885_int_online_chapter_63_375-386.html#footnote-003">1</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1"> egli poneva i gruppi funzionali al centro della sua teoria dello Stato, incorporando nella struttura del suo modello politico l’idea della comunità come una totalità composta da diverse parti o </hi><hi rend="italic CharOverride-1">membra</hi><hi rend="CharOverride-1"> sotto forma di corpi professionali (Black 2003, 86). </hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Marsilio chiamava queste parti distinte che componevano la civitas </hi><hi rend="italic CharOverride-1">officia</hi><hi rend="CharOverride-1"> (mansioni, ministeri) e riteneva che gli uomini avessero una naturale inclinazione verso certe </hi><hi rend="italic CharOverride-1">artes</hi><hi rend="CharOverride-1"> (mestieri). Simili termini, che rimandano a una semantica corporativa, erano da lui utilizzati in senso ampio per includere tutte le occupazioni necessarie alla vita civile come il lavoro agricolo e così via; non mancava però di specificare come il </hi><hi rend="italic CharOverride-1">genus</hi><hi rend="CharOverride-1"> degli artigiani avesse lo scopo controllare le azioni e le passioni degli uomini in modo che non fossero influenzate dagli elementi esterni:</hi></p><p rend="quotation_b" ><hi rend="CharOverride-1">Ad moderandas vero actiones et passiones nostri corporis, </hi><hi rend="CharOverride-1">ab his quae nos extrinsecus continet elementis et ipsorum impressionibus,</hi><hi rend="CharOverride-1"> inventum fuit genus mechanicarum, […] sicuti lanificium, coriaria, sutoriae et</hi><hi rend="CharOverride-1"> omnes domificative species et aliae quedam mechanicae aliis subservientes officiis</hi><hi rend="CharOverride-1"> civitatis, mediate aut immediate (I, Caput V)</hi><hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi><ref target="OP08885_int_online_chapter_63_375-386.html#footnote-002">2</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">.</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">È evidente come la concezione della </hi><hi rend="italic CharOverride-1">civitas</hi><hi rend="CharOverride-1"> di Marsilio fosse, alla sua base, corporativista. L’intera comunità civica rappresentava «la moltitudine o il popolo di tutti i collegi della politica o dell’ordine civile»: «Vult dicere omnium collegiorum politie seu civilitatis simul sumptorum, amplior est multitudo, sive populus» (I, Caput XIII).</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Il corporativismo di Marsilio, tuttavia, era prettamente metafisico. Quando si trattava di legge e di governo, non prevedeva che le parti funzionassero separatamente, o che mantenessero la loro identità distinta a livello politico. Anzi, egli ritornava all’idea di </hi><hi rend="italic CharOverride-1">cives</hi><hi rend="CharOverride-1"> affermando la natura completamente unitaria della «corporazione dei cittadini» (Black 2003, 89). Le idee di corporazione e di società civile erano però riunite nella definizione di Marsilio di «causa attiva o produttiva della tranquillità». Si trattava dell’interazione tra i cittadini, della condivisione del proprio lavoro, dell’assistenza e dell’aiuto reciproci da offrire in particolare attraverso l’esercizio di diversi mestieri. In generale, consisteva nella capacità di svolgere i propri compiti privati e comunitari senza ostacoli esterni, e della partecipazione ai benefici e agli oneri collettivi secondo una misura adeguata:</hi></p><p rend="quotation_b" ><hi rend="CharOverride-1">civium conversatio mutua, et communicatio ipsorum</hi><hi rend="CharOverride-1"> invicem suorum operum, mutuumque auxilium atque iuvamentum, generaliterque suorum</hi><hi rend="CharOverride-1"> propriorum operum et communium exercendi ab extrinseco non impedita potestas</hi><hi rend="CharOverride-1">, participatio quoque communium commodorum et onerum secundum convenientem unicuique </hi><hi rend="CharOverride-1">mensuram (I, Caput XIX)</hi><hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi><ref target="OP08885_int_online_chapter_63_375-386.html#footnote-001">3</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">. </hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Una visione più concreta ma altrettanto positiva dell’attività e della comunità degli artigiani organizzati nelle loro corporazioni è rintracciabile anche in qualche testo di natura letteraria. Cittadini a pieno titolo, «parte viva e attiva del tessuto di relazioni che costituiva la comunità urbana» (Degrassi 2017, 36), il loro lavoro dava da vivere ai propri compagni e ai sottoposti, a vantaggio della prosperità dell’intera città. Il frate predicatore Giordano da Pisa (circa 1260-1311) per descrivere l’armonia dell’ordine ultraterreno prendeva a modello l’organizzazione delle Arti, funzionale ai bisogni della comunità cittadina:</hi></p><p rend="quotation_b" ><hi rend="CharOverride-1">Come </hi><hi rend="CharOverride-1">è bella cosa la cittade bene ordinata, ove sono le </hi><hi rend="CharOverride-1">molte Arti, e catuna per se, e sono comuni</hi><hi rend="CharOverride-1"> tutte le Arti, troppo è grande bellezza; perocché non </hi><hi rend="CharOverride-1">ci ha Arte nulla che non sia utile; il calzolai</hi><hi rend="CharOverride-1">o è utile a tutta la cittade, ch’egli calza;</hi><hi rend="CharOverride-1"> il fornaio è utile e necessario, che ti cuoce </hi><hi rend="CharOverride-1">il pane; il sartore altresì; il cavaliere è utile a </hi><hi rend="CharOverride-1">tutta la cittade, ché la difende; sicchè il bene</hi><hi rend="CharOverride-1"> del calzolaio è del cavaliere, e quello del cavaliere</hi><hi rend="CharOverride-1"> è del calzolaio (citato in Degrassi 2017, 37).</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Il riferimento al mestiere non si limitava a un semplice esercizio tassonomico, ma collocava il personaggio in una scala sociale ben definita, in un sistema di comportamenti e valori, insomma era un «complemento dell’identità personale» (Degrassi 2017, 36).</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Anche gli umanisti fiorentini si espressero esplicitamente a favore della partecipazione delle corporazioni alle decisioni politiche. Coluccio Salutati (1332-1406), cancelliere della Repubblica fiorentina, arrivava a difendere ai primi del Quattrocento il diritto alla rappresentanza politica degli artigiani contro i pregiudizi delle classi superiori più influenti e istruite: </hi></p><p rend="quotation_b" ><hi rend="CharOverride-1">Quid enim</hi><hi rend="CharOverride-1"> dulcius? quid letius? quid denique gratius potuit nunciari quam</hi><hi rend="CharOverride-1"> statum vestre civitatis in manus mercatorum et artificum resedisse? H</hi><hi rend="CharOverride-1">i enim libertatem naturaliter amant, ut pote qui gravius premi </hi><hi rend="CharOverride-1">soleant morsibus servitutis. Tranquillitatem optant in qua sola artes quibus </hi><hi rend="CharOverride-1">dediti sunt cum utilitate perficiunt, equabilitatem inter cives diligunt atque </hi><hi rend="CharOverride-1">fovent (Witt 1969, 455)</hi><hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi><ref target="OP08885_int_online_chapter_63_375-386.html#footnote-000">4</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">. </hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Qualche decennio dopo, un altro cancelliere della Repubblica, Leonardo Bruni (1370-1444), affermava che «la repubblica dei fiorentini […] non è governata né interamente dagli aristocratici (</hi><hi rend="italic CharOverride-1">optimates</hi><hi rend="CharOverride-1">) né dal popolo, ma è mista da entrambe le forme» (Black 2003, 100; Lis</hi><hi rend="CharOverride-1"> e Soly 2012, 330). A suo avviso, pur realisticamente ammettendo che l’elemento propriamente popolare si stava gradualmente attenuando, esisteva una connessione necessaria tra un governo in cui potessero operare anche uomini di media ricchezza, attraverso le corporazioni, e l’uguaglianza di tutti i cittadini, sia dal punto di vista della legge che dell’accesso alle cariche politiche.</hi></p><p rend="h2 ParaOverride-2" ><hi>4. Sistema corporativo e ordine sociale</hi><hi> </hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Il corporativismo può essere visto come un sistema retorico adottato per ordinare il mondo e dargli un senso; esso definiva l’organizzazione sociale e politica abbracciando principi di paternalismo, gerarchia e disciplina, quella economica applicando il principio del contenimento della concorrenza per garantire il sostentamento degli artigiani e proporre ai consumatori beni di qualità a un prezzo equo. L’idea di ordine è insita nella parola stessa ‘corpo’. Al pari del corpo organico, la corporazione era un’entità unica, i cui membri erano sussunti in una sostanza comune e guidati da un interesse collettivo. Come il corpo umano possedeva un’anima razionale e ordinatrice, così il ‘corpo’ sociale aveva il suo </hi><hi rend="italic CharOverride-1">eprit de corps</hi><hi rend="CharOverride-1"> espresso nella solidarietà confraternale (Farr 2000, 21). </hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">La società di antico regime in tutta Europa era </hi></p><p rend="quotation_b" ><hi rend="CharOverride-1">una gerarchia finemente </hi><hi rend="CharOverride-1">graduata di grande sottigliezza e discriminazione, in cui uomini e </hi><hi rend="CharOverride-1">donne erano acutamente consapevoli della loro esatta relazione con coloro </hi><hi rend="CharOverride-1">che stavano immediatamente sopra e sotto di loro (Perkins 1969, </hi><hi rend="CharOverride-1">24). </hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">La vita era allo stesso tempo una lotta per l’accesso alle risorse materiali e per il raggiungimento o conservazione di uno status. Per un artigiano questo si concretizzava nella posizione che godeva nell’ambito di una corporazione (maestro, apprendista, salariato, moglie o vedova di maestro, e così via), distinzione che non solo implicava un diverso livello di vita, ma conferiva un’identità sociale. In questo senso, il passaggio dalla condizione di apprendista a quella di maestro a pieno titolo non rappresentava un semplice avanzamento di carriera ma costituiva un vero e proprio salto di classe e quindi di status (Farr 2000, 22). </hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Alle variegate categorie di artigiani non venivano inoltre attribuiti lo stesso peso e la stessa considerazione, nonostante la celebrazione retorica della dignità del lavoro in tutte le sue forme, da quello manuale a quello intellettuale, e dell’utilità riconosciuta a tutte le Arti per il benessere collettivo. I diversi mestieri erano collocati secondo una precisa scansione, pur strutturata con logiche e risultati diversi a seconda del luogo e dell’epoca. Gli elementi comuni alle varie esperienze locali erano costituiti dagli estremi di questa scala professionale: al vertice mercanti, notai e cambiavalute (potenziali protagonisti un percorso di ascesa sociale verso le classi superiori), alcuni mestieri particolarmente complessi e difficili da padroneggiare (un lungo apprendistato costituiva in sé un disincentivo, quindi il risultato era la costituzione di un élite di specialisti), o coloro che trattavano materia prima preziosa come orefici o pellicciai (che nelle classi superiori trovavano la propria clientela). L’estremo più basso era occupato da quei mestieri indispensabili alla società, ma connotati negativamente, come ad esempio le attività che avevano a che fare con il sangue (con importanti eccezioni come i macellai) o la sporcizia, o che sottostavano al controllo dell’autorità pubblica quindi meno reputati degli altri (Degrassi 2017, 39). Questa gerarchia era resa esplicita e pubblica, ad esempio, durante le cerimonie religiose cittadine che prevedevano processioni, durante le quali i rappresentanti delle Arti si disponevano secondo un ordine che ne dimostrava il prestigio e la collocazione nella scala sociale (Pini 1983).</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Un tale sistema esprimeva inoltre, anche una struttura di potere, e la discriminazione si concretizzava nella subordinazione e nel controllo degli inferiori: essi erano incapaci di disciplina interna e potevano essere mantenuti in ordine solo dall’autorità esterna. II maestri erano profondamente sensibili alla mancanza di diligenza dei loro sottoposti, salariati o lavoranti a giornata, i quali sottostavano a una corporazione ma in assenza di un percorso di ascesa nei ranghi dell’Arte. Più che l’instabilità del mercato del lavoro, ciò rappresentava una minaccia alla gerarchia e al principio stesso della distinzione </hi><hi rend="CharOverride-1">(Farr 2000, 26). Così, quando i lavoratori sfidavano i padroni per il riconoscimento delle proprie istanze, le loro azioni venivano interpretate, dai maestri come dalle autorità cittadine, non come semplici disordini economici, ma come violenza contro l’ordine in sé. Una simile ‘crisi di disciplina’ minacciava qualcosa di più basilare della sicurezza finanziaria dell’attività del datore di lavoro, per quanto importante potesse essere; minava la struttura gerarchica della società, il posto occupato dal padrone al suo interno e, in ultima analisi, il suo stesso ruolo istituzionale (Farr 1997, 63). </hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Fin dall’inizio, quindi, il corporativismo come sistema di ordine fu sì innervato dagli aspetti economici, ma anche inestricabilmente legato alla distinzione sociale. In effetti, il regime corporativo si definiva attraverso il principio dell’esclusione: l’identità (artigianale o di qualsiasi altro tipo) si costruiva attraverso la creazione e il mantenimento di confini tra un immaginario ‘noi’ e ‘loro’, e quindi era radicata «nell’esperienza soggettiva della differenza» (Farr 1997, 57; 2000, </hi><hi rend="CharOverride-1">28). </hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">L’esercizio di un’attività artigianale abbinato all’appartenenza a una corporazione, quale che fosse e a qualsiasi titolo, conferivano in ogni caso uno status superiore rispetto ai lavoranti che ne erano esclusi. Il mero esercizio del lavoro manuale in sé non costituiva un’occupazione: in area francese, ma il concetto è generalizzabile, era netta la contrapposizione tra </hi><hi rend="italic CharOverride-1">gens de métier</hi><hi rend="CharOverride-1"> e </hi><hi rend="italic CharOverride-1">gens de bras</hi><hi rend="CharOverride-1"> che, per estensione, era anche </hi><hi rend="italic CharOverride-1">sans état</hi><hi rend="CharOverride-1">. L’</hi><hi rend="italic CharOverride-1">état</hi><hi rend="CharOverride-1">, nell’antico regime, aveva una molteplicità di significati: rango, posizione o status, implicava stabilità di condizione e possesso di un’occupazione o professione. Quindi, essere </hi><hi rend="italic CharOverride-1">sans état</hi><hi rend="CharOverride-1"> significava essere senza una precisa professione, senza status o posizione, e anche senza stabilità o regolarità. Tutto ciò implicava che il lavoro da solo, senza l’Arte a dargli regole, a informarlo con la ragione, non aveva uno spazio sociale e morale. Il confine che identificava la </hi><hi rend="italic CharOverride-1">gens de métier</hi><hi rend="CharOverride-1"> organizzata in modo corporativo era fondamentale, perché rappresentava un argine tra ordine e disordine (Sewell 1980, 24). </hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">L’esclusione dalla corporazione, insomma, a fronte di minori regole e vincoli da rispettare implicava l’emarginazione da un sistema di garanzie reciproche e da una rete di solidarietà, e costringeva il lavoratore a intraprendere un lungo e complesso processo di costruzione della propria credibilità e identità sociale (Degrassi 2007, </hi><hi rend="CharOverride-1">380).</hi></p><p rend="h2" ><hi>5. Le abilità come appartenenza di gruppo</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Un altro elemento costitutivo del linguaggio morale delle corporazioni era la pratica e il prodotto della stessa attività artigianale. Era forte il senso di orgoglio nel </hi><hi rend="italic CharOverride-1">mysterium</hi><hi rend="CharOverride-1"> </hi><hi rend="italic CharOverride-1">artis</hi><hi rend="CharOverride-1">, nella tecnica speciale e nell’abilità nota solo a se stessi e ai propri pari, e nell’eccellenza del prodotto finito. I manufatti dovevano essere degni di fiducia poiché essere un abile artigiano significava, come detto in precedenza, occupare e svolgere un ruolo pubblicamente riconosciuto, un </hi><hi rend="italic CharOverride-1">officium</hi><hi rend="CharOverride-1"> con una propria dignità: è in questo modo che le professioni iniziarono ad acquisire lo status di ‘vocazioni’ (Thrupp 1963). Questo non deve portare a pensare che il concetto di lavoro duro come intrinsecamente virtuoso facesse parte della mentalità corporativa: anzi, le Arti miravano a limitare la produzione a un livello raggiungibile da tutti i membri, non contemplando l’individuo altamente motivato e autodeterminato come risorsa per il bene comune (Black 2003, 15). </hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">La ‘maestria’ non era solo una questione di competenza tecnica, ma anche un ‘capitale simbolico’ che garantiva dignità e rispetto nella comunità. Era un elemento da valorizzare ed esaltare anche mediante un sistematico ridimensionamento delle capacità di coloro che l’ordine sociale collocava in una posizione subalterna: un esempio su tutti, le abilità femminili, che subirono un secolare processo di svalutazione fino all’industrializzazione. Ciò non aveva nulla a che fare con gli aspetti tecnici o i processi produttivi, ma era la diretta conseguenza della definizione di ‘competenza’ da parte degli uomini. Per comprendere il significato dell’abilità è necessario quindi contestualizzarla, poiché si trattava di una qualità relazionale, misurata rispetto a coloro che si supponeva ne possedessero di meno o per niente, i semi-qualificati e i non qualificati. Qualità personale e abilità tecnica erano, nella mente del maestro, inseparabili, anche se i criteri che definivano l’una o l’altra non erano sempre espressi o stabiliti in modo esplicito (Farr 1997, 64-6). Hegel sottolineava come la prova della bravura di un artigiano non fosse la sua perizia tecnica, ma la sua appartenenza a una corporazione (Hegel</hi><hi rend="CharOverride-1"> 2002; Vieweg 2016). L’abilità, in altre parole, era un costrutto culturale che articolava i confini di una comunità definita dallo status e dal senso di differenza: il suo possesso, o la sua mancanza, strutturava il sistema gerarchico in cui si collocavano i maestri, gli apprendisti, i lavoratori non specializzati, le donne, e così via.</hi></p><p rend="h2" ><hi>6. Conclusioni</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Le Arti, soprattutto in certe realtà europee, non riuscirono ad assorbire e racchiudere nel proprio alveo l’intero mondo del lavoro, ed è dibattuto il loro peso effettivo sulle pratiche della produzione, della distribuzione e del consumo. Ciò che è indubbio è l’impatto morale, civico e politico del linguaggio corporativo in epoca medievale e il suo ruolo nello scandire il rango in una società sempre più gerarchizzata. </hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Gli artigiani possedevano un forte senso dell’ ‘onorabilità’ del proprio mestiere, che perseguivano tra l’altro rispettando e pretendendo fossero seguiti gli standard di qualità stabiliti dagli organi decisionali della corporazione a cui appartenevano e dai quali si sentivano rappresentati; credevano che le loro associazioni promuovessero la ‘giustizia’ e che le decisioni all’interno della corporazione dovessero essere prese con il consenso generale o almeno che esprimessero la volontà della maggioranza dei pari. Questa etica morale, questo concetto di fratellanza e equità, portava comunque all’esclusione dal mondo della produzione e, per esteso, della società civile, tutti coloro che erano estranei al sistema corporativo.</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Gli uomini del Medioevo ricorsero</hi><hi rend="CharOverride-1"> a queste istituzioni perché ritenevano che una concorrenza illimitata per</hi><hi rend="CharOverride-1"> lavoratori, mercati e materie prime fosse meno desiderabile della </hi><hi rend="CharOverride-1">cooperazione. La volontà di affrontare le incertezze del mondo in </hi><hi rend="CharOverride-1">solidarietà con altri che esercitavano lo stesso mestiere esprimeva un </hi><hi rend="CharOverride-1">interesse personale collettivo che individuava i vantaggi a lungo termine</hi><hi rend="CharOverride-1"> del sostegno reciproco. Questo sistema limitava l’intraprendenza di alcuni</hi><hi rend="CharOverride-1"> e comportava la sopravvivenza dei mediocri, ma costituiva un </hi><hi rend="CharOverride-1">compromesso accettabile in grado garantire alla maggioranza la sicurezza, l</hi><hi rend="CharOverride-1">’ordine e l’affidabilità del sistema economico e sociale. </hi><hi rend="CharOverride-1">Un compromesso che, nonostante le inefficienze, si dimostrò duraturo nei</hi><hi rend="CharOverride-1"> secoli.</hi></p><p rend="h2 ParaOverride-2" ><hi>Riferimenti bibliografici</hi></p><p rend="bib_indx_bib" ><hi rend="CharOverride-1">Black, Antony. 2003. </hi><hi rend="italic CharOverride-1">Guild &amp; State. European Political</hi><hi rend="italic CharOverride-1"> Thought from the Twelfth Century to the Present</hi><hi rend="CharOverride-1">. 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Accademia Tudertina.</hi></p><p rend="bib_indx_bib" ><hi rend="CharOverride-1">Richardson,</hi><hi rend="CharOverride-1"> Gary. 2001. “A Tale of Two Theories: Monopolies and Craft</hi><hi rend="CharOverride-1"> Guilds in Medieval England and Modern Imagination.” </hi><hi rend="italic CharOverride-1">Journal of the</hi><hi rend="italic CharOverride-1"> History of Economic Thought</hi><hi rend="CharOverride-1"> 23, 2: 217-42. </hi><ref target="0"><hi rend="CharOverride-1">https://doi.org/10.1080/10427710120049237</hi></ref></p><p rend="bib_indx_bib" ><hi rend="CharOverride-1">Richardson, </hi><hi rend="CharOverride-1">Gary. 2004. “Guilds, Laws, and Markets for Manufactured Merchandise in </hi><hi rend="CharOverride-1">Late-Medieval England.” </hi><hi rend="italic CharOverride-1">Explorations in Economic History</hi><hi rend="CharOverride-1"> 41, 1: 1-25.</hi></p><p rend="bib_indx_bib" ><hi rend="CharOverride-1">Sewell,</hi><hi rend="CharOverride-1"> William H. 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La fondazione logica del concetto di corporazione nella filosofia hegeliana del diritto</hi><hi rend="CharOverride-1">.” </hi><hi rend="italic CharOverride-1">Lessico di etica pubblica</hi><hi rend="CharOverride-1"> 1: 60-73.</hi></p><p rend="bib_indx_bib" ><hi rend="CharOverride-1">Witt, Ronald G. 1969. “Il De Tyranno and Coluccio Salutati’</hi><hi rend="CharOverride-1">s View of Politics and Roman History.” </hi><hi rend="italic CharOverride-1">Nuova Rivista Storica</hi><hi rend="CharOverride-1"> </hi><hi rend="CharOverride-1">53: 434-74.</hi></p><list type="ordered">
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-2"><ref target="OP08885_int_online_chapter_63_375-386.html#footnote-003-backlink">1</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	Per le edizioni moderne del testo si</hi><hi rend="CharOverride-1"> segnalano sia quella a cura di W. Previté Orton, Cambridge:</hi><hi rend="CharOverride-1"> Cambridge University Press (1928), che quella a cura di R.</hi><hi rend="CharOverride-1"> Scholz in 2 voluni, Hannover-Leipzig: Hahnsche Buchhandlung (1932-1933); per le traduzioni italiane, quella di C. Vasoli, Torino: UTET (1960).</hi><hi rend="CharOverride-1"> </hi></p></item>
				</list><list type="ordered">
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-2"><ref target="OP08885_int_online_chapter_63_375-386.html#footnote-002-backlink">2</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	«Per moderare le azioni e le passioni del nostro corpo, causate dalle impressioni degli elementi che lo circondano esteriormente, fu quindi scoperta la classe generale delle attività meccaniche […]. A questa classe appartengono appunto la filatura, la lavorazione del cuoio, la fabbricazione delle scarpe, tutte le specie di costruzioni e, in generale, tutte le altre arti meccaniche che servono gli altri uffici dello Stato direttamente o indirettamente».</hi></p></item>
				</list><list type="ordered">
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-2"><ref target="OP08885_int_online_chapter_63_375-386.html#footnote-001-backlink">3</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	«La mutua associazione dei cittadini, la reciproca comunicazione delle loro funzioni, il loro mutuo aiuto e la loro mutua assistenza, e, in generale, il potere di esercitare senza alcun impedimento le loro funzioni proprie e comuni, ed anche la partecipazione ai vantaggi comuni ed agli oneri comuni secondo la misura appropriata per ciascuno».</hi></p></item>
				</list><list type="ordered">
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-2"><ref target="OP08885_int_online_chapter_63_375-386.html#footnote-000-backlink">4</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	«Cosa c’è di più dolce, gioioso e</hi><hi rend="CharOverride-1"> piacevole che il benessere della vostra città risieda nelle mani</hi><hi rend="CharOverride-1"> dei mercanti e degli artigiani? Perché essi amano naturalmente la</hi><hi rend="CharOverride-1"> libertà, poiché sono suscettibili di essere più pesantemente oppressi dalle</hi><hi rend="CharOverride-1"> pene della servitù. desiderano la tranquillità, nella quale soltanto possono svolgere utilmente i mestieri a cui si dedicano».</hi></p></item>
				</list>  
      
      
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