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        <title type="main" level="a">Essere mercante: «governare lui et le sue mercantie et denari» (secc. XIV-XVI)</title>
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            <forename>Angela</forename>
            <surname>Orlandi</surname>
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          <resp>This is a section of <title>Idee di lavoro e di ozio per la nostra civiltà</title>(DOI: <idno type="DOI">10.36253/979-12-215-0319-7</idno>) by </resp>
          <name>Giovanni Mari, Francesco Ammannati, Brogi Stefano, Tiziana Faitini, Arianna Fermani, Francesco Seghezzi, Annalisa Tonarelli</name>
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        <publisher>Firenze University Press</publisher>
        <pubPlace>Florence</pubPlace>
        <date when="2024">2024</date>
        <idno type="DOI">https://doi.org/10.36253/979-12-215-0319-7.45</idno>
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          <p>Available for academic research purposes</p>
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        <p>In this essay, we have attempted to sketch the conception of work of a late medieval and early modern merchant who, by now sedentary, was at the head of medium-sized business systems, engaged in manufacturing, trade and complex financial transactions. We have done so in the knowledge that each trader was different and that his behaviour was influenced by personal attitudes, character and ambitions. What emerges is a picture in which merchants, capable of 'governing' themselves and their activities, especially in the Tuscan world, lived mercantile life not only as a trade, but as a way of understanding life. Almost a mission like that of the doctor who 'works while he lives'.</p>
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            <item>Merchant</item>
            <item>idea of work</item>
            <item>14th-16th centuries</item>
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      <p>It is available online at https://doi.org/10.36253/979-12-215-0319-7.45<ref target="https://doi.org/10.36253/979-12-215-0319-7.45" /></p>
      
      <p rend="h1_chapter">Essere mercante: «governare lui et le sue mercantie et denari» (secc. XIV-XVI)</p><p rend="h1_author ParaOverride-1" ><hi rend="CharOverride-1">Angela Orlandi</hi></p><p rend="h2" ><hi>1. Introduzione</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Essere mercante: mercante eroico, </hi><hi rend="CharOverride-1">mercante accumulatore di ricchezze, mercante moderno, mercante in rete; quasi </hi><hi rend="CharOverride-1">un secolo di studi dedicati all’uomo di affari tardomedievale.</hi><hi rend="CharOverride-1"> Una storiografia che si è evoluta con la stessa attività</hi><hi rend="CharOverride-1"> mercantile</hi><hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi><ref target="OP08885_int_online_chapter_64_387-396.html#footnote-001">1</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">. </hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Il mercante eroico del XIII secolo caro ad</hi><hi rend="CharOverride-1"> Armando Sapori, dai tratti moralmente irreprensibili, tormentato tra desiderio</hi><hi rend="CharOverride-1"> di ricchezza e peccato di avarizia, come quello della Cena</hi><hi rend="CharOverride-1"> delle beffe pronto a difendere il proprio Paese con la</hi><hi rend="CharOverride-1"> spada e con il denaro. I Bardi e i </hi><hi rend="CharOverride-1">Peruzzi, a capo di compagnie grandi come molossi e famosi</hi><hi rend="CharOverride-1"> prestatori della corona inglese, ne erano gli esempi</hi><hi rend="CharOverride-1"> più significativi. </hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Nella seconda metà del Trecento si aprì </hi><hi rend="CharOverride-1">una crisi economica contrassegnata da fenomeni involutivi che investirono anche </hi><hi rend="CharOverride-1">gli uomini di affari ormai deprivati dei valori etici </hi><hi rend="CharOverride-1">appartenuti ai loro padri, del loro orgoglioso senso civico e,</hi><hi rend="CharOverride-1"> nel caso dei fiorentini, del loro concetto di libertà repubblicana. </hi><hi rend="CharOverride-1">In quei nuovi imprenditori prevaleva ormai l’interesse privato su</hi><hi rend="CharOverride-1"> quello pubblico (Sapori 1955a e 1955b). Per Sapori il </hi><hi rend="CharOverride-1">noto mercante di Prato, Francesco Datini, ne era </hi><hi rend="CharOverride-1">un tipico esempio. Proprio negli anni Cinquanta del Novecento Datini</hi><hi rend="CharOverride-1"> divenne protagonista di una polemica più ampia, quella sulla nascita</hi><hi rend="CharOverride-1"> del capitalismo commerciale e sul peso che su di essa</hi><hi rend="CharOverride-1"> aveva avuto il pensiero cattolico o protestante. In contrapposizione </hi><hi rend="CharOverride-1">con lo storico senese, le indagini di Federigo Melis, </hi><hi rend="CharOverride-1">concrete e fondate su solide basi quantitative e puntuali analisi </hi><hi rend="CharOverride-1">qualitative, facevano emergere un uomo di affari che di lì </hi><hi rend="CharOverride-1">a poco avrebbe acquisito tutti i tratti del grande mercante-</hi><hi rend="CharOverride-1">banchiere e imprenditore rinascimentale. Esso continuava a vivere le contraddizioni</hi><hi rend="CharOverride-1"> tra peccato, guadagno e ricchezza, ma non necessariamente era </hi><hi rend="CharOverride-1">succubo del denaro e della sua ricerca (Orlandi 2018b).</hi><hi rend="CharOverride-1"> </hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">La letteratura più recente, ormai sensibile ai processi e </hi><hi rend="CharOverride-1">ai meccanismi di modernizzazione, ha aggiunto una nuova chiave di </hi><hi rend="CharOverride-1">lettura, quella del mercante in rete che agiva inserito </hi><hi rend="CharOverride-1">in un fitto reticolo di operatori, connazionali e non, </hi><hi rend="CharOverride-1">presenti nelle più importanti piazze economiche dell’Europa e del </hi><hi rend="CharOverride-1">Vicino Oriente. Lungo quelle maglie scorrevano notizie di ogni </hi><hi rend="CharOverride-1">genere, descrizioni di fatti, pensieri, perfino emozioni. Si</hi><hi rend="CharOverride-1"> trattava di una modalità di azione particolarmente utilizzata dai</hi><hi rend="CharOverride-1"> toscani. Comportamenti analoghi, seppure meno accentuati, soprattutto per la </hi><hi rend="CharOverride-1">capacità di creare legami con soggetti di diversa cultura, nazionalità</hi><hi rend="CharOverride-1"> e religione, si riscontravano anche nel mondo veneziano </hi><hi rend="CharOverride-1">e genovese.</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">In questo quadro proveremo a tratteggiare la concezione </hi><hi rend="CharOverride-1">del lavoro di un mercante del tardo Medioevo e della</hi><hi rend="CharOverride-1"> prima Età Moderna che, ormai sedentarizzato, era a capo</hi><hi rend="CharOverride-1"> di sistemi aziendali medio-grandi, impegnato nella manifattura, nei traffici commerciali</hi><hi rend="CharOverride-1"> e in complesse operazioni finanziarie</hi><hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi><ref target="OP08885_int_online_chapter_64_387-396.html#footnote-000">2</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">. Proveremo a farlo ben</hi><hi rend="CharOverride-1"> sapendo, come scrive Paolo Nanni, che ogni operatore era </hi><hi rend="CharOverride-1">diverso dall’altro e che i suoi comportamenti erano influenzati</hi><hi rend="CharOverride-1"> da attitudini, carattere e ambizioni personali (Nanni 2010, 7</hi><hi rend="CharOverride-1">). Lo faremo seguendo il metodo di indagine proposto </hi><hi rend="CharOverride-1">da Federigo Melis nel 1975: ci collocheremo idealmente alla scrivania </hi><hi rend="CharOverride-1">del mercante di quei secoli provando a rivivere con lui </hi><hi rend="CharOverride-1">l’organizzazione della sua azienda e delle sue imprese (Melis </hi><hi rend="CharOverride-1">1975, 332; Orlandi 2018, 11).</hi></p><p rend="h2" ><hi>2. Il mercante, qualche</hi><hi> elemento definitorio</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Sin da quando la figura del mercante ha </hi><hi rend="CharOverride-1">preso corpo scardinando l’ordine predefinito della tripartizione tipica </hi><hi rend="CharOverride-1">della società feudale molti hanno tentato di precisarne i tratti.</hi><hi rend="CharOverride-1"> </hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Non ci soffermeremo sull’evoluzione della trattatistica che, soprattutto religiosa</hi><hi rend="CharOverride-1">, già dal XII secolo e seppure lentamente, ne ha </hi><hi rend="CharOverride-1">superato la visione negativa per riconoscere l’utilità che il </hi><hi rend="CharOverride-1">commercio e chi lo esercitava avevano per la società (Todeschini</hi><hi rend="CharOverride-1"> 2002). Delineeremo invece il pensiero di scrittori, spesso anch</hi><hi rend="CharOverride-1">’essi operatori economici, che hanno provato a individuarne </hi><hi rend="CharOverride-1">le caratteristiche ideali senza trascurare limiti e mancanze. Tra</hi><hi rend="CharOverride-1"> i primi incontriamo Paolo da Certaldo, Leon Battista Alberti e</hi><hi rend="CharOverride-1"> Matteo Palmieri (da Certaldo 1945, Alberti 1994, Palmieri 1982);</hi><hi rend="CharOverride-1"> fu comunque Benedetto Cotrugli, diplomatico, letterato e mercante raguseo </hi><hi rend="CharOverride-1">che, nel suo </hi><hi rend="italic CharOverride-1">Libro dell’arte di mercatura </hi><hi rend="CharOverride-1">(1458), offrì</hi><hi rend="CharOverride-1"> la descrizione del «mercante perfetto» (Cotrugli 1990). Egli sottolineava </hi><hi rend="CharOverride-1">come pochi fossero «i veri mercanti», potevano esser</hi><hi rend="CharOverride-1">e considerati tali solo uomini «universalissimi» la cui attività non </hi><hi rend="CharOverride-1">solo li arricchiva, ma faceva il «commodo et </hi><hi rend="CharOverride-1">salute della repubblica». Ribadiva l’idea che fossero utili </hi><hi rend="CharOverride-1">per rifornire le comunità di beni, dare direttamente o </hi><hi rend="CharOverride-1">indirettamente lavoro, riempire con le loro tasse i forzieri </hi><hi rend="CharOverride-1">dei governi (Braunstein e Franceschi 2007, 657). Proprio </hi><hi rend="CharOverride-1">queste funzioni gli garantirono quel riconoscimento sociale difficile da raggiungere </hi><hi rend="CharOverride-1">anche nella contemporaneità. Il «pregiudizio negativo, legato all’idea che</hi><hi rend="CharOverride-1"> il guadagno non possa essere disgiunto dal peccato originale» </hi><hi rend="CharOverride-1">(Braunstein e Franceschi 2007, 655)</hi><hi rend="CharOverride-1"> </hi><hi rend="CharOverride-1">è stato duro a morire.</hi><hi rend="CharOverride-1"> Basti pensare, tra i possibili esempi, al volume di</hi><hi rend="CharOverride-1"> Samuel Smiles, Self-Help (1859), sorta di operetta morale </hi><hi rend="CharOverride-1">sui pregi dell’imprenditore che fu tradotta in molte lingue</hi><hi rend="CharOverride-1"> con almeno sessantacinque edizioni. </hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Torniamo a Benedetto Cotrugli </hi><hi rend="CharOverride-1">che arricchì la definizione del suo mercante con una molteplicità</hi><hi rend="CharOverride-1"> di qualità: ingegno, industriosità, prudenza, modestia oltre che </hi><hi rend="CharOverride-1">capacità di cogliere le occasioni e di confrontarsi con i </hi><hi rend="CharOverride-1">più grandi come con i più piccoli. Questi aspetti, </hi><hi rend="CharOverride-1">seppure con sfumature e accentuazioni diverse si ritrovano in </hi><hi rend="CharOverride-1">alcuni trattatisti del XVI e XVII secolo. Giovanni Maria Memmo </hi><hi rend="CharOverride-1">nel 1564, Tomaso Garzoni vent’anni dopo, Giovanni Domenico </hi><hi rend="CharOverride-1">Peri nel 1672 e Jacques Savary nel 1675 ne indicavano </hi><hi rend="CharOverride-1">le caratteristiche salienti (Braunstein e Franceschi 2007, 660-64).</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Tra le</hi><hi rend="CharOverride-1"> illustrazioni che riteniamo più efficaci e chiare vogliamo ricordare quella</hi><hi rend="CharOverride-1"> del canonico lateranense Garzoni il quale, nelle prime righe dell</hi><hi rend="CharOverride-1">’opera che lo rese famoso, scriveva:</hi></p><p rend="quotation_b" ><hi rend="CharOverride-1">Questa professione poi è</hi><hi rend="CharOverride-1"> una professione accorta, scaltrita, sottile, ingegnevole, laboriosa, e cui bisogna</hi><hi rend="CharOverride-1"> grandissima memoria, intelletto e cognizione […] di tutte le</hi><hi rend="CharOverride-1"> sorti di monete che si spendono in diversi paesi, </hi><hi rend="CharOverride-1">e di quelle sopra le quali si guadagna, e di </hi><hi rend="CharOverride-1">quelle sopra le quali si perde; la cognizione e prattica</hi><hi rend="CharOverride-1"> de’ cambi che si fanno da un luogo all’altro</hi><hi rend="CharOverride-1">; e similmente il conoscere che mercanzie hanno buon</hi><hi rend="CharOverride-1"> recapito in questo, e quali in quell’altro luogo </hi><hi rend="CharOverride-1">(Garzoni 1996). </hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Queste erano le competenze necessarie per «saperssi governar»</hi><hi rend="CharOverride-1"> (Cessi 1934, citato da Braunstein e Franceschi 2007, 661).</hi></p><p rend="h2" ><hi>3. Diventare mercante</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Quando, alla metà</hi><hi rend="CharOverride-1"> del XV secolo, Benedetto Cortugli scriveva che chi faceva </hi><hi rend="CharOverride-1">il mercante doveva essere capace di «governare lui, et</hi><hi rend="CharOverride-1"> le sue mercantie et denari con certo hordine tendente</hi><hi rend="CharOverride-1"> al fine suo» (Cotrugli 1990, 158) ben sapeva che </hi><hi rend="CharOverride-1">per riuscirvi occorreva essere adeguatamente preparati: saper leggere, scrivere,</hi><hi rend="CharOverride-1"> applicare la matematica all’economia e sperimentare in azienda le</hi><hi rend="CharOverride-1"> competenze acquisite. Alla base di tutto si trovava la </hi><hi rend="CharOverride-1">formazione culturale. </hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Nella Firenze di Dante e Petrarca, si teneva</hi><hi rend="CharOverride-1"> in grande considerazione questo aspetto. Era del tutto normale, </hi><hi rend="CharOverride-1">se non necessario, che un artigiano o un commerciante sapesse </hi><hi rend="CharOverride-1">leggere, scrivere e far di conto; un maestro d’abaco</hi><hi rend="CharOverride-1"> fiorentino dichiarava che il suo programma di insegnamento conteneva quanto</hi><hi rend="CharOverride-1"> fosse «[…] sufficiens ad standum in apotecis artificis» (Orlandi</hi><hi rend="CharOverride-1"> 2008, 12).Questa la traduzione del pezzo in latino: sufficiente a operare nella bottega artigiana.</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">La preparazione scolastica di un uomo</hi><hi rend="CharOverride-1"> di affari trovava completamento nella pratica mercantile e finanziaria che</hi><hi rend="CharOverride-1"> si poteva realizzare anzitutto tramite l’apprendistato, ma anche con</hi><hi rend="CharOverride-1"> le prime responsabilità all’interno della bottega e con l</hi><hi rend="CharOverride-1">’esperienza in paesi lontani. Riguardo quest’ultimo aspetto è molto</hi><hi rend="CharOverride-1"> significativo quello che un toscano, Tuccio di Gennaio, scriveva</hi><hi rend="CharOverride-1"> al fratello Giovanni, da poco tempo trasferitosi a Ibiza; </hi><hi rend="CharOverride-1">gli raccomandava di tenere un quaderno dove scrivere «breve </hi><hi rend="CharOverride-1">e sustanzevole», di non giocare d’azzardo, di stare </hi><hi rend="CharOverride-1">lontano dalle schiave e soprattutto vivere con parsimonia, facendo </hi><hi rend="CharOverride-1">«conto d’esere in nave» (Orlandi 2018a). </hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Non </hi><hi rend="CharOverride-1">è questo il luogo per discutere sulle premesse e sui</hi><hi rend="CharOverride-1"> meccanismi sociali e culturali che provocarono nel mondo economico </hi><hi rend="CharOverride-1">fiorentino simili fenomeni e simili consapevolezze. Qui importa rilevare </hi><hi rend="CharOverride-1">che tutto ciò fu anche causa ed effetto della evoluzione </hi><hi rend="CharOverride-1">economica trecentesca. La crisi che conseguì alla peste del 1348</hi><hi rend="CharOverride-1"> trovò un gruppo dirigente e una consistente parte degli operatori</hi><hi rend="CharOverride-1"> pronti ad accettare e vincere la sfida di una </hi><hi rend="CharOverride-1">rapida ricostruzione (Nigro 2020; Orlandi 2018c).</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">In ogni caso </hi><hi rend="CharOverride-1">il tema della preparazione era considerato di grande rilevanza anche</hi><hi rend="CharOverride-1"> in molte altre realtà della Penisola. A Venezia i giovani</hi><hi rend="CharOverride-1"> si avviavano alla mercatura seguendo maestri d’abaco e maestri</hi><hi rend="CharOverride-1"> di memoria specialisti nell’insegnare metodi di apprendimento mnemonico. </hi><hi rend="CharOverride-1">Anche nella Laguna si chiudeva con la pratica nei fondaci </hi><hi rend="CharOverride-1">dove, talvolta, si poteva mettere da parte un po’ di</hi><hi rend="CharOverride-1"> denaro per dare avvio a una propria azienda. Nel</hi><hi rend="CharOverride-1"> complesso, il livello formativo che si raggiungeva era elevato,</hi><hi rend="CharOverride-1"> non era un caso che i tedeschi venissero in città</hi><hi rend="CharOverride-1"> per apprendere i principi della contabilità (Lane 1982, 14-8)</hi><hi rend="CharOverride-1">.</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">A Milano si riteneva che un bambino di sette anni dovesse prima imparare a leggere e a scrivere, poi la grammatica e, infine, per dedicarsi alle attività economiche doveva seguire la scuola di abaco (De Luca, Nuovo, e Piseri 2021, 27)</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">A Genova i genitori sembravano più interessati al «processo </hi><hi rend="CharOverride-1">dell’apprendere che alle cose da apprendere». Non mancavano casi</hi><hi rend="CharOverride-1"> in cui si chiedeva ai maestri di insegnare a leggere,</hi><hi rend="CharOverride-1"> a scrivere, a fare di conto ma, molto </hi><hi rend="CharOverride-1">più di frequente, si preferiva che si concentrassero sul </hi><hi rend="CharOverride-1">latino che i giovani dovevano conoscere «bene, et fideliter </hi><hi rend="CharOverride-1">et sine fraude», perché capace di sviluppare memoria e attitudine</hi><hi rend="CharOverride-1"> al ragionamento. Anche nella Superba la preparazione teorica si </hi><hi rend="CharOverride-1">completava nella bottega, nel fondaco, in nave, un’</hi><hi rend="CharOverride-1">esperienza che metteva gli apprendisti a contatto diretto con il</hi><hi rend="CharOverride-1"> mondo della mercatura (Borlandi 2012).</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Insomma, </hi><hi rend="italic CharOverride-1">mutatis mutandis</hi><hi rend="CharOverride-1">, </hi><hi rend="CharOverride-1">sembra quasi che gli operatori economici del Medioevo e d</hi><hi rend="CharOverride-1">ella prima Età Moderna, ricevessero un tipo di preparazione simile</hi><hi rend="CharOverride-1"> a quella che propongono gli attuali principi di governo aziendale.</hi><hi rend="CharOverride-1"> </hi></p><p rend="h2" ><hi>4. La mercatura</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">La formazione culturale era fondamentale, ma</hi><hi rend="CharOverride-1"> è indubbio che la predisposizione fosse altrettanto importante </hi><hi rend="CharOverride-1">(Cotrugli </hi><hi rend="CharOverride-1">1990, 100). Giovanni Maria Memmo nel 1564 sottolineava che solo</hi><hi rend="CharOverride-1"> l’innata inclinazione avrebbe permesso al mercante di divenire perfetto,</hi><hi rend="CharOverride-1"> più o meno nello stesso modo si esprimeva il Garzoni.</hi><hi rend="CharOverride-1"> Un secolo dopo Giovanni Domenico Peri confermava che c</hi><hi rend="CharOverride-1">hi avesse voluto impegnarsi nella mercatura doveva avervi disposizione (Peri</hi><hi rend="CharOverride-1"> 1672, citato da Braunstein e Franceschi 2007, 660). Una propensione che talvolta i trattatisti </hi><hi rend="CharOverride-1">concretizzavano nella «buona immaginazione» intesa sia come competenze tecniche e </hi><hi rend="CharOverride-1">immaginifiche destinate a creare nuovi prodotti, sia come capacità relazionali</hi><hi rend="CharOverride-1"> necessarie per interfacciarsi in modo disinvolto con i clienti (</hi><hi rend="CharOverride-1">Savary 1739, citato da Braunstein e Franceschi 2007, 660).</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Insomma attitudine naturale per i più fortunati </hi><hi rend="CharOverride-1">e, lo abbiamo visto, preparazione teorica e pratica per molti</hi><hi rend="CharOverride-1"> consentivano di diventare un mercante capace di ben esercitare</hi><hi rend="CharOverride-1"> il mestiere.</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Ma che cosa si intendeva per mercatura? Per </hi><hi rend="CharOverride-1">l’Alberti era un «essecizio civile utile alla famiglia»</hi><hi rend="CharOverride-1">, Palmieri invece, con impassibilità, la presentava «grande </hi><hi rend="CharOverride-1">et copiosa, mandante et conducente di molti luoghi». Per </hi><hi rend="CharOverride-1">Cotrugli era «industria gloriosa» e «arte o vero disciplina intra</hi><hi rend="CharOverride-1"> persone ligiptime giustamente ordinata in cose mercantili, per conservatione del</hi><hi rend="CharOverride-1">’humana generation, con isperanza niente di meno di guadagno» </hi><hi rend="CharOverride-1">(Cotrugli 1990, 93-6). Nel 1561 Antonio Maria Venusti nel suo</hi><hi rend="CharOverride-1"> discorso, retoricamente, si chiedeva </hi></p><p rend="quotation_b" ><hi rend="CharOverride-1">qual’arte sia giamai più</hi><hi rend="CharOverride-1"> comendata della Mercantia utilissima? […] O adunque nobile, degna, </hi><hi rend="CharOverride-1">gloriosa, e divina Mercantia: poiché sola ci apporti tanti commodi,</hi><hi rend="CharOverride-1"> tanti honori, et tanta gloria (Venusti 1561, 13-4, citato da Braunstein, e Franceschi 2007, 655-56)</hi><hi rend="CharOverride-1">.</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">La definizione del mestiere come arte era diffusa tra </hi><hi rend="CharOverride-1">gli stessi operatori economici che la completavano con un codice </hi><hi rend="CharOverride-1">comportamentale. In una lettera del 1526, inviata da Firenze a</hi><hi rend="CharOverride-1"> Cadice, Matteo Botti, noto mercante della Città del Giglio, così rispondeva </hi><hi rend="CharOverride-1">al fratello Giovambattista che dall’Andalusia gli chiedeva l’invio </hi><hi rend="CharOverride-1">di un prezioso sciamito per un abito: </hi></p><p rend="quotation_b" ><hi rend="CharOverride-1">se gli altri</hi><hi rend="CharOverride-1"> vestono tanto pomposi e straccono tanti drappi, io conforto te</hi><hi rend="CharOverride-1"> a pigliare un modo medio, da potere mantenersi e non</hi><hi rend="CharOverride-1"> avere a chalare di basso e sempre uno merchante sarà</hi><hi rend="CharOverride-1"> più chonmendabile andare secondo l’arte e non secondo lo</hi><hi rend="CharOverride-1"> gentiluomo che è artte apposita (Orlandi 2007, 349).</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">In </hi><hi rend="CharOverride-1">questo quadro la visione che il mercante aveva del suo </hi><hi rend="CharOverride-1">lavoro può essere affrontata su un duplice piano: teorico e </hi><hi rend="CharOverride-1">pratico. Riguardo al primo aspetto, il termine su cui riflettere </hi><hi rend="CharOverride-1">è «ragione». Un anonimo mercante trecentesco aveva acutamente osservato che</hi><hi rend="CharOverride-1"> i commerci si dovevano praticare «per ragione» e non «per</hi><hi rend="CharOverride-1"> oppenione» (Corti 1962, 119). Efficace riflessione che sottolineava la </hi><hi rend="CharOverride-1">consapevolezza di quanto fosse importante prendere decisioni analizzando i dati </hi><hi rend="CharOverride-1">a disposizione. Questo connotato di razionalità, su cui buona parte </hi><hi rend="CharOverride-1">della storiografia del Novecento si è più volte soffermata, era </hi><hi rend="CharOverride-1">una rilevante caratteristica degli operatori toscani, particolarmente inclini a raccogliere </hi><hi rend="CharOverride-1">informazioni e accrescere le proprie conoscenze non solo matematiche e </hi><hi rend="CharOverride-1">contabili, ma anche di contesto, indispensabili per prendere decisioni. </hi><hi rend="CharOverride-1">D’altra parte la notizia era merce di lusso e </hi><hi rend="CharOverride-1">anche quella che all’apparenza sembrava marginale, poteva rivelarsi ut</hi><hi rend="CharOverride-1">ile (Orlandi 2008, 15-6).</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Così il termine ragione ricorre</hi><hi rend="CharOverride-1">va in una molteplicità di accezioni nella vita lavorativa. </hi><hi rend="CharOverride-1">A Firenze, ad esempio, il contratto societario si chiamava «</hi><hi rend="CharOverride-1">ragione», ma accanto a questo importante significato occorre aggiungerne </hi><hi rend="CharOverride-1">altri. Il lavoro doveva essere svolto con la «ragione in</hi><hi rend="CharOverride-1"> mano» ossia con buon fine ma anche con capacità </hi><hi rend="CharOverride-1">di discernere, argomentare, dare certezza. Insomma era lo strumento che</hi><hi rend="CharOverride-1"> aiutava a interpretare la realtà. D’altra parte «la </hi><hi rend="CharOverride-1">ragione era la grande capacità del mercante, perché la sua </hi><hi rend="CharOverride-1">forza era il realismo»</hi><hi rend="CharOverride-1"> </hi><hi rend="CharOverride-1">(Nanni 2010, 88-98, 97). </hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Sul piano pratico la mercatura, come intuibile, si estrinsecava in</hi><hi rend="CharOverride-1"> una molteplicità di fatti che riguardavano la ‘merchatantia e i</hi><hi rend="CharOverride-1"> chanbi’ ossia compravendita di merci in proprio o su </hi><hi rend="CharOverride-1">commissione e operazioni cambiarie, creditizie e finanziarie.</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">I mercanti tardomedievali</hi><hi rend="CharOverride-1"> e della prima Età Moderna non avevano una significativa </hi><hi rend="CharOverride-1">specializzazione merceologica, trattavano ogni tipo di prodotto. Se, come intuibile</hi><hi rend="CharOverride-1">, tra i veneziani uno spazio importante era ricoperto dalle </hi><hi rend="CharOverride-1">spezie, tra i genovesi dal cotone e dall’allume, e</hi><hi rend="CharOverride-1"> tra i fiorentini dalla lana e dai panni, nessuno</hi><hi rend="CharOverride-1"> di loro si lasciava sfuggire l’opportunità di trattare </hi><hi rend="CharOverride-1">qualunque cosa. Anche l’attività cambiaria e creditizia occupava spazi</hi><hi rend="CharOverride-1"> significativi, le restrizioni che la Chiesa poneva alla compravendita </hi><hi rend="CharOverride-1">di valuta, rimanevano sostanzialmente lettera morta o comunque si cercava</hi><hi rend="CharOverride-1"> di eluderle. D’altra parte lo stesso Cotrugli sosteneva </hi><hi rend="CharOverride-1">come i denari fossero i ferri del mestiere del mercante</hi><hi rend="CharOverride-1"> e come tali indispensabili (Cotrugli 1990, 65). La loro </hi><hi rend="CharOverride-1">circolazione era imprescindibile per i commerci e più in generale </hi><hi rend="CharOverride-1">per la crescita economica. </hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Si è detto che per svolgere</hi><hi rend="CharOverride-1"> al meglio questo suo multiforme mestiere e ottenere buoni risultati,</hi><hi rend="CharOverride-1"> il nostro mercante doveva osservare i contesti per valutarn</hi><hi rend="CharOverride-1">e le opportunità e scegliere le forme e le modalità</hi><hi rend="CharOverride-1"> più adatte per intervenirvi; per pianificare strategie economiche di</hi><hi rend="CharOverride-1"> successo occorreva essere informati. Così ognuno dedicava al carteggio </hi><hi rend="CharOverride-1">larga parte della propria giornata lavorativa; talvolta si arrivava a </hi><hi rend="CharOverride-1">dire che «il cervello non bastava al tanto scrivere», ma </hi><hi rend="CharOverride-1">la posta in gioco lo imponeva. Non solo, lo scambio </hi><hi rend="CharOverride-1">epistolare tra il mercante-imprenditore e i suoi collaboratori, tra i collaboratori </hi><hi rend="CharOverride-1">medesimi, tra loro e i corrispondenti dimostrava in ogni momento </hi><hi rend="CharOverride-1">le capacità lavorative e l’affidabilità dei comportamenti personali (Orlandi </hi><hi rend="CharOverride-1">2014, 146; Orlandi 2017).</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Questa preoccupazione, che ai nostri occhi </hi><hi rend="CharOverride-1">potrebbe apparire ossessiva, era una regola di comportamento condivisa, anche </hi><hi rend="CharOverride-1">se con diversa intensità. Lo dimostra il giudizio che, da </hi><hi rend="CharOverride-1">Genova, il fiorentino Andrea di Bonanno espresse nei confronti di</hi><hi rend="CharOverride-1"> un corrispondente piemontese: «[…] e non sono gente, scrivono</hi><hi rend="CharOverride-1"> al loro modo, pesa loro la penna!» (Orlandi 2008, 15)</hi><hi rend="CharOverride-1">.</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">La ricerca di esiti economici vantaggiosi seguiva vari percorsi.</hi><hi rend="CharOverride-1"> Si potevano prendere decisioni per tentare di condizionare il </hi><hi rend="CharOverride-1">mercato o seguirne l’evoluzione per sfruttarne le opportunità; </hi><hi rend="CharOverride-1">era comunque inevitabile che le due modalità si sovrapponessero. </hi><hi rend="CharOverride-1">Molti gli esempi che potremmo fare e che, da questo</hi><hi rend="CharOverride-1"> punto di vista, ci aiutano a definire il mestiere del</hi><hi rend="CharOverride-1"> mercante. Nel primo caso proponiamo quanto Girolamo Priuli ci racconta</hi><hi rend="CharOverride-1"> a proposito dei veneziani che a suo dire «come</hi><hi rend="CharOverride-1"> uno tiem la roba, tutti la volenno tenir, et chome</hi><hi rend="CharOverride-1"> uno la vol vender, tutti la volenno vender senza medio</hi><hi rend="CharOverride-1"> alchuno, ma tutto in extremidade». Comportamenti che portavano </hi><hi rend="CharOverride-1">i tedeschi, buoni clienti per il pepe, a non comprare</hi><hi rend="CharOverride-1"> quando gli operatori della Laguna volevano vendere, spingendoli così a</hi><hi rend="CharOverride-1">d abbassare il prezzo e quando questo fosse calato ad </hi><hi rend="CharOverride-1">acquistare (Braunstein e Franceschi 2007, 661). Ma anche osservare il</hi><hi rend="CharOverride-1"> mercato e ancor più tutto ciò che poteva influenzare la</hi><hi rend="CharOverride-1"> disponibilità dei beni su di esso consentiva di ottenere buoni</hi><hi rend="CharOverride-1"> risultati. È quello che accadde nel 1397 con la grana</hi><hi rend="CharOverride-1">, prezioso colorante in rosso. La notizia, che non </hi><hi rend="CharOverride-1">ne sarebbe arrivata dall’Oriente bloccato da conflittualità belliche, </hi><hi rend="CharOverride-1">allertò gli uomini di affari più informati che immediatamente si</hi><hi rend="CharOverride-1"> accaparrarono quella iberica e barbaresca per rivenderla con grandi guadagni</hi><hi rend="CharOverride-1"> (Orlandi 2010, 380).</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Se poi il nostro mercante si</hi><hi rend="CharOverride-1"> trovava a capo di un sistema societario, tra i </hi><hi rend="CharOverride-1">suoi compiti c’erano le questioni inerenti il management. Una</hi><hi rend="CharOverride-1"> governance efficiente garantiva buone performance aziendali, quindi scegliere i</hi><hi rend="CharOverride-1"> collaboratori, controllarli, correggerne i comportamenti e fidelizzarli occupava </hi><hi rend="CharOverride-1">tempo e pensieri. In primo luogo bisognava selezionare capitale </hi><hi rend="CharOverride-1">umano di elevata qualità, dotato di competenze, cultura del rischio</hi><hi rend="CharOverride-1"> e preparazione. Si trattava di un compito per il </hi><hi rend="CharOverride-1">quale il dirigente doveva dare fondo a tutta l’esperienza </hi><hi rend="CharOverride-1">maturata sul campo. Il patto che legava compagni, collaboratori </hi><hi rend="CharOverride-1">e aiutanti al mercante-imprenditore esigeva un moderno tipo di fedeltà,</hi><hi rend="CharOverride-1"> una fedeltà all’impresa finalizzata al guadagno e un reciproco</hi><hi rend="CharOverride-1"> affidamento in cui, ovviamente, il ruolo determinate apparteneva al dirigente</hi><hi rend="CharOverride-1"> e, sopra di lui, al socio di maggioranza. Si </hi><hi rend="CharOverride-1">usavano i mezzi e gli strumenti più diversi: dalla forza </hi><hi rend="CharOverride-1">del denaro come l’attribuzione di funzioni dirigenziali ai soci </hi><hi rend="CharOverride-1">così incentivati al buon andamento del sistema a una vantaggiosa </hi><hi rend="CharOverride-1">ripartizione degli utili, alla forza della identificazione con il gruppo </hi><hi rend="CharOverride-1">e con il suo compagno di maggioranza (Orlandi 2014, 119-23).</hi><hi rend="CharOverride-1"> Tutto ciò andava attentamente tenuto sotto controllo con impegno </hi><hi rend="CharOverride-1">di tempo e grande cura non solo perché coinvolgeva il</hi><hi rend="CharOverride-1"> buon risultato dell’impresa, ma anche perché il comportamento </hi><hi rend="CharOverride-1">scorretto di soci, aiutanti e perfino corrispondenti poteva scalfire la </hi><hi rend="CharOverride-1">reputazione aziendale, un rischio troppo alto da correre, soprattutto nel</hi><hi rend="CharOverride-1"> mondo toscano dove la fiducia era alla base dell’attività</hi><hi rend="CharOverride-1"> commerciale.</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Una governance efficiente richiedeva anche chiarezza contabile che </hi><hi rend="CharOverride-1">significava chiarezza dei rapporti. La tenuta e il controllo </hi><hi rend="CharOverride-1">dei conti era una parte importante del lavoro dell’uomo</hi><hi rend="CharOverride-1"> di affari. D’altra parte la contabilità era un</hi><hi rend="CharOverride-1"> essenziale strumento di vigilanza della gestione aziendale e dunque anche</hi><hi rend="CharOverride-1"> del lavoro di soci e collaboratori. Infine la complessità dei s</hi><hi rend="CharOverride-1">istemi monetari richiedeva tempo oltre che elevate competenze (Orlandi 2021a;</hi><hi rend="CharOverride-1"> 2021b). </hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">È forse proprio il tempo l’elemento</hi><hi rend="CharOverride-1"> che unisce teoria e pratica della mercatura e il</hi><hi rend="CharOverride-1"> modo di intenderla da parte di chi la esercitava. I</hi><hi rend="CharOverride-1"> mercanti sapevano bene che utilizzarlo razionalmente </hi><hi rend="CharOverride-1">era fondamentale per ottenere profitti e successo. </hi><hi rend="CharOverride-1">Insomma, ricchezze e onore </hi><hi rend="CharOverride-1">erano il frutto del lavoro svolto con tenacia, onestà, senso</hi><hi rend="CharOverride-1"> del dovere e uso corretto del tempo. Non a caso</hi><hi rend="CharOverride-1"> si diceva: «chi tenpo à e tenpo aspetta, tenpo</hi><hi rend="CharOverride-1"> perde». E perdere tempo era «la più chara</hi><hi rend="CharOverride-1"> chosa che noi abiamo» (Greci 2004, 171-268, 249-62, 253).</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">In</hi><hi rend="CharOverride-1"> un certo senso, proprio il suo uso qualificava la </hi><hi rend="CharOverride-1">loro etica del lavoro. Lo dimostrano bene le parole scritte</hi><hi rend="CharOverride-1"> da Francesco Datini agli inizi del Quattrocento: «elgli è</hi><hi rend="CharOverride-1"> meglio e p(i)ue chontantamente lo scrivere che stare oziozo o</hi><hi rend="CharOverride-1"> andarsi trastullando, pure che fosse chon onore e chon</hi><hi rend="CharOverride-1"> profetto» (Greci 2004, 254).</hi></p><p rend="h2" ><hi>5. Conclusioni</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Veneziani prudenti, interessati ad </hi><hi rend="CharOverride-1">attività di breve e media durata, e spesso solitari nella</hi><hi rend="CharOverride-1"> loro azione, capaci di spostare con grande velocità ed</hi><hi rend="CharOverride-1"> efficacia i capitali da un settore economico all’altro (Lane</hi><hi rend="CharOverride-1"> 1982, 161).</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">«Genuensis, ergo mercator» si diceva nel Medioevo. </hi><hi rend="CharOverride-1">Boccaccio li definiva «uomini naturalmente vaghi e rapaci», </hi><hi rend="CharOverride-1">ma certamente abilissimi nel mondo degli affari anche se, per</hi><hi rend="CharOverride-1"> i toscani, peccavano di un individualismo esasperato (Giagnacovo 2005, </hi><hi rend="CharOverride-1">54-5). </hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Fiorentini, «quinto elemento dell’universo», un’espressione con </hi><hi rend="CharOverride-1">la quale Bonifacio VIII ne elogiava l’intraprendenza, costatandone la</hi><hi rend="CharOverride-1"> presenza in ogni parte del mondo (Tripodi 2010). </hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Al</hi><hi rend="CharOverride-1"> di là delle peculiarità, erano tutti mercanti che avevano ampiamente</hi><hi rend="CharOverride-1"> superato gli ideali di utile e di onore propri dell</hi><hi rend="CharOverride-1">’operatore medievale, con nuove concezioni di guadagno e successo negli</hi><hi rend="CharOverride-1"> affari (Bec 1967, 60). Avevano razionalizzato i metodi per </hi><hi rend="CharOverride-1">raggiungere il profitto, ampliato la rete e il volume degli </hi><hi rend="CharOverride-1">scambi, accumulato grandi ricchezze, impegnati nel traffico delle merci, nelle </hi><hi rend="CharOverride-1">attività finanziarie e manifatturiere. Mercanti che ‘sapevano governare’ sé stessi </hi><hi rend="CharOverride-1">e le loro attività e che spesso, soprattutto nel mondo </hi><hi rend="CharOverride-1">toscano, vivevano la mercatanzia non solo come un mestiere, ma </hi><hi rend="CharOverride-1">come un modo di intendere la vita. Quasi una missi</hi><hi rend="CharOverride-1">one come quella del medico che «che i(n) mentre viva</hi><hi rend="CharOverride-1"> e’ medicha» (Nanni 2010, 87). E se il mercante</hi><hi rend="CharOverride-1"> perfetto non poteva farsi distrarre dalla ricerca del guadagno, </hi><hi rend="CharOverride-1">la ricerca non doveva prolungarsi troppo. Come diceva Francesco Datini: </hi><hi rend="CharOverride-1">«Chonpero molti libri in volghare, per legierli quando </hi><hi rend="CharOverride-1">mi rincrescierà i fatti della merchatantia» (Melis 1962, 93)</hi><hi rend="CharOverride-1">. Un rincrescimento che, a dire il vero, per il </hi><hi rend="CharOverride-1">pratese arrivò raramente. D’altra parte i nostri uomini </hi><hi rend="CharOverride-1">di affari erano ormai ampiamente consapevoli di quello che, già</hi><hi rend="CharOverride-1"> nel XII secolo, un grandissimo teorico della Scolastica come Ugo</hi><hi rend="CharOverride-1"> di San Vittore sosteneva: «L’esercizio del commercio unisce</hi><hi rend="CharOverride-1"> i popoli, placa le guerre, consolida la pace e trasferisce</hi><hi rend="CharOverride-1"> i beni dal possesso privato al vantaggio di tutti» </hi><hi rend="CharOverride-1">(Ugo di San Vittore ante 1125) compreso il vantaggio delle</hi><hi rend="CharOverride-1"> loro aziende e città sino a compiacersi delle bellezze create</hi><hi rend="CharOverride-1"> attraverso il loro lavoro (Bec 1967, 444).</hi></p><p rend="h2 ParaOverride-2" ><hi>Riferimenti bibliografici</hi></p><p rend="bib_indx_bib" ><hi rend="CharOverride-1">Alberti, </hi><hi rend="CharOverride-1">Leon Battista. 1994. </hi><hi rend="italic CharOverride-1">I libri della famiglia</hi><hi rend="CharOverride-1">, a cura di Ruggero Romano e </hi><hi rend="CharOverride-1">Alberto Tenenti, nuova edizione a cura di Francesco Furlan. 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Madrid: Casa de Velázquez.</hi></p><p rend="bib_indx_bib" ><hi rend="CharOverride-1">Orlandi, Angela. 2021a. “La</hi><hi rend="CharOverride-1"> gestione di un portafoglio titoli nella contabilità cinquecentesca.” </hi><hi rend="italic CharOverride-1">Storia economica</hi><hi rend="CharOverride-1"> 24,</hi><hi rend="CharOverride-1"> 1-2: 45-72.</hi></p><p rend="bib_indx_bib" ><hi rend="CharOverride-1">Orlandi, Angela. 2021b. “The emergence of double-entry bookkeeping</hi><hi rend="CharOverride-1"> in Tuscan firms of the thirteenth and fourteenth centuries.” </hi><hi rend="italic CharOverride-1">Accounting History</hi><hi rend="CharOverride-1"> 26, 4: 534-51.</hi></p><p rend="bib_indx_bib" ><hi rend="CharOverride-1">Palimieri, Matteo. 1982. </hi><hi rend="italic CharOverride-1">Vita civile</hi><hi rend="CharOverride-1">, a cura di Gino Belloni. Firenze: Sansoni.</hi></p><p rend="bib_indx_bib" ><hi rend="CharOverride-1">Peri, Giovanni Domenico. 1672</hi><hi rend="CharOverride-1">. </hi><hi rend="italic CharOverride-1">Il negotiante</hi><hi rend="CharOverride-1">, parte IV. Venezia: Herts.</hi></p><p rend="bib_indx_bib" ><hi rend="CharOverride-1">Sapori, Armando. 1955a. “Cambiamento di </hi><hi rend="CharOverride-1">mentalità del grande operatore economico tra la seconda metà del </hi><hi rend="CharOverride-1">Trecento e i primi del Quattrocento.” In Armando Sapori,.</hi><hi rend="italic CharOverride-1">Studi di Storia Economica. Secoli XIII-XIV-XV</hi><hi rend="CharOverride-1">, vol. III, 457-85. Firenze: Sansoni. </hi></p><p rend="bib_indx_bib" ><hi rend="CharOverride-1">Sapori, Armando. 1955b. “Economia </hi><hi rend="CharOverride-1">e morale alla fine del Trecento: Francesco di Marco Datini </hi><hi rend="CharOverride-1">e ser Lapo Mazzei.” In Armando Sapori, </hi><hi rend="italic CharOverride-1">Studi di Storia Economica. Secoli XIII-XIV-XV</hi><hi rend="CharOverride-1">, vol. I</hi><hi rend="CharOverride-1">, 155-79. Firenze: Sansoni.</hi></p><p rend="bib_indx_bib" ><hi rend="CharOverride-1">Savary, Jacques. 1739. </hi><hi rend="italic CharOverride-1">Le Parfait Négociant, ou Instruction générale pour ce qui regarde le commerce de toute sorte de marchandises de France, et des Pays Estranger</hi><hi rend="CharOverride-1">, parte I, lib. </hi><hi rend="CharOverride-1">1, cap. 4. Lyon: Lyons.</hi></p><p rend="bib_indx_bib" ><hi rend="CharOverride-1">Todeschini, Giacomo. 2002. </hi><hi rend="italic CharOverride-1">I mercanti e il tempio. La società cristiana e il circolo virtuoso della ricchezza fra Medioevo ed Età Moderna</hi><hi rend="CharOverride-1">. Bologna: </hi><hi rend="CharOverride-1">il Mulino.</hi></p><p rend="bib_indx_bib" ><hi rend="CharOverride-1">Tripodi, Claudia. 2010. “I fiorentini ‘quinto elemento dell’universo</hi><hi rend="CharOverride-1">’. L’utilizzazione economicistica di una tradizione/invenzione.” </hi><hi rend="italic CharOverride-1">Archivio Storico Italiano</hi><hi rend="CharOverride-1"> 168, 3:</hi><hi rend="CharOverride-1"> 491-516.</hi></p><p rend="bib_indx_bib" ><hi rend="CharOverride-1">Ugo di San Vittore, </hi><hi rend="italic CharOverride-1">Didascalicon</hi><hi rend="CharOverride-1">, II, XXIII. &lt;</hi><ref target="0"><hi rend="CharOverride-1">http://www.fh-augsburg.de/~harsch/Chronologia/Lspost12/Hugo/hug_intr.html</hi></ref><hi rend="CharOverride-1">&gt; </hi><hi rend="CharOverride-1">(2022-11-27).</hi></p><p rend="bib_indx_bib" ><hi rend="CharOverride-1">Venusti, Antonio Maria. 1561. “Discorso di Antonio </hi><hi rend="CharOverride-1">Maria Venusti, d’intornio alla Mercanti.” In </hi><hi rend="italic CharOverride-1">Compendio utilissimo di quelle cose, le quali a nobili e christiani mercanti appartengono</hi><hi rend="CharOverride-1">. Milano: Antoni. </hi><hi rend="CharOverride-1">13-14 in Braunstein e Franceschi. “«Saperssi governar»”, 655-56.</hi></p><list type="ordered">
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-2"><ref target="OP08885_int_online_chapter_64_387-396.html#footnote-001-backlink">1</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	Un quadro completo della letteratura esistente su connotati e</hi><hi rend="CharOverride-1"> azione del mercante del tempo è praticamente impossibile; ci limiteremo,</hi><hi rend="CharOverride-1"> di volta in volta, a segnalare per ciascun aspetto gli</hi><hi rend="CharOverride-1"> studi più significativi.</hi></p></item>
				</list><list type="ordered">
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-2"><ref target="OP08885_int_online_chapter_64_387-396.html#footnote-000-backlink">2</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	Non tratteremo, dunque, la figura del mercante itinerante tipica dell’XI e XII secolo.</hi></p></item>
				</list>  
      
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        <listBibl>
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          <bibl n="144076">Venusti, Antonio Maria. 1561. “Discorso di Antonio Maria Venusti, d’intornio alla Mercanti.” In Compendio utilissimo di quelle cose, le quali a nobili e christiani mercanti appartengono. Milano: Antoni. 13-14 in Braunstein e Franceschi. “&amp;#171;Saperssi governar&amp;#187;”, 655-56.</bibl>
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