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        <title type="main" level="a">Tra diuturno affanno e consolazione: il tempo del non lavoro nel Basso Medioevo</title>
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            <forename>Giampiero</forename>
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          <resp>This is a section of <title>Idee di lavoro e di ozio per la nostra civiltà</title>(DOI: <idno type="DOI">10.36253/979-12-215-0319-7</idno>) by </resp>
          <name>Giovanni Mari, Francesco Ammannati, Brogi Stefano, Tiziana Faitini, Arianna Fermani, Francesco Seghezzi, Annalisa Tonarelli</name>
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        <publisher>Firenze University Press</publisher>
        <pubPlace>Florence</pubPlace>
        <date when="2024">2024</date>
        <idno type="DOI">https://doi.org/10.36253/979-12-215-0319-7.46</idno>
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        <p>It was the material conditions that, together with philosophical and religious thought, determined men's attitudes in their time off work and during festivals. If taking solace in life's difficulties in Boethius' thought was one of the elements that characterised attitudes within any kind of work activity, it was at the beginnings of Humanism and in the premises of the Renaissance that man began to free himself from total dependence on God and the blind fate of fortune.</p>
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            <item>Time for non-work</item>
            <item>leisure and celebration</item>
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      <p>It is available online at https://doi.org/10.36253/979-12-215-0319-7.46<ref target="https://doi.org/10.36253/979-12-215-0319-7.46" /></p>
      
      <p rend="h1_chapter">Tra diuturno affanno e consolazione: il tempo del non lavoro nel Basso Medioevo</p><p rend="h1_author ParaOverride-1" ><hi rend="CharOverride-1">Giampiero Nigro</hi></p><p rend="h2" ><hi>1. Introduzione</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Sfogliando le cronache e </hi><hi rend="CharOverride-1">i documenti pubblici o privati del Basso Medioevo troviamo numerosissime </hi><hi rend="CharOverride-1">tracce e testimonianze di spazi di vita dedicati allo svago:</hi><hi rend="CharOverride-1"> intrattenimenti individuali e collettivi, giochi, feste religiose e laiche erano</hi><hi rend="CharOverride-1"> una componente essenziale della vita di tutti i ceti sociali.</hi><hi rend="CharOverride-1"> Eppure, queste attività non vengono mai definite, nelle fonti dell</hi><hi rend="CharOverride-1">’epoca, con termini che possano immediatamente richiamare il valore semantico</hi><hi rend="CharOverride-1"> che oggi attribuiamo a parole come uso del tempo libero</hi><hi rend="CharOverride-1"> o svago, concetti estranei alla prassi e alla cultura </hi><hi rend="CharOverride-1">del Medio Evo. </hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">I ritmi della società di allora erano </hi><hi rend="CharOverride-1">quelli della natura e le nozioni di tempo del lavoro </hi><hi rend="CharOverride-1">e di tempo libero non erano rigidamente distinte. Si potrebbe</hi><hi rend="CharOverride-1"> dire che il tempo dello svago non si contrapponesse al</hi><hi rend="CharOverride-1"> tempo del lavoro, ma alla continua fatica di vivere. Nella</hi><hi rend="CharOverride-1"> vita terrena, le condizioni esistenziali del singolo apparivano, sia dal</hi><hi rend="CharOverride-1"> punto di vista materiale che spirituale, piuttosto difficili ed incerte,</hi><hi rend="CharOverride-1"> soggette ai capricci della natura e agli umori imprevedibili della</hi><hi rend="CharOverride-1"> sorte. Tutto era governato dalla volontà divina che muoveva gli</hi><hi rend="CharOverride-1"> uomini e il creato secondo disegni non sempre conoscibili. </hi><hi rend="CharOverride-1">Il tempo apparteneva a Dio e in sua funzione doveva </hi><hi rend="CharOverride-1">essere consumato: «onestamente lo dì delle feste con una sua</hi><hi rend="CharOverride-1"> fante alle perdonanse n’andava e ’1 giorno da lavorare</hi><hi rend="CharOverride-1"> si stava onestamente in casa» (Rossi 1974, 176, Exemplo XXVIII</hi><hi rend="CharOverride-1">).</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Il piacere, il godimento avevano sostanzialmente natura peccaminosa; solo lo svago devoto e legittimo, l’austerità e la rinunzia erano i percorsi indispensabili per raggiungere la salute eterna. D’altra parte il diffuso sentimento religioso, nel constatare la propria incapacità di rinunciare al mondo, accentuava negli uomini uno scoraggiato senso della vita.</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">È all’interno di quelle connotazioni culturali, di quella</hi><hi rend="CharOverride-1"> percezione della vicenda umana legata a una concezione teologica, provvidenzialistica</hi><hi rend="CharOverride-1"> e universale, che anche il tema del tempo libero dal</hi><hi rend="CharOverride-1"> lavoro va inquadrato e compreso. Per dirlo con Johan Huizinga,</hi><hi rend="CharOverride-1"> quando la gioia di vivere o il cieco godimento</hi><hi rend="CharOverride-1"> cedevano il passo alla riflessione, la disposizione d’animo </hi><hi rend="CharOverride-1">con cui gli uomini consideravano la realtà quotidiana era caratterizzata</hi><hi rend="CharOverride-1"> da un profondo abbattimento. «Quale costanza vi può essere</hi><hi rend="CharOverride-1"> nelle cose umane, se spesso basta il volgere di un</hi><hi rend="CharOverride-1">’ora a dissolvere l’uomo stesso?» (Boezio 1976, 132).</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Non si potrebbe comprendere l’atteggiamento psicologico degli uomini del </hi><hi rend="CharOverride-1">tempo se perdessimo di vista questo senso di precarietà, questa </hi><hi rend="CharOverride-1">condizione immanente di fragilità davanti al fato, «caeci numinis ambiguos</hi><hi rend="CharOverride-1"> vultus», volto dubbioso del dio cieco che ‘gioca </hi><hi rend="CharOverride-1">il suo gioco’ con la vita degli uomini (Boezio 197</hi><hi rend="CharOverride-1">6, 120 e 126).</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">A questa condizione la ‘festa’ e le altre occasioni di svago, individuale o di gruppo, potevano usare sia il linguaggio della follia e della trasgressione che quello della preghiera e della penitenza: tipiche espressioni, entrambe, di un ‘tempo liberato’ che traduceva, attraverso il rito collettivo, il bisogno di esorcizzare la condizione umana, provvisoria e governata dall’irrazionale. Erano manifestazioni a tinte forti nelle quali le immagini, le parole e i comportamenti risultavano profondamente coinvolgenti non solo del singolo, ma dell’intera comunità: grandi affreschi sonori e colorati nei quali il gusto del meraviglioso si affiancava a una forte carica empatica e le stesse frontiere sociali si sfumavano nella coscienza di un unico destino.</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Eppure, alla fine del Trecento e soprattutto nella borghesia mercantile, si ha la percezione di un cambiamento nell’atteggiamento dell’uomo rispetto al piacere e allo svago. In quegli ambienti, dove da tempo lo sviluppo economico e tecnico aveva costretto a misurarsi con la necessità di introdurre elementi di nuova razionalità, cominciava ad affermarsi la sensazione che la migliorata condizione materiale o una conquistata forza intellettuale (non meno che politica) potessero concorrere a un processo di liberazione dell’uomo capace, grazie alle sue qualità e virtù, di sfruttare anche la fortuna.</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Ed è proprio in questi ambienti, nei carteggi mercantili e familiari come nella novellistica, che vediamo diffusamente il termine «consolazione», per riferirsi a momenti e circostanze di svago o piacere, vissuti e sentiti in modo nuovo</hi><hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi><ref target="OP08885_int_online_chapter_65_397-405.html#footnote-008">1</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">.</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">«Prendersi consolazione» sembrava essere un diverso concetto di svago, sostanziato da un mutamento delle condizioni dello spirito, alimentato dal nascente pensiero umanista e da una rilettura dei classici e di antichi autori come Boezio «il quale pare da’ semplici oggi accetto per vile, perché si legge a corso in ogni scuola ai più giovani» (Guasti 1880, 13).</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Una consolazione che non derivava, nel concetto boeziano, dal rifugiarsi nella benevolenza della sorte, ma dal riaffermare la propria libertà intrinseca rispetto a essa: «In vestra enim situm </hi><hi rend="CharOverride-1">manu, qualem vobis fortunam formare malitis»</hi><hi rend="italic CharOverride-1">, </hi><hi rend="CharOverride-1">siete artefici della vostra fortuna</hi><hi rend="italic CharOverride-1"> </hi><hi rend="CharOverride-1">(Boezio 1976, 332);</hi><hi rend="italic CharOverride-1"> </hi><hi rend="CharOverride-1">«quibus in</hi><hi rend="CharOverride-1"> ipsis inest ratio, inest etiam volendi nolendiqne libertas»,</hi><hi rend="italic CharOverride-1"> </hi><hi rend="CharOverride-1">la libertà sta nell’essere razionale</hi><hi rend="italic CharOverride-1"> </hi><hi rend="CharOverride-1">(Boezio 1976, 332).</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Prendersi consolazione era, in questo senso, una affermazione dell’individuo razionale, un affrancarsi dalla «ruota del mondo, com’ella gira senza ritegno» (Guasti 1880, 182)</hi><hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi><ref target="OP08885_int_online_chapter_65_397-405.html#footnote-007">2</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">. Una necessità diffusa che poteva investire qualsiasi momento del quotidiano. Lo strumento attraverso il quale prendeva via via rilievo una maggiore attenzione verso la concretezza del reale e una sensibilità migliore per valori che si potrebbero definire ‘laici’ e caratteristici di una società più dinamica e complessa: la riflessione attorno al sé, la responsabilità individuale, l’armonia che procede dall’esercizio del pensiero finivano per mettere in discussione, almeno concettualmente, il persistente senso di impotente dipendenza dell’uomo dalla natura e dal fato.</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Nelle città toscane, tra la fine del XIV e l’inizio del XV secolo, questi due tipi di sensibilità ancora sostanzialmente convivevano. Alle vecchie forme di ritualità collettiva che pure mantenevano, per gran parte della popolazione, una forte valenza emotiva e fortissime capacità di coinvolgimento, si andavano aggiungendo nuovi spazi di svago. Soprattutto si andava diffondendo una mentalità e una cultura che travasava anche nei vecchi riti i diversi contenuti e significati sociali.</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Molteplici erano le occasioni: spazi temporali di non lavoro in cui, accantonata, seppur temporaneamente, la fondamentale questione della sopravvivenza, si usciva dalla diuturna fatica del vivere sia con atteggiamenti ludici che riflessivi. </hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Se per un verso questo era in larga parte tempo del gioco e dell’evasione, per altro verso appariva come lo spazio del privato e della vita di relazione, dove i rapporti affettivi e amicali venivano a confondersi con le esigenze di rappresentanza sociale, dove si giocava il confronto fra la cultura dominante e quella individuale, dove si andavano disegnando le nuove frontiere sociali e culturali. Non vi è dubbio, dunque, che ci si prendesse consolazione nell’intimità familiare o di brigata, nei giochi e scherzi d’osteria, cantando e danzando con amici, o scommettendo a carte o a dadi nelle parti meno esposte della piazza; ma uno spazio significativo assumevano, quanto meno nei ceti più elevati, anche i momenti di riflessione personale o di gioco letterario.</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">E non basta: una visione puramente intimistica o soggettiva sarebbe insufficiente a dar conto di un periodo in cui la compenetrazione tra individuo e gruppi sociali era così forte da condizionarne ogni aspetto della vita. Il quartiere, il vicinato, la compagnia o l’Arte cui si apparteneva, erano altrettanti elementi che segnavano fortemente le abitudini quotidiane e determinavano i rituali collettivi. </hi></p><p rend="quotation_b" ><hi rend="CharOverride-1">Tutte le cose della vita erano di una pubblicità sfarzosa </hi><hi rend="CharOverride-1">e crudele. I lebbrosi facevano suonare le loro raganelle e </hi><hi rend="CharOverride-1">giravano in processione; i mendicanti si lamentavano nelle chiese dove</hi><hi rend="CharOverride-1"> ostentavano le loro deformità. Ogni classe, ogni ceto, ogni professione</hi><hi rend="CharOverride-1"> si riconosceva nell’abito […] L’amministrazione della giustizia,</hi><hi rend="CharOverride-1"> la vendita di mercanzie, le nozze e i funerali, tutto</hi><hi rend="CharOverride-1"> si annunziava con cortei, grida, lamenti e musica (Huizinga 1961,</hi><hi rend="CharOverride-1"> 3-4).</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">In ogni caso, l’uso del tempo di non lavoro si esprimeva, per i singoli, sulla base di premesse che condizionavano il suo dispiegarsi e si realizzava come vero e proprio fattore economico attorno al quale ruotavano interessi, capitali, organizzazione. Nel XIV secolo gli aspetti materiali della festa avevano caratteristiche diverse da quelle che avrebbero assunto nel pieno Quattrocento. Ancora non c’era la figura del principe che offriva la festa al popolo e che, in quanto tale, era produttore che attivava finanziamenti per creare lo spettacolo, pagando tecnici e artigiani, artisti e giocolieri, musici e buffoni. Almeno in Toscana, la festa civica basso medievale era ancora e soprattutto uno sforzo collettivo, la somma di piccole e grandi iniziative, di privati e di organizzazioni sociali o religiose che vi intervenivano con spirito di confronto e secondo criteri legati alla propria tradizione. Il finanziamento pubblico era solo una delle risorse attivate e certamente non la principale: manteneva una funzione di regolamentazione e controllo, piuttosto che di organizzazione e di gestione economica.</hi></p><p rend="h2" ><hi>2. Ritmi e tempi di lavoro e di</hi><hi> svago</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">I ritmi della vita, anche in città, erano quelli del mondo contadino. Nel corso della giornata, le pause erano fortemente condizionate dalla possibilità o meno di applicarsi alla produzione. Tempo dell’attività il giorno, tempo del riposo la notte. Una scansione che divideva la giornata in due parti distinte e che finiva per delimitare il confine tra lecito e illecito. Al suonare del vespro, le porte della città si chiudevano, le attività lavorative si interrompevano; era questo, assieme alla pausa prandiale, il momento che dava più spazio alla vita di relazione, da dedicare al privato. Questo discrimine luce/buio, nel quale si esprimeva sostanzialmente il concetto di ordine, segnò a lungo la vita urbana. Le cronache delle frequenti lotte fratricide, delle battaglie fra famiglie e fazioni che tanto spesso scoppiavano alla luce delle torce, gli incendi delle case che illuminavano le notti agitate di quei secoli, sottolineavano, con la rottura dell’abituale ritmo di vita, la violenza dei gesti che rompevano, anche simbolicamente, il fragile equilibrio costituito</hi><hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi><ref target="OP08885_int_online_chapter_65_397-405.html#footnote-006">3</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">. Allo stesso modo, in occasione di alcuni festeggiamenti, i grandi falò notturni, le lucerne e le luminarie alle finestre dei palazzi maggiori erano pur sempre segno di eccezionalità, sovversione gioiosa di un ordine naturale</hi><hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi><ref target="OP08885_int_online_chapter_65_397-405.html#footnote-005">4</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">.</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Anche nel corso dell’anno, a parte la domenica, i giorni festivi cadevano in significativi eventi del ritmo agricolo e risentivano il condizionamento delle stagioni. La tradizione religiosa cristiana aveva sostanzialmente riassorbito nelle proprie liturgie le antiche ricorrenze agricole e le relative festività, aggiungendone di nuove.</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Feste religiose di origine pagana che diventavano civili. Tutto ciò si inquadrava in una concezione mitica e soprannaturale del tempo; </hi></p><p rend="quotation_b" ><hi rend="CharOverride-1">poiché la vita del Cristo taglia in</hi><hi rend="CharOverride-1"> due la storia, e la religione cristiana si fonda su</hi><hi rend="CharOverride-1"> questo avvenimento, ne risulta un’inclinazione, una sensibilità essenziale per</hi><hi rend="CharOverride-1"> la cronologia. Ma questa cronologia non è ordinata in un</hi><hi rend="CharOverride-1"> tempo divisibile in momenti eguali, esattamente misurabile, quello che noi</hi><hi rend="CharOverride-1"> chiamiamo tempo oggettivo o scientifico. È una cronologia significativa [</hi><hi rend="CharOverride-1">…] Il medioevo, avido quanto noi di date, non datava</hi><hi rend="CharOverride-1"> secondo le stesse norme o le stesse esigenze […]</hi><hi rend="CharOverride-1"> L’anno comincia nei vari paesi a date differenti, a</hi><hi rend="CharOverride-1"> seconda che una tradizione religiosa faccia iniziare la redenzione dell</hi><hi rend="CharOverride-1">’umanità – e la rinnovazione del tempo – dalla Natività,</hi><hi rend="CharOverride-1"> dalla Passione, dalla Resurrezione oppure dall’Annunciazione (Le Goff 1983,</hi><hi rend="CharOverride-1"> 192-94). </hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Nella tradizione fiorentina l’inizio dell’anno (notte fra il 25 e il 26 marzo) rimase fissato nella data che si riteneva dell’equinozio di primavera, fase della rinascita della natura e per l’appunto anniversario della Incarnazione di Cristo.</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Tempo ineguale, quello misurato sui ritmi naturali, così come ineguale era la durata della luce. A organizzarlo, a dargli un ordine e delle scadenze era il suono della campana: la campana della chiesa, che scandiva la giornata di luce, tra mattutino e compieta, segnalando inoltre terza, sesta, nona e vespro.</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">In questo quadro, con il tempo si introdussero nuove esigenze: il fiorire dei commerci e lo sviluppo delle attività produttive evidenziarono gradualmente la necessità di un diverso uso e di una nuova misura del tempo. Nelle città, luogo di attività manifatturiera e di offerta di servizi, con l’accentuarsi dei processi di specializzazione e con la necessità di aumentare la produzione, i ritmi del lavoro cominciarono a cambiare, distaccandosi, seppure in maniera discontinua, dal fondamentale condizionamento dell’alternanza buio/luce. In molte città toscane, in molte botteghe, soprattutto in quelle dei tintori, si lavorava spesso anche durante la notte, con veri e propri turni di lavoro, pagando salari differenziati</hi><hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi><ref target="OP08885_int_online_chapter_65_397-405.html#footnote-004">5</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">. </hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">La relativa diffusione del lavoro serale o notturno è ampiamente documentata anche nella novellistica, dove troviamo falegnami che lavoravano in «bottega di notte certe casse, tenendo la lucerna accesa per poter vedere lume» (Rossi 1974, 304, Exemplo CXV), pittori e filatrici che, «spezialmente di verno, quando sono le gran notti» erano già attivi «in sul mattutino» (Faccioli 1970, Novella CXCI), fattori che a sera si rinchiudevano nel fondaco con i libri di conti e stavano «gran peçço della notte tenendo uno candellieri grande con una candella di sevo accesa dinanti» (Rossi 1974, 306, Exemplo CXV), e perfino un ladro che, una notte, non poté «furare quello pensava perché in nella bottega dove volea entrare erano dentro certi che lavoravano» (Rossi 1974, 143, Exemplo XX).</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Le necessità indotte dalla produzione e dal guadagno cominciavano a prevalere sui ritmi naturali: era soprattutto la cultura del commercio, con l’esigenza di rispondere in modo tempestivo alle richieste del mercato, che metteva in discussione quelle rigide cesure.</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Il buio, dunque, non era più totale: la notte aveva cominciato ad animarsi; torchi e candele baluginavano non solo dietro gli sportelli di case e botteghe, ma anche per vie e strade.</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Se nella città di Prato, poco più di tredici anni prima, era tassativamente vietato uscire per strada fra compieta e mattutino (Piattoli 1940, 29), nel 1283 lo si consentiva, purché «unus homo et solus, et tunc cum lumine» un solo uomo con lume</hi><hi rend="italic CharOverride-1"> </hi><hi rend="CharOverride-1">(Piattoli 1940, 33).</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Di pari passo, mentre la notte si piegava alle necessità del lavoro, negli ambienti economici si andava affermando il bisogno di una più razionale misurazione del tempo. Il salto qualitativo si realizzò con la consapevolezza del suo valore economico, per la sua incidenza sul prezzo dei beni, diverso a seconda del tempo di pagamento o del loro trasferimento; più tardi anche in funzione di una più precisa valutazione dei costi di produzione. Tutto ciò stimolò la creazione di strumenti più raffinati e complessi, capaci di ricondurre il tempo a entità costante e definita.</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">L’apparire, nel corso del Trecento, degli orologi sulle torri delle magistrature cittadine conferma il fatto che essi furono, in qualche modo, «strumento di dominio economico, sociale e politico dei mercanti», lo strumento di una nuova misura del tempo a fini professionali. Sul piano concettuale, il passaggio dal tempo naturale al tempo misurato per unità invariabili ne consentiva l’appropriazione. Il tempo che, secondo la Bibbia, «nasce da Dio» ed è «dominato da Lui», si laicizzava, si piegava al dominio dell’uomo, entrava nella sfera della sua libertà (Le Goff 1973, 183-205, 195 e 168). Dunque al tempo della comunità si affiancarono i tempi collettivi dei gruppi e il tempo individuale. Prendeva sostanza il concetto di tempo libero, inteso non più esclusivamente come una pausa imposta dalla natura, ma come una componente dell’esistenza all’interno della quale acquistavano peso le ragioni e le scelte personali.</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Così, se il tempo di lavoro del dirigente di azienda si dilatava, fino a occupare gran parte delle ore notturne e dei giorni festivi, esso si faceva più elastico, assumendo le esigenze della vita di relazione. </hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Allo stesso modo, il diversificarsi dei ritmi di produzione e il nuovo riferimento alle ore effettivamente prestate consentiva agli stessi sottoposti di svincolarsi dall’esclusiva condizionante alternativa giorno/notte, lavoro/riposo. Ciò dilatava o restringeva, anche in relazione alle scelte e alle condizioni individuali, gli stessi spazi dedicati allo svago e, insieme con essi, le occasioni, gli interlocutori e le modalità per il loro utilizzo. Ceto sociale, mestiere, sesso, ruolo nella società e nella famiglia erano gli elementi che potevano rendere diverse le dimensioni e l’uso del tempo di non lavoro.</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Nella complessa realtà cittadina, si può riconoscere una certa uniformità degli orari connessi ai ritmi di apertura delle botteghe e dei laboratori. Ciò detto è certo che, a parte le interruzioni dei pasti, altri momenti di pausa potevano essere frequenti e dipendevano da fattori molteplici: dai ritmi che vi si imponevano, dalle propensioni personali del negoziante o dell’artigiano e dalla stessa situazione del mercato. Ovviamente le botteghe erano luoghi di produzione non luoghi di svago ma, alla stregua dei banchi sul mercato, erano sicuramente un punto di riferimento del vicinato; dentro e attorno a esse si svolgeva un variegato sistema di contatti, amicizie, solidarietà e conflitti, insomma un vivace apparato di relazioni sociali</hi><hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi><ref target="OP08885_int_online_chapter_65_397-405.html#footnote-003">6</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1"> entro cui trovavano spazio lo svago informale, il gioco e lo scherzo. Peculiare era da questo punto di vista, la condizione di collaboratori e giovani fattori soggetti a contratti annuali rinnovabili, figure che rappresentavano i due estremi di una scala di mansioni diverse, tra quelle del collaboratore di piena fiducia e profondo conoscitore del mestiere e quelle dell’apprendista. Il loro tipico contratto prevedeva che fossero costretti a «fare ogni chosa che </hi><hi rend="CharOverride-1">gli è posibile in utile e in bene della botegha </hi><hi rend="CharOverride-1">cioè dì di festa o dì de lavorare»</hi><hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi><ref target="OP08885_int_online_chapter_65_397-405.html#footnote-002">7</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">. Di fatto, si trattava di persone che vivevano nell’ambito della bottega e della famiglia del proprietario, seguendone i ritmi di lavoro, le pause di riposo e di svago, alla stregua di collaboratori domestici o di amici, a seconda del ruolo. Tutti, comunque, se non vi dormivano la notte, partecipavano alla colazione del mattino (in verità le spese per l’«asciolvere»</hi><hi rend="CharOverride-1"> riguardavano tutto il personale presente in bottega), al pranzo e alla cena che spesso costituivano una integrazione del salario. Se ci si prendevano ulteriori libertà lo si doveva fare con misura e giustificato motivo; in questi limiti troviamo testimonianze di scelte autonome e libere. Dalla contabilità di molte aziende del tempo emergono, con una certa frequenza, gli «scioperii»</hi><hi rend="italic CharOverride-1"> </hi><hi rend="CharOverride-1">svolti per intere giornate o parte di esse. Non si trattava soltanto di assenze dovute a malattie, obblighi civici o altri affari personali, ma anche di vero e proprio tempo libero, usato per recarsi a visitare parenti, festeggiare la nascita di un figlio, andare a una festa nella città vicina o alle terme. Talora addirittura, qualcuno mancò perché «stava di malavoglia»</hi><hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi><ref target="OP08885_int_online_chapter_65_397-405.html#footnote-001">8</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">.</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Se tra bottegai, artigiani e lavoranti a cottimo, le modalità e i tempi di produzione erano relativamente poco rigide, la situazione appariva diversa per i </hi><hi rend="italic CharOverride-1">laboratores ad pretium</hi><hi rend="CharOverride-1">,</hi><hi rend="italic CharOverride-1"> </hi><hi rend="CharOverride-1">i salariati, il cui compenso era commisurato al tempo </hi><hi rend="CharOverride-1">di permanenza sul lavoro. Nell’Arte della Lana la giornata </hi><hi rend="CharOverride-1">lavorativa dei salariati era probabilmente più breve, ben regolata l’</hi><hi rend="CharOverride-1">interruzione del sabato e delle vigilie di festa ma con </hi><hi rend="CharOverride-1">il rigido controllo degli orari. Per il settore edile (Goldthwaite 1974)</hi><hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi><ref target="OP08885_int_online_chapter_65_397-405.html#footnote-000">-1</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1"> si ha l’impressione che la giornata fosse tra</hi><hi rend="CharOverride-1"> le più lunghe: ci si presentava sul cantiere all’alba</hi><hi rend="CharOverride-1"> per trattenervisi fino a ‘sera’. I compensi erano </hi><hi rend="CharOverride-1">comunque commisurati alle ore effettivamente prestate; nelle fonti si</hi><hi rend="CharOverride-1"> trovano frequenti riferimenti al fatto che la retribuzione (annullata in</hi><hi rend="CharOverride-1"> caso di maltempo) era ridotta di 1/3 se il salariato</hi><hi rend="CharOverride-1"> entrava «a terza» (ore 9) e della metà </hi><hi rend="CharOverride-1">se il lavoro veniva interrotto o iniziato ad «ora </hi><hi rend="CharOverride-1">nona» (ore 15). In questo caso la persistenza del legame</hi><hi rend="CharOverride-1"> alla giornata di luce trova qualche conferma nel fatto che</hi><hi rend="CharOverride-1"> i salari medi erano spesso leggermente più alti nei mesi</hi><hi rend="CharOverride-1"> tra maggio e ottobre.</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">A parte i giorni di festa </hi><hi rend="CharOverride-1">comandata, il tempo libero era uno spazio definito dalle cadenze</hi><hi rend="CharOverride-1"> di una giornata lavorativa. Nonostante il lento e graduale miglioramento</hi><hi rend="CharOverride-1"> delle condizioni materiali, culturali e psicologiche della popolazione, alla </hi><hi rend="CharOverride-1">fine del Medioevo molti non potevano facilmente usarlo per prendersi </hi><hi rend="CharOverride-1">consolazione. Ciò soprattutto se esso si allargava, raggiungendo forme</hi><hi rend="CharOverride-1"> pericolose e antisociali nell’ambito dei ceti più poveri, quando</hi><hi rend="CharOverride-1"> il tempo di non lavoro corrispondeva alla cronica mancanza di</hi><hi rend="CharOverride-1"> occupazione. Donne prive di altro che il lavoro di casalinga,</hi><hi rend="CharOverride-1"> uomini o ragazzi che non avevano trovato la maniera di</hi><hi rend="CharOverride-1"> farsi ingaggiare in una bottega o in un cantiere </hi><hi rend="CharOverride-1">cercavano il modo di arrotondare le misere entrate familiari attraverso</hi><hi rend="CharOverride-1"> mille espedienti. C’erano poveri che, al limite della </hi><hi rend="CharOverride-1">indigenza, volta a volta si trasformavano in mendicanti oppure allargavano </hi><hi rend="CharOverride-1">la schiera di miserabili, dediti al furto e alla truffa,</hi><hi rend="CharOverride-1"> destinati a un percorso che dalla piazza li portava alla</hi><hi rend="CharOverride-1"> taverna, al postribolo e al carcere.</hi></p><p rend="h2" ><hi>Riferimenti bibliografici</hi></p><p rend="bib_indx_bib" ><hi rend="CharOverride-1">Bernocchi, Maria </hi><hi rend="CharOverride-1">Alessandra. 1968-1969. “L’attività della Compagnia della Tinta di Francesco</hi><hi rend="CharOverride-1"> di Marco Datini e Niccolò di Piero, rivissuta compiutamente attraverso</hi><hi rend="CharOverride-1"> la contabilità (7395-1399), con trascrizione della serie di registri.” </hi><hi rend="CharOverride-1">Laurea magistrale. Università degli Studi di Firenze.</hi></p><p rend="bib_indx_bib" ><hi rend="CharOverride-1">Boezio, Severino. 1976. </hi><hi rend="italic CharOverride-1">La</hi><hi rend="italic CharOverride-1"> consolazione della filosofia</hi><hi rend="CharOverride-1">, testo latino a fronte. Milano: </hi><hi rend="CharOverride-1">Rizzoli.</hi></p><p rend="bib_indx_bib" ><hi rend="CharOverride-1">Cecchi, Elena, a cura di. 1990. </hi><hi rend="italic CharOverride-1">Le lettere di Francesco</hi><hi rend="italic CharOverride-1"> Datini alla moglie Margherita (1385-1410)</hi><hi rend="CharOverride-1">. Prato: Società Pratese di Storia</hi><hi rend="CharOverride-1"> Patria.</hi></p><p rend="bib_indx_bib" ><hi rend="CharOverride-1">Franceschi, Franco. 1993. </hi><hi rend="italic CharOverride-1">Oltre il “Tumulto”. I lavoratori</hi><hi rend="italic CharOverride-1"> fiorentini dell’Arte della Lana fra Tre e Quattrocento</hi><hi rend="CharOverride-1">. </hi><hi rend="CharOverride-1">Firenze: Olschki.</hi></p><p rend="bib_indx_bib" ><hi rend="CharOverride-1">Goldthwaite, Richard A. 1974. </hi><hi rend="italic CharOverride-1">Le costruzioni della Firenze rinascimentale</hi><hi rend="CharOverride-1">. Bologna: il Mulino.</hi></p><p rend="bib_indx_bib" ><hi rend="CharOverride-1">Huizinga, Johan. 1961. </hi><hi rend="italic CharOverride-1">L’autunno del </hi><hi rend="italic CharOverride-1">Medioevo</hi><hi rend="CharOverride-1">. Firenze: Sansoni.</hi></p><p rend="bib_indx_bib" ><hi rend="CharOverride-1">Le Goff, Jacques. 1973. “Nel Medioevo: tempo </hi><hi rend="CharOverride-1">della chiesa e tempo del mercante.”</hi><hi rend="italic CharOverride-1"> </hi><hi rend="CharOverride-1">In</hi><hi rend="italic CharOverride-1"> Problemi di </hi><hi rend="italic CharOverride-1">metodo storico</hi><hi rend="CharOverride-1">,</hi><hi rend="italic CharOverride-1"> </hi><hi rend="CharOverride-1">a cura di Fernand Braudel,</hi><hi rend="italic CharOverride-1"> </hi><hi rend="CharOverride-1">183-205. Bari-Roma</hi><hi rend="CharOverride-1">: Laterza.</hi></p><p rend="bib_indx_bib" ><hi rend="CharOverride-1">Le Goff, Jacques. 1983. </hi><hi rend="italic CharOverride-1">La civiltà dell’occidente medievale</hi><hi rend="CharOverride-1">. Torino: Einaudi.</hi></p><p rend="bib_indx_bib" ><hi rend="CharOverride-1">Molho, Anthony, e Franek Sznura, a cura di. 1986.</hi><hi rend="CharOverride-1"> </hi><hi rend="italic CharOverride-1">Alle bocche della piazza. Diario di anonimo fiorentino (1382-1401)</hi><hi rend="CharOverride-1">. Firenze: Olschki.</hi></p><p rend="bib_indx_bib" ><hi rend="CharOverride-1">Piattoli, Renato. 1940. </hi><hi rend="italic CharOverride-1">Consigli del Comune di</hi><hi rend="italic CharOverride-1"> Prato (15 ottobre 1252-24 febbraio 1285)</hi><hi rend="CharOverride-1">. Bologna: Zanichelli.</hi></p><p rend="bib_indx_bib" ><hi rend="CharOverride-1">Ricciardi, Lucia</hi><hi rend="CharOverride-3">. 1992. </hi><hi rend="italic CharOverride-1">Col senno col tesoro e colla lancia. Riti</hi><hi rend="italic CharOverride-1"> e giochi cavallereschi nella Firenze del Magnifico Lorenzo</hi><hi rend="CharOverride-1">. Firenze:</hi><hi rend="CharOverride-1"> Le Lettere.</hi></p><p rend="bib_indx_bib" ><hi rend="CharOverride-1">Rossi, Luciano, a cura di. 1974. </hi><hi rend="italic CharOverride-1">Giovanni Sercambi.</hi><hi rend="CharOverride-1"> </hi><hi rend="italic CharOverride-1">Il Novelliere</hi><hi rend="CharOverride-1">, vol. I. Roma: Salerno editrice.</hi></p><p rend="bib_indx_bib" ><hi rend="CharOverride-1">Faccioli, Emilio. 1970. </hi><hi rend="italic CharOverride-1">Franco Sacchetti.</hi><hi rend="CharOverride-1"> </hi><hi rend="italic CharOverride-1">Il Trecentonovelle</hi><hi rend="CharOverride-1">. Torino: Einaudi.</hi></p><p rend="bib_indx_bib" ><hi rend="CharOverride-1">Wesselofsky, Alessandro, a </hi><hi rend="CharOverride-1">cura di. 1968.</hi><hi rend="italic CharOverride-1"> Giovanni Gherardi da Prato,</hi><hi rend="CharOverride-1"> </hi><hi rend="italic CharOverride-1">Il Paradiso degli</hi><hi rend="italic CharOverride-1"> Alberti</hi><hi rend="CharOverride-1">. </hi><hi rend="italic CharOverride-1">Ritrovi e ragionamenti del 1389</hi><hi rend="CharOverride-1">, vol. III. </hi><hi rend="CharOverride-1">Bologna: G. Romanagnoli. &lt;</hi><ref target="0"><hi rend="CharOverride-1">https://archive.org/details/ilparadisodegli02ghergoog/page/n5/mode/2up</hi></ref><hi rend="CharOverride-1">&gt; (2024-03-11).</hi></p><list type="ordered">
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-2"><ref target="OP08885_int_online_chapter_65_397-405.html#footnote-008-backlink">1</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	«Il libro di monna Margherita ho a fornire io. Priegovi la preghiate ch’ella sia paziente ad astettarlo: ch’io la debbo consolare, per grazia di Colei per cui amore ella n’ha voglia»</hi><hi rend="italic CharOverride-1"> </hi><hi rend="CharOverride-1">(Guasti 1880, 114); «Occi udite due prediche in tutta questa quaresima: questa è la chonsolazione ch’io ci ò» (Cecchi 1990, 168); «E preselo per la mano ballando con tanto piacere che mai non parea a Dianabella esser sì consolata di ballare come allora» (Rossi1974, 22); «desinarono con buona consolazione, e ancora, prestissimamente a danzare cominciare, non sanza grandissima consolazione di tutti ciò riguardanti»</hi><hi rend="italic CharOverride-1"> </hi><hi rend="CharOverride-1">(Wesselofsky 1968, 101).</hi></p></item>
				</list><list type="ordered">
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-2"><ref target="OP08885_int_online_chapter_65_397-405.html#footnote-007-backlink">2</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	La frase è di Boezio (</hi><hi rend="italic CharOverride-1">La consolazione</hi><hi rend="CharOverride-1">,125) testualmente indicata nella lettera di ser Lapo Mazzei al Datini del 10 agosto 1397. </hi></p></item>
				</list><list type="ordered">
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-2"><ref target="OP08885_int_online_chapter_65_397-405.html#footnote-006-backlink">3</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	«A di XVIII d’aprile […] Sonò la grossa a le XXIIII ore. Furovi tutte le famiglie di Firenze e Otto di Ghuardia e Dodici e Ghonfalonieri, e non poterono tanto fare che lla battaglia si levasse. Anche durò infino alle tre ore di notte a lume di torchi, e nel fine si cominciò a fare cho’ sasi e cho’ bastoni, e gridare a l’arme e al fuocho […] Furone di ciaschuna parte fediti assai e presi e chondanati» (Ricciardi </hi><hi rend="CharOverride-3">1992, </hi><hi rend="CharOverride-1">75-6); «Sabato notte a dì </hi><hi rend="CharOverride-3">xxv</hi><hi rend="CharOverride-1"> si corse la terra per li ghuelfi a lumi di torchi e di lumiere» (Molho e Sznura 1986, 21).</hi></p></item>
				</list><list type="ordered">
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-2"><ref target="OP08885_int_online_chapter_65_397-405.html#footnote-005-backlink">4</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	«Venerdì notte a dì XVIII di nove(m)bre alle sette ore vene i. Firenze 3 lettere e l’ulivo come il giovedì pasato ne l’ora della nona […] era presa la te(n)uta della città d’Areço per lo Comune di Firenze, sança ruberia o vilanegiare persona. Fessene gran festa i. quella notte per tutti gli uomini ghuelfi, e inançi dì si cominciarono a fare molti falò per la città chon gra. letitia e festa […] la sera seghuente tutto il Palagio de’ Signiori e la torre (fu) fornita di molti panelli e lumiere con grande falò per magnanima allegreçça, e per tutta la città grandissimi fuochi per tutte le vie, quasi ad ogni casa, e chi luminiere alle finestre, e chi lucerne» (Molho e Sznura 1986, 54-5).</hi></p></item>
				</list><list type="ordered">
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-2"><ref target="OP08885_int_online_chapter_65_397-405.html#footnote-004-backlink">5</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	Il Libro dei </hi><hi rend="italic CharOverride-1">Vagielli</hi><hi rend="CharOverride-1"> della Compagnia della Tinta di Francesco di Marco Datini e Niccolò di Piero a Prato è un’interessante fonte che ci aiuta a capire il lavoro notturno nell’arte. Ad esso si applicavano, oltre che il personale interno, aiutanti ingaggiati ogni volta che si impostava un vagello per la tintura in guado. Il processo non poteva essere interrotto, quindi vi dovevano accudire persone organizzate con turni di lavoro che potevano prolungarsi per l’intera notte e il giorno successivo. Quanto alla differenziazione dei salari, diversamente da quanto ci si potrebbe aspettare, emerge che la remunerazione notturna era più bassa, probabilmente in considerazione del fatto che erano minori le ore lavorate (Archivio di Stato di Prato, </hi><hi rend="italic CharOverride-1">Fondo Datini</hi><hi rend="CharOverride-1">, 285, Libro dei Vagielli, cc. 9, 20v, 26, 27, 35, 36, 39, trascritto in Bernocchi 1968-1969). </hi></p></item>
				</list><list type="ordered">
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-2"><ref target="OP08885_int_online_chapter_65_397-405.html#footnote-003-backlink">6</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	Tra gli studi sulle forme della vita di relazione si veda in particolare (Franceschi 1993, 305, 325). Provando ad indagare sulle fideiussioni prestate in favore di lavoranti lanieri nella Firenze del primo Quattrocento, l’autore è riuscito a offrire un quadro interessante e originale dell’‘orizzonte relazionale’ dei ceti subalterni, fatto anche di solidarietà di mestiere e conflitti di lavoro.</hi></p></item>
				</list><list type="ordered">
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-2"><ref target="OP08885_int_online_chapter_65_397-405.html#footnote-002-backlink">7</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	Si tratta dello stralcio di uno dei cinque tipici contratti di assunzione nel fondaco di Arte della Lana di Francesco Datini e Agnolo di Niccolò nel periodo 1396, 1397. Archivio di Stato di Prato, </hi><hi rend="italic CharOverride-1">Fondo Datini</hi><hi rend="CharOverride-1">, 257, Ricordanze A, c. 60. In altro caso si scriveva che fosse tenuto a lavorare «di dìe</hi><hi rend="CharOverride-1"> e di notte; e se bisognasepurghare, chardare… e ogn’altra</hi><hi rend="CharOverride-1"> chosa che ss’apartengha alla detta bottea». Ivi,</hi><hi rend="CharOverride-1"> c.16.</hi></p></item>
				</list><list type="ordered">
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-2"><ref target="OP08885_int_online_chapter_65_397-405.html#footnote-001-backlink">8</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	Archivio di Stato di Prato, </hi><hi rend="italic CharOverride-1">Fondo Datini</hi><hi rend="CharOverride-1">, 1154, Quadernucci degli scioperii, XX e XXI. I Quadernucci degli scioperii sono due preziose testimonianze che consentono di verificare il ritmo e le cause delle assenze da lavoro del personale stabile. Proprio da questo registro si possono individuare le molteplici cause d’assenza, comprese quelle per svago o svogliatezza. È il caso di Simone di Domenico Magini, che si vide ridurre 2/3 dello stipendio, pur essendo presente («stassi di malavoglia»); e che un altro giorno, per lo stesso motivo, non lavorò del tutto. Archivio di Stato di Prato, </hi><hi rend="italic CharOverride-1">Fondo Datini</hi><hi rend="CharOverride-1">, 1154, Quadernuccio degli scioperii, XXI, 1396-1400, c. 2.</hi></p></item>
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					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-2"><ref target="OP08885_int_online_chapter_65_397-405.html#footnote-000-backlink">-1</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	Per questo tema faccio riferimento agli studi di Richard</hi><hi rend="CharOverride-3"> </hi><hi rend="CharOverride-1">Goldthwaite (in particolare Goldthwaite 1974) e ai risultati di una mia indagine sul registro di spese per la costruzione del palazzo Datini, anni 1387- 1390, un ‘libro speciale’, appartenente alla sfera privata del mercante, che contiene spese del murare ed altre spese di casa, tenuto in parte da Niccolò di Piero di Giunta ed in parte dallo stesso Datini (Archivio di Stato di Prato, </hi><hi rend="italic CharOverride-1">Fondo Datini</hi><hi rend="CharOverride-1">, 352, Ricordanze).</hi></p></item>
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        <listBibl>
          <head>References</head>
          <bibl n="144011">Bernocchi, Maria Alessandra. 1968-1969. “L’attivit&amp;#224; della Compagnia della Tinta di Francesco di Marco Datini e Niccol&amp;#242; di Piero, rivissuta compiutamente attraverso la contabilit&amp;#224; (7395-1399), con trascrizione della serie di registri.” Laurea magistrale. Universit&amp;#224; degli Studi di Firenze.</bibl>
          <bibl n="146579">Boezio, Severino. 1976. La consolazione della filosofia, testo latino a fronte. Milano: Rizzoli.</bibl>
          <bibl n="145285">Cecchi, Elena, a cura di. 1990. Le lettere di Francesco Datini alla moglie Margherita (1385-1410). Prato: Societ&amp;#224; Pratese di Storia Patria.</bibl>
          <bibl n="145454">Franceschi, Franco. 1993. Oltre il “Tumulto”. I lavoratori fiorentini dell’Arte della Lana fra Tre e Quattrocento. Firenze: Olschki.</bibl>
          <bibl n="146651">Goldthwaite, Richard A. 1974. Le costruzioni della Firenze rinascimentale. Bologna: il Mulino.</bibl>
          <bibl n="147481">Huizinga, Johan. 1961. L’autunno del Medioevo. Firenze: Sansoni.</bibl>
          <bibl n="144758">Le Goff, Jacques. 1973. “Nel Medioevo: tempo della chiesa e tempo del mercante.” In Problemi di metodo storico, a cura di Fernand Braudel, 183-205. Bari-Roma: Laterza.</bibl>
          <bibl n="147162">Le Goff, Jacques. 1983. La civilt&amp;#224; dell’occidente medievale. Torino: Einaudi.</bibl>
          <bibl n="145371">Molho, Anthony, e Franek Sznura, a cura di. 1986. Alle bocche della piazza. Diario di anonimo fiorentino (1382-1401). Firenze: Olschki.</bibl>
          <bibl n="146145">Piattoli, Renato. 1940. Consigli del Comune di Prato (15 ottobre 1252-24 febbraio 1285). Bologna: Zanichelli.</bibl>
          <bibl n="145153">Ricciardi, Lucia. 1992. Col senno col tesoro e colla lancia. Riti e giochi cavallereschi nella Firenze del Magnifico Lorenzo. Firenze: Le Lettere.</bibl>
          <bibl n="146511">Rossi, Luciano, a cura di. 1974. Giovanni Sercambi. Il Novelliere, vol. I. Roma: Salerno editrice.</bibl>
          <bibl n="147129">Faccioli, Emilio. 1970. Franco Sacchetti. Il Trecentonovelle. Torino: Einaudi.</bibl>
          <bibl n="144126">Wesselofsky, Alessandro, a cura di. 1968. Giovanni Gherardi da Prato, Il Paradiso degli Alberti. Ritrovi e ragionamenti del 1389, vol. III. Bologna: G. Romanagnoli. &amp;lt;https://archive.org/details/ilparadisodegli02ghergoog/page/n5/mode/2up&amp;gt; (2024-03-11).</bibl>
        </listBibl>
      </div>
    </body>
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</TEI>