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        <title type="main" level="a">Ozio, attività e lavoro nei libri De familia di Alberti</title>
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            <forename>Michel</forename>
            <surname>Paoli</surname>
            <placeName type="affiliation">Université de Picardie-Jules Verne, France</placeName>
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          <resp>This is a section of <title>Idee di lavoro e di ozio per la nostra civiltà</title>(DOI: <idno type="DOI">10.36253/979-12-215-0319-7</idno>) by </resp>
          <name>Giovanni Mari, Francesco Ammannati, Brogi Stefano, Tiziana Faitini, Arianna Fermani, Francesco Seghezzi, Annalisa Tonarelli</name>
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        <publisher>Firenze University Press</publisher>
        <pubPlace>Florence</pubPlace>
        <date when="2024">2024</date>
        <idno type="DOI">https://doi.org/10.36253/979-12-215-0319-7.49</idno>
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          <p>Available for academic research purposes</p>
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          <p>Copyright Author(s)</p>
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            <p>Content licence CC BY 4.0</p>
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        <p>This is original content, published for academic research purposes</p>
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        <p>Since the Weber-Sombart debate on the birth of capitalism, Alberti's Family Books have been presented as an essential source on the origins of this movement and Alberti himself as a "pioneer of capitalism". The present text aims to show that Alberti is above all an intellectual, who certainly seeks to understand the workings of the business world, particularly in Florence, but who is not in a position to understand it to the end. Indeed, Alberti cannot accept that an individual takes risks to earn even more money when he already has a lot. Nor does he understand how wealth can be created. On the other hand, he knows how to explain very finely how an already rich person can keep his wealth. In this, at least in the De familia books, he is much more "bourgeois" than "capitalist".</p>
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            <item>Enrichment</item>
            <item>Humanism</item>
            <item>Bourgeoisie</item>
            <item>Capitalism</item>
            <item>Florence</item>
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      <p>It is available online at https://doi.org/10.36253/979-12-215-0319-7.49<ref target="https://doi.org/10.36253/979-12-215-0319-7.49" /></p>
      
      <p rend="h1_chapter">Ozio, attività e lavoro nei libri <hi rend="italic">De familia</hi> di Alberti</p><p rend="h1_author ParaOverride-1" ><hi rend="CharOverride-1">Michel Paoli</hi></p><p rend="h2" ><hi>1. Cenni biografici</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Leon Battista Alberti nacque a Genova nel 1404.</hi><hi rend="CharOverride-1"> La sua nascita fu segnata da due sciagure: era un</hi><hi rend="CharOverride-1"> figlio illegittimo, privo di madre, e la sua potente famiglia</hi><hi rend="CharOverride-1"> era da diversi anni esiliata da Firenze. Mentre studiava a</hi><hi rend="CharOverride-1"> Padova, il padre morì nel 1421 dopo aver vietato ai</hi><hi rend="CharOverride-1"> due figli naturali di ereditare le sue sostanze. Laureatosi </hi><hi rend="CharOverride-1">a Bologna in diritto canonico (cosa che gli permise di </hi><hi rend="CharOverride-1">farsi chiamare per tutta la vita «messer Battista»), iniziò</hi><hi rend="CharOverride-1"> una modesta carriera nell’amministrazione pontificia e ottenne un brevetto</hi><hi rend="CharOverride-1"> che gli evitava di dover ricordare il suo statuto illegittimo</hi><hi rend="CharOverride-1">. Nonostante ciò, la sua carriera fu sempre limitata e </hi><hi rend="CharOverride-1">non poté mai diventare segretario apostolico. Intorno al 1430 ottenne </hi><hi rend="CharOverride-1">il suo primo beneficio ecclesiastico (presso Signa) e il bando </hi><hi rend="CharOverride-1">degli Alberti fu revocato. Battista poté così iniziare a vivere </hi><hi rend="CharOverride-1">a Firenze e a frequentare gli umanisti, gli artisti e </hi><hi rend="CharOverride-1">la classe dirigente dei mercanti-banchieri. Nel 1434, Papa Eugenio IV </hi><hi rend="CharOverride-1">fuggì da Roma e si stabilì principalmente a Firenze, seguito </hi><hi rend="CharOverride-1">dalla Curia. Per farsi accettare sia dalla famiglia che dall’</hi><hi rend="CharOverride-1">ambiente socio-politico, l’Alberti scrisse, in lingua volgare, i </hi><hi rend="CharOverride-1">quattro libri </hi><hi rend="italic CharOverride-1">De familia</hi><hi rend="CharOverride-1"> (comunemente noti come i </hi><hi rend="italic CharOverride-1">Libri della </hi><hi rend="italic CharOverride-1">famiglia</hi><hi rend="CharOverride-1">). All’inizio degli anni Quaranta del Quattrocento, tuttavia, fu</hi><hi rend="CharOverride-1"> costretto ad ammettere che le sue azioni nei confronti della</hi><hi rend="CharOverride-1"> classe dirigente o degli artisti e degli umanisti non avevano</hi><hi rend="CharOverride-1"> riscosso il successo sperato. Quando il papa poté finalmente tornare</hi><hi rend="CharOverride-1"> a Roma, Alberti decise di dedicarsi all’architettura e questa</hi><hi rend="CharOverride-1"> volta ebbe successo. Morì a Roma nel 1472, dopo aver</hi><hi rend="CharOverride-1"> riconquistato una posizione di rilievo nella sua famiglia e nel</hi><hi rend="CharOverride-1">la sua patria.</hi></p><p rend="h2" ><hi>2. Il </hi><hi rend="italic">De familia</hi><hi> e il dibattito</hi><hi> sulle origini del capitalismo</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Da quando, oltre un secolo fa,</hi><hi rend="CharOverride-1"> sono stati al centro del dibattito Sombart-Weber sulle origini del</hi><hi rend="CharOverride-1"> capitalismo, i libri </hi><hi rend="italic CharOverride-1">De familia</hi><hi rend="CharOverride-1"> sono stati regolarmente citati nelle</hi><hi rend="CharOverride-1"> storie economiche (Paoli 2013). Tuttavia, è giusto dire che </hi><hi rend="CharOverride-1">queste storie non hanno tenuto conto dell’evoluzione della ricerca </hi><hi rend="CharOverride-1">sull’Alberti e dell’interpretazione della sua opera. Il quinto </hi><hi rend="CharOverride-1">centenario della morte, nel 1972, fu l’occasione per Eugenio </hi><hi rend="CharOverride-1">Garin di pubblicare alcuni articoli fondamentali (Garin 2013), che modificarono </hi><hi rend="CharOverride-1">profondamente l’immagine di Alberti, fino ad allora quasi identificata </hi><hi rend="CharOverride-1">con il punto di vista di Giannozzo, il personaggio chiave </hi><hi rend="CharOverride-1">del Libro III, una sorta di borghese autocompiaciuto, felice al </hi><hi rend="CharOverride-1">centro del suo universo familiare. Il pensiero di Alberti è </hi><hi rend="CharOverride-1">molto più complesso e sembra, infatti, difficile farsene un’idea </hi><hi rend="CharOverride-1">chiara senza aver letto tutto o gran parte di ciò </hi><hi rend="CharOverride-1">che ha scritto, sia in latino che in volgare. Si </hi><hi rend="CharOverride-1">finisce per individuare delle costanti (la virtù sarà sempre il </hi><hi rend="CharOverride-1">bene supremo, i beni dello spirito saranno sempre superiori a </hi><hi rend="CharOverride-1">tutto il resto) e dei punti che possono essere oggetto </hi><hi rend="CharOverride-1">di evoluzioni o valutazioni contrastanti. In ogni caso, Alberti sa </hi><hi rend="CharOverride-1">ascoltare gli altri e, quando scrive un dialogo, sa far </hi><hi rend="CharOverride-1">coesistere diversi punti di vista. Anche se il fatto che </hi><hi rend="CharOverride-1">un personaggio dica qualcosa può destare l’attenzione dello storico, </hi><hi rend="CharOverride-1">estrapolare dal dialogo l’intervento puntuale di uno degli interlocutori </hi><hi rend="CharOverride-1">e configurarlo come perfetta espressione di un sedicente ‘pioniere del</hi><hi rend="CharOverride-1"> capitalismo’ semplicemente non ha senso. Nella migliore delle ipotesi, </hi><hi rend="CharOverride-1">è interessante vedere come si è sviluppato il dibattito avviato </hi><hi rend="CharOverride-1">da Weber e Sombart, ma deve essere chiaro che ciò </hi><hi rend="CharOverride-1">non ci dice nulla, in senso stretto, sul pensiero di </hi><hi rend="CharOverride-1">Alberti.</hi></p><p rend="h2" ><hi>3. ‘Essercizii pecuniarii’</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Vedremo che, nel </hi><hi rend="italic CharOverride-1">De familia</hi><hi rend="CharOverride-1"> come </hi><hi rend="CharOverride-1">nel resto dell’opera scritta dell’Alberti, la nozione di </hi><hi rend="CharOverride-1">attività (espressa in sostanza dalla parola «essercizi») e quella</hi><hi rend="CharOverride-1"> di non attività (l’«ozio») sono molto presenti. </hi><hi rend="CharOverride-1">In compenso, la parola «lavoro» compare di rado. </hi><hi rend="CharOverride-1">Ciò dimostra chiaramente che per Alberti l’attività, come idea, </hi><hi rend="CharOverride-1">non è minimamente legata alla necessità di guadagnarsi da vivere. </hi><hi rend="CharOverride-1">È vero che anche quando riesce (come quasi sempre) a </hi><hi rend="CharOverride-1">dare al suo discorso un valore universale, Alberti molto spesso </hi><hi rend="CharOverride-1">parla di sé e parte, senza dirlo, dalla propria esperienza. </hi><hi rend="CharOverride-1">Egli stesso attraversò nella sua vita un periodo economicamente difficile</hi><hi rend="CharOverride-1">, tra la morte del padre e l’assunzione nell’</hi><hi rend="CharOverride-1">amministrazione pontificia (all’incirca durante gli anni Venti del Quattrocento); </hi><hi rend="CharOverride-1">fu proprio il fatto di aver ottenuto alla Curia un </hi><hi rend="CharOverride-1">posto fisso a tirarlo fuori da questa delicata situazione. Nonostante</hi><hi rend="CharOverride-1"> ciò, quando parla di attività, non sembra mai riferirsi al</hi><hi rend="CharOverride-1"> suo lavoro (molto concreto) di abbreviatore apostolico. Anche quando </hi><hi rend="CharOverride-1">Alberti cerca di passare in rassegna le diverse professioni, non </hi><hi rend="CharOverride-1">menziona il funzionario pubblico. Anzi, dice di sé stesso che </hi><hi rend="CharOverride-1">«abbandonò tutte le altre attività per dedicarsi interamente agli studi</hi><hi rend="CharOverride-1"> letterari» (Alberti 2010, </hi><hi rend="italic CharOverride-1">Vita</hi><hi rend="CharOverride-1">, par. 6).</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Si ha la chiara</hi><hi rend="CharOverride-1"> sensazione che ciò che lo preoccupa sia altro, a cominciare</hi><hi rend="CharOverride-1"> dal posto di rilievo che la sua famiglia aveva, </hi><hi rend="CharOverride-1">prima del bando, nella sua città e che lui pensa </hi><hi rend="CharOverride-1">debba riconquistare. E anche, naturalmente, il proprio posto all’interno </hi><hi rend="CharOverride-1">di quella famiglia, dal momento che lo stesso padre gli </hi><hi rend="CharOverride-1">ha tolto l’eredità per far sì che la sua </hi><hi rend="CharOverride-1">fortuna rimanga nei rami legittimi della famiglia. Ma questi piani </hi><hi rend="CharOverride-1">vengono sconvolti sia dalla graduale ascesa dei Medici, sia dalla </hi><hi rend="CharOverride-1">difficoltà di far trionfare le lettere in una famiglia che </hi><hi rend="CharOverride-1">si è sempre dedicata alla mercanzia. La stesura dei </hi><hi rend="CharOverride-1">libri </hi><hi rend="italic CharOverride-1">De familia</hi><hi rend="CharOverride-1"> è uno dei vari tentativi di rispondere </hi><hi rend="CharOverride-1">a questa duplice situazione problematica.</hi></p><p rend="h2" ><hi>4. Ozio buono e ozio cattivo</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Non sorprende, quindi, che il concetto di «ozio» abbia, </hi><hi rend="CharOverride-1">per Alberti, una valenza sia negativa che positiva: l’</hi><hi rend="italic CharOverride-1">otium</hi><hi rend="CharOverride-1">,</hi><hi rend="CharOverride-1"> in modo molto classico, è tempo libero ma anche e</hi><hi rend="CharOverride-1"> soprattutto tempo perso. Come vedremo, Alberti usa parole pesanti per</hi><hi rend="CharOverride-1"> descrivere coloro che non fanno nulla (in quei casi, prende</hi><hi rend="CharOverride-1"> probabilmente di mira i due cugini che hanno ereditato la</hi><hi rend="CharOverride-1"> fortuna di suo padre), ma usa la stessa parola </hi><hi rend="CharOverride-1">per parlare di coloro che «sono nati all’ozio e</hi><hi rend="CharOverride-1"> riposo delle lettere e alle scienze» (Alberti 1969, 55).</hi><hi rend="CharOverride-1"> Lo studio, la ricerca e la riflessione a volte richiedono</hi><hi rend="CharOverride-1"> il non fare nulla, almeno in apparenza; e se</hi><hi rend="CharOverride-1"> si è costantemente occupati a fare cose che fanno guadagnare</hi><hi rend="CharOverride-1"> (</hi><hi rend="italic CharOverride-1">negotium</hi><hi rend="CharOverride-1"> – in senso letterale il contrario di </hi><hi rend="italic CharOverride-1">otium</hi><hi rend="CharOverride-1">),</hi><hi rend="CharOverride-1"> non c’è tempo per dedicarsi a ciò che richiede</hi><hi rend="CharOverride-1"> libertà d’animo: il governo di sé, l’arricchimento spirituale</hi><hi rend="CharOverride-1"> e morale. Per Alberti, queste sono naturalmente le attività supreme,</hi><hi rend="CharOverride-1"> quelle che ci permettono di far crescere la nostra ‘</hi><hi rend="CharOverride-1">umanità’ (in senso ciceroniano).</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Questo punto è essenziale anche per </hi><hi rend="CharOverride-1">quanto riguarda la posizione di Alberti all’interno della sua </hi><hi rend="CharOverride-1">famiglia di imprenditori: proclamare che il lavoro del letterato è </hi><hi rend="CharOverride-1">un’attività (come tutte le altre, si sarebbe tentati di </hi><hi rend="CharOverride-1">dire) significa affermare che lui stesso non è, contrariamente a </hi><hi rend="CharOverride-1">quanto possono pensare alcuni membri della sua famiglia, una bocca </hi><hi rend="CharOverride-1">inutile da sfamare. Nel </hi><hi rend="italic CharOverride-1">De commodis litterarum atque incommodis</hi><hi rend="CharOverride-1">, Alberti</hi><hi rend="CharOverride-1"> fa dire ai suoi familiari che gli studi non sono</hi><hi rend="CharOverride-1"> un investimento redditizio: sono costosi e il ritorno dell’investimento</hi><hi rend="CharOverride-1"> è tutt’altro che certo. Per Alberti, al contrario, non</hi><hi rend="CharOverride-1"> bisogna mai perdere l’occasione di ribadire che l’attività</hi><hi rend="CharOverride-1"> intellettuale non è inutile o superflua, anche se ha bisogno</hi><hi rend="CharOverride-1"> dell’ozio (buono) come condizione per il suo dispiegamento.</hi></p><p rend="h2" ><hi>5. </hi><hi>Esercizi bassi, esercizi alti</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Qualsiasi attività è quindi buona da prendersi</hi><hi rend="CharOverride-1"> quasi ‘per principio’. Forse è stata data troppa </hi><hi rend="CharOverride-1">importanza, basandosi su due brani della </hi><hi rend="italic CharOverride-1">Vita</hi><hi rend="CharOverride-1">, al sedicente amore</hi><hi rend="CharOverride-1"> di Alberti per gli artigiani. Se osserviamo attentamente queste frasi,</hi><hi rend="CharOverride-1"> possiamo notare questo: da un lato, Alberti spiega che </hi><hi rend="CharOverride-1">interroga tutti coloro che possono insegnargli qualcosa di utile (gli </hi><hi rend="CharOverride-1">artigiani, certo, ma non solo); dall’altro, le persone </hi><hi rend="CharOverride-1">che lavorano nella loro bottega gli ricordano con il loro </hi><hi rend="CharOverride-1">esempio che lui stesso ha delle cose da fare. Fare </hi><hi rend="CharOverride-1">dell’Alberti, su questa base, una persona commossa fino alle </hi><hi rend="CharOverride-1">lacrime alla vista di un umile lavoratore manuale è chiaramente </hi><hi rend="CharOverride-1">una forzatura. In ogni caso, è certo che l’umanista </hi><hi rend="CharOverride-1">ha rispetto per chi è attivo – con un’eccezione, </hi><hi rend="CharOverride-1">forse: i lavoratori della terra, che a volte gli danno </hi><hi rend="CharOverride-1">l’impressione di vivere in uno stato intermedio tra umanità </hi><hi rend="CharOverride-1">e bestialità: «cosa da nolla credere, quanto in questi </hi><hi rend="CharOverride-1">aratori cresciuti fra le zolle sia malvagità» (Alberti 1969, </hi><hi rend="CharOverride-1">238; Paoli 2012, 88). Sappiamo inoltre che l’Alberti, </hi><hi rend="CharOverride-1">che spesso afferma di non avere alcun riguardo per il </hi><hi rend="CharOverride-1">denaro, per vari motivi faceva continuamente causa ai contadini che </hi><hi rend="CharOverride-1">lavoravano le sue terre (Boschetto 2000). Va ricordato che egli</hi><hi rend="CharOverride-1"> stesso ha avuto una formazione da giurista, il che </hi><hi rend="CharOverride-1">gli dà un certo vantaggio in questo campo.</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Per il resto,</hi><hi rend="CharOverride-1"> l’attività è invariabilmente valorizzata. Su questo punto si potrebbero</hi><hi rend="CharOverride-1"> moltiplicare le citazioni. Anche se nel </hi><hi rend="italic CharOverride-1">Momus</hi><hi rend="CharOverride-1"> l’Alberti fa</hi><hi rend="CharOverride-1"> un brillante elogio paradossale del vagabondo, una sorta di cinico</hi><hi rend="CharOverride-1"> alla maniera di Diogene, in tutto il resto della sua</hi><hi rend="CharOverride-1"> opera scritta non smette di ripetere la stessa idea:</hi></p><p rend="quotation_b" ><hi rend="CharOverride-1">In </hi><hi rend="CharOverride-1">qual cosa a te pare differenza da un tronco, da </hi><hi rend="CharOverride-1">una statua, da un putrido cadavere a uno in tutto </hi><hi rend="CharOverride-1">ozioso? […] E questo medesimo ozioso, mentre che seguirà invecchiando </hi><hi rend="CharOverride-1">in desidia e inerzia senza porgere di sé a’ suoi</hi><hi rend="CharOverride-1"> e alla patria sua utilitate alcuna, questo certo sarà tra</hi><hi rend="CharOverride-1">’ virili uomini da stimarlo da meno che un vilissimo </hi><hi rend="CharOverride-1">tronco, poiché d’ogni cosa posta in vita manifesto si </hi><hi rend="CharOverride-1">vede quanto la natura a tutte contribuisce movimento e sentimento, </hi><hi rend="CharOverride-1">sanza le quale cose nulla si può veramente giudicarsi in </hi><hi rend="CharOverride-1">vita (Alberti 1969, 157).</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Altra citazione: «‘l’ozio si </hi><hi rend="CharOverride-1">è balia de’ vizii’ […] così onestamente gli mostrò </hi><hi rend="CharOverride-1">da quel che fusse un ozioso, da men che un </hi><hi rend="CharOverride-1">porco» (Alberti 1969, 92). L’ozioso viene così paragonato a </hi><hi rend="CharOverride-1">un tronco, a una statua, a un cadavere, persino a </hi><hi rend="CharOverride-1">un maiale ecc. Non fare nulla significa essere già morti </hi><hi rend="CharOverride-1">e mettersi in condizione di lasciare entrare il vizio dentro </hi><hi rend="CharOverride-1">di sé. Il concetto chiave è quello di utilità. Chi </hi><hi rend="CharOverride-1">non fa nulla è inutile. La vita è movimento; la </hi><hi rend="CharOverride-1">passività è già morte.</hi></p><p rend="h2" ><hi>6. Umanesimo e capitalismo</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Vale la pena </hi><hi rend="CharOverride-1">ripetere che Battista (che ha lasciato i suoi quando era </hi><hi rend="CharOverride-1">ancora giovane per dedicarsi agli studi) e la sua famiglia</hi><hi rend="CharOverride-1"> di imprenditori non possono capirsi fino a fondo. Il </hi><hi rend="CharOverride-1">giovane umanista ammira, sì, il nonno Benedetto e la </hi><hi rend="CharOverride-1">«famiglia Alberta» e il commercio internazionale su larga scala, ma</hi><hi rend="CharOverride-1"> le sue idee sono quelle di Aristotele o Cicerone. Mettere</hi><hi rend="CharOverride-1"> la ricerca illimitata del denaro in cima ai propri valori</hi><hi rend="CharOverride-1"> è per lui incomprensibile – anche considerando che nessuno scrittore</hi><hi rend="CharOverride-1"> antico o medievale che Alberti cita ha mai difeso queste</hi><hi rend="CharOverride-1"> idee. Il </hi><hi rend="italic CharOverride-1">De familia</hi><hi rend="CharOverride-1"> inizia così: ciò che porta alla</hi><hi rend="CharOverride-1"> gloria sono le armi o le lettere, non gli affari,</hi><hi rend="CharOverride-1"> che sono sporchi quasi per loro stessa natura; i «</hi><hi rend="CharOverride-1">traffichi», come li chiama, sono buoni solo per </hi><hi rend="CharOverride-1">chi non sa fare altro; soprattutto, Alberti non comprende né </hi><hi rend="CharOverride-1">l’idea di retribuzione del rischio, né quella di creazione </hi><hi rend="CharOverride-1">di ricchezza.</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">È sulla questione dell’onestà che le sue idee</hi><hi rend="CharOverride-1"> cambiano più rapidamente. Già nel Libro II, Alberti capisce che</hi><hi rend="CharOverride-1"> il bene più prezioso della famiglia è la sua reputazione</hi><hi rend="CharOverride-1"> di onestà. La virtù è un ingrediente indispensabile negli scambi</hi><hi rend="CharOverride-1"> commerciale; gli affari possono svolgersi solo se il nome </hi><hi rend="CharOverride-1">del mercante è assolutamente immacolato. E quanto più la famiglia </hi><hi rend="CharOverride-1">opera su un territorio ampio (gli Alberti sono presenti in </hi><hi rend="CharOverride-1">Europa e nel Mediterraneo), tanto più deve avere una reputazione </hi><hi rend="CharOverride-1">impeccabile. In caso contrario, non ci si potrà fidare di</hi><hi rend="CharOverride-1"> loro e la famiglia non potrà muoversi nel mondo dei</hi><hi rend="CharOverride-1"> mercanti internazionali.</hi></p><p rend="h2" ><hi>7. Retribuzione del rischio e creazione della ricchezza</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Idee</hi><hi rend="CharOverride-1"> come quelle di Pierre de Jean Olivi o di Francesc</hi><hi rend="CharOverride-1"> Eiximenis circolavano certamente in città, specie negli ambienti francescani </hi><hi rend="CharOverride-1">(Todeschini 2004), e facevano dell’imprenditore il cuore e del</hi><hi rend="CharOverride-1"> denaro il sangue che scorre all’interno della città, ma</hi><hi rend="CharOverride-1"> nel caso di Alberti il problema è sempre la retribuzione</hi><hi rend="CharOverride-1"> del rischio e la creazione di ricchezza. Per l’umanista</hi><hi rend="CharOverride-1"> Alberti, il rischio è per natura qualcosa da evitare incondiziona</hi><hi rend="CharOverride-1">tamente; l’idea che si debba necessariamente rischiare </hi><hi rend="CharOverride-1">qualcosa per progredire nella vita è estranea alla sua mente: </hi></p><p rend="quotation_b" ><hi rend="CharOverride-1">da molti veggo la fortuna più volte essere sanza vera </hi><hi rend="CharOverride-1">cagione inculpata, e scorgo molti per loro stultizia scorsi ne’</hi><hi rend="CharOverride-1"> casi sinistri, biasimarsi della fortuna e dolersi d’essere agitati</hi><hi rend="CharOverride-1"> da quelle fluttuosissime sue unde, nelle quali stolti sé stessi</hi><hi rend="CharOverride-1"> precipitorono (Alberti 1969, 4). </hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Mettersi nelle mani della </hi><hi rend="CharOverride-1">fortuna è sempre e comunque un errore. Farlo di proposito </hi><hi rend="CharOverride-1">per guadagnare ancora di più è necessariamente una follia. Ad </hi><hi rend="CharOverride-1">ogni modo, comprendendo a poco a poco come funzionano i </hi><hi rend="CharOverride-1">grandi traffici internazionali, Alberti è finalmente costretto ad ammettere che </hi><hi rend="CharOverride-1">la fortuna non può essere cancellata: «E così adunque in</hi><hi rend="CharOverride-1"> ogni essercizio famosissimo e glorioso converratti non escludere la fortuna,</hi><hi rend="CharOverride-1"> ma moderarla in prudenza e consiglio» (Alberti 1969, 177).</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Per </hi><hi rend="CharOverride-1">quanto riguarda l’idea che la ricchezza possa essere veramente </hi><hi rend="CharOverride-1">‘creata’, si ha a che fare con la vera</hi><hi rend="CharOverride-1"> grande difficoltà concettuale, quale che in molti casi impedisce </hi><hi rend="CharOverride-1">di capire come funziona il mondo dei mercanti-banchieri. Quando Alberti</hi><hi rend="CharOverride-1"> parla dei diversi modi di guadagnare, distingue in modo molto</hi><hi rend="CharOverride-1"> classico tra ciò che dipende da noi (le nostre capacità,</hi><hi rend="CharOverride-1"> le nostre conoscenze) e ciò che dipende dal caso:</hi></p><p rend="quotation_b" ><hi rend="CharOverride-1">Tutti </hi><hi rend="CharOverride-1">questi modi del guadagnare, e’ quali sono in noi si</hi><hi rend="CharOverride-1"> chiamano arti, e sono quelle le quali sempre con noi</hi><hi rend="CharOverride-1"> dimorano, le quali col naufragio non periscono, anzi insieme co</hi><hi rend="CharOverride-1">’ nudi nuotano, e al continuo seguono compagne della vita </hi><hi rend="CharOverride-1">nostra, nutrice e custode delle lode e fama nostra. Fuori </hi><hi rend="CharOverride-1">di noi le cose atte a guadagnare sono poste sotto </hi><hi rend="CharOverride-1">imperio della fortuna, come trovare tesauri ascosi, venirti eredità, donazioni, </hi><hi rend="CharOverride-1">alle quali cose sono dati uomini non pochi. Molti fanno </hi><hi rend="CharOverride-1">suo essercizio acquistarsi amicizie di signori, rendersi familiari a ricchi </hi><hi rend="CharOverride-1">cittadini, solo sperando indi riceverne qualche parte di ricchezza, de’</hi><hi rend="CharOverride-1"> quali si dirà a pieno nel luogo suo. E sono</hi><hi rend="CharOverride-1"> que’ tutti essercizii nella fortuna posti, da’ quali la</hi><hi rend="CharOverride-1"> nostra industria umana lungi sarà esclusa (Alberti 1969, 176)</hi><hi rend="CharOverride-1">.</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Da ciò si possono trarre due idee. Per Alberti</hi><hi rend="CharOverride-1"> il senso degli affari non può essere in alcun modo</hi><hi rend="CharOverride-1"> una ‘competenza’. E soprattutto, quando si riesce a </hi><hi rend="CharOverride-1">ottenere ricchezza, non si tratta mai di creazione ma sempre </hi><hi rend="CharOverride-1">di passaggio da un individuo a un altro: la ricchezza</hi><hi rend="CharOverride-1"> si sposta dall’uno all’altro ma non è il</hi><hi rend="CharOverride-1"> risultato dell’attività. Si può trovare un tesoro, si può</hi><hi rend="CharOverride-1"> ricevere un tesoro, si può riuscire a farsi dare un</hi><hi rend="CharOverride-1"> tesoro, ma per Alberti non sembra che si possa creare</hi><hi rend="CharOverride-1"> un tesoro tramite le proprie capacità di banchiere o di</hi><hi rend="CharOverride-1"> imprenditore. Per l’umanista, i soldi sono sempre e </hi><hi rend="CharOverride-1">comunque tolti a qualcuno ed è impossibile per lui pensare </hi><hi rend="CharOverride-1">altrimenti. In un certo senso, Alberti non riesce a capire</hi><hi rend="CharOverride-1"> veramente come gli uomini d’affari riescano a guadagnare soldi</hi><hi rend="CharOverride-1"> o addirittura ad accumulare fortune. In questo senso, non è</hi><hi rend="CharOverride-1"> in posizione di capire il capitalismo.</hi></p><p rend="h2" ><hi>8. Conclusioni</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">I vari </hi><hi rend="CharOverride-1">personaggi che intervengono nei dialoghi </hi><hi rend="italic CharOverride-1">De familia</hi><hi rend="CharOverride-1"> sanno dare consigli </hi><hi rend="CharOverride-1">utili su come mantenere la ricchezza, ma evidentemente non su </hi><hi rend="CharOverride-1">come ottenerla. In questo senso, Leon Battista Alberti non solo</hi><hi rend="CharOverride-1"> è lontano (nella sua formazione, nel suo temperamento, nei suoi</hi><hi rend="CharOverride-1"> obiettivi di vita) dallo spirito del capitalismo ma non riesce</hi><hi rend="CharOverride-1"> nemmeno a fare finta. Invece, si avvicina molto di più</hi><hi rend="CharOverride-1"> allo spirito di un mercante che ha sì guadagnato molto</hi><hi rend="CharOverride-1"> ma vuole ora mettere al riparo le sue ricchezze, </hi><hi rend="CharOverride-1">lasciando il mondo della mercanzia e della banca per</hi><hi rend="CharOverride-1"> entrare in quello dell’industria o dell’agricoltura. Quando Lionardo</hi><hi rend="CharOverride-1"> chiede a Giannozzo quale attività sceglierebbe, ecco come questi risponde:</hi></p><p rend="quotation_b" ><hi rend="CharOverride-1">Quale essercizio prenderesti voi? Giannozzo: Quanto potessi onestissimo, e quanto</hi><hi rend="CharOverride-1"> più potessi a molti utilissimo. Lionardo: Forse questo sarebbe </hi><hi rend="CharOverride-1">la mercantia? Giannozzo: Troppo, ma, per più mio riposo, io</hi><hi rend="CharOverride-1"> m’eleggerei cosa certa, quale di dì mi vedessi migliorare</hi><hi rend="CharOverride-1"> tra le mani. Forse farei lavorare le lane, o la</hi><hi rend="CharOverride-1"> seta, o simili, che sono essercizii di meno travaglio e</hi><hi rend="CharOverride-1"> di molto minore molestia, e volentieri mi darei a tali</hi><hi rend="CharOverride-1"> essercizii a’ quali s’adoperano molte mani, perché ivi </hi><hi rend="CharOverride-1">in più persone il danaio si sparge, e così a </hi><hi rend="CharOverride-1">molti poveri utilità ne viene (Alberti 1969, 249).</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Una </hi><hi rend="CharOverride-1">volta compreso questo, e solo allora, possiamo rileggere le forti </hi><hi rend="CharOverride-1">affermazioni del personaggio di Adovardo e di altri interlocutori dei </hi><hi rend="CharOverride-1">dialoghi albertiani in lode del denaro e del suo potere,</hi><hi rend="CharOverride-1"> della mercanzia ecc. Alberti ha capito che per essere </hi><hi rend="CharOverride-1">riconosciuto dalla società, il letterato non deve avere un aspetto </hi><hi rend="CharOverride-1">miserabile; ripeterà d’ora in poi quest’altra idea: non </hi><hi rend="CharOverride-1">è degno di un essere umano rifiutare i beni che </hi><hi rend="CharOverride-1">tutti gli uomini ricercano. In breve, da un punto di </hi><hi rend="CharOverride-1">vista individuale, si capisce che egli non è a suo </hi><hi rend="CharOverride-1">agio con l’acquisizione della ricchezza, ma, in compenso, ha</hi><hi rend="CharOverride-1"> trovato un </hi><hi rend="italic CharOverride-1">modus vivendi</hi><hi rend="CharOverride-1"> con una certa ricchezza già acquisita.</hi><hi rend="CharOverride-1"> In un certo senso, se riprendiamo i termini del dibattito</hi><hi rend="CharOverride-1"> Sombart-Weber, Alberti è un umanista che, almeno nel </hi><hi rend="italic CharOverride-1">De familia</hi><hi rend="CharOverride-1">, si trova più a suo agio con la borghesia </hi><hi rend="CharOverride-1">che con il capitalismo come ricerca sfrenata del profitto. E</hi><hi rend="CharOverride-1"> ora che le sue finanze sono risanate, può persino affermare</hi><hi rend="CharOverride-1"> che l’artista non può essere pagato in quanto le</hi><hi rend="CharOverride-1"> sue creazioni hanno un valore impossibile da valutare.</hi></p><p rend="h2" ><hi>Riferimenti bibliografici</hi></p><p rend="bib_indx_bib" ><hi rend="CharOverride-1">Alberti, Leon Battista. 1969. </hi><hi rend="italic CharOverride-1">I libri della famiglia</hi><hi rend="CharOverride-1">. Torino: Einaudi.</hi></p><p rend="bib_indx_bib" ><hi rend="CharOverride-1">Alberti, Leon Battista. </hi><hi rend="CharOverride-1">2010. </hi><hi rend="italic CharOverride-1">Opere latine</hi><hi rend="CharOverride-1">. Roma: Tipografia e Zecca dello Stato.</hi></p><p rend="bib_indx_bib" ><hi rend="CharOverride-1">Boschetto, Luca. </hi><hi rend="CharOverride-1">2000. </hi><hi rend="italic CharOverride-1">Alberti e Firenze</hi><hi rend="CharOverride-1">. Firenze: Olschki.</hi></p><p rend="bib_indx_bib" ><hi rend="CharOverride-1">Garin, Eugenio. 2013. </hi><hi rend="italic CharOverride-1">Leon Battista Alberti</hi><hi rend="CharOverride-1">. Pisa: Edizioni</hi><hi rend="CharOverride-1"> della Normale.</hi></p><p rend="bib_indx_bib" ><hi rend="CharOverride-1">Paoli, Michel. 2007. </hi><hi rend="italic CharOverride-1">Leon Battista Alberti</hi><hi rend="CharOverride-1">. Torino: Bollati Boringhieri.</hi></p><p rend="bib_indx_bib" ><hi rend="CharOverride-1">Paoli, </hi><hi rend="CharOverride-1">Michel. 2010. </hi><hi rend="italic CharOverride-1">Les Livres de la famille d’Alberti – Sources, sens et influence</hi><hi rend="CharOverride-1">. Paris: Classiques Garnier.</hi></p><p rend="bib_indx_bib" ><hi rend="CharOverride-1">Paoli, Michel. 2012. “I concetti di bestialità, umanità e divinità nei libri </hi><hi rend="italic CharOverride-1">De familia</hi><hi rend="italic CharOverride-1"> </hi><hi rend="CharOverride-1">di Alberti.” In Feritas, humanitas </hi><hi rend="italic CharOverride-1">e </hi><hi rend="CharOverride-1">divinitas </hi><hi rend="italic CharOverride-1">come aspetti del vivere nel Rinascimento</hi><hi rend="CharOverride-1">, a cura di Luisa Secchi Tarugi, 85-94. Firenze, Franco Cesati Editore.</hi></p><p rend="bib_indx_bib" ><hi rend="CharOverride-1">Todeschini, Giacomo. 2004. </hi><hi rend="italic CharOverride-1">Ricchezza francescana</hi><hi rend="CharOverride-1">. Bologna: il Mulino.</hi></p>  
      
      
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        <listBibl>
          <head>References</head>
          <bibl n="147342">Alberti, Leon Battista. 1969. I libri della famiglia. Torino: Einaudi.</bibl>
          <bibl n="147023">Alberti, Leon Battista. 2010. Opere latine. Roma: Tipografia e Zecca dello Stato.</bibl>
          <bibl n="147587">Boschetto, Luca. 2000. Alberti e Firenze. Firenze: Olschki.</bibl>
          <bibl n="147232">Garin, Eugenio. 2013. Leon Battista Alberti. Pisa: Edizioni della Normale.</bibl>
          <bibl n="147285">Paoli, Michel. 2007. Leon Battista Alberti. Torino: Bollati Boringhieri.</bibl>
          <bibl n="147024">Paoli, Michel. 2010. Les Livres de la famille d’Alberti – Sources, sens et influence. Paris: Classiques Garnier.</bibl>
          <bibl n="147588">Paoli, Michel. 2012. “I concetti di bestialit&amp;#224;, umanit&amp;#224; e divinit&amp;#224; nei libri De familia di Alberti.” In Feritas, humanitas e divinitas come aspetti del vivere nel Rinascimento, a cura di Luisa Secchi Tarugi, 85-94. Firenze, Franco Cesati Editore.</bibl>
          <bibl n="147233">Todeschini, Giacomo. 2004. Ricchezza francescana. Bologna: il Mulino.</bibl>
        </listBibl>
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