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        <title type="main" level="a">Lavoro e vita in Benvenuto Cellini</title>
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          <resp>This is a section of <title>Idee di lavoro e di ozio per la nostra civiltà</title>(DOI: <idno type="DOI">10.36253/979-12-215-0319-7</idno>) by </resp>
          <name>Giovanni Mari, Francesco Ammannati, Brogi Stefano, Tiziana Faitini, Arianna Fermani, Francesco Seghezzi, Annalisa Tonarelli</name>
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        <publisher>Firenze University Press</publisher>
        <pubPlace>Florence</pubPlace>
        <date when="2024">2024</date>
        <idno type="DOI">https://doi.org/10.36253/979-12-215-0319-7.51</idno>
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          <p>Copyright Author(s)</p>
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        <p>The Life of Benvenuto Cellini allows us to understand what work was like for a sixteenth-century craftsman. In Cellini the activity of work detaches itself from necessity and becomes the object of a choice, of continuous improvement, of a passion independent of the need to provide for the reproduction of material existence (which it obviously provides), and therefore becomes a process of spiritual elevation and identity construction, self-realization and that is a need. This idea of work presupposes a high degree of freedom which Cellini achieves by refusing to manufacture objects based on someone else's design. This passion and freedom of work has a price in terms of a life unilaterally articulated around work: everything in Cellini's existence is linked directly or indirectly to work.</p>
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            <item>Cellini</item>
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      <p>It is available online at https://doi.org/10.36253/979-12-215-0319-7.51<ref target="https://doi.org/10.36253/979-12-215-0319-7.51" /></p>
      
      <p rend="h1_chapter">Lavoro e vita in Benvenuto Cellini</p><p rend="h1_author ParaOverride-1" ><hi rend="CharOverride-1">Giovanni Mari</hi></p><p rend="h2" ><hi>1. Cenni biografici</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Benvenuto Cellini</hi><hi rend="CharOverride-1"> nasce a Firenze il 3 novembre 1500 da Giovanni D</hi><hi rend="CharOverride-1">’Andrea e da Elisabetta Granacci. Il padre, a cui Benvenuto</hi><hi rend="CharOverride-1"> rimase sempre profondamente legato, era musicista della Signoria ed avrebbe</hi><hi rend="CharOverride-1"> voluto che il figlio studiasse musica, ma non si oppose</hi><hi rend="CharOverride-1"> mai con decisione alla vocazione di Benvenuto di dedicarsi all</hi><hi rend="CharOverride-1">’oreficeria. Le prime esperienze in quello che sarà il mestiere</hi><hi rend="CharOverride-1"> di tutta una vita Cellini le fece a Firenze e</hi><hi rend="CharOverride-1"> Siena. A diciannove anni si reca a Roma, dopo tre</hi><hi rend="CharOverride-1"> anni ritorna a Firenze da dove fugge a Roma</hi><hi rend="CharOverride-1"> per una condanna a morte in contumacia per rissa. </hi><hi rend="CharOverride-1">Qui, nel 1524, apre una propria bottega in cui </hi><hi rend="CharOverride-1">svolge lavori per i cardinali della curia e la nobiltà </hi><hi rend="CharOverride-1">romana, entra nella cerchia del papa Clemente VII, al </hi><hi rend="CharOverride-1">cui seguito ripara nel Castel Sant’Angelo alla cui difesa </hi><hi rend="CharOverride-1">militare contro le truppe di Carlo V collabora attivamente. Nel</hi><hi rend="CharOverride-1"> 1529 Clemente VII lo nomina maestro della zecca pontificia.</hi><hi rend="CharOverride-1"> A Roma ammazza per vendetta l’uccisore del fratello molto</hi><hi rend="CharOverride-1"> amato. Ed in seguito ad una successiva rissa ripara a</hi><hi rend="CharOverride-1"> Napoli. Nel 1538 è imprigionato in Sant’Angelo con l</hi><hi rend="CharOverride-1">’accusa di furto di preziosi di Clemente VII. Nel 1540</hi><hi rend="CharOverride-1"> è a Parigi alla corte di Francesco I, per il</hi><hi rend="CharOverride-1"> quale fabbricherà la </hi><hi rend="italic CharOverride-1">Saliera</hi><hi rend="CharOverride-1">, uno dei suoi capolavori. Il </hi><hi rend="CharOverride-1">re gli offre lo stesso stipendio (700 scudi) di Leonardo </hi><hi rend="CharOverride-1">da Vinci e come residenza il castello del Petit-Nesle, </hi><hi rend="CharOverride-1">che Cellini poi riceverà in dono, dietro l’incarico </hi><hi rend="CharOverride-1">di fabbricare dodici gigantesche statue-torciere ad immagine delle divinità dell’</hi><hi rend="CharOverride-1">Olimpo. Riceve, nel 1542, la cittadinanza francese dal re stesso </hi><hi rend="CharOverride-1">che gli commissiona una grandiosa fontana per Fontainebleau. Due anni</hi><hi rend="CharOverride-1"> più tardi gli nasce Costanza una bambina figlia di Jehanne</hi><hi rend="CharOverride-1">, la modella che aveva posato per le figure femminili </hi><hi rend="CharOverride-1">della </hi><hi rend="italic CharOverride-1">Porte Dorée</hi><hi rend="CharOverride-1">. Nel 1545 Cellini lascia improvvisamente Parigi a</hi><hi rend="CharOverride-1"> causa di torti che ritiene di aver subito alla corte</hi><hi rend="CharOverride-1"> e torna a Firenze entrando ufficialmente al servizio della corte</hi><hi rend="CharOverride-1"> medicea di Cosimo I, periodo che coincide con </hi><hi rend="CharOverride-1">un’attività di Cellini dedicata prevalentemente alla scultura.</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Appartiene a questo</hi><hi rend="CharOverride-1"> periodo l’avventurosa fusione in bronzo del </hi><hi rend="italic CharOverride-1">Perseo</hi><hi rend="CharOverride-1"> – l’opera</hi><hi rend="CharOverride-1"> più famosa di Cellini – oltreché la fusione del busto bronzeo</hi><hi rend="CharOverride-1"> di Cosimo I (1548). Nel 1553 gli nasce un figlio,</hi><hi rend="CharOverride-1"> Iacopo Giovanni, da Dorotea sua modella, mentre nel 1557</hi><hi rend="CharOverride-1"> viene condannato perché per «cinque anni […] ha tenuto […]</hi><hi rend="CharOverride-1"> Fernando di Giovanni di Montepulciano […] in letto come sua</hi><hi rend="CharOverride-1"> moglie». Negli anni seguenti ebbe dalla domestica Piera de’ </hi><hi rend="CharOverride-1">Parigi, che sposa, un figlio e due figlie. Nel </hi><hi rend="CharOverride-1">1562 termina un </hi><hi rend="italic CharOverride-1">Crocefisso</hi><hi rend="CharOverride-1"> marmoreo attualmente al El Escorial, altro</hi><hi rend="CharOverride-1"> capolavoro di singolare bellezza da accostare a quella del </hi><hi rend="italic CharOverride-1">Perseo</hi><hi rend="CharOverride-1">. Alla morte di Michelangelo, l’Accademia delle arti del </hi><hi rend="CharOverride-1">Disegno delega Cellini, insieme a Vasari, all’allestimento dell</hi><hi rend="CharOverride-1">’apparato per i funerali. Nel 1565 i rapporti tra Cellini</hi><hi rend="CharOverride-1"> e la corte ducale entrano definitivamente in crisi. </hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Nel </hi><hi rend="CharOverride-1">corso della vita Cellini ha ricevuto commissioni di opere da </hi><hi rend="CharOverride-1">parte di alcuni dei potenti del suo tempo: oltre che</hi><hi rend="CharOverride-1"> da Cosimo I e da Francesco I, da Clemente VII,</hi><hi rend="CharOverride-1"> Ercole Gonzaga, il duca Alessandro, Ippolito d’Este e numerosi</hi><hi rend="CharOverride-1"> altri. </hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Cellini muore il 13 febbraio del 1571 e </hi><hi rend="CharOverride-1">viene inumato in Santa Maria Novella. Tra il 1558 e </hi><hi rend="CharOverride-1">1567 Cellini scrive e detta a due differenti scrivani la</hi><hi rend="CharOverride-1"> propria autobiografia che rimane inedita sino al 1728, quando A.</hi><hi rend="CharOverride-1"> Cocchi la pubblica col titolo </hi><hi rend="italic CharOverride-1">Vita di Benvenuto Cellini orefice</hi><hi rend="italic CharOverride-1"> e sculture fiorentino, da lui medesimo scritta, nella quale molte</hi><hi rend="italic CharOverride-1"> curiose particolarità si toccano apparentemente alle arti ed all</hi><hi rend="italic CharOverride-1">’istoria del suo tempo, tratta da un ottimo manoscritto </hi><hi rend="CharOverride-1">(</hi><hi rend="CharOverride-1">Napoli, Editore Martello). La pubblicazione non ha alcuna eco </hi><hi rend="CharOverride-1">finché nel 1763 Giuseppe Baretti ne parla in </hi><hi rend="italic CharOverride-1">La </hi><hi rend="italic CharOverride-1">frusta letteraria</hi><hi rend="CharOverride-1">. In vita Cellini pubblica </hi><hi rend="italic CharOverride-1">Due/ Trattati/ uno intorno</hi><hi rend="italic CharOverride-1"> alle otto/ principali arti dell’oreficeria. L’altro in materia</hi><hi rend="italic CharOverride-1"> dell’arte della scultura; dove si veggono infiniti segreti nel</hi><hi rend="italic CharOverride-1"> lavorar le figure di marmo &amp; nel gettarle di bronzo.</hi><hi rend="italic CharOverride-1"> Composti da M. Benvenuto Cellini scultore fiorentino</hi><hi rend="CharOverride-1"> (Firenze, V. Panizzi</hi><hi rend="CharOverride-1"> e M. Peri, 1568). In coda ai trattati </hi><hi rend="CharOverride-1">ci sono 17 poesie. La prima traduzione della </hi><hi rend="italic CharOverride-1">Vita</hi><hi rend="italic CharOverride-1"> </hi><hi rend="CharOverride-1">sarà quella di T. Nugent in inglese del 1771,</hi><hi rend="CharOverride-1"> seguita da quella tedesca di Johann Wolfgang Goethe 1796 (</hi><hi rend="CharOverride-1">seconda edizione 1803 con </hi><hi rend="italic CharOverride-1">Appendice</hi><hi rend="CharOverride-1">), poi da quella francese </hi><hi rend="CharOverride-1">del 1843 di L. Leclanché che pubblica tutte le </hi><hi rend="CharOverride-1">opere di Cellini, e via via quelle olandese, russa,</hi><hi rend="CharOverride-1"> spagnola, ungherese, norvegese, polacca, croata ed altre (Camesasca 2015, </hi><hi rend="CharOverride-1">69). </hi></p><p rend="h2" ><hi>2. L’idea di lavoro di Cellini</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Nell’</hi><hi rend="italic CharOverride-1">Appendice</hi><hi rend="CharOverride-1"> del</hi><hi rend="CharOverride-1"> 1803 alla seconda edizione della sua traduzione della </hi><hi rend="italic CharOverride-1">Vita</hi><hi rend="CharOverride-1">, </hi><hi rend="CharOverride-1">Goethe definisce l’autobiografia di Cellini un «documento di grande</hi><hi rend="CharOverride-1"> pregio, in cui si ha modo di conoscere ad</hi><hi rend="CharOverride-1"> un tempo un individuo eccezionale, non soggetto a condizionamenti, </hi><hi rend="CharOverride-1">e un singolare contesto di fatti storici» (Goethe 1994, </hi><hi rend="CharOverride-1">88). Nel capitolo XII della stessa </hi><hi rend="italic CharOverride-1">Appendice</hi><hi rend="CharOverride-1"> il poeta </hi><hi rend="CharOverride-1">traccia un </hi><hi rend="italic CharOverride-1">Ritratto </hi><hi rend="CharOverride-1">di Cellini che si apre con queste </hi><hi rend="CharOverride-1">parole: Cellini è stato «un uomo che potrebbe a buon </hi><hi rend="CharOverride-1">diritto essere eletto a rappresentante del suo secolo e forse </hi><hi rend="CharOverride-1">dell’intera umanità» (Goethe 1994, 74). A sostegno di </hi><hi rend="CharOverride-1">questo giudizio elabora un ritratto secondo cui la «conoscenza del </hi><hi rend="CharOverride-1">sublime», in Cellini, trasforma in arte i forti e contrastanti</hi><hi rend="CharOverride-1"> caratteri della sua personalità: «cruda sensualità», reattività e «eccitabilità di</hi><hi rend="CharOverride-1"> una natura violenta» fino alla ricerca della «sanguinosa vendetta»,</hi><hi rend="CharOverride-1"> «passione e tracotanza», religiosità mistica nei momenti di «necessità», </hi><hi rend="CharOverride-1">una «natura incline alla tecnica» e al «mestiere», un talento </hi><hi rend="CharOverride-1">«molteplice» e tecnicamente creativo, un artefice capace di raggiungere in </hi><hi rend="CharOverride-1">ogni «manufatto» un «vivace spirto di libertà» (Goethe 1994, </hi><hi rend="CharOverride-1">74-80). In altre parole l’arte come il risultato di </hi><hi rend="CharOverride-1">una conoscenza tecnica in grado di disciplinare una forte personalità </hi><hi rend="CharOverride-1">in vista del sublime. Un ragionamento, tuttavia, in cui manca</hi><hi rend="CharOverride-1"> ciò che unisce concretamente questi aspetti in una forma di</hi><hi rend="CharOverride-1"> vita, a cominciare dai termini del mestiere e dell</hi><hi rend="CharOverride-1">’arte: il lavoro. Perché per Cellini essere artista, cioè</hi><hi rend="CharOverride-1"> artigiano orefice e scultore, è prima di tutto</hi><hi rend="CharOverride-1"> un lavoro: «con grandissima sollecitudine giorno e notte non </hi><hi rend="CharOverride-1">restavo mai di lavorare», di svolgere «quella mia bella arte </hi><hi rend="CharOverride-1">di gioielliere»; «belli studi della arte mia» che benché </hi><hi rend="CharOverride-1">fosse molto difficile «era tanto il piacere che io pigliavo, </hi><hi rend="CharOverride-1">che ditte gran difficoltà mi pareva che mi fussin riposo». </hi><hi rend="CharOverride-1">Ed a Francesco I che lo sollecita a terminare il </hi><hi rend="CharOverride-1">lavoro sospettando che non si impegnasse sufficientemente: «risposi a sua</hi><hi rend="CharOverride-1"> Maestà che subito io mi ammalerei se io non lavorassi»</hi><hi rend="CharOverride-1"> (Cellini 2015, 442, 137, 139, 443). Non casualmente il</hi><hi rend="CharOverride-1"> termine lavoro e derivati e il termine opera e derivati</hi><hi rend="CharOverride-1">, ricorrono nella edizione della </hi><hi rend="italic CharOverride-1">Vita</hi><hi rend="CharOverride-1"> più di 600 vol</hi><hi rend="CharOverride-1">te, nelle 570 pp. dell’edizione dell’opera curata da</hi><hi rend="CharOverride-1"> Camesasca (2015). </hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Questo amore per il proprio lavoro richiede </hi><hi rend="CharOverride-1">una essenziale condizione per essere realizzato: una sufficiente libertà nel </hi><hi rend="CharOverride-1">lavoro. Cellini lavora, anche se non esclusivamente, su </hi><hi rend="CharOverride-1">commissione. La realizzazione dell’opera avviene sempre sulla base di </hi><hi rend="CharOverride-1">un disegno dell’oggetto richiesto, steso in base a ciò</hi><hi rend="CharOverride-1"> che il cliente desidera e che deve approvare. Ma questo</hi><hi rend="CharOverride-1"> disegno non necessariamente viene composto dall’artigiano che deve produrre</hi><hi rend="CharOverride-1"> l’opera. Ed infatti in alcuni casi, tra cui uno</hi><hi rend="CharOverride-1"> particolarmente significativo in cui è coinvolto Clemente VII, il committente</hi><hi rend="CharOverride-1"> si rivolge a Cellini con un’immagine dell’oggetto già</hi><hi rend="CharOverride-1"> disegnato da altri; oppure, in altri casi, con in</hi><hi rend="CharOverride-1"> mente un disegnatore cui affidare il compito diverso dal fabbricante</hi><hi rend="CharOverride-1">. In questi casi l’artigiano realizza l’idea di </hi><hi rend="CharOverride-1">altri, la sua libertà è ridotta al processo di fabbricazione,</hi><hi rend="CharOverride-1"> essendo esclusa dalla fase più importante della sua progettazione. Si</hi><hi rend="CharOverride-1"> potrebbe dire che in questi casi al lavoro manuale viene</hi><hi rend="CharOverride-1"> tolta la conoscenza e ridotto alla pura manualità, ancorché non</hi><hi rend="CharOverride-1"> priva di inventiva e capacità di risolvere problemi. In </hi><hi rend="CharOverride-1">ogni caso il processo di fabbricazione verrebbe diviso tra </hi><hi rend="CharOverride-1">l’invenzione artistica e la fabbricazione manuale, determinando nella </hi><hi rend="CharOverride-1">persona che fabbrica l’oggetto una condizione di dipendenza da </hi><hi rend="CharOverride-1">chi progetta l’idea dell’oggetto. Ebbene da tutta la </hi><hi rend="italic CharOverride-1">Vita </hi><hi rend="CharOverride-1">emerge che Cellini non ha mai accettato (tranne forse</hi><hi rend="CharOverride-1"> all’inizio della carriera) di fabbricare oggetti disegnati da altri</hi><hi rend="CharOverride-1">, dichiarandosi piuttosto pronto a rinunciare alla commissione. È la</hi><hi rend="CharOverride-1"> forma in cui egli rivendica la libertà nel proprio lavoro</hi><hi rend="CharOverride-1">, che deve realizzare esclusivamente le sue idee, oggettivare le</hi><hi rend="CharOverride-1"> proprie rappresentazioni, e non quelle di altri. In fondo rivendica</hi><hi rend="CharOverride-1"> con estrema determinazione l’unità della persona del lavoratore attraverso</hi><hi rend="CharOverride-1"> la libertà di realizzare nel lavoro solo le proprie idee</hi><hi rend="CharOverride-1">, ancorché capaci di interpretare i desideri del committente (non </hi><hi rend="CharOverride-1">si tratta mai nel lavoro di una libertà assoluta). Anche</hi><hi rend="CharOverride-1"> perché «chi disegniava bene e’ non poteva operar mai </hi><hi rend="CharOverride-1">male» (Cellini 2015, 557). Ed a Clemente VII, che aveva</hi><hi rend="CharOverride-1"> intenzione di far disegnare l’oggetto [l’</hi><hi rend="italic CharOverride-1">Atlante</hi><hi rend="CharOverride-1">] a</hi><hi rend="CharOverride-1"> Pompeo de’ Capitaneis (ucciso più tardi da Cellini </hi><hi rend="CharOverride-1">nel 1534) e Michele Naldini, dirà: «Beatissimo Padre se </hi><hi rend="CharOverride-1">io non lo fo [l’</hi><hi rend="italic CharOverride-1">Atlante</hi><hi rend="CharOverride-1">] meglio dieci volte </hi><hi rend="CharOverride-1">di questo mio modello, si di patto che voi non </hi><hi rend="CharOverride-1">me lo paghiate» (Cellini 2015, 195). Un’idea molto el</hi><hi rend="CharOverride-1">evata di libertà nel lavoro, testimoniata da Cellini, che </hi><hi rend="CharOverride-1">l’artigianato artistico dimostra di aver conquistato tra Medioevo </hi><hi rend="CharOverride-1">e Rinascimento come la soglia più alta di libertà nel </hi><hi rend="CharOverride-1">lavoro manuale e modello capace di porsi al livello dell’</hi><hi rend="CharOverride-1">autonomia del lavoro intellettuale. La base per una passione del </hi><hi rend="CharOverride-1">lavoro che la borghesia trasformerà in impegno per la creazione </hi><hi rend="CharOverride-1">della ricchezza delle nazioni da parte degli imprenditori liberi perché</hi><hi rend="CharOverride-1"> proprietari</hi><hi rend="CharOverride-1">.</hi></p><p rend="h2" ><hi>3. </hi><hi>Conclusioni</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">In Cellini l’</hi><hi rend="italic CharOverride-1">attività</hi><hi rend="CharOverride-1"> del lavoro </hi><hi rend="italic CharOverride-1">si distacca dalla necessità</hi><hi rend="CharOverride-1"> e diviene oggetto di una scelta, di un perfezionamento continuo,</hi><hi rend="CharOverride-1"> di una passione </hi><hi rend="italic CharOverride-1">indipendente</hi><hi rend="CharOverride-1"> dalla funzione di provvedere alla </hi><hi rend="CharOverride-1">riproduzione dell’esistenza materiale (a cui ovviamente provvede), e quindi</hi><hi rend="CharOverride-1"> diviene un mezzo di elevazione spirituale e di costruzione dell</hi><hi rend="CharOverride-1">’identità, di autorealizzazione e quindi un bisogno. La </hi><hi rend="italic CharOverride-1">Vita</hi><hi rend="italic CharOverride-1"> </hi><hi rend="CharOverride-1">documenta in maniera originale questa distinzione tra l’</hi><hi rend="italic CharOverride-1">attività</hi><hi rend="CharOverride-1"> e</hi><hi rend="CharOverride-1"> i suoi </hi><hi rend="italic CharOverride-1">scopi</hi><hi rend="CharOverride-1">, che accade, per Cellini, nella sfera</hi><hi rend="CharOverride-1"> del lavoro manuale, quindi valida universalmente per tutti i tipi</hi><hi rend="CharOverride-1"> di lavoro. Indubbiamente l’esperienza di questa distinzione, </hi><hi rend="CharOverride-1">nel nostro caso, è favorita dalla dimensione dell’artigianato artistico</hi><hi rend="CharOverride-1"> finalizzato alla realizzazione della bellezza, cioè di un</hi><hi rend="CharOverride-1"> valore non principalmente economico e universalmente riconoscibile. Ma anche</hi><hi rend="CharOverride-1"> su questo piano, diciamo dei valori, Cellini testimonia una rivoluzione</hi><hi rend="CharOverride-1"> nell’idea di lavoro, il cui </hi><hi rend="italic CharOverride-1">senso</hi><hi rend="CharOverride-1"> precedentemente </hi><hi rend="CharOverride-1">era sempre determinato da valori religiosi o sociali esterni all</hi><hi rend="CharOverride-1">’attività lavorativa, che prescrittivamente si erano opposti alla finalità</hi><hi rend="CharOverride-1"> utilitaristica della creazione di ricchezza. Un senso del lavoro </hi><hi rend="CharOverride-1">che invece Cellini fa discendere direttamente dall’</hi><hi rend="italic CharOverride-1">attività</hi><hi rend="CharOverride-1"> stessa, quindi</hi><hi rend="CharOverride-1"> dalla persona che lavora e dalle sue scelte di vita.</hi><hi rend="CharOverride-1"> Questa </hi><hi rend="italic CharOverride-1">individualizzazione del significato e del valore del lavoro</hi><hi rend="CharOverride-1">, </hi><hi rend="CharOverride-1">questo distacco del lavoro dalla necessità, è un risultato che </hi><hi rend="CharOverride-1">Cellini conquista, documenta e trasmette alla nostra civiltà, la quale </hi><hi rend="CharOverride-1">ne farà l’uso che i secoli successivi, a cominciare </hi><hi rend="CharOverride-1">dalla rivoluzione borghese, testimonieranno. Un risultato di cui tuttavia occorre</hi><hi rend="CharOverride-1"> sottolineare i limiti: il nesso inscindibile tra lavoro ed esistenza</hi><hi rend="CharOverride-1"> personale, incentrato sulla libertà del lavoratore, che Cellini svela</hi><hi rend="CharOverride-1"> come conquista culturale del Rinascimento, e che rimane nella </hi><hi rend="CharOverride-1">nostra cultura a presidio della libertà personale, rivela, nell’unico</hi><hi rend="CharOverride-1"> modo individualistico in cui storicamente si poteva affermare, evidenti contraddizioni</hi><hi rend="CharOverride-1"> e </hi><hi rend="italic CharOverride-1">unilateralità</hi><hi rend="CharOverride-1">, che comunque non ne mettono in discussione </hi><hi rend="CharOverride-1">né l’importanza né l’irreversibilità storica. </hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Nella nostra civiltà,</hi><hi rend="CharOverride-1"> le </hi><hi rend="italic CharOverride-1">Opere e giorni </hi><hi rend="CharOverride-1">di Esiodo rappresentano la manifestazione della</hi><hi rend="CharOverride-1"> prima </hi><hi rend="italic CharOverride-1">coscienza </hi><hi rend="CharOverride-1">della necessità del lavoro e del fatto che</hi><hi rend="CharOverride-1"> con esso l’uomo, non solo produce la ricchezza,</hi><hi rend="CharOverride-1"> che gli rende sicura e piacevole la vita, ma </hi><hi rend="CharOverride-1">partecipa attivamente al trionfo della Giustizia </hi><hi rend="italic CharOverride-1">cosmica</hi><hi rend="CharOverride-1"> stabilita da Zeus,</hi><hi rend="CharOverride-1"> in una sorta di ingenuo utilitarismo </hi><hi rend="italic CharOverride-1">cosmologico</hi><hi rend="CharOverride-1"> inteso come mezzo</hi><hi rend="CharOverride-1"> della sicurezza personale. La </hi><hi rend="italic CharOverride-1">Vita</hi><hi rend="CharOverride-1"> di Cellini è invece</hi><hi rend="CharOverride-1"> la prima rappresentazione compiuta della </hi><hi rend="italic CharOverride-1">proprietà individuale</hi><hi rend="CharOverride-1"> del lavoro e</hi><hi rend="CharOverride-1"> del suo </hi><hi rend="italic CharOverride-1">bisogno</hi><hi rend="CharOverride-1"> per </hi><hi rend="italic CharOverride-1">vivere umanamente</hi><hi rend="CharOverride-1"> e non semplicemente </hi><hi rend="CharOverride-1">per mangiare. Se Esiodo vede nel lavoro una necessità che</hi><hi rend="CharOverride-1"> fonda la sicurezza della vita e la fonte di una</hi><hi rend="CharOverride-1"> solidità economica che permette ore di vita spensierata (Esiodo, </hi><hi rend="italic CharOverride-1">Opere e giorni</hi><hi rend="CharOverride-1">, 588-96), Cellini sottolinea l’aspetto autorealizzante del lavoro</hi><hi rend="CharOverride-1"> manuale artistico e della bellezza fabbricata come oggettivazione delle proprie</hi><hi rend="CharOverride-1"> rappresentazioni. In tutto questo Esiodo e Cellini sono avvantaggiati </hi><hi rend="CharOverride-1">dal fatto di essere lavoratori autonomi che parlano del </hi><hi rend="italic CharOverride-1">proprio </hi><hi rend="italic CharOverride-1">lavoro</hi><hi rend="CharOverride-1">, di possedere una libertà nel lavoro che favorisce l</hi><hi rend="CharOverride-1">’approfondimento intellettuale dell’attività manuale svolta. Una libertà che </hi><hi rend="CharOverride-1">la nostra civiltà riconosce inizialmente al lavoro agricolo, come </hi><hi rend="CharOverride-1">in Esiodo, a quello militare (i condottieri di Omero) e</hi><hi rend="CharOverride-1"> a quello intellettuale (il ‘saggio’ di Aristotele). S</hi><hi rend="CharOverride-1">olo più tardi a quello manuale in generale, prima in</hi><hi rend="CharOverride-1"> coscienza (Gesù, Lutero), poi nell’artigianato. Quest’ultimo con </hi><hi rend="CharOverride-1">Cellini perviene all’autocoscienza del proprio valore e della</hi><hi rend="CharOverride-1"> propria libertà che, come abbiamo visto, egli difende sempre in</hi><hi rend="CharOverride-1"> maniera intransigente. Per Cellini, quindi, la sua «arte </hi><hi rend="CharOverride-1">bella», per la quale «giorno e notte non restavo mai </hi><hi rend="CharOverride-1">di lavorare», prima di essere l’incontro col sublime e </hi><hi rend="CharOverride-1">il mezzo di conquista di uno status sociale – la </hi><hi rend="CharOverride-1">frequentazione di potenti e ricchi –, è un’attività in</hi><hi rend="CharOverride-1"> cui ritrovava il senso della propria esistenza. Ovvero </hi><hi rend="italic CharOverride-1">anche la</hi><hi rend="italic CharOverride-1"> ricerca del bello e del sublime è un lavoro</hi><hi rend="CharOverride-1">, </hi><hi rend="CharOverride-1">da questo punto di vista, come tutti i lavori. </hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Nel </hi><hi rend="CharOverride-1">mondo di Omero (composto da eroi, guerrieri e predatori) la </hi><hi rend="CharOverride-1">consapevolezza di Esiodo è assente, ed il passaggio alle </hi><hi rend="italic CharOverride-1">Opere </hi><hi rend="italic CharOverride-1">e giorni</hi><hi rend="CharOverride-1">, per la mancanza di testimonianze intermedie</hi><hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi><ref target="OP08885_int_online_chapter_72_441-446.html#footnote-000">-1</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">, è</hi><hi rend="CharOverride-1"> uno straordinario, e per molti versi isolato, salto di coscienza.</hi><hi rend="CharOverride-1"> Invece l’amore per il lavoro ed il suo intreccio</hi><hi rend="CharOverride-1"> con l’esistenza di Cellini sono l’approdo di un</hi><hi rend="CharOverride-1"> processo lungo ma ricostruibile, che, senza bisogno di andare</hi><hi rend="CharOverride-1"> troppo indietro, nella sua fase decisiva possiamo fare iniziare </hi><hi rend="CharOverride-1">nel XII secolo. Ad esempio in Teofilo Monaco, anch’egli</hi><hi rend="CharOverride-1"> orafo, che nel </hi><hi rend="italic CharOverride-1">De diversis artibus</hi><hi rend="CharOverride-1"> (primi decenni XII)</hi><hi rend="italic CharOverride-1"> </hi><hi rend="CharOverride-1">ricordava al lettore «quanto sia dolce e dilettevole operare nelle</hi><hi rend="CharOverride-1"> diverse e utili arti», esortandolo ad abbracciare con «ardente </hi><hi rend="CharOverride-1">amore» il suo trattato che insegnava a ben lavorare (Teofilo </hi><hi rend="CharOverride-1">2000, 43). Evidentemente l’idea biblica della fatica e </hi><hi rend="CharOverride-1">della maledizione del lavoro sono superate dall’idea dell’uomo </hi><hi rend="italic CharOverride-1">artifex</hi><hi rend="CharOverride-1"> imitatore di Dio e per questo utilizzatore dei doni </hi><hi rend="CharOverride-1">intellettuali ricevuti dal Signore. Del resto Gesù non negava il</hi><hi rend="CharOverride-1"> lavoro, ma raccomandava solo di costruire in esso </hi><hi rend="CharOverride-1">la coscienza di un necessario distacco dall’attività, per </hi><hi rend="CharOverride-1">aprirsi alla parola di Dio. A sua volta Paolo di</hi><hi rend="CharOverride-1"> Tarso lavorava giorno e notte per essere libero e poter</hi><hi rend="CharOverride-1"> essere un esempio di autonomia nella predicazione (Paolo 1999, </hi><hi rend="CharOverride-1">215).</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Piuttosto occorre valutare questa esperienza di lavoro di Cellini </hi><hi rend="CharOverride-1">e approfondire il suo significato storico. Sul primo punto occorre </hi><hi rend="CharOverride-1">rilevare l’</hi><hi rend="italic CharOverride-1">unilateralità</hi><hi rend="CharOverride-1"> che assume il lavoro nella vita di</hi><hi rend="CharOverride-1"> Benvenuto. La </hi><hi rend="italic CharOverride-1">Vita</hi><hi rend="CharOverride-1"> ci rivela un’esistenza interamente</hi><hi rend="CharOverride-1"> costruita attorno all’attività lavorativa. Le persone che conosce, quelle</hi><hi rend="CharOverride-1"> che ama, quelle di cui si appassiona, quelle che odia,</hi><hi rend="CharOverride-1"> quelle verso cui dimostra il massimo di riconoscenza; le </hi><hi rend="CharOverride-1">persone che frequenta nel tempo di non lavoro, lo stesso </hi><hi rend="CharOverride-1">tempo libero in cui studia per migliorare il mestiere, le</hi><hi rend="CharOverride-1"> esperienze intellettuali che ricerca e che vive, ogni esperienza e</hi><hi rend="CharOverride-1"> conoscenza rimarchevole, tutto è legato direttamente o indirettamente al </hi><hi rend="CharOverride-1">lavoro. Che costituisce, indubbiamente, anche un equilibrio psicologico nella </hi><hi rend="CharOverride-1">dinamica esistenziale di Benvenuto, fondato sulla libertà nel lavoro, </hi><hi rend="CharOverride-1">che egli irriducibilmente ricerca, e che rendono il lavoro </hi><hi rend="CharOverride-1">una potenza inaggirabile. </hi><hi rend="italic CharOverride-1">Ma questo limite è il prezzo della </hi><hi rend="italic CharOverride-1">scoperta del bisogno spirituale del lavoro da parte di chi </hi><hi rend="italic CharOverride-1">ha necessità del lavoro per mangiare</hi><hi rend="CharOverride-1">. Una scoperta o forse</hi><hi rend="CharOverride-1"> una conquista, cioè un’invenzione culturale – una delle più</hi><hi rend="CharOverride-1"> importanti dell’umanità –, in questo caso favorita dall’</hi><hi rend="CharOverride-1">artigianato artistico, ma in un quadro di conquista storica universale</hi><hi rend="CharOverride-1"> che rovescia la teologia del lavoro biblica e apre </hi><hi rend="CharOverride-1">ad un’idea della proprietà individuale del lavoro che sarà, </hi><hi rend="CharOverride-1">questo il secondo punto, il lavoro che la borghesia </hi><hi rend="CharOverride-1">del XVI e XVIII secolo porrà alla base della società</hi><hi rend="CharOverride-1"> liberale. Quindi un giudizio che non si può ridurre a</hi><hi rend="CharOverride-1"> spiegazioni psicologiche o antropologiche o morali (che pure si </hi><hi rend="CharOverride-1">possono fare), ma che va invece tracciato in </hi><hi rend="CharOverride-1">termini storici, perché ci troviamo di fronte ad una idea </hi><hi rend="CharOverride-1">(nuova) di lavoro come mezzo per costruire praticamente, certo unilater</hi><hi rend="CharOverride-1">almente, una crescita della persona in una cornice</hi><hi rend="CharOverride-1"> in cui il lavoro è uno strumento di libertà universale.</hi><hi rend="CharOverride-1"> In questo senso, cioè </hi><hi rend="CharOverride-1">come protagonista della storia delle idee di lavoro accanto ad</hi><hi rend="CharOverride-1"> Esiodo, Cellini è veramente il personaggio «rappresentante del suo </hi><hi rend="CharOverride-1">secolo e forse dell’intera umanità» di cui parla Goethe</hi><hi rend="CharOverride-1">.</hi></p><p rend="h2" ><hi>Riferimenti bibliografici</hi></p><p rend="bib_indx_bib" ><hi rend="CharOverride-1">Camesasca, E. 2015. “Narciso disperato.” In B. Cellini, </hi><hi rend="italic CharOverride-1">Vita</hi><hi rend="CharOverride-1">,</hi><hi rend="CharOverride-1"> 5-37. Milano: Rizzoli.</hi></p><p rend="bib_indx_bib" ><hi rend="CharOverride-1">Cases, C. 1974. “Goethe traduttore di Cellini.” In </hi><hi rend="italic CharOverride-1">Premio Città di Monselice</hi><hi rend="CharOverride-1"> </hi><hi rend="italic CharOverride-1">per una traduzione letteraria</hi><hi rend="CharOverride-1">,</hi><hi rend="CharOverride-1"> n. 3, 1, 33-43. Monselice: Amministrazione Comunale.</hi></p><p rend="bib_indx_bib" ><hi rend="CharOverride-1">Cellini, B. 1978. </hi><hi rend="italic CharOverride-1">Opere</hi><hi rend="CharOverride-1">, a cura</hi><hi rend="CharOverride-1"> di G. G. Ferreo.</hi><hi rend="italic CharOverride-1"> </hi><hi rend="CharOverride-1">Torino: UTET.</hi></p><p rend="bib_indx_bib" ><hi rend="CharOverride-1">Esiodo. 1999. </hi><hi rend="italic CharOverride-1">Opere e giorni, </hi><hi rend="CharOverride-1">a cura di G. Arrighetti. Milano: Rizzoli.</hi></p><p rend="bib_indx_bib" ><hi rend="CharOverride-1">Farrington, B. 1970 (1947). </hi><hi rend="italic CharOverride-1">Lavoro intellettuale e lavoro manuale nell’antica Grecia</hi><hi rend="CharOverride-1">. Milano: Feltrinelli.</hi></p><p rend="bib_indx_bib" ><hi rend="CharOverride-1">Goethe, J. W. 1994. “Appendice.” In J. </hi><hi rend="CharOverride-1">W. Goethe, </hi><hi rend="italic CharOverride-1">Vita di Benvenuto Cellini</hi><hi rend="CharOverride-1">, a cura di E. Agazzi. Bergamo: Moretti</hi><hi rend="CharOverride-1"> &amp; Vitali.</hi></p><p rend="bib_indx_bib" ><hi rend="CharOverride-1">Mari, G. 2019. </hi><hi rend="italic CharOverride-1">Liberta nel lavoro. La sfida della rivoluzione digitale</hi><hi rend="CharOverride-1">, cap. 3. Bologna: il Mulino.</hi></p><p rend="bib_indx_bib" ><hi rend="CharOverride-1">San Paolo. </hi><hi rend="CharOverride-1">1999. </hi><hi rend="italic CharOverride-1">Le</hi><hi rend="CharOverride-1"> </hi><hi rend="italic CharOverride-1">lettere</hi><hi rend="CharOverride-1">. Torino: Einaudi.</hi></p><p rend="bib_indx_bib" ><hi rend="CharOverride-1">Teofilo Monaco. 2000. </hi><hi rend="italic CharOverride-1">Le varie arti</hi><hi rend="CharOverride-1">. Salerno: </hi><hi rend="CharOverride-1">Palladio.</hi></p><list type="ordered">
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-2"><ref target="OP08885_int_online_chapter_72_441-446.html#footnote-000-backlink">-1</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	Nell’opera ormai classica di Farrington 1970, si </hi><hi rend="CharOverride-1">ricostruiscono una serie di nessi tra modi di pensare e </hi><hi rend="CharOverride-1">attività manuali ‘meccaniche’ nei ‘presocratici’, ma siamo in</hi><hi rend="CharOverride-1"> un periodo contemporaneo o successivo a Esiodo che anche da questo punto di vista risulta ‘isolato’.</hi></p></item>
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        <listBibl>
          <head>References</head>
          <bibl n="146954">Camesasca, E. 2015. “Narciso disperato.” In B. Cellini, Vita, 5-37. Milano: Rizzoli.</bibl>
          <bibl n="144872">Cases, C. 1974. “Goethe traduttore di Cellini.” In Premio Citt&amp;#224; di Monselice per una traduzione letteraria, n. 3, 1, 33-43. Monselice: Amministrazione Comunale.</bibl>
          <bibl n="147528">Cellini, B. 1978. Opere, a cura di G. G. Ferreo. Torino: UTET.</bibl>
          <bibl n="147316">Esiodo. 1999. Opere e giorni, a cura di G. Arrighetti. Milano: Rizzoli.</bibl>
          <bibl n="146249">Farrington, B. 1970 (1947). Lavoro intellettuale e lavoro manuale nell’antica Grecia. Milano: Feltrinelli.</bibl>
          <bibl n="145687">Goethe, J. W. 1994. “Appendice.” In J. W. Goethe, Vita di Benvenuto Cellini, a cura di E. Agazzi. Bergamo: Moretti &amp;amp; Vitali.</bibl>
          <bibl n="146485">Mari, G. 2019. Liberta nel lavoro. La sfida della rivoluzione digitale, cap. 3. Bologna: il Mulino.</bibl>
          <bibl n="147717">San Paolo. 1999. Le lettere. Torino: Einaudi.</bibl>
          <bibl n="147651">Teofilo Monaco. 2000. Le varie arti. Salerno: Palladio.</bibl>
        </listBibl>
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