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        <title type="main" level="a">Schiavi per natura, schiavi per legge. Declinazioni del lavoro asservito</title>
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            <forename>Luca</forename>
            <surname>Baccelli</surname>
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          <resp>This is a section of <title>Idee di lavoro e di ozio per la nostra civiltà</title>(DOI: <idno type="DOI">10.36253/979-12-215-0319-7</idno>) by </resp>
          <name>Giovanni Mari, Francesco Ammannati, Brogi Stefano, Tiziana Faitini, Arianna Fermani, Francesco Seghezzi, Annalisa Tonarelli</name>
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        <publisher>Firenze University Press</publisher>
        <pubPlace>Florence</pubPlace>
        <date when="2024">2024</date>
        <idno type="DOI">https://doi.org/10.36253/979-12-215-0319-7.59</idno>
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          <p>Available for academic research purposes</p>
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          <p>Copyright Author(s)</p>
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        <p>This is original content, published for academic research purposes</p>
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        <p>Slavery was the material basis of the Greek and Roman flourishing. Indeed there were several different forms in which the laborer was property of the master. In the Middle Ages slavery was largely replaced by other forms of forced labor, but it revived on the threshold of modernity in the age of the conquest of America. Indeed, laborer formally free lived in conditions not distinguishable from slavery, e. g. in the encomienda system. From Aristoteles to Sepúlveda, the legitimating of slavery as a natural or a legal institution is paralleled by the de-valuation of the working activity or – as in the proto-liberal Locke – of some forms of working activity.</p>
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            <item>Ancient Slavery</item>
            <item>Early-Modern Slavery</item>
            <item>Forced labor</item>
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      <p>It is available online at https://doi.org/10.36253/979-12-215-0319-7.59<ref target="https://doi.org/10.36253/979-12-215-0319-7.59" /></p>
      
      <p rend="h1_chapter">Schiavi per natura, schiavi per legge. <lb/>Declinazioni del lavoro asservito</p><p rend="h1_author ParaOverride-1" ><hi rend="CharOverride-1">Luca</hi><hi rend="CharOverride-1"> Baccelli</hi></p><p rend="h2" ><hi>1. Le schiavitù degli antichi</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">I blocchi di pietra </hi><hi rend="CharOverride-1">usati per costruire Tebe dalle sette porte sono stati trascinati </hi><hi rend="CharOverride-1">da schiavi, così come era avvenuto per le piramidi egiziane. </hi><hi rend="CharOverride-1">Il lavoro servile ha costituito la base materiale di quella </hi><hi rend="CharOverride-1">fioritura culturale che riconosciamo al fondamento della civiltà occidentale e </hi><hi rend="CharOverride-1">dell’esperienza di cittadinanza che ha informato il nostro pensiero </hi><hi rend="CharOverride-1">politico. </hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Nell’Atene classica allo status giuridico di </hi><hi rend="italic CharOverride-1">doulos </hi><hi rend="CharOverride-1">– essere umano proprietà di altri, che come tale può </hi><hi rend="CharOverride-1">essere oggetto di compravendita – corrispondevano condizioni esistenziali molto differenti: </hi><hi rend="CharOverride-1">da quella terribile degli schiavi impiegati nelle miniere, </hi><hi rend="CharOverride-1">destinati alla morte per sfinimento, a quella dei </hi><hi rend="italic CharOverride-1">demosioi</hi><hi rend="CharOverride-1">, </hi><hi rend="CharOverride-1">gli schiavi utilizzati nei vari ambiti dell’amministrazione della </hi><hi rend="italic CharOverride-1">polis</hi><hi rend="CharOverride-1"> </hi><hi rend="CharOverride-1">che ricevevano un compenso, agli schiavi che svolgevano un</hi><hi rend="CharOverride-1"> secondo lavoro retribuito al di là di quello dovuto al</hi><hi rend="CharOverride-1"> proprietario, ai rematori delle triremi, agli istitutori dei figli nelle</hi><hi rend="CharOverride-1"> famiglie affluenti. La differenza fra schiavo ricco e libero</hi><hi rend="CharOverride-1"> finiva per sfumare, fino a una potenziale solidarietà di </hi><hi rend="CharOverride-1">interessi fra </hi><hi rend="italic CharOverride-1">demos</hi><hi rend="CharOverride-1"> e </hi><hi rend="italic CharOverride-1">demosioi</hi><hi rend="CharOverride-1">, popolo e schiavi della</hi><hi rend="CharOverride-1"> </hi><hi rend="italic CharOverride-1">polis </hi><hi rend="CharOverride-1">(Porciani 2018, 36). D’altra parte la condizione </hi><hi rend="CharOverride-1">degli schiavi-merce non rappresentava l’unica forma di lavoro coatto </hi><hi rend="CharOverride-1">nella Grecia antica. Da Creta alla Tessaglia, a Siracusa, al </hi><hi rend="CharOverride-1">caso paradigmatico degli Iloti di Sparta, i discendenti di popolazioni </hi><hi rend="CharOverride-1">assoggettate da etnie conquistatrici vivevano la condizione dei contadini asserviti, </hi><hi rend="CharOverride-1">a loro volta esclusi dal </hi><hi rend="italic CharOverride-1">demos</hi><hi rend="CharOverride-1">. </hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Nel V secolo a.</hi><hi rend="CharOverride-1"> C. si avvia anche il dibattito sulla legittimità della schiavitù,</hi><hi rend="CharOverride-1"> lungo le coordinate naturale-legale, </hi><hi rend="italic CharOverride-1">phisei dikaion-nomoi dikaion </hi><hi rend="CharOverride-1">(«</hi><hi rend="CharOverride-1">giusto per natura-giusto per legge»). Alcuni sofisti identificano </hi><hi rend="CharOverride-1">la giustizia naturale con il «dominio e la supremazia del</hi><hi rend="CharOverride-1"> più forte sul più debole» (Platone, </hi><hi rend="italic CharOverride-1">Gorgia</hi><hi rend="CharOverride-1">, 483b-484a).</hi><hi rend="CharOverride-1"> Altri considerano la schiavitù un arbitrario artificio legale che</hi><hi rend="CharOverride-1"> viola l’autentico giusto per natura: per Ippia gli </hi><hi rend="CharOverride-1">uomini sono «consanguinei, parenti e cittadini» per natura, ma</hi><hi rend="CharOverride-1"> «la legge, tiranna degli uomini, alla natura fa molte </hi><hi rend="CharOverride-1">volte violenza» (</hi><hi rend="italic CharOverride-1">Protagora</hi><hi rend="CharOverride-1">, 337b). Per Alcidamante «nessuno la </hi><hi rend="CharOverride-1">natura ha fatto schiavo» (Aristotele, </hi><hi rend="italic CharOverride-1">Retorica</hi><hi rend="CharOverride-1">, 1373b scolio).</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Secondo una</hi><hi rend="CharOverride-1"> antropologia delle disuguaglianza, in cui la socialità è funzione dei</hi><hi rend="CharOverride-1"> rapporti di subordinazione, nella </hi><hi rend="italic CharOverride-1">Politica</hi><hi rend="CharOverride-1"> di Aristotele la schiavitù è</hi><hi rend="CharOverride-1"> considerata naturale in conseguenza della logica dei processi produttivi, a</hi><hi rend="CharOverride-1"> loro volta naturalizzati: gli schiavi sono ‘strumenti animati’ necessari</hi><hi rend="CharOverride-1"> perché gli strumenti inanimati non sono in grado di eseguire</hi><hi rend="CharOverride-1"> automaticamente i comandi (</hi><hi rend="italic CharOverride-1">Politica</hi><hi rend="CharOverride-1"> 1253b). Inoltre alcuni esseri umani</hi><hi rend="CharOverride-1"> sono per natura adatti a comandare, altri a obbedire; </hi><hi rend="CharOverride-1">dunque è bene per gli schiavi essere sottomessi ai padroni</hi><hi rend="CharOverride-1">. Questi differiscono nelle dotazioni fisiche «quanto l’anima dal</hi><hi rend="CharOverride-1"> corpo e l’uomo dalla bestia» (1254b), ma soprattutto</hi><hi rend="CharOverride-1"> lo schiavo per natura sconta un deficit di razionalità: è</hi><hi rend="CharOverride-1"> in grado di comprendere gli ordini, ma non di progettare</hi><hi rend="CharOverride-1"> autonomamente e comandare. Il padrone pensa al posto suo (1255b;</hi><hi rend="CharOverride-1"> cfr. 1278b) e dunque lo schiavo è incapace di partecipare</hi><hi rend="CharOverride-1"> alla vita civile. Schiavo e barbaro sono pressoché assimilati (1338b)</hi><hi rend="CharOverride-1"> e la guerra per sottomettere gli schiavi per natura </hi><hi rend="CharOverride-1">è la forma per eccellenza del </hi><hi rend="italic CharOverride-1">díkaios pólemos </hi><hi rend="CharOverride-1">(«guerra giusta</hi><hi rend="CharOverride-1">») (1334a). </hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">La teorizzazione della schiavitù naturale rimanda a </hi><hi rend="CharOverride-1">una svalutazione delle attività produttive, considerate, se non degradanti, incompatibili </hi><hi rend="CharOverride-1">con la </hi><hi rend="italic CharOverride-1">praxis</hi><hi rend="CharOverride-1">, con l’attività tipica dell’uomo in</hi><hi rend="CharOverride-1"> quanto </hi><hi rend="italic CharOverride-1">zoon politikon </hi><hi rend="CharOverride-1">(«animale sociale la cui forma naturale </hi><hi rend="CharOverride-1">di convivenza è la </hi><hi rend="italic CharOverride-1">polis</hi><hi rend="CharOverride-1">») e </hi><hi rend="italic CharOverride-1">zoon logon echon </hi><hi rend="CharOverride-1">(«animale razionale/dotato di parola»)</hi><hi rend="CharOverride-1">. Aristotele per questo motivo giunge ad auspicare l</hi><hi rend="CharOverride-1">’esclusione dei lavoratori manuali dalla cittadinanza: la </hi><hi rend="italic CharOverride-1">polis</hi><hi rend="CharOverride-1"> perfetta «</hi><hi rend="CharOverride-1">non farà cittadino l’operaio meccanico», e la virtù </hi><hi rend="CharOverride-1">civica appartiene solo «a quanti sono liberi dai lavori necessari</hi><hi rend="CharOverride-1">» (1278a). A riprova, le forme migliori di democrazia</hi><hi rend="CharOverride-1"> sono quelle che escludono di fatto una larga partecipazione dei</hi><hi rend="CharOverride-1"> lavoratori (1318b).</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Come è noto l’utilizzazione degli schiavi,</hi><hi rend="CharOverride-1"> diffusa nei regni ellenistici e nell’Impero romano, è </hi><hi rend="CharOverride-1">declinata nella tarda antichità mentre si affermavano altre forme </hi><hi rend="CharOverride-1">di lavoro asservito. È altrettanto noto che i fattori economici </hi><hi rend="CharOverride-1">(l’implosione del commercio e la minore convenienza del </hi><hi rend="italic CharOverride-1">mancipium</hi><hi rend="CharOverride-1"> rispetto ad altre forme nelle quali il padrone non </hi><hi rend="CharOverride-1">deve mantenere in vita la forza-lavoro) e geopolitici (la fine </hi><hi rend="CharOverride-1">delle conquiste romane, il ripiegamento e poi le invasioni), hanno </hi><hi rend="CharOverride-1">giocato un ruolo ben più determinante del messaggio egualitario cristiano </hi><hi rend="CharOverride-1">che coglie in tutti gli uomini l’immagine di Dio, </hi><hi rend="CharOverride-1">peraltro politicamente neutralizzato già da Paolo di Tarso, che esorta</hi><hi rend="CharOverride-1"> gli schiavi a obbedire ai loro padroni (Ef 6, </hi><hi rend="CharOverride-1">5). Il cristianesimo, d’altra parte, comporta una riabilitazione </hi><hi rend="CharOverride-1">del lavoro: Gesù di Nazareth è il «figlio del falegname</hi><hi rend="CharOverride-1">» (Mt 13, 54), lo stesso Paolo prescrive il</hi><hi rend="CharOverride-1"> dovere di lavorare (Ts 3, 10), e così </hi><hi rend="CharOverride-1">via fino all’</hi><hi rend="italic CharOverride-1">ora et labora</hi><hi rend="CharOverride-1"> dei Benedettini e poi </hi><hi rend="CharOverride-1">alla visione protestante del </hi><hi rend="italic CharOverride-1">Beruf</hi><hi rend="CharOverride-1"> (che significa sia «professione</hi><hi rend="CharOverride-1">» che «vocazione»).</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Nel corso del Medioevo il sostantivo </hi><hi rend="italic CharOverride-1">servus</hi><hi rend="CharOverride-1"> si applicava a tipologie differenti di lavoratori coatti, mentre</hi><hi rend="CharOverride-1"> per quelli oggetto di compravendita si utilizzava il neologismo </hi><hi rend="italic CharOverride-1">sclavus</hi><hi rend="CharOverride-1">, in relazione al fatto che ormai provenivano in </hi><hi rend="CharOverride-1">prevalenza da popolazioni slave. La teoria aristotelica della schiavitù naturale </hi><hi rend="CharOverride-1">è passata nella Scolastica attraverso Tommaso d’Aquino, pur </hi><hi rend="CharOverride-1">con qualche attenuazione (</hi><hi rend="italic CharOverride-1">Summa Theologiae</hi><hi rend="CharOverride-1">, IIa IIae q. 47, </hi><hi rend="CharOverride-1">q. 57), mentre si consolidava l’altra forma di </hi><hi rend="CharOverride-1">legittimazione della schiavitù, quella legale: per lo </hi><hi rend="italic CharOverride-1">ius gentium</hi><hi rend="CharOverride-1"> era </hi><hi rend="CharOverride-1">pacifico l’assoggettamento dei nemici sconfitti in una guerra giusta.</hi><hi rend="CharOverride-1"> Il titolare di legittima </hi><hi rend="italic CharOverride-1">auctoritas</hi><hi rend="CharOverride-1">, di </hi><hi rend="italic CharOverride-1">iusta causa</hi><hi rend="CharOverride-1"> e </hi><hi rend="CharOverride-1">di </hi><hi rend="italic CharOverride-1">recta intentio</hi><hi rend="CharOverride-1"> (</hi><hi rend="italic CharOverride-1">Summa Theologiae</hi><hi rend="CharOverride-1">,</hi><hi rend="italic CharOverride-1"> </hi><hi rend="CharOverride-1">IIa IIae, q. 40) ha </hi><hi rend="CharOverride-1">il potere di togliere la vita allo sconfitto ingiusto; la </hi><hi rend="CharOverride-1">conserva rendendo lo sconfitto sua proprietà. La teologia e il </hi><hi rend="CharOverride-1">diritto canonico confermeranno a lungo questa legittimazione, almeno per quanto</hi><hi rend="CharOverride-1"> riguarda gli sconfitti non cristiani.</hi></p><p rend="h2" ><hi>2. Il ritorno della schiavitù</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Sulla soglia della modernità si assiste a un macroscopico rilancio </hi><hi rend="CharOverride-1">della schiavitù, avviato dalle deportazioni dalle coste occidentali dell’</hi><hi rend="CharOverride-1">Africa verso l’Europa per opera dei celebrati navigatori portoghesi</hi><hi rend="CharOverride-1"> alla ricerca del passaggio per l’India, ben presto </hi><hi rend="CharOverride-1">seguiti in America da esploratori, conquistatori e coloni spagnoli a </hi><hi rend="CharOverride-1">cominciare da Cristoforo Colombo (Las Casas 1988-, vol. IV, 918-24,</hi><hi rend="CharOverride-1"> 928-36, 1050), che considerava gli schiavi come una delle </hi><hi rend="CharOverride-1">principali risorse delle Indie. La mortalità dei nativi conseguente alle</hi><hi rend="CharOverride-1"> aggressioni, alle stragi, allo sfruttamento determinano il crollo demografico </hi><hi rend="CharOverride-1">delle Indie occidentali e negli anni Dieci del XVI secolo </hi><hi rend="CharOverride-1">inizia la tratta transatlantica degli schiavi africani. E già </hi><hi rend="CharOverride-1">durante il mandato di Colombo si avvia il </hi><hi rend="italic CharOverride-1">repartimiento</hi><hi rend="CharOverride-1"> dei</hi><hi rend="CharOverride-1"> nativi fra i coloni per essere sottomessi al lavoro forzato;</hi><hi rend="CharOverride-1"> la regina Isabella li proclama «vasallos libres de la</hi><hi rend="CharOverride-1"> Corona de Castilla» (Las Casas 1988-, vol. IV, 1297), </hi><hi rend="CharOverride-1">ma ne autorizza la sottomissione violenta e la riduzione in </hi><hi rend="CharOverride-1">cattività se rifiutano l’evangelizzazione e l’obbedienza (Las Casas</hi><hi rend="CharOverride-1"> 1988-, vol. IV, 1373). </hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">La schiavitù in senso stretto,</hi><hi rend="CharOverride-1"> oltre che prevista dallo </hi><hi rend="italic CharOverride-1">ius gentium</hi><hi rend="CharOverride-1">, era regolamentata dal</hi><hi rend="CharOverride-1"> diritto positivo castigliano; sul fronte del diritto canonico, le </hi><hi rend="CharOverride-1">bolle di papa </hi><hi rend="CharOverride-2">Niccolò V</hi><hi rend="CharOverride-1"> </hi><hi rend="italic CharOverride-2">Dum diversas</hi><hi rend="CharOverride-1"> (1452) e </hi><hi rend="italic CharOverride-2">Romanus</hi><hi rend="italic CharOverride-2"> Pontifex</hi><hi rend="CharOverride-1"> (1454) avevano autorizzato il re del Portogallo a sottomettere</hi><hi rend="CharOverride-1"> in «perpetua schiavitù» le popolazioni pagane e saracene dell</hi><hi rend="CharOverride-1">’Africa; la </hi><hi rend="italic CharOverride-1">Inter caetera</hi><hi rend="CharOverride-1"> di Alessandro VI,</hi><hi rend="italic CharOverride-1"> </hi><hi rend="CharOverride-1">del 1493,</hi><hi rend="CharOverride-1"> dava ai sovrani della Castiglia il potere e il </hi><hi rend="CharOverride-1">mandato di </hi><hi rend="italic CharOverride-1">subiicere </hi><hi rend="CharOverride-1">le popolazioni delle Indie occidentali. Ma </hi><hi rend="CharOverride-1">nel 1537 la </hi><hi rend="italic CharOverride-1">Sublimis Deus</hi><hi rend="CharOverride-1"> di Paolo III proclama l</hi><hi rend="CharOverride-1">’autentica umanità e la naturale libertà degli indiani. </hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">La </hi><hi rend="CharOverride-1">quadratura del cerchio è trovata con il sistema dell’</hi><hi rend="italic CharOverride-1">encomienda</hi><hi rend="CharOverride-1">,</hi><hi rend="CharOverride-1"> definitivamente istituzionalizzata con le leggi di Burgos del 1512</hi><hi rend="CharOverride-1">: gli indiani sono giuridicamente liberi sudditi della corona di </hi><hi rend="CharOverride-1">Castiglia ma sono deportati e costretti al lavoro in condizioni </hi><hi rend="CharOverride-1">di fatto difficilmente distinguibili da quelle degli schiavi </hi><hi rend="italic CharOverride-1">optimo iure</hi><hi rend="CharOverride-1">.</hi><hi rend="CharOverride-1"> La politica della corona oscilla, fra il divieto della schiavitù</hi><hi rend="CharOverride-1"> e il blocco delle conquiste fino alla progressiva eliminazione dell</hi><hi rend="CharOverride-1">’</hi><hi rend="italic CharOverride-1">encomienda</hi><hi rend="CharOverride-1"> prevista dalle </hi><hi rend="italic CharOverride-1">Lejes Nuevas</hi><hi rend="CharOverride-1"> del 1542 da un </hi><hi rend="CharOverride-1">lato, disapplicazioni e radicali marce indietro dall’altro lato: </hi><hi rend="CharOverride-1">ha comunque il merito, fino dalla denuncia dei domenicani dell</hi><hi rend="CharOverride-1">’Hispaniola nel 1511, di aver lasciato spazio a un dibattito</hi><hi rend="CharOverride-1"> teologico, giuridico e politico di grande intensità, spesso spregiudicato.</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">La teoria aristotelica è ripresa dal teologo John Mair – </hi><hi rend="CharOverride-1">gli indiani, in quanto barbari sono </hi><hi rend="italic CharOverride-1">natura servi – </hi><hi rend="CharOverride-1">e </hi><hi rend="CharOverride-1">trova la sua rielaborazione più raffinata da parte di Juan</hi><hi rend="CharOverride-1"> Gines de Sepúlveda, che la riconduce con acribia filologica </hi><hi rend="CharOverride-1">alla crudezza del testo. Per il dotto umanista la sottomissione </hi><hi rend="CharOverride-1">dei barbari indiani a principi </hi><hi rend="italic CharOverride-1">humaniores </hi><hi rend="CharOverride-1">(«più civili» / </hi><hi rend="CharOverride-1">«più umani») è stabilita dal diritto naturale e dalla </hi><hi rend="CharOverride-1">legge divina e confermata dalle opinioni comuni e dalle consuetudini </hi><hi rend="CharOverride-1">affinché «deposta la loro natura selvaggia, fossero ricondotte a una</hi><hi rend="CharOverride-1"> vita più umana, a costumi più miti, al culto delle</hi><hi rend="CharOverride-1"> virtù» (Sepúlveda 2009, 34-5). Essi vivono come le</hi><hi rend="CharOverride-1"> bestie, rivolgendosi alla terra alla maniera dei porci, e </hi><hi rend="CharOverride-1">gli spagnoli differiscono da loro «quanto che gli uomini</hi><hi rend="CharOverride-1"> dalle bestie» (Sepúlveda 2009, 60-61). Ma questa ferinizzazione</hi><hi rend="CharOverride-1"> – che trova riscontro nei comportamenti effettivi di conquistatori e</hi><hi rend="CharOverride-1"> coloni – non significa una negazione della loro (mera) umanità</hi><hi rend="CharOverride-1">: Sepúlveda arriva a citare il motto di Terenzio «nihil</hi><hi rend="CharOverride-1"> humanum a me alienum puto» («non considero estraneo niente</hi><hi rend="CharOverride-1"> di ciò che è umano») e sottolineare che gli </hi><hi rend="CharOverride-1">indiani sono «soci», «prossimi», «fratelli» per </hi><hi rend="CharOverride-1">sostenere che i cristiani hanno il </hi><hi rend="italic CharOverride-1">dovere</hi><hi rend="CharOverride-1"> di conquistarli </hi><hi rend="CharOverride-1">e sottometterli per offrire loro la possibilità di essere redenti</hi><hi rend="CharOverride-1"> e civilizzati (Sepúlveda 2009, 120-1), in modo che «</hi><hi rend="CharOverride-1">apprendano dai cristiani l’umanità» (Sepúlveda 2009, 42-3). </hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">È anticipato l’argomento del </hi><hi rend="italic CharOverride-1">white man’s burden</hi><hi rend="CharOverride-1"> («il</hi><hi rend="CharOverride-1"> fardello dell’uomo bianco»), ma non solo: per Sepúlveda</hi><hi rend="CharOverride-1"> l’ingegnosità di alcuni di loro nel lavoro, dimostrata </hi><hi rend="CharOverride-1">dagli imponenti edifici degli Aztechi, non li eleva al di</hi><hi rend="CharOverride-1"> sopra di bestiole come le api e i ragni, a</hi><hi rend="CharOverride-1"> loro volta capaci di costruzioni raffinate (Sepúlveda 2009, </hi><hi rend="CharOverride-1">56-7). Per l’iperaristotelico umanista il lavoro non è un </hi><hi rend="CharOverride-1">ambito di affermazione della razionalità umana, non dimostra </hi><hi rend="CharOverride-1">la piena padronanza del </hi><hi rend="italic CharOverride-1">logos</hi><hi rend="CharOverride-1">. In altri termini, la svalutazione</hi><hi rend="CharOverride-1"> del lavoro si accompagna ancora alla teorizzazione della naturalità dell</hi><hi rend="CharOverride-1">’asservimento.</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Ma forse la posizione del massimo teologo cattolico dell</hi><hi rend="CharOverride-1">’epoca è ancora più inquietante. Francisco de Vitoria dimostra che</hi><hi rend="CharOverride-1"> gli indiani, per quanto barbari «habent pro suo modo</hi><hi rend="CharOverride-1"> usum rationis» (sono dotati di un certo tipo di razionalità) (Vitoria 1996, 29) e dunque al </hi><hi rend="CharOverride-1">momento del contatto erano «et publice et privatim ita </hi><hi rend="CharOverride-1">veri domini, sicut christiani» (Vitoria 1996, 30), legittimi titolari dei poteri pubblici e della proprietà privata. La </hi><hi rend="CharOverride-1">conquista deve dunque essere giustificata ma le giustificazioni correnti sono </hi><hi rend="CharOverride-1">fallaci. Ci sono però una serie di diritti soggettivi fondati </hi><hi rend="CharOverride-1">sul diritto naturale, di cui sono titolari tutti gli uomini </hi><hi rend="CharOverride-1">– una teorizzazione </hi><hi rend="italic CharOverride-1">ante litteram</hi><hi rend="CharOverride-1"> dei diritti umani – fra </hi><hi rend="CharOverride-1">cui il diritto di viaggiare e di risiedere, il</hi><hi rend="CharOverride-1"> diritto di commerciare, il diritto alla «comunicazione e partecipazione»</hi><hi rend="CharOverride-1"> ai beni comuni, lo </hi><hi rend="italic CharOverride-1">ius soli</hi><hi rend="CharOverride-1"> per i nati in</hi><hi rend="CharOverride-1"> quelle terre. A ciò si aggiunge il diritto di</hi><hi rend="CharOverride-1"> annunciare e predicare il Vangelo. La loro violazione costituisce </hi><hi rend="italic CharOverride-1">iniuria</hi><hi rend="CharOverride-1">, che è la sola giusta causa di guerra </hi><hi rend="CharOverride-1">ed è legittimo «ridurre in prigionia» (Vitoria 1996, </hi><hi rend="CharOverride-1">85) i colpevoli catturati. Non solo: tornando a riferirsi ad</hi><hi rend="CharOverride-1"> Aristotele, Vitoria sostiene che i </hi><hi rend="italic CharOverride-1">parum mente validi</hi><hi rend="CharOverride-1"> («poco </hi><hi rend="CharOverride-1">intelligenti») sono comunque titolari del </hi><hi rend="italic CharOverride-1">dominium</hi><hi rend="CharOverride-1"> e non possono essere</hi><hi rend="CharOverride-1"> considerati schiavi («in numero servorum civilium»). È però</hi><hi rend="CharOverride-1"> opportuno che siano governati dai più adatti, come i figli</hi><hi rend="CharOverride-1"> dai genitori e le mogli dai mariti (Vitoria 1996,</hi><hi rend="CharOverride-1"> 31). E arriva a ipotizzare che siano </hi><hi rend="italic CharOverride-1">natura servi</hi><hi rend="CharOverride-1"> </hi><hi rend="CharOverride-1">(Vitoria 1996, 98). Essi sono incapaci di governarsi «</hi><hi rend="CharOverride-1">quasi come le fiere e le bestie»; dunque per </hi><hi rend="CharOverride-1">la loro utilità i principi di Spagna sono obbligati a</hi><hi rend="CharOverride-1"> prendersi carico del loro governo «allo stesso modo che </hi><hi rend="CharOverride-1">si trattasse di bambini» (Vitoria 1996, 97). La </hi><hi rend="CharOverride-1">giustificazione teorico-giuridica della conquista fondata sui diritti umani trova, sul </hi><hi rend="CharOverride-1">piano dell’antropologia e della sociologia morale, un corollario che </hi><hi rend="CharOverride-1">permetterebbe forme di asservimento e di lavoro coatto, a cominciare </hi><hi rend="CharOverride-1">dall’</hi><hi rend="italic CharOverride-1">encomienda</hi><hi rend="CharOverride-1">. Al modello degli ‘schiavi per natura’ si</hi><hi rend="CharOverride-1"> giustappone quello dei ‘bambini per natura’.</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Il dibattito sulla</hi><hi rend="CharOverride-1"> conquista è anche il contesto del sorgere delle teorie aboliz</hi><hi rend="CharOverride-1">ioniste. Bartolomé de Las Casas da cappellano dei </hi><hi rend="italic CharOverride-1">conquistadores</hi><hi rend="CharOverride-1"> ed </hi><hi rend="italic CharOverride-1">encomendero</hi><hi rend="CharOverride-1"> si è convertito in difensore degli Indiani assumendo posizioni</hi><hi rend="CharOverride-1"> sempre più radicali. La giustificazione </hi><hi rend="italic CharOverride-1">de iure gentium</hi><hi rend="CharOverride-1"> della schi</hi><hi rend="CharOverride-1">avitù è contestata mediante il rovesciamento della teoria della</hi><hi rend="CharOverride-1"> guerra giusta. Gli indiani, sostiene Las Casas, erano legittimi proprietari</hi><hi rend="CharOverride-1"> delle loro terre e le loro giurisdizioni erano legittime; l</hi><hi rend="CharOverride-1">’unico modo legittimo di evangelizzazione è quello pacifico e </hi><hi rend="CharOverride-1">dunque le guerre degli indiani sono state sempre tutte giustissime,</hi><hi rend="CharOverride-1"> mentre quelle dei cristiani contro di loro sono state tutte</hi><hi rend="CharOverride-1"> diaboliche (Las Casas 1988, vol. X, 40); dunque, arriverà a</hi><hi rend="CharOverride-1"> sostenere Las Casas, sono gli indiani, titolari della giusta</hi><hi rend="CharOverride-1"> causa, a poter ridurre in schiavitù gli spagnoli sconfitti. Inoltre</hi><hi rend="CharOverride-1"> non è possibile dimostrare per nessuno degli schiavi indiani ottenuti</hi><hi rend="CharOverride-1"> per compravendita che siano stati lecitamente ridotti in schiavitù.</hi><hi rend="CharOverride-1"> Pertanto «tutti gli indiani che sono stati fatti schiavi</hi><hi rend="CharOverride-1"> nelle Indie del mare Oceano, da quando sono state scoperte</hi><hi rend="CharOverride-1"> a oggi, sono stati fatti schiavi ingiustamente» (Las Casas</hi><hi rend="CharOverride-1"> 1988-, vol. X, 221). </hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">La teoria politica aristotelica non viene</hi><hi rend="CharOverride-1"> abbandonata – il tomista Las Casas la utilizza per dimostrare</hi><hi rend="CharOverride-1"> che gli indiani hanno i loro ‘signori naturali’ ed essa</hi><hi rend="CharOverride-1"> gli consente di rivoltare contro gli avversari le loro stesse armi</hi><hi rend="CharOverride-1"> teoriche – ma reinterpretata e decostruita. La servitù naturale implica</hi><hi rend="CharOverride-1"> la mancanza del «giudizio di ragione» tipica del «</hi><hi rend="CharOverride-1">mentecatto o quasi mentecatto» (Las Casas 1988-, vol. V, </hi><hi rend="CharOverride-1">2418) e la mancanza di «prudenza governativa» (Las </hi><hi rend="CharOverride-1">Casas 1988-, vol. V, 2419). Non è questo il caso</hi><hi rend="CharOverride-1"> degli indiani, rilava Las Casas: nelle Indie si trovano</hi><hi rend="CharOverride-1"> forme di governo migliori di quelle della Castiglia e in</hi><hi rend="CharOverride-1"> base all’interpretazione corrente di Aristotele gli indiani avrebbero il</hi><hi rend="CharOverride-1"> dominio sugli spagnoli (Las Casas 1988-, vol. V, 2422). </hi><hi rend="CharOverride-1">Comunque la teoria aristotelica si applica in pochi casi ‘</hi><hi rend="CharOverride-1">mostruosi’: al di là di usi impropri e specifici </hi><hi rend="CharOverride-1">(</hi><hi rend="italic CharOverride-1">secundum quid</hi><hi rend="CharOverride-1">) il termine «barbaro» si usa correttamente </hi><hi rend="CharOverride-1">per i pochi uomini incapaci di forme sviluppate di socialità,</hi><hi rend="CharOverride-1"> privi di norme giuridiche e istituzioni politiche, che vivono</hi><hi rend="CharOverride-1"> isolati sui monti o nelle foreste. In altri testi Las</hi><hi rend="CharOverride-1"> Casas propone tesi incompatibili con l’idea della schiavitù naturale:</hi><hi rend="CharOverride-1"> teorizza la libertà originaria degli esseri umani, che si fonda</hi><hi rend="CharOverride-1"> sulla razionalità (ivi 12, 34) perché la natura razionale non</hi><hi rend="CharOverride-1"> è subordinata ad altro; «la schiavitù invece è accidentale,</hi><hi rend="CharOverride-1"> imposta agli uomini dal caso e dalla fortuna» (Las</hi><hi rend="CharOverride-1"> Casas 1988-, vol. X, 36; cfr. vol. X, 562-64). </hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Queste </hi><hi rend="CharOverride-1">argomentazioni sostengono la lotta pluridecennale condotta da Las Casas prima</hi><hi rend="CharOverride-1"> per la riforma, poi per l’abolizione dell’</hi><hi rend="italic CharOverride-1">encomienda</hi><hi rend="CharOverride-1">, </hi><hi rend="CharOverride-1">fino alla denuncia di ogni impostazione paternalistica: è </hi><hi rend="italic CharOverride-1">falso</hi><hi rend="CharOverride-1"> che</hi><hi rend="CharOverride-1"> gli spagnoli sarebbero necessari agli indiani «para su poliçía </hi><hi rend="CharOverride-1">[…], espeçialmente para la religión» (1988-, vol. X, 298-99).</hi><hi rend="CharOverride-1"> Nella sua denuncia Las Casas offre una dettagliata fenomenologia dell</hi><hi rend="CharOverride-1">’orrore della servitù, dai coltivatori ai lavoratori delle miniere,</hi><hi rend="CharOverride-1"> ai portatori di carichi, ai pescatori di perle che </hi><hi rend="CharOverride-1">finiscono per trasformarsi in una sorta di mostri marini (Las</hi><hi rend="CharOverride-1"> Casas 1988-, vol. X, 70-1); la violenza efferata, </hi><hi rend="CharOverride-1">per incutere terrore o per semplice capriccio, è continua e </hi><hi rend="CharOverride-1">si accompagna agli stupri e allo sfruttamento sessuale delle donne. </hi><hi rend="CharOverride-1">Tutto questo ha effetti devastanti sul piano fisico, fino all</hi><hi rend="CharOverride-1">’estinzione della popolazioni, come su quello psicologico: «si dimenticano </hi><hi rend="CharOverride-1">di essere uomini» (Las Casas 1988-, vol. IV, 1287)</hi><hi rend="CharOverride-1">. Il male più pernicioso di questa </hi><hi rend="italic CharOverride-1">disumanizzazione </hi><hi rend="CharOverride-1">è l’</hi><hi rend="CharOverride-1">effetto di </hi><hi rend="italic CharOverride-1">spoliticizzazione</hi><hi rend="CharOverride-1">: l’</hi><hi rend="italic CharOverride-1">encomienda</hi><hi rend="CharOverride-1">, letteralmente «impedisce che</hi><hi rend="CharOverride-1"> ci sia repubblica» (Las Casas 1988-, vol. V, </hi><hi rend="CharOverride-1">2350). In Aristotele la prassi politica autentica presuppone la </hi><hi rend="CharOverride-1">liberazione dal lavoro, attività impolitica che avvicina gli esseri umani </hi><hi rend="CharOverride-1">agli altri animali; al contrario per Las Casas è la </hi><hi rend="CharOverride-1">costrizione al lavoro servile con lo sfruttamento intenso a far </hi><hi rend="CharOverride-1">venir meno la </hi><hi rend="italic CharOverride-1">policía</hi><hi rend="CharOverride-1">, lo spazio pubblico delle relazioni sociali</hi><hi rend="CharOverride-1"> e dell’autogoverno, fino a compromettere il pieno sviluppo delle</hi><hi rend="CharOverride-1"> facoltà umane. Non è l’insufficiente razionalità a rendere </hi><hi rend="italic CharOverride-1">natura</hi><hi rend="italic CharOverride-1"> servi</hi><hi rend="CharOverride-1">; è la servitù – innaturale usurpazione della libertà </hi><hi rend="CharOverride-1">naturale – a inibire la razionalità.</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Una lunga serie di autori,</hi><hi rend="CharOverride-1"> fino ai giorni nostri, ha accusato il difensore degli</hi><hi rend="CharOverride-1"> indiani di essere corresponsabile della deportazione degli schiavi africani. </hi><hi rend="CharOverride-1">È vero che nella fase ‘riformista’, aperta a compromessi</hi><hi rend="CharOverride-1"> e concessioni alla </hi><hi rend="italic CharOverride-1">Realpolitik</hi><hi rend="CharOverride-1">, del suo itinerario politico e </hi><hi rend="CharOverride-1">intellettuale ha espresso posizioni favorevoli all’utilizzazione di schiavi africani </hi><hi rend="CharOverride-1">(Las Casas 1988-, vol. V, 2189-91, 2324, 2336; 13,</hi><hi rend="CharOverride-1"> 28, 36, 60, 79-80, 95, 116, 129). Ma </hi><hi rend="CharOverride-1">anche riguardo alla tratta degli africani si può parlare di </hi><hi rend="CharOverride-1">una conversione di Las Casas, che testimonia come le conquiste </hi><hi rend="CharOverride-1">portoghesi in Africa abbiano anticipato la logica perversa di quelle </hi><hi rend="CharOverride-1">spagnole in America. La stigmatizzazione della schiavitù degli africani è</hi><hi rend="CharOverride-1"> sempre più radicale (Las Casas 1988-, vol. V, 2314,</hi><hi rend="CharOverride-1"> 2325) e l’autocritica dell’autore è spietata (Las</hi><hi rend="CharOverride-1"> Casas 1988-, vol. V, 2465). Utilizzando gli stessi</hi><hi rend="CharOverride-1"> dispositivi teorici degli avversari ma rovesciandone il senso politico, Las</hi><hi rend="CharOverride-1"> Casas mette in dunque questione ogni forma di schiavitù e</hi><hi rend="CharOverride-1"> di lavoro servile, proprio nell’epoca in cui questi stanno</hi><hi rend="CharOverride-1"> conoscendo un macroscopico rilancio.</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Un ultimo punto: nei suoi </hi><hi rend="CharOverride-1">scritti protoantropologici Las Casas enfatizza la perizia degli indiani nelle </hi><hi rend="italic CharOverride-1">mechanicae artes</hi><hi rend="CharOverride-1">; in esse, sostiene, primeggiano su tutti i popoli</hi><hi rend="CharOverride-1"> del mondo e Sepúlveda sbaglia a disprezzare le loro opere,</hi><hi rend="CharOverride-1"> come se «non riflettessero la solerzia dell’ingegno, l’</hi><hi rend="CharOverride-1">acume, l’abilità e la retta ragione»; infatti, sostiene </hi><hi rend="CharOverride-1">il Filosofo, «l’arte meccanica è capacità e intelletto operativo</hi><hi rend="CharOverride-1">», ossia «recta ratio rerum factibiliuum» (il modo razionale di produrre i beni), (</hi><hi rend="CharOverride-1">Las Casas 1988-, vol. IX, 108; cfr. vol. VI, 478-83; </hi><hi rend="CharOverride-1">577-609): reinterpretando la visione aristotelica, Las Casas individ</hi><hi rend="CharOverride-1">ua una dimensione intellettuale nel lavoro manuale. Ed è fra </hi><hi rend="CharOverride-1">i primi a svelare quella moderna attitudine a nascondere lo </hi><hi rend="CharOverride-1">sfruttamento estremo, fino alla riduzione in schiavitù </hi><hi rend="italic CharOverride-1">de facto</hi><hi rend="CharOverride-1"> sotto </hi><hi rend="CharOverride-1">la superficie della libertà giuridica, che sarà sempre più perfezionata </hi><hi rend="CharOverride-1">nei modi di produzione capitalistici. Rileva infatti che lo sfruttamento</hi><hi rend="CharOverride-1"> è tanto più intenso quanto più la produzione è finalizzata</hi><hi rend="CharOverride-1"> all’arricchimento: la brama di ricchezza costituisce una passione</hi><hi rend="CharOverride-1"> più veemente della concupiscenza, perché «il denaro è più </hi><hi rend="CharOverride-1">universale»; è un desiderio «più diuturno e durevole, perché</hi><hi rend="CharOverride-1"> perpetuo, della lascivia» (Las Casas 1988-, vol. IX, vol. X</hi><hi rend="CharOverride-1">, 315). </hi></p><p rend="h2" ><hi>3. La schiavitù liberale</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">I primi secoli della </hi><hi rend="CharOverride-1">modernità hanno conosciuto un’escalation della tratta degli schiavi </hi><hi rend="CharOverride-1">verso le Americhe per costituire la manodopera di uno specifico </hi><hi rend="CharOverride-1">modo di produzione nelle colonie spagnole, portoghesi, olandesi, francesi e </hi><hi rend="CharOverride-1">britanniche che continuerà a informare l’economia dei paesi indipendenti. </hi><hi rend="CharOverride-1">La riduzione delle persone a corpi a disposizione si intrecci</hi><hi rend="CharOverride-1">a in modo complesso e ambivalente con l’assoggettamento delle </hi><hi rend="CharOverride-1">anime e con il progetto di moralizzare, convertire, modificare i </hi><hi rend="CharOverride-1">costumi: la missione evangelizzatrice e il ‘fardello’ della civilizzazione</hi><hi rend="CharOverride-1"> hanno giocato un potente ruolo di legittimazione. In ogni caso</hi><hi rend="CharOverride-1"> il lavoro coatto è una delle modalità attraverso le quali</hi><hi rend="CharOverride-1"> la violenza fisica e la violenza simbolica si esaltano reciprocamente</hi><hi rend="CharOverride-1"> producendo devastanti effetti di disumanizzazione.</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Nella modernità si affermano </hi><hi rend="CharOverride-1">i principi del giusnaturalismo razionalistico con la definizione dei diritti </hi><hi rend="CharOverride-1">fondamentali – vita, libertà e proprietà </hi><hi rend="italic CharOverride-1">in primis</hi><hi rend="CharOverride-1"> – come </hi><hi rend="CharOverride-1">inerenti la natura umana, fino all’Illuminismo e alla proclamazione</hi><hi rend="CharOverride-1"> degli immortali principi di libertà, uguaglianza e fraternità. Tuttavia </hi><hi rend="CharOverride-1">la prima dichiarazione rivoluzionaria è stata scritta da proprietari di </hi><hi rend="CharOverride-1">schiavi e la seconda non è bastata per impedire i </hi><hi rend="CharOverride-1">tentativi francesi di reprimere la rivoluzione di Haiti guidata da </hi><hi rend="CharOverride-1">Toussaint-Louverture. Che rappresenta uno degli eventi più eclatanti in una </hi><hi rend="CharOverride-1">lunga serie di rivolte che ha segnato la storia della </hi><hi rend="CharOverride-1">schiavitù, da quella guidata da Euno nella Sicilia del II </hi><hi rend="CharOverride-1">secolo a.C. a Spartaco, agli Zanj nel Califfato Abasside del </hi><hi rend="CharOverride-1">IX secolo, ai </hi><hi rend="italic CharOverride-1">Quilombos</hi><hi rend="CharOverride-1"> brasiliani, al movimento abolizionista nel XIX </hi><hi rend="CharOverride-1">secolo (Bodei 2019, 38-40, 166-74). Ma anche nel pensiero dei</hi><hi rend="CharOverride-1"> più illustri protagonisti della filosofia moderna sono nascoste </hi><hi rend="CharOverride-1">inquietanti aporie. </hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Per John Locke gli uomini sono per</hi><hi rend="CharOverride-1"> natura liberi e uguali (Locke 1984, parr. 4-5). </hi><hi rend="CharOverride-1">E la teoria lockiana della proprietà come diritto naturale costituisce </hi><hi rend="CharOverride-1">un passaggio importante nell’affermazione della concezione moderna (borghese) del </hi><hi rend="CharOverride-1">lavoro: il mezzo dell’appropriazione di parti </hi><hi rend="CharOverride-1">della natura da parte dell’individuo è «il lavoro del</hi><hi rend="CharOverride-1"> suo corpo e l’opera delle sue mani», espressione</hi><hi rend="CharOverride-1"> della sua personalità e sua proprietà, che si incorpora all</hi><hi rend="CharOverride-1">’oggetto naturale (parr. 27, 29, 40). La ‘dimostrazione’</hi><hi rend="CharOverride-1"> di questa tesi è «offerta da diversi popoli d’</hi><hi rend="CharOverride-1">America, ricchi di terra e poveri di tutti i beni </hi><hi rend="CharOverride-1">di sussistenza»; si tratta di terra fertile, ma dato </hi><hi rend="CharOverride-1">che non viene adeguatamente lavorata i loro sovrani se la </hi><hi rend="CharOverride-1">passano peggio d’un bracciante inglese (par. 41) e mille</hi><hi rend="CharOverride-1"> acri non danno «tanti beni di sussistenza quanti dieci </hi><hi rend="CharOverride-1">acri di terra altrettanto fertile producono nel Devonshire, dove sono </hi><hi rend="CharOverride-1">ben coltivati» (par. 37). Quando parla del lavoro degli indiani</hi><hi rend="CharOverride-1"> Locke cita soltanto la caccia e la pesca, oscurando </hi><hi rend="CharOverride-1">le tecniche di coltivazione e le complesse forme di cooperazione </hi><hi rend="CharOverride-1">che regolavano il loro rapporto con la terra. Questa visione</hi><hi rend="CharOverride-1"> della proprietà è stata utilizzata per legittimare l’appropriazione delle</hi><hi rend="CharOverride-1"> terre da parte dei coloni inglesi, e</hi><hi rend="CharOverride-1"> probabilmente è stata elaborata nel contesto dei dibattiti coloniali</hi><hi rend="CharOverride-1"> (Tully 1993). Locke non considera come autentico lavoro quello </hi><hi rend="CharOverride-1">dei nativi americani, legittimando lo spossessamento delle loro terre (comprese </hi><hi rend="CharOverride-1">quelle da loro deforestate e dissodate).</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Un’aporia analoga si riscontra</hi><hi rend="CharOverride-1"> sul tema della schiavitù. In quanto creatura e proprietà</hi><hi rend="CharOverride-1"> di Dio, per Locke l’uomo «his bound to </hi><hi rend="CharOverride-1">preserve himself» («è tenuto ad autoconservarsi») e non</hi><hi rend="CharOverride-1"> ha né la libertà di autodistruggersi, né quella di </hi><hi rend="CharOverride-1">sottomettersi al potere assoluto né quella darsi in schiavitù (Locke</hi><hi rend="CharOverride-1"> 1984, par. 23). Locke esclude che la vittoria militare</hi><hi rend="CharOverride-1"> comporti un potere assoluto sulle vite dei non combattenti e sui</hi><hi rend="CharOverride-1"> beni del popolo conquistato (parr. 175-95). Ma il</hi><hi rend="CharOverride-1"> vincitore di una legittima guerra di conquista ha «un </hi><hi rend="CharOverride-1">dominio assoluto sulla vita di coloro che gliela hanno data </hi><hi rend="CharOverride-1">in pegno intraprendendo una guerra ingiusta» (par. 178). Chi</hi><hi rend="CharOverride-1"> ha commesso un «atto meritevole della morte» dà con</hi><hi rend="CharOverride-1"> ciò la sua vita in balia di un altro, che</hi><hi rend="CharOverride-1"> lo può «ridurre al suo servizio». Si tratta </hi><hi rend="CharOverride-1">di una «condizione di schiavitù perfetta» (par. 23-4). Il</hi><hi rend="CharOverride-1"> campione del contrattualismo antiassolutista, padre fondatore del liberalismo, legittima l</hi><hi rend="CharOverride-1">’appropriazione delle terre dei popoli improduttivi (secondo i parametri europei)</hi><hi rend="CharOverride-1"> e la loro riduzione in schiavitù. Nella sua filosofia politica</hi><hi rend="CharOverride-1"> si riflette la realtà effettuale: i regimi liberali che si</hi><hi rend="CharOverride-1"> sono affermati in Europa e in America presuppongono la</hi><hi rend="CharOverride-1"> schiavitù al di là dei loro confini, che contribuisce</hi><hi rend="CharOverride-1"> decisamente all’accumulazione originaria del capitale e costituisce una delle</hi><hi rend="CharOverride-1"> precondizioni della rivoluzione industriale. Del resto, Locke era stato </hi><hi rend="CharOverride-1">uno degli intellettuali che più avevano contribuito a delineare il </hi><hi rend="CharOverride-1">sistema coloniale e aveva investito importanti capitali nel commercio </hi><hi rend="CharOverride-1">di schiavi (Tully 1993, 140-41, 143-44). Ombre inquietanti si </hi><hi rend="CharOverride-1">allungano sull’epoca dell’affermazione del capitalismo e dello Stato </hi><hi rend="CharOverride-1">di diritto.</hi></p><p rend="h2" ><hi>Riferimenti bibliografici</hi></p><p rend="bib_indx_bib" ><hi rend="CharOverride-1">Bodei, Remo. 2019. </hi><hi rend="italic CharOverride-1">Dominio e sottomissione. Schiavi,</hi><hi rend="italic CharOverride-1"> animali, macchine, Intelligenza Artificiale</hi><hi rend="CharOverride-1">. Bologna: il Mulino.</hi></p><p rend="bib_indx_bib" ><hi rend="CharOverride-1">Las Casas, </hi><hi rend="CharOverride-1">Bartolomé de. 1988-1992. </hi><hi rend="italic CharOverride-1">Obras completas</hi><hi rend="CharOverride-1">, 14 voll. Madrid: Alianza Editorial.</hi></p><p rend="bib_indx_bib" ><hi rend="CharOverride-1">Locke, John. 1984. </hi><hi rend="italic CharOverride-1">Trattato sul governo</hi><hi rend="CharOverride-1">. 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