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        <title type="main" level="a">La polemica sul lusso nel Settecento</title>
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            <surname>Cegolon</surname>
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          <resp>This is a section of <title>Idee di lavoro e di ozio per la nostra civiltà</title>(DOI: <idno type="DOI">10.36253/979-12-215-0319-7</idno>) by </resp>
          <name>Giovanni Mari, Francesco Ammannati, Brogi Stefano, Tiziana Faitini, Arianna Fermani, Francesco Seghezzi, Annalisa Tonarelli</name>
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        <publisher>Firenze University Press</publisher>
        <pubPlace>Florence</pubPlace>
        <date when="2024">2024</date>
        <idno type="DOI">https://doi.org/10.36253/979-12-215-0319-7.63</idno>
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          <p>Available for academic research purposes</p>
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          <p>Copyright Author(s)</p>
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        <p>This is original content, published for academic research purposes</p>
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        <p>Unlike in the past, the phenomenon of luxury in the modern era marks a paradigm shift that has an immediate impact on the development of work in the capitalist sense. The wealth produced by the arts, commerce and work raises questions, even disturbing ones, in relation to customs, morality, justice, and the stability of the state. Among the detractors and apologists of luxury, a median position is taken by economists. While recognizing the ambivalence of luxury, the latter support the possibility of regulating it, if not morally, at least economically, for the benefit of work and civil well-being.</p>
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            <item>luxury</item>
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      <p>It is available online at https://doi.org/10.36253/979-12-215-0319-7.63<ref target="https://doi.org/10.36253/979-12-215-0319-7.63" /></p>
      
      <p rend="h1_chapter">La polemica sul lusso nel Settecento</p><p rend="h1_author ParaOverride-1" ><hi rend="CharOverride-1">Andrea Cegolon</hi></p><p rend="h2" ><hi>1. Introduzione </hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Il </hi><hi rend="CharOverride-1">lusso non è un concetto assoluto. Essendo «ogni spesa che</hi><hi rend="CharOverride-1"> eccede il necessario», esso assume forme diverse nella </hi><hi rend="CharOverride-1">successione delle epoche storiche, secondo quanto afferma Sombart (2020, </hi><hi rend="CharOverride-1">113) le cui tesi sono tenute presenti in queste pagine.</hi><hi rend="CharOverride-1"> Concetto di relazione, il lusso, infatti, «acquista un </hi><hi rend="CharOverride-1">contenuto tangibile quando si sa che cosa si intende per </hi><hi rend="CharOverride-1">necessario» (Sombart 2020, 113), assumendo orientativamente due criteri </hi><hi rend="CharOverride-1">di valore: soggettivo e/o oggettivo. I bisogni, infatti, possono essere </hi><hi rend="CharOverride-1">fisiologici o culturali, entrambi instabili, soggetti a variazioni climatiche</hi><hi rend="CharOverride-1"> e temporali. Inoltre, il lusso, può basarsi sulla quantità</hi><hi rend="CharOverride-1"> e produrre spreco; sulla qualità, e affermare raffinatezza. In tal</hi><hi rend="CharOverride-1"> caso, per bisogno di lusso si intende ogni forma di</hi><hi rend="CharOverride-1"> bisogno raffinato; per bene di lusso ciò che soddisfa tale</hi><hi rend="CharOverride-1"> bisogno. Il lusso raffinato può essere finalizzato a scopi diversi:</hi><hi rend="CharOverride-1"> ideali e altruistici (chiese, monumenti, edifici pubblici), oppure materiali ed</hi><hi rend="CharOverride-1"> egoistici (abbigliamento, suppellettili ecc.) (Sombart 2020). Entrambe queste forme</hi><hi rend="CharOverride-1"> di lusso conquistano spazio e credibilità in epoca moderna. </hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">La prima si afferma con la nascita dello stato moderno</hi><hi rend="CharOverride-1"> e lo sviluppo delle corti principesche, valga per tutte </hi><hi rend="CharOverride-1">quella di Luigi XIV (1638-1715):</hi></p><p rend="quotation_b" ><hi rend="CharOverride-1">che amava soprattutto lo </hi><hi rend="CharOverride-1">splendore, la magnificenza, l’abbondanza […] darsi ai piaceri della tavola, </hi><hi rend="CharOverride-1">all’eleganza, alla costruzione di palazzi di lusso, agli arredamenti, al </hi><hi rend="CharOverride-1">gioco […] un’epidemia che una volta introdotta, è diventata un </hi><hi rend="CharOverride-1">cancro interiore che ha corroso tutti gli aspetti particolari, perché </hi><hi rend="CharOverride-1">dalla corte si è immediatamente diffusa a Parigi, nelle provincie </hi><hi rend="CharOverride-1">e nell’esercito, dove la gente è valutata ormai soltanto a </hi><hi rend="CharOverride-1">misura della ricchezza della loro tavola e della loro magnificenza </hi><hi rend="CharOverride-1">(Saint-Simon 1906, 125-26).</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">La seconda è,</hi><hi rend="CharOverride-1"> appunto, il frutto della secolarizzazione del lusso, della sua </hi><hi rend="CharOverride-1">diffusione nei costumi, quando comincia ad imporsi la classe dei</hi><hi rend="CharOverride-1"> nuovi ricchi. Tra i primi a mettere a fuoco </hi><hi rend="CharOverride-1">questo nodo storico è stato Bernard Groethuysen (1880-1946). </hi><hi rend="CharOverride-1">Senza nominare espressamente il lusso, il grande umanista </hi><hi rend="CharOverride-1">contestualizza questo fenomeno come fattore di un nuovo paradigma, di</hi><hi rend="CharOverride-1"> un cambio di mentalità che vede l’affermarsi del borghese, </hi><hi rend="CharOverride-1">il nuovo protagonista che si affaccia nel proscenio della storia,</hi><hi rend="CharOverride-1"> contendendo il posto fino allora tenuto dalla nobiltà (Groethuysen </hi><hi rend="CharOverride-1">1949, 12). Il borghese rovescia «l’ordine dei problemi, </hi><hi rend="CharOverride-1">concependo il mondo in funzione della vita, invece di sforzarsi </hi><hi rend="CharOverride-1">di comprendere se stesso in funzione di tutto» (Groethuysen </hi><hi rend="CharOverride-1">1949,14). Questa inversione di prospettiva mette il borghese direttamente</hi><hi rend="CharOverride-1"> a contatto con le cose, con la materialità del </hi><hi rend="CharOverride-1">mondo attraverso cui si persegue la felicità. Tre sono le</hi><hi rend="CharOverride-1"> parole d’ordine: possesso, lavoro, ricchezza. L’elemento unificante è il</hi><hi rend="CharOverride-1"> lusso. </hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Anche nelle età precedenti, fin dall’antichità, il lusso</hi><hi rend="CharOverride-1"> era tenuto in considerazione. Pausania (515-510 a.C.), ad esempio,</hi><hi rend="CharOverride-1"> dopo la battaglia di Platea confessa il suo sbalordimento </hi><hi rend="CharOverride-1">alla vista degli oggetti preziosi nella tenda di Serse (465-519</hi><hi rend="CharOverride-1"> a.C.): «letti d’oro e d’argento con preziose</hi><hi rend="CharOverride-1"> imbottiture, tavolini d’oro e d’argento, tutto uno sfarzoso</hi><hi rend="CharOverride-1"> apparato da banchetto» (Erodoto 2008, 82). Platone (428/427</hi><hi rend="CharOverride-1">-348/347 a.C.) che nella</hi><hi rend="italic CharOverride-1"> Repubblica </hi><hi rend="CharOverride-1">osserva come «a misura</hi><hi rend="CharOverride-1"> che in una città cresce la stima per le ricchezze,</hi><hi rend="CharOverride-1"> per i ricchi, diminuisce quella per la virtù e </hi><hi rend="CharOverride-1">per gli uomini virtuosi» (Platone 1974, 550). Per</hi><hi rend="CharOverride-1"> questo, nelle </hi><hi rend="italic CharOverride-1">Leggi</hi><hi rend="CharOverride-1">, egli auspica che «a nessun </hi><hi rend="CharOverride-1">privato sia permesso possedere né oro né argento» (Platone </hi><hi rend="CharOverride-1">1974, 741). Plutarco (46/48-125/127 d.C.) racconta che Giulio Cesare </hi><hi rend="CharOverride-1">(100-44 a.C.) «moltissimo spendesse in rappresentazioni teatrali, in cerimonie ed</hi><hi rend="CharOverride-1"> in banchetti, superando tutto il fasto dei suoi predecessori» </hi><hi rend="CharOverride-1">(Plutarco 1974, 74). Dall’</hi><hi rend="italic CharOverride-1">Epistolario</hi><hi rend="CharOverride-1"> di San Gi</hi><hi rend="CharOverride-1">rolamo (347-420 d.C.) siamo messi a conoscenza del lusso dei costumi </hi><hi rend="CharOverride-1">femminili romani (San Girolamo 1962) e della condanna da</hi><hi rend="CharOverride-1"> parte della cultura ebraica cristiana. E si potrebbe continuare</hi><hi rend="CharOverride-1">.</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Il fenomeno moderno del lusso si configura con una marcata</hi><hi rend="CharOverride-1"> connotazione di novità. Non interamente omologabile a quello delle </hi><hi rend="CharOverride-1">epoche precedenti, esso è insieme causa e conseguenza di una</hi><hi rend="CharOverride-1"> evoluzione socio-economica nuova, che cerca forme autonome di giustificazione,</hi><hi rend="CharOverride-1"> svincolandosi dalla morale cristiana e dall’etica politica del tempo (</hi><hi rend="CharOverride-1">Sombart 2020; Cocco 2013; Bruni 2004). Il suo sviluppo</hi><hi rend="CharOverride-1"> in più direzioni dà conto della presa di questo fenomeno</hi><hi rend="CharOverride-1">, nonché dell’entità della polemica che ha accompagnato la s</hi><hi rend="CharOverride-1">ua marcia trionfale fra la gente di ogni ceto, interessando</hi><hi rend="CharOverride-1"> in primis discipline come la morale, la politica, l’</hi><hi rend="CharOverride-1">economia, la pedagogia, attirando l’interesse di studiosi di rango.</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Il</hi><hi rend="CharOverride-1"> problema dibattuto è racchiuso in queste domande: il lusso, </hi><hi rend="CharOverride-1">frutto della ricchezza prodotta dalle arti e dagli scambi, </hi><hi rend="CharOverride-1">può compromettere i buoni costumi? rappresentare una causa di corruzione</hi><hi rend="CharOverride-1">? minare la stabilità dello stato? Le risposte sono diverse</hi><hi rend="CharOverride-1">, ma sono riconducibili a tre schieramenti. Da una parte, </hi><hi rend="CharOverride-1">i detrattori e i censori del lusso; dall’altra, gli apologisti </hi><hi rend="CharOverride-1">del lusso e infine i mediatori del lusso che sono </hi><hi rend="CharOverride-1">gli economisti. I detrattori più accaniti sono ligi alla sapienza </hi><hi rend="CharOverride-1">antica e ai valori cristiani. Ad essi si oppongono gli</hi><hi rend="CharOverride-1"> ottimisti, che del lusso esaltano gli effetti positivi proprio </hi><hi rend="CharOverride-1">sul piano sociale e politico. In mezzo, ma con una </hi><hi rend="CharOverride-1">inclinazione benevola, gli economisti valorizzano, nell’affermarsi di costumi e </hi><hi rend="CharOverride-1">abitudini più raffinate, la creazione di lavoro, una certa ridistrib</hi><hi rend="CharOverride-1">uzione della ricchezza, lo sviluppo delle scienze e delle</hi><hi rend="CharOverride-1"> arti. Siamo alle viste di una contrapposizione ideologica che trova</hi><hi rend="CharOverride-1"> ispirazione proprio sulla questione del </hi><hi rend="italic CharOverride-1">lusso</hi><hi rend="CharOverride-1">. Ad essa si </hi><hi rend="CharOverride-1">deve una svolta culturale su più piani: </hi></p><list type="unordered">
				<item><hi rend="italic CharOverride-1">sociale</hi><hi rend="CharOverride-1">, con </hi><hi rend="CharOverride-1">la valorizzazione e diffusione del lavoro e la creazione attraverso </hi><hi rend="CharOverride-1">la ricchezza mobile di una nuova classe sociale la borghesia</hi><hi rend="CharOverride-1">;</hi></item>
				<item><hi rend="italic CharOverride-1">politica</hi><hi rend="CharOverride-1">, attraverso il contrappeso che esercita l’economia nei confronti</hi><hi rend="CharOverride-1"> della politica; </hi></item>
				<item><hi rend="italic CharOverride-1">antropologico</hi><hi rend="CharOverride-1"> con la trasmutazione della magnificenza in </hi><hi rend="CharOverride-1">una virtù civile contrapposta all’avarizia;</hi></item>
				<item><hi rend="italic CharOverride-1">economico</hi><hi rend="CharOverride-1">, con la valorizzazione </hi><hi rend="CharOverride-1">delle arti e del commercio e il passaggio da un’economia </hi><hi rend="CharOverride-1">di sussistenza ad una economia di mercato.</hi></item>
			</list><p rend="h2" ><hi>2. I censori </hi><hi>del lusso</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">In questa categoria rientrano in particolare i predicatori cristiani</hi><hi rend="CharOverride-1">, particolarmente attivi tra il XVII-XVIII secolo in difesa della</hi><hi rend="CharOverride-1"> morale cristiana. Nel fenomeno emergente del lusso essi vedono </hi><hi rend="CharOverride-1">la ricerca e l’attaccamento a quei valori mondani che finiscono</hi><hi rend="CharOverride-1"> per distogliere da una vita cristianamente orientata alla salvezza.</hi><hi rend="CharOverride-1"> Già il giansenista Robert Arnaud D’Andilly (1589-1674) denunciava il </hi><hi rend="CharOverride-1">lusso delle feste, degli abiti, dei palazzi più adorni </hi><hi rend="CharOverride-1">dei templi, insieme all’insolenza dei nuovi ricchi (Arnaud D’Andilly</hi><hi rend="CharOverride-1"> 2012, 172-76). Mentre, più tardi, Bossuet (1627-1704),</hi><hi rend="CharOverride-1"> «la voce del Grande Secolo» (Odier 2017), avvertiva</hi><hi rend="CharOverride-1"> che «tre sono i vizi da temere: l’impazienza</hi><hi rend="CharOverride-1"> e l’inquietudine; il superfluo, la dissipazione e il lusso; </hi><hi rend="CharOverride-1">la grandezza eminente e l’ambizione disordinata» (Bossuet 1772, 290). Perversioni</hi><hi rend="CharOverride-1"> da raddrizzare attraverso la moderazione, perché Dio non proibisce il</hi><hi rend="CharOverride-1"> lavoro, né una saggia e prudente economia, ma le preoccupazioni</hi><hi rend="CharOverride-1"> che ci turbano e tormentano. La provvidenza divina guarda</hi><hi rend="CharOverride-1">, infatti, al necessario non al superfluo, ai bisogni</hi><hi rend="CharOverride-1"> non alle vanità e al lusso (Bossuet 1772, 290-94)</hi><hi rend="CharOverride-1">. Per questo, secondo il quietista Fénelon (1651-1715), </hi><hi rend="CharOverride-1">il cristiano deve assumere un atteggiamento più spirituale, quello che</hi><hi rend="CharOverride-1">, alla fine del suo capolavoro pedagogico, </hi><hi rend="italic CharOverride-1">Les aventures de </hi><hi rend="italic CharOverride-1">Télémque</hi><hi rend="CharOverride-1">, raccomanda al suo allievo, il duca di Borgogna, </hi><hi rend="CharOverride-1">nipote di Luigi XIV (1638-1715): </hi></p><p rend="quotation_b" ><hi rend="CharOverride-1">fuggite la pigrizia, </hi><hi rend="CharOverride-1">lo sfarzo, la profusione; mettete la vostra gloria nella semplicità;</hi><hi rend="CharOverride-1"> che le vostre virtù e le vostre buone azioni </hi><hi rend="CharOverride-1">siano gli ornamenti della vostra persona e del vostro palazzo </hi><hi rend="CharOverride-1">(Fénelon 1841, 440). </hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Più attento osservatore dei costumi</hi><hi rend="CharOverride-1"> del secolo, Louis Bourdeloue (1632-1704), l’altro grande campione</hi><hi rend="CharOverride-1"> del pulpito apprezzato alla corte di Luigi XIV, tenta di</hi><hi rend="CharOverride-1"> ricondurre il fenomeno della ricchezza e del lusso alle giuste</hi><hi rend="CharOverride-1"> proporzioni cristiane. Ma dopo aver affermato che non basta </hi><hi rend="CharOverride-1">essere povero o ricco per guadagnare, l’uno il paradiso e</hi><hi rend="CharOverride-1"> l’altro l’inferno, precisa che l’opulenza, per la complessità dei </hi><hi rend="CharOverride-1">suoi costituenti, è di ostacolo alla salvezza, più della </hi><hi rend="CharOverride-1">povertà. Tre sono, infatti, le dinamiche della ricchezza: «l</hi><hi rend="CharOverride-1">’acquisizione, il possesso, e l’uso» (Bourdeloue 1822, 1-5). </hi><hi rend="CharOverride-1">L’acquisizione della ricchezza è occasione di ingiustizia; il possesso</hi><hi rend="CharOverride-1"> della ricchezza provoca orgoglio; l’uso delle ricchezze alimenta l’amore </hi><hi rend="CharOverride-1">per il piacere e favorisce la concupiscenza della carne. In </hi><hi rend="CharOverride-1">sintesi, la pratica della ricchezza e del lusso rende </hi><hi rend="CharOverride-1">ingiusto, orgoglioso, voluttuoso l’uomo del secolo, in una parola </hi><hi rend="CharOverride-1">un «homme mondain» (Bourdeloue 1822, 6), esattamente </hi><hi rend="CharOverride-1">quello che Voltaire (1694-1778) esalta ne </hi><hi rend="italic CharOverride-1">Il Mondano</hi><hi rend="CharOverride-1"> (Voltaire </hi><hi rend="CharOverride-1">2006), il poema sul lusso e sul piacere in </hi><hi rend="CharOverride-1">cui, alludendo a Fénelon e al suo Telemaque, </hi><hi rend="CharOverride-1">afferma:</hi></p><p rend="quotations_quotation_b1" ><hi rend="CharOverride-1">Questo tempo profano mi si addice</hi></p><p rend="quotations_quotation_b2" ><hi rend="CharOverride-1">adoro il lusso </hi><hi rend="CharOverride-1">e anche la mollezza,</hi></p><p rend="quotations_quotation_b2" ><hi rend="CharOverride-1">le arti d’ogni specie, </hi></p><p rend="quotations_quotation_b2" ><hi rend="CharOverride-1">ogni piacevolezza,</hi></p><p rend="quotations_quotation_b2" ><hi rend="CharOverride-1">il </hi><hi rend="CharOverride-1">decoro, il gusto, gli ornamenti:</hi></p><p rend="quotations_quotation_b2" ><hi rend="CharOverride-1">il gentiluomo si nutre di tali</hi><hi rend="CharOverride-1"> sentimenti (Voltaire 2006, 58-9).</hi></p><p rend="h2" ><hi>3. Gli apologisti del</hi><hi> lusso</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Alla morte di Luigi XIV, le condizioni socio-politico-economico-culturali </hi><hi rend="CharOverride-1">sono mature per una estensione della polemica sul lusso oltre </hi><hi rend="CharOverride-1">l’ambito religioso e morale. Ne fa fede l’interesse riservato ad</hi><hi rend="CharOverride-1"> un libello satirico, dal titolo </hi><hi rend="italic CharOverride-1">L’alveare scontento, ovvero, i furfanti</hi><hi rend="italic CharOverride-1"> diventati onesti</hi><hi rend="CharOverride-1"> (</hi><hi rend="italic CharOverride-1">The Grumbling Hive; or, Knaves Turn’d Honest</hi><hi rend="CharOverride-1">)</hi><hi rend="CharOverride-1"> uscito nel 1705 ad opera di Bernard de Mandeville (1670-1733)</hi><hi rend="CharOverride-1">. L’opuscolo ripubblicato, con l’aggiunta di altri testi, nel 1714, </hi><hi rend="CharOverride-1">con il titolo </hi><hi rend="italic CharOverride-1">La favola delle api, ovvero Vizi privati, </hi><hi rend="italic CharOverride-1">benefici pubblici, </hi><hi rend="CharOverride-1">diventerà rapidamente il testo per eccellenza utilizzato da </hi><hi rend="CharOverride-1">coloro che si occupano del lusso e della ricchezza. </hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">La </hi><hi rend="CharOverride-1">tesi ivi sostenuta si pone fuori di quello che oggi </hi><hi rend="CharOverride-1">si definisce </hi><hi rend="italic CharOverride-1">mainstream</hi><hi rend="CharOverride-1">. Si dimostra l’insussistenza delle preoccupazioni dei </hi><hi rend="CharOverride-1">contemporanei dell’autore e si capovolgono i principi della morale cristiana</hi><hi rend="CharOverride-1"> e di un sano civismo. La società umana, afferma </hi><hi rend="CharOverride-1">Mandeville, non solo non si regge, come sostengono i moralisti </hi><hi rend="CharOverride-1">tradizionalisti, sulla virtù, ma, paradossalmente, insiste e prospera grazie </hi><hi rend="CharOverride-1">alla corruzione e al vizio. E per dare forza alla </hi><hi rend="CharOverride-1">sua posizione, descrive in modo realistico i comportamenti umani della</hi><hi rend="CharOverride-1"> nuova società mercantile ricorrendo alla metafora dell’alveare, considerato «nel </hi><hi rend="CharOverride-1">lusso e nell’agio», vale a dire in un momento di </hi><hi rend="CharOverride-1">massima floridezza. Il quadro tracciato è caratterizzato da un’attività lavorativa </hi><hi rend="CharOverride-1">prodigiosa, anche se non tutti sono impegnati allo stesso mod</hi><hi rend="CharOverride-1">o. Mandeville riproduce realisticamente le storture, le ingiustizie, le sopraffazioni </hi><hi rend="CharOverride-1">di cui gli uomini sono capaci quando si rapportano tra </hi><hi rend="CharOverride-1">di loro. Eppure:</hi></p><p rend="quotation_b" ><hi rend="CharOverride-1">Questa comunità, analizzata nelle diverse presenze individuali, </hi><hi rend="CharOverride-1">appare viziata e corrotta, ma considerata nella sua totalità ‘era </hi><hi rend="CharOverride-1">un paradiso’, perché la virtù aveva stretto amicizia con il </hi><hi rend="CharOverride-1">vizio; e anche il peggiore dell’intera moltitudine faceva qualcosa per </hi><hi rend="CharOverride-1">il bene comune. Le parti direttamente opposte si aiutavano a </hi><hi rend="CharOverride-1">vicenda, come per dispetto e la temperanza e la sobrietà </hi><hi rend="CharOverride-1">servivano l’ubriachezza e la ghiottoneria. La radice del male, l’avarizia,</hi><hi rend="CharOverride-1"> vizio dannato, meschino, pernicioso, era schiava della prodigalità, il nobile</hi><hi rend="CharOverride-1"> peccato; mentre il lusso dava lavoro ad un milione di</hi><hi rend="CharOverride-1"> poveri, e l’odioso orgoglio, ad un altro milione (Mandeville</hi><hi rend="CharOverride-1"> 1987, 10).</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Tutto procede per il meglio fino a</hi><hi rend="CharOverride-1"> quando l’alveare inizia ad invocare una vita virtuosa, a </hi><hi rend="CharOverride-1">pretendere stoltamente il massimo dei benefici, senza mettere nel conto</hi><hi rend="CharOverride-1"> alcun prezzo. Ma «man mano che orgoglio e lusso </hi><hi rend="CharOverride-1">diminuiscono […] tutti i mestieri e le arti sono trascurati»</hi><hi rend="CharOverride-1"> (Mandeville 1987, 10) e l’alveare entra in difficoltà.</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Questo</hi><hi rend="CharOverride-1"> testo, dal contenuto indubbiamente provocatorio, a detta del suo autore</hi><hi rend="CharOverride-1"> fu però frainteso. Gli si attribuì, infatti, un intento che</hi><hi rend="CharOverride-1"> non aveva e cioè, che «lo scopo di esso fosse</hi><hi rend="CharOverride-1"> una satira della virtù e della moralità, e che fosse</hi><hi rend="CharOverride-1"> interamente scritta per incoraggiare il vizio» (Mandeville 1987, 3</hi><hi rend="CharOverride-1">). In realtà l’intento del poemetto era proprio agli antipodi:</hi><hi rend="CharOverride-1"> dimostrare che la società non può reggersi sulla virtù morale,</hi><hi rend="CharOverride-1"> e non perché questa non sia importante, ma perché gli</hi><hi rend="CharOverride-1"> uomini sono incapaci di dominare le loro passioni. Inoltre, </hi><hi rend="CharOverride-1">se anche una società virtuosa fosse possibile, non sarebbe quella</hi><hi rend="CharOverride-1"> che essi desidererebbero, perché essa comporterebbe troppo rinunce. Ed </hi><hi rend="CharOverride-1">allora, anziché immaginare e prefigurare mondi impossibili, è preferibile considerare </hi><hi rend="CharOverride-1">realisticamente i comportamenti umani e cercare di vedere in che </hi><hi rend="CharOverride-1">modo le pulsioni possono essere convertite in moventi costruttivi e </hi><hi rend="CharOverride-1">benefici. In tal modo, le preoccupazioni etiche sollevate dai profondi</hi><hi rend="CharOverride-1"> cambiamenti provocati dallo sviluppo dei mercati, delle arti e delle</hi><hi rend="CharOverride-1"> manifatture sono facilmente riportate alle loro giuste proporzioni (Cegolon 2020).</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">La </hi><hi rend="CharOverride-1">scoperta fondamentale di Mandeville (Dumont 1984; Spector 2006), </hi><hi rend="CharOverride-1">è aver argomentato su un paradosso evidente: benessere pubblico e </hi><hi rend="CharOverride-1">moralità viaggiano su due binari separati. Ciò che appare moralmente </hi><hi rend="CharOverride-1">ineccepibile sul piano individuale può avere effetti negativi su quello </hi><hi rend="CharOverride-1">pubblico e ciò che appare riprovevole sul piano privato può </hi><hi rend="CharOverride-1">avere un effetto benefico dal punto di vista sociale. Per </hi><hi rend="CharOverride-1">impegnarsi, l’uomo deve essere stimolato nei suoi desideri, scrollarsi di</hi><hi rend="CharOverride-1"> dosso il suo comodo torpore. Solo all’interno di una </hi><hi rend="CharOverride-1">grande società, nata «dai bisogni, dalle imperfezioni e dalla </hi><hi rend="CharOverride-1">diversità degli appetiti umani» (Mandeville 1974,</hi><hi rend="italic CharOverride-1"> </hi><hi rend="CharOverride-1">247), i</hi><hi rend="CharOverride-1"> desideri si accrescono e diventano stimoli per l’espansione di attività</hi><hi rend="CharOverride-1"> e condizione per le migliori realizzazioni sul piano economico e</hi><hi rend="CharOverride-1"> culturale. In conclusione: «senza vizi la superiorità della specie </hi><hi rend="CharOverride-1">umana non si sarebbe mai manifestata» (Mandeville 1974, 237).</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Le</hi><hi rend="CharOverride-1"> tesi di Mandeville vengono riprese da Jean François Melon</hi><hi rend="CharOverride-1"> (1675-1738) nel suo</hi><hi rend="italic CharOverride-1"> Essai politique sur le commerce </hi><hi rend="CharOverride-1">del </hi><hi rend="CharOverride-1">1734 in cui difende il lusso come «nuovo movente al</hi><hi rend="CharOverride-1"> lavoro […] conseguenza necessaria di una società pervenuta a un</hi><hi rend="CharOverride-1"> alto grado di civiltà […], distruttore della pigrizia e</hi><hi rend="CharOverride-1"> dell’ozio» (Borghero 1974). Considerata la precarietà e</hi><hi rend="CharOverride-1"> la relatività del lusso, Melon propone addirittura di eliminarlo </hi><hi rend="CharOverride-1">dal vocabolario, in quanto </hi></p><p rend="quotation_b" ><hi rend="CharOverride-1">il termine </hi><hi rend="italic CharOverride-1">lusso</hi><hi rend="CharOverride-1"> è un vano </hi><hi rend="CharOverride-1">nome che bisogna bandire da tutte le operazioni della politica</hi><hi rend="CharOverride-1"> e del commercio, perché esso suscita solo idee vaghe, </hi><hi rend="CharOverride-1">confuse, false, il cui abuso può arrestare l’operosità alla</hi><hi rend="CharOverride-1"> sua stessa fonte» (Borghero 1974).</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Il lusso, infatti,</hi><hi rend="CharOverride-1"> osserva a sua volta Montesquieu (1689-1755),</hi></p><p rend="quotation_b" ><hi rend="CharOverride-1">è sempre in </hi><hi rend="CharOverride-1">proporzione con l’ineguaglianza delle fortune. Se in uno stato sono </hi><hi rend="CharOverride-1">ripartite in maniera eguale, non vi sarà lusso, perché esso </hi><hi rend="CharOverride-1">non è fondato se non sulle comodità che ci si </hi><hi rend="CharOverride-1">procura attraverso il lavoro degli altri […]. Il lusso è</hi><hi rend="CharOverride-1"> anche in proporzione con la grandezza delle città e soprattutto</hi><hi rend="CharOverride-1"> della capitale […]. Quanti più uomini stanno insieme, </hi><hi rend="CharOverride-1">tanto più essi sono vani e sentono nascere in se </hi><hi rend="CharOverride-1">stessi il desiderio di distinguersi con piccole cose. Se essi</hi><hi rend="CharOverride-1"> sono in numero così grande da essere per la maggior</hi><hi rend="CharOverride-1"> parte sconosciuti gli uni agli altri, il desiderio di distinguersi</hi><hi rend="CharOverride-1"> raddoppia, perché vi è più speranza di riuscire (Borghero </hi><hi rend="CharOverride-1">1974, 37).</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Pur muovendo dalle stesse considerazioni Rousseau (1712-1778) arriva</hi><hi rend="CharOverride-1"> a conclusioni opposte. Il filosofo ginevrino anticipa, per certi</hi><hi rend="CharOverride-1"> aspetti, la contemporanea critica al PIL come indicatore del</hi><hi rend="CharOverride-1"> benessere di una nazione e contesta che la felicità </hi><hi rend="CharOverride-1">e la prosperità di un popolo siano rilevabile laddove «</hi><hi rend="CharOverride-1">tutte le arti sono coltivate […], il commercio è più</hi><hi rend="CharOverride-1"> fiorente […] e vi è più denaro» (Rousseau 1971</hi><hi rend="CharOverride-1">, 271). «Il commercio e le arti – </hi><hi rend="CharOverride-1">osserva Rousseau – provvedono ad alcuni bisogni immaginari e introducono </hi><hi rend="CharOverride-1">un numero ben più rilevante di bisogni reali» (Rousseau </hi><hi rend="CharOverride-1">1971, 272). «Il gusto del fasto non si asso</hi><hi rend="CharOverride-1">cia nelle stesse anime con quello dell’onestà» (Rousseau 1971,</hi><hi rend="CharOverride-1"> 18). Il denaro, inoltre «non è indice di</hi><hi rend="CharOverride-1"> vera ricchezza», e «neanche l’unione di tutte queste </hi><hi rend="CharOverride-1">cose non è una prova di felicità» (Rousseau 1971</hi><hi rend="CharOverride-1">, 275-76). Con presupposti così discutibili, stante </hi><hi rend="CharOverride-1">il potere corruttivo del lusso, il paradosso di Mandeville a </hi><hi rend="CharOverride-1">Rousseau appare inaccettabile. Sensibile alle tesi fisiocratiche (Luthy 1971), alla</hi><hi rend="CharOverride-1"> società opulenta prefigurata dal medico olandese egli contrappone quella frugale</hi><hi rend="CharOverride-1"> di Clarens descritta nella </hi><hi rend="italic CharOverride-1">Nuova Eloisa </hi><hi rend="CharOverride-1">(Rousseau 1996; </hi><hi rend="CharOverride-1">Cegolon 2012) dove non c’è commercio, non circola denaro, si</hi><hi rend="CharOverride-1"> lavora la terra e il rapporto tra virtù morale e</hi><hi rend="CharOverride-1"> virtù civica è diretto, lineare, quasi sovrapponibile. In condizioni essenziali</hi><hi rend="CharOverride-1"> di vita, lontani dagli agi della città, gli uomini riescono</hi><hi rend="CharOverride-1"> a mantenere un equilibrio tra bisogni e risorse, a non</hi><hi rend="CharOverride-1"> desiderare il superfluo, a tenere a bada le passioni che</hi><hi rend="CharOverride-1"> alimentano la contrapposizione e il conflitto. Il prezzo da pagare</hi><hi rend="CharOverride-1"> è però elevato: pochi consumi, niente moneta, solo scambio e</hi><hi rend="CharOverride-1"> baratto, staticità sociale, mancanza di sviluppo, chiusura alle scienze e</hi><hi rend="CharOverride-1"> alle arti. In questo «agio indolente» e in questa «stupida</hi><hi rend="CharOverride-1"> innocenza» non si devono temere grandi vizi. Ma – aggiunge Mandeville</hi><hi rend="CharOverride-1"> – neppure «virtù notevoli» (Mandeville 1987, 122).</hi></p><p rend="h2" ><hi>4. </hi><hi>Gli economisti italiani </hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Un contributo interessante al dibattito sul lusso </hi><hi rend="CharOverride-1">va riconosciuto agli economisti italiani del ’700 (Perrotta 1982, </hi><hi rend="CharOverride-1">171-188; Wahnbaeck 2004; Alimento 2009). La riflessione sul lusso,</hi><hi rend="CharOverride-1"> oramai propagatasi a livello europeo, aveva contagiato anche intellettuali</hi><hi rend="CharOverride-1"> italiani, partenopei, prima della rottura provocata dal triennio giacobino </hi><hi rend="CharOverride-1">(1796-1799). Sensibili all’emergere delle nuove dinamiche sociali promosse dall’accumulo </hi><hi rend="CharOverride-1">e dalla esibizione della ricchezza, essi si inseriscono nel </hi><hi rend="CharOverride-1">dibattito in corso affermando un punto di vista nuovo. Tra</hi><hi rend="CharOverride-1"> i censori del lusso e gli apologisti del lusso individuano</hi><hi rend="CharOverride-1"> una possibile mediazione assumendo il punto di vista dell’economia </hi><hi rend="CharOverride-1">politica. In tal modo, tra l’ottica etico-sociale dei primi </hi><hi rend="CharOverride-1">e quella socio-politica dei secondi, essi rilevano una possibile </hi><hi rend="CharOverride-1">convergenza tra lusso, consumo e benessere in virtù di </hi><hi rend="CharOverride-1">un allargamento della domanda (Carnino 2014). Visto da questa </hi><hi rend="CharOverride-1">prospettiva, il lusso subisce una rielaborazione nella direzione dell’economia </hi><hi rend="CharOverride-1">civile propria della scuola napoletana. Già Antonio Muratori (1672-1750), considera</hi><hi rend="CharOverride-1"> realisticamente il lusso una conseguenza «quasi indispensabile» di </hi><hi rend="CharOverride-1">una passione umana come il possesso. Infatti «il lusso</hi><hi rend="CharOverride-1"> è un ladro, ma un ladro favorito o almeno </hi><hi rend="CharOverride-1">tollerato» (Muratori 1749, 267). Il lusso, infatti, «come </hi><hi rend="CharOverride-1">tante cose del mondo, ha due facce diverse, composte </hi><hi rend="CharOverride-1">di bene e di male […], ha il suo diritto</hi><hi rend="CharOverride-1"> e il suo rovescio» (Muratori 1749, 271). Melon, ad</hi><hi rend="CharOverride-1"> esempio, osserva Muratori, considera il lusso un fattore di </hi><hi rend="CharOverride-1">civiltà perché sviluppa il commercio, le arti e fa circolare</hi><hi rend="CharOverride-1"> la ricchezza dal ricco al povero. Il che non </hi><hi rend="CharOverride-1">significa ignorare che il lusso resti un fattore di emulazione</hi><hi rend="CharOverride-1"> e fomenti la superbia. Ma condannarlo sarebbe inutile, </hi><hi rend="CharOverride-1">se le leggi suntuarie, per la loro repentina inosservanza, sono </hi><hi rend="CharOverride-1">chiamate leggi «dei quattro giorni» (Muratori 1749, 281). </hi><hi rend="CharOverride-1">Tanto vale accettare l’ambiguità del lusso e vedere, invece, nell’impiego</hi><hi rend="CharOverride-1"> del superfluo un vantaggio per la Repubblica. La naturale </hi><hi rend="CharOverride-1">disposizione del ricco a concedersi comodità e cose sontuose, </hi><hi rend="CharOverride-1">alla fine, è da preferire all’avarizia, in quanto è indice</hi><hi rend="CharOverride-1"> di magnificenza «che – sottolinea Muratori – entra nel </hi><hi rend="CharOverride-1">novero delle virtù civili» (Muratori 1749). Ancora più </hi><hi rend="CharOverride-1">esplicita l’interpretazione di Antonio Genovesi (1713-1769). Rispetto a Mandeville, </hi><hi rend="CharOverride-1">che sembra aver fatto «l’apologia di tutti i vizi» </hi><hi rend="CharOverride-1">(Genovesi 2013, 100), a Rousseau che pare aver </hi><hi rend="CharOverride-1">combattuto «la politezza e umanità dei popoli europei» (</hi><hi rend="CharOverride-1">Genovesi 2013, 100) il lusso può essere visto in due</hi><hi rend="CharOverride-1"> modi: dal punto di vista etico o dal punto di</hi><hi rend="CharOverride-1"> vista politico, domandandosi; nel primo caso, se gli uomini </hi><hi rend="CharOverride-1">sono più felici; nel secondo, se lo Stato diventi più</hi><hi rend="CharOverride-1"> ricco. Ferma restando l’impossibilità di annullare «l’incominciato corso del</hi><hi rend="CharOverride-1"> genere umano» (Genovesi 2013, 102), bisogna chiedersi, </hi><hi rend="CharOverride-1">realisticamente, quale sia la felicità per «l’uomo com’è dove </hi><hi rend="CharOverride-1">non si può aver(lo) migliore» (Genovesi 2013, 102). </hi><hi rend="CharOverride-1">Di conseguenza il lusso, onde evitare conseguenze peggiori, non va </hi><hi rend="CharOverride-1">combattuto ma regolato, se non moralmente, almeno economicamente. Con </hi><hi rend="CharOverride-1">l’aiuto di buone leggi, il lusso può giovare non </hi><hi rend="CharOverride-1">solo alla «grandezza, potenza, ricchezza di una nazione, ma</hi><hi rend="CharOverride-1"> anche alla sua umanità e virtù» (Genovesi 2013, 102</hi><hi rend="CharOverride-1">). </hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Ma per intendersi su tale questione, bisogna approfondire la</hi><hi rend="CharOverride-1"> natura del lusso. Nessuna parola appare più vaga ed oscura;</hi><hi rend="CharOverride-1"> nessuna definizione la più contestata.</hi></p><p rend="quotation_b" ><hi rend="CharOverride-1">Tutti hanno dato alla</hi><hi rend="CharOverride-1"> parola lusso tante e sì diverse nozioni, e riguardatala </hi><hi rend="CharOverride-1">per tanti e sì diversi aspetti che pare che non </hi><hi rend="CharOverride-1">se ne possa rinvenire il bandolo. Quel che è lusso</hi><hi rend="CharOverride-1"> per alcuni non è per altri, e anzi ciò </hi><hi rend="CharOverride-1">che per alcuni è detto lusso, per altri chiamasi </hi><hi rend="CharOverride-1">[…] sordidezza (Genovesi 2013, 103).</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">In genere il lusso,</hi><hi rend="CharOverride-1"> definito «spendere soverchiamente, più di quel che basta» (</hi><hi rend="CharOverride-1">Genovesi 2013, 103), resta una nozione vaga per tre </hi><hi rend="CharOverride-1">ragioni:</hi></p><list type="unordered">
				<item><hi rend="CharOverride-1">la mancanza di un limite a ciò che basta; </hi></item>
				<item><hi rend="CharOverride-1">la sua confusione con prodigalità, intemperanza, stoltezza; </hi></item>
				<item><hi rend="CharOverride-1">la discutibilità</hi><hi rend="CharOverride-1"> del concetto di soverchio, dal momento che gli uomini si</hi><hi rend="CharOverride-1"> limitano a godere delle proprie fatiche.</hi></item>
			</list><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Anche quando viene considerato </hi><hi rend="CharOverride-1">sinonimo di «soverchia morbidezza, delicatezza, raffinamento» (Genovesi 2013, </hi><hi rend="CharOverride-1">103), il lusso resta un concetto relativo che è </hi><hi rend="CharOverride-1">impossibile definire. Il lusso, precisa Genovesi, è «una finezza </hi><hi rend="CharOverride-1">di vivere, per ambizione di distinguersi» (Genovesi 2013, </hi><hi rend="CharOverride-1">107), nel quale agiscono tre fattori dinamici: </hi></p><list type="unordered">
				<item><hi rend="CharOverride-1">il </hi><hi rend="CharOverride-1">‘principio motore’ ossia la motivazione innata in ciascuno a </hi><hi rend="CharOverride-1">distinguersi; </hi></item>
				<item><hi rend="CharOverride-1">l’occasione provocata dalle differenze sociali; </hi></item>
				<item><hi rend="CharOverride-1">lo strumento che </hi><hi rend="CharOverride-1">sono le ricchezze. </hi></item>
			</list><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">In conclusione, per Genovesi il lusso moderato</hi><hi rend="CharOverride-1"> è utilissimo: sotto l’aspetto politico accresce il consumo, il </hi><hi rend="CharOverride-1">lavoro, diffonde e moltiplica il denaro, risveglia gli ingegni; </hi><hi rend="CharOverride-1">sotto l’aspetto morale, ingentilisce i costumi, promuove umanità, liberalità, </hi><hi rend="CharOverride-1">una più ampia socialità, la conversazione, uno spirito gaio e</hi><hi rend="CharOverride-1"> brillante, infine le scienze e le belle arti sono avvantaggiate</hi><hi rend="CharOverride-1"> (Genovesi 2013, 111-12). Per quanto riguarda i</hi><hi rend="CharOverride-1"> mali provocati dal lusso, Genovesi confessa il suo scetticismo, </hi><hi rend="CharOverride-1">essendo propenso ad attribuirli «al naturale impasto della natura </hi><hi rend="CharOverride-1">umana» (Genovesi 2013, 116) rispetto al quale il lusso</hi><hi rend="CharOverride-1"> è un effetto piuttosto che una causa. </hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Sul concetto di</hi><hi rend="CharOverride-1"> lusso, si misura anche l’economista Ferdinando Galiani (1728-1787), cui </hi><hi rend="CharOverride-1">si deve una sintesi suggestiva: </hi></p><p rend="quotations_quotation_b1" ><hi rend="CharOverride-1">si dice che sia dannoso</hi><hi rend="CharOverride-1"> a tutti, lo vietano i maestri del costume; lo deplorano</hi><hi rend="CharOverride-1"> gli storici, e più anche gli oratori, e i poeti;</hi><hi rend="CharOverride-1"> lo deridono i comici, l’odiano le leggi, si riprende nelle</hi><hi rend="CharOverride-1"> private conversazioni e intanto n’è pieno il mondo; tutte</hi><hi rend="CharOverride-1"> le nazioni e tutti i secoli, fuorché i barbari </hi><hi rend="CharOverride-1">e i ferini, lo hanno avuto; né alcuno sa, </hi><hi rend="CharOverride-1">né alcuno s’arrischia a dire che cosa il lusso propriamente </hi><hi rend="CharOverride-1">sia. Così questo spettro, che tale conviene si dica, erra</hi><hi rend="CharOverride-1"> d’intorno a noi, ma mai nel suo vero aspetto </hi><hi rend="CharOverride-1">veduto né mai efficacemente, o forse, non mai di vero</hi><hi rend="CharOverride-1"> cuore percosso. Ma chiunque egli sia, certo è figliolo</hi><hi rend="CharOverride-1"> della pace, del buon governo e della perfezione delle </hi><hi rend="CharOverride-1">arti utili alla società: fratello perciò della terrena felicità, perché</hi><hi rend="CharOverride-1"> il lusso altro essere non può che l’introduzione di questi</hi><hi rend="CharOverride-1"> misteri e lo spaccio di quelle merci che sono di</hi><hi rend="CharOverride-1"> piacere, non di bisogno assoluto (Galiani 1780, 288).</hi></p><p rend="h2" ><hi>5. Conclusione</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">In conclusione, gli economisti italiani con la loro valorizzazione del</hi><hi rend="CharOverride-1"> lusso in rapporto ai consumi e al benessere si </hi><hi rend="CharOverride-1">collocano in prossimità dell’interpretazione di Sombart (1863-1941), che può</hi><hi rend="CharOverride-1"> essere considerata il punto di arrivo della polemica sul lus</hi><hi rend="CharOverride-1">so. Con l’estensione del lusso a cerchie sempre più ampie,</hi><hi rend="CharOverride-1"> la trasformazione dei patrimoni nobiliari in ricchezza borghese, la tendenza</hi><hi rend="CharOverride-1"> dei nuovi ricchi ad assumere uno stile di vita sontu</hi><hi rend="CharOverride-1">oso come mezzo di distinzione si determina quella che Sombart </hi><hi rend="CharOverride-1">definisce l’oggettivazione del lusso, un fenomeno «di importanza fondamentale </hi><hi rend="CharOverride-1">per lo sviluppo capitalistico» (Sombart 2020, 125). </hi><hi rend="CharOverride-1">In altri termini, non l’ampliamento dei mercati tramite lo sfruttamento </hi><hi rend="CharOverride-1">delle colonie, ma «il lusso diede un contributo decisivo allo</hi><hi rend="CharOverride-1"> sviluppo capitalistico» (Sombart 2003, 63), dal momento</hi><hi rend="CharOverride-1"> che nella prima fase capitalistica gran parte delle industrie erano</hi><hi rend="CharOverride-1"> addette alla produzione di beni di lusso. La posizione di</hi><hi rend="CharOverride-1"> Sombart, per gli interrogativi storicamente sollevati, merita un discorso </hi><hi rend="CharOverride-1">tutto a parte. Qui ci limitiamo a segnalare un rinato</hi><hi rend="CharOverride-1"> interesse nei confronti delle tesi di questo economista, nel</hi><hi rend="CharOverride-1"> momento in cui il tardo capitalismo contemporaneo, basato sul </hi><hi rend="CharOverride-1">consumo, attribuisce credito alla tesi del lusso generatore del sistema</hi><hi rend="CharOverride-1"> capitalistico, come sostenuto dall’economista prussiano.</hi></p><p rend="h2" ><hi>Riferimenti bibliografici</hi></p><p rend="bib_indx_bib" ><hi rend="CharOverride-1">Alimento, Antonella. 2009. </hi><hi rend="italic CharOverride-1">Modelli d’oltre confine. Prospettive economiche e sociali negli antichi stati </hi><hi rend="italic CharOverride-1">italiani</hi><hi rend="CharOverride-1">. 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