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        <title type="main" level="a">La rivoluzione del lavoro moderno</title>
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            <forename>Francesco</forename>
            <surname>Seghezzi</surname>
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          <resp>This is a section of <title>Idee di lavoro e di ozio per la nostra civiltà</title>(DOI: <idno type="DOI">10.36253/979-12-215-0319-7</idno>) by </resp>
          <name>Giovanni Mari, Francesco Ammannati, Brogi Stefano, Tiziana Faitini, Arianna Fermani, Francesco Seghezzi, Annalisa Tonarelli</name>
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        <publisher>Firenze University Press</publisher>
        <pubPlace>Florence</pubPlace>
        <date when="2024">2024</date>
        <idno type="DOI">https://doi.org/10.36253/979-12-215-0319-7.67</idno>
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          <p>Available for academic research purposes</p>
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          <p>Copyright Author(s)</p>
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        <p>This is original content, published for academic research purposes</p>
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        <p>The chapter introduces the section of the volume that deals with the historical period from the first beginnins of the industrial revolution to its most mature phase (Fordism) up to just before its crisis. It analyses the various aspects of it, starting with the emergence of the social question and the new role that work began to have at the rise of industrial capitalism. It is then illustrated how it is possible to speak, from the point of view of labour, of a Fordist compromise starting from the first decades of the 20th century. Other aspects concern the relationship between psychology and work, but also the beginning of important reflections on the meaning of work itself, in its relationship with fatigue but also with redemption. The contribution addresses how the relationship between work and idleness evolved in the context of the early 20th century.</p>
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            <item>Capitalism</item>
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      <p>It is available online at https://doi.org/10.36253/979-12-215-0319-7.67<ref target="https://doi.org/10.36253/979-12-215-0319-7.67" /></p>
      
      <p rend="h1_section">Introduzione</p><p rend="h1_chapter">La rivoluzione del lavoro moderno</p><p rend="h1_author ParaOverride-1" ><hi rend="CharOverride-1">Francesco Seghezzi</hi></p><p rend="h2" ><hi>1. Lavoro e capitalismo industriale</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Questa sezione si inserisce all’interno di un periodo</hi><hi rend="CharOverride-1"> storico caratterizzato da profondi cambiamenti riguardanti, direttamente o indirettamente, </hi><hi rend="CharOverride-1">il tema del lavoro. In particolare ne sviluppa alcuni aspetti </hi><hi rend="CharOverride-1">all’interno di un arco temporale che va dai primi</hi><hi rend="CharOverride-1"> segnali della rivoluzione industriale fino alla sua fase più matura</hi><hi rend="CharOverride-1"> (il fordismo) per fermarsi appena prima della sua crisi, che</hi><hi rend="CharOverride-1"> verrà poi analizzata nella sezione che segue. Tale periodizzazione ci</hi><hi rend="CharOverride-1"> pare racchiudere una fase storica che ha, pur in una</hi><hi rend="CharOverride-1"> sua evoluzione, elementi comuni che si susseguono quasi in un</hi><hi rend="CharOverride-1"> climax ascendente, culminante con la diffusione generalizzata nei paesi occidentali</hi><hi rend="CharOverride-1"> del ford-taylorismo (nei primi anni del secondo dopoguerra) come espressione</hi><hi rend="CharOverride-1"> matura del capitalismo industriale nato con la Rivoluzione industriale dell</hi><hi rend="CharOverride-1">’Ottocento e che inizia a declinare nei primi anni Settanta,</hi><hi rend="CharOverride-1"> quando questo modello entra in crisi sia per ragioni macro-economiche,</hi><hi rend="CharOverride-1"> sia per il declino di alcuni dei suoi attori principali,</hi><hi rend="CharOverride-1"> sia per l’affermarsi di nuovi paradigmi antropologici. </hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Non sembra</hi><hi rend="CharOverride-1"> azzardato affermare che molti degli elementi che caratterizzano il lavoro</hi><hi rend="CharOverride-1"> così come viene tematizzato, analizzato e criticato oggi siano eredità</hi><hi rend="CharOverride-1"> della fase storica che ha preso il nome di ‘</hi><hi rend="CharOverride-1">rivoluzione industriale’. Il riferimento, però, non è soltanto </hi><hi rend="CharOverride-1">ad un insieme di innovazioni tecnologiche che hanno consentito di </hi><hi rend="CharOverride-1">introdurre processi produttivi tipici di quella che è ben presto </hi><hi rend="CharOverride-1">diventata l’industria moderna. Ma anche e soprattutto ad una </hi><hi rend="CharOverride-1">evoluzione della concezione dei rapporti economici e del ruolo del </hi><hi rend="CharOverride-1">lavoro all’interno di essi e della società, che ne</hi><hi rend="CharOverride-1"> ha ben presto cambiato i connotati e che consente di</hi><hi rend="CharOverride-1"> individuare, a partire da essi, un inizio di quella che</hi><hi rend="CharOverride-1"> possiamo definire la </hi><hi rend="italic CharOverride-1">società industriale</hi><hi rend="CharOverride-1">. Obiettivo di questa sezione</hi><hi rend="CharOverride-1"> è fornire le principali coordinate di questa nuova società, a</hi><hi rend="CharOverride-1"> partire dall’analisi del pensiero di chi per primo ne</hi><hi rend="CharOverride-1"> ha colto gli albori, per poi approfondirne alcuni aspetti </hi><hi rend="CharOverride-1">specifici, all’interno di un percorso che consente anche di</hi><hi rend="CharOverride-1"> coglierne l’evoluzione e la varietà di stimoli per l</hi><hi rend="CharOverride-1">’analisi del pensiero del lavoro. Indicativamente, il periodo di</hi><hi rend="CharOverride-1"> cui parliamo prende il via nel 1776, anno di pubblicazione</hi><hi rend="CharOverride-1"> de </hi><hi rend="italic CharOverride-1">La ricchezza delle nazioni </hi><hi rend="CharOverride-1">di Adam Smith (1723-1790) (si</hi><hi rend="CharOverride-1"> veda Eugenio Lecaldano, “Il lavoro nella ‘società commerciale’ </hi><hi rend="CharOverride-1">secondo David Hume e Adam Smith”) che segna il </hi><hi rend="CharOverride-1">contributo più strutturato di quella che verrà conosciuta come </hi><hi rend="italic CharOverride-1">economia </hi><hi rend="italic CharOverride-1">politica</hi><hi rend="CharOverride-1">. Una filosofia dell’economia e della società che ha</hi><hi rend="CharOverride-1"> la sua genesi nell’affermarsi del liberalismo in Inghilterra e</hi><hi rend="CharOverride-1"> che passa per il superamento, non senza criticità, del sistema</hi><hi rend="CharOverride-1"> delle corporazioni. È probabilmente quella di Karl Polanyi, quasi due</hi><hi rend="CharOverride-1"> secoli dopo, l’analisi più acuta delle implicazioni di questa</hi><hi rend="CharOverride-1"> fase storica sull’idea di lavoro. Il pensatore ungherese,</hi><hi rend="CharOverride-1"> infatti, richiama il presupposto centrale della descrizione dei fenomeni </hi><hi rend="CharOverride-1">economici all’interno delle società secondo l’economia politica del </hi><hi rend="CharOverride-1">diciottesimo e diciannovesimo secolo: esiste un mercato in natura e </hi><hi rend="CharOverride-1">che esso sia autoregolato. Questa idea però sarebbe figlia di </hi><hi rend="CharOverride-1">una visione antropologica, teorizzata sia da Smith prima sia da </hi><hi rend="CharOverride-1">David Ricardo (1772-1823) poi, che, partendo dalla focalizzazione sull’individuo </hi><hi rend="CharOverride-1">propria dell’illuminismo, vede questo mosso a rispondere ai propri </hi><hi rend="CharOverride-1">bisogni e interessi individuali, che lo portano ‘naturalmente’ a </hi><hi rend="CharOverride-1">crescere a prosperare (una visione che verrà criticata poi, tra </hi><hi rend="CharOverride-1">gli altri, da John Maynard Keynes (1883-1946), si veda Anna</hi><hi rend="CharOverride-1"> Carabelli,</hi><hi rend="italic CharOverride-1"> </hi><hi rend="CharOverride-1">“Oltre all’utilitarismo. La critica di Keynes dell</hi><hi rend="CharOverride-1">’uomo economico benthamiano”). E così il suo habitat </hi><hi rend="CharOverride-1">naturale è un mercato nel quale tutti i fattori della </hi><hi rend="CharOverride-1">produzione di valore e di ricchezza vengono considerati una merce, </hi><hi rend="CharOverride-1">compreso il lavoro, che smetterebbe quindi di essere «un </hi><hi rend="CharOverride-1">altro nome per un’attività umana che si accompagna alla </hi><hi rend="CharOverride-1">vita stessa la quale a sua volta non è prodotta </hi><hi rend="CharOverride-1">per essere venduta ma per ragioni del tutto diverse» (Polanyi</hi><hi rend="CharOverride-1"> 1974, 131) ma una merce come tutte le altre. L</hi><hi rend="CharOverride-1">’economia di mercato apre quindi spazio al concetto stesso di</hi><hi rend="CharOverride-1"> mercato del lavoro, come luogo dell’incontro tra offerta di</hi><hi rend="CharOverride-1"> lavoro da parte degli esseri umani e domanda di lavoro</hi><hi rend="CharOverride-1"> da parte delle imprese. Il tutto in una società nella</hi><hi rend="CharOverride-1"> quale proprio l’affermarsi del liberalismo, e quindi il venir</hi><hi rend="CharOverride-1"> meno di logiche proprie dei sistemi di schiavitù e dipendenza</hi><hi rend="CharOverride-1"> feudale, insieme ai processi di forte inurbamento (a volte anche</hi><hi rend="CharOverride-1"> fortemente spinti dallo stato centrale, come nel caso degli </hi><hi rend="italic CharOverride-1">Enclosures</hi><hi rend="italic CharOverride-1"> Acts</hi><hi rend="CharOverride-1"> inglesi del XVIII secolo), facevano sì che il lavoro</hi><hi rend="CharOverride-1"> salariato diventasse la principale fonte di sussistenza della maggioranza dei</hi><hi rend="CharOverride-1"> cittadini. E proprio il passaggio allo </hi><hi rend="italic CharOverride-1">status</hi><hi rend="CharOverride-1"> di lavoratore, inteso</hi><hi rend="CharOverride-1"> come colui che presta, sotto l’egida di un contratto</hi><hi rend="CharOverride-1"> di lavoro, il proprio tempo e la propria energia (principalmente</hi><hi rend="CharOverride-1"> fisica, ai tempi) in cambio di una retribuzione, è forse</hi><hi rend="CharOverride-1"> l’elemento più dirompente di una concezione del lavoro che</hi><hi rend="CharOverride-1"> non è più stata abbandonata da allora. </hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Dal punto di</hi><hi rend="CharOverride-1"> vista antropologico, possiamo già ritrovare il fondamento dell’idea di</hi><hi rend="CharOverride-1"> contratto di lavoro nel pensiero di Locke, laddove il filosofo</hi><hi rend="CharOverride-1"> inglese identifica l’essere umano come colui che «possiede una</hi><hi rend="CharOverride-1"> proprietà nella sua stessa persona» (Locke 1982, 25). Inquadrato </hi><hi rend="CharOverride-1">nella teoria della proprietà, l’essere umano disporrebbe di se</hi><hi rend="CharOverride-1"> stesso al pari degli altri beni in proprio possesso. Tale</hi><hi rend="CharOverride-1"> bene ha la forma oggettiva del corpo e dell’intelletto</hi><hi rend="CharOverride-1"> umano, e può essere utilizzato per appropriarsi di altri beni,</hi><hi rend="CharOverride-1"> secondo la teoria della proprietà tramite lavoro, attraverso la propria</hi><hi rend="CharOverride-1"> azione modificatrice nei confronti della realtà. Questa concezione apre al</hi><hi rend="CharOverride-1"> fatto che il rapporto di lavoro possa verificarsi quando un</hi><hi rend="CharOverride-1"> individuo cede il proprio lavoro in cambio di un corrispettivo</hi><hi rend="CharOverride-1"> economico. Tutto ciò, prima ancora che tale rapporto venga </hi><hi rend="CharOverride-1">giuridicamente codificato in un contratto, descrive una dinamica che è </hi><hi rend="CharOverride-1">a fondamento del potenziale vincolo legale e ne è condizione </hi><hi rend="CharOverride-1">necessaria, quantunque non sufficiente. Il passaggio successivo, che porta a </hi><hi rend="CharOverride-1">una ulteriore cristallizzazione del concetto moderno di lavoro, è conseguente </hi><hi rend="CharOverride-1">all’evoluzione della tecnica, con la nascita della fabbrica moderna </hi><hi rend="CharOverride-1">e la necessità di avere forza-lavoro a disposizione quale strumento </hi><hi rend="CharOverride-1">operativo da inserire all’interno di processi non controllati (e </hi><hi rend="CharOverride-1">neanche conosciuti) dai lavoratori. Se prima l’artigiano era colui </hi><hi rend="CharOverride-1">che stabiliva con la tecnica professionale un rapporto diretto, auto-organizzandola,</hi><hi rend="CharOverride-1"> con il contratto di lavoro le prestazioni offerte vengono de-tecnicalizzate</hi><hi rend="CharOverride-1"> e sono quindi spogliate del contenuto che rendeva necessario il</hi><hi rend="CharOverride-1"> possesso, aprendo così lo spazio all’etero-organizzazione da parte del</hi><hi rend="CharOverride-1"> capitalista che detiene i mezzi di produzione (con tutte le</hi><hi rend="CharOverride-1"> conseguenze che osserverà Karl Marx (1818-1883). All’interno di</hi><hi rend="CharOverride-1"> certi limiti individuati dal contratto, che hanno lo scopo di</hi><hi rend="CharOverride-1"> tutelare il lavoratore da comportamenti scorretti e lesivi della sua</hi><hi rend="CharOverride-1"> persona, l’imprenditore è libero di disporre del lavoratore a</hi><hi rend="CharOverride-1"> lui subordinato come meglio crede all’interno dell’orario di</hi><hi rend="CharOverride-1"> lavoro, a seconda dell’organizzazione del lavoro che vuole programmare.</hi><hi rend="CharOverride-1"> Questo si aggiunge al vantaggio determinato dalla riduzione dei costi</hi><hi rend="CharOverride-1"> di transazione connessi all’elevato </hi><hi rend="italic CharOverride-1">turnover</hi><hi rend="CharOverride-1"> che viene a ridursi.</hi><hi rend="CharOverride-1"> Roland Coase (1910-2013) interpreta questa dinamica come la scelta da</hi><hi rend="CharOverride-1"> parte dell’imprenditore di costruire invece che di comprare. L</hi><hi rend="CharOverride-1">’acquisto continuo di forza lavoro, reso necessario dall’elevata frequenza</hi><hi rend="CharOverride-1"> di flussi di cessazioni e nuove assunzioni, costituirebbe un costo</hi><hi rend="CharOverride-1"> troppo elevato da sostenere, e diventa così necessario instaurare un</hi><hi rend="CharOverride-1"> rapporto duraturo con il lavoratore, e questo è possibile attraverso</hi><hi rend="CharOverride-1"> il contratto di lavoro. Wolfang Streeck ha descritto bene il</hi><hi rend="CharOverride-1"> passaggio da un </hi><hi rend="italic CharOverride-1">contract of work</hi><hi rend="CharOverride-1"> ad un </hi><hi rend="italic CharOverride-1">contract of</hi><hi rend="italic CharOverride-1"> employment</hi><hi rend="CharOverride-1"> come evoluzione che caratterizzerà poi i rapporti di lavoro</hi><hi rend="CharOverride-1"> nella fabbrica fordista. Il primo era caratterizzato da un orizzonte</hi><hi rend="CharOverride-1"> temporale che si esauriva nel compito per il quale il</hi><hi rend="CharOverride-1"> contratto era stipulato e aveva, quindi, sul fronte dell’</hi><hi rend="CharOverride-1">offerta, come oggetto principale competenze specifiche del lavoratore (spesso riducibili </hi><hi rend="CharOverride-1">alla disponibilità di forza fisica) da assoldare, in grado di </hi><hi rend="CharOverride-1">portare a termine il proprio compito. Nel </hi><hi rend="italic CharOverride-1">contract of work</hi><hi rend="CharOverride-1"> </hi><hi rend="CharOverride-1">quindi il rapporto, che risponde alle logiche di subordinazione sopra </hi><hi rend="CharOverride-1">indicate, termina con il compito svolto e il compenso pattuito </hi><hi rend="CharOverride-1">in origine per la durata temporale determinata. Il passaggio al </hi><hi rend="italic CharOverride-1">contract of employment</hi><hi rend="CharOverride-1"> implica l’acquisto non di una prestazione </hi><hi rend="CharOverride-1">specifica ma di quello che Marx ha definito «capacità di</hi><hi rend="CharOverride-1"> lavoro», ossia il lavoro del dipendente nella sua potenzialità</hi><hi rend="CharOverride-1"> di svolgere ogni compito a lui assegnato, se in grado</hi><hi rend="CharOverride-1"> di farlo. Nel </hi><hi rend="italic CharOverride-1">contract of employment</hi><hi rend="CharOverride-1"> quindi non viene promesso</hi><hi rend="CharOverride-1"> lo svolgimento di una particolare attività ma viene messa a</hi><hi rend="CharOverride-1"> disposizione la propria persona per attività lavorative in un determinato</hi><hi rend="CharOverride-1"> arco di tempo. Ed è anche la mancanza di una</hi><hi rend="CharOverride-1"> data specifica di fine del rapporto di lavoro a rendere</hi><hi rend="CharOverride-1"> necessario il contenuto del contratto, quale vincolo di cooperazione e</hi><hi rend="CharOverride-1"> di reciprocità tutelante entrambe le parti da possibili forme di</hi><hi rend="CharOverride-1"> opportunismo. L’esecuzione della prestazione all’interno di un </hi><hi rend="italic CharOverride-1">contract</hi><hi rend="italic CharOverride-1"> of employment</hi><hi rend="CharOverride-1"> è nelle mani del lavoratore, ma la sua</hi><hi rend="CharOverride-1"> ideazione e organizzazione passano interamente nelle disponibilità del datore di</hi><hi rend="CharOverride-1"> lavoro, così come le competenze specifiche riducono la loro importanza</hi><hi rend="CharOverride-1"> in quanto si aprono gli spazi alla considerazione del lavoratore</hi><hi rend="CharOverride-1"> come un equivalente del capitale fisico a disposizione. Questa dimensione</hi><hi rend="CharOverride-1"> della divisione del lavoro che ruota intorno allo strumento contrattuale</hi><hi rend="CharOverride-1"> è anche al centro del pensiero di Emile Durkheim (1858-1917)</hi><hi rend="CharOverride-1"> (si veda Nicola Marcucci, “Émile Durkheim: il lavoro </hi><hi rend="CharOverride-1">dell’ideale”) che vede proprio nella garanzia di piena</hi><hi rend="CharOverride-1"> libertà all’interno del meccanismo del «consenso contrattuale» una</hi><hi rend="CharOverride-1"> strada per ridurre quella «divisione coercitiva del lavoro» (Durkheim</hi><hi rend="CharOverride-1"> 1962, 347-77) risultante dalla crisi del sistema corporativo e soprattutto</hi><hi rend="CharOverride-1"> dalla nascita della società divisa in classi, come conseguenza </hi><hi rend="CharOverride-1">dell’affermarsi della grande industria capitalistica. Un nuovo modello di </hi><hi rend="CharOverride-1">lavoro che plasma la società e le sue componenti e </hi><hi rend="CharOverride-1">che ha nella dimensione del tempo, come strumento di organizzazione </hi><hi rend="CharOverride-1">e di controllo, un elemento centrale, come osservato poi nella </hi><hi rend="CharOverride-1">seconda metà del Novecento dagli studi di Edward P. Thompson </hi><hi rend="CharOverride-1">(1924-1993) (si veda Angela Perulli, “Edward P. Thompson: lavoro </hi><hi rend="CharOverride-1">orientato in base al compito e lavoro orientato in base </hi><hi rend="CharOverride-1">al tempo”). Il tutto all’interno di un concetto </hi><hi rend="CharOverride-1">di lavoro che è sempre più definito come specifico mezzo </hi><hi rend="CharOverride-1">per raggiungere fini, intesi come prestazioni di utilità, con lo</hi><hi rend="CharOverride-1"> scopo di aumentare la propria disponibilità di mezzi, come teorizzato</hi><hi rend="CharOverride-1"> da Max Weber (1864-1920) (si veda Dimitri D’Andrea</hi><hi rend="CharOverride-1">, “Lavoro e senso della vita in Max Weber”).</hi><hi rend="CharOverride-1"> Un passaggio che compie e stabilizza quanto già in parte</hi><hi rend="CharOverride-1"> teorizzato nei due secoli precedenti ma che, come si vedrà,</hi><hi rend="CharOverride-1"> continuerà ad essere discusso da chi non concepisce il lavoro</hi><hi rend="CharOverride-1"> unicamente come attività strumentale per ottenere beni e servizi, richiamando</hi><hi rend="CharOverride-1"> in varia misura una dimensione di senso più ampia. Si</hi><hi rend="CharOverride-1"> deve poi sempre a Weber, nel suo </hi><hi rend="italic CharOverride-1">L’etica protestante</hi><hi rend="italic CharOverride-1"> e lo spirito del capitalismo</hi><hi rend="CharOverride-1">, l’aver posto in </hi><hi rend="CharOverride-1">relazione una determinata concezione del lavoro, inteso come il </hi><hi rend="italic CharOverride-1">beruf</hi><hi rend="CharOverride-1"> </hi><hi rend="CharOverride-1">di matrice luterana, e lo sviluppo dell’economia capitalista come</hi><hi rend="CharOverride-1"> modello economico che incarnasse la volontà di accumulazione della ricchezza,</hi><hi rend="CharOverride-1"> segno palese della grazia divina. Un modello antropologico in parte</hi><hi rend="CharOverride-1"> incarnato anche dalla figura e dal pensiero, nel contesto dei</hi><hi rend="CharOverride-1"> primi padri fondatori americani, di Benjamin Franklin (1706-1790) tra i</hi><hi rend="CharOverride-1"> primi a teorizzare una lettura borghese del lavoro privato come</hi><hi rend="CharOverride-1"> strumento di liberazione dell’individuo e delle comunità (si veda</hi><hi rend="CharOverride-1"> Salvatore Cingari, “Non solo per profitto. L’idea del</hi><hi rend="CharOverride-1"> lavoro in Benjamin Franklin”). </hi></p><p rend="h2" ><hi>2. Il lavoro al </hi><hi>centro, la questione sociale e la nascita del proletariato </hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Alla </hi><hi rend="CharOverride-1">luce della rivoluzione fin qui descritta è possibile comprendere come </hi><hi rend="CharOverride-1">buona parte dell’Ottocento abbia visto i principali pensatori porsi </hi><hi rend="CharOverride-1">il tema del lavoro e porlo soprattutto in relazione alle </hi><hi rend="CharOverride-1">tematiche della giustizia sociale e della dignità umana. È possibile </hi><hi rend="CharOverride-1">trovare in questo una convergenza tra posizioni filosofiche molto differenti, </hi><hi rend="CharOverride-1">che hanno in comune però l’osservazione dei fenomeni sociali, </hi><hi rend="CharOverride-1">in particolare le conseguenze di una realtà nella quale il </hi><hi rend="CharOverride-1">lavoro è </hi><hi rend="italic CharOverride-1">la </hi><hi rend="CharOverride-1">fonte di sussistenza e quindi il tema </hi><hi rend="CharOverride-1">del </hi><hi rend="italic CharOverride-1">diritto al lavoro</hi><hi rend="CharOverride-1"> assume una centralità prima sconosciuta. In </hi><hi rend="CharOverride-1">Francia il dibattito si sviluppa già a partire dalla Rivoluzione </hi><hi rend="CharOverride-1">del 1789, quando proprio (si veda Pablo Scotto, “</hi><hi rend="CharOverride-1">Il legame tra libertà politica e lavoro dalla Rivoluzione francese </hi><hi rend="CharOverride-1">al 1848”) il lavoro viene concepito come il principale </hi><hi rend="CharOverride-1">mezzo di integrazione sociale all’interno di un nuovo modello </hi><hi rend="CharOverride-1">di comunità che si stava creando nel quale il contesto </hi><hi rend="CharOverride-1">industriale diffuso ha ridefinito i ruoli e le fonti di </hi><hi rend="CharOverride-1">identità, introducendo un nuovo </hi><hi rend="italic CharOverride-1">status</hi><hi rend="CharOverride-1"> relativo appunto alla dimensione di </hi><hi rend="CharOverride-1">lavoratore salariato. Una visione con la quale si confrontano tutte </hi><hi rend="CharOverride-1">le posizioni, e che generano ipotesi nuove, ad esempio i</hi><hi rend="CharOverride-1">l modello utopistico proposto da Charles Fourier (1772-1837) (si veda </hi><hi rend="CharOverride-1">Laura Tundo Ferente, “Charles Fourier: travail attrayant, emancipazione, equità sociale</hi><hi rend="CharOverride-1">”). Il dibattito su questa nuova centralità del lavoro, </hi><hi rend="CharOverride-1">nella forma modellata dal capitalismo industriale, prende presto il volto</hi><hi rend="CharOverride-1"> di una vera e propria </hi><hi rend="italic CharOverride-1">questione sociale</hi><hi rend="CharOverride-1">, complici anche </hi><hi rend="CharOverride-1">i primi studi e le prime osservazioni sistematiche sulle condizioni </hi><hi rend="CharOverride-1">di lavoro, come ad esempio il </hi><hi rend="italic CharOverride-1">Tableau </hi><hi rend="CharOverride-1">di Louis-René Villermé </hi><hi rend="CharOverride-1">(1782-1863) del 1840 (si veda il contributo di </hi><hi rend="CharOverride-1">Tomasello</hi><hi rend="CharOverride-1">) ma </hi><hi rend="CharOverride-1">prima ancora con le iniziative e gli scritti di Robert </hi><hi rend="CharOverride-1">Owen (1771-1858) a partire dalle fabbriche da lui stesso possedute </hi><hi rend="CharOverride-1">e all’interno delle quali sperimenta modelli di costruzione di </hi><hi rend="CharOverride-1">comunità che non seguano le logiche disumanizzanti osservate nelle fabbriche </hi><hi rend="CharOverride-1">del tempo (si veda Lidia Bellina e Sauro Garzi, “Il</hi><hi rend="CharOverride-1"> lavoro ‘educato’ in Robert Owen”). In questo senso,</hi><hi rend="CharOverride-1"> un capito importante è rappresentato dal fabianesimo inglese che, sulla</hi><hi rend="CharOverride-1"> base di una interpretazione del socialismo tracciata a partire dai</hi><hi rend="CharOverride-1"> processi di industrializzazione del paese, si concentra, nelle riflessioni dei</hi><hi rend="CharOverride-1"> suoi principali esponenti (Beatrice e Sydney Webb tra tutti), sulla</hi><hi rend="CharOverride-1"> </hi><hi rend="italic CharOverride-1">democrazia industriale</hi><hi rend="CharOverride-1"> e la necessità di un forte movimento sindacale</hi><hi rend="CharOverride-1"> (si veda il contributo di Claudio Palazzolo, “Il Fabianesimo. </hi><hi rend="CharOverride-1">La causa del Minimum nazionale e le sue declinazioni”).</hi><hi rend="CharOverride-1"> Ma nello stesso periodo appaiono anche posizioni differenti di approccio</hi><hi rend="CharOverride-1"> liberale, come quello di Henri Bergson (1859-1941) (si veda Riccardo</hi><hi rend="CharOverride-1"> Roni, “Bergson di fronte alla seconda rivoluzione industriale: dalla </hi><hi rend="CharOverride-1">divisione tecnica del lavoro al lavoro intelligente della </hi><hi rend="italic CharOverride-1">société ouverte</hi><hi rend="CharOverride-1">”</hi><hi rend="CharOverride-1">) o di John Stuart Mill (1806-1873) (si veda il </hi><hi rend="CharOverride-1">contributo di Piergiorgio Donatelli, “John Stuart Mill”) che</hi><hi rend="CharOverride-1"> riconoscono la necessità di modifiche di natura migliorativa della condizione</hi><hi rend="CharOverride-1"> operaia senza che sia necessario un approccio radicale e </hi><hi rend="CharOverride-1">rivoluzionario per attuarle. Originale è poi, nello stesso periodo, la</hi><hi rend="CharOverride-1"> riflessione sviluppata dall’</hi><hi rend="italic CharOverride-1">Arts and Crafts movement</hi><hi rend="CharOverride-1"> e da William</hi><hi rend="CharOverride-1"> Morris (1834-1896) in particolare (si veda Matteo Colombo, “Il </hi><hi rend="CharOverride-1">lavoro come arte: William Morris e la riscoperta del lavoro</hi><hi rend="CharOverride-1"> artigiano”), dove la critica al lavoro tipico della società</hi><hi rend="CharOverride-1"> industriale passa per la riscoperta del valore del fare artigiano</hi><hi rend="CharOverride-1"> e del lavoro collaborativo, attorno al quale ripensare l’organizzazione</hi><hi rend="CharOverride-1"> della stessa società. L’emergere della centralità del lavoro si</hi><hi rend="CharOverride-1"> ritrova anche nella posizione che l’idealismo tedesco ha sviluppato</hi><hi rend="CharOverride-1"> a riguardo. Si pensi al pensiero di Johann Gottlieb Fichte</hi><hi rend="CharOverride-1"> (1762-1814) e al ruolo che, secondo lui, il lavoro </hi><hi rend="CharOverride-1">avrebbe come attività fondamentale del processo di appropriazione e quindi </hi><hi rend="CharOverride-1">come attività che coincide con il porsi come soggetto nel </hi><hi rend="CharOverride-1">mondo (si veda Gaetano Rametta, “La concezione del lavoro </hi><hi rend="CharOverride-1">in Fichte”), o a quanto Georg Wilhelm Friedrich Hegel </hi><hi rend="CharOverride-1">(1770-1831) sembrerebbe sostenere in merito al lavoro come spazio in </hi><hi rend="CharOverride-1">cui la coscienza si emancipa (si veda Gianluca Garelli, “</hi><hi rend="CharOverride-1">Hegel: lavoro e autocoscienza”). </hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Ma è senza dubbio con</hi><hi rend="CharOverride-1"> il pensiero di Karl Marx che l’osservazione dei fenomeni</hi><hi rend="CharOverride-1"> che emergevano al tempo diventano la base per una più</hi><hi rend="CharOverride-1"> complessa lettura sistemica dei rapporti economico-sociali e per una teoria</hi><hi rend="CharOverride-1"> del lavoro che pur si muove sul filo del rapporto</hi><hi rend="CharOverride-1"> tra necessità e libertà (si veda Stefano Petrucciani, “Marx </hi><hi rend="CharOverride-1">e la concezione del lavoro”) e che non ha </hi><hi rend="CharOverride-1">mai smesso di suscitare analisi e interpretazioni. Il lavoro all</hi><hi rend="CharOverride-1">’interno del sistema capitalistico diventa così, inteso sia nella sua</hi><hi rend="CharOverride-1"> dimensione di processo lavorativo sia in quello di processo di</hi><hi rend="CharOverride-1"> valorizzazione, il perno intorno al quale ruota l’analisi del</hi><hi rend="CharOverride-1"> sistema stesso. Ma soprattutto il lavoratore, inteso nella sua dimensione</hi><hi rend="CharOverride-1"> di classe (il proletariato) acquista il potenziale ruolo di argine</hi><hi rend="CharOverride-1"> e anche di cambiamento non solo della sua condizione ma</hi><hi rend="CharOverride-1"> di tutto il modello capitalistico. Per la sua ampiezza il</hi><hi rend="CharOverride-1"> pensiero marxista nel corso della seconda metà dell’Ottocento e</hi><hi rend="CharOverride-1"> poi in tutto il Novecento sarà foriero di analisi critiche</hi><hi rend="CharOverride-1"> sul lavoro nella società industriale e accompagnerà l’evoluzione del</hi><hi rend="CharOverride-1"> lavoro stesso nelle sue trasformazioni di processi e di impatti</hi><hi rend="CharOverride-1"> sociali. Tra queste analisi di particolare interesse è l’insieme</hi><hi rend="CharOverride-1"> di quelle che approfondiscono il concetto marxiano di ‘proletariato’</hi><hi rend="CharOverride-1"> e della nuova classe sociale definita dal non possedere i</hi><hi rend="CharOverride-1"> mezzi di produzione e dalla loro necessità di vendere la</hi><hi rend="CharOverride-1"> propria forza lavoro, avendo come unica ricchezza questa e i</hi><hi rend="CharOverride-1"> figli (da qui, la «prole», appunto). Pensiero marxiano, </hi><hi rend="CharOverride-1">in questo caso attraverso una sua critica, che torna anche </hi><hi rend="CharOverride-1">negli anni successivi del Novecento come negli scritti di Hannah </hi><hi rend="CharOverride-1">Arendt (1906-1975) (si veda Ferruccio Andolfi, “Hannah Arendt: l’impossibile</hi><hi rend="CharOverride-1"> redenzione del lavoro”). Tra le riflessioni di origine marxiana</hi><hi rend="CharOverride-1"> in particolare si pensi agli scritti di György Lukács (1885-1971)</hi><hi rend="CharOverride-1"> sui processi di reificazione nell’organizzazione del lavoro ford-taylorista (si</hi><hi rend="CharOverride-1"> veda Antonino Infranca, “Il lavoro in Lukacs”), in </hi><hi rend="CharOverride-1">parte riprese, all’interno di una vicenda esistenziale unica nel </hi><hi rend="CharOverride-1">suo genere e a fronte di una esperienza diretta del </hi><hi rend="CharOverride-1">lavoro di fabbrica, da Simone Weil (1909-1943) (si veda Wanda </hi><hi rend="CharOverride-1">Tommasi, “Simone Weil: lavoro operaio, tempo libero e attenzione”).</hi><hi rend="CharOverride-1"> Il pensiero di Lukacs è richiamato, e anche criticato, più</hi><hi rend="CharOverride-1"> avanti, dagli scritti di Agnes Heller (1929-2019), soprattutto in </hi><hi rend="CharOverride-1">merito alla sovrapposizione, che secondo l’autrice sarebbe invece una </hi><hi rend="CharOverride-1">distinzione, del lavoro dalla produzione. Tale sovrapposizione, non scorgendo la</hi><hi rend="CharOverride-1"> differenza tra i due elementi, non farebbe altro che </hi><hi rend="CharOverride-1">generare una confusione il suo esito è la fagocitazione della </hi><hi rend="CharOverride-1">produzione, come modo di lavorare, sul lavoro in senso lato </hi><hi rend="CharOverride-1">(si veda Vittoria Franco, “Agnes Heller. Il lavoro come </hi><hi rend="CharOverride-1">espressione di libertà e individualità”). </hi></p><p rend="h2" ><hi>3. Il compromesso fordista </hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">E proprio l’appena citato modello organizzativo taylorista, introdotto nelle </hi><hi rend="CharOverride-1">fabbriche Ford da Frederick Winslow Taylor (1856-1915) a partire dal </hi><hi rend="CharOverride-1">secondo decennio del Novecento, apre una nuova fase delle riflessioni </hi><hi rend="CharOverride-1">sul lavoro. La divisione del lavoro prende una forma nuova </hi><hi rend="CharOverride-1">con l’iper-parcellizzazione delle attività dell’operaio, ridotto sempre di</hi><hi rend="CharOverride-1"> più a macchina alienata dal contenuto del suo lavoro. </hi><hi rend="CharOverride-1">Ma, allo stesso tempo, questo modello consente (si veda</hi><hi rend="CharOverride-1"> Francesco Seghezzi, “Tra taylorismo e fordismo: il lavoratore nella </hi><hi rend="CharOverride-1">società industriale”) la nascita e lo sviluppo di un </hi><hi rend="CharOverride-1">equilibrio sociale, negli anni definito come </hi><hi rend="italic CharOverride-1">fordismo</hi><hi rend="CharOverride-1">, che caratterizzerà molto</hi><hi rend="CharOverride-1"> del contesto economico-sociale novecentesco contribuendo alla nascita di una nuova</hi><hi rend="CharOverride-1"> classe media. Il tutto all’interno di un compromesso </hi><hi rend="CharOverride-1">tra un lavoro organizzato secondo le logiche tayloriste e la </hi><hi rend="CharOverride-1">sicurezza dell’impiego e l’accesso, nel tempo grazie alle </hi><hi rend="CharOverride-1">economie di scala e agli scatti di produttività possibili dall’</hi><hi rend="CharOverride-1">organizzazione del lavoro stessa, agli stessi beni prodotti attraverso il </hi><hi rend="CharOverride-1">proprio lavoro. Non sono pochi gli autori che hanno approfondito </hi><hi rend="CharOverride-1">questo modello di organizzazione del lavoro e soprattutto le sue </hi><hi rend="CharOverride-1">conseguenze antropologiche, concentrandosi su diversi aspetti. Un esempio è la </hi><hi rend="CharOverride-1">riflessione di Harry Braverman (1920-1975) (si veda Stefania Negri, </hi><hi rend="CharOverride-1">“Harry Bravermann e l’analisi sulla degradazione del lavoro nel</hi><hi rend="CharOverride-1"> capitalismo monopolistico: dall’operaio di mestiere alle figure dell’industria,</hi><hi rend="CharOverride-1"> dei servizi e del commercio al dettaglio”) che, </hi><hi rend="CharOverride-1">inaugurando la florida letteratura sulla c.d. </hi><hi rend="italic CharOverride-1">labour process theory</hi><hi rend="CharOverride-1">, mostra</hi><hi rend="CharOverride-1"> come al centro del modello tayloristico, applicato non solo agli</hi><hi rend="CharOverride-1"> operai ma presto anche agli impiegati, vi sia la volontà</hi><hi rend="CharOverride-1"> di una de-professionalizzazione conseguente all’estrema divisione del lavoro adottata</hi><hi rend="CharOverride-1">, che porterebbe ad una disconnessione con ogni scienza un </hi><hi rend="CharOverride-1">tempo connessa ad una specifica qualificazione professionale. Allo stesso tempo </hi><hi rend="CharOverride-1">sono diversi gli autori, si pensi alle riflessioni e alle </hi><hi rend="CharOverride-1">proposte di Karl Korsch (1886-1961) (si veda Giorgio Cesarale, “Karl</hi><hi rend="CharOverride-1"> Korsch”), che hanno immaginato diverse modalità di organizzazione </hi><hi rend="CharOverride-1">della produzione che, in modo più radicale rispetto a quanto </hi><hi rend="CharOverride-1">immaginato in ambito britannico, andassero nella direzione di una socializzazione </hi><hi rend="CharOverride-1">delle fabbriche immaginando un ruolo centrale per i consigli di </hi><hi rend="CharOverride-1">fabbrica. </hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Il taylor-fordismo è un modello di organizzazione del lavoro </hi><hi rend="CharOverride-1">ma anche una peculiare (e lungamente dominante) organizzazione sociale, che </hi><hi rend="CharOverride-1">porta nel tempo all’affermazione di un modello, quello del </hi><hi rend="italic CharOverride-1">Welfare State</hi><hi rend="CharOverride-1">, nel quale vengono introdotti sistemi di protezione </hi><hi rend="CharOverride-1">sociale da parte degli stati di fronte ai rischi del </hi><hi rend="CharOverride-1">mercato, come quelli teorizzati da William Henry Beveridge (1879-1963) (si </hi><hi rend="CharOverride-1">veda Stefano Musso, “La centralità sociale del lavoro: Beveridge”).</hi><hi rend="CharOverride-1"> Nei primi anni del secondo dopoguerra l’attenzione per le</hi><hi rend="CharOverride-1"> dinamiche dei processi produttivi nell’industria vede una grande fioritura</hi><hi rend="CharOverride-1"> a partire dalle ricerche della sociologia del lavoro francese che,</hi><hi rend="CharOverride-1"> con autori come Georges Friedmann (1902-1977), Pierre Naville (1904-1993) </hi><hi rend="CharOverride-1">e Alain Touraine (1925-2023), descrive i rapporti tra tecnica, tecnologia</hi><hi rend="CharOverride-1"> e organizzazione del lavoro anche di fronte alle sfide dell</hi><hi rend="CharOverride-1">’automazione (si veda Pietro Causarano, “La sociologia francese tra </hi><hi rend="CharOverride-1">fordismo e società postindustriale: G. Friedman., P. Naville, A. Touraine”</hi><hi rend="CharOverride-1">). </hi></p><p rend="h2" ><hi>4. L’uomo al lavoro. Psicologia, educazione e senso </hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">La centralità che il lavoro acquisisce all’interno della società </hi><hi rend="CharOverride-1">industriale matura ha spinto filosofi e studiosi delle scienze umane </hi><hi rend="CharOverride-1">anche ad approfondire il ruolo del lavoro stesso nella vita </hi><hi rend="CharOverride-1">delle persone e i suoi impatti. Il tentativo di comprendere </hi><hi rend="CharOverride-1">meglio il fenomeno del lavoro dal punto di vista degli </hi><hi rend="CharOverride-1">impatti sulla persona ha una dimensione interdisciplinare, come emerge ad</hi><hi rend="CharOverride-1"> esempio dagli scritti di Gabriel Tarde (1843-1904) (si veda Annalisa</hi><hi rend="CharOverride-1"> Tonarelli, “Tra la routine dell’automa e l’innovazione </hi><hi rend="CharOverride-1">del genio: l’idea di lavoro nella psicologia economica di </hi><hi rend="CharOverride-1">G. Tarde”), nel quale vengono segnalati molti dei limiti </hi><hi rend="CharOverride-1">di una visione economistica del lavoro, in particolare connessi alla </hi><hi rend="CharOverride-1">dimensione del valore del lavoro. Si pensi al ruolo che </hi><hi rend="CharOverride-1">l’autore individua nella noia o, al contrario, nell’ingegnosità </hi><hi rend="CharOverride-1">e soprattutto nella socialità, nel definire soddisfacente o meno un</hi><hi rend="CharOverride-1"> lavoro, tema di assoluta attualità nel dibattito contemporaneo. Parte importante</hi><hi rend="CharOverride-1"> di questa ricerca è quella di cui si è fatta</hi><hi rend="CharOverride-1"> carico l’analisi psicologica nella prima metà del Novecento. Sigmund</hi><hi rend="CharOverride-1"> Freud (1856-1939), oltre ad utilizzare l’idea stessa di </hi><hi rend="CharOverride-1">lavoro (</hi><hi rend="italic CharOverride-1">arbeit</hi><hi rend="CharOverride-1">) come immagine dell’attività della psiche, vede </hi><hi rend="CharOverride-1">nel lavoro un momento necessario nello sviluppo della civiltà, sebbene</hi><hi rend="CharOverride-1"> le pulsioni umane tendano a liberarsi da lavoro (si veda</hi><hi rend="CharOverride-1"> Mauro Fornaro, “Freud: Il ‘lavoro’ dell’inconscio e </hi><hi rend="CharOverride-1">i suoi riverberi psicosociali”) e a considerarlo come una </hi><hi rend="CharOverride-1">condanna all’interno di una forte contraddizione tra desideri profondi </hi><hi rend="CharOverride-1">della psiche e esigenze sociali. Non sono pochi i contributi </hi><hi rend="CharOverride-1">poi (riassunti in Mauro Fornaro, “L’inconscio nelle organizzazioni lavorative.</hi><hi rend="CharOverride-1"> Percorsi psicoanalitici”) che la teoria psicoanalitica ha approfondito nei</hi><hi rend="CharOverride-1"> decenni successivi con contributi come quelli di Donald Winnicott (1896-1971)</hi><hi rend="CharOverride-1">, Jacques Lacan (1901-1981), Wilfred Bion (1897-1979), Heinz Kohut (1913-1981)</hi><hi rend="CharOverride-1"> e altri ancora, fino agli studi psicoanalitici sulle organizzazioni a</hi><hi rend="CharOverride-1"> partire da Elliot Jaques (1917-2003). Dalla disaffezione al lavoro </hi><hi rend="CharOverride-1">che si osservata nel primo dopoguerra muove anche una parte </hi><hi rend="CharOverride-1">importante della riflessione filosofica di Max Scheler (1874-1928) (si veda </hi><hi rend="CharOverride-1">Daniela Verducci, “Lavoro e amore in Max. Scheler. Per la</hi><hi rend="CharOverride-1"> reintegrazione del lavoro nell’intero dell’essere e della vita</hi><hi rend="CharOverride-1">”). Questa sarebbe conseguenza di una visione economicista dell’atto</hi><hi rend="CharOverride-1"> lavorativo, totalmente distaccato da ogni dimensione etica e spirituale e,</hi><hi rend="CharOverride-1"> come tale, alla lunga non desiderato dall’uomo. Ulteriore </hi><hi rend="CharOverride-1">aspetto che la società industriale introduce è quello della necessità </hi><hi rend="CharOverride-1">di competenze specifiche all’interno delle fabbriche e quindi del </hi><hi rend="CharOverride-1">rapporto tra lavoro e formazione. Su questo fronte è centrale </hi><hi rend="CharOverride-1">il pensiero di John Dewey (1859-1952), tra i primi a</hi><hi rend="CharOverride-1"> cogliere il rischio di una formazione professionale intesa come unicamente</hi><hi rend="CharOverride-1"> finalizzata al lavoro in fabbrica, istituzionalizzando anche grazie al sistema</hi><hi rend="CharOverride-1"> formativo la spaccatura tra le classi sociali (si veda Maura</hi><hi rend="CharOverride-1"> Striano, “Il lavoro come progetto educativo nel pensiero di </hi><hi rend="CharOverride-1">John Dewey”) che minerebbe fin dalla giovane età le </hi><hi rend="CharOverride-1">condizioni per lo sviluppo pieno di una società democratica. Questo</hi><hi rend="CharOverride-1"> però senza negare il contributo pedagogico del lavoro, anche </hi><hi rend="CharOverride-1">nell’industria, come contributo pratico che integri l’aspetto teorico</hi><hi rend="CharOverride-1"> tipico della formazione scolastica. Tali prospettive si completano poi con</hi><hi rend="CharOverride-1"> le riflessioni sul ruolo del lavoro nell’antropologia filosofica, in</hi><hi rend="CharOverride-1"> particolare con il pensiero di Helmuth Plessner (1892-1985) e Arnold</hi><hi rend="CharOverride-1"> Gehlen (1904-1976) (si veda Andrea Borsari, “Il lavoro nella </hi><hi rend="CharOverride-1">ricerca dell’antropologia filosofica: Gehlen e Plessner”). </hi></p><p rend="h2" ><hi>5. Lavoro, </hi><hi>fatica, redenzione </hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Del periodo storico nel quale si interessa </hi><hi rend="CharOverride-1">la presente sezione fa parte anche la variegata riflessione, di </hi><hi rend="CharOverride-1">certo non inedita nella storia del lavoro, sul lavoro come </hi><hi rend="CharOverride-1">fatica e/o come redenzione. Questa si sviluppa però attingendo a </hi><hi rend="CharOverride-1">nuove teorie e a nuove letture della società e della </hi><hi rend="CharOverride-1">natura, come ad esempio nel pensiero di Thorstein Veblen (1857-1929),</hi><hi rend="CharOverride-1"> che adotta l’evoluzionismo darwiniano come schema per leggere il</hi><hi rend="CharOverride-1"> rapporto tra l’uomo e il lavoro (si veda Francesca</hi><hi rend="CharOverride-1"> Lidia Viano, “Donne, cannibali e la fatica del lavoro: </hi><hi rend="CharOverride-1">l’etologia economica di T. Veblen”). In particolare, Veblen</hi><hi rend="CharOverride-1"> sostiene che il disprezzo per il lavoro, la sua caratterizzazione</hi><hi rend="CharOverride-1"> come fatica che aveva portato economisti come Ricardo a farne</hi><hi rend="CharOverride-1"> criterio stesso del valore di un bene (ma su questo</hi><hi rend="CharOverride-1"> si veda anche Andrea Borsari, “Georg Simmel e la </hi><hi rend="CharOverride-1">filosofia del lavoro”), sia in realtà frutto di una</hi><hi rend="CharOverride-1"> affermazione della degradazione valoriale del lavoro come criterio di selezione</hi><hi rend="CharOverride-1"> sociale di quella </hi><hi rend="italic CharOverride-1">classe agiata</hi><hi rend="CharOverride-1"> protagonista della sua più celebre</hi><hi rend="CharOverride-1"> opera. Il tema della fatica del lavoro, e di una</hi><hi rend="CharOverride-1"> fatica che sembrerebbe voluta da un sistema sociale che la</hi><hi rend="CharOverride-1"> utilizza come strumento di controllo, è al centro delle </hi><hi rend="CharOverride-1">riflessioni di coloro che hanno tematizzato il possibile ruolo che </hi><hi rend="CharOverride-1">l’automazione della produzione avrebbe nel liberare il lavoro. La </hi><hi rend="CharOverride-1">Scuola di Francoforte è stata protagonista in questa analisi, a </hi><hi rend="CharOverride-1">partire da Herbert Marcuse (1898-1979) secondo il quale il lavoro </hi><hi rend="CharOverride-1">parcellizzato, basato sul principio di prestazione che inibisce le vere </hi><hi rend="CharOverride-1">pulsioni dell’uomo, potrebbe vedere un superamento a fronte di </hi><hi rend="CharOverride-1">un pieno utilizzo delle capacità tecniche che il capitalismo industriale </hi><hi rend="CharOverride-1">avrebbe a disposizione, ma che non vuole impiegare proprio per </hi><hi rend="CharOverride-1">non far crollare il sistema di controllo che ha creato </hi><hi rend="CharOverride-1">(si veda Antonio Del Vecchio e Raffaele Laudani, “Marcuse: il</hi><hi rend="CharOverride-1"> lavoro al di là della fatica”). Il lavoro nel</hi><hi rend="CharOverride-1"> sistema capitalistico non sarebbe altro, secondo l’autore, che una</hi><hi rend="CharOverride-1"> riduzione economicistica di un concetto molto più ampio e che</hi><hi rend="CharOverride-1"> ha una natura originaria di tipo extra-economico. Altro autore della</hi><hi rend="CharOverride-1"> Scuola di Francoforte che ha dedicato molta attenzione al </hi><hi rend="CharOverride-1">tema dell’automazione è Friedrich Pollock (1894-1970), in particolare</hi><hi rend="CharOverride-1"> ponendo importanti dubbi anche sull’effettiva possibilità di un tempo</hi><hi rend="CharOverride-1"> liberato grazie al venir meno della necessità del lavoro umano</hi><hi rend="CharOverride-1"> (si veda Nicola Emery, “Friedrich Pollok e l’era </hi><hi rend="CharOverride-1">dell’automazione”). Proprio questo tempo libero potrebbe essere comunque </hi><hi rend="CharOverride-1">sottratto al lavoratore ed etero-organizzato da quella manipolazione culturale (consumi </hi><hi rend="CharOverride-1">e intrattenimento) che occuperebbe proprio il tempo guadagnato. Il tema </hi><hi rend="CharOverride-1">della fatica torna anche nel pensiero di Nicholas Georgescu-Roegen (1906-1994) </hi><hi rend="CharOverride-1">laddove teorizza che il vero prodotto del processo produttivo non </hi><hi rend="CharOverride-1">sia unicamente un flusso fisico di materia ed energia dissipata </hi><hi rend="CharOverride-1">ma il godimento della vita, che non può che implicare </hi><hi rend="CharOverride-1">anche la fatica del lavoro fatto per produrre (si veda </hi><hi rend="CharOverride-1">Renato Cecchi, “Georgescu-Roegen, entropia lavoro miti”). </hi></p><p rend="h2" ><hi>6. Quale ruolo</hi><hi> per l’ozio? </hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">La centralità del lavoro in questo periodo</hi><hi rend="CharOverride-1"> storico, finora descritta, sembrerebbe lasciare poco spazio al tema dell</hi><hi rend="CharOverride-1">’ozio, visto quasi in una netta contrapposizione e spesso inteso</hi><hi rend="CharOverride-1"> unicamente, riducendolo, come tempo libero. Al contrario però, proprio </hi><hi rend="CharOverride-1">questo ruolo così pregnante del lavoro all’interno della società </hi><hi rend="CharOverride-1">industriale ha generato non poche riflessioni sul tema dell’ozio </hi><hi rend="CharOverride-1">e del tempo non dedicato al lavoro. Questo già sul </hi><hi rend="CharOverride-1">finire dell’Ottocento con il ruolo centrale della letteratura, soprattutto </hi><hi rend="CharOverride-1">inglese, nel criticare, con accenti diversi negli scritti di Robert </hi><hi rend="CharOverride-1">Louis Stevenson (1850-1894), Jerome Klapka Jerome (1859-1927) e Oscar </hi><hi rend="CharOverride-1">Wilde (1854-1900), il ‘Vangelo del lavoro’ che in età</hi><hi rend="CharOverride-1"> vittoriana era dominante (si veda Federico Bellini, “La riscoperta </hi><hi rend="CharOverride-1">dell’ozio nella letteratura inglese di fine Ottocento: Robert L. </hi><hi rend="CharOverride-1">Stevenson, Jerome K. Jerome, Oscar Wilde”). Nel panorama tedesco </hi><hi rend="CharOverride-1">è invece Friedrich Nietzsche (1844-1900) a riprendere il tema dell’</hi><hi rend="CharOverride-1">ozio in contrapposizione, anche alla luce degli ampi riferimenti alla </hi><hi rend="CharOverride-1">tradizione classica, alla ‘schiavitù del lavoro’ che impedirebbe la </hi><hi rend="CharOverride-1">vera libertà, promuovendo invece un lavoro su di sé come </hi><hi rend="CharOverride-1">forma di ozio, che non quindi è cessazione piena dal</hi><hi rend="CharOverride-1"> lavoro in generale ma di un tipo dominante di lavoro</hi><hi rend="CharOverride-1"> (si veda Riccardo Roni, “La prospettiva di Nietzsche. Dal </hi><hi rend="CharOverride-1">‘lavoro libero’ dei Greci alla ‘questione operaia’ della </hi><hi rend="CharOverride-1">tarda modernità”). Anche la cultura cattolica ha tematizzato l’</hi><hi rend="CharOverride-1">ozio, si pensi al pensiero di Emmanuel Mounier (1905-1950) che </hi><hi rend="CharOverride-1">lo legge in contrapposizione al concetto di </hi><hi rend="italic CharOverride-1">riposo</hi><hi rend="CharOverride-1">, attività che</hi><hi rend="CharOverride-1"> sarebbe ancor più essenziale all’uomo rispetto al lavoro, </hi><hi rend="CharOverride-1">ma che una idea di lavoro estenuante, propria della società</hi><hi rend="CharOverride-1"> industriale del tempo, non consentiva di cogliere spinti dalla </hi><hi rend="CharOverride-1">volontà di volersene liberare cadendo appunto nell’ozio (si veda </hi><hi rend="CharOverride-1">Franco Riva, “Mounier. Lavoro, </hi><hi rend="italic CharOverride-1">otium</hi><hi rend="CharOverride-1">, sindacato”). Altro approccio </hi><hi rend="CharOverride-1">al tema è invece quello di chi, come i romanzi </hi><hi rend="CharOverride-1">di Albert Camus (1913-1960), lo lega all’assurdità di una</hi><hi rend="CharOverride-1"> vita scandita da un lavoro fine a sé stesso, del</hi><hi rend="CharOverride-1"> quale non si capisce il senso (si veda Stefano Berni,</hi><hi rend="CharOverride-1"> “«L’ozio è fatale soltanto ai mediocri». Tempo, lavoro, </hi><hi rend="CharOverride-1">libertà in Albert Camus”). In questo modo l’ozio </hi><hi rend="CharOverride-1">è elevato a valore morale di chi si pone in </hi><hi rend="CharOverride-1">rivolta verso un sistema nel quale il lavoro è separato </hi><hi rend="CharOverride-1">dalla libertà, fino a immaginare il lavoro come una conseguenza </hi><hi rend="CharOverride-1">dell’ozio (‘i lavoretti della domenica’). Si introduce </hi><hi rend="CharOverride-1">così il tema della rivolta, che viene tematizzato anche da </hi><hi rend="CharOverride-1">Ernst Jünger (1895-1998) nell’ambito della sua analisi dell’</hi><hi rend="CharOverride-1">epoca del ‘lavoro planetario’, in seguito alla ‘mobilitazione </hi><hi rend="CharOverride-1">totale’ della Prima guerra mondiale che è coincisa con la</hi><hi rend="CharOverride-1"> cessione da parte del singolo organismo a una struttura organizzativa</hi><hi rend="CharOverride-1"> generale (si veda Maurizio Guerri, “Ernst Jünger: la Mobilitazione </hi><hi rend="CharOverride-1">totale e il lavoro”). </hi></p><p rend="h2" ><hi>7. Conclusioni </hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Il periodo storico</hi><hi rend="CharOverride-1"> che la sezione affronta è ampio e sarebbero molti gli</hi><hi rend="CharOverride-1"> ulteriori contributi che potrebbero contribuire ad arricchirlo, si tratta infatti</hi><hi rend="CharOverride-1"> di una fase storica di </hi><hi rend="italic CharOverride-1">scoperta</hi><hi rend="CharOverride-1"> del lavoro nella forma</hi><hi rend="CharOverride-1"> che il capitalismo industriale gli ha dato e che sarà</hi><hi rend="CharOverride-1"> origine di tutta una serie di istituzioni e discipline (sindacato,</hi><hi rend="CharOverride-1"> impresa, diritto del lavoro, sociologia del lavoro ecc.) che tutt</hi><hi rend="CharOverride-1">’oggi, pur nella loro evoluzione, presentano ancora analoghi contorni. </hi><hi rend="CharOverride-1">Si è visto, dalla breve rassegna dei contenuti della </hi><hi rend="CharOverride-1">sezione, come tale scoperta abbia portato a un tentativo di</hi><hi rend="CharOverride-1"> concettualizzazione del lavoro e del rapporto tra persona e lavoro</hi><hi rend="CharOverride-1"> che tocca innumerevoli aspetti e che contribuisce anche a leggere</hi><hi rend="CharOverride-1"> in un’ottica differente il tema dell’ozio. In particolare</hi><hi rend="CharOverride-1"> emerge come il lavoro diventi un polo dialettico centrale di</hi><hi rend="CharOverride-1"> fronte al quale inevitabilmente l’uomo deve porsi e che</hi><hi rend="CharOverride-1"> inevitabilmente filtra e informa il suo rapporto con la realtà.</hi><hi rend="CharOverride-1"> Il lavoro, come atto volto a garantire la propria </hi><hi rend="CharOverride-1">sussistenza all’interno del sistema economico-sociale capitalistico, risulta una prospettiva</hi><hi rend="CharOverride-1"> sempre più insufficiente per chi lo osserva e lo vive,</hi><hi rend="CharOverride-1"> anche quando si struttura in forme che sono meno inumane</hi><hi rend="CharOverride-1"> rispetto alle prime fasi della rivoluzione industriale. E così la</hi><hi rend="CharOverride-1"> dialettica si sviluppa, con una attualità oggi sorprendente, intorno alla</hi><hi rend="CharOverride-1"> dimensione del senso che il lavoro fornisce o meno all</hi><hi rend="CharOverride-1">’esistenza, e al tentativo di tematizzare una dimensione extra-economica dell</hi><hi rend="CharOverride-1">’attività lavorativa contraria ad un chiaro riduzionismo che ha dominato</hi><hi rend="CharOverride-1"> buona parte gli ultimi due secoli. Quasi che questa </hi><hi rend="CharOverride-1">presenza così pregnante del lavoro nella vita, propria della società </hi><hi rend="CharOverride-1">Otto-novecentesca, non basti alla piena soddisfazione dell’esistere, almeno se</hi><hi rend="CharOverride-1"> vissuto nella sua mera dimensione produttiva e materiale. Allo stesso</hi><hi rend="CharOverride-1"> tempo però, il lavoro diventa elemento centrale per leggere </hi><hi rend="CharOverride-1">e analizzare la trasformazione dei rapporti sociali e diventa anche, </hi><hi rend="CharOverride-1">possibile punto di rottura e di ribaltamento dell’ordine capitalistico. </hi><hi rend="CharOverride-1">Tutto questo in uno sviluppo che va di pari passo </hi><hi rend="CharOverride-1">con formidabili trasformazioni tecnologiche che portano con sé trasformazioni demografiche, </hi><hi rend="CharOverride-1">sociali, politiche che non possono essere scisse da come il </hi><hi rend="CharOverride-1">lavoro stesso è cambiato. E non è un caso che </hi><hi rend="CharOverride-1">proprio cambiamenti economici e politici saranno all’origine di quella </hi><hi rend="CharOverride-1">crisi del fordismo che dominerà, e ancora domina, tutta la </hi><hi rend="CharOverride-1">discussione sul lavoro a partire dagli anni Settanta, e che </hi><hi rend="CharOverride-1">sarà oggetto dei prossimi capitoli. </hi></p><p rend="h2" ><hi>Riferimenti bibliografici</hi></p><p rend="bib_indx_bib" ><hi rend="CharOverride-1">Coase, R. H. 1937. “The Nature of</hi><hi rend="CharOverride-1"> the Firm.” </hi><hi rend="italic CharOverride-1">Economica</hi><hi rend="CharOverride-1"> 4, 16: 386-405. </hi></p><p rend="bib_indx_bib" ><hi rend="CharOverride-1">Durkheim, E. 1962. </hi><hi rend="italic CharOverride-1">La divisione del lavoro sociale</hi><hi rend="CharOverride-1">. Milano: Edizioni</hi><hi rend="CharOverride-1"> di Comunità. </hi></p><p rend="bib_indx_bib" ><hi rend="CharOverride-1">Locke, J. 1982. </hi><hi rend="italic CharOverride-1">Due</hi><hi rend="CharOverride-1"> </hi><hi rend="italic CharOverride-1">trattati</hi><hi rend="CharOverride-1"> </hi><hi rend="italic CharOverride-1">sul</hi><hi rend="CharOverride-1"> </hi><hi rend="italic CharOverride-1">governo</hi><hi rend="CharOverride-1"> </hi><hi rend="italic CharOverride-1">e</hi><hi rend="CharOverride-1"> </hi><hi rend="italic CharOverride-1">altri</hi><hi rend="CharOverride-1"> </hi><hi rend="italic CharOverride-1">scritti</hi><hi rend="CharOverride-1"> </hi><hi rend="italic CharOverride-1">politici</hi><hi rend="CharOverride-1">. Torino: UTET. </hi></p><p rend="bib_indx_bib" ><hi rend="CharOverride-1">Polanyi, K. 1944</hi><hi rend="CharOverride-1">. </hi><hi rend="italic CharOverride-1">La grande trasformazione</hi><hi rend="CharOverride-1">. Torino: Einaudi. </hi></p><p rend="bib_indx_bib" ><hi rend="CharOverride-1">Smith, A. 2017. </hi><hi rend="italic CharOverride-1">La ricchezza delle nazioni</hi><hi rend="CharOverride-1">.</hi><hi rend="italic CharOverride-1"> </hi><hi rend="CharOverride-1">Torino: UTET.</hi></p><p rend="bib_indx_bib" ><hi rend="CharOverride-1">Streeck, </hi><hi rend="CharOverride-1">W. 2005. “The Sociology of Labor Market and Trade Unions.” In </hi><hi rend="italic CharOverride-1">The Handbook of Economic Sociology</hi><hi rend="CharOverride-1">, edited by N. J. Smelser, and R. Swedberg, 261 sgg. Princeton: Princeton University Press.</hi></p><p rend="bib_indx_bib" ><hi rend="CharOverride-1">Weber, M. 1991. </hi><hi rend="italic CharOverride-1">L’etica protestante e lo spirito del capitalismo</hi><hi rend="CharOverride-1">. Milano: Rizzoli. </hi></p>  
      
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        <listBibl>
          <head>References</head>
          <bibl n="147343">Coase, R. H. 1937. “The Nature of the Firm.” Economica 4, 16: 386-405.</bibl>
          <bibl n="147028">Durkheim, E. 1962. La divisione del lavoro sociale. Milano: Edizioni di Comunit&amp;#224;.</bibl>
          <bibl n="147064">Locke, J. 1982. Due trattati sul governo e altri scritti politici. Torino: UTET.</bibl>
          <bibl n="147567">Polanyi, K. 1944. La grande trasformazione. Torino: Einaudi.</bibl>
          <bibl n="147616">Smith, A. 2017. La ricchezza delle nazioni. Torino: UTET.</bibl>
          <bibl n="144454">Streeck, W. 2005. “The Sociology of Labor Market and Trade Unions.” In The Handbook of Economic Sociology, edited by N. J. Smelser, and R. Swedberg, 261 sgg. Princeton: Princeton University Press.</bibl>
          <bibl n="147011">Weber, M. 1991. L’etica protestante e lo spirito del capitalismo. Milano: Rizzoli.</bibl>
        </listBibl>
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    </body>
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