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        <title type="main" level="a">Il lavoro nella ‘società commerciale’ secondo David Hume e Adam Smith</title>
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            <forename>Eugenio</forename>
            <surname>Lecaldano</surname>
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          <resp>This is a section of <title>Idee di lavoro e di ozio per la nostra civiltà</title>(DOI: <idno type="DOI">10.36253/979-12-215-0319-7</idno>) by </resp>
          <name>Giovanni Mari, Francesco Ammannati, Brogi Stefano, Tiziana Faitini, Arianna Fermani, Francesco Seghezzi, Annalisa Tonarelli</name>
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        <publisher>Firenze University Press</publisher>
        <pubPlace>Florence</pubPlace>
        <date when="2024">2024</date>
        <idno type="DOI">https://doi.org/10.36253/979-12-215-0319-7.69</idno>
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          <p>Available for academic research purposes</p>
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          <p>Copyright Author(s)</p>
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        <p>David Hume and Adam Smith shared the same philosophical project: the construction of a ‘science of human nature ‘. Then with their writings – Hume in his economic and political ‘Essays’ and Smith in ‘The Wealth of Nations’ – they offer many systematic explanations of the changes observed in the ‘commercial society’ in Scotland in second part of the Eighteenth Century. Their observations show very large consequences of the changes with the ‘partition’ or ‘division’ in the human work. The paper develops a comparison between the theoretic options of Hume and Smith. Hume insists on the importance of the moral space in the free choice of the work for one’s life; and Smith develops in detail the manifold consequences of the ‘division of labour’, particularly economic, moral and political.</p>
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            <item>science of human nature</item>
            <item>division of labour</item>
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            <item>moral consequence</item>
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      <p>It is available online at https://doi.org/10.36253/979-12-215-0319-7.69<ref target="https://doi.org/10.36253/979-12-215-0319-7.69" /></p>
      
      
      <p rend="h1_chapter">Il lavoro nella ‘società commerciale’ secondo <lb/>David Hume e Adam Smith</p><p rend="h1_author ParaOverride-1" ><hi rend="CharOverride-1">Eugenio Lecaldano</hi></p><p rend="h2" ><hi>1. Il contesto generale della ricerca filosofica sul lavoro di Adam Smith e l’eredità di David Hume</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">In questo scritto presterò un’</hi><hi rend="CharOverride-1">attenzione prevalente alle acquisizioni che Adam Smith (1723-1790) realizza a proposito del lavoro, non fornirò una ricostruzione di tutti gli aspetti del suo contributo su questa tematica. Mi soffermerò piuttosto a documentare, in particolare, le implicazioni etiche delle sue </hi><hi rend="CharOverride-1">analisi sul lavoro collocate nel contesto di una anatomia della condotta sociale umana vista come una pratica che contiene, come inseparabili, sezioni quali la moralità, il diritto, l’economia e la politica</hi><hi rend="CharOverride-1">. Questa prospettiva porta a coinvolgere necessariamente anche alcune impostazioni generali fatte valere da David Hume (1711-1776), a cui Smith si richiama espl</hi><hi rend="CharOverride-1">icitamente come suo punto di riferimento. La esposizione si allarga quindi anche a segnare alcune diversità centrali tra le tesi avanzate da Hume e Smith sul lavoro e in particolare ad affrontare il tema di quanto nei loro scritti siano rintracciabili risposte all</hi><hi rend="CharOverride-1">’interrogativo sulle connessioni tra l’attività lavorativa e lo spazio occupato da quelle che loro consideravano le virtù morali. </hi></p><p rend="text" ><hi rend="italic CharOverride-1">An Inquiry into the Nature and Causes of the Wealth of Nations</hi><hi rend="CharOverride-1"> che Smith pubblicò per la prima volta nel 1776 già dalla introduzione e piano dell</hi><hi rend="CharOverride-1">’opera comincia mettendo al centro il lavoro (</hi><hi rend="italic CharOverride-1">labour</hi><hi rend="CharOverride-1">). Infatti Smith inizia scrivendo: </hi></p><p rend="quotation_b" ><hi rend="CharOverride-1">Il lavoro svolto in un anno è il fondo da cui ogni nazione trae in ultima analisi tutte le cose necessarie e comode della vita che in un anno consuma e che consistono in effetti o nel prodotto immediato di quel lavoro o in ciò che in cambio di quel prodotto viene acquistato dalle altre nazioni (Smith 2011, 63). </hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Di conse</hi><hi rend="CharOverride-1">guenza il primo dei cinque libri che costituiscono l’opera di Smith viene dedicato a: «Delle cause del progresso nelle capacità produttive del lavoro, e dell’ordine secondo cui il prodotto viene naturalmente a distribuirsi tra i diversi ceti della popolazione» (Smith</hi><hi rend="CharOverride-1"> 2011, 66-259). Proprio dall’aumento delle capacità produttive del lavoro muove l’esposizione di Smith che delinea questa novità, per lui fondamentale, nella sezione prima del libro I «Della divi</hi><hi rend="CharOverride-1">sione del lavoro» (Smith 2011, 66-72) mentre la seconda sezione si occupa «Del principio che dà origine alla divisione del lavoro»</hi><hi rend="CharOverride-1"> (Smith 2011, 72-4). Poi altre circostanze che incidono o seguono alla profonda trasformazione della divisione del lavoro sono delineate nelle successive sezioni del primo libro (l’ultima la XI è dedicata alla rendita della terra).</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Come vedremo in questo testo Smith svilupperà successivamente altre caratterizzazioni fondamentali sul lavoro ed in particolare quella connessa alla distinzione tra «</hi><hi rend="CharOverride-1">lavoratori produttivi e improduttivi». Possiamo, prima di procedere, sottolineare alcuni aspetti generali dell’impostazione metodologica della ricerca di Smith di elaborare una vera e propria «scienza della natura umana» secondo un progetto delineato da David Hume</hi><hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi><ref target="OP08885_int_online_chapter_99_593-607.html#footnote-016">1</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">.</hi><hi rend="CharOverride-1"> Si trattava di spiegare il modo comune di vivere degli esseri umani – un modo di vivere ricostruito attraverso l’esperienza e l’osservazione empirica – e di ce</hi><hi rend="CharOverride-1">rcare di ricondurre le diverse pratiche così individuate a poche cause e principi esplicativi. Di questo progetto di elaborazione di una scienza dell’</hi><hi rend="CharOverride-1">uomo faceva parte poi anche l’obiettivo di registrare i cambiamenti principali che la vita umana sulla terra aveva attraversato nei secoli e,</hi><hi rend="CharOverride-1"> nel limite del possibile, individuare le cause di questi cambiamenti. È dunque in questo quadro che vanno inserite tutte le conclus</hi><hi rend="CharOverride-1">ioni di Smith sul lavoro, i suoi cambiamenti e le ricadute generali che esse hanno. Ciò che ne fa un grande pensatore è la ricchezza delle osservazioni che raccoglie e la coerenza e compiutezza con cui porta avanti l’esposizione di alcune cause e principi come spiegazione dei dati. Ciò significa che non comprendiamo le ricerche di Smith se isoliamo le condi</hi><hi rend="CharOverride-1">zioni del lavoro da una considerazione più complessiva di coloro che lavorano e delle società in cui vivono e delle ricadute che le attività lavorative hanno nei vari aspetti della vita umana. Non bisogna dunque perdere di vista la natura sistematica della ricerca di Smith, nella quale egli privilegiava l’osservazione della condotta sociale più che quella della mente individuale al centro invece del </hi><hi rend="italic CharOverride-1">Trattato sulla natura umana</hi><hi rend="CharOverride-1"> del suo maestro Hume. Come Smith dichiarò esplicitamente più volte tutta la sua ricerca filosofica era rivolta ad individuare </hi><hi rend="CharOverride-1">«i principi generali» delle varie aree della condotta umana ovvero moralità, diritto, economia, politica ma anche «dei diversi rivoluzionari mutamenti che essi hanno subito nelle varie età e periodi della società» (Smith 1995, 640 e 78)</hi><hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi><ref target="OP08885_int_online_chapter_99_593-607.html#footnote-015">2</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">. Sia per Hume come per Smith nella scienza dell’uomo andava seguito il metodo che aveva dato risultati così importanti nella ricerca di filosofia naturale di Newton</hi><hi rend="CharOverride-1">, e si trattava quindi di mettere la filosofia morale su una base completamente nuova</hi><hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi><ref target="OP08885_int_online_chapter_99_593-607.html#footnote-014">3</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">. La ricerca sperimentale di Smith era centrata, molto di più di quella di Hume, sulle congetture storiche sui mutamenti della moralità e della società in generale, facendo valere quel metodo di ‘storia congetturale’ che per altro Hume aveva estesamente applicato nella sua </hi><hi rend="italic CharOverride-1">History of England</hi><hi rend="CharOverride-1">. Smith poi teneva specialmente conto della teoria stadiale secondo la quale la cultura umana aveva attraversato quattro stadi ciascuno caratterizzato da diverse attività lavorative prevalenti con cui ci si procurava i beni necessari per sopravvivere. Questi stadi di volta in volta erano quello della caccia, e ancora dell’allevamento e poi dell’agricoltura e infine del commercio</hi><hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi><ref target="OP08885_int_online_chapter_99_593-607.html#footnote-013">4</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">.</hi></p><p rend="h2" ><hi>2. I cambiamenti nel lavoro e la ‘divisione del lavoro’</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Elaborando le sue riflessioni in questo contesto Smith </hi><hi rend="CharOverride-1">giungeva a precisare: </hi></p><p rend="quotation_b" ><hi rend="CharOverride-1">La causa principale del progresso nelle capacità produttive del lavoro, nonché della maggior parte dell’arte, destrezza e intelligenza con cui il lavoro viene svolto e diretto, sembra sia stata la divisione del lavoro (Smith 2011, 66).</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">La divisione del lavoro ha i suoi effetti produttivi sia nelle manifatture di modesto rilievo come nelle grandi manifatture, ma è più osservabile nelle piccole manifatture in quanto gli addetti al lavoro si trovano tutti nello stess</hi><hi rend="CharOverride-1">o edificio. Duque in questo senso Smith prende spunto dal «mestiere dello spillettaio» in cui ci troviamo non solo di fronte ad un «mestiere particolare» ma a sua volta «diviso in un certo numero di specialità, la maggior parte delle quali sono anch’esse mestieri particolari</hi><hi rend="CharOverride-1">», </hi></p><p rend="quotation_b" ><hi rend="CharOverride-1">sicché l’importante attività di fabbricare uno spillo viene divisa… in circa diciotto distinte operazioni che, in alcune manifatture, sono tutte compiute da mani diverse, sebbene si diano casi in cui la stessa persona ne compie due o tre (Smith 2011, 66-7).</hi><hi rend="CharOverride-1"> </hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Smith calcola che laddove procedevano in modo separato dieci lavoratori producevano circa 200 spilli al giorno mentre applicando la divisione del lavoro giornalmente ne producevano «fra tutti più di quarantotto mila… al giorno». In generale dunque secondo Smith «la divisione del lavoro… </hi><hi rend="CharOverride-1">nella misura in cui può essere introdotta, determina in ogni mestiere un aumento proporzionale delle capacità produttive del lavoro» (Smith 2011, 67). E Smith coglie anche l’occasione per spiegare la difficoltà di introdurre nella agricoltura una divisione del lavoro così accentuata come nelle manifatture, concludendo in generale che: </hi></p><p rend="quotation_b" ><hi rend="CharOverride-1">Nell’agricoltura il lavoro delle nazioni ricche non sempre è molto più produttivo di quello delle nazioni povere; o almeno, la differenza di produttività non è mai così rilevante com’è di norma nel campo manifatturiero (Smith 2011,</hi><hi rend="CharOverride-1"> 68).</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Smith spiega anche le circostanze dietro la diffusione della divisione del lavoro: </hi></p><p rend="quotation_b" ><hi rend="CharOverride-1">Questo grande aumento della quantità di lavoro che, a seguito della divisione del lavoro, lo stesso numero di persone riesce a svolgere, è dovuto a tre diverse circostanze: primo, all’aumento di destrezza di ogni singolo operaio; secondo al risparmio del tempo che di solito si perde per passare da una specie di lavoro ad un’altra; e infine all</hi><hi rend="CharOverride-1">’invenzione di un gran numero di macchine che facilitano e abbreviano il lavoro e permettono a un solo uomo di fare il lavoro di molti (Smith 2011, 68).</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Nel caso del guadagno di tempo che si ha non passando da un lavoro ad un altro aggiunge una importante specificazione. Passare dal un lavoro all’altro comporta per così dire anche una perdita a livello motivazionale e ciò in quanto: «Quando si sta per cominciare un nuovo lavoro, raramente si è molto appassionati e </hi><hi rend="CharOverride-1">partecipi: la mente, come si dice, è altrove e per un po’ di tempo ci si gingilla invece d’impegnarsi con diligenza» (Smith 2011, 69). Ecco perché i lavoratori della campagna costretti a cambiare ogni mezz’ora lavoro e arnesi</hi><hi rend="CharOverride-1"> finiscono con l’acquisire </hi></p><p rend="quotation_b" ><hi rend="CharOverride-1">naturalmente (o meglio per necessità) un’abitudine alla dispersione e ad applicarsi svogliatamente e senza concentrazione che quasi sempre li rende pigri e oziosi, incapaci di rigorosa</hi><hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi><ref target="OP08885_int_online_chapter_99_593-607.html#footnote-012">5</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1"> applicazione anche nei casi più urgenti (Smith 2011, 69)</hi><hi rend="CharOverride-1">. </hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Va anche rilevato che la divisione del lavoro facilita la capacità degli stessi operai che sono impegnati in una specifica attività ad inventare macchine come «metodi più facili e rapidi» per compiere questa attività (Smith 2011, 70). </hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">La tendenza di Smith a contestualizzare con la scienza dell</hi><hi rend="CharOverride-1">’uomo il singolo dato osservativo raccolto ricavandone esiti più generali: viene illustrata da una considerazione che egli qui aggiunge a proposito di ciò che facilita le invenzioni delle macchine: </hi></p><p rend="quotation_b" ><hi rend="CharOverride-1">Non tutti i perfezionamenti delle macchine, però, sono derivati dalle invenzioni di coloro che le usavano abitualmente. Molti perfezionamenti sono stati realizzati grazie all’ingegnosità dei costruttori di macchine,</hi><hi rend="CharOverride-1"> quando costruirle divenne il contenuto di una professione specifica, e altri dall’ingegnosità dei cosiddetti filosofi o speculativi, la cui professione non consiste nel fare qualche cosa, ma nell’osservare ogni cosa, sicché proprio per questo sono in grado di combinare e unificare le possibilità insite negli oggetti più dissimili e lontani fra loro. Con il progredire della società, la filosofia, o speculazione, diviene, come ogni altra occupazione, l’unica o la principale attività professionale di una particolare categoria di cittadini e, come ogni altra </hi><hi rend="CharOverride-1">occupazione, anch’essa si suddivide in un gran numero di rami diversi ciascuno dei quali occupa una particolare categoria o un particolare gruppo di filosofi. E questa suddivisione delle occupazioni nella filosofia come in ogni altra attività accresce la perizia e fa risparmiare tempo. Ciascun individuo diviene più competente nel suo ramo specifico, complessivamente viene svolto un lavoro maggiore e la quantità del sapere ne risulta considerevolmente accresciuta (Smith 2011, 70).</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Il contesto ampio nel quale si inseriscono le osservazioni di Smith sui processi della divisione del lavoro emerge ulteriormente quando leggiamo che egli rileva: </hi></p><p rend="quotation_b" ><hi rend="CharOverride-1">La grande moltiplicazione dei prodotti di tutte le varie arti, in conseguenza della divisione del </hi><hi rend="CharOverride-1">lavoro, è all’origine, in una società ben governata, di una generale prosperità che estende i suoi benefici fino alle classi più basse del popolo. Ogni operaio può disporre di una grande quantità del suo lavoro, che supera le sue necessità e, dal momento che tutti gli altri operai si trovano esattamente nella stessa situazione, è in grado di scambiare una grande quantità dei suoi beni con una grande quantità dei beni degli altri, oppure, che è lo stesso con il prezzo di queste quantità. Egli li fornisce copiosamente di ciò di cui hanno biso</hi><hi rend="CharOverride-1">gno ed essi fanno lo stesso con lui, sicché una generale abbondanza si diffonde fra tutti i diversi ceti sociali (Smith 2011, 70-1). </hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Un passo nel quale Smith non solo allarga il contesto ma ne trasforma in fondo la natura: non è più un discorso strettamente osservativo ma è piuttosto teorico anzi addirittura normativo. Vengono infatti enunciate alcune assunzioni di natura </hi><hi rend="CharOverride-1">teorica, ad esempio che il tipo di lavoro coinvolto non includa in alcun modo alcuna forma di lavoro salariato ma solo il lavoro direttamente produttivo (Smith affronterà le questioni del sal</hi><hi rend="CharOverride-1">ario del lavoro nella successiva sezione VIII del libro I, 107-24). Ma poi vi è un presupposto normativo molto forte in quanto fin dall’inizio Smith rinvia alla esistenza di «una società ben governata» come condizione per la fioritura di tutte le conseguenze </hi><hi rend="CharOverride-1">positive della divisione del lavoro che elencheremo nelle prossime pagine. Questa clausola avrebbe dovuto mostrare al lettore attento l’impossibilità di interpretare la teoria economica delineata nella RN come riducibile al paradigma del liberismo mercatista. La necessità di una situazione del genere viene immediatamente ribadita in quanto subito dopo Smith chiarisce ancora che il benessere che la divisione del lavoro permette per il </hi><hi rend="CharOverride-1">«comune artigiano o lavorante a giornata» si realizza in «un paese civile e fiorente» (Smith 2011, 107-24). Il punto è che la divisione del lavoro è benefica in quanto interviene in una società ben governata non solo dal punto di vista delle istituzioni politiche, ma anche da quello più specifico della moralità infatti: </hi></p><p rend="quotation_b" ><hi rend="CharOverride-1">senza l’assistenza e la cooperazione di molte migliaia di persone, l’ultimo degli abitanti di un paese civile non potrebbe mai godere, come ora di norma gode, di un tenore di vita che noi a torto riteniamo semplice e facile da aversi. Sembrerà certo, tale, a paragone del lusso più sfrenato di un gran signore, pure è probabile che da questo punto di vista la distanza che separa un principe europeo da un contadino industrioso e frugale è meno grande di quella tra quest’</hi><hi rend="CharOverride-1">ultimo e i vari re africani, padroni assoluti della vita e della libertà di diecimila selvaggi (Smith 2011, 72).</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">La divisione del lavoro non è una sorta di causa miracolistica che trasforma integralmente il contesto sociale in cui inte</hi><hi rend="CharOverride-1">rviene, ma piuttosto una particolare pratica che interviene all’interno di un contesto sociale già civilizzato che la rende possibile e ne massimizza i risultati permettendo un ulteriore avanzamento civile generale.</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Va per altro ricordato che in Hume possiamo trovare una qualche concezione di una «ripartizione</hi><hi rend="CharOverride-1">» (</hi><hi rend="italic CharOverride-1">partition of labor</hi><hi rend="CharOverride-1">) o divisione del lavoro, non certo all’interno della medesima attività produttiva ma tra le attività privilegiate, o da privilegiare, nelle economie di </hi><hi rend="CharOverride-1">diversi paesi o nazioni</hi><hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi><ref target="OP08885_int_online_chapter_99_593-607.html#footnote-011">6</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">. Sulla importanza di un approccio sociale al lavoro Hume aveva idee chiare e già nella sezione del </hi><hi rend="italic CharOverride-1">Trattato sulla natura umana</hi><hi rend="CharOverride-1"> dedicata alla «origine della giustizia e della proprietà» sottolineava: </hi></p><p rend="quotation_b" ><hi rend="CharOverride-1">Qu</hi><hi rend="CharOverride-1">ando ciascun individuo lavora per conto suo (</hi><hi rend="italic CharOverride-1">labours a-part</hi><hi rend="CharOverride-1">) è solo per sé, la sua forza è troppo piccola per realizzare un lavoro apprezzabile; dato che il suo lavoro è speso per soddisfare tutti i suoi bisogni, egli non raggiunge mai la perfezione in nessuna arte particolare; e poiché le sue forze e i suoi successi non sono sempre costanti</hi><hi rend="CharOverride-1">, il minimo fallimento nelle une o negli altri sarà inevitabilmente seguito da miseria e rovina. La società fornisce un rimedio a questi </hi><hi rend="italic CharOverride-1">tre</hi><hi rend="CharOverride-1"> svantaggi. Con l’unione delle for</hi><hi rend="CharOverride-1">ze il nostro potere si accresce; con la divisione dei compiti (</hi><hi rend="italic CharOverride-1">partition of employments</hi><hi rend="CharOverride-1">) le nostre capacità aumentano; e con l’aiuto reciproco siamo meno esposti al caso e alla disgrazia. È pro</hi><hi rend="CharOverride-1">prio in questo supplemento di forza, capacità e sicurezza che risiedono i vantaggi della società (Hume 1987, vol. I, 513). </hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Hume riprendeva questo ordine di questioni nei suoi saggi economici raccolti nei </hi><hi rend="italic CharOverride-1">Saggi morali, politici e letterari</hi><hi rend="CharOverride-1"> e principalmente in quelli </hi><hi rend="italic CharOverride-1">Sul commercio</hi><hi rend="CharOverride-1">, </hi><hi rend="italic CharOverride-1">Sull</hi><hi rend="italic CharOverride-1">’affinamento delle arti</hi><hi rend="CharOverride-1"> e </hi><hi rend="italic CharOverride-1">Sulla moneta</hi><hi rend="CharOverride-1"> (Hume 1987, vol. III, 263-304). In questi saggi Hume esponeva le sue idee sulle relazioni tra paesi ricchi e poveri in connessione ai quali suggeriva appunto una qualche divisione o </hi><hi rend="CharOverride-1">ripartizione di lavori di diversa complessità tra diverse nazioni su cui tornava poi in una lettera del 1° novembre 1750 a Sir James Oswald scrivendo: </hi></p><p rend="quotation_b" ><hi rend="CharOverride-1">La crescita di ogni cosa, sia nelle arti come nella natura, in definitiva controlla</hi><hi rend="CharOverride-1"> sé stessa. Il paese ricco finirebbe con l’acquisire e mantenere tutte le manifatture che esigono grandi risorse e grandi abilità; mentre il paese povero si guadagnerebbe tutto ciò che richiede </hi><hi rend="CharOverride-1">semplicità e laboriosità (Hume 1932, 143-44)</hi><hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi><ref target="OP08885_int_online_chapter_99_593-607.html#footnote-010">7</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">. </hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Questo modo di concepire il commercio internazionale porta ad un suggerimento di superare la competizione in termini di gelosie sui miglioramenti dei paesi vicini e scegliendo invece </hi><hi rend="CharOverride-1">la via della cooperazione attraverso la opportuna ripartizione di lavori diversi in nazioni vicine. Hume connetteva così la sua individuazione di diverse forme di ripartizione del lavoro con l’esame delle ricadute più o meno positive di queste pratiche, una strada su cui verrà seguito come subito vedremo da Adam Smith. </hi></p><p rend="h2" ><hi>3. La natura ‘</hi><hi>morale’ delle cause della divisione del lavoro </hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Smith dunque inserisce la sua ricerca sul lavoro all’interno di questo quadro. In primo luogo il lavoro e le sue trasformazioni sono uno dei dati più evidenti che Smith incontra nella sua esperienza</hi><hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi><ref target="OP08885_int_online_chapter_99_593-607.html#footnote-009">8</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">. Passeggiand</hi><hi rend="CharOverride-1">o per le città della Scozia risultano evidenti i cambiamenti nel modo di lavorare e lui li categorizza concettualmente nella loro specificità spingendosi anche a indagare sulle cause di questo cambiamento. In questa sua indagine Smith non può non tenere conto delle tesi con cui Hume nel II e III libro del </hi><hi rend="italic CharOverride-1">Trattato</hi><hi rend="CharOverride-1"> indicava nelle </hi><hi rend="CharOverride-1">passioni, piuttosto che la ragione e le capacità intellettuali, la principale radice delle condotte private e pubbliche degli esseri umani. Nel settore in cui Smith più si muove della vita economica, Hume aveva già elaborato la consapevolezza di una trasformazione indicando nella industriosità la virtù tipica dell</hi><hi rend="CharOverride-1">’epoca moderna, e indicando come l’industriosità risulta una capacità che può essere apprezzata solo in quanto si apprezzano le qualità da cui deriva. Si tratta di una qualità secondo la classificazione delle virtù fatta da Hume che è utile sia a sé stessi come agli altri e proprio per questo è una virtù, ma non forse una qualità del carattere che è gradevole a sé stessi e agli altri. L’utilità </hi><hi rend="CharOverride-1">della qualità dell’industriosità deriva dall’incremento dei beni e della ricchezza, esiti che da essa sgorgano e che certamente non si realizzano con quei caratteri nei quali domina la pigrizia (</hi><hi rend="italic CharOverride-1">laziness</hi><hi rend="CharOverride-1">)</hi><hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi><ref target="OP08885_int_online_chapter_99_593-607.html#footnote-008">9</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">.</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Anche per Smith il contesto di apprezzamento della divisione del lavoro viene ricondotto ad un incremento della ricchezza e dei beni prodotti. Ma per quello che riguarda quale sia «il principio che dia origine alla divisione del lavoro» Smith scrive: </hi></p><p rend="quotation_b" ><hi rend="CharOverride-1">Questa divisione del lavoro, da cui tanti vantaggi sono derivati, non è in origine il risultato di una consapevole intenzione degli uomini, che preveda la generale prosperità che ne risulta. Si tratta invece della conseguenza </hi><hi rend="CharOverride-1">necessaria, per quanto assai lenta e graduale, di una particolare inclinazione della natura umana che non si preoccupa certo di un’utilità così estesa: l’inclinazione a trafficare e a barattare e a scambiare una cosa con l’altra (Smith 2011, 72). </hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Dunque la motivazione che secondo Smith produce la divisione del lavoro non è tanto la specifica industriosità o ricerca della ricchezza o di un accrescimento dei beni</hi><hi rend="CharOverride-1">, quanto piuttosto che così lavorando gli esseri umani riescono a soddisfare una specifica qualità che egli aveva già evidenziato nell’</hi><hi rend="italic CharOverride-1">Abbozzo della ricchezza delle nazioni</hi><hi rend="CharOverride-1"> come una «inclinazione comune a tutti gli uomini che non si trova invece in nessun’altra specie di animali: la tend</hi><hi rend="CharOverride-1">enza a trafficare, a barattare, a cambiare una cosa con l’altra» (Smith 1969, 26)</hi><hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi><ref target="OP08885_int_online_chapter_99_593-607.html#footnote-007">10</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">. Dunque la divisione del lavoro è un graduale prodotto della condizione naturale dell’essere umano</hi><hi rend="CharOverride-1"> per cui «egli ha sempre bisogno della cooperazione e dell’aiuto di molta gente, mentre tutta la sua vita è appena sufficiente a guadagnargli l’amicizia di poche persone».</hi><hi rend="CharOverride-1"> In fondo questa soddisfazione di bisogni non può certo essere realizzata dagli esseri umani con l’aiuto della benevolenza altrui in quanto è chiaro che: «Non è dalla benevolenza del macellaio, del birraio e del fornaio che ci aspettiamo il pranzo, ma dalla considerazione che essi fanno del pr</hi><hi rend="CharOverride-1">oprio interesse», «per cui per ogni essere umano la maggior parte dei suoi occasionali bisogni vengono soddisfatti… con l’accordo, con lo scambio, con la compera</hi><hi rend="CharOverride-1">» (Smith 1969, 27-8). Dunque sia Hume come Smith riconducono l’apprezzabilità di una partizione o divisione del lavoro alle cause e a principi identificate poi da entrambi principalmente con una motivazione non egoistica: per Hume una vera e propria virtù come l</hi><hi rend="CharOverride-1">’industriosità e per Smith una tendenza, di certo moralmente qualificata, quale l’inclinazione naturale all’ampliamento degli scambi cooperativi con altri.</hi></p><p rend="h2" ><hi>4. Smith: le diversità tra tipi di lavori e la rielaborazione della</hi><hi> teoria della ricchezza</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">L’apprezzamento da parte di Smith della divisione del lavoro si connette con il suo impegno nell’elaborare una teoria esplicativa delle trasformazioni che ne derivano nella produzione umana della ricchezza, </hi><hi rend="CharOverride-1">che troviamo presente solo in modo molto parziale nelle riflessioni di Hume. Smith inseriva la sua ricerca dei principi del cambiamento nelle condizioni del lavoro introdotte dalla divisione del lavoro in una analisi complessiva di una ricerca sulla natura della ricchezza. Per Smith la ricchezza da spiegare era quella economica vista secondo un’ottica specialistica laddove in Hume troviamo elaborato il quadro tradizionale dell’inserimento della economia all’interno di una generale delineazione della fioritura della condizione umana</hi><hi rend="CharOverride-1"> declinata in una accezione niente affatto aristotelica, come argomenteremo più avanti</hi><hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi><ref target="OP08885_int_online_chapter_99_593-607.html#footnote-006">11</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">. </hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Per quello che riguarda la revisione da parte di Smith della teoria della ricchezza ci limitiamo a pochi punti schematici</hi><hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi><ref target="OP08885_int_online_chapter_99_593-607.html#footnote-005">12</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">. Smith come è noto criticava «il sistema di economia politica che fa consistere la ricchezza di una nazione nell’abbondanza d’oro e d’argento e la miseria nella loro scarsità</hi><hi rend="CharOverride-1">» (Smith 2011, 242) in quanto poi la «ricchezza reale» di un paese è il «prodotto annuo della sua terra e del suo lavoro» (Smith 2011, 244). Con questa caratterizzazione della ricchezza di un paese Smith riprendeva</hi><hi rend="CharOverride-1"> la concezione dei fisiocratici che con la loro attenzione per l’agricoltura avevano fatto valere un paradigma di ricchezza in termini di lavoro produttivo. Ma Smith cambia il quadro di caratterizzazione del lavoro produttivo connettendolo con la produzione industri</hi><hi rend="CharOverride-1">ale connessa con la divisione del lavoro. Proprio tenendo conto di questa sua concezione della ricchezza Smith era spinto a fare la netta distinzione tra lavori produttivi e improduttivi. </hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Nella sezione III del libro II della RN Smith si occupa «Dell</hi><hi rend="CharOverride-1">’accumulazione del capitale, ovvero del lavoro produttivo e improduttivo» (Smith 2011, 304-19). La distinzione base è: </hi></p><p rend="quotation_b ParaOverride-2" ><hi rend="CharOverride-1">C’è un tipo di lavoro che aggiunge valore a quello della materia alla quale è applicato e ce n’è un altro che non ha tale effetto.</hi><hi rend="CharOverride-1"> Il primo in quanto produce un valore può essere chiamato lavoro produttivo il secondo può essere chiamato lavoro improduttivo. Così il lavoro di un manifatturiero aggiunge generalmente al valore dei materiali che egli lavora il valore del suo mantenimento e il valore del profitto del suo padrone. Il lavoro di un domestico, invece, non si aggiunge al valore di alcuna cosa (Smith 2011, 304).</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">E ancora Smith aggiunge: </hi></p><p rend="quotation_b ParaOverride-3" ><hi rend="CharOverride-1">Il lavoro di alcuni dei più rispettabili ordini della società è, come quello dei domestici, improduttivo di qualsiasi valore e non si fissa né si realizza in alcun oggetto durevole o merce destinata alla vendita che duri dopo che quel lavoro è stato terminato e</hi><hi rend="CharOverride-1"> col quale ci si possa poi procurare un uguale quantità di lavoro. Il sovrano, ad esempio, con tutti gli ufficiali civili e militari che sono a lui sottoposti, tutto l’esercito e tutta la marina sono lavoratori improduttivi. Nella stessa classe si debbono annoverare alcune delle professioni più gravi e importanti, quanto alcune delle più frivole: da una parte gli ecclesiastici, i legali, i medici, i letterati di ogni specie e dall</hi><hi rend="CharOverride-1">’altra i commedianti, i buffoni, i musicisti, i cantanti, i ballerini ecc. (Smith 2011, 304-5). </hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">In definitiva Smith faceva l’anatomia di una pratica del lavoro intesa come qualcosa di oggettivo largamente indipendente dalle scelte individuali di chi vi si impegnava. Ciò non toglie che ricorreva anche a forme di categorizzazione etica del</hi><hi rend="CharOverride-1"> tipo di lavoro, come ad esempio risulta chiaro laddove assimila i lavori produttivi a quelli «utili» (Smith 2011, 64). E come vedremo in termini etici espliciti analizzava le conseguenze sociali del diffondersi di determinati tipi di lavoro e specificamente della divisione del lavoro.</hi></p><p rend="h2" ><hi>5. Lo spessore etico del lavoro in Hume e Smith: dalla considerazione delle scelte a quella delle conseguenze</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">La lontananza tra Hume e Smith emerge se teniamo conto dell’impegno di Hume nel corso della sua vita di argomentare le ragioni della sua passione letteraria vista non solo come una forma di espressione della virtù dell’industriosità ma come un lavoro creativo e produttivo. Nel corso della sua biografia Hume si interroga ripetutamente sulla ricerca di un lavoro del quale possa sentirsi orgoglioso: proprio in questo tipo di scelta si può suggerire consistesse il suo tentativo di costruzione della sua </hi><hi rend="CharOverride-1">identità. Smith invece è molto più sistematico di Hume nel ripercorrere le ricadute della divisione del lavoro nelle condotte individuali e in quelle comuni e abituali delle persone distinguendo chiaramente tra cambiamenti apprezzabili e no, certo non ricorre ad una anatomia in termini di cause finali ma le diversità che traccia riguardano tutta la natura umana e poco coinvolgono le scelte individuali. Ma forse Hume aveva già messo in crisi questa impostazione e delinea una anatomia delle attività lavorative (</hi><hi rend="italic CharOverride-1">working</hi><hi rend="CharOverride-1">) nella quale l’eredità che fa valere è quella delle filosofie platoniche, scettiche, stoiche, epicuree tutte impegnate a individuare concezioni di feli</hi><hi rend="CharOverride-1">cità umane che unissero la dimensione personale e quella pubblica</hi><hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi><ref target="OP08885_int_online_chapter_99_593-607.html#footnote-004">13</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">. </hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Molti elementi della biografia di Hume aiutano a corroborare questa interpretazione. Nel corso della sua vita Hume rifiutò di svolgere il lavoro dell’avvocatura</hi><hi rend="CharOverride-1"> che per lui era stato previsto dalla madre e dalla famiglia. Ciò gli fu impossibile in quanto, come ci dice, «molto presto fui preso da una passione per la letteratura, che è stata la passione dominante della mia vita e la maggiore dispensatrice di gioie» e dunque provava </hi></p><p rend="quotation_b" ><hi rend="CharOverride-1">un’avversione insormontabile per tutto ciò che non fosse studio filosofico e culturale in generale: mentre credevano che stessi meditando su Voetius e su Vinnio, Cicerone e Virgilio erano invece gli autori che divoravo di nascosto </hi><hi rend="CharOverride-1">(Hume 1987, vol. IV, 331-40). </hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Per lui il lavoro di filosofo e storico fu dunque una scelta etica: una scelta libera che come ci spiega nella sua filosofia nasceva da un sentimento rivolto a costruire un carattere per lui accettabile e in grado di dare un qualche senso alla sua vita e di essere apprezzato anche dagli altri. In effetti la ricerca filosof</hi><hi rend="CharOverride-1">ica di Hume sviluppata in tutti gli scritti che produsse e pubblicò, gli procurò – malgrado fallimenti e opposizioni – una vita serena a lui e non solo gradevole per lui ma seppe anche renderla utile e inoltre essa fu anche gradevole ed utile agli altri. Che lui volesse fare della sua ricerca un lavoro risu</hi><hi rend="CharOverride-1">lta chiaro se consideriamo il grande impegno che mostrò sempre nel rivedere e correggere tutti i suoi scritti (tranne il </hi><hi rend="italic CharOverride-1">Trattato</hi><hi rend="CharOverride-1"> che fu un ‘aborto di stampa’) e poi nel cercare un editore adeguato per le riedizioni anche organizzate in raccolte che fossero più fruibili. Di certo nel corso della sua vita con il lavoro che Hume tanto si impegnò a fare e rendere professionale si mostrò al passo con le sue convinzioni che l</hi><hi rend="CharOverride-1">’industriosità fosse la virtù più propria della sua epoca: rivendica nella sua autobiografia appunto «la mia disposizione allo studio, la mia sobrietà e la mia operosità» (Hume </hi><hi rend="CharOverride-1">1987, vol. IV, 331). E rivendica in fondo i suoi «meriti» in «quanto questi avevano tuttavia fatto tali passi avanti che le percentuali datemi dagli editori superavano di gran lunga le somme che erano fino allora consuete in Inghilterra» (Hume 1987, vol. IV, 317). Scrivere di fil</hi><hi rend="CharOverride-1">osofia e di storia in quanto tale era un lavoro con cui dunque ci si guadagnava da vivere e anzi Hume aguzzò il suo ingegno per renderlo tale – specialmente dopo che le porte dell’Università gli si chiusero impedendogli di collegare questo lavoro con quello dell’insegnamento come negli ultimi secoli è diventato comune – da garantirgli di essere non tanto benestante, ma addirittura ricco.</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Hume con il suo caso illustra una concezione del lavoro vista come una vera scelta etica di vita personale, che permetteva di esprimere un carattere in una condotta che era virtuosa sotto la luce di tutti e quattro i criteri della virtù secondo la sua filosofia. Una giustificazione etica della scelta da parte di Hume del suo lavoro filosofico che è stata spesso riconosciuta da chi ha prestato attenzione ai suoi scritti e biografia. Così ad esempio Gia</hi><hi rend="CharOverride-1">ncarlo Carabelli ha insistito sul contributo che Hume ha dato nel fare della scrittura un manufatto</hi><hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi><ref target="OP08885_int_online_chapter_99_593-607.html#footnote-003">14</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">, consapevolezza che emerge chiaramente da alcuni dei saggi del </hi><hi rend="italic CharOverride-1">bon David</hi><hi rend="CharOverride-1"> sullo scrivere. Ancora più esplicitamente M. A. Box (1990) ricostruisce la ricerca che Hume sviluppò nei suo</hi><hi rend="CharOverride-1">i scritti come rivolta a ottenere una riuscita sul piano della circolazione presso il pubblico: l’attività professionale dei filosofi si estende ben al di là dall’agitare lampade o dal vivere asceticamente entro botti. Il lavoro intellettuale diventa con Hume ovviamente una attività che almeno per quello che riguarda l’identificazione di un pubblico cui indirizzarsi deve tenere conto di una seri</hi><hi rend="CharOverride-1">e di regole a cui anche i libri, gli articoli di rivista ecc. sono sottoposti, in quanto regole che governano lo scambio di oggetti e merci. Ma insistere su questa natura del lavoro filosofico che Hume scelse come quello che poteva dare un senso alla sua vita non sembra costringere a concludere che egli adattava anche i contenuti della sua «scienza della natura umana» alla ricerca del successo. Bisognerà esaminare su questo più partitamente le critiche alla prevalenza del mer</hi><hi rend="CharOverride-1">cato e della ripartizione del lavoro che si ritrovano nei testi di Hume, per valutare fino a che punto egli anticipava – in modo in parte reticente e inadeguato e risentendo in generale di un maggiore ottimismo sull’andamento delle cose – un percorso che Smith sviluppò seguendo più </hi><hi rend="CharOverride-1">ampiamente i disastri morali provocati dalla divisione del lavoro. </hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Nell’ultima parte di questo testo ricostruiamo le riflessioni di ordine morale che Hume e Smith svilupparono sulle conseguenze sociali degli sviluppi delle trasformazioni in corso con l’affermarsi della società commerciale e dunque del tipo di lavori prevalenti.</hi><hi rend="CharOverride-1"> Sono del tutto acquisite le elaborazioni in positivo che di queste trasformazioni vennero date negli scritti di Hume e Smith</hi><hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi><ref target="OP08885_int_online_chapter_99_593-607.html#footnote-002">15</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">. I due pensatori scozzesi sembrano procedere appaiati sulla strada dell’apprezzamento dell’espansione della simpatia e delle relazioni non violente anche a livello internazionale favorita dalle nuove forme </hi><hi rend="CharOverride-1">di produzione e dunque di lavoro: la genesi di una vera e propria forma di civilizzazione</hi><hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi><ref target="OP08885_int_online_chapter_99_593-607.html#footnote-001">16</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">. Le riflessioni di Smith sviluppano considerazioni sulle trasformazioni nella società più dettagliate, in quanto poteva fare tesoro di una decina di anni di ulteriore sviluppo della industrializzazione rispetto all’osservatorio di Hume. Smith mostrava, dunque, nel</hi><hi rend="CharOverride-1"> dettaglio come l’incremento di produttività legato alla diffusione della divisione del lavoro favorisca relazioni di cooperazione anche con paesi lontani e si possono sostituire relazioni internazionali regolate dagli scambi commerciali a quelle dominate dalla sola violenza e guerra. Una fiducia nel progresso – ammesso che sia presente nelle pagine di questi pensatori – che oggigiorno ci sembra una vera illusione.</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Ma leggendo, attentamente, gli scritti di Smith ci rendiamo conto come non manchino analisi di dettaglio sugli effetti negativi della diffusione della </hi><hi rend="CharOverride-1">divisione del lavoro e anche proprio dell’incremento di produttività e ricchezza che esso produce</hi><hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi><ref target="OP08885_int_online_chapter_99_593-607.html#footnote-000">17</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">. Così nella sua RN Smith si sofferma esplicitamente sulle deformazioni che sono rintracciabili nei lavoratori che realizzano la divisione del lavoro: </hi></p><p rend="quotation_b" ><hi rend="CharOverride-1">Con lo sviluppo della divisione del lavoro, l’occupazione della stragrande maggioranza di coloro che vivono di lavoro, cioè della gran massa del popolo, risulta limitata a poche semplicissime operazioni spesso una o due. Ma ciò che forma l’intelligenza della maggioranza degli uomini è necessariamente la loro occupazione ordinaria. Un uomo che spende tutta la sua vita compiendo poche semplici operazioni i cui effetti oltretutto sono forse sempre gli stessi o quasi,</hi><hi rend="CharOverride-1"> non ha nessuna occasione di applicare la sua intelligenza o di esercitare la sua inventiva a scoprire nuovi espedienti per superare difficoltà che non incontra mai. Costui perde quindi naturalmente l’abitudine a questa applicazione, e in genere diventa tanto stupido e ignorante quanto può essere una creatura umana. Il torpore della sua mente lo rende non solo incapace di prendere gusto o parte a una qualsi</hi><hi rend="CharOverride-1">asi conversazione razionale, ma anche di concepire un qualsiasi sentimento generoso, nobile o tenero e quindi di formarsi un giudizio corretto persino su molti comuni doveri della vita privata… Ma in ogni società progredita e incivilita questa è la condizione in cui i poveri che lavorano, cioè la gran massa della popolazione, devono necessariamente cadere a meno che il governo non si prenda cura di impedirlo (Smith 2011, 637-38)</hi><hi rend="CharOverride-1">.</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Proprio su questa base Smith conclude rilevando che: «L’istruzione della gente comune richiede forse, in una società incivilita e commerciale, l’attenzione dello Stato più di quella delle persone di un certo rango e di una certa fortuna.» (Smith 2011, 639). E dunque lo Stato «</hi><hi rend="CharOverride-1">può facilitare, incoraggiare e anche imporre a quasi tutta la massa del popolo la necessità di apprendere /le / parti più essenziali dell’educazione» (Smith 2011, 640). Un altro passo – con una vera e propria perorazione a favore dalla scuola dell’obbligo – </hi><hi rend="CharOverride-1">che è in contrasto con l’attribuzione a Smith di una concezione mercatista che ritiene che la libertà economica sia tutto e che il principale obiettivo politico sia quello di tagliare le unghie allo Stato impedendogli sempre di occuparsi della vita delle persone. </hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Smith sviluppa poi – anche in questo caso più sistematicamente di Hume – analisi rivolte a rendere esplicita la corruzione morale che viene innestata da un processo di civilizzazione che fa crescere eccessivamente il numero dei ricchi e le differenze sociali. Sono le condizioni di funzionamento della centrale virtù della giustizia ad essere messe in </hi><hi rend="CharOverride-1">crisi, qualcosa che Hume aveva già chiaramente colto nel rendere conto delle parzialità inevitabili nel funzionamento del meccanismo di simpatia a cui solo un punto di vista generale di natura etica poteva provare ad ovviare (Hume 1987, vol. I, </hi><hi rend="CharOverride-1">607-21). Ma Smith procede ulteriormente. Infatti nella </hi><hi rend="italic CharOverride-1">Teoria dei sentimenti morali</hi><hi rend="CharOverride-1"> c’è uno intero capitolo dedicato a denunciare queste forme di «corruzione morale» si tratta del capitolo III della sezione III della Parte I intitolata proprio «</hi><hi rend="CharOverride-1">La corruzione dei nostri sentimenti morali provocata da questa disposizione ad ammirare il ricco e il potente, e a disprezzare o trascurare persone di condizione mediocre o bassa»: tra l’altro in contrasto con qualsiasi credibilità dell’esistenza di un </hi><hi rend="italic CharOverride-1">Adam Smith problem</hi><hi rend="CharOverride-1">, questo capitolo fu aggiunto proprio nell’ultima edizione curata da Smith nel 1790 (Smith 1995, 168-75</hi><hi rend="CharOverride-1">). Concludiamo dunque con le parole di un illuminista empirista che tenendo conto delle osservazioni non poteva che riconoscere gli elementi di inciviltà che si accompagnavano comunque ai tanti progre</hi><hi rend="CharOverride-1">ssi economici e produttivi generati dalla divisione del lavoro: la premessa (su cui tanto aveva insistito Hume) è che «la gran massa degli uomini è composta da chi ammira e adula, spesso, cosa straordinaria, in modo </hi><hi rend="CharOverride-1">disinteressato, la ricchezza e la grandezza» (Smith 1995, 169). La conseguenza è, ahimè, che il nostro eccessivo rispetto per i ricchi e i potenti finisce con l’avere la meglio sul «sentimento di partecipazione per i miserabili» e «i ricchi e i potenti sono troppo speso preferiti ai saggi e ai virtuosi» (</hi><hi rend="CharOverride-1">Smith 1995, 447) L’incremento dei ricchi fa sì che si diffonda sempre di più una simpatia con loro piuttosto che – come dovrebbe essere – con gli umili e poveri: forse è – possiamo ipotizzare – proprio una corruzione della moralità che consegue come effetto di questo cambiamento nel modo </hi><hi rend="CharOverride-1">di lavorare. </hi></p><p rend="h2" ><hi>Riferimenti bibliografici</hi></p><p rend="bib_indx_bib" ><hi rend="CharOverride-1">Box, Mark A. 1990. </hi><hi rend="italic CharOverride-1">The Suasive Art of David Hume</hi><hi rend="CharOverride-1">. 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Milano: Rizzoli.</hi></p><p rend="bib_indx_bib" ><hi rend="CharOverride-1">Smith, Adam.</hi><hi rend="italic CharOverride-1"> </hi><hi rend="CharOverride-1">2011, </hi><hi rend="italic CharOverride-1">La ricchezza delle nazioni, </hi><hi rend="CharOverride-1">trad. it., di Francesco Bartoli, Cristiano Camporesi, e Sergio Caruso. Roma</hi><hi rend="CharOverride-1">: Newton Compton,</hi></p><p rend="bib_indx_bib" ><hi rend="CharOverride-1">Tegos, Spiros. 2013. “Adam Smith: Theories of Corruption.” In </hi><hi rend="italic CharOverride-1">The Oxford Handbook of Adam Smith</hi><hi rend="CharOverride-1">, edited by C. Berry, M. P. Paganelli, and C. Smith, 353-71. Oxford: Oxford University Press. </hi></p><p rend="bib_indx_bib" ><hi rend="CharOverride-1">Watkins,</hi><hi rend="CharOverride-1"> Margaret. 2019. </hi><hi rend="italic CharOverride-1">The Philosophical Progress of Hume’s Essays</hi><hi rend="CharOverride-1">. Cambridge: Cambridge University Press.</hi></p><p rend="bib_indx_bib" ><hi rend="CharOverride-1">Wennerlind, Carl, and Margaret Schabas, edited </hi><hi rend="CharOverride-1">by. 2008. </hi><hi rend="italic CharOverride-1">David Hume’s Political Economy</hi><hi rend="CharOverride-1">. London: Routledge.</hi></p><list type="ordered">
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-2"><ref target="OP08885_int_online_chapter_99_593-607.html#footnote-016-backlink">1</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	Tra l’altro David </hi><hi rend="CharOverride-1">Hume (1711-1776) che era sicuramente il pensatore di riferimento di </hi><hi rend="CharOverride-1">Smith – anche lui Scozzese – aveva pubblicato nei decenni precedenti </hi><hi rend="CharOverride-1">due diverse </hi><hi rend="italic CharOverride-1">Inquiries</hi><hi rend="CharOverride-1"> l’una dedicata all’Intelletto umano (1748) </hi><hi rend="CharOverride-1">e l’altra ai «principi della morale» (1751) che </hi><hi rend="CharOverride-1">sviluppavano lo stesso approccio filosofico che Smith farà proprio nei </hi><hi rend="CharOverride-1">suoi libri. Sulla influenza della ricerca di Hume sull’approccio </hi><hi rend="CharOverride-1">filosofico di Smith sono da vedere ad esempio: Fleischacker 2005</hi><hi rend="CharOverride-1">; Rasmussen 2020 e la discussione su questo libro fatta </hi><hi rend="CharOverride-1">da E. Lecaldano, P. Russell e lo stesso Rasmussen su </hi><hi rend="italic CharOverride-1">Rivista</hi><hi rend="CharOverride-1"> </hi><hi rend="italic CharOverride-1">di</hi><hi rend="CharOverride-1"> </hi><hi rend="italic CharOverride-1">filosofia</hi><hi rend="CharOverride-1"> 109, 2018: 477-500. </hi></p></item>
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					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-2"><ref target="OP08885_int_online_chapter_99_593-607.html#footnote-015-backlink">2</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	Questo libro di </hi><hi rend="CharOverride-1">Smith pubblicato per la prima volta nel 1759 ebbe numerose </hi><hi rend="CharOverride-1">altre edizioni in cui vennero introdotte aggiunte e correzioni e </hi><hi rend="CharOverride-1">l’ultima fu nel 1790, l’anno stesso della morte</hi><hi rend="CharOverride-1"> dell’autore ed è dunque parte integrante della filosofia della</hi><hi rend="CharOverride-1"> condotta umana che lo Scozzese vuole mettere a punto. Sulla</hi><hi rend="CharOverride-1"> stretta connessione tra la </hi><hi rend="italic CharOverride-1">Teoria</hi><hi rend="CharOverride-1"> di Smith e la </hi><hi rend="italic CharOverride-1">Ricchezza</hi><hi rend="CharOverride-1"> si veda ad esempio: Mari 2013.</hi></p></item>
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					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-2"><ref target="OP08885_int_online_chapter_99_593-607.html#footnote-014-backlink">3</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	Una presentazione </hi><hi rend="CharOverride-1">complessiva della scienza della morale di Smith si trova in </hi><hi rend="CharOverride-1">Campbell 1971. </hi></p></item>
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					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-2"><ref target="OP08885_int_online_chapter_99_593-607.html#footnote-013-backlink">4</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	Sul ruolo della storia e della teoria stadiale in Smith si sofferma Pocock 1985. </hi></p></item>
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					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-2"><ref target="OP08885_int_online_chapter_99_593-607.html#footnote-012-backlink">5</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	Ma il</hi><hi rend="CharOverride-1"> testo originale porta «vigorous» (ed. New York: The Modern Library,</hi><hi rend="CharOverride-1"> 2000, p. 9) e dunque da ritenere corretta la traduzione «vigorosa».</hi><hi rend="CharOverride-1"> </hi></p></item>
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					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-2"><ref target="OP08885_int_online_chapter_99_593-607.html#footnote-011-backlink">6</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	Ricostruzioni illuminanti di queste idee di D. Hume inserite</hi><hi rend="CharOverride-1"> nel contesto complessivo della questione del commercio internazionale sono state</hi><hi rend="CharOverride-1"> offerte da Istvan Hont 2005, particolarmente utile il saggio </hi><hi rend="CharOverride-1">finale “The Permanent Crisis of a Divided Mankind: ‘Nation</hi><hi rend="CharOverride-1"> State’ and ‘Nationalism’ in Historical Perspective”, 447-527.</hi><hi rend="CharOverride-1"> A proposito della concezione specifica del lavoro e della sua</hi><hi rend="CharOverride-1"> divisione o ripartizione in Hume è da vedere Hont 2008</hi><hi rend="CharOverride-1">a, (già presente in Hont 2005, 267-322).</hi></p></item>
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					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-2"><ref target="OP08885_int_online_chapter_99_593-607.html#footnote-010-backlink">7</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	Sulla lettera di</hi><hi rend="CharOverride-1"> Hume a Oswald e il suo modo di usare</hi><hi rend="CharOverride-1"> la «ripartizione» (</hi><hi rend="italic CharOverride-1">partition</hi><hi rend="CharOverride-1">) dei lavori si veda Hont</hi><hi rend="CharOverride-1"> 2008b, 323.</hi></p></item>
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					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-2"><ref target="OP08885_int_online_chapter_99_593-607.html#footnote-009-backlink">8</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	L’importanza della osservazione diretta nella ricerca di Smith emerge chiaramente in Phillipson 2010, specialmente nel cap. 10, 200-14, che ricostruisce le sue passeggiate per Kirkaldy.</hi></p></item>
				</list><list type="ordered">
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-2"><ref target="OP08885_int_online_chapter_99_593-607.html#footnote-008-backlink">9</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	Sulla ricerca antropologica di Hume sulla radice passionale delle scelte positive fatte laddove si fa prevalere ‘l’industriosità’ nel lavoro rispetto alla ‘pigrizia’ alcuni decenni fa insisteva già Deleule 1986 (l’edizione originale francese è del 1979) specialmente nel cap. 1, dedicato a “Una antropologia economica” (13-74). </hi></p></item>
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					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-2"><ref target="OP08885_int_online_chapter_99_593-607.html#footnote-007-backlink">10</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	Nella sua nota introduttiva alla traduzione italiana Parlato suggeriva che questa analisi sul fondamento della divisione del lavoro da parte di Smith dipendeva niente altro che, come aveva osservato Karl Marx, dalla sua ipostatizzazione della società commerciale in cui viveva. Sulle vicende dell’</hi><hi rend="italic CharOverride-1">Abbozzo</hi><hi rend="CharOverride-1"> che risaliva al 1763 e la scoperta fattane da parte di W. S. Scott nel 1937 si legga l’introduzione di Parlato. </hi></p></item>
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					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-2"><ref target="OP08885_int_online_chapter_99_593-607.html#footnote-006-backlink">11</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	Sul contesto in cui si inseriscono le </hi><hi rend="CharOverride-1">riflessioni economiche più generali di Hume e quelle sulla divisione </hi><hi rend="CharOverride-1">di Smith mi si permetta di rinviare a Lecaldano 2018.</hi></p></item>
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					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-2"><ref target="OP08885_int_online_chapter_99_593-607.html#footnote-005-backlink">12</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	Per un quadro più generale si veda Norman 2018.</hi></p></item>
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					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-2"><ref target="OP08885_int_online_chapter_99_593-607.html#footnote-004-backlink">13</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	</hi><hi rend="CharOverride-1">È questa l’impostazione nei confronti di Hume fatta valere</hi><hi rend="CharOverride-1"> da Watkins 2019, occupandosi tra l’altro della specificità</hi><hi rend="CharOverride-1"> della dimensione del «working» (85-8) che </hi><hi rend="italic CharOverride-1">le bon David</hi><hi rend="CharOverride-1"> individuava accostandole alle pratiche umane del «governing», «domineering</hi><hi rend="CharOverride-1">», «composing», «self-loving», «loving», «</hi><hi rend="CharOverride-1">thinking». </hi></p></item>
				</list><list type="ordered">
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-2"><ref target="OP08885_int_online_chapter_99_593-607.html#footnote-003-backlink">14</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	Questo tema è già sviluppato in Carabelli </hi><hi rend="CharOverride-1">1972 che presenta lo sforzo di Hume di realizzare uno </hi><hi rend="CharOverride-1">stile di scrittura che gli permettesse di trovare il suo </hi><hi rend="CharOverride-1">spazio in una cultura britannica nel quale l’editoria aveva </hi><hi rend="CharOverride-1">già un ruolo significativo, specialmente pp. 11-7. Carabelli ha poi </hi><hi rend="CharOverride-1">ripreso e sviluppato questo tema in Carabelli 1992, in cui </hi><hi rend="CharOverride-1">ricostruisce lo sforzo di Hume di rendere sempre più i </hi><hi rend="CharOverride-1">materiali culturali dei «manufatti» (p. 69). I saggi di </hi><hi rend="CharOverride-1">Hume rilevanti sono: “Sull’affinamento delle arti” e “Sullo </hi><hi rend="CharOverride-1">scrivere saggi”, in </hi><hi rend="italic CharOverride-1">Opere filosofiche</hi><hi rend="CharOverride-1">, vol. III rispettivamente </hi><hi rend="CharOverride-1">pp. 278-90 e 533-37.</hi></p></item>
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					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-2"><ref target="OP08885_int_online_chapter_99_593-607.html#footnote-002-backlink">15</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	Un testo oramai classico </hi><hi rend="CharOverride-1">che documenta la presenza di queste argomentazioni sui progressi morali </hi><hi rend="CharOverride-1">prodotti dalle trasformazioni economiche nel XVIII secolo è Rotschild 2003,</hi><hi rend="CharOverride-1"> in particolare sui cambiamenti nel lavoro il cap.4 (pp. 137-76</hi><hi rend="CharOverride-1">). </hi></p></item>
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					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-2"><ref target="OP08885_int_online_chapter_99_593-607.html#footnote-001-backlink">16</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	Sulla presenza in Hume e Smith della tesi</hi><hi rend="CharOverride-1"> che la società commerciale aveva visto l’ampliamento dei «</hi><hi rend="CharOverride-1">cerchi della simpatia» si veda Forman-Barizilai 2010.</hi></p></item>
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					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-2"><ref target="OP08885_int_online_chapter_99_593-607.html#footnote-000-backlink">17</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	Su questa linea di elaborazione di Smith sono da vedere: Paganelli 2013, e Tegos.</hi></p></item>
				</list>  
      
      <div>
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      </div>
    </body>
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