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        <title type="main" level="a">Hegel: lavoro e autocoscienza</title>
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            <forename>Gianluca</forename>
            <surname>Garelli</surname>
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          <resp>This is a section of <title>Idee di lavoro e di ozio per la nostra civiltà</title>(DOI: <idno type="DOI">10.36253/979-12-215-0319-7</idno>) by </resp>
          <name>Giovanni Mari, Francesco Ammannati, Brogi Stefano, Tiziana Faitini, Arianna Fermani, Francesco Seghezzi, Annalisa Tonarelli</name>
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        <publisher>Firenze University Press</publisher>
        <pubPlace>Florence</pubPlace>
        <date when="2024">2024</date>
        <idno type="DOI">https://doi.org/10.36253/979-12-215-0319-7.72</idno>
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          <p>Available for academic research purposes</p>
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        <p>This is original content, published for academic research purposes</p>
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        <p>This contribution summarily reconstructs the genesis and development of the notion of ‘work’ in Hegel's philosophy, from the Jena years to the Berlin period. The topic is treated mainly in connection with such questions as ‘recognition’ and culture. On the one hand (as observed by Marx and Lukács), while realizing the contradictory character of capitalism, Hegel ultimately still underestimates the general question of exploitation in industrial production. On the other hand, however, the biblical conception of work as a condemnation is, so to say, aufgehoben in Hegel’s view of Bildung by a revaluation of work as the only actual possibility of negating the status quo and setting oneself free from the historical various forms of servitude (Marcuse, Taubes). In this sense, each cultural production can be regarded as the result of a ‘work’ accomplished by Spirit in its historical becoming.</p>
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            <item>Bildung</item>
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      <p>It is available online at https://doi.org/10.36253/979-12-215-0319-7.72<ref target="https://doi.org/10.36253/979-12-215-0319-7.72" /></p>
      
      <p rend="h1_chapter">Hegel: lavoro e autocoscienza</p><p rend="h1_author ParaOverride-1" ><hi rend="CharOverride-1">Gianluca Garelli</hi></p><p rend="h2" ><hi>1. Introduzione</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Al cospetto della frammentazione</hi><hi rend="CharOverride-1"> e del particolarismo prodotti dalla crisi immanente alla </hi><hi rend="CharOverride-1">razionalità moderna, fin dagli anni giovanili Georg Wilhelm Friedrich Hegel </hi><hi rend="CharOverride-1">(Stoccarda, 27 agosto 1770-Berlino, 14 novembre 1831) </hi><hi rend="CharOverride-1">dedica i propri sforzi filosofici a elaborare una concezione </hi><hi rend="CharOverride-1">della soggettività capace di sottrarsi al mero individualismo</hi><hi rend="CharOverride-1"> e di ritrovarsi in una visione più ampia e </hi><hi rend="CharOverride-1">organica dell’essere sociale. Così vanno intese, fra l’altro,</hi><hi rend="CharOverride-1"> la polemica – da Hegel condivisa con Schelling e </hi><hi rend="CharOverride-1">Hölderlin – contro lo «stato-macchina», il ricorso alla nozione di</hi><hi rend="CharOverride-1"> «religione popolare», o ancora la rivendicazione del primato dell’</hi><hi rend="CharOverride-1">«amore» come elemento in cui si rende possibile un’autentica </hi><hi rend="CharOverride-1">riconciliazione. Ma come può il riconoscimento dell’unità del vivente </hi><hi rend="CharOverride-1">affidarsi solo al sentire, all’amore, o magari al primato </hi><hi rend="CharOverride-1">del religioso in generale? Insoddisfatto di tali risposte, negli anni</hi><hi rend="CharOverride-1"> jenesi Hegel si propone quindi di risolvere filosoficamente il mistero</hi><hi rend="CharOverride-1"> della relazione tra finito e infinito. È in via </hi><hi rend="CharOverride-1">di elaborazione l’idea di un sapere in cui l’</hi><hi rend="CharOverride-1">assoluto si manifesta processualmente nel tempo, e in cui </hi><hi rend="CharOverride-1">l’istanza logica rimane comunque connessa a un’ispirazione filosofica </hi><hi rend="CharOverride-1">che non ha perduto il proprio carattere etico e religioso.</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">A</hi><hi rend="CharOverride-1"> partire dai materiali destinati all’insegnamento raccolti sotto il </hi><hi rend="CharOverride-1">titolo</hi><hi rend="italic CharOverride-1"> Sistema dell’eticità</hi><hi rend="CharOverride-1"> (1802-1803), Hegel a Jena cerca </hi><hi rend="CharOverride-1">dunque di elaborare una concezione della prassi equidistante tanto d</hi><hi rend="CharOverride-1">alla mera soddisfazione di bisogni particolari, quanto dall’esclusiva ricerca</hi><hi rend="CharOverride-1"> del bene universale. Il filosofo viene così mettendo a</hi><hi rend="CharOverride-1"> punto una nozione di «spirito» i cui mezzi e le</hi><hi rend="CharOverride-1"> cui manifestazioni (a partire dal lavoro e dal linguaggio) costituiscono</hi><hi rend="CharOverride-1"> i fondamenti dell’interazione e del consolidamento delle istituzioni sociali.</hi><hi rend="CharOverride-1"> Nei frammenti della </hi><hi rend="italic CharOverride-1">Realphilosophie</hi><hi rend="CharOverride-1">, di poco successivi, si</hi><hi rend="CharOverride-1"> legge fra l’altro: </hi></p><p rend="quotation_b" ><hi rend="CharOverride-1">il lavoro non è un </hi><hi rend="italic CharOverride-1">istinto</hi><hi rend="CharOverride-1">, bensì un atto razionale [</hi><hi rend="italic CharOverride-1">Vernünftigkeit</hi><hi rend="CharOverride-1">], che nel popolo</hi><hi rend="CharOverride-1"> si trasforma in un che di universale, e perciò è</hi><hi rend="CharOverride-1"> opposto alla singolarità dell’individuo, che deve superarsi, e il</hi><hi rend="CharOverride-1"> lavorare esiste proprio perciò non </hi><hi rend="italic CharOverride-1">in quanto istinto</hi><hi rend="CharOverride-1">, bensì </hi><hi rend="CharOverride-1">nel modo dello spirito (Hegel 2008a, 57).</hi></p><p rend="h2" ><hi>2. Hegel a </hi><hi>Jena: tra classicismo ed economia politica</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">La realtà della Germania </hi><hi rend="CharOverride-1">dell’epoca (Lukács 1960, 460; Pinkard 2014, 3-21) non offriva</hi><hi rend="CharOverride-1"> a Hegel una base per conoscenze economiche adeguate, che </hi><hi rend="CharOverride-1">egli poteva invece almeno in parte desumere frequentando letteratura e</hi><hi rend="CharOverride-1"> stampa britanniche. Delle teorie di economisti come James</hi><hi rend="CharOverride-1"> Steuart e Adam Smith Hegel si appropria ‘speculativamente’ (Renault 2016,</hi><hi rend="CharOverride-1"> 469-70), cioè portandone a evidenza dialettica le aporie </hi><hi rend="CharOverride-1">implicite. Il paragone con la distinzione aristotelica fra </hi><hi rend="italic CharOverride-1">poiesis</hi><hi rend="CharOverride-1"> </hi><hi rend="CharOverride-1">e</hi><hi rend="italic CharOverride-1"> praxis</hi><hi rend="CharOverride-1"> diviene fondamentale per ribadire la differenza tra la </hi><hi rend="CharOverride-1">bella eticità organica dell’antico e il moderno, epoca della </hi><hi rend="CharOverride-1">scissione e della frattura (Ruggiu 2010, 470-71). Qui è soprattutto</hi><hi rend="CharOverride-1"> il tema della divisione del lavoro a mettere in </hi><hi rend="CharOverride-1">questione l’ideale dell’uomo come «animale politico». L’organizzazione </hi><hi rend="CharOverride-1">economica, insieme con la gerarchia sociale che ne scaturisce, è </hi><hi rend="CharOverride-1">infatti in linea di principio incompatibile con l’immediatezza del </hi><hi rend="CharOverride-1">legame tra individuo, famiglia e </hi><hi rend="italic CharOverride-1">polis</hi><hi rend="CharOverride-1">. Nel mondo moderno, </hi><hi rend="CharOverride-1">inoltre, se per un verso si accrescono le comodità </hi><hi rend="CharOverride-1">e la quantità del prodotto (come Hegel apprende proprio da </hi><hi rend="CharOverride-1">Smith), per altro verso il lavoro finisce per manifestare il </hi><hi rend="CharOverride-1">proprio carattere oppressivo: esso </hi></p><p rend="quotation_b" ><hi rend="CharOverride-1">diventa sempre più assolutamente morto, diventa</hi><hi rend="CharOverride-1"> lavoro-di-macchina, l’abilità del singolo diventa sempre più infinitamente limitata</hi><hi rend="CharOverride-1"> e la coscienza degli operai di fabbrica viene degradata fino</hi><hi rend="CharOverride-1"> all’estrema ottusità. </hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">In tale meccanismo, la soddisfazione dei</hi><hi rend="CharOverride-1"> bisogni dipende dall’interazione e dalla dipendenza reciproca di tutti</hi><hi rend="CharOverride-1">; il </hi><hi rend="italic CharOverride-1">medium</hi><hi rend="CharOverride-1"> che la rende possibile è il denaro, </hi><hi rend="CharOverride-1">ossia «la forma dell’unità, o della possibilità di </hi><hi rend="CharOverride-1">tutte le cose del bisogno» (Hegel 2008a, 58-61).</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Al cospetto di</hi><hi rend="CharOverride-1"> queste aporie, György Lukács (1960, 455) ha osservato che </hi><hi rend="CharOverride-1">in questi anni Hegel va elaborando una lettura dialettica, secondo </hi><hi rend="CharOverride-1">cui nel lavoro da una parte l’oggetto diviene altro </hi><hi rend="CharOverride-1">da sé («la forma della sua oggettività viene distrutta, esso </hi><hi rend="CharOverride-1">ne riceve, mediante il lavoro, una nuova»), mentre dall’altra, </hi><hi rend="CharOverride-1">sul versante del soggetto, «l’uomo si estrania da sé </hi><hi rend="CharOverride-1">stesso, diventa […] cosa a sé stesso […]. Mediante il </hi><hi rend="CharOverride-1">lavoro sorge nell’uomo qualcosa di universale». Inserendo il lavoro</hi><hi rend="CharOverride-1"> fra il desiderio e la sua soddisfazione immediata, l’essere</hi><hi rend="CharOverride-1"> umano rompe con l’immediatezza naturale in generale, e inaugura</hi><hi rend="CharOverride-1"> un cammino in cui gli è data la possibilità di</hi><hi rend="CharOverride-1"> diventare propriamente sé stesso. Il lavoro può così apparire a</hi><hi rend="CharOverride-1"> Hegel non un rapporto di mera subordinazione passiva, ma una</hi><hi rend="CharOverride-1"> </hi><hi rend="italic CharOverride-1">chance</hi><hi rend="CharOverride-1"> di emancipazione. Non che gli sfuggano, lo si è</hi><hi rend="CharOverride-1"> visto, i pericoli rappresentati dalle nuove forme di dipendenza, alienazione,</hi><hi rend="CharOverride-1"> divisione e macchinizzazione; egli, tuttavia, non smarrisce la fiducia</hi><hi rend="CharOverride-1"> negli esiti costruttivi, comunitari e antiegoistici della </hi><hi rend="italic CharOverride-1">Arbeit</hi><hi rend="CharOverride-1">. Per </hi><hi rend="CharOverride-1">questo, com’è noto, Karl Marx (1983, 168) avrebbe criticamente </hi><hi rend="CharOverride-1">rilevato che Hegel vi scorge «l’essenza che si avvera</hi><hi rend="CharOverride-1"> nell’uomo; egli vede solo il lato positivo del lavoro,</hi><hi rend="CharOverride-1"> non quello negativo»: ossia il fatto che esso «è</hi><hi rend="CharOverride-1"> il </hi><hi rend="italic CharOverride-1">divenire-per-sé</hi><hi rend="CharOverride-1"> dell’uomo nell’ambito dell’</hi><hi rend="italic CharOverride-1">alienazione</hi><hi rend="CharOverride-1"> o come</hi><hi rend="CharOverride-1"> uomo </hi><hi rend="italic CharOverride-1">alienato</hi><hi rend="CharOverride-1">». In una parola, per Marx Hegel sottovaluta </hi><hi rend="CharOverride-1">la dimensione dello sfruttamento, che è essenziale alla dinamica </hi><hi rend="CharOverride-1">della produzione industriale. Ancora agli occhi di Lukács (1960, </hi><hi rend="CharOverride-1">464) tale atteggiamento avrebbe costituito una «mescolanza di profonda </hi><hi rend="CharOverride-1">e giusta conoscenza del carattere contraddittorio dello sviluppo capitalistico e </hi><hi rend="CharOverride-1">di ingenue illusioni intorno a possibili palliativi» (colonizzazione, emigrazione…). </hi><hi rend="CharOverride-1">Anche lo Hegel maturo non ne sarebbe stato immune, </hi><hi rend="CharOverride-1">pur nella consapevole necessità di correttivi che frenino i rischi</hi><hi rend="CharOverride-1"> politici di un sistema dei bisogni abbandonato alla propria</hi><hi rend="CharOverride-1"> deriva.</hi></p><p rend="h2" ><hi>3. Il distacco dalla vita naturale: «desiderio tenuto</hi><hi> a freno»</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Nello sviluppo della concezione hegeliana, rimarrà comunque</hi><hi rend="CharOverride-1"> stabile l’idea che il lavoro comporti la rottura, </hi><hi rend="CharOverride-1">da parte dell’essere umano, di quell’originaria simbiosi con</hi><hi rend="CharOverride-1"> la naturalità che caratterizza la vita animale. Il lavoro</hi><hi rend="CharOverride-1"> non è solamente maledizione a seguito della caduta originaria, </hi><hi rend="CharOverride-1">come vorrebbe il racconto biblico, bensì anche possibilità di emanciparsi </hi><hi rend="CharOverride-1">dalla schiavitù della natura bruta. Quest’ultima si configura come</hi><hi rend="CharOverride-1"> un’alterità di cui l’essere umano sperimenta la resistenza,</hi><hi rend="CharOverride-1"> nell’atto in cui, lavorando, si sforza di negarne la</hi><hi rend="CharOverride-1"> rigidità sostanziale.</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Del resto, il pensiero antico aveva interpretato </hi><hi rend="CharOverride-1">la natura per lo più alla luce della categoria di </hi><hi rend="CharOverride-1">identità. Qualunque domanda circa l’essenza delle cose (</hi><hi rend="italic CharOverride-1">physis</hi><hi rend="CharOverride-1">,</hi><hi rend="CharOverride-1"> </hi><hi rend="italic CharOverride-1">kosmos</hi><hi rend="CharOverride-1">, </hi><hi rend="italic CharOverride-1">anthropos</hi><hi rend="CharOverride-1">…)</hi><hi rend="italic CharOverride-1"> </hi><hi rend="CharOverride-1">presupponeva anzitutto una loro stabilità, </hi><hi rend="CharOverride-1">ossia un’identità eterna. Nell’ontologia classica, e poi ancora</hi><hi rend="CharOverride-1"> in quella medievale (in particolare nella tradizione scolastica), la</hi><hi rend="CharOverride-1"> categoria di identità descrive insomma l’«essere in quanto essere»,</hi><hi rend="CharOverride-1"> garantendo così anche la possibile identificazione di essere e </hi><hi rend="CharOverride-1">pensare (Taubes 1957, 211). In età moderna invece, almeno a </hi><hi rend="CharOverride-1">partire da Descartes, Hegel registra un atteggiamento diverso, in cui </hi><hi rend="CharOverride-1">l’ontologia della sostanza fa spazio a una filosofia </hi><hi rend="CharOverride-1">del soggetto. È soprattutto con il pensiero di Kant e </hi><hi rend="CharOverride-1">di Fichte che si perviene a una rivoluzionaria trasformazione (Taubes </hi><hi rend="CharOverride-1">1957, 210), culminante in un pensiero plastico e dinamico. </hi><hi rend="CharOverride-1">Per superare dialetticamente il monismo statico dell’identità sostanziale, </hi><hi rend="CharOverride-1">alla «filosofia dello spirito» spetta il compito di elaborare</hi><hi rend="CharOverride-1"> una teoria innovativa della </hi><hi rend="italic CharOverride-1">negazione</hi><hi rend="CharOverride-1">, che oltre a costituire </hi><hi rend="CharOverride-1">«la categoria fondamentale della dialettica» è il principio essenziale di </hi><hi rend="CharOverride-1">una critica della realtà di fatto, e dunque del ‘conformismo</hi><hi rend="CharOverride-1">’ della ragione. In questo senso, come ha notato Herbert </hi><hi rend="CharOverride-1">Marcuse (1966, 3-6 e 45), la dialettica speculativa rappresenta un attacco </hi><hi rend="CharOverride-1">frontale contro ogni forma di </hi><hi rend="italic CharOverride-1">positivismo</hi><hi rend="CharOverride-1">, inteso come filosofia dell</hi><hi rend="CharOverride-1">’autorità del fatto. Ecco perché nella Prefazione della </hi><hi rend="italic CharOverride-1">Fenomenologia</hi><hi rend="italic CharOverride-1"> dello spirito</hi><hi rend="CharOverride-1"> (1807) Hegel insiste su un punto: la positività</hi><hi rend="CharOverride-1"> dello spirito esclude la rimozione del negativo. Anzi: lo </hi><hi rend="CharOverride-1">spirito è potente «solamente in quanto guarda in faccia il </hi><hi rend="CharOverride-1">negativo, si sofferma presso di esso. Questo soffermarsi è la </hi><hi rend="CharOverride-1">forza magica [</hi><hi rend="italic CharOverride-1">Zauberkraft</hi><hi rend="CharOverride-1">] che volge il negativo nell’essere» </hi><hi rend="CharOverride-1">(Hegel 2008b, 27). Per risultare filosoficamente produttiva, la negazione</hi><hi rend="CharOverride-1"> non deve allora concepirsi in termini assoluti – come </hi><hi rend="CharOverride-1">vogliono scettici radicali e nichilisti, che nel «risultato» del negare </hi><hi rend="CharOverride-1">scorgono sempre e soltanto «il </hi><hi rend="italic CharOverride-1">puro nulla</hi><hi rend="CharOverride-1">». Al contrario: nella</hi><hi rend="CharOverride-1"> negazione risiede la forza che è capace di dare «esistenza</hi><hi rend="CharOverride-1"> alla determinatezza». Per cui, come si legge nell’Introduzione dell</hi><hi rend="CharOverride-1">’opera, è grazie a questa negazione che il nulla </hi><hi rend="CharOverride-1">stesso va «preso come nulla di ciò da cui deriva</hi><hi rend="CharOverride-1">», e dunque «di fatto non è altro che il</hi><hi rend="CharOverride-1"> risultato veritiero; e perciò è esso stesso un nulla </hi><hi rend="italic CharOverride-1">determinato</hi><hi rend="CharOverride-1">, e ha un </hi><hi rend="italic CharOverride-1">contenuto</hi><hi rend="CharOverride-1">» (Hegel 2008b, 57). Insomma: l</hi><hi rend="CharOverride-1">a negazione determinata «mette in rapporto l’ordine di cose </hi><hi rend="CharOverride-1">stabilito con le forze e i fattori fondamentali che conducono </hi><hi rend="CharOverride-1">alla sua distruzione e indicano anche le possibili alternative allo </hi><hi rend="CharOverride-1">status quo» (Marcuse 1966, 12). Essa non annienta i contenuti,</hi><hi rend="CharOverride-1"> bensì permette allo spirito di mettersi in movimento, fare esperienza</hi><hi rend="CharOverride-1"> e dare così inizio alla serie delle sue configurazioni: </hi><hi rend="CharOverride-1">dunque, è condizione di possibilità della cultura (Garelli 2018). Nella </hi><hi rend="CharOverride-1">prospettiva hegeliana lo spirito, nella sua inquietudine, può così impegnarsi</hi><hi rend="CharOverride-1"> in una trasformazione storica volta alla conquista della propria autoconsapevolezza:</hi><hi rend="CharOverride-1"> la sostanza – secondo una celebre e controversa affermazione contenuta</hi><hi rend="CharOverride-1"> ancora nella Prefazione della </hi><hi rend="italic CharOverride-1">Fenomenologia</hi><hi rend="CharOverride-1"> – deve farsi soggetto.</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">È </hi><hi rend="CharOverride-1">proprio grazie alla negazione che un ente può mettere in</hi><hi rend="CharOverride-1"> questione la fissità dei suoi presunti limiti naturali, facendosi </hi><hi rend="CharOverride-1">qualcosa d’altro da ciò che era. Opponendosi alla </hi><hi rend="CharOverride-1">concezione greca del lavoro come attività servile, ossia incompatibile con </hi><hi rend="CharOverride-1">la libertà, e all’idea biblica del lavoro come conseguenza </hi><hi rend="CharOverride-1">maledetta d’una colpa originaria, Hegel – ispirato evidentemente anche</hi><hi rend="CharOverride-1"> dalle sue letture degli economisti britannici – delinea una </hi><hi rend="CharOverride-1">prospettiva secondo cui nel lavoro, che è capace di aggiungere</hi><hi rend="CharOverride-1"> valore alla materia cui si applica, risiede la chiave per</hi><hi rend="CharOverride-1"> l’emancipazione spirituale.</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Le celebri pagine fenomenologiche in cui si </hi><hi rend="CharOverride-1">delinea il passaggio dalla coscienza all’autocoscienza contengono dunque una </hi><hi rend="CharOverride-1">descrizione ‘germinale’ dell’inizio della storia (Taubes 1957, 211): i</hi><hi rend="CharOverride-1">nizio che ha idealmente luogo con l’incontro e il </hi><hi rend="CharOverride-1">riconoscimento fra individui. Si tratta di una concezione che </hi><hi rend="CharOverride-1">a Jena Hegel aveva cominciato a elaborare dapprima sulla scorta</hi><hi rend="CharOverride-1"> di Hobbes, e della sua idea di un originario combattimento</hi><hi rend="CharOverride-1"> per l’onore. Il frammento 22 della </hi><hi rend="italic CharOverride-1">Realphilosophie 1803-1804</hi><hi rend="CharOverride-1"> parla in questo senso della necessità che avvenga un’offesa</hi><hi rend="CharOverride-1">: «giacché la coscienza deve necessariamente tendere a questo riconoscimento, </hi><hi rend="CharOverride-1">i singoli devono necessariamente offendersi reciprocamente, per conoscersi e sapere </hi><hi rend="CharOverride-1">se sono razionali» (Hegel 2008a, 45n). Il </hi><hi rend="italic CharOverride-1">riconoscimento</hi><hi rend="CharOverride-1"> (</hi><hi rend="italic CharOverride-1">Anerkennung</hi><hi rend="CharOverride-1">) </hi><hi rend="CharOverride-1">è dunque la nozione cardinale per spiegare la genesi dell’</hi><hi rend="CharOverride-1">autocoscienza hegeliana (Gadamer 1996, 69; Siep 1998, 116-20; Honneth 2017):</hi><hi rend="CharOverride-1"> «L’autocoscienza è </hi><hi rend="italic CharOverride-1">in sé </hi><hi rend="CharOverride-1">e </hi><hi rend="italic CharOverride-1">per sé </hi><hi rend="CharOverride-1">allorquando, e</hi><hi rend="CharOverride-1"> per il fatto che, essa è in sé e per</hi><hi rend="CharOverride-1"> sé per un’altra autocoscienza; ciò significa che è solamente</hi><hi rend="CharOverride-1"> come qualcosa di riconosciuto» (Hegel 2008b, 128). Nel cap. 4a) </hi><hi rend="CharOverride-1">della </hi><hi rend="italic CharOverride-1">Fenomenologia</hi><hi rend="CharOverride-1"> il tema viene ripreso, per essere tuttavia svolto </hi><hi rend="CharOverride-1">su un piano diverso: qui non si tratta propriamente della </hi><hi rend="CharOverride-1">descrizione d’un conflitto reale fra individui, bensì della genesi </hi><hi rend="CharOverride-1">d’una scissione tutta interna alla coscienza. Questa, sdoppiandosi, giunge</hi><hi rend="CharOverride-1"> a rispecchiarsi in un’alterità, e tale due-in-uno costituisce</hi><hi rend="CharOverride-1"> la condizione di possibilità di qualunque operazione riflessiva, prima ancora</hi><hi rend="CharOverride-1"> che di ogni riconoscimento storico effettivo. </hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Rispecchiandosi l</hi><hi rend="CharOverride-1">’una nell’altra, le due autocoscienze «</hi><hi rend="italic CharOverride-1">danno prova </hi><hi rend="CharOverride-1">di</hi><hi rend="CharOverride-1"> sé, ciascuna a sé stessa e all’altra, attraverso </hi><hi rend="CharOverride-1">la lotta per la vita e per la morte», giacché</hi><hi rend="CharOverride-1"> «è unicamente mettendo a repentaglio la vita che si </hi><hi rend="CharOverride-1">dimostra la libertà» (Hegel 2008b, 131). Ecco perché lo </hi><hi rend="CharOverride-1">squilibrio che si viene a generare in seguito a questa </hi><hi rend="CharOverride-1">lotta assume, com’è noto, l’aspetto della relazione fra</hi><hi rend="CharOverride-1"> signoria e servitù. La coscienza servile è quella che non</hi><hi rend="CharOverride-1"> ha saputo dar prova di sé fino in fondo, cioè</hi><hi rend="CharOverride-1"> non è stata disposta a mettere in gioco la propria</hi><hi rend="CharOverride-1"> vita abbandonando ogni legame con la cosalità. Essa ha </hi><hi rend="CharOverride-1">provato il terrore di perdere tutto, e ha chiesto di </hi><hi rend="CharOverride-1">essere risparmiata. Per questo l’altra coscienza, che invece non</hi><hi rend="CharOverride-1"> ha tremato, può adesso rapportarsi alle cose «mediatamente</hi><hi rend="italic CharOverride-1">,</hi><hi rend="italic CharOverride-1"> tramite il servo</hi><hi rend="CharOverride-1">». Non che quest’ultimo non sia </hi><hi rend="CharOverride-1">ancora in rapporto con la cosa: essa però ormai </hi><hi rend="CharOverride-1">«è per lui autonoma»; dunque al servo non è dato </hi><hi rend="CharOverride-1">di consumarla, ma egli «si limita a </hi><hi rend="italic CharOverride-1">elaborarla</hi><hi rend="CharOverride-1">». A </hi><hi rend="CharOverride-1">goderne invece, ossia a rapportarvisi immediatamente al modo di una</hi><hi rend="CharOverride-1"> «pura negazione», è solo il signore (Hegel 2008b, 133).</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Proprio qui, tuttavia, si preparano le condizioni per un ribaltamento.</hi><hi rend="CharOverride-1"> L’apparente certezza per cui il dominio del signore costituisce</hi><hi rend="CharOverride-1"> l’elemento essenziale della relazione dovrà infatti lasciare posto alla</hi><hi rend="CharOverride-1"> consapevolezza d’una realtà ben diversa da come appariva all</hi><hi rend="CharOverride-1">’inizio: «la verità della coscienza autonoma è […] la </hi><hi rend="italic CharOverride-1">coscienza servile</hi><hi rend="CharOverride-1">» (Hegel 2008b, 134). Ed è qui che Hegel,</hi><hi rend="CharOverride-1"> nel tratteggiare il differente atteggiamento del signore e del servo</hi><hi rend="CharOverride-1"> rispetto al rapporto che essi hanno con le cose,</hi><hi rend="CharOverride-1"> introduce la celebre definizione del lavoro (</hi><hi rend="italic CharOverride-1">Arbeit</hi><hi rend="CharOverride-1">). Dando libero</hi><hi rend="CharOverride-1"> corso al proprio desiderare, la signoria si fa «pura negazione</hi><hi rend="CharOverride-1"> dell’oggetto», per cui il suo appagarsi nel godimento risulterà</hi><hi rend="CharOverride-1"> infine «solamente un dileguare» privo di sussistenza. Dal lato della</hi><hi rend="CharOverride-1"> servitù «Il lavoro, per contro, è desiderio </hi><hi rend="italic CharOverride-1">tenuto a</hi><hi rend="italic CharOverride-1"> freno</hi><hi rend="CharOverride-1">, dileguare </hi><hi rend="italic CharOverride-1">trattenuto</hi><hi rend="CharOverride-1">; insomma, il lavoro </hi><hi rend="italic CharOverride-1">forma </hi><hi rend="CharOverride-1">[</hi><hi rend="italic CharOverride-1">bildet</hi><hi rend="CharOverride-1">]»</hi><hi rend="CharOverride-1"> (Hegel 2008b, 135). </hi><hi rend="italic CharOverride-1">Bilden</hi><hi rend="CharOverride-1">, «formare», è il verbo corri</hi><hi rend="CharOverride-1">spondente al sostantivo </hi><hi rend="italic CharOverride-1">Bildung</hi><hi rend="CharOverride-1">, che significa «formazione», ma anche «cultura»</hi><hi rend="CharOverride-1">: solo alla coscienza servile è data la possibilità di</hi><hi rend="CharOverride-1"> coltivarsi. Il lavoro, che dapprima sembrava determinare in lei null</hi><hi rend="CharOverride-1">’altro che un senso di estraniazione, ora le garantisce</hi><hi rend="CharOverride-1"> l’</hi><hi rend="italic CharOverride-1">Eigensinn</hi><hi rend="CharOverride-1"> («senso proprio»), cioè la rende capace</hi><hi rend="CharOverride-1"> di avvertire la propria autonomia: «nell’atto del formare, </hi><hi rend="CharOverride-1">[…] la coscienza del servo giunge alla consapevolezza di essere </hi><hi rend="CharOverride-1">a sua volta in sé e per sé» (Hegel 2008b,</hi><hi rend="CharOverride-1"> 136). In quel fare ‘alienato’ che è il lavoro –</hi><hi rend="CharOverride-1"> ben diverso, per esempio, dalla libera creatività della </hi><hi rend="CharOverride-1">poiesi artistica, sottoposto com’è all’arbitrio di una </hi><hi rend="CharOverride-1">signoria estranea – fiorisce il germe della libertà dell’autocoscienza</hi><hi rend="CharOverride-1"> (Chiurazzi 2007, 303).</hi></p><p rend="h2" ><hi>4. Il servo, lo stoico e</hi><hi> il lavoro del pensare</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Si è ricordato che, secondo Marx, </hi><hi rend="CharOverride-1">il maggior limite della concezione del lavoro contenuta nella </hi><hi rend="italic CharOverride-1">Feno</hi><hi rend="italic CharOverride-1">menologia</hi><hi rend="CharOverride-1"> hegeliana consiste nel valorizzarne il «lato positivo» </hi><hi rend="CharOverride-1">senza denunciarne adeguatamente proprio l’alienazione (</hi><hi rend="italic CharOverride-1">Entäußerung</hi><hi rend="CharOverride-1">). Ma il </hi><hi rend="CharOverride-1">termine </hi><hi rend="italic CharOverride-1">Entäußerung</hi><hi rend="CharOverride-1"> richiede qualche precisazione. Certamente esso designa una rinuncia </hi><hi rend="CharOverride-1">e una perdita (per il giovane Hegel, una forma di</hi><hi rend="CharOverride-1"> </hi><hi rend="italic CharOverride-1">Entäußerung</hi><hi rend="CharOverride-1"> era stata per esempio l’abbandono della dimensione </hi><hi rend="CharOverride-1">di bella eticità che caratterizzava la vita degli antichi greci).</hi><hi rend="CharOverride-1"> D’altra parte, nell’accezione più tecnica di </hi><hi rend="CharOverride-1">trasferimento di proprietà o di diritti (</hi><hi rend="italic CharOverride-1">alienation</hi><hi rend="CharOverride-1">), il filosofo</hi><hi rend="CharOverride-1"> poteva trovarne traccia anche nelle sue letture d’oltremanica.</hi><hi rend="CharOverride-1"> Nella scelta hegeliana di questa parola svolgevano poi un </hi><hi rend="CharOverride-1">ruolo rilevante anche altre sfumature, a partire dalla semantica teologic</hi><hi rend="CharOverride-1">a e religiosa. </hi><hi rend="italic CharOverride-1">Entäußerung</hi><hi rend="CharOverride-1"> era stato fra l’altro </hi><hi rend="CharOverride-1">il termine scelto da Lutero per rendere il greco </hi><hi rend="italic CharOverride-1">kenosis</hi><hi rend="CharOverride-1">,</hi><hi rend="CharOverride-1"> nella traduzione della Bibbia: il farsi carne di Dio </hi><hi rend="CharOverride-1">è uno ‘svuotamento’ – quell’abbandono degli attributi divini che </hi><hi rend="CharOverride-1">la King James Version del 1611 avrebbe restituito con </hi><hi rend="italic CharOverride-1">humbling</hi><hi rend="CharOverride-1">,</hi><hi rend="CharOverride-1"> ‘umiliazione’ (Pinkard 2008, 120). Alla tradizionale ma unilaterale resa</hi><hi rend="CharOverride-1"> di </hi><hi rend="italic CharOverride-1">Entäußerung</hi><hi rend="CharOverride-1"> con «alienazione» e di </hi><hi rend="italic CharOverride-1">entäußern </hi><hi rend="CharOverride-1">con «alienare», bisognerà</hi><hi rend="CharOverride-1"> infine affiancare l’aspetto, letterale ma altrettanto importante, dell</hi><hi rend="CharOverride-1">’«esteriorizzazione»: un movimento che nel dettato fenomenologico si armonizza con</hi><hi rend="CharOverride-1"> l’altro, corrispondente e contrario, della </hi><hi rend="italic CharOverride-1">Erinnerung</hi><hi rend="CharOverride-1"> (ove </hi><hi rend="italic CharOverride-1">erinnern</hi><hi rend="CharOverride-1"> </hi><hi rend="CharOverride-1">significa, a un tempo, «ricordare» e «interiorizzare»).</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">A questo insieme </hi><hi rend="CharOverride-1">di significati, che configurano per così dire plasticamente il</hi><hi rend="CharOverride-1"> movimento dialettico, è affidato il compito di restituire il darsi</hi><hi rend="CharOverride-1">-forma (</hi><hi rend="italic CharOverride-1">Formierung</hi><hi rend="CharOverride-1">)</hi><hi rend="italic CharOverride-1"> </hi><hi rend="CharOverride-1">dello spirito. L’elaborazione o rielaborazione</hi><hi rend="italic CharOverride-1"> </hi><hi rend="CharOverride-1">di un materiale naturale spiega per Hegel il nesso fra </hi><hi rend="CharOverride-1">lavoro e diritto di proprietà (sulla scorta della determinazione lockiana). </hi><hi rend="CharOverride-1">Tale fare però è ‘formativo’ anche nell’altra accezione del</hi><hi rend="CharOverride-1"> verbo </hi><hi rend="italic CharOverride-1">bilden</hi><hi rend="CharOverride-1">, quella riferita alla formazione-educazione (</hi><hi rend="italic CharOverride-1">Bildung</hi><hi rend="CharOverride-1">) dell’</hi><hi rend="CharOverride-1">individuo e della civiltà nel suo insieme: risultato della trasformazione </hi><hi rend="CharOverride-1">d’una natura prima – interna ed esterna – in </hi><hi rend="CharOverride-1">una seconda natura, la cultura appunto.</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">È noto che su questo</hi><hi rend="CharOverride-1"> punto specifico si sono costruite alcune fra le interpretazioni più</hi><hi rend="CharOverride-1"> originali e feconde dell’intera filosofia hegeliana. Il fatto che</hi><hi rend="CharOverride-1"> Hegel avesse saputo intuire nell’essere umano il risultato </hi><hi rend="CharOverride-1">di rapporti peculiari di un determinato mondo ‘reificato’, che</hi><hi rend="CharOverride-1"> si radica in una particolare forma di lavoro, ha</hi><hi rend="CharOverride-1"> per esempio incoraggiato letture della figura di signoria e servitù</hi><hi rend="CharOverride-1"> orientate in chiave antropogenetica (esemplarmente Kojève 1996; cfr. Bodei </hi><hi rend="CharOverride-1">1991), o addirittura al ribaltamento immediato nella prassi rivoluzionaria. Non </hi><hi rend="CharOverride-1">bisogna tuttavia perdere di vista il testo hegeliano: all’altezza </hi><hi rend="CharOverride-1">del cap. 4 della </hi><hi rend="italic CharOverride-1">Fenomenologia</hi><hi rend="CharOverride-1">, la presa di coscienza del servo</hi><hi rend="CharOverride-1"> sfocia piuttosto in una disamina dello spazio aperto al</hi><hi rend="CharOverride-1">la riflessione dal due-in-uno dell’autocoscienza. Il doppio movimento da</hi><hi rend="CharOverride-1"> essa compiuto nella figura del signore e del servo ha</hi><hi rend="CharOverride-1"> insegnato infatti che l’Io non è un’egoità in</hi><hi rend="CharOverride-1"> sé e astratta (tale in buona parte si </hi><hi rend="CharOverride-1">mostrava ancora la signoria): esso nel conflitto acquista la </hi><hi rend="CharOverride-1">consapevolezza di essere altro rispetto al proprio mero essere in-</hi><hi rend="CharOverride-1">sé. In altre parole, l’Io scopre di essere finalmente </hi><hi rend="CharOverride-1">in grado di concepire insieme identità e differenza: </hi></p><p rend="quotation_b" ><hi rend="CharOverride-1">Si tratta </hi><hi rend="CharOverride-1">[…] di una coscienza che </hi><hi rend="italic CharOverride-1">pensa</hi><hi rend="CharOverride-1">, ossia è autocoscienza libera.</hi><hi rend="CharOverride-1"> Infatti, </hi><hi rend="italic CharOverride-1">pensare </hi><hi rend="CharOverride-1">vuol dire essere oggetto a sé stesso </hi><hi rend="CharOverride-1">non come </hi><hi rend="italic CharOverride-1">Io astratto</hi><hi rend="CharOverride-1"> […]; ovvero, vuol dire rapportarsi all</hi><hi rend="CharOverride-1">’essenza oggettiva in modo tale che essa abbia il significato</hi><hi rend="CharOverride-1"> di </hi><hi rend="italic CharOverride-1">essere-per-sé </hi><hi rend="CharOverride-1">della coscienza (Hegel 2008b, 137). </hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Dunque, quando </hi><hi rend="CharOverride-1">Hegel scrive che «Nel pensare, Io </hi><hi rend="italic CharOverride-1">sono libero</hi><hi rend="CharOverride-1">», intende che</hi><hi rend="CharOverride-1"> nel lavoro, aprendo lo spazio del pensiero, la </hi><hi rend="CharOverride-1">coscienza scopre la capacità di rimanere in certo modo presso </hi><hi rend="CharOverride-1">sé stessa anche quando trascorre di oggetto in oggetto: ossia, </hi><hi rend="CharOverride-1">si emancipa da un destino che altrimenti sarebbe di perenne </hi><hi rend="CharOverride-1">ed esclusiva alienazione nell’alterità dei propri contenuti. Ora, afferma </hi><hi rend="CharOverride-1">Hegel, «Questa libertà dell’autocoscienza, quando si è presentata nella </hi><hi rend="CharOverride-1">storia dello spirito come fenomeno consapevole di sé, è stata </hi><hi rend="CharOverride-1">notoriamente chiamata </hi><hi rend="italic CharOverride-1">stoicismo</hi><hi rend="CharOverride-1">» (Hegel 2008b, 138).</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Per chi, dopo la </hi><hi rend="CharOverride-1">conclusione del conflitto fra signore e servo innestato dagli effetti </hi><hi rend="CharOverride-1">del lavoro, si attendesse una ricaduta immediata sulla prassi della </hi><hi rend="CharOverride-1">coscienza emancipata, il richiamo alla figura del saggio stoico –</hi><hi rend="CharOverride-1"> che si sente libero tanto sul trono (come Marco Aurelio)</hi><hi rend="CharOverride-1"> quanto in catene (come l’ex schiavo Epitteto) – può</hi><hi rend="CharOverride-1"> risultare inatteso, e magari financo deludente. Ma lo stoicismo, nel</hi><hi rend="CharOverride-1"> quadro delineato dalla </hi><hi rend="italic CharOverride-1">Fenomenologia</hi><hi rend="CharOverride-1">, non rappresenta una forma di </hi><hi rend="CharOverride-1">quietismo ideologico. A Hegel non sfugge cioè che esso, storicamente, </hi><hi rend="CharOverride-1">ha rappresentato anzitutto una reazione filosofica a un’epoca ovunque </hi><hi rend="CharOverride-1">pervasa dall’insicurezza e dalla paura. In quanto figura dello </hi><hi rend="CharOverride-1">spirito, lo stoicismo dà bensì la nozione della libertà, ma </hi><hi rend="CharOverride-1">non ancora la libertà concreta e vivente. Per raggiungerla, è</hi><hi rend="CharOverride-1"> necessario compiere – anzitutto nel pensiero – ancora un lungo</hi><hi rend="CharOverride-1"> cammino.</hi></p><p rend="h2" ><hi>5. Il travaglio dello spirito</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Lungi dal ridimensionare le </hi><hi rend="CharOverride-1">implicazioni politiche del dettato hegeliano, tutto ciò semmai le radicalizza. </hi><hi rend="CharOverride-1">Sulla scorta ancora di Taubes (1957, 208) sarà utile</hi><hi rend="CharOverride-1"> un breve confronto con un passaggio del primo libro della</hi><hi rend="CharOverride-1"> </hi><hi rend="italic CharOverride-1">Politica</hi><hi rend="CharOverride-1"> di Aristotele, in cui la distinzione fra </hi><hi rend="CharOverride-1">liberi e schiavi si radica esemplarmente in un’ontologia immutabile:</hi><hi rend="CharOverride-1"> si è schiavi o liberi «per natura», ovvero </hi><hi rend="CharOverride-1">si nasce nell’uno o nell’altro modo. Libero e </hi><hi rend="CharOverride-1">schiavo per Aristotele sono cioè due ‘tipi’ diversi di essere </hi><hi rend="CharOverride-1">umano, vincolati per sempre al ruolo che compete alla loro </hi><hi rend="CharOverride-1">essenza: «È dunque evidente che per natura alcuni uomini sono </hi><hi rend="CharOverride-1">liberi e altri schiavi e che per questi ultimi l’</hi><hi rend="CharOverride-1">essere schiavi è giusto e utile» (</hi><hi rend="italic CharOverride-1">Politica </hi><hi rend="CharOverride-1">I, 4,</hi><hi rend="CharOverride-1"> 1255a).</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Per Hegel, al contrario, la distinzione fra signori </hi><hi rend="CharOverride-1">e servi costituisce al più una condizione di partenza, che</hi><hi rend="CharOverride-1"> può ben essere modificata nel corso del tempo. Ciò</hi><hi rend="CharOverride-1"> – come ha rilevato Marcuse – si radica nella logica</hi><hi rend="CharOverride-1"> stessa del pensare speculativo. «La forma logica del ‘giudizio’ </hi><hi rend="CharOverride-1">esprime un evento della realtà, non uno stato di cose </hi><hi rend="CharOverride-1">immutabile». Se formulo un giudizio del tipo: ‘X è uno</hi><hi rend="CharOverride-1"> schiavo’, tale affermazione significa: X, </hi></p><p rend="quotation_b" ><hi rend="CharOverride-1">un uomo (il soggetto)</hi><hi rend="CharOverride-1"> è stato reso schiavo (il predicato), ma sebbene egli sia</hi><hi rend="CharOverride-1"> uno schiavo, egli rimane ancora uomo, e pertanto essenzialmente libero</hi><hi rend="CharOverride-1"> in opposizione al suo predicato. Il giudizio non attribuisce un</hi><hi rend="CharOverride-1"> predicato a un soggetto già definito, ma implica un effettivo</hi><hi rend="CharOverride-1"> processo del soggetto in cui egli diventa qualcosa di diverso</hi><hi rend="CharOverride-1"> da sé stesso. Il soggetto consiste proprio nel processo di</hi><hi rend="CharOverride-1"> divenire il predicato e di contraddirlo (Marcuse 1966, 43). </hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Vale</hi><hi rend="CharOverride-1"> a dire: i caratteri propri della signoria o della</hi><hi rend="CharOverride-1"> servitù non sono né innati, né stabiliti una volta </hi><hi rend="CharOverride-1">per tutte. Chiunque, pertanto, può sempre lavorare per trasformare</hi><hi rend="CharOverride-1"> la propria condizione. Del resto, se la storia stessa in</hi><hi rend="CharOverride-1"> generale ha una teleologia, questa per Hegel consiste nel </hi><hi rend="CharOverride-1">travagliato affrancarsi dello spirito stesso dai propri condizionamenti: attraverso conquiste </hi><hi rend="CharOverride-1">progressive, lo spirito plasma ordinamenti e istituzioni, lavorando per la </hi><hi rend="CharOverride-1">realtà effettiva (</hi><hi rend="italic CharOverride-1">Wirklichkeit</hi><hi rend="CharOverride-1">)</hi><hi rend="italic CharOverride-1"> </hi><hi rend="CharOverride-1">del razionale – secondo il celebre </hi><hi rend="CharOverride-1">motto, spesso frainteso, della Prefazione ai </hi><hi rend="italic CharOverride-1">Lineamenti di filosofia del </hi><hi rend="italic CharOverride-1">diritto</hi><hi rend="CharOverride-1"> del 1821, poi ripreso anche nel par. 6 dell’</hi><hi rend="italic CharOverride-1">Enciclopedia</hi><hi rend="CharOverride-1"> </hi><hi rend="CharOverride-1">(Hegel 2010, 14; 1981, 129).</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">In questo senso l’annotazione al</hi><hi rend="CharOverride-1"> par. 187 dei </hi><hi rend="italic CharOverride-1">Lineamenti </hi><hi rend="CharOverride-1">ricapitola, nel quadro della matura sistematizzazione berlinese,</hi><hi rend="CharOverride-1"> i caratteri della concezione hegeliana del lavoro: </hi></p><p rend="quotation_b" ><hi rend="CharOverride-1">Il fine della</hi><hi rend="CharOverride-1"> ragione è perciò […] che la </hi><hi rend="italic CharOverride-1">semplicità della natura</hi><hi rend="CharOverride-1"> […]</hi><hi rend="CharOverride-1"> sia rimossa grazie al lavoro […]. Soltanto in questo modo</hi><hi rend="CharOverride-1"> lo spirito in questa </hi><hi rend="italic CharOverride-1">esteriorità</hi><hi rend="CharOverride-1"> come tale è </hi><hi rend="italic CharOverride-1">a casa</hi><hi rend="italic CharOverride-1"> propria e presso di sé</hi><hi rend="CharOverride-1">. […] – La </hi><hi rend="italic CharOverride-1">civiltà</hi><hi rend="CharOverride-1"> </hi><hi rend="CharOverride-1">pertanto nella sua determinazione assoluta è la </hi><hi rend="italic CharOverride-1">liberazione</hi><hi rend="CharOverride-1"> e il </hi><hi rend="italic CharOverride-1">lavoro</hi><hi rend="CharOverride-1"> della superiore liberazione. </hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Tale liberazione è travagliata, in quanto</hi><hi rend="CharOverride-1"> in prima battuta frena l’«arbitrio», il «desiderio»</hi><hi rend="CharOverride-1">, e «la vanità soggettiva del sentimento» individuale: ed </hi><hi rend="CharOverride-1">è per questo che l’essere umano considera da sempre </hi><hi rend="CharOverride-1">il lavoro come una maledizione. «Ma è grazie a questo</hi><hi rend="CharOverride-1"> lavoro della civiltà, che la volontà soggettiva stessa acquista entro</hi><hi rend="CharOverride-1"> di sé l’</hi><hi rend="italic CharOverride-1">oggettività</hi><hi rend="CharOverride-1"> nella quale essa, da parte sua,</hi><hi rend="CharOverride-1"> unicamente è degna e capace di esser la </hi><hi rend="italic CharOverride-1">realtà</hi><hi rend="CharOverride-1"> [</hi><hi rend="italic CharOverride-1">Wirklichkeit</hi><hi rend="CharOverride-1">] dell’idea» (Hegel 2010, 158).</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Nelle pagine successive (</hi><hi rend="CharOverride-1">parr. 192-97) Hegel dà quindi ordinamento sistematico a questioni già </hi><hi rend="CharOverride-1">delineate negli abbozzi jenesi (il rapporto strumentale mezzo/fine, l’astrazione, </hi><hi rend="CharOverride-1">la divisione del lavoro e le sue conseguenze, la reciproca</hi><hi rend="CharOverride-1"> dipendenza stabilita dal sistema dei bisogni ecc.), nella più</hi><hi rend="CharOverride-1"> matura consapevolezza tuttavia che un ordine sociale borghese, fondato su</hi><hi rend="CharOverride-1"> lavoro e scambio, non è in grado di garantire </hi><hi rend="CharOverride-1">l’affermazione di una comunità razionale: lasciato a sé stesso</hi><hi rend="CharOverride-1">, esso diviene infine ingovernabile, producendo sempre maggiori iniquità nella</hi><hi rend="CharOverride-1"> distribuzione della ricchezza. Di qui l’esigenza di un’istituzione</hi><hi rend="CharOverride-1"> statale forte, capace di rimediare alle contraddizioni della società civile,</hi><hi rend="CharOverride-1"> al fine di preservarla dai propri stessi squilibri. </hi></p><p rend="h2" ><hi>6</hi><hi>. Il lavoro secondo Hegel: analogia semantica o paradigma?</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Attraversandone</hi><hi rend="CharOverride-1"> di fatto l’intera parabola, il tema del lavoro ripropone</hi><hi rend="CharOverride-1"> agli interpreti, intanto, il tradizionale problema della continuità o discontinuità</hi><hi rend="CharOverride-1"> del pensiero hegeliano (cfr. Schmidt am Bush 2002; Arndt 2003)</hi><hi rend="CharOverride-1">. A tale questione ne aggiunge poi un’altra. La</hi><hi rend="CharOverride-1"> peculiare dinamica dello spirito concepito come automovimento e </hi><hi rend="CharOverride-1">costruzione di sé, unita alla rivendicazione programmatica (più volte ribadita</hi><hi rend="CharOverride-1"> da Hegel) di una scienza filosofica intesa come «lavoro del</hi><hi rend="CharOverride-1"> concetto», presuppone per la nozione di lavoro una semantica assai</hi><hi rend="CharOverride-1"> vasta, capace di giustificarne l’applicazione ai momenti e</hi><hi rend="CharOverride-1"> aspetti più vari (dalla psicologia alla storia, appunto, fino alla</hi><hi rend="CharOverride-1"> fatica concettuale che si riflette consapevolmente nel sapere filosofico). Si</hi><hi rend="CharOverride-1"> tratterebbe allora di stabilire quali siano i limiti effettivi di</hi><hi rend="CharOverride-1"> applicazione di questa analogia. Di domandarsi cioè se </hi><hi rend="CharOverride-1">essa possa davvero prestarsi a definire qualcosa come un carattere ‘</hi><hi rend="CharOverride-1">essenziale’ dello spirito hegeliano; o se abbia la valenza più </hi><hi rend="CharOverride-1">modesta di un mero paradigma esplicativo: una metafora, di </hi><hi rend="CharOverride-1">cui è opportuno vagliare di volta in volta l’effettiva </hi><hi rend="CharOverride-1">pregnanza. In che misura una nozione specificamente messa a punto</hi><hi rend="CharOverride-1"> dallo Hegel trentenne a Jena, e poi ripresa nel quadro</hi><hi rend="CharOverride-1"> sistematico berlinese in riferimento allo spirito oggettivo, può</hi><hi rend="CharOverride-1"> aspirare insomma a farsi chiave di lettura più ampia de</hi><hi rend="CharOverride-1">lla storicità e della stessa attività del pensare </hi><hi rend="italic CharOverride-1">tout court</hi><hi rend="CharOverride-1">?</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">A tale proposito ci si limiterà a osservare, in </hi><hi rend="CharOverride-1">conclusione, una certa ambiguità presente nello stesso linguaggio hegeliano. </hi><hi rend="CharOverride-1">Si pensi ai luoghi della </hi><hi rend="italic CharOverride-1">Fenomenologia</hi><hi rend="CharOverride-1"> in cui la questione </hi><hi rend="CharOverride-1">finisce per assumere connotazioni ben più ampie di quelle chiamate </hi><hi rend="CharOverride-1">in causa nel capitolo sull’Autocoscienza. Per limitarsi a</hi><hi rend="CharOverride-1"> un solo esempio: in un celebre passaggio della Prefazione, </hi><hi rend="CharOverride-1">è appunto il pensare in generale a essere associato al</hi><hi rend="CharOverride-1"> lavoro; in virtù del suo andamento speculativo, il pensiero</hi><hi rend="CharOverride-1"> implica «il dolore, la pazienza e il travaglio [</hi><hi rend="italic CharOverride-1">Arbeit</hi><hi rend="CharOverride-1">]</hi><hi rend="italic CharOverride-1"> </hi><hi rend="CharOverride-1">del negativo» (Hegel 2008b, 15). Ciò fa riflettere sull’ampiezza</hi><hi rend="CharOverride-1"> semantica chiamata in causa dall’intera famiglia delle parole </hi><hi rend="CharOverride-1">connesse al termine in questione</hi><hi rend="italic CharOverride-1"> </hi><hi rend="CharOverride-1">(i verbi composti di </hi><hi rend="italic CharOverride-1">arbeiten</hi><hi rend="italic CharOverride-1"> </hi><hi rend="CharOverride-1">quali </hi><hi rend="italic CharOverride-1">abarbeiten, erarbeiten, herausarbeiten</hi><hi rend="CharOverride-1">,</hi><hi rend="italic CharOverride-1"> umarbeiten</hi><hi rend="CharOverride-1">,</hi><hi rend="italic CharOverride-1"> verarbeiten</hi><hi rend="CharOverride-1">), cui Hegel </hi><hi rend="CharOverride-1">ricorre spesso quando descrive lo spirito nell’atto di prendere </hi><hi rend="CharOverride-1">coscienza della propria essenza e renderla efficace nella concretezza storica </hi><hi rend="CharOverride-1">mondana (Renault 2016, 476-78).</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Anche nell’</hi><hi rend="italic CharOverride-1">Enciclopedia delle scienze </hi><hi rend="italic CharOverride-1">filosofiche in compendio</hi><hi rend="CharOverride-1"> un’aggiunta dei curatori al par. 24 sembra </hi><hi rend="CharOverride-1">infine riproporre la questione nella sua portata più </hi><hi rend="CharOverride-1">vasta: </hi></p><p rend="quotation_b" ><hi rend="CharOverride-1">la vita spirituale si distingue dalla vita naturale […]</hi><hi rend="CharOverride-1"> per il fatto che non rimane nel suo essere in</hi><hi rend="CharOverride-1"> sé, ma è </hi><hi rend="italic CharOverride-1">per sé</hi><hi rend="CharOverride-1"> […]. Lo spirito non è</hi><hi rend="CharOverride-1"> soltanto qualcosa di immediato, ma contiene essenzialmente il momento della</hi><hi rend="CharOverride-1"> mediazione in sé. </hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">E poco oltre: «Per l’uomo, la</hi><hi rend="CharOverride-1"> natura è il punto di partenza che egli deve trasformare».</hi><hi rend="CharOverride-1"> È in questa concezione della </hi><hi rend="italic CharOverride-1">Bildung</hi><hi rend="CharOverride-1"> che il racconto biblico</hi><hi rend="CharOverride-1"> viene per così dire </hi><hi rend="italic CharOverride-1">aufgehoben</hi><hi rend="CharOverride-1"> da una rivalutazione del lavoro</hi><hi rend="CharOverride-1"> come unica possibilità di affrancarsi dalla «schiavitù della legge» </hi><hi rend="CharOverride-1">(Hegel 1981, 169-71). Per questo, in ultima analisi, ciascun prodotto</hi><hi rend="CharOverride-1"> culturale di qualunque epoca storica può in certo modo, a</hi><hi rend="CharOverride-1"> buon diritto, concepirsi hegelianamente come risultato del lavoro dello</hi><hi rend="CharOverride-1"> spirito.</hi></p><p rend="h2" ><hi>Riferimenti bibliografici</hi></p><p rend="bib_indx_bib" ><hi rend="CharOverride-1">Arndt, Andreas. 2003. </hi><hi rend="italic CharOverride-1">Die Arbeit der Philosophie</hi><hi rend="CharOverride-1">. 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