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        <title type="main" level="a">Marx e la concezione del lavoro</title>
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            <forename>Stefano</forename>
            <surname>Petrucciani</surname>
            <placeName type="affiliation">Sapienza University of Rome, Italy</placeName>
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          <resp>This is a section of <title>Idee di lavoro e di ozio per la nostra civiltà</title>(DOI: <idno type="DOI">10.36253/979-12-215-0319-7</idno>) by </resp>
          <name>Giovanni Mari, Francesco Ammannati, Brogi Stefano, Tiziana Faitini, Arianna Fermani, Francesco Seghezzi, Annalisa Tonarelli</name>
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        <publisher>Firenze University Press</publisher>
        <pubPlace>Florence</pubPlace>
        <date when="2024">2024</date>
        <idno type="DOI">https://doi.org/10.36253/979-12-215-0319-7.77</idno>
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          <p>Available for academic research purposes</p>
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          <p>Copyright Author(s)</p>
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        <p>The article analyzes the centrality of the question of work in the thought of Karl Marx, focusing in particular on the role that work has in the Marxian conception of man and in the materialistic understanding of history. 
Marx criticizes Adam Smith’s view according to which work is essentially a sacrifice. For Marx, work, which is constitutive and essential to human nature, can take very different forms: it can be alienated and exploited work as in capitalism, and therefore a work where the individual loses himself. But it could also be, in a different society, one of the most important ways of self-realization of the individual and extrication of his creativity.</p>
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            <item>Marx</item>
            <item>work</item>
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            <item>exploitation</item>
            <item>history</item>
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      <p>It is available online at https://doi.org/10.36253/979-12-215-0319-7.77<ref target="https://doi.org/10.36253/979-12-215-0319-7.77" /></p>
      
      <p rend="h1_chapter">Marx e la concezione del lavoro</p><p rend="h1_author ParaOverride-1" ><hi rend="CharOverride-1">Stefano Petrucciani</hi></p><p rend="h2" ><hi>1. Cenni biografici</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Karl</hi><hi rend="CharOverride-1"> Marx (</hi><hi rend="CharOverride-2">1818</hi><hi rend="CharOverride-1">-1883) è stato uno dei protagonisti del pensiero</hi><hi rend="CharOverride-1"> e della politica del XIX secolo. Dopo gli studi universitari,</hi><hi rend="CharOverride-1"> collaborò alla </hi><hi rend="italic CharOverride-2">Gazzetta renana</hi><hi rend="CharOverride-1">, giornale radicale di </hi><hi rend="CharOverride-2">Colonia</hi><hi rend="CharOverride-1">. Trasferitosi</hi><hi rend="CharOverride-1"> a Parigi nel 1843, cominciò negli anni Quaranta a elaborare</hi><hi rend="CharOverride-1"> (con l’inedita </hi><hi rend="italic CharOverride-1">Ideologia tedesca</hi><hi rend="CharOverride-1">) la sua visione del </hi><hi rend="CharOverride-1">materialismo storico e della emancipazione della classe lavoratrice, teorizzata con </hi><hi rend="CharOverride-1">l’amico </hi><hi rend="CharOverride-2">Friedrich Engels</hi><hi rend="CharOverride-1"> nel </hi><hi rend="italic CharOverride-2">Manifesto del Partito Comunista</hi><hi rend="CharOverride-1"> (1848), </hi><hi rend="CharOverride-1">uno dei libri più letti di tutti i tempi. A </hi><hi rend="CharOverride-1">Londra, dove si trasferì nel 1849, scrisse la sua opera </hi><hi rend="CharOverride-1">maggiore, </hi><hi rend="italic CharOverride-1">Il Capitale</hi><hi rend="CharOverride-1">, di cui riuscì a pubblicare solamente il</hi><hi rend="CharOverride-1"> primo volume nel 1867 (il secondo e il terzo sarebbero</hi><hi rend="CharOverride-1"> usciti postumi a cura di Engels). Nel 1864, a Londra,</hi><hi rend="CharOverride-1"> partecipò alla fondazione dell’Associazione Internazionale dei Lavoratori, nota anche</hi><hi rend="CharOverride-1"> come </hi><hi rend="CharOverride-2">Prima Internazionale</hi><hi rend="CharOverride-1">, dalla quale si sarebbe sviluppato il </hi><hi rend="CharOverride-1">moderno movimento operaio.</hi></p><p rend="h2" ><hi>2.La centralità del lavoro nella riflessione marxiana</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Se </hi><hi rend="CharOverride-1">possiamo legittimamente parlare di una centralità del lavoro all’interno </hi><hi rend="CharOverride-1">del pensiero marxiano, è perché l’attività lavorativa occupa un </hi><hi rend="CharOverride-1">posto determinante in molti degli snodi cruciali della teoria di </hi><hi rend="CharOverride-1">Marx. Quattro punti, in modo particolare, possono essere messi a </hi><hi rend="CharOverride-1">fuoco. </hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">In primo luogo il lavoro è, per Marx, ciò </hi><hi rend="CharOverride-1">che definisce la specificità degli esseri umani e che li </hi><hi rend="CharOverride-1">distingue da tutti gli altri animali che abitano la terra: </hi><hi rend="CharOverride-1">gli uomini sono tali in quanto lavorano. L’essere umano </hi><hi rend="CharOverride-1">può essere definito meglio come un </hi><hi rend="italic CharOverride-1">tool making animal</hi><hi rend="CharOverride-1"> che </hi><hi rend="CharOverride-1">non come uno </hi><hi rend="italic CharOverride-1">zoon logon echon</hi><hi rend="CharOverride-1">, secondo il modo in</hi><hi rend="CharOverride-1"> cui ne aveva parlato Aristotele</hi><hi rend="CharOverride-1"> </hi><hi rend="CharOverride-1">(Aristotele 1973, 1253a, 9-10). </hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">In</hi><hi rend="CharOverride-1"> secondo luogo, sviluppando una riflessione strettamente connessa al primo punto</hi><hi rend="CharOverride-1"> che abbiamo indicato, è nel lavoro che ha la sua</hi><hi rend="CharOverride-1"> radice la storicità dell’esistenza umana: gli uomini hanno una</hi><hi rend="CharOverride-1"> storia non perché pensano o parlano, ma perché lavorano, e</hi><hi rend="CharOverride-1"> attraverso l’attività di produzione materiale e intellettuale cambiano se</hi><hi rend="CharOverride-1"> stessi, introducono nel mondo ambiente degli inserti di novità che</hi><hi rend="CharOverride-1"> prima non c’erano, e dunque danno vita a quella</hi><hi rend="CharOverride-1"> che chiamiamo la ‘storia’.</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">In terzo luogo, Marx fonda</hi><hi rend="CharOverride-1"> sul lavoro, analizzato nella sua duplice natura di processo lavorativo</hi><hi rend="CharOverride-1"> e processo di valorizzazione, tutta l’analisi che egli dedica</hi><hi rend="CharOverride-1"> ai meccanismi che caratterizzano il modo di produzione capitalistico. </hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Ma,</hi><hi rend="CharOverride-1"> in quarto luogo, e questo è forse il punto di</hi><hi rend="CharOverride-1"> caduta più rilevante, l’esito politico di tutta la riflessione,</hi><hi rend="CharOverride-1"> Marx vede nella condizione del lavoratore moderno una situazione di</hi><hi rend="CharOverride-1"> alienazione e sfruttamento che suscita per così dire spontaneamente una</hi><hi rend="CharOverride-1"> opposizione e una resistenza; e a partire dalla quale si</hi><hi rend="CharOverride-1"> può delineare una prospettiva di emancipazione che ha il suo</hi><hi rend="CharOverride-1"> puntello più significativo proprio nella forza unificata, cosciente e organizzata</hi><hi rend="CharOverride-1"> della classe lavoratrice. </hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">In poche e veloci pagine non si</hi><hi rend="CharOverride-1"> può certo esaurire tutta l’ampiezza e la portata di</hi><hi rend="CharOverride-1"> questi argomenti; proveremo perciò a soffermarci soltanto su qualche aspetto,</hi><hi rend="CharOverride-1"> tra quelli che ci paiono più significativi. </hi></p><p rend="h2" ><hi>3. Umanità, lavoro,</hi><hi> storia </hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Forse si potrebbe dire che la riflessione sul lavoro</hi><hi rend="CharOverride-1"> nasce, per Marx, per un verso dall’incontro teoretico con</hi><hi rend="CharOverride-1"> Hegel, che lo mette al centro della riflessione filosofica soprattutto</hi><hi rend="CharOverride-1"> in quello snodo cruciale che è la dialettica tra servo</hi><hi rend="CharOverride-1"> e padrone nella </hi><hi rend="italic CharOverride-1">Fenomenologia dello spirito</hi><hi rend="CharOverride-1">. Per altro verso </hi><hi rend="CharOverride-1">dal suo mischiarsi, nella Parigi del 1843-44 (dove già lo </hi><hi rend="CharOverride-1">avevano preceduto Arnold Ruge e Moses Hess), con la fervida </hi><hi rend="CharOverride-1">attività delle associazioni operaie francesi, come anche di quelle dei </hi><hi rend="CharOverride-1">lavoratori tedeschi emigrati, associazioni e riunioni delle quali Marx parlerà </hi><hi rend="CharOverride-1">con ammirazione partecipe in un nota pagina dei suoi </hi><hi rend="italic CharOverride-1">Manoscritti </hi><hi rend="italic CharOverride-1">parigini</hi><hi rend="CharOverride-1">, o </hi><hi rend="italic CharOverride-1">Manoscritti economico-filosofici del 1844</hi><hi rend="CharOverride-1">, pubblicati solo nel </hi><hi rend="CharOverride-1">Novecento e fondamentali per comprendere la concezione del lavoro nel </hi><hi rend="CharOverride-1">primo Marx. </hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">La riflessione sul lavoro, dunque, si sviluppa nel </hi><hi rend="CharOverride-1">vivo della partecipazione alla vita sociale e politica degli artigiani </hi><hi rend="CharOverride-1">e operai parigini, che danno vita ad associazioni rivoluzionarie come </hi><hi rend="CharOverride-1">la Lega dei Giusti, che diventerà poi Lega dei Comunisti. </hi><hi rend="CharOverride-1">Ma si nutre certamente della lezione hegeliana, come risulta in </hi><hi rend="CharOverride-1">modo chiarissimo da una pagina dei succitati </hi><hi rend="italic CharOverride-1">Manoscritti</hi><hi rend="CharOverride-1"> alla quale </hi><hi rend="CharOverride-1">tra poco arriveremo. Ma per dare un quadro dei risultati </hi><hi rend="CharOverride-1">più rilevanti cui perviene la riflessione marxiana sul lavoro intorno </hi><hi rend="CharOverride-1">alla metà degli anni Quaranta conviene dipanarne il filo partendo </hi><hi rend="CharOverride-1">dalle pagine anch’esse manoscritte e inedite dell’</hi><hi rend="italic CharOverride-1">Ideologia tedesca</hi><hi rend="CharOverride-1">,</hi><hi rend="CharOverride-1"> o almeno di quel testo che il marxismo novecentesco ci</hi><hi rend="CharOverride-1"> ha abituato a denominare così, anche se la più recente</hi><hi rend="CharOverride-1"> filologia tende a leggere quelle pagine in modo molto più</hi><hi rend="CharOverride-1"> decostruttivo, rifiutando di vederle come un vero e proprio libro</hi><hi rend="CharOverride-1"> inedito. </hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Nell’</hi><hi rend="italic CharOverride-1">Ideologia tedesca </hi><hi rend="CharOverride-1">Marx mette in chiaro innanzitutto il</hi><hi rend="CharOverride-1"> punto fondamenta</hi><hi rend="CharOverride-1">le, e cioè che proprio nel lavoro deve essere</hi><hi rend="CharOverride-1"> individuata la caratteristica peculiare dell’umano, l’attività attraverso la</hi><hi rend="CharOverride-1"> quale gli esseri umani si traggono fuori da quel mondo</hi><hi rend="CharOverride-1"> naturale e animale del quale pure sono parte. Nella prospettiva</hi><hi rend="CharOverride-1"> di Marx, l’uomo diventa ‘uomo’ in quanto lavora,</hi><hi rend="CharOverride-1"> cioè in quanto comincia a produrre i suoi mezzi di</hi><hi rend="CharOverride-1"> sussistenza. Indubbiamente, è vero anche per Marx che l’uomo</hi><hi rend="CharOverride-1"> non è solo l’essere che lavora, ma anche l</hi><hi rend="CharOverride-1">’essere che possiede il linguaggio, o, come aveva detto Aristotele,</hi><hi rend="CharOverride-1"> il logos. Marxianamente però si potrebbe forse affermare che il</hi><hi rend="CharOverride-1"> lavoro è la dimensione più originaria, perché è solo in</hi><hi rend="CharOverride-1"> quanto lavorano che gli esseri umani, trasformando il mondo ambiente</hi><hi rend="CharOverride-1"> e se stessi, acquisiscono anche un superiore livello di coscienza,</hi><hi rend="CharOverride-1"> di pensiero e di parola. </hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Marx non si addentra più</hi><hi rend="CharOverride-1"> di tanto, però, in questo tipo di speculazione filosofica o</hi><hi rend="CharOverride-1"> paleo-antropologica. Quello che gli interessa sottolineare è che solo in</hi><hi rend="CharOverride-1"> quanto lavorano, cioè producono i loro mezzi di sussistenza e</hi><hi rend="CharOverride-1"> molto altro, gli esseri umani hanno una storia. Marx fissa</hi><hi rend="CharOverride-1"> chiaramente questo punto nell’</hi><hi rend="italic CharOverride-1">Ideologia tedesca</hi><hi rend="CharOverride-1">, ma lo aveva </hi><hi rend="CharOverride-1">già posto in luce nei </hi><hi rend="italic CharOverride-1">Manoscritti</hi><hi rend="CharOverride-1">, riconoscendo pienamente la grandezza</hi><hi rend="CharOverride-1"> di Hegel che già aveva centrato questo aspetto: </hi></p><p rend="quotation_b" ><hi rend="CharOverride-1">L’importante</hi><hi rend="CharOverride-1"> nella </hi><hi rend="italic CharOverride-1">Fenomenologia</hi><hi rend="CharOverride-1"> di Hegel e nel suo risultato finale –</hi><hi rend="CharOverride-1"> la dialettica della negatività come principio motore e generatore –</hi><hi rend="CharOverride-1"> sta dunque nel fatto che Hegel concepisce l’autogenerazione dell</hi><hi rend="CharOverride-1">’uomo come un processo, l’oggettivazione come una contrapposizione, come</hi><hi rend="CharOverride-1"> alienazione e soppressione di questa alienazione; che in conseguenza egli</hi><hi rend="CharOverride-1"> intende l’essenza del </hi><hi rend="italic CharOverride-1">lavoro</hi><hi rend="CharOverride-1"> e concepisce l’uomo oggettivo,</hi><hi rend="CharOverride-1"> l’uomo vero perché reale, come il risultato del suo</hi><hi rend="CharOverride-1"> </hi><hi rend="italic CharOverride-1">proprio</hi><hi rend="CharOverride-1"> lavoro (Marx 1968, 137).</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Nell’</hi><hi rend="italic CharOverride-1">Ideologia tedesca </hi><hi rend="CharOverride-1">il nesso </hi><hi rend="CharOverride-1">lavoro/storia viene chiarito e approfondito, ma per comprenderlo meglio è </hi><hi rend="CharOverride-1">necessario soffermarsi per un momento sul modo in cui Marx </hi><hi rend="CharOverride-1">intende e definisce proprio il concetto di lavoro (anche perché </hi><hi rend="CharOverride-1">non mi pare che quello di ‘storia’ venga mai </hi><hi rend="CharOverride-1">definito in modo altrettanto chiaro).</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Marxianamente, ma del resto anche hegelianamente,</hi><hi rend="CharOverride-1"> Il lavoro può essere definito innanzitutto come un rapporto </hi><hi rend="italic CharOverride-1">mediato</hi><hi rend="CharOverride-1"> tra gli individui umani e ciò di cui essi si</hi><hi rend="CharOverride-1"> avvalgono per soddisfare le loro necessità, i loro bisogni e</hi><hi rend="CharOverride-1"> i loro desideri. Il lavoro è dunque un’attività nel</hi><hi rend="CharOverride-1"> mondo ambiente finalizzata a soddisfare bisogni umani e </hi><hi rend="italic CharOverride-1">mediata essenzialmente</hi><hi rend="italic CharOverride-1"> da un progetto ideale</hi><hi rend="CharOverride-1"> (cioè dalla coscienza di ciò che</hi><hi rend="CharOverride-1"> si vuole realizzare)</hi><hi rend="italic CharOverride-1"> e da uno strumento di lavoro </hi><hi rend="CharOverride-1">(come</hi><hi rend="CharOverride-1"> ad esempio la pietra scheggiata – quindi prodotta secondo un</hi><hi rend="CharOverride-1"> progetto – della quale ci si serve per andare a</hi><hi rend="CharOverride-1"> caccia). </hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Da un certo punto di vista, ammette Marx nei</hi><hi rend="CharOverride-1"> </hi><hi rend="italic CharOverride-1">Manoscritti</hi><hi rend="CharOverride-1">, si potrebbe sostenere che anche gli animali producono, </hi><hi rend="CharOverride-1">come per esempio i castori che creano dighe o le </hi><hi rend="CharOverride-1">api che costruiscono alveari. Nel </hi><hi rend="italic CharOverride-1">Capitale</hi><hi rend="CharOverride-1"> però egli afferma chiaramente </hi><hi rend="CharOverride-1">che ciò che distingue il peggior architetto dall’ape migliore </hi><hi rend="CharOverride-1">è che il primo realizza qualcosa che esiste già come </hi><hi rend="CharOverride-1">progetto nella sua mente (Marx 1973a, 196). Roberto Fineschi, nel </hi><hi rend="CharOverride-1">suo </hi><hi rend="italic CharOverride-1">Ripartire da Marx</hi><hi rend="CharOverride-1"> (Fineschi 2001, 35), precisa che «il </hi><hi rend="CharOverride-1">processo lavorativo è caratterizzato da quattro elementi: il lavoro, il </hi><hi rend="CharOverride-1">mezzo di lavoro, l’oggetto di lavoro e la finalità». </hi><hi rend="CharOverride-1">Ma leggiamo direttamente il Marx del </hi><hi rend="italic CharOverride-1">Capitale</hi><hi rend="CharOverride-1">: </hi></p><p rend="quotation_b" ><hi rend="CharOverride-1">In primo luogo</hi><hi rend="CharOverride-1"> il lavoro è un processo che si svolge fra l</hi><hi rend="CharOverride-1">’uomo e la natura, nel quale l’uomo per mezzo</hi><hi rend="CharOverride-1"> della propria azione produce, regola e controlla il ricambio organico</hi><hi rend="CharOverride-1"> fra se stesso e la natura: contrappone se stesso, quale</hi><hi rend="CharOverride-1"> una fra le potenze della natura, alla materialità della natura.</hi><hi rend="CharOverride-1"> Egli mette in moto le forze naturali appartenenti alla sua</hi><hi rend="CharOverride-1"> corporeità, braccia e gambe, mani e testa, per appropriarsi i</hi><hi rend="CharOverride-1"> materiali della natura in forma usabile per la propria vita.</hi><hi rend="CharOverride-1"> Operando mediante tale moto sulla natura fuori di sé e</hi><hi rend="CharOverride-1"> cambiandola, egli cambia allo stesso tempo la natura sua propria.</hi><hi rend="CharOverride-1"> Sviluppa le facoltà che in questa sono assopite e assoggetta</hi><hi rend="CharOverride-1"> il giuoco delle loro forze al proprio potere. […] Il</hi><hi rend="CharOverride-1"> nostro presupposto è il lavoro in una forma nella quale</hi><hi rend="CharOverride-1"> esso appartiene esclusivamente all’uomo. Il ragno compie operazioni che</hi><hi rend="CharOverride-1"> assomigliano a quelle del tessitore, l’ape fa vergognare molti</hi><hi rend="CharOverride-1"> architetti con la costruzione delle sue cellette di cera. Ma</hi><hi rend="CharOverride-1"> ciò che fin da principio distingue il peggior architetto dall</hi><hi rend="CharOverride-1">’ape migliore è il fatto che egli ha costruito la</hi><hi rend="CharOverride-1"> celletta nella sua testa prima di costruirla in cera. Alla</hi><hi rend="CharOverride-1"> fine del processo lavorativo emerge un risultato che era già</hi><hi rend="CharOverride-1"> presente al suo inizio nell’</hi><hi rend="italic CharOverride-1">idea del lavoratore</hi><hi rend="CharOverride-1">, che </hi><hi rend="CharOverride-1">quindi era già presente </hi><hi rend="italic CharOverride-1">idealmente</hi><hi rend="CharOverride-1">. Non che egli</hi><hi rend="italic CharOverride-1"> effettui </hi><hi rend="CharOverride-1">soltanto</hi><hi rend="CharOverride-1"> un cambiamento di forma dell’elemento naturale; egli </hi><hi rend="italic CharOverride-1">realizza </hi><hi rend="CharOverride-1">nell</hi><hi rend="CharOverride-1">’elemento naturale, allo stesso tempo, il</hi><hi rend="italic CharOverride-1"> proprio scopo, </hi><hi rend="CharOverride-1">che egli</hi><hi rend="italic CharOverride-1"> conosce</hi><hi rend="CharOverride-1">, che determina come legge il modo del suo </hi><hi rend="CharOverride-1">operare, e al quale deve subordinare la sua volontà (Marx </hi><hi rend="CharOverride-1">1973a, 195-96).</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Il progetto mentale e lo strumento sembrano dunque essere,</hi><hi rend="CharOverride-1"> per Marx, gli elementi essenziali che caratterizzano il lavoro umano</hi><hi rend="CharOverride-1"> e lo distinguono dall’attività animale. </hi></p><p rend="quotation_b" ><hi rend="CharOverride-1">L’uso e la</hi><hi rend="CharOverride-1"> creazione dei mezzi di lavoro, benché già propri, in germe,</hi><hi rend="CharOverride-1"> di certe specie animali, contraddistinguono il </hi><hi rend="italic CharOverride-1">processo lavorativo specificamente umano</hi><hi rend="CharOverride-1">; per questo il </hi><hi rend="italic CharOverride-1">Franklin</hi><hi rend="CharOverride-1"> definisce l’uomo </hi><hi rend="italic CharOverride-1">a toolmaking </hi><hi rend="italic CharOverride-1">animal</hi><hi rend="CharOverride-1">, un animale che fabbrica strumenti (Marx 1973a, 198). </hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Infatti,</hi><hi rend="CharOverride-1"> come si legge ancora nel </hi><hi rend="italic CharOverride-1">Capitale</hi><hi rend="CharOverride-1">: </hi></p><p rend="quotation_b" ><hi rend="CharOverride-1">appena il processo </hi><hi rend="CharOverride-1">lavorativo è sviluppato almeno in piccola parte, ha bisogno di </hi><hi rend="CharOverride-1">mezzi di lavoro già preparati. Strumenti e armi di pietra </hi><hi rend="CharOverride-1">si trovano nelle più antiche caverne abitate da uomini. All’</hi><hi rend="CharOverride-1">inizio della storia dell’umanità, la parte principale fra i </hi><hi rend="CharOverride-1">mezzi di lavoro, assieme a </hi><hi rend="italic CharOverride-1">pietre</hi><hi rend="CharOverride-1">, </hi><hi rend="italic CharOverride-1">legna</hi><hi rend="CharOverride-1">, ossa e </hi><hi rend="CharOverride-1">conchiglie lavorate, è rappresentata dall’animale </hi><hi rend="italic CharOverride-1">addomesticato </hi><hi rend="CharOverride-1">[…] (Marx 1973a, </hi><hi rend="CharOverride-1">197).</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">La questione dello strumento si connette direttamente con quella della</hi><hi rend="CharOverride-1"> storia, e contribuisce in modo decisivo a chiarirla: lo strumento</hi><hi rend="CharOverride-1"> è inserzione nella realtà già data di un artefatto che</hi><hi rend="CharOverride-1"> prima di essere reale esisteva solo nella mente di qualcuno.</hi><hi rend="CharOverride-1"> È dunque esattamente un primo affacciarsi di quella irruzione del</hi><hi rend="CharOverride-1"> nuovo in cui la storia consiste. Perciò per Marx si</hi><hi rend="CharOverride-1"> può affermare che uomo implica lavoro che implica strumento che</hi><hi rend="CharOverride-1"> a sua volta implica storia. Ma il nesso tra strumento</hi><hi rend="CharOverride-1"> e storia va visto anche nella sua dinamicità: svolgere un</hi><hi rend="CharOverride-1">’attività con l’aiuto di uno strumento significa aumentarne l</hi><hi rend="CharOverride-1">’efficacia e la produttività; e quindi disporre di tempo per</hi><hi rend="CharOverride-1"> creare nuovi strumenti che apriranno ancora nuove possibilità, in una</hi><hi rend="CharOverride-1"> dinamica incrementale che potenzialmente non ha fine e che va</hi><hi rend="CharOverride-1"> a costituire, pensata marxianamente come sviluppo delle forze produttive, un</hi><hi rend="CharOverride-1"> filo conduttore della storia umana. </hi></p><p rend="h2" ><hi>4. Lavoro alienato e lavoro</hi><hi> propriamente umano</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Ma se il lavoro e la produzione sono, </hi><hi rend="CharOverride-1">per Marx, il fattore primario e propulsivo dello sviluppo storico, </hi><hi rend="CharOverride-1">ciò non deve far velo al fatto che il lavoro, </hi><hi rend="CharOverride-1">se lo si guarda dal punto di vista di chi </hi><hi rend="CharOverride-1">lo compie, può darsi per Marx in molti modi che </hi><hi rend="CharOverride-1">si collocano tra due estremi che devono essere messi attentamente </hi><hi rend="CharOverride-1">a fuoco. Per il lavoratore, il lavoro può avere il </hi><hi rend="CharOverride-1">significato di una positiva oggettivazione e autorealizzazione, oppure può essere </hi><hi rend="CharOverride-1">sofferenza, negatività, sfruttamento, alienazione. Proprio a questo tema sono dedicate </hi><hi rend="CharOverride-1">alcune delle pagine più note e celebrate dei </hi><hi rend="italic CharOverride-1">Manoscritti economico-filosofici </hi><hi rend="italic CharOverride-1">del 1844</hi><hi rend="CharOverride-1">, quelle dedicate appunto al “Lavoro alienato”. La contraddizione</hi><hi rend="CharOverride-1"> che in esse viene evidenziata si potrebbe riassumere così: il</hi><hi rend="CharOverride-1"> lavoro come </hi><hi rend="italic CharOverride-1">trasformazione della natura</hi><hi rend="CharOverride-1">, </hi><hi rend="italic CharOverride-1">autotrasformazione</hi><hi rend="CharOverride-1"> e </hi><hi rend="italic CharOverride-1">relazione con </hi><hi rend="italic CharOverride-1">gli altri uomini</hi><hi rend="CharOverride-1"> è la vera essenza dell’uomo. Perciò, </hi><hi rend="CharOverride-1">nel momento in cui il lavoro diventa una merce, all’</hi><hi rend="CharOverride-1">uomo viene sottratta la sua essenza, che passa sotto il </hi><hi rend="CharOverride-1">controllo di una entità cosale, il medium denaro, e di </hi><hi rend="CharOverride-1">chi lo detiene. Ciò perverte la relazione dell’uomo col </hi><hi rend="CharOverride-1">prodotto del suo lavoro, con la sua stessa attività produttiva, </hi><hi rend="CharOverride-1">con la sua natura di essere appartenente ad una specie </hi><hi rend="CharOverride-1">(</hi><hi rend="italic CharOverride-1">Gattungswesen</hi><hi rend="CharOverride-1">), con gli altri uomini e persino con la </hi><hi rend="CharOverride-1">natura esterna. Limitiamoci a ricordare molto rapidamente i vari aspetti </hi><hi rend="CharOverride-1">di questa alienazione che caratterizza l’operare umano a partire </hi><hi rend="CharOverride-1">dal momento in cui il lavoro diventa una merce. Innanzitutto, </hi><hi rend="CharOverride-1">il prodotto non appartiene più al produttore: l’oggettivazione diventa </hi><hi rend="CharOverride-1">perdita dell’oggetto. L’operaio può anche produrre ogni meraviglia, </hi><hi rend="CharOverride-1">ma col salario potrà comprarsi a malapena il necessario per </hi><hi rend="CharOverride-1">vivere. Egli, in secondo luogo, è alienato dalla sua attività: </hi><hi rend="CharOverride-1">perché non si tratta di un’attività svolta liberamente, creativamente, </hi><hi rend="CharOverride-1">traendone anche piacere; «non sviluppa una libera energia fisica e </hi><hi rend="CharOverride-1">spirituale, ma sfinisce il suo corpo e distrugge il suo </hi><hi rend="CharOverride-1">spirito». L’attività diventa un lavoro forzato, non «il </hi><hi rend="CharOverride-1">soddisfacimento di un bisogno, ma soltanto un </hi><hi rend="italic CharOverride-1">mezzo</hi><hi rend="CharOverride-1"> per soddisfare </hi><hi rend="CharOverride-1">bisogni estranei» (Marx 1968, 75); quando lavora, l’operaio </hi><hi rend="CharOverride-1">in realtà non appartiene a sé, ma ad un altro. </hi><hi rend="CharOverride-1">La paradossale conseguenza che ne deriva è che il lavoratore </hi></p><p rend="quotation_b" ><hi rend="CharOverride-1">si sente libero soltanto nelle sue funzioni animali, come il </hi><hi rend="CharOverride-1">mangiare, il bere, il procreare, e tutt’al più ancora </hi><hi rend="CharOverride-1">l’abitare una casa e il vestirsi; e invece si </hi><hi rend="CharOverride-1">sente nulla più che una bestia nelle sue funzioni umane. </hi><hi rend="CharOverride-1">Ciò che è animale diventa umano e ciò che è </hi><hi rend="CharOverride-1">umano diventa animale (Marx 1968, 75). </hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">La critica più profonda</hi><hi rend="CharOverride-1"> che Marx rivolge nei </hi><hi rend="italic CharOverride-1">Manoscritti</hi><hi rend="CharOverride-1"> alla società moderna è dunque</hi><hi rend="CharOverride-1"> quella di avere stravolto l’originaria natura ed essenza dell</hi><hi rend="CharOverride-1">’uomo: anziché realizzarsi nel lavoro, l’umanità dell’uomo viene</hi><hi rend="CharOverride-1"> in esso negata.</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">D’altra parte, è necessario anche aggiungere </hi><hi rend="CharOverride-1">che Marx può criticare il lavoro alienato proprio in quanto </hi><hi rend="CharOverride-1">ha in mente un ben diverso concetto di lavoro, quello </hi><hi rend="CharOverride-1">mediante il quale gli individui potrebbero sentirsi autorealizzati e partecipi </hi><hi rend="CharOverride-1">di una positiva cooperazione con gli altri. Questo concetto di </hi><hi rend="CharOverride-1">lavoro polarmente opposto a quello di lavoro alienato egli lo </hi><hi rend="CharOverride-1">delinea nelle pagine conclusive degli importanti </hi><hi rend="italic CharOverride-1">Estratti</hi><hi rend="CharOverride-1"> dal libro di </hi><hi rend="CharOverride-1">James Mill </hi><hi rend="italic CharOverride-1">Principi di economia politica</hi><hi rend="CharOverride-1">, e soprattutto in un</hi><hi rend="CharOverride-1"> passo interessantissimo che comincia con l’espressione: «Supponiamo di aver</hi><hi rend="CharOverride-1"> prodotto in quanto uomini […]» (Marx 1976, 247); il</hi><hi rend="CharOverride-1"> che vuol dire: indaghiamo quale sarebbero i caratteri di un</hi><hi rend="CharOverride-1">’attività lavorativa non negatrice dell’umanità dell’uomo. </hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Produrre «in</hi><hi rend="CharOverride-1"> quanto uomini» – spiega Marx – significa che ciascuno </hi><hi rend="CharOverride-1">attraverso il suo prodotto esperisce la soddisfazione di vedere la </hi><hi rend="CharOverride-1">sua personalità e le sue capacità tradursi in una realtà </hi><hi rend="CharOverride-1">oggettiva. E poiché ciascuno produce per gli altri (dato che </hi><hi rend="CharOverride-1">per Marx il lavoro è, come il linguaggio, sempre sociale) </hi><hi rend="CharOverride-1">ciascuno gode del fatto che con il suo operare ha </hi><hi rend="CharOverride-1">soddisfatto un bisogno altrui. Non importa qui rilevare quanto enfatica </hi><hi rend="CharOverride-1">sia questa prima valorizzazione marxiana del produrre in modo non </hi><hi rend="CharOverride-1">alienato. Quel che conta davvero è il punto fondamentale che </hi><hi rend="CharOverride-1">abbiamo cercato di mettere a fuoco, e cioè da un </hi><hi rend="CharOverride-1">lato che il lavoro fonda per Marx la peculiarità dell’</hi><hi rend="CharOverride-1">uomo e la sua storicità. Dall’altro che esso non </hi><hi rend="CharOverride-1">è in generale per l’individuo solo negatività e sacrificio, </hi><hi rend="CharOverride-1">come aveva sostenuto Adam Smith; il lavoro invece può dar </hi><hi rend="CharOverride-1">luogo tanto a una positiva autorealizzazione quanto a una frustrante </hi><hi rend="CharOverride-1">alienazione, e questo è per l’appunto, secondo Marx, il </hi><hi rend="CharOverride-1">caso dell’operaio moderno sottomesso allo sfruttamento da parte del </hi><hi rend="CharOverride-1">capitale.</hi></p><p rend="h2" ><hi>5.Prospettive sul lavoro nel Marx della maturità</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Se è vero, </hi><hi rend="CharOverride-1">come abbiamo osservato, che nei testi giovanili di Marx si </hi><hi rend="CharOverride-1">contrappongono nettamente il lavoro alienato e sfruttato dal capitale e </hi><hi rend="CharOverride-1">quello liberamente umano e autorealizzante, bisogna anche osservare che, nelle </hi><hi rend="CharOverride-1">riflessioni più mature, questa prima schematizzazione si complica alquanto. Alcune </hi><hi rend="CharOverride-1">osservazioni interessanti le troviamo, tanto per cominciare, nelle pagine di </hi><hi rend="CharOverride-1">un altro grande inedito, i </hi><hi rend="italic CharOverride-1">Lineamenti fondamentali della critica dell’</hi><hi rend="italic CharOverride-1">economia politica</hi><hi rend="CharOverride-1"> (1857-1858) dove Marx discute la tesi di Adam </hi><hi rend="CharOverride-1">Smith secondo la quale il valore dei beni prodotti dipende </hi><hi rend="CharOverride-1">dal lavoro in essi incorporato perché il lavoro è ciò </hi><hi rend="CharOverride-1">che essi realmente costano, e cioè la rinuncia del produttore </hi><hi rend="CharOverride-1">al riposo o allo svolgere le occupazioni che più gli </hi><hi rend="CharOverride-1">piacciono. Per Smith, lavorare significa sacrificare una determinata «quantità di </hi><hi rend="CharOverride-1">riposo, di libertà e di felicità» (Smith 2006, 114) e</hi><hi rend="CharOverride-1"> questo è il motivo per cui le merci si scambiano</hi><hi rend="CharOverride-1"> di norma in ragione del lavoro che è stato necessario</hi><hi rend="CharOverride-1"> per produrle. Marx contesta però l’equazione smithiana tra lavoro</hi><hi rend="CharOverride-1"> e sacrificio. L’autore della </hi><hi rend="italic CharOverride-1">Ricchezza delle nazioni</hi><hi rend="CharOverride-1"> </hi></p><p rend="quotation_b" ><hi rend="CharOverride-1">ha ragione</hi><hi rend="CharOverride-1"> quando afferma che nelle forme storiche del lavoro come lavoro</hi><hi rend="CharOverride-1"> schiavistico, servile e salariato, il lavoro appare sempre come repulsivo,</hi><hi rend="CharOverride-1"> sempre come </hi><hi rend="italic CharOverride-1">lavoro coercitivo esterno</hi><hi rend="CharOverride-1"> rispetto al quale il non-lavoro</hi><hi rend="CharOverride-1"> si presenta come “libertà e felicità”. </hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Ma le considerazioni smithiane</hi><hi rend="CharOverride-1"> non possono pretendere di avere una validità più generale. «Smith</hi><hi rend="CharOverride-1"> pensa soltanto agli schiavi del capitale. Ad es. lo stesso</hi><hi rend="CharOverride-1"> lavoratore per metà artista del Medioevo non rientra nella sua</hi><hi rend="CharOverride-1"> definizione» (Marx 1986, 549). </hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">La convinzione di Marx, dunque,</hi><hi rend="CharOverride-1"> è che Smith sbagli nel non capire «che “nel suo</hi><hi rend="CharOverride-1"> stato normale di salute, forza, attività, abilità e destrezza” l</hi><hi rend="CharOverride-1">’individuo provi anche il bisogno di una normale porzione di</hi><hi rend="CharOverride-1"> lavoro, e di eliminare il riposo». Per Marx non</hi><hi rend="CharOverride-1"> è affatto vero che il ‘riposo’ si identifichi puramente</hi><hi rend="CharOverride-1"> e semplicemente con la ‘libertà’ e la ‘felicità’</hi><hi rend="CharOverride-1">. Perciò il suo ragionamento così prosegue: </hi></p><p rend="quotation_b" ><hi rend="CharOverride-1">Certo, la misura </hi><hi rend="CharOverride-1">del lavoro stesso si presenta come data dall’esterno, dal </hi><hi rend="CharOverride-1">fine da raggiungere e dagli ostacoli che il lavoro deve </hi><hi rend="CharOverride-1">superare per pervenirvi. Ma Adam Smith non sospetta neppure che </hi><hi rend="CharOverride-1">tale superamento di ostacoli sia in sé attuazione della libertà – </hi><hi rend="CharOverride-1">e che inoltre gli scopi esterni vengano sfrondati dalla parvenza </hi><hi rend="CharOverride-1">della pura necessità naturale esterna e siano posti come fini </hi><hi rend="CharOverride-1">che soltanto l’individuo stesso pone – ossia come autorealizzazione, materializzazione </hi><hi rend="CharOverride-1">(</hi><hi rend="italic CharOverride-1">Vergegenständlichung</hi><hi rend="CharOverride-1">) del soggetto, e perciò come libertà reale la </hi><hi rend="CharOverride-1">cui azione è appunto il lavoro (Marx 1986, 548-49). </hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">La</hi><hi rend="CharOverride-1"> tesi di Marx è quindi che il non-lavoro non è</hi><hi rend="CharOverride-1"> affatto una condizione da idealizzare; e che anzi il lavoro</hi><hi rend="CharOverride-1"> può essere gratificante e autorealizzante anche quando è duro e</hi><hi rend="CharOverride-1"> impegnativo e non assomiglia per niente a «un puro spasso,</hi><hi rend="CharOverride-1"> un puro divertimento, come lo concepisce con estrema ingenuità e</hi><hi rend="CharOverride-1"> frivolezza Fourier» (Marx 1986, 549). Ma il lavoro può</hi><hi rend="CharOverride-1"> essere autorealizzante solo se si danno alcune condizioni: </hi></p><p rend="quotation_b" ><hi rend="CharOverride-1">Un lavoro</hi><hi rend="CharOverride-1"> realmente libero, ad esempio il comporre, è al tempo stesso</hi><hi rend="CharOverride-1"> dannatamente serio e comporta uno sforzo intensissimo. Il lavoro di</hi><hi rend="CharOverride-1"> produzione materiale può assumere questo carattere solo nel caso in</hi><hi rend="CharOverride-1"> cui 1) è posto il suo carattere sociale, 2) ha</hi><hi rend="CharOverride-1"> carattere scientifico e al tempo stesso è lavoro generale, sforzo</hi><hi rend="CharOverride-1"> dell’uomo non come forza naturale addestrata in modo determinato,</hi><hi rend="CharOverride-1"> ma come soggetto che nel processo di produzione non si</hi><hi rend="CharOverride-1"> presenta in forma puramente naturale, originaria, bensì come attività che</hi><hi rend="CharOverride-1"> regola tutte le forze della natura (Marx 1986, 549). </hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Ragionando sempre su questa linea Marx sviluppa, nei </hi><hi rend="italic CharOverride-1">Grundrisse</hi><hi rend="CharOverride-1">, anche una riflessione intesa a rendere meno rigida la distinzione tra lavoro e tempo libero. </hi></p><p rend="quotation_b" ><hi rend="CharOverride-1">Che del resto il tempo di lavoro immediato non</hi><hi rend="CharOverride-1"> possa rimanere in antitesi astratta al tempo libero – come si</hi><hi rend="CharOverride-1"> presenta dal punto di vista dell’economia borghese – è ovvio.</hi><hi rend="CharOverride-1"> Il lavoro non può divenire giuoco, come vuole Fourier, al</hi><hi rend="CharOverride-1"> quale peraltro va attribuito il grande merito di aver indicato</hi><hi rend="CharOverride-1"> come </hi><hi rend="italic CharOverride-1">ultimate object</hi><hi rend="CharOverride-1"> il superamento non della distribuzione, ma del</hi><hi rend="CharOverride-1"> modo di produzione stesso in una forma superiore. Il tempo</hi><hi rend="CharOverride-1"> libero – che è sia tempo di ozio sia tempo per</hi><hi rend="CharOverride-1"> un’attività più elevata – ha trasformato naturalmente il suo possessore</hi><hi rend="CharOverride-1"> in un altro soggetto, ed è proprio come altro soggetto</hi><hi rend="CharOverride-1"> che questi entra poi anche nel processo di produzione immediato.</hi><hi rend="CharOverride-1"> Se lo si considera rispetto all’uomo in divenire, questo</hi><hi rend="CharOverride-1"> processo è disciplina, e al tempo stesso è esercizio, scienza</hi><hi rend="CharOverride-1"> sperimentale, scienza materialmente creativa e materializzantesi se lo si considera</hi><hi rend="CharOverride-1"> rispetto all’uomo divenuto, nel cui cervello esiste il sapere</hi><hi rend="CharOverride-1"> accumulato della società (Marx 1986, 98). </hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">L’aspetto che Marx</hi><hi rend="CharOverride-1"> sottolinea in questo passaggio, come è stato opportunamente rilevato, è</hi><hi rend="CharOverride-1"> che quando abbiamo a che fare con un lavoro evoluto</hi><hi rend="CharOverride-1"> e non puramente meccanico e asservito, il tempo libero retroagisce</hi><hi rend="CharOverride-1"> a sua volta sul tempo di lavoro, trasformando il produttore</hi><hi rend="CharOverride-1"> in una «persona cresciuta in capacità, potere e talento»</hi><hi rend="notes_number CharOverride-3"><hi><ref target="OP08885_int_online_chapter_112_669-677.html#footnote-000">-1</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">, e quindi instaurando un circolo virtuoso tra la creatività/conoscenza</hi><hi rend="CharOverride-1"> che si esplica nel lavoro e quella che si sviluppa</hi><hi rend="CharOverride-1"> nelle attività fine a se stesse coltivate nel tempo libero.</hi><hi rend="CharOverride-1"> </hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Per un verso, quindi, Marx sembra sostenere l’idea che,</hi><hi rend="CharOverride-1"> in una società emancipata, il lavoro non scomparirà né diventerà</hi><hi rend="CharOverride-1"> simile al gioco, ma potrà essere visto piuttosto come autorealizzazione</hi><hi rend="CharOverride-1"> e oggettivazione dell’individuo e delle sue capacità. Un po</hi><hi rend="CharOverride-1">’ diversa è invece la prospettiva che sembra emergere dalle </hi><hi rend="CharOverride-1">famose e singolari pagine che, nei </hi><hi rend="italic CharOverride-1">Grundrisse</hi><hi rend="CharOverride-1">, egli dedica alla</hi><hi rend="CharOverride-1"> prospettazione di un futuro sistema di produzione automatizzato, nel quale</hi><hi rend="CharOverride-1"> il lavoratore non sarà più costretto a erogare forza fisica</hi><hi rend="CharOverride-1"> ma resterà solo come «sorvegliante e regolatore». In </hi><hi rend="CharOverride-1">queste condizioni il lavoro necessario si ridurrà ad un minimo </hi><hi rend="CharOverride-1">e questo consentirà finalmente, scrive Marx, «il libero sviluppo delle</hi><hi rend="CharOverride-1"> individualità» e dunque «la formazione artistica, scientifica ecc. degli</hi><hi rend="CharOverride-1"> individui grazie al tempo divenuto libero e ai mezzi creati</hi><hi rend="CharOverride-1"> per essi tutti» (Marx 1986, 91). Da queste considerazioni sembra discendere l</hi><hi rend="CharOverride-1">’implicazione che, per Marx, la vera e propria sfera dell</hi><hi rend="CharOverride-1">’attività libera cominci solo dove termina l’ambito del lavoro</hi><hi rend="CharOverride-1"> necessario, e quindi si ponga come necessariamente esterna a questo.</hi><hi rend="CharOverride-1"> </hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">In questo senso va anche il famoso passo del Libro</hi><hi rend="CharOverride-1"> Terzo del </hi><hi rend="italic CharOverride-1">Capitale</hi><hi rend="CharOverride-1"> dove si legge che «il regno </hi><hi rend="CharOverride-1">della libertà comincia soltanto là dove cessa il lavoro determinato </hi><hi rend="CharOverride-1">dalla necessità e dalla finalità esterna; si trova quindi per </hi><hi rend="CharOverride-1">sua natura oltre la sfera della produzione materiale vera e </hi><hi rend="CharOverride-1">propria». </hi></p><p rend="quotation_b" ><hi rend="CharOverride-1">La libertà in questo campo può consistere soltanto </hi><hi rend="CharOverride-1">in ciò, che l’uomo socializzato, cioè i produttori associati, </hi><hi rend="CharOverride-1">regolano razionalmente questo loro ricambio organico con la natura, lo </hi><hi rend="CharOverride-1">portano sotto il loro comune controllo, invece di essere da </hi><hi rend="CharOverride-1">esso dominati come da una forza cieca […]; che essi </hi><hi rend="CharOverride-1">eseguono il loro compito con il minore possibile impiego di </hi><hi rend="CharOverride-1">energia e nelle condizioni più adeguate alla loro natura umana </hi><hi rend="CharOverride-1">e più degne di essa. Ma questo rimane sempre un </hi><hi rend="CharOverride-1">regno della necessità. Al di là di esso comincia lo </hi><hi rend="CharOverride-1">sviluppo delle capacità umane, che è fine a se stesso, </hi><hi rend="CharOverride-1">il vero regno della libertà, che tuttavia può fiorire soltanto </hi><hi rend="CharOverride-1">sulle basi di quel regno della necessità. Condizione fondamentale di </hi><hi rend="CharOverride-1">tutto ciò è la riduzione della giornata lavorativa (Marx 1973b, </hi><hi rend="CharOverride-1">231-32).</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Avendo senz’altro in mente lo sviluppo della grande industria</hi><hi rend="CharOverride-1"> che caratterizzava la sua epoca, Marx in questo passaggio tende</hi><hi rend="CharOverride-1"> a pensare che il lavoro, anche nel contesto di una</hi><hi rend="CharOverride-1"> società diversa e migliore, resterà comunque nell’ambito della necessità;</hi><hi rend="CharOverride-1"> e che solo al di fuori di esso potrà darsi</hi><hi rend="CharOverride-1"> la libertà autentica, con lo sviluppo di attività autorealizzanti e</hi><hi rend="CharOverride-1"> fine a se stesse. Questo Marx sembra dunque incline a</hi><hi rend="CharOverride-1"> una visione più disincantata e realistica rispetto a quella che</hi><hi rend="CharOverride-1"> emergeva in alcune pagine dei </hi><hi rend="italic CharOverride-1">Grundrisse</hi><hi rend="CharOverride-1">. Considerazioni simili potrebbero </hi><hi rend="CharOverride-1">farsi anche a proposito della </hi><hi rend="italic CharOverride-1">Critica del programma di Gotha</hi><hi rend="CharOverride-1"> </hi><hi rend="CharOverride-1">(1875), dove si sostiene, per riassumere in modo schematico, che </hi><hi rend="CharOverride-1">solo nella seconda, pienamente matura e assai lontana fase della </hi><hi rend="CharOverride-1">società comunista il lavoro potrà diventare estrinsecazione delle capacità individuali </hi><hi rend="CharOverride-1">e della libera creatività umana. </hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">In sostanza si potrebbe dunque </hi><hi rend="CharOverride-1">affermare che, a differenza di quella sul lavoro sfruttato, la </hi><hi rend="CharOverride-1">riflessione di Marx sul lavoro liberato rimane per molti versi </hi><hi rend="CharOverride-1">aperta e non del tutto definita. Come si conviene, del </hi><hi rend="CharOverride-1">resto, a un pensatore che intendeva sviluppare una teoria che </hi><hi rend="CharOverride-1">si saldasse con i conflitti reali del suo tempo e </hi><hi rend="CharOverride-1">non si perdesse nella sterile immaginazione di società future. </hi></p><p rend="h2" ><hi>Riferimenti </hi><hi>bibliografici</hi></p><p rend="bib_indx_bib" ><hi rend="CharOverride-1">Aristotele. 1973. </hi><hi rend="italic CharOverride-1">Politica</hi><hi rend="CharOverride-1">. In </hi><hi rend="italic CharOverride-1">Opere</hi><hi rend="CharOverride-1">, vol. IX, a cura </hi><hi rend="CharOverride-1">di G. Giannantoni. Roma-Bari: Laterza.</hi></p><p rend="bib_indx_bib" ><hi rend="CharOverride-1">Fineschi, Roberto. 2001. </hi><hi rend="italic CharOverride-1">Ripartire da Marx</hi><hi rend="CharOverride-1">. Napoli: La città del sole.</hi></p><p rend="bib_indx_bib" ><hi rend="CharOverride-1">Mari, Giovanni. </hi><hi rend="CharOverride-1">2019. </hi><hi rend="italic CharOverride-1">Libertà nel lavoro. La sfida della rivoluzione digitale</hi><hi rend="CharOverride-1">. Bologna: il Mulino.</hi></p><p rend="bib_indx_bib" ><hi rend="CharOverride-1">Marx, Karl. 1968. </hi><hi rend="italic CharOverride-1">Manoscritti economico-filosofici del 1844</hi><hi rend="CharOverride-1">, a </hi><hi rend="CharOverride-1">cura di N. Bobbio. Torino: Einaudi.</hi></p><p rend="bib_indx_bib" ><hi rend="CharOverride-1">Marx, Karl. 1973a. </hi><hi rend="italic CharOverride-1">Il Capitale</hi><hi rend="CharOverride-1">, l</hi><hi rend="CharOverride-1">. I, vol. I. Roma: Editori Riuniti. </hi></p><p rend="bib_indx_bib" ><hi rend="CharOverride-1">Marx, Karl. 1973b</hi><hi rend="CharOverride-1">. </hi><hi rend="italic CharOverride-1">Il capitale</hi><hi rend="CharOverride-1">, l. III, vol. III. Roma: Editori Riuniti. </hi></p><p rend="bib_indx_bib" ><hi rend="CharOverride-1">Marx,</hi><hi rend="CharOverride-1"> Karl. 1976. </hi><hi rend="italic CharOverride-1">Estratti dal libro di James Mill</hi><hi rend="CharOverride-1"> </hi><hi rend="italic CharOverride-1">‘Eléments d’économie politique’. </hi><hi rend="CharOverride-1">In Marx-Engels, </hi><hi rend="italic CharOverride-1">Opere</hi><hi rend="CharOverride-1">, vol. III</hi><hi rend="CharOverride-1">. Roma: Editori Riuniti. </hi></p><p rend="bib_indx_bib" ><hi rend="CharOverride-1">Marx, Karl. 1986. </hi><hi rend="italic CharOverride-1">Lineamenti fondamentali della critica dell’economia politica</hi><hi rend="CharOverride-1">. In Marx-Engels, </hi><hi rend="italic CharOverride-1">Opere</hi><hi rend="CharOverride-1">, vol. IXXX. Roma: Editori Riuniti. </hi></p><p rend="bib_indx_bib" ><hi rend="CharOverride-1">Smith, Adam. 2006. </hi><hi rend="italic CharOverride-1">La ricchezza delle nazioni</hi><hi rend="CharOverride-1">.</hi><hi rend="CharOverride-1"> Torino: UTET.</hi></p><list type="ordered">
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-3"><ref target="OP08885_int_online_chapter_112_669-677.html#footnote-000-backlink">-1</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	Su questo aspetto insiste molto Mari 2019, 146.</hi></p></item>
				</list>  
      
      <div>
        <listBibl>
          <head>References</head>
          <bibl n="146707">Aristotele. 1973. Politica. In Opere, vol. IX, a cura di G. Giannantoni. Roma-Bari: Laterza.</bibl>
          <bibl n="147344">Fineschi, Roberto. 2001. Ripartire da Marx. Napoli: La citt&amp;#224; del sole.</bibl>
          <bibl n="146520">Mari, Giovanni. 2019. Libert&amp;#224; nel lavoro. La sfida della rivoluzione digitale. Bologna: il Mulino.</bibl>
          <bibl n="146521">Marx, Karl. 1968. Manoscritti economico-filosofici del 1844, a cura di N. Bobbio. Torino: Einaudi.</bibl>
          <bibl n="147384">Marx, Karl. 1973a. Il Capitale, l. I, vol. I. Roma: Editori Riuniti.</bibl>
          <bibl n="147291">Marx, Karl. 1973b. Il capitale, l. III, vol. III. Roma: Editori Riuniti.</bibl>
          <bibl n="145289">Marx, Karl. 1976. Estratti dal libro di James Mill ‘El&amp;#233;ments d’&amp;#233;conomie politique’. In Marx-Engels, Opere, vol. III. Roma: Editori Riuniti.</bibl>
          <bibl n="145356">Marx, Karl. 1986. Lineamenti fondamentali della critica dell’economia politica. In Marx-Engels, Opere, vol. IXXX. Roma: Editori Riuniti.</bibl>
          <bibl n="147568">Smith, Adam. 2006. La ricchezza delle nazioni. Torino: UTET.</bibl>
        </listBibl>
      </div>
    </body>
  </text>
</TEI>