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        <title type="main" level="a">Donne, cannibali e la fatica del lavoro: l’etologia economica di T. Veblen</title>
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            <forename>Francesca Lidia</forename>
            <surname>Viano</surname>
            <placeName type="affiliation">Weatherhead Center for International Affairs, United States</placeName>
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          <resp>This is a section of <title>Idee di lavoro e di ozio per la nostra civiltà</title>(DOI: <idno type="DOI">10.36253/979-12-215-0319-7</idno>) by </resp>
          <name>Giovanni Mari, Francesco Ammannati, Brogi Stefano, Tiziana Faitini, Arianna Fermani, Francesco Seghezzi, Annalisa Tonarelli</name>
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        <publisher>Firenze University Press</publisher>
        <pubPlace>Florence</pubPlace>
        <date when="2024">2024</date>
        <idno type="DOI">https://doi.org/10.36253/979-12-215-0319-7.82</idno>
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          <p>Available for academic research purposes</p>
          <p>Open Access</p>
          <p>Copyright Author(s)</p>
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            <p>Content licence CC BY 4.0</p>
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        <p>This is original content, published for academic research purposes</p>
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        <p>The Theory of the Leisure Class made Veblen famous for his theory of consumption as a channel of social competition. The Institutionalists praised and used his notion of intangible property. This article will show that Veblen worked his way to the theory of consumption and property from the concept of labor. Veblen drew on a longstanding American literature that insisted on the dignity of labor and warned against its decline. But he was also familiar with the latest trends of German, Italian and French socialism in ways few Americans were at the time. This article will describe Veblen’s explorations of American and European sources, while emphasizing his reliance on authors (such as the Italian criminologist Antonio Ferri), whose influence on Veblen has been so far neglected.</p>
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            <item>Labor</item>
            <item>evolution</item>
            <item>ethology</item>
            <item>race</item>
            <item>Marxism</item>
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      <p>It is available online at https://doi.org/10.36253/979-12-215-0319-7.82<ref target="https://doi.org/10.36253/979-12-215-0319-7.82" /></p>
      
      <p rend="h1_chapter">Donne, cannibali e la fatica del lavoro: l’etologia economica di T. Veblen</p><p rend="h1_author ParaOverride-1" ><hi rend="CharOverride-1">Francesca Lidia Viano</hi></p><p rend="h2" ><hi>1. Introduzione</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">«È uno dei luoghi</hi><hi rend="CharOverride-1"> comuni della teoria economica corrente che il lavoro è fastidioso</hi><hi rend="CharOverride-1">.» (Veblen 1898, 188). Così Thorstein Veblen inaugurava il suo</hi><hi rend="CharOverride-1"> primo pezzo sull’«istinto di imprenditorialità» per l’</hi><hi rend="italic CharOverride-1">American</hi><hi rend="italic CharOverride-1"> Journal of Sociology</hi><hi rend="CharOverride-1">. Era il settembre 1898 e Veblen </hi><hi rend="CharOverride-1">insegnava da qualche anno a Chicago. Aveva incontrato il principio</hi><hi rend="CharOverride-1"> del «lavoro fastidioso» nei testi di scuola, dove si</hi><hi rend="CharOverride-1"> riproponeva il principio di David Ricardo per cui il valore</hi><hi rend="CharOverride-1"> dei beni dipende «dalla fatica e dal fastidio necessari</hi><hi rend="CharOverride-1"> a procurarseli» (Ricardo 1821, 3; Veblen 1906, 589). </hi><hi rend="CharOverride-1">Se le cose stavano così, si chiedeva Veblen, come si</hi><hi rend="CharOverride-1"> era evoluta la specie umana? Aveva forse ragione la </hi><hi rend="CharOverride-1">Bibbia a ricondurre tutto al «serpente edenico» (Veblen 1898,</hi><hi rend="CharOverride-1"> 188)?</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Gli interrogativi di Veblen sul lavoro non sono passati</hi><hi rend="CharOverride-1"> alla storia. Veblen è ricordato come teorico eterodosso del consumo</hi><hi rend="CharOverride-1"> o come evoluzionista anticipatore della moderna economia cognitiva. Eppure,</hi><hi rend="CharOverride-1"> come vedremo, egli cominciò la propria avventura nel mondo economico</hi><hi rend="CharOverride-1"> partendo dal lavoro e dalle sue degenerazioni. Di qui arrivò</hi><hi rend="CharOverride-1"> a scrivere la </hi><hi rend="italic CharOverride-1">Teoria della classe agiata</hi><hi rend="CharOverride-1"> (1899), che non</hi><hi rend="CharOverride-1"> è un trattato sul consumo vistoso, come si dice spesso,</hi><hi rend="CharOverride-1"> ma sull’umiliazione associata al lavoro. Come altri intellettuali della </hi><hi rend="CharOverride-1">sua epoca, Veblen era un socialista di matrice darwiniana, </hi><hi rend="CharOverride-1">che cercava di conciliare l’eredità di Marx con le </hi><hi rend="CharOverride-1">idee più recenti emerse in campo scientifico. Ma su di </hi><hi rend="CharOverride-1">lui agivano modi di pensare e prospettive sul lavoro che </hi><hi rend="CharOverride-1">erano tipiche della cultura industriale americana. Scopriremo come Veblen le</hi><hi rend="CharOverride-1"> abbia declinate per adattarle alle mode intellettuali del suo tempo</hi><hi rend="CharOverride-1"> ricavandone una nuova teoria evoluzionistica, abbracciando il femminismo, ma rischiando</hi><hi rend="CharOverride-1"> anche di aderire a posizioni razziali discutibili.</hi></p><p rend="h2" ><hi>2. Più stima </hi><hi>al lavoro</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Era difficile evitare il tema del lavoro nell’America</hi><hi rend="CharOverride-1"> di Veblen. Questi entrava a Carleton College nel 1874, </hi><hi rend="CharOverride-1">quando gli strascichi del panico dell’anno precedente non </hi><hi rend="CharOverride-1">si erano ancora dissolti: centinaia di migliaia di persone avevano </hi><hi rend="CharOverride-1">perso il posto di lavoro, banche e aziende avevano chiuso </hi><hi rend="CharOverride-1">i battenti. Lo «scontento profondo [degli operai] per la propria</hi><hi rend="CharOverride-1"> condizione» era giunto di sorpresa (Bellamy 1888, 20). Ma</hi><hi rend="CharOverride-1"> la risposta delle autorità non si era fatta attendere: </hi><hi rend="CharOverride-1">nel 1877 il presidente Hayes aveva mandato truppe federali un</hi><hi rend="CharOverride-1"> po’ ovunque per domare i manifestanti, che protestavano contro </hi><hi rend="CharOverride-1">il taglio di salari.</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">I manuali di economia spiegavano che i</hi><hi rend="CharOverride-1"> capitalisti pagavano i salari da un fondo specifico </hi><hi rend="CharOverride-1">e che la crescita della popolazione operaia era destinata</hi><hi rend="CharOverride-1"> a comprimere la quota destinata a ciascun lavoratore. Ma in</hi><hi rend="CharOverride-1"> America c’era chi metteva in dubbio questo modo di</hi><hi rend="CharOverride-1"> pensare. Gli americani, in generale, avevano sempre faticato ad accettare</hi><hi rend="CharOverride-1"> che capitale e lavoro fossero due elementi contrapposti della dottrina</hi><hi rend="CharOverride-1"> economica (Clark 1878, 533). Era un lascito della loro </hi><hi rend="CharOverride-1">storia, dominata dalla figura del farmer, lavoratore e capitalista allo </hi><hi rend="CharOverride-1">stesso tempo, e da industriali timorosi che il capitalismo europeo </hi><hi rend="CharOverride-1">«distruggesse il carattere americano» introducendo il disprezzo per il</hi><hi rend="CharOverride-1"> lavoro (Sanford 1961, 158-59):</hi></p><p rend="quotation_b" ><hi rend="CharOverride-1">In Europa, e soprattutto in Inghilterra</hi><hi rend="CharOverride-1"> troviamo l’erede di ricchezza,</hi><hi rend="CharOverride-1"> del lavoro accumulato di altri, che guarda con condiscendenza non</hi><hi rend="CharOverride-1"> soltanto al lavoro stesso nella forma più umile di </hi><hi rend="CharOverride-1">semplice occupazione manuale, ma anche a tutti quegli impieghi che </hi><hi rend="CharOverride-1">hanno come obiettivo l’accumulazione immediata della proprietà (Appleton 1844, </hi><hi rend="CharOverride-1">4).</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Questo punto di vista era riaffiorato di fronte agli</hi><hi rend="CharOverride-1"> scioperi e alla violenza degli anni Settanta. Il lavoro è</hi><hi rend="CharOverride-1"> tutto – diceva il giornalista Henry George nel 1879: la</hi><hi rend="CharOverride-1"> terra è il luogo nel quale il lavoro «trasforma </hi><hi rend="CharOverride-1">materia in ricchezza», mentre il capitale è, per così </hi><hi rend="CharOverride-1">dire, «l’impiegato del lavoro», nel senso che i</hi><hi rend="CharOverride-1"> lavoratori creano dal nulla la ricchezza dalla quale provengono salari</hi><hi rend="CharOverride-1"> e macchine (George 1876, 163). Secondo Bellamy, il lavoro </hi><hi rend="CharOverride-1">aveva cominciato a perdere la stima delle persone quando il </hi><hi rend="CharOverride-1">lavoratore aveva accettato «che esso fosse misurato in denaro» </hi><hi rend="CharOverride-1">(Bellamy 1888, 220). Al contrario di George, Bellamy considerava i </hi><hi rend="CharOverride-1">trust un grande contributo all’efficienza industriale: per renderli equi</hi><hi rend="CharOverride-1"> – spiegava – era sufficiente affidarne la guida a «</hi><hi rend="CharOverride-1">un unico sindacato che rappresenti la gente» nel nome </hi><hi rend="CharOverride-1">«dell’interesse comune per il profitto comune»; l’intera</hi><hi rend="CharOverride-1"> nazione sarebbe diventata «una grande business corporation» (Bellamy 1888,</hi><hi rend="CharOverride-1"> 77).</hi></p><p rend="h2" ><hi>3. Cannibali e criminali</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Veblen scoprì il socialismo studiando </hi><hi rend="CharOverride-1">a Carlton College, dove leggeva George e Bellamy, e il </hi><hi rend="CharOverride-1">suo professore era John Bates Clark, il futuro economista neoclassico </hi><hi rend="CharOverride-1">che allora accusava i capitalisti di cannibalismo, ossia di consumare</hi><hi rend="CharOverride-1"> il «prodotto del […] lavoro [degli operai]», senza </hi><hi rend="CharOverride-1">tener conto del fatto che «essi possono aver virtualmente lavorato</hi><hi rend="CharOverride-1"> anima e corpo» (Clark 1882, 540). Veblen non </hi><hi rend="CharOverride-1">fece mai mistero del proprio socialismo. Lo sbandierò sin dal </hi><hi rend="CharOverride-1">primo saggio accademico, quando sollecitò la tassazione dei guadagni speculativi </hi><hi rend="CharOverride-1">(in linea con George), ma lo presentò come un passaggio </hi><hi rend="CharOverride-1">naturale alla «nazionalizzazione delle terra» prospettata da Bellamy (Veblen </hi><hi rend="CharOverride-1">1882, 176). Quello che mancava al socialismo di George e</hi><hi rend="CharOverride-1"> Bellamy era la prospettiva storica, che i socialisti europei avevano</hi><hi rend="CharOverride-1"> incorporato sin dai tempi di Henri de Saint-Simon e di</hi><hi rend="CharOverride-1"> Auguste Comte. L’esempio più recente e popolare era quello</hi><hi rend="CharOverride-1"> di Karl Marx, per il quale il mondo si muov</hi><hi rend="CharOverride-1">eva verso una rivoluzione generale del proletariato sotto la spinta </hi><hi rend="CharOverride-1">dei modi di produzione e dei conflitti da essi generati.</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Veblen cominciò a porsi seriamente il problema dell’evoluzione storica</hi><hi rend="CharOverride-1"> delle strutture economiche mentre insegnava a Chicago negli anni Novanta,</hi><hi rend="CharOverride-1"> tra biologi e psicologi che, anche se in modi </hi><hi rend="CharOverride-1">diversi e a volte opposti, si rifacevano l’eredità di </hi><hi rend="CharOverride-1">Darwin. Marx ed Engels avevano riconosciuto la grandezza di Darwin,</hi><hi rend="CharOverride-1"> ma più a parole che nei fatti. Certo non accettavano</hi><hi rend="CharOverride-1"> l’idea che la selezione biologica potesse interagire con quella</hi><hi rend="CharOverride-1"> sociale (Hawkins 1997, 153). Veblen avrebbe criticato la rigidità </hi><hi rend="CharOverride-1">marxista e, come si è detto giustamente, le sue teorie </hi><hi rend="CharOverride-1">sarebbero emerse da un compromesso tra evoluzionismo biologico e storicismo </hi><hi rend="CharOverride-1">marxiano (Hodgson 1998, 416-20). La dinamica di questo </hi><hi rend="CharOverride-1">compromesso, tuttavia, è ancora oscura. Un po’ genericamente si </hi><hi rend="CharOverride-1">dice che Veblen avrebbe imparato dagli scienziati ‘darwiniani’ a </hi><hi rend="CharOverride-1">mettere in dubbio il determinismo di Marx insistendo sul carattere </hi><hi rend="CharOverride-1">istintivo (e animale) del comportamento umano e sull’influenza che </hi><hi rend="CharOverride-1">su di esso esercitava la società (Twomey 1998, 433-48; Hodgson</hi><hi rend="CharOverride-1"> 1998, 420-23). Ma come era giunto a selezionare questi </hi><hi rend="CharOverride-1">aspetti del darwinismo? E a quali contenuti li applicava?</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Negli anni</hi><hi rend="CharOverride-1"> Novanta, Veblen non era l’unico socialista impegnato a conciliare</hi><hi rend="CharOverride-1"> l’eredità di Darwin con la dottrina marxiana. Tutto era cominciato in Germania, dove il socialdemocratico August Bebel aveva suggerito che, pur essendo in grado di elevarsi al di sopra della selezione naturale in virtù della propria razionalità, uomini e donne non dovessero mai perdere di vista la natura. Da qui a credere che la degenerazione sociale e la subordinazione femminile fossero effetto di uno scostamento dell’umanità dalle leggi naturali (soprattutto quelle della sessualità) il passo era breve (Hawkins 1997, 155). Veblen incontrò le teorie di Babel attraverso i riflessi che esse stavano diffondendo in Italia. Nel 1896, quando la critica lo raffigura impegnato a mettere insieme metodologie darwiniane di matrice disparata, Veblen era soprattutto intento a studiare il saggio </hi><hi rend="italic CharOverride-1">Socialisme et science positive</hi><hi rend="CharOverride-1"> di Enrico Ferri (1896). Rifacendosi a una corrente di pensiero chiamata “antroposociologia”, che riconosceva alle società un meccanismo di selezione autonomo dalla pressione biologica, Ferri argomentava che i risultati della selezione sociale erano spesso in contrasto con quelli della selezione naturale</hi><hi rend="CharOverride-1">. </hi><hi rend="CharOverride-1">Il laboratorio di Ferri erano le prigioni, dove «il trionfo</hi><hi rend="CharOverride-1"> spettava ai criminali più feroci o più astuti;» in </hi><hi rend="CharOverride-1">modo analogo, concludeva Ferri, «l’organizzazione economica attuale», quale</hi><hi rend="CharOverride-1"> era stata descritta da Marx, faceva primeggiare «i più </hi><hi rend="CharOverride-1">malvagi» (Ferri 1896, 52).</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Secondo Ferri, un Marx aggiornato alla</hi><hi rend="CharOverride-1"> luce dell’evoluzionismo era l’«unica guida competente» non</hi><hi rend="CharOverride-1"> soltanto per i socialisti, ma per chi volesse valicare i</hi><hi rend="CharOverride-1"> confini dell’ortodossia economica (Veblen 1896, 104). In altre parole, Ferri stava dicendo a Veblen che il marxismo evoluzionistico, spogliato di valenze politiche, avrebbe potuto diventare la base di una nuova eterodossia teorica.</hi><hi rend="CharOverride-1"> </hi></p><p rend="h2" ><hi>4. </hi><hi rend="italic">Deus </hi><hi rend="italic">ex machina</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">L’ambizione di Veblen di candidarsi come guida di</hi><hi rend="CharOverride-1"> un nuovo indirizzo in economia apparve chiara dal 1898, </hi><hi rend="CharOverride-1">quando pubblicò</hi><hi rend="italic CharOverride-1"> </hi><hi rend="CharOverride-1">un vero e proprio manifesto: “Why is Economics</hi><hi rend="CharOverride-1"> not an Evolutionary Science?” (Veblen 1898, 373-97). Veblen vi enuncia</hi><hi rend="CharOverride-1">va i due principi fondamentali del proprio darwinismo: l’idea </hi><hi rend="CharOverride-1">che la scienza studia «sequenze opache di fenomeni» e </hi><hi rend="CharOverride-1">che l’interesse dell’economista deve essere puntato non su </hi><hi rend="CharOverride-1">categorie astratte, come il capitale, ma sul «materiale umano della</hi><hi rend="CharOverride-1"> comunità industriale», ossia sulle sue «abitudini di pensiero» </hi><hi rend="CharOverride-1">(Veblen 1898, 379, 388, 392). Ma di quali abitudini </hi><hi rend="CharOverride-1">economiche si trattava? </hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Veblen non parlava di consumo nel manifesto</hi><hi rend="CharOverride-1">, anche se si sarebbe occupato dell’argomento nel suo </hi><hi rend="CharOverride-1">primo trattato di economia evoluzionistica, </hi><hi rend="italic CharOverride-1">La Teoria della Classe Agiata</hi><hi rend="CharOverride-1">.</hi><hi rend="italic CharOverride-1"> </hi><hi rend="CharOverride-1">Tra uno scritto e l’altro, Veblen aveva affinato</hi><hi rend="CharOverride-1"> la propria critica a Marx. Come avrebbe suggerito anni dopo,</hi><hi rend="CharOverride-1"> il problema di Marx consisteva nell’aver mosso critiche </hi><hi rend="CharOverride-1">sbagliate a Ricardo. L’obiezione di Marx a Ricardo era di non aver preso in considerazione la mercificazione del lavoro implicita nel sistema capitalistico.</hi><hi rend="CharOverride-1"> Secondo Veblen, invece, Ricardo sbagliava a </hi><hi rend="CharOverride-1">misurare il valore delle cose nei termini della «fatica» </hi><hi rend="CharOverride-1">e del «fastidio» necessari a procurarseli (Veblen 1906, 588; Ricardo</hi><hi rend="CharOverride-1"> 1821, 3). Ma chi diceva che il lavoro fosse</hi><hi rend="CharOverride-1"> una seccatura?</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">La correzione a Marx (e Ricardo) sembrava banale, ma aveva conseguenze cruciali: Veblen non rimproverava al capitalismo di aver legittimato il furto del lavoro, ma di aver degradato il lavoro agli occhi della società. Il timore per la</hi><hi rend="CharOverride-1"> ‘cannibalizzazione’ del lavoro –</hi><hi rend="CharOverride-1"> lo si è visto – era radicato nel modo di</hi><hi rend="CharOverride-1"> pensare americano. Ma Veblen fu l’unico a farne il</hi><hi rend="CharOverride-1"> perno di una rilettura evoluzionistica di Marx. Tanto più che</hi><hi rend="CharOverride-1"> il disprezzo per il lavoro era un’abitudine di pensiero</hi><hi rend="CharOverride-1"> e si prestava ad essere discussa con le tecniche d</hi><hi rend="CharOverride-1">ei biologi e degli psicologi con i quali Veblen era </hi><hi rend="CharOverride-1">entrato in contatto a Chicago. Veblen partiva dal presupposto darwiniano</hi><hi rend="CharOverride-1"> che fosse sempre possibile «tracciare una gradazione continua dagli </hi><hi rend="CharOverride-1">animali più privi di intelligenza ai più intelligenti» (Romanes 1884,</hi><hi rend="CharOverride-1"> 8). Dopodiché si chiedeva se il disprezzo per il </hi><hi rend="CharOverride-1">lavoro fosse presente nel mondo animale. La risposta era no: </hi><hi rend="CharOverride-1">«nessun’altra specie animale» condivideva con l’uomo un’</hi><hi rend="CharOverride-1">«avversione coerente a ogni attività che mantenga in vita la</hi><hi rend="CharOverride-1"> specie» (Veblen 1898, 188). Ma se «l’uomo soltanto</hi><hi rend="CharOverride-1"> era un’eccezione alla norma selettiva» – osservava Veblen </hi><hi rend="CharOverride-1">– «la propensione aliena in questione» doveva essere opera </hi><hi rend="CharOverride-1">«di qualche inventore malevolo» (Veblen 1898, 188). Di chi</hi><hi rend="CharOverride-1"> o che cosa si trattava? </hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Il </hi><hi rend="italic CharOverride-1">Deus ex machina </hi><hi rend="CharOverride-1">in questione era un concetto che risaliva all’etologo C.</hi><hi rend="CharOverride-1"> Lloyd Morgan (Veblen 1898, 188). Si trattava di un’</hi><hi rend="CharOverride-1">abitudine di pensiero acquisita dall’uomo per «ripetizione» e </hi><hi rend="CharOverride-1">capace di esercitare una pressione sui comportamenti sociali attraverso «l</hi><hi rend="CharOverride-1">’accettazione di ciò che è accettabile e piacevole» e </hi><hi rend="CharOverride-1">il «rifiuto […] di ciò che è spiacevole, discordante, incongruo</hi><hi rend="CharOverride-1">» (Morgan 1896, 16-7, 182-84, 269). E così Veblen poteva</hi><hi rend="CharOverride-1"> spiegare che, in natura, gli uomini sono «come altri </hi><hi rend="CharOverride-1">animali», ossia dotati di una «tendenza ad azioni con</hi><hi rend="CharOverride-1"> proposito» che fa sì che ogni «futilità di vita</hi><hi rend="CharOverride-1"> o azione non [sia] di [loro] gusto» (Veblen 1898, </hi><hi rend="CharOverride-1">189). Ma, quando il disprezzo per il lavoro diventava un </hi><hi rend="CharOverride-1">criterio di selezione sociale, gli umani ‘più adatti’ diventavano </hi><hi rend="CharOverride-1">oziosi o desiderosi di spreco, un po’ come i </hi><hi rend="CharOverride-1">criminali di Ferri, resi feroci dal mondo delle prigioni (Veblen </hi><hi rend="CharOverride-1">1898, 191-92).</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Veblen costruiva il proprio sistema evoluzionistico interrogandosi sul perché gli umani avessero abbandonato i propri istinti naturali. Era lo stesso problema che si era posto Bebel, ma, invece di concentrarsi sul sesso (un tema difficile nell’America del tempo), Veblen aveva spostato l’attenzione sul lavoro. Nella </hi><hi rend="italic CharOverride-1">Teoria </hi><hi rend="CharOverride-1">Veblen raccontava di società </hi><hi rend="CharOverride-1">pacifiche e laboriose che avevano abbandonato il lavoro dopo aver </hi><hi rend="CharOverride-1">raggiunto una certa ricchezza; di guerrieri e preti che delegavano </hi><hi rend="CharOverride-1">il lavoro ai più deboli e premiavano il «successo visibile</hi><hi rend="CharOverride-1">» (Veblen 1915, 16). Così degradato, il lavoro non </hi><hi rend="CharOverride-1">poteva generare proprietà, che nasceva negli stadi barbarci dal furto </hi><hi rend="CharOverride-1">delle donne, ridotte a schiave, mentre l’«atteggiamento predatorio»</hi><hi rend="CharOverride-1"> degli uomini diventava l’unico requisito di ascesa sociale (Veblen</hi><hi rend="CharOverride-1"> 1915, 19). Il consumo vistoso era un fenomeno derivato, </hi><hi rend="CharOverride-1">che si presentava quando, in uno stadio ulteriore di ricchezza</hi><hi rend="CharOverride-1">, le donne si sottraevano alla schiavitù del lavoro,</hi><hi rend="CharOverride-1"> ma solo per diventare consumatrici «vicarie» dei mariti e</hi><hi rend="CharOverride-1"> metterne in luce la ricchezza (Veblen 1915, 59).</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Veblen non</hi><hi rend="CharOverride-1"> era riuscito a evitare la dialettica di Marx. In </hi><hi rend="CharOverride-1">un sistema fondato sul degrado anziché sul furto del lavoro, </hi><hi rend="CharOverride-1">i disprezzati – donne e schiavi – erano in conflitto </hi><hi rend="CharOverride-1">con i dominatori, ossia con gli uomini. La riscossa </hi><hi rend="CharOverride-1">degli oppressi passava dalle donne che, come aveva detto</hi><hi rend="CharOverride-1"> Bebel, avevano perso il ruolo di parità con il maschio</hi><hi rend="CharOverride-1"> che detenevano in natura. Come il femminismo di Bebel, </hi><hi rend="CharOverride-1">anche quello di Veblen si presentava come un ritorno alla </hi><hi rend="CharOverride-1">natura: chi, infatti, più delle donne, schiavizzate dagli albori della </hi><hi rend="CharOverride-1">civiltà, aveva preservato il legame con gli istinti naturali del </hi><hi rend="CharOverride-1">lavoro? Ma il richiamo alla natura era un’arma a </hi><hi rend="CharOverride-1">doppio taglio. Chi si richiamava alla biologia, spesso affermava anche </hi><hi rend="CharOverride-1">il primato della razza pura. Veblen aveva un atteggiamento ambiguo</hi><hi rend="CharOverride-1"> nei confronti di questo principio. Anche se si era espresso</hi><hi rend="CharOverride-1"> a favore della mescolanza razziale, gli era capitato di dire</hi><hi rend="CharOverride-1"> che le razze bionde fossero «più efficienti nelle industrie </hi><hi rend="CharOverride-1">di macchine» (Veblen 1904, 354n; Reinert 2004, 529;</hi><hi rend="CharOverride-1"> Maccabelli 2008, 511). C’è dunque un motivo per</hi><hi rend="CharOverride-1"> estrarre la teoria del consumo vistoso dalla storia del lavoro</hi><hi rend="CharOverride-1"> che l’aveva ispirata. Per fuggire dal determinismo neoclassico e</hi><hi rend="CharOverride-1"> da quello di Marx, Veblen era andato vicino a imboccare</hi><hi rend="CharOverride-1"> la strada del determinismo biologico.</hi></p><p rend="h2" ><hi>Riferimenti bibliografici</hi></p><p rend="bib_indx_bib" ><hi rend="CharOverride-1">Appleton, Nathan. 1844. </hi><hi rend="italic CharOverride-1">Labor: Its Relation in Europe and the United States</hi><hi rend="CharOverride-1">. 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