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        <title type="main" level="a">Il fabianesimo. La causa del Minimum nazionale e le sue declinazioni</title>
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            <forename>Claudio</forename>
            <surname>Palazzolo</surname>
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          <resp>This is a section of <title>Idee di lavoro e di ozio per la nostra civiltà</title>(DOI: <idno type="DOI">10.36253/979-12-215-0319-7</idno>) by </resp>
          <name>Giovanni Mari, Francesco Ammannati, Brogi Stefano, Tiziana Faitini, Arianna Fermani, Francesco Seghezzi, Annalisa Tonarelli</name>
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        <publisher>Firenze University Press</publisher>
        <pubPlace>Florence</pubPlace>
        <date when="2024">2024</date>
        <idno type="DOI">https://doi.org/10.36253/979-12-215-0319-7.90</idno>
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          <p>Available for academic research purposes</p>
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        <p>This paper reconstructs the Fabian conception of labor through the comparison of the most mature works by the Webbs on industrial democracy with the scattered references to the Fabian Essays in Socialism contained in contributions by Sidney Webb, Shaw, Besant and Wallas. What characterizes Fabianism is its aim to achieve maximum productive efficiency, and the conviction that it is in the possibilities and purposes of socialism to protect workers through a binding code of conditions regarding labor. However, there is no opportunity for the workers to question corporate hierarchy and have a say in corporate policy decisions. In the conclusions, which contain references to the Guild Movement alternative, I highlight the limits and aporias of Fabian efficiency.</p>
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            <item>Fabianism</item>
            <item>Collectivism</item>
            <item>Labor</item>
            <item>Industrial Democracy</item>
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      <p>It is available online at https://doi.org/10.36253/979-12-215-0319-7.90<ref target="https://doi.org/10.36253/979-12-215-0319-7.90" /></p>
      
      <p rend="h1_chapter">Il fabianesimo. La causa del Minimum nazionale e le sue declinazioni</p><p rend="h1_author ParaOverride-1" ><hi rend="CharOverride-1">Claudio Palazzolo</hi></p><p rend="text_top" ><hi rend="CharOverride-1">1. Al socialismo fabiano la cultura socialista continentale, </hi><hi rend="CharOverride-1">e per essa soprattutto quella italiana, ha guardato a lungo </hi><hi rend="CharOverride-1">in passato con occhio distratto e per lo più con </hi><hi rend="CharOverride-1">il pregiudizio di chi, identificando la ragione stessa della teoria </hi><hi rend="CharOverride-1">politica socialista con il marxismo, ha ripercorso obbligatoriamente (e stancamente) </hi><hi rend="CharOverride-1">il sentiero, tracciato da Engels, di generica critica del socialismo </hi><hi rend="CharOverride-1">inglese come ‘un socialismo all’acqua di rose’. In</hi><hi rend="CharOverride-1"> un contesto intellettuale avverso a quel gradualismo e riformismo di</hi><hi rend="CharOverride-1"> cui il fabianesimo recava l’impronta nel suo stesso titolo</hi><hi rend="CharOverride-1"> (per classico riferimento a Quinto Fabio Massimo il Temporeggiatore), il</hi><hi rend="CharOverride-1"> pensiero fabiano non meritava di essere preso in considerazione nemmeno</hi><hi rend="CharOverride-1"> per il modello di contenuti e di metodo di funzionamento</hi><hi rend="CharOverride-1"> con il quale faceva coincidere non la realizzazione di questa</hi><hi rend="CharOverride-1"> o quella riforma ma il fine ultimo dell’economia socialista.</hi><hi rend="CharOverride-1"> Tale fine ultimo consiste in un sistema di collettivismo integrale,</hi><hi rend="CharOverride-1"> che, se non è invero diverso dal fine ultimo del</hi><hi rend="CharOverride-1"> socialismo marxista, stimola a una specifica riflessione sul tema del</hi><hi rend="CharOverride-1"> lavoro e soprattutto dell’organizzazione del lavoro, ispirata a obiettivi</hi><hi rend="CharOverride-1"> di massima efficienza produttiva. Di una simile riflessione le pagine</hi><hi rend="CharOverride-1"> che seguono si propongono di ricostruire i passaggi fondamentali, mettendo</hi><hi rend="CharOverride-1"> a confronto, in una sorta di cammino a ritroso, il</hi><hi rend="CharOverride-1"> disegno interpretativo dei coniugi Webb, così come viene formalizzato negli</hi><hi rend="CharOverride-1"> ultimissimi anni del secolo, con gli accenni sparsi e più</hi><hi rend="CharOverride-1"> contraddittori contenuti nella prima formulazione del fabianesimo nei </hi><hi rend="italic CharOverride-1">Fabian Essays</hi><hi rend="italic CharOverride-1"> in Socialism</hi><hi rend="CharOverride-1"> del 1889. Nella prospettiva di tale confronto </hi><hi rend="CharOverride-1">viene esaminato in particolare il rapporto tra azione politica e </hi><hi rend="CharOverride-1">azione sindacale e, al suo seguito, il programma di collettivizzazione </hi><hi rend="CharOverride-1">dell’economia nel quale il fabianesimo confida per affrancare il </hi><hi rend="CharOverride-1">lavoro dalla condizione di sfruttamento tipica del sistema capitalistico. È mio </hi><hi rend="CharOverride-1">intento dimostrare che la concezione fabiana, in quanto fa del </hi><hi rend="CharOverride-1">socialismo una questione di mera proprietà, non mettendo in discussione </hi><hi rend="CharOverride-1">e anzi consolidando a fini produttivistici la gerarchia organizzativa </hi><hi rend="CharOverride-1">tradizionale, con la conseguente esclusione dei lavoratori da qualunque </hi><hi rend="CharOverride-1">forma di partecipazione alle decisioni dell’impresa, non solo non </hi><hi rend="CharOverride-1">asseconda ma contrasta con le sue stesse pretese di emancipazione</hi><hi rend="CharOverride-1"> umana nel lavoro. Può cioè contribuire a risolvere il </hi><hi rend="CharOverride-1">problema del riscatto materiale della classe lavoratrice, quale esclusiva destinataria </hi><hi rend="CharOverride-1">di nuove e crescenti quote di ricchezza socialista, ma, </hi><hi rend="CharOverride-1">come mostra la critica contemporanea del </hi><hi rend="italic CharOverride-1">Guild Movement</hi><hi rend="CharOverride-1">, non è</hi><hi rend="CharOverride-1"> in grado di coinvolgere l’uomo lavoratore nella coscienza di</hi><hi rend="CharOverride-1"> un’impresa comune che lo renda parte attiva e lo</hi><hi rend="CharOverride-1"> riconcili davvero con il suo lavoro. </hi></p><p rend="text_top" ><hi rend="CharOverride-1">2. Parto dall’</hi><hi rend="CharOverride-1">analisi webbiana del rapporto tra azione politica e azione sindacale </hi><hi rend="CharOverride-1">nel modello fabiano di socialismo, con l’avvertenza peraltro che </hi><hi rend="CharOverride-1">essa è ancora assente nella riflessione d’inizio del fabianesimo </hi><hi rend="CharOverride-1">nei </hi><hi rend="italic CharOverride-1">Fabian Essays</hi><hi rend="CharOverride-1">, di cui pure è stato autore Sidney</hi><hi rend="CharOverride-1"> Webb, insieme a George Bernard Shaw, William Clarke, Sydney Olivier</hi><hi rend="CharOverride-1">, Graham Wallas, Annie Besant e Hubert Bland. Perché i </hi><hi rend="italic CharOverride-1">Fabian Essays</hi><hi rend="CharOverride-1">,</hi><hi rend="CharOverride-1"> ancorché pubblicati nel 1889, sono composti e assemblati l’anno</hi><hi rend="CharOverride-1"> precedente, prima che il successo dello sciopero delle fiammiferaie di</hi><hi rend="CharOverride-1"> Londra e, al suo seguito, le lotte di lavoratori non</hi><hi rend="CharOverride-1"> specializzati, categorie operaie in passato prive di una qualunque organizzazione,</hi><hi rend="CharOverride-1"> cambiasse il volto di strategia e di fini del sindacalismo</hi><hi rend="CharOverride-1"> britannico, in quello che è definito l’atto di nascita</hi><hi rend="CharOverride-1"> del </hi><hi rend="italic CharOverride-1">new unionism</hi><hi rend="CharOverride-1">. Solo allora infatti al compito esclusivo </hi><hi rend="CharOverride-1">di difesa del salario e dell’occupazione delle corporazioni operaie </hi><hi rend="CharOverride-1">più qualificate, tipica del vecchio unionismo, comincia a subentrare la </hi><hi rend="CharOverride-1">coscienza ‘politica’ del sindacato, nell’immediato l’impegno per </hi><hi rend="CharOverride-1">la conquista della giornata lavorativa di otto ore e del </hi><hi rend="CharOverride-1">salario minimo, in prospettiva l’adesione di molti unionisti alla </hi><hi rend="CharOverride-1">causa stessa del socialismo. In quanto l’esperienza sindacale era </hi><hi rend="CharOverride-1">rimasta confinata all’</hi><hi rend="italic CharOverride-1">old unionism</hi><hi rend="CharOverride-1"> e alle sue pulsioni corporative, </hi><hi rend="CharOverride-1">non sorprende che i </hi><hi rend="italic CharOverride-1">Fabian Essays</hi><hi rend="CharOverride-1"> non facciano parola delle </hi><hi rend="CharOverride-1">attività delle </hi><hi rend="italic CharOverride-1">Unions</hi><hi rend="CharOverride-1">, nella convinzione che il progresso del socialismo,</hi><hi rend="CharOverride-1"> nuovi passi avanti nel controllo pubblico di servizi e di</hi><hi rend="CharOverride-1"> attività economiche, dipendano non da iniziative del sindacato ma</hi><hi rend="CharOverride-1"> da decisioni capaci di imporsi, per così dire, </hi><hi rend="italic CharOverride-1">motu </hi><hi rend="italic CharOverride-1">proprio</hi><hi rend="CharOverride-1"> alla responsabilità dell’azione politica: nuovi interventi di legislazione </hi><hi rend="CharOverride-1">riformistica, d’intesa con le aspettative crescenti della democrazia parlamentare </hi><hi rend="CharOverride-1">e del socialismo municipale. È invero la svolta del </hi><hi rend="italic CharOverride-1">new unionism</hi><hi rend="CharOverride-1"> </hi><hi rend="CharOverride-1">a suggerire una maggiore attenzione e una crescente apertura di</hi><hi rend="CharOverride-1"> credito nei confronti del movimento sindacale (Webb 1890,</hi><hi rend="CharOverride-1"> 51-4). Nel momento in cui del sindacato si </hi><hi rend="CharOverride-1">comincia ad apprezzare la conversione alle idee collettivistiche (dopo il </hi><hi rend="CharOverride-1">tanto ‘civettamento’ individualistico ai tempi del vecchio unionismo), l’</hi><hi rend="CharOverride-1">incontro, l’amicizia affettuosa e infine il matrimonio di Sidney </hi><hi rend="CharOverride-1">Webb con Beatrice Potter, che già aveva maturato un interesse </hi><hi rend="CharOverride-1">specifico non solo di ricerca ma anche di osservazione e </hi><hi rend="CharOverride-1">di partecipazione all’attività delle Unioni, fanno il resto della </hi><hi rend="CharOverride-1">nuova sensibilità fabiana a dibattere la funzione e il contributo </hi><hi rend="CharOverride-1">delle organizzazioni operaie in un progetto di democrazia sociale da </hi><hi rend="CharOverride-1">affiancare al sistema di governo della democrazia politica.</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Un simile disegno</hi><hi rend="CharOverride-1"> interpretativo è sviluppato dai coniugi Webb in due opere pubblicate</hi><hi rend="CharOverride-1"> a breve distanza nell’ultimo decennio del secolo, </hi><hi rend="italic CharOverride-1">The History</hi><hi rend="italic CharOverride-1"> of Trade Unionism</hi><hi rend="CharOverride-1"> (1894) e </hi><hi rend="italic CharOverride-1">Industrial Democracy</hi><hi rend="CharOverride-1"> (1897). In quest</hi><hi rend="CharOverride-1">’ultima soprattutto prende corpo l’idea del Minimum Nazionale quale</hi><hi rend="CharOverride-1"> insieme di condizioni rese obbligatorie per legge negli ambienti </hi><hi rend="CharOverride-1">di lavoro: </hi></p><p rend="quotation_b" ><hi rend="CharOverride-1">l’imposizione sistematica, per mezzo di un Codice </hi><hi rend="CharOverride-1">del Lavoro minutamente elaborato, di una quota determinata di istruzione, </hi><hi rend="CharOverride-1">di misure igieniche, di periodi di riposo e di salari </hi><hi rend="CharOverride-1">per ogni grado di lavoratori in qualsiasi industria (Webb 1912,</hi><hi rend="CharOverride-1"> 746). </hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">E viene chiarito che il suddetto fine di </hi><hi rend="CharOverride-1">garanzia legislativa, lungi dall’imporsi democraticamente da sé, con la </hi><hi rend="CharOverride-1">sola rivendicazione da parte dell’opinione pubblica, richiede l’approntamento </hi><hi rend="CharOverride-1">di uno strumento idoneo per contributo di competenza e forza</hi><hi rend="CharOverride-1"> di mobilitazione: il sindacato del nuovo unionismo, appunto. Nella</hi><hi rend="CharOverride-1"> conclusione che l’impegno e la convergenza dell’azione sindacale</hi><hi rend="CharOverride-1"> con l’azione politica sono fondamentali per assicurare non solo</hi><hi rend="CharOverride-1"> l’ottenimento ma anche l’osservanza di comuni regole di</hi><hi rend="CharOverride-1"> lavoro da specificare e contrattare in ogni impresa, si palesa</hi><hi rend="CharOverride-1"> in realtà il senso, e nel contempo il limite, della</hi><hi rend="CharOverride-1"> partecipazione operaia al modello fabiano della democrazia industriale. Un siffatto</hi><hi rend="CharOverride-1"> modello è concepito a misura della convinzione che il governo</hi><hi rend="CharOverride-1"> dell’industria nello stato democratico fa fronte a tre funzioni</hi><hi rend="CharOverride-1"> diverse per natura e principio di responsabilità: 1) la determinazione</hi><hi rend="CharOverride-1"> di ciò che dovrà essere prodotto, «vale a dire </hi><hi rend="CharOverride-1">quale sia esattamente la merce od il servizio che dovrà </hi><hi rend="CharOverride-1">essere offerto al consumatore», 2) l’indicazione del modo </hi><hi rend="CharOverride-1">in cui quella merce o quel servizio dovrà essere prodotto, </hi><hi rend="CharOverride-1">cioè «l’adozione della materia prima, la scelta dei metodi</hi><hi rend="CharOverride-1"> industriali e la scelta degli agenti umani», 3) la</hi><hi rend="CharOverride-1"> disciplina delle condizioni che tali agenti umani incontrano nella produzione,</hi><hi rend="CharOverride-1"> «la temperatura, l’ambiente atmosferico e le misure sanitarie </hi><hi rend="CharOverride-1">circa il luogo in cui essi dovranno lavorare, l’intensità </hi><hi rend="CharOverride-1">e durata della loro fatica, ed i salari da darsi </hi><hi rend="CharOverride-1">loro in compenso» (Webb 1912, 747). È evidente che quest</hi><hi rend="CharOverride-1">’ultima funzione, in quanto ripete i contenuti del Minimum Nazionale,</hi><hi rend="CharOverride-1"> non può di diritto democratico sfuggire alla pertinenza del sindacato,</hi><hi rend="CharOverride-1"> esso solo capace di identificare e di imporre all’attenzione</hi><hi rend="CharOverride-1"> dell’amministrazione industriale le attese e i bisogni dei lavoratori</hi><hi rend="CharOverride-1"> dell’impresa. Ma è del pari evidente che le altre</hi><hi rend="CharOverride-1"> funzioni, il ‘cosa produrre’ e il ‘come produrlo’</hi><hi rend="CharOverride-1">, sono concepite dai Webb in una prospettiva affatto differente, </hi><hi rend="CharOverride-1">tale da escludere il movimento unionista da qualunque ulteriore pretesa </hi><hi rend="CharOverride-1">di partecipazione. Perché in esse è l’interesse dei destinatari </hi><hi rend="CharOverride-1">della produzione, la soddisfazione dei desideri e delle esigenze della </hi><hi rend="CharOverride-1">più ampia comunità dei consumatori, che deve essere soprattutto tutelato. </hi><hi rend="CharOverride-1">In particolare, con riguardo alla funzione 2), l’esclusione delle </hi><hi rend="italic CharOverride-1">Unions</hi><hi rend="CharOverride-1"> è motivata con l’incapacità dei dirigenti sindacali a </hi><hi rend="CharOverride-1">fare i conti della gestione economica più profittevole ovvero a </hi><hi rend="CharOverride-1">garantire livelli e modalità di produzione adeguati a un fine </hi><hi rend="CharOverride-1">comune e superiore di utilità, qual è la fornitura di </hi><hi rend="CharOverride-1">beni e servizi della miglior qualità al costo più conveniente. </hi><hi rend="CharOverride-1">Fatta salva perciò la tutela delle loro condizioni di lavoro </hi><hi rend="CharOverride-1">(in coerenza con il Minimum Nazionale), i lavoratori e le</hi><hi rend="CharOverride-1"> loro rappresentanze sindacali non hanno voce in capitolo nelle decisioni</hi><hi rend="CharOverride-1"> dell’impresa: scontano comunque un deficit di conoscenza nei confronti</hi><hi rend="CharOverride-1"> di chi possiede le necessarie competenze tecniche e ha fatto</hi><hi rend="CharOverride-1"> dei compiti di direzione la sua esperienza professionale. Così la</hi><hi rend="CharOverride-1"> democrazia industriale dei Webb non mette in discussione il potere</hi><hi rend="CharOverride-1"> tradizionale di comando con cui «i direttori d’industria</hi><hi rend="CharOverride-1"> […] sono stati specialmente scelti ed educati a scoprire</hi><hi rend="CharOverride-1"> i mezzi migliori per soddisfare i bisogni ed i </hi><hi rend="CharOverride-1">gusti dei consumatori» (Webb 1912, 748).</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">L’assetto organizzativo</hi><hi rend="CharOverride-1"> che ben si confaceva, e continua a confarsi, al capitalismo,</hi><hi rend="CharOverride-1"> sarà altrettanto confacente al socialismo. Che nel passaggio dal </hi><hi rend="CharOverride-1">capitalismo al socialismo nulla cambi nella gerarchia aziendale, che in </hi><hi rend="CharOverride-1">concreto il governo dell’azienda sia comunque e sempre una </hi><hi rend="CharOverride-1">mera tecnica di utilità produttiva, vale da prova di una </hi><hi rend="CharOverride-1">fondamentale continuità interpretativa, cioè del fatto che la nuova scoperta </hi><hi rend="CharOverride-1">e il nuovo apprezzamento webbiano del movimento sindacale non stravolgono </hi><hi rend="CharOverride-1">il disegno originario dei </hi><hi rend="italic CharOverride-1">Fabian Essays</hi><hi rend="CharOverride-1">. E ai </hi><hi rend="italic CharOverride-1">Fabian Essays</hi><hi rend="CharOverride-1"> conviene quindi ritornare per verifica di un itinerario storico di</hi><hi rend="CharOverride-1"> congruenza tra strutture organizzative del lavoro e fini di emancipazione</hi><hi rend="CharOverride-1"> umana del socialismo.</hi></p><p rend="text_top" ><hi rend="CharOverride-1">3. Fin dalla sua prima costituzione, il </hi><hi rend="CharOverride-1">fabianesimo è tanto flessibile sul presente o sul futuro immediato, </hi><hi rend="CharOverride-1">su modalità e tempi prossimi del passaggio dalla proprietà e </hi><hi rend="CharOverride-1">gestione privata alla proprietà e gestione pubblica delle imprese, </hi><hi rend="CharOverride-1">da realizzare gradualmente, a tappe, secondo ragioni di sola opportunità </hi><hi rend="CharOverride-1">e convenienza, quanto risoluto nella convinzione che alla fine, a</hi><hi rend="CharOverride-1"> conclusione di un’evoluzione storica che ha i tratti della</hi><hi rend="CharOverride-1"> necessità tipica della cultura positivistica, trionferà la causa della collettivizzazione</hi><hi rend="CharOverride-1"> totale dei mezzi di produzione. In questa direzione spinge lo</hi><hi rend="CharOverride-1"> sviluppo capitalistico stesso, poiché il processo di concentrazione dei capitali</hi><hi rend="CharOverride-1"> e della forza lavoro implica uno sforzo organizzativo tale da</hi><hi rend="CharOverride-1"> favorire il superamento del modello individualistico. E sulla via della</hi><hi rend="CharOverride-1"> gestione comunque pianificata dei beni economici si creano le condizioni</hi><hi rend="CharOverride-1"> migliori nel rapporto tra costi e ricavi della gestione produttiva,</hi><hi rend="CharOverride-1"> affinché lo stato e le istituzioni del governo locale si</hi><hi rend="CharOverride-1"> affianchino o si sostituiscano ai proprietari privati. La differenza, a</hi><hi rend="CharOverride-1"> beneficio del pubblico, la fa la crescente produttività </hi><hi rend="CharOverride-1">derivante dall’impegno cooperativo di risorse finanziarie e umane. Questa </hi><hi rend="CharOverride-1">la ragione per cui i fabiani rinunciano alla collettivizzazione forzata, </hi><hi rend="CharOverride-1">la collettivizzazione di tutto, tutto in una volta, a favore </hi><hi rend="CharOverride-1">di un sistema iniziale di economia mista. La proprietà privata </hi><hi rend="CharOverride-1">può essere provvisoriamente salvata, perché è solo una questione di </hi><hi rend="CharOverride-1">tempo e il suo destino, per una ragione di minore </hi><hi rend="CharOverride-1">efficienza, è appunto segnato. Lo suggerisce il paragone di Shaw </hi><hi rend="CharOverride-1">con il modello di azienda gestita dall’autorità locale: la </hi><hi rend="CharOverride-1">proprietà renderebbe al coltivatore o imprenditore proprietario </hi></p><p rend="quotation_b" ><hi rend="CharOverride-1">un reddito non </hi><hi rend="CharOverride-1">migliore di quello ottenibile più sicuramente nell’impiego municipale. Al </hi><hi rend="CharOverride-1">puro e semplice proprietario non renderebbe nulla. Alla fine la </hi><hi rend="CharOverride-1">terra e l’industria dell’intera città passerebbero, per azione </hi><hi rend="CharOverride-1">spontanea delle forze economiche, nelle mani della municipalità (Shaw </hi><hi rend="CharOverride-1">1990, 194).</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">La causa dell’efficienza produttiva, di cui il</hi><hi rend="CharOverride-1"> socialismo offre perciò garanzia, si presta sin da subito </hi><hi rend="CharOverride-1">fabianamente a una declinazione della democrazia industriale come un problema </hi><hi rend="CharOverride-1">di proprietà e non di gestione, di controllo politico e </hi><hi rend="CharOverride-1">non di partecipazione sociale. Nel passaggio dell’impresa dal privato </hi><hi rend="CharOverride-1">al pubblico, non cambia insomma nulla dell’organizzazione del lavoro, </hi><hi rend="CharOverride-1">della divisione gerarchica delle funzioni aziendali, e neppure nella struttura </hi><hi rend="CharOverride-1">del management. In nome della responsabilità politica della proprietà socialista,</hi><hi rend="CharOverride-1"> cambia solo l’identità di chi decide sul reclutamento e</hi><hi rend="CharOverride-1"> sul destino di carriera dei managers. Saranno comitati pubblici, quali</hi><hi rend="CharOverride-1"> a esempio quelli già istituiti dai Consigli municipali per sovraintendere</hi><hi rend="CharOverride-1"> ai vari settori industriali, e non i dipendenti a prendere</hi><hi rend="CharOverride-1"> in ogni industria tali decisioni, garantendo al meglio «la </hi><hi rend="CharOverride-1">disciplina necessaria per la conduzione di ogni grande impresa d’</hi><hi rend="CharOverride-1">affari» (Besant 1990, 156). In quanto «conduzione» ha</hi><hi rend="CharOverride-1"> qui il significato di «efficiente conduzione», essa diviene </hi><hi rend="CharOverride-1">misura della vocazione produttivistica del socialismo fabiano ovvero certezza di </hi><hi rend="CharOverride-1">una tal crescita della produzione di beni e servizi che </hi><hi rend="CharOverride-1">consente di associare il socialismo al fine fondamentale dell’abbondanza, </hi><hi rend="CharOverride-1">alla conquista di ‘relativa opulenza’ da parte di ogni </hi><hi rend="CharOverride-1">membro della comunità.</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Ciò che suscita perplessità in un simile disegno</hi><hi rend="CharOverride-1"> interpretativo non è l’intemerata fede che ‘pubblico’ è</hi><hi rend="CharOverride-1"> comunque bello, che, per dimensioni e volume della produzione, per</hi><hi rend="CharOverride-1"> opportunità di pianificazione di tutti i fattori produttivi, per capacità di</hi><hi rend="CharOverride-1"> spesa in salari e di conseguenza attrazione dei migliori lavoratori,</hi><hi rend="CharOverride-1"> all’impresa pubblica può essere accreditato un futuro di superiore</hi><hi rend="CharOverride-1"> successo nel confronto con l’impresa privata. E a suscitare</hi><hi rend="CharOverride-1"> perplessità non è neppure, o non è di per sé,</hi><hi rend="CharOverride-1"> la scelta del socialismo burocratico, verso cui in definitiva tende</hi><hi rend="CharOverride-1"> l’esigenza di conciliare la regola della gestione economica e</hi><hi rend="CharOverride-1"> l’impegno del controllo politico. La ragione più evidente del</hi><hi rend="CharOverride-1"> disagio critico consiste piuttosto nel fatto che simili convinzioni non</hi><hi rend="CharOverride-1"> si prestano certo a soddisfare le pretese più ambiziose di</hi><hi rend="CharOverride-1"> emancipazione umana, di riscatto non solo materiale ma di felice</hi><hi rend="CharOverride-1"> identificazione dell’uomo con il lavoro: pretese a cui, in</hi><hi rend="CharOverride-1"> una sorta di schizofrenia interpretativa, di sussulto valoriale che agita</hi><hi rend="CharOverride-1"> e contrasta la sua vocazione pragmatica, il fabianesimo in qualche</hi><hi rend="CharOverride-1"> modo invece si piega. Come se bastasse sostituire la </hi><hi rend="CharOverride-1">proprietà pubblica alla proprietà privata perché, senz’altro mutamento nella </hi><hi rend="CharOverride-1">struttura di gestione, il sistema produttivo garantisse non solo benessere </hi><hi rend="CharOverride-1">là dove prima c’era povertà, ma uno stato più </hi><hi rend="CharOverride-1">generale di appagamento e di virtù là dove prima c’</hi><hi rend="CharOverride-1">era la sofferenza di un disagio profondo in ogni momento </hi><hi rend="CharOverride-1">della vita lavorativa. Anche questo disagio è invero registrato</hi><hi rend="CharOverride-1"> nei </hi><hi rend="italic CharOverride-1">Fabian Essays</hi><hi rend="CharOverride-1">, con Graham Wallas pronto a denunciare </hi><hi rend="CharOverride-1">«tutti gli aspetti di monotonia, bruttezza e ansietà» che </hi><hi rend="CharOverride-1">nell’impresa capitalistica </hi></p><p rend="quotation_b" ><hi rend="CharOverride-1">hanno reso il lavoro quanto mai gravoso </hi><hi rend="CharOverride-1">e repellente. Oggi chiunque, quasi senza eccezione, guarda alla giornata </hi><hi rend="CharOverride-1">lavorativa come a un periodo di schiavitù, e trova quel </hi><hi rend="CharOverride-1">tanto di felicità che può ottenere solo nelle poche ore </hi><hi rend="CharOverride-1">o minuti che intervengono fra il lavoro e il sonno</hi><hi rend="CharOverride-1"> (Wallas 1990, 143). </hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Ma se al socialismo deve </hi><hi rend="CharOverride-1">essere perciò rivendicato qualcosa in più del merito del riscatto </hi><hi rend="CharOverride-1">dallo sfruttamento classista, niente meno che la redenzione del lavoro </hi><hi rend="CharOverride-1">ovvero la gioia del compimento del destino umano nel lavoro, </hi><hi rend="CharOverride-1">l’equivoco interpretativo del fabianesimo è evidente. Perché il lavoro </hi><hi rend="CharOverride-1">divenga realmente gioia e redenzione, il contrario della ‘gravosità’ </hi><hi rend="CharOverride-1">e della ‘repellenza’, occorrerebbe infatti rimuovere le condizioni preliminari</hi><hi rend="CharOverride-1"> del male del lavoro che Wallas ha appena identificato con</hi><hi rend="CharOverride-1"> «tutti gli aspetti di monotonia, bruttezza e ansietà». </hi><hi rend="CharOverride-1">Ma una simile rimozione non è nelle possibilità del socialismo </hi><hi rend="CharOverride-1">burocratico del modello fabiano. Passi magari per l’ansietà, destinata </hi><hi rend="CharOverride-1">verosimilmente a cessare insieme con l’incertezza della condizione salariale </hi><hi rend="CharOverride-1">del dipendente privato; resta il fatto che della monotonia e </hi><hi rend="CharOverride-1">della bruttezza, in quanto connaturate a un sistema di divisione </hi><hi rend="CharOverride-1">e di organizzazione gerarchica del lavoro, che, solo, fabianamente garantisce </hi><hi rend="CharOverride-1">il fine dell’efficienza produttiva – dell’efficienza produttiva tout </hi><hi rend="CharOverride-1">court e non semplicemente del capitalismo –, non c’è</hi><hi rend="CharOverride-1"> modo di sbarazzarsi nella più ‘conveniente’ gestione dell’industria</hi><hi rend="CharOverride-1"> statale o municipale. </hi></p><p rend="text_top" ><hi rend="CharOverride-1">4. Il cerchio delle contraddizioni dei </hi><hi rend="italic CharOverride-1">Fabian</hi><hi rend="italic CharOverride-1"> Essays</hi><hi rend="CharOverride-1"> si chiude e nel contempo si spezza proprio nel</hi><hi rend="CharOverride-1"> punto sul quale i Webb si aprono nel decennio successivo</hi><hi rend="CharOverride-1"> al riconoscimento dei sindacati. Questo riconoscimento è invero concepito all</hi><hi rend="CharOverride-1">’insegna di una fondamentale continuità interpretativa, nel senso che i</hi><hi rend="CharOverride-1"> sindacati, pur presenti come non lo erano nei </hi><hi rend="italic CharOverride-1">Fabian Essays</hi><hi rend="CharOverride-1">, per garanzia adesso dei fini del Minimum Nazionale, </hi><hi rend="CharOverride-1">rimangono essi stessi esclusi, al pari dei lavoratori che rappresentano, </hi><hi rend="CharOverride-1">da qualunque forma di partecipazione alle decisioni produttive. Tra le </hi><hi rend="CharOverride-1">pieghe del loro studio, nelle pagine che i Webb dedicano </hi><hi rend="CharOverride-1">all’evoluzione della struttura organizzativa del sindacato e del suo </hi><hi rend="CharOverride-1">rapporto con i lavoratori iscritti, non solo trova conferma ma </hi><hi rend="CharOverride-1">sembra semmai accentuarsi il disincanto verso le pretese più radicali </hi><hi rend="CharOverride-1">della ‘democrazia partecipativa’, di cui viene denunciato il pericolo</hi><hi rend="CharOverride-1"> dell’inconcludenza e la tendenza a manipolare il processo di</hi><hi rend="CharOverride-1"> formazione della volontà governante; com’è stato appunto evidente </hi><hi rend="CharOverride-1">nella storia originaria delle </hi><hi rend="italic CharOverride-1">Unions</hi><hi rend="CharOverride-1">, con la pretesa dell’</hi><hi rend="CharOverride-1">eguale partecipazione di tutti attraverso gli strumenti della turnazione delle </hi><hi rend="CharOverride-1">cariche, dell’assemblea plenaria, del referendum e del m</hi><hi rend="CharOverride-1">andato imperativo (Webb 1912, 76). Alla stessa stregua i </hi><hi rend="CharOverride-1">Webb non sono neanche inclini a lasciarsi coinvolgere in narrazioni </hi><hi rend="CharOverride-1">del futuro dell’economia socialista che esulino dalla realtà della </hi><hi rend="CharOverride-1">redistribuzione dei redditi di impresa, lasciando cadere quei pur timidi </hi><hi rend="CharOverride-1">(e contraddittori) accenni alla celebrazione dell’umanesimo del lavoro contenuti </hi><hi rend="CharOverride-1">nei </hi><hi rend="italic CharOverride-1">Fabian Essays</hi><hi rend="CharOverride-1">. E quindi soprattutto sui Webb, campioni </hi><hi rend="CharOverride-1">di un fabianesimo che accentua la sua vocazione produttivistica e </hi><hi rend="CharOverride-1">fa della ‘prosa’ dell’efficienza nell’organizzazione del lavoro </hi><hi rend="CharOverride-1">la ragione più realistica dell’adesione al socialismo, concepito come </hi><hi rend="CharOverride-1">garanzia di crescita esponenziale di ricchezza di cui gli stessi </hi><hi rend="CharOverride-1">lavoratori saranno i soli beneficiari, è destinata a cadere la </hi><hi rend="CharOverride-1">critica di chi lega la causa del socialismo a un </hi><hi rend="CharOverride-1">progetto più ambizioso di emancipazione umana da realizzarsi proprio nei </hi><hi rend="CharOverride-1">luoghi di lavoro. È il caso dei teorici del </hi><hi rend="italic CharOverride-1">Guild Movement</hi><hi rend="CharOverride-1">,</hi><hi rend="CharOverride-1"> spesso, da Hobson a Cole, con un passato di militanza</hi><hi rend="CharOverride-1"> critica nella stessa </hi><hi rend="italic CharOverride-1">Fabian Society</hi><hi rend="CharOverride-1"> ovvero, emblematico l’esempio di</hi><hi rend="CharOverride-1"> Penty, nostalgici cantori della società medioevale come modello insuperato di</hi><hi rend="CharOverride-1"> equilibrio e di saggezza corporativa, a tutti comunque comune </hi><hi rend="CharOverride-1">un cambio di prospettiva rispetto al fabianesimo, ossia l’interesse </hi><hi rend="CharOverride-1">per la condizione dell’uomo-produttore piuttosto che per la condizione </hi><hi rend="CharOverride-1">dell’uomo-consumatore. Collettivizzazione, nazionalizzazione, municipalizzazione: ci vuole altro, a parere </hi><hi rend="CharOverride-1">dei ghildisti, per dare senso socialista alla lotta contro lo </hi><hi rend="CharOverride-1">sfruttamento del lavoro. Non basta invero il cambio di padrone, </hi><hi rend="CharOverride-1">lo stato al posto del capitalista, e non basta nemmeno, </hi><hi rend="CharOverride-1">come ipotizzato dai fabiani per effetto secondario della diffusione dell’</hi><hi rend="CharOverride-1">istruzione, la concomitante abolizione della cd rendita di abilità e </hi><hi rend="CharOverride-1">la garanzia conseguente di un trattamento retributivo eguale per tutti </hi><hi rend="CharOverride-1">(Besant 1990, 163), dal più umile lavoratore al primo </hi><hi rend="CharOverride-1">responsabile dell’industria, perché tutti vivano lo stesso rapporto di </hi><hi rend="CharOverride-1">felice identificazione con il lavoro: chi dirige e chi esegue, </hi><hi rend="CharOverride-1">chi crea e chi subisce la disciplina dell’ordinamento gerarchico </hi><hi rend="CharOverride-1">della produzione. Di qui l’accusa di socialismo burocratico rivolta</hi><hi rend="CharOverride-1"> dai ghildisti al socialismo fabiano (Laski 1919, 95),</hi><hi rend="CharOverride-1"> proprio il suo culto dell’efficienza che spinge a </hi><hi rend="CharOverride-1">perdere il senso della complessità umana, sacrificando al corpo, al</hi><hi rend="CharOverride-1"> materialismo dell’uomo consumatore, l’anima, quella parte spirituale dell</hi><hi rend="CharOverride-1">’esistenza umana che proprio nella creatività del lavoro trova </hi><hi rend="CharOverride-1">realizzazione. In tale prospettiva, al fabianesimo e al suo sistema</hi><hi rend="CharOverride-1"> gerarchico di relazioni il ghildismo oppone il socialismo dell’autogestione,</hi><hi rend="CharOverride-1"> la convinzione che ogni azienda debba essere riorganizzata in unità</hi><hi rend="CharOverride-1"> di direzione ed esecuzione, che cioè chi dirige e chi</hi><hi rend="CharOverride-1"> esegue il piano produttivo e di lavoro siano le stesse</hi><hi rend="CharOverride-1"> identiche persone (esemplarmente in Cole 1920, 25-47). </hi><hi rend="CharOverride-1">In discussione tornano in definitiva quei contenuti (e quegli interrogativi) </hi><hi rend="CharOverride-1">su cui i Webb avevano costruito il progetto dell’</hi><hi rend="italic CharOverride-1">industrial </hi><hi rend="italic CharOverride-1">democracy</hi><hi rend="CharOverride-1">, lì, nella rimodulazione del punto 2) dell’agenda webbiana,</hi><hi rend="CharOverride-1"> a chi spettano cioè le decisioni riguardanti «l’adozione </hi><hi rend="CharOverride-1">della materia prima, la scelta dei metodi industriali e la </hi><hi rend="CharOverride-1">scelta degli agenti umani», la vera ragione del contendere. </hi><hi rend="CharOverride-1">Se la causa fabiana del governo dei competenti esclude per </hi><hi rend="CharOverride-1">convinzione di superiore opportunità produttiva il coinvolgimento dei lavoratori in </hi><hi rend="CharOverride-1">quelle decisioni, è proprio la loro partecipazione attiva e cosciente </hi><hi rend="CharOverride-1">che dà la misura ghildista di una concezione altra del </hi><hi rend="CharOverride-1">lavoro come sola condizione di sviluppo pieno e completo dell’</hi><hi rend="CharOverride-1">uomo. </hi></p><p rend="h2" ><hi>Riferimenti bibliografici</hi></p><p rend="bib_indx_bib" ><hi rend="CharOverride-1">Besant, Annie. 1990. “L’industria nel socialismo.” In </hi><hi rend="italic CharOverride-1">Saggi fabiani</hi><hi rend="CharOverride-1">, 148-67.</hi><hi rend="CharOverride-1"> Roma: Editori Riuniti.</hi></p><p rend="bib_indx_bib" ><hi rend="CharOverride-1">Cole, George Douglas Howard. 1920. </hi><hi rend="italic CharOverride-1">Self-Government in Industry</hi><hi rend="CharOverride-1">.</hi><hi rend="CharOverride-1"> London: G. 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        </listBibl>
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