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        <title type="main" level="a">Harry Braverman e l’analisi sulla degradazione del lavoro nel capitalismo monopolistico: dall’operaio di mestiere alle figure dell’industria, dei servizi e del commercio al dettaglio</title>
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            <forename>Stefania</forename>
            <surname>Negri</surname>
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          <resp>This is a section of <title>Idee di lavoro e di ozio per la nostra civiltà</title>(DOI: <idno type="DOI">10.36253/979-12-215-0319-7</idno>) by </resp>
          <name>Giovanni Mari, Francesco Ammannati, Brogi Stefano, Tiziana Faitini, Arianna Fermani, Francesco Seghezzi, Annalisa Tonarelli</name>
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        <publisher>Firenze University Press</publisher>
        <pubPlace>Florence</pubPlace>
        <date when="2024">2024</date>
        <idno type="DOI">https://doi.org/10.36253/979-12-215-0319-7.92</idno>
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          <p>Available for academic research purposes</p>
          <p>Open Access</p>
          <p>Copyright Author(s)</p>
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            <p>Content licence CC BY 4.0</p>
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        <p>This is original content, published for academic research purposes</p>
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        <p>This paper looks at Harry Braverman’s analysis of the evolution of work in capitalist society. In the mid-1970s, the author investigated the development of labour in the capitalist social and production context, drawing on Marx’s views of labour and society. The introduction briefly introduces the author, followed by his views of work, i.e. the idea of the destruction of qualifications and the consequent degradation of work, the emergence of new professions closely rooted in the social context, and the reflection on the approach used to study the world of work.</p>
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            <item>labor</item>
            <item>degradation</item>
            <item>qualification</item>
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      <p>It is available online at https://doi.org/10.36253/979-12-215-0319-7.92<ref target="https://doi.org/10.36253/979-12-215-0319-7.92" /></p>
      
      <p rend="h1_chapter">Harry Braverman e l’analisi sulla degradazione <lb/>del lavoro nel capitalismo monopolistico: dall’operaio di mestiere alle figure dell’industria, dei servizi <lb/>e del commercio al dettaglio</p><p rend="h1_author ParaOverride-1" ><hi rend="CharOverride-1">Stefania Negri</hi></p><p rend="h2" ><hi>1.</hi><hi> Il contesto e le origini della sua riflessione</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Braverman, </hi><hi rend="CharOverride-1">la cui opera principale è </hi><hi rend="italic CharOverride-1">Labor and monopoly capital: the </hi><hi rend="italic CharOverride-1">degradation of work in the twentieth century</hi><hi rend="CharOverride-1"> del 1974, nacque</hi><hi rend="CharOverride-1"> il 9 dicembre 1920 a New York da una famiglia</hi><hi rend="CharOverride-1"> operaia e seppur aspirasse a una istruzione universitaria fu costretto</hi><hi rend="CharOverride-1"> a interrompere gli studi (a causa delle condizioni economiche in</hi><hi rend="CharOverride-1"> cui versava) e a iniziare un apprendistato presso il </hi><hi rend="italic CharOverride-1">Brooklyn</hi><hi rend="italic CharOverride-1"> Naval Shipyard</hi><hi rend="CharOverride-1"> come artigiano del rame (Foster 1998, X). Quest</hi><hi rend="CharOverride-1">a condizione di lavoratore manuale, da ‘operaio di mestiere’,</hi><hi rend="CharOverride-1"> contraddistingue l’autore da altri studiosi e sociologi del </hi><hi rend="CharOverride-1">tempo e rappresenta un tratto significativo per le riflessioni elaborate </hi><hi rend="CharOverride-1">nella sua opera più conosciuta al punto che, nella introduzione</hi><hi rend="CharOverride-1">, è egli stesso che si sente di dover giustificare </hi><hi rend="CharOverride-1">al lettore tale esperienza in quanto incisiva e dirompente per </hi><hi rend="CharOverride-1">la sua analisi sull’evoluzione dei processi lavorativi e delle </hi><hi rend="CharOverride-1">occupazioni. Tale peculiarità gli ha effettivamente permesso di travalicare le </hi><hi rend="CharOverride-1">congetture prettamente teoriche, fino a quel momento elaborate da parte</hi><hi rend="CharOverride-1"> di eloquenti sociologi ed economisti e, gli ha consentito, </hi><hi rend="CharOverride-1">come dirà Foster nella prefazione alla sua opera, di entrare</hi><hi rend="CharOverride-1"> profondamente nel cuore del luogo di lavoro ed elaborarne una</hi><hi rend="CharOverride-1"> ricostruzione critica e minuziosa (Foster 1998, X). Successivamente anche l</hi><hi rend="CharOverride-1">’esperienza politica nel partito socialista e la sua esperienza editoriale</hi><hi rend="CharOverride-1"> prima come redattore e poi come vicepresidente e direttore generale,</hi><hi rend="CharOverride-1"> è stata essenziale per l’impronta fornita alla sua opera</hi><hi rend="CharOverride-1"> principale. Nella scrittura ed elaborazione delle sue idee il </hi><hi rend="CharOverride-1">pensiero di Marx ha rappresentato una influenza decisiva, tant’è </hi><hi rend="CharOverride-1">che in tutta la sua produzione il rimando agli scritti </hi><hi rend="CharOverride-1">di Marx è esplicito, diretto e giustificato. È l’autore </hi><hi rend="CharOverride-1">che nell’introduzione all’opera esplicita questa peculiarità «le idee</hi><hi rend="CharOverride-1"> che mi hanno influenzato nello scrivere questo libro sono quelle</hi><hi rend="CharOverride-1"> di Marx» (Braverman 1978, 8). Le riflessioni di </hi><hi rend="CharOverride-1">Braverman si basano sull’osservazione della realtà in termini qualitativi, </hi><hi rend="CharOverride-1">attraverso la lettura della mole di dati statistici sul mercato </hi><hi rend="CharOverride-1">del lavoro americano, nonché sulle considerazioni di altri autori che</hi><hi rend="CharOverride-1"> prima e parallelamente a lui si sono interrogati sulle trasformazioni</hi><hi rend="CharOverride-1"> in atto a partire dal processo di industrializzazione, all’avvento</hi><hi rend="CharOverride-1"> del capitalismo, alla conseguente divisione del lavoro, alla direzione</hi><hi rend="CharOverride-1"> scientifica del processo lavorativo fino al passaggio a una società</hi><hi rend="CharOverride-1"> dei servizi.</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Alla base della sua attenzione all’«evoluzione dei</hi><hi rend="CharOverride-1"> mutamenti nel campo dell’occupazione» (Braverman 1978, 3) vi è</hi><hi rend="CharOverride-1"> la constatazione di quella che definisce una «contraddizione» insita</hi><hi rend="CharOverride-1"> nella letteratura disponibile sullo studio del lavoro, generata tra </hi><hi rend="CharOverride-1">chi osserva l’esigenza di una maggiore preparazione e una </hi><hi rend="CharOverride-1">richiesta di nuove competenze al lavoro e chi invece porta </hi><hi rend="CharOverride-1">all’attenzione la crescente insoddisfazione dei lavoratori derivante da più</hi><hi rend="CharOverride-1"> alti livelli di meccanizzazione, burocratizzazione e alienazione. Due osservazioni</hi><hi rend="CharOverride-1"> che non erano ancora state portate a sintesi e su</hi><hi rend="CharOverride-1"> cui, secondo quanto chiosato da Braverman, non era ancora</hi><hi rend="CharOverride-1"> stato fatto alcun tentativo di conciliazione. Partendo da tale presupposto</hi><hi rend="CharOverride-1"> nel suo libro l’autore si è posto come obiettivo</hi><hi rend="CharOverride-1"> la ricerca delle motivazioni alla base di questa duale e</hi><hi rend="CharOverride-1"> contrastante visione del lavoro. </hi></p><p rend="h2" ><hi>2. La distruzione della qualificazione: una</hi><hi> riflessione sugli operai dell’industria, sugli impiegati di ufficio e</hi><hi> sulle occupazioni dei servizi e il commercio al dettaglio</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Il </hi><hi rend="CharOverride-1">filo rosso di tutta la riflessione di Braverman riguarda l’</hi><hi rend="CharOverride-1">evoluzione del lavoro e l’osservazione di una degradazione del </hi><hi rend="CharOverride-1">lavoro a più livelli e trasversale alle diverse professioni. L</hi><hi rend="CharOverride-1">’autore critica l’idea sostenuta da alcuni studiosi secondo la</hi><hi rend="CharOverride-1"> quale </hi></p><p rend="quotation_b" ><hi rend="CharOverride-1">il lavoro moderno, in conseguenza della rivoluzione tecnico scientifica</hi><hi rend="CharOverride-1"> e dell’automazione, richiede livelli sempre più elevati d’istruzione</hi><hi rend="CharOverride-1"> e preparazione, nonché in generale, un esercizio dell’intelligenza e</hi><hi rend="CharOverride-1"> uno sforzo mentale sempre maggiori (Braverman 1978, 3). </hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">In </hi><hi rend="CharOverride-1">questi termini ha anzitutto esemplificato come sia avvenuto il passaggio</hi><hi rend="CharOverride-1"> dalla figura dell’operaio di mestiere all’operaio d’industria</hi><hi rend="CharOverride-1"> che ha comportato una «distruzione della professionalità operaia» (Braverman 1978,</hi><hi rend="CharOverride-1"> 134) e ha fatto venir meno la connessione con la</hi><hi rend="CharOverride-1"> scienza che era alla base del lavoro artigiano: </hi></p><p rend="quotation_b" ><hi rend="CharOverride-1">dai</hi><hi rend="CharOverride-1"> tempi più antichi fino alla rivoluzione industriale, l’arte o</hi><hi rend="CharOverride-1"> mestiere era stata l’unità di base, la cellula elementare</hi><hi rend="CharOverride-1"> del processo lavorativo. In ciascun mestiere, si supponeva che il</hi><hi rend="CharOverride-1"> lavoratore fosse padrone di un insieme di nozioni tradizionali, per</hi><hi rend="CharOverride-1"> cui i metodi e i procedimenti venivano lasciati alla sua</hi><hi rend="CharOverride-1"> completa discrezione. In ognuno di questi lavoratori giaceva la conoscenza,</hi><hi rend="CharOverride-1"> accumulata nel tempo, dei materiali e dei procedimenti mediante i</hi><hi rend="CharOverride-1"> quali si produceva in quel determinato mestiere il ceramista, il</hi><hi rend="CharOverride-1"> conciatore, il fabbro, il tessitore, il falegname, il fornaio, il</hi><hi rend="CharOverride-1"> mugnaio, il vetraio, il ciabattino, eccetera, ciascuno rappresentando una branca</hi><hi rend="CharOverride-1"> della divisione sociale del lavoro, era il depositario della tecnica</hi><hi rend="CharOverride-1"> umana occorrente per effettuare il relativo processo lavorativo. Il lavoratore</hi><hi rend="CharOverride-1"> riuniva, nella mente e nel corpo, le nozioni e le</hi><hi rend="CharOverride-1"> abilità fisiche della sua specializzazione: la tecnica, intesa in questo</hi><hi rend="CharOverride-1"> modo, è, come si è spesso osservato, la precorritrice e</hi><hi rend="CharOverride-1"> la progenitrice della scienza (Braverman 1978, 109-10).</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Braverman ha mostrato </hi><hi rend="CharOverride-1">come con il processo di industrializzazione e successivamente con l’</hi><hi rend="CharOverride-1">applicazione del modello di Taylor e quindi l’organizzazione scientifica </hi><hi rend="CharOverride-1">del lavoro, sia avvenuta una evoluzione delle occupazioni in </hi><hi rend="CharOverride-1">termini di una frammentazione delle funzioni di un medesimo mestiere</hi><hi rend="CharOverride-1"> in diverse mansioni. La causa della degradazione del lavoro </hi><hi rend="CharOverride-1">deriverebbe dunque non soltanto da una parcellizzazione del lavoro operaio </hi><hi rend="CharOverride-1">in diverse semplici e ripetitive mansioni ma soprattutto dalla separazione </hi><hi rend="CharOverride-1">del lavoratore dal controllo del processo di produzione di cui </hi><hi rend="CharOverride-1">se ne fa carico il management. </hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">La riflessione condotta sulla </hi><hi rend="CharOverride-1">natura dell’evoluzione del lavoro è trasversale alle diverse professioni </hi><hi rend="CharOverride-1">e pertanto non si limita alle figure operaie ma coinvolge </hi><hi rend="CharOverride-1">anche gli impiegati d’ufficio. Ripercorrendo l’evoluzione e la </hi><hi rend="CharOverride-1">nascita degli impiegati d’ufficio dalle prime imprese industriali sino </hi><hi rend="CharOverride-1">alla fase più acuta del ‘capitalismo monopolistico’, osserva che</hi><hi rend="CharOverride-1"> inizialmente tali figure avevano funzioni di natura semi-dirigenziale e, </hi><hi rend="CharOverride-1">per come il loro lavoro si realizzava quotidianamente, si trattava</hi><hi rend="CharOverride-1"> di profili più simili al datore di lavoro che all</hi><hi rend="CharOverride-1">’operaio (considerate autorità, status, stipendio, sicurezza del posto, abiti). Successivamente,</hi><hi rend="CharOverride-1"> dalla metà del Novecento, anche questo gruppo occupazionale ha subito</hi><hi rend="CharOverride-1"> dei cambiamenti sia riguardanti i contenuti sia rispetto alla composizione</hi><hi rend="CharOverride-1"> per sesso e per retribuzione. Infatti, se nelle prime fasi</hi><hi rend="CharOverride-1"> industriali il lavoro d’ufficio poteva essere paragonato a un</hi><hi rend="CharOverride-1"> mestiere, come quello di un ‘mastro artigiano’, con </hi><hi rend="CharOverride-1">il tempo sono intervenute delle sostanziali modifiche che hanno portato </hi><hi rend="CharOverride-1">anche il lavoro impiegatizio a una standardizzazione, razionalizzazione e parcellizzazione. </hi><hi rend="CharOverride-1">Parallelamente, alcuni mestieri riconducibili al lavoro d’ufficio hanno ottenuto </hi><hi rend="CharOverride-1">un livellamento salariale tipico del lavoro operaio e molte mansioni </hi><hi rend="CharOverride-1">d’ufficio hanno iniziato a essere svolte più dalle donne </hi><hi rend="CharOverride-1">che dagli uomini. A partire dalla rilevazione di queste </hi><hi rend="CharOverride-1">modifiche insite anche nel lavoro impiegatizio Braverman mostra al lettore </hi><hi rend="CharOverride-1">come anche la netta distinzione fra lavoro intellettuale (impiegatizio, storicamente</hi><hi rend="CharOverride-1"> rappresentato dal lavoro d’ufficio) e lavoro manuale (di officina)</hi><hi rend="CharOverride-1"> sia stata messa in crisi dalle trasformazioni del lavoro: </hi></p><p rend="quotation_b" ><hi rend="CharOverride-1">nel</hi><hi rend="CharOverride-1"> momento in cui anche l’ufficio è stato sottoposto alla</hi><hi rend="CharOverride-1"> razionalizzazione, tale contrasto ha perduto la sua forza. Le funzioni</hi><hi rend="CharOverride-1"> ideative e di programmazione sono state concentrate in gruppi sempre</hi><hi rend="CharOverride-1"> più ristretti nell’ambito dell’ufficio, e quest’ultimo è</hi><hi rend="CharOverride-1"> diventato, per la massa degli impiegati, un semplice luogo di</hi><hi rend="CharOverride-1"> lavoro manuale come la fabbrica […] Il lavoro, in generale,</hi><hi rend="CharOverride-1"> costituisce un processo le cui forme determinate sono stabilite dal</hi><hi rend="CharOverride-1"> risultato finale, ossia dal prodotto (Braverman 1978, 317). </hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Tale avvicinamento</hi><hi rend="CharOverride-1"> e assottigliamento delle due macro-categorie, seppur riferito alle attività professionali,</hi><hi rend="CharOverride-1"> liberistiche e intellettuali per eccellenza, era stato osservato anche da</hi><hi rend="CharOverride-1"> altri autori che denunciavano la «proletarizzazione» (Oppenheimer 1979) e</hi><hi rend="CharOverride-1"> «deprofessionalizzazione» (Haug 1979) del lavoro professionale. Una siffatta valutazione vale</hi><hi rend="CharOverride-1"> anche per le occupazioni dei servizi e il commercio al</hi><hi rend="CharOverride-1"> dettaglio. </hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">La trattazione di Braverman sulla qualificazione porta anche a</hi><hi rend="CharOverride-1"> una definizione del concetto, indicandolo cioè come quell’aspetto</hi><hi rend="CharOverride-1"> </hi></p><p rend="quotation_b" ><hi rend="CharOverride-1">tradizionalmente legato a quello di padronanza del mestiere, ossia alla</hi><hi rend="CharOverride-1"> combinazione di conoscenza dei materiali e dei procedimenti con le</hi><hi rend="CharOverride-1"> destrezze manuali pratiche richieste per attendere a una specifica branca</hi><hi rend="CharOverride-1"> produttiva (Braverman 1978, 447). </hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Tale qualificazione non è però più</hi><hi rend="CharOverride-1"> nelle mani dei lavoratori e l’essenza stessa della qualificazione</hi><hi rend="CharOverride-1"> si è ridotta. Così come esplicitato dall’autore </hi></p><p rend="quotation_b" ><hi rend="CharOverride-1">ai</hi><hi rend="CharOverride-1"> lavoratori è rimasto solamente un concetto reinterpretato e penosamente inadeguato</hi><hi rend="CharOverride-1"> di qualificazione: una destrezza specifica, un’operatività limitata e ripetitiva,</hi><hi rend="CharOverride-1"> “la rapidità come qualificazione” ecc. Con lo sviluppo del mondo</hi><hi rend="CharOverride-1"> capitalistico di produzione, il concetto stesso di qualificazione si degrada</hi><hi rend="CharOverride-1"> insieme con il lavoro e la pietra di paragone rispetto</hi><hi rend="CharOverride-1"> alla quale essa viene misurata si abbassa a un tale</hi><hi rend="CharOverride-1"> livello che oggi il lavoratore è ritenuto in possesso di</hi><hi rend="CharOverride-1"> una “qualificazione” se la sua mansione richiede un addestramento di</hi><hi rend="CharOverride-1"> qualche giorno o di poche settimane, un apprendistato di molti</hi><hi rend="CharOverride-1"> mesi è considerato un’esigenza insolita e un lavoro che</hi><hi rend="CharOverride-1"> richiede un periodo di addestramento di sei mesi o un</hi><hi rend="CharOverride-1"> anno – come la programmazione dei calcolatori – ispira un</hi><hi rend="CharOverride-1"> timore spinto al parossismo (Braverman 1978, 447).</hi></p><p rend="h2" ><hi>3. Il processo </hi><hi>di costruzione del lavoro: la connessione tra rapporti sociali e </hi><hi>forze produttive</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">La riflessione sulla evoluzione del lavoro di Braverman fornisce</hi><hi rend="CharOverride-1"> un’altra chiave di lettura con la quale osservare </hi><hi rend="CharOverride-1">la realtà e sviluppare uno studio del lavoro contestualizzato. La </hi><hi rend="CharOverride-1">sua opera è infatti basata su un approccio di messa </hi><hi rend="CharOverride-1">in discussione della realtà sociale e invita a una relativizzazione </hi><hi rend="CharOverride-1">dei processi sociali ed economici. Insegna, con l’attenta ricostruzione</hi><hi rend="CharOverride-1"> del processo di nascita delle occupazioni, che tale percorso </hi><hi rend="CharOverride-1">non è avulso dal contesto ma è al contrario insito </hi><hi rend="CharOverride-1">e radicato nella società. Come precedentemente sostenuto anche da Marx </hi><hi rend="CharOverride-1">il processo produttivo incide sui rapporti sociali, struttura e </hi><hi rend="CharOverride-1">sovrastruttura subiscono influenze vicendevolmente. </hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">La sua opera ha cercato di </hi><hi rend="CharOverride-1">mostrare come il capitalismo sia una specifica «forma sociale» </hi><hi rend="CharOverride-1">(Braverman 1978, 22) e come i rapporti sociali definiscano </hi><hi rend="CharOverride-1">anche il modo di produzione che, proprio perché intessuto nella </hi><hi rend="CharOverride-1">società, non possiede fissità, determinatezza ma è al contrario in</hi><hi rend="CharOverride-1"> continua evoluzione. Questa sua concettualizzazione è racchiusa in un </hi><hi rend="CharOverride-1">passaggio del suo testo che ha qui senso riportare </hi></p><p rend="quotation_b" ><hi rend="CharOverride-1">la </hi><hi rend="CharOverride-1">tesi che qui verrà svolta è che il “modo di </hi><hi rend="CharOverride-1">produzione” che vediamo intorno a noi, la maniera in cui </hi><hi rend="CharOverride-1">i processi lavorativi sono organizzati e funzionano, è il “prodotto” </hi><hi rend="CharOverride-1">dei rapporti sociali che chiamiamo capitalistici. Ma la configurazione della </hi><hi rend="CharOverride-1">nostra società, come quella di ogni altra società data, non </hi><hi rend="CharOverride-1">è dovuta a un’improvvisa creazione di “leggi” che la </hi><hi rend="CharOverride-1">generano sull’istante e davanti ai nostri occhi. Ogni società </hi><hi rend="CharOverride-1">costituisce un momento del processo storico e può essere capita </hi><hi rend="CharOverride-1">a fondo solo in quanto parte di quel processo. Il </hi><hi rend="CharOverride-1">capitalismo, che è una forma sociale, quando esiste nel tempo, </hi><hi rend="CharOverride-1">nello spazio, nel popolo e nella storia ordisce una rete </hi><hi rend="CharOverride-1">formata da miriadi di fili; le condizioni della sua esistenza </hi><hi rend="CharOverride-1">compongono una complessa ragnatela, e ciascuna di esse ne presuppone </hi><hi rend="CharOverride-1">molte altre […] il capitalismo “ha prodotto” l’attuale modo </hi><hi rend="CharOverride-1">capitalistico di produzione (Braverman 1978, 22).</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">La rappresentazione di questo </hi><hi rend="CharOverride-1">processo di costruzione e determinazione di tutti gli strati della </hi><hi rend="CharOverride-1">società è fornito dall’autore attraverso la descrizione della nascita </hi><hi rend="CharOverride-1">di nuovi mestieri, occupazioni e professioni che emergono parallelamente all’</hi><hi rend="CharOverride-1">insorgenza di nuove esigenze e inediti bisogni sociali generati da </hi><hi rend="CharOverride-1">differenti condizioni sociali, economiche e culturali. Dimostra infatti come </hi><hi rend="CharOverride-1">ciascun mestiere possa essere ritenuto figlio del suo tempo in </hi><hi rend="CharOverride-1">quanto alimentato da specifiche condizioni e varabili che si sono </hi><hi rend="CharOverride-1">create in una specifica società e in un preciso momento </hi><hi rend="CharOverride-1">del tempo. Tra i diversi lavori richiamati dall’autore, l’</hi><hi rend="CharOverride-1">emersione del lavoro di cura, il passaggio del lavoro svolto </hi><hi rend="CharOverride-1">entro le mura domestiche al mercato del lavoro salariato, produttivo </hi><hi rend="CharOverride-1">e attivo nel sistema capitalismo rappresenta forse l’esempio più </hi><hi rend="CharOverride-1">finemente tratteggiato. Braverman dimostra infatti come esso derivi da una </hi><hi rend="CharOverride-1">concatenazione di eventi e di rapporti causa-effetto che nella fase </hi><hi rend="CharOverride-1">più acuta del capitalismo monopolistico hanno portato a una evoluzione </hi><hi rend="CharOverride-1">della famiglia come istituzione nella società. </hi></p><p rend="h2" ><hi>4. Le classificazioni statistiche</hi><hi> e le lenti utilizzate per studiare il lavoro</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Un aspetto </hi><hi rend="CharOverride-1">non trascurato dalla riflessione di Braverman è poi relativo all</hi><hi rend="CharOverride-1">’approccio con cui si studia il mondo del lavoro </hi><hi rend="CharOverride-1">e la rappresentazione del lavoro stesso. Con riferimento alle elaborazioni </hi><hi rend="CharOverride-1">statistiche sul lavoro egli mette in discussione come alcune categorizzazioni </hi><hi rend="CharOverride-1">dei mestieri siano essenziali in quanto semplificatorie della realtà lavorative </hi><hi rend="CharOverride-1">ma spesso riduzionistiche. La convergenza di alcuni lavori in una</hi><hi rend="CharOverride-1"> categoria piuttosto che un’altra cela delle limitazioni circa l</hi><hi rend="CharOverride-1">’omogeneizzazione delle differenze esistenti. </hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Occupandosi di quella che definisce «</hi><hi rend="CharOverride-1">classe lavoratrice» mette in luce come la sociologia del </hi><hi rend="CharOverride-1">lavoro o sociologia industriale, o in qualsiasi modo la si </hi><hi rend="CharOverride-1">voglia chiamare, ha sviluppato lo studio del lavoro attraverso la </hi><hi rend="CharOverride-1">lente delle classi sociali identificate anche dalla occupazione svolta.</hi><hi rend="CharOverride-1"> L’autore evidenzia anche come la sociologia abbia considerat</hi><hi rend="CharOverride-1">o oggettivamente alcuni concetti, come quello di classe: </hi></p><p rend="quotation_b" ><hi rend="CharOverride-1">per almeno</hi><hi rend="CharOverride-1"> due generazioni la sociologia accademica ha talmente elevato a dogma</hi><hi rend="CharOverride-1"> questo punto di vista che soltanto raramente si avverte il</hi><hi rend="CharOverride-1"> bisogno di dimostrarne la fondatezza. È un dogma che pretende</hi><hi rend="CharOverride-1"> di delineare le varie fasce della stratificazione per mezzo di</hi><hi rend="CharOverride-1"> questionari che consentono a chi risponde di scegliere la propria</hi><hi rend="CharOverride-1"> classe, sollevando i sociologi da questo compito (Braverman 1978, 29).</hi><hi rend="CharOverride-1"> </hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Sull’efficacia delle distinzioni assunte dalla sociologia allo studio del</hi><hi rend="CharOverride-1"> lavoro anche altri autori del suo tempo (McKinlay 1973) </hi><hi rend="CharOverride-1">si stavano interrogando sulla naturalità con la quale la sociologia </hi><hi rend="CharOverride-1">aveva assunto come oggettive alcune categorie prodotte nella società stessa </hi><hi rend="CharOverride-1">(come la distinzione tra professioni e altre occupazioni e le </hi><hi rend="CharOverride-1">implicazioni in termini di riconoscimento sociale e status che ne </hi><hi rend="CharOverride-1">derivavano). </hi></p><p rend="h2" ><hi>5. Conclusioni</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">In conclusione, si può sostenere che Braverman abbia</hi><hi rend="CharOverride-1"> tratteggiato con la sua riflessione come con il capitalismo e</hi><hi rend="CharOverride-1"> la diffusione del taylorismo si sia assistito a un particolare</hi><hi rend="CharOverride-1"> tipo di riqualificazione del lavoro, che non ha rappresentato un</hi><hi rend="CharOverride-1"> aumento dei contenuti del lavoro, delle conoscenze e dei saperi</hi><hi rend="CharOverride-1"> dei lavoratori quanto piuttosto una “riqualificazione” intesa a insegnare a</hi><hi rend="CharOverride-1"> ciascuno il «miglior metodo disponibile» (Braverman 1978, 450) per svolgere</hi><hi rend="CharOverride-1"> uno specifico compito all’interno di un processo ampio e</hi><hi rend="CharOverride-1"> complessivo. La lettura della realtà sociale fornita da Braverman non</hi><hi rend="CharOverride-1"> è esente da critiche in quanto la sua tesi sulla</hi><hi rend="CharOverride-1"> degradazione del lavoro ha sollevato disapprovazioni e pareri discordanti tra</hi><hi rend="CharOverride-1"> coloro che ne condividono l’approccio e chi invece l</hi><hi rend="CharOverride-1">’ha ampiamente detrattato. Al netto di tali riflessioni, postume alla</hi><hi rend="CharOverride-1"> pubblicazione dell’opera e talvolta anche successive alla morte dell</hi><hi rend="CharOverride-1">’autore, avvenuta soltanto due anni dopo la diffusione del suo</hi><hi rend="CharOverride-1"> volume, Braverman ha ricostruito il lavoro nel capitalismo tenendo conto</hi><hi rend="CharOverride-1"> di una pluralità di variabili intervenienti e fornendo chiavi, spunti</hi><hi rend="CharOverride-1"> di lettura e interrogativi utili anche a leggere la contemporaneità</hi><hi rend="CharOverride-1"> del lavoro odierno che si è radicalmente e nuovamente trasformato.</hi><hi rend="CharOverride-1"> L’approccio di Braverman ha infatti toccato alcune tematiche che</hi><hi rend="CharOverride-1"> devono ancora essere alla base di una lettura trasversale e</hi><hi rend="CharOverride-1"> onnicomprensiva del lavoro: il ruolo rivestito dal lavoro nella società,</hi><hi rend="CharOverride-1"> le differenze tra le diverse occupazioni, lo sviluppo e </hi><hi rend="CharOverride-1">la nascita di nuovi mestieri e l’origine di alcune</hi><hi rend="CharOverride-1"> differenze nel mercato del lavoro tra uomini e donne.</hi><hi rend="CharOverride-1"> </hi></p><p rend="h2" ><hi>Riferimenti bibliografici </hi></p><p rend="bib_indx_bib" ><hi rend="CharOverride-1">Braverman, Harry. 1974. </hi><hi rend="italic CharOverride-1">Labor and monopoly capital: the degradation of work in the twentieth century</hi><hi rend="CharOverride-1">. New York: Monthly </hi><hi rend="CharOverride-1">review press. </hi></p><p rend="bib_indx_bib" ><hi rend="CharOverride-1">Braverman, Harry. 1978. </hi><hi rend="italic CharOverride-1">Lavoro e capitale monopolistico. La degradazione del lavoro XX secolo, </hi><hi rend="CharOverride-1">Torino: Piccola biblioteca Einaudi.</hi></p><p rend="bib_indx_bib" ><hi rend="CharOverride-1">Foster, John Bellamy. 1998</hi><hi rend="CharOverride-1">. “Introduction to the new edition.” In Braverman Harry, </hi><hi rend="italic CharOverride-1">Labor and monopoly capital: the degradation of work in the twentieth century</hi><hi rend="CharOverride-1">, IX-XXIV. 25</hi><hi rend="superscript CharOverride-2">th</hi><hi rend="CharOverride-1"> Anniversary edition. New York: Monthly</hi><hi rend="CharOverride-1"> review press. </hi></p><p rend="bib_indx_bib" ><hi rend="CharOverride-1">Haug, Marie R. 1973. “Deprofessionalization: an alternative hypothesis</hi><hi rend="CharOverride-1"> for the future.” In </hi><hi rend="italic CharOverride-1">Professionalization and Social change, The sociological Review Monograph</hi><hi rend="CharOverride-1">, edited by P. Halmos, 20: 195-211.</hi><hi rend="CharOverride-1"> Keele: University of Keel. </hi></p><p rend="bib_indx_bib" ><hi rend="CharOverride-1">McKinlay, John B. 1973. “On the professional regulation of change.” In </hi><hi rend="italic CharOverride-1">Professionalization </hi><hi rend="italic CharOverride-1">and Social change, The sociological Review Monograph</hi><hi rend="CharOverride-1">,</hi><hi rend="CharOverride-1"> edited by P. Halmos, 20: 62-88. Keele: University of Keel. </hi></p><p rend="bib_indx_bib" ><hi rend="CharOverride-1">Oppenheimer, Martin. 1973. “</hi><hi rend="CharOverride-1">The proletarianization of the professional.” In </hi><hi rend="italic CharOverride-1">Professionalization and Social change, The sociological Review Monograph</hi><hi rend="CharOverride-1">, edited by P. Halmos, 20: 213-27. Keele: University of Keel.</hi></p><p rend="bib_indx_bib" ><hi rend="CharOverride-1">Sweezy, Paul M. 1978. Prefazione a Braverman Harry, </hi><hi rend="italic CharOverride-1">Lavoro e capitale monopolistico. La degradazione del lavoro XX secolo</hi><hi rend="CharOverride-1">, VII-XI. Torino: Piccola biblioteca Einaudi.</hi></p>  
      
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        <listBibl>
          <head>References</head>
          <bibl n="145429">Braverman, Harry. 1974. Labor and monopoly capital: the degradation of work in the twentieth century. New York: Monthly review press.</bibl>
          <bibl n="145515">Braverman, Harry. 1978. Lavoro e capitale monopolistico. La degradazione del lavoro XX secolo, Torino: Piccola biblioteca Einaudi.</bibl>
          <bibl n="144238">Foster, John Bellamy. 1998. “Introduction to the new edition.” In Braverman Harry, Labor and monopoly capital: the degradation of work in the twentieth century, IX-XXIV. 25th Anniversary edition. New York: Monthly review press.</bibl>
          <bibl n="144248">Haug, Marie R. 1973. “Deprofessionalization: an alternative hypothesis for the future.” In Professionalization and Social change, The sociological Review Monograph, edited by P. Halmos, 20: 195-211. Keele: University of Keel.</bibl>
          <bibl n="144403">McKinlay, John B. 1973. “On the professional regulation of change.” In Professionalization and Social change, The sociological Review Monograph, edited by P. Halmos, 20: 62-88. Keele: University of Keel.</bibl>
          <bibl n="144349">Oppenheimer, Martin. 1973. “The proletarianization of the professional.” In Professionalization and Social change, The sociological Review Monograph, edited by P. Halmos, 20: 213-27. Keele: University of Keel.</bibl>
          <bibl n="144775">Sweezy, Paul M. 1978. Prefazione a Braverman Harry, Lavoro e capitale monopolistico. La degradazione del lavoro XX secolo, VII-XI. Torino: Piccola biblioteca Einaudi.</bibl>
        </listBibl>
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