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        <title type="main" level="a">Simone Weil: lavoro operaio, tempo libero e attenzione</title>
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            <forename>Wanda</forename>
            <surname>Tommasi</surname>
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          <resp>This is a section of <title>Idee di lavoro e di ozio per la nostra civiltà</title>(DOI: <idno type="DOI">10.36253/979-12-215-0319-7</idno>) by </resp>
          <name>Giovanni Mari, Francesco Ammannati, Brogi Stefano, Tiziana Faitini, Arianna Fermani, Francesco Seghezzi, Annalisa Tonarelli</name>
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        <publisher>Firenze University Press</publisher>
        <pubPlace>Florence</pubPlace>
        <date when="2024">2024</date>
        <idno type="DOI">https://doi.org/10.36253/979-12-215-0319-7.102</idno>
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          <p>Available for academic research purposes</p>
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          <p>Copyright Author(s)</p>
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        <p>This is original content, published for academic research purposes</p>
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        <p>The article analyzes the evolution of Simone Weil's thought on work, free time and attention, from the factory experience of 1934-35, to the last writings following the author's mystical turning point. A picture emerges in which the attention, forcedly required in mechanical work, becomes, as long as it is intentionally exercised, the junction point between "humanized" work and leisure time activities.</p>
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            <item>Simone Weil</item>
            <item>work</item>
            <item>factory condition</item>
            <item>free time</item>
            <item>attention</item>
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      <p>It is available online at https://doi.org/10.36253/979-12-215-0319-7.102<ref target="https://doi.org/10.36253/979-12-215-0319-7.102" /></p>
      
      
      <p rend="h1_chapter ParaOverride-1">Simone Weil: lavoro operaio, tempo libero e attenzione</p><p rend="h1_author ParaOverride-2" ><hi rend="CharOverride-1">Wanda Tommasi</hi></p><p rend="text_top" ><hi rend="CharOverride-1">1. </hi><hi rend="CharOverride-1">Nata nel 1909 a Parigi, ebrea non praticante, agnostica e </hi><hi rend="CharOverride-1">atea, Simone Weil, giovane professoressa di filosofia formatasi alla scuola </hi><hi rend="CharOverride-1">di Alain, conosce per scelta volontaria la durezza della condizione </hi><hi rend="CharOverride-1">di fabbrica per circa un anno, dal 1934 al 1935. </hi><hi rend="CharOverride-1">Fino al 1933 aveva militato in un gruppo di sinistra, </hi><hi rend="CharOverride-1">il “Circolo comunista democratico”, legato al sindacalismo rivoluzionario.</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Lucida </hi><hi rend="CharOverride-1">spettatrice e insieme implacabilmente critica verso ogni forma di totalitarismo, </hi><hi rend="CharOverride-1">assiste inorridita alla presa di potere da parte dei nazisti, </hi><hi rend="CharOverride-1">che già vede preannunciarsi durante un viaggio in Germania nel </hi><hi rend="CharOverride-1">1932, e alla degenerazione stalinista della rivoluzione in URSS, un </hi><hi rend="CharOverride-1">regime che lei considera come una forma di dittatura burocratica. </hi><hi rend="CharOverride-1">Nel 1936, dopo aver vissuto l’euforia per la vittoria </hi><hi rend="CharOverride-1">della sinistra francese, del Fronte Popolare, e per l’occupazione </hi><hi rend="CharOverride-1">operaia delle fabbriche, partecipa per breve tempo alla guerra contro </hi><hi rend="CharOverride-1">le truppe di Francisco Franco in Spagna. È costretta a ritornare </hi><hi rend="CharOverride-1">precipitosamente in Francia a causa di un banale incidente.</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Nel </hi><hi rend="CharOverride-1">1938, nell’abbazia benedettina di Solesmes, vive un’esperienza mistica </hi><hi rend="CharOverride-1">che l’avvicina interiormente al cristianesimo, ma che non le </hi><hi rend="CharOverride-1">consente di entrare nella Chiesa: molto critica verso la Chiesa </hi><hi rend="CharOverride-1">come istituzione, decide di rimanere ‘sulla soglia’.</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Costretta, a</hi><hi rend="CharOverride-1"> causa delle persecuzioni verso gli ebrei, a rifugiarsi con i</hi><hi rend="CharOverride-1"> genitori prima a Marsiglia e poi negli Stati Uniti, nel</hi><hi rend="CharOverride-1"> 1942 ritorna in Europa, a Londra, al servizio dell’organizzazione</hi><hi rend="CharOverride-1"> della resistenza francese in esilio, con la speranza di poter</hi><hi rend="CharOverride-1"> partecipare attivamente alla lotta contro Hitler. Delusa in questa sua</hi><hi rend="CharOverride-1"> aspettativa, in una solitudine crescente, consumando tutte le sue forze</hi><hi rend="CharOverride-1"> nella stesura degli ultimi scritti, si ammala di tubercolosi: non</hi><hi rend="CharOverride-1"> si nutre a sufficienza, perché ha deciso di razionare il</hi><hi rend="CharOverride-1"> suo cibo come erano costretti a fare i francesi nella</hi><hi rend="CharOverride-1"> Francia occupata dai nazisti. Debilitata dalla malattia e dalla privazione</hi><hi rend="CharOverride-1"> volontaria di cibo, muore ad Ashford, nel Kent, nel 1943,</hi><hi rend="CharOverride-1"> all’età di 34 anni.</hi></p><p rend="text_top" ><hi rend="CharOverride-1">2. Il filo rosso che </hi><hi rend="CharOverride-1">congiunge fra loro le due fasi più significative del pensiero </hi><hi rend="CharOverride-1">di Simone Weil, quella dell’impegno politico dei primi anni </hi><hi rend="CharOverride-1">Trenta e quella successiva alla svolta mistica, è il tema </hi><hi rend="CharOverride-1">del lavoro. Un riferimento al lavoro compare già nella sua </hi><hi rend="CharOverride-1">tesi di laurea, </hi><hi rend="italic CharOverride-1">Scienza e percezione in Cartesio</hi><hi rend="CharOverride-1">, in cui</hi><hi rend="CharOverride-1"> l’autrice afferma che il lavoro è ciò che mette</hi><hi rend="CharOverride-1"> l’essere umano in contatto con la necessità del mondo:</hi><hi rend="CharOverride-1"> nelle mani degli operai è contenuto un sapere scientifico, di</hi><hi rend="CharOverride-1"> cui tuttavia essi non sono consapevoli (Weil 1929-30, 79). La</hi><hi rend="CharOverride-1"> giovane Weil dedicò molte energie per rendere i lavoratori padroni</hi><hi rend="CharOverride-1"> del sapere contenuto nelle loro mani: insegnò in università popolari</hi><hi rend="CharOverride-1"> rivolte agli operai e invitò i lavoratori a raccontare la</hi><hi rend="CharOverride-1"> loro esperienza, affinché fossero loro stessi e non gli intellettuali</hi><hi rend="CharOverride-1"> di sinistra, che non erano mai stati in fabbrica, a</hi><hi rend="CharOverride-1"> parlare della condizione operaia.</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Il tema del lavoro è al</hi><hi rend="CharOverride-1"> centro del saggio </hi><hi rend="italic CharOverride-1">Riflessioni sulle cause della libertà e dell’oppressione sociale</hi><hi rend="CharOverride-1">, scritto alla vigilia dell’</hi><hi rend="CharOverride-1">ingresso in fabbrica, in cui Weil indica come cause principali </hi><hi rend="CharOverride-1">dell’oppressione operaia la subordinazione, in officina, degli uomini alle </hi><hi rend="CharOverride-1">cose – alle macchine – e la mancanza di pensiero </hi><hi rend="CharOverride-1">e d’iniziativa nel lavoro. La libertà è concepita come </hi><hi rend="CharOverride-1">rapporto fra pensiero e azione: dove l’azione è meccanica, </hi><hi rend="CharOverride-1">priva di pensiero, non può esserci alcuna libertà.</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">In quest’</hi><hi rend="CharOverride-1">opera, Weil si confronta criticamente con il marxismo: quest’ultimo </hi><hi rend="CharOverride-1">è ritenuto valido per il suo metodo, il metodo materialista, </hi><hi rend="CharOverride-1">che parte dalle condizioni economiche e produttive per delineare il </hi><hi rend="CharOverride-1">profilo di una società e per valutare il grado di </hi><hi rend="CharOverride-1">oppressione che essa comporta, ma è criticato per la sua </hi><hi rend="CharOverride-1">fiducia eccessiva nel progresso, nella dinamica ineluttabile delle forze produttive. </hi><hi rend="CharOverride-1">Mentre, secondo Marx, le contraddizioni stesse del capitalismo, con l’</hi><hi rend="CharOverride-1">inasprimento della contrapposizione fra capitalisti e proletari, dovrebbero condurre al </hi><hi rend="CharOverride-1">crollo del capitalismo e all’instaurazione del comunismo, Weil obietta </hi><hi rend="CharOverride-1">che questo capovolgimento dell’oppressione sociale nel suo contrario, cioè </hi><hi rend="CharOverride-1">nel regno della libertà, non può essere affidato solo alle </hi><hi rend="CharOverride-1">contraddizioni del sistema capitalistico: sono gli esseri umani a doversi </hi><hi rend="CharOverride-1">fare carico della lotta per la giustizia. Inoltre, a differenza </hi><hi rend="CharOverride-1">di Marx, Weil non ritiene che l’abolizione della proprietà </hi><hi rend="CharOverride-1">privata di per sé possa porre fine allo sfruttamento operaio: </hi><hi rend="CharOverride-1">se i metodi di lavoro nelle grandi fabbriche non cambieranno </hi><hi rend="CharOverride-1">radicalmente, gli operai resteranno comunque oppressi, sia nelle industrie capitalistiche </hi><hi rend="CharOverride-1">sia in quelle gestite dallo Stato (Weil 1934, 14-24).</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Nelle </hi><hi rend="italic CharOverride-1">Riflessioni</hi><hi rend="CharOverride-1">, l’autrice sottolinea che una vita priva del contatto </hi><hi rend="CharOverride-1">con la necessità reso possibile solo dal lavoro non sarebbe </hi><hi rend="CharOverride-1">affatto auspicabile, sarebbe preda delle passioni e forse della follia. </hi><hi rend="CharOverride-1">Weil condanna totalmente l’ozio e ritiene che anche le </hi><hi rend="CharOverride-1">attività del tempo libero – scienza, arte, sport – dovrebbero </hi><hi rend="CharOverride-1">essere praticate con il rigore, lo scrupolo e l’esattezza </hi><hi rend="CharOverride-1">che sono propri del lavoro (Weil 1934, 76). Questa concezione </hi><hi rend="CharOverride-1">resterà sostanzialmente immutata anche nella fasi successive del pensiero dell’</hi><hi rend="CharOverride-1">autrice.</hi></p><p rend="text_top" ><hi rend="CharOverride-1">3. Un cambiamento radicale è determinato dall’esperienza di fabbrica,</hi><hi rend="CharOverride-1"> la quale costituisce una brutale smentita dell’ideale del lavoratore</hi><hi rend="CharOverride-1"> cosciente, capace di padroneggiare con il pensiero il processo produttivo.</hi><hi rend="CharOverride-1"> Assunta come operaia prima alla Alshtom, poi alla Carnaud e</hi><hi rend="CharOverride-1"> alla Renault, in lavori a cottimo con una cadenza insostenibile,</hi><hi rend="CharOverride-1"> Weil, entrata in fabbrica per mettere alla prova la sua</hi><hi rend="CharOverride-1"> concezione del lavoro manuale come mezzo privilegiato di conoscenza e</hi><hi rend="CharOverride-1"> per studiare da vicino il meccanismo oppressivo del sistema produttivo,</hi><hi rend="CharOverride-1"> vive l’esperienza operaia come degradazione a uno stato di</hi><hi rend="CharOverride-1"> ‘schiavitù’, come perdita totale della dignità umana: in </hi><hi rend="CharOverride-1">balia degli ordini dei capi, al servizio delle macchine, incalzata </hi><hi rend="CharOverride-1">da una cadenza ininterrotta, che è il contrario del ritmo, </hi><hi rend="CharOverride-1">il quale dovrebbe contemplare delle pause che rendano possibili il </hi><hi rend="CharOverride-1">pensiero e l’iniziativa, Simone vive l’esperienza di fabbrica </hi><hi rend="CharOverride-1">come una vera e propria discesa all’inferno (Gaeta 2015, </hi><hi rend="CharOverride-1">9-10). Certo, la sua esperienza operaia si colloca nel periodo </hi><hi rend="CharOverride-1">più cupo del Novecento: all’inizio degli anni Trenta, si</hi><hi rend="CharOverride-1"> risentono pesantemente gli effetti della crisi economica del 1929, con</hi><hi rend="CharOverride-1"> un drastico calo della produzione, con il fallimento e la</hi><hi rend="CharOverride-1"> chiusura di molte industrie e con milioni di disoccupati. Tuttavia,</hi><hi rend="CharOverride-1"> la sua toccante testimonianza dello stato di schiavitù a cui</hi><hi rend="CharOverride-1"> sono ridotti gli operai, meri esecutori costretti a reprimere qualsiasi</hi><hi rend="CharOverride-1"> pensiero e sentimento per stare nei tempi prescritti, fotografa con</hi><hi rend="CharOverride-1"> lucidità la condizione del lavoro nelle grandi fabbriche degli anni</hi><hi rend="CharOverride-1"> Trenta.</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Il tempo libero concesso agli operai è davvero </hi><hi rend="CharOverride-1">troppo poco: solo la domenica essi possono riconquistare temporaneamente la </hi><hi rend="CharOverride-1">loro dignità di esseri umani, ma, per l’abbrutimento in </hi><hi rend="CharOverride-1">cui li getta il lavoro macchinale, per lo più sono </hi><hi rend="CharOverride-1">tentati di stordirsi dimenticando la necessità del lavoro, ricorrendo a </hi><hi rend="CharOverride-1">godimenti sessuali rapidi e brutali, (Weil 1941, 292) e spendendo </hi><hi rend="CharOverride-1">denaro per concedersi piccole soddisfazioni di vanità (Weil 1942b, 295). </hi><hi rend="CharOverride-1">Weil esprime grande ammirazione per quegli operai che, nel poco </hi><hi rend="CharOverride-1">tempo libero a loro disposizione, riescono a farsi una cultura, </hi><hi rend="CharOverride-1">ma nota con amarezza che, col progredire della razionalizzazione del </hi><hi rend="CharOverride-1">lavoro, essi diventano sempre più rari (Weil 1934-35, 29). </hi><hi rend="CharOverride-1">La critica alla razionalizzazione del lavoro, cioè al taylorismo, che, </hi><hi rend="CharOverride-1">lungi dall’essere un metodo ‘scientifico’ di organizzazione dell’</hi><hi rend="CharOverride-1">attività produttiva, è una forma estrema di sfruttamento del lavoro, </hi><hi rend="CharOverride-1">che ne aumenta al massimo l’intensità, garantendo nel contempo </hi><hi rend="CharOverride-1">il controllo sugli operai e provocandone la dequalificazione, è in </hi><hi rend="CharOverride-1">Weil durissima (Weil 1937, 243-63).</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Nel 1936, Weil accoglie con </hi><hi rend="CharOverride-1">gioia l’occupazione operaia delle fabbriche, in seguito alla vittoria </hi><hi rend="CharOverride-1">del Fronte popolare in Francia: finalmente la fabbrica, rispetto a </hi><hi rend="CharOverride-1">cui le operaie si sentivano così estranee da aspettare fuori </hi><hi rend="CharOverride-1">dalla porta </hi><hi rend="italic CharOverride-1">aperta</hi><hi rend="CharOverride-1"> dell’officina, anche sotto la pioggia, in </hi><hi rend="CharOverride-1">attesa dell’orario d’inizio del lavoro, (Weil 1936, 190-9</hi><hi rend="CharOverride-1">1) diventa un luogo dove ci si sente a casa </hi><hi rend="CharOverride-1">propria, con il piacere di formare gruppi, di conversare, di </hi><hi rend="CharOverride-1">sentir risuonare, al posto del fragore spietato delle macchine, canti, </hi><hi rend="CharOverride-1">musica e risate (Weil 1936, 197). Tuttavia, l’euforia dura </hi><hi rend="CharOverride-1">poco: Weil è come sempre molto lucida e non si </hi><hi rend="CharOverride-1">fa illusioni al riguardo.</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Negli anni 1936-37 si colloca la </hi><hi rend="CharOverride-1">sua fase ‘riformista’: convinta che non si debba lottare</hi><hi rend="CharOverride-1"> solo per un aumento dei salari, ma per un mutamento</hi><hi rend="CharOverride-1"> radicale del metodo di lavoro, affinché gli operai non siano</hi><hi rend="CharOverride-1"> più asserviti alle macchine, Weil intrattiene una corrispondenza con alcuni</hi><hi rend="CharOverride-1"> direttori di fabbrica, cercando – purtroppo inutilmente – di convincerli</hi><hi rend="CharOverride-1"> a organizzare condizioni di lavoro più umane, che salvaguardino la</hi><hi rend="CharOverride-1"> dignità degli operai (Weil 1936-37, 148-87).</hi></p><p rend="text_top" ><hi rend="CharOverride-1">4. Nel 1938 </hi><hi rend="CharOverride-1">Simone Weil vive un’esperienza mistica, un incontro ‘da persona</hi><hi rend="CharOverride-1"> a persona’ con il Cristo. La svolta mistica è </hi><hi rend="CharOverride-1">in un certo senso una ‘risposta’ alla schiavitù operaia </hi><hi rend="CharOverride-1">sperimentata in fabbrica. Nell’impossibilità di mutare, al presente, le </hi><hi rend="CharOverride-1">condizioni di un lavoro inumano – ma augurandosi, nel contempo, </hi><hi rend="CharOverride-1">che il taylorismo sia abolito –, l’autrice ‘santifica’ </hi><hi rend="CharOverride-1">gli operai, li vede come i più vicini al Cristo, </hi><hi rend="CharOverride-1">ai piedi della croce (Tommasi 1990, 87). Con la svolta </hi><hi rend="CharOverride-1">mistica, la fatica del lavoro, pur mantenendo intatta la sua </hi><hi rend="CharOverride-1">durezza, è illuminata dalla luce della grazia (Borrello 2001, 79-86).</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Dopo l’esperienza mistica, non viene meno la critica spietata </hi><hi rend="CharOverride-1">al regime disumanizzante delle grandi fabbriche, a cui si dovrebbero </hi><hi rend="CharOverride-1">sostituire delle piccole officine decentrate e cooperative, in cui gli </hi><hi rend="CharOverride-1">operai qualificati dovrebbero essere loro a padroneggiare le macchine e </hi><hi rend="CharOverride-1">non viceversa: solo il decentramento del lavoro industriale, secondo Weil, </hi><hi rend="CharOverride-1">potrebbe salvaguardare la dignità umana nel lavoro. Costante rimane anche </hi><hi rend="CharOverride-1">la preoccupazione per la cultura operaia e contadina: mentre le </hi><hi rend="CharOverride-1">opere d’intrattenimento sono adatte ai borghesi e a chi </hi><hi rend="CharOverride-1">dispone di molto tempo libero, invece a chi svolge un </hi><hi rend="CharOverride-1">duro lavoro manuale sono destinate solo le opere d’arte </hi><hi rend="CharOverride-1">di prim’ordine, che dovrebbero essere rese accessibili ai lavoratori </hi><hi rend="CharOverride-1">grazie a uno sforzo attento di traduzione. Non viene meno </hi><hi rend="CharOverride-1">neppure la critica alla degradante divisione fra lavoro manuale e </hi><hi rend="CharOverride-1">intellettuale, già avanzata da Marx, (Weil 1942b, 304) ma, dopo </hi><hi rend="CharOverride-1">la svolta mistica, il punto di congiunzione fra questi due </hi><hi rend="CharOverride-1">tipi di lavoro è individuato nell’attenzione: essa, nella sua </hi><hi rend="CharOverride-1">forma più alta, come attenzione intuitiva, fa tutt’uno con </hi><hi rend="CharOverride-1">la preghiera. «Il popolo ha bisogno di poesia come di </hi><hi rend="CharOverride-1">pane. […] Una poesia simile può avere solo una sorgente. </hi><hi rend="CharOverride-1">Questa sorgente è Dio» (Weil 1942b, 298). Mentre, nelle condizioni</hi><hi rend="CharOverride-1"> sociali privilegiate, molte cose fanno da ostacolo fra l’anima</hi><hi rend="CharOverride-1"> e Dio, invece «per i lavoratori non c’è schermo.</hi><hi rend="CharOverride-1"> Nulla li separa da Dio» (Weil 1942b, 298).</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Divenendo </hi><hi rend="CharOverride-1">centrale il tema dell’attenzione, anche la distinzione fra lavoro </hi><hi rend="CharOverride-1">e tempo libero si attenua grazie al punto di congiunzione </hi><hi rend="CharOverride-1">fra i due costituto dall’attenzione intuitiva: come l’attenzione </hi><hi rend="CharOverride-1">discorsiva, impiegata negli studi scolastici, serve solo a rendere capaci </hi><hi rend="CharOverride-1">di quell’attenzione intuitiva, che fa tutt’uno con la </hi><hi rend="CharOverride-1">preghiera, così l’attenzione rivolta a un’opera d’arte </hi><hi rend="CharOverride-1">o alla bellezza della natura, assorbita com’è dall’oggetto </hi><hi rend="CharOverride-1">e dimentica di sé, è una forma dell’amore implicito </hi><hi rend="CharOverride-1">di Dio, (Weil 1942a, 118-39) è già preghiera. Allo stesso </hi><hi rend="CharOverride-1">modo l’operaio, mentre solleva pesi e maneggia leve, può </hi><hi rend="CharOverride-1">rivolgere l’attenzione all’immagine del Cristo, «paragonata a una </hi><hi rend="CharOverride-1">bilancia, nell’inno del Venerdì santo» (Weil 1942b, 300): un</hi><hi rend="CharOverride-1"> peso molto lieve, posto a una distanza grandissima, può fare</hi><hi rend="CharOverride-1"> da contrappeso all’universo intero. Analogamente, il contadino che semina</hi><hi rend="CharOverride-1"> può rivolgere la sua attenzione alla parabola evangelica che parla</hi><hi rend="CharOverride-1"> della semente, che solo se muore dà frutto, o al</hi><hi rend="CharOverride-1"> circuito dell’energia solare, che fa crescere le piante: questo</hi><hi rend="CharOverride-1"> circonderebbe di poesia il suo lavoro (Weil 1942-43, 79).</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">La centralità dell’attenzione, che non è un lavoro, ma </hi><hi rend="CharOverride-1">è un momento d’intensa contemplazione, (Weil 1942b, 304) consente </hi><hi rend="CharOverride-1">di superare non solo la separazione fra lavoro manuale e </hi><hi rend="CharOverride-1">intellettuale, ma anche quella fra lavoro e tempo libero: l’</hi><hi rend="CharOverride-1">attenzione pura è l’unica sorgente dell’arte, della scienza </hi><hi rend="CharOverride-1">e della filosofia veramente grandi, come pure dell’amore per </hi><hi rend="CharOverride-1">il prossimo e per la bellezza della natura. Weil si </hi><hi rend="CharOverride-1">augura che si eserciti l’attenzione intuitiva in ogni attività </hi><hi rend="CharOverride-1">della vita quotidiana: nello studio, affinché un adolescente possa ‘pensare</hi><hi rend="CharOverride-1">’ a Dio mentre si applica a un problema di </hi><hi rend="CharOverride-1">geometria, nel lavoro manuale così come in quello intellettuale, nella </hi><hi rend="CharOverride-1">lettura di un testo letterario e nella contemplazione di un’</hi><hi rend="CharOverride-1">opera d’arte. Anzi, l’autrice afferma che, mentre coloro </hi><hi rend="CharOverride-1">che hanno molto tempo libero devono esercitare al massimo l’</hi><hi rend="CharOverride-1">intelligenza discorsiva, fino a esaurirla, per giungere finalmente all’attenzione </hi><hi rend="CharOverride-1">intuitiva, invece i lavoratori manuali, che sono spossati quotidianamente dalla </hi><hi rend="CharOverride-1">fatica, non hanno nulla di cui sbarazzarsi per poter esercitare, </hi><hi rend="CharOverride-1">nello svolgimento del loro stesso lavoro, la forma più alta </hi><hi rend="CharOverride-1">di attenzione pura, ma solo a patto che il loro </hi><hi rend="CharOverride-1">lavoro sia trasformato in ‘poesia’; invece il taylorismo, che</hi><hi rend="CharOverride-1"> vieta ogni accesso all’attenzione intuitiva, non può in nessun</hi><hi rend="CharOverride-1"> modo essere trasfigurato in poesia. L’autrice vorrebbe inoltre che</hi><hi rend="CharOverride-1"> gli operai avessero sufficiente tempo libero per poter formarsi una</hi><hi rend="CharOverride-1"> cultura e che delle feste e dei viaggi si affiancassero</hi><hi rend="CharOverride-1"> al loro primo ingresso in officina e al loro apprendistato.</hi></p><p rend="text_top" ><hi rend="CharOverride-1">5. La trasfigurazione del lavoro, in vista della «destinazione soprannaturale </hi><hi rend="CharOverride-1">d’ogni funzione sociale», (Weil 1942b, 304) indica una via </hi><hi rend="CharOverride-1">di fuga del pensiero e della parabola di Simone Weil </hi><hi rend="CharOverride-1">rispetto alla durezza della condizione operaia: vi si può cogliere </hi><hi rend="CharOverride-1">una santificazione o una sublimazione del lavoro, che è accettato </hi><hi rend="CharOverride-1">sostanzialmente così com’è; e quest’accettazione somiglia pericolosamente a</hi><hi rend="CharOverride-1"> una resa (Accornero 1985, 129-30). Tuttavia, dalla sua trasfigurazione mistica</hi><hi rend="CharOverride-1"> del lavoro manuale, Weil esclude categoricamente il lavoro taylorizzato, quello</hi><hi rend="CharOverride-1"> a cottimo e alla catena di montaggio, in cui la</hi><hi rend="CharOverride-1"> preoccupazione della velocità svuota l’anima e impedisce qualsiasi accesso</hi><hi rend="CharOverride-1"> alla forma di attenzione più elevata. «Quel genere di lavoro</hi><hi rend="CharOverride-1"> non può essere trasfigurato; è necessario sopprimerlo» (Weil 1942b, 306)</hi><hi rend="CharOverride-1">. In queste parole, in questa «impennata sublime» (Accornero 1985, </hi><hi rend="CharOverride-1">130), si sente che Simone Weil non ha tradito né</hi><hi rend="CharOverride-1"> dimenticato la dura esperienza vissuta in fabbrica da lei e</hi><hi rend="CharOverride-1"> da molti altri operai.</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Ciò che rimane costante, dall’inizio</hi><hi rend="CharOverride-1"> alla fine del suo percorso, è l’idea del lavoro</hi><hi rend="CharOverride-1"> come via di accesso alla conoscenza e come mediazione indispensabile</hi><hi rend="CharOverride-1"> con il corpo e con il mondo; «lavoro: il patto</hi><hi rend="CharOverride-1"> originario dell’uomo con la natura, dell’anima con il</hi><hi rend="CharOverride-1"> suo corpo» (Weil 1933-41, 146). Fino alla fine della </hi><hi rend="CharOverride-1">sua breve vita, Weil non smette mai d’interrogarsi per </hi><hi rend="CharOverride-1">far apparire e mettere al centro della nostra civiltà «la </hi><hi rend="CharOverride-1">verità del lavoro fisico» (Weil 1942-43, 253). Fino all</hi><hi rend="CharOverride-1">’ultimo, lei si preoccupa di salvaguardare la dignità dei lavoratori,</hi><hi rend="CharOverride-1"> così come quella di tutti gli esseri umani.</hi></p><p rend="h2 ParaOverride-3" ><hi>Riferimenti bibliografici</hi></p><p rend="bib_indx_bib" ><hi rend="CharOverride-1">Accornero,</hi><hi rend="CharOverride-1"> Aris. 1985. “Simone Weil e la condizione operaia: geometria e disincanto del lavoro industriale.” In Aris Accornero, Giovanni Bianchi, Adriano Marchetti,</hi><hi rend="CharOverride-1"> </hi><hi rend="italic CharOverride-1">Simone Weil e la condizione operaia. Con una antologia degli scritti</hi><hi rend="CharOverride-1">, 83-130. Roma: Editori Riuniti.</hi></p><p rend="bib_indx_bib" ><hi rend="CharOverride-1">Borrello, Giovanna. 2001. </hi><hi rend="italic CharOverride-1">Il lavoro e la grazia. Un percorso attraverso il pensiero di Simone Weil</hi><hi rend="CharOverride-1">. </hi><hi rend="CharOverride-1">Napoli: Liguori.</hi></p><p rend="bib_indx_bib" ><hi rend="CharOverride-1">Gaeta, Giancarlo. 2015 (1934-35). “Un racconto di formazione.” In Simone</hi><hi rend="CharOverride-1"> Weil. </hi><hi rend="italic CharOverride-1">Diario di fabbrica</hi><hi rend="CharOverride-1">, traduzione di Maria Concetta Sala, 7-19. Genova: </hi><hi rend="CharOverride-1">Marietti.</hi></p><p rend="bib_indx_bib" ><hi rend="CharOverride-1">Tommasi, Wanda. 1990. “Simone Weil. Dare corpo al pensiero.” In Diotima, </hi><hi rend="italic CharOverride-1">Mettere al mondo il mondo. Oggetto e oggettività alla luce della differenza sessuale</hi><hi rend="CharOverride-1">, 77-91. Milano:</hi><hi rend="CharOverride-1"> La Tartaruga.</hi></p><p rend="bib_indx_bib" ><hi rend="CharOverride-1">Weil, Simone 1934 (1983). </hi><hi rend="italic CharOverride-1">Riflessioni sulle cause della libertà e dell’oppressione sociale</hi><hi rend="CharOverride-1">, traduzione di</hi><hi rend="CharOverride-1"> Giancarlo Gaeta. Milano: Adelphi.</hi></p><p rend="bib_indx_bib" ><hi rend="CharOverride-1">Weil, Simone 1942-43 (1980). </hi><hi rend="italic CharOverride-1">La prima radice. Preludio ad una dichiarazione dei doveri verso la creatura umana</hi><hi rend="CharOverride-1">, traduzione di Franco Fortini. Milano: Comunità.</hi></p><p rend="bib_indx_bib" ><hi rend="CharOverride-1">Weil, Simone 1942a. </hi><hi rend="italic CharOverride-1">Forme dell’amore implicito di Dio</hi><hi rend="CharOverride-1">. In </hi><hi rend="italic CharOverride-1">Attesa di Dio</hi><hi rend="CharOverride-1">, traduzione a cura di Maria Concetta Sala. Milano: Adelphi [2008], 99-169.</hi></p><p rend="bib_indx_bib" ><hi rend="CharOverride-1">Weil,</hi><hi rend="CharOverride-1"> Simone. 1929-30 (1971). “Scienza e percezione in Cartesio.”</hi><hi rend="italic CharOverride-1"> </hi><hi rend="CharOverride-1">In </hi><hi rend="italic CharOverride-1">Sulla scienza</hi><hi rend="CharOverride-1">, traduzione </hi><hi rend="CharOverride-1">di Marisa Cristadoro, 7-83. Torino: Borla.</hi></p><p rend="bib_indx_bib" ><hi rend="CharOverride-1">Weil, Simone. 1933-41 (1982</hi><hi rend="CharOverride-1">). </hi><hi rend="italic CharOverride-1">Quaderni</hi><hi rend="CharOverride-1">, vol. I, traduzione a cura di Giancarlo </hi><hi rend="CharOverride-1">Gaeta. Milano: Adelphi.</hi></p><p rend="bib_indx_bib" ><hi rend="CharOverride-1">Weil, Simone. 1934-42 (1990). “Tre lettere ad Albertine Thévenon” (1934-35); “La vita e lo sciopero delle operaie metalmeccaniche” (1936); “Lettere ad un ingegnere direttore di fabbrica. Lettere ad Auguste </hi><hi rend="CharOverride-1">Detoeuf” (1936-37); “La razionalizzazione del lavoro” (1937); “Esperienze della vita di fabbrica” (1941); “Prima condizione di un lavoro non servile”</hi><hi rend="CharOverride-1"> (1942b). In </hi><hi rend="italic CharOverride-1">La condizione operaia</hi><hi rend="CharOverride-1">, traduzione di Franco Fortini, 27-41; 188-202; 148-87, 208-24; 243-63; 293-307. Milano: Mondadori.</hi></p><p rend="bib_indx_bib_tit" ><hi>Altri riferi</hi><hi>menti bibliografici </hi></p><p rend="bib_indx_bib" ><hi rend="CharOverride-1">Birou, Alain. 1984. “L’analyse critique de la pensée de Karl Marx chez Simone Weil.” </hi><hi rend="italic CharOverride-1">Cahiers</hi><hi rend="CharOverride-1"> </hi><hi rend="italic CharOverride-1">Simone</hi><hi rend="CharOverride-1"> </hi><hi rend="italic CharOverride-1">Weil</hi><hi rend="CharOverride-1"> 1, 7: 22-38.</hi></p><p rend="bib_indx_bib" ><hi rend="CharOverride-1">Canciani, Domenico</hi><hi rend="CharOverride-1">. 1996. </hi><hi rend="italic CharOverride-1">Simone Weil. Il coraggio di pensare. Impegno e riflessione politica fra le due guerre</hi><hi rend="CharOverride-1">. Roma: Edizioni Lavoro.</hi></p><p rend="bib_indx_bib" ><hi rend="CharOverride-1">Esposito, Roberto. 1988.</hi><hi rend="italic CharOverride-1"> Categorie dell’impolitico</hi><hi rend="CharOverride-1">. </hi><hi rend="CharOverride-1">Bologna: il Mulino.</hi></p><p rend="bib_indx_bib" ><hi rend="CharOverride-1">Treu, Anna. 1974. “Esperienza di fabbrica, teoria della società e ideologia in Simone Weil.” </hi><hi rend="italic CharOverride-1">Aut-aut</hi><hi rend="CharOverride-1"> 144: 79-101.</hi></p><p rend="bib_indx_bib" ><hi rend="CharOverride-1">Weil,</hi><hi rend="CharOverride-1"> Simone. 1942 (2008). “Riflessione sul buon uso degli studi scolastici in vista dell’amore di Dio.” In </hi><hi rend="italic CharOverride-1">Attesa di Dio</hi><hi rend="CharOverride-1">, traduzione a cura di Maria Concetta Sala, 191-201. Milano: Adelphi.</hi></p>  
      
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        <listBibl>
          <head>References</head>
          <bibl n="144085">Accornero, Aris. 1985. “Simone Weil e la condizione operaia: geometria e disincanto del lavoro industriale.” In Aris Accornero, Giovanni Bianchi, Adriano Marchetti, Simone Weil e la condizione operaia. Con una antologia degli scritti, 83-130. Roma: Editori Riuniti.</bibl>
          <bibl n="145924">Borrello, Giovanna. 2001. Il lavoro e la grazia. Un percorso attraverso il pensiero di Simone Weil. Napoli: Liguori.</bibl>
          <bibl n="144930">Gaeta, Giancarlo. 2015 (1934-35). “Un racconto di formazione.” In Simone Weil. Diario di fabbrica, traduzione di Maria Concetta Sala, 7-19. Genova: Marietti.</bibl>
          <bibl n="144529">Tommasi, Wanda. 1990. “Simone Weil. Dare corpo al pensiero.” In Diotima, Mettere al mondo il mondo. Oggetto e oggettivit&amp;#224; alla luce della differenza sessuale, 77-91. Milano: La Tartaruga.</bibl>
          <bibl n="145292">Weil, Simone 1934 (1983). Riflessioni sulle cause della libert&amp;#224; e dell’oppressione sociale, traduzione di Giancarlo Gaeta. Milano: Adelphi.</bibl>
          <bibl n="144894">Weil, Simone 1942-43 (1980). La prima radice. Preludio ad una dichiarazione dei doveri verso la creatura umana, traduzione di Franco Fortini. Milano: Comunit&amp;#224;.</bibl>
          <bibl n="145156">Weil, Simone 1942a. Forme dell’amore implicito di Dio. In Attesa di Dio, traduzione a cura di Maria Concetta Sala. Milano: Adelphi [2008], 99-169.</bibl>
          <bibl n="145333">Weil, Simone. 1929-30 (1971). “Scienza e percezione in Cartesio.” In Sulla scienza, traduzione di Marisa Cristadoro, 7-83. Torino: Borla.</bibl>
          <bibl n="146384">Weil, Simone. 1933-41 (1982). Quaderni, vol. I, traduzione a cura di Giancarlo Gaeta. Milano: Adelphi.</bibl>
          <bibl n="143924">Weil, Simone. 1934-42 (1990). “Tre lettere ad Albertine Th&amp;#233;venon” (1934-35); “La vita e lo sciopero delle operaie metalmeccaniche” (1936); “Lettere ad un ingegnere direttore di fabbrica. Lettere ad Auguste Detoeuf” (1936-37); “La razionalizzazione del lavoro” (1937); “Esperienze della vita di fabbrica” (1941); “Prima condizione di un lavoro non servile” (1942b). In La condizione operaia, traduzione di Franco Fortini, 27-41; 188-202; 148-87, 208-24; 243-63; 293-307. Milano: Mondadori.</bibl>
          <bibl n="145890">Birou, Alain. 1984. “L’analyse critique de la pens&amp;#233;e de Karl Marx chez Simone Weil.” Cahiers Simone Weil 1, 7: 22-38.</bibl>
          <bibl n="145378">Canciani, Domenico. 1996. Simone Weil. Il coraggio di pensare. Impegno e riflessione politica fra le due guerre. Roma: Edizioni Lavoro.</bibl>
          <bibl n="147322">Esposito, Roberto. 1988. Categorie dell’impolitico. Bologna: il Mulino.</bibl>
          <bibl n="146014">Treu, Anna. 1974. “Esperienza di fabbrica, teoria della societ&amp;#224; e ideologia in Simone Weil.” Aut-aut 144: 79-101.</bibl>
          <bibl n="144499">Weil, Simone. 1942 (2008). “Riflessione sul buon uso degli studi scolastici in vista dell’amore di Dio.” In Attesa di Dio, traduzione a cura di Maria Concetta Sala, 191-201. Milano: Adelphi.</bibl>
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