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        <title type="main" level="a">La sociologia francese tra fordismo e società postindustriale: Georges Friedmann, Pierre Naville e Alain Touraine</title>
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          <persName n="1" ref="https://orcid.org/0000-0001-9851-3127" type="ORCID">
            <forename>Pietro</forename>
            <surname>Causarano</surname>
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          <resp>This is a section of <title>Idee di lavoro e di ozio per la nostra civiltà</title>(DOI: <idno type="DOI">10.36253/979-12-215-0319-7</idno>) by </resp>
          <name>Giovanni Mari, Francesco Ammannati, Brogi Stefano, Tiziana Faitini, Arianna Fermani, Francesco Seghezzi, Annalisa Tonarelli</name>
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        <publisher>Firenze University Press</publisher>
        <pubPlace>Florence</pubPlace>
        <date when="2024">2024</date>
        <idno type="DOI">https://doi.org/10.36253/979-12-215-0319-7.104</idno>
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          <p>Available for academic research purposes</p>
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          <p>Copyright Author(s)</p>
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        <p>This is original content, published for academic research purposes</p>
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        <p>The subject at work, in different forms and modalities, is at the center of attention of these three scholars. Labor relations constitute the fulcrum in which the condition and action of workers and their social movements are located. The way these three authors approached the theme of work, the crucial nature and urgency of the questions that had emerged in the transformations of industrial society in the 1900s, the questions that were posed about man, work and technology, the problematic responses that they tried to give starting after the Second World War, ensure that some of their intuitions - even if they remained closely linked to industrial machinism and mechanical automation of the last century - in reality can still speak to today and to the various forms of digital automation of the work.</p>
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            <item>labour sociology</item>
            <item>fordism</item>
            <item>taylorism</item>
            <item>automation</item>
            <item>human relations</item>
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      <p>It is available online at https://doi.org/10.36253/979-12-215-0319-7.104<ref target="https://doi.org/10.36253/979-12-215-0319-7.104" /></p>
      
      <p rend="h1_chapter">La sociologia francese tra fordismo e società postindustriale: Georges Friedmann, Pierre Naville <lb/>e Alain Touraine</p><p rend="h1_author ParaOverride-1" ><hi rend="CharOverride-1">Pietro Causarano</hi></p><p rend="h2" ><hi>1. A cavallo della </hi><hi>guerra</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Georges Friedmann (1902-1977) e Pierre Naville (1904-1993), prima di affermarsi</hi><hi rend="CharOverride-1"> come scienziati sociali, hanno vissuto l’intenso e insieme drammatico</hi><hi rend="CharOverride-1"> clima culturale e politico che ha attraversato l’Europa nella</hi><hi rend="CharOverride-1"> prima parte del ’900, intrecciando durature relazioni in diversi ambienti</hi><hi rend="CharOverride-1"> intellettuali non solo marxisti (Grémion e Piotet 2004; Blum 2007). Alain</hi><hi rend="CharOverride-1"> Touraine invece è di una generazione successiva (1925-2023). Allievo</hi><hi rend="CharOverride-1"> di Friedmann, ha sviluppato tutta la sua esperienza di ricerca</hi><hi rend="CharOverride-1"> nel secondo dopoguerra (Clark e Diani 1996). Sia Friedmann che Naville</hi><hi rend="CharOverride-1"> fra le due guerre hanno militato nelle avanguardie artistiche e</hi><hi rend="CharOverride-1"> politicamente nel movimento comunista, seppur via via sempre più critici</hi><hi rend="CharOverride-1"> e poi estranei verso il dogmatismo stalinista. Ambedue sono state</hi><hi rend="CharOverride-1"> figure eterodosse e poco accademiche nei loro esordi, mostrando accanto</hi><hi rend="CharOverride-1"> allo studio sensibilità letteraria e poliedricità culturale e espressiva (Nacci</hi><hi rend="CharOverride-1"> 1989; Ribeill 1999; Löwy 2000). </hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">In questo contesto tutti e</hi><hi rend="CharOverride-1"> due si confrontano precocemente da una parte con la diffusione</hi><hi rend="CharOverride-1"> delle innovazioni industriali e dei modelli organizzativi d’oltreoceano e</hi><hi rend="CharOverride-1"> dall’altra con la modernizzazione economica e sociale sovietica. In</hi><hi rend="CharOverride-1"> polemica con il diffuso pessimismo conservatore degli anni ’30 verso</hi><hi rend="CharOverride-1"> la società di massa (un vero pregiudizio anti-modernista e anti-tecnico), cominciano ad occuparsi</hi><hi rend="CharOverride-1"> di lavoro e ad analizzarlo nella sua concretezza (Vatin 2004;</hi><hi rend="CharOverride-1"> Guedj 2007). Delle trasformazioni taylor-fordiste e delle sue conseguenze umane</hi><hi rend="CharOverride-1"> in quegli anni fanno proprio il carattere politico e il</hi><hi rend="CharOverride-1"> giudizio ambivalente per il forte impatto sulla vita sociale e</hi><hi rend="CharOverride-1"> sulle relazioni collettive sia nei paesi capitalisti sia in Unione</hi><hi rend="CharOverride-1"> Sovietica (Settis 2016). La vicenda bellica, poi la ricostruzione e</hi><hi rend="CharOverride-1"> il confronto con la razionalizzazione capitalista e i processi di</hi><hi rend="CharOverride-1"> innovazione produttiva, insieme alla progressiva disillusione sul socialismo reale, rappresentano</hi><hi rend="CharOverride-1"> esperienze decisive, che li portano a spostarsi sempre più sul</hi><hi rend="CharOverride-1"> piano prioritario dell’indagine sociale concreta, sul campo (Rot e Vatin</hi><hi rend="CharOverride-1"> 2019). </hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Friedmann e Naville nel secondo dopoguerra cominciano così ad</hi><hi rend="CharOverride-1"> acquisire un rilevante ruolo culturale, scientifico e accademico nell’ambito</hi><hi rend="CharOverride-1"> delle scienze sociali. Attorno al Centre d’Études Sociologiques del</hi><hi rend="CharOverride-1"> CNRS, promosso da Georges Gurvitch nel 1945, contribuiscono alla rinnovata</hi><hi rend="CharOverride-1"> affermazione della sociologia nell’università francese (Marcel 2005). I due</hi><hi rend="CharOverride-1"> – coadiuvati dal giovane Touraine – costruiscono un rapporto diretto</hi><hi rend="CharOverride-1"> più stretto fra loro nella seconda metà degli anni</hi><hi rend="CharOverride-1"> ’50, attorno al pionieristico </hi><hi rend="italic CharOverride-1">Traité de sociologie du travail</hi><hi rend="CharOverride-1">, </hi><hi rend="CharOverride-1">pubblicato per la prima volta nel 1961 (Friedmann e Naville 1963). </hi><hi rend="CharOverride-1">A quest’opera collabora una generazione di giovani sociologi francesi </hi><hi rend="CharOverride-1">del lavoro e dell’organizzazione, alcuni dei quali, nello stesso </hi><hi rend="CharOverride-1">periodo, promuovono nel 1959 l’innovativa rivista </hi><hi rend="italic CharOverride-1">Sociologie du travail</hi><hi rend="CharOverride-1"> (Borzeix e </hi><hi rend="CharOverride-1">Rot 2010). A molti di loro, seppure in tempi diversi, </hi><hi rend="CharOverride-1">si schiuderanno così le porte dell’accesso a ruoli istituzionali </hi><hi rend="CharOverride-1">di primo piano al centro della ricerca sociale francese fra </hi><hi rend="CharOverride-1">anni ’60 e ’70 (Grémion e Piotet 2004, 119-29; Blum 2007,</hi><hi rend="CharOverride-1"> 266-87; Lallement 2014).</hi></p><p rend="h2" ><hi>2. La dimensione storica </hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Queste tre figure </hi><hi rend="CharOverride-1">fondative della rinascita sociologica francese del dopoguerra </hi><hi rend="CharOverride-1">sono accomunate da </hi><hi rend="CharOverride-1">un elemento che caratterizza trasversalmente il loro percorso intellettuale e </hi><hi rend="CharOverride-1">che risulta originale rispetto agli approcci odierni: l’attenzione per </hi><hi rend="CharOverride-1">la dimensione processuale nel tempo e nello spazio dei fenomeni </hi><hi rend="CharOverride-1">sociali e nello specifico del lavoro. La sensibilità storica in </hi><hi rend="CharOverride-1">certa misura sostiene i loro primi passi e – nel </hi><hi rend="CharOverride-1">caso di Touraine – la formazione come allievo di Friedmann, </hi><hi rend="CharOverride-1">ma li accompagna in ogni caso a lungo nella loro </hi><hi rend="CharOverride-1">vicenda intellettuale. La loro sociologia del lavoro, nutrita di umanesimo </hi><hi rend="CharOverride-1">critico, si appoggia alla storia intesa come capacità sia di </hi><hi rend="CharOverride-1">leggere la «lunga durata» sia di cogliere la convivenza di </hi><hi rend="CharOverride-1">temporalità diverse nella concreta dinamica del presente. In forma programmatica </hi><hi rend="CharOverride-1">nel </hi><hi rend="italic CharOverride-1">Traité de sociologie du travail </hi><hi rend="CharOverride-1">del 1961 la questione </hi><hi rend="CharOverride-1">viene affrontata in chiave interdisciplinare per il carattere globale che </hi><hi rend="CharOverride-1">assume il lavoro nel definire una società, per la centralità, </hi><hi rend="CharOverride-1">cioè, che il suo studio acquisisce per la comprensione della </hi><hi rend="CharOverride-1">società nel suo complesso (G. F. in Friedmann, Naville 1963, </hi><hi rend="CharOverride-1">vol. I, 92-8). Friedmann, già dal 1950, aveva teorizzato la </hi><hi rend="CharOverride-1">transizione dall’«ambiente naturale» all’«ambiente tecnico» del lavoro, a </hi><hi rend="CharOverride-1">causa della meccanizzazione e poi dell’automazione del sistema industriale, </hi><hi rend="CharOverride-1">in cui la processualità di lunga durata emergeva con chiarezza </hi><hi rend="CharOverride-1">(Friedmann 1950b)</hi><hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi><ref target="OP08885_int_online_chapter_147_903-912.html#footnote-001">1</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">. Per parte sua Naville, nel 1954, aveva </hi><hi rend="CharOverride-1">affrontato la «vita di lavoro» seguendo una linea prospettica multiforme e indiretta: </hi><hi rend="CharOverride-1">il rapporto fra giornata lavorativa e tempo di lavoro e </hi><hi rend="CharOverride-1">la loro misura, la demografia e le generazioni, la formazione </hi><hi rend="CharOverride-1">e l’avviamento, la struttura professionale (Naville 1954). </hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Touraine, a </hi><hi rend="CharOverride-1">sua volta, ha scritto una storia della civilizzazione industriale quasi </hi><hi rend="CharOverride-1">in contemporanea alla sua collaborazione al </hi><hi rend="italic CharOverride-1">Traité</hi><hi rend="CharOverride-1"> (Touraine 1961) e </hi><hi rend="CharOverride-1">tutto il suo percorso intellettuale è permeato dal carattere storico </hi><hi rend="CharOverride-1">della socialità (Martucelli 2019). La stessa attenzione alle ricerche in </hi><hi rend="CharOverride-1">contesti extra-europei e fuori dalle economie capitalistiche avanzate che accomuna </hi><hi rend="CharOverride-1">tutti e tre questi sociologi (i paesi socialisti con cui </hi><hi rend="CharOverride-1">fare i conti per Friedmann e Naville, il Terzo mondo </hi><hi rend="CharOverride-1">colonizzato in Naville, l’America latina per Touraine e Friedmann), </hi><hi rend="CharOverride-1">conferma questo spessore analitico e interpretativo collegato alla necessità di </hi><hi rend="CharOverride-1">contestualizzare l’oggetto di studio, non solo il lavoro. </hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Il </hi><hi rend="CharOverride-1">loro modo di approcciare il tema, la crucialità e l’</hi><hi rend="CharOverride-1">urgenza delle questioni che erano emerse nelle trasformazioni della società </hi><hi rend="CharOverride-1">industriale della prima metà del ’900, le domande che si</hi><hi rend="CharOverride-1"> ponevano su uomo, lavoro e tecnica, la problematicità delle risposte</hi><hi rend="CharOverride-1"> che cercavano di dare a partire dal secondo dopoguerra, fanno</hi><hi rend="CharOverride-1"> sì che certe loro intuizioni – seppur rimaste strettamente legate</hi><hi rend="CharOverride-1"> al macchinismo industriale e alla automazione meccanica del secolo scorso</hi><hi rend="CharOverride-1"> – in realtà possano ancora parlare all’oggi e alle</hi><hi rend="CharOverride-1"> diverse forme dell’automazione digitale del lavoro. Non a caso</hi><hi rend="CharOverride-1"> il necrologio di Friedmann, apparso sulle </hi><hi rend="italic CharOverride-1">Annales</hi><hi rend="CharOverride-1"> all’indomani della</hi><hi rend="CharOverride-1"> sua morte nel 1977 – quindi ben prima della grande</hi><hi rend="CharOverride-1"> trasformazione di fine ’900 –, lo definì «storico del </hi><hi rend="CharOverride-1">futuro» (Ferro 1978).</hi></p><p rend="h2" ><hi>3. I principali filoni della loro sociologia del</hi><hi> lavoro</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Queste tre figure sono strettamente legate dunque al </hi><hi rend="italic CharOverride-1">Traité </hi><hi rend="italic CharOverride-1">de sociologie du travail</hi><hi rend="CharOverride-1"> del 1961, opera dalla genesi travagliata </hi><hi rend="CharOverride-1">e complessa che racchiude sia ambizioni di legittimazione scientifica sia </hi><hi rend="CharOverride-1">ambizioni fondative di un approccio allo studio sociologico capace di </hi><hi rend="CharOverride-1">tenere insieme i molti volti con cui il lavoro e </hi><hi rend="CharOverride-1">quindi la vita sociale si presentano ma evitando al contempo </hi><hi rend="CharOverride-1">di farne una semplice specializzazione (Garcia López 2009). Il </hi><hi rend="italic CharOverride-1">Traité,</hi><hi rend="CharOverride-1"> </hi><hi rend="CharOverride-1">infatti, fu anche l’occasione per chiarire che per loro </hi><hi rend="CharOverride-1">la sociologia del lavoro – comunque intesa in un senso </hi><hi rend="CharOverride-1">ampio che oggi diremmo transdisciplinare – era d’importanza capitale </hi><hi rend="CharOverride-1">per la sociologia in sé, quasi che dovesse «comanda[rne]» le </hi><hi rend="CharOverride-1">altre branche in quanto il lavoro è «elemento ordinatore essenziale» </hi><hi rend="CharOverride-1">per qualsiasi società (P. N. in F</hi><hi rend="CharOverride-1" >ried­mann</hi><hi rend="CharOverride-1">, Naville 1963, vol. </hi><hi rend="CharOverride-1">I, 44, 58).</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">I loro percorsi di avvicinamento sono stati, come</hi><hi rend="CharOverride-1"> accennato, variegati e diversificati ma comunque prioritariamente tutti interni alla</hi><hi rend="CharOverride-1"> modernizzazione industriale novecentesca. Pierre Naville, più eterodosso, deriva dalle fascinazioni</hi><hi rend="CharOverride-1"> surrealiste per la «scrittura automatica» – che lo accompagneranno per</hi><hi rend="CharOverride-1"> tutta la vita (Naville 1977) – il suo interesse per</hi><hi rend="CharOverride-1"> la dimensione psicologica e quindi per la posizione del soggetto</hi><hi rend="CharOverride-1"> nel processo produttivo industriale e in generale di fronte alla</hi><hi rend="CharOverride-1"> tecnica e all’automazione (Garcia López 2001), fino all’«automatismo</hi><hi rend="CharOverride-1"> sociale» (Naville 1957-1958; 1961; 1963). </hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Un tema questo –</hi><hi rend="CharOverride-1"> le conseguenze sul soggetto delle nuove forme di organizzazione industriale,</hi><hi rend="CharOverride-1"> del macchinismo, poi dell’automazione – che cattura l’attenzione</hi><hi rend="CharOverride-1"> anche di Friedmann già fra le due guerre, quando incrocia</hi><hi rend="CharOverride-1"> il fordismo e il produttivismo sovietico e poi la psicotecnica</hi><hi rend="CharOverride-1"> e l’ergonomia con le teorie d’oltreoceano sull’umanizzazione</hi><hi rend="CharOverride-1"> del lavoro industriale, di cui si trova una sintesi formidabile</hi><hi rend="CharOverride-1"> nel suo libro forse più famoso, </hi><hi rend="italic CharOverride-1">Problèmes humains du machinisme</hi><hi rend="italic CharOverride-1"> industriel</hi><hi rend="CharOverride-1"> del 1946 (Friedmann 1971). Sia per Naville che per</hi><hi rend="CharOverride-1"> Friedmann il tema della tecnica e della tecnologia in rapporto</hi><hi rend="CharOverride-1"> all’organizzazione del lavoro e alle relazioni sociali sul lavoro</hi><hi rend="CharOverride-1"> costituisce da allora in poi il perno della riflessione, in</hi><hi rend="CharOverride-1"> particolare riguardo alla posizione del lavoratore nella moderna società industriale,</hi><hi rend="CharOverride-1"> pur nelle differenze e ambivalenze di giudizio che poi emergeranno</hi><hi rend="CharOverride-1"> fra loro (Rot e Vatin 2004).</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Alain Touraine, fin dai suoi </hi><hi rend="CharOverride-1">esordi con la famosa e seminale ricerca sulla Renault del </hi><hi rend="CharOverride-1">dopoguerra (Touraine 1955), è invece lo studioso per eccellenza del </hi><hi rend="CharOverride-1">lavoro operaio nella sua declinazione legata alla produzione di massa </hi><hi rend="CharOverride-1">e di serie, dal pieno dispiegamento del taylor-fordismo fino ai </hi><hi rend="CharOverride-1">primi segni evidenti di una incipiente trasformazione (il passaggio dal </hi><hi rend="CharOverride-1">sistema professionale al sistema tecnico). La fortunata locuzione «società postindustriale» </hi><hi rend="CharOverride-1">non a caso è stata coniata proprio da lui nel </hi><hi rend="CharOverride-1">1969, a segnare la discontinuità con l’esperienza del lavoro </hi><hi rend="CharOverride-1">novecentesco che stava emergendo alla fine di quel decennio di </hi><hi rend="CharOverride-1">fronte alla crescente terziarizzazione (Touraine 1970) e alle successive trasformazioni </hi><hi rend="CharOverride-1">del lavoro salariato che avrebbero in seguito interessato anche Naville </hi><hi rend="CharOverride-1">(Naville 1984). Da lì in poi, la sua attenzione specifica </hi><hi rend="CharOverride-1">per il lavoro – e per la soggettività sociale che </hi><hi rend="CharOverride-1">si esprime attraverso la coscienza operaia (Touraine 1969) – tenderà </hi><hi rend="CharOverride-1">ad attenuarsi o comunque a inserirsi in analisi e interpretazioni </hi><hi rend="CharOverride-1">più vaste della modernità e della globalizzazione, prima con l’</hi><hi rend="CharOverride-1">attore sociale e la teoria dell’azione sociale, poi con </hi><hi rend="CharOverride-1">il soggetto (Di Nunzio 2012; Dubet 2019). Nel 1984 il </hi><hi rend="CharOverride-1">suo </hi><hi rend="italic CharOverride-1">Le mouvement ouvrier</hi><hi rend="CharOverride-1"> suonerà quasi come un epitaffio per </hi><hi rend="CharOverride-1">una storia più che secolare (Touraine, Wieviorka, e Dubet 1988).</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Il soggetto al lavoro,</hi><hi rend="CharOverride-1"> in forme e modalità diverse, è quindi al centro dell</hi><hi rend="CharOverride-1">’attenzione di questi tre studiosi. In Friedmann e Naville il</hi><hi rend="CharOverride-1"> confronto critico, a cavallo della guerra, con le teorie e</hi><hi rend="CharOverride-1"> le strategie di umanizzazione del lavoro davanti alla produzione di</hi><hi rend="CharOverride-1"> massa standardizzata (e alla sua traduzione sovietica) rappresenta il nocciolo</hi><hi rend="CharOverride-1"> duro di partenza da cui poi passeranno ad affrontare le</hi><hi rend="CharOverride-1"> questioni connesse alle relazioni e all’organizzazione di lavoro e</hi><hi rend="CharOverride-1"> all’automazione. Friedmann, nel lungo dopoguerra, dopo una fase aperta</hi><hi rend="CharOverride-1"> e possibilista acquisirà un atteggiamento sempre più critico verso l</hi><hi rend="CharOverride-1">’innovazione tecnica rispetto all’impatto sui lavoratori, spostando la sua</hi><hi rend="CharOverride-1"> attenzione sui momenti di realizzazione della personalità umana fuori del</hi><hi rend="CharOverride-1"> lavoro, nel tempo libero e nel </hi><hi rend="italic CharOverride-1">loisir</hi><hi rend="CharOverride-1">, pur con </hi><hi rend="CharOverride-1">tutte le preoccupazioni sulla «degradazione del tempo liberato» e su </hi><hi rend="CharOverride-1">quanto effettivamente potesse costituire davvero uno spazio di libertà (Fried­mann </hi><hi rend="CharOverride-1">1960; 1968, 87-109). Naville tenderà invece a proseguire lo </hi><hi rend="CharOverride-1">studio sul campo, cercando di affrontare l’ambivalenza dell’automazione </hi><hi rend="CharOverride-1">sulla vita di lavoro e su quella sociale in generale </hi><hi rend="CharOverride-1">(Naville 1961; 1963). Touraine, attento all’identità professionale e </hi><hi rend="CharOverride-1">quindi alla variabilità delle determinanti della coscienza operaia (di classe </hi><hi rend="CharOverride-1">e non) in quanto espressione del rapporto fra l’uomo </hi><hi rend="CharOverride-1">e la sua opera, si concentrerà soprattutto sulla dimensione organizzativa </hi><hi rend="CharOverride-1">e delle relazioni di lavoro, sulle forme evolutive delle rappresentazioni </hi><hi rend="CharOverride-1">sociali e professionali e dell’azione individuale e collettiva, tematiche </hi><hi rend="CharOverride-1">queste ultime che costituiranno successivamente sempre più il suo approccio </hi><hi rend="CharOverride-1">generale alla sociologia (Touraine 1965).</hi></p><p rend="h2" ><hi>4. Il lavoratore al centro e</hi><hi> le relazioni di lavoro</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Le relazioni di lavoro costituiscono dunque </hi><hi rend="CharOverride-1">il fulcro in cui si colloca la condizione e l’</hi><hi rend="CharOverride-1">azione dei lavoratori e dei movimenti sociali che ne sono </hi><hi rend="CharOverride-1">espressione. Come sintetizzato all’inizio del </hi><hi rend="italic CharOverride-1">Traité</hi><hi rend="CharOverride-1"> del 1961,</hi></p><p rend="quotation_b" ><hi rend="CharOverride-1">[la </hi><hi rend="CharOverride-1">sociologia del lavoro] può essere definita come lo studio delle </hi><hi rend="CharOverride-1">collettività, assai diverse per dimensioni e per funzioni, che si </hi><hi rend="CharOverride-1">costituiscono in occasione del lavoro; delle reazioni esercitate su di </hi><hi rend="CharOverride-1">loro a diversi livelli, da parte delle attività di lavoro </hi><hi rend="CharOverride-1">che sono continuamente rimodellate dal progresso tecnico; delle relazioni esterne, </hi><hi rend="CharOverride-1">tra di loro, e di quelle interne, tra gli individui </hi><hi rend="CharOverride-1">che le compongono. [Si tratta cioè di una] sociologia delle </hi><hi rend="CharOverride-1">relazioni umane […] relativa alle correlazioni d’ordine psicologico e </hi><hi rend="CharOverride-1">sociale che si determinano nel corso d’una attività (in </hi><hi rend="CharOverride-1">particolare d’una attività di lavoro) perseguita in comune (G. </hi><hi rend="CharOverride-1">F. e P. N. in Friedmann, Naville 1963, vol. I, </hi><hi rend="CharOverride-1">XIII, 25-32, 37-9). </hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">In questo senso lo studio sociologico del </hi><hi rend="CharOverride-1">lavoro come espressione del lavoratore/soggetto e delle relazioni in cui </hi><hi rend="CharOverride-1">è immerso e di cui è attore, si può realizzare </hi><hi rend="CharOverride-1">solo in una chiave che sia insieme diacronica e transdisciplinare </hi><hi rend="CharOverride-1">(geografica, economica, etnologica, demografica, psicologica, tecnologica) e che veda un </hi><hi rend="CharOverride-1">pluralismo dei campi di applicazione (tecnica-tecnologia, divisione e organizzazione del </hi><hi rend="CharOverride-1">lavoro, orientamento e formazione professionali, gruppi professionali e dimensioni extra-professionali, </hi><hi rend="CharOverride-1">identità etno-culturali, classi di età, famiglia e struttura demografica, sistemi </hi><hi rend="CharOverride-1">di valori e di valorizzazione, rappresentazioni, lavoro e non lavoro, </hi><hi rend="CharOverride-1">conflitti, movimenti e rapporti collettivi ecc.), elementi che si ritrovano </hi><hi rend="CharOverride-1">ampiamente nei loro studi ma che sono già sintetizzati nei </hi><hi rend="CharOverride-1">contributi ai due volumi del </hi><hi rend="italic CharOverride-1">Traité</hi><hi rend="CharOverride-1"> del 1961 e nella </hi><hi rend="CharOverride-1">sua struttura.</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Che cos’è dunque il lavoro in relazione al</hi><hi rend="CharOverride-1"> lavoratore? Il passaggio storico dall’«ambiente naturale» a quello «tecnico»</hi><hi rend="CharOverride-1"> modifica questa relazione nel momento in cui mette in crisi</hi><hi rend="CharOverride-1"> i tradizionali «ritmi naturali» sostituiti, in una sorta di ottimizzazione,</hi><hi rend="CharOverride-1"> con ritmi scelti o imposti ma comunque diversamente condizionati dal</hi><hi rend="CharOverride-1"> macchinismo (Friedmann 1971, 157-63). Friedmann parla di un «fondo» rurale</hi><hi rend="CharOverride-1"> e artigianale tradizionale la cui concezione circolare del tempo di</hi><hi rend="CharOverride-1"> lavoro, senza velocità, e il cui carattere «fluttuante» nell’alternanza</hi><hi rend="CharOverride-1"> fra lavoro e non lavoro (concetto ereditato da Lucien Febvre),</hi><hi rend="CharOverride-1"> vengono piano piano sostituiti dalla specializzazione dell’«ambiente tecnico» e</hi><hi rend="CharOverride-1"> dalla regolazione irrigidita dei tempi di vita e di lavoro</hi><hi rend="CharOverride-1"> e dei loro ritmi, malgrado la lunga convivenza delle due</hi><hi rend="CharOverride-1"> sfere, quasi che il lavoratore del dopoguerra si trovasse ancora sospeso</hi><hi rend="CharOverride-1"> fra «due mondi» (Friedmann 1950b, 19-105).</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">La centralità mediatrice in </hi><hi rend="CharOverride-1">rapporto alla trasformazione della natura svolta storicamente in forma diretta </hi><hi rend="CharOverride-1">dall’utensile per mano dell’uomo al lavoro, viene </hi><hi rend="CharOverride-1">sostituita</hi><hi rend="CharOverride-1"> </hi><hi rend="CharOverride-1">dalla mediazione complessa e sempre più indiretta della macchina intesa </hi><hi rend="CharOverride-1">come «utensile composto». La macchina non si contrappone all’utensile, </hi><hi rend="CharOverride-1">ne ristruttura uso e funzioni coordinandole in nuovi livelli di </hi><hi rend="CharOverride-1">integrazione e frapponendo un diaframma ‘sociale’ fra l’uomo e </hi><hi rend="CharOverride-1">la sua prestazione d’opera attraverso l’organizzazione del lavoro </hi><hi rend="CharOverride-1">e i nuovi rapporti che la sottendono nella divisione del </hi><hi rend="CharOverride-1">lavoro (P. N. in Friedmann, Naville 1963, vol. I, 515-20, </hi><hi rend="CharOverride-1">543-67). Il lavoratore, quanto più la macchina automatica diventa «indipendente» </hi><hi rend="CharOverride-1">dall’uomo – dopo la fase primitiva delle macchine «dipendenti» </hi><hi rend="CharOverride-1">e poi quella evoluta delle «semiautomatiche» (Friedmann 1971, 180-84) </hi><hi rend="CharOverride-1">–, tanto più fronteggia la sua attività come un qualcosa </hi><hi rend="CharOverride-1">di monotono, frammentato, svuotato, spersonalizzato, privo di significato intrinseco, sostanzialmente </hi><hi rend="CharOverride-1">di estraneo (P. N. in Friedmann, Naville 1963, vol. I, </hi><hi rend="CharOverride-1">521). </hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">L’alienazione allora non è soltanto un problema collegato </hi><hi rend="CharOverride-1">all’espropriazione e mercificazione del lavoro, ma assume anche una </hi><hi rend="CharOverride-1">valenza propriamente psicologica (oggi diremmo psico-sociale), investe la personalità del </hi><hi rend="CharOverride-1">lavoratore, mediata dalla percezione dello sfruttamento, dal carattere eteronomo e </hi><hi rend="CharOverride-1">costrittivo imposto dall’organizzazione ‘scientifica’ del lavoro taylor-fordista e quindi </hi><hi rend="CharOverride-1">dalla qualità delle relazioni di lavoro che circoscrivono questa condizione </hi><hi rend="CharOverride-1">(G. F. in Friedmann, Naville 1963, vol. I, 9-25).</hi></p><p rend="h2" ><hi>5. Organizzazione</hi><hi> del lavoro, tecnologia, tecnica</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Da questo punto di vista si </hi><hi rend="CharOverride-1">capisce l’importanza attribuita al binomio tecnologia-tecnica, tale a volte </hi><hi rend="CharOverride-1">da far pensare – soprattutto negli epigoni – a una </hi><hi rend="CharOverride-1">sorta di determinismo rispetto alle conseguenze sull’uomo. È ricorrente </hi><hi rend="CharOverride-1">nei nostri autori il tema della sfasatura economica e sociale </hi><hi rend="CharOverride-1">fra la concreta individuazione delle possibili innovazioni tecnologiche e tecniche </hi><hi rend="CharOverride-1">e l’effettivo loro concretizzarsi storico nell’azione produttiva e </hi><hi rend="CharOverride-1">quindi la compresenza temporale di fasi tecnologiche e strutture tecniche </hi><hi rend="CharOverride-1">di diversa intensità e qualità nel lavoro (Touraine 1955, 173-7</hi><hi rend="CharOverride-1">5). E d’altro canto tutti e tre sono ben </hi><hi rend="CharOverride-1">consapevoli che tutte le innovazioni tecnologiche che abbiano conseguenze sulle </hi><hi rend="CharOverride-1">tecniche produttive, nella società industriale seguono una logica eminentemente produttivistica </hi><hi rend="CharOverride-1">e incrementale, vettoriale: «le combinazioni tecniche che si affermano poco </hi><hi rend="CharOverride-1">a poco sulle altre sono quelle che permettono un aumento </hi><hi rend="CharOverride-1">progressivo della produttività» (P. N. in Friedmann, Naville 1963, vol. </hi><hi rend="CharOverride-1">I, 524).</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Touraine, prima nel suo famoso lavoro sulla Renault e</hi><hi rend="CharOverride-1"> poi anche nei suoi contributi al </hi><hi rend="italic CharOverride-1">Traité</hi><hi rend="CharOverride-1">, affronta la </hi><hi rend="CharOverride-1">questione della transizione da un sistema all’altro, mostrandone concretamente </hi><hi rend="CharOverride-1">gli effetti e le dinamiche (A. T. in Friedmann, Naville </hi><hi rend="CharOverride-1">1963, vol. I, 568-96). La crisi del mestiere operaio e </hi><hi rend="CharOverride-1">il declino dell’apprendistato – cui anche Friedmann e Naville </hi><hi rend="CharOverride-1">dedicano dense pagine a proposito della formazione, dell’orientamento </hi><hi rend="CharOverride-1">e della qualificazione (Friedmann 1950a; Naville 1945; 1946; 1948; 1956)</hi><hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi><ref target="OP08885_int_online_chapter_147_903-912.html#footnote-000">2</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1"> – sono il segnale della crisi del tradizionale sistema professionale</hi><hi rend="CharOverride-1"> di identificazione nel lavoro industriale al momento in cui sopravviene,</hi><hi rend="CharOverride-1"> dominante, il sistema tecnico. Ne conseguono la marginalizzazione dell’operaio</hi><hi rend="CharOverride-1"> professionale di produzione, la scomposizione del lavoro («il lavoro in</hi><hi rend="CharOverride-1"> frantumi» di Friedmann del 1960) e l’emergere delle figure</hi><hi rend="CharOverride-1"> di operai comuni addetti a macchine specializzate e alla produzione</hi><hi rend="CharOverride-1"> seriale: dalla fase A della macchina universale polivalente alla fase</hi><hi rend="CharOverride-1"> B della macchina specializzata (Touraine 1955, 21-9, 57-112). </hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">L’automatismo</hi><hi rend="CharOverride-1"> e la sua estensione – la fase C (Touraine 1955,</hi><hi rend="CharOverride-1"> 29-35, 112-22) – però non sono solo una nuova tappa</hi><hi rend="CharOverride-1"> della meccanizzazione produttiva, ma qualcosa di ulteriore e di trasversale</hi><hi rend="CharOverride-1"> che, in quanto sistema, può prescindere parzialmente o in prospettiva</hi><hi rend="CharOverride-1"> totalmente dall’uomo. Questo fatto implica una dilatazione del concetto</hi><hi rend="CharOverride-1"> di macchina e del senso che attribuiamo ad essa. La</hi><hi rend="CharOverride-1"> generalizzazione ed estensione dei sistemi automatizzati non solo alla produzione</hi><hi rend="CharOverride-1"> ma anche ai servizi, «comporta profonde modificazioni nell’occupazione differenziale»</hi><hi rend="CharOverride-1"> tali da sostenere la crescente complessiva terziarizzazione della società e</hi><hi rend="CharOverride-1"> delle forme del lavoro. Dopo la «svalutazione del braccio umano»</hi><hi rend="CharOverride-1"> legata al macchinismo si assiste ad una crescente potenziale «svalutazione</hi><hi rend="CharOverride-1"> del cervello umano» legata all’automazione (P. N. in Friedmann,</hi><hi rend="CharOverride-1"> Naville 1963, vol. I, 532-34). </hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Le riflessioni sull’automazione</hi><hi rend="CharOverride-1"> di questi tre autori – pur fatte all’interno del</hi><hi rend="CharOverride-1"> pieno dispiegamento del modello taylor-fordista che poi entrerà in crisi</hi><hi rend="CharOverride-1"> nei decenni successivi e di cui il solo Touraine vedrà</hi><hi rend="CharOverride-1"> gli esiti – vertono anche sulle possibilità di autocontrollo e</hi><hi rend="CharOverride-1"> di potenziale adattamento dell’automatismo fra programmazione, pianificazione, produzione e</hi><hi rend="CharOverride-1"> gestione delle informazioni, argomenti che possono aprire ai nostri occhi</hi><hi rend="CharOverride-1"> retrospettivi scenari di intuizione sulla società postfordista. La cibernetica come</hi><hi rend="CharOverride-1"> governo dell’informazione non a caso sollecita presto l’interesse</hi><hi rend="CharOverride-1"> di Naville (P. N. in Friedmann, Naville 1963, vol. I,</hi><hi rend="CharOverride-1"> 535-36). Se in Friedmann poi prevarrà sempre più una</hi><hi rend="CharOverride-1"> visione pessimistica, in Touraine e ancor più in Naville l</hi><hi rend="CharOverride-1">’automazione (con l’operaio che si fa tecnico) aprirà prospettive</hi><hi rend="CharOverride-1"> nuove, spostando l’attenzione dalla mansione e dall’identità professionale</hi><hi rend="CharOverride-1"> alla funzione e al ruolo sociale nell’organizzazione d’impresa</hi><hi rend="CharOverride-1"> e recuperando una dimensione cooperativa collettiva nelle équipes di lavoro</hi><hi rend="CharOverride-1"> in una sorta di ricomposizione del lavoro (Naville 1963, 75-80).</hi><hi rend="CharOverride-1"> Se le macchine in quanto automatiche sono autonome dall’intervento</hi><hi rend="CharOverride-1"> diretto dell’uomo che diventa non più operatore ma regolatore</hi><hi rend="CharOverride-1"> del processo produttivo, allora forse si possono creare anche le</hi><hi rend="CharOverride-1"> condizioni per un possibile recupero di autonomia dell’uomo rispetto</hi><hi rend="CharOverride-1"> alle macchine (Rot e Vatin 2019, 362-64). Si dovrà attendere</hi><hi rend="CharOverride-1"> però la futura rivoluzione digitale, quando produttività, flessibilità e polivalenza</hi><hi rend="CharOverride-1"> potranno adattarsi reciprocamente nei modelli postfordisti. Allora davvero prenderà corpo</hi><hi rend="CharOverride-1"> l’intuizione di Touraine sul fatto che nel sistema tecnico</hi><hi rend="CharOverride-1"> l’antica autonomia professionale del lavoratore di mestiere non sarà</hi><hi rend="CharOverride-1"> più e si realizzerà invece un’autonomia funzionale tutta dentro</hi><hi rend="CharOverride-1"> l’integrazione «nell’organizzazione tecnica dell’impresa» (A. T. in</hi><hi rend="CharOverride-1"> Friedmann, Naville 1963, vol. I, 591).</hi></p><p rend="quotation_b" ><hi rend="CharOverride-1">Se ci spostiamo […] </hi><hi rend="CharOverride-1">all’ultima fase dell’evoluzione [fase C dell’automazione], constatiamo </hi><hi rend="CharOverride-1">che l’operaio non interviene più nella fabbricazione. Sorveglia, registra, </hi><hi rend="CharOverride-1">controlla. Il suo compito non è più definito dalla relazione </hi><hi rend="CharOverride-1">fra l’uomo e la materia, dagli utensili o dalle </hi><hi rend="CharOverride-1">macchine, ma dal ruolo nell’insieme della produzione. Nel </hi><hi rend="italic CharOverride-1">sistema </hi><hi rend="italic CharOverride-1">tecnico, l’aspetto professionale è riassorbito nella sua realtà sociale</hi><hi rend="CharOverride-1">.</hi><hi rend="CharOverride-1"> I ritmi e i caratteri del lavoro non sono più</hi><hi rend="CharOverride-1"> definiti dalla natura dei prodotti fabbricati, dalle macchine utilizzate o</hi><hi rend="CharOverride-1"> dal motore umano, ma dalle forme dell’organizzazione del lavoro.</hi><hi rend="CharOverride-1"> La qualità dell’operaio di fabbricazione non è ormai altro</hi><hi rend="CharOverride-1"> che la sua capacità di integrarsi nel gruppo sociale e</hi><hi rend="CharOverride-1"> si definisce come responsabilità. […] L’operaio supervisore può essere</hi><hi rend="CharOverride-1"> rinchiuso nelle sue mansioni semplici, che non presuppongono alcuna comprensione</hi><hi rend="CharOverride-1"> dei problemi tecnici della produzione; al contrario può essere associato</hi><hi rend="CharOverride-1"> ai tecnici, istruito, guidato da essi; può adempiere meccanicamente al</hi><hi rend="CharOverride-1"> suo compito o inversamente dar prova di iniziativa e anticipare</hi><hi rend="CharOverride-1"> addirittura i tecnici nella via dell’innovazione. Queste diverse possibilità</hi><hi rend="CharOverride-1"> sono legate alla psicologia delle diverse categorie professionali, vale a</hi><hi rend="CharOverride-1"> dire allo stato delle relazioni umane e delle relazioni industriali,</hi><hi rend="CharOverride-1"> dunque a fattori sociali. Senza paradosso, si può dire che</hi><hi rend="CharOverride-1"> </hi><hi rend="italic CharOverride-1">il nuovo sistema di lavoro, poiché è tecnico, è interamente</hi><hi rend="italic CharOverride-1"> sociale</hi><hi rend="CharOverride-1">. Il lavoro possiede, per i lavoratori, un senso, </hi><hi rend="CharOverride-1">un valore che dipendono interamente dalle sue condizioni sociali, situazione </hi><hi rend="CharOverride-1">che è opposta a quella del sistema professionale di lavoro. </hi><hi rend="CharOverride-1">[Lo studio delle officine Renault mostra] che </hi><hi rend="italic CharOverride-1">l’affermazione dell’</hi><hi rend="italic CharOverride-1">ambiente tecnico, lungi dal rappresentare il dominio dei fatti tecnici </hi><hi rend="italic CharOverride-1">e la loro autonomia, almeno parziale, rispetto alle condizioni sociali </hi><hi rend="italic CharOverride-1">del lavoro, sopprime questa autonomia, che caratterizzava al contrario il </hi><hi rend="italic CharOverride-1">sistema professionale del lavoro, e sottomette completamente il significato del </hi><hi rend="italic CharOverride-1">lavoro alle sue condizioni sociali</hi><hi rend="CharOverride-1"> (Touraine 1955, 176-77, 181; corsivi nel testo originale; traduzione mia).</hi></p><p rend="h2" ><hi>Riferimenti bibliografici</hi></p><p rend="bib_indx_bib" ><hi rend="CharOverride-1">Blum, Françoise, dir. par. 2007. </hi><hi rend="italic CharOverride-1">Les vies de Pierre Naville</hi><hi rend="CharOverride-1">. 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Paris: </hi><hi rend="CharOverride-1">Éditions Anthropos.</hi></p><p rend="bib_indx_bib" ><hi rend="CharOverride-1">Ribeill, Georges. 1999. “Approches critiques du travail industriel </hi><hi rend="CharOverride-1">entre les deux guerres: la place de Georges Friedmann.” </hi><hi rend="italic CharOverride-1">Sociologie du travail</hi><hi rend="CharOverride-1"> 41, 1: 23-39. </hi><ref target="0"><hi rend="CharOverride-1">https://doi.org/10.4000/sdt.37360</hi></ref><hi rend="CharOverride-1"> </hi></p><p rend="bib_indx_bib" ><hi rend="CharOverride-1">Rot Gwenaële, et François Vatin. 2004.</hi><hi rend="CharOverride-1"> “Les avatars du ‘travail à la chaîne’ dans l’</hi><hi rend="CharOverride-1">œuvre de Georges Friedmann (1931-1966).” </hi><hi rend="italic CharOverride-1">Genèses</hi><hi rend="CharOverride-1"> 57: 23-40.</hi></p><p rend="bib_indx_bib" ><hi rend="CharOverride-1">Rot, Gwenaële, </hi><hi rend="CharOverride-1">e François Vatin. 2019. “La sociologie française et le travail</hi><hi rend="CharOverride-1"> ouvrier: pourquoi l’enquête, sur quoi l’enquête?” In </hi><hi rend="italic CharOverride-1">Les enquêtes ouvrières dans l’Europe contemporaine</hi><hi rend="CharOverride-1">, </hi><hi rend="CharOverride-1">dir. par Éric Gerkeens, Nicolas Hatzfeld, Isabelle Lespinet-Moret, et Xavier </hi><hi rend="CharOverride-1">Vigna, 349-67. 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Milano: FrancoAngeli (ed. orig.: 1984).</hi></p><p rend="bib_indx_bib" ><hi rend="CharOverride-1">Vatin, François. 2004. </hi><hi rend="CharOverride-1">“Machinisme, marxisme, humanisme: Georges Friedmann avant et après-guerre.” </hi><hi rend="italic CharOverride-1">Sociologie du travail</hi><hi rend="CharOverride-1"> </hi><hi rend="CharOverride-1">46, 2: 205-23.</hi></p><list type="ordered">
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-2"><ref target="OP08885_int_online_chapter_147_903-912.html#footnote-001-backlink">1</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	Temi che faranno di Friedmann una figura</hi><hi rend="CharOverride-1"> importante nella rivista di storia economica e sociale </hi><hi rend="italic CharOverride-1">Annales</hi><hi rend="CharOverride-1">, </hi><hi rend="CharOverride-1">della cui redazione e poi direzione farà parte dal 1939 </hi><hi rend="CharOverride-1">fino alla morte nel 1977, in stretto rapporto prima con </hi><hi rend="CharOverride-1">Lucien Febvre (1878-1956) e poi con Fernand Braudel (1902-1985).</hi></p></item>
				</list><list type="ordered">
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-2"><ref target="OP08885_int_online_chapter_147_903-912.html#footnote-000-backlink">2</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	Su questi aspetti: Dadoy 1987; Guedj 2007, 40-9.</hi></p></item>
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