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        <title type="main" level="a">Ralf Dahrendorf. Società dell’attività, lavoro e chances di vita</title>
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            <surname>Leonardi</surname>
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          <resp>This is a section of <title>Idee di lavoro e di ozio per la nostra civiltà</title>(DOI: <idno type="DOI">10.36253/979-12-215-0319-7</idno>) by </resp>
          <name>Giovanni Mari, Francesco Ammannati, Brogi Stefano, Tiziana Faitini, Arianna Fermani, Francesco Seghezzi, Annalisa Tonarelli</name>
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        <publisher>Firenze University Press</publisher>
        <pubPlace>Florence</pubPlace>
        <date when="2024">2024</date>
        <idno type="DOI">https://doi.org/10.36253/979-12-215-0319-7.113</idno>
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        <p>Ralf Dahrendorf analyses in an original way the relationship between labour and active freedom within the theoretical frame of life chances. He starts from the observation that the new challenge for today's societies is how to guarantee an existential basis for people without a stable employment, since social citizenship is still rooted in the assumptions of the labour society that has lost centrality. The problem of an unequal distribution of work opportunities is evident. The result is the "decline in life chances for many". He argues that the answer can be found in the construction of a society of activity, in which work for the market is no longer pervasive of every sphere of life but leaves room for the multiple expressions of agency. The society of activity is thus configured as the structural context in which it is possible to reactivate the forms of cooperative conflict that allow the expansion of life chances.</p>
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            <item>life chances</item>
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      <p>It is available online at https://doi.org/10.36253/979-12-215-0319-7.113<ref target="https://doi.org/10.36253/979-12-215-0319-7.113" /></p>
      
      <p rend="h1_chapter">Ralf Dahrendorf. Società dell’attività, lavoro <lb/>e <hi rend="italic">chances</hi> di vita </p><p rend="h1_author ParaOverride-1" ><hi rend="CharOverride-1">Laura Leonardi</hi></p><p rend="h2" ><hi>1. Le idee di lavoro attraverso l’esperienza </hi><hi>di vita</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Ralf Dahrendorf (Amburgo 1929-Colonia 2009) fin dalla </hi><hi rend="CharOverride-1">nascita ha vissuto immerso in un ambiente in cui circolavano </hi><hi rend="CharOverride-1">le idee sul lavoro: «La mia famiglia era rigorosamente inserita</hi><hi rend="CharOverride-1"> nella tradizione del movimento operaio: si trattava quasi di un</hi><hi rend="CharOverride-1"> elemento della nostra vita quotidiana» (Dahrendorf 1984, 31). Era </hi><hi rend="CharOverride-1">figlio di un sindacalista e deputato socialdemocratico il quale, arrestato </hi><hi rend="CharOverride-1">nel 1933, una volta rilasciato contribuì clandestinamente a organizzare la</hi><hi rend="CharOverride-1"> resistenza anti-nazista. Nel 1944 anche Ralf fu arrestato per</hi><hi rend="CharOverride-1"> la sua partecipazione ad un movimento studentesco contro il regime</hi><hi rend="CharOverride-1"> nazista e fu imprigionato nel Lager di Schwetig, esperienza</hi><hi rend="CharOverride-1"> che orientò la sua ricerca intellettuale verso la ricerca della</hi><hi rend="CharOverride-1"> libertà (Dahrendorf 2004, 73). Le premesse delle sue idee </hi><hi rend="CharOverride-1">relative al lavoro erano già nella sua tesi di laurea </hi><hi rend="CharOverride-1">sul concetto di ‘giusto’ in Karl Marx (1951) e</hi><hi rend="CharOverride-1"> nella sua tesi di dottorato sulla condizione operaia in Inghilterra</hi><hi rend="CharOverride-1"> alla LSE in cui, sotto la supervisione di T. </hi><hi rend="CharOverride-1">H. Marshall affrontò la questione del rapporto tra lavoro e </hi><hi rend="CharOverride-1">cittadinanza sociale. Nel 1954 diventò assistente presso l’Istituto </hi><hi rend="CharOverride-1">di Scienze Sociali di Francoforte, da cui si licenziò</hi><hi rend="CharOverride-1"> dopo un anno, deluso dall’atteggiamento di chiusura che </hi><hi rend="CharOverride-1">vi regnava, e in cui non si dava spazio ai </hi><hi rend="CharOverride-1">temi del conflitto e delle classi sociali. In quel periodo</hi><hi rend="CharOverride-1"> sviluppò il suo interesse per il lavoro frequentando il </hi><hi rend="CharOverride-1">gruppo informale dei cosiddetti «sociologi industriali», nato per iniziativa di </hi><hi rend="CharOverride-1">Ludwig von Friedeburg, dell’Istituto di Francoforte, cui partecipavano Manfred</hi><hi rend="CharOverride-1"> Teschner, dello stesso istituto, e altri giovani studiosi, tra </hi><hi rend="CharOverride-1">i quali Heinrich Popitz, Hans Paul Bahrdt, Burkhart Lutz, </hi><hi rend="CharOverride-1">Rainer Lepsius e, seppure raramente, Jürgen Habermas. Dahrendorf non si</hi><hi rend="CharOverride-1"> limitava ad analizzare i mutamenti nel lavoro e le sue</hi><hi rend="CharOverride-1"> forme ma anche i fattori di disuguaglianza e di conflitto</hi><hi rend="CharOverride-1"> che vi si collegavano, seguendo la tradizione inglese. Nel </hi><hi rend="CharOverride-1">1958 fu chiamato alla cattedra di sociologia presso l’</hi><hi rend="italic CharOverride-1">Akademie </hi><hi rend="italic CharOverride-1">für Gemeinwirtschaft</hi><hi rend="CharOverride-1"> di Amburgo e poi, nel 1960, a Tubinga. </hi><hi rend="CharOverride-1">Continuò ad impegnarsi anche in ambito politico e come pubblicista. </hi><hi rend="CharOverride-1">Non ci si sofferma qui sulle alterne vicende del suo </hi><hi rend="CharOverride-1">impegno politico in Germania, che lo vide per un periodo</hi><hi rend="CharOverride-1"> anche nelle file del FPD, e Commissario europeo.</hi><hi rend="CharOverride-1" > </hi><hi rend="CharOverride-1">Proseguì la sua vita accademica e politica in Inghilterra, dove </hi><hi rend="CharOverride-1">si trasferì nel 1971 come direttore della </hi><hi rend="italic CharOverride-1">LSE</hi><hi rend="CharOverride-1">, svolgendo </hi><hi rend="CharOverride-1">varie attività in veste di accademico e intellettuale pubblico, </hi><hi rend="CharOverride-1">fino ad entrare come indipendente nella Camera dei Lord nel</hi><hi rend="CharOverride-1"> 1993. </hi></p><p rend="h2" ><hi>2. Il lavoro tra libertà e necessità </hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Già nella</hi><hi rend="CharOverride-1"> sua tesi di laurea, Dahrendorf (1971, 166) attribuì un’importanza</hi><hi rend="CharOverride-1"> centrale al concetto di lavoro e al pensiero sulla libertà</hi><hi rend="CharOverride-1"> elaborati da Karl Marx. Le relazioni di lavoro venivano </hi><hi rend="CharOverride-1">indagate in quanto relazioni di potere, ambito in cui si </hi><hi rend="CharOverride-1">strutturano le classi sociali e i compromessi istituzionali che permettono </hi><hi rend="CharOverride-1">di regolare il conflitto. Quest’ultimo è argomento stimolante per</hi><hi rend="CharOverride-1"> Dahrendorf, interessato alle tendenze all’istituzionalizzazione del conflitto sociale, che</hi><hi rend="CharOverride-1"> permette il cambiamento senza ricorso alla violenza. Egli, però,</hi><hi rend="CharOverride-1"> critica l’idea marxiana che il regno della libertà inizi</hi><hi rend="CharOverride-1"> là dove cessa il lavoro determinato dalla necessità e dalla</hi><hi rend="CharOverride-1"> finalità esterna, quindi oltre la sfera della produzione materiale </hi><hi rend="CharOverride-1">(Dahrendorf 1988). Formulata in modo deterministico e statico, </hi><hi rend="CharOverride-1">a parere di Dahrendorf, questa tesi porta a pensare alla </hi><hi rend="CharOverride-1">libertà come liberazione dal lavoro. Egli vi intravede due diversi </hi><hi rend="CharOverride-1">modi d’intendere il rapporto tra libertà e necessità che </hi><hi rend="CharOverride-1">ha conseguenze sull’idea di lavoro: a) la libertà nella</hi><hi rend="CharOverride-1"> necessità non è perseguibile e la sua regolazione non pone</hi><hi rend="CharOverride-1"> il problema di lasciare spazio alle scelte personali; b) </hi><hi rend="CharOverride-1">la libertà entra a strutturare la necessità. Dahrendorf ritiene che </hi><hi rend="CharOverride-1">necessità e libertà non possano essere relegate in dimensioni separate </hi><hi rend="CharOverride-1">della vita sociale, come nella teoria marxiana, in quanto è </hi><hi rend="CharOverride-1">una «distinzione che attraversa la vita di tutti» (Dahrendorf 1988,</hi><hi rend="CharOverride-1"> 174-75), in modo orizzontale alle varie sfere dell’attività </hi><hi rend="CharOverride-1">umana, ivi compresa quella lavorativa. Questo significa che gli attori </hi><hi rend="CharOverride-1">sociali hanno titolo a ricercare la realizzazione della libertà anche </hi><hi rend="CharOverride-1">in ambiti in cui i vincoli strutturali sono molto forti </hi><hi rend="CharOverride-1">e sembrano immodificabili. Per chiarire meglio quali siano le coordinate </hi><hi rend="CharOverride-1">teoriche del discorso di Dahrendorf: egli respinge un’idea di</hi><hi rend="CharOverride-1"> separazione netta tra lavoro e ozio, tra lavoro e attività;</hi><hi rend="CharOverride-1"> se per Aristotele attività e lavoro sono segni distintivi di</hi><hi rend="CharOverride-1"> classi sociali diverse, per Marx sono piani diversi della vita</hi><hi rend="CharOverride-1"> e della struttura sociale; tutt’al più, egli ipotizza che</hi><hi rend="CharOverride-1"> si possa regolare socialmente il lavoro per lasciare spazio all</hi><hi rend="CharOverride-1">’attività umana nel tempo libero dal lavoro. La concezione di</hi><hi rend="CharOverride-1"> società sottostante a questa tesi riconduce il lavoro a ruoli</hi><hi rend="CharOverride-1"> definiti, conferendo loro un significato determinante per la vita sociale.</hi><hi rend="CharOverride-1"> </hi></p><p rend="quotation_b" ><hi rend="CharOverride-1">La società del lavoro è un’organizzazione in cui tutte</hi><hi rend="CharOverride-1"> le altre dimensioni della vita sono più o meno direttamente</hi><hi rend="CharOverride-1"> in relazione con l’attività retribuita: l’istruzione è preparazione</hi><hi rend="CharOverride-1"> alla professione, il tempo libero è ristoro per un nuovo</hi><hi rend="CharOverride-1"> lavoro, la pensione è il ben meritato compenso per una</hi><hi rend="CharOverride-1"> vita di lavoro salariato (Dahrendorf 1988, 163)</hi><hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi><ref target="OP08885_int_online_chapter_158_975-983.html#footnote-002">1</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">. </hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Per </hi><hi rend="CharOverride-1">lo stesso motivo non condivide l’idea arendtiana di divisione </hi><hi rend="CharOverride-1">tra sfere dell’attività umana (Arendt 1987). Lo slittamento verso</hi><hi rend="CharOverride-1"> la </hi><hi rend="italic CharOverride-1">vita activa</hi><hi rend="CharOverride-1">, in cui l’azione, che è </hi><hi rend="CharOverride-1">sempre politica, diviene pervasiva della vita dei cittadini, rendendo marginali </hi><hi rend="CharOverride-1">il lavoro e l’opera, non gli sembra empiricamente fondata </hi><hi rend="CharOverride-1">e non si allontana dall’idea che la libertà si </hi><hi rend="CharOverride-1">realizzi nella liberazione dal lavoro, come nella visione marxiana. </hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Egli </hi><hi rend="CharOverride-1">non trova una risposta soddisfacente neanche nella tesi di Ulrich</hi><hi rend="CharOverride-1"> Beck (2000), per il quale la mancanza di lavoro </hi><hi rend="CharOverride-1">retribuito si traduce in una ricchezza di disponibilità di tempo </hi><hi rend="CharOverride-1">in cui il lavoro civico prende il posto del lavoro </hi><hi rend="CharOverride-1">salariato, sia come principio organizzatore della società sia come fonte</hi><hi rend="CharOverride-1"> di identità. Una prospettiva diversa e più intrigante per Dahrendorf</hi><hi rend="CharOverride-1"> è offerta da R. Heilbroner (1985). Egli prospetta la </hi><hi rend="CharOverride-1">possibilità di assetti sociali in cui il contratto di mercato </hi><hi rend="CharOverride-1">su cui si basa il lavoro salariato diventi meno invasivo/pervasivo </hi><hi rend="CharOverride-1">della vita. Questa tendenza potrebbe restituire multidimensionalità al processo vitale, </hi><hi rend="CharOverride-1">che di fatto connette continuamente differenti sfere di attività e </hi><hi rend="CharOverride-1">solo nella società del lavoro è strutturato come se fosse </hi><hi rend="CharOverride-1">unidimensionale. Questa liberazione della vita dalla regolazione di mercato i</hi><hi rend="CharOverride-1">mplicherebbe anche un passaggio nella sfera del lavoro «da forma </hi><hi rend="CharOverride-1">di subordinazione sociale a responsabilità sociale emancipatrice» (Dahrendorf 2003, 66)</hi><hi rend="CharOverride-1">. Una responsabilità sociale non caricata sull’individuo – come</hi><hi rend="CharOverride-1"> nel paradigma neoliberale – ma sostenuta collettivamente. Insomma, </hi><hi rend="CharOverride-1">seguendo questo ragionamento, ciò consentirebbe un effettivo slittamento dal paradigma</hi><hi rend="CharOverride-1"> della società del lavoro alla società dell’attività.</hi></p><p rend="h3" ><hi>2.1 Lavoro</hi><hi> e </hi><hi rend="italic">chances</hi><hi> di vita</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Per capire meglio il nesso che </hi><hi rend="CharOverride-1">Dahrendorf stabilisce tra lavoro e libertà va richiamato il quadro </hi><hi rend="CharOverride-1">teorico di riferimento imperniato sulle chances di vita. La riformulazione</hi><hi rend="CharOverride-1"> del concetto weberiano di chances di vita da parte di</hi><hi rend="CharOverride-1"> Dahrendorf mira a contestare la visione neo-liberale del valore della</hi><hi rend="CharOverride-1"> scelta in un’accezione quantitativa e sganciata dal senso, in</hi><hi rend="CharOverride-1"> una versione economicista (Kühne e Leonardi 2020). La libertà attiva </hi><hi rend="CharOverride-1">ne è il concetto chiave, definita in contrapposizione alle definizioni</hi><hi rend="CharOverride-1"> ‘passive’ concepite nella ‘prima’ modernità. La concezione </hi><hi rend="CharOverride-1">negativa della libertà (Berlin 1989) come ‘assenza di costrizioni’</hi><hi rend="CharOverride-1">, cui si riferisce il liberalismo classico, non prende in </hi><hi rend="CharOverride-1">considerazione i risultati che ciascuno può ottenere nel momento in </hi><hi rend="CharOverride-1">cui è inserito in un contesto sociale e istituzionale dato, </hi><hi rend="CharOverride-1">in base al modello di distribuzione/redistribuzione delle risorse, non solo </hi><hi rend="CharOverride-1">materiali ma anche di ordine simbolico e normativo, che lo </hi><hi rend="CharOverride-1">contraddistingue. La libertà positiva, intesa come possibilità di autorealizzazione, prevede </hi><hi rend="CharOverride-1">invece che vengano rimossi gli ostacoli all’ottenimento delle libertà </hi><hi rend="CharOverride-1">individuali creati da un’ineguale redistribuzione delle risorse: il riferimento </hi><hi rend="CharOverride-1">è ancora l’individuo astratto, che esprime comunque bisogni standardizzati </hi><hi rend="CharOverride-1">e persegue obiettivi generalizzabili. La libertà attiva, invece, si riferisce</hi><hi rend="CharOverride-1"> alla persona concreta, ha una dimensione processuale e dinamica </hi><hi rend="CharOverride-1">di tipo espansivo soggetta a continuo cambiamento (Dahrendorf 1981, </hi><hi rend="CharOverride-1">51). </hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Dahrendorf, in quanto sociologo, ha reso operativo il concetto</hi><hi rend="CharOverride-1"> di libertà attiva sul piano empirico attraverso il concetto </hi><hi rend="CharOverride-1">di chances di vita, che coglie l’effettiva capacità di </hi><hi rend="italic CharOverride-1">agency </hi><hi rend="CharOverride-1">riferita ai soggetti individuali. A partire da questa idea</hi><hi rend="CharOverride-1"> di libertà attiva propone una riformulazione del concetto di cittadinanza</hi><hi rend="CharOverride-1"> sociale di Marshall. La domanda di fondo è la seguente</hi><hi rend="CharOverride-1">: che fine ha fatto il principio di demercificazione del </hi><hi rend="CharOverride-1">cittadino contenuto nello sviluppo della politica sociale caratterizzante il welfare </hi><hi rend="CharOverride-1">state keynesiano? Come invertire la tendenza, ormai prevalente, a </hi><hi rend="CharOverride-1">rimercificare i diritti di cittadinanza fatti dipendere dal lavoro per</hi><hi rend="CharOverride-1"> il mercato? La tesi di Dahrendorf è che questo possa</hi><hi rend="CharOverride-1"> avvenire parallelamente alla costruzione di una società dell’attività, in</hi><hi rend="CharOverride-1"> cui il lavoro per il mercato sia considerato in </hi><hi rend="CharOverride-1">relazione alle altre componenti delle chances di vita.</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Le chances di</hi><hi rend="CharOverride-1"> vita sono strutturate socialmente, si riferiscono alle reali opzioni </hi><hi rend="CharOverride-1">tra cui una persona può scegliere, in base agli </hi><hi rend="italic CharOverride-1">entitlements</hi><hi rend="CharOverride-1"> </hi><hi rend="CharOverride-1">cui ha titolo ad accedere – per esempio, quelli che </hi><hi rend="CharOverride-1">riguardano appunto il lavoro, oltre alla salute, la protezione sociale, </hi><hi rend="CharOverride-1">ma anche la partecipazione civica e politica – e in </hi><hi rend="CharOverride-1">relazione ai beni che si possono legittimamente ottenere attraverso i</hi><hi rend="CharOverride-1"> canali istituzionali legali. Allo stesso tempo hanno natura sociale: l</hi><hi rend="CharOverride-1">’individuo è collocato all’interno di «legature»</hi><hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi><ref target="OP08885_int_online_chapter_158_975-983.html#footnote-001">2</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">: «</hi><hi rend="CharOverride-1">legami densi di connotazioni emozionali» (Dahrendorf 1981, 42) che </hi><hi rend="CharOverride-1">si configurano come relazioni sociali che danno significato, senso e</hi><hi rend="CharOverride-1"> ancoraggio all’appartenenza soggettiva. Le opzioni, quindi, si riferiscono</hi><hi rend="CharOverride-1"> all’orizzonte dell’agire, sono decisioni aperte al futuro, mentre</hi><hi rend="CharOverride-1"> le «legature» in quanto relazioni sociali costituiscono i fondamenti</hi><hi rend="CharOverride-1"> dell’agire. La tensione costante tra le componenti delle chances</hi><hi rend="CharOverride-1"> di vita, che è collegata al rapporto tra sfera</hi><hi rend="CharOverride-1"> economica e sfera politico-culturale, investe anche il lavoro trasforman</hi><hi rend="CharOverride-1">done natura e significati. Chances di vita è strumento </hi><hi rend="CharOverride-1">per leggere le nuove diseguaglianze nelle società della modernità globalizzata, </hi><hi rend="CharOverride-1">in cui la dimensione verticale della disuguaglianza fra strati e </hi><hi rend="CharOverride-1">classi si interseca con la dimensione orizzontale della disparità fra </hi><hi rend="CharOverride-1">ambiti di vita, generate in parte dalle logiche che improntano</hi><hi rend="CharOverride-1"> le politiche sociali. Queste ultime, per esempio, nel contesto </hi><hi rend="CharOverride-1">della politica neoliberale, tendono a separare il lavoro dalla dimensione </hi><hi rend="CharOverride-1">del senso, imponendo l’occupazione come una misura coercitiva, oppure</hi><hi rend="CharOverride-1"> una flessibilità che indebolisce reciprocità e fiducia. Nel presente, le</hi><hi rend="CharOverride-1"> chances di vita – e con esse il lavoro – spesso</hi><hi rend="CharOverride-1"> vengono schiacciate sulla dimensione economica della disuguaglianza, mentre è </hi><hi rend="CharOverride-1">la mancanza di </hi><hi rend="italic CharOverride-1">entitlements</hi><hi rend="CharOverride-1"> e l’erosione di legature l’</hi><hi rend="CharOverride-1">elemento più problematico (Dahrendorf 1981, 274). Di conseguenza, le politiche</hi><hi rend="CharOverride-1"> neoliberali contribuiscono a strutturare il lavoro come mera attività </hi><hi rend="CharOverride-1">per il mercato, non come </hi><hi rend="italic CharOverride-1">entitlement</hi><hi rend="CharOverride-1"> fondamentale per ampliare le </hi><hi rend="CharOverride-1">chances di vita, privando di fatto le persone della libertà </hi><hi rend="CharOverride-1">di </hi><hi rend="italic CharOverride-1">agency </hi><hi rend="CharOverride-1">e separandolo dalle altre attività umane.</hi></p><p rend="h3" ><hi>2.2 Dalla </hi><hi>società del lavoro alla società dell’attività</hi></p><p rend="quotations_quotation_b3" ><hi rend="CharOverride-1">Noi possiamo organizzare la</hi><hi rend="CharOverride-1"> nostra vita secondo i principi del lavoro e della </hi><hi rend="CharOverride-1">società del lavoro, come pure possiamo organizzare la nostra vita</hi><hi rend="CharOverride-1"> secondo i principi della libertà attiva e della società dell</hi><hi rend="CharOverride-1">’attività. I secoli del moderno sono stati un tempo in</hi><hi rend="CharOverride-1"> cui hanno dominato i principi della società del lavoro […]</hi><hi rend="CharOverride-1"> Non può essere che sia il principio delle libere attività</hi><hi rend="CharOverride-1"> a diventare la forza trainante di un altro mondo?</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Dahrendorf </hi><hi rend="CharOverride-1">ne vedeva le tracce nei nuovi «stili di vita alternativi» </hi><hi rend="CharOverride-1">dei giovani, nella ricerca di una «nuova unità tra lavoro </hi><hi rend="CharOverride-1">e vita» in un unico processo di attività dotato di</hi><hi rend="CharOverride-1"> senso (Dahrendorf 1988, 172). La nuova sfida per le società</hi><hi rend="CharOverride-1"> attuali – scriveva Dahrendorf negli anni Ottanta del Novecento –</hi><hi rend="CharOverride-1"> è come garantire una base esistenziale per le persone che</hi><hi rend="CharOverride-1"> non si fondi su un’attività lavorativa stabile, perché il</hi><hi rend="CharOverride-1"> contratto sociale è ancora regolato sui presupposti contributivi e fiscali</hi><hi rend="CharOverride-1"> della società del lavoro che ha perso centralità. Il </hi><hi rend="CharOverride-1">problema della disuguaglianza della ripartizione e delle opportunità di lavoro</hi><hi rend="CharOverride-1"> sono evidenti. Il risultato di queste trasformazioni è il «declino</hi><hi rend="CharOverride-1"> nelle chances di vita per molti» (Dahrendorf 1988, 154</hi><hi rend="CharOverride-1">-55). La riflessione sulla relazione tra lavoro e libertà si</hi><hi rend="CharOverride-1"> snoda attraverso alcuni temi e collega tre aspetti fondamentali: a)</hi><hi rend="CharOverride-1"> il lavoro nella società del sapere; b) il capitale senza</hi><hi rend="CharOverride-1"> lavoro; c) il lavoro come controllo sociale.</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Dahrendorf parte dalla </hi><hi rend="CharOverride-1">constatazione che nella società del sapere il capitale può fare</hi><hi rend="CharOverride-1"> a meno del lavoro. L’idea che capitale e </hi><hi rend="CharOverride-1">lavoro siano connessi in modo indissolubile è trasversale alle teorie </hi><hi rend="CharOverride-1">del capitalismo: anzi, c’è una tendenza, nelle teorie classiche, </hi><hi rend="CharOverride-1">a considerare improduttivo il lavoro che, pur avendo un’utilità </hi><hi rend="CharOverride-1">sociale, non è basato sul capitale. Tuttavia, fa notare Dahrendorf,</hi><hi rend="CharOverride-1"> nell’economia </hi><hi rend="italic CharOverride-1">high tech</hi><hi rend="CharOverride-1"> – caratterizzata non soltanto dal sapere</hi><hi rend="CharOverride-1"> tecnologico ma anche da altre tendenze strutturali, come la finanziarizzazione</hi><hi rend="CharOverride-1"> dell’economia – si verifica il contrario: il capitale </hi><hi rend="CharOverride-1">può fare a meno del lavoro e la piena occupazione</hi><hi rend="CharOverride-1"> perde importanza, a fronte del fatto che molte persone attive</hi><hi rend="CharOverride-1"> non lavorano ma non si possono definire disoccupate in senso</hi><hi rend="CharOverride-1"> tradizionale. Inoltre, le classi dominanti originate dalle relazioni di mercato</hi><hi rend="CharOverride-1"> e di potere della società del sapere hanno bisogno </hi><hi rend="CharOverride-1">di servizi alla persona ad alta intensità di manodopera, che </hi><hi rend="CharOverride-1">possono essere svolti dalle persone stesse che fruiscono del servizio, </hi><hi rend="CharOverride-1">come, per esempio, produrre pasti, guidare, fare bricolage, eccetera. Si </hi><hi rend="CharOverride-1">tratta, a ben guardare, di lavoro che può fare a </hi><hi rend="CharOverride-1">meno del capitale. Così, al paradigma della società del sapere </hi><hi rend="CharOverride-1">si sovrappone quello della società dei servizi, ma prevale comunque </hi><hi rend="CharOverride-1">una concezione dominante che considera i soli lavori </hi><hi rend="italic CharOverride-1">high tech</hi><hi rend="CharOverride-1"> </hi><hi rend="CharOverride-1">indispensabili allo sviluppo dell’economia, mentre il lavoro senza capitale, </hi><hi rend="CharOverride-1">che è possibile ed è diffuso, non è ritenuto indispensabile </hi><hi rend="CharOverride-1">né gli si attribuisce valore. Inoltre, anche il potenziale emancipatorio, </hi><hi rend="CharOverride-1">di conquista di autonomia e indipendenza da parte di chi </hi><hi rend="CharOverride-1">lavora, che potrebbe derivare dalla diffusione della conoscenza, non trova </hi><hi rend="CharOverride-1">modo di dispiegarsi: la società del sapere, di per sé, </hi><hi rend="CharOverride-1">non è un ostacolo alla proliferazione di forme di lavoro </hi><hi rend="CharOverride-1">che riflettono relazioni di dipendenza e di costrizione non lontane </hi><hi rend="CharOverride-1">da quelle del taylor-fordismo. Venendo al terzo aspetto, il </hi><hi rend="CharOverride-1">lavoro salariato ha perso la sua funzione principale di fonte </hi><hi rend="CharOverride-1">di reddito e di identità sociale ma ha aumentato la</hi><hi rend="CharOverride-1"> sua funzione di strumento di controllo sociale. Si verifica uno</hi><hi rend="CharOverride-1"> sbilanciamento delle relazioni di potere nelle relazioni di lavoro ch</hi><hi rend="CharOverride-1">e minano gli spazi potenziali per la libertà individuale e </hi><hi rend="CharOverride-1">sociale; ne è un esempio la diffusione del principio della </hi><hi rend="CharOverride-1">subordinazione dell’accesso ai diritti di cittadinanza all’assunzione di</hi><hi rend="CharOverride-1"> responsabilità: </hi></p><p rend="quotation_b" ><hi rend="CharOverride-1">Perciò </hi><hi rend="italic CharOverride-1">è</hi><hi rend="CharOverride-1"> così distruttiva per la libertà una </hi><hi rend="CharOverride-1">politica che proclami che i disoccupati non devono ricevere un </hi><hi rend="CharOverride-1">sussidio se non cercano attivamente lavoro o, peggio, che anche </hi><hi rend="CharOverride-1">i disabili e le ragazze madri non possono pretendere un </hi><hi rend="CharOverride-1">aiuto dallo Stato se non lavorano (Dahrendorf 2003, 62). </hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Nella</hi><hi rend="CharOverride-1"> società del sapere le politiche del lavoro vanno nella direzione</hi><hi rend="CharOverride-1"> opposta a quella che in teoria sarebbe possibile realizzare con</hi><hi rend="CharOverride-1"> la rivoluzione cognitiva e tecnologica: separano il lavoro dalla </hi><hi rend="CharOverride-1">dimensione del senso, peraltro mostrando scarsa efficacia nel combattere il </hi><hi rend="CharOverride-1">fenomeno della disoccupazione. Dahrendorf contrappone alle tesi mainstream la sua </hi><hi rend="CharOverride-1">idea originaria: la strada per portare la libertà nel lavoro</hi><hi rend="CharOverride-1"> è la rivalutazione dell’autonomia personale, ma ciò richiede </hi><hi rend="CharOverride-1">agli attori della società civile di reinventare la regolazione sociale, </hi><hi rend="CharOverride-1">non soltanto limitatamente alla sfera del lavoro ma modificando l’</hi><hi rend="CharOverride-1">impianto complessivo dell’organizzazione sociale della vita. Per questo motivo </hi><hi rend="CharOverride-1">è particolarmente critico nei confronti delle politiche </hi><hi rend="italic CharOverride-1">supply-side </hi><hi rend="CharOverride-1">e,</hi><hi rend="CharOverride-1"> in particolare, della flessibilità. La conseguenza della deregolazione del</hi><hi rend="CharOverride-1"> mercato del lavoro e dell’allentamento dell’azione pubblica,</hi><hi rend="CharOverride-1"> a suo parere, è l’erosione di quelle basi sociali</hi><hi rend="CharOverride-1"> – come, ad esempio, la fiducia, la reciprocità e il</hi><hi rend="CharOverride-1"> mutuo riconoscimento – il cui indebolimento, a lungo andare, mina</hi><hi rend="CharOverride-1"> anche lo stesso sviluppo economico. Con la politica della </hi><hi rend="CharOverride-1">flessibilità, basata sul farsi carico individualmente dei rischi lavorativi o </hi><hi rend="CharOverride-1">sociali, lo sradicamento delle persone è stato assunto come un </hi><hi rend="CharOverride-1">fattore di efficienza e competitività</hi><hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi><ref target="OP08885_int_online_chapter_158_975-983.html#footnote-000">3</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">. Tutto ciò produce: «</hi><hi rend="CharOverride-1">la distruzione di caratteristiche rilevanti della vita comunitaria e, per </hi><hi rend="CharOverride-1">molti, un senso crescente di insicurezza personale» (Dahrendorf 2009, 39)</hi><hi rend="CharOverride-1">. Non si tratta, a suo parere, di tendenze inevitabili, </hi><hi rend="CharOverride-1">perché è possibile coniugare in modo diverso l’autonomia del </hi><hi rend="CharOverride-1">lavoro con i vincoli organizzativi, con effetti ben diversi sulla </hi><hi rend="CharOverride-1">libertà delle persone. Il problema, infatti, è nello sbilanciamento </hi><hi rend="CharOverride-1">delle relazioni di potere collegato ai cambiamenti strutturali che si </hi><hi rend="CharOverride-1">combinano con gli esiti dei conflitti che hanno caratterizzato la </hi><hi rend="CharOverride-1">società del lavoro: </hi></p><p rend="quotation_b" ><hi rend="CharOverride-1">La lotta tra coloro che devono lavorare </hi><hi rend="CharOverride-1">e coloro che non devono lavorare ha portato al successo </hi><hi rend="CharOverride-1">totale: quelli che in passato non dovevano lavorare sono ora </hi><hi rend="CharOverride-1">davanti a quelli che ancora “possono” lavorare, mentre quelli che </hi><hi rend="CharOverride-1">in passato dovevano lavorare non possono più lavorare. La lotta </hi><hi rend="CharOverride-1">di classe per il lavoro ha portato ad un capovolgimento </hi><hi rend="CharOverride-1">totale dei fronti (Dahrendorf 1986, 57-8). </hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">L’idea della</hi><hi rend="CharOverride-1"> libertà nel lavoro non sembra avere basi sociali di riferimento.</hi><hi rend="CharOverride-1"> Un blocco sociale dominante ostacola il cambiamento istituzionale che potr</hi><hi rend="CharOverride-1">ebbe favorire l’emergere della ‘società delle attività’. Nel</hi><hi rend="CharOverride-1"> contesto della crescita che non crea occupazione, infatti, la classe</hi><hi rend="CharOverride-1"> dominante costruisce il proprio benessere senza ricorrere al lavoro e</hi><hi rend="CharOverride-1"> senza preoccuparsi di chi è disoccupato, e mette in </hi><hi rend="CharOverride-1">pratica strategie di chiusura sociale (Dahrendorf 1988, 61). L</hi><hi rend="CharOverride-1">’impatto della globalizzazione e delle strategie neoliberali produce una nuova</hi><hi rend="CharOverride-1"> asimmetria di potere, che «mette alcuni nelle condizioni di </hi><hi rend="CharOverride-1">dover contestare ad altri i loro diritti civili» (1996, 177). </hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">La sua analisi, quasi «neo-marxiana» nell’obiettivo di individuare </hi><hi rend="CharOverride-1">le nuove forze produttive portatrici del cambiamento, evidenzia l’importanza </hi><hi rend="CharOverride-1">di un gruppo sociale emergente, nato e cresciuto con l’</hi><hi rend="CharOverride-1">apertura delle frontiere e dei mercati, soprattutto di quelli finanziari</hi><hi rend="CharOverride-1"> (Dahrendorf 1996, 18-9). L’emergere di questa classe globale </hi><hi rend="CharOverride-1">produce, allo stesso tempo, la «lacerazione delle tradizionali solidarietà sociali», </hi><hi rend="CharOverride-1">nuove disuguaglianze e l’esclusione sociale dei gruppi che non</hi><hi rend="CharOverride-1"> ‘servono’ alla sua affermazione e al suo sviluppo. </hi><hi rend="CharOverride-1">Questo gruppo dominante, certo, non ha interesse a favorire la </hi><hi rend="CharOverride-1">libertà </hi><hi rend="italic CharOverride-1">nel</hi><hi rend="CharOverride-1"> lavoro. Pertanto anche la società dell’attività si </hi><hi rend="CharOverride-1">allontana dall’orizzonte delle possibilità.</hi></p><p rend="h2" ><hi>3. Conclusioni</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">A questo punto appare </hi><hi rend="CharOverride-1">tutta la problematicità dell’idea dahrendorfiana del superamento della società </hi><hi rend="CharOverride-1">del lavoro anche in prospettiva. Tra la seconda metà del</hi><hi rend="CharOverride-1"> XX secolo e il primo ventennio del XXI, la contrapposizione</hi><hi rend="CharOverride-1"> emersa tra l’idea di libertà </hi><hi rend="italic CharOverride-1">dal</hi><hi rend="CharOverride-1"> lavoro e </hi><hi rend="CharOverride-1">quella della libertà </hi><hi rend="italic CharOverride-1">attraverso</hi><hi rend="CharOverride-1"> il lavoro, come nel paradigma neoliberale </hi><hi rend="CharOverride-1">che impone l’occupazione per accedere ai diritti di </hi><hi rend="CharOverride-1">cittadinanza, continua nel presente. Ma, per Dahrendorf, la questione</hi><hi rend="CharOverride-1"> in termini di chances di vita è un’altra: ci</hi><hi rend="CharOverride-1"> sono dei margini e delle condizioni per costruire </hi><hi rend="CharOverride-1">la libertà </hi><hi rend="italic CharOverride-1">nel</hi><hi rend="CharOverride-1"> lavoro nel quadro di una società dell’</hi><hi rend="CharOverride-1">attività? Sopravvive ancora quella ‘nuova paura della libertà’ (Dahrendorf </hi><hi rend="CharOverride-1">1988, 160) – come sosteneva negli anni Ottanta del Novecento –</hi><hi rend="CharOverride-1">, che allontana da questa prospettiva?</hi></p><p rend="quotation_b" ><hi rend="CharOverride-1">Esiste una nuova paura </hi><hi rend="CharOverride-1">della libertà che potrebbe richiamare indietro vecchie costrizioni […] una </hi><hi rend="CharOverride-1">condizione più precaria di transizione e cambiamento della società del </hi><hi rend="CharOverride-1">lavoro può sfociare anche nella chiusura delle possibilità esistenti (Dahrendorf </hi><hi rend="CharOverride-1">1988, 174).</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">La libertà attiva è agire autonomo e autodiretto </hi><hi rend="CharOverride-1">che comincia nel lavoro e non al di là del </hi><hi rend="CharOverride-1">lavoro. Questa prospettiva richiede di espandere la nozione di lavoro, </hi><hi rend="CharOverride-1">sempre meno scindibile da una gamma di attività umane diversificate,</hi><hi rend="CharOverride-1"> in cui il lavoro remunerato è solo una parte di</hi><hi rend="CharOverride-1"> un processo continuo nel quale rientrano le esperienze culturali e</hi><hi rend="CharOverride-1"> associative, il lavoro di cura, le attività del tempo libero</hi><hi rend="CharOverride-1">. Una società delle attività, quindi, sostituirebbe quella del lavoro? </hi><hi rend="CharOverride-1">Come ci si potrebbe arrivare? La strada presuppone processi sociali </hi><hi rend="CharOverride-1">e dinamiche che vedono protagonisti individui, gruppi sociali, attori istituzionali, </hi><hi rend="CharOverride-1">e che si compongono di azioni, pratiche, politiche per collegare</hi><hi rend="CharOverride-1"> lavoro e altre sfere di attività ora artificiosamente separate e</hi><hi rend="CharOverride-1"> contrapposte alla sicurezza e alla stabilità della condizione umana. Dahrendorf</hi><hi rend="CharOverride-1"> è convinto che vadano affrontati i «punti critici del sistema</hi><hi rend="CharOverride-1"> capitalistico», il che richiede un rovesciamento nel modo di affrontare</hi><hi rend="CharOverride-1"> i problemi che si manifestano: per esempio, si impone un</hi><hi rend="CharOverride-1"> cambiamento della concezione della crescita, che adotti una visione di</hi><hi rend="CharOverride-1"> sviluppo misurato non più in termini di quantità di merci</hi><hi rend="CharOverride-1"> prodotte, bensì riferito al </hi><hi rend="italic CharOverride-1">well-being</hi><hi rend="CharOverride-1"> delle persone. In questa</hi><hi rend="CharOverride-1"> direzione sembrano andare alcuni cambiamenti nel mondo della produzione e</hi><hi rend="CharOverride-1"> del lavoro: l’adozione di bilanci sociali, le forme di</hi><hi rend="CharOverride-1"> cogestione nelle imprese e il coinvolgimento degli </hi><hi rend="italic CharOverride-1">stakeholders</hi><hi rend="CharOverride-1">, la </hi><hi rend="CharOverride-1">valorizzazione delle attività d’impegno sociale, anche se permangono resistenze </hi><hi rend="CharOverride-1">forti al cambiamento (Dahrendorf 1992, 64).</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Un’altra sfida riguarda </hi><hi rend="CharOverride-1">il modo di concepire l’accesso alla cittadinanza, che andrebbe</hi><hi rend="CharOverride-1"> sganciata da forme di prestazioni e attività lavorative e dalla</hi><hi rend="CharOverride-1"> nazionalità Per raggiungere questo fine è indispensabile una dotazione di</hi><hi rend="CharOverride-1"> base garantita a ciascuno: </hi></p><p rend="quotation_b" ><hi rend="CharOverride-1">In essa rientrano i diritti fondamentali</hi><hi rend="CharOverride-1"> di tutti i cittadini, ma anche un livello di base</hi><hi rend="CharOverride-1"> delle condizioni di vita, forse un reddito minimo garantito, e</hi><hi rend="CharOverride-1"> comunque le prestazioni di certi pubblici servizi accessibili a tutti</hi><hi rend="CharOverride-1"> (Dahrendorf 1992, 18-20).</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Una società dell’attività implica anche, </hi><hi rend="CharOverride-1">sul piano pratico, per esempio, sottrarre la flessibilità del lavoro </hi><hi rend="CharOverride-1">alla logica della necessità per piegarla</hi><hi rend="italic CharOverride-1"> </hi><hi rend="CharOverride-1">a quella della libertà. </hi><hi rend="CharOverride-1">Questo obiettivo si traduce, per esempio, in politiche di contrasto</hi><hi rend="CharOverride-1"> alla flessibilità intesa come riduzione della sicurezza nel lavoro, </hi><hi rend="CharOverride-1">come la facilità di licenziamento, e allo stesso tempo il</hi><hi rend="CharOverride-1"> potenziamento della flessibilità intesa come ‘sovranità del tempo di </hi><hi rend="CharOverride-1">lavoro’, con l’aumento dei margini di autonomia – di</hi><hi rend="CharOverride-1"> libertà di </hi><hi rend="italic CharOverride-1">agency</hi><hi rend="CharOverride-1"> – nell’organizzazione delle proprie attività da parte</hi><hi rend="CharOverride-1"> del singolo lavoratore. </hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">La società dell’attività si realizza, </hi><hi rend="CharOverride-1">inoltre, se collegata alle libertà implementate per il tramite di</hi><hi rend="CharOverride-1"> politiche sociali mirate a «tagliare le radici da cui potrebbe</hi><hi rend="CharOverride-1"> nascere il sottoproletariato di domani»: politiche abitative, di fruizione di</hi><hi rend="CharOverride-1"> spazi pubblici, pratiche di servizio pubblico, che favoriscono la creazione</hi><hi rend="CharOverride-1"> di ‘legature’. Queste ultime costituiscono le fondamenta istituzionali </hi><hi rend="CharOverride-1">per una società dell’attività: ciò richiede una radicale ricostruzione </hi><hi rend="CharOverride-1">sociale della vita, che metta al centro la rivendicazione </hi><hi rend="CharOverride-1">e la conquista degli </hi><hi rend="italic CharOverride-1">entitlements</hi><hi rend="CharOverride-1"> anche su scala sovranazionale e </hi><hi rend="CharOverride-1">transnazionale, dopo decenni in cui sono stati accantonati. Dahrendorf </hi><hi rend="CharOverride-1">lo ritiene possibile solo in uno scenario di cambiamento democratico </hi><hi rend="CharOverride-1">del modo di combinare valori e interessi, di </hi><hi rend="italic CharOverride-1">Mentalitätswandel </hi><hi rend="CharOverride-1">(Dahrendorf 2015), che apra l’accesso al potere di gruppi</hi><hi rend="CharOverride-1"> sociali, finora esclusi, sostenitori di progetti che mirano ad </hi><hi rend="CharOverride-1">espandere le chances di vita in modo inclusivo.</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">A suo parere,</hi><hi rend="CharOverride-1"> se, da una parte, ci si confronta con il </hi><hi rend="CharOverride-1">problema dell’apatia dei cittadini e di nuove forme di </hi><hi rend="CharOverride-1">autoritarismo, dall’altra, gli eventi hanno ridestato la «libertà attiva»: </hi></p><p rend="quotation_b" ><hi rend="CharOverride-1">Tale libertà non significa attività fine a se stessa. Il </hi><hi rend="CharOverride-1">fine più alto è l’estensione delle chances di vita </hi><hi rend="CharOverride-1">dei vincenti a tutti gli altri. La libertà non deve </hi><hi rend="CharOverride-1">diventare un privilegio, il che significa che il principio della </hi><hi rend="CharOverride-1">politica della libertà è quello di estendere a più persone, </hi><hi rend="CharOverride-1">teoricamente a tutti, i diritti e le offerte di cui </hi><hi rend="CharOverride-1">godiamo noi stessi (Dahrendorf 1990, 18).</hi></p><p rend="h2" ><hi>Riferimenti bibliografici</hi></p><p rend="bib_indx_bib" ><hi rend="CharOverride-1">Arendt, Hanna. 1987.</hi><hi rend="CharOverride-1"> </hi><hi rend="italic CharOverride-1">Lavoro, opera, azione</hi><hi rend="CharOverride-1">.</hi><hi rend="italic CharOverride-1"> </hi><hi rend="CharOverride-1">Verona: Ombre Corte Edizioni.</hi></p><p rend="bib_indx_bib" ><hi rend="CharOverride-1">Beck, Ulrich. 2000. </hi><hi rend="italic CharOverride-1">Il lavoro nell’epoca della fine del lavoro. Tramonto delle sicurezze e nuovo impegno civile</hi><hi rend="CharOverride-1">. Torin</hi><hi rend="CharOverride-1">o: Einaudi.</hi></p><p rend="bib_indx_bib" ><hi rend="CharOverride-1">Berlin, Isaiah. 1989. </hi><hi rend="italic CharOverride-1">Quattro saggi sulla libertà</hi><hi rend="CharOverride-1">. Milano: Feltrinelli.</hi></p><p rend="bib_indx_bib" ><hi rend="CharOverride-1">Dahrendorf, Ralf 1963.</hi><hi rend="CharOverride-1"> </hi><hi rend="italic CharOverride-1">Classi e conflitto di classe nella società industriale</hi><hi rend="CharOverride-1">. Bari: Laterza. </hi></p><p rend="bib_indx_bib" ><hi rend="CharOverride-1">Dahrendorf, Ralf. 1981. </hi><hi rend="italic CharOverride-1">La libertà che cambia</hi><hi rend="CharOverride-1">. 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Sei lezioni su un mondo instabile</hi><hi rend="CharOverride-1">.</hi><hi rend="italic CharOverride-1"> </hi><hi rend="CharOverride-1" >Roma-Bari: Laterza.</hi></p><p rend="bib_indx_bib" ><hi rend="CharOverride-1">Dahrendorf, </hi><hi rend="CharOverride-1">Ralf. 2009. </hi><hi rend="italic CharOverride-1">Quadrare il cerchio ieri e oggi</hi><hi rend="CharOverride-1">.</hi><hi rend="italic CharOverride-1"> </hi><hi rend="CharOverride-1" >Roma-Bari: Laterza.</hi></p><p rend="bib_indx_bib" ><hi rend="CharOverride-1">Dahrendorf, Ralf. 2015. </hi><hi rend="italic CharOverride-1">Dopo la crisi. Torniamo all’etica protestante? </hi><hi rend="CharOverride-1">con la p</hi><hi rend="CharOverride-1">ostfazione di Laura Leonardi.</hi><hi rend="italic CharOverride-1"> </hi><hi rend="CharOverride-1" >Roma-Bari: Laterza.</hi></p><p rend="bib_indx_bib" ><hi rend="CharOverride-1">Heilbroner, Robert L. 1985. </hi><hi rend="italic CharOverride-1">The Act of Work, </hi><hi rend="CharOverride-1">Washington: The Library of Congress.</hi></p><p rend="bib_indx_bib" ><hi rend="CharOverride-1">Kühne, Olaf, and Laura Leonardi. 2020. </hi><hi rend="italic CharOverride-1">Ralf Dahrendorf. Between Social Theory and Political Practice</hi><hi rend="CharOverride-1">.</hi><hi rend="italic CharOverride-1"> </hi><hi rend="CharOverride-1">Cham: Palgrave Macmillan.</hi></p><list type="ordered">
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-2"><ref target="OP08885_int_online_chapter_158_975-983.html#footnote-002-backlink">1</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	Dahrendorf </hi><hi rend="CharOverride-1">riprende la definizione di «società del lavoro» emersa nella</hi><hi rend="CharOverride-1"> XXI giornata dei sociologi tedeschi tenutasi nel 17 ottobre.1982 a</hi><hi rend="CharOverride-1"> Bamberg.</hi></p></item>
				</list><list type="ordered">
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-2"><ref target="OP08885_int_online_chapter_158_975-983.html#footnote-001-backlink">2</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	«Legatura» è un termine chirurgico che indica </hi><hi rend="CharOverride-1">una sutura, quindi non è sinonimo di legame. Implica l’</hi><hi rend="italic CharOverride-1">agency</hi><hi rend="CharOverride-1"> da parte dei soggetti sociali.</hi></p></item>
				</list><list type="ordered">
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-2"><ref target="OP08885_int_online_chapter_158_975-983.html#footnote-000-backlink">3</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	Secondo Dahrendorf queste dinamiche vengono incorporate anche dai partiti laburisti, come nel caso britannico, generando un neo-liberalismo di sinistra.</hi></p></item>
				</list>  
      
      <div>
        <listBibl>
          <head>References</head>
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          <bibl n="145579">Dahrendorf, Ralf. 2015. Dopo la crisi. Torniamo all’etica protestante? con la postfazione di Laura Leonardi. Roma-Bari: Laterza.</bibl>
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  </text>
</TEI>