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        <title type="main" level="a">Le teorie della fine del lavoro, ideologie e provocazioni</title>
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            <forename>Guido</forename>
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            <forename>Enzo</forename>
            <surname>Mingione</surname>
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          <resp>This is a section of <title>Idee di lavoro e di ozio per la nostra civiltà</title>(DOI: <idno type="DOI">10.36253/979-12-215-0319-7</idno>) by </resp>
          <name>Giovanni Mari, Francesco Ammannati, Brogi Stefano, Tiziana Faitini, Arianna Fermani, Francesco Seghezzi, Annalisa Tonarelli</name>
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        <publisher>Firenze University Press</publisher>
        <pubPlace>Florence</pubPlace>
        <date when="2024">2024</date>
        <idno type="DOI">https://doi.org/10.36253/979-12-215-0319-7.114</idno>
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          <p>Available for academic research purposes</p>
          <p>Open Access</p>
          <p>Copyright Author(s)</p>
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            <p>Content licence CC BY 4.0</p>
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            <p>Metadata licence CC0 1.0</p>
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        <p>This is original content, published for academic research purposes</p>
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      <abstract xml:lang="en">
        <p>The “End of work” theories targeted the transition towards a digital and service society stating the end of full employment, widespread prosperity and endless economic development. The increase of unemployment and the (historically recurrent) fear of new technologies inspired theoretical attempts to identify a new era in substitution of the Industrial Society revolved around the ‘abstract labour’.
Beyond the ideology arguing (without being able to demonstrate) the complete technological displacement and the consequent dawn of a Jobless Society and beyond the provocation of overstating the effects of the digital transition, scholars as Rifkin, Meda, Beck, and others, contributed to draft a new pattern of Capitalism where labour is still central but unstable and unable to guarantee social rights and identity.</p>
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            <item>abstract labour</item>
            <item>post-industrial society</item>
            <item>technological displacement</item>
            <item>jobless society</item>
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      <p>It is available online at https://doi.org/10.36253/979-12-215-0319-7.114<ref target="https://doi.org/10.36253/979-12-215-0319-7.114" /></p>
      
      <p rend="h1_chapter ParaOverride-1">Le teorie della fine del lavoro, ideologie e provocazioni<hi rend="italic"> </hi></p><p rend="h1_author ParaOverride-2" ><hi rend="CharOverride-1">Guido </hi><hi rend="CharOverride-1">Cavalca, Enzo Mingione</hi></p><p rend="h2" ><hi>1. Introduzione</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">In questo capitolo ci concentreremo su </hi><hi rend="CharOverride-1">alcuni autori che, a partire dagli anni Settanta, interpretano</hi><hi rend="CharOverride-1"> l’aumento della disoccupazione e la de-regolazione del lavoro</hi><hi rend="CharOverride-1"> come la </hi><hi rend="italic CharOverride-1">fine della società del lavoro</hi><hi rend="CharOverride-1">.</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Dopo una breve</hi><hi rend="CharOverride-1"> analisi delle trasformazioni attuali del lavoro (par. 2), metteremo </hi><hi rend="CharOverride-1">a fuoco alcuni tratti dell’analisi dei teorici della fine </hi><hi rend="CharOverride-1">del lavoro, segnalando anche i loro errori di lettura </hi><hi rend="CharOverride-1">alla luce dei dati sulla occupazione (par. 3). Poi discuteremo </hi><hi rend="CharOverride-1">dell’alternativa delineata da questi studiosi, tra visione distopica – </hi><hi rend="CharOverride-1">una società polarizzata e conflittuale – e una visione </hi><hi rend="CharOverride-1">utopica che supera la centralità del lavoro soffermandoci sulle diverse </hi><hi rend="CharOverride-1">utopie di nuovo contratto sociale (par. 4). Nel paragrafo successivo </hi><hi rend="CharOverride-1">accenneremo a visioni sul disincantamento del lavoro. Nelle conclusioni </hi><hi rend="CharOverride-1">metteremo in luce alcune critiche a questi approcci.</hi></p><p rend="h2" ><hi>2. </hi><hi>Trasformazioni tecnologiche e cambiamenti del lavoro</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Il progresso tecnologico e l</hi><hi rend="CharOverride-1">’aumento della produttività del lavoro hanno sempre rappresentato un elemento</hi><hi rend="CharOverride-1"> critico nella storia delle società industriali perché capaci di produrre</hi><hi rend="CharOverride-1"> effetti controversi sulla quantità di occupazione e sulle condizioni </hi><hi rend="CharOverride-1">di lavoro. In particolare, le rivoluzioni tecnologiche hanno suscitato, oltre</hi><hi rend="CharOverride-1"> ad aspettative ottimistiche per l’aumento della ricchezza prodotta e</hi><hi rend="CharOverride-1"> il miglioramento delle condizioni di vita, anche preoccupazioni per</hi><hi rend="CharOverride-1"> la loro capacità di distruggere posti di lavoro. I movimenti</hi><hi rend="CharOverride-1"> luddisti nell’Inghilterra del XIX secolo sono il primo </hi><hi rend="CharOverride-1">segnale della tensione tra tecnologia e occupazione.</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Nelle prime </hi><hi rend="CharOverride-1">due rivoluzioni industriali la perdita di posti di lavoro è</hi><hi rend="CharOverride-1"> sempre stata accompagnata da nuova domanda di lavoro necessaria </hi><hi rend="CharOverride-1">all’aumento di produttività e all’espansione del mercato. L</hi><hi rend="CharOverride-1">’aumento di lavoro è necessario allo sviluppo del sistema capitalistico,</hi><hi rend="CharOverride-1"> non senza contraddizioni e disuguaglianze naturalmente, e si afferma </hi><hi rend="CharOverride-1">la convinzione, sostenuta dagli economisti ortodossi, che esista un ciclo</hi><hi rend="CharOverride-1"> progressivo di sviluppo tecnologico e crescita economica e occupazionale.</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Ma </hi><hi rend="CharOverride-1">già Keynes nel 1931 nella lettera ai pronipoti (1991) prevedeva</hi><hi rend="CharOverride-1"> che nell’arco dei successivi cento anni la produttività sarebbe</hi><hi rend="CharOverride-1"> talmente aumentata da permettere un consistente risparmio di occupazione. </hi><hi rend="CharOverride-1">Il grande economista inglese non era preoccupato dalla disoccupazione tecnologica </hi><hi rend="CharOverride-1">o dalla fine del lavoro perché pensava a una rivoluzione</hi><hi rend="CharOverride-1"> culturale che avrebbe rovesciato l’enfasi sul produttivismo e avrebbe</hi><hi rend="CharOverride-1"> permesso di redistribuire il poco lavoro indispensabile e di recuperare</hi><hi rend="CharOverride-1"> tempo per attività creative e di solidarietà. In questo </hi><hi rend="CharOverride-1">senso Keynes può essere considerato un precursore non tanto delle </hi><hi rend="CharOverride-1">teorie della fine del lavoro ma di una utopia della</hi><hi rend="CharOverride-1"> trasformazione della società come conseguenza degli aumenti di produttività.</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">La</hi><hi rend="CharOverride-1"> terza e quarta rivoluzione industriale (Musso 2020), che iniziano </hi><hi rend="CharOverride-1">negli anni ’70 del Novecento e proseguono fino ai giorni</hi><hi rend="CharOverride-1"> nostri, sembrano rendere più problematico il nesso tra tecnologia </hi><hi rend="CharOverride-1">e lavoro. Non è più scontato che alla informatizzazione e </hi><hi rend="CharOverride-1">digitalizzazione dell’economia corrisponda una crescita di occupazione sufficiente e</hi><hi rend="CharOverride-1"> si avanza l’idea, proprio attraverso le teorie che vanno</hi><hi rend="CharOverride-1"> sotto l’etichetta di ‘fine del lavoro’, che </hi><hi rend="CharOverride-1">il saldo tra innovazione e sostituzione sia negativo. Sebbene le</hi><hi rend="CharOverride-1"> previsioni pessimiste vengano smentite dalla crescita del livello di partecipazione</hi><hi rend="CharOverride-1"> al mercato del lavoro, anche nei paesi dove si concentra</hi><hi rend="CharOverride-1"> lo sviluppo tecnologico, è vero che le trasformazioni in atto</hi><hi rend="CharOverride-1"> nel mondo del lavoro mostrano segni contradditori. Se la</hi><hi rend="CharOverride-1"> disoccupazione non cresce, se non nelle specifiche fasi di crisi</hi><hi rend="CharOverride-1"> economica (vedi crisi finanziaria 2007-2009 e pandemia 2020-2021),</hi><hi rend="CharOverride-1"> è anche perché aumentano nuovi lavori flessibili e spesso </hi><hi rend="CharOverride-1">precari.</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">A complicare il quadro complessivo si aggiunge la globalizzazione, </hi><hi rend="CharOverride-1">processo che rende necessario allargare lo sguardo oltre i confini</hi><hi rend="CharOverride-1"> dei paesi di vecchia industrializzazione per prendere in considerazione </hi><hi rend="CharOverride-1">il lavoro che si sta diffondendo nelle cosiddette economie emergenti</hi><hi rend="CharOverride-1"> (tra le quali primeggia la Cina) nelle quali è </hi><hi rend="CharOverride-1">stata spostata una parte consistente della produzione industriale. Senza questo</hi><hi rend="CharOverride-1"> sguardo allargato il rischio è di sovrastimare le dinamiche di</hi><hi rend="CharOverride-1"> trasformazione dei paesi più sviluppati e di leggere in modo</hi><hi rend="CharOverride-1"> distorto le tendenze complessive, quindi globali, in atto. Tra l</hi><hi rend="CharOverride-1">’altro gran parte della diminuzione dei posti di lavoro nelle</hi><hi rend="CharOverride-1"> industrie manifatturiere dei paesi industrializzati è dovuta alla delocalizzazione industriale</hi><hi rend="CharOverride-1"> più che alla diffusione della robotica e del digitale.</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">L’</hi><hi rend="CharOverride-1">aumento strutturale della disoccupazione a partire dalle crisi petrolifere degli </hi><hi rend="CharOverride-1">anni settanta e la paura delle conseguenze delle rivoluzioni tecnologiche </hi><hi rend="CharOverride-1">(robotizzazione e digitale, ma ora anche l’intelligenza artificiale) sul </hi><hi rend="CharOverride-1">lavoro in termini di perdita di posti di lavoro hanno </hi><hi rend="CharOverride-1">ispirato il tentativo di alcuni studiosi di dare un’identità </hi><hi rend="CharOverride-1">alla fase contemporanea del capitalismo segnata dalla crisi del ‘lavoro </hi><hi rend="CharOverride-1">astratto’ e di prefigurare una nuova fase storica del sistema </hi><hi rend="CharOverride-1">che sia in grado di sostituire la centralità del lavoro</hi><hi rend="CharOverride-1"> dell’era industriale. Fin dalle sue prime tracce la </hi><hi rend="CharOverride-1">transizione verso la società digitale e dei servizi è stata </hi><hi rend="CharOverride-1">interpretata come un drammatico e incerto superamento delle certezze della</hi><hi rend="CharOverride-1"> piena occupazione e della crescita economica continua della società </hi><hi rend="CharOverride-1">industriale. Come mostreremo in questo capitolo, le teorie della fine</hi><hi rend="CharOverride-1"> del lavoro quindi raccolgono i segnali di crisi del sistema</hi><hi rend="CharOverride-1"> economico-sociale fordista e focalizzano l’analisi in direzione di un</hi><hi rend="CharOverride-1"> ordine sociale dove il lavoro non è più al centro</hi><hi rend="CharOverride-1"> dell’organizzazione della società.</hi></p><p rend="h2" ><hi>3. La </hi><hi rend="italic">fine del lavoro</hi><hi> </hi><hi>tra ingenuità delle previsioni e lettura ideologica</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">I teorici della fine</hi><hi rend="CharOverride-1"> del lavoro leggono lo sviluppo tecnologico come un processo capace</hi><hi rend="CharOverride-1"> di sostituire progressivamente gran parte del lavoro astratto, in tutti</hi><hi rend="CharOverride-1"> i settori e a tutti i livelli gerarchici e professionali</hi><hi rend="CharOverride-1"> (Rifkin 2005, 32). Viene in qualche modo riproposta l’idea</hi><hi rend="CharOverride-1"> della via di uscita tecnologica dal fordismo (Bonazzi 1993) </hi><hi rend="CharOverride-1">che ha coinvolto, per esempio, la Fiat negli ’80 con </hi><hi rend="CharOverride-1">la Fabbrica ad Alta Automazione. Questa idea non si</hi><hi rend="CharOverride-1"> è realizzata di fronte alla necessità di utilizzare molti lavoratori,</hi><hi rend="CharOverride-1"> anche con nuove professionalità, per la gestione dell’automazione. L</hi><hi rend="CharOverride-1">’occupazione manifatturiera diminuisce nei paesi industrializzati sia per gli effetti</hi><hi rend="CharOverride-1"> dell’automazione sia per la delocalizzazione ma la previsione delle</hi><hi rend="CharOverride-1"> «fabbriche senza lavoratori» (Rifkin 2005, 30) non si sta</hi><hi rend="CharOverride-1"> realizzando.</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Gli studiosi considerati convergono nell’assegnare al capitalismo, nella </hi><hi rend="CharOverride-1">sua ultima fase di sviluppo, la propensione all’eliminazione del </hi><hi rend="CharOverride-1">lavoro. «È del tutto evidente che la società del lavoro </hi><hi rend="CharOverride-1">sta raggiungendo i suoi limiti tecnologici ed ecologici» (Beck 2000,</hi><hi rend="CharOverride-1"> 22). La tendenza a distruggere posti di lavoro conferma il</hi><hi rend="CharOverride-1"> paradosso delle società industriali: il lavoro diventa il centro della</hi><hi rend="CharOverride-1"> società che però, alla ricerca di sempre maggiori livelli di</hi><hi rend="CharOverride-1"> produttività, tende ad eliminarlo.</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Già molti anni fa questi autori </hi><hi rend="CharOverride-1">prevedevano:</hi></p><p rend="quotation_b" ><hi rend="CharOverride-1">che ci si sta avvicinando velocemente a un mondo </hi><hi rend="CharOverride-1">quasi privo di lavoratori e che ci si possa arrivare </hi><hi rend="CharOverride-1">ben prima che la società abbia tempo sufficiente per discutere </hi><hi rend="CharOverride-1">delle sue implicazioni più profonde e per prepararsi all’impatto </hi><hi rend="CharOverride-1">(Rifkin 2005, 179).</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Secondo questi autori il processo di eliminazione</hi><hi rend="CharOverride-1"> del lavoro è rapido e impossibile da arginare perché non</hi><hi rend="CharOverride-1"> coinvolge solo le fabbriche ma anche il terziario, i colletti</hi><hi rend="CharOverride-1"> bianchi e i manager (Rifkin 2005, 63).</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Nella società</hi><hi rend="CharOverride-1"> post-industriale, la società della conoscenza, che sostituisce quella del lavoro,</hi><hi rend="CharOverride-1"> non può esserci piena occupazione perché, sostiene Beck (2000,</hi><hi rend="CharOverride-1"> 58-9), riprendendo un passaggio di Drucker nel suo </hi><hi rend="italic CharOverride-1">Post-Capitalist Society</hi><hi rend="CharOverride-1">, i mezzi di produzione non sono più il capitale </hi><hi rend="CharOverride-1">e il lavoro ma il sapere, che sfrutta «l’elemento </hi><hi rend="CharOverride-1">radicalmente nuovo delle tecnologie dell’informazione e della comunicazione, ovvero </hi><hi rend="CharOverride-1">la possibilità di aumentare la produttività senza lavoro» (Beck 2000</hi><hi rend="CharOverride-1">, 61-2).</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Anche se l’intelligenza artificiale e gli algoritmi non</hi><hi rend="CharOverride-1"> sono ancora al centro del dibattito sulla trasformazione del lavoro,</hi><hi rend="CharOverride-1"> Rifkin argomenta che:</hi></p><p rend="quotation_b" ><hi rend="CharOverride-1">Le macchine intelligenti si stanno facendo prepotentemente</hi><hi rend="CharOverride-1"> strada anche negli strati più alti della gerarchia aziendale, facendosi</hi><hi rend="CharOverride-1"> carico non solo di compiti routinari svolti normalmente da impiegati</hi><hi rend="CharOverride-1"> ordinari, ma anche funzioni complesse che erano di pertinenza del</hi><hi rend="CharOverride-1"> management (Rifkin 2005, 246). </hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Anche guardando al sistema mondiale</hi><hi rend="CharOverride-1"> sarebbe in atto, secondo Rifkin, una riduzione progressiva dell’occupazione,</hi><hi rend="CharOverride-1"> tanto da includere la forza lavoro ‘globale’ nel titolo del</hi><hi rend="CharOverride-1"> suo testo più noto: </hi></p><p rend="quotation_b" ><hi rend="CharOverride-1">L’introduzione di tecnologie sempre </hi><hi rend="CharOverride-1">più sofisticate, con i conseguenti guadagni in termini di produttività, </hi><hi rend="CharOverride-1">comporta che l’economia globale riesca a produrre sempre più </hi><hi rend="CharOverride-1">beni e servizi impiegando una porzione sempre minore della forza </hi><hi rend="CharOverride-1">lavoro disponibile (Rifkin 2005, 35-6).</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">La sostituzione del lavoro prevista</hi><hi rend="CharOverride-1"> dai teorici della fine del lavoro si è verificata in</hi><hi rend="CharOverride-1"> misura limitata, sia perché nel frattempo è aumentata l’</hi><hi rend="CharOverride-1">occupazione in forme e settori nuovi (come la logistica) o </hi><hi rend="CharOverride-1">vecchi (come la cura), sia perché a livello globale è</hi><hi rend="CharOverride-1"> cresciuta molto la produzione dei paesi emergenti con una espansione</hi><hi rend="CharOverride-1"> occupazionale a tutto campo (aldilà delle fabbriche nei paesi emergenti,</hi><hi rend="CharOverride-1"> si pensi al </hi><hi rend="italic CharOverride-1">research and development</hi><hi rend="CharOverride-1">, al trasporto, alla </hi><hi rend="CharOverride-1">pubblicità, alla logistica e alla commercializzazione nei paesi industriali avanzati </hi><hi rend="CharOverride-1">ma anche, su scala globale, ai servizi di cura, sanità </hi><hi rend="CharOverride-1">ed educazione). Le nuove forme contrattuali instabili, la deregolazione del </hi><hi rend="CharOverride-1">contratto di lavoro standard (dipendente a tempo indeterminato) e la </hi><hi rend="CharOverride-1">crescita del part time involontario hanno profondamente modificato il mondo </hi><hi rend="CharOverride-1">del lavoro ma mantenendo livelli di occupazione piuttosto elevati e </hi><hi rend="CharOverride-1">tendenzialmente crescenti sia su scala globale che nei paesi industrializzati</hi><hi rend="CharOverride-1">. Va anche aggiunto che solo per una parte della </hi><hi rend="CharOverride-1">forza lavoro questi cambiamenti hanno liberato porzioni di tempo, mentre </hi><hi rend="CharOverride-1">molti soggetti si vedono costretti ad accumulare occupazioni instabili e </hi><hi rend="CharOverride-1">a tempo parziale per contrastare l’impoverimento del lavoro o </hi><hi rend="CharOverride-1">a praticare orari di lavoro lunghi ed estenuanti pur di </hi><hi rend="CharOverride-1">lavorare.</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Le tendenze in atto quindi non confermano l’accelerata e</hi><hi rend="CharOverride-1"> inarrestabile diminuzione del lavoro prevista dai nostri autori ma segnalano</hi><hi rend="CharOverride-1"> cambiamenti radicali rispetto ai quali è utile confrontarci con gli</hi><hi rend="CharOverride-1"> autori della fine del lavoro.</hi></p><p rend="h2" ><hi>4. La fine del </hi><hi>lavoro: distopia e utopie</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">La visione proposta dalle teorie della fine</hi><hi rend="CharOverride-1"> del lavoro non può che tradursi nel rischio incombente di</hi><hi rend="CharOverride-1"> una società distopica caratterizzata da disordine, povertà e conflitti sociali</hi><hi rend="CharOverride-1"> dovuti alla polarizzazione di classe tra i pochi inclusi e</hi><hi rend="CharOverride-1"> i molti esclusi dal mercato del lavoro.</hi></p><p rend="quotation_b" ><hi rend="CharOverride-1">Una nuova forma </hi><hi rend="CharOverride-1">di barbarie ci attende al di là delle mura del </hi><hi rend="CharOverride-1">mondo moderno […] si accalcano orde di esseri umani poveri </hi><hi rend="CharOverride-1">e disperati: privi di tutto ma pieni di rabbia e </hi><hi rend="CharOverride-1">con poche speranze di riuscire ad affrancarsi dalla loro condizione, </hi><hi rend="CharOverride-1">sono i potenziali sanculotti, le masse che, inascoltate, reclamano giustizia </hi><hi rend="CharOverride-1">e l’ammissione a godere dei benefici della nuova civiltà. </hi><hi rend="CharOverride-1">Queste orde continuano a ingrossarsi dai milioni di lavoratori che </hi><hi rend="CharOverride-1">vengono licenziati e che si ritrovano, dalla mattina alla sera, </hi><hi rend="CharOverride-1">irrevocabilmente chiusi fuori dai cancelli del nuovo villaggio tecnologico globale </hi><hi rend="CharOverride-1">(Rifkin 2005, 455).</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Per evitare «[…] uno stato di crescente </hi><hi rend="CharOverride-1">povertà e criminalità dal quale non sarà facile fare ritorno» </hi><hi rend="CharOverride-1">(Rifkin 2005, 458), i teorici della fine del lavoro </hi><hi rend="CharOverride-1">delineano nuovi modelli di società che prevedono pari legittimità sociale </hi><hi rend="CharOverride-1">ed economica alle attività e alle sfere del sociale altre </hi><hi rend="CharOverride-1">rispetto al lavoro. Utilizzando la terminologia di Beck possiamo definirle </hi><hi rend="CharOverride-1">«società delle attività plurali» (2000, 86) o descriverle col </hi><hi rend="CharOverride-1">linguaggio di Rifkin:</hi></p><p rend="quotation_b" ><hi rend="CharOverride-1">L’Era dell’Accesso [che] metterà fine </hi><hi rend="CharOverride-1">al lavoro salariato di massa. Questa è l’occasione e </hi><hi rend="CharOverride-1">la sfida che l’economia mondiale ha di fronte, mentre </hi><hi rend="CharOverride-1">ci muoviamo nella nuova era della tecnologia intelligente. Liberare intere </hi><hi rend="CharOverride-1">generazioni dalle lunghe ore trascorse sul posto di lavoro potrebbe </hi><hi rend="CharOverride-1">annunciare un secondo Rinascimento per la razza umana o portare </hi><hi rend="CharOverride-1">a una grande divisione e allo sconvolgimento sociale (Rifkin 2005, </hi><hi rend="CharOverride-1">xxv).</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">La proposta politica più ricorrente per contrastare la perdita di</hi><hi rend="CharOverride-1"> posti di lavoro, quantomeno nell’immediato, è la riduzione dell</hi><hi rend="CharOverride-1">’orario di lavoro e la redistribuzione delle ore di lavoro</hi><hi rend="CharOverride-1"> tra i dipendenti (Rifkin 2005, 357; 372). Ma </hi><hi rend="CharOverride-1">considerando il processo irreversibile di perdita di posti di lavoro,</hi><hi rend="CharOverride-1"> questo tipo di riforma non può bastare e appare necessario</hi><hi rend="CharOverride-1"> un cambiamento radicale, dovuto alla perdita di centralità del lavoro</hi><hi rend="CharOverride-1"> (senza aggettivazione) nella società e quindi all’invalidazione del contratto</hi><hi rend="CharOverride-1"> sociale fordista che richiede «di dover ripensare integralmente il contratto</hi><hi rend="CharOverride-1"> sociale» (Rifkin 2005, 37).</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">L’utopia industrialista, come la </hi><hi rend="CharOverride-1">definisce Gorz, è ormai superata:</hi></p><p rend="quotation_b" ><hi rend="CharOverride-1">Significa che è necessario cambiare utopia;</hi><hi rend="CharOverride-1"> perché, fino a quando resteremo prigionieri di quella che sta</hi><hi rend="CharOverride-1"> crollando, saremo incapaci di cogliere il potenziale di liberazione insito</hi><hi rend="CharOverride-1"> nel mutamento in corso, e di trarne profitto dando un</hi><hi rend="CharOverride-1"> senso a tale mutamento (Gorz 1995, 17).</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Non ci </hi><hi rend="CharOverride-1">sono dubbi:</hi></p><p rend="quotation_b" ><hi rend="CharOverride-1">diventa necessario osare l’uscita dalla società del lavoro,</hi><hi rend="CharOverride-1"> ridefinire i concetti di “lavoro” e di “occupazione”</hi><hi rend="CharOverride-1"> per cercare di aprire nuove strade. E tutto questo non</hi><hi rend="CharOverride-1"> tanto ai fini di un riassetto dell’organizzazione sociale e</hi><hi rend="CharOverride-1"> aziendale del lavoro, quanto per un riordinamento complessivo della società,</hi><hi rend="CharOverride-1"> dei suoi valori, dei suoi scopi e delle sue biografie</hi><hi rend="CharOverride-1"> (Beck 2000, 63).</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Se il senso complessivo di questa utopia</hi><hi rend="CharOverride-1"> accomuna i teorici della fine del lavoro, il modo </hi><hi rend="CharOverride-1">di sostanziare il processo di cambiamento prende due strade diverse. </hi><hi rend="CharOverride-1">Da una parte, Rifkin e Beck individuano la soluzione nella </hi><hi rend="CharOverride-1">retribuzione di tutte le attività riconducibili al volontariato e al </hi><hi rend="CharOverride-1">Terzo Settore. Dall’altra, Aznar e Gorz delineano un progetto </hi><hi rend="CharOverride-1">politico trasformativo più radicale, di liberazione del tempo, quindi dell’</hi><hi rend="CharOverride-1">essere umano, dal lavoro. A separare le strade dei teorici </hi><hi rend="CharOverride-1">della fine del lavoro è in definitiva il ruolo da </hi><hi rend="CharOverride-1">assegnare nella nuova epoca al lavoro astratto.</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">L’opzione delineata da</hi><hi rend="CharOverride-1"> Rifkin e Beck permette di affrontare la duplice crisi del</hi><hi rend="CharOverride-1"> mercato che non garantisce più la corrispondenza tra crescita economica</hi><hi rend="CharOverride-1"> e crescita occupazionale (</hi><hi rend="italic CharOverride-1">jobless growth</hi><hi rend="CharOverride-1">) e dello Stato che</hi><hi rend="CharOverride-1"> perde capacità di redistribuzione e assistenza sociale come reazione al</hi><hi rend="CharOverride-1"> mercato. È appunto la persistente, ormai incancellabile, centralità identitaria del</hi><hi rend="CharOverride-1"> lavoro a determinare in Beck e Rifkin la scelta del</hi><hi rend="CharOverride-1"> potenziamento del Terzo Settore come soluzione dell’enigma utopico. Non</hi><hi rend="CharOverride-1"> si può concepire una società che perda il legame con</hi><hi rend="CharOverride-1"> il lavoro. La soluzione in questo senso non può che</hi><hi rend="CharOverride-1"> virare verso l’individuazione di nuovi settori di impiego, «uno</hi><hi rend="CharOverride-1"> sforzo concertato dei governi centrali per fornire alternative di occupazione</hi><hi rend="CharOverride-1"> nel “terzo settore” – l’economia sociale – agli individui</hi><hi rend="CharOverride-1"> espulsi dal mercato del lavoro» (Rifkin 2005, 39). L’ipotesi</hi><hi rend="CharOverride-1"> di superare il modello di «cittadino produttivo» non può essere</hi><hi rend="CharOverride-1"> considerata da questi autori per i quali:</hi></p><p rend="quotation_b" ><hi rend="CharOverride-1">L’occupazione rappresenta</hi><hi rend="CharOverride-1"> assai più di una fonte di reddito: per molti è</hi><hi rend="CharOverride-1"> una misura del proprio valore personale. Essere sottoccupati o disoccupati</hi><hi rend="CharOverride-1"> significa perciò sentirsi improduttivi e privi di valore (Rifkin </hi><hi rend="CharOverride-1">2005, 317).</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">L’economia sociale diviene quindi nella visione di </hi><hi rend="CharOverride-1">Rifkin e Beck il nuovo settore trainante e creatore di </hi><hi rend="CharOverride-1">occupazione e di conseguenza di integrazione sociale e benessere, che </hi><hi rend="CharOverride-1">«[…] rappresenta l’ultima speranza di costruire una struttura istituzionale </hi><hi rend="CharOverride-1">alternativa per una civiltà in transizione» (Rifkin 2005, 451)</hi><hi rend="CharOverride-1">. In questa società, </hi></p><p rend="quotation_b" ><hi rend="CharOverride-1">l’accordo fiduciario cede il passo </hi><hi rend="CharOverride-1">ai legami comunitari, e la cessione volontaria del proprio tempo </hi><hi rend="CharOverride-1">prende il posto delle relazioni di mercato imposte artificialmente e </hi><hi rend="CharOverride-1">fondate sulla vendita di se stessi e dei propri servizi </hi><hi rend="CharOverride-1">agli altri (Rifkin 2005, 381).</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">L’ipotesi di Aznar</hi><hi rend="CharOverride-1"> e Gorz prevede invece di sostenere economicamente il tempo forzatamente</hi><hi rend="CharOverride-1"> liberato dal lavoro («a funzione non determinata», Aznar 1994, 171)</hi><hi rend="CharOverride-1"> attraverso redditi sociali che affianchino il reddito da lavoro. </hi></p><p rend="quotation_b" ><hi rend="CharOverride-1">Si</hi><hi rend="CharOverride-1"> tratta, in una parola, di passare da una società produttivista</hi><hi rend="CharOverride-1"> o società del lavoro, a una società del tempo liberato</hi><hi rend="CharOverride-1"> in cui il culturale e il sociale prevalgano sull’economico:</hi><hi rend="CharOverride-1"> a quella che i tedeschi chiamano una </hi><hi rend="italic CharOverride-1">Kulturgesellschaft</hi><hi rend="CharOverride-1">, </hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">l’</hi><hi rend="CharOverride-1">unico cambiamento in grado di evitare «esclusione sociale, pauperismo e </hi><hi rend="CharOverride-1">disoccupazione di massa da una parte, intensificazione della “guerra di</hi><hi rend="CharOverride-1"> tutti contro tutti” dall’altra» (Gorz 1995, 199-200).</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Aznar </hi><hi rend="CharOverride-1">(1994, 185-86) ipotizza una «società dei tre redditi» che </hi><hi rend="CharOverride-1">prevede accanto alla retribuzione del lavoro astratto («salario del </hi><hi rend="CharOverride-1">lavoro»), che tenderà a diminuire nel tempo al crescere </hi><hi rend="CharOverride-1">della produttività e dell’automazione, un «secondo assegno» (o reddito </hi><hi rend="CharOverride-1">di trasferimento)</hi></p><p rend="quotations_quotation_b1" ><hi rend="CharOverride-1">versato non a chi non lavora affatto ma a</hi><hi rend="CharOverride-1"> chi lavora meno, per completare il reddito del lavoro, per</hi><hi rend="CharOverride-1"> compensare la diminuzione del salario» e un reddito autonomo “associato</hi><hi rend="CharOverride-1"> al tempo libero” che consiste in attività di auto-produzione, lavoro</hi><hi rend="CharOverride-1"> nero legalizzato o attività imprenditoriali alternative. Oltre a risolvere il</hi><hi rend="CharOverride-1"> problema della disoccupazione, questo è un «progetto di società</hi><hi rend="CharOverride-1"> che tende a ridefinire il rapporto tra l’uomo e</hi><hi rend="CharOverride-1"> il sociale, tra l’uomo e il mondo. In realtà,</hi><hi rend="CharOverride-1"> vivere a mezzo tempo significa avere un doppio tempo per</hi><hi rend="CharOverride-1"> vivere (Aznar 1994, 201).</hi></p><p rend="h2" ><hi>5. La prospettiva del disincantamento</hi><hi> del lavoro</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Un approfondimento teorico della proposta di Aznar e </hi><hi rend="CharOverride-1">Gorz viene dal contributo di Méda, che tratta il </hi><hi rend="CharOverride-1">lavoro come valore in via di sparizione (titolo del testo </hi><hi rend="CharOverride-1">originale francese). La studiosa riflette sul significato culturale, prima ancora</hi><hi rend="CharOverride-1"> che materiale, del lavoro che </hi></p><p rend="quotation_b" ><hi rend="CharOverride-1">non è lo strumento naturale</hi><hi rend="CharOverride-1"> utile soltanto a soddisfare i nostri bisogni, anch’essi naturali</hi><hi rend="CharOverride-1"> […] Si tratta di una categoria costruita, emersa in coincidenza</hi><hi rend="CharOverride-1"> con una situazione politico-sociale determinata (Méda 1997, 21), </hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">la </hi><hi rend="CharOverride-1">società del lavoro, per l’appunto. Quest’ultima andrebbe superata </hi><hi rend="CharOverride-1">nel suo complesso attraverso un’operazione culturale di disincantamento del </hi><hi rend="CharOverride-1">lavoro che </hi></p><p rend="quotation_b" ><hi rend="CharOverride-1">si è caricato di tutte le energie utopistiche </hi><hi rend="CharOverride-1">che su di esso si sono fissate nel corso dei </hi><hi rend="CharOverride-1">due secoli passati. È “magico”, nel senso che esercita su </hi><hi rend="CharOverride-1">di noi un “fascino” di cui oggi siamo prigionieri (Méda</hi><hi rend="CharOverride-1"> 1997, 220). </hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Per questo è però necessario sconfiggere la </hi><hi rend="CharOverride-1">tendenza alla conservazione, il paradosso delle società moderne:</hi></p><p rend="quotation_b" ><hi rend="CharOverride-1">Così nel momento</hi><hi rend="CharOverride-1"> in cui la disoccupazione si diffonde e si profila la</hi><hi rend="CharOverride-1"> possibilità che il lavoro umano scarseggi, le riflessioni contemporanee sul</hi><hi rend="CharOverride-1"> lavoro da una parte riannodano i legami con le grandi</hi><hi rend="CharOverride-1"> correnti di pensiero o con le escatologie che hanno strutturato</hi><hi rend="CharOverride-1"> il XX secolo, dall’altra organizzano una difesa e una</hi><hi rend="CharOverride-1"> spiegazione del lavoro per metterne in evidenza il valore (</hi><hi rend="CharOverride-1">Méda 1997</hi><hi rend="italic CharOverride-1">,</hi><hi rend="CharOverride-1"> 20).</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Il disincantamento quindi ci permetterebbe di pensare</hi><hi rend="CharOverride-1"> a una nuova società, oltre l’utopia del tempo liberato</hi><hi rend="CharOverride-1"> e retribuito di Aznar e Gorz, una società che libera</hi><hi rend="CharOverride-1"> il tempo dal lavoro, che libera il sociale dal giogo</hi><hi rend="CharOverride-1"> del lavoro e del valore economico del tempo.</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">La strada </hi><hi rend="CharOverride-1">è quella dello sviluppo «accanto al lavoro, di altre attività, </hi><hi rend="CharOverride-1">collettive o individuali, di modo che ciascuno diventi, come avrebbe </hi><hi rend="CharOverride-1">voluto Marx, multiattivo» (Méda 1997, 232) e dello smarcamento </hi><hi rend="CharOverride-1">dal lavoro (termine da superare secondo Méda) di un</hi></p><p rend="quotation_b" ><hi rend="CharOverride-1">tempo libero,</hi><hi rend="CharOverride-1"> nel senso aristotelico: libero per belle azioni, fonte di ricchezza</hi><hi rend="CharOverride-1"> allo stesso titolo della produzione. […] tempo, valore individuale e</hi><hi rend="CharOverride-1"> collettivo fondamentale, un tempo la cui padronanza e la cui</hi><hi rend="CharOverride-1"> organizzazione ridiventerebbe, dopo tanti secoli di eclissi, un’arte essenziale</hi><hi rend="CharOverride-1"> (Méda 1997</hi><hi rend="italic CharOverride-1">,</hi><hi rend="CharOverride-1"> 233).</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Méda radicalizza la teoria della fine </hi><hi rend="CharOverride-1">del lavoro, indicandone una via di uscita completa, disincantando il</hi><hi rend="CharOverride-1"> lavoro e dando valore (non economico) alle attività umane, liberando</hi><hi rend="CharOverride-1"> in definitiva la società dal giogo del produttivismo. In </hi><hi rend="CharOverride-1">questo senso la visione di Méda ricorda quella di Keynes:</hi></p><p rend="quotation_b" ><hi rend="CharOverride-1">Pertanto,</hi><hi rend="CharOverride-1"> per la prima volta dalla sua creazione, l’uomo si</hi><hi rend="CharOverride-1"> troverà di fronte al suo vero, costante problema: come impiegare</hi><hi rend="CharOverride-1"> la sua libertà dalle cure economiche più pressanti, come impiegare</hi><hi rend="CharOverride-1"> il tempo libero che la scienza e l’interesse composto</hi><hi rend="CharOverride-1"> gli avranno guadagnato, per vivere bene, piacevolmente e con saggezza</hi><hi rend="CharOverride-1"> (Keynes 1991, 64).</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Nessuno dei due autori spiega come avviene</hi><hi rend="CharOverride-1"> la transizione verso la società disincantata dal lavoro. E non</hi><hi rend="CharOverride-1"> ci sono segnali di questa transizione, così come non ci</hi><hi rend="CharOverride-1"> sono segnali della sparizione del lavoro.</hi></p><p rend="h2" ><hi>6. Conclusioni</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Rispetto alle </hi><hi rend="CharOverride-1">tendenze in atto risulta più convincente la critica di Antunes, </hi><hi rend="CharOverride-1">sociologo brasiliano, che rigetta </hi><hi rend="italic CharOverride-1">in toto </hi><hi rend="CharOverride-1">l’ipotesi del superamento </hi><hi rend="CharOverride-1">della centralità sociale del lavoro, nonostante la metamorfosi subita. Centralità </hi><hi rend="CharOverride-1">e metamorfosi, per l’appunto, compongono il sottotitolo del suo </hi><hi rend="CharOverride-1">libro </hi><hi rend="italic CharOverride-1">Addio al lavoro?</hi><hi rend="CharOverride-1">, particolarmente utile a concludere la nostra</hi><hi rend="CharOverride-1"> esposizione delle teorie della fine del lavoro. Innanzitutto, la</hi><hi rend="CharOverride-1"> collocazione temporale del testo (l’edizione originale è del </hi><hi rend="CharOverride-1">2015) consente di ritornare alle teorie degli anni 80 e</hi><hi rend="CharOverride-1"> 90 alla luce delle trasformazioni tecnologiche e lavorative più </hi><hi rend="CharOverride-1">recenti. In secondo luogo, lo sguardo dal Sud del mondo</hi><hi rend="CharOverride-1"> consente un’interpretazione libera dai condizionamenti occidentalocentrici che emergono nelle</hi><hi rend="CharOverride-1"> analisi appena trattate. </hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Antunes critica l’invasione del lavoro nella</hi><hi rend="CharOverride-1"> sfera del sociale, ma non vede alcuna prospettiva di liberazione</hi><hi rend="CharOverride-1"> dell’essere umano dal lavoro. Al contrario mette in risalto</hi><hi rend="CharOverride-1"> l’espansione delle capacità di sfruttamento del capitalismo attraverso «[…]</hi><hi rend="CharOverride-1"> i più distinti e</hi><hi rend="italic CharOverride-1"> diversi modi di essere dell’informalità</hi><hi rend="italic CharOverride-1"> </hi><hi rend="CharOverride-1">[che] sembrano costituire un importante elemento di ampliamento, potenziamento e</hi><hi rend="CharOverride-1"> realizzazione del </hi><hi rend="italic CharOverride-1">plusvalore</hi><hi rend="CharOverride-1">» (Antunes 2019, 29). Espansione che si</hi><hi rend="CharOverride-1"> verifica anche nel tempo di lavoro che, per esempio, nell</hi><hi rend="CharOverride-1">’industria delle confezioni a San Paolo, così come in molte</hi><hi rend="CharOverride-1"> altre realtà del sud del mondo, arriva fino a 17</hi><hi rend="CharOverride-1"> ore (Antunes 2019, 29).</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Si tratta, quindi, di un</hi><hi rend="CharOverride-1"> capitalismo pervasivo che, lungi dal liberare tempo e dal perdere</hi><hi rend="CharOverride-1"> centralità, si trasforma occupando tutte le sfere della vita umana,</hi><hi rend="CharOverride-1"> si impadronisce delle funzioni materiali e immateriali come l’intelligenza</hi><hi rend="CharOverride-1"> e la creatività (Antunes 2019, 27-31 e 73-4). La</hi><hi rend="CharOverride-1"> prospettiva di Antunes segnala come il Capitalismo contemporaneo, non elimini</hi><hi rend="CharOverride-1"> affatto il lavoro salariato, ma crei forme nuove di proletariato</hi><hi rend="CharOverride-1"> per esempio l’infoproletariato o cybertariato, nel settore dei servizi</hi><hi rend="CharOverride-1"> (Antunes 2019</hi><hi rend="italic CharOverride-1">, </hi><hi rend="CharOverride-1">35-6) e, più in generale, mette in</hi><hi rend="CharOverride-1"> evidenza che né il lavoro astratto, né i suoi meccanismi</hi><hi rend="CharOverride-1"> economici di base, sono in via di estinzione.</hi></p><p rend="h2" ><hi>Riferimenti bibliografici</hi></p><p rend="bib_indx_bib" ><hi rend="CharOverride-1">Antunes, Ricardo. 2019. </hi><hi rend="italic CharOverride-1">Addio al lavoro?: la metamorfosi e la centralità del lavoro nell’era della globalizzazione</hi><hi rend="CharOverride-1">. 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