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        <title type="main" level="a">Frédéric Lordon: il lavoro tra desiderio e servitù</title>
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          <persName n="1" ref="https://orcid.org/0000-0003-3808-6826" type="ORCID">
            <forename>Andrea</forename>
            <surname>Valzania</surname>
            <placeName type="affiliation">University of Siena, Italy</placeName>
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          <resp>This is a section of <title>Idee di lavoro e di ozio per la nostra civiltà</title>(DOI: <idno type="DOI">10.36253/979-12-215-0319-7</idno>) by </resp>
          <name>Giovanni Mari, Francesco Ammannati, Brogi Stefano, Tiziana Faitini, Arianna Fermani, Francesco Seghezzi, Annalisa Tonarelli</name>
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        <publisher>Firenze University Press</publisher>
        <pubPlace>Florence</pubPlace>
        <date when="2024">2024</date>
        <idno type="DOI">https://doi.org/10.36253/979-12-215-0319-7.119</idno>
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          <p>Available for academic research purposes</p>
          <p>Open Access</p>
          <p>Copyright Author(s)</p>
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            <p>Content licence CC BY 4.0</p>
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            <p>Metadata licence CC0 1.0</p>
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        <p>This is original content, published for academic research purposes</p>
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      <abstract xml:lang="en">
        <p>According to Lordon, Spinoza help us to understand the non-rational dimension of social action and, more generally, the ability of capitalism to last over time, despite the continuous creation of inequalities and social injustice. But if Fordism had been able to produce also joyful desires in the workers, neoliberalism is based only on the production of fear, making workers' lives precarious. The main aim of neoliberalism is that the worker comes to love the boss/entrepreneur (or the institution where he works) in a total symbolic, cultural and value identification. To achieve this goal everything that is repressive must be carefully avoided and/or hidden. In fact, neoliberal power does not resort to the use of force but wants its employees in a condition of consensual servitude.</p>
      </abstract>
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            <item>Lordon</item>
            <item>Spinoza</item>
            <item>Desire</item>
            <item>Servitude</item>
            <item>Neoliberalism</item>
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      <p>It is available online at https://doi.org/10.36253/979-12-215-0319-7.119<ref target="https://doi.org/10.36253/979-12-215-0319-7.119" /></p>
      
      <p rend="h1_chapter">Frédéric Lordon: il lavoro tra desiderio e servitù</p><p rend="h1_author ParaOverride-1" ><hi rend="CharOverride-1">Andrea Valzania</hi></p><p rend="h2" ><hi>1. </hi><hi>Cenni biografici</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Frédéric Lordon, nato a Parigi nel 1962, è attualmente</hi><hi rend="CharOverride-1"> direttore di ricerca al Centre National de la Recherche Scientifique.</hi><hi rend="CharOverride-1"> Sociologo, filosofo, economista, difficilmente inquadrabile nell’ambito di una</hi><hi rend="CharOverride-1"> sola etichetta disciplinare, è noto per il taglio spinoziano della</hi><hi rend="CharOverride-1"> sua critica al sistema economico capitalistico globale ed è tra</hi><hi rend="CharOverride-1"> gli artefici principali del recupero di emozioni, passioni e desideri</hi><hi rend="CharOverride-1"> quali aspetti essenziali per comprendere il funzionamento delle società contemporanee.</hi><hi rend="CharOverride-1"> Autore di numerose pubblicazioni, tra le quali la più </hi><hi rend="CharOverride-1">significativa resta </hi><hi rend="italic CharOverride-1">La société des affects: pour un </hi><hi rend="italic CharOverride-1">structuralisme des passions</hi><hi rend="CharOverride-1"> (2013). In Italia sono stati tradotti </hi><hi rend="italic CharOverride-1">Capitalismo,</hi><hi rend="italic CharOverride-1"> desiderio e servitù</hi><hi rend="CharOverride-1"> (2015) e </hi><hi rend="italic CharOverride-1">La condizione anarchica</hi><hi rend="CharOverride-1"> (2021)</hi><hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi><ref target="OP08885_int_online_chapter_167_1027-1032.html#footnote-000">1</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">.</hi><hi rend="italic CharOverride-1"> </hi></p><p rend="h2" ><hi>2. Spinoza e lo </hi><hi rend="italic">strutturalismo delle passioni</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Frédéric Lordon è</hi><hi rend="CharOverride-1"> noto per avere proposto un originale </hi><hi rend="italic CharOverride-1">ritorno</hi><hi rend="CharOverride-1"> all’opera </hi><hi rend="CharOverride-1">di Spinoza nel dibattito sulle trasformazioni della società contemporanea,</hi><hi rend="CharOverride-1"> muovendo dalla nota lezione di Deleuze risalente agli anni </hi><hi rend="CharOverride-1">Settanta del Novecento e ibridandola con altri contributi </hi><hi rend="CharOverride-1">d’impianto prevalentemente strutturalista (Lordon 2003; Lordon and Citton 2008).</hi><hi rend="CharOverride-1"> </hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Due sono, in estrema sintesi, gli obiettivi principali per le</hi><hi rend="CharOverride-1"> scienze sociali. In primo luogo, riuscire a superare la </hi><hi rend="CharOverride-1">contrapposizione tra approcci strutturalisti e individualismo metodologico, trovando nel </hi><hi rend="italic CharOverride-1">conatus</hi><hi rend="CharOverride-1"> </hi><hi rend="CharOverride-1">una sintesi tra la necessaria presenza dell’agency e un’</hi><hi rend="CharOverride-1">altrettanta necessaria presenza delle strutture sociali: «le strutture sociali hanno</hi><hi rend="CharOverride-1"> il loro immaginario specifico in quanto espressione di configurazione di</hi><hi rend="CharOverride-1"> desideri e affetti» (Lordon 2015, 71), ovvero sono esterne </hi><hi rend="CharOverride-1">e interne agli individui, oggettive ma anche soggettive, interiorizzate. </hi><hi rend="italic CharOverride-1">Conatus</hi><hi rend="CharOverride-1"> </hi><hi rend="CharOverride-1">e strutture, insomma, non sono affatto in conflitto tra loro </hi><hi rend="CharOverride-1">ma in un rapporto di continua e reciproca determinazione. In </hi><hi rend="CharOverride-1">secondo luogo, tornare a mettere la dimensione non razionale dell’</hi><hi rend="CharOverride-1">agire al centro della riflessione, attualizzando il concetto spinoziano di</hi><hi rend="CharOverride-1"> affetto/passione e inserendosi – di fatto – nel dibattito che</hi><hi rend="CharOverride-1"> negli ultimi decenni è noto per avere valorizzato il ruolo</hi><hi rend="CharOverride-1"> delle emozioni per l’analisi della società (Thoits, Hochschild, Flam,</hi><hi rend="CharOverride-1"> solo per citare le studiose più note). </hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Come sappiamo, Spinoza definisce il </hi><hi rend="italic CharOverride-1">conatus</hi><hi rend="CharOverride-1"> come perseveranza nell’essere (espressione </hi><hi rend="CharOverride-1">di potenza in divenire) sostenendo come ciò che accade –</hi><hi rend="CharOverride-1"> «ciò che ci accade» per dirla con Barthes –</hi><hi rend="CharOverride-1"> prescinda dalla volontà dell’individuo ma sia piuttosto determinato da</hi><hi rend="CharOverride-1">lla forza esterna ineluttabile degli affetti, a loro volta </hi><hi rend="CharOverride-1">definibili come gioiosi o tristi, a seconda delle situazioni. Un </hi><hi rend="CharOverride-1">aspetto, questo, che non solo lo separa da Marx (e</hi><hi rend="CharOverride-1"> anche da buona parte del pensiero sociologico classico) ma sul</hi><hi rend="CharOverride-1"> quale, secondo Lordon, Spinoza oggi rappresenta un punto di riferimento</hi><hi rend="CharOverride-1"> imprescindibile. Se infatti il comportamento umano è guidato dalla </hi><hi rend="CharOverride-1">centralità delle passioni – da logiche non razionali capaci di </hi><hi rend="CharOverride-1">esercitare una </hi><hi rend="italic CharOverride-1">servitù passionale</hi><hi rend="CharOverride-1"> – risulta di conseguenza impossibile raggiungere </hi><hi rend="CharOverride-1">la dimensione di soddisfacimento collettivo prefigurata da Marx con la </hi><hi rend="CharOverride-1">sua idea di lavoro e, più in generale, con l’</hi><hi rend="CharOverride-1">avvento del comunismo. Al contrario, dato che siamo continuamente immersi</hi><hi rend="CharOverride-1"> in rapporti di reciprocità fondati su interessi e passioni che</hi><hi rend="CharOverride-1"> si manifestano come una più o meno prepotente forza esterna</hi><hi rend="CharOverride-1">, si rende necessario rinunciare tanto al sogno di eliminare</hi><hi rend="CharOverride-1"> del tutto i rapporti di dipendenza quanto al raggiungimento di</hi><hi rend="CharOverride-1"> un Io perfettamente autonomo, e percorrere, al contrario, la</hi><hi rend="CharOverride-1"> strada di un progressivo rafforzamento degli anticorpi nei confronti del</hi><hi rend="CharOverride-1"> «desiderio-padrone», seppure in una ineliminabile dinamica di confronto.</hi></p><p rend="h2" ><hi>3. Per una nuova teoria del valore </hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Per questi motivi, </hi><hi rend="CharOverride-1">lo strutturalismo delle passioni, in aperta rottura con il paradigma</hi><hi rend="CharOverride-1"> marxiano dove è il tempo di lavoro astratto a produrre</hi><hi rend="CharOverride-1"> il valore di un bene, sostiene come «l’operatore</hi><hi rend="CharOverride-1"> di ogni determinazione concreta nel mondo storico-sociale» (Lordon 2018,</hi><hi rend="CharOverride-1"> 55) – il motore che muove i corpi e le</hi><hi rend="CharOverride-1"> menti – sia invece l’affetto. Ovviamente non in </hi><hi rend="CharOverride-1">termini di singolo </hi><hi rend="italic CharOverride-1">conatus</hi><hi rend="CharOverride-1"> bensì come un effetto prodotto dall</hi><hi rend="CharOverride-1">’insieme dei </hi><hi rend="italic CharOverride-1">conatus</hi><hi rend="CharOverride-1"> individuali. Saranno pertanto le </hi><hi rend="italic CharOverride-1">moltitudini</hi><hi rend="CharOverride-1">, </hi><hi rend="CharOverride-1">altro concetto spinoziano che ha avuto una notevole fortuna nel </hi><hi rend="CharOverride-1">dibattito pubblico degli ultimi decenni (basta pensare agli scritti di</hi><hi rend="CharOverride-1"> Hardt e Negri), con le loro mediazioni intersoggettive produttive </hi><hi rend="CharOverride-1">di affetti, a determinare il valore delle cose. Se sono</hi><hi rend="CharOverride-1"> le intensità affettive (la somma dei </hi><hi rend="italic CharOverride-1">conatus</hi><hi rend="CharOverride-1"> individuali) a produrre</hi><hi rend="CharOverride-1"> il valore delle cose, decade però, di fatto, </hi><hi rend="CharOverride-1">il presupposto marxiano dei rapporti di equivalenza quale base di </hi><hi rend="CharOverride-1">costruzione del valore di un bene, pensato come precedente </hi><hi rend="CharOverride-1">allo scambio e direttamente implicato nella produzione: «in una </hi><hi rend="CharOverride-1">teoria socio-affettiva del valore, l’equivalenza è constatata </hi><hi rend="italic CharOverride-1">ex post</hi><hi rend="CharOverride-1"> </hi><hi rend="CharOverride-1">e per così dire </hi><hi rend="italic CharOverride-1">de facto</hi><hi rend="CharOverride-1">: essa assume quasi i</hi><hi rend="CharOverride-1"> tratti di una tautologia» (Lordon 2018, 56). Tutto avviene</hi><hi rend="CharOverride-1"> invece secondo la regola dell’immanenza, nella quale è lo</hi><hi rend="CharOverride-1"> scambio tra gli individui a dare valore a una cosa</hi><hi rend="CharOverride-1"> a seconda dell’intensità delle passioni che ne sono coinvolte</hi><hi rend="CharOverride-1"> e alla direzione che sprigionano. È pertanto il desiderio del</hi><hi rend="CharOverride-1"> singolo, in forma aggregata di moltitudine, a definire il valore</hi><hi rend="CharOverride-1"> </hi><hi rend="italic CharOverride-1">in itinere</hi><hi rend="CharOverride-1"> alla stessa transazione economica. Lordon (2006) fa qui</hi><hi rend="CharOverride-1"> riferimento esplicito all’informalità di buona parte di quelle che</hi><hi rend="CharOverride-1"> definiamo relazioni economiche: dagli ‘scambi di favori’ alla necessità</hi><hi rend="CharOverride-1"> di negoziare fino al ruolo della fiducia. E ci </hi><hi rend="CharOverride-1">rimanda, seppur latamente, alle molteplici dimensioni non economiche dell’agire </hi><hi rend="CharOverride-1">economico che tanto spazio hanno avuto nelle scienze sociali contemporanee.</hi></p><p rend="h2" ><hi>4.</hi><hi> Il lavoro in epoca neoliberista</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Se la società funziona attraverso </hi><hi rend="CharOverride-1">questa centralità delle passioni, che ne caratterizzano l’agire </hi><hi rend="CharOverride-1">e le relazioni sociali, anche il lavoro non può esserne </hi><hi rend="CharOverride-1">esente. Lordon si chiede come mai il capitalismo, con la </hi><hi rend="CharOverride-1">sua logica di sfruttamento e dominio, perduri nel tempo, </hi><hi rend="CharOverride-1">e per quali motivi gli individui siano disponibili a lavorare</hi><hi rend="CharOverride-1"> in condizioni, almeno apparentemente, spesso prive di senso. La </hi><hi rend="CharOverride-1">spiegazione non può essere ricercata soltanto in negativo, come</hi><hi rend="CharOverride-1"> buona parte della letteratura ha fatto: </hi><hi rend="CharOverride-1">la violenza organizzativa del sistema, il fallimento della lotta di </hi><hi rend="CharOverride-1">classe, la crisi del movimento operaio. Il capitalismo di tipo</hi><hi rend="CharOverride-1"> fordista, ad esempio, è stato in grado di arricchire</hi><hi rend="CharOverride-1"> «il complesso passionale del rapporto salariale» (Lordon 2015, </hi><hi rend="CharOverride-1">47) attraverso l’invenzione e la diffusione del consumo. In </hi><hi rend="CharOverride-1">fondo, oltre a garantire la riproduzione materiale delle famiglie dei</hi><hi rend="CharOverride-1"> lavoratori, che ha permesso la sostenibilità del modello, il</hi><hi rend="CharOverride-1"> lavoro salariato è stato per lungo tempo nel Novecento anche</hi><hi rend="CharOverride-1"> generatore di desideri mediante i quali soddisfare e controllare i</hi><hi rend="CharOverride-1"> lavoratori stessi. Con tutto il corollario necessario: l’apparato ideologico,</hi><hi rend="CharOverride-1"> la pubblicità, il loisir, l’indebitamento al consumo ecc.</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">La trasformazione post-fordista, tuttavia, non ha mutato soltanto il modello</hi><hi rend="CharOverride-1"> di produzione e l’organizzazione del lavoro ma anche la</hi><hi rend="CharOverride-1"> funzione del «desiderio-padrone». Il compito del sistema non </hi><hi rend="CharOverride-1">è più, infatti, quello di incentivare desideri ‘gioiosi’ nei </hi><hi rend="CharOverride-1">lavoratori, anche se per lo più indotti attraverso il consumo</hi><hi rend="CharOverride-1">, ma quello di generare paura (di licenziamento, di restare </hi><hi rend="CharOverride-1">senza protezione sociale, di assenza delle condizioni primarie di sopravvivenza</hi><hi rend="CharOverride-1"> ecc.), sviluppando quindi la componente ‘triste’ del desiderio, </hi><hi rend="CharOverride-1">per dirla con Benasayag. Si tratta di una nuova fase</hi><hi rend="CharOverride-1"> storica nella quale le forze in campo sono talmente diseguali</hi><hi rend="CharOverride-1"> che la partita appare già segnata in partenza: d’altronde,</hi><hi rend="CharOverride-1"> «l’egocentrismo del conatus, quando gode di un’asimmetria </hi><hi rend="CharOverride-1">di potenza favorevole, tende necessariamente verso l’abuso» (Lordon </hi><hi rend="CharOverride-1">2015, 65). Di fronte alle trasformazioni del sistema capitalistico neoliberista, </hi><hi rend="CharOverride-1">che consentono il licenziamento come modalità per ridurre i costi </hi><hi rend="CharOverride-1">separandolo dal nodo etico che aveva nel fordismo e che </hi><hi rend="CharOverride-1">rendono possibile delocalizzare una sede lavorativa senza che i sindacati </hi><hi rend="CharOverride-1">possano avere molta forza di opporsi, i lavoratori hanno solo </hi><hi rend="CharOverride-1">la possibilità di adattarsi, «arruolandosi» (nell’allineamento perfetto prospettato </hi><hi rend="CharOverride-1">dal capitale) alla volontà del desiderio-padrone dominante. </hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">In questo quadro,</hi><hi rend="CharOverride-1"> il neoliberismo, prendendo «direttamente in mano il lavoro di </hi><hi rend="CharOverride-1">ingegneria dei desideri e degli affetti» (Lordon 2015, 74), ha </hi><hi rend="CharOverride-1">teorizzato la necessità per i lavoratori di diventare imprenditori di </hi><hi rend="CharOverride-1">sé stessi «pronti a mettersi in gioco nel processo permanente </hi><hi rend="CharOverride-1">della concorrenza» (Dardot and Laval 2013, 235), trasferendo su di </hi><hi rend="CharOverride-1">loro tutti i rischi sociali. Si tratta di un vero </hi><hi rend="CharOverride-1">e proprio cambio di paradigma nel quale è sempre più </hi><hi rend="CharOverride-1">difficile separare il lavoro dalla vita (ovvero il tempo di </hi><hi rend="CharOverride-1">lavoro dal tempo libero). Se infatti il vecchio modello </hi><hi rend="CharOverride-1">fordista incentivava necessità materiali o di evasione, costruendo appositi spazi</hi><hi rend="CharOverride-1"> di fruizione e mantenendo la vita altrove, il neoliberismo </hi><hi rend="CharOverride-1">incentiva, al contrario, affetti intrinseci al solo lavoro. La </hi><hi rend="CharOverride-1">grande novità è pertanto la simbiosi tra lavoro e vita,</hi><hi rend="CharOverride-1"> così che la mobilitazione verso il desiderio-padrone sia totalizzante e</hi><hi rend="CharOverride-1"> le resistenze, di qualunque natura esse siano, sempre più </hi><hi rend="CharOverride-1">marginali. Il vero obiettivo del neoliberismo è in ultima </hi><hi rend="CharOverride-1">istanza produrre un allineamento dei salariati nei confronti del desiderio-padrone </hi><hi rend="CharOverride-1">improntato alla gioia: «l’assoggettato è felice quando si vede</hi><hi rend="CharOverride-1"> proporre desideri che scambia per propri e che di </hi><hi rend="CharOverride-1">fatto diventano i suoi» (Lordon 2015, 84).</hi></p><p rend="h2" ><hi>5. Riflessioni </hi><hi>finali</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Sappiamo come una buona parte del Novecento sia stato </hi><hi rend="CharOverride-1">contrassegnato anche dal dibattito sul processo di alienazione prodotto dal</hi><hi rend="CharOverride-1"> lavoro, che in seguito ha vissuto una sorta di </hi><hi rend="CharOverride-1">contrappasso storico finendo, forse troppo presto, nel dimenticatoio. Nel 1964,</hi><hi rend="CharOverride-1"> epoca nella quale il tema aveva una grande rilevanza, G</hi><hi rend="CharOverride-1">offredo Parise scrisse un romanzo – </hi><hi rend="italic CharOverride-1">Il Padrone</hi><hi rend="CharOverride-1"> – nel</hi><hi rend="CharOverride-1"> quale un impiegato compiva, senza nessuna costrizione esterna ma</hi><hi rend="CharOverride-1"> al contrario ricercando un proprio piacere personale, un vero </hi><hi rend="CharOverride-1">e proprio processo di auto-reificazione di fronte al proprio datore </hi><hi rend="CharOverride-1">di lavoro. Il romanzo voleva essere allora una sorta </hi><hi rend="CharOverride-1">di distopia sarcastica, e allo stesso tempo polemica, nei </hi><hi rend="CharOverride-1">confronti dell’egemonia pubblica di una tematica e delle sue</hi><hi rend="CharOverride-1"> storture (per le quali, secondo alcune letture, tutto finiva </hi><hi rend="CharOverride-1">per essere alienante). Invece sembra che la distopia sia </hi><hi rend="CharOverride-1">stata superata dalla realtà. Secondo Lordon, infatti, la finalità ultima</hi><hi rend="CharOverride-1"> del neoliberismo è proprio quella che il lavoratore arrivi ad</hi><hi rend="CharOverride-1"> amare il padrone/imprenditore (o l’istituzione che permette di</hi><hi rend="CharOverride-1"> lavorare) «per farlo gioire e farsene amare», in una</hi><hi rend="CharOverride-1"> sorta di totale identificazione simbolica, culturale e valoriale. Per </hi><hi rend="CharOverride-1">raggiungere questo obiettivo non è necessaria la costrizione, anzi, tutto </hi><hi rend="CharOverride-1">ciò che è repressivo deve essere accuratamente evitato e/o occultato.</hi><hi rend="CharOverride-1"> Il potere neoliberista, infatti, non ricorre all’uso della</hi><hi rend="CharOverride-1"> forza ma vuole i propri salariati in una condizione di</hi><hi rend="CharOverride-1"> </hi><hi rend="italic CharOverride-1">servitù</hi><hi rend="CharOverride-1"> consensuale. Non esiste </hi><hi rend="CharOverride-1">una «servitù volontaria» à la Boetiè, perché comunque «al di </hi><hi rend="CharOverride-1">là della costrizione fisica, non ci si potrà lasciare legare </hi><hi rend="CharOverride-1">se non avendolo più o meno voluto» (Lordon 2015, 33).</hi><hi rend="CharOverride-1"> Esiste al contrario una «servitù delle passioni» che riguarda tutt</hi><hi rend="CharOverride-1">i: l’affezione crea il desiderio di una cosa e</hi><hi rend="CharOverride-1"> attraverso un processo di emulazione questo desiderio diventa collettivo (eteronomia</hi><hi rend="CharOverride-1"> secondo la quale ci sottomettiamo volontariamente). Il processo emulativo </hi><hi rend="CharOverride-1">rafforza l’asservimento ricercando nel comportamento dell’altro e nel</hi><hi rend="CharOverride-1">la sua approvazione una conferma sociale. Il potere può </hi><hi rend="CharOverride-1">agire per amore o per paura, come insegna Spinoza, e </hi><hi rend="CharOverride-1">il neoliberismo ha scelto questa seconda strada, imponendo ai suoi</hi><hi rend="CharOverride-1"> membri una profonda assimilazione culturale al modello di riferimento.</hi><hi rend="CharOverride-1"> Sono queste le basi sulle quali si fonda la sua</hi><hi rend="CharOverride-1"> capacità di trasformare, in maniera irreversibile, le logiche ereditate dal</hi><hi rend="CharOverride-1"> fordismo, i cui effetti sono visibili oggi nel funzionamento</hi><hi rend="CharOverride-1"> dei mercati del lavoro, a partire dai meccanismi di </hi><hi rend="CharOverride-1">selezione improntati al mimetismo, alla somiglianza tra chi viene selezionato</hi><hi rend="CharOverride-1"> e il selezionatore, fino ai processi di allineamento richiesti</hi><hi rend="CharOverride-1"> ai lavoratori, che assumono una maggiore evidenza in situazioni </hi><hi rend="CharOverride-1">segnate da precariato, in particolare di tipo cognitivo. Un </hi><hi rend="CharOverride-1">meccanismo, quest’ultimo, noto anche come </hi><hi rend="italic CharOverride-1">economia della promessa</hi><hi rend="CharOverride-1">, </hi><hi rend="CharOverride-1">nel quale il lavoratore si trova ad accettare la situazione </hi><hi rend="CharOverride-1">precaria nella speranza si normalizzi (e perché comunque gli offre</hi><hi rend="CharOverride-1"> una seppur debole identità) mentre il datore di lavoro </hi><hi rend="CharOverride-1">tende a procrastinarla non solo per mantenere la disparità di </hi><hi rend="CharOverride-1">potere tra lui e il lavoratore ma anche perché sa </hi><hi rend="CharOverride-1">di poter contare su una sorta di nuovo </hi><hi rend="italic CharOverride-1">esercito di</hi><hi rend="italic CharOverride-1"> riserva</hi><hi rend="CharOverride-1"> da cui attingere. </hi></p><p rend="h2" ><hi>Riferimenti bibliografici</hi></p><p rend="bib_indx_bib" ><hi rend="CharOverride-1">Dardot Pierre, and Christian Laval</hi><hi rend="CharOverride-1">. 2010. </hi><hi rend="italic CharOverride-1">La nouvelle raison du monde: Essai sur la</hi><hi rend="italic CharOverride-1"> société néolibérale</hi><hi rend="CharOverride-1">. Paris: Editions La Découverte (trad. it. </hi><hi rend="italic CharOverride-1">La </hi><hi rend="italic CharOverride-1">nuova ragione del mondo. Critica della razionalità neoliberista</hi><hi rend="CharOverride-1">. Roma: </hi><hi rend="CharOverride-1">DeriveApprodi, 2013).</hi></p><p rend="bib_indx_bib" ><hi rend="CharOverride-1">Lordon, Frédéric. 2003. “Revenir à Spinoza dans </hi><hi rend="CharOverride-1">la conjuncture intellectuelle présente.” </hi><hi rend="italic CharOverride-1">L’Annèe de la Règulation</hi><hi rend="CharOverride-1"> </hi><hi rend="CharOverride-1">7: 147-66.</hi></p><p rend="bib_indx_bib" ><hi rend="CharOverride-1">Lordon, Frédéric. 2006. </hi><hi rend="italic CharOverride-1">L’intérêt souverain. Essai d’</hi><hi rend="italic CharOverride-1">anthropologie économique spinoziste</hi><hi rend="CharOverride-1">. 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