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        <title type="main" level="a">Robert Castel. Lavoro, individualità e disaffiliazione sociale</title>
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          <persName n="1" ref="https://orcid.org/0000-0002-6167-1305" type="ORCID">
            <forename>Tiziana</forename>
            <surname>Faitini</surname>
            <placeName type="affiliation">University of Trento, Italy</placeName>
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          <resp>This is a section of <title>Idee di lavoro e di ozio per la nostra civiltà</title>(DOI: <idno type="DOI">10.36253/979-12-215-0319-7</idno>) by </resp>
          <name>Giovanni Mari, Francesco Ammannati, Brogi Stefano, Tiziana Faitini, Arianna Fermani, Francesco Seghezzi, Annalisa Tonarelli</name>
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        <publisher>Firenze University Press</publisher>
        <pubPlace>Florence</pubPlace>
        <date when="2024">2024</date>
        <idno type="DOI">https://doi.org/10.36253/979-12-215-0319-7.121</idno>
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          <p>Available for academic research purposes</p>
          <p>Open Access</p>
          <p>Copyright Author(s)</p>
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        <p>This is original content, published for academic research purposes</p>
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      <abstract xml:lang="en">
        <p>This paper presents an overview of Robert Castel’s discussion on labour, by focusing on his analysis of the social supports of individuality and social property. In exploring these notions and the history of the wage-earning society, the French sociologist sheds light on the genealogy of the social and political link between wage labour, social (dis)affiliation and individual identity. Far from adopting a workist approach, he argues in favor of the reshaping of social welfare and labour law in contemporary, neoliberal, societies.</p>
      </abstract>
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            <item>concept of labour and work</item>
            <item>Robert Castel</item>
            <item>wage-earning society</item>
            <item>social security</item>
            <item>social supports of individuality</item>
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      <p>It is available online at https://doi.org/10.36253/979-12-215-0319-7.121<ref target="https://doi.org/10.36253/979-12-215-0319-7.121" /></p>
      
      <p rend="h1_chapter">Robert Castel. Lavoro, individualità e disaffiliazione sociale</p><p rend="h1_author ParaOverride-1" ><hi rend="CharOverride-1">Tiziana Faitini</hi></p><p rend="h2" ><hi>1. Introduzione</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Nell’insieme della sua ricerca, il sociologo e filosofo francese Robert Castel (Saint-Pierre-Quilbignon 1933-Paris 2013) fa i conti, da angolazioni diverse, con la strutturazione dell’identità sociale e, sempre attento a chi sta ai margini, potrebbe ben esser definito un sociologo specialista di esclusione. Non fosse che alla categoria di </hi><hi rend="italic CharOverride-1">esclusione</hi><hi rend="CharOverride-1"> i suoi lavori preferiscono quella di </hi><hi rend="italic CharOverride-1">disaffiliazione</hi><hi rend="CharOverride-1">, alla quale si assegna non tanto il compito di ratificare «una rottura», una perdita di status che escluda dal tessuto sociale, ma la possibilità analitica di «rintracciare un percorso» (Castel 2019, Premessa; vedi anche Castel 2009, 339-59), ovvero, un processo in continua evoluzione immerso in relazioni di potere. È da questa prospettiva che lo studioso guarda al lavoro socialmente organizzato, studiando a fondo la genesi della società salariale e la crisi cui essa va incontro a partire dagli anni Settanta del Novecento. Ai suoi occhi, però, analisi teorica e ricerca empirica non sono sufficienti, e solo l’indagine storica su concetti e pratiche, al centro del grande affresco delle </hi><hi rend="italic CharOverride-1">Metamorfosi della questione sociale. Una cronaca del salariato </hi><hi rend="CharOverride-1">(1995), consente di afferrare la costruzione di dispositivi e verità sociali con cui la contemporaneità fa i conti (Castel 1994). Metodologicamente stratificata, l’analisi che ne esce, di cui questo articolo intende restituire alcuni passaggi essenziali, consente di rendere conto delle tensioni che continuano a innervare l’intreccio tra identità, individualità e lavoro, e di illuminare la portata sociale e politica delle radicali trasformazioni che investono l’organizzazione contemporanea del lavoro.</hi></p><p rend="h2" ><hi>2. Il lavoro come s</hi><hi>upporto sociale all’identità</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Sono soprattutto alcuni saggi e interviste usciti negli ultimi anni della sua esistenza a chiarire con quanta intensità Castel abbia riflettuto sul «carattere problematico» dell’esistenza individuale e si sia interrogato a fondo sulla costruzione di identità (1998b, par. 18)</hi><hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi><ref target="OP08885_int_online_chapter_170_1041-1046.html#footnote-001">1</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">. Alla volontà di esplorare il legame tra le forze sociali – le vicende occupazionali in primis – e gli aspetti più intimi dell’esistenza non è estranea una vicenda biografica e formativa assai diversa da quella della più parte degli intellettuali francesi, che gli aveva senz’altro mostrato quanto le circostanze difficili possano rischiare di spezzare le identità e determinare i percorsi: rimasto orfano in tenera età in seno ad una famiglia di estrazione molto modesta, infatti, il giovane Castel consegue la qualifica di operaio specializzato montatore, occupazione da cui devia grazie all’incontro con un professore di filosofia che lo incoraggia a proseguire gli studi (Castel 2007; Duvoux 2013). Si comprende meglio, allora, con quanta urgenza le condizioni di possibilità dell’«essere individuo» stiano al cuore della sua ricerca, nonché quale sia l’accezione di individuo che entra in gioco: essere individui non riguarda qui tanto l’esistenza di una sostanza autonoma o la coscienza di sé, quanto la capacità di elaborare strategie personali e di intraprendere iniziative senza dipendere da altri. Si tratta cioè di adottare un approccio analitico che mette tra parentesi le dimensioni di vissuto, interiorità e intimità – pur nella consapevolezza che esse restino costitutive dell’«economia psichica dell’individuo» e della costruzione di un orizzonte di senso esistenziale e lavorativo – per guardare alla pura possibilità di ciascuno di agire in quanto «attore sociale indipendente» e, altrettanto, di essere socialmente «riconosciuto» come tale (Castel 2009, 403).</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">A guidare l’analisi è l’ipotesi che, da un punto di vista sociologico, non si sia individui in un unico modo: gli individui, infatti, «sono supportati in modo ineguale per essere individui» (Castel 2009, 404). Affinché l’individuo abbia una certa «consistenza» gli è necessaria una «base d’appoggio», uno «zoccolo duro»: solo disponendo di una «certa superficie» e occupando «un certo spazio nella società» è possibile infatti «sviluppare le capacità di essere un individuo» al senso sopra ricordato (Castel 2013, 31). L’individuo esiste come tale, in senso «positivo», e in quanto «qualificat[o] positivamente dal senso di responsabilità e dalla capacità di indipendenza», solo grazie a dei «supporti» estremamente «prosaici» (Castel 2006, 121-22). Ponendo consapevolmente «il sociale al cuore dell’individuo», Castel individua così delle condizioni «oggettive» di possibilità – declinabili come risorse storicamente mutevoli e di varia natura: materiale, giuridica, simbolica – che consentono di sviluppare strategie individuali, di entrare in relazione con altri, di disporre di un «perimetro personale» di interiorità (Castel 2006, 128). Castel ricorda, insomma, che l’individuo è una potenzialità e una «conquista fragile» (1998b, par. 18), sempre sospeso come è tra esistenza positiva e negativa. Si può, infatti, pure essere </hi><hi rend="italic CharOverride-1">individui per difetto</hi><hi rend="CharOverride-1">, che, privati dei supporti oggettivi, non possono accedere a quel «minimo di indipendenza, di autonomia, di riconoscimento sociale che sono gli attributi positivi riconosciuti agli individui nelle nostre società» (Castel 2006, 123). E sono proprio gli individui per difetto, con i loro itinerari di (dis)affiliazione – si giochino essi tra ospedali psichiatrici, agenzie interinali o banlieux parigine – che fin dagli inizi interrogano il suo sguardo sociologico.</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Tra i supporti di identità che storicamente si sono affermati nelle società occidentali, Castel annovera anzitutto la proprietà privata. Ciò che maggiormente gli interessa è però mettere in luce l’emergere della </hi><hi rend="italic CharOverride-1">proprietà sociale</hi><hi rend="CharOverride-1">: la graduale definizione costituzionale di un insieme di diritti sociali il cui scopo era definire una piena cittadinanza per chi non disponeva di proprietà al di fuori delle proprie braccia. Castel si appoggia qui alle posizioni riformiste del dibattito francese di fine Ottocento e in particolare ad Alfred Fouillée, che aveva definito la «proprietà sociale» come un «minimo di proprietà essenziale a ogni cittadino veramente libero e uguale agli altri», un «minimo di previdenza e di garanzie per l’avvenire» che tutela il «capitale umano» e che lo Stato può, in nome della giustizia, esigere da parte dei lavoratori al fine di evitare la formazione di una classe proletaria asservita o ribelle (Fouillée 1884, 148; Castel 2009, 259). </hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">L’affermazione della proprietà sociale e le prime statuizioni dell’assicurazione obbligatoria sul lavoro, a fine Ottocento, testimoniano del definitivo riconoscimento di una diversa stratificazione sociale, fondata sulla divisione del lavoro e non più esclusivamente sul censo, e in cui il lavoro salariato figura in modo strutturale. Come ben mostra la ricerca storica raccolta nelle </hi><hi rend="italic CharOverride-1">Metamorfosi </hi><hi rend="CharOverride-1">(Castel 2019), il lavoro salariato, da condizione indegna, è progressivamente divenuto un vettore di affiliazione che ha reso un ricordo sbiadito la disaffiliazione e il vagabondaggio cui secoli prima erano invece condannati i lavoratori braccianti a salario, poiché non legati alla terra da quei rapporti di servitù e protezione che nell’organizzazione feudale garantivano affiliazione e sicurezza. A conclusione di una lenta metamorfosi dei rapporti sociali</hi><hi rend="CharOverride-1">, l’Occidente è dunque giunto a pensare e riconoscere lo statuto di indipendenza e di affrancamento dalla costrizione delle necessità di vita non (solo) sulla base del possesso, ma su quella di un’occupazione regolamentata da un profilo contrattuale collettivamente negoziato, che offre tutela tanto nell’ambito dell’occupazione stessa (ovvero, nei confini del diritto del lavoro) quanto al suo esterno (nelle previsioni della protezione sociale). </hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Per questo Castel può affermare che il dispositivo della proprietà sociale costituisce «un’acquisizione decisiva della modernità» e consente di formulare in termini nuovi il conflitto secolare tra capitale e lavoro (Castel 2019, Conclusione). Sulla base di questa efficace finzione giuridica, coloro che non dispongono di proprietà privata riescono ad avere le risorse «per cominciare ad esistere da sé e per sé», e risultano pertanto capaci di essere individui al senso «positivo» prima ricordato. La proprietà sociale permette infatti ai non-proprietari di «accedere alla proprietà di sé», e di assicurarsi quella possibilità di «essere proprietari della propria persona» (Castel 2013, 72-3) che la tradizione dell’individualismo possessivo riteneva appannaggio del proprietario privato – o, più esattamente ancora, del maschio bianco proprietario privato (MacPherson 1973). </hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Tuttavia, questa finzione non dà vita a una società di uguali e Castel è estremamente attento nel rimarcarlo. Al trionfo del salariato, che si estende a coinvolgere una pluralità di attività e non solo le mansioni manuali o non qualificate, corrisponde infatti una differenziazione interna tra le figure salariate. Inoltre, l’avvento della società salariale non ha certo cancellato le distinzioni di status tra proprietari e non proprietari; e, si potrebbe aggiungere, esso ha contribuito a fissare precisi ruoli di genere, sancendo la subordinazione dei membri non salariati della popolazione – ovvero, in buona misura, delle donne, destinate piuttosto alla riproduzione sociale (Federici 2020; Cukier 2016). Pur non realizzando l’uguaglianza degli esseri umani e delle loro condizioni socioeconomiche, tale organizzazione sociale è però in grado di garantire la </hi><hi rend="italic CharOverride-1">comparabilità</hi><hi rend="CharOverride-1"> tra queste ultime: come osserva finemente Castel, essa si traduce perciò in una società di </hi><hi rend="italic CharOverride-1">simili</hi><hi rend="CharOverride-1">, strutturata secondo un «</hi><hi rend="italic CharOverride-1">continuum differenziato</hi><hi rend="CharOverride-1"> di posizioni» (Castel 2013, 63; vedi anche </hi><hi rend="CharOverride-3">2019,</hi><hi rend="CharOverride-1"> Conclusione, e 2009, 260). Sta qui tutta la modernità della proprietà sociale: è, infatti, proprio in ragione di questa comparabilità che le rivendicazioni e l’estensione dei supporti di individualità sono diventate possibili.</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Si capisce allora fino a che punto, nella nostra formazione sociale, il «lavoro […] è più che lavoro» (Castel 2019, par. 8.0): nella forma più compiuta di Stato e proprietà sociale che è la società salariale, conosciuta da alcuni Paesi occidentali nel Secondo Dopoguerra, il lavoro salariato ha assunto una centralità sociopolitica che è tanto costitutiva – poiché esso agisce da supporto principale all’affiliazione sociale e politica – quanto dinamica – poiché esso si afferma come terreno privilegiato di rivendicazione politica (su questa distinzione, Cukier 2016). La crisi della società salariale, apertasi fin dagli anni Settanta del Novecento con la disoccupazione dilagante e la crescente precarietà del posto di lavoro (e della protezione ad esso collegata), va dunque a erodere direttamente il terreno di affiliazione sociale e politica. </hi></p><p rend="h2" ><hi>3. La crisi della società salariale. Quali alternative?</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">La fine dell’«età d’oro» della proprietà sociale segnata dalle trasformazioni tecniche ed economiche degli anni Settanta è raccontata già nelle </hi><hi rend="italic CharOverride-1">Metamorfosi</hi><hi rend="CharOverride-1"> (Castel 2019, par. 7), che escono nel medesimo anno del testo di Jeremy Rifkin dedicato alla «fine del lavoro» (Rifkin 1995). A differenza di Rifkin, però, il sociologo francese rimane ben lontano dal credere che il lavoro sia destinato a scomparire. È, piuttosto, la sicurezza associata alla condizione salariale ad essere posta a dura prova dalla crisi del «lavoro omogeneo e stabile» (Castel 2019, par. 8.2). Indubbiamente, tale crisi impedisce di guardare al compromesso fordista nei termini semplicistici di un suo ripristino, o di una sua qualche riproducibilità in grado di garantire la medesima efficacia economica e sociopolitica che esso aveva saputo mostrare nei decenni precedenti, nel quadro al tempo stesso «sofisticat[o] e fragile» della società salariale (Castel 2019, par. 7.0). Rinunciare per questo all’articolazione tra lavoro e protezioni legate al salariato equivarrebbe però – come puntualizza l’autore in un saggio di sintesi di poco successivo – a lasciare «il campo libero alla guerra economica» e a incamminarsi verso un’«autentica rivoluzione culturale», dato che a gravitare attorno al «valore lavoro» è un’intera organizzazione sociale e non solo la produzione di beni e servizi (Castel 1998a, 9). La riduzione del tempo di lavoro, la valorizzazione di forme diverse di attività socialmente utili, l’introduzione di forme di cittadinanza sociale possono indubbiamente essere iniziative da promuovere; tuttavia, esse restano, secondo Castel, tentativi «marginali» per rispondere alle sfide che un’organizzazione del lavoro globale, automatizzata, parcellizzata e precarizzata solleva. Ciò che gli sembra veramente necessario in questo contesto è evitare di liquidare l’«associazione di una attività socialmente utile con le protezioni di un regime di diritto» (Castel 1998a, 10).</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">La medesima posizione è sostenuta anche negli ultimi lavori del sociologo, che continuano a scandagliare con lucidità lo sgretolamento della società salariale segnato dal neoliberalismo. Essi leggono la «crescita delle incertezze», che il neoliberalismo spinge ben oltre alla crisi del modello di piena occupazione, alla luce delle categorie di disaffiliazione e di erosione delle condizioni oggettive di possibilità per la proprietà di sé richiamate in apertura (Castel 2009). L’analisi che ne esce non si rassegna all’impossibilità di riadattare la forma regolativa della società salariale, e rilancia con decisione la necessità di una mediazione in termini pubblici e giuslavoristici. Questa presa di posizione potrebbe far pensare ad una posa quasi nostalgica e, in fin dei conti, all’incapacità di prendere distanza dal paradigma antropologico moderno incardinato sul lavoro (Chicchi 2016)</hi><hi rend="CharOverride-1">. Si tratta però di un’interpretazione affrettata, nella misura in cui la lezione di Castel rimane lontana tanto dal sottovalutare gli sconvolgimenti della società neoliberale rispetto alle forme di definizione sociale dell’individualità quanto dall’esaltare il modello antropologico e sociale dell’affiliazione salariale. La determinazione con cui l’autore – dopo aver dispiegato la genealogia e le ambiguità della regolamentazione collettiva nella costruzione delle condizioni di possibilità per un’esistenza autonoma e positiva – sostiene costantemente la necessità di tale regolamentazione risponde, più che alla nostalgia, alla scelta meditata di chi ha studiato con disincanto i fenomeni di disoccupazione e disaffiliazione, e ha toccato con mano fino a che punto la precarietà occupazionale coincida con la precarietà esistenziale e l’inoccupazione si traduca in inconsistenza: psicologica, personale, sociale, politica. </hi></p><p rend="h2" ><hi>4. Conclusione</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">La ricerca di Robert Castel mostra con chiarezza come il profilo antropologico e il profilo politico, il piano soggettivo e il piano oggettivo si intersechino inevitabilmente in quell’attività socialmente organizzata e remunerata di produzione di beni e servizi con cui il lavoro può essere identificato – e le cui implicazioni</hi><hi rend="CharOverride-1"> si estendono, come si è visto, ben oltre la sola sfera della produzione, toccando direttamente l’individualità e i suoi supporti. Nella pluralità dei suoi cantieri di indagine, il sociologo francese ha fatto da vicino i conti con la difficoltà di pensare e praticare un modello alternativo efficace all’inclusione fondata sul lavoro salariato. La sua riflessione, oggi, continua a ricordare l’importanza di far fronte alla «crescita delle incertezze» (anche) adattando e reinventando – a livello locale, nazionale e internazionale – strumenti giuridici e supporti sociali che sappiano pazientemente prestarsi ad arginare le derive di fattispecie del tutto inedite di lavoro a cui generazioni di «individui per difetto» rischiano altrimenti di essere abbandonate</hi><hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi><ref target="OP08885_int_online_chapter_170_1041-1046.html#footnote-000">-1</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">.</hi></p><p rend="h2" ><hi>Riferimenti bibliografici</hi></p><p rend="bib_indx_bib" ><hi rend="CharOverride-1">Castel, Robert. 1994. “‘Problematization’ as a mode of reading history.” In </hi><hi rend="italic CharOverride-1">Foucault and the writing of history</hi><hi rend="CharOverride-1">, edited by Jan E. Goldstein, 237-52. 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Milano: </hi><hi rend="CharOverride-1">Mimesis.</hi></p><p rend="bib_indx_bib" ><hi rend="CharOverride-1">Castel, Robert. 1998a. “Il lavoro: ‘un valore in via di sparizione’?” </hi><hi rend="italic CharOverride-1">Iride</hi><hi rend="CharOverride-1"> 23, 1: 5-10. </hi><ref target="0"><hi rend="CharOverride-1">https://doi.org/10.1414/11290</hi></ref></p><p rend="bib_indx_bib" ><hi rend="CharOverride-1">Castel, Robert. 1998b. “Individualisme et libéralisme.”</hi><hi rend="italic CharOverride-1"> </hi><hi rend="CharOverride-1">In Chantal Mouffe, Rudolf Visker, et al. </hi><hi rend="italic CharOverride-1">Questions au libéralisme</hi><hi rend="CharOverride-1">. Bruxelles: Presses de l’Université Saint-Louis. </hi><ref target="0"><hi rend="CharOverride-1">https://doi.org/10.4000/books.pusl.19581</hi></ref></p><p rend="bib_indx_bib" ><hi rend="CharOverride-1">Castel, Robert, e Claudine Haroche. 2013 (2001). </hi><hi rend="italic CharOverride-1">Proprietà privata, proprietà sociale, proprietà di sé. Conversazioni sulla costruzione dell’individuo moderno</hi><hi rend="CharOverride-1">, traduzione di Ciro Tarantino, e Ciro Pizzo. Macerata: Quodlibet.</hi></p><p rend="bib_indx_bib" ><hi rend="CharOverride-1">Castel, Robert. 2006. “La face cachée de l’</hi><hi rend="CharOverride-1">individu hypermoderne: l’individu par défaut.” In </hi><hi rend="italic CharOverride-1">L’individu hypermoderne</hi><hi rend="CharOverride-1">, édité par Nicole Aubert, 126-58. Ramonville Saint-Agne: Érés. </hi></p><p rend="bib_indx_bib" ><hi rend="CharOverride-1">Castel, Robert. 2007. “À Buchenwald.” </hi><hi rend="italic CharOverride-1">Esprit </hi><hi rend="CharOverride-1">7: 155-57. </hi><ref target="0"><hi rend="CharOverride-1">https://doi.org/10.3917/espri.0707.0155</hi></ref></p><p rend="bib_indx_bib" ><hi rend="CharOverride-1">Castel, Robert. 2009. </hi><hi rend="italic CharOverride-1">La montée des incertitudes. Travail, protections, statut de l’individu</hi><hi rend="CharOverride-1">. 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Oakland (CA): PM Press.</hi></p><p rend="bib_indx_bib" ><hi rend="CharOverride-1">Fouillée, Alfred. 1884. </hi><hi rend="italic CharOverride-1">La Propriété sociale et la démocratie</hi><hi rend="CharOverride-1">. Paris: Hachette.</hi></p><p rend="bib_indx_bib" ><hi rend="CharOverride-1">Macpherson, Crawford B. 1973 (1962). </hi><hi rend="italic CharOverride-1">Libertà e proprietà alle origini del pensiero borghese. La teoria dell’individualismo possessivo da Hobbes a Locke</hi><hi rend="CharOverride-1">, traduzione di Silvana Borutti. Milano: ISEDI.</hi></p><p rend="bib_indx_bib" ><hi rend="CharOverride-1">Rifkin, Jeremy. 1995.</hi><hi rend="italic CharOverride-1"> La fine del lavoro: il declino della forza lavoro globale e l’avvento dell’era post-mercato</hi><hi rend="CharOverride-1">, traduzione di Paolo Canton. Milano: Baldini &amp; Castoldi.</hi></p><list type="ordered">
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-2"><ref target="OP08885_int_online_chapter_170_1041-1046.html#footnote-001-backlink">1</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	Qui e dove non è citata una versione italiana, la traduzione è mia. </hi></p></item>
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					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-2"><ref target="OP08885_int_online_chapter_170_1041-1046.html#footnote-000-backlink">-1</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	Il capitolo è frutto del progetto “Beyond Workism and the Work-Centered Society. A Gendered-Oriented Theoretical and Historical Inquiry into the Vocabulary of Social-Political Inclusion” (PRIN 2022 PNRR - P2022N8YKE, CUP E53D23020210001, finanziato dall’Unione europea – NextGenerationEU.</hi></p></item>
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          <bibl n="144809">Castel, Robert. 2019 (1995). Le metamorfosi della questione sociale. Una cronaca del salariato, traduzione di Antonello Petrillo, e Ciro Tarantino. Milano: Mimesis.</bibl>
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