<?xml version="1.0" encoding="utf-8" standalone="yes"?>
<TEI xmlns="http://www.tei-c.org/ns/1.0">
  <teiHeader>
    <fileDesc>
      <titleStmt>
        <title type="main" level="a">Richard Sennett: quando il capitale si fa impaziente</title>
        <author>
          <persName n="1" ref="https://orcid.org/0000-0003-2694-888X" type="ORCID">
            <forename>Paolo</forename>
            <surname>Giovannini</surname>
            <placeName type="affiliation">University of Florence, Italy</placeName>
          </persName>
        </author>
        <respStmt>
          <resp>This is a section of <title>Idee di lavoro e di ozio per la nostra civiltà</title>(DOI: <idno type="DOI">10.36253/979-12-215-0319-7</idno>) by </resp>
          <name>Giovanni Mari, Francesco Ammannati, Brogi Stefano, Tiziana Faitini, Arianna Fermani, Francesco Seghezzi, Annalisa Tonarelli</name>
        </respStmt>
      </titleStmt>
      <publicationStmt>
        <publisher>Firenze University Press</publisher>
        <pubPlace>Florence</pubPlace>
        <date when="2024">2024</date>
        <idno type="DOI">https://doi.org/10.36253/979-12-215-0319-7.125</idno>
        <availability>
          <p>Available for academic research purposes</p>
          <p>Open Access</p>
          <p>Copyright Author(s)</p>
          <licence source="text" target="https://creativecommons.org/licenses/by/4.0/legalcode">
            <p>Content licence CC BY 4.0</p>
          </licence>
          <licence source="metadata" target="https://creativecommons.org/publicdomain/zero/1.0/legalcode">
            <p>Metadata licence CC0 1.0</p>
          </licence>
        </availability>
      </publicationStmt>
      <sourceDesc>
        <p>This is original content, published for academic research purposes</p>
      </sourceDesc>
    </fileDesc>
    <encodingDesc>
      <appInfo>
        <application version="2.2" ident="Booksflow">
          <desc>Digital edition XML powered by Booksflow</desc>
        </application>
      </appInfo>
    </encodingDesc>
    <profileDesc>
      <abstract xml:lang="en">
        <p>Of Sennett's scientific production, this chapter takes into consideration the consequences that on work (and on man) have produced and are producing the great transformations taking place worldwide; but also the forces in the field that, according to Sennett, could counter these trends. The first part is dedicated to the analysis of the "new capitalism", where two processes that feed each other dominate: globalization and acceleration of time. The answer to these changed contextual conditions is flexibility, which becomes the constitutive principle of the organization of work in the "new capitalism". In the Author's opinion, while Sennett is convincing in the analysis of what happens - on a collective and individual level - when capitalism becomes impatient, the prepositive part on what to do appears to him less solid, where Sennett's pragmatism merges with an idealism with utopian overtones.</p>
      </abstract>
      <textClass>
        <keywords>
          <list>
            <item>new capitalism</item>
            <item>flexibility</item>
            <item>organization of work</item>
            <item>utopian pragmatism</item>
          </list>
        </keywords>
      </textClass>
    </profileDesc>
  </teiHeader>
  <text>
    <body>
      <p>It is available online at https://doi.org/10.36253/979-12-215-0319-7.125<ref target="https://doi.org/10.36253/979-12-215-0319-7.125" /></p>
      
      <p rend="h1_chapter">Richard Sennett: quando il capitale si fa impaziente</p><p rend="h1_author ParaOverride-1" ><hi rend="CharOverride-1">Paolo Giovannini</hi></p><p rend="text_top" ><hi rend="CharOverride-1">1. </hi><hi rend="CharOverride-1">C’è a mio parere un aspetto curioso nella poderosa </hi><hi rend="CharOverride-1">produzione scientifica di Sennett. E cioè che quella dimensione – il </hi><hi rend="CharOverride-1">lavoro – che costituisce per così dire l’architrave sulla quale </hi><hi rend="CharOverride-1">si regge tutta la complessa narrazione teorica ed empirica dell’</hi><hi rend="CharOverride-1">Autore – il nuovo capitalismo, il carattere, la sfera pubblica, la </hi><hi rend="CharOverride-1">cooperazione, la città – a guardar bene è forse l’oggetto </hi><hi rend="CharOverride-1">di ricerca a cui nel complesso viene dedicato meno spazio </hi><hi rend="CharOverride-1">quantitativo e qualitativo.</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">La sua centralità emerge con forza quando Sennett</hi><hi rend="CharOverride-1"> è nel pieno della maturità scientifica, prima con </hi><hi rend="italic CharOverride-1">The Corrosion</hi><hi rend="italic CharOverride-1"> of Character</hi><hi rend="CharOverride-1"> (1998) e poi con </hi><hi rend="italic CharOverride-1">The Craftsman</hi><hi rend="CharOverride-1"> (2008). Ma</hi><hi rend="CharOverride-1"> anche in questi due libri, pur nell’ampiezza dell’analisi,</hi><hi rend="CharOverride-1"> l’Autore procede per negazione. Nel primo, descrive cosa </hi><hi rend="italic CharOverride-1">non</hi><hi rend="CharOverride-1"> è più il lavoro nel nuovo capitalismo; nel secondo, cosa</hi><hi rend="CharOverride-1"> viene </hi><hi rend="italic CharOverride-1">negato</hi><hi rend="CharOverride-1"> di ciò che si esprime e si crea</hi><hi rend="CharOverride-1"> nel lavoro artigianale tradizionale e moderno. Ed è alla negazione</hi><hi rend="CharOverride-1"> più che all’oggetto negato che Sennett presta maggiore attenzione</hi><hi rend="CharOverride-1"> e – anticipo un mio parere – con maggiore efficacia e forza</hi><hi rend="CharOverride-1"> di convinzione.</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Comincerò allora da questo, dalle grandi trasformazioni che </hi><hi rend="CharOverride-1">hanno investito e investono il mondo, guardando alle conseguenze sul </hi><hi rend="CharOverride-1">lavoro (e sull’uomo) ma anche alle forze in campo </hi><hi rend="CharOverride-1">che potrebbero contrastare e rovesciare queste tendenze (Sennett 2005).</hi><hi rend="CharOverride-1"> Con qualche semplificazione, potremmo ridurre a due i processi avvenuti</hi><hi rend="CharOverride-1"> e in corso a livello mondiale che hanno investito una</hi><hi rend="CharOverride-1"> buona parte delle società contemporanee, sia pure con non poche</hi><hi rend="CharOverride-1"> eccezioni e con diseguale incidenza sui singoli paesi: il processo</hi><hi rend="CharOverride-1"> di globalizzazione e quello di velocizzazione del tempo. I due</hi><hi rend="CharOverride-1"> processi, come è chiaro, si alimentano vicendevolmente: il processo di</hi><hi rend="CharOverride-1"> globalizzazione riduce progressivamente gli ostacoli ai movimenti di persone, cose</hi><hi rend="CharOverride-1"> e materiale simbolico, mentre l’accelerazione del tempo riduce virtualmente</hi><hi rend="CharOverride-1"> le distanze fisiche e non del nuovo mondo globale.</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">È </hi><hi rend="CharOverride-1">in questo quadro che si inseriscono analisi e proposte di </hi><hi rend="CharOverride-1">Sennett. Potremmo anzi dire che esse si collocano in esplicita </hi><hi rend="CharOverride-1">contrapposizione ai processi di cui sopra, dei quali Sennett in </hi><hi rend="CharOverride-1">una </hi><hi rend="italic CharOverride-1">pars destruens</hi><hi rend="CharOverride-1"> di grande interesse mette in rilievo tutti </hi><hi rend="CharOverride-1">gli aspetti di pericolosità per la convivenza umana come per </hi><hi rend="CharOverride-1">la solidità del carattere personale.</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Nelle sue analisi, l’Autore mette</hi><hi rend="CharOverride-1"> in campo una strumentazione multidisciplinare, sociologica ma anche psicologica e</hi><hi rend="CharOverride-1"> antropologica. Un approccio olistico che si alimenta soprattutto di materiale</hi><hi rend="CharOverride-1"> qualitativo (storie di vita, interviste aperte, brevi racconti, cronache di</hi><hi rend="CharOverride-1"> vita quotidiana ecc.). Con una costante: che è </hi><hi rend="italic CharOverride-1">dal basso</hi><hi rend="CharOverride-1"> che Sennett vuole guardare ai problemi sociali, è dalle esperienze</hi><hi rend="CharOverride-1"> della </hi><hi rend="italic CharOverride-1">common people</hi><hi rend="CharOverride-1"> che vuole trarre spunti interpretativi.</hi></p><p rend="text_top" ><hi rend="CharOverride-1">2. Via </hi><hi rend="CharOverride-1">via che globalizzazione e velocizzazione del tempo procedono e si </hi><hi rend="CharOverride-1">impongono in aree sempre più vaste del mondo, il capitale </hi><hi rend="CharOverride-1">si fa impaziente, abbandona ogni strategia di lungo periodo nel </hi><hi rend="CharOverride-1">vortice di una concorrenza che si è fatta globale, e </hi><hi rend="CharOverride-1">che impone di ottenere profitti nel più breve tempo possibile.</hi><hi rend="CharOverride-1"> Processi produttivi e transazioni mercantili subiscono un’accelerazione a </hi><hi rend="CharOverride-1">cui segue inevitabilmente uno sconvolgimento complessivo del mondo del lavoro. </hi><hi rend="CharOverride-1">La risposta fondamentale alle mutate condizioni di contesto è la </hi><hi rend="italic CharOverride-1">flessibilizzazione</hi><hi rend="CharOverride-1">, che diventa principio costitutivo dell’organizzazione del lavoro nel</hi><hi rend="CharOverride-1"> ‘nuovo capitalismo’.</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Sul piano materiale, il processo di flessibilizzazione</hi><hi rend="CharOverride-1"> si svolge analogamente a quanto descritto da Marx sulla progressiva</hi><hi rend="CharOverride-1"> introduzione della divisione del lavoro nella produzione manifatturiera. Applicata casualmente</hi><hi rend="CharOverride-1"> per far fronte a esigenze momentanee o a eventi imprevisti,</hi><hi rend="CharOverride-1"> se ne scopre rapidamente i vantaggi in termini produttivi, per</hi><hi rend="CharOverride-1"> cui la sua introduzione da casuale si fa sistematica ed</hi><hi rend="CharOverride-1"> anzi vi si fa ricorso secondo sempre nuove modalità. Analoga</hi><hi rend="CharOverride-1"> ma anche assai più rapida, date le nuove favorevoli condizioni</hi><hi rend="CharOverride-1"> tecnologiche e ambientali, l’implementazione del processo di flessibilizzazione interessa</hi><hi rend="CharOverride-1"> sempre più numerosi segmenti di lavoro: qualche volta per necessità</hi><hi rend="CharOverride-1"> oggettive, altre per rispondere agli stessi interessi (magari provvisori) del</hi><hi rend="CharOverride-1"> lavoratore (donne e giovani, soprattutto), o per far fronte a</hi><hi rend="CharOverride-1"> esigenze momentanee ed eccezionali (come può essere stato lo </hi><hi rend="italic CharOverride-1">smart</hi><hi rend="italic CharOverride-1"> working</hi><hi rend="CharOverride-1"> durante la pandemia) o ancora in situazioni magari isolate</hi><hi rend="CharOverride-1"> di debolezza sindacale. Una sperimentazione sul campo che però mostra</hi><hi rend="CharOverride-1"> rapidamente i suoi vantaggi, e trova pronto il capitale a</hi><hi rend="CharOverride-1"> coglierne le opportunità. Che sono varie, e che soprattutto in</hi><hi rend="CharOverride-1"> </hi><hi rend="italic CharOverride-1">The Corrosion of Character</hi><hi rend="CharOverride-1"> l’Autore richiama con lucida sistematicità.</hi><hi rend="CharOverride-1"> La flessibilizzazione (che ha un pronto riscontro in un processo</hi><hi rend="CharOverride-1"> di deregolamentazione del lavoro senza precedenti – Sennett 2005) si</hi><hi rend="CharOverride-1"> innesta rapidamente e rapidamente si estende nei contesti di maggiore</hi><hi rend="CharOverride-1"> debolezza politico-sindacale, ulteriormente indebolendoli, date l’instabilità se non la</hi><hi rend="CharOverride-1"> volatilità del personale, che rende difficili i processi di aggregazione,</hi><hi rend="CharOverride-1"> di resistenza e di lotta comune.</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Sul piano organizzativo, la </hi><hi rend="CharOverride-1">flessibilizzazione richiede un mutamento radicale delle logiche gestionali o – come </hi><hi rend="CharOverride-1">si esprime Sennett (2005) – dà vita a nuove strutture </hi><hi rend="CharOverride-1">di potere che governano senza partecipazione con direttive </hi><hi rend="italic CharOverride-1">top down</hi><hi rend="CharOverride-1">,</hi><hi rend="CharOverride-1"> escludendo via via forze organizzate (come il sindacato) da ogni</hi><hi rend="CharOverride-1"> luogo e momento decisionale. Soccorre e alimenta questo processo la</hi><hi rend="CharOverride-1"> sempre più generalizzata disponibilità di tecnologie informatiche. La gestione del</hi><hi rend="CharOverride-1"> lavoro si fa digitale, si allontana e scompare ulteriormente il</hi><hi rend="CharOverride-1"> comando del capitale, come già era successo con l’affermarsi</hi><hi rend="CharOverride-1"> del sistema di macchine. Ora, nella società digitale, c’è</hi><hi rend="CharOverride-1"> però maggiore raffinatezza, lo svuotamento dei valori di partecipazione, di</hi><hi rend="CharOverride-1"> competenza, di formazione, di esperienza, avviene in maniera soft, si</hi><hi rend="CharOverride-1"> presenta col camice bianco del tecnico digitale, si svolge nelle</hi><hi rend="CharOverride-1"> stanze ordinate e lampeggianti del governo informatico. Flessibilizzazione e digitalizzazione</hi><hi rend="CharOverride-1"> entrano in un gioco interattivo: la prima richiede l’altra,</hi><hi rend="CharOverride-1"> questa a sua volta apre nuove prospettive di sviluppo e</hi><hi rend="CharOverride-1"> nuove modalità di applicazione all’uso flessibile del lavoro. Siamo</hi><hi rend="CharOverride-1"> in presenza di un processo di «distruzione creatrice» in un</hi><hi rend="CharOverride-1"> senso però assai diverso da quello di Schumpeter, perché ora</hi><hi rend="CharOverride-1"> ciò che viene distrutto è ‘nel basso’ e ciò</hi><hi rend="CharOverride-1"> che viene creato è nelle sfere alte del potere e</hi><hi rend="CharOverride-1"> della conoscenza (Sennett 2005, 17).</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">L’aspetto più preoccup</hi><hi rend="CharOverride-1">ante per Sennett è ciò che avviene sul piano politico-culturale, </hi><hi rend="CharOverride-1">a livello collettivo e soprattutto a livello individuale. Sottilmente ma </hi><hi rend="CharOverride-1">efficacemente si erodono identità e caratteri personali, viene a mancare </hi><hi rend="CharOverride-1">ogni riconoscimento delle proprie capacità (Turnaturi 1998), la gente perde </hi><hi rend="CharOverride-1">la fiducia in se stessa e svaluta ciò che ha </hi><hi rend="CharOverride-1">fatto (istruzione, formazione, esperienze lavorative ecc.), piegandosi pericolosamente all’idea</hi><hi rend="CharOverride-1"> di un’immutabile e trans-storica divisione tra chi è destinato</hi><hi rend="CharOverride-1"> a comandare e chi è destinato a obbedire. Siamo, come</hi><hi rend="CharOverride-1"> recita il titolo di questa Parte V, alla fine del</hi><hi rend="CharOverride-1"> lavoro fordista. Riecheggiando Marx, Sennett legge il processo di flessibilizzazione</hi><hi rend="CharOverride-1"> come un passaggio storico di ulteriore e forse generale espropriazione</hi><hi rend="CharOverride-1"> del comando sul lavoro da parte del capitale. La sua</hi><hi rend="CharOverride-1"> valutazione delle conseguenze personali, sociali, politiche che colpiscono lavoratori e</hi><hi rend="CharOverride-1"> lavoro è pesantissima. La centralizzazione operata dal sistema di governo</hi><hi rend="CharOverride-1"> digitale toglie al lavoro ogni residua capacità di autoorganizzazione e</hi><hi rend="CharOverride-1"> vanifica ogni tentativo di cooperazione. Il continuo ricambio di competenze</hi><hi rend="CharOverride-1"> e di capacità richieste dal «nuovo capitalismo» toglie quella rela</hi><hi rend="CharOverride-1">tiva certezza della continuità del posto di lavoro, in molti </hi><hi rend="CharOverride-1">paesi data quasi per scontata in anni poi non così </hi><hi rend="CharOverride-1">lontani (Tweedie 2013), diffondendo a livello individuale e sociale </hi><hi rend="CharOverride-1">una situazione di insicurezza e di sfiducia in se stessi </hi><hi rend="CharOverride-1">e nelle istituzioni, corrodendo il carattere o – come alcuni interpretano </hi><hi rend="CharOverride-1">Sennett (Smith 2012) – rimodellando la soggettività. Il clima si </hi><hi rend="CharOverride-1">fa pesante, la paura del futuro alimenta un’ansietà generalizzata, </hi><hi rend="CharOverride-1">con le ricadute storicamente ben note di ricerca di capri </hi><hi rend="CharOverride-1">espiatori, di appello al leader, di tentativi di ridurre l’</hi><hi rend="CharOverride-1">insicurezza creando occasioni di entusiasmo collettivo organizzato o scaricandola </hi><hi rend="CharOverride-1">su obiettivi inventati o inutili, quando non odiosi</hi><hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi><ref target="OP08885_int_online_chapter_176_1071-1077.html#footnote-001">1</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">.</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Come ho</hi><hi rend="CharOverride-1"> già accennato, il capitalismo impaziente chiede ed ottiene una mano</hi><hi rend="CharOverride-1"> sempre più libera nella gestione del lavoro. Le istituzioni dello</hi><hi rend="CharOverride-1"> Stato, che Sennett come Marx giudica succubi del capitale, provvedono</hi><hi rend="CharOverride-1"> a garantire le condizioni perché il comando del lavoro incontri</hi><hi rend="CharOverride-1"> sempre meno resistenza da parte delle (politicamente residue) organizzazioni dei</hi><hi rend="CharOverride-1"> lavoratori, attraverso un processo di deregolamentazione dei rapporti e delle</hi><hi rend="CharOverride-1"> prestazioni di lavoro, così da soddisfare le esigenze di un</hi><hi rend="CharOverride-1"> sistema flessibile che richiede innanzitutto la possibilità di operare facili</hi><hi rend="CharOverride-1"> spostamenti da una posizione di lavoro all’altra o di</hi><hi rend="CharOverride-1"> ‘liberare’ facilmente posti di lavoro. Vengono così disperse – sostiene</hi><hi rend="CharOverride-1"> l’Autore – preziose conoscenze acquisite nel processo formativo come, forse</hi><hi rend="CharOverride-1"> con ancora maggiore danno, quella conoscenza tacita stabilmente depositata nelle</hi><hi rend="CharOverride-1"> relazioni di lavoro e in quelle sociali e ambientali – </hi><hi rend="CharOverride-1">come direbbe Alfred Marshall (1919), nell’ </hi><hi rend="italic CharOverride-1">industrial atmosphere</hi><hi rend="CharOverride-1">.</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Anche</hi><hi rend="CharOverride-1"> la tradizionale e ben chiara distinzione tra lavoro e non</hi><hi rend="CharOverride-1"> lavoro, tra tempo di lavoro e tempo libero viene progressivamente</hi><hi rend="CharOverride-1"> erosa e si fa confusa nella percezione del lavoratore. La</hi><hi rend="CharOverride-1"> flessibilità delle prestazioni di lavoro ne trasforma il senso, facendole</hi><hi rend="CharOverride-1"> apparire come un bene di consumo, che si può e</hi><hi rend="CharOverride-1"> si deve cambiare il più velocemente possibile. Il capitalismo impaziente</hi><hi rend="CharOverride-1"> detta tempi e modi del lavoro, rendendolo progressivamente subalterno e</hi><hi rend="CharOverride-1"> impoverendolo di significati. Con effetti che si riversano anche nel</hi><hi rend="CharOverride-1"> tempo libero, che assume un sempre più forte carattere di</hi><hi rend="CharOverride-1"> evasione e di distacco emotivo e culturale dal lavoro, quasi</hi><hi rend="CharOverride-1"> a sancirne l’insignificanza se non a negarne psicologicamente l</hi><hi rend="CharOverride-1">’esistenza.</hi></p><p rend="text_top" ><hi rend="CharOverride-1">3. Esistono o si possono immaginare alternative a questa </hi><hi rend="CharOverride-1">deriva culturale prodotta dal nuovo capitalismo che sta progressivamente impoverendo </hi><hi rend="CharOverride-1">l’esperienza del lavoro, disperdendo patrimoni di conoscenze tacite, generalizzando </hi><hi rend="CharOverride-1">situazioni di rischio e di incertezza personale e collettiva, fino </hi><hi rend="CharOverride-1">a intaccare quei più delicati territori del carattere e dell’</hi><hi rend="CharOverride-1">identità che alla lunga indebolirebbero le basi stesse della convivenza </hi><hi rend="CharOverride-1">civile, minando credibilità e funzioni integrative delle istituzioni pubbliche e </hi><hi rend="CharOverride-1">associative?</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Sennett affronta questo problema muovendosi su due binari paralleli. Primo,</hi><hi rend="CharOverride-1"> cercando caparbiamente di mantenere un forte attacco a quelle realtà</hi><hi rend="CharOverride-1"> empiriche che in modo diverso testimoniano la persistenza di modalità</hi><hi rend="CharOverride-1"> lavorative ricche e con importanti ricadute sulle identità personali, sulle</hi><hi rend="CharOverride-1"> relazioni sociali e sulla vita pubblica. Secondo, lavorando altrettanto </hi><hi rend="CharOverride-1">caparbiamente, e anche qui appoggiandosi a una poderosa documentazione empirica, </hi><hi rend="CharOverride-1">su un piano dove prevale l’aspetto prescrittivo, volontaristico e, </hi><hi rend="CharOverride-1">in ultima analisi, politico. Niente di male, ovviamente, ma certo </hi><hi rend="CharOverride-1">il distacco tra la </hi><hi rend="italic CharOverride-1">pars destruens</hi><hi rend="CharOverride-1"> (il ‘nuovo capitalismo’ </hi><hi rend="CharOverride-1">e il lavoro) e la </hi><hi rend="italic CharOverride-1">pars construens</hi><hi rend="CharOverride-1"> si fa evidente. </hi><hi rend="CharOverride-1">Provo ad argomentare il punto.</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Anche se Sennett non richiama esplicitamente</hi><hi rend="CharOverride-1"> la tradizionale distinzione tra </hi><hi rend="italic CharOverride-1">otium</hi><hi rend="CharOverride-1"> e </hi><hi rend="italic CharOverride-1">negotium</hi><hi rend="CharOverride-1"> – dove l’</hi><hi rend="italic CharOverride-1">otium</hi><hi rend="CharOverride-1">, nella cultura romana, era la sola sfera nella quale </hi><hi rend="CharOverride-1">si esercitavano le attività degne dell’uomo – purtuttavia ne riecheggia </hi><hi rend="CharOverride-1">il senso quando ingloba in una modalità </hi><hi rend="italic CharOverride-1">estesa</hi><hi rend="CharOverride-1"> del lavorare </hi><hi rend="CharOverride-1">i tempi della riflessione, della distrazione, del riposo, persino del </hi><hi rend="CharOverride-1">divertimento. Perché, come insegna il lavoro dell’artigiano, di quello </hi><hi rend="CharOverride-1">tradizionale come di quello moderno e tecnologico, «ci vuole tempo»: </hi><hi rend="CharOverride-1">dall’ideazione alla realizzazione il percorso è accidentato, richiede scelte, </hi><hi rend="CharOverride-1">analisi non frettolose, tempi per l’immaginazione</hi><hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi><ref target="OP08885_int_online_chapter_176_1071-1077.html#footnote-000">2</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">. Se nella </hi><hi rend="CharOverride-1">pratica storica del lavoro si è venuto via via affermando </hi><hi rend="CharOverride-1">una sempre più stretta separazione tra lavoro e non lavoro, </hi><hi rend="CharOverride-1">Sennett rilancia una parziale integrazione delle due categorie nell’unica </hi><hi rend="CharOverride-1">categoria di lavoro. Il suo riferimento non è tanto quindi </hi><hi rend="CharOverride-1">al Marx dell’</hi><hi rend="italic CharOverride-1">Ideologia tedesca</hi><hi rend="CharOverride-1">, dove l’uomo passa da</hi><hi rend="CharOverride-1"> libera attività a libera attività, sussumendole nella propria personalità e</hi><hi rend="CharOverride-1"> insieme esprimendovi se stesso. Il lavoro rimane lavoro, prestazione d</hi><hi rend="CharOverride-1">’opera (e di tempo) finalizzata a un obiettivo, che sia</hi><hi rend="CharOverride-1"> un prodotto di più o meno grande complessità, o un</hi><hi rend="CharOverride-1"> servizio di maggiore o minore qualificazione. Per Sennett, ciò che</hi><hi rend="CharOverride-1"> cambia – o meglio, ciò che dovrebbe cambiare – sono le condizioni</hi><hi rend="CharOverride-1"> nelle quali si svolge l’attività lavorativa: favorendo libertà espressiva,</hi><hi rend="CharOverride-1"> autonomia nella scelta dei modi e dei tempi del lavoro,</hi><hi rend="CharOverride-1"> interazione e cooperazione ecc.</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">È partendo da quest’ultimo aspetto </hi><hi rend="CharOverride-1">– la cooperazione – che l’argomentazione di Sennett si allarga </hi><hi rend="CharOverride-1">fino ad affrontare tematiche di respiro pubblico. Dove, come su </hi><hi rend="CharOverride-1">altri punti, oscilla tra l’analisi e la proposta. </hi><hi rend="CharOverride-1">È in particolare sull’instabile equilibrio tra conflitto e collaborazione </hi><hi rend="CharOverride-1">che la lettura di Sennett si fa meno convincente. Rimaniamo </hi><hi rend="CharOverride-1">sul terreno del lavoro. La velata critica degli aspetti conflittuali </hi><hi rend="CharOverride-1">che caratterizzano le situazioni lavorative come la sottolineatura qualche volta </hi><hi rend="CharOverride-1">enfatica degli aspetti collaborativi (Sennett 2012) si colloca a mio </hi><hi rend="CharOverride-1">parere più su un piano prescrittivo (e valutativo) che non </hi><hi rend="CharOverride-1">sul piano dell’analisi. Perché il lavoro, come ogni altro</hi><hi rend="CharOverride-1"> luogo costitutivo del vivere sociale, si svolge quasi totalmente – anche</hi><hi rend="CharOverride-1"> se individuale – seguendo modalità e logiche cooperative. I momenti conflittuali</hi><hi rend="CharOverride-1"> e di altro tipo genericamente non collaborativi sono l’eccezione</hi><hi rend="CharOverride-1"> e non la regola. Qualunque rilevazione sulla conflittualità interna ed</hi><hi rend="CharOverride-1"> esterna al luogo di lavoro lo dimostra. Il problema non</hi><hi rend="CharOverride-1"> sta dunque nella mancanza di pratiche cooperative, quanto nelle condizioni</hi><hi rend="CharOverride-1"> organizzative e gestionali che ne ostacolano la valorizzazione.</hi></p><p rend="text_top" ><hi rend="CharOverride-1">4. Per </hi><hi rend="CharOverride-1">chiudere. Si possono rintracciare nel discorso di Sennett elementi utopici?</hi><hi rend="CharOverride-1"> Quanto essi sono avvertiti dallo stesso autore? Perché</hi><hi rend="CharOverride-1"> – nonostante tutti gli sforzi per dare solidità e coerenza al</hi><hi rend="CharOverride-1"> suo lavoro – non si può non avvertire il contrasto, se</hi><hi rend="CharOverride-1"> non la contraddizione, tra da una parte la stringente e</hi><hi rend="CharOverride-1"> lucida articolazione di cosa è, dove va, e quali ricadute</hi><hi rend="CharOverride-1"> (negative) ha sul mondo del lavoro il «nuovo capitalismo» e</hi><hi rend="CharOverride-1"> dall’altra il proporre come una strada obbligata per la</hi><hi rend="CharOverride-1"> società e per gli individui il perseguire e seguire le</hi><hi rend="CharOverride-1"> indicazioni dirette e indirette che suggerisce l’uomo artigiano; coltivare</hi><hi rend="CharOverride-1"> e sviluppare abilità e competenze, puntare alla qualità dell’esperienza</hi><hi rend="CharOverride-1"> lavorativa, dare un senso alla propria attività, trattenere gli uomini</hi><hi rend="CharOverride-1"> su un terreno pubblico e non spingerli a cercare rifugio</hi><hi rend="CharOverride-1"> nel privato, estendere e consolidare una cittadinanza consapevole</hi><hi rend="CharOverride-1">.</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Obiettivo ambizioso, ma su quali basi sociali, </hi><hi rend="CharOverride-1">culturali e politiche? quali sono le condizioni che possono favorire </hi><hi rend="CharOverride-1">un’inversione di tendenza? E quali limiti incontreranno? Da dove </hi><hi rend="CharOverride-1">converrà partire? Pragmatista e idealista insieme (White 2009), Sennett guarda</hi><hi rend="CharOverride-1"> a quei luoghi (di lavoro e di vita, piccole imprese</hi><hi rend="CharOverride-1"> e piccole comunità locali) dove </hi><hi rend="CharOverride-1">sono più praticabili relazioni sociali e di lavoro di tipo</hi><hi rend="CharOverride-1"> collaborativo, dove la partecipazione ai processi decisionali è più diffusa,</hi><hi rend="CharOverride-1"> dove conoscenze tacite si trasmettono con l’aria che si</hi><hi rend="CharOverride-1"> respira. Ma guarda anche alle politiche sociali per l’istruzione,</hi><hi rend="CharOverride-1"> specialmente tecnica, a modifiche dell’ordinamento giuslavorista e alle politiche</hi><hi rend="CharOverride-1"> sindacali, che diano spazio e riconoscimento alle competenze e al</hi><hi rend="CharOverride-1"> merito. </hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Il disegno sennettiano, e in particolare le sue proposte</hi><hi rend="CharOverride-1"> di fronteggiamento delle logiche del nuovo capitalismo, rimangono comunque deboli</hi><hi rend="CharOverride-1"> se si guarda la loro applicabilità. Detto sinteticamente. Se </hi><hi rend="CharOverride-1">si esce dai tutto sommato ristretti confini dell’Occidente ricco </hi><hi rend="CharOverride-1">e democratico (mi si perdoni la semplificazione), tutta l’architettura </hi><hi rend="CharOverride-1">propositiva di Sennett, non solo sul lavoro ma anche sulla </hi><hi rend="CharOverride-1">città, risulta a dir poco di improbabile realizzazione. È l’</hi><hi rend="CharOverride-1">obiezione che viene soprattutto da studiosi di paesi non occidentali </hi><hi rend="CharOverride-1">(Alami Fariman 2022). Ma credo applicabili almeno parzialmente anche alle</hi><hi rend="CharOverride-1"> realtà meno fortunate dello stesso Occidente. Se quindi si può</hi><hi rend="CharOverride-1"> essere almeno parzialmente d’accordo con affermazioni alla Don Milani</hi><hi rend="CharOverride-1"> per cui ognuno ha la capacità/possibilità di fare tutto o</hi><hi rend="CharOverride-1"> quasi, diventa più difficile concordare con Sennett quando afferma che</hi><hi rend="CharOverride-1"> con una adeguata motivazione ognuno può realizzare se stesso nel</hi><hi rend="CharOverride-1"> lavoro; quando il problema delle classi disagiate è proprio quello</hi><hi rend="CharOverride-1"> di una estrema difficoltà (per ragioni sociali e ambientali) a</hi><hi rend="CharOverride-1"> trovare una motivazione di fronte a quelli che appaiono come</hi><hi rend="CharOverride-1"> ostacoli insormontabili. Quella condizione che lo stesso Sennett richiama come</hi><hi rend="CharOverride-1"> elemento chiave dell’idea di lavoro ben fatto, il differimento</hi><hi rend="CharOverride-1"> delle gratificazioni, è una tipica condizione della cultura religiosa </hi><hi rend="CharOverride-1">occidentale, direi soprattutto di quella protestante, ma estranea a molti </hi><hi rend="CharOverride-1">altri contesti culturali del mondo. È sufficiente l’indicazione di</hi><hi rend="CharOverride-1"> Sennett di coltivare il rapporto con la cultura materiale? Non</hi><hi rend="CharOverride-1"> è lontano da ogni ipotesi sociologica quello che ognuno ha</hi><hi rend="CharOverride-1"> la capacità/possibilità di fare tutto o quasi? Non solo, ma</hi><hi rend="CharOverride-1"> di trovare nel lavoro l’espressione di sé? C’è</hi><hi rend="CharOverride-1"> qui, come in altri punti, una scarsa sensibilità per le</hi><hi rend="CharOverride-1"> differenze socialmente determinate – a livello di singola società come e</hi><hi rend="CharOverride-1"> ancor più a livello globale, dove le disuguaglianze sociali si</hi><hi rend="CharOverride-1"> intersecano con diversità culturali rendendo più complessa l’applicabilità </hi><hi rend="CharOverride-1">delle proposte di Sennett.</hi></p><p rend="h2" ><hi>Riferimenti bibliografici</hi></p><p rend="bib_indx_bib" ><hi rend="CharOverride-1">Accornero, A. 2005. “Il lavoro dalla rigidità alla flessibilità. E poi?” </hi><hi rend="italic CharOverride-1">Sociologia del lavoro</hi><hi rend="CharOverride-1"> 100: 9-15.</hi></p><p rend="bib_indx_bib" ><hi rend="CharOverride-1">Alami Fariman, M. 2022). “Closedness and openness in Tehran; a feminist critique of Sennett.” </hi><hi rend="italic CharOverride-1">Gender Place and Culture. A Journal of Feminist Geography</hi><hi rend="CharOverride-1"> 30 (12): 1690-711.</hi></p><p rend="bib_indx_bib" ><hi rend="CharOverride-1">Andolfi, F. 2009. “Il tempo lento e riflessivo dell’artigiano.” rec. Richard Sennett, </hi><hi rend="italic CharOverride-1">L’uomo artigiano</hi><hi rend="CharOverride-1">. </hi><hi rend="italic CharOverride-1">La società degli individui</hi><hi rend="CharOverride-1"> 34: 61-3.</hi></p><p rend="bib_indx_bib" ><hi rend="CharOverride-1">Arendt, H. 1951. </hi><hi rend="italic CharOverride-1">The Origins of Totalitarianism</hi><hi rend="CharOverride-1">. New York: Harcourt, Brace (trad. it.</hi><hi rend="italic CharOverride-1"> Le origini del totalitarismo</hi><hi rend="CharOverride-1">. Milano: Edizioni di comunità, 1967).</hi></p><p rend="bib_indx_bib" ><hi rend="CharOverride-1">Cortázar Rodríguez, F. J. 2017. “Richard Sennett: la ciudad, el trabajo y el individuo.” In </hi><hi rend="italic CharOverride-1">Repensar a los teóricos de la sociedad III</hi><hi rend="CharOverride-1">, cuidado de J. R. Plascencia, y A. C. Güitrón, Guadalajara (Messico): Universidad de Guadalajara Press.</hi></p><p rend="bib_indx_bib" ><hi rend="CharOverride-1">Fadini, U., Mari, G., e P. Giovannini. 2010. “</hi><hi rend="CharOverride-1">On Richard Sennett’s The Craftsman.” </hi><hi rend="italic CharOverride-1">Iris. European Journal of Philosophy and Public Debate</hi><hi rend="CharOverride-1"> 2, 4: 507-11.</hi></p><p rend="bib_indx_bib" ><hi rend="CharOverride-1">Mannheim, K. 1929. </hi><hi rend="italic CharOverride-1">Ideologie und Utopie</hi><hi rend="CharOverride-1">. Bonn: Cohen (trad. it. </hi><hi rend="italic CharOverride-1">Ideologia e utopia</hi><hi rend="CharOverride-1">.</hi><hi rend="CharOverride-1"> Bologna: il Mulino, 1972).</hi></p><p rend="bib_indx_bib" ><hi rend="CharOverride-1">Marshall, A. 1919. </hi><hi rend="italic CharOverride-1">Industry and Trade</hi><hi rend="CharOverride-1">. London: Macmillan.</hi></p><p rend="bib_indx_bib" ><hi rend="CharOverride-1">Mingione, E., a cura di, 2020. </hi><hi rend="italic CharOverride-1">Lavoro. La grande trasformazione</hi><hi rend="CharOverride-1">. Milano</hi><hi rend="CharOverride-1">: Feltrinelli.</hi></p><p rend="bib_indx_bib" ><hi rend="CharOverride-1">Sennett, R. 1998. </hi><hi rend="italic CharOverride-1">The Corrosion of Character</hi><hi rend="CharOverride-1">. New York: W. W. Norton (trad. it. </hi><hi rend="italic CharOverride-1">L’uomo flessibile. Le conseguenze del nuovo capitalismo sulla vita personale</hi><hi rend="CharOverride-1">. Milano: Feltrinelli, 1999).</hi></p><p rend="bib_indx_bib" ><hi rend="CharOverride-1">Sennett, R. 2005. </hi><hi rend="italic CharOverride-1">The Culture of the New Capitalism</hi><hi rend="CharOverride-1">.</hi><hi rend="CharOverride-1"> New Haven-London: Yale University Press (trad. it. </hi><hi rend="italic CharOverride-1">La cultura del nuovo capitalismo</hi><hi rend="CharOverride-1">. Bologna: Il Mulino, 2006).</hi></p><p rend="bib_indx_bib" ><hi rend="CharOverride-1">Sennett, R. 2006. </hi><hi rend="italic CharOverride-1">The Open City, in Urban Age</hi><hi rend="CharOverride-1">. Berlin: Newspaper Essay.</hi></p><p rend="bib_indx_bib" ><hi rend="CharOverride-1">Sennett, R. 2008. </hi><hi rend="italic CharOverride-1">The Craftsman</hi><hi rend="CharOverride-1">. London: Allen Lane (trad. it. </hi><hi rend="italic CharOverride-1">L’uomo artigiano</hi><hi rend="CharOverride-1">. Milano: Feltrinelli Editore, 2008).</hi></p><p rend="bib_indx_bib" ><hi rend="CharOverride-1">Sennett, R.</hi><hi rend="CharOverride-1"> 2012. </hi><hi rend="italic CharOverride-1">Together: The Rituals, Pleasures and Politics of Co-operation</hi><hi rend="CharOverride-1">. London: Allen Lane (trad. it. </hi><hi rend="italic CharOverride-1">Insieme. Rituali, piaceri, politiche della collaborazione</hi><hi rend="CharOverride-1">. Milano: Feltrinelli, 2012).</hi></p><p rend="bib_indx_bib" ><hi rend="CharOverride-1">Smith, N. H. 2012. “Three normative models of work.” </hi><hi rend="CharOverride-1">In </hi><hi rend="italic CharOverride-1">New Philosophies of Labour</hi><hi rend="CharOverride-1">, edited by N. H. Smith, J.-P. Deranty: &lt;</hi><ref target="0"><hi rend="CharOverride-1">philpapers.org</hi></ref><hi rend="CharOverride-1">&gt;. Leiden-Boston: Brill.</hi></p><p rend="bib_indx_bib" ><hi rend="CharOverride-1">Turnaturi, G. 1998. “L’importanza del confronto con l’altro. Lavoro e riconoscimento nella fase di globalizzazione.”</hi><hi rend="CharOverride-1"> </hi><hi rend="italic CharOverride-1">Rassegna Italiana di Sociologia</hi><hi rend="CharOverride-1"> 1.</hi></p><p rend="bib_indx_bib" ><hi rend="CharOverride-1">Tweedie, D. 2013. “Making sense of insecurity: a defence of Richard Sennett’s sociology of work.” </hi><hi rend="italic CharOverride-1">Work, Employment and Society</hi><hi rend="CharOverride-1"> 27, 1: 94-104;</hi><hi rend="CharOverride-1"> </hi><ref target="0"><hi rend="CharOverride-1">https://doi.org/10.1177/0950017012460327</hi></ref></p><p rend="bib_indx_bib" ><hi rend="CharOverride-1">White, J. H. 2009. “Soft Landings, review di Sennett 2008.” </hi><hi rend="italic CharOverride-1">IJEA</hi><hi rend="CharOverride-1"> 10, 5: &lt;</hi><ref target="0"><hi rend="CharOverride-1">http://www.ijea.org/v10r5/</hi></ref><hi rend="CharOverride-1">&gt;.</hi></p><list type="ordered">
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-2"><ref target="OP08885_int_online_chapter_176_1071-1077.html#footnote-001-backlink">1</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	Ripropongo qui, con</hi><hi rend="CharOverride-1"> riferimento al ‘nuovo capitalismo’, le note tesi di </hi><hi rend="CharOverride-1">Karl Mannheim (1929) sui processi sociali e psicologici che hanno </hi><hi rend="CharOverride-1">portato all’affermazione del fascismo (e del nazismo). </hi></p></item>
				</list><list type="ordered">
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-2"><ref target="OP08885_int_online_chapter_176_1071-1077.html#footnote-000-backlink">2</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	Per </hi><hi rend="CharOverride-1">una ricostruzione estesa del dibattito su </hi><hi rend="italic CharOverride-1">The</hi><hi rend="CharOverride-1"> </hi><hi rend="italic CharOverride-1">Craftsman</hi><hi rend="CharOverride-1"> vedi Fadini, Mari, e Giovannini 2010.</hi></p></item>
				</list>  
      
      
      <div>
        <listBibl>
          <head>References</head>
          <bibl n="146288">Accornero, A. 2005. “Il lavoro dalla rigidit&amp;#224; alla flessibilit&amp;#224;. E poi?” Sociologia del lavoro 100: 9-15.</bibl>
          <bibl n="144721">Alami Fariman, M. 2022). “Closedness and openness in Tehran; a feminist critique of Sennett.” Gender Place and Culture. A Journal of Feminist Geography 30 (12): 1690-711.</bibl>
          <bibl n="145274">Andolfi, F. 2009. “Il tempo lento e riflessivo dell’artigiano.” rec. Richard Sennett, L’uomo artigiano. La societ&amp;#224; degli individui 34: 61-3.</bibl>
          <bibl n="145039">Arendt, H. 1951. The Origins of Totalitarianism. New York: Harcourt, Brace (trad. it. Le origini del totalitarismo. Milano: Edizioni di comunit&amp;#224;, 1967).</bibl>
          <bibl n="144191">Cort&amp;#225;zar Rodr&amp;#237;guez, F. J. 2017. “Richard Sennett: la ciudad, el trabajo y el individuo.” In Repensar a los te&amp;#243;ricos de la sociedad III, cuidado de J. R. Plascencia, y A. C. G&amp;#252;itr&amp;#243;n, Guadalajara (Messico): Universidad de Guadalajara Press.</bibl>
          <bibl n="145059">Fadini, U., Mari, G., e P. Giovannini. 2010. “On Richard Sennett’s The Craftsman.” Iris. European Journal of Philosophy and Public Debate 2, 4: 507-11.</bibl>
          <bibl n="146123">Mannheim, K. 1929. Ideologie und Utopie. Bonn: Cohen (trad. it. Ideologia e utopia. Bologna: il Mulino, 1972).</bibl>
          <bibl n="147624">Marshall, A. 1919. Industry and Trade. London: Macmillan.</bibl>
          <bibl n="146938">Mingione, E., a cura di, 2020. Lavoro. La grande trasformazione. Milano: Feltrinelli.</bibl>
          <bibl n="144552">Sennett, R. 1998. The Corrosion of Character. New York: W. W. Norton (trad. it. L’uomo flessibile. Le conseguenze del nuovo capitalismo sulla vita personale. Milano: Feltrinelli, 1999).</bibl>
          <bibl n="144810">Sennett, R. 2005. The Culture of the New Capitalism. New Haven-London: Yale University Press (trad. it. La cultura del nuovo capitalismo. Bologna: Il Mulino, 2006).</bibl>
          <bibl n="147324">Sennett, R. 2006. The Open City, in Urban Age. Berlin: Newspaper Essay.</bibl>
          <bibl n="145930">Sennett, R. 2008. The Craftsman. London: Allen Lane (trad. it. L’uomo artigiano. Milano: Feltrinelli Editore, 2008).</bibl>
          <bibl n="144449">Sennett, R. 2012. Together: The Rituals, Pleasures and Politics of Co-operation. London: Allen Lane (trad. it. Insieme. Rituali, piaceri, politiche della collaborazione. Milano: Feltrinelli, 2012).</bibl>
          <bibl n="144857">Smith, N. H. 2012. “Three normative models of work.” In New Philosophies of Labour, edited by N. H. Smith, J.-P. Deranty: &amp;lt;philpapers.org&amp;gt;. Leiden-Boston: Brill.</bibl>
          <bibl n="145060">Turnaturi, G. 1998. “L’importanza del confronto con l’altro. Lavoro e riconoscimento nella fase di globalizzazione.” Rassegna Italiana di Sociologia 1.</bibl>
          <bibl n="145240">
            <bibl>Tweedie, D. 2013. “Making sense of insecurity: a defence of Richard Sennett’s sociology of work.” Work, Employment and Society 27, 1: 94-104;</bibl>
            <idno type="DOI">10.1177/0950017012460327</idno>
          </bibl>
          <bibl n="146429">White, J. H. 2009. “Soft Landings, review di Sennett 2008.” IJEA 10, 5: &amp;lt;http://www.ijea.org/v10r5/&amp;gt;.</bibl>
        </listBibl>
      </div>
    </body>
  </text>
</TEI>