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        <title type="main" level="a">Libero, liberato, liberatorio liberticida. I mutamenti del leisure time tra modernità e postmodernità</title>
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          <persName n="1" ref="https://orcid.org/0000-0001-7959-2122" type="ORCID">
            <forename>Fabio Massimo</forename>
            <surname>Lo Verde</surname>
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          <resp>This is a section of <title>Idee di lavoro e di ozio per la nostra civiltà</title>(DOI: <idno type="DOI">10.36253/979-12-215-0319-7</idno>) by </resp>
          <name>Giovanni Mari, Francesco Ammannati, Brogi Stefano, Tiziana Faitini, Arianna Fermani, Francesco Seghezzi, Annalisa Tonarelli</name>
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        <publisher>Firenze University Press</publisher>
        <pubPlace>Florence</pubPlace>
        <date when="2024">2024</date>
        <idno type="DOI">https://doi.org/10.36253/979-12-215-0319-7.133</idno>
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          <p>Available for academic research purposes</p>
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          <p>Copyright Author(s)</p>
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        <p>This is original content, published for academic research purposes</p>
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        <p>Leisure can be defined as a condition in which one finds oneself when engaged in activities that one has chosen to perform in the absence of compulsion, for one's own pleasure, and, most often, but not necessarily, perceived as distinct from what is commonly regarded as its opposite, i.e., work, daily commitments, etc. As much as it is a dimension of daily life that is sometimes less clearly distinguishable from work commitments - the tendency for mixing and indistinction between the two dimensions is a figure of the way in which work is organized in contemporary society - it is clear that free time is also a time that constitutes a resource and, like all other resources, continues to be unequally distributed. To understand the evolution of leisure as a dimension of daily life and the meanings it has taken on since industrialization we will use four different meanings.</p>
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            <item>work and leisure</item>
            <item>free time</item>
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      <p>It is available online at https://doi.org/10.36253/979-12-215-0319-7.133<ref target="https://doi.org/10.36253/979-12-215-0319-7.133" /></p>
      
      <p rend="h1_chapter">Libero, liberato, liberatorio liberticida. I mutamenti del <hi rend="italic">leisure time</hi> tra modernità e postmodernità </p><p rend="h1_author ParaOverride-1" ><hi rend="CharOverride-1">Fabio Massimo Lo Verde</hi></p><p rend="h2" ><hi>1. Introduzione</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Il </hi><hi rend="CharOverride-1">tempo libero può essere definito come «una condizione in cui</hi><hi rend="CharOverride-1"> ci si trova quando si è impegnati in attività che</hi><hi rend="CharOverride-1"> si è scelto di svolgere in assenza di costrizione, per</hi><hi rend="CharOverride-1"> proprio piacere, e, il più delle volte, ma non necessariamente,</hi><hi rend="CharOverride-1"> percepite come distinte da ciò che viene comunemente considerato come</hi><hi rend="CharOverride-1"> suo contrario, cioè il lavoro, gli impegni quotidiani ecc.». </hi><hi rend="CharOverride-1">Per quanto si tratti di una dimensione della vita quotidiana </hi><hi rend="CharOverride-1">talvolta meno nettamente distinguibile da quella dell’impegno lavorativo – </hi><hi rend="CharOverride-1">la tendenza al mescolamento e all’indistinzione fra le due</hi><hi rend="CharOverride-1"> dimensioni è una cifra della modalità in cui si articola</hi><hi rend="CharOverride-1"> l’organizzazione del lavoro nella società contemporanea – è evidente </hi><hi rend="CharOverride-1">come anche quello </hi><hi rend="italic CharOverride-1">libero</hi><hi rend="CharOverride-1"> sia un tempo che costituisce una </hi><hi rend="italic CharOverride-1">risorsa</hi><hi rend="CharOverride-1"> e, come tutte le altre risorse, continua ad essere </hi><hi rend="CharOverride-1">non egualmente distribuita. Per comprendere l’evoluzione del tempo libero</hi><hi rend="CharOverride-1"> come dimensione della vita quotidiana e i significati che esso</hi><hi rend="CharOverride-1"> ha assunto dall’industrializzazione in poi utilizzeremo quattro accezioni differenti</hi><hi rend="CharOverride-1">. </hi></p><p rend="h2" ><hi>2. L’invenzione del tempo libero </hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Il dibattito sull’</hi><hi rend="CharOverride-1">origine del tempo libero nelle diverse società è ancora alquanto </hi><hi rend="CharOverride-1">acceso, il suo significato sociale è cambiato nel corso</hi><hi rend="CharOverride-1"> del tempo. Dopo essere stato considerato una condizione essenziale per</hi><hi rend="CharOverride-1"> la ricerca della saggezza e della felicità, come nella cultura</hi><hi rend="CharOverride-1"> classica – con la differenza che per i latini, fra</hi><hi rend="CharOverride-1"> i quali Seneca, l’uomo saggio rifugge da una delle</hi><hi rend="CharOverride-1"> attività favorite in Grecia e che necessitano di </hi><hi rend="italic CharOverride-1">tempo</hi><hi rend="CharOverride-1">, </hi><hi rend="CharOverride-1">la politica, perché «non esiste uno stato che il saggio</hi><hi rend="CharOverride-1"> possa tollerare», come sostiene nel </hi><hi rend="italic CharOverride-1">de Otio</hi><hi rend="CharOverride-1"> – con la</hi><hi rend="CharOverride-1"> cristianità se ne esalta esclusivamente la funzione </hi><hi rend="italic CharOverride-1">contemplativa</hi><hi rend="CharOverride-1"> ad </hi><hi rend="CharOverride-1">esso associata da Aristotele, prima, e da Tommaso d’</hi><hi rend="CharOverride-1">Aquino, poi, ma riferita alla contemplazione di Dio. Nell’alto</hi><hi rend="CharOverride-1"> Medioevo comincia a delinearsi lo scivolamento verso un’etica del</hi><hi rend="CharOverride-1"> lavoro che attribuisce a quest’ultimo una rilevanza dapprima negata</hi><hi rend="CharOverride-1"> e che, in questa fase, culmina nell’</hi><hi rend="italic CharOverride-1">ora et labora</hi><hi rend="CharOverride-1"> di Benedetto da Norcia. Questa trasformazione si farà più evidente</hi><hi rend="CharOverride-1"> nel basso Medioevo e nel primo Rinascimento quando alla </hi><hi rend="CharOverride-1">rilevanza di una ragione contemplativa si affiancherà lo sviluppo di </hi><hi rend="CharOverride-1">una ragione «tecnico-strumentale», finalizzata non tanto ad osservare e conoscere </hi><hi rend="CharOverride-1">l’oggetto di contemplazione, come la natura, quanto a controllarlo </hi><hi rend="CharOverride-1">e rimodellarlo (Sager 2013, 8). Conseguentemente, anche il significato</hi><hi rend="CharOverride-1"> sociale assunto dal tempo libero si modificherà (Burke 1995).</hi><hi rend="CharOverride-1"> Le </hi><hi rend="italic CharOverride-1">utopie </hi><hi rend="CharOverride-1">di Tommaso Moro e di Tommaso Campanella prima,</hi><hi rend="CharOverride-1"> luoghi </hi><hi rend="italic CharOverride-1">senza luogo</hi><hi rend="CharOverride-1"> nei quali tutti lavorano ‘per un</hi><hi rend="CharOverride-1"> numero limitato di ore’, nonché l’ideale di conoscenza</hi><hi rend="CharOverride-1"> scientifico-sperimentale intervenuto in seguito, saranno utilizzati per mettere in </hi><hi rend="CharOverride-1">luce come è intorno all’equilibrio fra lavoro e non </hi><hi rend="CharOverride-1">lavoro che si costruisce lo sviluppo e il benessere delle</hi><hi rend="CharOverride-1"> società. </hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Il cambiamento più radicale nel significato sociale attribuito</hi><hi rend="CharOverride-1"> al </hi><hi rend="italic CharOverride-1">leisure</hi><hi rend="CharOverride-1"> – nella accezione che ne trova l’origine filologica</hi><hi rend="CharOverride-1"> nel latino </hi><hi rend="italic CharOverride-1">licere</hi><hi rend="CharOverride-1"> – sarà determinato dalla riforma protestante e in</hi><hi rend="CharOverride-1"> particolare dal Calvinismo, che richiamerà invece quella parte del </hi><hi rend="CharOverride-1">messaggio cristiano che esalta il riposo, sì, ma il </hi><hi rend="italic CharOverride-1">riposo </hi><hi rend="italic CharOverride-1">dal lavoro</hi><hi rend="CharOverride-1"> (Sager 2013, 8). Con l’introduzione della</hi><hi rend="CharOverride-1"> teoria del valore applicata al lavoro, si entrerà in una</hi><hi rend="CharOverride-1"> nuova epoca che da John Locke fino a David Ricardo</hi><hi rend="CharOverride-1"> e Adam Smith, vedrà dapprima attribuire valore alla capacità di</hi><hi rend="CharOverride-1"> trasformazione delle cose attraverso il lavoro e un valore alle</hi><hi rend="CharOverride-1"> cose in funzione del tempo necessario per produrle. È con</hi><hi rend="CharOverride-1"> la diffusione del modello di un </hi><hi rend="italic CharOverride-1">homo oeconomicus</hi><hi rend="CharOverride-1"> che finalizza</hi><hi rend="CharOverride-1"> le sue azioni individualmente secondo una logica dell’interesse determinata</hi><hi rend="CharOverride-1"> da strategie decisionali razionali avvenuta nel XX secolo che in</hi><hi rend="CharOverride-1"> seguito l’idea e il valore sociale del </hi><hi rend="italic CharOverride-1">leisure</hi><hi rend="CharOverride-1"> cambierà</hi><hi rend="CharOverride-1"> definitivamente, divenendo fondamentalmente una dimensione </hi><hi rend="italic CharOverride-1">residuale</hi><hi rend="CharOverride-1"> della vita – come evidenziato</hi><hi rend="CharOverride-1"> già nei primi studi sociologici prodotti fra gli anni venti</hi><hi rend="CharOverride-1"> e trenta del secolo scorso – cioè quella di una</hi><hi rend="CharOverride-1"> attività altrettanto contrapposta quanto necessaria per </hi><hi rend="italic CharOverride-1">rigenerarsi</hi><hi rend="CharOverride-1"> dopo il </hi><hi rend="CharOverride-1">lavoro. </hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Per parlare di tempo libero nelle società del passato </hi><hi rend="CharOverride-1">è comunque necessario partire dall’idea che, come sostenuto da </hi><hi rend="CharOverride-1">Dumazedier (1974, trad. it. 1993), è necessaria la presenza </hi><hi rend="CharOverride-1">di due precondizioni e cioè: a) il calo del controllo </hi><hi rend="CharOverride-1">sociale sulla maggior parte delle attività svolte dagli individui, che </hi><hi rend="CharOverride-1">nelle società premoderne avveniva attraverso lo scambio di obblighi comuni; </hi><hi rend="CharOverride-1">b) la separazione fra luoghi e tempi del lavoro necessario </hi><hi rend="CharOverride-1">alla sopravvivenza quotidiana da luoghi e da tempi in cui </hi><hi rend="CharOverride-1">si sarebbero svolte altre attività, condizioni che molti studiosi riscontrano </hi><hi rend="CharOverride-1">essere presenti </hi><hi rend="italic CharOverride-1">esclusivamente</hi><hi rend="CharOverride-1"> a partire dalla rivoluzione industriale. Vi </hi><hi rend="CharOverride-1">è comunque un accordo quasi unanime fra gli studiosi nel </hi><hi rend="CharOverride-1">ritenere che la sua </hi><hi rend="italic CharOverride-1">invenzione</hi><hi rend="CharOverride-1">, come scrive Corbin (1995),</hi><hi rend="CharOverride-1"> coincida, per lo meno in Europa, con l’affermarsi </hi><hi rend="CharOverride-1">della società industriale. È a partire da questa fase storica</hi><hi rend="CharOverride-1"> di grande trasformazione sociale che comincia a svilupparsi una vera</hi><hi rend="CharOverride-1"> e propria industria del </hi><hi rend="italic CharOverride-1">leisure time</hi><hi rend="CharOverride-1">. Fra il 1750 </hi><hi rend="CharOverride-1">e il 1850 i cambiamenti significativi nel nesso lavoro/tempo </hi><hi rend="CharOverride-1">libero saranno determinati dal fatto che, oltre a differenziarsi il </hi><hi rend="CharOverride-1">luogo di lavoro dal luogo in cui si abitava, </hi><hi rend="CharOverride-1">la giornata lavorativa tenderà a ridursi dalle dodici – o più – </hi><hi rend="CharOverride-1">ore quotidiane alle otto ore (Cross 1993, 21, sebbene solo</hi><hi rend="CharOverride-1"> dalla fine della seconda decade del ’900) e i giorni</hi><hi rend="CharOverride-1"> lavorativi della settimana da sei a cinque dopo la seconda</hi><hi rend="CharOverride-1"> guerra mondiale.</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">È all’interno di una rivoluzione dei ritmi </hi><hi rend="CharOverride-1">urbani, che si innesta la nascita di una concezione del</hi><hi rend="CharOverride-1"> </hi><hi rend="italic CharOverride-1">leisure time</hi><hi rend="CharOverride-1"> come tempo in cui sarà possibile costruire una</hi><hi rend="CharOverride-1"> redditività e una serie di attività il cui valore diventava</hi><hi rend="CharOverride-1"> ‘monetizzabile’. Lo svago, alla cui accezione comincia ad </hi><hi rend="CharOverride-1">associarsi anche un’idea di </hi><hi rend="italic CharOverride-1">piacevolezza</hi><hi rend="CharOverride-1"> non più condannata come </hi><hi rend="CharOverride-1">immorale, diventa, a partire dalla fine del XIX secolo,</hi><hi rend="CharOverride-1"> espressione di un </hi><hi rend="italic CharOverride-1">giusto compenso per l’attività lavorativa svolta</hi><hi rend="italic CharOverride-1"> </hi><hi rend="CharOverride-1">e che va aggiunto</hi><hi rend="italic CharOverride-1"> </hi><hi rend="CharOverride-1">alla retribuzione, cioè il risultato</hi><hi rend="CharOverride-1"> di un meritato guadagno ottenuto con il lavoro. </hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Gli attori</hi><hi rend="CharOverride-1"> che danno vita a questo mutamento dei ritmi e degli</hi><hi rend="CharOverride-1"> spazi urbani sono i diversi gruppi sociali che ne rappresentano</hi><hi rend="CharOverride-1"> i diversi interessi. Sono attori sociali urbanizzati, in primo luogo,</hi><hi rend="CharOverride-1"> residenti nelle grandi città come, ad esempio, Parigi. Vi </hi><hi rend="CharOverride-1">era fra questi chi – oltre agli operai, agli intellettuali progressisti </hi><hi rend="CharOverride-1">e ai pensatori umanitari – intendeva </hi><hi rend="italic CharOverride-1">fare ridurre le ore di </hi><hi rend="italic CharOverride-1">lavoro – </hi><hi rend="CharOverride-1">cosa che, vedremo in seguito, darà vita all’idea </hi><hi rend="CharOverride-1">della necessità di un tempo ‘liberato’ – e dunque di </hi><hi rend="CharOverride-1">imporre una maggiore offerta di tempo ‘non lavorativo’, oltre</hi><hi rend="CharOverride-1"> che condizioni di vita migliori. D’altra parte, vi </hi><hi rend="CharOverride-1">era chi cominciava ad avere realmente più tempo a disposizione </hi><hi rend="CharOverride-1">e una ricchezza via via crescente in conseguenza della fase </hi><hi rend="CharOverride-1">economica espansiva che coinvolse l’Europa della seconda metà del </hi><hi rend="CharOverride-1">XIX secolo, come il nuovo ceto medio urbano. E, ancora</hi><hi rend="CharOverride-1">, vi era la vecchia aristocrazia e soprattutto l’alta borghesia </hi><hi rend="CharOverride-1">cittadina in ascesa, intenzionata a promuovere, quando non dettare, </hi><hi rend="italic CharOverride-1">stili </hi><hi rend="italic CharOverride-1">e regole</hi><hi rend="CharOverride-1"> che facessero funzionare le città come sistemi organizzativi </hi><hi rend="CharOverride-1">‘a loro immagine’, o meglio ad immagine dell’organizzazione</hi><hi rend="CharOverride-1"> delle loro imprese, dunque </hi><hi rend="italic CharOverride-1">sincronizzando</hi><hi rend="CharOverride-1"> e </hi><hi rend="italic CharOverride-1">razionalizzando</hi><hi rend="CharOverride-1"> tempo e spazio</hi><hi rend="CharOverride-1"> pubblico in funzione di una migliore efficienza produttiva. </hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">La razionalizzazione</hi><hi rend="CharOverride-1"> e la regolazione di spazi e tempi del divertimento fa</hi><hi rend="CharOverride-1"> parte dunque di quel processo di radicamento del ceto medio</hi><hi rend="CharOverride-1"> urbano chiamato «borghesizzazione» e che ha una sua «ferrea» logica.</hi><hi rend="CharOverride-1"> Si esplicita così quell’immaginario borghese che, pur essendo orientato</hi><hi rend="CharOverride-1"> al profitto, serve, a chi ne fa parte, per autorappresentarsi</hi><hi rend="CharOverride-1"> come classe «[…] gaudente della sua ricchezza, siano materiali </hi><hi rend="CharOverride-1">e tangibili oppure no i beni che essa accumula» (</hi><hi rend="CharOverride-1">Csergo 1995, 131).</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Il nuovo ceto medio urbano diviene </hi><hi rend="CharOverride-1">anche destinatario di un’offerta pubblica di attività ed attrazioni </hi><hi rend="CharOverride-1">finalizzate ad alimentare la «gioia sociale» di cui si nutre </hi><hi rend="CharOverride-1">in Francia la Terza repubblica (Csergo 1995, 131). In poco tempo giungerà</hi><hi rend="CharOverride-1"> a costituire la rappresentazione vivente di uno </hi><hi rend="italic CharOverride-1">esprit du</hi><hi rend="CharOverride-1"> </hi><hi rend="italic CharOverride-1">loisir</hi><hi rend="CharOverride-1"> che diventerà non solo la caratteristica della città francese, ma</hi><hi rend="CharOverride-1"> anche della svolta di un’epoca. Parigi diviene non solo</hi><hi rend="CharOverride-1"> la capitale europea dell’edonismo (Csergo 1995, 126), espressione di</hi><hi rend="CharOverride-1"> un mito contrastante di frivolezza e di «ripugnante miseria e</hi><hi rend="CharOverride-1"> decadenza», ma anche il luogo in cui ogni attività assume</hi><hi rend="CharOverride-1"> un valore </hi><hi rend="italic CharOverride-1">unico</hi><hi rend="CharOverride-1"> proprio in relazione al suo essere </hi><hi rend="italic CharOverride-1">consacrata</hi><hi rend="CharOverride-1"> – proprio perché svolta a Parigi – al </hi><hi rend="italic CharOverride-1">divertissement</hi><hi rend="CharOverride-1">. Il mito </hi><hi rend="CharOverride-1">diffusosi in Europa di una «città del </hi><hi rend="italic CharOverride-1">loisir</hi><hi rend="CharOverride-1">» la consacrerà </hi><hi rend="CharOverride-1">anche, nonostante le contraddizioni, a patria della frivolezza, non sempre </hi><hi rend="italic CharOverride-1">ben temperata</hi><hi rend="CharOverride-1">.</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Il </hi><hi rend="italic CharOverride-1">leisure</hi><hi rend="CharOverride-1"> si diffonde inoltre negli «spazi» ma </hi><hi rend="CharOverride-1">anche nei «tempi» della modernità, il cui emblema è ancora </hi><hi rend="CharOverride-1">un’innovazione tecnica che cambierà il volto delle città, cioè </hi><hi rend="CharOverride-1">l’illuminazione, prima a gas e poi elettrica, ciò che </hi><hi rend="CharOverride-1">consentirà il prolungamento delle </hi><hi rend="italic CharOverride-1">leisure activities</hi><hi rend="CharOverride-1"> fino a tarda notte. </hi><hi rend="CharOverride-1">La «vita notturna» diventerà anch’essa segno di distinzione sociale </hi><hi rend="CharOverride-1">producendo una vera e propria «cultura della notte» (Csergo 1995</hi><hi rend="CharOverride-1">, 146).</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Gli impresari del divertimento divengono detentori di caffè</hi><hi rend="CharOverride-1"> concerto, locali notturni, teatrini ecc. e gli intrattenitori di strada</hi><hi rend="CharOverride-1"> trovano lavoro nei locali da questi gestiti. Accanto alla diffusione</hi><hi rend="CharOverride-1"> di un mito della scienza e della tecnica che si</hi><hi rend="CharOverride-1"> vuole ormai del tutto in grado di realizzare obiettivi prima</hi><hi rend="CharOverride-1"> irraggiungibili, mostrando capacità di risoluzione dei problemi umani e sociali</hi><hi rend="CharOverride-1"> ormai in via definitiva – e che nelle Esposizioni Universali trovano</hi><hi rend="CharOverride-1"> la loro vetrina europea – si diffonde anche un’idea di</hi><hi rend="CharOverride-1"> un </hi><hi rend="italic CharOverride-1">divertissement</hi><hi rend="CharOverride-1"> pubblico fondamentalmente associato alla «gaiezza esilarante» e ai</hi><hi rend="CharOverride-1"> comportamenti sfrenati. Tale specificità presagisce anche al valore che lo</hi><hi rend="CharOverride-1"> svago – di massa – assumerà nei consumi culturali da allora</hi><hi rend="CharOverride-1"> in avanti. </hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">È fra il 1880 e il 1920 che</hi><hi rend="CharOverride-1"> si diffondono la maggior parte di quelle attività di </hi><hi rend="italic CharOverride-1">leisure</hi><hi rend="CharOverride-1"> pubblico che costituiscono, ancora oggi, l’insieme del </hi><hi rend="italic CharOverride-1">divertissement</hi><hi rend="CharOverride-1"> cittadino</hi><hi rend="CharOverride-1"> (Roberts 2006, 32), Il tempo libero raggiunge una sua</hi><hi rend="CharOverride-1"> connotazione ‘istituzionale’. </hi></p><p rend="h2" ><hi>3. Il tempo liberato</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Nello stesso </hi><hi rend="CharOverride-1">periodo in cui si diffonde l’industria del tempo libero, </hi><hi rend="CharOverride-1">comincia a circolare anche l’idea della necessità di potere </hi><hi rend="CharOverride-1">godere di un tempo ‘liberato’ dal lavoro. Come è </hi><hi rend="CharOverride-1">stato sostenuto (Cavazza 2004, 207), in riferimento ai ‘tempi</hi><hi rend="CharOverride-1"> di produzione’ si evidenziava una grande differenza rispetto a</hi><hi rend="CharOverride-1"> quanto avvenuto nella società preindustriale. Se in quest’ultima il</hi><hi rend="CharOverride-1"> produttore aveva detenuto il pieno controllo sul proprio tempo –</hi><hi rend="CharOverride-1"> si pensi alla produzione artigianale, i cui ritmi di lavorazione</hi><hi rend="CharOverride-1"> erano certamente anche determinati dall’andamento della domanda, ma venivano</hi><hi rend="CharOverride-1"> scanditi sempre dalla possibilità del produttore di potere reggere quei</hi><hi rend="CharOverride-1"> ritmi – in quella industriale l’introduzione delle macchine generò una</hi><hi rend="CharOverride-1"> riorganizzazione del tempo che è esterna alla capacità produttiva del</hi><hi rend="CharOverride-1"> lavoratore. Questi diventava un esecutore materiale di una o poche</hi><hi rend="CharOverride-1"> fasi del processo produttivo. Ciò avrebbe determinato una perdita diffusa</hi><hi rend="CharOverride-1"> di competenze manuali e, contemporaneamente, a fronte di una crescita</hi><hi rend="CharOverride-1"> della produzione, una notevole riduzione salariale che avrebbe soprattutto vincolato</hi><hi rend="CharOverride-1"> i ritmi lavorativi in maniera più stringente alla domanda di</hi><hi rend="CharOverride-1"> mercato, generando, inoltre, una perdita di autonomia professionale che riposizionava</hi><hi rend="CharOverride-1"> economicamente e socialmente gli stessi lavoratori. </hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">A ciò si aggiungeva</hi><hi rend="CharOverride-1"> dunque il fatto che, per molti ex artigiani, le due</hi><hi rend="CharOverride-1"> risorse importanti per potere rispondere ai loro bisogni primari, tempo</hi><hi rend="CharOverride-1"> e denaro, venivano inevitabilmente a ridursi (Cross 1993). Eppure, il</hi><hi rend="CharOverride-1"> mito di un’epoca della prosperità che potesse ‘liberare’</hi><hi rend="CharOverride-1"> il tempo della produzione per poi </hi><hi rend="italic CharOverride-1">democratizzare</hi><hi rend="CharOverride-1"> quello rimanente, rendendolo</hi><hi rend="CharOverride-1"> più accessibile e migliore per tutti, era già presente fra</hi><hi rend="CharOverride-1"> diversi pensatori di quel periodo. Tant’è che il tema</hi><hi rend="CharOverride-1"> della programmazione di una nuova ‘organizzazione del tempo’, </hi><hi rend="CharOverride-1">regolata dai nuovi bisogni e da ritmi ‘più umani’ </hi><hi rend="CharOverride-1">rispetto a quelli imposti dalla produzione in fabbrica, continuerà ad </hi><hi rend="CharOverride-1">essere trattato da molti intellettuali, fino a diventare oggetto di </hi><hi rend="CharOverride-1">riflessione di un pensatore che giunse a teorizzare il ‘diritto</hi><hi rend="CharOverride-1"> all’ozio’ (Lafargue 1883) inteso come ‘contro diritto’ </hi><hi rend="CharOverride-1">del lavoro e avviando pertanto il dibattito sul bisogno di </hi><hi rend="italic CharOverride-1">ricreazione</hi><hi rend="CharOverride-1"> oltre che sulla necessità di ‘avere una vita’ </hi><hi rend="CharOverride-1">oltre quella spesa nel lavoro. In breve, il bisogno di </hi><hi rend="CharOverride-1">riposo come attività svolta in un tempo ‘liberato dal lavoro</hi><hi rend="CharOverride-1">’, si scontrava sia con il bisogno di produttività crescente</hi><hi rend="CharOverride-1"> che via via la seconda rivoluzione industriale e, lentamente, la</hi><hi rend="CharOverride-1"> rivoluzione dei consumi, avevano cominciato a determinare (Sassatelli 2004</hi><hi rend="CharOverride-1">), sia con la considerazione che, l’eventuale maggiore tempo</hi><hi rend="CharOverride-1"> a disposizione di queste masse di lavoratori doveva essere ‘</hi><hi rend="CharOverride-1">ben speso’, cioè indirizzato in modo da non creare </hi><hi rend="CharOverride-1">problemi di ordine pubblico. Se, per un verso, ciò si </hi><hi rend="CharOverride-1">mescolava alla paura delle – e/o al fastidio per le </hi><hi rend="CharOverride-1">– </hi><hi rend="italic CharOverride-1">masse</hi><hi rend="CharOverride-1">, che in quegli anni si era ormai ampiamente</hi><hi rend="CharOverride-1"> diffuso fra i pensatori conservatori, per altro verso, è pur</hi><hi rend="CharOverride-1"> vero che gli spazi e i tempi in cui avrebbe</hi><hi rend="CharOverride-1"> dovuto articolarsi quell’eventuale tempo libero a disposizione delle masse,</hi><hi rend="CharOverride-1"> per quanto ridotto, si riteneva dovesse essere altrettanto organizzato in</hi><hi rend="CharOverride-1"> maniera </hi><hi rend="italic CharOverride-1">razionale</hi><hi rend="CharOverride-1">, pena la diffusione di passatempi </hi><hi rend="italic CharOverride-1">intemperanti</hi><hi rend="CharOverride-1"> e </hi><hi rend="CharOverride-1">il rischio di disordini. </hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Negli anni in cui l’industria </hi><hi rend="CharOverride-1">del tempo libero comincia a fornire un’offerta standardizzata di </hi><hi rend="CharOverride-1">servizi –gli esempi più significativi sono l’industria della vacanza</hi><hi rend="CharOverride-1">, l’industria dello spettacolo sportivo e l’industria dell’</hi><hi rend="CharOverride-1">intrattenimento – nella forma di organizzazione sociale in cui diventano </hi><hi rend="CharOverride-1">importanti le sincronie produttive, il tempo libero cominciava anche ad</hi><hi rend="CharOverride-1"> assumere la connotazione di ‘diritto personale’ in quanto ‘</hi><hi rend="CharOverride-1">tempo liberato’. E in questa prospettiva diventava oggetto di </hi><hi rend="CharOverride-1">rivendicazione politica. Il ‘tempo liberato’ sarebbe stato così una </hi><hi rend="CharOverride-1">nuova </hi><hi rend="italic CharOverride-1">issue</hi><hi rend="CharOverride-1"> politica: liberarsi dalle tante ore di lavoro, liberarsi </hi><hi rend="CharOverride-1">dalle condizioni di sfruttamento, liberarsi per potere declinare individualmente e </hi><hi rend="CharOverride-1">collettivamente un ‘tempo della ricreazione’. </hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Con il declino della</hi><hi rend="CharOverride-1"> partecipazione politica e sindacale dagli anni Ottanta in poi del</hi><hi rend="CharOverride-1"> ’900, la fine della rilevanza della sfera pubblica come</hi><hi rend="CharOverride-1"> area di </hi><hi rend="italic CharOverride-1">social engagement</hi><hi rend="CharOverride-1">, coeva alla contrapposta rilevanza attribuita a</hi><hi rend="CharOverride-1">lla sfera privata come area di elezione per la realizzazione </hi><hi rend="CharOverride-1">del sé e, più in generale, con la diffusione di </hi><hi rend="CharOverride-1">stili di vita urbani che il processo di ‘cetomedizzazione’ </hi><hi rend="CharOverride-1">tendeva ad evidenziare anche in Italia, la semantica del tempo</hi><hi rend="CharOverride-1"> libero inteso come ‘tempo liberato’ lascerà lo spazio ad</hi><hi rend="CharOverride-1"> un’altra e più ‘individualizzata’ semantica: quella del tempo</hi><hi rend="CharOverride-1"> libero come tempo ‘liberatorio’. </hi></p><p rend="h2" ><hi>4. Il tempo liberatorio</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">I</hi><hi rend="CharOverride-1">n un lavoro di circa venti anni fa, Gershuny riscontrava </hi><hi rend="CharOverride-1">nel mondo occidentale tre convergenze (2000, 5 sgg.; cfr.</hi><hi rend="CharOverride-1"> anche Lo Verde 2009, 2014) che riguardavano la relazione fra</hi><hi rend="CharOverride-1"> lavoro e tempo libero, convergenze che ne hanno modificato i</hi><hi rend="CharOverride-1"> significati soprattutto in ragione dell’aumentata quantità di tempo </hi><hi rend="CharOverride-1">libero a disposizione del ceto medio urbano. In breve, muovendo </hi><hi rend="CharOverride-1">dall’obiettivo di volere spiegare come avvengano i cambiamenti delle</hi><hi rend="CharOverride-1"> economie e delle società dei diversi paesi, Gershuny analizza tre</hi><hi rend="CharOverride-1"> ambiti della vita quotidiana in cui si consuma del tempo:</hi><hi rend="CharOverride-1"> a) il tempo lavorativo retribuito; b) il tempo non </hi><hi rend="CharOverride-1">lavorativo ma che costituisce una parte fissa fra impegni e </hi><hi rend="CharOverride-1">risposo necessario; c) il tempo in cui si articolano le</hi><hi rend="CharOverride-1"> pratiche del tempo libero. Ciò implica che, per fare un</hi><hi rend="CharOverride-1"> bilancio dei cambiamenti che avvengono anche nel livello di crescita</hi><hi rend="CharOverride-1"> economica, vanno tenute in considerazione queste interdipendenze fra lavoro e</hi><hi rend="CharOverride-1"> tempo libero, nonché i movimenti che si presentano fra attività</hi><hi rend="CharOverride-1"> che costituiscono lavoro retribuito e attività che costituiscono lavoro ma</hi><hi rend="CharOverride-1"> non retribuito e che, ad esempio, connotano alcune attività </hi><hi rend="CharOverride-1">di servizio. Le tre convergenze che connotano il rapporto fra </hi><hi rend="CharOverride-1">lavoro e tempo libero nei paesi sviluppati sarebbero le seguenti:</hi><hi rend="CharOverride-1"> 1) una convergenza </hi><hi rend="italic CharOverride-1">nazionale</hi><hi rend="CharOverride-1">, nel senso che ha riguardato</hi><hi rend="CharOverride-1"> tutte le nazioni più avanzate che tendono a ‘somigliarsi’</hi><hi rend="CharOverride-1"> sempre di più nella modalità in cui si articola la</hi><hi rend="CharOverride-1"> relazione lavoro/tempo libero; 2) una convergenza di </hi><hi rend="italic CharOverride-1">genere</hi><hi rend="CharOverride-1">; 3</hi><hi rend="CharOverride-1">) una convergenza che riguarda il </hi><hi rend="italic CharOverride-1">consumo di tempo libero </hi><hi rend="italic CharOverride-1">fra gruppi sociali diversi</hi><hi rend="CharOverride-1"> in termini di posizionamento sociale cioè </hi><hi rend="CharOverride-1">di </hi><hi rend="italic CharOverride-1">status</hi><hi rend="CharOverride-1">.</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">La prima convergenza evidenzierebbe come, nelle </hi><hi rend="italic CharOverride-1">nazioni</hi><hi rend="CharOverride-1"> a </hi><hi rend="CharOverride-1">sviluppo avanzato, lo </hi><hi rend="italic CharOverride-1">stock</hi><hi rend="CharOverride-1"> complessivo di lavoro retribuito e non</hi><hi rend="CharOverride-1"> retribuito tenda a rimanere costante e comunque non differenziato in</hi><hi rend="CharOverride-1"> maniera significativa. In definitiva, tra gli anni Sessanta e </hi><hi rend="CharOverride-1">gli anni Novanta, del XX secolo, le differenze fra lavoro</hi><hi rend="CharOverride-1"> retribuito, non retribuito e </hi><hi rend="italic CharOverride-1">leisure time</hi><hi rend="CharOverride-1"> nelle diverse nazioni tenderebbero</hi><hi rend="CharOverride-1"> complessivamente a ridursi. </hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Riguardo al </hi><hi rend="italic CharOverride-1">genere</hi><hi rend="CharOverride-1"> Gershuny evidenzia che</hi><hi rend="CharOverride-1"> fino alla metà degli anni Sessanta, le donne hanno </hi><hi rend="CharOverride-1">impiegato molto più tempo in attività domestiche e svolto meno</hi><hi rend="CharOverride-1"> lavoro retribuito rispetto a quanto facessero nello stesso periodo </hi><hi rend="CharOverride-1">gli uomini. Questi, invece, destinavano più tempo soprattutto ad</hi><hi rend="CharOverride-1"> attività lavorativa retribuita. Nel corso del trentennio però il </hi><hi rend="italic CharOverride-1">trend</hi><hi rend="CharOverride-1"> si modifica: aumenta il numero delle donne che svolgono </hi><hi rend="CharOverride-1">attività retribuite mentre diminuisce il numero degli uomini che svolgono </hi><hi rend="italic CharOverride-1">esclusivamente</hi><hi rend="CharOverride-1"> attività retribuite. Inoltre, la differenza di quote di tempo </hi><hi rend="CharOverride-1">libero a disposizione per entrambi i generi tenderebbe a rimanere </hi><hi rend="CharOverride-1">costante. In definitiva, tra gli anni Sessanta e gli anni </hi><hi rend="CharOverride-1">Novanta le differenze di tempo destinato dagli uomini e dalle </hi><hi rend="CharOverride-1">donne al lavoro retribuito, non retribuito e alle attività di </hi><hi rend="italic CharOverride-1">leisure</hi><hi rend="CharOverride-1"> tenderebbero a ridursi. </hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Riguardo alla differenza di quote di </hi><hi rend="CharOverride-1">tempo libero a disposizione dei diversi gruppi sociali appartenenti a </hi><hi rend="CharOverride-1">status sociale differente negli anni Sessanta, le donne di </hi><hi rend="italic CharOverride-1">status</hi><hi rend="CharOverride-1"> più elevato svolgevano attività di lavoro retribuito più frequentemente di</hi><hi rend="CharOverride-1"> quanto non accadesse alle donne di status meno elevato, </hi><hi rend="CharOverride-1">destinando dunque più tempo all’attività lavorativa retribuita rispetto alle </hi><hi rend="CharOverride-1">altre. Contemporaneamente, però, le donne di status più elevato avevano </hi><hi rend="CharOverride-1">molto più tempo libero a disposizione, giacché meno impegnate in </hi><hi rend="CharOverride-1">attività domestiche non retribuite potendo disporre frequentemente di personale di </hi><hi rend="CharOverride-1">servizio. Per le donne di entrambi i gruppi fra gli</hi><hi rend="CharOverride-1"> anni Sessanta e gli anni Novanta la quota di tempo</hi><hi rend="CharOverride-1"> impiegata in attività lavorative non retribuita tende a diminuire, ma</hi><hi rend="CharOverride-1"> tale declino risulta proporzionalmente maggiore per le donne di status</hi><hi rend="CharOverride-1"> meno elevato poiché anche queste accedono al mercato del </hi><hi rend="CharOverride-1">lavoro e cominciano ad acquistare servizi (di collaborazione domestica, </hi><hi rend="CharOverride-1">ad esempio) o beni tecnologici che consentono di risparmiare tempo.</hi><hi rend="CharOverride-1"> Anche per gli uomini esiste una variazione all’inizio degli</hi><hi rend="CharOverride-1"> anni Sessanta: fra coloro che occupano uno status superiore, la</hi><hi rend="CharOverride-1"> quota di tempo destinata sia al lavoro retribuito sia a</hi><hi rend="CharOverride-1"> quello non retribuito tende ad essere inferiore rispetto a quella</hi><hi rend="CharOverride-1"> destinata ad entrambe le attività da coloro che occupano uno</hi><hi rend="CharOverride-1"> </hi><hi rend="italic CharOverride-1">status</hi><hi rend="CharOverride-1"> inferiore. Fra gli anni Sessanta e gli anni Novanta,</hi><hi rend="CharOverride-1"> la quota di tempo destinato al lavoro retribuito tende a</hi><hi rend="CharOverride-1"> diminuire per gli uomini di entrambi i gruppi, ma più</hi><hi rend="CharOverride-1"> significativamente per quelli di status meno elevato.</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Va rilevato, inoltre, che </hi><hi rend="CharOverride-1">la globalizzazione tende certamente ad avere effetti di omogeneizzazione di </hi><hi rend="CharOverride-1">consumi riguardanti anche le attività del il tempo libero, soprattutto </hi><hi rend="CharOverride-1">se si prende in considerazione il processo di diffusione di </hi><hi rend="CharOverride-1">nuove tecnologie – tendenzialmente offerte allo stesso modo, nelle stesse </hi><hi rend="CharOverride-1">forme e nelle medesime quantità in tutti i Paesi (cfr. </hi><hi rend="CharOverride-1">Mari 2018, 315 sgg.). È inoltre evidente che i </hi><hi rend="CharOverride-1">cambiamenti avvenuti nel sistema di organizzazione della produzione contribuiscono a</hi><hi rend="CharOverride-1"> modificare il rapporto fra lavoro e tempo libero, determinando </hi><hi rend="CharOverride-1">soprattutto una riduzione via via sempre meno marcata fra tempi </hi><hi rend="CharOverride-1">del lavoro e tempi del non lavoro. Ma il significato </hi><hi rend="CharOverride-1">che assume il tempo libero in questa trasformazione che comincia </hi><hi rend="CharOverride-1">dalla metà degli anni Ottanta è legato ad una </hi><hi rend="CharOverride-1">sua connotazione specifica: è ‘davvero libero’ se riconosciuto come </hi><hi rend="CharOverride-1">‘tempo per sé stessi’, </hi><hi rend="italic CharOverride-1">time-out</hi><hi rend="CharOverride-1"> rispetto al flusso quotidiano</hi><hi rend="CharOverride-1"> di impegni. Il </hi><hi rend="italic CharOverride-1">leisure time</hi><hi rend="CharOverride-1"> assume questo significato quando</hi><hi rend="CharOverride-1"> si tratta di un tempo o una condizione finalizzata </hi><hi rend="CharOverride-1">«alla realizzazione di sé», alla autenticità, alla riscoperta della «</hi><hi rend="CharOverride-1">genuinità» delle relazioni sociali ecc. Quando, cioè, diventa un</hi><hi rend="CharOverride-1"> tempo liberatorio. È una considerazione che già nella metà </hi><hi rend="CharOverride-1">degli anni Sessanta aveva fatto Dumazedier, ma che diventerà il </hi><hi rend="italic CharOverride-1">leitmotive</hi><hi rend="CharOverride-1"> degli approcci postmodernisti a partire dagli anni Ottanta. S</hi><hi rend="CharOverride-1">i comincia a diffondere così un consumo di tempo libero </hi><hi rend="CharOverride-1">in attività che non costituiscono, nel loro svolgimento, un elevato </hi><hi rend="CharOverride-1">impegno fisico o mentale e soprattutto in attività gratificanti ‘a</hi><hi rend="CharOverride-1"> breve termine’. Scarsità di risorse economiche e di </hi><hi rend="CharOverride-1">tempo, nonché differente capitale culturale a disposizione, condurrebbero a svolgere </hi><hi rend="CharOverride-1">attività oltre che a più bassa intensità di impegno, a</hi><hi rend="CharOverride-1"> quantità di coinvolgimento variabile, cioè che diano la possibilità </hi><hi rend="CharOverride-1">di autoregolare l’investimento di tempo e di risorse. Ci </hi><hi rend="CharOverride-1">si orienterebbe così più frequentemente a svolgere pratiche di </hi><hi rend="italic CharOverride-1">casual </hi><hi rend="italic CharOverride-1">leisure</hi><hi rend="CharOverride-1">, piuttosto che di </hi><hi rend="italic CharOverride-1">serious leisure</hi><hi rend="CharOverride-1"> (Stebbins 2007), cioè</hi><hi rend="CharOverride-1"> a lasciarsi coinvolgere in – o a praticare – attività ‘occasionali’</hi><hi rend="CharOverride-1"> e non impegnative (‘farsi un drink’, fare </hi><hi rend="CharOverride-1">una sauna, un po’ di shopping, una scommessa on line</hi><hi rend="CharOverride-1"> o in sala scommesse ecc.), piuttosto che in attività che</hi><hi rend="CharOverride-1"> prevedono la possibilità di una carriera e di gratificazione a</hi><hi rend="CharOverride-1"> lungo termine, perché queste obbligano ad una maggiore dedizione </hi><hi rend="CharOverride-1">e impegno (ad esempio, costruire delle carriere ‘amatoriali’ sportiv</hi><hi rend="CharOverride-1">e, artistiche ecc.). Il tempo libero diventa liberatorio, ma in</hi><hi rend="CharOverride-1"> quanto </hi><hi rend="italic CharOverride-1">time-out</hi><hi rend="CharOverride-1">: una pausa che ci si concede. Oppure, all</hi><hi rend="CharOverride-1">’opposto, quando diventa il tempo in cui si coltiva una</hi><hi rend="CharOverride-1"> pratica la cui finalità è fortemente ancorata alla dimensione ‘</hi><hi rend="CharOverride-1">identitaria’: solo in questo caso assume la connotazione di </hi><hi rend="italic CharOverride-1">serious leisure</hi><hi rend="CharOverride-1">: quando diventa una dimensione ‘liberatoria’ dai </hi><hi rend="CharOverride-1">vincoli determinati da una identità sociale che risulta di </hi><hi rend="CharOverride-1">difficile gestione (professionale, familiare, relazionale ecc.)</hi><hi rend="italic CharOverride-1"> </hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Queste declinazioni </hi><hi rend="CharOverride-1">si scontrano entrambe con una domanda di senso che rimane</hi><hi rend="CharOverride-1"> inevasa. Ad una visione del tempo libero inteso come </hi><hi rend="CharOverride-1">tempo </hi><hi rend="italic CharOverride-1">residuale</hi><hi rend="CharOverride-1">, con un significato coincidente con la funzione ‘</hi><hi rend="CharOverride-1">ricreativa-razionale’, con esplicito e altrettanto </hi><hi rend="italic CharOverride-1">funzionale</hi><hi rend="CharOverride-1"> obiettivo di regolazione </hi><hi rend="CharOverride-1">sociale quale era nella modernità, si oppone così una </hi><hi rend="CharOverride-1">visione del </hi><hi rend="italic CharOverride-1">tempo libero </hi><hi rend="CharOverride-1">come tempo</hi><hi rend="italic CharOverride-1"> </hi><hi rend="CharOverride-1">nel quale trovare risposte </hi><hi rend="CharOverride-1">per un diffuso, ma poco definito, </hi><hi rend="italic CharOverride-1">bisogno di autenticità</hi><hi rend="CharOverride-1">, di</hi><hi rend="CharOverride-1"> </hi><hi rend="italic CharOverride-1">unicità</hi><hi rend="CharOverride-1">, di </hi><hi rend="italic CharOverride-1">riconoscimento</hi><hi rend="CharOverride-1">, di </hi><hi rend="italic CharOverride-1">autonomia</hi><hi rend="CharOverride-1"> ecc. Il tempo</hi><hi rend="CharOverride-1"> libero diventa così il tempo durante il quale investire nel</hi><hi rend="CharOverride-1"> </hi><hi rend="italic CharOverride-1">gioco con le emozioni</hi><hi rend="CharOverride-1">. Pertanto si tende ad </hi><hi rend="CharOverride-1">attribuire valore a quella esperienza emotiva percepita come gratificante e</hi><hi rend="CharOverride-1"> trascorsa in un tempo che può essere sia di breve</hi><hi rend="CharOverride-1"> durata – il </hi><hi rend="italic CharOverride-1">time-out</hi><hi rend="CharOverride-1"> – sia una pausa lunga – il</hi><hi rend="CharOverride-1"> </hi><hi rend="italic CharOverride-1">week end</hi><hi rend="CharOverride-1"> – sia la lunga vacanza. Il tempo ‘</hi><hi rend="CharOverride-1">liberatorio’ diventa una condizione o un tempo nel quale l</hi><hi rend="CharOverride-1">’attore sociale svolge dunque un insieme di pratiche «dedicate a</hi><hi rend="CharOverride-1"> sé stesso», finalizzate «alla realizzazione di sé», che hanno un</hi><hi rend="CharOverride-1"> </hi><hi rend="italic CharOverride-1">senso individuale</hi><hi rend="CharOverride-1">, prima che collettivo, il cui valore è </hi><hi rend="CharOverride-1">cioè fondamentalmente attribuito dal singolo individuo stesso. Si tratta di </hi><hi rend="CharOverride-1">un significato che attribuisce ancora al concetto di «autonomia» e «autorealizzazione» </hi><hi rend="CharOverride-1">individuale il senso di una modalità di consumo del tempo, </hi><hi rend="CharOverride-1">in linea con quanto avvenuto con l’evoluzione del processo </hi><hi rend="CharOverride-1">di individualizzazione della società. Citando Blackshaw (2010, 102), possiamo </hi><hi rend="CharOverride-1">dire che, anche durante il tempo ‘liberatorio’, l’individuo</hi><hi rend="CharOverride-1"> </hi></p><p rend="quotation_b" ><hi rend="CharOverride-1">non più ostacolato dalla propria classe sociale non è contrario</hi><hi rend="CharOverride-1"> a lasciarsi andare con cautela nel vento. Lei o lui,</hi><hi rend="CharOverride-1"> si offrono al contrario, alla gratificazione istantanea, a rinviare all</hi><hi rend="CharOverride-1">’occasione successiva la pianificazione di possibili future avversità, riluttanti a</hi><hi rend="CharOverride-1"> rinunciare al piacere. </hi><hi rend="italic CharOverride-1">La trasformazione del sé non è solamente</hi><hi rend="italic CharOverride-1"> una possibilità, ma un dovere per ciascuna individualità</hi><hi rend="CharOverride-1">, perché </hi><hi rend="CharOverride-1">nella postmodernità la </hi><hi rend="italic CharOverride-1">vita</hi><hi rend="CharOverride-1"> </hi><hi rend="italic CharOverride-1">vissuta</hi><hi rend="CharOverride-1"> è la sola che ha </hi><hi rend="CharOverride-1">valore di essere vissuta. Le strutture della modernità continuano a </hi><hi rend="CharOverride-1">frammentarsi e i suoi caratteri una volta centrali, definiti dall’</hi><hi rend="CharOverride-1">identità di classe, di genere, di etnia e di età, </hi><hi rend="CharOverride-1">scompaiono dalla narrazione; non c’è una chiara traiettoria di </hi><hi rend="CharOverride-1">vita che non possa essere ripetuta in una ulteriore offerta </hi><hi rend="CharOverride-1">[né] una ovvia linea del tempo, né circolarità, né un </hi><hi rend="CharOverride-1">momento migliore, solo “la fine”. “Forse, questa volta, potrei essere </hi><hi rend="CharOverride-1">qualcun altro”: questo è un punto centrale della vita, un </hi><hi rend="CharOverride-1">mondo di contingenza in cui per ciascuno è possibile trasformare </hi><hi rend="CharOverride-1">la propria identità. Nel profondo dei nostri interessi [coltivati] nel </hi><hi rend="CharOverride-1">tempo libero c’è questo stesso subconscio che è un </hi><hi rend="italic CharOverride-1">palinsesto</hi><hi rend="CharOverride-1"> e naturalmente </hi><hi rend="italic CharOverride-1">“individualizzato” e “privato”</hi><hi rend="CharOverride-1"> piuttosto che </hi><hi rend="italic CharOverride-1">“sociale” e </hi><hi rend="italic CharOverride-1">“comunitario”</hi><hi rend="CharOverride-1"> (corsivo nostro). </hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Il tempo liberatorio genera benessere. Ma contemporaneamente, la ricerca spasmodica di ‘liberazione’ da vita ad una declinazione di tempo libero inteso esclusivamente come ‘sempre pieno’ e assolutamente necessario. Ciò che lo rende un tempo non più liberatorio ma ‘liberticida’.</hi></p><p rend="h2" ><hi>5. Il tempo liberticida </hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Gli </hi><hi rend="CharOverride-1">studi recenti sul </hi><hi rend="italic CharOverride-1">leisure time</hi><hi rend="CharOverride-1"> e sulla relazione fra lavoro </hi><hi rend="CharOverride-1">e tempo libero evidenziano un paradosso. Per un verso, come</hi><hi rend="CharOverride-1"> abbiamo visto, si delinea una riduzione significativa del numero di</hi><hi rend="CharOverride-1"> ore destinate alle attività lavorativa e la crescita di quelle</hi><hi rend="CharOverride-1"> destinate alle attività di svago; per altro verso, è </hi><hi rend="CharOverride-1">diffusa la percezione di una </hi><hi rend="italic CharOverride-1">pressione</hi><hi rend="CharOverride-1"> sulla propria vita quotidiana </hi><hi rend="CharOverride-1">determinata da una costante </hi><hi rend="italic CharOverride-1">scarsità di tempo a disposizione</hi><hi rend="CharOverride-1"> (soprattutto </hi><hi rend="CharOverride-1">per le donne che vivono in alcuni Paesi, fra cui </hi><hi rend="CharOverride-1">l’Italia). Ciò avrebbe determinato cambiamenti significativi sia nell’ambito </hi><hi rend="CharOverride-1">della gestione del tempo lavorativo, sia nella gestione del tempo </hi><hi rend="CharOverride-1">libero. Pur se aumentate le risorse a disposizione rispetto al </hi><hi rend="CharOverride-1">passato e cresciuto il numero di attività svolte nell’arco </hi><hi rend="CharOverride-1">di una giornata, essendo il tempo a disposizione ‘finito’ </hi><hi rend="CharOverride-1">(la giornata è comunque di ventiquattro ore!), la modalità </hi><hi rend="CharOverride-1">di impiego del tempo risulta essere inevitabilmente </hi><hi rend="italic CharOverride-1">vorace</hi><hi rend="CharOverride-1">, frammentata e,</hi><hi rend="CharOverride-1"> il più delle volte, </hi><hi rend="italic CharOverride-1">non del tutto soddisfacente</hi><hi rend="CharOverride-1">.</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">In definitiva,</hi><hi rend="CharOverride-1"> ad un bisogno diffuso di ritmi </hi><hi rend="italic CharOverride-1">lenti</hi><hi rend="CharOverride-1">, si contrappone </hi><hi rend="CharOverride-1">una crescita della percezione di una vita continuamente </hi><hi rend="italic CharOverride-1">assillata dalla </hi><hi rend="italic CharOverride-1">scarsità di tempo</hi><hi rend="CharOverride-1"> (Glorieux et al. 2010, 164), soprattutto fra segmenti </hi><hi rend="CharOverride-1">sociali che godono di particolari condizioni di benessere e di </hi><hi rend="CharOverride-1">risorse non solo economiche ma anche sociali e culturali (178). </hi><hi rend="CharOverride-1">Alla crescita di benessere materiale nelle società occidentali si contrapporrebbe </hi><hi rend="CharOverride-1">dunque un costo elevato costituito dall’accelerazione dei ritmi e </hi><hi rend="CharOverride-1">dalla diffusione di </hi><hi rend="italic CharOverride-1">stress da scarsità di tempo</hi><hi rend="CharOverride-1"> (Gleick 1999). </hi><hi rend="CharOverride-1">Tale percezione non esclude dunque il tempo destinato alle pratiche </hi><hi rend="CharOverride-1">di </hi><hi rend="italic CharOverride-1">leisure</hi><hi rend="CharOverride-1">, quel tempo nel quale, nel peggiore dei casi,</hi><hi rend="CharOverride-1"> la pressione è generata da scarsità di risorse a disposizione</hi><hi rend="CharOverride-1"> – economiche in primo luogo – e, nel migliore dei casi,</hi><hi rend="CharOverride-1"> da una eccessiva abbondanza di </hi><hi rend="italic CharOverride-1">chances</hi><hi rend="CharOverride-1">, fra le quali, </hi><hi rend="CharOverride-1">comunque, è necessario scegliere. Il tempo libero si trasforma in </hi><hi rend="CharOverride-1">tempo che annienta la domanda ‘liberatoria’, trasformandosi piuttosto in</hi><hi rend="CharOverride-1"> un tempo ‘liberticida’. La libertà di scelta viene </hi><hi rend="CharOverride-1">uccisa dall’eccesso di offerta di pratiche del tempo libero </hi><hi rend="CharOverride-1">accessibili fra le quali, in realtà, si è costretti a</hi><hi rend="CharOverride-1"> scegliere, pena il rischio di isolamento sociale, di perdita di</hi><hi rend="CharOverride-1"> posizionamento, di marginalizzazione sociale. Il tempo libero diventa tempo </hi><hi rend="CharOverride-1">liberticida perché compresso fra diversi estremi: ciò che si ‘deve</hi><hi rend="CharOverride-1">’ fare in quel tempo – perché dentro un sistema</hi><hi rend="CharOverride-1"> familiare, relazionale, sociale in genere ecc.; ciò che ‘si </hi><hi rend="CharOverride-1">è in grado’ di fare – sulla base delle risorse</hi><hi rend="CharOverride-1"> disponibili, dei contesti in cui ci si trova, della accessibilità</hi><hi rend="CharOverride-1"> ecc.; ciò che, individualmente, ‘ciascuno realmente vorrebbe realizzare’ o</hi><hi rend="CharOverride-1"> fare. ‘Riempire i vuoti’ di tempo diventa la modalità</hi><hi rend="CharOverride-1"> attraverso cui si declina il tempo liberticida. </hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Nelle sue diverse</hi><hi rend="CharOverride-1"> forme, il </hi><hi rend="italic CharOverride-1">gioco del sé</hi><hi rend="CharOverride-1"> è una delle pratiche più</hi><hi rend="CharOverride-1"> diffuse nel </hi><hi rend="italic CharOverride-1">leisure time</hi><hi rend="CharOverride-1">, proprio perché, il più delle </hi><hi rend="CharOverride-1">volte, e soprattutto nella semantica più diffusa, quello </hi><hi rend="italic CharOverride-1">libero</hi><hi rend="CharOverride-1"> deve</hi><hi rend="CharOverride-1"> essere un tempo </hi><hi rend="italic CharOverride-1">altro</hi><hi rend="CharOverride-1"> in cui si può fare, conoscere,</hi><hi rend="CharOverride-1"> </hi><hi rend="italic CharOverride-1">essere</hi><hi rend="CharOverride-1"> altro rispetto a chi si è o a quanto</hi><hi rend="CharOverride-1"> si è ritagliato nel proprio quotidiano, consapevoli del fatto </hi><hi rend="CharOverride-1">che si tratta di una condizione </hi><hi rend="italic CharOverride-1">temporanea</hi><hi rend="CharOverride-1"> e, dunque, in </hi><hi rend="CharOverride-1">quanto tale, innocua. Ma che cancella la fatica del lavoro</hi><hi rend="CharOverride-1"> a costo di generarne una altrettanto vincolante: imparare il kit</hi><hi rend="CharOverride-1"> surf, immergersi a 20 metri sott’acqua, sciare e </hi><hi rend="CharOverride-1">3000 metri, viaggiare da una parte all’altra del globo </hi><hi rend="CharOverride-1">senza sosta… Con l’aiuto dei mediatori emotivi </hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">L’offerta </hi><hi rend="CharOverride-1">di mediazione emotiva nel mercato del </hi><hi rend="italic CharOverride-1">leisure time</hi><hi rend="CharOverride-1"> è, da </hi><hi rend="CharOverride-1">questo punto di vista, emblematica, oltre che ampia. Si manifesta</hi><hi rend="CharOverride-1"> in pacchetti di competenze </hi><hi rend="italic CharOverride-1">prêt-à-porter</hi><hi rend="CharOverride-1">, di facile </hi><hi rend="CharOverride-1">acquisizione proprio perché illusori, pronti ad essere sostituiti alla successiva </hi><hi rend="CharOverride-1">occasione, in un accumularsi di </hi><hi rend="italic CharOverride-1">varietà</hi><hi rend="CharOverride-1"> e </hi><hi rend="italic CharOverride-1">novità</hi><hi rend="CharOverride-1"> il cui </hi><hi rend="CharOverride-1">scopo è esclusivamente, per chi li compra, la costruzione di </hi><hi rend="CharOverride-1">‘una bella esperienza’, della quale avere in seguito un</hi><hi rend="CharOverride-1"> ‘bel ricordo’ perché ci ha fatto provare ‘altro’</hi><hi rend="CharOverride-1"> o ci ha fatti sentire ‘altri’ (sia che si</hi><hi rend="CharOverride-1"> tratti di ‘competenze culinarie’, illusoriamente acquisite in un </hi><hi rend="CharOverride-1">week end, sia di ‘competenze atletiche’ altrettanto illusoriamente acquisite</hi><hi rend="CharOverride-1"> in una settimana di pratica sportiva). </hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Il paradosso del tempo</hi><hi rend="CharOverride-1"> libero contemporaneo sarebbe dunque costituito dall’estremizzarsi, per un verso,</hi><hi rend="CharOverride-1"> di un </hi><hi rend="italic CharOverride-1">eccesso </hi><hi rend="CharOverride-1">di </hi><hi rend="italic CharOverride-1">senso</hi><hi rend="CharOverride-1"> ad esso attribuito, oltre ad</hi><hi rend="CharOverride-1"> una diseguale sua distribuzione sociale, comunque ancora presente nonostante il</hi><hi rend="CharOverride-1"> </hi><hi rend="italic CharOverride-1">trend</hi><hi rend="CharOverride-1"> convergente che abbiamo visto (Gershuny 2000, 4 sgg.). Da </hi><hi rend="CharOverride-1">questo punto di vista ogni tempo e ogni pratica assume </hi><hi rend="CharOverride-1">un significato e un senso che vanno ben al di </hi><hi rend="CharOverride-1">la di ciò che collettivamente esso significa: ‘significa’ spesso </hi><hi rend="CharOverride-1">molto di più per ciascuno, almeno se si tiene conto </hi><hi rend="CharOverride-1">delle narrative individuali, proprio perché è un senso individuale che </hi><hi rend="CharOverride-1">può significare ‘altro’ da ciò che socialmente si intende. </hi><hi rend="CharOverride-1">Per altro verso, il paradosso è l’estremizzazione dal suo </hi><hi rend="CharOverride-1">opposto, ossia il complessivo </hi><hi rend="italic CharOverride-1">difetto</hi><hi rend="CharOverride-1"> di senso del tempo libero </hi><hi rend="CharOverride-1">individuale, ciò che fa aumentare la bramosia di quote di </hi><hi rend="CharOverride-1">tempo e di varietà di pratiche. Alla polisemia esperienziale prepotentemente </hi><hi rend="CharOverride-1">ricercata da chi vuole consumarlo ‘al meglio’ – laddove </hi><hi rend="CharOverride-1">‘il meglio’ va inteso innanzi tutto come risultato della </hi><hi rend="CharOverride-1">maggiore </hi><hi rend="italic CharOverride-1">intensità</hi><hi rend="CharOverride-1"> dell’esperienza emotiva che esso dovrebbe produrre – si </hi><hi rend="CharOverride-1">oppone, ma rimanendo sullo stesso asse semantico, l’univocità di </hi><hi rend="CharOverride-1">un suo significato ultimo che si riduce ad una nota </hi><hi rend="CharOverride-1">e ossessiva piacevolezza generata, infine, dalla ben nota coazione a </hi><hi rend="CharOverride-1">ripetere. I troppi significati ricercati si riducono ad uno solamente: </hi><hi rend="CharOverride-1">«purtroppo, anche questo momento è andato… ma pensiamo al prossimo…», </hi><hi rend="CharOverride-1">secondo una logica tendenzialmente </hi><hi rend="italic CharOverride-1">produttivistica</hi><hi rend="CharOverride-1"> che certamente, horkheimerianamente, ha delegato </hi><hi rend="CharOverride-1">alla razionalità strumentale il compito, per essa impossibile, di trovare </hi><hi rend="CharOverride-1">il </hi><hi rend="italic CharOverride-1">senso</hi><hi rend="CharOverride-1"> dell’attività svolta, anche cercando una coerenza fra </hi><hi rend="CharOverride-1">pratiche, sempre più spesso costruita </hi><hi rend="italic CharOverride-1">ex post</hi><hi rend="CharOverride-1">. Quella della </hi><hi rend="CharOverride-1">coerenza è infatti una categoria </hi><hi rend="italic CharOverride-1">moderna</hi><hi rend="CharOverride-1">, diffusasi in un sistema</hi><hi rend="CharOverride-1"> sociale in cui la prevedibilità era considerata funzionale al risultato</hi><hi rend="CharOverride-1"> complessivo verso cui orientare i sistemi sociali e il cui</hi><hi rend="CharOverride-1"> obiettivo era il ‘progresso per tutti’; obiettivo che, </hi><hi rend="CharOverride-1">per quanto criticabile, soprattutto in considerazione degli elevati costi economici </hi><hi rend="CharOverride-1">e sociali che imponeva, costituiva però una </hi><hi rend="italic CharOverride-1">vision</hi><hi rend="CharOverride-1"> condivisa. Ma </hi><hi rend="CharOverride-1">in un sistema sociale in cui anche la prevedibilità ha </hi><hi rend="CharOverride-1">ormai saturato il suo significato efficientista e in cui è, </hi><hi rend="CharOverride-1">piuttosto, l’</hi><hi rend="italic CharOverride-1">imprevedibilità</hi><hi rend="CharOverride-1"> e la capacità di cavalcarne gli effetti </hi><hi rend="CharOverride-1">a generare vantaggi competitivi sia nel sistema economico sia in </hi><hi rend="CharOverride-1">quello sociale, anche la coerenza perde di senso. </hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">In questo </hi><hi rend="CharOverride-1">‘paradosso’ del tempo libero che diventa liberticida, generato dall</hi><hi rend="CharOverride-1">’eccesso e dal difetto di senso ad esso attribuiti, incastrati</hi><hi rend="CharOverride-1"> fra il </hi><hi rend="italic CharOverride-1">dovere essere</hi><hi rend="CharOverride-1"> che sempre più spesso lo costituisce</hi><hi rend="CharOverride-1"> nell’immaginario, e il </hi><hi rend="italic CharOverride-1">possibile</hi><hi rend="CharOverride-1"> che lo connota nella realtà,</hi><hi rend="CharOverride-1"> fra ciò che vorremmo – o forse, come sostiene Rojek (1999),</hi><hi rend="CharOverride-1"> che crediamo di volere – e ciò che ci è consentito</hi><hi rend="CharOverride-1"> di realizzare solo perché ‘offerto’ in forme più o</hi><hi rend="CharOverride-1"> meno standardizzate, il rischio che ‘il fine’ sia solamente</hi><hi rend="CharOverride-1"> una definitiva e stridente perdita di </hi><hi rend="italic CharOverride-1">senso</hi><hi rend="CharOverride-1"> è dunque sempre</hi><hi rend="CharOverride-1"> presente. Secondo i teorici più critici, si tratterebbe di una</hi><hi rend="CharOverride-1"> ulteriore conseguenza dell’estrema individualizzazione in cui è organizzata oggi</hi><hi rend="CharOverride-1"> la società, ciò che è causato dalle conseguenze nefaste di</hi><hi rend="CharOverride-1"> una declinazione sfrenata del tardo capitalismo quale regolatore sociale ormai</hi><hi rend="CharOverride-1"> in crisi. Talmente sfrenata, che non disdegna di andare contro</hi><hi rend="CharOverride-1"> alcuni suoi principi diffusisi nella versione moderna, assumendo invece la</hi><hi rend="CharOverride-1"> forma di </hi><hi rend="italic CharOverride-1">neat capitalism</hi><hi rend="CharOverride-1"> (Rojek 2010), cioè di quel capitalismo</hi><hi rend="CharOverride-1"> </hi><hi rend="italic CharOverride-1">ordinato</hi><hi rend="CharOverride-1">, </hi><hi rend="italic CharOverride-1">pulito </hi><hi rend="CharOverride-1">e, recentemente, anche rispettoso dell’ambiente, in </hi><hi rend="CharOverride-1">alcuni casi. Ordine e pulizia attorno a cui la </hi><hi rend="CharOverride-1">civiltà occidentale si è organizzata, come ci ha insegnato Freud, </hi><hi rend="CharOverride-1">sebbene oggi si presentino in forma e modalità nuove, la </hi><hi rend="CharOverride-1">cui razionalità contribuisce a mantenere sufficientemente efficiente il risultato organizzativo </hi><hi rend="CharOverride-1">finale. Ma che non riesce a nascondere un costante e </hi><hi rend="CharOverride-1">strisciante disegno liberticida. </hi></p><p rend="h2" ><hi>Riferimenti bibliografici</hi></p><p rend="bib_indx_bib" ><hi rend="CharOverride-1">Billinge, M. 2006. “A Time and Place for Everything. An Essay on Recreation, Re-Creation and The Victorian.” In, </hi><hi rend="italic CharOverride-1">Leisure Studies</hi><hi rend="CharOverride-1">, vol. I, edited by S. J. Page e J. Connell, I, 150-71. London: Routledge.</hi></p><p rend="bib_indx_bib" ><hi rend="CharOverride-1">Blackshaw, T. </hi><hi rend="CharOverride-1">2010. </hi><hi rend="italic CharOverride-1">Leisure</hi><hi rend="CharOverride-1">. London: Routledge.</hi></p><p rend="bib_indx_bib" ><hi rend="CharOverride-1">Blackshaw, T., edited by. 2013. </hi><hi rend="italic CharOverride-1">Routledge Handbook of Leisure Studies</hi><hi rend="CharOverride-1">. 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