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        <title type="main" level="a">La schiavitù dei contemporanei</title>
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            <forename>Luca</forename>
            <surname>Baccelli</surname>
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          <resp>This is a section of <title>Idee di lavoro e di ozio per la nostra civiltà</title>(DOI: <idno type="DOI">10.36253/979-12-215-0319-7</idno>) by </resp>
          <name>Giovanni Mari, Francesco Ammannati, Brogi Stefano, Tiziana Faitini, Arianna Fermani, Francesco Seghezzi, Annalisa Tonarelli</name>
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        <publisher>Firenze University Press</publisher>
        <pubPlace>Florence</pubPlace>
        <date when="2024">2024</date>
        <idno type="DOI">https://doi.org/10.36253/979-12-215-0319-7.136</idno>
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          <p>Available for academic research purposes</p>
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          <p>Copyright Author(s)</p>
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        <p>This is original content, published for academic research purposes</p>
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        <p>Slave labor survived the abolition of slavery. Karl Marx analyzed both the role of legal slavery in the original accumulation of the capital and the forms of forced labor inherent to the “free” labor relationships (wage slavery). In the XX century some critics of the prominent social role of labor shown a form of nostalgia for ancient slavery which set free citizens from necessity. Globalized capitalism exploits slaves, even if formally free like in the early modernity, whereas extreme subordination is widespread in developed economies and in sectors employing advanced technologies.</p>
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            <item>Modern slavery</item>
            <item>Wage slavery</item>
            <item>Disposable people</item>
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      <p>It is available online at https://doi.org/10.36253/979-12-215-0319-7.136<ref target="https://doi.org/10.36253/979-12-215-0319-7.136" /></p>
      
      <p rend="h1_chapter">La schiavitù dei contemporanei</p><p rend="h1_author ParaOverride-1" ><hi rend="CharOverride-1">Luca Baccelli</hi></p><p rend="h2" ><hi>1. Introduzione</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Siamo abituati a considerare</hi><hi rend="CharOverride-1"> la schiavitù come un’esperienza del passato, un’istituzione antica</hi><hi rend="CharOverride-1"> se non primitiva, qualcosa di connesso ai tratti regressivi, barbarici</hi><hi rend="CharOverride-1"> della condizione umana. In realtà è noto che l’utilizzazione</hi><hi rend="CharOverride-1"> di lavoro asservito ha accompagnato la storia dell’umanità, dal</hi><hi rend="CharOverride-1"> sorgere delle civiltà potamiche al fiorire della classicità greco-romana, dall</hi><hi rend="CharOverride-1">’affermazione della modernità e dell’economia industriale capitalistica alla globalizzazione.</hi><hi rend="CharOverride-1"> E non si tratta di un fenomeno residuale ma di</hi><hi rend="CharOverride-1"> una realtà strutturale: lo sfruttamento intenso di manodopera servile ha</hi><hi rend="CharOverride-1"> giocato un ruolo economico e sociale fondamentale, anche e soprattutto</hi><hi rend="CharOverride-1"> in epoche di intenso sviluppo e di radicale evoluzione dei</hi><hi rend="CharOverride-1"> modi di produzione. Come nell’antichità, nel Medioevo e nella</hi><hi rend="CharOverride-1"> prima modernità la schiavitù continua ad assumere forme diverse, non</hi><hi rend="CharOverride-1"> sempre riconducibili al caso paradigmatico dell’essere umano proprietà legale</hi><hi rend="CharOverride-1"> di un altro. Una rassegna delle </hi><hi rend="italic CharOverride-1">Idee di lavoro</hi><hi rend="CharOverride-1"> non</hi><hi rend="CharOverride-1"> può ignorare le forme di produzione nelle quali i</hi><hi rend="CharOverride-1"> lavoratori sono controllati, subiscono violenza, perdono la libertà. </hi></p><p rend="h2" ><hi>2. La</hi><hi> schiavitù salariata, e non solo</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Nell’epoca dell’abolizione della </hi><hi rend="CharOverride-1">schiavitù negli Stati Uniti Karl Marx elabora un’articolata concezione </hi><hi rend="CharOverride-1">del lavoro che ne valorizza il ruolo fondamentale nell’esperienza </hi><hi rend="CharOverride-1">umana, coglie la progressiva affermazione della dimensione cooperativa del processo </hi><hi rend="CharOverride-1">produttivo e la centralità dell’elemento cognitivo e comunicativo. </hi><hi rend="CharOverride-1">Il lavoro, insieme ai rapporti sociali, alla coscienza di essi </hi><hi rend="CharOverride-1">e al linguaggio, viene visto come una fondamentale acquisizione evolutiva </hi><hi rend="CharOverride-1">della nostra specie (Marx 1972-, vol. V, 67) e l</hi><hi rend="CharOverride-1">’attività con la quale </hi></p><p rend="quotation_b" ><hi rend="CharOverride-1">l’uomo, per mezzo della propria</hi><hi rend="CharOverride-1"> azione, media, regola e controlla il ricambio organico [</hi><hi rend="italic CharOverride-1">Stoffwechsel, </hi><hi rend="CharOverride-1">metabolismo] fra se stesso e la natura […]. Operando mediante </hi><hi rend="CharOverride-1">tale moto sulla natura fuori di sé e cambiandola, egli </hi><hi rend="CharOverride-1">cambia nello stesso tempo la natura sua propria. </hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Si </hi><hi rend="CharOverride-1">noti che il lavoro controlla e regola lo </hi><hi rend="italic CharOverride-1">Stoffwechsel</hi><hi rend="CharOverride-1">, non</hi><hi rend="CharOverride-1"> si identifica con lo </hi><hi rend="italic CharOverride-1">Stoffwechsel</hi><hi rend="CharOverride-1">, perché ha insita una </hi><hi rend="CharOverride-1">dimensione intellettuale di consapevolezza e di progettualità: ragni e api </hi><hi rend="CharOverride-1">compiono opere mirabili. «Ma ciò che fin da principio distingue</hi><hi rend="CharOverride-1"> il peggiore architetto dall’ape migliore è il fatto che</hi><hi rend="CharOverride-1"> egli ha costruito la celletta nella sua testa prima di</hi><hi rend="CharOverride-1"> costruirla in cera» (Marx 1977, 211-12). Ritorna, rovesciata </hi><hi rend="CharOverride-1">di senso, la similitudine con l’ape giù utilizzata da </hi><hi rend="CharOverride-1">Sepúlveda. Tutt’altro che assimilabile a una funzione metabolica, il </hi><hi rend="CharOverride-1">lavoro è considerato da Marx come «attività formatrice e finalizzata</hi><hi rend="CharOverride-1">», «forza creatrice», «tempo vivente» (Marx 1972-, </hi><hi rend="CharOverride-1">vol. XXIX, 226-27, 236-37, 290), «inquietudine creatrice [</hi><hi rend="italic CharOverride-1">schaffende Unruhe</hi><hi rend="CharOverride-1">]</hi><hi rend="CharOverride-1">» (Marx 1980, 71). Le trasformazioni nel processo produttivo, </hi><hi rend="CharOverride-1">dalla cooperazione semplice alla manifattura basata sulla divisione del lavoro,</hi><hi rend="CharOverride-1"> rappresentano un progressivo arricchimento della dimensione sociale e intellettuale del</hi><hi rend="CharOverride-1"> lavoro. Ma è con la produzione mediante macchina che </hi><hi rend="CharOverride-1">la scienza come tale entra direttamente nella produzione e il </hi><hi rend="CharOverride-1">carattere sociale del lavoro costituisce un’esigenza tecnica (Marx 1980</hi><hi rend="CharOverride-1">, 428-29). L’uomo diviene «sorvegliante e regolatore» del </hi><hi rend="CharOverride-1">processo. Ora è </hi></p><p rend="quotation_b" ><hi rend="CharOverride-1">l’appropriazione della sua forza produttiva generale, </hi><hi rend="CharOverride-1">la sua comprensione della natura e il dominio su di </hi><hi rend="CharOverride-1">essa attraverso la sua esistenza di individuo sociale – in </hi><hi rend="CharOverride-1">breve lo sviluppo dell’individuo sociale – che si presenta </hi><hi rend="CharOverride-1">come il grande pilastro della produzione e della ricchezza (Marx</hi><hi rend="CharOverride-1"> 1972-, vol. XXIX, 90). </hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Come ha rilevato Remo Bodei (</hi><hi rend="CharOverride-1">2019, 292):</hi></p><p rend="quotation_b" ><hi rend="CharOverride-1">Il senso più profondo del progetto marxiano è, sotto </hi><hi rend="CharOverride-1">questo aspetto, quello di rivendicare al lavoro quel </hi><hi rend="italic CharOverride-1">logos</hi><hi rend="CharOverride-1"> che </hi><hi rend="CharOverride-1">è attualmente separato e ostile, di congiungere – in termini </hi><hi rend="CharOverride-1">aristotelici – la </hi><hi rend="italic CharOverride-1">poiesis</hi><hi rend="CharOverride-1"> alla </hi><hi rend="italic CharOverride-1">praxis</hi><hi rend="CharOverride-1">.</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Ma quando il processo</hi><hi rend="CharOverride-1"> lavorativo è «sussunto sotto il capitale» questo diventa «</hi><hi rend="CharOverride-1">comando sul lavoro» (Marx 1980, 94), «appropriazione della </hi><hi rend="italic CharOverride-1">vita</hi><hi rend="CharOverride-1">, spirituale e fisica, del lavoratore» (Marx 1980b, 2026-27). </hi><hi rend="CharOverride-1">L’essere collettivo del lavoro sociale non è più la </hi><hi rend="CharOverride-1">«reciproca unione» delle capacità di lavoro, «ma un’unità</hi><hi rend="CharOverride-1"> che le domina» (Marx 1977, 373) e l’</hi><hi rend="CharOverride-1">attività dell’individuo si riduce a lavoro unilaterale e monotono.</hi><hi rend="CharOverride-1"> Viene «assorbita» nel capitale «l’accumulazione del sapere </hi><hi rend="CharOverride-1">e delle abilità, delle forze produttive generali del cervello sociale»</hi><hi rend="CharOverride-1"> (Marx 1972-, vol. XXIX, 84); l’arricchimento dell’«individuo </hi><hi rend="CharOverride-1">sociale» si risolve in un rapporto di estraneazione: «il </hi><hi rend="italic CharOverride-1">logos</hi><hi rend="CharOverride-1">, sapere dei fini e dei mezzi (in questo senso</hi><hi rend="CharOverride-1"> la scienza), appartiene ora a un </hi><hi rend="italic CharOverride-1">despotes</hi><hi rend="CharOverride-1"> impersonale, il capitale,</hi><hi rend="CharOverride-1"> mentre l’operaio ne diventa semplice strumento animato» (Bodei </hi><hi rend="CharOverride-1">2019, 286).</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Sotto l’apparenza dello scambio equo di capitale e</hi><hi rend="CharOverride-1"> merce forza-lavoro fra individui liberi Marx coglie la riproposizione dei</hi><hi rend="CharOverride-1"> rapporti diseguali, di subordinazione e sfruttamento, già presenti nella schiavitù</hi><hi rend="CharOverride-1"> e nella servitù della gleba. Il plusvalore viene estratto senza</hi><hi rend="CharOverride-1"> che il lavoratore sia proprietà del ‘datore’ di </hi><hi rend="CharOverride-1">lavoro: egli è il libero proprietario della merce forza-lavoro insita</hi><hi rend="CharOverride-1"> nel suo corpo e la vende per periodi di tempo</hi><hi rend="CharOverride-1"> limitati. Ma la proprietà capitalistica di mezzi di produzione sempre</hi><hi rend="CharOverride-1"> più evoluti tecnologicamente, fino al sistema di fabbrica, produce una</hi><hi rend="CharOverride-1"> disuguaglianza incolmabile che si trasforma in un rapporto di domin</hi><hi rend="CharOverride-1">io: la ‘schiavitù salariata’. Lo scambio fra il capitale</hi><hi rend="CharOverride-1"> e la merce forza-lavoro avviene nell’«Eden dei diritti </hi><hi rend="CharOverride-1">innati dell’uomo».</hi><hi rend="italic CharOverride-1"> </hi><hi rend="CharOverride-1">Ma al di sotto di questi </hi><hi rend="CharOverride-1">rapporti caratterizzati dalla libertà e dall’uguaglianza giuridica stanno relazioni</hi><hi rend="CharOverride-1"> sociali segnate dalla disuguaglianza e dal dominio e l’</hi><hi rend="CharOverride-1">apparente equità dello scambio fra capitale e lavoro si rovescia </hi><hi rend="CharOverride-1">in un rapporto di signoria e servitù (Marx 1980, </hi><hi rend="CharOverride-1">114). </hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Nella fenomenologia delle forme di estrazione del plusvalore Marx </hi><hi rend="CharOverride-1">rivela situazioni difficilmente distinguibili dalla condizione schiavile. Il «bisogno</hi><hi rend="CharOverride-1"> illimitato di pluslavoro […] sorge dal carattere stesso della produzione</hi><hi rend="CharOverride-1">» (Marx 1977, 270) solo nelle economie finalizzate al </hi><hi rend="CharOverride-1">valore di scambio. Nei settori industriali privi di regolamentazione legale </hi><hi rend="CharOverride-1">«la fame di pluslavoro da lupi mannari» porta a </hi><hi rend="CharOverride-1">«</hi><hi rend="italic CharOverride-1">un sistema di schiavitù illimitata</hi><hi rend="CharOverride-1">, schiavitù fisicamente, moralmente, intellettualmente </hi><hi rend="CharOverride-1">parlando» (Marx 1977, 278) cita Marx dal </hi><hi rend="italic CharOverride-1">Daily Telegraph</hi><hi rend="CharOverride-1"> del 17 gennaio 1860, che mette in parallelo il «</hi><hi rend="CharOverride-1">traffico di carne umana» in Virginia e Carolina con la</hi><hi rend="CharOverride-1"> «macellazione lenta di esseri umani» (Marx 1977, 279)</hi><hi rend="CharOverride-1"> in Inghilterra; in particolare con l’impiego estenuante, diurno e</hi><hi rend="CharOverride-1"> notturno, dei bambini nell’industria della ceramica, dei fiammiferi, della</hi><hi rend="CharOverride-1"> carta da parati, nella panificazione, nell’agricoltura; con l’impiego</hi><hi rend="CharOverride-1"> delle crestaie per un tempo medio di 16 ore, fino</hi><hi rend="CharOverride-1"> alla morte per </hi><hi rend="italic CharOverride-1">simple overwork</hi><hi rend="CharOverride-1"> (Marx 1977, 289). Lo</hi><hi rend="CharOverride-1"> scambio fra capitalista e lavoratore «</hi><hi rend="italic CharOverride-1">come persone libere</hi><hi rend="CharOverride-1">, come</hi><hi rend="CharOverride-1"> possessori di merci, indipendenti» si risolve in pratiche analoghe</hi><hi rend="CharOverride-1"> al commercio di schiavi: ora il lavoratore «vende mogli </hi><hi rend="CharOverride-1">e figli. Diventa </hi><hi rend="italic CharOverride-1">mercante di schiavi</hi><hi rend="CharOverride-1">» (Marx 1977, 439).</hi><hi rend="CharOverride-1"> Il sogno di Aristotele – il superamento del lavoro schiavile</hi><hi rend="CharOverride-1"> grazie all’introduzione di macchine analoghe agli automi di Dedalo</hi><hi rend="CharOverride-1"> e ai tripodi di Efesto (</hi><hi rend="italic CharOverride-1">Politica </hi><hi rend="CharOverride-1">1253b) – si </hi><hi rend="CharOverride-1">risolve nell’incubo: «la macchina è il mezzo più sicuro</hi><hi rend="CharOverride-1"> per prolungare la giornata lavorativa» e realizzare «la </hi><hi rend="CharOverride-1">schiavitù delle masse» (Marx 1977, 452-53).</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Oltre a denunciare</hi><hi rend="CharOverride-1"> l’intrinseca tendenza della produzione capitalistica a riprodurre e incrementare</hi><hi rend="CharOverride-1"> le forme asservite di lavoro, Marx rileva il ruolo fondamentale</hi><hi rend="CharOverride-1"> che è stato svolto dalla schiavitù </hi><hi rend="italic CharOverride-1">optimo iure</hi><hi rend="CharOverride-1"> nell’accumulazione</hi><hi rend="CharOverride-1"> originaria e nell’approvvigionamento delle materie prime per la produzione</hi><hi rend="CharOverride-1"> industriale meccanizzata (Marx 1977, 813). In Inghilterra i bambini</hi><hi rend="CharOverride-1"> «venivano frustati, incatenati e torturati coi più squisiti raffinamenti </hi><hi rend="CharOverride-1">di crudeltà» (Marx 1977, 821). Questa «schiavitù dei </hi><hi rend="CharOverride-1">bambini» introdotta dall’industria meccanizzata del cotone «dette allo </hi><hi rend="CharOverride-1">stesso tempo l’impulso alla trasformazione dell’economia schiavistica negli </hi><hi rend="CharOverride-1">Stati Uniti, prima più o meno patriarcale, in un sistema </hi><hi rend="CharOverride-1">di sfruttamento commerciale». Il nesso è sistemico: «la </hi><hi rend="CharOverride-1">schiavitù velata degli operai salariati in Europa aveva bisogno del </hi><hi rend="CharOverride-1">piedistallo della schiavitù </hi><hi rend="italic CharOverride-1">sans phrase</hi><hi rend="CharOverride-1"> del nuovo mondo» (Marx </hi><hi rend="CharOverride-1">1977, 822; cfr. già Marx 1972-, vol. VI, 95-6). Marx</hi><hi rend="CharOverride-1"> coglie la connessione diabolica fra la permanenza di forme di</hi><hi rend="CharOverride-1"> lavoro asservito e sviluppo del modo di produzione capitalistico, finalizzato</hi><hi rend="CharOverride-1"> alla «produzione del plusvalore stesso». Se il lavoro </hi><hi rend="CharOverride-1">schiavile e servile entra </hi></p><p rend="quotation_b" ><hi rend="CharOverride-1">in un mercato internazionale dominato dal </hi><hi rend="CharOverride-1">modo di produzione capitalistico […] allora sull’orrore barbarico della </hi><hi rend="CharOverride-1">schiavitù, della servitù della gleba ecc. s’innesta l’orrore </hi><hi rend="CharOverride-1">civilizzato del sovraccarico di lavoro (Marx 1977, 270). </hi></p><p rend="h2" ><hi>3. La</hi><hi> schiavitù dopo la schiavitù</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Dopo l’abolizione legale nelle Americhe </hi><hi rend="CharOverride-1">(nel 1866 negli Stati Uniti, nel 1888 in Brasile)</hi><hi rend="CharOverride-1"> il modo di produzione schiavistico ha lasciato un segno profondo</hi><hi rend="CharOverride-1"> nell’economia, e le condizioni dei lavoratori ‘liberi’ nelle</hi><hi rend="CharOverride-1"> piantagioni a lungo non si sono molto allontanate da </hi><hi rend="CharOverride-1">quelle degli schiavi; il sistema della segregazione – ispirato </hi><hi rend="CharOverride-1">all’ipocrita principio </hi><hi rend="italic CharOverride-1">separate but equal</hi><hi rend="CharOverride-1"> – è rimasto in </hi><hi rend="CharOverride-1">vigore per un secolo, mentre il razzismo, la discriminazione e </hi><hi rend="CharOverride-1">l’emarginazione si prolungano fino ai nostri giorni. E in</hi><hi rend="CharOverride-1"> forma nuove si è riproposta la connessione, colta da Marx,</hi><hi rend="CharOverride-1"> fra le forme più sviluppate del sistema capitalistico e le</hi><hi rend="CharOverride-1"> varie declinazioni della schiavitù. </hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Il movimento operaio ha ottenuto risultati</hi><hi rend="CharOverride-1"> decisivi nel mitigare le condizioni della schiavitù salariata: il tempo</hi><hi rend="CharOverride-1"> di lavoro è stato progressivamente ridotto e le condizioni </hi><hi rend="CharOverride-1">servili nella produzione industriale superate o mitigate, sono state introdotte</hi><hi rend="CharOverride-1"> forme di previdenza e sicurezza sociale fino allo sviluppo dei</hi><hi rend="CharOverride-1"> sistemi di </hi><hi rend="italic CharOverride-1">welfare</hi><hi rend="CharOverride-1">. Tutto ciò non significa che i </hi><hi rend="CharOverride-1">rapporti di dominio siano finiti né che la dimensione cooperativa </hi><hi rend="CharOverride-1">e cognitiva del lavoro non sia rimasta asservita al </hi><hi rend="italic CharOverride-1">despotes</hi><hi rend="CharOverride-1"> </hi><hi rend="CharOverride-1">impersonale, come dimostra l’organizzazione taylorista della produzione con l’</hi><hi rend="CharOverride-1">espansione del lavoro ripetitivo della catena e la struttura gerarchica </hi><hi rend="CharOverride-1">della fabbrica. Certo, nell’epoca del fordismo, fino alla stagione </hi><hi rend="CharOverride-1">di mobilitazioni operaie e sociali fra gli anni Sessanta e S</hi><hi rend="CharOverride-1">ettanta e oltre, lo spazio della produzione si è rivelato</hi><hi rend="CharOverride-1"> tutt’altro che impolitico e gli ‘operai meccanici’ hanno</hi><hi rend="CharOverride-1"> messo in gioco la cittadinanza sociale che hanno conquistato. Nel</hi><hi rend="CharOverride-1"> frattempo un imponente movimento di liberazione ha investito le colonie</hi><hi rend="CharOverride-1"> dell’intero pianeta.</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Nella fase successiva le innovazioni tecnologiche, le </hi><hi rend="CharOverride-1">trasformazioni sociali e le scelte politiche hanno condotto a un </hi><hi rend="CharOverride-1">ridimensionamento del ruolo del lavoro e una diminuzione del potere </hi><hi rend="CharOverride-1">dei lavoratori, mentre si è affermato il capitalismo finanziario globalizzato</hi><hi rend="CharOverride-1">. I sociologi teorizzavano che il lavoro non è </hi><hi rend="CharOverride-1">più una categoria-chiave, parlavano di ‘fine della società del</hi><hi rend="CharOverride-1"> lavoro’ se non di ‘fine del lavoro’ </hi><hi rend="italic CharOverride-1">tout </hi><hi rend="italic CharOverride-1">court</hi><hi rend="CharOverride-1">. Anche pensatori critici sostenevano che l’ambito della produzione</hi><hi rend="CharOverride-1"> non può più essere considerato come il luogo centrale del</hi><hi rend="CharOverride-1"> conflitto sociale e la dimensione della possibile emancipazione, mentre differenti</hi><hi rend="CharOverride-1"> soggettività si affacciavano sulla scena dei processi sociali.</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Ovviamente </hi><hi rend="CharOverride-1">non si può neppure accennare a tutto un dibattito che </hi><hi rend="CharOverride-1">ha attraversato la fine del secolo scorso e l’inizio</hi><hi rend="CharOverride-1"> di questo. Vale però la pena di ricordare almeno le</hi><hi rend="CharOverride-1"> posizioni assunte su questo tema da una pensatrice particolarmente significativa,</hi><hi rend="CharOverride-1"> anche per la sua fortuna fra progressisti e radicali. Per</hi><hi rend="CharOverride-1"> Hannah Arendt la </hi><hi rend="italic CharOverride-1">vita activa</hi><hi rend="CharOverride-1"> si articola in tre generi</hi><hi rend="CharOverride-1"> di attività: il lavoro (</hi><hi rend="italic CharOverride-1">labor</hi><hi rend="CharOverride-1">), l’opera (</hi><hi rend="italic CharOverride-1">work</hi><hi rend="CharOverride-1">),</hi><hi rend="CharOverride-1"> l’azione (</hi><hi rend="italic CharOverride-1">action</hi><hi rend="CharOverride-1">). Il lavoro corrisponde al metabolismo </hi><hi rend="CharOverride-1">del corpo umano e il suo «sforzo penoso e sfibrante»</hi><hi rend="CharOverride-1"> ne ripete la temporalità circolare; l’opera ha invece </hi><hi rend="CharOverride-1">un inizio e una fine e costruisce un mondo di </hi><hi rend="CharOverride-1">oggetti artificiali. L’agire è la condizione della politica e</hi><hi rend="CharOverride-1"> nella </hi><hi rend="italic CharOverride-1">polis</hi><hi rend="CharOverride-1"> classica il </hi><hi rend="italic CharOverride-1">bios politikos </hi><hi rend="CharOverride-1">è assurto a forma</hi><hi rend="CharOverride-1"> più alta di attività umana, mentre il lavoro, «un </hi><hi rend="CharOverride-1">tipo non-umano di attività» (Arendt 1988, 66), veniva disprezzato</hi><hi rend="CharOverride-1"> come un’attività propria degli animali in quanto rende </hi><hi rend="CharOverride-1">schiavi della necessità; per contro la schiavitù era legittimata in </hi><hi rend="CharOverride-1">quanto liberava i cittadini dal dominio della necessità. E il </hi><hi rend="CharOverride-1">lavoro «non perde il proprio carattere di costrizione» neppure </hi><hi rend="CharOverride-1">se la fatica si riduce grazie all’automazione: il «fardello</hi><hi rend="CharOverride-1"> della vita biologica» (Arendt 1988, 29) «può essere</hi><hi rend="CharOverride-1"> eliminato solo dall’uso di servi» (Arendt 1988, 84).</hi><hi rend="CharOverride-1"> In modo forse ancora più crudo: «il lavoro è </hi><hi rend="CharOverride-1">un’attività senza la benché minima dignità […]. Nella misura </hi><hi rend="CharOverride-1">in cui l’ambito politico è costituito da uomini liberi, </hi><hi rend="CharOverride-1">il lavoro ne deve essere escluso» (Arendt 2016, 53). </hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Mentre l’azione presuppone la pluralità, implica un essere-con che</hi><hi rend="CharOverride-1"> costituisce la specifica dimensione della politica, nel lavoro l’</hi><hi rend="CharOverride-1">uomo «è solo col proprio corpo, occupato a far fronte</hi><hi rend="CharOverride-1"> alla nuda necessità di rimanere in vita» (Arendt 19</hi><hi rend="CharOverride-1">88, 156); e la sua intrinseca ‘anti-politicità’ è confermata</hi><hi rend="CharOverride-1"> dall’assenza, in ogni epoca storica, di ‘serie’ </hi><hi rend="CharOverride-1">ribellioni di schiavi, aggiunge Arendt con una considerazione storicamente insostenibile.</hi><hi rend="CharOverride-1"> Ma nel corso dei millenni il lavoro è diventato «</hi><hi rend="CharOverride-1">l’origine di tutti i valori sociali» (Arendt 2016, </hi><hi rend="CharOverride-1">42), con l’avvento dell’</hi><hi rend="italic CharOverride-1">animal laborans</hi><hi rend="CharOverride-1"> che ha soppiantato </hi><hi rend="CharOverride-1">lo </hi><hi rend="italic CharOverride-1">zoon politikon</hi><hi rend="CharOverride-1">. Lo spazio pubblico si è temporaneamente ricostituito</hi><hi rend="CharOverride-1"> e la politica autentica è risorta nella fondazione di colonie</hi><hi rend="CharOverride-1"> e nelle fasi iniziali delle rivoluzioni (Arendt 1988, 159-61;</hi><hi rend="CharOverride-1"> 1983, 126-29, 185 sgg., 271 sgg., 287</hi><hi rend="CharOverride-1"> sgg., 295 sgg.); ma con l’irrompere dei poveri</hi><hi rend="CharOverride-1"> che chiedevano di essere liberati dal bisogno le rivoluzioni hanno</hi><hi rend="CharOverride-1"> abbandonato l’obiettivo della liberazione dall’oppressione per «liberare </hi><hi rend="CharOverride-1">il processo vitale della società dai ceppi della miseria, in </hi><hi rend="CharOverride-1">modo che potesse prosperare nel fiume dell’abbondanza» (Arendt </hi><hi rend="CharOverride-1">1983, 65). Con l’eccezione della Rivoluzione americana che,</hi><hi rend="CharOverride-1"> verrebbe da rilevare, non ha abolito la schiavitù. Il totalitarismo</hi><hi rend="CharOverride-1"> è visto come la fase suprema del predominio dell’</hi><hi rend="italic CharOverride-1">animal</hi><hi rend="italic CharOverride-1"> laborans</hi><hi rend="CharOverride-1"> e presuppone la sua affermazione (Arendt 1988, 635)</hi><hi rend="CharOverride-1"> perché può dominare solo su individui isolati (Arendt 1988,</hi><hi rend="CharOverride-1"> 650-51) come quelli irretiti nel processo biologico. </hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Il disprezzo per</hi><hi rend="CharOverride-1"> il lavoro e i lavoratori, la contrapposizione fra dimensione del</hi><hi rend="CharOverride-1">la politica e ambito della produzione, la neppure troppo celata </hi><hi rend="CharOverride-1">nostalgia per la condizione in cui il lavoro degli schiavi </hi><hi rend="CharOverride-1">lasciava tempo libero per la politica autentica possono venire criticati </hi><hi rend="CharOverride-1">sul piano politico ed etico. In ogni caso l’oscuramento </hi><hi rend="CharOverride-1">della dimensione cooperativa, cognitiva e comunicativa del lavoro lascia fuori</hi><hi rend="CharOverride-1"> dal campo dell’analisi i rapporti di potere che attraversano</hi><hi rend="CharOverride-1"> i processi produttivi, a cominciare dalle modalità in cui cooperazione</hi><hi rend="CharOverride-1"> e conoscenza sono state rese funzionali alla massimizzazione del profitto.</hi><hi rend="CharOverride-1"> Questo approccio teorico ha avuto comunque grande successo, fino alla</hi><hi rend="CharOverride-1"> diffusa rinuncia alla critica delle patologie sociali originate nei processi</hi><hi rend="CharOverride-1"> produttivi, per non dire dello sfruttamento del lavoro. </hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Mentre il</hi><hi rend="CharOverride-1"> lavoro e i lavoratori uscivano dal campo di indagine delle</hi><hi rend="CharOverride-1"> teorie critiche e dall’agenda delle forze politiche che in</hi><hi rend="CharOverride-1"> passato li avevano rappresentati, la schiavitù conosceva una nuova escalation</hi><hi rend="CharOverride-1"> in forme nuove. Nel suo fondamentale libro del 1999, Kevin</hi><hi rend="CharOverride-1"> Bales contesta l’idea che la schiavitù sia un </hi><hi rend="CharOverride-1">retaggio del passato rilevando che si tratta di «un </hi><hi rend="CharOverride-1">business in espansione» (Bales 2000, 9) tanto che il</hi><hi rend="CharOverride-1"> numero degli schiavi attualmente viventi – 27 milioni –</hi><hi rend="CharOverride-1"> supera quello di tutte le vittime della tratta dall’Africa</hi><hi rend="CharOverride-1"> all’America. Bales precisa che una definizione rigorosa della schiavitù</hi><hi rend="CharOverride-1"> non presuppone la proprietà </hi><hi rend="italic CharOverride-1">legale </hi><hi rend="CharOverride-1">dell’essere umano, oggi scomparsa</hi><hi rend="CharOverride-1"> dovunque. Si tratta piuttosto del </hi><hi rend="italic CharOverride-1">controllo </hi><hi rend="CharOverride-1">sulle loro vite</hi><hi rend="CharOverride-1"> a scopo di sfruttamento economico e della coercizione utilizzata per</hi><hi rend="CharOverride-1"> ottenerlo. «I detentori di schiavi hanno tutti i bene</hi><hi rend="CharOverride-1">fici della proprietà senza averne i fastidi legali» (Bales 2000</hi><hi rend="CharOverride-1">, 11). </hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">In molti contesti le differenze etniche, culturali, religiose, </hi><hi rend="CharOverride-1">geografiche connotano la schiavitù. Ma ciò che conta non è </hi><hi rend="CharOverride-1">tanto il colore quanto la condizione di vulnerabilità. Né occorre </hi><hi rend="CharOverride-1">oggi affaticarsi a riproporre le ideologie della redenzione religiosa, della </hi><hi rend="CharOverride-1">civilizzazione e del «fardello dell’uomo bianco»; è </hi><hi rend="CharOverride-1">sufficiente l’etica del denaro: nell’«economia globale la </hi><hi rend="CharOverride-1">schiavitù è spogliata delle sue giustificazioni morali: gli schiavi rendono»</hi><hi rend="CharOverride-1"> (Bales 2000, 233).</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Bales ritiene che il passaggio alla nuova</hi><hi rend="CharOverride-1"> schiavitù dipenda all’esplosione demografica successiva alla Seconda guerra mondiale,</hi><hi rend="CharOverride-1"> con la crescita intensa dell’offerta di schiavi potenziali, e</hi><hi rend="CharOverride-1"> dal rapido mutamento sociale ed economico nei paesi in cui</hi><hi rend="CharOverride-1"> è avvenuta, con la concentrazione della ricchezza e la rovina</hi><hi rend="CharOverride-1"> dei contadini. La globalizzazione successiva alla fine della Guerra fredda</hi><hi rend="CharOverride-1"> ha aggravato la situazione. Si è arrivati a un’inedita</hi><hi rend="CharOverride-1"> sovrabbondanza dell’offerta di schiavi potenziali e «acquistare uno </hi><hi rend="CharOverride-1">schiavo non rappresenta più un grosso investimento» (Bales 2000, </hi><hi rend="CharOverride-1">19). E dunque cambia radicalmente il rapporto fra schiavisti e </hi><hi rend="CharOverride-1">schiavi, che «costano così poco che non si vede perché</hi><hi rend="CharOverride-1"> prendersi il disturbo di assicurarsene in permanenza il possesso “</hi><hi rend="CharOverride-1">legale”». Divengono una merce usa e getta (Bales 2000,</hi><hi rend="CharOverride-1"> 19). «La nuova schiavitù imita l’economia mondiale: si </hi><hi rend="CharOverride-1">sottrae al rapporto di proprietà e all’impegno gestionale fisso, </hi><hi rend="CharOverride-1">concentrandosi piuttosto sul controllo e sull’uso delle risorse e </hi><hi rend="CharOverride-1">dei processi» (Bales 2000, 29). Gli schiavisti adottano il </hi><hi rend="italic CharOverride-1">just in time</hi><hi rend="CharOverride-1"> e questo favorisce l’intensificarsi della violenza: </hi><hi rend="CharOverride-1">«poiché nessuno schiavo rappresenta un grosso investimento, c’è poco</hi><hi rend="CharOverride-1"> da perdere a ucciderne o menomarne uno» (Bales 2000,</hi><hi rend="CharOverride-1"> 232).</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Nella realtà «caotica, dinamica, mutevole e disorientante» della </hi><hi rend="CharOverride-1">schiavitù contemporanea (Bales 2000, 23) Bales individua tre forme fondamentali:</hi><hi rend="CharOverride-1"> (1) la schiavitù basata sul possesso, presente in Africa settentrionale</hi><hi rend="CharOverride-1"> e occidentale e in alcuni paesi arabi, simile alla schiavitù</hi><hi rend="CharOverride-1"> tradizionale ma decisamente minoritaria. È particolarmente diffusa in Mauritania –</hi><hi rend="CharOverride-1"> nonostante successive leggi di abolizione – dove fa perno</hi><hi rend="CharOverride-1"> sulla differenza razziale: lo schiavo appartiene di fatto a </hi><hi rend="CharOverride-1">un padrone e viene lasciato in eredità, non è pagato </hi><hi rend="CharOverride-1">né ha libertà di scelta o di movimento. </hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">(2) La </hi><hi rend="CharOverride-1">servitù da debito, la più comune, nella quale un individuo </hi><hi rend="CharOverride-1">si assoggetta in cambio di una somma di denaro che </hi><hi rend="CharOverride-1">non riesce mai ad estinguere, finché il debito passa alla</hi><hi rend="CharOverride-1"> generazione successiva. Qui «la proprietà non è dichiarata, ma </hi><hi rend="CharOverride-1">il controllo fisico del lavoratore è assoluto» (Bales 2000, </hi><hi rend="CharOverride-1">24). È diffusa nel subcontinente indiano, come nel caso dei </hi><hi rend="CharOverride-1">bambini che producono mattoni in Pakistan secondo il sistema </hi><hi rend="italic CharOverride-1">peshgi</hi><hi rend="CharOverride-1">,</hi><hi rend="CharOverride-1"> o in quello dei braccianti indiani pagati con misere r</hi><hi rend="CharOverride-1">azioni di grano, riso o fagioli, accanto a una miriade </hi><hi rend="CharOverride-1">di altre forme: dalla schiavitù delle vedove a quella delle </hi><hi rend="CharOverride-1">prostitute, ai bambini che producono fiammiferi e fuochi d’artificio, </hi><hi rend="CharOverride-1">ai contadini assoggettai nel sistema </hi><hi rend="italic CharOverride-1">koliya</hi><hi rend="CharOverride-1">.</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">(3) La forma contrattualizzata, </hi><hi rend="CharOverride-1">nella quale relazioni di lavoro formalmente legali si risolvono in </hi><hi rend="CharOverride-1">rapporti di schiavitù: «il “lavoratore contrattualizzato” è uno schiavo,</hi><hi rend="CharOverride-1"> sotto la minaccia della violenza, privo di ogni libertà di</hi><hi rend="CharOverride-1"> movimento, non pagato» (Bales 2000, 24). Oltre che in</hi><hi rend="CharOverride-1"> aree del subcontinente indiano, si ritrova nell’Asia Sud-orientale e</hi><hi rend="CharOverride-1"> in Brasile, dai bordelli thailandesi alle fornaci del Mato </hi><hi rend="CharOverride-1">Grosso: «È un esempio perfetto di nuova schiavitù: senza volto,</hi><hi rend="CharOverride-1"> temporanea, ad altissimo rendimento, legalmente occultata e del tutto priva</hi><hi rend="CharOverride-1"> di scrupoli» (Bales 2000, 138). </hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Le tre forme si</hi><hi rend="CharOverride-1"> mescolano e si ritrovano anche nelle metropoli dei paesi più</hi><hi rend="CharOverride-1"> ricchi. Ma proliferano dove il monopolio statale della violenza </hi><hi rend="CharOverride-1">è decentrato a poliziotti e militari locali, che finiscono per </hi><hi rend="CharOverride-1">essere subordinati ai delinquenti, in particolare nelle «zone di transizione</hi><hi rend="CharOverride-1"> dove l’economia industriale mondiale viene a contatto con la</hi><hi rend="CharOverride-1"> cultura tradizionale del lavoro della terra» (Bales 2000, 34).</hi><hi rend="CharOverride-1"> Lo sviluppo economico e l’innovazione tecnologica non scongiurano </hi><hi rend="CharOverride-1">«il riemergere di barbarie un tempo proibite» (Bales 2000,</hi><hi rend="CharOverride-1"> 221). Gli accordi di libero commercio «hanno spinto il </hi><hi rend="CharOverride-1">business globale a un contatto più stretto con i lavoratori </hi><hi rend="CharOverride-1">oppressi, se non addirittura schiavi». E «i lacci economici</hi><hi rend="CharOverride-1"> possono legare lo schiavo del campo o del bordello ai</hi><hi rend="CharOverride-1"> vertici delle corporazioni internazionali» (Bales 2000, 223). </hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Forme di</hi><hi rend="CharOverride-1"> lavoro servile, e di vera e propria riduzione in schiavitù,</hi><hi rend="CharOverride-1"> sono diffuse fra le moltitudini di esseri umani che intraprendono</hi><hi rend="CharOverride-1"> percorsi di migrazione, e che spesso si trovano per anni</hi><hi rend="CharOverride-1"> a vivere la condizione dei metechi, stranieri non cittadini nelle</hi><hi rend="CharOverride-1"> varie declinazioni che vanno dalla condizione di irregolarità alla </hi><hi rend="CharOverride-1">titolarità di permessi di soggiorno più o meno stabili. Dalla </hi><hi rend="CharOverride-1">tratta delle prostitute private di documenti e libertà alla condizione</hi><hi rend="CharOverride-1"> dei braccianti agricoli immigrati, la schiavitù permea le ricche economie</hi><hi rend="CharOverride-1"> dei paesi liberaldemocratici. In senso letterale: in Italia si è</hi><hi rend="CharOverride-1"> arrivati a condannare datori di lavoro e ‘caporali’ sulla</hi><hi rend="CharOverride-1"> base dell’art. 600 del Codice Penale per lo sfruttamento</hi><hi rend="CharOverride-1"> dei lavoratori africani nelle campagne di Nardò (Corte di Assise</hi><hi rend="CharOverride-1"> di Lecce, 13 luglio 2017, n. 2).</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Ma non si tratta</hi><hi rend="CharOverride-1"> solo degli immigrati. Sulla scia della terza rivoluzione industriale, </hi><hi rend="CharOverride-1">innescata dalla diffusione di calcolatori, macchine e dispositivi basati </hi><hi rend="CharOverride-1">sui microprocessori e dalla connessione telematica globale, si parla oggi </hi><hi rend="CharOverride-1">di industria 4.0. Nelle </hi><hi rend="italic CharOverride-1">smart factories </hi><hi rend="CharOverride-1">si intravede il </hi><hi rend="CharOverride-1">superamento della distinzione fra lavoro manuale e lavoro intellettuale, arti </hi><hi rend="CharOverride-1">meccaniche e arti liberali, </hi><hi rend="italic CharOverride-1">poiesis</hi><hi rend="CharOverride-1"> e </hi><hi rend="italic CharOverride-1">praxis</hi><hi rend="CharOverride-1"> in uno scenario </hi><hi rend="CharOverride-1">di liberazione (Mari 2019). Ma le ICT e l’intelligenza </hi><hi rend="CharOverride-1">artificiale sono utilizzate anche nelle piattaforme che incatenano i lavoratori </hi><hi rend="CharOverride-1">della logistica e del </hi><hi rend="italic CharOverride-1">delivery</hi><hi rend="CharOverride-1"> per tutto il loro tempo </hi><hi rend="CharOverride-1">di vita. Attraverso connessioni e dispositivi l’algoritmo scandisce i </hi><hi rend="CharOverride-1">tempi frenetici delle consegne ed esclude automaticamente, </hi><hi rend="italic CharOverride-1">just in time</hi><hi rend="CharOverride-1">,</hi><hi rend="CharOverride-1"> il lavoratore lento dal sistema. Magari perché si è disconnesso</hi><hi rend="CharOverride-1"> dalla vita a causa di un incidente mortale. Le </hi><hi rend="CharOverride-1">nuove forme di ‘schiavitù salariata’ pervadono il precariato, modalità</hi><hi rend="CharOverride-1"> sempre più ‘tipica’ del rapporto di lavoro, dalla </hi><hi rend="CharOverride-1">manifattura al lavoro di cura. Occorrerebbe sviluppare l’intuizione di </hi><hi rend="CharOverride-1">Marx che coglieva nel sistema capitalistico globale i nessi fra </hi><hi rend="CharOverride-1">la schiavitù </hi><hi rend="italic CharOverride-1">sans phrase</hi><hi rend="CharOverride-1"> nelle colonie, le forme di sfruttamento </hi><hi rend="CharOverride-1">più intenso della forza-lavoro nei paesi in via di industrializzazione, </hi><hi rend="CharOverride-1">l’estrazione del plusvalore nella grande industria. Ma la stessa espressione </hi><hi rend="CharOverride-1">marxiana andrebbe rivista, perché molti dei lavoratori asserviti non hanno </hi><hi rend="CharOverride-1">neppure la tutela di un contratto di lavoro subordinato: costretti</hi><hi rend="CharOverride-1"> ad essere ‘imprenditori di sé stessi’ non ricevono un</hi><hi rend="CharOverride-1"> salario regolare. Rimangono </hi><hi rend="italic CharOverride-1">disposable people</hi><hi rend="CharOverride-1">.</hi></p><p rend="h2" ><hi>Riferimenti bibliografici</hi></p><p rend="bib_indx_bib" ><hi rend="CharOverride-1">Arendt, Hannah. 1976 (</hi><hi rend="CharOverride-1">1951). </hi><hi rend="italic CharOverride-1">Le origini del totalitarismo</hi><hi rend="CharOverride-1">. Milano: Bompiani.</hi></p><p rend="bib_indx_bib" ><hi rend="CharOverride-1">Arendt, Hannah. 1983 (1963). </hi><hi rend="italic CharOverride-1">Sulla rivoluzione</hi><hi rend="CharOverride-1">. Milano: Comunità.</hi></p><p rend="bib_indx_bib" ><hi rend="CharOverride-1">Arendt, Hannah. 1988 (1958). </hi><hi rend="italic CharOverride-1">Vita activa</hi><hi rend="CharOverride-1">. 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La sfida della rivoluzione digitale</hi><hi rend="CharOverride-1">. Bologna: i</hi><hi rend="CharOverride-1">l Mulino.</hi></p><p rend="bib_indx_bib" ><hi rend="CharOverride-1">Marx, Karl, Engels, Friedrich. 1972. </hi><hi rend="italic CharOverride-1">Opere complete</hi><hi rend="CharOverride-1">. Roma: Editori</hi><hi rend="CharOverride-1"> Riuniti.</hi></p><p rend="bib_indx_bib" ><hi rend="CharOverride-1">Marx, Karl. 1977 (1867). </hi><hi rend="italic CharOverride-1">Il capitale. Critica dell’economica politica</hi><hi rend="CharOverride-1">, vol. I. Roma:</hi><hi rend="CharOverride-1"> Editori Riuniti.</hi></p><p rend="bib_indx_bib" ><hi rend="CharOverride-1">Marx, Karl. 1980. </hi><hi rend="italic CharOverride-1">Manoscritti del 1861-1863</hi><hi rend="CharOverride-1">. Roma: Editori Riuniti.</hi></p><p rend="bib_indx_bib" ><hi rend="CharOverride-1">Marx,</hi><hi rend="CharOverride-1"> Karl. 1980b. </hi><hi rend="italic CharOverride-1">Zur Kritik der Politischen Ökonomie (Manuskript 1861-1863)</hi><hi rend="CharOverride-1">. In Karl Marx, Friedrich Engels, </hi><hi rend="italic CharOverride-1">Gesamtausgabe</hi><hi rend="CharOverride-1"> </hi><hi rend="italic CharOverride-1">(MEGA)</hi><hi rend="CharOverride-1">, vol. II.3.6. Berlin: Dietz. &lt;</hi><ref target="0"><hi rend="CharOverride-1">http://telota.bbaw.de/mega/</hi></ref><hi rend="CharOverride-1">&gt;.</hi></p>  
      
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        </listBibl>
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