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        <title type="main" level="a">Lavoro, libertà e utopia nel dibattito francese contemporaneo</title>
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            <forename>Enrico</forename>
            <surname>Donaggio</surname>
            <placeName type="affiliation">Aix-Marseille University, France</placeName>
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          <resp>This is a section of <title>Idee di lavoro e di ozio per la nostra civiltà</title>(DOI: <idno type="DOI">10.36253/979-12-215-0319-7</idno>) by </resp>
          <name>Giovanni Mari, Francesco Ammannati, Brogi Stefano, Tiziana Faitini, Arianna Fermani, Francesco Seghezzi, Annalisa Tonarelli</name>
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        <publisher>Firenze University Press</publisher>
        <pubPlace>Florence</pubPlace>
        <date when="2024">2024</date>
        <idno type="DOI">https://doi.org/10.36253/979-12-215-0319-7.139</idno>
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          <p>Available for academic research purposes</p>
          <p>Open Access</p>
          <p>Copyright Author(s)</p>
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            <p>Content licence CC BY 4.0</p>
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        <p>This is original content, published for academic research purposes</p>
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        <p>The article offers an account of the recent debate on work, freedom and utopia in the French humanities and social sciences. It is organized around the four thematic cores that seem to condense its richest or most promising results today: liberated work, free work, democratic work, and utopian work.
For each of these topics, for reasons of space, only the theses and critiques of a few representative authors will be given, regarding an object of reflection chosen as exemplary: liberated companies, digital platforms, democratized companies, possible utopias. The common denominator of this reflections is the tenacity with which they continue to investigate dimensions of freedom and utopia in work, and not outside or against work. What differentiates them is the degree of compatibility or alternative attributed to these dimensions with respect to the most widespread modes of work today.</p>
      </abstract>
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            <item>Work</item>
            <item>Freedom</item>
            <item>Utopia</item>
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      <p>It is available online at https://doi.org/10.36253/979-12-215-0319-7.139<ref target="https://doi.org/10.36253/979-12-215-0319-7.139" /></p>
      
      <p rend="h1_chapter">Lavoro, libertà e utopia nel dibattito francese contemporaneo</p><p rend="h1_author ParaOverride-1" ><hi rend="CharOverride-1">Enrico Donaggio</hi></p><p rend="h2" ><hi>1. </hi><hi>Introduzione</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Dalla fine del XX secolo a oggi, nei paesi occidentali,</hi><hi rend="CharOverride-1"> la discussione e la ricerca sui rapporti tra lavoro, libertà</hi><hi rend="CharOverride-1"> e utopia sono state fondamentalmente caratterizzate: </hi></p><p rend="text_list" ><hi rend="CharOverride-1">1) 	dal trionfo </hi><hi rend="CharOverride-1">del capitalismo neoliberale come forma di vita ideale globale, dal </hi><hi rend="CharOverride-1">suo imporsi come il miglior modo possibile di esistere e </hi><hi rend="CharOverride-1">di produrre – e dunque anche di lavorare – apparentemente </hi><hi rend="CharOverride-1">senza alternative più libere o più desiderabili;</hi></p><p rend="text_list" ><hi rend="CharOverride-1">2) 	dall’eclissi </hi><hi rend="CharOverride-1">apparentemente definitiva di quelle visioni alternative che avevano assegnato al </hi><hi rend="CharOverride-1">lavoro il ruolo di leva di trasformazione o superamento, riformista </hi><hi rend="CharOverride-1">o rivoluzionario, della forma di vita capitalistica, in nome di </hi><hi rend="CharOverride-1">un modo più libero, addirittura utopico, di esistere e produrre </hi><hi rend="CharOverride-1">– e dunque anche di lavorare.</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Un certo modo di intendere</hi><hi rend="CharOverride-1"> la tesi della ‘fine della storia’ si è intrecciato</hi><hi rend="CharOverride-1"> così a un certo modo di intendere la tesi della</hi><hi rend="CharOverride-1"> ‘fine del lavoro’, dominando il dibattito pubblico e </hi><hi rend="CharOverride-1">la letteratura specialistica degli ultimi vent’anni. Il lavoro ne </hi><hi rend="CharOverride-1">è risultato sostanzialmente invisibilizzato: il bersaglio di un potentissimo processo </hi><hi rend="CharOverride-1">ideologico e materiale di rimozione teso a togliergli centralità, a </hi><hi rend="CharOverride-1">occultare e disinnescare quel potere di trasformazione degli esseri umani, </hi><hi rend="CharOverride-1">della società e della storia di cui il lavoro è </hi><hi rend="CharOverride-1">sempre stato vettore. Si tratta di una marginalizzazione e di </hi><hi rend="CharOverride-1">un disincanto nei riguardi del lavoro che, secondo Axel Honneth, </hi><hi rend="CharOverride-1">non conosce pari nelle epoche precedenti:</hi></p><p rend="quotation_b" ><hi rend="CharOverride-1">Nel corso degli ultimi due</hi><hi rend="CharOverride-1"> secoli non era mai avvenuto che si registrassero così pochi</hi><hi rend="CharOverride-1"> tentativi di difendere una concezione umana ed emancipatrice del lavoro</hi><hi rend="CharOverride-1"> come accade oggi […] come in passato la maggioranza della</hi><hi rend="CharOverride-1"> popolazione continua ad ancorare la propria identità sociale in primo</hi><hi rend="CharOverride-1"> luogo al ruolo svolto entro i processi lavorativi […] attorno</hi><hi rend="CharOverride-1"> al lavoro ruotano, ancor più che in passato, le necessità,</hi><hi rend="CharOverride-1"> le paure e le speranze dei soggetti interessati […] ma</hi><hi rend="CharOverride-1"> l’idea di una liberazione del lavoro dalla costrizione esterna</hi><hi rend="CharOverride-1"> e dall’alienazione è divenuta ridicola al cospetto della realtà</hi><hi rend="CharOverride-1"> (Honneth</hi><hi rend="italic CharOverride-1"> </hi><hi rend="CharOverride-1">2010, 19-21, 78-102).</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Le scienze umane e sociali francesi rappresentano </hi><hi rend="CharOverride-1">in certa misura un’anomalia rispetto a questa tendenza di </hi><hi rend="CharOverride-1">fondo. Per una serie di ragioni che non possono qui </hi><hi rend="CharOverride-1">essere illustrate, negli ultimi vent’anni in Francia il lavoro </hi><hi rend="CharOverride-1">in quanto oggetto di ricerca è risultato meno impattato, rispetto </hi><hi rend="CharOverride-1">ad altri paesi occidentali, da un processo di invisibilizzazione, marginalizzazione </hi><hi rend="CharOverride-1">e disincanto che si vorrebbe egemone e definitivo. E questa </hi><hi rend="CharOverride-1">circostanza ha consentito a una riflessione che non ha rinunciato </hi><hi rend="CharOverride-1">a riconoscere al lavoro una qualche forma di centralità per </hi><hi rend="CharOverride-1">gli esseri umani, la società e la storia, di continuare </hi><hi rend="CharOverride-1">a discutere in modo originale i rapporti tra lavoro, libertà </hi><hi rend="CharOverride-1">e utopia. I paragrafi che seguono illustrano questa tesi attraverso </hi><hi rend="CharOverride-1">un resoconto del recente dibattito francese in materia, articolato intorno </hi><hi rend="CharOverride-1">ai quattro nuclei tematici che sembrano condensarne oggi i risultati </hi><hi rend="CharOverride-1">più ricchi o promettenti: </hi><hi rend="italic CharOverride-1">lavoro liberato</hi><hi rend="CharOverride-1">, </hi><hi rend="italic CharOverride-1">lavoro libero</hi><hi rend="CharOverride-1">, </hi><hi rend="italic CharOverride-1">lavoro democratico</hi><hi rend="CharOverride-1">, </hi><hi rend="italic CharOverride-1">lavoro utopico</hi><hi rend="CharOverride-1">.</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Per ciascuno di questi filoni di ricerca, </hi><hi rend="CharOverride-1">per ragioni di spazio, si darà conto soltanto delle tesi </hi><hi rend="CharOverride-1">e delle critiche di alcuni autori rappresentativi riguardo a un </hi><hi rend="CharOverride-1">oggetto di riflessione scelto come esemplare: </hi><hi rend="italic CharOverride-1">imprese liberate</hi><hi rend="CharOverride-1">, </hi><hi rend="italic CharOverride-1">piattaforme digitali</hi><hi rend="CharOverride-1">,</hi><hi rend="italic CharOverride-1"> imprese democratizzate</hi><hi rend="CharOverride-1">,</hi><hi rend="italic CharOverride-1"> utopie possibili</hi><hi rend="CharOverride-1">. Il denominatore comune di queste</hi><hi rend="CharOverride-1"> piste di riflessione è la tenacia con cui continuano a</hi><hi rend="CharOverride-1"> indagare dimensioni di libertà e utopia </hi><hi rend="italic CharOverride-1">nel</hi><hi rend="CharOverride-1"> lavoro, e non</hi><hi rend="CharOverride-1"> </hi><hi rend="italic CharOverride-1">al di fuori </hi><hi rend="CharOverride-1">o </hi><hi rend="italic CharOverride-1">contro</hi><hi rend="CharOverride-1"> il lavoro. Ciò che le</hi><hi rend="CharOverride-1"> differenzia è il grado di compatibilità o di alternativa attribuito</hi><hi rend="CharOverride-1"> a queste dimensioni rispetto alle modalità di lavoro oggi più</hi><hi rend="CharOverride-1"> diffuse.</hi></p><p rend="h2" ><hi>2. Il lavoro liberato</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">La ricerca su questo tema prende</hi><hi rend="CharOverride-1"> forma in modo significativo nella discussione sulle ‘imprese liberate’</hi><hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi><ref target="OP08885_int_online_chapter_194_1195-1203.html#footnote-001">1</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">. La definizione, l’organizzazione e la valutazione di questo</hi><hi rend="CharOverride-1"> modello d’impresa fanno da sfondo a una riflessione sulla</hi><hi rend="CharOverride-1"> natura effettivamente libera del lavoro che si svolge nel loro</hi><hi rend="CharOverride-1"> quadro.</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Alla base dell’idea di impresa liberata vi è </hi><hi rend="CharOverride-1">l’intenzione di compiere un ultimo passo radicale in quel </hi><hi rend="CharOverride-1">processo di superamento del modello taylorista e fordista che, negli </hi><hi rend="CharOverride-1">anni Settanta e Ottanta del XX secolo, aveva già conosciuto </hi><hi rend="CharOverride-1">le innovazioni fondamentali dei gruppi semi-autonomi di produzione (Volvo) e </hi><hi rend="CharOverride-1">dei circoli di qualità (Toyota). L’impresa liberata è infatti </hi></p><p rend="quotation_b" ><hi rend="CharOverride-1">una forma organizzativa radicalmente diversa in cui i dipendenti sono </hi><hi rend="CharOverride-1">completamente liberi di agire per il bene dell’azienda, un’</hi><hi rend="CharOverride-1">azienda i cui collaboratori sentono di avere una libertà unica </hi><hi rend="CharOverride-1">di fare ciò che vogliono nell’ambito di un impegno </hi><hi rend="CharOverride-1">gratificante (Getz e Carney 2012, 27, 45).</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">La libertà senza precedenti di cui godono </hi><hi rend="CharOverride-1">i salariati di questo nuovo tipo di imprese trova la </hi><hi rend="CharOverride-1">sua origine e condizione di possibilità anzitutto in un gesto </hi><hi rend="CharOverride-1">che viene dall’alto: quello di un management che rinuncia </hi><hi rend="CharOverride-1">a esercitare tutte le prerogative di cui lo investiva il </hi><hi rend="CharOverride-1">classico modello gerarchico e piramidale </hi><hi rend="italic CharOverride-1">comand and control</hi><hi rend="CharOverride-1">. Il ‘</hi><hi rend="CharOverride-1">padrone liberatore’ elimina ogni istanza intermedia tra sé e i</hi><hi rend="CharOverride-1"> suoi lavoratori (risorse umane, quadri ecc.) per farsi al tempo</hi><hi rend="CharOverride-1"> stesso modesto e carismatico: ascolta, concede fiducia, ammette di non</hi><hi rend="CharOverride-1"> sapere, rinuncia a privilegi, si libera del proprio ego ingombrante;</hi><hi rend="CharOverride-1"> insomma ‘molla la presa’, per diventare però al </hi><hi rend="CharOverride-1">tempo stesso un leader carismatico che elabora una narrazione, dei </hi><hi rend="CharOverride-1">valori, una visione in cui i lavoratori si riconoscono, in </hi><hi rend="CharOverride-1">un collettivo orizzontale, fluido, agile, spontaneo che, in questa inedita </hi><hi rend="CharOverride-1">libertà di impegnarsi individualmente e insieme come si vuole, si </hi><hi rend="CharOverride-1">rivela quanto mai efficace e produttivo rispetto ai modi di </hi><hi rend="CharOverride-1">organizzazione del lavoro più tradizionali.</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Il dibattito sul lavoro nelle imprese</hi><hi rend="CharOverride-1"> liberate ha visto il costituirsi di tre reazioni tipiche: gli</hi><hi rend="CharOverride-1"> «evangelizzatori convinti», i «pragmatici» e gli «scettici</hi><hi rend="CharOverride-1">» (</hi><hi rend="CharOverride-1">cfr. Weil e Dubey 2020, 20</hi><hi rend="CharOverride-1">). Con enfasi e valutazione differente queste prese </hi><hi rend="CharOverride-1">di posizione colgono sfumature e zone grigie del tipo di </hi><hi rend="CharOverride-1">lavoro che queste nuove imprese renderebbero possibile. Se vi è </hi><hi rend="CharOverride-1">un sostanziale accordo sul fatto che un maggior riconoscimento materiale </hi><hi rend="CharOverride-1">e simbolico della soggettività e del patrimonio di conoscenze e </hi><hi rend="CharOverride-1">aspirazioni di ogni lavoratore rappresenta un evidente progresso nell’acquisizione </hi><hi rend="CharOverride-1">di una maggior libertà al lavoro e nel lavoro, dei </hi><hi rend="CharOverride-1">dubbi ben fondati vengono invece sollevati rispetto a questa liberazione </hi><hi rend="CharOverride-1">del lavoro poiché:</hi></p><p rend="text_list" ><hi rend="CharOverride-1">1) 	nel quadro di una concezione paternalistica, </hi><hi rend="CharOverride-1">il lavoro liberato sembra restare in fondo la concessione o </hi><hi rend="CharOverride-1">il dono di un ‘padrone liberatore’ che sulla base </hi><hi rend="CharOverride-1">di un calcolo cinico e ispirato rinuncia a esercitare il </hi><hi rend="CharOverride-1">suo controllo o, eventualità ancor meno emancipante e originale, si </hi><hi rend="CharOverride-1">rivela un’ingiunzione paradossale alla libertà da parte di un </hi><hi rend="CharOverride-1">potere che si conferma tale negandosi; </hi></p><p rend="text_list" ><hi rend="CharOverride-1">2) 	il lavoro nelle</hi><hi rend="CharOverride-1"> imprese liberate sembra avere un altro punto cieco nella mancata</hi><hi rend="CharOverride-1"> presa in considerazione delle coazioni imposte dalla logica dell’azione</hi><hi rend="CharOverride-1"> collettiva nelle organizzazioni di lavoro. Coordinazione, sviluppo e trasferimento di</hi><hi rend="CharOverride-1"> competenze, ruoli, mansioni, deliberazione e conflitto sulle norme, attese e</hi><hi rend="CharOverride-1"> obblighi verso terzi all’interno e all’esterno dell’impresa</hi><hi rend="CharOverride-1"> sembrano limiti strutturali alla possibilità di un lavoro completamente libero</hi><hi rend="CharOverride-1"> all’apparenza, ma solo perché presentato come illusoriamente individuale, pur</hi><hi rend="CharOverride-1"> nel quadro di un dispositivo essenzialmente collettivo come l’impresa;</hi></p><p rend="text_list" ><hi rend="CharOverride-1">3) 	la libertà del lavoro nelle imprese liberate viene infine</hi><hi rend="CharOverride-1"> criticata da alcuni autori – ad esempio negli ultimi libri</hi><hi rend="CharOverride-1"> di Danièle Linhart (2015; 2021) – come una delle forme </hi><hi rend="CharOverride-1">d’ideologia più subdola di un capitalismo neoliberale che, con </hi><hi rend="CharOverride-1">strategie e dispositivi mutati, persegue in fondo da sempre l’</hi><hi rend="CharOverride-1">obiettivo fondamentale del taylorismo e del fordismo: l’appropriazione del </hi><hi rend="CharOverride-1">‘lavoro reale’ dei salariati – fonte di valorizzazione per </hi><hi rend="CharOverride-1">il capitale e luogo di resistenza sovversiva per i salariati </hi><hi rend="CharOverride-1">– al fine di perpetuare la loro ‘insostenibile subordinazione’ </hi><hi rend="CharOverride-1">sotto l’ingannevole velo di una totale libertà.</hi></p><p rend="h2" ><hi>3. Il lavoro</hi><hi> libero</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Le metamorfosi del lavoro prodotte dalla quarta rivoluzione industriale, </hi><hi rend="CharOverride-1">quella digitale (intelligenza artificiale, algoritmi e finanziarizzazione del capitale), suscitano </hi><hi rend="CharOverride-1">un enorme dibattito anche in Francia. I temi della libertà </hi><hi rend="CharOverride-1">e dell’utopia finiscono al centro della controversia su una </hi><hi rend="CharOverride-1">possibile ‘grande sostituzione’ dei lavoratori da parte di nuove </hi><hi rend="CharOverride-1">macchine intelligenti, capaci di rimpiazzarli, per la prima volta nella </hi><hi rend="CharOverride-1">storia, anche in quelle professioni tradizionalmente considerate ambizione e appannaggio </hi><hi rend="CharOverride-1">esclusivi degli esseri umani. Nei suoi termini più generali questo </hi><hi rend="CharOverride-1">ennesimo dibattito sula fine del lavoro – una profezia che </hi><hi rend="CharOverride-1">non si avvera, antica nei suoi argomenti come il lavoro </hi><hi rend="CharOverride-1">stesso </hi><hi rend="CharOverride-1">– vede gli apologeti e i demonizzatori di questa </hi><hi rend="CharOverride-1">tecnodicea schierarsi su fronti opposti: la prospettiva di una società </hi><hi rend="CharOverride-1">senza lavoro prende allora le tinte della più desiderabile delle </hi><hi rend="CharOverride-1">utopie o dell’incubo distopico, di un paradiso della libertà </hi><hi rend="CharOverride-1">e dell’ozio creativo o di un inferno degli umani </hi><hi rend="CharOverride-1">dominati e resi superflui dalle macchine.</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Decisamente più originale è il</hi><hi rend="CharOverride-1"> filone di ricerca che, guardando alla base e non al</hi><hi rend="CharOverride-1"> vertice della piramide sociale, fa di questa grande trasformazione lo</hi><hi rend="CharOverride-1"> sfondo su cui innestare analisi teoriche e indagini di terreno</hi><hi rend="CharOverride-1"> che hanno ad oggetto il dispositivo e la forma di</hi><hi rend="CharOverride-1"> attività che meglio incarnano le effettive novità e i lati</hi><hi rend="CharOverride-1"> d’ombra della quarta rivoluzione industriale in materia di lavoro:</hi><hi rend="CharOverride-1"> le piattaforme di lavoro algoritmico o digitale. La discussione prende</hi><hi rend="CharOverride-1"> forma soprattutto in articoli, numeri monografici di riviste e libri</hi><hi rend="CharOverride-1"> collettivi</hi><hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi><ref target="OP08885_int_online_chapter_194_1195-1203.html#footnote-000">2</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">, con rare monografie che si impongono come punto</hi><hi rend="CharOverride-1"> di riferimento. Nel tentativo di fornire una risposta alla domanda</hi><hi rend="CharOverride-1"> su cosa sia una piattaforma e quale tipo di lavoro</hi><hi rend="CharOverride-1"> e lavoratore essa produca o presupponga, gli autori di questi</hi><hi rend="CharOverride-1"> studi prendono posizione rispetto alle promesse di liberazione del lavoro</hi><hi rend="CharOverride-1"> e dal lavoro che, in chiave utopia o distopica, queste</hi><hi rend="CharOverride-1"> innovazioni tecnologiche sembrano portare con sé. In maniera quanto mai</hi><hi rend="CharOverride-1"> sintetica e schematica i principali problemi indagati sono:</hi></p><p rend="text_list" ><hi rend="CharOverride-1">1) 	in</hi><hi rend="CharOverride-1"> quale misura le piattaforme possano essere considerate un tipo di</hi><hi rend="CharOverride-1"> modello economico diverso dall’impresa capitalistica classica. Se tra i</hi><hi rend="CharOverride-1"> vari elementi di novità ci si limita a quelli che</hi><hi rend="CharOverride-1"> hanno un impatto sulla libertà di chi lavora, l’innovazione</hi><hi rend="CharOverride-1"> più eclatante che connota le piattaforme è senz’altro il</hi><hi rend="CharOverride-1"> fatto che siano i lavoratori, e non gli azionisti, a</hi><hi rend="CharOverride-1"> essere titolari della proprietà dei mezzi di produzione. A questo</hi><hi rend="CharOverride-1"> cambiamento quasi utopico di regime della proprietà privata fa però</hi><hi rend="CharOverride-1"> da contrappeso decisivo il fatto che sia l’impresa a</hi><hi rend="CharOverride-1"> detenere il monopolio della proprietà sull’algoritmo, il dispositivo di</hi><hi rend="CharOverride-1"> subordinazione, coordinamento e, in ultima istanza, valorizzazione e sfruttamento dei</hi><hi rend="CharOverride-1"> lavoratori;</hi></p><p rend="text_list" ><hi rend="CharOverride-1">2) 	in quale misura sia effettivamente libera l’attività</hi><hi rend="CharOverride-1"> di chi lavora senza un contratto di esclusività, con orari</hi><hi rend="CharOverride-1"> e modalità apparentemente decidibili a piacere, privo di intermediazioni manageriali</hi><hi rend="CharOverride-1"> o burocratiche, ma anche sprovvisto di quelle protezioni che la</hi><hi rend="CharOverride-1"> condizione salariale offriva in cambio della subordinazione. Il divario tra</hi><hi rend="CharOverride-1"> un immaginario da Silicon Valley e la realtà quotidiana di</hi><hi rend="CharOverride-1"> uno ‘schiavo a pedali’ della </hi><hi rend="italic CharOverride-1">food delivery</hi><hi rend="CharOverride-1"> o un</hi><hi rend="CharOverride-1"> ‘microlavoratore del clic’ di Mechanical Turk è insomma notevole.</hi><hi rend="CharOverride-1"> L’incitamento alla concorrenza, al rischio e ai ritmi di</hi><hi rend="CharOverride-1"> lavoro forsennati indotti dall’algoritmo, così come le cadenze del</hi><hi rend="CharOverride-1"> cottimo del </hi><hi rend="italic CharOverride-1">digital labour</hi><hi rend="CharOverride-1">,</hi><hi rend="italic CharOverride-1"> </hi><hi rend="CharOverride-1">dove il lavoro vivo di </hi><hi rend="CharOverride-1">un nuovo proletariato nutre e spesso rimpiazza quello dell’intelligenza </hi><hi rend="CharOverride-1">artificiale, paiono provenire dal passato e non dal futuro del </hi><hi rend="CharOverride-1">lavoro. Generando una mancanza di libertà premoderna, piuttosto che un’</hi><hi rend="CharOverride-1">utopica emancipazione post-salariale. Osservata da vicino, con lucidità critica e </hi><hi rend="CharOverride-1">conoscenza sul terreno, la ‘grande sostituzione’ non sembra dunque </hi><hi rend="CharOverride-1">tanto quella degli umani da parte dei robot, ma semmai </hi><hi rend="CharOverride-1">il contrario (cfr. ad es. Casilli 2019). </hi></p><p rend="text_list" ><hi rend="CharOverride-1">3)	in quale misura le</hi><hi rend="CharOverride-1"> piattaforme consentano l’emergere di forme alternative di liberazione del</hi><hi rend="CharOverride-1"> lavoro rispetto al trend dominante che vede dei lavoratori iperindividualizzati</hi><hi rend="CharOverride-1"> e competitivi, degli ‘individui impresa’ investire il proprio capitale</hi><hi rend="CharOverride-1"> umano in una ‘start up esistenziale’ che si rivela</hi><hi rend="CharOverride-1"> ben più permeabile allo sfruttamento, alla servitù volontaria e persino</hi><hi rend="CharOverride-1"> alla schiavitù di quanto non preveda la retorica dominante delle</hi><hi rend="CharOverride-1"> multinazionali del settore. Prendono così forma riflessioni scientifiche e militanti</hi><hi rend="CharOverride-1"> su un </hi><hi rend="italic CharOverride-1">platform cooperativism</hi><hi rend="CharOverride-1"> da contrapporre a un </hi><hi rend="italic CharOverride-1">platform capitalism</hi><hi rend="italic CharOverride-1"> </hi><hi rend="CharOverride-1">(Nicoli, Paltrinieri, e Prévot-Carpentier 2022, 151-87);</hi><hi rend="italic CharOverride-1"> </hi><hi rend="CharOverride-1">o si ricostruiscono e soppesano con finezza, </hi><hi rend="CharOverride-1">per verificarne la tenuta e l’esportabilità in Francia e </hi><hi rend="CharOverride-1">in Europa, le strategie di cooperazione e socializzazione messe a </hi><hi rend="CharOverride-1">punto in altro luoghi di lavoro legati alla rivoluzione tecnologica: </hi><hi rend="CharOverride-1">le imprese di punta del capitalismo </hi><hi rend="italic CharOverride-1">high tech</hi><hi rend="CharOverride-1"> californiano, o </hi><hi rend="CharOverride-1">quei «laboratori del cambiamento sociale» che sono gli </hi><hi rend="italic CharOverride-1">hackerspaces</hi><hi rend="CharOverride-1"> </hi><hi rend="CharOverride-1">e i </hi><hi rend="italic CharOverride-1">fab labs </hi><hi rend="CharOverride-1">(Berrebi-Hoffmann, Bureau, e Lallement 2018). Ne risultano spunti, </hi><hi rend="CharOverride-1">sperimentazioni, ossimori e paradossi, per descrivere forme di lavoro e </hi><hi rend="CharOverride-1">di libertà nuove, ancora in cerca di una definizione o </hi><hi rend="CharOverride-1">di un’utopia più precise.</hi></p><p rend="h2" ><hi>4. Il lavoro democratico</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Una contraddizione </hi><hi rend="CharOverride-1">flagrante delle società democratiche e neo-liberali è all’origine di </hi><hi rend="CharOverride-1">un altro ambito di ricerca sul lavoro in cui i </hi><hi rend="CharOverride-1">temi della libertà e dell’utopia risultano cruciali: l’evidenza, </hi><hi rend="CharOverride-1">difficile da contestare, che i cittadini di questo tipo di </hi><hi rend="CharOverride-1">società passano la maggior parte del loro tempo di vita </hi><hi rend="CharOverride-1">all’interno di organizzazioni che di democratico e liberale non </hi><hi rend="CharOverride-1">hanno nulla, vale a dire le imprese capitalistiche. A una </hi><hi rend="CharOverride-1">posizione che difende la decisiva centralità del lavoro nella formazione </hi><hi rend="CharOverride-1">educativa, sociale e politica dei cittadini </hi><hi rend="CharOverride-1">– il riferimento filosofico </hi><hi rend="CharOverride-1">principale su questo fronte è John Dewey – le conseguenze </hi><hi rend="CharOverride-1">di tale contraddizione paiono preoccupanti: le esperienze e le abitudini </hi><hi rend="CharOverride-1">quotidianamente praticate e subite sul luogo di lavoro diventano infatti </hi><hi rend="CharOverride-1">la matrice causale ed esplicativa capace di dare conto delle </hi><hi rend="CharOverride-1">derive antidemocratiche e illiberali che connotano le società occidentali. Una </hi><hi rend="CharOverride-1">tesi che ha l’indubbio merito di cogliere un punto </hi><hi rend="CharOverride-1">cieco capitale sul lavoro che costituisce un limite comune alle </hi><hi rend="CharOverride-1">teorie delle democrazie che hanno monopolizzato la riflessione politica e </hi><hi rend="CharOverride-1">sociale post 1989.</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">A questa invisibilizzazione del lavoro</hi><hi rend="CharOverride-1"> che connota la</hi><hi rend="CharOverride-1"> più recente teoria critica – da Habermas a Rancière –</hi><hi rend="CharOverride-1"> gli autori che riflettono sulla mancanza di democrazia nelle imprese</hi><hi rend="CharOverride-1"> capitalistiche contrappongono la centralità nel tema nella tradizione anglosassone della</hi><hi rend="CharOverride-1"> </hi><hi rend="italic CharOverride-1">workplace democracy</hi><hi rend="CharOverride-1">, così come in quella socialista della ‘democrazia</hi><hi rend="CharOverride-1"> industriale’. Difesa negli Stati Uniti da pensatrici come Carole</hi><hi rend="CharOverride-1"> Pateman e Elisabeth Anderson, acclimatata nel dibattito francese dalla belga</hi><hi rend="CharOverride-1"> Isabelle Ferreras, resasi visibile anche con un manifesto del lavoro</hi><hi rend="CharOverride-1"> dalle velleità planetarie (cfr. Ferreras 2012; Ferreras, Batillana, e Méda 2022), la discussione francese sulla possibilità</hi><hi rend="CharOverride-1"> di un lavoro democratico, dentro e fuori l’impresa, è</hi><hi rend="CharOverride-1"> diventata il punto di convergenza di autori di orientamenti teorici</hi><hi rend="CharOverride-1"> e appartenenze disciplinari composite. Con radicalità variabile, essi analizzano una</hi><hi rend="CharOverride-1"> costellazione di temi che possono essere sintetizzati all’estremo nella</hi><hi rend="CharOverride-1"> maniera seguente (cfr. ad es. Renault 2022):</hi></p><p rend="text_list" ><hi rend="CharOverride-1">1) 	si tratta anzitutto di affinare</hi><hi rend="CharOverride-1"> argomenti migliori di quelli tradizionalmente mobilitati per difendere il carattere</hi><hi rend="CharOverride-1"> non democratico, e dunque in fondo non libero, del lavoro</hi><hi rend="CharOverride-1"> svolto nelle imprese. Di norma questi ultimi fanno appello alla</hi><hi rend="CharOverride-1"> proprietà privata dell’impresa (sta agli azionisti, non ai dipendenti,</hi><hi rend="CharOverride-1"> prendere tutte le decisioni strategiche), alla maggiore efficacia economica di</hi><hi rend="CharOverride-1"> scelte concentrate in un ristretto vertice gerarchico di comando, all</hi><hi rend="CharOverride-1">’impossibilità che le competenze necessarie per gestire in modo redditizio</hi><hi rend="CharOverride-1"> un’impresa possano essere sufficientemente diffuse a livello dell’insieme,</hi><hi rend="CharOverride-1"> o anche solo della maggioranza dei salariati;</hi></p><p rend="text_list" ><hi rend="CharOverride-1">2) 	si tratta</hi><hi rend="CharOverride-1"> poi di proporre e difendere scenari di democratizzazione del lavoro</hi><hi rend="CharOverride-1"> a coefficienti di libertà variabile. Prendono così forma progetti di</hi><hi rend="CharOverride-1"> cogestione ‘bicamerale’, ‘consiliare’ o cooperativa dell’impresa, </hi><hi rend="CharOverride-1">ispirati da concezioni rappresentative, deliberative o partecipative della democrazia, che </hi><hi rend="CharOverride-1">possono giungere sino a una riproposizione più o meno esplicita </hi><hi rend="CharOverride-1">dell’utopia socialista (cfr. ad es. Cukier 2018);</hi></p><p rend="text_list" ><hi rend="CharOverride-1">3) 	una democratizzazione del lavoro </hi><hi rend="CharOverride-1">è spesso il punto di partenza analitico-critico o l’orizzonte </hi><hi rend="CharOverride-1">normativo e politico di ricerche e riflessioni che non prendono </hi><hi rend="CharOverride-1">a tema soltanto l’impresa come luogo e modello di </hi><hi rend="CharOverride-1">lavoro, ma la società, o ancor più la condizione umana </hi><hi rend="CharOverride-1">dei lavoratori all’epoca del capitalismo neoliberale come forma di </hi><hi rend="CharOverride-1">vita. L’utopia di un lavoro realmente democratico può diventare </hi><hi rend="CharOverride-1">così la base per un ‘ritorno del lavoro’, dopo</hi><hi rend="CharOverride-1"> un lungo oblio, al centro della teoria critica della società</hi><hi rend="CharOverride-1"> di ascendenza francofortese, come della rifondazione di una cultura politica</hi><hi rend="CharOverride-1"> di sinistra che liberi finalmente il lavoro dopo averlo a</hi><hi rend="CharOverride-1"> lungo marginalizzato e rimosso (cfr. ad es. Dejours et al. 2018; Coutrot 2018).</hi></p><p rend="h2" ><hi>5. Il lavoro </hi><hi>utopico</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Non senza una certa libertà di interpretazione è possibile far</hi><hi rend="CharOverride-1"> rientrare in questa campo di riflessione e ricerca contributi di</hi><hi rend="CharOverride-1"> provenienza teorica e disciplinare molto diversa. Essi possono porre direttamente</hi><hi rend="CharOverride-1"> a tema il nesso tra lavoro e utopia. O spingere</hi><hi rend="CharOverride-1"> invece la critica delle condizioni di lavoro esistente, e le</hi><hi rend="CharOverride-1"> aspirazioni o la creatività scientifica ed estetica che ispira i</hi><hi rend="CharOverride-1"> loro approcci, oltre il limite di compatibilità generalmente riconosciuto e</hi><hi rend="CharOverride-1"> praticato con il </hi><hi rend="italic CharOverride-1">main stream</hi><hi rend="CharOverride-1"> dominante in tema di lavoro</hi><hi rend="CharOverride-1"> e libertà. Le loro proposte di un lavoro veramente libero</hi><hi rend="CharOverride-1"> o realmente ‘umano’ diventano così delle utopie, nel miglior</hi><hi rend="CharOverride-1"> senso che si possa oggi attribuire a questo termine, nuovamente</hi><hi rend="CharOverride-1"> in voga dopo una lunga stagione di dimenticanza e liquidazione.</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">In questo paesaggio ricostruito in modo forzatamente incompleto, per ragioni </hi><hi rend="CharOverride-1">di spazio, si possono individuare a mero titolo di esempio </hi><hi rend="CharOverride-1">i seguenti filoni di riflessione sul lavoro utopico:</hi></p><p rend="text_list" ><hi rend="CharOverride-1">1) 	posizioni </hi><hi rend="CharOverride-1">come, ad esempio, quella della ‘psicodinamica del lavoro’ di </hi><hi rend="CharOverride-1">Christophe Dejours. Dopo avere fondato una prospettiva di diagnosi clinica </hi><hi rend="CharOverride-1">e teorica estremamente solida e innovatrice sulla ‘sofferenza al lavoro</hi><hi rend="CharOverride-1">’ in regime neoliberale, e dopo avere esplorato le prospettive </hi><hi rend="CharOverride-1">di un’effettiva democratizzazione del lavoro contro le tentazioni della </hi><hi rend="CharOverride-1">servitù volontaria, egli si occupa ora di come si formino </hi><hi rend="CharOverride-1">gruppi di lavoratori che praticano l’utopia possibile dell’’entrata</hi><hi rend="CharOverride-1"> in resistenza’. Per difendere ancora ‘quel che c’</hi><hi rend="CharOverride-1">è di migliore in noi’: una concezione del lavoro </hi><hi rend="CharOverride-1">che, attraverso un’interessante rilettura del concetto freudiano di sublimazione, </hi><hi rend="CharOverride-1">si concentra sul piacere che il lavoro riserva nel momento </hi><hi rend="CharOverride-1">in cui consente di ‘onorare la vita’, e non</hi><hi rend="CharOverride-1"> invece di umiliarla insieme alla dignità di chi lavora (cfr. ad es. Dejours 2009; 2021</hi><hi rend="CharOverride-1">);</hi></p><p rend="text_list" ><hi rend="CharOverride-1">2) 	inchieste di terreno e riflessioni teoriche raffinate come, </hi><hi rend="CharOverride-1">ad esempio, quelle della ‘sociologia critica’ di Michel Lallement (</hi><hi rend="CharOverride-1">2019) e delle sue inchieste su cosa significhi oggi creare</hi><hi rend="CharOverride-1"> delle ‘comunità utopiche concrete’, gruppi intenzionali di uomini </hi><hi rend="CharOverride-1">e donne che decidono di condividere e progettare un modo </hi><hi rend="CharOverride-1">diverso di vivere insieme ponendo al centro un nuovo modo </hi><hi rend="CharOverride-1">di lavorare. Liberamente ispirato da Ernst Bloch, Miguel Abensour ed </hi><hi rend="CharOverride-1">Erik Olin Wright, questo campo di ricerca pone al centro </hi><hi rend="CharOverride-1">esperienze puntuali, ‘piccoli mondi’ limitati nello spazio e nel </hi><hi rend="CharOverride-1">tempo, ma non effimeri o irrilevanti. Essi sono piuttosto esemplari, </hi><hi rend="CharOverride-1">pur nelle loro difficoltà, di un modo possibile di inventare </hi><hi rend="CharOverride-1">e organizzare forme di lavoro diverse, più libere e più </hi><hi rend="CharOverride-1">umane, utopiche rispetto a quelle del ‘grande mondo’ del </hi><hi rend="CharOverride-1">capitalismo neoliberale;</hi></p><p rend="text_list" ><hi rend="CharOverride-1">3) 	ricerche solidissime e quanto mai fantasiose come, ad</hi><hi rend="CharOverride-1"> esempio, quella di Emmanuel Dockès che alla riscrittura di un</hi><hi rend="CharOverride-1"> altro codice del lavoro, migliore e più libero di quello</hi><hi rend="CharOverride-1"> attualmente in vigore in Francia, accompagna con coerenza la scrittura</hi><hi rend="CharOverride-1"> di un racconto filosofico e utopico: </hi><hi rend="italic CharOverride-1">Viaggio in Misarchia </hi><hi rend="CharOverride-1">(</hi><hi rend="CharOverride-1">Dockès 2019), la terra, immaginaria ma non troppo, dove vige</hi><hi rend="CharOverride-1"> un principio di massima riduzione del potere e del dominio.</hi><hi rend="CharOverride-1"> Come nella migliore tradizione utopica, ogni aspetto della vita sociale</hi><hi rend="CharOverride-1"> e politica è qui rivoluzionato in vista di qualcosa di</hi><hi rend="CharOverride-1"> radicalmente altro e migliore. Non fa eccezione il lavoro, al</hi><hi rend="CharOverride-1"> centro di profonde ma non per questo inapplicabili riforme quanto</hi><hi rend="CharOverride-1"> alla sua durata, organizzazione, tassazione, senso, libertà. Riforme di cui</hi><hi rend="CharOverride-1"> la società francese, non differentemente da quella italiana, avrebbe un</hi><hi rend="CharOverride-1"> disperato bisogno. A conferma del fatto che quando le scienze</hi><hi rend="CharOverride-1"> umane e sociali di un paese non rinunciano, troppo facilmente</hi><hi rend="CharOverride-1"> e troppo in fretta, a fare i conti con il</hi><hi rend="CharOverride-1"> lavoro, e con le dimensioni di libertà e di utopia</hi><hi rend="CharOverride-1"> che esso necessariamente comporta, è tutta una società che potrebbe,</hi><hi rend="CharOverride-1"> se lo volesse, trarre vantaggio da un potenziale impressionante di</hi><hi rend="CharOverride-1"> idee, progetti, orizzonti.</hi></p><p rend="h2" ><hi>Riferimenti bibliografici</hi></p><p rend="bib_indx_bib" ><hi rend="CharOverride-1">“Vers un capitalisme de plateforme”. 2018. </hi><hi rend="italic CharOverride-1">La</hi><hi rend="CharOverride-1"> </hi><hi rend="italic CharOverride-1">Nouvelle</hi><hi rend="CharOverride-1"> </hi><hi rend="italic CharOverride-1">Revue</hi><hi rend="CharOverride-1"> </hi><hi rend="italic CharOverride-1">du</hi><hi rend="CharOverride-1"> </hi><hi rend="italic CharOverride-1">Travail</hi><hi rend="CharOverride-1"> 13.</hi></p><p rend="bib_indx_bib" ><hi rend="CharOverride-1">Abdelnour, S., et D. 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Carney. 2012. </hi><hi rend="italic CharOverride-1">Liberté &amp; </hi><hi rend="italic CharOverride-1">Cie: Quand la liberté des salariés fait le succès des </hi><hi rend="italic CharOverride-1">entreprises</hi><hi rend="CharOverride-1">.</hi><hi rend="italic CharOverride-1"> </hi><hi rend="CharOverride-1">Paris: Fayard.</hi></p><p rend="bib_indx_bib" ><hi rend="CharOverride-1">Honneth, A. 2010.</hi><hi rend="italic CharOverride-1"> </hi><hi rend="CharOverride-1">“Arbeit und Anerkennung</hi><hi rend="CharOverride-1">.” In </hi><hi rend="italic CharOverride-1">Das Ich im Wir. Studien zur Anerkennungstheorie</hi><hi rend="CharOverride-1">, 78-102 </hi><hi rend="CharOverride-1">Berlin: Suhrkamp (trad. it. “Lavoro e riconoscimento.” In </hi><hi rend="italic CharOverride-1">Capitalismo e</hi><hi rend="italic CharOverride-1"> riconoscimento</hi><hi rend="CharOverride-1">, 19-38. 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					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-2"><ref target="OP08885_int_online_chapter_194_1195-1203.html#footnote-001-backlink">1</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	Avviato con la traduzione</hi><hi rend="CharOverride-1"> francese del libro di Getz et Carney </hi><hi rend="CharOverride-1">2012, proseguito con quella</hi><hi rend="CharOverride-1"> del belga Laloux 2015, il dibattito trova un primo momento</hi><hi rend="CharOverride-1"> di sintesi in </hi><hi rend="CharOverride-1">Weil et Dubey 2020.</hi></p></item>
				</list><list type="ordered">
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-2"><ref target="OP08885_int_online_chapter_194_1195-1203.html#footnote-000-backlink">2</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	Cfr. ad es. “Vers un capitalisme de plateforme” 2018; Abdelnour et Méda 2019; Carelli, Cingolani, et Kesselman 2022; Vultur 2023. </hi></p></item>
				</list>  
      
      <div>
        <listBibl>
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