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        <title type="main" level="a">Per una centralità del lavoro basata sulla persona</title>
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          <resp>This is a section of <title>Idee di lavoro e di ozio per la nostra civiltà</title>(DOI: <idno type="DOI">10.36253/979-12-215-0319-7</idno>) by </resp>
          <name>Giovanni Mari, Francesco Ammannati, Brogi Stefano, Tiziana Faitini, Arianna Fermani, Francesco Seghezzi, Annalisa Tonarelli</name>
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        <publisher>Firenze University Press</publisher>
        <pubPlace>Florence</pubPlace>
        <date when="2024">2024</date>
        <idno type="DOI">https://doi.org/10.36253/979-12-215-0319-7.141</idno>
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          <p>Copyright Author(s)</p>
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        <p>The sixth part of this volume includes contributions that cover the years of our country's history ranging from the second half of the nineteenth century to the present day. In this period of time the first transition from the agricultural to the industrial economy occurred, which ended with the end of the Second World War and the promulgation of the Constitution of the "democratic republic founded on work". Therefore, the work of industrial society is definitively affirmed and developed, in which the idea of "necessary" work of the Constitution is confirmed and, starting from 1970, the idea contained in the Workers' Statute. Finally, starting from the 1980s, the period begins that sees the end of Fordism, when the ideas of work of industrial society enter into crisis under the pressure of globalization, the knowledge economy and the information technology, digital (AI) revolution, without arriving at a new idea of work and its relationship with life.</p>
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            <item>Italy</item>
            <item>Italian Constitution</item>
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            <item>Fordism crisis</item>
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      <p>It is available online at https://doi.org/10.36253/979-12-215-0319-7.141<ref target="https://doi.org/10.36253/979-12-215-0319-7.141" /></p>
      
      
      <p rend="h1_section">Introduzione </p><p rend="h1_chapter">Per una centralità del lavoro basata sulla persona</p><p rend="h1_author ParaOverride-1" ><hi rend="CharOverride-1">Giovanni Mari</hi></p><p rend="text_top" ><hi rend="CharOverride-1">1. La parte sesta del presente volume comprende i contributi </hi><hi rend="CharOverride-1">che coprono gli anni della storia del nostro paese che </hi><hi rend="CharOverride-1">vanno dalla seconda metà dell’Ottocento ai giorni nostri. In</hi><hi rend="CharOverride-1"> questo arco di tempo, dal punto di vista del lavoro,</hi><hi rend="CharOverride-1"> si possono distinguere tre principali periodi: 1) quello in cui</hi><hi rend="CharOverride-1"> inizia la transizione dall’economia agricola a quella industriale ed</hi><hi rend="CharOverride-1"> in cui si realizza la prima fase dell’industrializzazione, periodo</hi><hi rend="CharOverride-1"> che si chiude con la fine della seconda guerra mondiale</hi><hi rend="CharOverride-1"> e la promulgazione della Costituzione della Repubblica «democratica fondata sul</hi><hi rend="CharOverride-1"> lavoro»; 2) quello, lungo circa trenta anni, in cui</hi><hi rend="CharOverride-1"> si afferma definitivamente, e sviluppa, il lavoro della società</hi><hi rend="CharOverride-1"> industriale, in cui si conferma l’idea del lavoro</hi><hi rend="CharOverride-1"> della Costituzione e, a partire dal 1970, l’idea contenuta</hi><hi rend="CharOverride-1"> nello Statuto dei lavoratori; 3) quello che, a partire </hi><hi rend="CharOverride-1">dagli anni ottanta, si apre con la fine del fordismo,</hi><hi rend="CharOverride-1"> quando le idee di lavoro della società industriale entrano in</hi><hi rend="CharOverride-1"> crisi sotto la spinta della globalizzazione, dell’economia della conoscenza</hi><hi rend="CharOverride-1"> e della rivoluzione informatica, digitale e dell’AI, senza</hi><hi rend="CharOverride-1"> approdare ad una nuova idea di lavoro e del suo</hi><hi rend="CharOverride-1"> rapporto con la vita. </hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Sono ovviamente molteplici le concezioni </hi><hi rend="CharOverride-1">del lavoro rinvenibili nel dibattito culturale e politico degli anni</hi><hi rend="CharOverride-1"> compresi nella presente parte del volume, testimoniate e approfondite </hi><hi rend="CharOverride-1">dai contributi pubblicati. Nel primo periodo la questione del lavoro</hi><hi rend="CharOverride-1"> è connessa alla drammatica </hi><hi rend="italic CharOverride-1">trasformazione</hi><hi rend="CharOverride-1"> della società agricola in società</hi><hi rend="CharOverride-1"> industriale. Nel secondo alla questione della trasformazione dell’operaio </hi><hi rend="CharOverride-1">specializzato e della forza lavoro immigrata in operaio massa. Nel</hi><hi rend="CharOverride-1"> terzo alla trasformazione, dietro l’imperativo della flessibilità e </hi><hi rend="CharOverride-1">dell’innovazione, della ‘classe’ in lavoratore ‘individualizzato’</hi><hi rend="CharOverride-1"> dell’economia della conoscenza e del ‘lavoro delle piattaforme’</hi><hi rend="CharOverride-1">; nonché in un lavoro precario trasversale, attività non sempre</hi><hi rend="CharOverride-1"> a bassa qualifica, nel quadro di una strutturale polarizzazione </hi><hi rend="CharOverride-1">del mercato del lavoro. Ovviamente nei periodi considerati non</hi><hi rend="CharOverride-1"> cambia solo il lavoro subordinato, che si sviluppa quantitativamente </hi><hi rend="CharOverride-1">sempre di più nei servizi, e le cui trasformazioni, come </hi><hi rend="CharOverride-1">accade a partire dalla rivoluzione industriale settecentesca, continuano a influenzare </hi><hi rend="CharOverride-1">i contenuti essenziali del concetto di lavoro, ma anche </hi><hi rend="CharOverride-1">quello autonomo, in un processo che vede assottigliarsi le differenze </hi><hi rend="CharOverride-1">tra lavoro dipendente e autonomo (si pensi alle </hi><hi rend="CharOverride-1">partite IVA o al lavoro parasubordinato). In questo caso, da </hi><hi rend="CharOverride-1">un lato, ponendo la questione di differenze sempre meno rilevanti nei </hi><hi rend="CharOverride-1">confronti del lavoro autonomo e intellettuale e, dall’altro, sollevando </hi><hi rend="CharOverride-1">inedite esigenze di autonomia e creatività nel lavoro corrispondenti alla </hi><hi rend="CharOverride-1">crisi dell’organizzazione fordista dell’impresa, accelerata dalle questioni della</hi><hi rend="CharOverride-1"> responsabilità sociale e della sostenibilità. Questo in coincidenza alle </hi><hi rend="CharOverride-1">nuove forme di attività, formazione, creatività e libertà richieste al </hi><hi rend="CharOverride-1">lavoro dalle stesse imprese, ciò che rende sempre di </hi><hi rend="CharOverride-1">più formalmente indistinguibile il lavoro produttivo da quello intellettuale.</hi></p><p rend="text_top" ><hi rend="CharOverride-1">2. Il</hi><hi rend="CharOverride-1"> primo periodo si apre con un contributo di Luca Basile</hi><hi rend="CharOverride-1"> e Salvatore Cingari sul neoidealismo italiano, “Neoidealismo e dintorni.</hi><hi rend="CharOverride-1"> La vita come ‘lavoro’”,</hi><hi rend="italic CharOverride-1"> </hi><hi rend="CharOverride-1">che si sofferma su </hi><hi rend="CharOverride-1">Bertrando Spaventa, Benedetto Croce, Giovanni Gentile, Ugo Spirito, </hi><hi rend="CharOverride-1">Adriano Tilgher, Felice Battaglia e Antimo Negri. In</hi><hi rend="CharOverride-1"> questa tradizione il lavoro – inteso, in generale, come </hi><hi rend="CharOverride-1">attività costitutiva dell’essere umano nel suo rapporto con la </hi><hi rend="CharOverride-1">natura e nella costruzione di sé insieme alla società e </hi><hi rend="CharOverride-1">alla storia – è chiaramente assunto, nel suo valore culturale, come </hi><hi rend="CharOverride-1">problema </hi><hi rend="italic CharOverride-1">centrale</hi><hi rend="CharOverride-1"> del mondo moderno. Una visione, largamente ispirata a</hi><hi rend="CharOverride-1"> Georg F. W. Hegel, per molti aspetti ‘lavorocentrica’,</hi><hi rend="CharOverride-1"> aperta alla rivoluzione tecnologica ed alle sue contraddizioni, nonché alla</hi><hi rend="CharOverride-1"> necessità di una riforma dell’istruzione pubblica, benché preoccupata dell</hi><hi rend="CharOverride-1">’avvento di una cultura di massa. Quindi una posizione</hi><hi rend="CharOverride-1"> conservatrice sul piano dei rapporti di produzione e del mantenimento</hi><hi rend="CharOverride-1"> del potere delle </hi><hi rend="italic CharOverride-1">élites</hi><hi rend="CharOverride-1"> tradizionali, e pronta a ‘</hi><hi rend="CharOverride-1">sublimare’, sul piano dell’etica sociale e del progresso </hi><hi rend="CharOverride-1">storico, le condizioni di lavoro e di vita del lavoratore</hi><hi rend="CharOverride-1"> subordinato. Una cultura complessivamente più aperta al </hi><hi rend="italic CharOverride-1">corporativismo </hi><hi rend="CharOverride-1">(Gentile e</hi><hi rend="CharOverride-1"> Spirito) che al liberalismo, allo storicismo piuttosto che all’individualismo,</hi><hi rend="CharOverride-1"> in cui l’attività del soggetto viene valorizzata sul piano</hi><hi rend="CharOverride-1"> etico e riservata a coloro che si distinguono sullo</hi><hi rend="CharOverride-1"> sfondo della massa. Il marxismo, trattato da Basile con un</hi><hi rend="CharOverride-1"> contributo su Antonio Labriola, “Il lavoro come storia. Il</hi><hi rend="CharOverride-1"> contributo marxista di Antonio Labriola”,</hi><hi rend="italic CharOverride-1"> </hi><hi rend="CharOverride-1">e da Guido Liguori</hi><hi rend="CharOverride-1"> su Antonio Gramsci, incrocerà questo tipo di cultura allora egemone</hi><hi rend="CharOverride-1"> in Italia, dove il liberalismo non è mai stato </hi><hi rend="CharOverride-1">una dottrina sociale molto diffusa. Labriola mantiene e accentua l</hi><hi rend="CharOverride-1">’idea della storia umana come prodotto del lavoro, e introduce</hi><hi rend="CharOverride-1"> il concetto che il lavoro, date le condizioni in cui</hi><hi rend="CharOverride-1"> esso si svolge sotto il capitale, è la ‘tragedia’</hi><hi rend="CharOverride-1"> e non solo il fattore della storia, ma ponendo </hi><hi rend="CharOverride-1">la questione di un «self government del lavoro» – per cui </hi><hi rend="CharOverride-1">il lavoro potrà avere un ruolo nella piena realizzazione dell’</hi><hi rend="CharOverride-1">uomo – solo in una società comunista. </hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Ma l’impresa di</hi><hi rend="CharOverride-1"> rovesciare il significato della cultura ‘lavorocentrica’ idealistica in una</hi><hi rend="CharOverride-1"> nuova ‘civiltà del lavoro’ è concretamente avviata e impostata</hi><hi rend="CharOverride-1"> da Gramsci (G. Liguori, “Gramsci e la ‘civiltà del</hi><hi rend="CharOverride-1"> lavoro’”), e successivamente proseguita dal Partito comunista</hi><hi rend="CharOverride-1"> italiano nel secondo dopoguerra. A questo fine la componente </hi><hi rend="CharOverride-1">comunista del marxismo italiano solleva la questione, centrale, che tale </hi><hi rend="CharOverride-1">rovesciamento non possa essere semplicemente un fatto culturale, ma il</hi><hi rend="CharOverride-1"> risultato di un processo cui partecipa </hi><hi rend="italic CharOverride-1">attivamente</hi><hi rend="CharOverride-1"> quella parte dell</hi><hi rend="CharOverride-1">’umanità oggetto della ‘tragedia’ denunciata da Labriola.</hi><hi rend="CharOverride-1"> Ovvero che non bastano idee nuove, ma che occorrono</hi><hi rend="CharOverride-1"> </hi><hi rend="italic CharOverride-1">uomini nuovi</hi><hi rend="CharOverride-1">, formatisi nella lotta contro le condizioni inumane </hi><hi rend="CharOverride-1">del lavoro (non solo industriale), per pensare e costruire</hi><hi rend="CharOverride-1">, in un nuovo rapporto tra cultura e lavoratori, un </hi><hi rend="CharOverride-1">«ordine nuovo di cose in cui il lavoro degli operai </hi><hi rend="CharOverride-1">e dei contadini sia la prima sorgente del diritto e </hi><hi rend="CharOverride-1">il fondamento della società». In questa ottica Gramsci, sin dal</hi><hi rend="CharOverride-1"> periodo torinese, introduce due distinzioni: a) quella tra ruolo </hi><hi rend="CharOverride-1">socio-economico e ruolo politico del lavoro, che viene superata nei </hi><hi rend="CharOverride-1">Consigli di fabbrica; b) quella tra lavoratore «salariato» e «produttore», </hi><hi rend="CharOverride-1">cioè tra venditore della forza lavoro, e persona come «parte </hi><hi rend="CharOverride-1">inscindibile di tutto il sistema di lavoro […] che domanda </hi><hi rend="CharOverride-1">la collaborazione del manovale, del qualificato, dell’impiegato di amministrazione, </hi><hi rend="CharOverride-1">dell’ingegnere, del direttore tecnico» (Gramsci). Nei </hi><hi rend="italic CharOverride-1">Quaderni del</hi><hi rend="italic CharOverride-1"> carcere</hi><hi rend="CharOverride-1">,</hi><hi rend="italic CharOverride-1"> </hi><hi rend="CharOverride-1">nel quadro delle note su </hi><hi rend="italic CharOverride-1">Americanismo e fordismo</hi><hi rend="CharOverride-1">,</hi><hi rend="CharOverride-1"> la riflessione di Gramsci sul lavoro si concentra sul taylorismo</hi><hi rend="CharOverride-1">. Di questo, come è noto, egli commenta la </hi><hi rend="CharOverride-1">«metafora» del «gorilla ammaestrato», che, secondo Gramsci, esprime l’obiettivo</hi><hi rend="CharOverride-1"> di spezzare l’unità psico-fisica del lavoro professionale trasformandol</hi><hi rend="CharOverride-1">a in attività «macchinale». Se, per un verso, questo appare</hi><hi rend="CharOverride-1"> impossibile per l’insopprimibile componente creativa di ogni lavoro; dall</hi><hi rend="CharOverride-1">’altro, l’attività meccanica, nel suo svolgimento parcellizzato e ripetitivo,</hi><hi rend="CharOverride-1"> permette forme di inedita libertà intellettuale da parte di chi</hi><hi rend="CharOverride-1"> lavora, il quale mentre lavora, come nel caso del</hi><hi rend="CharOverride-1"> tipografo rispetto all’amanuense medievale, può pensare ad altro, ad</hi><hi rend="CharOverride-1"> esempio ai propri interessi politici, perché svolge attività che </hi><hi rend="CharOverride-1">non richiedono una particolare concentrazione sul loro contenuto. Anche </hi><hi rend="CharOverride-1">se è discutibile il valore di una libertà scissa dall’</hi><hi rend="CharOverride-1">attività, è vero, come sottolinea Liguori, che si tratta </hi><hi rend="CharOverride-1">di un ragionamento che rivela l’interesse di Gramsci a</hi><hi rend="CharOverride-1"> cogliere gli elementi di sfida presenti nei processi di modernizzazione</hi><hi rend="CharOverride-1"> del lavoro.</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Le Note che compongono il </hi><hi rend="italic CharOverride-1">Quaderno 22</hi><hi rend="CharOverride-1"> di </hi><hi rend="italic CharOverride-1">Americanismo e fordismo</hi><hi rend="CharOverride-1"> sono del 1934. Nel 1930 esce </hi><hi rend="CharOverride-1">a Parigi </hi><hi rend="italic CharOverride-1">Socialismo liberale</hi><hi rend="CharOverride-1">, l’opera</hi><hi rend="italic CharOverride-1"> </hi><hi rend="CharOverride-1">di Carlo Rosselli, ucciso</hi><hi rend="CharOverride-1"> dai fascisti nel 1937, che uscirà in italiano solo nel</hi><hi rend="CharOverride-1"> 1945 (cfr. il contributo di Marina Calloni, “</hi><hi rend="CharOverride-1">Libertà, giustizia, lavoro nel socialismo liberale”). In </hi><hi rend="italic CharOverride-1">Socialismo liberale</hi><hi rend="CharOverride-1"> la questione del rapporto tra lavoro e libertà è centrale</hi><hi rend="CharOverride-1"> e viene collocata nel quadro di un giudizio sul liberalismo</hi><hi rend="CharOverride-1"> post-ottocentesco che «si è investito progressivamente del problema sociale», </hi><hi rend="CharOverride-1">ponendo la questione di «una riforma graduale e pacifica della</hi><hi rend="CharOverride-1"> società» (Rosselli). Se è vero che «senza uomini liberi,</hi><hi rend="CharOverride-1"> nessuna possibilità di Stato libero», allora, secondo Rosselli, occorre </hi><hi rend="CharOverride-1">partire dalla libertà incompiuta della classe lavoratrice, privata «d’ogni</hi><hi rend="CharOverride-1"> diritto sui suoi strumenti di lavoro, d’ogni partecipazione alla</hi><hi rend="CharOverride-1"> direzione della produzione, d’ogni senso di dignità e di</hi><hi rend="CharOverride-1"> responsabilità sul lavoro» (Rosselli). </hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">La questione, invece, </hi><hi rend="CharOverride-1">della qualità del lavoro come aspetto decisivo dell’esistenza individuale </hi><hi rend="CharOverride-1">e quindi della partecipazione alla cittadinanza, viene sollevata negli stessi</hi><hi rend="CharOverride-1"> anni dall’anarchico Camillo Berneri in </hi><hi rend="italic CharOverride-1">Il lavoro attraente </hi><hi rend="CharOverride-1">(1934)</hi><hi rend="CharOverride-1">: cfr. il contributo di Edmondo Montali e Mattia Gambilonghi, </hi><hi rend="CharOverride-1">“Attraente, piacevole e senza pena: la concezione del lavoro in</hi><hi rend="CharOverride-1"> Camillo Berneri”. Bernieri, che fu ucciso nel 1937 </hi><hi rend="CharOverride-1">per mano degli stalinisti durante la sua partecipazione alla guerra </hi><hi rend="CharOverride-1">civile spagnola, pone al centro del ragionamento la trasformazione </hi><hi rend="CharOverride-1">della «pena biblica» del lavoro, rafforzata dal fordismo e</hi><hi rend="CharOverride-1"> dal sistema Bedaux («un Moloc che schiaccia con la </hi><hi rend="CharOverride-1">noia e la fatica»), in attività «attraente». Ai fini</hi><hi rend="CharOverride-1"> di questa trasformazione Berneri richiede, da un lato,</hi><hi rend="CharOverride-1"> una diversa organizzazione del lavoro, proporzionata alla «manifestazione di energia»</hi><hi rend="CharOverride-1"> del lavoratore e quindi svolto con orari accettabili, dall’altra</hi><hi rend="CharOverride-1"> la possibilità di scegliere il lavoro in base ad un</hi><hi rend="CharOverride-1"> «impulso spontaneo» ad un sufficiente grado di libertà. Numerose sono</hi><hi rend="CharOverride-1"> le influenze su Berneri, a cominciare da Charles </hi><hi rend="CharOverride-1">Fourier e Pierre-Joseph Proudhon; originale il suo tentativo di riproporle</hi><hi rend="CharOverride-1"> in chiave anti fordista.</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">In questo primo periodo, quindi, tenendo </hi><hi rend="CharOverride-1">anche conto della </hi><hi rend="italic CharOverride-1">Rerum novarum</hi><hi rend="CharOverride-1"> di Leone XIII (1891), trattata </hi><hi rend="CharOverride-1">nella seconda sezione del volume, possiamo dire che gli indirizzi </hi><hi rend="CharOverride-1">centrali della nostra cultura trasferiscono nelle loro rispettive riflessioni, naturalmente </hi><hi rend="CharOverride-1">ciascuno a modo proprio e a seconda di come la</hi><hi rend="CharOverride-1"> tradizione di appartenenza aveva trattato il lavoro, l’inedita ‘</hi><hi rend="CharOverride-1">centralità del lavoro’ posta dalla società moderna. Il lavoro entra</hi><hi rend="CharOverride-1"> così più concretamente nella cultura, rendendo </hi><hi rend="CharOverride-1">più conflittuale l’idea di una storia fatta dal lavoro, </hi><hi rend="CharOverride-1">più contraddittoria la costruzione della vita individuale attraverso il lavoro,</hi><hi rend="CharOverride-1"> e obbligando tutti a prendere direttamente o indirettamente posizione nei</hi><hi rend="CharOverride-1"> confronti della questione sociale rappresentata dalle ‘classi lavoratrici’.</hi><hi rend="CharOverride-1"> Gramsci, Gentile e Spirito sono coloro che avanzano le proposte</hi><hi rend="CharOverride-1"> politiche più forti, tutte ugualmente tese a dare una risposta</hi><hi rend="CharOverride-1"> alla ‘classe’ – che in questa maniera viene teoricamente</hi><hi rend="CharOverride-1"> riconosciuta, e che proprio in questi anni sale anche in</hi><hi rend="CharOverride-1"> Italia sul palcoscenico della storia. Si tratta come è noto</hi><hi rend="CharOverride-1"> di proposte dal significato politico opposto. Inoltre, quelle corporative si</hi><hi rend="CharOverride-1"> realizzeranno ma non avranno grande significato storico; invece l’</hi><hi rend="CharOverride-1">esperienza torinese di Gramsci avrà un valore esemplare, ancorché non</hi><hi rend="CharOverride-1"> reiterabile negli stessi termini; e quella contenuta nei </hi><hi rend="italic CharOverride-1">Quaderni</hi><hi rend="CharOverride-1"> </hi><hi rend="CharOverride-1">costituirà un ponte tra il primo e il secondo periodo </hi><hi rend="CharOverride-1">della nostra ripartizione, a causa della loro pubblicazione avvenuta solo </hi><hi rend="CharOverride-1">nel dopoguerra. Si tratta di una riflessione in cui il </hi><hi rend="CharOverride-1">lavoro compare essenzialmente nel suo significato politico, cioè nei termini </hi><hi rend="CharOverride-1">di un sostanziale rifiuto della sua forma storica (sfruttamento, coercizione, </hi><hi rend="CharOverride-1">‘tragedia’, fatica ecc.) e di un rinvio della</hi><hi rend="CharOverride-1"> sua realizzazione umana all’indomani dell’instaurazione di una nuova</hi><hi rend="CharOverride-1"> società. Invece la proposta di Rosselli, originale nel suo tentati</hi><hi rend="CharOverride-1">vo di coniugare rivoluzione democratica moderna e libertà universale in</hi><hi rend="CharOverride-1"> cui risolvere l’ingiustizia sociale, rimarrà minoritaria, anche se </hi><hi rend="CharOverride-1">pure in essa il lavoro significa classe dei lavoratori. Come</hi><hi rend="CharOverride-1"> ancor più minoritario è il tentativo di Berneri</hi><hi rend="CharOverride-1"> di qualificare il lavoro sul piano di una autorealizzazione personale</hi><hi rend="CharOverride-1"> contro la ‘monotonia’ industriale. In conclusione le idee di</hi><hi rend="CharOverride-1"> lavoro che si affermano, a parte Berneri e parzialmente Rosselli,</hi><hi rend="CharOverride-1"> sono di segno positivo o negativo a seconda che</hi><hi rend="CharOverride-1"> vengano accettati o rifiutati i rapporti economici e sociali che</hi><hi rend="CharOverride-1"> organizzano il lavoro e che si ritengono la fonte principale</hi><hi rend="CharOverride-1"> della sua forma. </hi></p><p rend="text_top" ><hi rend="CharOverride-1">3. Con l’entrata in</hi><hi rend="CharOverride-1"> vigore della Costituzione, che ha nel lavoro un’«idea-fulcro» (cfr.</hi><hi rend="CharOverride-1"> il contributo di Lorenzo Zoppoli, “L’idea di </hi><hi rend="CharOverride-1">lavoro nella Costituzione italiana”), la nostra cultura del lavoro </hi><hi rend="CharOverride-1">cambia sostanzialmente. Viene abbandonata la visione etico-astratta e organicistica (corporativa) </hi><hi rend="CharOverride-1">del neoidealismo e proposta una complessa idea di «</hi><hi rend="italic CharOverride-1">lavoro</hi><hi rend="italic CharOverride-1"> concreto, </hi><hi rend="CharOverride-1">attività svolta da uomini e donne in carne ed</hi><hi rend="CharOverride-1"> ossa […] con propri interessi distinti, e poi cittadini </hi><hi rend="italic CharOverride-1">anch</hi><hi rend="italic CharOverride-1">e</hi><hi rend="CharOverride-1"> in ragione dell’identità di lavoratori». Cioè un</hi><hi rend="CharOverride-1">’idea basata sulla dimensione socio-economica del lavoro e sul suo</hi><hi rend="CharOverride-1"> nesso, attraverso questa dimensione, con la </hi><hi rend="italic CharOverride-1">dimensione politica</hi><hi rend="CharOverride-1">. La</hi><hi rend="CharOverride-1"> Costituzione – il suo “lavorismo” – lega lavoro e cittadinanza, al</hi><hi rend="CharOverride-1"> punto che «al cittadino che non lavora o non ha</hi><hi rend="CharOverride-1"> lavorato a sufficienza e che sia privo dei mezzi non</hi><hi rend="CharOverride-1"> si riconosce neanche l’assistenza sociale “salvo il caso di</hi><hi rend="CharOverride-1"> inabilità al lavoro (art. 38)”». Il lavoro è </hi><hi rend="CharOverride-1">quindi un diritto-dovere che lo Stato deve favorire, promuovere, tutelare </hi><hi rend="CharOverride-1">e regolare; una </hi><hi rend="italic CharOverride-1">necessità</hi><hi rend="CharOverride-1">, cioè, che fonda la politica </hi><hi rend="CharOverride-1">e che la politica governa in varie maniere. Esso si</hi><hi rend="CharOverride-1"> svolge in libertà anche se la Costituzione, prevedendo </hi><hi rend="CharOverride-1">l’impresa e il lavoratore dipendente, quindi la proprietà privata, </hi><hi rend="CharOverride-1">l’iniziativa economica e la subordinazione, ammette la riproduzione e </hi><hi rend="CharOverride-1">la creazione, attraverso il lavoro, di </hi><hi rend="italic CharOverride-1">disuguali</hi><hi rend="CharOverride-1"> rapporti ed </hi><hi rend="CharOverride-1">effetti di potere che incidono essenzialmente sulla libertà del lavoratore.</hi><hi rend="CharOverride-1"> Salvo (art. 3), porre tra i compiti della </hi><hi rend="CharOverride-1">Repubblica quello di «rimuovere gli ostacoli di ordine economico» che </hi><hi rend="CharOverride-1">limitano uguaglianza, libertà e «pieno sviluppo della persona». E prevedere </hi><hi rend="CharOverride-1">(art. 46), «il diritto dei lavoratori a collaborare» alla</hi><hi rend="CharOverride-1"> «gestione delle imprese». Per cui risulta che il concetto costituzionale</hi><hi rend="CharOverride-1"> di lavoro «ha una doppia valenza ordinamentale». Un «netto</hi><hi rend="CharOverride-1"> dualismo» (Zoppoli), per cui, da un lato obbliga</hi><hi rend="CharOverride-1"> la Repubblica a garantire una base di diritti inderogabili </hi><hi rend="CharOverride-1">ad ogni lavoro organizzato o organizzabile; dall’altro</hi><hi rend="CharOverride-1">, rinvia a molteplici indici e gradi di dipendenza organizzativa» </hi><hi rend="CharOverride-1">(Zoppoli). Tra tali diritti c’è quello della salute del </hi><hi rend="CharOverride-1">lavoratore (art. 32); la «formazione» (art. 35); una «retribuzione </hi><hi rend="CharOverride-1">proporzionata alla quantità e qualità del suo lavoro», tale da </hi><hi rend="CharOverride-1">garantire una «esistenza libera e dignitosa» per il lavoratore e </hi><hi rend="CharOverride-1">la sua famiglia» (art. 36); la parità di genere, </hi><hi rend="CharOverride-1">«la donna lavoratrice ha gli stessi diritti, e, a parità</hi><hi rend="CharOverride-1"> di lavoro, le stesse retribuzioni che spettano al</hi><hi rend="CharOverride-1"> lavoratore» (art. 37); l’«assistenza sociale» per gli i</hi><hi rend="CharOverride-1">nabili al lavoro e «mezzi adeguati» in caso di «infortunio, </hi><hi rend="CharOverride-1">malattia, invalidità e vecchiaia, disoccupazione involontaria (art. 38); la </hi><hi rend="CharOverride-1">libera organizzazione sindacale (art. 39), e, sempre a tutela della </hi><hi rend="CharOverride-1">dimensione collettiva del lavoro, il diritto di sciopero (art. 40).</hi><hi rend="CharOverride-1"> </hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Ritorneremo nelle conclusioni su questa concezione </hi><hi rend="italic CharOverride-1">necessaria ma libera e</hi><hi rend="italic CharOverride-1"> tutelata</hi><hi rend="CharOverride-1"> del lavoro, ora ci interessa confrontarla con l’altra</hi><hi rend="CharOverride-1"> grande legge del secondo periodo, promossa dal ministro socialista</hi><hi rend="CharOverride-1"> Giacomo Brodolini, preparata e redatta in gran parte da</hi><hi rend="CharOverride-1"> Gino Giugni e votata dal Parlamento nel 1970, più </hi><hi rend="CharOverride-1">di venti anni dopo il varo della Costituzione: la Legge</hi><hi rend="CharOverride-1"> 300/1970, “Norme sulla tutela della libertà e dignità dei </hi><hi rend="CharOverride-1">lavoratori, della libertà sindacale e dell’attività sindacale, nei luoghi </hi><hi rend="CharOverride-1">di lavoro e norme sul collocamento”, cioè lo </hi><hi rend="italic CharOverride-1">Statuto </hi><hi rend="italic CharOverride-1">dei lavoratori</hi><hi rend="CharOverride-1"> (cfr. il contributo di Valerio Speziale, “L</hi><hi rend="CharOverride-1">’idea di lavoro di Gino Giugni nello Statuto dei lavoratori</hi><hi rend="CharOverride-1">”). Negli anni che dividono la nascita delle due leggi,</hi><hi rend="CharOverride-1"> in Italia accadono, come già ricordato, l’affermazione, a</hi><hi rend="CharOverride-1"> partire dagli anni Cinquanta, del modello fordista di organizzazione </hi><hi rend="CharOverride-1">del lavoro e l’‘Autunno caldo’. Di entrambi gli </hi><hi rend="CharOverride-1">avvenimenti lo Statuto tiene conto con una interpretazione innovativa dei </hi><hi rend="CharOverride-1">punti della Costituzione relativi al lavoro subordinato, al sindacato e </hi><hi rend="CharOverride-1">all’impresa. Questa interpretazione predispone un ordinamento capace </hi><hi rend="CharOverride-1">di mantenere, sia l’autonomia della dialettica tra impresa e</hi><hi rend="CharOverride-1"> dipendente (contrattualizzazione collettiva), sia di introdurre in essa i</hi><hi rend="CharOverride-1"> necessari elementi di intervento </hi><hi rend="italic CharOverride-1">statuale</hi><hi rend="CharOverride-1"> (giudice del lavoro) finalizzato </hi><hi rend="CharOverride-1">a garantire la flessibilità necessaria alla risoluzione del conflitto.</hi><hi rend="CharOverride-1"> In questo quadro l’aspetto rilevante dello Statuto –</hi><hi rend="CharOverride-1"> prosegue Speziale – è il «riconoscimento di diritti di libertà nei</hi><hi rend="CharOverride-1"> luoghi di lavoro», da cui discende un insieme di </hi><hi rend="CharOverride-1">norme, dal valore individuale e collettivo, volte a realizzarli con</hi><hi rend="CharOverride-1"> una «forza di bilanciamento atta a compensare la disuguaglianza </hi><hi rend="CharOverride-1">di potere contrattuale che è inerente, e tale non può </hi><hi rend="CharOverride-1">non essere, al rapporto di lavoro» (Giugni). E «l</hi><hi rend="CharOverride-1">’integrazione tra tutela individuale garantita dalla legge e istituzionalizzazio</hi><hi rend="CharOverride-1">ne del sindacato a livello aziendale (secondo la logica promozionale)</hi><hi rend="CharOverride-1"> si è alla fine rivelata vincente» (Speziale). Non entriamo </hi><hi rend="CharOverride-1">in merito allo sviluppo dei diritti individuali e collettivi di </hi><hi rend="CharOverride-1">origine costituzionale che lo Statuto sancisce (cfr. Speziale). Qui ci</hi><hi rend="CharOverride-1"> interessa sottolineare che lo Statuto determina uno slittamento nel</hi><hi rend="CharOverride-1"> significato del lavoro fissato dalla Costituzione. Perché con</hi><hi rend="CharOverride-1"> l’accento sulla libertà e la dignità del lavoratore –</hi><hi rend="CharOverride-1"> in particolare con le norme sul «principio del reintegro» –</hi><hi rend="CharOverride-1">, sulle condizioni e sui rapporti di lavoro – elementi che </hi><hi rend="CharOverride-1">si prevede difesi da un’autonoma organizzazione dei lavoratori</hi><hi rend="CharOverride-1"> – lo Statuto integra il paradigma della necessità del lavoro con</hi><hi rend="CharOverride-1"> quello delle attività razionalmente e liberamente costituite, in </hi><hi rend="CharOverride-1">un conflitto sovradeterminato dallo Stato. Uno slittamento espressione di una</hi><hi rend="CharOverride-1"> volontà mirata al miglioramento dell’attività lavorativa che mette in</hi><hi rend="CharOverride-1"> gioco l’idea di un lavoro modificabile e migliorabile entro</hi><hi rend="CharOverride-1"> i rapporti di produzione dati, che rappresenta, sul piano</hi><hi rend="CharOverride-1"> di una cultura riformatrice, anche una risposta positiva alle </hi><hi rend="CharOverride-1">lotte antiautoritarie e emancipatrici del ’68 e ’69. </hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">N</hi><hi rend="CharOverride-1">el periodo che va dalla Costituzione allo Statuto il vol</hi><hi rend="CharOverride-1">ume si sofferma sulle idee di lavoro rinvenibili nella </hi><hi rend="CharOverride-1">CGIL, nel pensiero sociale cristiano e nella CISL, nell’imprenditoria</hi><hi rend="CharOverride-1"> di Adriano Olivetti, in due importanti esponenti della letteratura italiana</hi><hi rend="CharOverride-1"> come Primo Levi e Italo Calvino, nel filosofo Ferruccio </hi><hi rend="CharOverride-1">Rossi-Landi, nell’operaismo italiano protagonista dell’‘Autunno caldo’ e </hi><hi rend="CharOverride-1">nell’esponente del PCI Pietro Ingrao. Sulla base dei contributi</hi><hi rend="CharOverride-1"> emergono due posizioni di fondo che articolano le idee di</hi><hi rend="CharOverride-1"> lavoro che abbiamo prevalentemente attribuito alla Costituzione e allo Statuto:</hi><hi rend="CharOverride-1"> una incentrata sulla necessità e sostanziale immodificabilità del lavoro nelle</hi><hi rend="CharOverride-1"> condizioni sociali date; un lavoro </hi><hi rend="italic CharOverride-1">dato</hi><hi rend="CharOverride-1"> che può essere, sia</hi><hi rend="CharOverride-1"> tutelato e socialmente governato, sia politicamente e criticamente valorizzato sino</hi><hi rend="CharOverride-1"> a farne la base di un antagonismo basato sul suo</hi><hi rend="CharOverride-1"> rifiuto. E l’altra, invece, una posizione tesa al miglioramento</hi><hi rend="CharOverride-1"> del lavoro dato, nei termini della conquista di maggiore </hi><hi rend="CharOverride-1">libertà nell’organizzazione della sua attività e di nuovi diritti </hi><hi rend="CharOverride-1">per il suo svolgimento. Due concezioni che saranno superate nel </hi><hi rend="CharOverride-1">terzo periodo dall’originale proposta che Bruno Trentin elabora a </hi><hi rend="CharOverride-1">partire dallo sviluppo riformatore della seconda posizione, in una sintesi </hi><hi rend="CharOverride-1">capace di misurarsi, come vedremo, con le mutate condizioni storiche </hi><hi rend="CharOverride-1">del lavoro.</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">All’idea di lavoro nella CGIL è dedicato il</hi><hi rend="CharOverride-1"> contributo di Mimmo Carrieri, che scrive: per la </hi><hi rend="CharOverride-1">CGIL </hi></p><p rend="quotation_b" ><hi rend="CharOverride-1">Il lavoro è al centro di tutto, ma grazie </hi><hi rend="CharOverride-1">al sindacato […] Il lavoro è dato […] per essere </hi><hi rend="CharOverride-1">plasmato e protetto dall’azione sindacale. Non esiste l’interrogativo: </hi><hi rend="CharOverride-1">quale è il lavoro? Il lavoro, uno ed indivisibile, centrale </hi><hi rend="CharOverride-1">nella vita personale e sociale, è quello che si trova </hi><hi rend="CharOverride-1">nel sindacato […] è il lavoro maiuscolo del Novecento, in </hi><hi rend="CharOverride-1">parte reale, in parte idealizzato, che assorbe totalmente ogni dimensione </hi><hi rend="CharOverride-1">individuale e collettiva. </hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Questa idea, puntualmente registrata come «ideologica» </hi><hi rend="CharOverride-1">da Aris Accornero (Carrieri), viene costruita sul lavoro fordista. P</hi><hi rend="CharOverride-1">er Giuseppe Di Vittorio, primo segretario generale della CGIL, il</hi><hi rend="CharOverride-1"> prezzo di questo lavoro, prototipo del lavoro strutturato e tecnicamente</hi><hi rend="CharOverride-1"> avanzato», scrive Carrieri, determina il «prezzo» del «lavoro di qualsiasi</hi><hi rend="CharOverride-1"> altra professione» ed entra in crisi alla fine degli anni</hi><hi rend="CharOverride-1"> Settanta quando la CGIL incomincia a fare i conti </hi><hi rend="CharOverride-1">con il «consolidamento della terza Italia dei distretti e della </hi><hi rend="CharOverride-1">“specializzazione flessibile”. Avvenimenti che andavano oltre il fordismo e </hi><hi rend="CharOverride-1">la loro disseminazione attraverso reti di piccole imprese, le quali</hi><hi rend="CharOverride-1"> facevano emergere un lavoro diverso», più diversificato, «meno generico, </hi><hi rend="CharOverride-1">più flessibile e radicato nel territorio», in cui gli</hi><hi rend="CharOverride-1"> «operai non sparivano […] ma essi si trovavano più </hi><hi rend="CharOverride-1">soli, immersi in un lavoro demitizzato». Il testo di C</hi><hi rend="CharOverride-1">arrieri si confronta a questo punto col post fordismo e </hi><hi rend="CharOverride-1">in particolare con le idee di Trentin, Sergio Cofferati e</hi><hi rend="CharOverride-1"> Susanna Camusso che introducono una forte discontinuità nella linea </hi><hi rend="CharOverride-1">del sindacato e su cui ritorneremo più avanti. </hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Come si </hi><hi rend="CharOverride-1">pone invece il pensiero cristiano nei confronti del lavoro della </hi><hi rend="CharOverride-1">società industriale del secondo dopoguerra? Su questo punto il </hi><hi rend="CharOverride-1">volume pubblica i testi di Francesco Totaro e Francesco Lauria. </hi><hi rend="CharOverride-1">Il primo, senza ignorare le radici religiose del concetto di</hi><hi rend="CharOverride-1"> lavoro del cristianesimo sociale, rileva che questo indirizzo </hi><hi rend="CharOverride-1">determina un’originale dimensione di indagine teorica e di azione</hi><hi rend="CharOverride-1"> pratica che Totaro approfondisce ed esemplifica essenzialmente attraverso le figure</hi><hi rend="CharOverride-1"> di Agostino Gemelli (1878-1959) e Mario Romani (1917-1975). Le ricerche</hi><hi rend="CharOverride-1"> di psicologia e di medicina del lavoro di </hi><hi rend="CharOverride-1">Gemelli («classiche», secondo la definizione di Friedmann, 1950 231) e </hi><hi rend="CharOverride-1">quelle economiche di Romani, attorno alle questioni del contratto e</hi><hi rend="CharOverride-1"> della partecipazione, esprimono infatti un orientamento teso a modificare le</hi><hi rend="CharOverride-1"> condizioni di lavoro nell’impresa capitalistica indipendentemente dalla trasformazione</hi><hi rend="CharOverride-1"> sociale dei rapporti di lavoro. Questo senza che sia </hi><hi rend="CharOverride-1">assente, in Gemelli, la convinzione della necessità di attuare una</hi><hi rend="CharOverride-1"> «civiltà del lavoro» in «cui sia abolita la schiavitù del</hi><hi rend="CharOverride-1"> lavoro» e realizzato un lavoro «espressione efficace della persona umana»;</hi><hi rend="CharOverride-1"> e, in Romani, una difesa del contratto, della partecipazione</hi><hi rend="CharOverride-1"> e della produttività, che non ignori la conflittualità, senza</hi><hi rend="CharOverride-1"> essere «soltanto antagonisti». Lauria si sofferma soprattutto sull’idea</hi><hi rend="CharOverride-1"> di sindacato della CISL, rilevando che tutti i sindacati </hi><hi rend="CharOverride-1">italiani presentano una «cultura sindacale» più forte, autonoma e continuativa</hi><hi rend="CharOverride-1"> di quella politica dei partiti. Della cultura della CISL</hi><hi rend="CharOverride-1"> Lauria ricorda le proposte avanzate negli anni Cinquanta </hi><hi rend="CharOverride-1">in tema di contrattazione aziendale, di rapporto tra produttività e </hi><hi rend="CharOverride-1">salario, di costituzione delle SAS nei luoghi di lavoro, dell</hi><hi rend="CharOverride-1">’impegno nella formazione di «esperti della contrattazione», della negoziazione </hi><hi rend="CharOverride-1">e dell’impegno nella formazione (che approda alla costituzione </hi><hi rend="CharOverride-1">del Centro studi CISL di Fiesole), come tratti distintiv</hi><hi rend="CharOverride-1">i del sindacato. Infine l’idea, sostenuta da Giulio</hi><hi rend="CharOverride-1"> Pastore fondatore nel 1950 del sindacato, della «estraniazione» del </hi><hi rend="CharOverride-1">lavoro per il lavoratore a causa della «subordinazione» ed il </hi><hi rend="CharOverride-1">«mancato riconoscimento dei diritti di partecipazione alla vita pubblica», nei </hi><hi rend="CharOverride-1">cui confronti il contratto collettivo rappresenta una risposta ed un </hi><hi rend="CharOverride-1">elemento di «crescita del profilo istituzionale della nascente democrazia nazionale».</hi><hi rend="CharOverride-1"> Per gli anni Sessanta Lauria sottolinea le esperienze di autogestione</hi><hi rend="CharOverride-1"> realizzate attraverso il modello cooperativo. Un quadro complessivo in cui</hi><hi rend="CharOverride-1"> la CISL, fortemente impegnata nella contrattazione delle condizioni economiche</hi><hi rend="CharOverride-1"> e organizzative, risulta muoversi sulla traccia delle «varie filosofie </hi><hi rend="CharOverride-1">nord americane e britanniche» in tema di rapporti industriali (Lauria)</hi><hi rend="CharOverride-1">. </hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Sul versante imprenditoriale impossibile non ricordare Adriano Olivetti (1901-1960),</hi><hi rend="CharOverride-1"> forse la figura italiana di imprenditore più interessante del secondo</hi><hi rend="CharOverride-1"> dopoguerra. Di lui parlano nel volume Bruno Lamborghini e</hi><hi rend="CharOverride-1"> Federico Butera che con Olivetti collaborò come direttore, dopo</hi><hi rend="CharOverride-1"> Luciano Gallino, dell’ufficio di organizzazione della fabbrica di </hi><hi rend="CharOverride-1">Ivrea (Federico Butera e Bruno Lamborghini, “Il lavoro secondo Adriano</hi><hi rend="CharOverride-1"> Olivetti”). L’interesse verso l’esperienza di Olivetti </hi><hi rend="CharOverride-1">è dettato dal fatto che la sua concezione del lavoro – </hi><hi rend="CharOverride-1">fondata sul «rispetto della libertà di ciascuna persona, secondo il </hi><hi rend="CharOverride-1">pensiero di Maritain e Mounier» – si misura con l’adozione </hi><hi rend="CharOverride-1">dell’organizzazione taylor-fordista senza rinunciare alla creazione di condizioni </hi><hi rend="CharOverride-1">di lavoro in grado di salvaguardare la persona del lavoratore. </hi><hi rend="CharOverride-1">A questo fine l’impresa olivettiana propone condizioni originali, in </hi><hi rend="CharOverride-1">cui la produttività è fondata sulla costruzione di una «comunità </hi><hi rend="CharOverride-1">di fabbrica», in cui il fordismo viene «mitigato», ridotto a</hi><hi rend="CharOverride-1"> tecnica sostenibile attraverso forme di cogestione e partecipazione. </hi><hi rend="CharOverride-1">Come scrivono gli autori «in tutti gli scritti di Adriano </hi><hi rend="CharOverride-1">Olivetti sul lavoro e nella effettiva organizzazione della sua fabbrica </hi><hi rend="CharOverride-1">domina il concetto di </hi><hi rend="italic CharOverride-1">lavoro dignitoso</hi><hi rend="CharOverride-1">», quello che «assicura un</hi><hi rend="CharOverride-1"> livello accettabile di qualità e della vita di lavoro»,</hi><hi rend="CharOverride-1"> che in Olivetti veniva raggiunta rispettando l’«integrità fisica», </hi><hi rend="CharOverride-1">l’«integrità psicologica», l’«integrità professionale e l’equilibrio vita/lavoro </hi><hi rend="CharOverride-1">(con un pioneristico welfare aziendale) e, «soprattutto, l</hi><hi rend="CharOverride-1">’integrità del sé, ossia l’identità e il rispetto </hi><hi rend="CharOverride-1">per ogni lavoratore qualificato o no» e del suo </hi><hi rend="CharOverride-1">«senso di essere una parte dell’azienda». Olivetti ha </hi><hi rend="CharOverride-1">una cultura del lavoro non fordista, ma non potendo rinunciare</hi><hi rend="CharOverride-1"> alla produttività assicurata da questa organizzazione, cerca di renderla accettabile</hi><hi rend="CharOverride-1"> qualificando in varie maniere la condizione operaia. Negli anni</hi><hi rend="CharOverride-1"> successivi questo orientamento di contrasto al fordismo produrrà la svolta</hi><hi rend="CharOverride-1"> organizzativa delle «isole di produzione», progettate dall’ufficio studi diretto</hi><hi rend="CharOverride-1"> da Butera (Butera 2020, cap. 5) e implementate dal </hi><hi rend="CharOverride-1">direttore Umberto Gribaudo, con le quali la catena di montaggio</hi><hi rend="CharOverride-1"> viene superata con l’attività di </hi><hi rend="italic CharOverride-1">team</hi><hi rend="CharOverride-1">, determinando la </hi><hi rend="CharOverride-1">prima significativa esperienza italiana di un miglioramento della qualità del</hi><hi rend="CharOverride-1"> lavoro su base aziendale, e dimostrando come una innovativa </hi><hi rend="CharOverride-1">cultura organizzativa possa gestire in maniera diversa tecnologie e impianti </hi><hi rend="CharOverride-1">dati. </hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Il volume considera anche la concezione del lavoro di</hi><hi rend="CharOverride-1"> singoli intellettuali appartenenti a questo periodo, come Primo Levi (1919-1987),</hi><hi rend="CharOverride-1"> Italo Calvino (1923-1985) e Ferruccio Rossi-Landi (1921-1985). Di Levi, </hi><hi rend="CharOverride-1">Giovanni Falaschi (“I molti mestieri di Primo Levi”) </hi><hi rend="CharOverride-1">sottolinea l’intreccio della idea di lavoro (</hi><hi rend="italic CharOverride-1">Se questo è</hi><hi rend="italic CharOverride-1"> un uomo</hi><hi rend="CharOverride-1">,</hi><hi rend="italic CharOverride-1"> La tregua</hi><hi rend="CharOverride-1">,</hi><hi rend="italic CharOverride-1"> La chiave a stella</hi><hi rend="CharOverride-1">)</hi><hi rend="italic CharOverride-1"> </hi><hi rend="CharOverride-1">con l’esperienza del campo di concentramento, dove il lavoro </hi><hi rend="CharOverride-1">è, sia, quello «predisposto dai nazisti», sia quello «prodotto dalla </hi><hi rend="CharOverride-1">creatività dei singoli per sopravvivere». Una concezione in cui il </hi><hi rend="CharOverride-1">lavoro è una necessità gerarchica oppure un’attività creativa ma </hi><hi rend="CharOverride-1">senza morale, come nel personaggio Mordo Nahum de </hi><hi rend="italic CharOverride-1">La tregua</hi><hi rend="CharOverride-1">, che vive di lecito e illecito (contrabbando, furto e </hi><hi rend="CharOverride-1">truffa). Diversa l’attività dell’operaio specializzato Faussone, de </hi><hi rend="italic CharOverride-1">La</hi><hi rend="italic CharOverride-1"> chiave a stella</hi><hi rend="CharOverride-1">, praticamente un artigiano, che rivolto al </hi><hi rend="CharOverride-1">protagonista dice: «Io l’anima ce la metto in tutti </hi><hi rend="CharOverride-1">i lavori […] Per me, ogni lavoro che incammino è </hi><hi rend="CharOverride-1">come un primo amore». Aggiungendo: «se uno sul lavoro non </hi><hi rend="CharOverride-1">si sente indipendente, addio patria, se ne va tutto il </hi><hi rend="CharOverride-1">gusto, e allora uno è meglio se va alla FIAT, </hi><hi rend="CharOverride-1">almeno quando torna a casa si mette le pantofole e </hi><hi rend="CharOverride-1">va a letto con la moglie». Finché parlando del lavoro </hi><hi rend="CharOverride-1">in generale, Levi sostiene che «amare il proprio </hi><hi rend="CharOverride-1">lavoro (che purtroppo è privilegio di pochi) costituisce la migliore </hi><hi rend="CharOverride-1">approssimazione concreta alla felicità sulla terra». In questa maniera l’</hi><hi rend="CharOverride-1">amore per il lavoro sembra essere strettamente connesso alla libertà </hi><hi rend="CharOverride-1">nel lavoro che l’artigiano e un tecnico come Faussone </hi><hi rend="CharOverride-1">possono raggiungere, ma che invece è negata all’operaio dell’</hi><hi rend="CharOverride-1">industria. </hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Falaschi scrive anche su Italo Calvino, che parla di </hi><hi rend="CharOverride-1">lavoro a partire dalla propria esperienza di scrittore, e di </hi><hi rend="CharOverride-1">cui cita un articolo su “Sherwood Anderson scrittore artigiano”,</hi><hi rend="CharOverride-1"> comparso sull’</hi><hi rend="italic CharOverride-1">Unità</hi><hi rend="CharOverride-1">, Milano, 4 novembre 1947: </hi></p><p rend="quotation_b" ><hi rend="CharOverride-1">La vita </hi><hi rend="CharOverride-1">è degli uomini che amano il proprio mestiere, degli uomini </hi><hi rend="CharOverride-1">che nel proprio mestiere sanno realizzarsi completamente […] Anderson è </hi><hi rend="CharOverride-1">il poeta dell’artigianato: già i personaggi dei suoi romanzi </hi><hi rend="CharOverride-1">trovano o cercano la felicità nella tecnica manuale, nell’abilità </hi><hi rend="CharOverride-1">di un mestiere qualsiasi, verniciatore come scrittore. </hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">E l’idea </hi><hi rend="CharOverride-1">che lo scrittore lavori come un artigiano, nota Falaschi, «</hi><hi rend="CharOverride-1">Calvino non l’abbandonò mai». Ma il lavoro di cui</hi><hi rend="CharOverride-1"> parla Calvino non è solo quello artigiano. Numerosi sono i</hi><hi rend="CharOverride-1"> testi in cui parla della fabbrica o degli uffici fordisti,</hi><hi rend="CharOverride-1"> fino a porsi il problema del significato politico dell’azione</hi><hi rend="CharOverride-1"> della classe operaia nel mondo del «disordine» e della «morte»</hi><hi rend="CharOverride-1"> ecologica realizzato dal capitalismo, nei cui confronti i lavoratori </hi><hi rend="CharOverride-1">possono introdurre la «razionalità» necessaria anziché affidarsi ad </hi><hi rend="CharOverride-1">un mero ribellismo. Anche lo scrittore può contribuire a </hi><hi rend="CharOverride-1">rivenire nel «labirinto» del nostro mondo l’«uscita dalla prigione»,</hi><hi rend="CharOverride-1"> come farà il Conte di Montecristo nell’omonimo romanzo, che</hi><hi rend="CharOverride-1"> stabilirà la «mappa» del castello-prigione, a differenza dell’abbate</hi><hi rend="CharOverride-1"> Faria che si muove a caso sull’impulso cieco</hi><hi rend="CharOverride-1"> verso la libertà. Fuori dalla metafora, per Calvino, nota Falaschi,</hi><hi rend="CharOverride-1"> si esce dal «labirinto» della società presente solo col</hi><hi rend="CharOverride-1"> progetto e l’organizzazione. </hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Angelo Nizza scrive su un altro</hi><hi rend="CharOverride-1"> intellettuale del periodo, il filosofo del linguaggio Ferruccio-Rossi Landi (1921-1985)</hi><hi rend="CharOverride-1">, che nel 1968 pubblica </hi><hi rend="italic CharOverride-1">Il linguaggio come lavoro</hi><hi rend="CharOverride-1">. In</hi><hi rend="CharOverride-1"> cui, sulla base di Hegel e di Marx, sostiene l</hi><hi rend="CharOverride-1">’«omologia fra produzione materiale e produzione linguistica», e quindi </hi><hi rend="CharOverride-1">l’alleanza, non la contrapposizione, tra linguaggio e lavoro.</hi><hi rend="CharOverride-1"> Ma in questo modo, nota Nizza, Rossi Landi omologa </hi><hi rend="CharOverride-1">il linguaggio al lavoro, e non rileva la trasformazione del </hi><hi rend="CharOverride-1">lavoro in linguaggio. E quindi, pur ponendo in maniera originale</hi><hi rend="CharOverride-1"> il problema del rapporto tra i due elementi, non </hi><hi rend="CharOverride-1">intravede il salto di qualità, anche in termini di libertà, </hi><hi rend="CharOverride-1">compiuto dal lavoro quando diviene linguaggio performativo.</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">A Sandro M</hi><hi rend="CharOverride-1">ezzadra, “Il lavoro nell’operaismo italiano”, il volume </hi><hi rend="CharOverride-1">deve un contributo sull’operaismo, una «corrente del marxismo che</hi><hi rend="CharOverride-1"> prende forma» negli anni Sessanta («Quaderni rossi» e «Classe </hi><hi rend="CharOverride-1">operaia») e la cui concezione del lavoro come «terreno di </hi><hi rend="CharOverride-1">scontro, di ostilità e di rifiuto», colta dal punto di </hi><hi rend="CharOverride-1">vista della «soggettivazione», viene approfondita attraverso l’analisi delle </hi><hi rend="CharOverride-1">posizioni di Mario Tronti e di Toni Negri. Secondo il</hi><hi rend="CharOverride-1"> primo, siccome il «lavoro come lavoro astratto e quindi come</hi><hi rend="CharOverride-1"> forza lavoro, c’era già in Hegel», e la «forza</hi><hi rend="CharOverride-1"> lavoro come merce c’era già in Ricardo», la «scoperta</hi><hi rend="CharOverride-1"> di Marx» è «la merce lavoro come classe operaia»; </hi><hi rend="CharOverride-1">ovvero la dimensione soggettiva collettiva e antagonistica prodotta dal lavorare, </hi><hi rend="CharOverride-1">dalla produzione del capitale e dalla riproduzione delle sue forme </hi><hi rend="CharOverride-1">di dominio. Da qui una strategia di «rifiuto» di questa </hi><hi rend="CharOverride-1">condizione: «rifiuto, la forma di organizzazione del </hi><hi rend="italic CharOverride-1">no </hi><hi rend="CharOverride-1">operaio: rifiuto </hi><hi rend="CharOverride-1">di collaborare attivamente allo sviluppo capitalistico, rifiuto di proporre positivamente </hi><hi rend="CharOverride-1">un programma di rivendicazioni» (Tronti). A sua volta Negri, scrive</hi><hi rend="CharOverride-1"> Mezzadra, «riprende e radicalizza la “strategia del rifiuto del lavoro”</hi><hi rend="CharOverride-1"> elaborata da Tronti connettendola alla «liberazione»: «L’obiettivo, il fine</hi><hi rend="CharOverride-1"> del processo di autovalorizzazione è la liberazione intera del lavoro</hi><hi rend="CharOverride-1"> vivo, nella produzione e nella riproduzione, è l’intera utilizzazione</hi><hi rend="CharOverride-1"> della ricchezza al servizio della libertà collettiva». Un obbiettivo </hi><hi rend="CharOverride-1">che Negri pone al «lavoro sociale», con cui intende il</hi><hi rend="CharOverride-1"> risultato della fine della centralità della fabbrica negli anni</hi><hi rend="CharOverride-1"> della globalizzazione e della fine del fordismo. Una riflessione, </hi><hi rend="CharOverride-1">quella dell’operaismo, che rappresenta «una politicizzazione radicale della riflessione </hi><hi rend="CharOverride-1">sul lavoro, che si presenta al tempo stesso come luogo </hi><hi rend="CharOverride-1">di violenza e di cooperazione, di rifiuto e di soggettivazione». </hi><hi rend="CharOverride-1">Il lavoro, quindi – questa la fondamentale intuizione operaista – nella sua</hi><hi rend="CharOverride-1"> necessità determina il suo opposto: la soggettività che lo </hi><hi rend="CharOverride-1">rifiuta. Non si tratta di migliorare questo lavoro, ma di</hi><hi rend="CharOverride-1"> organizzare il rifiuto di questa condizione umana socialmente centrale, in</hi><hi rend="CharOverride-1"> nome di più avanzate condizioni sociali. </hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Quale esponente del PCI</hi><hi rend="CharOverride-1"> e della sinistra italiana anche Pietro Ingrao (1915-2015), come illustra</hi><hi rend="CharOverride-1"> Maria Paola Del Rossi, si confronta con la questione </hi><hi rend="CharOverride-1">del lavoro. Il socialismo, il PCI e l’operaismo hanno</hi><hi rend="CharOverride-1"> identificato il valore politico del lavoro nel rifiuto del </hi><hi rend="CharOverride-1">lavoratore di un certo tipo di attività lavorativa, una ribellione</hi><hi rend="CharOverride-1"> da organizzare e unificare anche elettoralmente per instaurare una nuova</hi><hi rend="CharOverride-1"> economia e una nuova forma di lavoro. Ciò prevedeva</hi><hi rend="CharOverride-1"> la possibilità di modificare solo </hi><hi rend="italic CharOverride-1">quantitativamente</hi><hi rend="CharOverride-1"> (salari, orari, occupazione) i</hi><hi rend="CharOverride-1">l lavoro nelle condizioni capitalistiche e quindi il giudizio di </hi><hi rend="CharOverride-1">utopia, o di resa, rivolto ad ogni concezione che prevedesse</hi><hi rend="CharOverride-1"> un intervento sulla </hi><hi rend="italic CharOverride-1">qualità</hi><hi rend="CharOverride-1"> del lavoro per aprire processi di</hi><hi rend="CharOverride-1"> trasformazione sociale (su questa affinità, in nome della ‘classe</hi><hi rend="CharOverride-1">’, tra socialdemocrazia e operaismo, cfr. Napolitano et al.</hi><hi rend="CharOverride-1"> 1978). Ebbene nella parte finale della sua esperienza, come</hi><hi rend="CharOverride-1"> rileva Del Rossi, Ingrao testimonia a suo modo, all’</hi><hi rend="CharOverride-1">indomani della fine del fordismo, la crisi dei presupposti di</hi><hi rend="CharOverride-1"> tale esperienza. Lo fa in testi non direttamente politici,</hi><hi rend="CharOverride-1"> ma poetici o di taglio filosofico, in cui ribadisce l</hi><hi rend="CharOverride-1">’esigenza di non concentrare tutto lo sforzo sul lavoro e</hi><hi rend="CharOverride-1"> sulla trasformazione della materia, ma di valorizzare, a partire </hi><hi rend="CharOverride-1">da una nuova attenzione alla persona, la «lentezza», «come resistenza </hi><hi rend="CharOverride-1">dell’umano alla logica della quantità», oppure la «speculazione», come</hi><hi rend="CharOverride-1"> limite all’«alta febbre del fare». La necessità del lavoro</hi><hi rend="CharOverride-1"> non appare scalfibile, ma la battaglia per i miglioramenti quantitativi</hi><hi rend="CharOverride-1"> del lavorare, che non mutano la struttura presente del lavoro</hi><hi rend="CharOverride-1">, non deve assorbire la vita. Una vita</hi><hi rend="CharOverride-1"> da riscoprire, accanto e prima la necessità del lavoro.</hi><hi rend="CharOverride-1"> </hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Chiudiamo l’analisi di questo secondo periodo ricordando il testo</hi><hi rend="CharOverride-1"> con cui Francesco Carnevale, “Lavoro e salute dei lavoratori</hi><hi rend="CharOverride-1"> in Italia”,</hi><hi rend="italic CharOverride-1"> </hi><hi rend="CharOverride-1">introduce il tema della salute dei lavoratori.</hi><hi rend="CharOverride-1"> Una problematica in cui è possibile rinvenire diverse idee di</hi><hi rend="CharOverride-1"> lavoro in corrispondenza delle diverse pratiche di prevenzione e intervento</hi><hi rend="CharOverride-1"> medico prefigurate nei differenti periodi di cui Carnevale traccia una</hi><hi rend="CharOverride-1"> sintesi, a cominciare dall’età del fondatore della </hi><hi rend="CharOverride-1">disciplina Bernardino Ramazzini (1633-1714). Una storia da cui si evince</hi><hi rend="CharOverride-1"> quanto sia stato difficile fare emergere quel diritto alla</hi><hi rend="CharOverride-1"> salute, tuttora assai inadeguatamente rispettato e che le nuove</hi><hi rend="CharOverride-1"> tecnologie prefigurano in forme diverse, ma non meno </hi><hi rend="CharOverride-1">pressanti. Quindi, da un lato, la difficoltà a rendere</hi><hi rend="CharOverride-1"> intrinseca all’idea del lavoro (soprattutto subordinato) il benessere </hi><hi rend="CharOverride-1">del lavoratore; e, dall’altro, l’importanza della medicina</hi><hi rend="CharOverride-1"> del lavoro per l’affermazione della qualità del lavoro: </hi></p><p rend="quotation_b" ><hi rend="CharOverride-1">Esiste sicuramente uno “zoccolo duro” di eventi avversi che le</hi><hi rend="CharOverride-1"> iniziative di prevenzione non sono state in grado di eliminare</hi><hi rend="CharOverride-1"> […] Oggi che è in pieno svolgimento un nuovo processo</hi><hi rend="CharOverride-1"> […] oggetto dello scambio è la produttività massima con </hi><hi rend="CharOverride-1">un’internalizzazione degli standard, quindi più fatica per i lavoratori </hi><hi rend="CharOverride-1">che nessuna valutazione dello stress resa obbligatoria dalle norme </hi><hi rend="CharOverride-1">vigenti nell’Unione Europea riuscirà a rendere più clemente. In </hi><hi rend="CharOverride-1">agguato c’è un nuovo modello organizzativo che […] può </hi><hi rend="CharOverride-1">anche porre l’accento sul miglioramento ergonomico delle postazioni lavorative </hi><hi rend="CharOverride-1">per aumentare la produttività, ma soprattutto sulla partecipazione incondizionata e </hi><hi rend="CharOverride-1">devozionale da parte dei lavoratori. </hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Dalle parole di Carnevale </hi><hi rend="CharOverride-1">emerge che l’obiettivo della sicurezza e della salute nel</hi><hi rend="CharOverride-1"> lavoro non appare perseguibile senza cambiare qualitativamente il lavoro</hi><hi rend="CharOverride-1"> e le sue condizioni, e quindi, che tale obiettivo </hi><hi rend="CharOverride-1">è in conflitto con qualsiasi concezione della necessità e </hi><hi rend="CharOverride-1">immodificabilità qualitativa del lavoro. </hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">La Costituzione e lo Statuto dei </hi><hi rend="CharOverride-1">lavori inaugurano e affermano l’età dei diritti del </hi><hi rend="CharOverride-1">lavoro moderno nel nostro paese. La Costituzione è una carta</hi><hi rend="CharOverride-1"> liberale, a forte impronta sociale e personalista cristiana, che</hi><hi rend="CharOverride-1"> si caratterizza per aver posto il lavoro necessario a fondamento</hi><hi rend="CharOverride-1"> della cittadinanza – si è cittadini se si lavora –; </hi><hi rend="CharOverride-1">ed aver pensato, data e ferma tale idea di lavoro, </hi><hi rend="CharOverride-1">a ciò che può aiutare il cittadino nelle circostanze oggettive </hi><hi rend="CharOverride-1">che lo allontanano dal lavoro (disoccupazione involontaria, inabilità, malattia, vecchiaia, </hi><hi rend="CharOverride-1">infortuni, invalidità) o, nel lavoro, dal pieno esercizio di tale </hi><hi rend="CharOverride-1">cittadinanza (partecipazione). Lo Statuto traduce in norme e tutele del</hi><hi rend="CharOverride-1"> singolo lavoratore-cittadino le condizioni in cui egli opera nel</hi><hi rend="CharOverride-1"> mercato e nei luoghi di lavoro, tutelando la posizione più</hi><hi rend="CharOverride-1"> debole nel rapporto di lavoro, salvaguardando in maniera accentuata l</hi><hi rend="CharOverride-1">’uguaglianza nei rapporti industriali, l’esercizio giusto e di</hi><hi rend="CharOverride-1">gnitoso delle attività lavorative e la garanzia dell’</hi><hi rend="CharOverride-1">azione per le organizzazioni di rappresentanza. Se il lavoro della</hi><hi rend="CharOverride-1"> Costituzione è sostanzialmente il lavoro necessario della tradizione cristiana, marxista</hi><hi rend="CharOverride-1"> e liberale, lo Statuto, entrando in merito alla natura </hi><hi rend="CharOverride-1">del lavoro, prefigurandone una determinata qualità formale e garantendone l</hi><hi rend="CharOverride-1">’esercizio, predispone una serie di diritti ignorati dal fordismo, </hi><hi rend="CharOverride-1">stabilisce i limiti formali del conflitto (garantendone il rispetto flessibile</hi><hi rend="CharOverride-1"> e pattuito dei meccanismi del mercato introducendo la figura del</hi><hi rend="CharOverride-1"> giudice del lavoro), non accetta semplicemente la necessità storica </hi><hi rend="CharOverride-1">del lavoro. A me sembra che gli anni che abbiamo</hi><hi rend="CharOverride-1"> compreso nel secondo periodo, quelli che sostanzialmente coincidono col</hi><hi rend="CharOverride-1"> lavoro fordista, siano caratterizzati dal confronto tra queste due idee</hi><hi rend="CharOverride-1"> di lavoro – quello necessario e quello riformabile qualitativamente –,</hi><hi rend="CharOverride-1"> spesso intrecciate e sovrapposte, a cui si riconnettono diverse politiche</hi><hi rend="CharOverride-1"> specifiche e generali. Un periodo che terminerà con la</hi><hi rend="CharOverride-1"> nuova idea di lavoro avanzata da Bruno Trentin e dal</hi><hi rend="CharOverride-1">la CGIL degli anni Ottanta, con cui inizierà il terzo</hi><hi rend="CharOverride-1"> periodo della nostra suddivisione. Possiamo includere – ancorché con sfumature </hi><hi rend="CharOverride-1">ed accentuazioni diverse, ed in genere mai in senso assoluto </hi><hi rend="CharOverride-1">per una versione o l’altra –, tra i principali</hi><hi rend="CharOverride-1"> sostenitori della prima versione il Partito comunista, la CGIL fino</hi><hi rend="CharOverride-1"> alla segreteria di Trentin, gli operaisti. Risultano invece, </hi><hi rend="CharOverride-1">aperti o fautori di un’idea di lavoro riformabile e </hi><hi rend="CharOverride-1">di qualità diversa – centro di diritti e di forme di </hi><hi rend="CharOverride-1">libertà crescenti, centrato sulla persona anziché sulla ‘classe’ –,</hi><hi rend="CharOverride-1"> cristiani, socialisti, Olivetti, gli scrittori che ricercano la </hi><hi rend="CharOverride-1">qualità e la libertà del lavoro nell’artigiano, cioè nella </hi><hi rend="CharOverride-1">forma di lavoro sconfitta dalla rivoluzione industriale. In altre parole,</hi><hi rend="CharOverride-1"> e col senno del poi, il nesso tra autonomia (culturale</hi><hi rend="CharOverride-1"> e politica) e ‘classe’, anche se può intestarsi </hi><hi rend="CharOverride-1">una serie di conquiste sociali, non riesce a innescare né </hi><hi rend="CharOverride-1">il pensiero, né la pratica di processi in grado di </hi><hi rend="CharOverride-1">prefigurare una nuova qualità del lavoro che apra direttamente ad </hi><hi rend="CharOverride-1">una nuova qualità della società. </hi></p><p rend="text_top" ><hi rend="CharOverride-1">4. Incominciamo l’analisi </hi><hi rend="CharOverride-1">del periodo in cui entra in crisi il fordismo in </hi><hi rend="CharOverride-1">tutti i paesi avanzati di economia capitalistica, con la proposta</hi><hi rend="CharOverride-1"> di Bruno Trentin (1926-2007), che di tale crisi è</hi><hi rend="CharOverride-1"> stato tra i primi a cogliere le conseguenze per l</hi><hi rend="CharOverride-1">’organizzazione e il significato del lavoro (il declino dell’</hi><hi rend="CharOverride-1">organizzazione simbolo della società industriale era stato colto da Federico</hi><hi rend="CharOverride-1"> Butera sin dal 1972 in </hi><hi rend="italic CharOverride-1">I frantumi ricomposti</hi><hi rend="CharOverride-1">). Trentin,</hi><hi rend="CharOverride-1"> come intellettuale e come sindacalista (ricordiamo che fu segretario generale</hi><hi rend="CharOverride-1"> dei metalmeccanici dal 1962 al 1977 e della CGIL dal</hi><hi rend="CharOverride-1"> 1988 al 1994), avanza, a partire dagli anni Novanta</hi><hi rend="CharOverride-1">, un’idea originale del lavoro inconciliabile con le concezion</hi><hi rend="CharOverride-1">i e le politiche del lavoro del marxismo riformista e </hi><hi rend="CharOverride-1">operaista del Novecento (non solo italiano). Per Trentin, come</hi><hi rend="CharOverride-1"> ho cercato di dire nel contributo pubblicato in questo volume,</hi><hi rend="CharOverride-1"> le trasformazioni intervenute nel lavoro sotto la spinta dell’econ</hi><hi rend="CharOverride-1">omia della conoscenza, della globalizzazione e della rivoluzione informatica, «</hi><hi rend="CharOverride-1">ripropongono la persona nel lavoro». Un fatto che </hi><hi rend="CharOverride-1">mette in discussione, la ‘classe’ quale fondamentale dimensione della </hi><hi rend="CharOverride-1">soggettività politica e che contemporaneamente pone al sindacato il compito </hi><hi rend="CharOverride-1">della costruzione di una nuova dimensione collettiva dell’azione fondata </hi><hi rend="CharOverride-1">sulla persona. Tale riproposizione, secondo Trentin, è determinata dall’</hi><hi rend="CharOverride-1">inedito «intreccio tra lavoro e conoscenza» che richiede creatività e </hi><hi rend="CharOverride-1">quindi libertà nel lavoro, dalla fine del lavoro esecutivo </hi><hi rend="CharOverride-1">e parcellizzato del fordismo e dalla richiesta di autonomia e</hi><hi rend="CharOverride-1"> responsabilità del lavoro nelle nuove condizioni produttive caratterizzate da </hi><hi rend="CharOverride-1">flessibilità, formazione continua e personalizzazione della professionalità. Tutto ciò rende </hi><hi rend="CharOverride-1">essenziale combattere le </hi><hi rend="italic CharOverride-1">nuove divisioni</hi><hi rend="CharOverride-1"> tra i lavoratori create</hi><hi rend="CharOverride-1"> dalle maggiori e minori conoscenze possedute, la </hi><hi rend="CharOverride-1">trasformazione dell’individualizzazione delle attività in </hi><hi rend="italic CharOverride-1">solidarietà</hi><hi rend="CharOverride-1"> delle diversità (a</hi><hi rend="CharOverride-1"> partire dai diritti), e la trasformazione del posto fisso</hi><hi rend="CharOverride-1"> in una </hi><hi rend="italic CharOverride-1">impiegabilità</hi><hi rend="CharOverride-1"> tutelata da una serie di politiche attive</hi><hi rend="CharOverride-1"> del lavoro centrate sulla formazione continua e le pari opportunità</hi><hi rend="CharOverride-1">. In questo modo Il lavoro mantiene un</hi><hi rend="CharOverride-1"> valore politico critico di trasformazione della società di carattere non</hi><hi rend="CharOverride-1"> ideologico: la riforma della società non è vista come </hi><hi rend="CharOverride-1">la conseguenza della spallata di una classe, ma come </hi><hi rend="CharOverride-1">un processo costruito attraverso la diffusione e la valorizzazione politica </hi><hi rend="CharOverride-1">di un nuovo e rivoluzionario rapporto tra vita e lavoro. </hi><hi rend="CharOverride-1">Come effetto di un lavoro capace di combattere l’eterodirezione, </hi><hi rend="CharOverride-1">di costruire identità soggettive e condizioni di vita-lavoro oggettivamente in </hi><hi rend="CharOverride-1">contraddizione con i rapporti sociali mercantili, in grado, quindi, di</hi><hi rend="CharOverride-1"> porre la questione di nuove condizioni sociali ed economiche attraverso</hi><hi rend="CharOverride-1"> un itinerario che dall’attività del lavoro approda al modello</hi><hi rend="CharOverride-1"> di sviluppo. Una visione in cui «ciò che rimane del</hi><hi rend="CharOverride-1"> socialismo» è il processo di costruzione della persona a cui</hi><hi rend="CharOverride-1"> ogni altra condizione deve commisurarsi (cfr. Mari 2021)</hi><hi rend="CharOverride-1">. Si tratta di una visione dei processi sociali che </hi><hi rend="CharOverride-1">mette il mondo del lavoro in connessione positiva con la </hi><hi rend="CharOverride-1">Rivoluzione francese dell’89 (cfr. Trentin 2017; 1989) e </hi><hi rend="CharOverride-1">con le sue conquiste formali di uguaglianza e di libertà.</hi><hi rend="CharOverride-1"> Le quali, attraverso un programma di sviluppo delle pari opportunità</hi><hi rend="CharOverride-1"> e dei nuovi diritti – intesi come obiettivi di lotta</hi><hi rend="CharOverride-1"> a partire dai processi della società civile e non come</hi><hi rend="CharOverride-1"> mere misure elargite dalla Stato – divengono strumenti di lotta</hi><hi rend="CharOverride-1"> per una società fondata sulla solidarietà di persone diverse perché</hi><hi rend="CharOverride-1"> libere. Una duplice rottura, quindi, nei confronti del marxismo ufficiale</hi><hi rend="CharOverride-1"> del Novecento, sia per il rifiuto del riferimento canonico alla</hi><hi rend="CharOverride-1"> Rivoluzione bolscevica, sia per l’idea di un progresso </hi><hi rend="CharOverride-1">storico fondato sull’avvento al potere di una classe portatrice</hi><hi rend="CharOverride-1"> dei contenuti universali del miglioramento dell’umanità. </hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Il concetto di</hi><hi rend="CharOverride-1"> «lavoro intraprendente» che Enzo Rullani elabora e illustra nel </hi><hi rend="CharOverride-1">suo contributo è in sintonia con l’idea di lavoro</hi><hi rend="CharOverride-1"> «intrecciato» con la conoscenza di Trentin. «Intraprendente», cioè dalla </hi><hi rend="CharOverride-1">«parziale “imprenditorializzazione” del ruolo lavorativo», è il lavoro «in cui </hi><hi rend="CharOverride-1">ciascuna persona» è «impegnata a fare investimenti non banali sulla </hi><hi rend="CharOverride-1">propria capacità», «dotata di una certa autonomia», «autorizzata ad attivare, </hi><hi rend="CharOverride-1">a nome dell’impresa» determinate «interazioni utili con l’esterno», </hi><hi rend="CharOverride-1">«dotata di responsabilità. Un «lavoro in rete» che va oltre </hi><hi rend="CharOverride-1">la distinzione tra lavoro dipendente e autonomo, e alla cui </hi><hi rend="CharOverride-1">individualizzazione è possibile rispondere con «iniziative di </hi><hi rend="italic CharOverride-1">auto-organizzazione </hi><hi rend="CharOverride-1">(operativa, contrattuale, </hi><hi rend="CharOverride-1">istituzionale)», fondate su una responsabilità capace di coinvolgere i </hi><hi rend="CharOverride-1">soggetti direttamente interessati ad una «gestione condivisa della transizione». </hi><hi rend="CharOverride-1">Un tipo di lavoro prodotto dalla economia della conoscenza in </hi><hi rend="CharOverride-1">cui la necessaria ricerca dell’innovazione spezza ogni dualismo tra</hi><hi rend="CharOverride-1"> lavoro e conoscenza dando vita al «lavoro cognitivo», cioè al</hi><hi rend="CharOverride-1"> lavoro che produce conoscenza mentre produce valore e perciò favorisce</hi><hi rend="CharOverride-1"> la creazione, la diffusione e l’applicazione di nuova conoscenza</hi><hi rend="CharOverride-1"> mettendo da parte il tradizionale lavoro dell’«economia dell’energia»</hi><hi rend="CharOverride-1"> (umana) e della «trasformazione materiale» – che pure applicava conoscenza e</hi><hi rend="CharOverride-1"> mestiere, ma prodotti e accumulati in maniera diversa (meno</hi><hi rend="CharOverride-1"> circolare) e distinta dal lavoro. Se non si considera, </hi><hi rend="CharOverride-1">erroneamente, la conoscenza un fattore «esogeno» del lavoro, </hi></p><p rend="quotation_b" ><hi rend="CharOverride-1">il lavoro </hi><hi rend="italic CharOverride-1">cambia senso</hi><hi rend="CharOverride-1">, rispetto al modello di […] economia allocativa dell</hi><hi rend="CharOverride-1">’energia, perché esso viene sempre più associato all’intelligenza personale,</hi><hi rend="CharOverride-1"> dotata di certo grado di libertà per espandersi in termini</hi><hi rend="CharOverride-1"> di creatività e di fini da perseguire; </hi></p><p rend="text_NOindent" ><hi rend="CharOverride-1">e quindi un</hi><hi rend="CharOverride-1"> lavoro che </hi></p><p rend="quotation_b" ><hi rend="CharOverride-1">si integra e si confonde con le esperienze</hi><hi rend="CharOverride-1"> di </hi><hi rend="italic CharOverride-1">vita attiva delle persone </hi><hi rend="CharOverride-1">[…] legando saldamente lavoro, vissuto</hi><hi rend="CharOverride-1"> personale e ozio nelle forme inedite espresse dalla contemporaneità. Inoltre,</hi><hi rend="CharOverride-1"> nella misura in cui il lavoro diventa </hi><hi rend="italic CharOverride-1">linguaggio</hi><hi rend="CharOverride-1">, esso </hi><hi rend="CharOverride-1">viene contaminato dalla libera costruzione dei significati di relazione (Mari </hi><hi rend="CharOverride-1">2019). </hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Sia l’autonomia nel lavoro sostenuta da Trentin, sia</hi><hi rend="CharOverride-1"> la conoscenza nuova prodotta dal lavoro quale fattore di produttività</hi><hi rend="CharOverride-1"> di Rullani, spostano sensibilmente il lavoro sul piano delle attività</hi><hi rend="CharOverride-1"> scelte, riducendo la necessità e ponendo invece l’esigenza che</hi><hi rend="CharOverride-1"> il lavoro si adegui alla persona, e che la persona</hi><hi rend="CharOverride-1"> possa esercitare l’autonomia, conquistata nel lavoro, nella vita e</hi><hi rend="CharOverride-1"> nella società. Rimane ovviamente il problema di una democrazia in</hi><hi rend="CharOverride-1"> grado di costruire questi legami e di definirne i contenuti.</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Le trasformazioni intervenute nella pratica e nella cultura del lavoro </hi><hi rend="CharOverride-1">con la fine del fordismo e l’entrata dei processi </hi><hi rend="CharOverride-1">in una fase di transizione caratterizzata dalla individualizzazione, dalla frammentazione</hi><hi rend="CharOverride-1"> e dalla precarizzazione, costituiscono oggettivamente un passo indietro rispetto</hi><hi rend="CharOverride-1"> alle conquiste ottenute, in termini di diritti e di </hi><hi rend="CharOverride-1">sicurezza, nei ‘30 gloriosi’ e negli anni della </hi><hi rend="CharOverride-1">‘centralità della classe’. Una posizione particolarmente preoccupata di </hi><hi rend="CharOverride-1">questi aspetti involutivi (un vero ‘balzo all’indietro’) causati</hi><hi rend="CharOverride-1"> dalla globalizzazione e dalla finanziarizzazione dell’economia, è</hi><hi rend="CharOverride-1"> quella del sociologo Luciano Gallino (1927-2015) di cui parla Paolo</hi><hi rend="CharOverride-1"> Ceri, che sottolinea come «Gallino abbia saputo passare, come </hi><hi rend="CharOverride-1">pochissimi altri, dall’analisi di dimensioni (per certi aspetti) micro,</hi><hi rend="CharOverride-1"> come la qualità del lavoro, a quella di dimensioni </hi><hi rend="CharOverride-1">macro come la globalizzazione». Sulla base della sua esperienza alla </hi><hi rend="CharOverride-1">Olivetti, Gallino si impegna nella ricerca della «dimensione organizzativa» </hi><hi rend="CharOverride-1">che nella grande impresa determini il miglioramento possibile delle condizioni </hi><hi rend="CharOverride-1">di lavoro. In questa prospettiva elabora un serie di criteri </hi><hi rend="CharOverride-1">per misurare la «qualità del lavoro», centrati su «quattro dimensioni:</hi><hi rend="CharOverride-1"> ergonomica, della complessità, dell’autonomia e del controllo». Anche Gallino</hi><hi rend="CharOverride-1"> quindi è impegnato sul piano della qualità e della produttività</hi><hi rend="CharOverride-1"> del lavoro nelle condizioni sociali date. Condizioni che gli </hi><hi rend="CharOverride-1">appaiono rivoluzionate dall’economia predatoria neoliberale, a cui la socialdemocrazia</hi><hi rend="CharOverride-1"> non sa opporre politiche efficienti, e contro cui nel </hi><hi rend="CharOverride-1">2007 scrive </hi><hi rend="italic CharOverride-1">Il lavoro non è una merce. Contro la </hi><hi rend="italic CharOverride-1">flessibilità</hi><hi rend="CharOverride-1">. Il lavoro flessibile è infatti visto da Gallino all</hi><hi rend="CharOverride-1">’origine della «polarizzazione delle disuguaglianze di reddito, di autonomia, di</hi><hi rend="CharOverride-1"> qualità del lavoro». Una posizione fortemente critica delle trasformazioni </hi><hi rend="CharOverride-1">in corso che lo spinge ha cercare prevalentemente nell’organizzazione </hi><hi rend="CharOverride-1">dell’«impresa responsabile», anziché, come Trentin e Rullani, nella persona,</hi><hi rend="CharOverride-1"> il punto da cui cercare di ripartire.</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Con il contributo </hi><hi rend="CharOverride-1">di Leonello Tronti su Ezio Trantelli (1941-1985), e quelli di </hi><hi rend="CharOverride-1">Bruno Caruso su Massimo D’Antona (1948-1999) e di Michele </hi><hi rend="CharOverride-1">Tiraboschi su Marco Biagi (1950-2002) la nostra ricerca intreccia la </hi><hi rend="CharOverride-1">tragedia di tre vite stroncate dal terrorismo a causa dell’</hi><hi rend="CharOverride-1">impegno sui temi del lavoro. Il primo, economista, è </hi><hi rend="CharOverride-1">impegnato a ricercare vie di uscita dalla connessione tra inflazione </hi><hi rend="CharOverride-1">e stagnazione nell’Italia degli anni Ottanta. I due giuslavoristi</hi><hi rend="CharOverride-1"> affrontano la questione della flessibilità e della trasformazione del </hi><hi rend="CharOverride-1">mercato del lavoro. Secondo Tronti (in “Ezio Tarantelli: il </hi><hi rend="CharOverride-1">lavoro come partecipazione”)</hi><hi rend="italic CharOverride-1"> </hi><hi rend="CharOverride-1">lo scopo che si prefigge l</hi><hi rend="CharOverride-1">’economia del lavoro di Tarantelli – per certi versi condensato nella</hi><hi rend="CharOverride-1"> proposta di uno «scudo europeo dei disoccupati» –, «è </hi><hi rend="CharOverride-1">di trasformare il lavoro in un protagonista fondamentale dell’economia, </hi><hi rend="CharOverride-1">cosciente del proprio ruolo di promotore di sviluppo economico oltre </hi><hi rend="CharOverride-1">che sociale, attraverso un sindacato libero, unito e autonomo dai </hi><hi rend="CharOverride-1">partiti», oggettivamente come soggetto politico. Questo in sintonia con </hi><hi rend="CharOverride-1">ciò che nel 1936 scriveva J. M. Keynes, quando notava </hi><hi rend="CharOverride-1">che </hi></p><p rend="quotation_b ParaOverride-2" ><hi rend="CharOverride-1">se ogni volta che l’occupazione fosse inferiore al </hi><hi rend="CharOverride-1">pieno impiego il lavoro dovesse […] tramite un’azione concertata, </hi><hi rend="CharOverride-1">accettare di ridurre le proprie domande monetarie […] noi avremmo </hi><hi rend="CharOverride-1">che, in effetti, il controllo degli aggregati monetari verrebbe esercitato </hi><hi rend="CharOverride-1">non dal sistema bancario ma dai sindacati, allo scopo di </hi><hi rend="CharOverride-1">raggiungere il pieno impiego (Keynes). </hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Si tratta della proposta </hi><hi rend="CharOverride-1">‘neocorporativa’, che Tarantelli elabora sulla base dell’unità d</hi><hi rend="CharOverride-1">’azione raggiunta allora dai sindacati, e che nel 1984 Berlinguer</hi><hi rend="CharOverride-1"> decide di interrompere, esponendo il PCI alla sconfitta nel</hi><hi rend="CharOverride-1"> referendum abrogativo della legge sulla ‘scala mobile’ che si</hi><hi rend="CharOverride-1"> svolse nel giugno del 1985, quando sia Berlinguer che </hi><hi rend="CharOverride-1">Tarantelli erano già morti. Tarantelli affronta la tematica del lavoro </hi><hi rend="CharOverride-1">dal punto di vista dell’occupazione, ma il terreno di </hi><hi rend="CharOverride-1">discussione che propone, quello di una democrazia negoziale, non è </hi><hi rend="CharOverride-1">estraneo alla ricerca di un piano in cui approfondire un </hi><hi rend="CharOverride-1">nuovo ruolo attivo dei lavoratori e della loro rappresentanza sulle </hi><hi rend="CharOverride-1">grandi questioni, oltre la separazione tra politiche economiche e politiche</hi><hi rend="CharOverride-1"> sociali.</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Si confrontano più direttamente con le trasformazioni del </hi><hi rend="CharOverride-1">lavoro e le sue concezioni le ricerche e le </hi><hi rend="CharOverride-1">attività di D’Antona e di Biagi. Sul primo scrive </hi><hi rend="CharOverride-1">Bruno Caruso, “Massimo D’Antona e l’idea di</hi><hi rend="CharOverride-1"> soggetto nel diritto del lavoro”, in cui si sottolinea</hi><hi rend="CharOverride-1"> che per D’Antona, nella nuova fase in cui viene</hi><hi rend="CharOverride-1"> riproposta l’attività della persona nel lavoro, nel diritto del</hi><hi rend="CharOverride-1"> lavoro si intrecciano in modo nuovo libertà e tutela, perché</hi><hi rend="CharOverride-1"> ora «la grande questione sollevata è piuttosto quella dell’</hi><hi rend="italic CharOverride-1">autodeterminazione</hi><hi rend="italic CharOverride-1"> </hi><hi rend="CharOverride-1">dell’individuo nei diversi campi in cui lo stato sociale</hi><hi rend="CharOverride-1"> ha costruito le proprie istituzioni tutelari». Un’autodeterminazione che </hi><hi rend="CharOverride-1">per D’Antona</hi><hi rend="italic CharOverride-1"> </hi><hi rend="CharOverride-1">è </hi></p><p rend="quotation_b ParaOverride-3" ><hi rend="CharOverride-1">essenzialmente la libertà di scegliere la </hi><hi rend="italic CharOverride-1">propria differenza</hi><hi rend="CharOverride-1">, senza che altri, sia pure a fini </hi><hi rend="CharOverride-1">protettivi e benefici, sovrappongano una loro valutazione delle nostre convenienze </hi><hi rend="CharOverride-1">e senza essere impedita da una uniformità imposta per ragioni </hi><hi rend="CharOverride-1">estranee a noi (D’Antona). </hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Una «sfida dell’individualizzazione»,</hi><hi rend="CharOverride-1"> prosegue D’Antona, da cui consegue una «diversa concezione dell</hi><hi rend="CharOverride-1">’uguaglianza», intesa non solo come uguaglianza di «risorse e potere</hi><hi rend="CharOverride-1"> sociale», ma come «pari opportunità di scegliere e di </hi><hi rend="CharOverride-1">mantenere anche nel rapporto di lavoro, la propria differente identità, </hi><hi rend="CharOverride-1">il proprio personale progetto di vita». Un «secondo tipo» di</hi><hi rend="CharOverride-1"> uguaglianza, in altre parole, che, ovviamente, «non può esistere </hi><hi rend="CharOverride-1">se la prima non è garantita». Tesi in cui, nota </hi><hi rend="CharOverride-1">Caruso, si pone il problema dell’«altro lato della medaglia» </hi><hi rend="CharOverride-1">del trionfo dell’individualismo capitalistico degli anni Ottanta: «la riscoperta</hi><hi rend="CharOverride-1"> della persona, della sua libertà nella scelta del proprio “progetto</hi><hi rend="CharOverride-1"> di vita” anche nell’esperienza del lavoro». Comunque secondo Caruso,</hi><hi rend="CharOverride-1"> ai fini dell’«attivazione della persona anche nel luogo di</hi><hi rend="CharOverride-1"> lavoro», l’accento di D’Antona, cade sull’uguaglianza delle</hi><hi rend="CharOverride-1"> opportunità materiali, quindi sui «soggetti “oligopolisti dell’eteronomia” (Stato e</hi><hi rend="CharOverride-1"> sindacati maggiormente rappresentativi)», piuttosto che sull’«uguaglianza correlata all’</hi><hi rend="CharOverride-1">idea di giustizia» e sulle </hi><hi rend="italic CharOverride-1">capability individuali </hi><hi rend="CharOverride-1">alla Sen. Infine </hi><hi rend="CharOverride-1">quattro sono secondo Caruso le «traiettorie» dei mutamenti intervenuti successivamente </hi><hi rend="CharOverride-1">alla riflessione di D’Antona, con le quali questa va</hi><hi rend="CharOverride-1"> commisurata: «a) l’impresa come soggetto; b) il lavoratore antropologicamente</hi><hi rend="CharOverride-1"> mutato; c) le loro reciproche relazioni di ingaggio; d) il</hi><hi rend="CharOverride-1"> lavoro come esperienza esistenziale e il suo cambiamento». Un quadro,</hi><hi rend="CharOverride-1"> nella nostra ottica, in cui è presente l’esigenza di</hi><hi rend="CharOverride-1"> un approfondimento critico e non meramente contrapposto tra individuo</hi><hi rend="CharOverride-1"> e persona, e che pone la questione della costruzione </hi><hi rend="CharOverride-1">di un’azione collettiva a partire dalla persona.</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Michele Tiraboschi </hi><hi rend="CharOverride-1">si sofferma su Marco Biagi (“Marco Biagi e un </hi><hi rend="CharOverride-1">progetto per la regolazione del lavoro che cambia”) e </hi><hi rend="CharOverride-1">la sua proposta di riformare il mercato del lavoro sulla </hi><hi rend="CharOverride-1">base dei problemi posti dai nuovi lavori, per evitare la </hi><hi rend="CharOverride-1">«destrutturazione» e la «deregolazione strisciante» del mercato. Dalla </hi><hi rend="CharOverride-1">volontà di rispondere alla frammentazione e alla precarietà di questi </hi><hi rend="CharOverride-1">lavori, originati in Italia soprattutto dalle piccole imprese, dal decentramento</hi><hi rend="CharOverride-1"> produttivo, ed in certi casi dalle “cooperative spurie”, nasce la</hi><hi rend="CharOverride-1"> proposta di un sistema di tutele «applicabile a prescindere</hi><hi rend="CharOverride-1"> dallo specifico inquadramento contrattuale», cioè l’idea di un «diritto</hi><hi rend="CharOverride-1"> dei disoccupati» (Biagi) con cui, nota Tiraboschi, Biagi sottolinea </hi><hi rend="CharOverride-1">«il momento di passaggio del diritto del lavoro da una</hi><hi rend="CharOverride-1"> logica di tutela dei soli occupati a una progressiva e</hi><hi rend="CharOverride-1"> sempre più urgente attenzione verso i tanti esclusi o ai</hi><hi rend="CharOverride-1"> margini del lavoro ordinario», assicurando in questo modo alle </hi><hi rend="CharOverride-1">imprese anche gli «spazi di flessibilità che la competizione globale </hi><hi rend="CharOverride-1">ormai impone». Da questo punto di vista, sottolinea Tiraboschi, secondo</hi><hi rend="CharOverride-1"> Biagi anche l’attenzione dello Statuto dei lavoratori è </hi><hi rend="CharOverride-1">centrata «al solo perimetro della grande impresa e del lavoro</hi><hi rend="CharOverride-1"> standard». L’ipotesi, come si concretizza nel patto “Milano</hi><hi rend="CharOverride-1"> Lavoro” (2000), è quella di prevedere misure specifiche (ad es.</hi><hi rend="CharOverride-1"> causali soggettive di assunzione) per situazioni di particolare debolezza </hi><hi rend="CharOverride-1">sul mercato del lavoro (es. immigrati). Misure che per Biagi </hi><hi rend="CharOverride-1">non dovevano in alcun modo </hi></p><p rend="quotation_b" ><hi rend="CharOverride-1">rimuovere le tutele fondamentali che </hi><hi rend="CharOverride-1">[…] accompagnano le diverse tipologie di lavoro subordinato [ma] </hi><hi rend="CharOverride-1">sperimentare dosi di “flessibilità normata” che […] concorrano a determinare </hi><hi rend="CharOverride-1">un clima favorevole alla creazione di occupazione aggiuntiva e alla </hi><hi rend="CharOverride-1">canalizzazione di quella domanda e offerta di lavoro oggi dispersa </hi><hi rend="CharOverride-1">e frammentata (Biagi). </hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">La maniera in cui i diversi </hi><hi rend="CharOverride-1">governi hanno attuato questa cultura di tutele a geometria variabile,</hi><hi rend="CharOverride-1"> come sappiamo, ha indebolito le tutele fondamentali che Biagi </hi><hi rend="CharOverride-1">voleva salvaguardare, determinando una discussione sul rapporto tra flessibilità </hi><hi rend="CharOverride-1">e precarietà in cui spesso le due forme di impiego </hi><hi rend="CharOverride-1">sono state con troppa facilità sovrapposte. Occorre infine rilevare come </hi><hi rend="CharOverride-1">la declinazione sulla persona delle tutele concepita da Biagi corrisponda</hi><hi rend="CharOverride-1"> alla ripersonalizzazione del lavoro su cui insistono Trentin, </hi><hi rend="CharOverride-1">Rullani e D’Antona.</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">A sua volta il contributo di Riccardo</hi><hi rend="CharOverride-1"> del Punta, “Il diritto del lavoro e il lavoro </hi><hi rend="CharOverride-1">post-fordista”, uno degli ultimi testi che Riccardo ha composto </hi><hi rend="CharOverride-1">prima della improvvisa scomparsa, costituisce un bilancio di come il </hi><hi rend="CharOverride-1">diritto del lavoro si è posto nei confronti del</hi><hi rend="CharOverride-1"> post-fordismo. Un bilancio avanzato in due punti, per poi</hi><hi rend="CharOverride-1"> passare ad una indicazione di ricerca. Nel primo si </hi><hi rend="CharOverride-1">fissa l’«originaria identificazione tra diritto del lavoro e</hi><hi rend="CharOverride-1"> fordismo», di cui lo Statuto dei lavoratori rappresenterebbe l</hi><hi rend="CharOverride-1">’espressione compiuta. Nel secondo l’autore rileva che il post</hi><hi rend="CharOverride-1">-fordismo ha causato disorientamento nella disciplina, determinando posizioni che</hi><hi rend="CharOverride-1"> interpretano i cambiamenti (flessibilità, qualità, </hi><hi rend="italic CharOverride-1">empowerment</hi><hi rend="CharOverride-1"> dei lavoratori, conoscenza, coinvolgimento,</hi><hi rend="CharOverride-1"> autonomia, ma anche nuove alienazioni e precarietà), o come un</hi><hi rend="CharOverride-1"> adattamento alle nuove esigenze economiche (globalizzazione e rivoluzione tec</hi><hi rend="CharOverride-1">nologica), oppure, di fronte alla individualizzazione e maggiore autonomia</hi><hi rend="CharOverride-1"> del lavoro, come la messa in crisi della «missione protettiva»</hi><hi rend="CharOverride-1"> del diritto del lavoro, da cui l’esigenza di </hi><hi rend="CharOverride-1">un nuovo patto sociale che sostituisca lo scambio fordista tra</hi><hi rend="CharOverride-1"> ubbidienza e sicurezza. Un complesso di tesi svolte alla </hi><hi rend="CharOverride-1">luce della «sbrigativa identificazione dell’era post-fordista con l’</hi><hi rend="CharOverride-1">era della flessibilità», interpretazione «che è penetrata maggiormente tra</hi><hi rend="CharOverride-1"> i giuslavoristi», in accordo con le numerose iniziative legislative </hi><hi rend="CharOverride-1">che sono andate incontro all’esigenza delle imprese di una </hi><hi rend="CharOverride-1">deregolazione. In altre parole, «l’incrocio pericoloso è stato </hi><hi rend="CharOverride-1">[…] tra il post-fordismo e le tendente neo-liberali che, a </hi><hi rend="CharOverride-1">partire dal finire del secolo scorso, sono riuscite a imporre </hi><hi rend="CharOverride-1">un qualche cambio di marcia nella legislazione lavoristica». Per quanto</hi><hi rend="CharOverride-1"> riguarda le riforme introdotte dal Pacchetto Treu, dal Decreto </hi><hi rend="CharOverride-1">Biagi, dalla Riforma Fornero, e dal Jobs Act, a</hi><hi rend="CharOverride-1"> giudizio di Del Punta si tratta di norme che «hanno</hi><hi rend="CharOverride-1"> significativamente trasformato la fisionomia del diritto del lavoro, nella direzione</hi><hi rend="CharOverride-1"> di una maggiore liberalizzazione […] sebbene senza stravolgerla». Un «certa</hi><hi rend="CharOverride-1"> mitizzazione» dei ‘30 gloriosi’ e una «drammatizzazione» dei problemi</hi><hi rend="CharOverride-1"> del presente hanno impedito che «si sviluppasse in seno alla</hi><hi rend="CharOverride-1"> dottrina giuslavoristica una vera discussione sul quid di novità». A</hi><hi rend="CharOverride-1"> questo punto del ragionamento l’autore riconosce che «per avere</hi><hi rend="CharOverride-1"> una sferzata intellettuale che facesse vedere anche altri aspetti di</hi><hi rend="CharOverride-1"> questi processi, si è dovuta attendere la riflessione di Bruno</hi><hi rend="CharOverride-1"> Trentin», in cui la frammentazione del mercato del lavoro </hi><hi rend="CharOverride-1">non «è posta in contrapposizione nostalgica con un’“età dell’</hi><hi rend="CharOverride-1">oro”». Da questa prospettiva – sottolinea del Punta – </hi><hi rend="CharOverride-1">Trentin elabora «indicazioni programmatiche» fortemente «innovative», anche per la</hi><hi rend="CharOverride-1"> sinistra politica e sindacale, fondate sull’idea dei «diritti di</hi><hi rend="CharOverride-1"> nuova generazione» e sulla «grande triade di valori»: «conoscenza,</hi><hi rend="CharOverride-1"> libertà, persona» nel quadro di «una vera rivalutazione </hi><hi rend="CharOverride-1">del lavoro umano». Ovvero il post-fordismo, «gravido di rischi ma</hi><hi rend="CharOverride-1"> anche di grandi opportunità», richiede una «spinta verso la </hi><hi rend="CharOverride-1">flessibilità» in una «contropartita sistemica». Precisamente, una valorizzazione </hi><hi rend="CharOverride-1">del ruolo del lavoratore come soggetto» attivo sulla base di</hi><hi rend="CharOverride-1"> un nuovo «paradigma nello scambio tra lavoratore e impresa» che</hi><hi rend="CharOverride-1"> sostituisca quello fordista. Tematiche, si augura Del Punta che dovrebbe</hi><hi rend="CharOverride-1">ro maggiormente entrare nel dibattito del diritto del lavoro anche </hi><hi rend="CharOverride-1">al fine di favorire l’implementazione di «quelle politiche attive </hi><hi rend="CharOverride-1">delle quali il mercato del lavoro ha gran bisogno».</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Su queste</hi><hi rend="CharOverride-1"> politiche attive, e sul loro rinnovamento e sviluppo in</hi><hi rend="CharOverride-1"> occasione del PNR, si sofferma il contributo di Tiziano </hi><hi rend="CharOverride-1">Treu (“Lavoro flessibile nelle transizioni ecologica e digitale”). </hi><hi rend="CharOverride-1">Dal testo emerge un concetto di lavoro flessibile </hi><hi rend="italic CharOverride-1">interno</hi><hi rend="CharOverride-1"> </hi><hi rend="CharOverride-1">all’impresa come idea di lavoro cruciale nella transizione energetica</hi><hi rend="CharOverride-1"> e, nello stesso tempo, come idea di lavoro attivo e</hi><hi rend="CharOverride-1"> continuamente aggiornato la cui idea costituisce, mi sembra, un’alternativa</hi><hi rend="CharOverride-1"> strutturale all’opposizione tra posto fisso e posto flessibile-precario. </hi><hi rend="CharOverride-1">Ovvero una sintesi positiva di molti elementi emersi</hi><hi rend="CharOverride-1"> nelle trasformazioni attuali del lavoro. Anche perché l’innovazione a</hi><hi rend="CharOverride-1"> cui le imprese non possono sottrarsi, e la richiesta </hi><hi rend="CharOverride-1">di un lavoro sempre più qualificato e sostenibile, tenderanno a</hi><hi rend="CharOverride-1"> rendere la «transizione» qualcosa di strutturale per molto tempo, </hi><hi rend="CharOverride-1">almeno per gli aspetti decisivi dei processi in gioco. Treu </hi><hi rend="CharOverride-1">assume il punto di vista delle nuove indicazione europee </hi><hi rend="CharOverride-1">in fatto di </hi><hi rend="italic CharOverride-1">flexicurity</hi><hi rend="CharOverride-1"> che attribuiscono «crescente rilievo alle </hi><hi rend="CharOverride-1">misure di flessibilità interna rispetto a quelle di flessibilità esterna, </hi><hi rend="CharOverride-1">largamente utilizzate negli anni passati», e invitano quindi «a</hi><hi rend="CharOverride-1"> ridefinire le stesse misure tradizionali di sostegno al reddito, dei</hi><hi rend="CharOverride-1"> servizi all’impiego e degli strumenti di politiche attive». Si</hi><hi rend="CharOverride-1"> tratta, per Treu, di un «cambio di rotta» </hi><hi rend="CharOverride-1">e di una forte «discontinuità» che dovrebbero accompagnare, attraverso </hi><hi rend="CharOverride-1">politiche di partecipazione e consultazioni delle parti sociali (previste dal </hi><hi rend="CharOverride-1">Piani nazionali PNRR), i «massicci spostamenti» di persone e </hi><hi rend="CharOverride-1">risorse impliciti in tali transizioni. In questo quadro, </hi><hi rend="CharOverride-1">le indicazioni europee «rispondono alla convinzione che negli attuali contesti </hi><hi rend="CharOverride-1">produttivi ed organizzativi altamente variabili, la stabilità (e continuità) nel </hi><hi rend="CharOverride-1">lavoro va sostenuta anzitutto con politiche attive dentro l’azienda, </hi><hi rend="CharOverride-1">non solo rafforzando le tutele contro il licenziamento ingiustificato e </hi><hi rend="CharOverride-1">i sostegni in caso di disoccupazione». Insomma nuove politiche del </hi><hi rend="CharOverride-1">lavoro capaci di coniugare la qualificazione e l’aggiornamento della </hi><hi rend="CharOverride-1">impiegabilità con una maggiore sicurezza del lavoro, in armonia con</hi><hi rend="CharOverride-1"> l’esigenza di fidelizzazione delle capacità. Questo, in una </hi><hi rend="CharOverride-1">fase di forti trasformazioni gestibili soltanto attraverso politiche indirizzate alle </hi><hi rend="CharOverride-1">persone e alla loro partecipazione e formazione continua, oltreché capaci</hi><hi rend="CharOverride-1"> di contrastare la «volatilità» (e non solo precarietà) dei lavori</hi><hi rend="CharOverride-1">, e favorire la «ricomposizione» del lavoro sulla base «comune</hi><hi rend="CharOverride-1"> di diritti fondamentali». Tutti elementi che </hi><hi rend="CharOverride-1">fanno parte dei contenuti del nuovo «patto sociale» che Treu</hi><hi rend="CharOverride-1"> auspica per affrontare la svolta imposta dalla doppia transizione.</hi><hi rend="CharOverride-1"> Insomma una nuova coniugazione di flessibilità e sicurezza del lavoro</hi><hi rend="CharOverride-1"> sulla base di un’organizzazione ispirata alla valorizzazione della persona</hi><hi rend="CharOverride-1">. </hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Passiamo ora a un gruppo di interventi che si </hi><hi rend="CharOverride-1">soffermano sulle nuove forme del lavoro dell’impresa digitali nell’</hi><hi rend="CharOverride-1">era del post-fordismo. Federico Butera pubblica “Organizzazione 5.0 e una nuova idea di lavoro</hi><hi rend="CharOverride-1">” e “Dal lavoro agile alla</hi><hi rend="CharOverride-1"> </hi><hi rend="italic CharOverride-1">new way of working</hi><hi rend="CharOverride-1">,” due testi che analizzano le</hi><hi rend="CharOverride-1"> sfide delle nuove tecnologie all’organizzazione del lavoro, ed</hi><hi rend="CharOverride-1"> in cui l’autore avanza considerazioni teoriche essenziali per una</hi><hi rend="CharOverride-1"> nuova visione del lavoro. Nel primo testo si sostiene che</hi><hi rend="CharOverride-1"> le «gravi criticità» del mondo del lavoro (demotivazione, crescita lavori</hi><hi rend="CharOverride-1"> degradati, disoccupazione giovanile e femminile, </hi><hi rend="italic CharOverride-1">working poor</hi><hi rend="CharOverride-1">, polarizzazione, NEET, </hi><hi rend="italic CharOverride-1">mismath</hi><hi rend="CharOverride-1">, insufficiente formazione e «molto altro») rivelano un «sistema dei</hi><hi rend="CharOverride-1"> lavori» che «sembra andare in frantumi» per l’«inadeguatezza della</hi><hi rend="CharOverride-1"> configurazione dei ruoli lavorativi qualificati e la povertà dei contenuti</hi><hi rend="CharOverride-1"> dei lavori non qualificati». Ovvero che al sistema del </hi><hi rend="CharOverride-1">modello taylor-fordista, «che aveva assicurato per quasi un secolo </hi><hi rend="CharOverride-1">sviluppo economico, occupazione e cittadinanza lavorativa, sia pur con enormi </hi><hi rend="CharOverride-1">disfunzioni», non si è sostituita un’alternativa sistemica. Lo sviluppo </hi><hi rend="CharOverride-1">della nuova impresa 4.0 e 5.0 è l’occasione per </hi><hi rend="CharOverride-1">andare in questa direzione, attraverso «nuovi sistemi socio tecnici» che</hi><hi rend="CharOverride-1"> implementino il nuovo «paradigma dominante del lavoro», quello dei</hi><hi rend="CharOverride-1"> «mestieri e professioni dei servizi a banda larga», capace di</hi><hi rend="CharOverride-1"> favorire la «professionalizzazione di tutti» e la diffusione di un</hi><hi rend="CharOverride-1"> «lavoro di qualità, un </hi><hi rend="italic CharOverride-1">decent work </hi><hi rend="CharOverride-1">che crei valore nell</hi><hi rend="CharOverride-1">’economia e nella società e che rafforzi la dignità, la</hi><hi rend="CharOverride-1"> riconoscibilità sociale, il ruolo sociale, i diritti di ogni lavoratore»</hi><hi rend="CharOverride-1">. Tutto questo, mettendo in atto un «nuovo laburismo dei </hi><hi rend="CharOverride-1">lavori di qualità», un «percorso, come scriveva Trentin, di libertà </hi><hi rend="CharOverride-1">nel lavoro» e di ricomposizione tra qualità del lavoro e </hi><hi rend="CharOverride-1">qualità della vita. Lo </hi><hi rend="italic CharOverride-1">smart working </hi><hi rend="CharOverride-1">si inserisce in </hi><hi rend="CharOverride-1">questo ragionamento come il caso più discusso di un nuovo </hi><hi rend="CharOverride-1">modo di lavorare in cui secondo Butera, come scrive nel </hi><hi rend="CharOverride-1">secondo contributo, si coagulano molti aspetti del lavoro post-fordista.</hi><hi rend="CharOverride-1"> Aspetti che l’autore classifica secondo «quattro dimensioni», con</hi><hi rend="CharOverride-1"> cui analizzare questa forma di lavoro che pone la questione</hi><hi rend="CharOverride-1"> di un nuovo paradigma delle attività lavorative. Esse sono:</hi><hi rend="CharOverride-1"> 1) i «ruoli [lavorativi] responsabili di risultati modellati sulle specificità</hi><hi rend="CharOverride-1"> delle persone»; 2) una sperimentazione frutto di «percorsi di </hi><hi rend="CharOverride-1">gestione del cambiamento […] processuale, personalizzato e partecipato»; 3) una </hi><hi rend="CharOverride-1">sperimentazione spinta dalla «accresciuta incertezza chiamata VUCA (Volatilità, </hi><hi rend="CharOverride-1">Incertezza, Complessità e Ambiguità)» nell’«ambiente esterno del lavoro»; 4) </hi><hi rend="CharOverride-1">il «diverso rapporto con il lavoro» delle persone sempre meno </hi><hi rend="CharOverride-1">disposte a svolgere lavori insoddisfacenti e incapaci di permettere un </hi><hi rend="CharOverride-1">equilibrio con la vita del lavoratore (</hi><hi rend="italic CharOverride-1">great resignation</hi><hi rend="CharOverride-1">, </hi><hi rend="italic CharOverride-1">big </hi><hi rend="italic CharOverride-1">quit</hi><hi rend="CharOverride-1">, rifiuto condizioni ‘tossiche’ di lavoro poco interessante </hi><hi rend="CharOverride-1">e mal pagato in ambiante sgradevole ecc.). Per realizzare</hi><hi rend="CharOverride-1"> questa nuova idea di lavoro occorrono degli </hi><hi rend="italic CharOverride-1">architetti dei </hi><hi rend="italic CharOverride-1">nuovi lavori</hi><hi rend="CharOverride-1"> (imprenditori, manager, amministratori pubblici, membri delle istituzioni, docenti, </hi><hi rend="CharOverride-1">ricercatori sindacalisti e soprattutto i lavoratori stessi) che progettino </hi></p><p rend="quotation_b" ><hi rend="CharOverride-1">cinque </hi><hi rend="CharOverride-1">cose principali: realizzare nuove idee di lavoro; progettare ruoli, mestieri </hi><hi rend="CharOverride-1">e professioni integrate con nuove tecnologie e organizzazioni; istituzionalizzare e </hi><hi rend="CharOverride-1">certificare nuove professioni; assicurare la qualità della vita di lavoro;</hi><hi rend="CharOverride-1"> formare persone integrali.</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">A sua volta Alberto Cipriani (“Intelligenza </hi><hi rend="CharOverride-1">umana e capacità digitale nelle imprese”) affronta il tema </hi><hi rend="CharOverride-1">dell’impatto delle nuove tecnologie sul lavoro nelle imprese, tenendo</hi><hi rend="CharOverride-1"> conto di una serie di interviste a persone impiegate in</hi><hi rend="CharOverride-1"> diversi tipi e livelli di attività, chiedendosi se la </hi><hi rend="CharOverride-1">«digitalizzazione contribuirà a rendere il lavoro più intelligente». Cipriani si </hi><hi rend="CharOverride-1">sofferma soprattutto sul settore industriale che impiega la «potenza digitale» </hi><hi rend="CharOverride-1">e in cui le «macchine divengono partner o addirittura supervisori» </hi><hi rend="CharOverride-1">degli uomini, incrementando contemporaneamente velocità e opacità dei processi, facendo</hi><hi rend="CharOverride-1"> registrare «fenomeni contraddittori». In generale la digitalizzazione e le AI</hi><hi rend="CharOverride-1"> sono in grado, in una organizzazione improntata alla </hi><hi rend="italic CharOverride-1">lean production</hi><hi rend="CharOverride-1"> e alla partecipazione, di creare occasioni di lavoro</hi><hi rend="CharOverride-1"> improntato all’«uso del </hi><hi rend="italic CharOverride-1">problem solving</hi><hi rend="CharOverride-1">» che possono </hi><hi rend="CharOverride-1">aumentare la qualità del lavoro, favorire il lavoro di </hi><hi rend="italic CharOverride-1">team</hi><hi rend="CharOverride-1"> </hi><hi rend="CharOverride-1">e la formazione continua. Le tecnologie possono, infine, aumentare</hi><hi rend="CharOverride-1"> la potenza produttiva senza «sostituire il portato di inventiva degli</hi><hi rend="CharOverride-1"> umani». A certe condizioni, quindi, l’innovazione può essere produttivamente</hi><hi rend="CharOverride-1"> controllata dalla persona che lavora e a cui viene richiesto</hi><hi rend="CharOverride-1"> di sviluppare e aggiornare le proprie capacità professionali.</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Anche Riccardo</hi><hi rend="CharOverride-1"> Staglianò (“Piattaforme di lavoro (e di lotta)”)</hi><hi rend="italic CharOverride-1"> </hi><hi rend="CharOverride-1">com</hi><hi rend="CharOverride-1">misura il lavoro con l’innovazione tecnologica, quella delle </hi><hi rend="CharOverride-1">piattaforme – rider, autisti Uber, affittacamere di Airbnb, «spicciafaccende» di </hi><hi rend="CharOverride-1">Taskrabbit ecc. –, quando la «domanda e l’offerta» </hi><hi rend="CharOverride-1">della «prestazione si incontrano su una piattaforma digitale». Un</hi><hi rend="CharOverride-1"> modello di attività governato dall’algoritmo (contabilità economica del servizio,</hi><hi rend="CharOverride-1"> sua garanzia e valutazione) di cui è possibile prevedere</hi><hi rend="CharOverride-1"> una diffusione al di là delle attività a bassa professionalità</hi><hi rend="CharOverride-1"> ricordate, cioè oltre la </hi><hi rend="italic CharOverride-1">gig economy</hi><hi rend="CharOverride-1">. Staglianò sottolinea gli</hi><hi rend="CharOverride-1"> elementi di novità di questa forma di lavoro che assomma</hi><hi rend="CharOverride-1"> in maniera originale, nel campo dei servizi, elementi del </hi><hi rend="CharOverride-1">lavoro autonomo e di quello dipendente. Se analizziamo il caso</hi><hi rend="CharOverride-1"> di Uber rileviamo che la piattaforma ci mette la App,</hi><hi rend="CharOverride-1"> che ha creato, pubblicizzato e che sviluppa, mentre il lavoratore</hi><hi rend="CharOverride-1"> ci mette la prestazione e i mezzi di produzione (auto,</hi><hi rend="CharOverride-1"> benzina, manutenzione, assicurazione ecc.). Se Uber anticipa i costi per</hi><hi rend="CharOverride-1"> la piattaforma e l’intermediazione, il lavoratore ha tutti i</hi><hi rend="CharOverride-1"> «rischi imprenditoriali» di un lavoro incerto. Nel quali si viene</hi><hi rend="CharOverride-1"> impiegati e scartati in base a forme di controllo e</hi><hi rend="CharOverride-1"> valutazione automatiche (algoritmo), implementate dal giudizio del cliente che in</hi><hi rend="CharOverride-1"> questo modo lavora per il profitto della piattaforma. Da parte</hi><hi rend="CharOverride-1"> sua il lavoratore ci mette anche tutta la sua persona</hi><hi rend="CharOverride-1"> e non solo il suo tempo, perché il successo del</hi><hi rend="CharOverride-1"> servizio è possibile solo con un impegno responsabile ed </hi><hi rend="CharOverride-1">emotivamente accogliente. «Il punto debole sono i diritti», nota Staglianò, </hi><hi rend="CharOverride-1">e se la direttiva EU cerca di ottemperare a questa </hi><hi rend="CharOverride-1">deficienza richiedendo alle legislazioni nazionali di assimilare questo tipo di </hi><hi rend="CharOverride-1">lavoro a quello dipendente, Staglianò si domanda se non vi </hi><hi rend="CharOverride-1">sia un modo diverso di «difendere i diritti senza ingessarli </hi><hi rend="CharOverride-1">nelle uniche categorie che già conosciamo». Un tipo di lavoro,</hi><hi rend="CharOverride-1"> che impiega «oltre 4 milioni di persone nel Vecchio continente»,</hi><hi rend="CharOverride-1"> in cui la persona non viene negata (il </hi><hi rend="italic CharOverride-1">problem solving</hi><hi rend="italic CharOverride-1"> </hi><hi rend="CharOverride-1">è l’essenza di questi lavoretti che richiedono responsabilità) </hi><hi rend="CharOverride-1">senza essere promossa.</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Anna Maria Ponzellini, “In fuga dall’</hi><hi rend="CharOverride-1">ufficio? Il valore rimosso del luogo del lavoro”, </hi><hi rend="CharOverride-1">solleva la questione delle «perdite organizzative» – per le relazioni umane </hi><hi rend="CharOverride-1">e la costruzione di identità collettive –, connesse al lavoro</hi><hi rend="CharOverride-1"> da remoto. Ponzellini si sofferma sul «potere che ha </hi><hi rend="CharOverride-1">l’ufficio – inteso come spazio fisico (ma non solo) </hi><hi rend="CharOverride-1">– nel favorire le dinamiche di coordinamento e nel costruire </hi><hi rend="CharOverride-1">culture condivise, e quindi di funzionare come ispiratore e centro</hi><hi rend="CharOverride-1"> di gravità per chi lavora». Una volta accertato che gli</hi><hi rend="CharOverride-1"> «spazi hanno una influenza potente su di noi e che,</hi><hi rend="CharOverride-1"> una volta riempiti di senso e diventati “luoghi”, costituiscono importanti</hi><hi rend="CharOverride-1"> contenitori, ispiratori […] per la nostra vita e anche per</hi><hi rend="CharOverride-1"> il nostro lavoro», occorre chiedersi che cosa può significare </hi><hi rend="CharOverride-1">la «fine dell’ufficio», cioè di «quella entità immateriale, riconoscibile </hi><hi rend="CharOverride-1">e potente che è il luogo di lavoro e quello </hi><hi rend="CharOverride-1">spirito di comunità che spesso lo accompagna». Sarà possibile ricreare </hi><hi rend="CharOverride-1">tutto questo nella dimensione del virtuale? Che cosa si </hi><hi rend="CharOverride-1">perde e che cosa si acquista nel passaggio dal fisico</hi><hi rend="CharOverride-1"> al virtuale? In particolare, in termini di «fisicità e </hi><hi rend="CharOverride-1">empatia, «relazioni personali», «cooperazione, creazione di capitale sociale, identità e </hi><hi rend="CharOverride-1">cultura aziendale»? A sua volta la casa «reggerà» come </hi><hi rend="CharOverride-1">luogo ibrido del lavoro? O assisteremo ad una «colonizzazione</hi><hi rend="CharOverride-1"> della vita» da parte delle attività lavorative? E come «accompagnare</hi><hi rend="CharOverride-1"> la transizione in corso»? Ad esempio impegnandosi a creare</hi><hi rend="CharOverride-1"> nuove distinzioni tra vita e lavoro nel tempo più che</hi><hi rend="CharOverride-1"> nello spazio? Oppure ad accettare la sfida del nuovo «spa</hi><hi rend="CharOverride-1">esamento» per scoprire nuove verità sul lavoro? Tenendo sempre presente</hi><hi rend="CharOverride-1"> l’esigenza di organizzare il lavoro promuovendo tutti gli aspetti</hi><hi rend="CharOverride-1"> relativi allo sviluppo della persona. </hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Stefano Bartolini, “Sudate carte. </hi><hi rend="CharOverride-1">Uno sguardo sulla letteratura del lavoro”, propone l’analisi </hi><hi rend="CharOverride-1">di alcune opere letterarie centrate sul lavoro uscite negli ultimi </hi><hi rend="CharOverride-1">dieci anni. L’autore privilegia le narrazioni capaci di instaurare </hi><hi rend="CharOverride-1">un confronto tra il lavoro di oggi e quello di </hi><hi rend="CharOverride-1">ieri, in cui la dimensione collettiva nell’impresa e nei</hi><hi rend="CharOverride-1"> luoghi di vita caratterizzava il lavoro e le sue lotte</hi><hi rend="CharOverride-1">, di fronte all’«individualismo sfrenato» del nostro vivere sociale. </hi><hi rend="CharOverride-1">Si sofferma su opere, come quelle di Vitaliano Trevisan che </hi><hi rend="CharOverride-1">si aprono sulle problematiche contemporanee, per concludere chiedendosi quale </hi><hi rend="CharOverride-1">«idea di lavoro ci restituiscono» queste opere: </hi></p><p rend="quotation_b" ><hi rend="CharOverride-1">Cercarvi un’idea </hi><hi rend="CharOverride-1">di lavoro generale, in positivo, chiaramente enunciata, ci porterebbe poco </hi><hi rend="CharOverride-1">lontano […] la corda suona sempre la musica del racconto </hi><hi rend="CharOverride-1">della dignità negata, dei soprusi, della fatica, delle malattie, della </hi><hi rend="CharOverride-1">resistenza. Ma è proprio qui […] che appare di riflesso </hi><hi rend="CharOverride-1">l’idea di lavoro […] prima di tutto un lavoro </hi><hi rend="CharOverride-1">sano, che non uccide. Un lavoro in regola, giustamente retribuito, </hi><hi rend="CharOverride-1">rispettato […] E poi un lavoro che abbia dignità sociale </hi><hi rend="CharOverride-1">e che sia anche strumento per la dignità umana, con </hi><hi rend="CharOverride-1">il riconoscimento del “saper fare” e con la possibilità di </hi><hi rend="CharOverride-1">trovare soddisfazione nel fare, bene, il proprio lavoro. E poi </hi><hi rend="CharOverride-1">un lavoro che lasci il tempo per vivere […] Ma </hi><hi rend="CharOverride-1">anche un lavoro dove lo stesso tempo del lavoro necessita </hi><hi rend="CharOverride-1">di essere ripensato, immaginato di nuovo, alla ricerca di nuove </hi><hi rend="CharOverride-1">forme di regolazione […] Trovare la strada per sviluppare un’</hi><hi rend="CharOverride-1">idea di lavoro generale che proponga una nuova sintesi </hi><hi rend="CharOverride-1">applicabile tra gestione del tempo, diritti, potere e vita è </hi><hi rend="CharOverride-1">la sfida del XXI secolo.</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Seguono due contributi, di Andrea </hi><hi rend="CharOverride-1">Granelli (“Artigianato digitale”) e di Sonia Sbolzani (“</hi><hi rend="CharOverride-1">Artigianato e made in Italy”) sul lavoro artigianale. </hi><hi rend="CharOverride-1">Il primo pone la questione del «recupero della cultura artigiana </hi><hi rend="CharOverride-1">nella cultura della tecnica». Questo recupero accade con gli «artigiani</hi><hi rend="CharOverride-1"> del digitale», quei «progettisti» dell’impresa innovativa, che hanno come</hi><hi rend="CharOverride-1"> materia prima il digitale stesso, sempre più diffuso anche nella</hi><hi rend="CharOverride-1"> forma dell’</hi><hi rend="italic CharOverride-1">open source</hi><hi rend="CharOverride-1">, e che progettano gli «strumenti </hi><hi rend="CharOverride-1">digitali» per la produzione, adattandoli alle esigenze dell’impresa e </hi><hi rend="CharOverride-1">dei suoi consumatori. Un artigianato degli strumenti digitali che si</hi><hi rend="CharOverride-1"> accoppia magistralmente alla cultura artigiana delle imprese italiane, in </hi><hi rend="CharOverride-1">un ambiente che ha determinato «il fenomeno dei </hi><hi rend="italic CharOverride-1">maker </hi><hi rend="CharOverride-1">– </hi><hi rend="CharOverride-1">che ha lanciato la rivoluzione delle stampanti 3D – oppure </hi><hi rend="CharOverride-1">quello dei </hi><hi rend="italic CharOverride-1">fixer</hi><hi rend="CharOverride-1"> – il movimento internazionale di chi aggiusta </hi><hi rend="CharOverride-1">le apparecchiature elettroniche da sé». Granelli ricorda poi il </hi><hi rend="italic CharOverride-1">Manifesto </hi><hi rend="italic CharOverride-1">dei neo artigiani del XXI secolo</hi><hi rend="CharOverride-1">, promosso nel 2015 dai</hi><hi rend="CharOverride-1"> giovani di Confartigianato, con i suoi otto punti essenziali: il</hi><hi rend="CharOverride-1"> fine dell’artigianato è produrre cose ben fatte; il rapporto</hi><hi rend="CharOverride-1"> con il bello e l’arte è naturale e costitutivo;</hi><hi rend="CharOverride-1"> il rapporto fra l’artigiano e ciò che produce continua</hi><hi rend="CharOverride-1"> nel tempo; il lavoro ha valore in sé e il</hi><hi rend="CharOverride-1"> profitto è strumento e non fine; l’artigiano rispetta la</hi><hi rend="CharOverride-1"> tradizione ma è fortemente attratto dall’innovazione; lavorare insieme</hi><hi rend="CharOverride-1"> ha sempre fatto parte della cultura artigiana; la tecnologia è</hi><hi rend="CharOverride-1"> uno straordinario strumento di lavoro; il luogo di</hi><hi rend="CharOverride-1"> lavoro è molto più di un luogo di lavoro. Da</hi><hi rend="CharOverride-1"> sottolineare l’idea del valore in sé dell’attività lavorativa</hi><hi rend="CharOverride-1"> e il giudizio positivo della «promiscuità fra luoghi di lavoro</hi><hi rend="CharOverride-1"> e spazi privati e domestici» resa «possibile dallo smart work».</hi><hi rend="CharOverride-1"> La forza del lavoro artigiano è sempre stata il rapporto</hi><hi rend="CharOverride-1"> positivo con la propria attività, cosa che lo sviluppo tecnologico</hi><hi rend="CharOverride-1"> non impedisce e anzi sviluppa, favorendo la ricerca di un</hi><hi rend="CharOverride-1"> senso sociale del lavoro a partire da una attività centrata</hi><hi rend="CharOverride-1"> sulla soddisfazione del proprio mestiere. Un tipo di sapere, quello</hi><hi rend="CharOverride-1"> del </hi><hi rend="italic CharOverride-1">maker</hi><hi rend="CharOverride-1">, che appare idoneo anche per sostenere l’</hi><hi rend="CharOverride-1">impatto della AI con i lavori di più elevata professionalità.</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">A</hi><hi rend="CharOverride-1"> sua volta Sonia Sbolzani, dopo aver sottolineato la cultura artigianale</hi><hi rend="CharOverride-1"> di tante filiere del prodotto italiano ed il motto del</hi><hi rend="CharOverride-1"> </hi><hi rend="italic CharOverride-1">Made in Italy</hi><hi rend="CharOverride-1"> «Bello, Buono e Ben fatto» – un settore</hi><hi rend="CharOverride-1"> dell’industria culturale e creativa che in Italia vale 144</hi><hi rend="CharOverride-1"> miliardi di euro – rileva l’«artigianalizzazione» dell’«opera del lavoratore</hi><hi rend="CharOverride-1"> industriale» investito dall’innovazione digitale: la «</hi><hi rend="italic CharOverride-1">smart lean production </hi><hi rend="CharOverride-1">comporta l’esercizio di abilità artigianali». In generale, nell’artigiano </hi><hi rend="CharOverride-1">è «solida l’idea del fare qualcosa di significativo e </hi><hi rend="CharOverride-1">rilevante perché frutto del proprio lavoro manuale-intellettuale» che «esprime una </hi><hi rend="CharOverride-1">autonoma capacità creativa, lontana sia dalle forme organizzate tipiche del </hi><hi rend="CharOverride-1">lavoro dipendente, sia da quelle corporative dei suoi antenati». Una </hi><hi rend="CharOverride-1">cultura che si sta trasferendo nell’innovazione, come «artigianalità </hi><hi rend="CharOverride-1">digitale» capace di «progettualità virtuale» e che consolida il «segreto» </hi><hi rend="CharOverride-1">del </hi><hi rend="italic CharOverride-1">Made in Italy</hi><hi rend="CharOverride-1"> composto da «due fattori»: «la filiera </hi><hi rend="CharOverride-1">che garantisce la tracciabilità dell’intero ciclo produttivo e l’</hi><hi rend="CharOverride-1">artigianalità»: il «fatto a mano» che è «ben dosato mix </hi><hi rend="CharOverride-1">di tradizione, conoscenza, saper fare, qualità, raffinatezza estetica e </hi><hi rend="CharOverride-1">formale, innovazione, creatività, ricerca e cura del dettaglio». </hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Giuseppe D</hi><hi rend="CharOverride-1">ella Rocca e Pierluigi Mastrogiuseppe introducono il problema del lavoro </hi><hi rend="CharOverride-1">nelle strutture pubbliche: “Lavoro pubblico come lavoro diverso”. I</hi><hi rend="CharOverride-1"> dipendenti pubblici italiani sono circa 3,3 milioni (Aran 2022), divisi</hi><hi rend="CharOverride-1"> nelle due grandi tipologie di amministrativi e professionali, e ciò</hi><hi rend="CharOverride-1"> che caratterizza il loro lavoro, in quanto «servizio alla </hi><hi rend="CharOverride-1">collettività» non semplicemente riconducibile «allo scambio prestazione lavoro», è un </hi><hi rend="CharOverride-1">insieme di «schemi motivazionali ed incentivi comportamentali» in base ai </hi><hi rend="CharOverride-1">quali il lavoratore pubblico risponde, «attraverso la legge e il</hi><hi rend="CharOverride-1"> diritto amministrativo», alle persone come cittadini nei cui confronti</hi><hi rend="CharOverride-1"> agisce come «principale garante dei rapporti istituzionali e di cittadinanza».</hi><hi rend="CharOverride-1"> Il dipendente pubblico non sottostà quindi al mercato, ma alla</hi><hi rend="CharOverride-1"> legge, ai regolamenti e all’organizzazione gerarchica in cui il</hi><hi rend="CharOverride-1"> lavoro si svolge secondo una propria «etica del lavoro». </hi><hi rend="CharOverride-1">In quanto «portatore di interessi generali e in quanto soggetto </hi><hi rend="CharOverride-1">a cui garantire protezione da interferenze di interessi di parte»,</hi><hi rend="CharOverride-1"> al lavoratore pubblico sono attribuiti «alcuni privilegi, quali la sicurezza</hi><hi rend="CharOverride-1"> del posto di lavoro e orari e pensioni favorevoli» che</hi><hi rend="CharOverride-1"> l’introduzione della contrattazione collettiva non ha cancellato, anche </hi><hi rend="CharOverride-1">se il dipendente è ora sottomesso (ma non per tutti</hi><hi rend="CharOverride-1"> i dipendenti pubblici) al criterio dello «scambio diretto tra prestazione</hi><hi rend="CharOverride-1"> e salario». Questi mutamenti hanno indubbiamente staccato in certa misura</hi><hi rend="CharOverride-1"> il lavoro pubblico dal quadro della «burocrazia», senza tuttavia </hi><hi rend="CharOverride-1">fargli venire meno il carattere di «un lavoro diverso», come</hi><hi rend="CharOverride-1"> attività fondata sulla «responsabilità del servizio» e non solo su</hi><hi rend="CharOverride-1"> «incentivi economici individuali». </hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Federico Chicchi pubblica un testo su </hi><hi rend="CharOverride-1">“Il lavoro del reddito di base”.</hi><hi rend="italic CharOverride-1"> </hi><hi rend="CharOverride-1">L’autore avanza</hi><hi rend="CharOverride-1"> una proposta di nuova articolazione tra lavoro, salario e reddito</hi><hi rend="CharOverride-1"> di base incondizionato e universale in grado di definire «una</hi><hi rend="CharOverride-1"> nuova cittadinanza europea» oltre la «contrapposizione tra salario </hi><hi rend="CharOverride-1">e reddito». Un reddito di base, la cui introduzione sa</hi><hi rend="CharOverride-1">rebbe lo </hi><hi rend="italic CharOverride-1">shock</hi><hi rend="CharOverride-1"> necessario per «realizzare un vero e </hi><hi rend="CharOverride-1">proprio salto di paradigma» nelle concezioni del modello di </hi><hi rend="CharOverride-1">sviluppo e del lavoro. Occorre tenere presente, da un lato, </hi><hi rend="CharOverride-1">che il «lavoro nelle condizioni di umiliazione in cui </hi><hi rend="CharOverride-1">si trova oggi è certamente un mezzo insufficiente a garantire </hi><hi rend="CharOverride-1">i bisogni fondamentali» attraverso i «processi di </hi><hi rend="italic CharOverride-1">sgocciolamento </hi><hi rend="CharOverride-1">verso il </hi><hi rend="CharOverride-1">basso della ricchezza prodotta»; e, dall’altro, che è</hi><hi rend="CharOverride-1"> possibile applicare progressivamente forme di universalismo in grado di rispondere</hi><hi rend="CharOverride-1"> ai bisogni fondamentali attraverso una «riforma della solidarietà sociale». In</hi><hi rend="CharOverride-1"> questo senso il reddito di base soddisfarebbe una «doppia necessità</hi><hi rend="CharOverride-1">: favorire una nuova postura del lavoro, post-salariale e post-manageriale </hi><hi rend="CharOverride-1">e al contempo riorganizzare i sistemi della solidarietà sociale in</hi><hi rend="CharOverride-1"> senso universalistico e non categoriale». In questo progetto il mercato</hi><hi rend="CharOverride-1"> del lavoro avrebbe meno peso nel determinare le scelte dei</hi><hi rend="CharOverride-1"> lavoratori, i quali, grazie al reddito, sarebbero meno determinati </hi><hi rend="CharOverride-1">dalla necessità e avrebbero maggiori possibilità di scelta del lavoro</hi><hi rend="CharOverride-1"> in base ai loro progetti di vita. Una libertà d</hi><hi rend="CharOverride-1">el lavoro conquistata nel mercato, quindi, che potrebbe assommarsi a</hi><hi rend="CharOverride-1"> quella conquistata nell’organizzazione del lavoro, ed entrambe favorire </hi><hi rend="CharOverride-1">l’affermazione di un’idea di lavoro fondata sull’autonomia, </hi><hi rend="CharOverride-1">la creatività e la responsabilità, in grado di motivare l’</hi><hi rend="CharOverride-1">attività stessa del lavoro. In questo senso il reddito, al</hi><hi rend="CharOverride-1"> di là delle problematiche finanziarie posta dalla sua universalità, potrebbe</hi><hi rend="CharOverride-1"> risultare un volano e un incentivo per una maggiore qualità</hi><hi rend="CharOverride-1"> del lavoro, perché la realizzazione di una qualità complessiva </hi><hi rend="CharOverride-1">del lavoro appare indispensabile per il successo complessivo della proposta </hi><hi rend="CharOverride-1">(cfr. Mari 2019a). </hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Stefano Zamagni in “Lavoro giusto</hi><hi rend="CharOverride-1"> e lavoro decente: la fida del terzo settore”, propone</hi><hi rend="CharOverride-1"> una concezione del lavoro da cui trae legittimità l’«econ</hi><hi rend="CharOverride-1">omia sociale», quale settore in cui il lavoro </hi><hi rend="CharOverride-1">produce ciò di cui la società ha bisogno ma che </hi><hi rend="CharOverride-1">il mercato impedisce di produrre. Una produzione di beni comuni,</hi><hi rend="CharOverride-1"> relazionali e meritori» che non è fine a s</hi><hi rend="CharOverride-1">é stessa perché innesta processi di trasformazione dell’organizzazione sociale. </hi><hi rend="CharOverride-1">Zamagni, dopo aver sottolineato che quello del «lavoro è un </hi><hi rend="CharOverride-1">bisogno fondamentale», una «affermazione, questa – egli nota – assai </hi><hi rend="CharOverride-1">più forte che dire che esso è un diritto»-; e</hi><hi rend="CharOverride-1"> dopo aver sottolineato che nel lavoro confluiscono due «forme di</hi><hi rend="CharOverride-1"> attività umana», quella «transitiva» e quella «immanente» – la </hi><hi rend="CharOverride-1">«prima connota un agire che produce qualcosa al di fuori </hi><hi rend="CharOverride-1">di chi agisce» e la seconda fa «riferimento ad</hi><hi rend="CharOverride-1"> un agire che ha il suo termine ultimo nel soggetto</hi><hi rend="CharOverride-1"> stesso che agisce» –, rileva che la «persona ha </hi><hi rend="CharOverride-1">la priorità nei confronti del suo agire e quindi del </hi><hi rend="CharOverride-1">suo lavoro» in quanto «non esiste un’attività talmente transitiva </hi><hi rend="CharOverride-1">da non essere anche sempre immanente». Ovvero che il </hi><hi rend="CharOverride-1">«lavoro interviene sia sulla persona sia sulla società», e che</hi><hi rend="CharOverride-1"> la «loro unità definisce la “cifra morale” del</hi><hi rend="CharOverride-1"> lavoro». Da cui l’interrogativo, nella crisi del fordismo </hi><hi rend="CharOverride-1">e nelle attuali condizioni di rivoluzione tecnologica in cui ci </hi><hi rend="CharOverride-1">troviamo, di «come realizzare le condizioni per muovere passi </hi><hi rend="CharOverride-1">verso la libertà </hi><hi rend="italic CharOverride-1">del </hi><hi rend="CharOverride-1">lavoro, intesa come possibilità concreta di </hi><hi rend="CharOverride-1">consentire alla persona di conservare in armonia le </hi><hi rend="CharOverride-1">due dimensioni di cui sopra si è detto». Perché </hi><hi rend="CharOverride-1">le </hi></p><p rend="quotation_b" ><hi rend="CharOverride-1">democrazie liberali, mentre sono riuscite, più o meno </hi><hi rend="CharOverride-1">bene, a realizzare le condizioni per la libertà </hi><hi rend="italic CharOverride-1">nel </hi><hi rend="CharOverride-1">lavoro </hi><hi rend="CharOverride-1">– e ciò grazie anche alle lotte del movimento operaio </hi><hi rend="CharOverride-1">e al ruolo del sindacato – paiono impotenti quando devono </hi><hi rend="CharOverride-1">muovere passi verso la libertà </hi><hi rend="italic CharOverride-1">del </hi><hi rend="CharOverride-1">lavoro. </hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Infatti questo tipo </hi><hi rend="CharOverride-1">di libertà impatta direttamente con «una organizzazione sociale» incapace </hi><hi rend="CharOverride-1">di favorire la dimensione sociale del lavoro. Una dimensione </hi><hi rend="CharOverride-1">che invece viene realizzata nel «terzo settore», nel quale i</hi><hi rend="CharOverride-1"> beni prodotti «possono essere fruiti in modo ottimale soltanto assieme</hi><hi rend="CharOverride-1"> da coloro i quali ne sono, ad un tempo, produttori</hi><hi rend="CharOverride-1"> e consumatori», e realizzati in una organizzazione in cui </hi><hi rend="CharOverride-1">le attività svolte tendono ad essere svolte «rispettando il</hi><hi rend="CharOverride-1"> principio democratico». La libertà </hi><hi rend="italic CharOverride-1">del</hi><hi rend="CharOverride-1"> lavoro di Zamagni pone, in</hi><hi rend="CharOverride-1"> altre parole, la questione di un senso del lavoro che</hi><hi rend="CharOverride-1"> non sia solo soddisfazione nei confronti dell’attività svolta dal</hi><hi rend="CharOverride-1"> lavoratore (autorealizzazione), ma anche realizzazione del valore sociale (non </hi><hi rend="CharOverride-1">meramente di mercato) del risultato dell’attività. E quindi, se</hi><hi rend="CharOverride-1"> la libertà </hi><hi rend="italic CharOverride-1">del </hi><hi rend="CharOverride-1">lavoro non è indipendente dalla libertà </hi><hi rend="italic CharOverride-1">nel</hi><hi rend="italic CharOverride-1"> </hi><hi rend="CharOverride-1">lavoro – ovvero se l’obiettivo è realizzare un lavoro </hi><hi rend="CharOverride-1">soddisfacente e con un risultato percepibile dal lavoratore come socialmente </hi><hi rend="CharOverride-1">valido –, allora si tratta di un lavoro che pone</hi><hi rend="CharOverride-1"> oggettivamente il problema di una diversa organizzazione dei rapporti sociali,</hi><hi rend="CharOverride-1"> come è anticipato e sperimentato nel Terzo settore.</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">“Il lavoro</hi><hi rend="CharOverride-1"> delle donne. Casa </hi><hi rend="italic CharOverride-1">versus</hi><hi rend="CharOverride-1"> lavoro” di Sandra Burchi intende </hi><hi rend="CharOverride-1">affrontare il tema del lavoro della donna al di là</hi><hi rend="CharOverride-1"> della narrazione che dalla «separazione/incompatibilità tra casa e lavoro» deduce</hi><hi rend="CharOverride-1"> l’impossibilità della partecipazione piena della donna al lavoro, </hi><hi rend="CharOverride-1">e quindi la sua marginalizzazione. Una sorta di cittadinanza mancata</hi><hi rend="CharOverride-1"> dopo l’«istituzionalizzazione del lavoro», ovvero un «gap di genere»</hi><hi rend="CharOverride-1"> alla base della difficoltà della donna a rispondere alle «norme</hi><hi rend="CharOverride-1"> sociali che attribuiscono centralità al lavoro». Burchi nota come la</hi><hi rend="CharOverride-1"> crisi del modello fordista, e delle sue sicurezze e tutele</hi><hi rend="CharOverride-1"> sociali incrinate dal neoliberismo, coincida in Italia con una</hi><hi rend="CharOverride-1"> accelerata «femminilizzazione del lavoro» (con un incremento dell’</hi><hi rend="CharOverride-1">occupazione femminile tra il 1972 e il 1992 di sette </hi><hi rend="CharOverride-1">punti e negli anni Novanta di 9,1%), sollevando il problema</hi><hi rend="CharOverride-1"> della connessione «tra la richiesta di flessibilità portata dalle donne</hi><hi rend="CharOverride-1"> al mercato del lavoro e quella che si presentava come</hi><hi rend="CharOverride-1"> una fase nuova del sistema produttivo». Una fase </hi><hi rend="CharOverride-1">in cui avviene una «proliferazione di spazio di produzione non</hi><hi rend="CharOverride-1"> standard in cui anche la casa è coinvolta». Come scrive</hi><hi rend="CharOverride-1"> Emanuele Coccia, che Burchi cita, «la modernità è nata</hi><hi rend="CharOverride-1"> strappando il lavoro dalla casa. Oggi la casa se lo</hi><hi rend="CharOverride-1"> sta riprendendo». Laddove emerge che la riproposizione della persona </hi><hi rend="CharOverride-1">nel lavoro per la donna coincide col diritto ad un’</hi><hi rend="CharOverride-1">organizzazione specifica delle attività e non semplicemente con la partecipazione </hi><hi rend="CharOverride-1">a modelli universalistici.</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">L’idea di un «lavoro garantito», dibattuto nella</hi><hi rend="CharOverride-1"> «nobile tradizione teorica» cui appartengono J. M. Keynes, J. M.</hi><hi rend="CharOverride-1"> Meade, H. P. Minsky e T. B. Atkinson, viene ripresa</hi><hi rend="CharOverride-1"> da Laura Pennacchi in “Lavoro e welfare oltre la </hi><hi rend="CharOverride-1">distinzione tra ‘politiche economiche’ e ‘politiche sociali’”.</hi><hi rend="italic CharOverride-1"> </hi><hi rend="CharOverride-1">Si</hi><hi rend="CharOverride-1"> tratta di un obiettivo</hi><hi rend="italic CharOverride-1"> </hi><hi rend="CharOverride-1">che richiede uno Stato </hi><hi rend="italic CharOverride-1">employer </hi><hi rend="italic CharOverride-1">of last resort</hi><hi rend="CharOverride-1"> capace di unire misure politiche e sociali </hi><hi rend="CharOverride-1">sulla base di una «idea di lavoro da creare» che </hi><hi rend="CharOverride-1">sia, per un verso, «piena e buona occupazione», e, per </hi><hi rend="CharOverride-1">l’altro, espressione di una visione «molto ampia», in grado</hi><hi rend="CharOverride-1"> di comprendere attività considerate non lavoro e non retribuite, come</hi><hi rend="CharOverride-1"> quelle di «cura» e l’«enorme quantità di lavoro non</hi><hi rend="CharOverride-1"> pagato compiuto in ambito domestico dalle donne». Questo al fine</hi><hi rend="CharOverride-1"> di contrastare le trasformazioni messe in atto dal neoliberismo, le</hi><hi rend="CharOverride-1"> quali </hi></p><p rend="quotation_b" ><hi rend="CharOverride-1">comprendono, oltre alla dequalificazione e alla segmentazione, la riduzione</hi><hi rend="CharOverride-1"> del ricorso all’azione collettiva, la delegittimazione dei corpi intermedi,</hi><hi rend="CharOverride-1"> il diffondersi di una sorta di “pornografia emotiva” nell’estensione</hi><hi rend="CharOverride-1"> della logica prestazionale, l’affermarsi dell’autocontrollo e dell’autoproliferazione</hi><hi rend="CharOverride-1"> inconsapevole e pertanto della partecipazione gratuita all’accumulazione di profitti</hi><hi rend="CharOverride-1"> e di potere altrui.</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Tutte «tematiche attinenti alle </hi><hi rend="italic CharOverride-1">strutture e </hi><hi rend="italic CharOverride-1">ai </hi><hi rend="CharOverride-1">processi articolati e profondi che costituiscono le attività produttive </hi><hi rend="CharOverride-1">[…] non scalfibili con politiche solo redistributive» e che invece </hi><hi rend="CharOverride-1">richiedono «un disegno nuovo e più complessivo di sviluppo». Uno </hi><hi rend="CharOverride-1">sviluppo, come sottolinea l’autrice, che non implica semplicemente più </hi><hi rend="CharOverride-1">occupazione, ma un’occupazione composta di lavoro di qualità.</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Sandro Antoniazzi</hi><hi rend="CharOverride-1"> in </hi><hi rend="italic CharOverride-1">Ridare centralità al lavoro</hi><hi rend="CharOverride-1">, sottolinea la contraddizione tra </hi><hi rend="CharOverride-1">l’esigenza di politiche del lavoro imposte dalle «grandi trasformazioni </hi><hi rend="CharOverride-1">che ci attraversano» ed il fatto che il lavoro, dopo </hi><hi rend="CharOverride-1">la fine dell’operaio massa, è «oggi praticamente confinato a </hi><hi rend="CharOverride-1">questione privata». Occorre un «pensiero collettivo» dei problemi posti dalla </hi><hi rend="CharOverride-1">«frammentazione» del lavoro, oltre le ideologie del passato, in grado </hi><hi rend="CharOverride-1">di porre la questione del rapporto tra democrazia e lavoro. </hi><hi rend="CharOverride-1">I temi e le questioni di questo pensiero sono: 1) </hi><hi rend="CharOverride-1">la «dignità del lavoro» («salario vitale», «ambiente, professionalità, possibilità di </hi><hi rend="CharOverride-1">crescita»), e il «rispetto delle persone». 2) La «formazione </hi><hi rend="CharOverride-1">e la cultura». 3) Il «rapporto lavoro-vita», una problematica</hi><hi rend="CharOverride-1"> «che sta esplodendo» (</hi><hi rend="italic CharOverride-1">Great Resignation</hi><hi rend="CharOverride-1">), perché lavoro e </hi><hi rend="CharOverride-1">vita «non si identificano più. E la vita viene ritenuta </hi><hi rend="CharOverride-1">giustamente come una realtà più importante del lavoro, da non </hi><hi rend="CharOverride-1">sprecare in un lavoro che dice poco o niente alla </hi><hi rend="CharOverride-1">persona». Si tratta di «una vera svolta storica»: una </hi><hi rend="CharOverride-1">«critica al lavoro di tipo nuovo, esistenziale, radicale: non è </hi><hi rend="CharOverride-1">la persona che deve adattarsi al lavoro, è il lavoro </hi><hi rend="CharOverride-1">che dovrebbe adattarsi alla persona». Insomma una sorta di flessibilità </hi><hi rend="CharOverride-1">secondo le ragioni della vita e non secondo quelle econo</hi><hi rend="CharOverride-1">miche, che pone anche, mi sembra, il problema di </hi><hi rend="CharOverride-1">una distinzione forte tra precarietà e flessibilità. 4) Il tema</hi><hi rend="CharOverride-1"> della «partecipazione» e del suo «riconoscimento pubblico», in </hi><hi rend="CharOverride-1">considerazione del fatto che «i rapporti in azienda sono rimasti </hi><hi rend="CharOverride-1">sostanzialmente fermi» e che invece occorre compiere un «altro salto </hi><hi rend="CharOverride-1">di qualità» dopo lo </hi><hi rend="italic CharOverride-1">Statuto dei lavoratori</hi><hi rend="CharOverride-1">. 5) il «settore</hi><hi rend="CharOverride-1"> sociale»: lavoro domestico, lavoro riproduttivo, assistenza familiare, RSA, Terzo settore,</hi><hi rend="CharOverride-1"> servizi alla persona, un campo di attività in cui «prevale</hi><hi rend="CharOverride-1"> il lavoro femminile», un’area che «non è lavoro </hi><hi rend="CharOverride-1">produttivo», ma «lavoro sociale, un lavoro di cura». Si tratta </hi><hi rend="CharOverride-1">di questioni che non pongono semplicemente problemi del lavoro, ma </hi><hi rend="CharOverride-1">«temi politici tout court, perché sono rivolti a cambiare la </hi><hi rend="CharOverride-1">società. Sono parte di una visione della società che vorremmo». </hi><hi rend="CharOverride-1">Insomma, a partire dalle ragioni della persona che lavora e </hi><hi rend="CharOverride-1">della sua vita presente si arriva immediatamente a quel valore </hi><hi rend="CharOverride-1">politico negato dalla riduzione ideologica del lavoro a mero fatto </hi><hi rend="CharOverride-1">privato. </hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Secondo Mauro Lombardi e Marika Macchi, in “Lavoro </hi><hi rend="CharOverride-1">e dinamica tecnologica: </hi><hi rend="italic CharOverride-1">great reshuffe, great upgrade, worklife balance</hi><hi rend="CharOverride-1">”, il</hi><hi rend="CharOverride-1"> «biennio 2012-2022 tende a configurarsi sempre di più come una</hi><hi rend="CharOverride-1"> sorta di spartiacque economico-culturale», in particolare dal punto di vista</hi><hi rend="CharOverride-1"> del lavoro. In questa prospettiva significativo è il fenomeno delle</hi><hi rend="CharOverride-1"> «grandi dimissioni» che le numerose ricerche indicano come un trend</hi><hi rend="CharOverride-1"> ormai «duraturo nel modo di concepire il lavoro e l</hi><hi rend="CharOverride-1">’equilibrio tra tempo di lavoro e tempo di vita».</hi><hi rend="CharOverride-1"> Secondo gli autori, la principale ragione che spinge, </hi><hi rend="CharOverride-1">anche in Italia, alle dimissioni o al </hi><hi rend="italic CharOverride-1">quiet quitting </hi><hi rend="CharOverride-1">(rifiuto </hi><hi rend="CharOverride-1">di qualsiasi compito oltre quelli codificati nel contratto e dello </hi><hi rend="CharOverride-1">stress in generale), oltre il miglioramento salariale, è la ricerca</hi><hi rend="CharOverride-1"> di un più ricco senso del proprio lavoro attraverso «sicurezza,</hi><hi rend="CharOverride-1"> flessibilità e rispetto». Cioè il rifiuto dell’</hi><hi rend="italic CharOverride-1">hustle culture</hi><hi rend="CharOverride-1"> (cultura</hi><hi rend="CharOverride-1"> dell’attività febbrile), di un’etica lavorativa «in cui il</hi><hi rend="CharOverride-1"> lavoro deve essere la tua vita». Si tratta, evidentemente,</hi><hi rend="CharOverride-1"> di un «malessere» che pone l’esigenza di un «cambiamento</hi><hi rend="CharOverride-1"> sistemico» sul piano del «fattore tempo» e delle «modalità organizzative»</hi><hi rend="CharOverride-1"> del lavoro, in particolare focalizzando la qualità della «leadership</hi><hi rend="CharOverride-1"> organizzativa». Mutamenti che dovrebbero essere finalizzati a compensare i due</hi><hi rend="CharOverride-1"> «elementi primari della nuova morfologia del lavoro: l’«assegnazione </hi><hi rend="CharOverride-1">di task e performance secondo parametri stringenti» e l’«utilizzo </hi><hi rend="CharOverride-1">di un controllo sistematico e pervasivo dei comportamenti individuali». Questo </hi><hi rend="CharOverride-1">pensando allo sviluppo della AI che comporterà trasformazioni, declino e </hi><hi rend="CharOverride-1">creazione di lavori, e se, «come per il passato, riteniamo </hi><hi rend="CharOverride-1">impossibile (e magari neanche desiderabile) arrestare l’applicazione di </hi><hi rend="CharOverride-1">nuove possibilità offerte dalla tecnologia», allora diventerà «cruciale» comprendere</hi><hi rend="CharOverride-1"> come avvalersi dell’AI per creare valore aggiunto diverso, che</hi><hi rend="CharOverride-1"> «parta dai risultati dell’AI per lo sviluppo di </hi><hi rend="CharOverride-1">nuove </hi><hi rend="italic CharOverride-1">human capabilities</hi><hi rend="CharOverride-1">». In sostanza la frattura del </hi><hi rend="CharOverride-1">biennio si rivela innanzitutto nelle nuove forme di allontanamento delle </hi><hi rend="CharOverride-1">persone dal tipo di lavoro esistente e nell’esigenza di </hi><hi rend="CharOverride-1">un nuovo tipo di produzione, capace di coniugare profitto e</hi><hi rend="CharOverride-1"> sviluppo della persona. </hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Anche Giovanni Mari,</hi><hi rend="italic CharOverride-1"> </hi><hi rend="CharOverride-1">“Il lavoro e </hi><hi rend="CharOverride-1">l’intelligenza artificiale generativa. Occasioni per un nuovo senso del</hi><hi rend="CharOverride-1"> lavoro”, affronta la questione dell’impatto delle nuove </hi><hi rend="CharOverride-1">tecnologie sull’attività lavorativa, cioè degli effetti che sulla natura </hi><hi rend="CharOverride-1">di questa possono avere le macchine in cui non si </hi><hi rend="CharOverride-1">è trasferita solo la forza e l’abilità del </hi><hi rend="italic CharOverride-1">corpo</hi><hi rend="CharOverride-1">,</hi><hi rend="CharOverride-1"> ma anche quella del </hi><hi rend="italic CharOverride-1">pensiero</hi><hi rend="CharOverride-1">; precisamente del «pensiero cieco» </hi><hi rend="CharOverride-1">di Gottfried Wilhelm Leibniz, un pensiero senza rappresentazione. Come </hi><hi rend="CharOverride-1">il pensiero di un poligono dai mille lati che la </hi><hi rend="CharOverride-1">coscienza può razionalmente ammettere senza essere in grado di rappresentarlo</hi><hi rend="CharOverride-1">, a differenza di quello dai cinque lati chiaramente rappresentabile. </hi><hi rend="CharOverride-1">E nella AI la potenza di calcolo è quella di </hi><hi rend="CharOverride-1">un «pensiero cieco». Ebbene, si chiede Mari, che ne è </hi><hi rend="CharOverride-1">delle due principali concezioni del lavoro della nostra civiltà, quella </hi><hi rend="CharOverride-1">contenuta nella </hi><hi rend="italic CharOverride-1">Genesi </hi><hi rend="CharOverride-1">e quella del primo libro del </hi><hi rend="italic CharOverride-1">Capitale</hi><hi rend="CharOverride-1"> </hi><hi rend="CharOverride-1">di Karl Marx, di fronte al lavoro svolto con questo </hi><hi rend="CharOverride-1">tipo di macchine? Ai fini di una risposta l’autore </hi><hi rend="CharOverride-1">introduce due distinzioni: 1) quella tra </hi><hi rend="italic CharOverride-1">attività</hi><hi rend="CharOverride-1"> e </hi><hi rend="italic CharOverride-1">risultato</hi><hi rend="CharOverride-1"> del </hi><hi rend="CharOverride-1">lavoro, e 2), quella tra coscienza (o creatività) e</hi><hi rend="CharOverride-1"> «pensiero cieco» (o calcolo astratto), entrambi presenti </hi><hi rend="CharOverride-1">nell’attività lavorativa – e l’AI potenzia e sostituisce solo </hi><hi rend="CharOverride-1">la componente «cieca» delle attività lavorative, promuovendo quella creativa.</hi><hi rend="CharOverride-1"> Svolta su queste basi, la letture della </hi><hi rend="italic CharOverride-1">Genesi</hi><hi rend="CharOverride-1"> e del </hi><hi rend="italic CharOverride-1">Capitale</hi><hi rend="CharOverride-1"> rileva che in entrambi i testi</hi><hi rend="CharOverride-1"> il lavoro è un’attività che ha anche </hi><hi rend="italic CharOverride-1">un valore</hi><hi rend="italic CharOverride-1"> in sé</hi><hi rend="CharOverride-1"> indipendentemente dal risultato, mentre la rivoluzione industriale moderna</hi><hi rend="CharOverride-1"> riduce il senso del lavoro a quello del suo prodotto</hi><hi rend="CharOverride-1">, al quale lega le sorti della vita individuale e </hi><hi rend="CharOverride-1">collettiva indipendentemente dalla qualità dell’attività. L’introduzione della macchina</hi><hi rend="CharOverride-1"> che oggettiva il corpo e il pensiero del lavoratore, </hi><hi rend="CharOverride-1">concentrando sempre di più il lavoro – ancorché in una condizione </hi><hi rend="CharOverride-1">sociale di polarizzazione – negli aspetti ideativi e creativi dello scopo, </hi><hi rend="CharOverride-1">costituisce, quando non sostituisce il lavoro, una sfida per la </hi><hi rend="CharOverride-1">riconquista da parte del lavoro del valore in sé </hi><hi rend="CharOverride-1">dell’attività lavorativa, cioè di un modo di essere creativo</hi><hi rend="CharOverride-1"> libero e responsabile, come prefigurano i due testi classici </hi><hi rend="CharOverride-1">che l’autore analizza. Ma nella nostra società questo non</hi><hi rend="CharOverride-1"> basta per conquistare il </hi><hi rend="italic CharOverride-1">senso</hi><hi rend="CharOverride-1"> del lavoro, per il quale</hi><hi rend="CharOverride-1"> è necessario anche il senso </hi><hi rend="italic CharOverride-1">sociale</hi><hi rend="CharOverride-1"> del risultato. E questo nuovo senso del lavoro dipende, da una parte, dallo sviluppo della responsabilità d’impresa e da un nuovo rapporto tra produzione e bisogni sociali; e, dall’altro, dalla capacità del lavoro di partire dalla propria libertà nell’attività per contrastare la riduzione del lavoro a mero mezzo per il prodotto e la scelta del prodotto alla mera spontaneità del mercato.</hi><hi rend="CharOverride-1"> </hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Ritorniamo, come avevamo detto,</hi><hi rend="CharOverride-1"> alla parte del testo di Carrieri in cui si </hi><hi rend="CharOverride-1">tratta del periodo post-fordista della CGIL caratterizzato dalla segreteria generale </hi><hi rend="CharOverride-1">di Trentin (1988-1994) e dalla sua proposta del sindacato universalista </hi><hi rend="CharOverride-1">dei diritti. Il quale, scrive Carrieri, «poggia le sue radici</hi><hi rend="CharOverride-1"> sulla “persona che lavora”, manda in soffitta la vecchia </hi><hi rend="CharOverride-1">“classe”» e si confronta «con lavoratori che hanno individualità e </hi><hi rend="CharOverride-1">attese molto specifiche, tutte da decodificare e da rielaborare». Una </hi><hi rend="CharOverride-1">impostazione fondata sul rifiuto della cultura del lavoro della socialdemocrazia </hi><hi rend="CharOverride-1">novecentesca – in cui «l’oggetto concreto del lavoro» non è </hi><hi rend="CharOverride-1">trattato, il lavoratore negato come soggetto «pienamente protagonista» e la</hi><hi rend="CharOverride-1"> «libertà del lavoro» posta come «ultima lontana frontiera della democrazia»</hi><hi rend="CharOverride-1"> –, e che invece si basa sulla «tensione universalistica»</hi><hi rend="CharOverride-1"> e la tensione «per la promozione della soggettività del </hi><hi rend="CharOverride-1">lavoratore». Le successive segreterie sono quelle di Sergio Cofferati, attento</hi><hi rend="CharOverride-1"> al «nodo delle tutele per i lavoratori più giovani»; di</hi><hi rend="CharOverride-1"> Susanna Camusso, che si scontra con la precarizzazione del mondo</hi><hi rend="CharOverride-1"> del lavoro, la riduzione delle tutele dello Statuto dei </hi><hi rend="CharOverride-1">lavoratori e il «lavoro perduto» per il quale lancia il </hi><hi rend="CharOverride-1">«Piano del Lavoro» (2013); e di Maurizio Landini, che </hi><hi rend="CharOverride-1">cerca di reinventare la rappresentanza del lavoro in un </hi><hi rend="CharOverride-1">quadro di debolezza della politica pro-labor e di un </hi><hi rend="CharOverride-1">«arcipelago sempre più variegato del lavoro che richiede di essere </hi><hi rend="CharOverride-1">rappresentato più in profondità. Una situazione di transizione, quindi, determinata</hi><hi rend="CharOverride-1"> dalla fine della bussola del lavoro fordista e la riproposizione</hi><hi rend="CharOverride-1"> della persona». Ovvero, come scrive Carrieri, occorre «ritrovare il</hi><hi rend="CharOverride-1"> lavoro per potenziare il sindacato: questa la sfida nella quale</hi><hi rend="CharOverride-1"> la CGIL continua ad essere immersa».</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Terminiamo questa esposizione dei </hi><hi rend="CharOverride-1">contributi della sesta parte del volume con due testi sul </hi><hi rend="CharOverride-1">tempi di non lavoro e sull’ozio scritti da Francesco </hi><hi rend="CharOverride-1">Totaro, “Lavoro, ozio, festa: riequilibrare l’umano”, e da</hi><hi rend="CharOverride-1"> Giovanni Mari, “La trasformazione del ‘tempo libero’ in </hi><hi rend="CharOverride-1">ozio”. Il primo autore, dopo aver sottolineato che l’</hi><hi rend="CharOverride-1">«edificio di garanzie fondato sulla centralità del lavoro mostra attualmente </hi><hi rend="CharOverride-1">crepe profonde», si interroga sul «valore del lavoro per l’</hi><hi rend="CharOverride-1">umano preso nel suo </hi><hi rend="italic CharOverride-1">intero</hi><hi rend="CharOverride-1">». Perché l’«umano si</hi><hi rend="CharOverride-1"> realizza certamente nel lavoro, ma non in modo esclusivo», realizzandosi</hi><hi rend="CharOverride-1"> anche nell’«azione» e nella «contemplazione», in un «equilibrio </hi><hi rend="CharOverride-1">desiderabile» tra «lavorare, agire e contemplare». Se il «lavoro è </hi><hi rend="CharOverride-1">un mezzo» per ottenere «qualcosa che ci manca», l’«azione» </hi><hi rend="CharOverride-1">ci conduce all’«essere» e al «manifestare» «piuttosto che all’</hi><hi rend="CharOverride-1">avere», non al «produrre», ma al «realizzare un incremento di </hi><hi rend="CharOverride-1">essere anche quando ci si applica alla produzione delle cose»: </hi><hi rend="CharOverride-1">come diceva Aristotele, citato da Totaro, chi costruisce navi «diventa </hi><hi rend="CharOverride-1">più bravo nel suo </hi><hi rend="italic CharOverride-1">essere </hi><hi rend="CharOverride-1">costruttore». Infine la «contemplazione, che </hi><hi rend="CharOverride-1">non va «declassata a evasione dal reale», la quale coglie </hi><hi rend="CharOverride-1">disinteressatamente l’«essere» che «si offre, o si dona», e</hi><hi rend="CharOverride-1"> insieme fissa il “punto di vista”» con cui è </hi><hi rend="CharOverride-1">possibile trascendere il «limite delle prospettive particolari», costituendo la</hi><hi rend="CharOverride-1"> «premessa della libera decisione per il cambiamento possibile». Se collochiamo</hi><hi rend="CharOverride-1"> il lavoro in questa «antropologia multilaterale» evitiamo l’«alienazione da</hi><hi rend="CharOverride-1"> lavoro», cioè l’«espansione ipertrofica» del lavoro «a scapito</hi><hi rend="CharOverride-1"> della capacità di essere e agire». Questa «circolarità» appare </hi><hi rend="CharOverride-1">oggi concretamente possibile perché «sono mature le condizioni affinché la </hi><hi rend="CharOverride-1">persona che lavora sia la stessa che agisce e contempla»,</hi><hi rend="CharOverride-1"> e quindi capace di una «triplice modulazione» etica del lavoro</hi><hi rend="CharOverride-1"> (lavoro come «soddisfazione», «abilità» e «bene comune») in cui il</hi><hi rend="CharOverride-1"> lavoro «assume il profilo della cura che si estende dall</hi><hi rend="CharOverride-1">’ambito dell’umano alla “casa comune”», al «mondo altro </hi><hi rend="CharOverride-1">dall’umano». In questo quadro è necessario affrontare anche la </hi><hi rend="CharOverride-1">«spinosa questione della sostituzione del lavoro umano con le </hi><hi rend="CharOverride-1">tecnologie». Le quali, da una parte, pongono il problema </hi><hi rend="CharOverride-1">di «spalmare il lavoro umano» necessario in maniera equa e </hi><hi rend="CharOverride-1">razionale, e, dall’altra, la questione del «tempo libero» </hi><hi rend="CharOverride-1">aumentato. Ma per sfuggire «a una visione residuale» di</hi><hi rend="CharOverride-1"> questo tempo e rendere pienamente feconda l’idea di una</hi><hi rend="CharOverride-1"> «parzialità antropologica» del lavoro, occorre uscire dalla denominazione di “tempo</hi><hi rend="CharOverride-1"> libero dal lavoro” in cui «il tempo libero rischia di</hi><hi rend="CharOverride-1"> gravitare pur sempre intorno al lavoro», ed assumere l’</hi><hi rend="CharOverride-1">espressione di «tempo altro dal lavoro». Un tempo di cui</hi><hi rend="CharOverride-1"> «la punta di diamante» è la «festa», «intrecciata con la</hi><hi rend="CharOverride-1"> libertà dell’azione e il godimento della contemplazione», che «non</hi><hi rend="CharOverride-1"> sopprime il lavoro e gli dà invece respiro». </hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">A sua</hi><hi rend="CharOverride-1"> volta Giovanni Mari nota come la fine del fordismo, la</hi><hi rend="CharOverride-1"> riproposizione della persona nel lavoro, la richiesta di un</hi><hi rend="CharOverride-1"> lavoro più attivo, più formato, creativo e intrecciato alla conoscenza,</hi><hi rend="CharOverride-1"> avanzata dalla rivoluzione tecnologica e dal mercato, cui si è</hi><hi rend="CharOverride-1"> aggiunto l’imperativo della sostenibilità, hanno messo in crisi il</hi><hi rend="CharOverride-1"> rapporto di compensazione su cui si era basato nel Novecento</hi><hi rend="CharOverride-1"> il nesso tra lavoro industriale e ‘tempo libero’. </hi><hi rend="CharOverride-1">Un rapporto in cui quest’ultimo doveva offrire attività in </hi><hi rend="CharOverride-1">cui rinvenire quella libertà e creatività negate nel lavoro parcellizzato </hi><hi rend="CharOverride-1">delle fabbriche e degli uffici. Una offerta, come hanno illustrate </hi><hi rend="CharOverride-1">innumerevoli studi, che si rivelava una illusione giacché</hi><hi rend="CharOverride-1"> il ‘tempo libero’ doveva sottostare alle stesse esigenze di</hi><hi rend="CharOverride-1"> massificazione cui era sottoposto il tempo di lavoro. Il problema</hi><hi rend="CharOverride-1"> quindi non è di puntare semplicemente ad una espansione del</hi><hi rend="CharOverride-1"> tempo libero e poi ad una educazione a saperlo</hi><hi rend="CharOverride-1"> impiegare (P. Lafargue, B. Russell, J. M. Keynes)</hi><hi rend="CharOverride-1">, oltre la psicologia del lavorismo, ma di porre </hi><hi rend="CharOverride-1">la questione di una maggiore libertà nel lavoro come conquista </hi><hi rend="CharOverride-1">indispensabile per avere anche un tempo di non lavoro qualificato </hi><hi rend="CharOverride-1">e non opposto al tempo di lavoro. In altre parole </hi><hi rend="CharOverride-1">si pone la questione di una effettiva libertà nel tempo </hi><hi rend="CharOverride-1">di non lavoro in correlazione di una maggiore libertà nel </hi><hi rend="CharOverride-1">lavoro, una contemporanea qualificazione dei due tempi come uscita da </hi><hi rend="CharOverride-1">un dualismo in cui al tempo di lavoro non creativo </hi><hi rend="CharOverride-1">si cercava di uscire o attraverso un tempo libero di</hi><hi rend="CharOverride-1"> bassa qualità o attraverso il rifiuto del lavoro. Che</hi><hi rend="CharOverride-1"> i processi sociali in atto vadano in questa direzione</hi><hi rend="CharOverride-1"> è attestato dalle ricerche sul </hi><hi rend="italic CharOverride-1">serious leisure</hi><hi rend="CharOverride-1">, (ozio impegnato, </hi><hi rend="CharOverride-1">serio) del sociologo Robert A. Stebbins, esponente dei </hi><hi rend="italic CharOverride-1">leisure </hi><hi rend="italic CharOverride-1">studies</hi><hi rend="CharOverride-1">. Stebbins nota come spesso il </hi><hi rend="CharOverride-1">lavoro che ha gradi elevati di autonomia e creatività </hi><hi rend="CharOverride-1">tenda a presentarsi come un’attività più interessante di quella</hi><hi rend="CharOverride-1"> del ‘tempo libero’, a meno che quest’</hi><hi rend="CharOverride-1">ultimo non sia organizzato e vissuto ‘seriamente’. In </hi><hi rend="CharOverride-1">questa maniera, osserva Mari, da un lato appare illusorio cercare </hi><hi rend="CharOverride-1">semplicemente in una maggiore </hi><hi rend="italic CharOverride-1">quantità</hi><hi rend="CharOverride-1"> di tempo di </hi><hi rend="CharOverride-1">non lavoro la libertà dal tempo di lavoro ‘alienato’,</hi><hi rend="CharOverride-1"> e, dall’altro, come la diffusione di un lavoro creativo</hi><hi rend="CharOverride-1"> e responsabile ponga in termini nuovo un </hi><hi rend="italic CharOverride-1">diritto all</hi><hi rend="italic CharOverride-1">’ozio</hi><hi rend="CharOverride-1">. Un ozio che sappia recuperare e ridescrivere i </hi><hi rend="CharOverride-1">valori fondamentali dell’</hi><hi rend="italic CharOverride-1">otium</hi><hi rend="CharOverride-1"> antico centrato sulla crescita della </hi><hi rend="CharOverride-1">persona. Un risultato che evidentemente mette da parte la scoperta </hi><hi rend="CharOverride-1">e la diffusione del ‘tempo libero’ della società industriale, </hi><hi rend="CharOverride-1">cui in ogni caso occorre riconoscere la realizzazione di un </hi><hi rend="CharOverride-1">passo positivo verso la liberazione e il riconoscimento di un </hi><hi rend="CharOverride-1">tempo di vita liberato dalla ‘necessità’ del lavoro.</hi></p><p rend="text_top" ><hi rend="CharOverride-1">5. Abbiamo proposto</hi><hi rend="CharOverride-1"> di fare iniziare il terzo periodo della cronologica coperta da</hi><hi rend="CharOverride-1"> questa sezione del volume con la crisi del fordismo. Che</hi><hi rend="CharOverride-1"> può essere ufficialmente fatto terminare, almeno nella sua espressione egemonica,</hi><hi rend="CharOverride-1"> nel 1979, con l’assunzione del sistema Lean Toyota da</hi><hi rend="CharOverride-1"> parte della Ford di Detroit (Beynon and Nichols 2006, </hi><hi rend="CharOverride-1">353). Già ne 1972 F. Butera, come già ricordato, annunciava, </hi><hi rend="CharOverride-1">isolatamente in Italia, la crisi del taylorismo (Butera 1972). Nel </hi><hi rend="CharOverride-1">2006, in occasione di un dibattito pubblico sul libro di </hi><hi rend="CharOverride-1">Angelo Ferracuti, </hi><hi rend="italic CharOverride-1">Le risorse umana</hi><hi rend="CharOverride-1">, Trentin, parlando della nuova fase</hi><hi rend="CharOverride-1"> apertasi dopo il fordismo, sostiene che, parlando del lavoro, «nel</hi><hi rend="CharOverride-1"> libro c’è l’entrata in campo non della classe</hi><hi rend="CharOverride-1"> o della massa ma della persona»; «la persona come soggetto</hi><hi rend="CharOverride-1"> attivo nel rapporto di lavoro»; una persona, che, «come soggetto</hi><hi rend="CharOverride-1"> incancellabile di una società e della sua trasformazione è stata</hi><hi rend="CharOverride-1"> per lungo tempo negata anche a sinistra». «Quella che ci</hi><hi rend="CharOverride-1"> troviamo di fronte», continua Trentin, è una società che «comprende</hi><hi rend="CharOverride-1"> le diversità, i fenomeni di individualizzazione, le forme sempre più</hi><hi rend="CharOverride-1"> diverse di manifestazione del lavoro» in cui il </hi></p><p rend="quotation_b" ><hi rend="CharOverride-1">lavoro diventa</hi><hi rend="CharOverride-1"> centrale […] per il resto della vita delle persone, delle</hi><hi rend="CharOverride-1"> donne e degli uomini […] condizionante della loro capacità di</hi><hi rend="CharOverride-1"> intendere la società, il tempo e il mondo», di fronte</hi><hi rend="CharOverride-1"> alla «nostra incapacità di cogliere […] il ruolo pulsante dell</hi><hi rend="CharOverride-1">’individuo che diventa persona, che cioè diventa cosciente e responsabile</hi><hi rend="CharOverride-1"> di sé. </hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Un quadro di cui Trentin sottolinea anche la</hi><hi rend="CharOverride-1"> «schizofrenia» tra l’esigenza dell’impresa post fordista di avere</hi><hi rend="CharOverride-1"> nel lavoro una soggetto attivo e la riaffermazione di una</hi><hi rend="CharOverride-1"> «gerarchia che non può essere messa in discussione»; oppure di</hi><hi rend="CharOverride-1"> richiedere sempre più «la responsabilità del risultato» e insieme creare</hi><hi rend="CharOverride-1"> una costante «incertezza del rapporto di lavoro» (Trentin 2021, </hi><hi rend="CharOverride-1">227-29). </hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Dunque le parole di Trentin propongono una </hi><hi rend="italic CharOverride-1">nuova centralità </hi><hi rend="CharOverride-1">del lavoro, nel lavoro in cui ricompare la persona precedentemente </hi><hi rend="CharOverride-1">negata. Un lavoro che reclama condizioni in grado, da una </hi><hi rend="CharOverride-1">parte, di garantire la libertà necessaria per l’attività creativa </hi><hi rend="CharOverride-1">richiesta dall’impresa e dal lavoratore; e, dall’altra, di </hi><hi rend="CharOverride-1">connettere, sia il lavoro alla vita, sia il «ruolo pulsante </hi><hi rend="CharOverride-1">dell’individuo» alla «trasformazione» della società. Dunque una centralità del </hi><hi rend="CharOverride-1">lavoro nella vita, che acquista un significato politico in nome </hi><hi rend="CharOverride-1">della persona senza ricorrere alla classe.</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Nessuno dei contributi che compongono</hi><hi rend="CharOverride-1"> questa terza parte sfugge, a modo suo, a questa tematica.</hi><hi rend="CharOverride-1"> Ma occorre riconoscere che i processi che riguardano la realizzazione</hi><hi rend="CharOverride-1"> dei suoi contenuti sono ancora lontani dai traguardi auspicati da</hi><hi rend="CharOverride-1"> Trentin, anche se i termini delle questioni continuano ad essere</hi><hi rend="CharOverride-1"> sostanzialmente quelli che egli ha posto quasi venti anni fa,</hi><hi rend="CharOverride-1"> in molti casi aggravati negativamente, in altri consolidati positivamente. Sarebbe</hi><hi rend="CharOverride-1"> utile riuscire a fare un bilancio di questi anni nell</hi><hi rend="CharOverride-1">’ottica di questa nuova centralità del lavoro fondata sulla persona,</hi><hi rend="CharOverride-1"> che rovescia i termini della centralità novecentesca del lavoro, e</hi><hi rend="CharOverride-1"> la cui effettiva realizzazione rimane come sospesa nella transizione che</hi><hi rend="CharOverride-1"> stiamo traversando. Del resto nessuno dei contributi, mi sembra, aspira</hi><hi rend="CharOverride-1"> a enunciare tesi definitive. Rimanendo sul piano della pensabilità, è</hi><hi rend="CharOverride-1"> possibile cercare di ricomporre alcuni fili, ovviamente senza alcuna pretesa</hi><hi rend="CharOverride-1"> di completezza. </hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Prima di tutto la persona, che nel significato</hi><hi rend="CharOverride-1"> in cui la intendiamo appartiene alla nostra cultura da quando</hi><hi rend="CharOverride-1"> il cristianesimo (Severino Boezio) nel VI secolo ne elabora il</hi><hi rend="CharOverride-1"> concetto come sintesi di individualità e universalità («naturae rationabilis </hi><hi rend="CharOverride-1">individua substatia», S. Boezio, </hi><hi rend="italic CharOverride-1">Opuscoli teologici</hi><hi rend="CharOverride-1">). Quindi la novità</hi><hi rend="CharOverride-1"> segnalata da Trentin avviene perché nel lavoro ritorna un elemento</hi><hi rend="CharOverride-1"> precedentemente negato, non in tutti i lavori evidentemente, ma prima</hi><hi rend="CharOverride-1"> di tutto in quelli dipendenti, a cominciare dal lavoro industriale.</hi><hi rend="CharOverride-1"> Quindi il ritorno della persona in determinati lavori ripropone anche</hi><hi rend="CharOverride-1"> la questione del lavoro in </hi><hi rend="italic CharOverride-1">generale</hi><hi rend="CharOverride-1">, perché la persona </hi><hi rend="CharOverride-1">non è la classe, e, in linea di principio, è </hi><hi rend="CharOverride-1">pensabile una ricomposizione dei lavori a partire da questo concetto. </hi><hi rend="CharOverride-1">D’altra parte occorre riconoscere che la ricomparsa sottolineata da </hi><hi rend="CharOverride-1">Trentin è il risultato di una complessità di processi, di </hi><hi rend="CharOverride-1">cui fanno parte, oltre la fine del fordismo, l’avvento </hi><hi rend="CharOverride-1">del liberismo, la globalizzazione, la rivoluzione tecnologica, e, politicamente, la </hi><hi rend="CharOverride-1">fine del leninismo e dell’URSS, oltreché le difficoltà delle </hi><hi rend="CharOverride-1">socialdemocrazie. Individualmente la persona non è il risultato di una </hi><hi rend="CharOverride-1">singola attività, e la sua ricomparsa nel lavoro non significa </hi><hi rend="CharOverride-1">che il lavoro, che pure contribuisce a consolidarla, a costruirla, </hi><hi rend="CharOverride-1">a farla crescere più di altre attività, possa essere considerato </hi><hi rend="CharOverride-1">ciò che la crea esclusivamente. E se la persona non </hi><hi rend="CharOverride-1">è l’individuo, non c’è persona senza individuo. In </hi><hi rend="CharOverride-1">altre parole l’individualismo liberista non è estraneo alla riproposizione </hi><hi rend="CharOverride-1">della persona: stigmatizzare l’individuo in nome del collettivo è </hi><hi rend="CharOverride-1">una semplificazione inaccettabile. Quello che occorre è coniugare la diversità </hi><hi rend="CharOverride-1">con la solidarietà, cioè trasformare la diversità prodotta dalla libertà </hi><hi rend="CharOverride-1">individuale in solidarietà e fratellanza delle diversità (Trentin 2017, Touraine</hi><hi rend="CharOverride-1"> 2009). Cioè promuovere il lato universale della persona senza </hi><hi rend="CharOverride-1">negarne il lato individuale, come, ovviamente, occorre criticare l’apologia </hi><hi rend="CharOverride-1">dell’individualità contro la costruzione della persona. Il lavoro, manuale </hi><hi rend="CharOverride-1">e intellettuale, non crea la persona, ma come nessun’altra </hi><hi rend="CharOverride-1">attività la può consolidare, sviluppare, socializzare. In questo senso esso </hi><hi rend="CharOverride-1">rinviene una sua centralità esistenziale, assai diversa da quella lavoristica, </hi><hi rend="CharOverride-1">che pure troviamo alla base della democrazia moderna, delle conquiste</hi><hi rend="CharOverride-1"> sociali novecentesche e del diritto alla dignità del lavoro. </hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Quindi cosa significa, e come realizzare questa nuova centralità? Anche </hi><hi rend="CharOverride-1">qui, insieme a Marx, il cristianesimo può venirci in aiuto, </hi><hi rend="CharOverride-1">se vogliamo analizzare il lavoro dal punto di vista dell’</hi><hi rend="CharOverride-1">attività della persona e, insieme, dal punto di vista del </hi><hi rend="CharOverride-1">risultato dell’attività, due prospettive dalla cui unità soltanto può </hi><hi rend="CharOverride-1">uscire il senso del lavoro (cfr. contributo di S. Zamagni in questo volume). La persona si confronta innanzitutto </hi><hi rend="CharOverride-1">con l’attività che svolge, e solo se in questa </hi><hi rend="CharOverride-1">vi si riconosce, la persona è salvaguardata, altrimenti, assumendo come </hi><hi rend="CharOverride-1">principale il punto di vista dei risultati, si cade nell’</hi><hi rend="CharOverride-1">impasse di Qohelet, oppure nell’alienazione o nello sfruttamento di </hi><hi rend="CharOverride-1">Marx. L’accento sull’attività è posto da Trentin nei </hi><hi rend="CharOverride-1">termini della libertà </hi><hi rend="italic CharOverride-1">nel</hi><hi rend="CharOverride-1"> lavoro, senza la quale non ci </hi><hi rend="CharOverride-1">può essere centralità del lavoro perché la persona è impossibile </hi><hi rend="CharOverride-1">recuperarla, neppure come consumatore, solo a partire dal risultato. A </hi><hi rend="CharOverride-1">parte il caso del risultato donato, che non può essere </hi><hi rend="CharOverride-1">preso come la regola del senso del lavoro, oggi, nel </hi><hi rend="CharOverride-1">tempo della sostenibilità e della fine della crescita illimitata, l’</hi><hi rend="CharOverride-1">accento non può cadere solo sulla libertà ed il senso </hi><hi rend="CharOverride-1">dell’attività. Occorre porlo anche sul significato, la responsabilità e </hi><hi rend="CharOverride-1">la conoscenza preventiva del risultato; sul che cosa e per </hi><hi rend="CharOverride-1">chi si produce, e non solo sul come. Qualcosa che </hi><hi rend="CharOverride-1">vale sia per l’impresa sia per il lavoratore. Quindi </hi><hi rend="CharOverride-1">una libertà </hi><hi rend="italic CharOverride-1">del </hi><hi rend="CharOverride-1">lavoro che presuppone la conquista, mai ottenuta </hi><hi rend="CharOverride-1">per sempre, della libertà </hi><hi rend="italic CharOverride-1">nel</hi><hi rend="CharOverride-1"> lavoro; da cui occorre partire </hi><hi rend="CharOverride-1">per la felicità della persona nel lavoro, ma che non </hi><hi rend="CharOverride-1">è sufficiente neppure per il benessere del lavoratore se questi </hi><hi rend="CharOverride-1">non conosce il valore e il significato collettivo di ciò </hi><hi rend="CharOverride-1">che produce. Il senso del lavoro, sia nel cristianesimo, sia </hi><hi rend="CharOverride-1">in Marx, pone la necessità del senso dell’attività e </hi><hi rend="CharOverride-1">del senso del risultato, cioè dell’autorealizzazione e della percezione </hi><hi rend="CharOverride-1">della giusta socialità del risultato. Senza questo duplice senso non </hi><hi rend="CharOverride-1">ci può essere una nuova centralità del lavoro nella vita </hi><hi rend="CharOverride-1">umana.</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Ma il lavoro che la nuova organizzazione e le nuove</hi><hi rend="CharOverride-1"> tecnologie promuovono va in questa direzione? Come offrire al lavoro</hi><hi rend="CharOverride-1"> «intraprendente» di Rullani o alle «professioni a banda larga» di</hi><hi rend="CharOverride-1"> Butera un autonomo senso sociale senza un patto con l</hi><hi rend="CharOverride-1">’impresa? E come codeterminare con l’impresa il valore sociale</hi><hi rend="CharOverride-1"> del risultato? Ecco che sorge la questione del senso politico</hi><hi rend="CharOverride-1"> del lavoro, a cominciare dal lavoro che ha solo il</hi><hi rend="CharOverride-1"> senso dell’autorealizzazione privata. Mentre per i lavori delle piattaforme</hi><hi rend="CharOverride-1"> appaiono assai problematiche entrambe le forme di senso e questa</hi><hi rend="CharOverride-1"> duplice assenza pone una questione di civiltà ancor prima che</hi><hi rend="CharOverride-1"> sociale. Mentre per le attività del Terzo settore si pone</hi><hi rend="CharOverride-1"> la questione della loro trasformazione, e non solo della loro</hi><hi rend="CharOverride-1"> estensione, per poter reggere il peso di un diverso sviluppo</hi><hi rend="CharOverride-1"> sociale. Il dono dell’attività volontaria e di cura è</hi><hi rend="CharOverride-1"> il modello per il lavoro, oppure occorre una nuova idea</hi><hi rend="CharOverride-1"> di lavoro che non sia un’attività né schiacciata sul</hi><hi rend="CharOverride-1"> risultato, né semplicemente aperta al dono disinteressato? </hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">E come pensare</hi><hi rend="CharOverride-1"> il rapporto tra questa nuova centralità del lavoro e il</hi><hi rend="CharOverride-1"> tempo di non lavoro, non solo il tempo della contemplazione</hi><hi rend="CharOverride-1"> e dell’ozio, ma anche quello dell’amore e della</hi><hi rend="CharOverride-1"> carità? La persona non cresce solo nel lavoro, ma se</hi><hi rend="CharOverride-1"> ciascuno vorrà essere libero di vivere e crescere come avrà</hi><hi rend="CharOverride-1"> scelto di fare, vi riuscirà senza un’attività che assicuri</hi><hi rend="CharOverride-1"> e renda feconde le altre? E nella nostra cultura, quale</hi><hi rend="CharOverride-1"> attività oltre al lavoro che abbia conquistato i due sensi</hi><hi rend="CharOverride-1"> di cui abbiamo parlato, è in grado di aprirsi a</hi><hi rend="CharOverride-1"> tutte le attività possibili senza disperdere la persona? Il discorso?</hi><hi rend="CharOverride-1"> Ma la costruzione di qualsiasi discorso, che vada oltre il</hi><hi rend="CharOverride-1"> ‘si dice’, è un lavoro.</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Infine la questione delle</hi><hi rend="CharOverride-1"> questioni: come costruire per la nuova centralità del lavoro una</hi><hi rend="CharOverride-1"> nuova dimensione collettiva dell’azione riformatrice dopo l’eclisse della</hi><hi rend="CharOverride-1"> classe? Una dimensione capace di coniugare diversità e fratellanza, che</hi><hi rend="CharOverride-1"> sappia partire, prima di tutto, dal lavoro e dall’organizzazione</hi><hi rend="CharOverride-1"> che lo rappresenta, della cui organizzazione, sindacale e politica, la</hi><hi rend="CharOverride-1"> riproposizione della persona ha più bisogno della stessa classe? Con</hi><hi rend="CharOverride-1"> quale contratto, con quali diritti e con quale patto sociale?</hi><hi rend="CharOverride-1"> E, soprattutto, con quale concetto di lavoro? Perché senza un</hi><hi rend="CharOverride-1">’idea di lavoro che sappia tener conto e della libertà</hi><hi rend="CharOverride-1"> nell’</hi><hi rend="italic CharOverride-1">attività</hi><hi rend="CharOverride-1">, e della conoscenza del valore sociale del </hi><hi rend="italic CharOverride-1">risultato</hi><hi rend="CharOverride-1">, è impossibile coinvolgere i lavoratori.</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">La riproposizione della persona </hi><hi rend="CharOverride-1">nel lavoro obbliga a ridescrivere tutte le dimensioni in gioco </hi><hi rend="CharOverride-1">fino al rapporto con la macchina, cioè col potere che </hi><hi rend="CharOverride-1">la possiede, che può essere l’unica fonte di diversità </hi><hi rend="CharOverride-1">senza solidarietà capace di negazione autoritaria della persona nel lavoro. </hi><hi rend="CharOverride-1">Quanto alla macchina, non lavora ma fabbrica, e può sostituire </hi><hi rend="CharOverride-1">solo il lavoro ripetitivo (in realtà un «non-lavoro», Trentin) o </hi><hi rend="CharOverride-1">quello non parcellizzato da cui abbia imparato ciò che il </hi><hi rend="CharOverride-1">lavoro creativo ha già detto e fatto, per cui l’</hi><hi rend="CharOverride-1">efficienza della AI è prima di tutto una questione cronologica.</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Occorre</hi><hi rend="CharOverride-1"> in ogni caso porsi la domanda come questa nuova centralità</hi><hi rend="CharOverride-1"> del lavoro, basata sulla persona, possa innescare processi di rinnovamento</hi><hi rend="CharOverride-1"> delle attività affinché costituiscano un’alternativa al declino della capacità</hi><hi rend="CharOverride-1"> dell’idea borghese del lavoro di motivare le attività, e</hi><hi rend="CharOverride-1"> quindi possano coniugarsi positivamente e creativamente con la vita delle</hi><hi rend="CharOverride-1"> persone, come sollevano le analisi di numerosi contributi del volume.</hi></p><p rend="h2" ><hi>Riferimenti bibliografici</hi><hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi><ref target="OP08885_int_online_chapter_197_1207-1239.html#footnote-000">-1</ref></hi></hi></p><p rend="bib_indx_bib" ><hi rend="CharOverride-1">Beynon, H., and T., Nichols. 2006.</hi><hi rend="italic CharOverride-1"> Patterns of Work in the Post-Fordist Era</hi><hi rend="CharOverride-1">, vol. 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Firenze: Firenze</hi><hi rend="CharOverride-1"> University Press.</hi></p><p rend="bib_indx_bib" ><hi rend="CharOverride-1">Mari, G., 2019a. “Libertà nel mercato e libertà nel lavoro. Per un reddito di opportunità.” </hi><hi rend="italic CharOverride-1">Iride</hi><hi rend="CharOverride-1"> 32, 87</hi><hi rend="CharOverride-1"> (maggio-agosto): 339-50.</hi></p><p rend="bib_indx_bib" ><hi rend="CharOverride-1">Napolitano, G., Tronti, M., Accornero, A., e M. Cacciari. 1978. </hi><hi rend="italic CharOverride-1">Operaismo e centralità operaia</hi><hi rend="CharOverride-1">. Roma</hi><hi rend="CharOverride-1">: Editori Riuniti.</hi></p><p rend="bib_indx_bib" ><hi rend="CharOverride-1">Touraine, A. 2009. </hi><hi rend="italic CharOverride-1">Libertà, uguaglianza, diversità. Si può vivere insieme?</hi><hi rend="CharOverride-1"> Milano: il Saggiatore.</hi></p><p rend="bib_indx_bib" ><hi rend="CharOverride-1">Trentin,</hi><hi rend="CharOverride-1"> B. 2017. </hi><hi rend="italic CharOverride-1">Diari 1988-1994</hi><hi rend="CharOverride-1">. Roma: Ediesse.</hi></p><p rend="bib_indx_bib" ><hi rend="CharOverride-1">Trentin, B. 2021. </hi><hi rend="italic CharOverride-1">La libertà viene prima</hi><hi rend="CharOverride-1">. Firenze: Firenze University Press.</hi></p><list type="ordered">
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-3"><ref target="OP08885_int_online_chapter_197_1207-1239.html#footnote-000-backlink">-1</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	Il lettore può trovare tutti i riferimenti bibliografici, indicati col nome dell’autore in parentesi, nei singoli contributi di cui si parla nella presente introduzione. Qui limito a citare solo i testi che ho impiegato indipendentemente da quelli già citati nei contributi.</hi></p></item>
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        <listBibl>
          <head>References</head>
          <bibl n="145257">Beynon, H., and T., Nichols. 2006. Patterns of Work in the Post-Fordist Era, vol. I. Cheltenham-Northampton: Edward Elgar Publishing Limited.</bibl>
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          <bibl n="147655">Mari, G. 2019b. Libert&amp;#224; nel lavoro. Bologna: il Mulino.</bibl>
          <bibl n="144860">Mari, G. 2021. “Il socialismo di Bruno Trentin come liberazione della persona.” In B. Trentin, La libert&amp;#224; viene prima, 261-72. Firenze: Firenze University Press.</bibl>
          <bibl n="145554">Mari, G., 2019a. “Libert&amp;#224; nel mercato e libert&amp;#224; nel lavoro. Per un reddito di opportunit&amp;#224;.” Iride 32, 87 (maggio-agosto): 339-50.</bibl>
          <bibl n="145869">Napolitano, G., Tronti, M., Accornero, A., e M. Cacciari. 1978. Operaismo e centralit&amp;#224; operaia. Roma: Editori Riuniti.</bibl>
          <bibl n="146567">Touraine, A. 2009. Libert&amp;#224;, uguaglianza, diversit&amp;#224;. Si pu&amp;#242; vivere insieme? Milano: il Saggiatore.</bibl>
          <bibl n="147706">Trentin, B. 2017. Diari 1988-1994. Roma: Ediesse.</bibl>
          <bibl n="147197">Trentin, B. 2021. La libert&amp;#224; viene prima. Firenze: Firenze University Press.</bibl>
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