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        <title type="main" level="a">I molti mestieri di (e in) Primo Levi</title>
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            <forename>Giovanni</forename>
            <surname>Falaschi</surname>
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          <resp>This is a section of <title>Idee di lavoro e di ozio per la nostra civiltà</title>(DOI: <idno type="DOI">10.36253/979-12-215-0319-7</idno>) by </resp>
          <name>Giovanni Mari, Francesco Ammannati, Brogi Stefano, Tiziana Faitini, Arianna Fermani, Francesco Seghezzi, Annalisa Tonarelli</name>
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        <publisher>Firenze University Press</publisher>
        <pubPlace>Florence</pubPlace>
        <date when="2024">2024</date>
        <idno type="DOI">https://doi.org/10.36253/979-12-215-0319-7.152</idno>
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          <p>Copyright Author(s)</p>
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        <p>This is original content, published for academic research purposes</p>
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        <p>This essay studies the many works mentioned by Primo Levi in his Opere. First of all we consider the works that the author was forced to do in order to survive in the Lager and on the return journey; then we talk about his two main professions, and therefore about the idea that Levi had about work: its nature and its social function. Finally, we consider the problem of human freedom in relation to work.</p>
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            <item>Levi's many works</item>
            <item>work that make you free</item>
            <item>forced work</item>
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      <p>It is available online at https://doi.org/10.36253/979-12-215-0319-7.152<ref target="https://doi.org/10.36253/979-12-215-0319-7.152" /></p>
      
      
      <p rend="h1_chapter">I molti mestieri di (e <hi rend="italic">in</hi>) Primo Levi</p><p rend="h1_author ParaOverride-1" ><hi rend="CharOverride-1">Giovanni Falaschi</hi></p><p rend="text_top" ><hi rend="CharOverride-1">1. Primo Levi (Torino 1919-1987) si laurea in chimica, </hi><hi rend="CharOverride-1">sua prima passione, a pieni voti nel luglio 1941 e </hi><hi rend="CharOverride-1">trova un lavoro in una cava d’amianto presso Lanzo, </hi><hi rend="CharOverride-1">quindi va a Milano (1942) nella fabbrica di medicinali Wander </hi><hi rend="CharOverride-1">che ha sede ufficiale in Svizzera. Dopo le note vicende </hi><hi rend="CharOverride-1">resistenziali, finisce a Fossoli e da qui viene deportato nel </hi><hi rend="CharOverride-1">febbraio 1944 ad Auschwitz-Monowitz dove era la sede della I. </hi><hi rend="CharOverride-1">G. Farben. Poco prima dell’arrivo dei russi (gennaio 1945) </hi><hi rend="CharOverride-1">Levi prende la scarlattina e non può quindi essere ulteriormente </hi><hi rend="CharOverride-1">deportato dai tedeschi nella bestiale marcia di trasferimento che costò </hi><hi rend="CharOverride-1">la vita a moltissimi internati. Comincia il viaggio di</hi><hi rend="CharOverride-1"> ritorno a Torino, dove arriva nell’ottobre 1945. Riprende il</hi><hi rend="CharOverride-1"> lavoro di chimico presso la fabbrica di vernici della Duco-Montecatini,</hi><hi rend="CharOverride-1"> se ne licenzia nel ’47 e poco dopo entra alla</hi><hi rend="CharOverride-1"> Siva, ancora una ditta di vernici, diventandone col tempo direttore</hi><hi rend="CharOverride-1"> generale. Intanto ha messo su famiglia, ha due figli e</hi><hi rend="CharOverride-1"> ha fatto lo scrittore, lavoro (il famoso «secondo mestiere»</hi><hi rend="CharOverride-1">) a cui si dedica a tempo pieno dal 1975, </hi><hi rend="CharOverride-1">anno del pensionamento. Di lavoro Levi parla, più o meno, </hi><hi rend="CharOverride-1">in tutte le sue opere. Notevoli anche le osservazioni sparse </hi><hi rend="CharOverride-1">che dedica a questo tema nelle </hi><hi rend="italic CharOverride-1">Conversazioni e interviste</hi><hi rend="CharOverride-1">,</hi><hi rend="italic CharOverride-1"> </hi><hi rend="CharOverride-1">alcune delle quali rilasciate per la RAI. Tutte le sue</hi><hi rend="CharOverride-1"> opere sono contenute nei 3 volumi delle </hi><hi rend="italic CharOverride-1">Opere Complete</hi><hi rend="CharOverride-1"> </hi><hi rend="CharOverride-1">(2016-2018, voll.3; d’ora in avanti </hi><hi rend="italic CharOverride-1">OC</hi><hi rend="CharOverride-1"> con indicazione</hi><hi rend="CharOverride-1"> di volume e pagina). </hi></p><p rend="text_top" ><hi rend="CharOverride-1">2. Chi ha parlato dell</hi><hi rend="CharOverride-1">’idea del lavoro in Primo Levi lo ha fatto soprattutto</hi><hi rend="CharOverride-1"> riferendosi a </hi><hi rend="italic CharOverride-1">La chiave a stella</hi><hi rend="CharOverride-1">. Di questo libro </hi><hi rend="CharOverride-1">si tratta negli studi monografici e nelle recensioni o in </hi><hi rend="CharOverride-1">saggi espressamente dedicatigli, ma affrontare in questo modo il tema </hi><hi rend="CharOverride-1">del lavoro in Levi è troppo limitativo, perché nelle loro </hi><hi rend="CharOverride-1">osservazioni sia il montatore Faussone che il chimico-scrittore si riferiscono </hi><hi rend="CharOverride-1">ad una società strutturata, moderna, dove è possibile che alcuni </hi><hi rend="CharOverride-1">esercitino le professioni che hanno scelto, mentre molti – come</hi><hi rend="CharOverride-1"> nell’industria – non hanno potuto scegliere. Ciò non toglie</hi><hi rend="CharOverride-1"> che attraverso </hi><hi rend="italic CharOverride-1">La chiave a stella</hi><hi rend="CharOverride-1"> non si possano fare</hi><hi rend="CharOverride-1"> osservazioni interessanti sul lavoro (anche recuperando i passi dove peraltro</hi><hi rend="CharOverride-1"> sono esplicitate), ma se si parla di lavoro in </hi><hi rend="CharOverride-1">Levi occorre che si faccia riferimento alla sua opera complessiva </hi><hi rend="CharOverride-1">estraendone non solo i passi in cui si parla di </hi><hi rend="CharOverride-1">lavoro e se ne spiegano la natura e le modalità, </hi><hi rend="CharOverride-1">ma anche facendo considerazioni di carattere più generale sulle organizzazioni </hi><hi rend="CharOverride-1">umane che lo rendono necessario e possibile. Faccio un solo </hi><hi rend="CharOverride-1">esempio, a dimostrazione di come quasi tutto quello che Levi </hi><hi rend="CharOverride-1">ha scritto contenga osservazioni o commenti o descrizioni di cosa </hi><hi rend="CharOverride-1">sia un ‘lavoro’. In </hi><hi rend="italic CharOverride-1">Vizio di forma</hi><hi rend="CharOverride-1"> la conclusione </hi><hi rend="CharOverride-1">del racconto </hi><hi rend="italic CharOverride-1">Procacciatori d’affari</hi><hi rend="CharOverride-1"> è: </hi></p><p rend="quotation_b" ><hi rend="CharOverride-1">ogni uomo è artefice </hi><hi rend="CharOverride-1">di se stesso: ebbene, è meglio esserlo appieno, costruirsi dalle </hi><hi rend="CharOverride-1">radici. Preferisco essere solo a fabbricare me stesso, e la </hi><hi rend="CharOverride-1">collera che mi sarà necessaria, se ne sarò capace; se </hi><hi rend="CharOverride-1">no, accetterò il destino di tutti. Il cammino dell’umanità </hi><hi rend="CharOverride-1">inerme e cieca sarà il mio cammino (</hi><hi rend="italic CharOverride-1">OC</hi><hi rend="CharOverride-1">, I,</hi><hi rend="CharOverride-1"> 718).</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">E il racconto che segue, </hi><hi rend="italic CharOverride-1">Lumini rossi</hi><hi rend="CharOverride-1">, si inizia</hi><hi rend="CharOverride-1"> così: </hi></p><p rend="quotation_b" ><hi rend="CharOverride-1">Il suo era un lavoro tranquillo: doveva stare otto</hi><hi rend="CharOverride-1"> ore al giorno in una camera buia, in cui a</hi><hi rend="CharOverride-1"> intervalli irregolari si accendevano i lumini rossi delle lampade spia.</hi><hi rend="CharOverride-1"> Che cosa significassero, non lo sapeva, non faceva parte delle</hi><hi rend="CharOverride-1"> sue mansioni (721). </hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">E quindi come si vede di lavoro</hi><hi rend="CharOverride-1"> si parla, eccome, anche in questo libro. E a cosa</hi><hi rend="CharOverride-1"> si allude ne </hi><hi rend="italic CharOverride-1">L’altrui mestiere</hi><hi rend="CharOverride-1">? In sostanza centrare </hi><hi rend="CharOverride-1">il discorso scegliendo un’opera non dà il quadro dell’</hi><hi rend="CharOverride-1">attenzione di Levi al problema. Esistono inoltre dichiarazioni precise nelle </hi><hi rend="CharOverride-1">sue conversazioni e interviste che si riferiscono a questo tema, </hi><hi rend="CharOverride-1">sicché la trattazione diventa sempre più complicata e piena di </hi><hi rend="CharOverride-1">imprevisti. E tuttavia il problema va ben oltre un’idea </hi><hi rend="CharOverride-1">di lavoro; documentata la quale, coi limiti imposti dalla necessità </hi><hi rend="CharOverride-1">di un breve saggio, spero di riuscire a dare almeno </hi><hi rend="CharOverride-1">l’impressione che nella sua idea e soprattutto nella sua </hi><hi rend="CharOverride-1">pratica di ‘lavoratore’ Levi sia uno scrittore molto originale, anche</hi><hi rend="CharOverride-1"> se penso che per certi aspetti avrebbe fatto volentieri a</hi><hi rend="CharOverride-1"> meno di esserlo.</hi></p><p rend="text_top" ><hi rend="CharOverride-1">3. Sia per chi è stato prigioniero </hi><hi rend="CharOverride-1">ad Auschwitz, sia (fatte le debite differenze fra i due)</hi><hi rend="CharOverride-1"> per chi ne è venuto a conoscenza dopo, </hi><hi rend="italic CharOverride-1">Arbeit Macht</hi><hi rend="italic CharOverride-1"> Frei</hi><hi rend="CharOverride-1"> sono tre parole di significato orrifico, tale da poter</hi><hi rend="CharOverride-1"> condizionare per generazioni ogni considerazione sul rapporto Libertà/Lavoro: sono «</hi><hi rend="CharOverride-1">le tre parole della derisione», come scrive Levi stesso </hi><hi rend="CharOverride-1">ne </hi><hi rend="italic CharOverride-1">La tregua</hi><hi rend="CharOverride-1"> (314). Comunque, in </hi><hi rend="italic CharOverride-1">Se questo è </hi><hi rend="italic CharOverride-1">un uomo</hi><hi rend="CharOverride-1"> c’è solo un breve capitolo intitolato </hi><hi rend="italic CharOverride-1">Il </hi><hi rend="italic CharOverride-1">lavoro</hi><hi rend="CharOverride-1"> in cui Levi parla del trasporto delle traversine per </hi><hi rend="CharOverride-1">la costruzione di un tratto di linea ferroviaria; ma anche </hi><hi rend="CharOverride-1">vi dedica particolare attenzione nel capitolo </hi><hi rend="italic CharOverride-1">Sul fondo</hi><hi rend="CharOverride-1">, dove fra</hi><hi rend="CharOverride-1"> l’altro scrive: «spingo vagoni, lavoro di pala, </hi><hi rend="CharOverride-1">mi fiacco alla pioggia, tremo al vento» (24) con </hi><hi rend="CharOverride-1">uno dei tanti ricordi dell’inferno dantesco: «come tu</hi><hi rend="CharOverride-1"> vedi, alla pioggia mi fiacco» (</hi><hi rend="italic CharOverride-1">Inf</hi><hi rend="CharOverride-1">. VI, 54). </hi><hi rend="CharOverride-1">Ed era ovviamente sempre e tutto un lavorare, per «tutte</hi><hi rend="CharOverride-1"> le ore di luce», (p. 22) anche sotto la</hi><hi rend="CharOverride-1"> pioggia o la neve, e tutti i giorni, mentre </hi><hi rend="CharOverride-1">una domenica su due era dedicata da parte di tutti </hi><hi rend="CharOverride-1">alla manutenzione del Lager (23). Questo fino a che </hi><hi rend="CharOverride-1">Levi non trovò il modo di applicare le proprie competenze </hi><hi rend="CharOverride-1">di chimico; il che quasi certamente lo salvò dalla morte.</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Queste</hi><hi rend="CharOverride-1"> le attività ‘lavorative’, ma se si ritiene che siano</hi><hi rend="CharOverride-1"> proprio tutte ci sbagliamo di grosso perché il lavoro non</hi><hi rend="CharOverride-1"> era ricompensato con la quantità di cibo bastante: non per</hi><hi rend="CharOverride-1"> nulla in una relazione stesa per il comando russo di</hi><hi rend="CharOverride-1"> Kattowitz circa la situazione igienico-sanitaria nel Lager, Levi e il</hi><hi rend="CharOverride-1"> suo amico Leonardo Debenedetti, medico, anch’egli scampato al Lager,</hi><hi rend="CharOverride-1"> dettero molte informazioni sul cibo fornito ai prigionieri, sulle loro</hi><hi rend="CharOverride-1"> malattie ecc. Poi i due autori ampliarono la relazione </hi><hi rend="CharOverride-1">e la pubblicarono su </hi><hi rend="italic CharOverride-1">Minerva</hi><hi rend="CharOverride-1"> </hi><hi rend="italic CharOverride-1">Medica</hi><hi rend="CharOverride-1"> nel numero di luglio-dicembre </hi><hi rend="CharOverride-1">1946 (è sconosciuta ai più, tranne che agli studiosi di </hi><hi rend="CharOverride-1">Levi e agli storici del Lager, e la si legge </hi><hi rend="CharOverride-1">in </hi><hi rend="italic CharOverride-1">OC</hi><hi rend="CharOverride-1">,</hi><hi rend="italic CharOverride-1"> </hi><hi rend="CharOverride-1">I, 1177-194). Vi si legge fra </hi><hi rend="CharOverride-1">le altre cose che il vitto era di qualità scadente </hi><hi rend="CharOverride-1">ed era insufficiente come quantità. Di conseguenza tutti gli internati </hi><hi rend="CharOverride-1">sarebbero morti dopo pochi mesi se non avessero trovato il </hi><hi rend="CharOverride-1">modo di procacciarsi altro cibo; e perciò tutti i momenti </hi><hi rend="CharOverride-1">della giornata dei prigionieri erano tesi alla sopravvivenza, come il </hi><hi rend="CharOverride-1">cercare di dormire a sufficienza e ovviamente procurarsi i mezzi </hi><hi rend="CharOverride-1">per ingerire la quantità di cibo sufficiente. In conclusione la </hi><hi rend="CharOverride-1">vita era un lavoro continuo non per stare meglio, ma </hi><hi rend="CharOverride-1">semplicemente per ‘stare’. Primo accorgimento: cercare di non avere </hi><hi rend="CharOverride-1">per primi la razione di zuppa perché altrimenti sarebbe toccata </hi><hi rend="CharOverride-1">la parte più liquida; secondo: guardare per terra in cerca </hi><hi rend="CharOverride-1">di qualcosa da mangiare o da scambiare con altri e </hi><hi rend="CharOverride-1">che portasse cibo: abitudine talmente radicata che alla fine di </hi><hi rend="italic CharOverride-1">La tregua</hi><hi rend="CharOverride-1"> si legge: «Ma solo dopo molti mesi [dal</hi><hi rend="CharOverride-1"> mio ritorno a casa] svanì in me l’abitudine di</hi><hi rend="CharOverride-1"> camminare con lo sguardo fisso al suolo»; il che</hi><hi rend="CharOverride-1"> non era del tutto vero. Inoltre: cercare amici collaborativi e</hi><hi rend="CharOverride-1"> scaltri ma non profittatori (il massimo, per Primo, fu Alberto</hi><hi rend="CharOverride-1"> Della Volta, «il </hi><hi rend="italic CharOverride-1">suo</hi><hi rend="CharOverride-1"> simbionte»); poi: richiedere di </hi><hi rend="CharOverride-1">andare alle latrine nei momenti di sovraffaticamento; ingegnarsi a ‘lavorare’ </hi><hi rend="CharOverride-1">sapientemente nei momenti di riposo (anche di notte) per trarre </hi><hi rend="CharOverride-1">dagli oggetti sostanze vendibili, come si legge in </hi><hi rend="italic CharOverride-1">Il sistema </hi><hi rend="italic CharOverride-1">periodico</hi><hi rend="CharOverride-1">: Levi rubò dei cilindretti contenenti Cerio che, una </hi><hi rend="CharOverride-1">volta scambiato, avrebbe procurato pane per lui e Alberto: per </hi><hi rend="CharOverride-1">tre notti riuscirono a raschiarli riducendoli a poche pietrine che</hi><hi rend="CharOverride-1"> avrebbero portato loro del cibo (vd. </hi><hi rend="italic CharOverride-1">Cerio</hi><hi rend="CharOverride-1">,</hi><hi rend="italic CharOverride-1"> </hi><hi rend="CharOverride-1">962-67).</hi><hi rend="CharOverride-1"> E infine occorreva rubare: una volta ammesso al laboratorio di</hi><hi rend="CharOverride-1"> chimica, nel Lager, Levi si mise a farlo: «Rubavo </hi><hi rend="CharOverride-1">come lui [Buck del </hi><hi rend="italic CharOverride-1">Richiamo della foresta</hi><hi rend="CharOverride-1"> di J. London] </hi><hi rend="CharOverride-1">e come le volpi: ad ogni occasione favorevole, ma con </hi><hi rend="CharOverride-1">astuzia sorniona e senza espormi. Rubavo tutto, salvo il pane </hi><hi rend="CharOverride-1">dei miei compagni» (963).</hi></p><p rend="text_top" ><hi rend="CharOverride-1">4. Una volta che i </hi><hi rend="CharOverride-1">prigionieri escono dal Lager, le cose cambiano del tutto perché </hi><hi rend="CharOverride-1">comincia il ritorno. E qui occorre premettere che il racconto </hi><hi rend="CharOverride-1">di Levi non va visto ritagliandone le osservazioni sul lavoro, </hi><hi rend="CharOverride-1">ma occorre capire come, in una società disarticolata e scompaginata, </hi><hi rend="CharOverride-1">l’uomo si struttura per sopravvivere e come questo sia </hi><hi rend="italic CharOverride-1">il suo lavoro</hi><hi rend="CharOverride-1">. Il Lager era scientificamente strutturato per</hi><hi rend="CharOverride-1"> spremere i prigionieri, anche distruggendoli; ora è esattamente il contrario:</hi><hi rend="CharOverride-1"> anche quando i soldati russi circondano il campo di </hi><hi rend="CharOverride-1">Bogucice, in Polonia, e fanno uscire dalle baracche gli internati </hi><hi rend="CharOverride-1">perché hanno bisogno di farli lavorare, si realizza «una versione</hi><hi rend="CharOverride-1"> caricaturale delle selezioni tedesche […] poiché si trattava di andare</hi><hi rend="CharOverride-1"> al lavoro e non alla morte» (358); e </hi><hi rend="CharOverride-1">se comunque durante il viaggio di ritorno la disorganizzazione regna </hi><hi rend="CharOverride-1">sovrana, il fine ultimo è felice: che tutti tornino a </hi><hi rend="CharOverride-1">casa propria.</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Ne </hi><hi rend="italic CharOverride-1">La tregua</hi><hi rend="CharOverride-1"> il contesto è raccontato minuziosamente: gli</hi><hi rend="CharOverride-1"> ex-prigionieri sono sballottati di qua e di là, in una</hi><hi rend="CharOverride-1"> direzione e nell’altra. Nessuno degli autori italiani reduci da</hi><hi rend="CharOverride-1"> est ha avuto la possibilità di tracciare un quadro così</hi><hi rend="CharOverride-1"> complesso e vario delle popolazioni incrociate e dei territori attraversati</hi><hi rend="CharOverride-1"> come fa Levi, non fosse che per la durata straordinaria</hi><hi rend="CharOverride-1"> del suo viaggio (da gennaio a ottobre), molti mesi «</hi><hi rend="CharOverride-1">duri, di vagabondaggio ai margini della civiltà» che costituirono «</hi><hi rend="CharOverride-1">una tregua, una parentesi di illimitata disponibilità, un dono provvidenziale </hi><hi rend="CharOverride-1">ma irripetibile del destino» (469): da qui il titolo </hi><hi rend="CharOverride-1">del suo volume. In aggiunta a un quadro complicato di </hi><hi rend="CharOverride-1">per sé, va considerata la sgangheratissima e imprevedibile burocrazia russa </hi><hi rend="CharOverride-1">che produce incertezza dei tempi di attesa da parte degli </hi><hi rend="CharOverride-1">ex-prigionieri, i quali sono costretti ancora una volta ad arrangiarsi: </hi><hi rend="CharOverride-1">piccolo commercio, baratto, furti, truffe, nelle quali si distinguono – nella </hi><hi rend="CharOverride-1">cerchia di Levi – ‘il greco’ e Cesare: dall’ordine </hi><hi rend="CharOverride-1">del Lager che porta all’annientamento si passa al disordine </hi><hi rend="CharOverride-1">e alla provvisorietà, ma la sopravvivenza è garantita non fosse </hi><hi rend="CharOverride-1">altro che dal fatto che i russi, pur nel loro </hi><hi rend="CharOverride-1">caos, danno spesso da mangiare e da bere (a volte </hi><hi rend="CharOverride-1">in modo sovrabbondante, a volte imprevedibilmente carente), e almeno una </hi><hi rend="CharOverride-1">volta anche rubli. In questo mondo scompaginato dove solo pochi </hi><hi rend="CharOverride-1">hanno delle certezze di stabilità, è ovvio che i rapporti </hi><hi rend="CharOverride-1">ne siano condizionati. Si può parlare di una situazione di </hi><hi rend="CharOverride-1">libertà e insieme di precarietà affettiva, mentre la prostituzione è </hi><hi rend="CharOverride-1">per alcune donne un lavoro necessario a causa dell’emarginazione </hi><hi rend="CharOverride-1">che subiscono per il loro passato ‘politico’. Ma in </hi><hi rend="CharOverride-1">generale le donne si organizzano altrimenti ed appaiono come personaggi </hi><hi rend="CharOverride-1">straordinariamente vivi, qualunque sia la loro attività. Quanto a Levi, </hi><hi rend="CharOverride-1">a Katowice, dove resta per qualche mese, fa l’infermiere.</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">In</hi><hi rend="CharOverride-1"> </hi><hi rend="italic CharOverride-1">Se questo è un uomo</hi><hi rend="CharOverride-1"> il lavoro era doppio: a)</hi><hi rend="CharOverride-1"> quello predisposto dai nazisti nel Lager; b) più il prodotto</hi><hi rend="CharOverride-1"> della creatività dei singoli per sopravvivere; ne </hi><hi rend="italic CharOverride-1">La tregua</hi><hi rend="CharOverride-1"> il</hi><hi rend="CharOverride-1"> lavoro è l’invenzione continua dei modi per sopravvivere quando</hi><hi rend="CharOverride-1"> all’esterno la società è semidistrutta. In sostanza: uomini e</hi><hi rend="CharOverride-1"> donne fanno di tutto sia da soli che con altri</hi><hi rend="CharOverride-1"> dando luogo a strutture provvisorie (coppie, piccoli gruppi, fino al</hi><hi rend="CharOverride-1"> ritorno di qualcuno a una vita solitaria in mezzo alla</hi><hi rend="CharOverride-1"> natura come se prendesse a modello Robinson Crusoe). C’è</hi><hi rend="CharOverride-1"> ne </hi><hi rend="italic CharOverride-1">La tregua</hi><hi rend="CharOverride-1"> un’osservazione sulla natura umana alla quale</hi><hi rend="CharOverride-1"> non è stato dato, mi pare, il dovuto rilievo; e</hi><hi rend="CharOverride-1"> cioè che si è sperimentata più volte l’introduzione dell</hi><hi rend="CharOverride-1">’«uomo selvatico» nella civiltà, ma Levi ha assistito </hi><hi rend="CharOverride-1">all’esperienza contraria: un reduce come lui, ma di origine </hi><hi rend="CharOverride-1">trasteverina, si isola in un bosco trasformandosi in uomo selvaggio </hi><hi rend="CharOverride-1">«a dimostrare la fondamentale unità della specie umana» (421</hi><hi rend="CharOverride-1">). Dei vari personaggi ai quali Levi fu vicino per </hi><hi rend="CharOverride-1">caso ci fu Mordo Nahum (il greco) che aveva una </hi><hi rend="CharOverride-1">sua etica del lavoro: lo «sentiva come sacro dovere»</hi><hi rend="CharOverride-1"> ma lo </hi></p><p rend="quotation_b" ><hi rend="CharOverride-1">intendeva in senso molto ampio. Era lavoro tutto</hi><hi rend="CharOverride-1"> e solo ciò che porta a guadagno senza limitare le</hi><hi rend="CharOverride-1"> libertà. Il concetto di lavoro comprendeva quindi, oltre ad alcune</hi><hi rend="CharOverride-1"> attività lecite, anche ad esempio il contrabbando, il furto </hi><hi rend="CharOverride-1">e la truffa (non la rapina, non era un violento).</hi><hi rend="CharOverride-1"> Considerava invece riprovevoli, perché umilianti, tutte le attività che non</hi><hi rend="CharOverride-1"> comportano iniziativa né rischio, o che presuppongono una disciplina e</hi><hi rend="CharOverride-1"> una gerarchia,</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">che egli definiva come «lavoro servile» (3</hi><hi rend="CharOverride-1">36-37). Concezione singolare, che ovviamente non poteva essere </hi><hi rend="CharOverride-1">quella di Levi, ma in qualche modo vi si trovano </hi><hi rend="CharOverride-1">gli elementi fondamentali che compongono il lavoro: dipendenza gerarchica o </hi><hi rend="CharOverride-1">meno, organizzazione o meno, ‘creatività’ individuale, guadagno. Altra forma di </hi><hi rend="CharOverride-1">lavoro era quella artigianale praticata da un altro misantropo che </hi><hi rend="CharOverride-1">aveva scelto «una capanna di tronchi e di frasche a</hi><hi rend="CharOverride-1"> mezz’ora dal campo, e qui viveva in solitudine selvaggia</hi><hi rend="CharOverride-1">». Era, aggiunge Levi, </hi></p><p rend="quotation_b" ><hi rend="CharOverride-1">un contemplativo, ma non un ozioso</hi><hi rend="CharOverride-1"> […] Possedeva un martello e una specie di rozza incudine</hi><hi rend="CharOverride-1"> che aveva ricavato da un residuato di guerra e incastrato</hi><hi rend="CharOverride-1"> in un ceppo: con questi strumenti, e con vecchie latte</hi><hi rend="CharOverride-1"> di conserva, fabbricava pentole e padelle con grande abilità e</hi><hi rend="CharOverride-1"> diligenza religiosa. / Le fabbricava su commissione, per le nuove</hi><hi rend="CharOverride-1"> convivenze […] Non chiedeva compenso, ma accettava doni in natura,</hi><hi rend="CharOverride-1"> pane, formaggio, uova (419-20). </hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Sotto certi aspetti questo personaggio </hi><hi rend="CharOverride-1">anticipa il Faussone de </hi><hi rend="italic CharOverride-1">La chiave a stella</hi><hi rend="CharOverride-1">.</hi></p><p rend="text_top" ><hi rend="CharOverride-1">5. </hi><hi rend="CharOverride-1">E veniamo a questo testo, dove come è noto l’</hi><hi rend="CharOverride-1">ex-chimico Levi, in pensione dal 1975 e che si è </hi><hi rend="CharOverride-1">messo a fare lo scrittore a tempo pieno, immagina un </hi><hi rend="CharOverride-1">lunghissimo dialogo col montatore Faussone, che gira il mondo lavorando </hi><hi rend="CharOverride-1">per tirar su tralicci, e quindi ponti, e sopraelevate ecc. </hi><hi rend="CharOverride-1">Il personaggio è, come dichiara Levi, ‘irreale’, ma nasce</hi><hi rend="CharOverride-1"> dalla sua trentennale esperienza di lavoro in fabbrica accanto a</hi><hi rend="CharOverride-1"> operai da cui ha derivato i tratti tecnici e morali</hi><hi rend="CharOverride-1"> che gli attribuisce (</hi><hi rend="italic CharOverride-1">OC</hi><hi rend="CharOverride-1">, III, 165). L’incontro di</hi><hi rend="CharOverride-1"> Levi con tanti operai, condensati in uno solo, pone problemi</hi><hi rend="CharOverride-1"> di diverso ordine, uno anche filosofico, del tipo ‘forse </hi><hi rend="CharOverride-1">il mondo è mal congegnato, ma chi può aggiustarlo?’. </hi><hi rend="CharOverride-1">Gli altri sono inerenti alle caratteristiche di due lavori diversi: </hi><hi rend="CharOverride-1">il montatore e lo scrittore, i quali però anche si </hi><hi rend="CharOverride-1">somigliano. Quindi in questo testo Levi non parla del suo </hi><hi rend="CharOverride-1">primo mestiere, che era stato quello del chimico, ma solo </hi><hi rend="CharOverride-1">del secondo: di sé come scrittore.</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Il segreto di Faussone è</hi><hi rend="CharOverride-1"> amare il proprio lavoro e sentirsi libero facendolo: «Ma </hi><hi rend="CharOverride-1">io l’anima ce la metto in tutti i lavori</hi><hi rend="CharOverride-1"> […] Per me, ogni lavoro che incammino è come un</hi><hi rend="CharOverride-1"> primo amore» (</hi><hi rend="italic CharOverride-1">OC</hi><hi rend="CharOverride-1">, I,1066). Le condizioni fondamentali</hi><hi rend="CharOverride-1"> sono l’indipendenza e la creatività; ciò non significa che</hi><hi rend="CharOverride-1"> non ci debbano essere controlli sul suo lavoro, ma che</hi><hi rend="CharOverride-1"> nel caso del non funzionamento di un’opera si possa</hi><hi rend="CharOverride-1"> capirne le cause e rimediare portandola a compimento ‘perfettamente’ per</hi><hi rend="CharOverride-1"> quanto sia umanamente possibile. Il racconto di Faussone, delle sue</hi><hi rend="CharOverride-1"> imprese e difficoltà, è una novità nella nostra narrativa: un</hi><hi rend="CharOverride-1"> esame dettagliato, minuto e chiaro delle sue imprese, con un</hi><hi rend="CharOverride-1"> lessico preciso che arricchisce il nostro vocabolario letterario: anche i</hi><hi rend="CharOverride-1"> piemontesismi sono integrati in questa lingua originale, «tutta cose»</hi><hi rend="CharOverride-1"> come sempre in Levi.</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Il lavoro si esercita entro l’</hi><hi rend="CharOverride-1">ordine possibile del mondo modificandolo in meglio, ma c’è </hi><hi rend="CharOverride-1">un punto in cui Faussone diventa filosofo e si domanda </hi><hi rend="CharOverride-1">che cosa ci si sta a fare nel mondo, e </hi><hi rend="CharOverride-1">non può rispondere che ci si sta per montare tralicci, </hi><hi rend="CharOverride-1">perché se poi il lavoro viene male viene da cambiarlo, </hi><hi rend="CharOverride-1">ma anche pensa «che tutti i lavori sono uguali, e</hi><hi rend="CharOverride-1"> che anche il mondo è fuori quadro, anche se adesso</hi><hi rend="CharOverride-1"> andiamo sulla luna, e è sempre stato fuori quadro, e</hi><hi rend="CharOverride-1"> non lo raddrizza nessuno, e si figuri se lo raddrizza</hi><hi rend="CharOverride-1"> un montatore» (1071). Fermiamoci qui al punto in </hi><hi rend="CharOverride-1">cui si ferma lui, per non toccare il problema dell’</hi><hi rend="CharOverride-1">ordine universale e della sua eventuale stortura irreparabile. Più interessante </hi><hi rend="CharOverride-1">in questa sede è quando il montatore afferma che «se</hi><hi rend="CharOverride-1"> uno sul lavoro non si sente indipendente, addio patria, se</hi><hi rend="CharOverride-1"> ne va tutto il gusto, e allora uno è meglio</hi><hi rend="CharOverride-1"> se va alla Fiat, almeno quando torna a casa si</hi><hi rend="CharOverride-1"> mette le pantofole e va a letto con la moglie</hi><hi rend="CharOverride-1">» (1063). Qui è Levi che parla attraverso di </hi><hi rend="CharOverride-1">lui. A proposito del lavoro in Lager afferma in un’</hi><hi rend="CharOverride-1">intervista a Nicola Tranfaglia che la differenza fra i lavori</hi><hi rend="CharOverride-1"> più alienanti attuali e quello in Lager (fermo restando che</hi><hi rend="CharOverride-1"> «qualche punto comune c’è») consiste in due </hi><hi rend="CharOverride-1">elementi: il lavoratore costretto nel suo lavoro ad automatizzarsi ha </hi><hi rend="CharOverride-1">però quotidianamente la consolazione di tornare ogni giorno a casa </hi><hi rend="CharOverride-1">propria, ha il lavoro sicuro e nel Lager neanche la</hi><hi rend="CharOverride-1"> vita era sicura; e ha la possibilità di cercarsi </hi><hi rend="CharOverride-1">un altro lavoro. Cosa che nel Lager non si poteva </hi><hi rend="CharOverride-1">fare (e se il cambiare lavoro capitava, come fu per </hi><hi rend="CharOverride-1">Levi, era cosa casuale).</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Parlando del suo secondo mestiere mette in</hi><hi rend="CharOverride-1"> risalto la comodità materiale in cui gli scrittori lavorano:</hi><hi rend="CharOverride-1"> «stando seduti, al caldo e a livello del </hi><hi rend="CharOverride-1">pavimento» (e solo chi è sempre attento alle condizioni </hi><hi rend="CharOverride-1">del lavoro altrui può fare osservazioni simili), solo che può </hi><hi rend="CharOverride-1">scrivere cose «pasticciate e inutili» senza accorgersene, al contrario </hi><hi rend="CharOverride-1">del montatore che può verificare quasi subito la riuscita del </hi><hi rend="CharOverride-1">proprio lavoro, «perché la carta è un materiale troppo tollerante.</hi><hi rend="CharOverride-1"> Le puoi scrivere sopra qualunque enormità, e non protesta mai</hi><hi rend="CharOverride-1">», e se il lavoro è mal riuscito se ne</hi><hi rend="CharOverride-1"> accorge il lettore ma quando è troppo tardi (1071).</hi><hi rend="CharOverride-1"> In conclusione però «l’amare il proprio lavoro (che </hi><hi rend="CharOverride-1">purtroppo è privilegio di pochi) costituisce la migliore approssimazione concreta </hi><hi rend="CharOverride-1">alla felicità sulla terra» (1097). Ma il problema del</hi><hi rend="CharOverride-1"> lavoro automatizzato e delle catene di montaggio della Fiat? Vi</hi><hi rend="CharOverride-1"> allude come si è visto Faussone, implicitamente dandone un giudizio</hi><hi rend="CharOverride-1"> ‘parzialmente’ negativo.</hi></p><p rend="text_top" ><hi rend="CharOverride-1">5.1 Levi affronta il problema dell’organizzazione capitalistica</hi><hi rend="CharOverride-1"> del lavoro in modo non esteso ma chiaro. A più</hi><hi rend="CharOverride-1"> riprese ha affermato che certamente c’era un conflitto fra</hi><hi rend="CharOverride-1"> l’azienda per la quale lavoravano lui e altri internati</hi><hi rend="CharOverride-1"> nel Lager (la Farben, ma per altri la Siemens) e</hi><hi rend="CharOverride-1"> l’organizzazione nazista del Lager stesso, perché certamente per l</hi><hi rend="CharOverride-1">’azienda non dovevano essere previsti il deperimento e la morte</hi><hi rend="CharOverride-1"> del lavoratore, ma il suo trattamento in modo che potesse</hi><hi rend="CharOverride-1"> lavorare in condizioni che gli consentissero di produrre di più</hi><hi rend="CharOverride-1">. Inoltre già abbiamo ricordato quanto afferma Levi sul parallelismo </hi><hi rend="CharOverride-1">fra lavoro in fabbrica (suppongo alludesse alla catena di montaggio) </hi><hi rend="CharOverride-1">e lavoro nel Lager, ma scrive anche puntate polemiche, coperte </hi><hi rend="CharOverride-1">ma non troppo, sull’ideologia anti-neocapitalistica dominante in Italia</hi><hi rend="CharOverride-1"> alla sinistra del PCI, già evidente nelle posizioni di alcuni</hi><hi rend="CharOverride-1"> intellettuali negli anni Sessanta e poi diffusasi fra studenti e</hi><hi rend="CharOverride-1"> operai negli anni della contestazione (</hi><hi rend="italic CharOverride-1">La chiave a stella</hi><hi rend="CharOverride-1"> </hi><hi rend="CharOverride-1">comincia ad essere scritta alla metà degli anni Settanta e </hi><hi rend="CharOverride-1">fu edita alla fine del 1978, con la quarta di</hi><hi rend="CharOverride-1"> copertina non firmata ma scritta da Italo Calvino). Scrive </hi><hi rend="CharOverride-1">Levi, evidentemente rivolgendosi a chi allora si riteneva un rivoluzionario</hi><hi rend="CharOverride-1">: </hi></p><p rend="quotation_b" ><hi rend="CharOverride-1">però esiste anche una retorica di segno opposto, non </hi><hi rend="CharOverride-1">cinica ma profondamente stupida, che tende a denigrarlo, a dipingerlo </hi><hi rend="CharOverride-1">vile, come se del lavoro, proprio od altrui, si potesse </hi><hi rend="CharOverride-1">fare a meno, non solo in Utopia ma oggi qui: </hi><hi rend="CharOverride-1">come se chi lavorasse fosse per definizione un servo, e </hi><hi rend="CharOverride-1">come se, per converso, chi lavorare non sa, o sa </hi><hi rend="CharOverride-1">male, o non vuole, fosse per ciò stesso un uomo </hi><hi rend="CharOverride-1">libero. È malinconicamente vero che molti lavori non sono amabili, </hi><hi rend="CharOverride-1">ma è nocivo scendere in campo carichi di odio preconcetto: </hi><hi rend="CharOverride-1">chi lo fa, si condanna per la vita a odiare </hi><hi rend="CharOverride-1">non solo il lavoro, ma sé stesso e il mondo</hi><hi rend="CharOverride-1"> (1098). </hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Con una certa faciloneria si parlava allora di</hi><hi rend="CharOverride-1"> organizzazione ‘tedesca’ del lavoro, con passaggi illogici fra l’organizzazione</hi><hi rend="CharOverride-1"> di fabbrica e l’organizzazione anche del Lager, che come</hi><hi rend="CharOverride-1"> si è visto Levi rifiuta quasi in toto: secondo lui</hi><hi rend="CharOverride-1"> quel tanto che può far somigliare il lavoro alla catena</hi><hi rend="CharOverride-1"> di montaggio alla costrizione del Lager è dovuto non al</hi><hi rend="CharOverride-1"> capitalismo in astratto ma, afferma Levi ancora in un’intervista,</hi><hi rend="CharOverride-1"> all’organizzazione industriale, la quale ha portato alla perdita del</hi><hi rend="CharOverride-1"> rapporto uomo/natura. E così il lavoro è diventato di squadra,</hi><hi rend="CharOverride-1"> di gruppo; e i giovani che stanno riscoprendo l’artigianato</hi><hi rend="CharOverride-1"> esperimentano forse il lato negativo del lavorare da soli, ma</hi><hi rend="CharOverride-1"> anche quello positivo di poter dire «mi riconosco in </hi><hi rend="CharOverride-1">quello che faccio» (ancora dall’intervista </hi><hi rend="italic CharOverride-1">Col sudore della </hi><hi rend="italic CharOverride-1">fronte</hi><hi rend="CharOverride-1">). </hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">C’è da chiedersi come fu accolto il libro.</hi><hi rend="CharOverride-1"> A parte le recensioni, che sono per loro natura risposte</hi><hi rend="CharOverride-1"> di intellettuali, Levi stesso ci informa delle reazioni del pubblico:</hi><hi rend="CharOverride-1"> </hi></p><p rend="quotation_b" ><hi rend="CharOverride-1">Il linguaggio che ho usato è quello degli operai ed</hi><hi rend="CharOverride-1"> è stato piacevole scriverlo, così colorito, divertente. Forse per questo</hi><hi rend="CharOverride-1"> è letto da un pubblico che non speravo di raggiungere.</hi><hi rend="CharOverride-1"> Ricevo lettere da operai, ma anche da sindacalisti che mi</hi><hi rend="CharOverride-1"> approvano e chiedono la mia collaborazione (</hi><hi rend="italic CharOverride-1">OC</hi><hi rend="CharOverride-1">, III, </hi><hi rend="CharOverride-1">167).</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Ma perché Levi ha scelto come interlocutore un montatore e</hi><hi rend="CharOverride-1"> parla di sé come scrittore? Perché lo scrittore ‘monta’ i</hi><hi rend="CharOverride-1"> contenuti della propria esperienza: i ricordi, prima di tutto, ma</hi><hi rend="CharOverride-1"> anche, per quanto lo riguarda, la propria esperienza di chimico</hi><hi rend="CharOverride-1"> che ‘scompone’ e ‘ricrea’ la materia. Da considerare, senza poterli</hi><hi rend="CharOverride-1"> trattare in questa sede, altri due suoi libri: la </hi><hi rend="CharOverride-1">scelta dei testi de </hi><hi rend="italic CharOverride-1">La ricerca delle</hi><hi rend="CharOverride-1"> </hi><hi rend="italic CharOverride-1">radici</hi><hi rend="CharOverride-1"> e le </hi><hi rend="CharOverride-1">incursioni da «bracconiere» in altri campi ne </hi><hi rend="italic CharOverride-1">L’altrui</hi><hi rend="CharOverride-1"> </hi><hi rend="italic CharOverride-1">mestiere</hi><hi rend="CharOverride-1">. Fu dunque un uomo con ‘due’ mestieri, se si</hi><hi rend="CharOverride-1"> considerano quelli definibili così per alcune caratteristiche: perché scelti liberamente,</hi><hi rend="CharOverride-1"> perché i risultati ci appagano del tempo e delle energie</hi><hi rend="CharOverride-1"> che dedichiamo loro; e quando lo scrittore diventò famoso </hi><hi rend="CharOverride-1">ed era spesso chiamato nelle scuole a parlare con gli </hi><hi rend="CharOverride-1">studenti ammise che quello era diventato il suo «terzo mestiere</hi><hi rend="CharOverride-1">» (166). Ma fu uomo dai molti mestieri relativamente</hi><hi rend="CharOverride-1"> a quelli che gli furono imposti dalle circostanze; e fu</hi><hi rend="CharOverride-1"> tale che seppe vedere come, indipendentemente dagli strumenti che si</hi><hi rend="CharOverride-1"> usano e che danno il nome al mestiere, gli uom</hi><hi rend="CharOverride-1">ini procedono nel lavoro con progetti e processi mentali simili.</hi><hi rend="CharOverride-1"> Questo quando il lavoro è frutto di una scelta </hi><hi rend="CharOverride-1">libera, e non di una costrizione. Ora, la costrizione può </hi><hi rend="CharOverride-1">arrivare ad essere quella dell’operaio nella fabbrica che lavora </hi><hi rend="CharOverride-1">non per piacere ma per necessità. E questo è il </hi><hi rend="CharOverride-1">frutto, come si è visto, dell’organizzazione industriale moderna. Ma </hi><hi rend="CharOverride-1">c’era stato nella sua vita un lavoro in cui </hi><hi rend="CharOverride-1">il tasso di costrizione era intollerabile perché contravveniva non solo </hi><hi rend="CharOverride-1">alle regole della libera scelta ma anche a quelle elementari </hi><hi rend="CharOverride-1">della sopravvivenza: la logica dell’organizzazione del Lager non aveva </hi><hi rend="CharOverride-1">soltanto lo scopo di far produrre il lavoratore al massimo </hi><hi rend="CharOverride-1">delle sue possibilità, ma puntava al suo annientamento: tu lavorerai </hi><hi rend="CharOverride-1">oltre le tue forze perché, in quanto ebreo (o comunista, </hi><hi rend="CharOverride-1">omosessuale ecc.), tu devi morire. Ed è una logica che </hi><hi rend="CharOverride-1">va sempre tenuta presente così come l’ebbe sempre presente </hi><hi rend="CharOverride-1">il nostro autore; e questo rende solo apparentemente sorprendente il</hi><hi rend="CharOverride-1"> suo più volte dichiarato ottimismo nei confronti dell’uomo. Prendiamo</hi><hi rend="CharOverride-1"> una delle sue molte dichiarazioni al riguardo. Alla domanda di</hi><hi rend="CharOverride-1"> Lucia di Ricco: «Da cosa sorge la sua fiducia </hi><hi rend="CharOverride-1">negli uomini?», Levi rispose: «Dal riconoscimento della dignità dell</hi><hi rend="CharOverride-1">’essere umano, dalla consapevolezza delle sue capacità, delle sue doti.</hi><hi rend="CharOverride-1"> Ho fiducia negli uomini perché li stimo per quello che</hi><hi rend="CharOverride-1"> sono e per le opere che possono compiere. E penso</hi><hi rend="CharOverride-1"> che sia bene travasare la mia fiducia nei libri» </hi><hi rend="CharOverride-1">(166). E il lavoro mortifero del Lager? Purtroppo per noi </hi><hi rend="CharOverride-1">e per lui, Levi sapeva troppo bene che questo faceva </hi><hi rend="CharOverride-1">parte delle ‘opere’ che gli uomini ‘possono compiere’.</hi></p><p rend="h2" ><hi>Riferimenti bibliografici</hi></p><p rend="bib_indx_bib" ><hi rend="CharOverride-1">Angier, Carole. 2004. </hi><hi rend="italic CharOverride-1">Il doppio legame. Vita di Primo Levi</hi><hi rend="CharOverride-1">. Milano: Mondadori (ed. orig. </hi><hi rend="italic CharOverride-1">The double Bond</hi><hi rend="CharOverride-1">, 2002).</hi></p><p rend="bib_indx_bib" ><hi rend="CharOverride-1">Astrologo, Dunia, e Giovanni Ferrero. </hi><hi rend="CharOverride-1">2021. “Pensare con le mani. Primo Levi e il lavoro nell’era tecnologica. Un commento a “La chiave a stella”.” In </hi><hi rend="italic CharOverride-1">Primo Levi al plurale</hi><hi rend="CharOverride-1">, a cura di Domenico Scarpa, 139-46.</hi><hi rend="CharOverride-1"> Torino: Silvio Zamorani.</hi></p><p rend="bib_indx_bib" ><hi rend="CharOverride-1">Beccaria, Gian Luigi. 1983. Prefazione a Primo </hi><hi rend="CharOverride-1">Levi, </hi><hi rend="italic CharOverride-1">La chiave a stella</hi><hi rend="CharOverride-1">. Milano: Mondadori.</hi></p><p rend="bib_indx_bib" ><hi rend="CharOverride-1">Belpoliti, Marco. 2015. </hi><hi rend="italic CharOverride-1">Primo Levi di fronte e di profilo</hi><hi rend="CharOverride-1">. Milano:</hi><hi rend="CharOverride-1"> Guanda.</hi></p><p rend="bib_indx_bib" ><hi rend="CharOverride-1">Belpoliti, Marco. 2016-2018. “L’uomo dai molti mestieri.” In </hi><hi rend="italic CharOverride-1">Opere complete </hi><hi rend="CharOverride-1">(OC), vol. III, </hi><hi rend="CharOverride-1">a cura di Marco Belpoliti; introduzione di Daniele Del Giudice. Torino:</hi><hi rend="CharOverride-1"> Einaudi.</hi></p><p rend="bib_indx_bib" ><hi rend="CharOverride-1">Bucciantini, Massimo. 2023. </hi><hi rend="italic CharOverride-1">In un altro mondo. Galileo Galilei, Vincent van Gogh, Primo Levi</hi><hi rend="CharOverride-1">. Milano: il Saggiatore. </hi></p><p rend="bib_indx_bib" ><hi rend="CharOverride-1">Calvino, Italo. 1985. “L’altrui mestiere di P. L.”</hi><hi rend="italic CharOverride-1"> </hi><hi rend="CharOverride-1">In Italo Calvino, </hi><hi rend="italic CharOverride-1">Saggi</hi><hi rend="CharOverride-1">, vol. I</hi><hi rend="CharOverride-1">, 1138-141. </hi></p><p rend="bib_indx_bib" ><hi rend="CharOverride-1">Levi, Primo.</hi><hi rend="italic CharOverride-1"> </hi><hi rend="CharOverride-1">2016-2018. </hi><hi rend="italic CharOverride-1">Opere complete </hi><hi rend="CharOverride-1">(OC), 3 voll. a </hi><hi rend="CharOverride-1">cura di Marco Belpoliti; introduzione di Daniele Del Giudice. Torino: Einaudi. </hi></p><p rend="bib_indx_bib" ><ref target="0"><hi rend="italic CharOverride-1">Primolevi.it</hi></ref><hi rend="CharOverride-1">. s.d. “Lavoro.” </hi><ref target="0"><hi rend="CharOverride-1">www.primolevi.it</hi></ref><hi rend="CharOverride-1"> andare sull’</hi><hi rend="italic CharOverride-1">Accesso tematico</hi><hi rend="CharOverride-1"> e cercare la parola-chiave </hi><hi rend="italic CharOverride-1">Lavoro</hi><hi rend="CharOverride-1">. </hi></p><p rend="bib_indx_bib" ><hi rend="CharOverride-1">Scarpa, Domenico, a </hi><hi rend="CharOverride-1">cura di. 1922.</hi><hi rend="italic CharOverride-1"> Bibliografia di Primo Levi ovvero Il primo Atlante</hi><hi rend="CharOverride-1">.</hi><hi rend="italic CharOverride-1"> </hi><hi rend="CharOverride-1">Torino: Einaudi</hi><hi rend="italic CharOverride-1">.</hi></p><p rend="bib_indx_bib" ><hi rend="CharOverride-1">Scarpa, Domenico, e Cristina </hi><hi rend="CharOverride-1">Zuccaro, a cura di. 2020. ““di-su-per” ossia Guida alla Bibliografia Primo Levi online.” </hi><hi rend="italic CharOverride-1">Biblioteche</hi><hi rend="CharOverride-1"> </hi><hi rend="italic CharOverride-1">oggi</hi><hi rend="CharOverride-1"> (novembre).</hi></p><p rend="bib_indx_bib" ><hi rend="CharOverride-1">Thomson, </hi><hi rend="CharOverride-1">Ian. 2017. </hi><hi rend="italic CharOverride-1">Primo Levi. La vita</hi><hi rend="CharOverride-1">, Milano: DeA Pianeta Libri (prima edizione inglese, </hi><hi rend="italic CharOverride-1">Primo Levi. A Life</hi><hi rend="CharOverride-1">, 2002).</hi></p><p rend="bib_indx_bib" ><hi rend="CharOverride-1">Tranfaglia, Nicola. 2016. Intervista: “Col sudore della fronte.” YouTube video. 31-10-2016. </hi></p>  
      
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        <listBibl>
          <head>References</head>
          <bibl n="146045">Angier, Carole. 2004. Il doppio legame. Vita di Primo Levi. Milano: Mondadori (ed. orig. The double Bond, 2002).</bibl>
          <bibl n="144212">Astrologo, Dunia, e Giovanni Ferrero. 2021. “Pensare con le mani. Primo Levi e il lavoro nell’era tecnologica. Un commento a “La chiave a stella”.” In Primo Levi al plurale, a cura di Domenico Scarpa, 139-46. Torino: Silvio Zamorani.</bibl>
          <bibl n="146759">Beccaria, Gian Luigi. 1983. Prefazione a Primo Levi, La chiave a stella. Milano: Mondadori.</bibl>
          <bibl n="147251">Belpoliti, Marco. 2015. Primo Levi di fronte e di profilo. Milano: Guanda.</bibl>
          <bibl n="144697">Belpoliti, Marco. 2016-2018. “L’uomo dai molti mestieri.” In Opere complete (OC), vol. III, a cura di Marco Belpoliti; introduzione di Daniele Del Giudice. Torino: Einaudi.</bibl>
          <bibl n="145937">Bucciantini, Massimo. 2023. In un altro mondo. Galileo Galilei, Vincent van Gogh, Primo Levi. Milano: il Saggiatore.</bibl>
          <bibl n="146692">Calvino, Italo. 1985. “L’altrui mestiere di P. L.” In Italo Calvino, Saggi, vol. I, 1138-141.</bibl>
          <bibl n="145439">Levi, Primo. 2016-2018. Opere complete (OC), 3 voll. a cura di Marco Belpoliti; introduzione di Daniele Del Giudice. Torino: Einaudi.</bibl>
          <bibl n="146167">Primolevi.it. s.d. “Lavoro.” www.primolevi.it andare sull’Accesso tematico e cercare la parola-chiave Lavoro.</bibl>
          <bibl n="146350">Scarpa, Domenico, a cura di. 1922. Bibliografia di Primo Levi ovvero Il primo Atlante. Torino: Einaudi.</bibl>
          <bibl n="145160">Scarpa, Domenico, e Cristina Zuccaro, a cura di. 2020. ““di-su-per” ossia Guida alla Bibliografia Primo Levi online.” Biblioteche oggi (novembre).</bibl>
          <bibl n="145871">Thomson, Ian. 2017. Primo Levi. La vita, Milano: DeA Pianeta Libri (prima edizione inglese, Primo Levi. A Life, 2002).</bibl>
          <bibl n="146760">Tranfaglia, Nicola. 2016. Intervista: “Col sudore della fronte.” YouTube video. 31-10-2016.</bibl>
        </listBibl>
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    </body>
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