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        <title type="main" level="a">Il lavoro nell’operaismo italiano</title>
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            <forename>Sandro</forename>
            <surname>Mezzadra</surname>
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          <resp>This is a section of <title>Idee di lavoro e di ozio per la nostra civiltà</title>(DOI: <idno type="DOI">10.36253/979-12-215-0319-7</idno>) by </resp>
          <name>Giovanni Mari, Francesco Ammannati, Brogi Stefano, Tiziana Faitini, Arianna Fermani, Francesco Seghezzi, Annalisa Tonarelli</name>
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        <publisher>Firenze University Press</publisher>
        <pubPlace>Florence</pubPlace>
        <date when="2024">2024</date>
        <idno type="DOI">https://doi.org/10.36253/979-12-215-0319-7.155</idno>
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          <p>Open Access</p>
          <p>Copyright Author(s)</p>
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        <p>This is original content, published for academic research purposes</p>
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        <p>The chapter deals with a specific current of Marxist thought that took shape in the 1960s in Italy, Operaismo, also known as autonomist Marxism. Against the background of powerful workers’ struggles in the North of the country, journals like Quaderni rossi and Classe operaia pursued an innovative investigation (“co-research”) of the condition and composition of labor in a conjuncture of accelerated mass industrialization. The chapter discusses the ways in which two leading figures of Operaismo, Mario Tronti and Toni Negri, took stock of the outcomes of that investigation in their reading of Marx, in their theoretical reflections on the concept of labor, and in the politics of “refusal” they proposed with different inflections in the 1960s and in the 1970s. A politics of refusal emerges from the work of both authors, although their conclusions.</p>
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            <item>operaismo</item>
            <item>Marx</item>
            <item>labor (refusal of)</item>
            <item>Mario Tronti</item>
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      <p>It is available online at https://doi.org/10.36253/979-12-215-0319-7.155<ref target="https://doi.org/10.36253/979-12-215-0319-7.155" /></p>
      
      <p rend="h1_chapter">Il lavoro nell’operaismo italiano</p><p rend="h1_author ParaOverride-1" ><hi rend="CharOverride-1">Sandro Mezzadra</hi></p><p rend="h2" ><hi>1. Introduzione</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">L’operaismo italiano</hi><hi rend="CharOverride-1"> è una corrente del marxismo che prende forma all’inizio</hi><hi rend="CharOverride-1"> degli anni Sessanta nel contesto di crisi e rinnovamento del</hi><hi rend="CharOverride-1"> movimento operaio che a livello internazionale si era aperto con</hi><hi rend="CharOverride-1"> gli eventi del 1956 (ventesimo congresso del PCUS, invasione </hi><hi rend="CharOverride-1">sovietica dell’Ungheria, crisi di Suez). Esperienze di ricerca e </hi><hi rend="CharOverride-1">organizzazione politica in altri Paesi (in particolare in Francia e </hi><hi rend="CharOverride-1">negli Stati Uniti) sono state certo importanti per lo sviluppo</hi><hi rend="CharOverride-1"> dell’operaismo. Tuttavia, la sua origine è del tutto interna</hi><hi rend="CharOverride-1"> al contesto italiano sia per quanto riguarda i dibattiti teorici</hi><hi rend="CharOverride-1"> e politici in cui matura, sia soprattutto in riferimento alla</hi><hi rend="CharOverride-1"> radicalità delle lotte operaie nel Nord del Paese che costituiscono</hi><hi rend="CharOverride-1"> al tempo stesso lo sfondo e il terreno di verifica</hi><hi rend="CharOverride-1"> dell’operaismo. Quest’ultimo viene definendosi nel corso degli anni</hi><hi rend="CharOverride-1"> Sessanta essenzialmente attraverso riviste come </hi><hi rend="italic CharOverride-1">Quaderni</hi><hi rend="CharOverride-1"> </hi><hi rend="italic CharOverride-1">rossi</hi><hi rend="CharOverride-1"> (1961-1966) e </hi><hi rend="italic CharOverride-1">Classe</hi><hi rend="CharOverride-1"> </hi><hi rend="italic CharOverride-1">operaia</hi><hi rend="CharOverride-1"> (1964-1967), caratterizzate in modi diversi dal tentativo di dare</hi><hi rend="CharOverride-1"> conto dei caratteri e dei comportamenti della nuova classe operaia</hi><hi rend="CharOverride-1"> industriale che si era tra l’altro formata attraverso la</hi><hi rend="CharOverride-1"> migrazione di massa dal Sud verso il cosiddetto triangolo industriale</hi><hi rend="CharOverride-1">. Metodi innovativi di ricerca fecero in particolare dei </hi><hi rend="italic CharOverride-1">Quaderni</hi><hi rend="CharOverride-1"> </hi><hi rend="italic CharOverride-1">rossi</hi><hi rend="CharOverride-1"> una fucina di quella che sarebbe divenuta la sociologia </hi><hi rend="CharOverride-1">del lavoro in Italia, mentre la proposta della ‘conricerca’ elaborata </hi><hi rend="CharOverride-1">da Romano Alquati puntava in modo più deciso a combinare </hi><hi rend="CharOverride-1">il lavoro di inchiesta con l’intervento politico e l’</hi><hi rend="CharOverride-1">organizzazione all’interno delle fabbriche. Non v’è accordo sul </hi><hi rend="CharOverride-1">momento genetico dell’operaismo propriamente detto, che per alcuni coincide </hi><hi rend="CharOverride-1">con la nascita di </hi><hi rend="italic CharOverride-1">Classe</hi><hi rend="CharOverride-1"> </hi><hi rend="italic CharOverride-1">operaia</hi><hi rend="CharOverride-1"> da una scissione dei </hi><hi rend="italic CharOverride-1">Quaderni</hi><hi rend="CharOverride-1"> </hi><hi rend="italic CharOverride-1">rossi</hi><hi rend="CharOverride-1"> mentre per altri questi ultimi già esemplificano alcuni </hi><hi rend="CharOverride-1">tratti di fondo dello ‘stile’ operaista. Lo stesso vale per </hi><hi rend="CharOverride-1">la fine di quell’esperienza, secondo alcuni collocata a ridosso </hi><hi rend="CharOverride-1">del ’68, per altri distesa lungo tutti gli anni Settanta </hi><hi rend="CharOverride-1">e in fondo ancora oggi vitale, attraverso molteplici svolte e </hi><hi rend="CharOverride-1">rotture che hanno fatto parlare di ‘post-operaismo’.</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Non è qui</hi><hi rend="CharOverride-1"> possibile ricostruire la storia dell’operaismo, né si possono analizzare</hi><hi rend="CharOverride-1"> le molteplici alternative che al suo interno si sono presentate.</hi><hi rend="CharOverride-1"> Del resto, negli ultimi anni l’operaismo è stato al</hi><hi rend="CharOverride-1"> centro di un gran numero di ricerche, anche per via</hi><hi rend="CharOverride-1"> della relativa fortuna che ha conosciuto nel dibattito internazionale (si</hi><hi rend="CharOverride-1"> vedano ad esempio Borio, Pozzi e Roggero 2005; Wright 2008;</hi><hi rend="CharOverride-1"> Milana e Trotta 2008), mentre diverse pubblicazioni sono state </hi><hi rend="CharOverride-1">dedicate a figure centrali nella sua storia, come ad esempio </hi><hi rend="CharOverride-1">Romano Alquati (Bedani e Ioannilli 2020) e Guido Bianchini (Giovannelli</hi><hi rend="CharOverride-1"> e Sbrogiò 2021). In questione è qui il modo in</hi><hi rend="CharOverride-1"> cui l’operaismo ha inteso il lavoro, concetto evidentemente centrale</hi><hi rend="CharOverride-1"> in tutto il marxismo che assume tuttavia nella corrente in</hi><hi rend="CharOverride-1"> questione caratteri molto originali. Ci soffermeremo sugli scritti dei due</hi><hi rend="CharOverride-1"> teorici più noti dell’operaismo, Mario Tronti e Toni Negri,</hi><hi rend="CharOverride-1"> che condividono le esperienze di </hi><hi rend="italic CharOverride-1">Quaderni</hi><hi rend="CharOverride-1"> </hi><hi rend="italic CharOverride-1">Rossi</hi><hi rend="CharOverride-1"> e </hi><hi rend="italic CharOverride-1">Classe</hi><hi rend="CharOverride-1"> </hi><hi rend="italic CharOverride-1">operaia</hi><hi rend="CharOverride-1"> per poi separarsi e seguire vie per molti versi opposte</hi><hi rend="CharOverride-1"> negli anni Settanta (la stessa alternativa nella lettura dell’origine</hi><hi rend="CharOverride-1"> e della fine dell’operaismo ricordata più sopra può essere</hi><hi rend="CharOverride-1"> in buona misura ricondotta alle loro diverse posizioni). Diciamo subito</hi><hi rend="CharOverride-1"> che l’operaismo legge in primo luogo il lavoro nella</hi><hi rend="CharOverride-1"> società capitalistica dal punto di vista della ‘soggettivazione’, lo</hi><hi rend="CharOverride-1"> intende cioè come terreno di scontro, di ostilità e di</hi><hi rend="CharOverride-1"> rifiuto. Sta qui del resto il significato dello stesso concetto</hi><hi rend="CharOverride-1"> di operaismo, che ricapitola i termini di una scommessa politica</hi><hi rend="CharOverride-1"> sulla capacità della soggettività operaia di rompere il tessuto della</hi><hi rend="CharOverride-1"> ‘democrazia progressiva’ togliattiana, costruita su una specifica interpretazione del pensiero</hi><hi rend="CharOverride-1"> di Gramsci, e di aprire lo spazio per una azione</hi><hi rend="CharOverride-1"> rivoluzionaria all’altezza del capitalismo avanzato nella fase della ‘produzione</hi><hi rend="CharOverride-1"> di massa’. «Quando la </hi><hi rend="italic CharOverride-1">classe operaia</hi><hi rend="CharOverride-1"> rifiuta politicamente di</hi><hi rend="CharOverride-1"> farsi </hi><hi rend="italic CharOverride-1">popolo</hi><hi rend="CharOverride-1">», scrive Tronti nel 1963, «non si chiude,</hi><hi rend="CharOverride-1"> si apre la via più diretta per la rivoluzione socialista</hi><hi rend="CharOverride-1">» (Tronti 1977, 79). Non diversa era in quegli anni la</hi><hi rend="CharOverride-1"> posizione di Negri, che intitolò il suo primo articolo in</hi><hi rend="CharOverride-1"> </hi><hi rend="italic CharOverride-1">Classe</hi><hi rend="CharOverride-1"> </hi><hi rend="italic CharOverride-1">operaia</hi><hi rend="CharOverride-1"> “Operai senza alleati” (1964). Ma vediamo meglio </hi><hi rend="CharOverride-1">le posizioni di questi due teorici.</hi></p><p rend="h2" ><hi>2. Mario Tronti: la </hi><hi>strategia del rifiuto</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Per molti versi, </hi><hi rend="italic CharOverride-1">Operai e capitale</hi><hi rend="CharOverride-1"> di Tronti</hi><hi rend="CharOverride-1"> è una vera e propria pietra miliare nella storia dell</hi><hi rend="CharOverride-1">’operaismo. Pubblicato originariamente nel 1966, il libro raccoglie una serie</hi><hi rend="CharOverride-1"> di interventi scritti per </hi><hi rend="italic CharOverride-1">Quaderni</hi><hi rend="CharOverride-1"> </hi><hi rend="italic CharOverride-1">rossi</hi><hi rend="CharOverride-1"> e </hi><hi rend="italic CharOverride-1">Classe</hi><hi rend="CharOverride-1"> </hi><hi rend="italic CharOverride-1">operaia</hi><hi rend="CharOverride-1"> aggiungendovi</hi><hi rend="CharOverride-1"> un lungo e denso saggio teorico, intitolato </hi><hi rend="italic CharOverride-1">Marx, forza lavoro</hi><hi rend="italic CharOverride-1"> e classe operaia</hi><hi rend="CharOverride-1">. La lettura di Marx qui presentata </hi><hi rend="CharOverride-1">è certo rigorosa, ma esplicitamente motivata dall’esigenza di metterlo</hi><hi rend="CharOverride-1"> a confronto «non con il </hi><hi rend="italic CharOverride-1">suo</hi><hi rend="CharOverride-1"> tempo ma con </hi><hi rend="CharOverride-1">il </hi><hi rend="italic CharOverride-1">nostro</hi><hi rend="CharOverride-1"> tempo» (Tronti 1977, 31). Le categorie fondamentali attraverso</hi><hi rend="CharOverride-1"> cui la critica dell’economia politica concettualizza il lavoro, da</hi><hi rend="CharOverride-1"> quella di forza lavoro a quella di lavoro astratto, </hi><hi rend="CharOverride-1">vengono qui sottoposte a un movimento di essenziale politicizzazione. «Lavoro</hi><hi rend="CharOverride-1"> come lavoro astratto e quindi come </hi><hi rend="italic CharOverride-1">forza lavoro</hi><hi rend="CharOverride-1">», scrive</hi><hi rend="CharOverride-1"> Tronti, «c’era già in Hegel. La forza lavoro </hi><hi rend="CharOverride-1">– e non solo il lavoro – come </hi><hi rend="italic CharOverride-1">merce</hi><hi rend="CharOverride-1"> c’</hi><hi rend="CharOverride-1">era già in Ricardo. La merce forza lavoro come </hi><hi rend="italic CharOverride-1">classe </hi><hi rend="italic CharOverride-1">operaia</hi><hi rend="CharOverride-1">: questa è la scoperta di Marx» (130). Questo </hi><hi rend="CharOverride-1">vero e proprio corto circuito teorico, che installa la soggettività </hi><hi rend="CharOverride-1">operaia al centro dello stesso processo di mercificazione della forza </hi><hi rend="CharOverride-1">lavoro, si dimostra particolarmente produttivo nel testo di Tronti. In </hi><hi rend="CharOverride-1">particolare, per quanto la sua analisi sia centrata sul processo </hi><hi rend="CharOverride-1">di produzione, quel che ne risulta è una distensione dell’</hi><hi rend="CharOverride-1">antagonismo tra lavoro e capitale, che giunge a investire la </hi><hi rend="CharOverride-1">sfera della circolazione caricandosi dunque di inedite dimensioni sociali. Nell’</hi><hi rend="CharOverride-1">atto stesso dello scambio tra denaro e forza lavoro, e </hi><hi rend="CharOverride-1">dunque nell’«atto della circolazione», già esiste «in </hi><hi rend="CharOverride-1">sé» secondo Tronti il «rapporto di classe». Ed </hi><hi rend="CharOverride-1">è quest’ultimo a determinare e produrre quel «rapporto capitalistico</hi><hi rend="CharOverride-1">» che solitamente il marxismo considera la base e il </hi><hi rend="CharOverride-1">presupposto dell’antagonismo di classe (149). «Il principio è la</hi><hi rend="CharOverride-1"> lotta di classe operaia», aveva scritto Tronti in </hi><hi rend="italic CharOverride-1">Lenin</hi><hi rend="italic CharOverride-1"> in Inghilterra</hi><hi rend="CharOverride-1"> (1964), inaugurando la «rivoluzione copernicana» costitutiva dell</hi><hi rend="CharOverride-1">’operaismo, secondo la quale «lo sviluppo capitalistico è subordinato</hi><hi rend="CharOverride-1"> alle lotte operaie, viene dopo di esse e ad esse</hi><hi rend="CharOverride-1"> deve far corrispondere il meccanismo della propria produzione» (89).</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Il</hi><hi rend="CharOverride-1"> lavoro è dunque in primo luogo antagonismo, e si presenta</hi><hi rend="CharOverride-1"> immediatamente in una società capitalistica nella figura soggettiva della classe</hi><hi rend="CharOverride-1"> operaia. Questo antagonismo non si manifesta soltanto nella sfera della</hi><hi rend="CharOverride-1"> produzione, ma costituisce il tessuto essenziale della stessa circolazione: i</hi><hi rend="CharOverride-1"> rapporti giuridici, economici e sociali che strutturano quest’ultima risultano</hi><hi rend="CharOverride-1"> così radicalmente politicizzati. Un aspetto fondamentale degli scritti di Tronti</hi><hi rend="CharOverride-1"> di questi anni consiste del resto nel porre l’accento</hi><hi rend="CharOverride-1"> sul nesso che, nell’epoca della produzione di massa o</hi><hi rend="CharOverride-1"> del ‘fordismo’, stringe insieme fabbrica e società: «al</hi><hi rend="CharOverride-1"> livello più alto dello sviluppo capitalistico», aveva scritto nel</hi><hi rend="CharOverride-1"> 1962, «il rapporto sociale diventa un </hi><hi rend="italic CharOverride-1">momento</hi><hi rend="CharOverride-1"> del rapporto </hi><hi rend="CharOverride-1">di produzione, la società intera diventa un’</hi><hi rend="italic CharOverride-1">articolazione</hi><hi rend="CharOverride-1"> della produzione»</hi><hi rend="CharOverride-1"> (51). In questo senso, si può chiosare, l’operaismo non</hi><hi rend="CharOverride-1"> è ‘fabbrichismo’, e fin dai primi anni Sessanta </hi><hi rend="CharOverride-1">lo stesso concetto di lavoro, la sua figura soggettiva e</hi><hi rend="CharOverride-1"> l’antagonismo che lo costituisce appaiono immersi in un ricco</hi><hi rend="CharOverride-1"> tessuto di determinazioni sociali. Ciò non toglie naturalmente che l</hi><hi rend="CharOverride-1">’attenzione di Tronti si fissi sulla produzione, mettendo intanto in</hi><hi rend="CharOverride-1"> evidenza come nella cooperazione di fabbrica operi una figura di</hi><hi rend="CharOverride-1"> operaio combinato, ‘sociale’, la cui forza produttiva non </hi><hi rend="CharOverride-1">è retribuita dal capitale ma che rappresenta comunque un salto </hi><hi rend="CharOverride-1">nelle dinamiche di costruzione della soggettività operaia. Più in generale, </hi><hi rend="CharOverride-1">scrive Tronti, è necessario analizzare il processo di produzione considerandolo </hi><hi rend="CharOverride-1">«come processo di </hi><hi rend="italic CharOverride-1">appropriazione capitalistica della forza lavoro operaia</hi><hi rend="CharOverride-1">» </hi><hi rend="CharOverride-1">(165). La messa in atto sotto il comando capitalistico della </hi><hi rend="CharOverride-1">potenzialità racchiusa nella merce forza lavoro (ovvero del suo ‘valore</hi><hi rend="CharOverride-1"> d’uso’) apre una scena che ancora una volta</hi><hi rend="CharOverride-1"> Tronti politicizza in modo radicale: «dominio», «violenza sociale</hi><hi rend="CharOverride-1">», «controllo dello sfruttamento» sono i temi dominanti nella</hi><hi rend="CharOverride-1"> sfera della produzione (165).</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Il lavoro si mostra qui, marxianamente,</hi><hi rend="CharOverride-1"> l’unico soggetto produttivo di valore. Ma Tronti porta alle</hi><hi rend="CharOverride-1"> estreme conseguenze l’indicazione secondo cui il processo di produzione</hi><hi rend="CharOverride-1"> deve essere considerato un processo di «appropriazione capitalistica della </hi><hi rend="CharOverride-1">forza lavoro operaia». «</hi><hi rend="italic CharOverride-1">La produttività del lavoro</hi><hi rend="CharOverride-1">», scrive,</hi><hi rend="CharOverride-1"> «</hi><hi rend="italic CharOverride-1">appartiene sempre al capitale</hi><hi rend="CharOverride-1">», e dunque «essere operaio</hi><hi rend="CharOverride-1"> produttivo è una disgrazia, […] vuol dire </hi><hi rend="italic CharOverride-1">produrre </hi><hi rend="CharOverride-1">il capitale, e</hi><hi rend="CharOverride-1"> quindi continuamente riprodurre anche il dominio del capitale sull’operaio</hi><hi rend="CharOverride-1">» (170). Lungi dal ridursi, tuttavia, all’appropriazione da parte</hi><hi rend="CharOverride-1"> del capitale, il lavoro conserva per Tronti una irriducibile </hi><hi rend="CharOverride-1">determinazione soggettiva, che taglia trasversalmente – sdoppiandola – la storia </hi><hi rend="CharOverride-1">del capitale e lo stesso rapporto di produzione. In un </hi><hi rend="CharOverride-1">brano tra i più celebri di </hi><hi rend="italic CharOverride-1">Operai e capitale</hi><hi rend="CharOverride-1"> leggiamo </hi><hi rend="CharOverride-1">che </hi></p><p rend="quotation_b" ><hi rend="CharOverride-1">quando si tratta della classe operaia dentro il sistema </hi><hi rend="CharOverride-1">del capitale, la medesima forza produttiva si può contare davvero </hi><hi rend="CharOverride-1">due volte: una volta come forza che </hi><hi rend="italic CharOverride-1">produce </hi><hi rend="CharOverride-1">capitale, un’</hi><hi rend="CharOverride-1">altra volta come forza che </hi><hi rend="italic CharOverride-1">si rifiuta </hi><hi rend="CharOverride-1">di produrlo; una </hi><hi rend="CharOverride-1">volta </hi><hi rend="italic CharOverride-1">dentro</hi><hi rend="CharOverride-1"> il capitale, un’altra volta </hi><hi rend="italic CharOverride-1">contro </hi><hi rend="CharOverride-1">il capitale </hi><hi rend="CharOverride-1">(180). </hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Torna qui in primo piano il lavoro come soggettività, </hi><hi rend="CharOverride-1">e occorre sottolineare che nella definizione di questo punto teoricamente </hi><hi rend="CharOverride-1">e politicamente fondamentale Tronti si rivolge ai </hi><hi rend="italic CharOverride-1">Grundrisse </hi><hi rend="CharOverride-1">di Marx, </hi><hi rend="CharOverride-1">che proprio nell’ambito dell’operaismo cominciavano a essere letti </hi><hi rend="CharOverride-1">negli anni Sessanta (e la cui traduzione a opera di </hi><hi rend="CharOverride-1">Enzo Grillo sarebbe uscita nel 1968). Anticipando una tesi che</hi><hi rend="CharOverride-1"> vedremo ripresa da Negri, Tronti scrive che i </hi><hi rend="italic CharOverride-1">Grundrisse</hi><hi rend="CharOverride-1">, </hi><hi rend="CharOverride-1">per la maggiore libertà concessa da una sorta di ‘monologo</hi><hi rend="CharOverride-1"> interiore’ istituito da Marx con se stesso e con </hi><hi rend="CharOverride-1">il proprio tempo, risultano «un libro più avanzato» del </hi><hi rend="italic CharOverride-1">Capitale</hi><hi rend="CharOverride-1">, «un testo che porta più direttamente, attraverso improvvise </hi><hi rend="CharOverride-1">pagine pratiche, a conclusioni politiche di tipo nuovo» (210). </hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">«</hi><hi rend="CharOverride-1">Il lavoro come non-capitale» è la formula che Tronti deriva</hi><hi rend="CharOverride-1"> dai </hi><hi rend="italic CharOverride-1">Grundrisse</hi><hi rend="CharOverride-1"> per meglio fondare la determinazione antagonistica del rapporto</hi><hi rend="CharOverride-1"> di capitale. Da questo punto di vista, una categoria che</hi><hi rend="CharOverride-1"> ha una posizione centrale nei </hi><hi rend="italic CharOverride-1">Grundrisse</hi><hi rend="CharOverride-1"> – quella di «</hi><hi rend="CharOverride-1">lavoro vivo» – viene ripresa e in qualche modo posta</hi><hi rend="CharOverride-1"> in tensione con quella di forza lavoro attorno a cui</hi><hi rend="CharOverride-1"> ruota la critica dell’economia politica nel </hi><hi rend="italic CharOverride-1">Capitale</hi><hi rend="CharOverride-1">. Il </hi><hi rend="CharOverride-1">«lavoro come soggetto vivente dell’operaio di contro alla morta</hi><hi rend="CharOverride-1"> oggettività di tutte le altre condizioni di produzione» (215)</hi><hi rend="CharOverride-1"> diventa la base per ripensare categorie come </hi><hi rend="italic CharOverride-1">Angriffskraft</hi><hi rend="CharOverride-1"> (capacità </hi><hi rend="CharOverride-1">di attacco) e </hi><hi rend="italic CharOverride-1">Widerstandskraft</hi><hi rend="CharOverride-1"> (capacità di resistenza). È questa enfasi </hi><hi rend="CharOverride-1">sulla dimensione soggettiva, sulla crescita all’interno del processo di </hi><hi rend="CharOverride-1">produzione di un potere operaio che non deve essere lasciato </hi><hi rend="CharOverride-1">alla spontaneità ma piuttosto organizzato (218), a dare conto del </hi><hi rend="CharOverride-1">modo specifico in cui Tronti intende la «sola critica a</hi><hi rend="CharOverride-1"> Marx» che deve essere «proposta dal punto di vista</hi><hi rend="CharOverride-1"> operaio» – ovvero «</hi><hi rend="italic CharOverride-1">una critica leninista di Marx</hi><hi rend="CharOverride-1">» </hi><hi rend="CharOverride-1">(172). D’altro canto, la strategia proposta da Tronti nelle </hi><hi rend="CharOverride-1">conclusioni del saggio </hi><hi rend="italic CharOverride-1">Marx, forza lavoro e classe operaia</hi><hi rend="CharOverride-1"> presenta </hi><hi rend="CharOverride-1">caratteri ancora una volta originali, che eserciteranno una notevole influenza </hi><hi rend="CharOverride-1">sugli sviluppi successivi dell’operaismo, anche indipendentemente dalle scelte dello </hi><hi rend="CharOverride-1">stesso Tronti. “La strategia del rifiuto” si intitola infatti uno </hi><hi rend="CharOverride-1">degli ultimi paragrafi del saggio. ‘Dentro’ il capitale, come </hi><hi rend="CharOverride-1">si è visto, la classe operaia è ora in grado </hi><hi rend="CharOverride-1">di portare alle estreme conseguenze il suo essere al tempo </hi><hi rend="CharOverride-1">stesso ‘contro’, ‘non-capitale’, rompendo il rapporto che </hi><hi rend="CharOverride-1">costituisce il modo di produzione capitalistico. La forma di lotta </hi><hi rend="CharOverride-1">adeguata alla fase che si aperta con le grandi lotte </hi><hi rend="CharOverride-1">di fabbrica degli anni Sessanta è secondo Tronti appunto quella </hi><hi rend="CharOverride-1">del «rifiuto, la forma di organizzazione del </hi><hi rend="italic CharOverride-1">no </hi><hi rend="CharOverride-1">operaio: rifiuto</hi><hi rend="CharOverride-1"> di collaborare attivamente allo sviluppo capitalistico, rifiuto di proporre positivamente</hi><hi rend="CharOverride-1"> un programma di rivendicazioni» (247).</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Il lavoro assume così nel</hi><hi rend="CharOverride-1"> testo di Tronti un’ultima figura, quella non soltanto di</hi><hi rend="CharOverride-1"> terreno di lotta ma anche di obiettivo contro cui la</hi><hi rend="CharOverride-1"> lotta operaia si rivolge. «Lotta operaia contro il lavoro, </hi><hi rend="CharOverride-1">lotta dell’operaio contro se stesso come lavoratore, rifiuto della </hi><hi rend="CharOverride-1">forza lavoro a farsi lavoro, rifiuto della massa operaia all’</hi><hi rend="CharOverride-1">uso della forza lavoro» (260): sono questi i termini </hi><hi rend="CharOverride-1">in cui si articola la «strategia del rifiuto». Sono</hi><hi rend="CharOverride-1"> conclusioni che possono apparire ‘estreme’, e probabilmente è </hi><hi rend="CharOverride-1">quel che pensò lo stesso Tronti dopo la pubblicazione di </hi><hi rend="italic CharOverride-1">Operai e capitale</hi><hi rend="CharOverride-1">. Il suo percorso degli anni successivi, il</hi><hi rend="CharOverride-1"> giudizio severo sui movimenti del ’68, la militanza nel PCI</hi><hi rend="CharOverride-1"> e soprattutto la ricerca sull’«autonomia del politico» sono</hi><hi rend="CharOverride-1"> stati da lui stesso interpretati retrospettivamente come un tentativo di</hi><hi rend="CharOverride-1"> intervenire su quelli che gli apparivano come i limiti delle</hi><hi rend="CharOverride-1"> lotte operaie degli anni Sessanta – e dunque delle stesse</hi><hi rend="CharOverride-1"> ipotesi da lui elaborate nella fase operaista (cfr. Tronti 2009).</hi><hi rend="CharOverride-1"> L’operaismo, in ogni caso, continuò a svilupparsi battendo nuove</hi><hi rend="CharOverride-1"> strade nel decennio successivo e attraversando la storia di gruppi</hi><hi rend="CharOverride-1"> e movimenti che con il PCI intrattennero rapporti di dura</hi><hi rend="CharOverride-1"> conflittualità.</hi></p><p rend="h2" ><hi>3. Toni Negri: lavoro, liberazione e potere costituente</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Il </hi><hi rend="CharOverride-1">percorso intellettuale e politico di Toni Negri, fin dagli anni </hi><hi rend="CharOverride-1">Cinquanta, ha caratteri che lo distinguono da quello di Tronti, </hi><hi rend="CharOverride-1">con cui pure ha collaborato strettamente negli anni di </hi><hi rend="italic CharOverride-1">Classe</hi><hi rend="CharOverride-1"> </hi><hi rend="italic CharOverride-1">operaia</hi><hi rend="CharOverride-1">. Lui stesso ha recentemente ricostruito gli anni della formazione</hi><hi rend="CharOverride-1"> all’Università di Padova, gli studi su Hegel, sullo storicismo</hi><hi rend="CharOverride-1"> tedesco, sui giuristi kantiani e il problema della forma nonché</hi><hi rend="CharOverride-1"> l’incontro con le lotte operaie all’inizio degli anni</hi><hi rend="CharOverride-1"> Sessanta nel ‘laboratorio veneto’ (cfr. Negri 2015). Non v</hi><hi rend="CharOverride-1">’è qui spazio per discutere il contributo di Negri all</hi><hi rend="CharOverride-1">’operaismo in quel decennio. Piuttosto, è opportuno ricordare che una</hi><hi rend="CharOverride-1"> volta divenuto professore di ‘dottrina dello Stato’ all’Università</hi><hi rend="CharOverride-1"> di Padova, Negri si dedicò a costruire un gruppo di</hi><hi rend="CharOverride-1"> ricerca che giocò un ruolo fondamentale negli sviluppi ulteriori dell</hi><hi rend="CharOverride-1">’operaismo negli anni Settanta, tra l’altro promuovendo una collana</hi><hi rend="CharOverride-1"> di libri intitolata “Materiali marxisti” (originariamente diretta dallo stesso Negri</hi><hi rend="CharOverride-1"> insieme a Sergio Bologna per l’editore Feltrinelli). Nel percorso</hi><hi rend="CharOverride-1"> che condusse dall’esperienza di “Potere operaio” alla nascita </hi><hi rend="CharOverride-1">dell’autonomia operaia, Negri continuò a sviluppare la tematica del </hi><hi rend="CharOverride-1">‘rifiuto del lavoro’ rifiutando gli esiti riformisti del percorso </hi><hi rend="CharOverride-1">di Tronti e anzi polemizzando duramente con la tematica dell’</hi><hi rend="CharOverride-1">‘autonomia del politico’, da lui individuata come matrice della</hi><hi rend="CharOverride-1"> strategia del compromesso storico di Berlinguer (cfr. ad esempio Negri</hi><hi rend="CharOverride-1"> 1976, 25-33). Si tratta qui di mostrare il significato specifico</hi><hi rend="CharOverride-1"> dell’insistenza di Negri sul tema del ‘rifiuto del </hi><hi rend="CharOverride-1">lavoro’ negli anni Settanta, per seguire poi – sia pure</hi><hi rend="CharOverride-1"> a grandi tratti – la sua successiva riflessione sul tema</hi><hi rend="CharOverride-1"> del lavoro.</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Per molti aspetti, Negri riprende e radicalizza la </hi><hi rend="CharOverride-1">‘strategia del rifiuto’ elaborata da Tronti nel 1966. Immediato </hi><hi rend="CharOverride-1">è tuttavia nei suoi scritti il nesso tra rifiuto del </hi><hi rend="CharOverride-1">lavoro e ‘liberazione’. Quest’ultima, si legge in un</hi><hi rend="CharOverride-1"> saggio del 1974 significativamente intitolato “Partito operaio contro il lavoro</hi><hi rend="CharOverride-1">”, «</hi><hi rend="italic CharOverride-1">non è cosa che dobbiamo attenderci dal comunismo</hi><hi rend="CharOverride-1">:</hi><hi rend="CharOverride-1"> essa può crescere, svolgersi e darsi dentro il processo di</hi><hi rend="CharOverride-1"> lotte, dentro le istanze del potere operaio, come forma e</hi><hi rend="CharOverride-1"> risultato del suo esistere» (Negri 1974, 159). Il rifiuto </hi><hi rend="CharOverride-1">del lavoro si presenta qui – con un’intensità che </hi><hi rend="CharOverride-1">non era dato riscontrare nel testo di Tronti – come </hi><hi rend="CharOverride-1">strumento che apre spazi per questo processo di liberazione, per </hi><hi rend="CharOverride-1">quella che negli anni successivi Negri chiamerà «autovalorizzazione» proletaria. </hi><hi rend="CharOverride-1">L’estraneità del lavoro salariato all’operaio singolo e collettivo, </hi><hi rend="CharOverride-1">un tema ben presente nei </hi><hi rend="italic CharOverride-1">Grundrisse </hi><hi rend="CharOverride-1">di Marx, si rovescia </hi><hi rend="CharOverride-1">in una pratica di rifiuto che assume immediatamente i tratti </hi><hi rend="CharOverride-1">del ‘sabotaggio’, dello ‘sciopero’, dell’‘azione diretta</hi><hi rend="CharOverride-1">’. In </hi><hi rend="italic CharOverride-1">Il dominio e il sabotaggio</hi><hi rend="CharOverride-1">, un testo </hi><hi rend="CharOverride-1">del 1977 che va letto sullo sfondo del movimento che </hi><hi rend="CharOverride-1">caratterizzò quell’anno, è comunque ribadita l’essenziale articolazione tra </hi><hi rend="CharOverride-1">rifiuto del lavoro e liberazione. «</hi><hi rend="italic CharOverride-1">Il rifiuto del lavoro</hi><hi rend="CharOverride-1">»,</hi><hi rend="CharOverride-1"> scrive qui Negri</hi><hi rend="italic CharOverride-1"> </hi><hi rend="CharOverride-1">«</hi><hi rend="italic CharOverride-1">come contenuto del processo di autovalorizzazione</hi><hi rend="CharOverride-1">.</hi><hi rend="CharOverride-1"> Si badi bene: contenuto non significa obiettivo. L’obiettivo, il</hi><hi rend="CharOverride-1"> fine del processo di autovalorizzazione è la liberazione intera del</hi><hi rend="CharOverride-1"> lavoro vivo, nella produzione e nella riproduzione, è l’intera</hi><hi rend="CharOverride-1"> utilizzazione della ricchezza al servizio della libertà collettiva» (Negri </hi><hi rend="CharOverride-1">1977, 55). </hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Il rifiuto del lavoro appare qui come un </hi><hi rend="CharOverride-1">momento ‘negativo’, destituente si potrebbe dire, mentre il punto</hi><hi rend="CharOverride-1"> essenziale è la sua articolazione con pratiche ed esperienze immediate</hi><hi rend="CharOverride-1"> di liberazione che caratterizza la riflessione di Negri in particolare dopo</hi><hi rend="CharOverride-1"> la crisi del 1973. Possiamo vedervi i lineamenti di fondo</hi><hi rend="CharOverride-1"> di un progetto politico sostenuto da un’acuta consapevolezza delle</hi><hi rend="CharOverride-1"> trasformazioni del capitalismo che proprio a partire dai primi anni</hi><hi rend="CharOverride-1"> Settanta stavano cominciando a manifestarsi in Italia così come a</hi><hi rend="CharOverride-1"> livello mondiale. Negri fu certo tra gli operaisti colui che</hi><hi rend="CharOverride-1"> si rese conto per primo che proprio l’intensità delle</hi><hi rend="CharOverride-1"> lotte condotte in fabbrica dalla nuova classe operaia (da quella</hi><hi rend="CharOverride-1"> figura che l’operaismo chiamò ‘operaio massa’) aveva </hi><hi rend="CharOverride-1">portato una sfida radicale al ‘fordismo’ – una sfida </hi><hi rend="CharOverride-1">a cui il capitale stava rispondendo distendendo a livello sociale </hi><hi rend="CharOverride-1">la produzione e spiazzando la centralità della fabbrica. La scommessa </hi><hi rend="CharOverride-1">di Negri era che a questa distensione sociale della produzione </hi><hi rend="CharOverride-1">corrispondesse una distensione sociale dell’antagonismo, incarnato ora da una </hi><hi rend="CharOverride-1">nuova figura soggettiva: l’«operaio sociale» (cfr. Negri 1979a</hi><hi rend="CharOverride-1">). La combinazione del rifiuto del lavoro con concrete pratiche </hi><hi rend="CharOverride-1">di liberazione era un progetto pensato per questo passaggio epocale. </hi><hi rend="CharOverride-1">E occorre sottolineare che Negri, anche dopo la sconfitta di </hi><hi rend="CharOverride-1">questo progetto, ha continuato a lavorare attorno alle nuove determinazioni </hi><hi rend="CharOverride-1">del lavoro sociale, offrendo contributi attorno a categorie come lavoro </hi><hi rend="CharOverride-1">immateriale, astratto e affettivo che hanno avuto grande eco nel </hi><hi rend="CharOverride-1">dibattito internazionale, soprattutto attraverso gli scritti con Michael Hardt a </hi><hi rend="CharOverride-1">partire da </hi><hi rend="italic CharOverride-1">Impero</hi><hi rend="CharOverride-1"> (2002). Da questo punto di vista, Negri </hi><hi rend="CharOverride-1">ha continuato a utilizzare in modo creativo una categoria fondamentale </hi><hi rend="CharOverride-1">dell’operaismo, ovvero quella di «composizione di classe».</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Si </hi><hi rend="CharOverride-1">può qui soltanto accennare agli sviluppi più prettamente teorici della </hi><hi rend="CharOverride-1">riflessione di Negri sul lavoro dopo la fine degli anni </hi><hi rend="CharOverride-1">Settanta. Molto importante da questo punto di vista è </hi><hi rend="italic CharOverride-1">Marx </hi><hi rend="italic CharOverride-1">oltre Marx</hi><hi rend="CharOverride-1"> (1979), un ‘quaderno di lavoro’ sui </hi><hi rend="italic CharOverride-1">Grundrisse </hi><hi rend="CharOverride-1">di Marx che punta a valorizzarne il carattere di ‘opera</hi><hi rend="CharOverride-1"> aperta’ e lontana dall’«oggettivazione delle categorie del </hi><hi rend="italic CharOverride-1">Capitale</hi><hi rend="CharOverride-1">» (Negri 1979b, 19). Il tema del ‘lavoro come</hi><hi rend="CharOverride-1"> soggettività’, che già abbiamo incontrato in Tronti, si sviluppa</hi><hi rend="CharOverride-1"> qui in una prospettiva che esalta la potenza del lavoro</hi><hi rend="CharOverride-1"> vivo e punta a determinare una separazione di questa potenza</hi><hi rend="CharOverride-1"> dallo sviluppo del capitale (78-83). Il momento del rifiuto continua</hi><hi rend="CharOverride-1"> a essere presente nell’analisi di Negri, ma appare ora</hi><hi rend="CharOverride-1"> più che negli anni passati subordinato al riconoscimento di questa</hi><hi rend="CharOverride-1"> potenza del lavoro vivo, astratto e sociale. È un tema</hi><hi rend="CharOverride-1"> che, passando per l’importante lavoro dedicato a Spinoza (Negri</hi><hi rend="CharOverride-1"> 1981), risulterà fondamentale negli anni successivi, quando si arricchirà di</hi><hi rend="CharOverride-1"> ricerche sulla dimensione cooperativa del lavoro dopo la fine del</hi><hi rend="CharOverride-1"> fordismo e costituirà la base materialistica della teoria della ‘</hi><hi rend="CharOverride-1">moltitudine’ (cfr. Hardt e Negri 2004). Il rifiuto del lavoro</hi><hi rend="CharOverride-1"> non verrà abbandonato, ma il suo raggio di azione verrà</hi><hi rend="CharOverride-1"> indirizzato verso specifici lavori (a partire da quello alla catena</hi><hi rend="CharOverride-1"> di montaggio dell’operaio massa) mentre il terreno fondamentale di</hi><hi rend="CharOverride-1"> scontro sarà indicato da Negri nelle dimensioni sociali su cui</hi><hi rend="CharOverride-1"> si esercita oggi lo sfruttamento e in cui agisce un</hi><hi rend="CharOverride-1"> lavoro cooperativo di cui si tratta di esaltare politicamente la</hi><hi rend="CharOverride-1"> potenza produttiva in vista della costruzione del comune (cfr. Hardt</hi><hi rend="CharOverride-1"> e Negri 2010). Il lavoro si mostra così diviso, secondo</hi><hi rend="CharOverride-1"> l’interpretazione di Marx proposta da Negri in un libro</hi><hi rend="CharOverride-1"> importante del 1992, </hi><hi rend="italic CharOverride-1">Il potere costituente</hi><hi rend="CharOverride-1">, dove la violenza </hi><hi rend="CharOverride-1">costitutiva del rapporto di capitale è indagata dal punto di </hi><hi rend="CharOverride-1">vista del suo essere necessariamente costretta a confrontarsi con «un</hi><hi rend="CharOverride-1"> altro processo – quello della ‘cooperazione’ e del suo farsi</hi><hi rend="CharOverride-1"> soggetto antagonistico», soggetto appunto di un potere costituente (Negri</hi><hi rend="CharOverride-1"> 1992, 296). </hi></p><p rend="h2" ><hi>4. Conclusioni</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Si sono dunque viste le posizioni </hi><hi rend="CharOverride-1">attorno al lavoro dei due teorici più noti dell’operaismo. </hi><hi rend="CharOverride-1">Non si è con ciò certamente esaurito il tema del </hi><hi rend="CharOverride-1">lavoro nell’operaismo italiano. Altre figure dovrebbero essere considerate, Raniero </hi><hi rend="CharOverride-1">Panzieri e Romano Alquati per fare soltanto due nomi. Una </hi><hi rend="CharOverride-1">categoria fondamentale dell’operaismo, quella di composizione di classe, è </hi><hi rend="CharOverride-1">stata appena nominata (per indicarne l’uso da parte di </hi><hi rend="CharOverride-1">Negri). Al di là delle differenze (e delle dure polemiche </hi><hi rend="CharOverride-1">negli anni Settanta) tra Tronti e Negri, ripercorrere rapidamente i </hi><hi rend="CharOverride-1">loro testi attorno a quel tema del lavoro che non </hi><hi rend="CharOverride-1">può che essere centrale in chi assume come riferimento fondamentale </hi><hi rend="CharOverride-1">l’opera di Marx ha consentito, credo, di fare emergere</hi><hi rend="CharOverride-1"> alcuni aspetti fondamentali di quello che Ida Dominijanni (2006) ha</hi><hi rend="CharOverride-1"> definito lo «stile operaista». L’insistenza sulla ‘parte</hi><hi rend="CharOverride-1">’ operaia, sulla ‘differenza specifica’ del lavoro vivo, corrisponde </hi><hi rend="CharOverride-1">nell’operaismo a una politicizzazione radicale della riflessione sul lavoro, </hi><hi rend="CharOverride-1">che si presenta al tempo stesso come luogo di violenza </hi><hi rend="CharOverride-1">e di cooperazione, di rifiuto e di soggettivazione. Come si </hi><hi rend="CharOverride-1">è visto in particolare attraverso i testi di Negri, l’</hi><hi rend="CharOverride-1">attenzione alle metamorfosi del lavoro (della sua composizione, appunto) ha </hi><hi rend="CharOverride-1">poi consentito di aggiornare continuamente concetti e metodi di ricerca. </hi><hi rend="CharOverride-1">Più di altre correnti del marxismo della seconda metà del </hi><hi rend="CharOverride-1">Novecento, l’operaismo mantiene in fondo proprio per questi aspetti </hi><hi rend="CharOverride-1">una sua attualità e continua ad attrarre attenzione internazionale in </hi><hi rend="CharOverride-1">un mondo profondamente diverso da quello della provincia italiana dell’</hi><hi rend="CharOverride-1">inizio degli anni Sessanta in cui ebbe origine. </hi></p><p rend="h2" ><hi>Riferimenti bibliografici</hi></p><p rend="bib_indx_bib" ><hi rend="CharOverride-1">Bedani,</hi><hi rend="CharOverride-1"> Francesco, e Francesca Ioannilli. 2020. </hi><hi rend="italic CharOverride-1">Un cane in chiesa. 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          <head>References</head>
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    </body>
  </text>
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