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        <title type="main" level="a">Il lavoro intraprendente nell’economia della conoscenza e della complessità</title>
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            <forename>Enzo</forename>
            <surname>Rullani</surname>
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          <resp>This is a section of <title>Idee di lavoro e di ozio per la nostra civiltà</title>(DOI: <idno type="DOI">10.36253/979-12-215-0319-7</idno>) by </resp>
          <name>Giovanni Mari, Francesco Ammannati, Brogi Stefano, Tiziana Faitini, Arianna Fermani, Francesco Seghezzi, Annalisa Tonarelli</name>
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        <publisher>Firenze University Press</publisher>
        <pubPlace>Florence</pubPlace>
        <date when="2024">2024</date>
        <idno type="DOI">https://doi.org/10.36253/979-12-215-0319-7.160</idno>
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          <p>Available for academic research purposes</p>
          <p>Open Access</p>
          <p>Copyright Author(s)</p>
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        <p>This is original content, published for academic research purposes</p>
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        <p>Over the course of history, the idea of labour has changed a lot, both in theoretical representations and in practical life. In the capitalism of ‘800 and in the Fordism of ‘900, the use of rigid machines imposed a standardized and impersonal work, for the performance of purely executive operations and of orders dictated from above or fixed by pre-established programs. Over time, however, when Fordism failed to compress the growth of complexity (after 1970), the experimentation of forms of networked (flexible, creative) labour became necessary. First it exploited the territorial proximity and then, thanks to digital revolution, the new flexibility of machines and algorithms. Consequently, human intelligence became necessary again to manage the growing complexity of products and processes. So, contemporary work is becoming less and less the classical dependent labour and more and more the expression of some form of enterprising activity.</p>
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            <item>enterprising labour</item>
            <item>knowledge economy</item>
            <item>complexity</item>
            <item>digital transformation</item>
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      <p>It is available online at https://doi.org/10.36253/979-12-215-0319-7.160<ref target="https://doi.org/10.36253/979-12-215-0319-7.160" /></p>
      
      <p rend="h1_chapter">Il lavoro intraprendente nell’economia <lb/>della conoscenza e della complessità</p><p rend="h1_author ParaOverride-1" ><hi rend="CharOverride-1">Enzo</hi><hi rend="CharOverride-1"> Rullani</hi></p><p rend="h2" ><hi>1. Idee di lavoro: il passaggio incompiuto dall’economia</hi><hi> dell’energia a quella della conoscenza</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Il lavoro umano apporta </hi><hi rend="CharOverride-1">il suo contributo alla generazione di valore economico in due </hi><hi rend="CharOverride-1">modi diversi: da un lato fornendo l’</hi><hi rend="italic CharOverride-1">energia</hi><hi rend="CharOverride-1"> (muscolare) necessaria </hi><hi rend="CharOverride-1">ad effettuare trasformazioni materiali che aumentano l’utilità dei manufatti </hi><hi rend="CharOverride-1">dal punto di vista degli utilizzatori (industriali o di consumo</hi><hi rend="CharOverride-1">); dall’altro, impiegando l’intelligenza delle persone per produrre</hi><hi rend="CharOverride-1"> </hi><hi rend="italic CharOverride-1">nuove conoscenze</hi><hi rend="CharOverride-1"> (apprendimento) e per propagarle in una catena di</hi><hi rend="CharOverride-1"> </hi><hi rend="italic CharOverride-1">ri-uso</hi><hi rend="CharOverride-1"> più estesa possibile.</hi></p><p rend="text" ><hi rend="italic CharOverride-1">Lavoro energetico</hi><hi rend="CharOverride-1"> e </hi><hi rend="italic CharOverride-1">lavoro cognitivo</hi><hi rend="CharOverride-1">, nelle</hi><hi rend="CharOverride-1"> forme sopra descritte, si integrano nella pratica di tutti i</hi><hi rend="CharOverride-1"> giorni, in forme più o meno sinergiche. Ma è indubbio</hi><hi rend="CharOverride-1"> che, guardando alla storia passata e alle traiettorie in essere,</hi><hi rend="CharOverride-1"> l’equilibrio tra queste due forme di contributo alla generazione</hi><hi rend="CharOverride-1"> del valore sia mutato nel corso del tempo.</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">In effetti, </hi><hi rend="CharOverride-1">l’idea stessa di lavoro ha subito un radicale cambiamento </hi><hi rend="CharOverride-1">dalla seconda metà del Settecento in poi. Con l’avvento della </hi><hi rend="italic CharOverride-1">modernità</hi><hi rend="CharOverride-1">, infatti, le funzioni energetiche svolte in precedenza direttamente dal</hi><hi rend="CharOverride-1"> lavoro, nell’agricoltura e nell’artigianato tradizionale, sono state</hi><hi rend="CharOverride-1"> progressivamente rimpiazzate da un sistema sempre più esteso e capillare</hi><hi rend="CharOverride-1"> di macchine che usano l’energia artificiale ottenuta dal carbone,</hi><hi rend="CharOverride-1"> dagli idrocarburi, dal nucleare e adesso dal solare o dall</hi><hi rend="CharOverride-1">’eolico, rendendo marginale o del tutto trascurabile l’apporto energetico-muscolare</hi><hi rend="CharOverride-1"> dell’uomo. Il lavoro umano si è così progressivamente spostato</hi><hi rend="CharOverride-1"> sulle </hi><hi rend="italic CharOverride-1">funzioni cognitive</hi><hi rend="CharOverride-1">, ossia sulla generazione dei valore attraverso </hi><hi rend="CharOverride-1">la produzione di nuove conoscenze (economia dell’innovazione) e attraverso </hi><hi rend="CharOverride-1">la propagazione e applicazione di quelle già esistenti (economia dei </hi><hi rend="CharOverride-1">moltiplicatori del ri-uso) (Rullani 2004a).</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Questa evoluzione ha cambiato in modo</hi><hi rend="CharOverride-1"> radicale l’idea di lavoro che oggi assumiamo come ovvia,</hi><hi rend="CharOverride-1"> spostandola dal campo dell’</hi><hi rend="italic CharOverride-1">economia dell’energia </hi><hi rend="CharOverride-1">(ossia della trasformazione</hi><hi rend="CharOverride-1"> materiale) a quello dell’</hi><hi rend="italic CharOverride-1">economia della conoscenza </hi><hi rend="CharOverride-1">(ossia dei processi</hi><hi rend="CharOverride-1"> di apprendimento, propagazione e applicazione delle conoscenze utili). </hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Sul</hi><hi rend="CharOverride-1"> piano della consapevolezza teorica, però, questo passaggio è rimasto </hi><hi rend="CharOverride-1">ancora in gran parte </hi><hi rend="italic CharOverride-1">incompiuto</hi><hi rend="CharOverride-1">, perché i sistemi teorici ancora</hi><hi rend="CharOverride-1"> oggi prevalenti descrivono l’economia come scienza della razionale </hi><hi rend="italic CharOverride-1">allocazione</hi><hi rend="italic CharOverride-1"> dei fattori</hi><hi rend="CharOverride-1"> (in funzione della trasformazione finalizzata al valore </hi><hi rend="CharOverride-1">utile del prodotto), considerando </hi><hi rend="italic CharOverride-1">esogene</hi><hi rend="CharOverride-1"> le conoscenze disponibili: le tecnologie </hi><hi rend="CharOverride-1">messe a confronto sono infatti assunte come date, e lo </hi><hi rend="CharOverride-1">stesso vale per le informazioni di cui ciascun attore dispone. </hi><hi rend="CharOverride-1">Le conoscenze sono dunque considerate ‘fattori’, che, come gli</hi><hi rend="CharOverride-1"> altri (le materie prime, le macchine, i componenti ecc.) devono</hi><hi rend="CharOverride-1"> essere ricombinati al meglio, massimizzando il risultato. </hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Ma – </hi><hi rend="CharOverride-1">e qui sta il problema – in un’epoca, come </hi><hi rend="CharOverride-1">la modernità, che da due secoli usa la scienza come </hi><hi rend="CharOverride-1">forza produttiva (Rullani 2010a) – questa ipotesi è non solo irrealistica,</hi><hi rend="CharOverride-1"> ma anche distorcente: essa impedisce infatti di vedere che l</hi><hi rend="CharOverride-1">’economia moderna è organizzata in modo da alimentare continuamente due</hi><hi rend="CharOverride-1"> processi generativi del valore che l’approccio tradizionale esclude dal</hi><hi rend="CharOverride-1"> suo campo visivo: il processo di </hi><hi rend="italic CharOverride-1">apprendimento</hi><hi rend="CharOverride-1"> (scientifico, tecnologico, applicativo</hi><hi rend="CharOverride-1">, semantico ecc.) e quello di </hi><hi rend="italic CharOverride-1">propagazione</hi><hi rend="CharOverride-1">, nello spazio e</hi><hi rend="CharOverride-1"> nel tempo, della conoscenza così ottenuta, dando luogo ad </hi><hi rend="CharOverride-1">un numero </hi><hi rend="italic CharOverride-1">n</hi><hi rend="CharOverride-1">, sempre più grande, di ri-usi. Sia </hi><hi rend="CharOverride-1">l’apprendimento che la propagazione non sono, infatti, fattori statici</hi><hi rend="CharOverride-1"> ma </hi><hi rend="italic CharOverride-1">auto-propulsivi</hi><hi rend="CharOverride-1">, perché crescono </hi><hi rend="italic CharOverride-1">continuamente</hi><hi rend="CharOverride-1">, generando valore con la</hi><hi rend="CharOverride-1"> loro estensione nello spazio e nel tempo. </hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Nell’economia della</hi><hi rend="CharOverride-1"> conoscenza, l’auto-propulsività dell’apprendimento e della propagazione produce un</hi><hi rend="CharOverride-1"> </hi><hi rend="italic CharOverride-1">effetto moltiplicativo</hi><hi rend="CharOverride-1"> nella generazione del valore, dato che la </hi><hi rend="CharOverride-1">conoscenza ben codificata ha un </hi><hi rend="italic CharOverride-1">costo di riproduzione zero</hi><hi rend="CharOverride-1"> o </hi><hi rend="CharOverride-1">quasi (fatti salvi i costi necessari per propagarla e applicarla).</hi><hi rend="CharOverride-1"> </hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Questa condizione rende l’economia della conoscenza (dell’apprendimento e</hi><hi rend="CharOverride-1"> ri-uso) molto </hi><hi rend="italic CharOverride-1">diversa</hi><hi rend="CharOverride-1"> dall’economia dell’energia (della trasformazione materiale),</hi><hi rend="CharOverride-1"> in cui – in presenza di costi unitari di riproduzione</hi><hi rend="CharOverride-1"> che sono costanti al variare delle quantità</hi><hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi><ref target="OP08885_int_online_chapter_227_1415-1434.html#footnote-001">1</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1"> – non operano </hi><hi rend="CharOverride-1">moltiplicatori del ri-uso. Le leggi della creazione del valore che</hi><hi rend="CharOverride-1"> sono proprie dell’economia della conoscenza </hi><hi rend="italic CharOverride-1">non hanno dunque</hi><hi rend="italic CharOverride-1"> niente a che fare</hi><hi rend="CharOverride-1"> con quelle vigenti nell’economia </hi><hi rend="CharOverride-1">della trasformazione materiale (energetica) dei fattori. </hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">L’idea di una</hi><hi rend="CharOverride-1"> generazione del valore basata solo sulla trasformazione materiale dei fattori</hi><hi rend="CharOverride-1"> – e dunque praticamente priva di moltiplicatori di qualche </hi><hi rend="CharOverride-1">rilievo – era tipica dell’economia neoclassica dell’ottocento, basata sull’</hi><hi rend="CharOverride-1">allocazione statica di fattori esogeni, che la teoria assumeva come</hi><hi rend="CharOverride-1"> dati, Essa ha cominciato ad essere rivista solo nei primi</hi><hi rend="CharOverride-1"> anni del novecento, soprattutto attraverso la teoria dell’innovazione imprenditoriale</hi><hi rend="CharOverride-1"> promossa da Schumpeter, a complemento – e non in </hi><hi rend="CharOverride-1">contraddizione – con la statica della razionalità allocativa.</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Tuttavia, l’</hi><hi rend="CharOverride-1">innovazione schumpeteriana e le sue varianti successive sono rimaste, nel</hi><hi rend="CharOverride-1"> corso del Novecento, ancorate alla ‘vecchia’ matrice della </hi><hi rend="CharOverride-1">trasformazione materiale, assumendo le innovazioni come esogene, o imputandole</hi><hi rend="CharOverride-1"> all’audacia creativa di singoli imprenditori (anch’essi assunti come</hi><hi rend="CharOverride-1"> esogeni). Solo nella misura in cui, in seguito, il </hi><hi rend="CharOverride-1">processo di innovazione si endogenizza, dando luogo a processi </hi><hi rend="CharOverride-1">che rendono continuativa la pratica innovativa, si comincia ad entrare</hi><hi rend="CharOverride-1"> nel circuito proprio dell’economia della conoscenza, e dunque dei</hi><hi rend="CharOverride-1"> connessi moltiplicatori cognitivi.</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Col passaggio dal novecento al nostro secolo,</hi><hi rend="CharOverride-1"> una vasta letteratura economica e sociologica (Abramovitz e David 1996;</hi><hi rend="CharOverride-1"> Rodriguez 2002; Allee 1997; Antonelli 1999; Butera 1998; Callieri 1998;</hi><hi rend="CharOverride-1"> Rullani 2004a; 2008b; Chicchi e Roggero 2009) ha sempre</hi><hi rend="CharOverride-1"> meglio messo a fuoco il cambiamento concettuale e oper</hi><hi rend="CharOverride-1">ativo che si è accompagnato all’uso della conoscenza come </hi><hi rend="CharOverride-1">fattore produttivo, perché la genesi della innovazioni è stata ricondotta</hi><hi rend="CharOverride-1"> alla </hi><hi rend="italic CharOverride-1">creazione sociale della conoscenza</hi><hi rend="CharOverride-1">, sul terreno della scienza, </hi><hi rend="CharOverride-1">della tecnologia, dell’innovazione imprenditoriale. Ma, nonostante questi passi </hi><hi rend="CharOverride-1">in avanti, siamo rimasti ancora lontani da un riconoscimento esplicito </hi><hi rend="CharOverride-1">della distanza che esiste tra l’economia classica dell’allocazione </hi><hi rend="CharOverride-1">dei fattori e quella attualmente vigente, che dipende dal</hi><hi rend="CharOverride-1"> sistematico sfruttamento della conoscenza in divenire come forza produttiva</hi><hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi><ref target="OP08885_int_online_chapter_227_1415-1434.html#footnote-000">2</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">.</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Nell’economia della conoscenza, in effetti, i </hi><hi rend="italic CharOverride-1">moltiplicatori del ri-uso</hi><hi rend="CharOverride-1"> hanno un significato fondativo: tutto il processo si regge sui</hi><hi rend="CharOverride-1"> grandi investimenti che devono essere fatti nella ricerca e apprendimento</hi><hi rend="CharOverride-1"> del nuovo, che sono successivamente trasformati in valore propagando </hi><hi rend="CharOverride-1">le conoscenze ottenute in un numero </hi><hi rend="italic CharOverride-1">n</hi><hi rend="CharOverride-1"> di ri-usi più </hi><hi rend="CharOverride-1">grande possibile. Investimenti e propagazione sono parti di un circuito </hi><hi rend="CharOverride-1">che viene continuamente ri-alimentato.</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Se Apple investe grandi somme nello sviluppo,</hi><hi rend="CharOverride-1"> anno per anno, di un nuovo iPhone, il suo profitto</hi><hi rend="CharOverride-1"> deriva dalla successiva capacità di produrre e vendere qualche</hi><hi rend="CharOverride-1"> milione di pezzi, portando a casa su ciascuno di</hi><hi rend="CharOverride-1"> essi la differenza tra il prezzo di vendita, allineato col</hi><hi rend="CharOverride-1"> valore d’uso creato per il cliente, e il costo</hi><hi rend="CharOverride-1"> zero o quasi zero della conoscenza impiegata per riprodurre la</hi><hi rend="CharOverride-1"> tecnologia e i dati impiegati nel ri-uso. Su un mercato</hi><hi rend="CharOverride-1"> del genere, ciò che fa la differenza tra i diversi</hi><hi rend="CharOverride-1"> produttori, è sostanzialmente la grandezza del moltiplicatore, e dunque </hi><hi rend="CharOverride-1">degli investimenti in apprendimento, a cui si riesce ad arrivare.</hi></p><p rend="h2" ><hi>2.</hi><hi> Nel corso del tempo il lavoro cambia senso, collegando</hi><hi> la prestazione utile col vissuto delle persone</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">L’idea di </hi><hi rend="CharOverride-1">lavoro che emerge nell’economia della conoscenza, messa in campo </hi><hi rend="CharOverride-1">dalla modernità, è dunque strettamente legata alla funzione che </hi><hi rend="CharOverride-1">l’intelligenza delle persone svolge per:</hi></p><list type="unordered">
				<item><hi rend="CharOverride-1">avere accesso alle conoscenze </hi><hi rend="CharOverride-1">disponibili a scala locale e globale;</hi></item>
				<item><hi rend="CharOverride-1">attivare i processi di </hi><hi rend="CharOverride-1">apprendimento, per produrre nuove conoscenze;</hi></item>
				<item><hi rend="CharOverride-1">estrarre dall’apprendimento, che è</hi><hi rend="CharOverride-1"> focalizzato in un contesto e su un problema specifico, </hi><hi rend="CharOverride-1">modelli riproducibili (astratti) di conoscenza che possano essere trasferiti ad </hi><hi rend="CharOverride-1">altri contesti;</hi></item>
				<item><hi rend="CharOverride-1">propagare nello spazio e nel tempo i </hi><hi rend="CharOverride-1">modelli astratti, così ottenuti, utilizzando linguaggi o mediatori materiali (macchine, </hi><hi rend="CharOverride-1">componenti, algoritmi ecc.) che ne facilitino il trasferimento a persone</hi><hi rend="CharOverride-1"> e contesti diversi da quelli coinvolti nell’apprendimento iniziale; </hi></item>
				<item><hi rend="CharOverride-1">applicare i modelli trasferiti a impieghi che creino utilità per</hi><hi rend="CharOverride-1"> gli utilizzatori industriali o di consumo, e che, essendo differenziati</hi><hi rend="CharOverride-1"> tra loro, richiedono adattamenti più o meno grandi per</hi><hi rend="CharOverride-1"> ogni ri-uso.</hi></item>
			</list><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Il lavoro che alimenta tali processi fornisce alle</hi><hi rend="CharOverride-1"> cose da fare la necessaria intelligenza delle persone, </hi><hi rend="CharOverride-1">andando molto al di là dell’esecuzione di compiti specifici. </hi><hi rend="CharOverride-1">Se la prestazione lavorativa non è data in partenza, essa</hi><hi rend="CharOverride-1"> emerge da una elaborazione sperimentale e spesso creativa affidata ad</hi><hi rend="CharOverride-1"> una rete intersoggettiva, cui le singole persone portano un </hi><hi rend="CharOverride-1">contributo rilevante. </hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">In questo modo, il lavoro </hi><hi rend="italic CharOverride-1">cambia senso</hi><hi rend="CharOverride-1">, rispetto</hi><hi rend="CharOverride-1"> al modello di prestazione che lo definiva come fattore tradizionale,</hi><hi rend="CharOverride-1"> nell’economia allocativa dell’energia, perché esso viene sempre più</hi><hi rend="CharOverride-1"> associato all’intelligenza personale, dotata di un certo grado di </hi><hi rend="CharOverride-1">libertà per espandersi in termini di creatività e di fini</hi><hi rend="CharOverride-1"> da perseguire. </hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Sempre di più, in effetti, vediamo </hi><hi rend="CharOverride-1">che è questa la direzione di marcia verso cui, passo </hi><hi rend="CharOverride-1">per passo, stiamo andando nell’attuale economia della conoscenza. I</hi><hi rend="CharOverride-1">l lavoro utile, svolto per finalità strettamente produttive, si integra</hi><hi rend="CharOverride-1"> e si confonde con le esperienze di </hi><hi rend="italic CharOverride-1">vita attiva delle</hi><hi rend="italic CharOverride-1"> persone</hi><hi rend="CharOverride-1">, ossia con le tante identità individuali che prendono </hi><hi rend="CharOverride-1">forma al di là dell’orizzonte della fabbrica o dell’</hi><hi rend="CharOverride-1">ufficio, legando saldamente lavoro, vissuto personale e ozio nelle </hi><hi rend="CharOverride-1">forme inedite espresse dalla contemporaneità. Inoltre, nella misura </hi><hi rend="CharOverride-1">in cui il lavoro si trasforma in </hi><hi rend="italic CharOverride-1">linguaggio</hi><hi rend="CharOverride-1">, esso viene contaminato dal</hi><hi rend="CharOverride-1">la libera costruzione dei significati e dei sistemi di relazione </hi><hi rend="CharOverride-1">(Mari 2019). In tal modo, il lavoro diventa un concetto</hi><hi rend="CharOverride-1"> ibrido, intrecciando intelligenza personale e tecnologia astratta, lungo il crinale</hi><hi rend="CharOverride-1"> che nel nuovo sistema produttivo unisce il materiale e </hi><hi rend="CharOverride-1">l’immateriale.</hi></p><p rend="h2" ><hi>3. La funzione chiave oggi assegnata al lavoro: la</hi><hi> selezione intelligente della complessità</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">In particolare, se guardiamo alla transizione </hi><hi rend="CharOverride-1">in corso verso il capitalismo della conoscenza in rete, il </hi><hi rend="CharOverride-1">lavoro deve affrontare un compito sempre più rilevante di </hi><hi rend="italic CharOverride-1">selezione</hi><hi rend="italic CharOverride-1"> intelligente della complessità</hi><hi rend="CharOverride-1"> – intesa come somma logica di </hi><hi rend="italic CharOverride-1">varietà, variabilità,</hi><hi rend="italic CharOverride-1"> interdipendenza </hi><hi rend="CharOverride-1">e</hi><hi rend="italic CharOverride-1"> indeterminazione</hi><hi rend="CharOverride-1"> – per indirizzare le situazioni da gestire</hi><hi rend="CharOverride-1"> verso il risultato utile (Rullani 2004b). </hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">È un compito che</hi><hi rend="CharOverride-1"> richiede creatività e impegno personale, e che deve appoggiarsi ad</hi><hi rend="CharOverride-1"> una rete fiduciaria stabile di relazioni affidabili. Anche nei settori</hi><hi rend="CharOverride-1"> che sembrano più astratti (come quello bancario), Aldo Bonomi </hi><hi rend="CharOverride-1">fa infatti notare la crescente importanza attribuita da manager e </hi><hi rend="CharOverride-1">lavoratori al </hi><hi rend="italic CharOverride-1">commitment</hi><hi rend="CharOverride-1">: un impegno di condivisione identitaria fatto </hi><hi rend="CharOverride-1">di «curiosità, passione, motivazione, partecipazione», essendo questo il </hi><hi rend="italic CharOverride-1">driver</hi><hi rend="CharOverride-1"> necessario a navigare nel mare della complessità senza perdere la</hi><hi rend="CharOverride-1"> rotta (Bonomi 2018, 49).</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Per collegare in modo utile il </hi><hi rend="CharOverride-1">sapere scientifico-tecnologico e i singoli contesti in cui va applicato, </hi><hi rend="CharOverride-1">l’intelligenza al lavoro deve mettere sotto controllo la radicale </hi><hi rend="italic CharOverride-1">differenza di</hi><hi rend="CharOverride-1"> </hi><hi rend="italic CharOverride-1">complessità </hi><hi rend="CharOverride-1">che caratterizza i due mondi in </hi><hi rend="CharOverride-1">questione. La scienza, per garantire la trasferibilità della conoscenza </hi><hi rend="CharOverride-1">scientifica, fissa infatti dei protocolli applicativi che riducono drasticamente la </hi><hi rend="CharOverride-1">complessità ammessa nei rapporti causa-effetto descritti dai modelli teorici. In</hi><hi rend="CharOverride-1"> parallelo, ma in senso contrario, nei contesti di uso, ogni</hi><hi rend="CharOverride-1"> </hi><hi rend="italic CharOverride-1">user</hi><hi rend="CharOverride-1"> deve fare i conti con livelli di complessità che</hi><hi rend="CharOverride-1"> eccedono di gran lunga gli standard astratti, prescritti dalle teorie</hi><hi rend="CharOverride-1"> scientifiche. L’applicazione, dunque, non è mai semplice, ma</hi><hi rend="CharOverride-1"> necessariamente creativa, sperimentale (De Toni e Rullani 2018; Bonaccorsi </hi><hi rend="CharOverride-1">e Pammolli 1996). </hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">L’intelligenza del lavoro deve infatti:</hi></p><list type="unordered">
				<item><hi rend="CharOverride-1">all’inizio del processo, </hi><hi rend="italic CharOverride-1">ridurre la complessità</hi><hi rend="CharOverride-1"> del modello cognitivo</hi><hi rend="CharOverride-1"> da propagare, selezionando gli elementi del protocollo sperimentale che legano,</hi><hi rend="CharOverride-1"> in modo riproducibile, cause ed effetti, in modo da </hi><hi rend="CharOverride-1">attivare la sua propagazione pratica;</hi></item>
				<item><hi rend="CharOverride-1">alla fine del percorso, </hi><hi rend="CharOverride-1">giunti ai diversi contesti di ri-uso della conoscenza propagata, bisogna </hi><hi rend="CharOverride-1">invece </hi><hi rend="italic CharOverride-1">aumentare la complessità</hi><hi rend="CharOverride-1"> delle variabili messe in gioco, in </hi><hi rend="CharOverride-1">modo che la riproducibilità teorica possa tradursi nelle forme di </hi><hi rend="CharOverride-1">varietà, variabilità, interdipendenza e indeterminazione più utili.</hi></item>
			</list><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">La sintesi tra propagazione</hi><hi rend="CharOverride-1"> e applicazione – ossia tra lavoro che astrae e lavoro</hi><hi rend="CharOverride-1"> che complessifica – definisce dunque il compito critico assegnato a</hi><hi rend="CharOverride-1">ll’</hi><hi rend="italic CharOverride-1">intelligenza del lavoro</hi><hi rend="CharOverride-1">, per mettere in movimento il </hi><hi rend="CharOverride-1">‘motore’ delle replicazioni e dei ri-usi posto alla base </hi><hi rend="CharOverride-1">dell’economia della conoscenza (Rullani 2004c). </hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Nel corso della storia</hi><hi rend="CharOverride-1"> moderna, sono tuttavia cambiati diverse volte i metodi impiegati </hi><hi rend="CharOverride-1">per propagare e applicare le conoscenze utili, usando </hi><hi rend="italic CharOverride-1">mediatori </hi><hi rend="CharOverride-1">sempre più potenti, che hanno progressivamente abbassato il costo della</hi><hi rend="CharOverride-1"> trasmissione e allargato la gamma di potenziali ri-usi (fino all</hi><hi rend="CharOverride-1">’economia globale in rete di oggi). </hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Inizialmente, nell’antichità,</hi><hi rend="CharOverride-1"> è stato il </hi><hi rend="italic CharOverride-1">linguaggio</hi><hi rend="CharOverride-1"> che ha consentito a gruppi di</hi><hi rend="CharOverride-1"> lavoratori di condividere le conoscenze prodotte dall’apprendimento, realizzando l</hi><hi rend="CharOverride-1">e economie di scala conseguenti solo in circuiti ristretti, visto</hi><hi rend="CharOverride-1"> l’elevato costo di trasmissione e di adattamento, che ha</hi><hi rend="CharOverride-1"> ridotto il potenziali ri-usi. Successivamente è intervenuta la </hi><hi rend="italic CharOverride-1">scrittura</hi><hi rend="CharOverride-1">, </hi><hi rend="CharOverride-1">che – traducendo le conoscenze astratte in documenti scritti a </hi><hi rend="CharOverride-1">mano e in libri stampati – ha allargato notevolmente, nello spazio </hi><hi rend="CharOverride-1">e nel tempo, i campo di propagazione/replicazione della conoscenza utile. </hi><hi rend="CharOverride-1">Infine, con l’avvento della modernità, il processo di propagazione </hi><hi rend="CharOverride-1">della conoscenza astratta ha fatto un salto di qualità con </hi><hi rend="CharOverride-1">l’uso dei </hi><hi rend="italic CharOverride-1">media comunicativi</hi><hi rend="CharOverride-1"> (radio, telefono, tv, siti internet,</hi><hi rend="CharOverride-1"> logistica veloce ecc.) e con l’impiego di </hi><hi rend="italic CharOverride-1">macchine, </hi><hi rend="italic CharOverride-1">prodotti standard, procedure e algoritmi</hi><hi rend="CharOverride-1"> replicabili migliaia o milioni di </hi><hi rend="CharOverride-1">volte. </hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Lungo questa traiettoria i costi di propagazione si sono </hi><hi rend="CharOverride-1">drasticamente abbassati e il campo di applicazione dei ri-usi si </hi><hi rend="CharOverride-1">è conseguentemente allargato, con effetti moltiplicativi sul surplus in valore </hi><hi rend="CharOverride-1">ottenuto dai processi cognitivi applicati alla produzione.</hi></p><p rend="h2" ><hi>4. Tra la </hi><hi>prima e la seconda modernità: dal lavoro standard e impersonale </hi><hi>alla sua ri-personalizzazione recente</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Nella traiettoria che allarga sempre più rapidamente</hi><hi rend="CharOverride-1"> il campo e i volumi delle replicazioni, l’avvento della</hi><hi rend="CharOverride-1"> modernità ha portato ad un punto di svolta fondamentale: </hi><hi rend="italic CharOverride-1">l’uso della scienza a fini produttivi</hi><hi rend="CharOverride-1">. Ossia l’uso</hi><hi rend="CharOverride-1"> di un tipo di conoscenza che </hi><hi rend="italic CharOverride-1">fin dall’origine</hi><hi rend="CharOverride-1"> è</hi><hi rend="CharOverride-1"> definita in funzione della sua possibilità di replicazione e quindi</hi><hi rend="CharOverride-1"> di verifica incrociata, rispettando i protocolli operativi prescritti. Questa condizione</hi><hi rend="CharOverride-1"> fa sì che, nel circuito del sistema scientifico, i costi</hi><hi rend="CharOverride-1"> di propagazione della scienza astratta sono praticamente nulli, aumentando </hi><hi rend="CharOverride-1">enormemente la velocità e l’ampiezza dei potenziali ri-usi. </hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">I </hi><hi rend="CharOverride-1">costi applicativi, passando dalla scienza alla tecnologia e da questa </hi><hi rend="CharOverride-1">all’uso finale, si sono, a loro volta, ulteriormente ridotti</hi><hi rend="CharOverride-1"> introducendo nella pratica produttiva appositi </hi><hi rend="italic CharOverride-1">mediatori</hi><hi rend="CharOverride-1"> finalizzati a rendere facilmente</hi><hi rend="CharOverride-1"> riproducibili i modelli astratti ricavati dalla scienza (Rullani 2010). </hi><hi rend="CharOverride-1">Nel corso della modernità si sono, in effetti, succeduti mediatori </hi><hi rend="CharOverride-1">del ri-uso molto diversi tra loro: </hi></p><list type="unordered">
				<item><hi rend="CharOverride-1">le </hi><hi rend="italic CharOverride-1">macchine</hi><hi rend="CharOverride-1"> del </hi><hi rend="CharOverride-1">capitalismo industriale dell’800;</hi></item>
				<item><hi rend="CharOverride-1">l’</hi><hi rend="italic CharOverride-1">organizzazione</hi><hi rend="CharOverride-1"> della grande impresa nel</hi><hi rend="CharOverride-1"> fordismo del periodo 1900-1970;</hi></item>
				<item><hi rend="CharOverride-1">la </hi><hi rend="italic CharOverride-1">prossimità territoriale</hi><hi rend="CharOverride-1"> per il</hi><hi rend="CharOverride-1"> capitalismo flessibile degli anni 1970-2000;</hi></item>
				<item><hi rend="CharOverride-1">infine, gli </hi><hi rend="italic CharOverride-1">algoritmi </hi><hi rend="CharOverride-1">e </hi><hi rend="italic CharOverride-1">automatismi digitali</hi><hi rend="CharOverride-1"> nel capitalismo della conoscenza in rete post-2000. </hi></item>
			</list><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Collegando </hi><hi rend="CharOverride-1">il lavoro di propagazione della conoscenza con quello di applicazione, </hi><hi rend="CharOverride-1">lo sviluppo della scienza moderna ha dunque costruito un sistema</hi><hi rend="CharOverride-1"> ormai fitto e collaudato di legami sinergici tra mondo scientifico,</hi><hi rend="CharOverride-1"> impegnato nello sviluppo di astrazioni affidabili, facilmente propagabili, e il</hi><hi rend="CharOverride-1"> mondo tecnologico/produttivo impegnato nella loro applicazione su vasta scala. Con</hi><hi rend="CharOverride-1"> due conseguenze di fondo, che caratterizzano la modernità. Prima</hi><hi rend="CharOverride-1"> di tutto, in questo modo, la generazione del valore </hi><hi rend="CharOverride-1">può realizzare grandi </hi><hi rend="italic CharOverride-1">economie di scala</hi><hi rend="CharOverride-1">, nella generazione di valore,</hi><hi rend="CharOverride-1"> connesse al numero crescente dei ri-usi. In secondo luogo, cosa</hi><hi rend="CharOverride-1"> non meno importante, l’innovazione, nel mondo moderno, cessa </hi><hi rend="CharOverride-1">di essere un evento </hi><hi rend="italic CharOverride-1">una tantum</hi><hi rend="CharOverride-1">, per diventare invece</hi><hi rend="CharOverride-1"> un</hi><hi rend="italic CharOverride-1"> processo auto-propulsivo. </hi><hi rend="CharOverride-1">In tutti i campi del sapere</hi><hi rend="CharOverride-1"> e della vita, nuovi processi di apprendimento sono, infatti, </hi><hi rend="CharOverride-1">continuamente sollecitati dal flusso delle nuove conoscenze che diventano disponibili</hi><hi rend="CharOverride-1"> e che, grazie al lavoro ininterrotto dei mediatori, sono ottenibili</hi><hi rend="CharOverride-1"> – da chiunque si attrezzi allo scopo – con un basso</hi><hi rend="CharOverride-1"> costo di accesso e in tempi abbastanza rapidi. L’economia</hi><hi rend="CharOverride-1"> della conoscenza è dunque, in questo senso, non un sistema</hi><hi rend="CharOverride-1"> statico, ma un organismo in divenire, in cui ogni step</hi><hi rend="CharOverride-1"> di apprendimento utile prepara e innesca il successivo.</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Il continuo </hi><hi rend="CharOverride-1">flusso di scoperte scientifiche e innovazioni produttive, con conseguente crescita</hi><hi rend="CharOverride-1"> del PIL, che ha caratterizzato la modernità a partire dalla</hi><hi rend="CharOverride-1"> seconda metà del Settecento, ne è la dimostrazione più </hi><hi rend="CharOverride-1">palese. In questo processo, l’</hi><hi rend="italic CharOverride-1">intelligenza del lavoro</hi><hi rend="CharOverride-1"> che muove </hi><hi rend="CharOverride-1">sia il sapere scientifico che le applicazioni tecnico-produttive emerge come </hi><hi rend="CharOverride-1">la forza produttiva chiave, espressa e potenziata dalla modernità. </hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Ma </hi><hi rend="CharOverride-1">questa affermazione del ruolo chiave dell’intelligenza del lavoro nel </hi><hi rend="CharOverride-1">sistema creato dalla modernità non è stata immediata. Anzi, si </hi><hi rend="CharOverride-1">è realizzata attraverso una traiettoria di evoluzione non lineare: all</hi><hi rend="CharOverride-1">’inizio – nel capitalismo dell’800 e in gran parte</hi><hi rend="CharOverride-1"> di quello del Novecento – il lavoro è sembrato perdere in </hi><hi rend="CharOverride-1">intelligenza e autonomia, a confronto dell’apparato produttivo messo in</hi><hi rend="CharOverride-1"> campo dalla scienza, dalla tecnologia, dai dispositivi produttivi conseguenti. Solo</hi><hi rend="CharOverride-1"> verso la fine del Novecento si è avuta una netta inversione</hi><hi rend="CharOverride-1"> di tendenza, facendo spazio al lavoro intelligente. Ma proprio questo</hi><hi rend="CharOverride-1"> ciclo ambivalente ha portato ad una cattiva comprensione – tuttora</hi><hi rend="CharOverride-1"> vigente –del ruolo del lavoro, considerato spesso come una prestazione</hi><hi rend="CharOverride-1"> standard e impersonale, dipendente da scelte e programmi dettati dall</hi><hi rend="CharOverride-1">’alto. </hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">È la modernità che, nel corso del suo sviluppo, </hi><hi rend="CharOverride-1">ha cambiato segno (Rullani 2010a). E </hi><hi rend="italic CharOverride-1">pour cause</hi><hi rend="CharOverride-1">: negli anni</hi><hi rend="CharOverride-1"> della </hi><hi rend="italic CharOverride-1">prima modernità</hi><hi rend="CharOverride-1"> infatti, i mezzi di propagazione della conoscenza</hi><hi rend="CharOverride-1"> derivata dalla scienza hanno privilegiato l’apporto del </hi><hi rend="italic CharOverride-1">capitale</hi><hi rend="CharOverride-1">, </hi><hi rend="CharOverride-1">e in particolare del suo investimento in </hi><hi rend="italic CharOverride-1">macchine rigide. </hi><hi rend="CharOverride-1">Due</hi><hi rend="CharOverride-1"> condizioni che portano allo sviluppo, in ogni processo produttivo,</hi><hi rend="italic CharOverride-1"> </hi><hi rend="CharOverride-1">di</hi><hi rend="CharOverride-1"> programmi prestabiliti e di procedure operative gerarchicamente imposte, usando </hi><hi rend="CharOverride-1">questi ‘contenitori cognitivi’ (capitale e macchine rigide) per replicare </hi><hi rend="CharOverride-1">la conoscenza in un numero sempre più elevato di usi </hi><hi rend="CharOverride-1">standard. </hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">In questo modo, nei primi due secoli di modernità </hi><hi rend="CharOverride-1">(non per niente identificati come ‘capitalismo’), il lavoro è</hi><hi rend="CharOverride-1"> diventato uno strumento del capitale che lo impiega come accessorio</hi><hi rend="CharOverride-1"> della macchina, totalmente vincolato alla sua rigidità. Con una conseguenza</hi><hi rend="CharOverride-1"> fondamentale: il lavoro intelligente è rimasto, fino a poco </hi><hi rend="CharOverride-1">tempo fa, confinato nella ristretta ‘élite degli imprenditori (che decidono</hi><hi rend="CharOverride-1"> gli investimenti), dei tecnologi (che disegnano le macchine), dei </hi><hi rend="CharOverride-1">manager (che dettano le procedure) e dei comunicatori (che creano </hi><hi rend="CharOverride-1">significati collettivi), impoverendo in modo drastico il ruolo assegnato all</hi><hi rend="CharOverride-1">’intelligenza dei lavoratori direttamente impegnati nelle operazioni materiali di fabbrica</hi><hi rend="CharOverride-1"> e distribuzione dei prodotti utili. </hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Ne è nato un paradigma</hi><hi rend="CharOverride-1"> di grande portata (il fordismo) che ha segnato la concezione</hi><hi rend="CharOverride-1"> del lavoro non solo nel periodo d’oro di sviluppo</hi><hi rend="CharOverride-1"> delle tecnologie fordiste (1900-1970), ma anche successivamente, fino ai</hi><hi rend="CharOverride-1"> nostri giorni. </hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Il modello fordista di impresa ha imposto </hi><hi rend="CharOverride-1">un’idea di lavoro – non a caso definito ‘dipendente</hi><hi rend="CharOverride-1">’ – caratterizzata da un ruolo </hi><hi rend="italic CharOverride-1">standard</hi><hi rend="CharOverride-1"> di tipo meramente </hi><hi rend="italic CharOverride-1">esecutivo</hi><hi rend="CharOverride-1">,</hi><hi rend="CharOverride-1"> per cui il lavoratore si limita ad eseguire gli ordini</hi><hi rend="CharOverride-1"> ricevuti dall’alto o fissati da un programma prestabilito. In</hi><hi rend="CharOverride-1"> questo senso, il lavoro è diventato </hi><hi rend="italic CharOverride-1">tempo-lavoro</hi><hi rend="CharOverride-1">, totalmente </hi><hi rend="CharOverride-1">impersonale e astratto, vincolato com’è alla ripetizione non intelligente </hi><hi rend="CharOverride-1">di operazioni date. </hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">È una concezione nata un secolo fa, ma</hi><hi rend="CharOverride-1"> che anche oggi, pesa nella pratica e teoria del management</hi><hi rend="CharOverride-1"> industriale, perché il fordismo, nei suoi vari aspetti (compreso </hi><hi rend="CharOverride-1">il lavoro), è rimasto a lungo un mito insuperato di </hi><hi rend="CharOverride-1">efficienza produttiva. Contro la resilienza di questo modello si sono</hi><hi rend="CharOverride-1"> scontrate le pratiche di innovazione portate avanti da soggettività post-fordiste,</hi><hi rend="CharOverride-1"> che hanno rivoluzionato in molti punti gli assetti ereditati dal</hi><hi rend="CharOverride-1"> Novecento, scontrandosi anche con gli atteggiamenti conservatori di molte </hi><hi rend="CharOverride-1">organizzazioni, emerse nel campo del lavoro, sia di parte datoriale </hi><hi rend="CharOverride-1">che sindacale. Lentamente, ma autorevolmente, una critica radicale dell’efficienza</hi><hi rend="CharOverride-1"> fordista ha preso corpo appoggiandosi a intellettuali e operatori impegnati</hi><hi rend="CharOverride-1"> sul fronte del nuovo (Mari 2019). Come ha icasticamente </hi><hi rend="CharOverride-1">detto Bruno Trentin all’inizio del nostro secolo, l’efficienza </hi><hi rend="CharOverride-1">imposta dall’alto non è tutto, perché «la libertà viene</hi><hi rend="CharOverride-1"> prima» (Trentin 2004; Casellato 2014). </hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">In realtà, oggi possiamo </hi><hi rend="CharOverride-1">dire – col senno di poi – che, nella storia</hi><hi rend="CharOverride-1"> della modernità, il fordismo </hi><hi rend="italic CharOverride-1">è stato un’eccezione, non la</hi><hi rend="italic CharOverride-1"> norma</hi><hi rend="CharOverride-1"> (Rullani F. e Rullani E. 2018). La sua </hi><hi rend="CharOverride-1">sopravvivenza come modello di riferimento meta-storico ha, infatti, reso difficile</hi><hi rend="CharOverride-1"> riconoscere i radicali cambiamenti intervenuti con l’avvento della </hi><hi rend="italic CharOverride-1">seconda</hi><hi rend="italic CharOverride-1"> modernità</hi><hi rend="CharOverride-1">, che, a partire dalla fine del Novecento, ha</hi><hi rend="CharOverride-1"> superato la rigidità delle macchine e delle tipiche organizzazioni fordiste.</hi><hi rend="CharOverride-1"> Negli anni del successo del capitalismo flessibile post-fordista (1970-2000) e</hi><hi rend="CharOverride-1"> poi, ancora di più, in quelli della rivoluzione digitale, </hi><hi rend="CharOverride-1">che irrompe nei processi di applicazione del sapere scientifico dal </hi><hi rend="CharOverride-1">2000 in poi, entrano infatti in campo </hi><hi rend="italic CharOverride-1">mediatori flessibili</hi><hi rend="CharOverride-1"> come </hi><hi rend="CharOverride-1">gli automatismi e gli algoritmi digitali. Con essi, emerge e</hi><hi rend="CharOverride-1"> si afferma un nuovo modo di generare valore, che, per</hi><hi rend="CharOverride-1"> un verso, potenzia l’</hi><hi rend="italic CharOverride-1">instabilità</hi><hi rend="CharOverride-1"> degli assetti esistenti e, per</hi><hi rend="CharOverride-1"> un altro, aumenta </hi><hi rend="italic CharOverride-1">la varietà, la variabilità, l’interdipendenza e</hi><hi rend="italic CharOverride-1"> l’indeterminazione</hi><hi rend="CharOverride-1"> – ossia la </hi><hi rend="italic CharOverride-1">complessità – </hi><hi rend="CharOverride-1">dei processi di produzione e</hi><hi rend="CharOverride-1"> di consumo. È questo aumento sostanziale della complessità che ha rimesso</hi><hi rend="CharOverride-1"> in campo, accanto alle nuove macchine (flessibili) il ruolo </hi><hi rend="CharOverride-1">decisivo dell’intelligenza del lavoro, come fattore decisivo per l</hi><hi rend="CharOverride-1">’espansione governata della </hi><hi rend="italic CharOverride-1">complessità utile</hi><hi rend="CharOverride-1">.</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">In effetti, il passaggio</hi><hi rend="CharOverride-1"> fondamentale tra la prima e la seconda modernità sta nel</hi><hi rend="CharOverride-1"> diverso significato che ha assunto la </hi><hi rend="italic CharOverride-1">complessità</hi><hi rend="CharOverride-1"> nei modi di</hi><hi rend="CharOverride-1"> produzione. </hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Nella </hi><hi rend="italic CharOverride-1">prima modernità</hi><hi rend="CharOverride-1"> il valore veniva generato abbattendo</hi><hi rend="CharOverride-1"> i costi di produzione, attraverso la </hi><hi rend="italic CharOverride-1">massima compressione</hi><hi rend="CharOverride-1"> possibile della</hi><hi rend="CharOverride-1"> complessità dei prodotti, dei processi e del consumo. Riducendo </hi><hi rend="CharOverride-1">la varietà a standard, la variabilità a programma, l’interdipendenza </hi><hi rend="CharOverride-1">a controllo diretto, l’indeterminazione a prevedibilità, era infatti possibile </hi><hi rend="CharOverride-1">aumentare i moltiplicatori del valore, espandendo la quantità dei prodotti</hi><hi rend="CharOverride-1"> e dei processi di ri-uso della conoscenza.</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Nella </hi><hi rend="italic CharOverride-1">seconda </hi><hi rend="italic CharOverride-1">modernità</hi><hi rend="CharOverride-1">, al contrario, la generazione del valore viene ottenuta in</hi><hi rend="CharOverride-1"> gran parte da processi che cercano di </hi><hi rend="italic CharOverride-1">dilatare la </hi><hi rend="italic CharOverride-1">complessità</hi><hi rend="CharOverride-1">, esplorando nuove varietà, cambiando spesso il prodotto, allargando le</hi><hi rend="CharOverride-1"> reti di co-produzione, esplorando il nuovo e il possibile. Tutte</hi><hi rend="CharOverride-1"> queste strategie fruttano un surplus in valore perché la crescita</hi><hi rend="CharOverride-1"> della complessità che le accompagna viene resa governabile dall’intelligenza</hi><hi rend="CharOverride-1"> del lavoro e dall’impiego, con un costo abbastanza contenuto</hi><hi rend="CharOverride-1">, degli automatismi e algoritmi digitali disponibili. Il valore </hi><hi rend="CharOverride-1">utile unitario, generato per un numero sempre maggiore di </hi><hi rend="italic CharOverride-1">user</hi><hi rend="CharOverride-1">,</hi><hi rend="CharOverride-1"> può così aumentare grazie alla personalizzazione del prodotto/servizio, alla produzione</hi><hi rend="CharOverride-1"> </hi><hi rend="italic CharOverride-1">on demand</hi><hi rend="CharOverride-1">, alla divisione del lavoro in catene globali </hi><hi rend="CharOverride-1">del valore (GVC) sempre più estese, all’esplorazione di nuove </hi><hi rend="CharOverride-1">possibilità o all’interazione semantica che porta a forme di </hi><hi rend="italic CharOverride-1">sense making</hi><hi rend="CharOverride-1"> condiviso (Rullani F. e Rullani E. 2019).</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">La </hi><hi rend="CharOverride-1">complessità, che era la ‘bestia nera’ della prima industrializzazione, </hi><hi rend="CharOverride-1">si è così trasformata in una fonte autonoma di valore</hi><hi rend="CharOverride-1"> per gli </hi><hi rend="italic CharOverride-1">user</hi><hi rend="CharOverride-1">, sia industriali che di consumo, sollecitando </hi><hi rend="CharOverride-1">anche – grazie al </hi><hi rend="italic CharOverride-1">potere abilitante</hi><hi rend="CharOverride-1"> conferito dalla tecnologia digitale </hi><hi rend="CharOverride-1">ad attori decentrati o di nicchia – una </hi><hi rend="italic CharOverride-1">autonoma capacità </hi><hi rend="italic CharOverride-1">di iniziativa</hi><hi rend="CharOverride-1"> nella sperimentazione del nuovo e del possibile da </hi><hi rend="CharOverride-1">parte dei numerosi soggetti in campo (Butera 2017, Mari 2019</hi><hi rend="CharOverride-1">).</hi></p><p rend="h2 ParaOverride-3" ><hi>5. Lavoro in transizione: svalorizzazione del vecchio e ri-valorizzazione </hi><hi>del nuovo</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">L’evoluzione della modernità, sopra richiamata, mette in discussione</hi><hi rend="CharOverride-1"> un presupposto che spesso, anche oggi, viene dato per scontato:</hi><hi rend="CharOverride-1"> l’idea del lavoro inteso, per definizione, come </hi><hi rend="italic CharOverride-1">lavoro </hi><hi rend="italic CharOverride-1">dipendente</hi><hi rend="CharOverride-1">. Ossia un’idea di lavoro che, in passato, </hi><hi rend="CharOverride-1">si è configurata come prestazione meramente </hi><hi rend="italic CharOverride-1">esecutiva</hi><hi rend="CharOverride-1">, vincolata alle</hi><hi rend="CharOverride-1"> prescrizioni operative dettate da comandi e programmi calati dall’alto</hi><hi rend="CharOverride-1">. </hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Nello ‘scambio politico’ tra lavoro e capitale, tipico </hi><hi rend="CharOverride-1">della grande impresa fordista, al management (in rappresentanza del </hi><hi rend="CharOverride-1">capitale) veniva riconosciuto un diritto di controllo sulle decisioni </hi><hi rend="CharOverride-1">di impresa, in cambio di una ‘garanzia’ abbastanza affidabile </hi><hi rend="CharOverride-1">che esentava di fatto dal rischio i lavoratori dipendenti, </hi><hi rend="CharOverride-1">cui veniva assicurata la stabilità del posto di lavoro e </hi><hi rend="CharOverride-1">qualche possibilità di carriera interna. Grazie al potere di contrattazione, </hi><hi rend="CharOverride-1">gestito dalle organizzazioni sindacali e dai partiti di massa, al</hi><hi rend="CharOverride-1"> lavoro dipendente veniva inoltre offerta una equa distribuzione del reddito</hi><hi rend="CharOverride-1"> co-prodotto, oltre che una copertura dei servizi di welfare da</hi><hi rend="CharOverride-1"> parte dello Stato. Nel paradigma fordista, dunque, il lavoro </hi><hi rend="italic CharOverride-1">individuale</hi><hi rend="CharOverride-1"> perdeva autonomia e intelligenza, ma recuperava un ruolo attivo </hi><hi rend="CharOverride-1">come </hi><hi rend="italic CharOverride-1">soggetto collettivo</hi><hi rend="CharOverride-1">, capace di interagire con gli </hi><hi rend="italic CharOverride-1">stakeholders</hi><hi rend="CharOverride-1"> socialmente</hi><hi rend="CharOverride-1"> rilevanti.</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">È passato ormai un secolo da quando, nei primi decenni</hi><hi rend="CharOverride-1"> del Novecento, veniva messo a punto questo modello tecnico-politico </hi><hi rend="CharOverride-1">della produzione di massa. Lo straordinario successo che ha conseguito </hi><hi rend="CharOverride-1">negli anni d’oro del fordismo (fino agli anni Settanta) </hi><hi rend="CharOverride-1">ha di fatto imposto l’idea del lavoro moderno come </hi><hi rend="CharOverride-1">lavoro dipendente, nonostante la progressiva crescita della complessità da gestire </hi><hi rend="CharOverride-1">e dunque dell’intelligenza e autonomia della prestazione lavorativa da </hi><hi rend="CharOverride-1">fornire. </hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">In effetti, dagli anni Settanta in poi, il sistema</hi><hi rend="CharOverride-1"> di produzione fordista ha dovuto affrontare situazioni sempre meno governabili</hi><hi rend="CharOverride-1"> in base a standard e programmi prestabiliti con largo anticipo,</hi><hi rend="CharOverride-1"> e, per rimediare alle proprie rigidità, ha dovuto recuperare, almeno</hi><hi rend="CharOverride-1"> in parte, l’apporto intelligente delle persone per fornire </hi><hi rend="italic CharOverride-1">flessibilità</hi><hi rend="italic CharOverride-1"> </hi><hi rend="CharOverride-1">alle soluzioni pratiche adottate. Il lavoro </hi><hi rend="italic CharOverride-1">on demand</hi><hi rend="CharOverride-1">, </hi><hi rend="CharOverride-1">adottato nelle forniture </hi><hi rend="italic CharOverride-1">just in time</hi><hi rend="CharOverride-1"> del modello di produzione</hi><hi rend="CharOverride-1"> giapponese; l’impresa diffusa che ha messo al lavoro </hi><hi rend="CharOverride-1">l’intelligenza di migliaia di persone nei distretti industriali italiani; </hi><hi rend="CharOverride-1">e, infine, l’</hi><hi rend="italic CharOverride-1">extended enterprise</hi><hi rend="CharOverride-1"> americana che ha decentrato all</hi><hi rend="CharOverride-1">’esterno molte delle attività </hi><hi rend="italic CharOverride-1">non core</hi><hi rend="CharOverride-1">,</hi><hi rend="italic CharOverride-1"> </hi><hi rend="CharOverride-1">alimentando lo sviluppo </hi><hi rend="CharOverride-1">di lunghe catene di</hi><hi rend="italic CharOverride-1"> outsourcing, </hi><hi rend="CharOverride-1">sono altrettanti esempi di adattamenti </hi><hi rend="CharOverride-1">del modello base a situazioni in cui la complessità da </hi><hi rend="CharOverride-1">affrontare eccedeva le capacità di controllo delle grandi piramidi az</hi><hi rend="CharOverride-1">iendali, rendendo necessario il ricorso – in vari modi – </hi><hi rend="CharOverride-1">ad un lavoro meno esecutivo e più intelligente che in </hi><hi rend="CharOverride-1">passato.</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Non parliamo poi di quello che è avvenuto con lo</hi><hi rend="CharOverride-1"> sviluppo delle </hi><hi rend="italic CharOverride-1">global value chains</hi><hi rend="CharOverride-1">, nella maggior parte dei </hi><hi rend="CharOverride-1">settori, a partire dagli ultimi decenni del Novecento, dando luogo</hi><hi rend="CharOverride-1"> a configurazioni produttive ampie, molto differenziate al loro interno, se</hi><hi rend="CharOverride-1"> non altro per le diversità dei paesi coinvolti, e connesse</hi><hi rend="CharOverride-1"> da una logistica veloce sempre più complessa e importante. A</hi><hi rend="CharOverride-1"> scala mondiale, infine, è poi enormemente cresciuta la distanza tra la</hi><hi rend="CharOverride-1"> </hi><hi rend="italic CharOverride-1">finanza globalizzata</hi><hi rend="CharOverride-1">, che guarda dall’alto e da lontano </hi><hi rend="CharOverride-1">il capitale finanziario astratto, e la produzione materiale, distribuita in</hi><hi rend="CharOverride-1"> cento paesi e immersa in mille situazioni differenti.</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Alcuni adattamenti</hi><hi rend="CharOverride-1"> al nuovo ci sono stati, ma – specialmente nelle grandi</hi><hi rend="CharOverride-1"> imprese – sono rimasti in vigore molti degli elementi del modello</hi><hi rend="CharOverride-1"> classico: definizione standard delle categorie professionali, scarsa autonomia dei singoli</hi><hi rend="CharOverride-1"> esecutori, forte controllo gerarchico dall’alto, investimento formativo minimo, retribuzione</hi><hi rend="CharOverride-1"> a tempo e non a risultato. </hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Dal 2000</hi><hi rend="CharOverride-1"> in poi, la rivoluzione digitale ha messo in crisi tale</hi><hi rend="CharOverride-1"> modello e la sua resilienza, perché, sulla sollecitazione di</hi><hi rend="CharOverride-1"> quella che è stata chiamata </hi><hi rend="italic CharOverride-1">Industry 4.0</hi><hi rend="CharOverride-1"> o Quarta Rivoluzione</hi><hi rend="CharOverride-1"> Industriale (Schwab 2016), ha cominciato a prendere forma l</hi><hi rend="CharOverride-1">’interconnessione in rete di milioni di soggetti pensanti, impegnati nella</hi><hi rend="CharOverride-1"> creazione del futuro, dando luogo all’emergere, giorno per giorno,</hi><hi rend="CharOverride-1"> di forme di </hi><hi rend="italic CharOverride-1">intelligenza collettiva </hi><hi rend="CharOverride-1">che sovrastano quelle individuali </hi><hi rend="CharOverride-1">e, al tempo stesso, ne sollecitano l’azione applicativa</hi><hi rend="CharOverride-1"> (Levy 1994). L’</hi><hi rend="italic CharOverride-1">infosfera</hi><hi rend="CharOverride-1"> delle conoscenze in rete (Floridi 2014)</hi><hi rend="CharOverride-1"> si popola infatti di unità cognitive che partecipano al </hi><hi rend="CharOverride-1">divenire delle conoscenze scientifiche, ma anche di quelle applicative, distribuite </hi><hi rend="CharOverride-1">a basso costo e in tempo reale tra i diversi </hi><hi rend="CharOverride-1">contesti grazie alla mediazione digitale (automatismi flessibili, algoritmi capaci di </hi><hi rend="CharOverride-1">apprendere).</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Anche il lavoro ne è rimasto coinvolto, perché la nuova</hi><hi rend="CharOverride-1"> flessibilità delle tecnologie intelligenti innesca un enorme processo di </hi><hi rend="italic CharOverride-1">svalorizzazione</hi><hi rend="italic CharOverride-1"> </hi><hi rend="CharOverride-1">del lavoro ereditato dalla prima modernità e di </hi><hi rend="italic CharOverride-1">ri-valorizzazione</hi><hi rend="CharOverride-1"> dei</hi><hi rend="CharOverride-1"> nuovi lavori, emergenti nella seconda modernità (Rullani 2018). </hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">La</hi><hi rend="CharOverride-1"> </hi><hi rend="italic CharOverride-1">svalorizzazione</hi><hi rend="CharOverride-1"> è sotto gli occhi di tutti. Nel mondo </hi><hi rend="CharOverride-1">della produzione digitalizzata, i lavori puramente esecutivi di fabbrica o </hi><hi rend="CharOverride-1">di ufficio entrano in concorrenza con gli automatismi digitali (robot, </hi><hi rend="CharOverride-1">sistemi logistici e organizzativi in </hi><hi rend="italic CharOverride-1">cloud</hi><hi rend="CharOverride-1">, algoritmi predittivi ecc.) che</hi><hi rend="CharOverride-1"> stanno diventando capaci di compiere le stesse operazioni in tempi</hi><hi rend="CharOverride-1"> e con costi inferiori. Di conseguenza, il lavoro che</hi><hi rend="CharOverride-1"> dipende da programmi e procedure prestabilite, che possono essere assimilate</hi><hi rend="CharOverride-1"> dagli automatismi, ne viene svalorizzato: cosicché o il suo prezzo di</hi><hi rend="CharOverride-1"> scambio si riduce molto al di sotto della soglia raggiunta</hi><hi rend="CharOverride-1"> in precedenza, o le macchine e gli algoritmi sostituiscono il</hi><hi rend="CharOverride-1"> lavoro stesso, creando una fascia sempre più ampia di disoccupazione</hi><hi rend="CharOverride-1"> tecnologica. </hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Ma, al tempo stesso, va avanti anche il</hi><hi rend="CharOverride-1"> processo di </hi><hi rend="italic CharOverride-1">ri-valorizzazione</hi><hi rend="CharOverride-1"> dei nuovi lavori, che adottano forme </hi><hi rend="CharOverride-1">congrue col nuovo paradigma della digitalizzazione diffusa. In presenza di</hi><hi rend="CharOverride-1"> automatismi che favoriscono ricerca di varianti e l’esplorazione del</hi><hi rend="CharOverride-1"> possibile a costi ragionevoli, l’intelligenza fornita alla produzione dal</hi><hi rend="CharOverride-1"> lavoro umano è infatti tornata ad essere importante nella </hi><hi rend="CharOverride-1">gestione della complessità crescente, con cui imprese e consumatori hanno </hi><hi rend="CharOverride-1">sempre di più a che fare. Infatti, per generare </hi><hi rend="CharOverride-1">valore addizionale, è necessario integrare il lavoro degli automatismi con </hi><hi rend="CharOverride-1">quello creativo e </hi><hi rend="italic CharOverride-1">sense-making</hi><hi rend="CharOverride-1"> dell’uomo, in modo da gestire </hi><hi rend="CharOverride-1">al meglio livelli di complessità rilevanti, come accade nella produzione</hi><hi rend="italic CharOverride-1"> on demand</hi><hi rend="CharOverride-1">, nella </hi><hi rend="italic CharOverride-1">personalizzazione</hi><hi rend="CharOverride-1"> dei prodotti e dei significati,</hi><hi rend="CharOverride-1"> nell’organizzazione di interazioni sempre più affidabili per rendere duttili</hi><hi rend="CharOverride-1"> le attuali GVC, nella ricerca delle nuove opportunità rese </hi><hi rend="CharOverride-1">accessibili dall’operare in rete di una pluralità di soggetti </hi><hi rend="CharOverride-1">decentrati (Dagnino, Nespoli, e Seghezzi 2017). </hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Di conseguenza, come si è</hi><hi rend="CharOverride-1"> detto, il </hi><hi rend="italic CharOverride-1">lavoro esistente</hi><hi rend="CharOverride-1"> viene progressivamente svalorizzato o eliminato </hi><hi rend="CharOverride-1">da automatismi che lo sostituiscono, mentre </hi><hi rend="italic CharOverride-1">nuovi lavori</hi><hi rend="CharOverride-1"> emergono nei </hi><hi rend="CharOverride-1">campi della produzione e del consumo in cui aumenta la </hi><hi rend="CharOverride-1">complessità da gestire. La transizione digitale rende i due processi </hi><hi rend="italic CharOverride-1">interdipendenti</hi><hi rend="CharOverride-1"> perché l’abbattimento dei costi delle produzioni standard o </hi><hi rend="CharOverride-1">a bassa complessità crea un surplus in valore che gli </hi><hi rend="CharOverride-1">imprenditori o i consumatori (i beneficiari in ultima istanza del </hi><hi rend="CharOverride-1">declino dei costi e prezzi delle produzioni standard) possono re-investire </hi><hi rend="CharOverride-1">nello sviluppo di nuovi prodotti e processi a maggiore complessità </hi><hi rend="CharOverride-1">e dunque di maggior valore. </hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">In effetti, oggi – grazie </hi><hi rend="CharOverride-1">al nuovo surplus reso disponibile dalla transizione digitale e al </hi><hi rend="CharOverride-1">facile accesso a conoscenze e relazioni un tempo lontane dai </hi><hi rend="CharOverride-1">singoli </hi><hi rend="italic CharOverride-1">user </hi><hi rend="CharOverride-1">– si può cercare di rispondere a desideri </hi><hi rend="CharOverride-1">e ambizioni che in precedenza andavano oltre l’orizzonte del </hi><hi rend="CharOverride-1">possibile. Si può infatti dare significato e valore, più che </hi><hi rend="CharOverride-1">in passato, all’investimento in apprendimento, al viaggiare, al </hi><hi rend="CharOverride-1">vissuto degli affetti familiari o sociali, alla coltivazione di </hi><hi rend="CharOverride-1">passioni artistiche, alla creazione di comunità di senso, alla riscoperta</hi><hi rend="CharOverride-1"> delle proprie capacità di </hi><hi rend="italic CharOverride-1">makers</hi><hi rend="CharOverride-1">, per coltivare le proprie </hi><hi rend="CharOverride-1">inclinazioni artigianali e di consumo ecc. (Gauntlett 2011; Segantini</hi><hi rend="CharOverride-1"> 2017). Si tratta spesso di attività di ricerca e</hi><hi rend="CharOverride-1"> apprendimento che impegnano le persone nell’uso del proprio tempo,</hi><hi rend="CharOverride-1"> nell’autocoscienza e nei rapporti di servizio e nelle relazioni</hi><hi rend="CharOverride-1"> con altri, ma che possono andare avanti anche grazie alla</hi><hi rend="CharOverride-1"> disponibilità di reti e dispositivi digitali utilizzati nelle sperimentazioni possibili.</hi><hi rend="CharOverride-1"> </hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Di qui anche la crescente domanda di </hi><hi rend="italic CharOverride-1">nuovi servizi</hi><hi rend="CharOverride-1"> e</hi><hi rend="CharOverride-1"> </hi><hi rend="italic CharOverride-1">nuovi lavori</hi><hi rend="CharOverride-1">, utili a facilitare l’accesso alle conoscenze</hi><hi rend="CharOverride-1"> e relazioni, da impiegare per esplorare la complessità desiderata. </hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Non</hi><hi rend="CharOverride-1"> c’è però alcuna garanzia che la creazione di nuovi</hi><hi rend="CharOverride-1"> posti di lavori, derivanti da questa riallocazione dei surplus in</hi><hi rend="CharOverride-1"> valore, vada avanti </hi><hi rend="italic CharOverride-1">negli stessi luoghi e con gli stessi</hi><hi rend="italic CharOverride-1"> tempi </hi><hi rend="CharOverride-1">della distruzione di posti di lavoro nei settori dove</hi><hi rend="CharOverride-1"> procede, invece, la sostituzione del lavoro a bassa complessità </hi><hi rend="CharOverride-1">con automatismi digitali. Ci potranno essere luoghi e momenti in </hi><hi rend="CharOverride-1">cui prevale il nuovo, facendo emergere un processo visibile di </hi><hi rend="italic CharOverride-1">qualificazione</hi><hi rend="CharOverride-1"> del lavoro; e momenti in cui accade il contrario, </hi><hi rend="CharOverride-1">dando luogo a </hi><hi rend="italic CharOverride-1">eccedenza di lavoro poco qualificato</hi><hi rend="CharOverride-1">, impiegato per</hi><hi rend="CharOverride-1"> lavori poco pagati e poco garantiti o totalmente precari. </hi><hi rend="CharOverride-1">La transizione digitale, da questo punto di vista, si rivela</hi><hi rend="CharOverride-1"> ambivalente promuovendo quella dialettica tra </hi><hi rend="italic CharOverride-1">classe creativa</hi><hi rend="CharOverride-1"> e </hi><hi rend="italic CharOverride-1">neoplebe</hi><hi rend="CharOverride-1"> che</hi><hi rend="CharOverride-1">, come indicano Perulli e Vettoretto, caratterizza molte situazioni in </hi><hi rend="CharOverride-1">essere (Perulli e Vettoretto 2022). </hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Per uscire dall’</hi><hi rend="italic CharOverride-1">impasse</hi><hi rend="CharOverride-1">, una</hi><hi rend="CharOverride-1"> rapida transizione sociale dal vecchio a nuovo è dunque assolutamente</hi><hi rend="CharOverride-1"> necessaria, se si vuole promuovere lo sviluppo di lavoro qualificato in compiti</hi><hi rend="CharOverride-1"> ad alta complessità e contrastare il degrado del lavoro dequalificato</hi><hi rend="CharOverride-1"> o addirittura disoccupato nei compiti a bassa complessità (Rullani F.</hi><hi rend="CharOverride-1"> e Rullani E. 2018; Seghezzi 2019). </hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Ma, per adesso</hi><hi rend="CharOverride-1">, sia sul terreno intellettuale che su quello delle politiche </hi><hi rend="CharOverride-1">di intervento, manca la piena consapevolezza del ruolo chiave, in</hi><hi rend="CharOverride-1"> questa dialettica, svolto da quello che abbiamo chiamato il </hi><hi rend="italic CharOverride-1">N</hi><hi rend="italic CharOverride-1">uovo Quaternario </hi><hi rend="CharOverride-1">(De Toni e Rullani 2018), destinato crescere sostituendo</hi><hi rend="CharOverride-1"> progressivamente il lavoro in uscita dai precedenti settori Primario (agricolo),</hi><hi rend="CharOverride-1"> Secondario (industriale) e Terziario (servizi). Il Quaternario a cui </hi><hi rend="CharOverride-1">abbiamo fatto riferimento identifica la fascia di nuovi lavori ad </hi><hi rend="CharOverride-1">alta complessità generata dalla transizione digitale. Dunque, non un </hi><hi rend="CharOverride-1">altro settore produttivo e di consumo da aggiungersi ai precedenti,</hi><hi rend="CharOverride-1"> ma, piuttosto, la fascia innovativa di lavori complessi, che </hi><hi rend="CharOverride-1">nel prossimo futuro caratterizzerà la parte più reattiva degli attuali </hi><hi rend="CharOverride-1">settori agricolo, industriale e terziario.</hi></p><p rend="h2" ><hi>6. Una transizione polivalente, a </hi><hi>macchie di leopardo</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Il panorama che ci troviamo di fronte è</hi><hi rend="CharOverride-1"> dunque a macchie di leopardo: ci sono luoghi e momenti</hi><hi rend="CharOverride-1"> in cui la transizione digitale appare un potente stimolo alla</hi><hi rend="CharOverride-1"> formazione di nuovo lavoro, molto qualificato e ben pagato, accanto</hi><hi rend="CharOverride-1"> a luoghi e momenti in cui accade il contrario, facendo</hi><hi rend="CharOverride-1"> emergere lavoro in regressione, sia sul terreno della qualificazione che</hi><hi rend="CharOverride-1"> su quello del compenso e delle tutele. Molti lavori </hi><hi rend="CharOverride-1">nelle tradizionali filiere industriali e nei servizi oggi sono sfidati </hi><hi rend="CharOverride-1">sia dalla concorrenza col lavoro a basso costo attivabile nelle </hi><hi rend="CharOverride-1">GVC, sia dall’introduzione di robot o algoritmi che sono </hi><hi rend="CharOverride-1">sempre di più in grado di sostituire il lavoro meramente </hi><hi rend="CharOverride-1">esecutivo.</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Inoltre, anche nelle nuove attività a forte contenuto digitale, è</hi><hi rend="CharOverride-1"> richiesto spesso un lavoro ‘accessorio’ che ha natura poco</hi><hi rend="CharOverride-1"> qualificata e che – nel fornire servizi utili non delegabile</hi><hi rend="CharOverride-1"> macchine – utilizza le capacità umane di uso comune, recuperando forme</hi><hi rend="CharOverride-1"> di lavoro intelligenti, ma banali (senza un investimento che le</hi><hi rend="CharOverride-1"> qualifichi), di epoca </hi><hi rend="italic CharOverride-1">pre-fordista</hi><hi rend="CharOverride-1">: l’intelligenza richiesta ad un</hi><hi rend="CharOverride-1"> </hi><hi rend="italic CharOverride-1">biker</hi><hi rend="CharOverride-1"> delle consegne a domicilio nasce infatti da un apprendimento</hi><hi rend="CharOverride-1"> pratico, sul campo, e, in tal senso, non si discosta molto</hi><hi rend="CharOverride-1"> da quella che era richiesta al lavoratore pre-moderno, nelle lavorazioni</hi><hi rend="CharOverride-1"> agricole e artigianali. Il problema di questo ‘ritorno all</hi><hi rend="CharOverride-1">’indietro’, per gestire alcune forme di nuova complessità, è</hi><hi rend="CharOverride-1"> che quasi sempre le imprese possono, in tale campo, ricorrere</hi><hi rend="CharOverride-1"> ad un’offerta di lavoro molto vasta e qualche </hi><hi rend="CharOverride-1">volta eccedente la domanda. Per cui il lavoro occupato in </hi><hi rend="CharOverride-1">questo modo, alla fine, viene </hi><hi rend="italic CharOverride-1">poco valorizzato</hi><hi rend="CharOverride-1">, sia in</hi><hi rend="CharOverride-1"> termini di compensi che di tutele, creando un problema sociale</hi><hi rend="CharOverride-1"> di disuguaglianza e di possibile emarginazione che va attentamente rilevato</hi><hi rend="CharOverride-1"> e corretto.</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Il mercato del lavoro, nella transizione, fa dunque </hi><hi rend="CharOverride-1">emergere un mix di lavori di segno e significato molto </hi><hi rend="CharOverride-1">diverso: c’è il lavoro </hi><hi rend="italic CharOverride-1">pre-moderno</hi><hi rend="CharOverride-1">, che si riversa sui</hi><hi rend="CharOverride-1"> compiti meno qualificati; il lavoro </hi><hi rend="italic CharOverride-1">neo-fordista</hi><hi rend="CharOverride-1"> che si specializza nelle</hi><hi rend="CharOverride-1"> funzioni richieste dalla moltiplicazione degli standard; il lavoro </hi><hi rend="italic CharOverride-1">post-fordista</hi><hi rend="CharOverride-1"> che</hi><hi rend="CharOverride-1"> fornisce l’intelligenza necessaria a gestire la complessità crescente verso</hi><hi rend="CharOverride-1"> cui sta andando il sistema di generazione del valore. </hi><hi rend="CharOverride-1">Ci sono, infine, i lavoratori sostituiti dalle macchine e dagli </hi><hi rend="CharOverride-1">algoritmi digitali, che sono in cerca di riallocazione, ma </hi><hi rend="CharOverride-1">devono fare investimenti importanti in formazione professionale per riuscire ad </hi><hi rend="CharOverride-1">entrare nei circuiti emergenti.</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">È dunque necessario considerare, in ogni paese,</hi><hi rend="CharOverride-1"> il diverso peso che queste tendenze di segno opposto possono</hi><hi rend="CharOverride-1"> assumere nel corso della transizione digitale. La nostra idea è</hi><hi rend="CharOverride-1"> che, nel corso della traiettoria verso il paradigma emergente (capitalismo</hi><hi rend="CharOverride-1"> globale della conoscenza in rete), i percorsi della generazione </hi><hi rend="CharOverride-1">del valore tenderanno sempre di più a spostarsi dalle operazioni</hi><hi rend="CharOverride-1"> semplici e ripetitive a quelle caratterizzate da maggiore complessità. </hi><hi rend="CharOverride-1">Anche se – specialmente nei primi anni di questo percorso</hi><hi rend="CharOverride-1"> – la digitalizzazione ha avuto l’effetto di mettere il</hi><hi rend="CharOverride-1"> turbo soprattutto alla </hi><hi rend="italic CharOverride-1">propagazione globale degli standard</hi><hi rend="CharOverride-1">, che ha fatto leva su</hi><hi rend="CharOverride-1"> moltiplicatori di generazione del valore molto maggiori </hi><hi rend="CharOverride-1">di quelli legati alla ri-personalizzazione dei prodotti e all’esplorazione </hi><hi rend="CharOverride-1">del possibile. </hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Il risultato è che, nella percezione comune, la </hi><hi rend="CharOverride-1">digitalizzazione si è spesso accompagnata allo strapotere delle grandi piattaforme </hi><hi rend="CharOverride-1">e alla valorizzazione, a tutti i livelli, del numero dei</hi><hi rend="CharOverride-1"> ri-usi e dei </hi><hi rend="italic CharOverride-1">like </hi><hi rend="CharOverride-1">ricevuti. Proponendo così all’attenzione</hi><hi rend="CharOverride-1"> di tutti un paradigma sostanzialmente </hi><hi rend="italic CharOverride-1">neo-fordista</hi><hi rend="CharOverride-1">: grandi economie di </hi><hi rend="CharOverride-1">scala, grandi dimensioni delle imprese che presidiano le piattaforme, </hi><hi rend="CharOverride-1">scarse possibilità di iniziativa per i soggetti decentrati.</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">In realtà, il</hi><hi rend="CharOverride-1"> digitale nella sua piena espressione va oltre questo paradigma, e</hi><hi rend="CharOverride-1"> dunque oltre la fase focalizzata sulla moltiplicazione degli standard. </hi><hi rend="CharOverride-1">Come abbiamo detto, la transizione digitale dà accesso a forme</hi><hi rend="CharOverride-1"> di generazione del valore che fanno leva su un aumento</hi><hi rend="CharOverride-1"> progressivo della complessità, e dunque della varietà. Non solo, ma</hi><hi rend="CharOverride-1"> </hi><hi rend="italic CharOverride-1">abilita</hi><hi rend="CharOverride-1"> una rete sempre più estesa di soggetti decentrati ad</hi><hi rend="CharOverride-1"> operare sul nuovo partendo da basso nella sperimentazione di nuovi</hi><hi rend="CharOverride-1"> prodotti, processi, relazioni e significati. </hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Questo spostamento dagli standard </hi><hi rend="CharOverride-1">verso la varietà è basato sul nuovo ciclo del valore </hi><hi rend="CharOverride-1">innescato dalla transizione in atto. Dati i bassi costi di</hi><hi rend="CharOverride-1"> riproduzione della conoscenza codificata e di quella affidata ai programmi</hi><hi rend="CharOverride-1"> digitalizzati, l’evoluzione verso il nuovo paradigma è destinata ad</hi><hi rend="CharOverride-1"> andare avanti abbattendo progressivamente i prezzi del puro e semplice</hi><hi rend="CharOverride-1"> ri-uso degli standard codificati e spostando il valore verso prodotti</hi><hi rend="CharOverride-1"> e consumi più complessi, che sono anche quelli in cui</hi><hi rend="CharOverride-1"> la domanda di lavoro qualificato sarà nel tempo crescente, sostituendo</hi><hi rend="CharOverride-1">, almeno in parte, i lavori persi nelle produzioni standard </hi><hi rend="CharOverride-1">(De Toni e Rullani 2018; Rullani 2018). </hi></p><p rend="h2" ><hi>7. Dal </hi><hi>lavoro dipendente al lavoro intraprendente</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Guardando alla traiettoria della transizione, nel</hi><hi rend="CharOverride-1"> lungo periodo, possiamo dire che la società prodotta dalla rivoluzione</hi><hi rend="CharOverride-1"> digitale sta perdendo la sua rigidità stratificata nel passato, rendendosi</hi><hi rend="CharOverride-1"> fluida e aperta alle iniziative dal basso. E ciò accade un po’ in</hi><hi rend="CharOverride-1"> tutti i campi che il fordismo aveva in precedenza regolamentato</hi><hi rend="CharOverride-1"> in modo prescrittivo (Audretsch 2007). La stessa idea di ‘</hi><hi rend="CharOverride-1">sinistra’, sul terreno politico, oggi ha bisogno di legarsi </hi><hi rend="CharOverride-1">alle potenzialità di innovazione e di creatività che caratterizzano il </hi><hi rend="CharOverride-1">nuovo lavoro, che richiede l’uso dell’intelligenza e dell’</hi><hi rend="CharOverride-1">emotività delle persone per operare razionalmente in condizioni di complessità </hi><hi rend="CharOverride-1">non sempre governata e governabile (Gramolati e Mari 2916). </hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Il </hi><hi rend="CharOverride-1">lavoro, nel contesto della transizione digitale, si trova infatti in </hi><hi rend="CharOverride-1">una condizione radicalmente diversa da quella assunta nel modello classico </hi><hi rend="CharOverride-1">del fordismo. Man mano che i lavori di differenziano </hi><hi rend="CharOverride-1">e si ri-personalizzano, le persone impegnate nei compiti lavorativi si </hi><hi rend="CharOverride-1">trovano infatti a dipendere sempre di più dalle proprie </hi><hi rend="italic CharOverride-1">decisioni</hi><hi rend="italic CharOverride-1"> a rischio</hi><hi rend="CharOverride-1">, in una funzione di gestione della complessità </hi><hi rend="CharOverride-1">che assume qualificazioni quasi imprenditoriali. </hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">È vero che questa condizione</hi><hi rend="CharOverride-1"> non riguarda tutti, ma è comunque frutto di un ambiente</hi><hi rend="CharOverride-1"> che si apre progressivamente all’impegno dei soggetti decentrati verso</hi><hi rend="CharOverride-1"> i nuovi compiti e le nuove competenze. Qualche volta assistiti</hi><hi rend="CharOverride-1"> in questo dalla imprese, e qualche volta no. </hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">È in </hi><hi rend="CharOverride-1">questo quadro che il lavoro – non tutto il lavoro, </hi><hi rend="CharOverride-1">ma quello che si trova a maggiore contatto col nuovo – </hi><hi rend="CharOverride-1">si avvia a divenire sempre di più </hi><hi rend="italic CharOverride-1">lavoro intraprendente</hi><hi rend="CharOverride-1">, ossia</hi><hi rend="CharOverride-1"> un lavoro in cui ciascuna persona che partecipa al processo</hi><hi rend="CharOverride-1"> produttivo è:</hi></p><list type="unordered">
				<item><hi rend="CharOverride-1">impegnata a fare </hi><hi rend="italic CharOverride-1">investimenti </hi><hi rend="CharOverride-1">non banali sulla </hi><hi rend="CharOverride-1">propria capacità professionale e relazionale, in parte a carico dell’</hi><hi rend="CharOverride-1">impresa e in parte a carico del singolo lavoratore che </hi><hi rend="CharOverride-1">si proponga di farli;</hi></item>
				<item><hi rend="CharOverride-1">dotata di una certa </hi><hi rend="italic CharOverride-1">autonomia</hi><hi rend="CharOverride-1"> nel </hi><hi rend="CharOverride-1">prendere nel suo campo operativo decisioni rapide, che non possono </hi><hi rend="CharOverride-1">essere delegate ai programmi o al controllo gerarchico;</hi></item>
				<item><hi rend="CharOverride-1">autorizzata ad </hi><hi rend="CharOverride-1">attivare, a nome dell’impresa, una gamma non banale di </hi><hi rend="italic CharOverride-1">interazioni utili con l’esterno</hi><hi rend="CharOverride-1">, non solo nella gestione operativa</hi><hi rend="CharOverride-1"> delle catene del valore ma anche nel rapporto con le</hi><hi rend="CharOverride-1"> persone, col welfare familiare e dei luoghi, con le istituzioni</hi><hi rend="CharOverride-1"> che presidiano problemi di relazione pubblico-privato;</hi></item>
				<item><hi rend="CharOverride-1">dotata di </hi><hi rend="italic CharOverride-1">responsabilità</hi><hi rend="CharOverride-1"> </hi><hi rend="CharOverride-1">e dunque destinataria di </hi><hi rend="italic CharOverride-1">rischi</hi><hi rend="CharOverride-1"> (in positivo e in negativo), </hi><hi rend="CharOverride-1">in base al risultato conseguito attraverso la sua più o</hi><hi rend="CharOverride-1"> meno vasta autonomia decisionale.</hi></item>
			</list><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Nel mercato del lavoro, l’alternativa</hi><hi rend="CharOverride-1"> non è più quella classica tra lavoro dipendente e lavoro</hi><hi rend="CharOverride-1"> autonomo, perché il </hi><hi rend="italic CharOverride-1">lavoro in rete</hi><hi rend="CharOverride-1">, basato sulla collaborazione </hi><hi rend="CharOverride-1">attiva e non sul comando e i programmi dall’alto, </hi><hi rend="CharOverride-1">diventa la formula ‘vincente’ per gestire in modo efficace </hi><hi rend="CharOverride-1">la crescita della complessità professionale e gestionale. E ciò sia </hi><hi rend="CharOverride-1">nelle </hi><hi rend="italic CharOverride-1">filiere fornitore-cliente</hi><hi rend="CharOverride-1">, quando si tratta di condividere il sapere</hi><hi rend="CharOverride-1"> e il senso dei processi co-attivati, sia nelle </hi><hi rend="italic CharOverride-1">linee </hi><hi rend="italic CharOverride-1">operative interne</hi><hi rend="CharOverride-1"> alle imprese, quando le persone incaricate dei diversi</hi><hi rend="CharOverride-1"> compiti si auto-organizzano per lavorare in modo collaborativo e intraprendente.</hi></p><p rend="h2" ><hi>8. La dimensione collettiva del lavoro tende a sgretolarsi,</hi><hi> man mano che le persone recuperano la loro unicità</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Il processo di ‘imprenditorializzazione’ del lavoro, sopra descritto, tende</hi><hi rend="CharOverride-1"> a modificare, con il suo progredire, sia i rapporti tra</hi><hi rend="CharOverride-1"> i lavoratori che la relazione tra impresa e lavoro. Se</hi><hi rend="CharOverride-1"> il lavoro si connota sempre di più in termini personali</hi><hi rend="CharOverride-1"> (individuali, ma anche di interazione pluri-personale) </hi><hi rend="italic CharOverride-1">le differenze contano</hi><hi rend="italic CharOverride-1"> sempre di più</hi><hi rend="CharOverride-1">, erodendo lo spazio riservato al lavoro </hi><hi rend="CharOverride-1">standard, che era ed è tuttora il presupposto oggettivo del </hi><hi rend="CharOverride-1">lavoro rappresentato come </hi><hi rend="italic CharOverride-1">soggetto collettivo</hi><hi rend="CharOverride-1">. Sindacati e partiti, che del</hi><hi rend="CharOverride-1"> lavoro come soggetto collettivo erano le proiezioni pratiche, vengono a</hi><hi rend="CharOverride-1"> perdere sempre di più la loro auto-referenza e centralità, nel</hi><hi rend="CharOverride-1"> paradigma emergente.</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Si va ormai sempre di più verso il</hi><hi rend="CharOverride-1"> lavoro svolto in rete, sia nelle reti interne alle singole</hi><hi rend="CharOverride-1"> aziende che nelle reti esterne, aperte alla divisione del lavoro</hi><hi rend="CharOverride-1"> e delle responsabilità con molti interlocutori esterni, nelle filiere e</hi><hi rend="CharOverride-1"> nel territorio. Ciascun lavoratore deve dunque orientarsi in un ambiente</hi><hi rend="CharOverride-1"> complesso, «oltre le mura dell’impresa» (Bonomi 2021) e,</hi><hi rend="CharOverride-1"> per farlo, deve fare leva sulla partecipazione innovativa e sul</hi><hi rend="CharOverride-1"> proprio protagonismo (Cipriani 2018, 183).</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Di conseguenza, i lavori diventano </hi><hi rend="CharOverride-1">sempre più differenti, perché i lavoratori che li realizzano, nella</hi><hi rend="CharOverride-1"> loro autonomia, tendono a seguire strade diverse, sia per </hi><hi rend="CharOverride-1">le soluzioni adottate che per gli elementi istituzionali coinvolti. Devono</hi><hi rend="CharOverride-1"> infatti dotarsi di competenze diverse, contrattare e misurare i risultati</hi><hi rend="CharOverride-1"> conseguiti col loro impiego, procedere verso ruoli e carriere personali</hi><hi rend="CharOverride-1"> che hanno poco a che fare con quelli dei propri</hi><hi rend="CharOverride-1"> vicini. </hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Non tutti i lavoratori del collettivo aziendale o locale</hi><hi rend="CharOverride-1"> hanno la volontà o la possibilità di impiegare il loro</hi><hi rend="CharOverride-1"> tempo e le loro risorse in traiettorie di investimento professionale</hi><hi rend="CharOverride-1"> importanti. Non tutti intendono agire nello stesso modo entro </hi><hi rend="CharOverride-1">gli spazi di collaborazione aperti dall’impresa. Non tutti, infine,</hi><hi rend="CharOverride-1"> sono nella condizione o dell’idea di assumere una parte</hi><hi rend="CharOverride-1"> del rischio relativo ai processi di co-produzione avviati (Rullani 2021)</hi><hi rend="CharOverride-1">.</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Con una conseguenza: man mano che il lavoro si </hi><hi rend="italic CharOverride-1">individualizza</hi><hi rend="CharOverride-1">,</hi><hi rend="italic CharOverride-1"> </hi><hi rend="CharOverride-1">la definizione dei compiti standard e i contenuti dei </hi><hi rend="CharOverride-1">contratti di categoria di epoca classica perdono aderenza alla realtà </hi><hi rend="CharOverride-1">pratica di tutti i giorni. </hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Inoltre, se il lavoro individualizzato</hi><hi rend="CharOverride-1"> si </hi><hi rend="italic CharOverride-1">ri-personalizza</hi><hi rend="CharOverride-1">, il lavoratore comincia a portare nel luogo</hi><hi rend="CharOverride-1"> di lavoro l’</hi><hi rend="italic CharOverride-1">interezza della sua vita personale</hi><hi rend="CharOverride-1">: non </hi><hi rend="CharOverride-1">solo la sua intelligenza pratica, utile al compito da svolgere,</hi><hi rend="CharOverride-1"> ma anche le credenze, i legami, le emozioni che rimandano</hi><hi rend="CharOverride-1"> al contesto familiare, locale o identitario prescelto. Non è un</hi><hi rend="CharOverride-1"> caso se le imprese, per ottenere un maggiore coinvolgimento dei</hi><hi rend="CharOverride-1"> dipendenti nelle funzioni assegnate e nei risultati da ottenere, hanno</hi><hi rend="CharOverride-1"> ormai allargato di molto lo spazio coperto dal cosiddetto </hi><hi rend="italic CharOverride-1">welfare</hi><hi rend="CharOverride-1"> familiare. Grazie anche alle incentivazioni fiscali che favoriscono il </hi><hi rend="CharOverride-1">welfare fornito ai dipendenti, la relazione col lavoratore si allarga </hi><hi rend="CharOverride-1">ormai a una gamma crescente di prestazioni sanitarie, </hi><hi rend="CharOverride-1">assicurative, scolastiche, turistiche, culturali ecc. che riguardano i dipendenti e</hi><hi rend="CharOverride-1"> le loro famiglie. </hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Le relazioni industriali, su questo crinale, </hi><hi rend="CharOverride-1">diventano sempre più materia calda, da re-inventare (Mari 2019). Come</hi><hi rend="CharOverride-1"> si è sperimentato in alcuni recenti contratti dei metalmeccanici, emergono</hi><hi rend="CharOverride-1"> importanti fattori di co-interesse tra imprese e lavoratori. Sono sempre</hi><hi rend="CharOverride-1"> di più le imprese che, usando i nuovi contratti, intendono</hi><hi rend="CharOverride-1"> coinvolgere i propri dipendenti e lavoratori che si</hi><hi rend="CharOverride-1"> qualificano come persone attive, intraprendenti. Di qui i nuovi </hi><hi rend="CharOverride-1">contenuti contrattuali: il diritto alla </hi><hi rend="italic CharOverride-1">formazione </hi><hi rend="CharOverride-1">per i dipendenti; la</hi><hi rend="CharOverride-1"> ridefinizione dei </hi><hi rend="italic CharOverride-1">ruoli </hi><hi rend="CharOverride-1">assegnati in termini sempre più aperti e</hi><hi rend="CharOverride-1"> collaborativi, andando oltre i tradizionali compiti e categorie; gli elementi</hi><hi rend="CharOverride-1"> di </hi><hi rend="italic CharOverride-1">welfare</hi><hi rend="CharOverride-1"> che presidiano una fascia sempre più ampia d</hi><hi rend="CharOverride-1">i rapporti interpersonali, coinvolgenti l’impresa (Federmeccanica 2021).</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Man </hi><hi rend="CharOverride-1">mano che aumenta il ricorso all’intelligenza operativa dei singoli </hi><hi rend="CharOverride-1">e l’investimento personale fatto da ciascuno di essi, la</hi><hi rend="CharOverride-1"> copertura contrattuale e istituzionale – in senso collettivo – di questi </hi><hi rend="CharOverride-1">lavori individualizzati (o di </hi><hi rend="italic CharOverride-1">welfare</hi><hi rend="CharOverride-1"> personale) diventa sempre più labile,</hi><hi rend="CharOverride-1"> perché le posizioni e le aspirazioni si differenziano, modulando impegni</hi><hi rend="CharOverride-1"> e risultati su base personale o di piccolo gruppo.</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Ciascun</hi><hi rend="CharOverride-1"> lavoratore si trova dunque in una posizione che definire ancora</hi><hi rend="CharOverride-1"> ‘dipendente’ è, come minimo, </hi><hi rend="italic CharOverride-1">misleading</hi><hi rend="CharOverride-1">. Egli deve infatti </hi><hi rend="CharOverride-1">investire sulle sue competenze e relazioni, prendere iniziative e decisioni </hi><hi rend="CharOverride-1">non pre-ordinate che influiranno sui risultati dell’impresa, ma anche </hi><hi rend="CharOverride-1">sulla sua retribuzione e carriera professionale. Nelle relazioni interne (e </hi><hi rend="CharOverride-1">con gli interlocutori esterni più vicini) deve avere capacità di </hi><hi rend="CharOverride-1">convinzione e condivisione, per allargare la sua sfera di influenza </hi><hi rend="CharOverride-1">e le sue capacità operative, a valere sul risultato finale. </hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Questo processo di parziale ‘imprenditorializzazione’ del ruolo lavorativo suggerisce </hi><hi rend="CharOverride-1">di chiamare il lavoro coinvolto in questa evoluzione </hi><hi rend="italic CharOverride-1">lavoro intraprendente</hi><hi rend="CharOverride-1">,</hi><hi rend="CharOverride-1"> invece che – come si è fatto finora – lavoro </hi><hi rend="italic CharOverride-1">dipendente</hi><hi rend="CharOverride-1">. Il lavoro intraprendente è infatti un tipo di lavoro</hi><hi rend="CharOverride-1"> che non ha l’autonomia e la responsabilità tipica del</hi><hi rend="CharOverride-1"> lavoro autonomo o dell’imprenditore, ma che partecipa, con un</hi><hi rend="CharOverride-1"> grado non banale di coinvolgimento, ai processi imprenditoriali (di decisione</hi><hi rend="CharOverride-1"> e assunzione di rischio) presenti e attivi nella propria impresa</hi><hi rend="CharOverride-1">.</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">È vero che una fascia non indifferente di persone rimane </hi><hi rend="CharOverride-1">tagliata fuori, per volontà o necessità, da questa dinamica di </hi><hi rend="CharOverride-1">intraprendenza collaborativa. È necessario perciò non solo sostenere i promotori del</hi><hi rend="CharOverride-1"> nuovo, ma pensare anche al recupero di chi rimane inerte</hi><hi rend="CharOverride-1"> o fa resistenza rispetto al nuovo. </hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Infatti anche in questo</hi><hi rend="CharOverride-1"> caso, il traguardo dell’intraprendenza è un obiettivo necessario da</hi><hi rend="CharOverride-1"> mettere in gioco. Non si tratta, in altre parole, di </hi><hi rend="CharOverride-1">provvedere alla sopravvivenza passiva di una fascia crescente di lavoro </hi><hi rend="CharOverride-1">marginalizzato dalla transizione in corso. Ma, al contrario, si tratta</hi><hi rend="CharOverride-1"> di sollecitare l’impegno di chi è rimasto tagliato fuori</hi><hi rend="CharOverride-1"> per consentirgli recuperare un ruolo attivo nella transizione, sfruttando gli</hi><hi rend="CharOverride-1"> spazi che essa comunque offre anche per la re-invenzione dei</hi><hi rend="CharOverride-1"> ruoli tradizionali. Cosa che può essere fatta in molti modi: attraverso la formazione alle nuove competenze e</hi><hi rend="CharOverride-1"> possibilità, innanzitutto; ma anche attraverso il potenziamento del neo-artigianato,</hi><hi rend="CharOverride-1"> dei servizi interpersonali, di connessioni logistiche e comunicative, o anche</hi><hi rend="CharOverride-1"> di esperienze di nicchia che utilizzano passioni personali dotate di</hi><hi rend="CharOverride-1"> valore utile per il proprio sistema di identità e appartenenza.</hi></p><p rend="h2" ><hi>9. Nelle GVC, imprese e lavoratori non sono controparti in </hi><hi>conflitto, ma soggettività co-interessate</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Bisogna ormai mettere in conto il </hi><hi rend="CharOverride-1">fatto che è mutato – e muterà sempre di più – </hi><hi rend="CharOverride-1">il </hi><hi rend="italic CharOverride-1">rapporto tra l’impresa e i lavoratori</hi><hi rend="CharOverride-1"> che essa </hi><hi rend="CharOverride-1">coinvolge per mettere in campo le </hi><hi rend="italic CharOverride-1">filiere di co-produzione</hi><hi rend="CharOverride-1"> nella </hi><hi rend="CharOverride-1">generazione del valore. E ciò per una ragione fondamentale, ancora</hi><hi rend="CharOverride-1"> poco considerata nei dibattiti correnti: lavoratore e datore di lavoro</hi><hi rend="CharOverride-1"> si trovano ormai, sempre più spesso, </hi><hi rend="italic CharOverride-1">dalla stessa parte </hi><hi rend="CharOverride-1">nella</hi><hi rend="CharOverride-1"> contrattazione che si sviluppa nelle </hi><hi rend="italic CharOverride-1">filiere di produzione</hi><hi rend="CharOverride-1">, perché </hi><hi rend="CharOverride-1">lavoratori e impresa condividono l’interesse a massimizzare il valore </hi><hi rend="CharOverride-1">prodotto per la filiera e ad aumentare, per quanto possibile, </hi><hi rend="CharOverride-1">la quota di questo che viene ‘catturata’ dall’impresa </hi><hi rend="CharOverride-1">di appartenenza. </hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Infatti, nella distribuzione del surplus in valore coprodotto</hi><hi rend="CharOverride-1"> in ciascuna GVC, conta innanzitutto il potere contrattuale che i</hi><hi rend="CharOverride-1"> singoli fornitori della filiera riescono far valere nei confronti </hi><hi rend="CharOverride-1">dei singoli clienti. Se un fornitore è importante per la</hi><hi rend="CharOverride-1"> generazione del valore e risulta difficilmente sostituibile con altri (concorrenti),</hi><hi rend="CharOverride-1"> la sua quota nella distribuzione del valore co-prodotto sarà elevata,</hi><hi rend="CharOverride-1"> anche di molte volte maggiore di quella di fornitori che</hi><hi rend="CharOverride-1"> sono meno rilevanti e più facilmente sostituibili. </hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Questo significa che</hi><hi rend="CharOverride-1"> nelle imprese appartenenti a ciascuna GVC viene a crearsi un</hi><hi rend="CharOverride-1"> </hi><hi rend="italic CharOverride-1">interesse comune primario tra capitale e lavoro</hi><hi rend="CharOverride-1">. Nel processo</hi><hi rend="CharOverride-1"> di appropriazione del valore co-prodotto, i lavoratori di ciascuna </hi><hi rend="CharOverride-1">impresa hanno, oggettivamente, un forte interesse a sviluppare le </hi><hi rend="CharOverride-1">possibilità del proprio datore di lavoro di offrire un servizio </hi><hi rend="CharOverride-1">importante e poco sostituibile alla filiera di appartenenza. Le imprese, </hi><hi rend="CharOverride-1">a loro volta, hanno interesse a coltivare questa relazione di </hi><hi rend="CharOverride-1">condivisione degli investimenti e dei risultati con i propri lavoratori </hi><hi rend="CharOverride-1">(o almeno con quelli che sono disposti a farlo), per</hi><hi rend="CharOverride-1"> rafforzare la propria competitività nei confronti dei concorrenti.</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Nella </hi><hi rend="CharOverride-1">distribuzione del valore, </hi><hi rend="italic CharOverride-1">prima di tutto</hi><hi rend="CharOverride-1"> viene la contrattazione in </hi><hi rend="CharOverride-1">filiera, che assegna una quota del valore co-prodotto ai diversi </hi><hi rend="CharOverride-1">fornitori e clienti. Mentre la contrattazione che distribuisce tra capitale </hi><hi rend="CharOverride-1">e lavoro il surplus che la singola impresa è riuscita </hi><hi rend="CharOverride-1">ad ‘estrarre’ dalla sua filiera di appartenenza </hi><hi rend="italic CharOverride-1">viene dopo</hi><hi rend="CharOverride-1">.</hi><hi rend="CharOverride-1"> </hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">L’impresa ‘vincente’ nei rapporti di filiera potrà dunque</hi><hi rend="CharOverride-1"> ridistribuire ai propri lavoratori (ma anche ai propri fornitori fidelizzati,</hi><hi rend="CharOverride-1"> ai distributori rilevanti, ai consulenti qualificati, ai manager influenti ecc.) parte della ricchezza</hi><hi rend="CharOverride-1"> ottenuta dalla distribuzione del reddito di filiera. Mentre l’impresa</hi><hi rend="CharOverride-1"> ‘perdente’ si troverà nella necessità di scaricare sui co-produttori</hi><hi rend="CharOverride-1"> più vicini (lavoratori dipendenti, fornitori fidelizzati, distributori rilevanti, consulenti qualificati,</hi><hi rend="CharOverride-1"> manager influenti ecc.) i risultati insoddisfacenti ottenuti.</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Di qui un </hi><hi rend="CharOverride-1">interesse comune tra capitale e lavoro nella singola impresa, che </hi><hi rend="CharOverride-1">cambia il significato dei rapporti organizzativi e di rete, rispetto </hi><hi rend="CharOverride-1">al passato in cui le controparti intorno al tavolo della </hi><hi rend="CharOverride-1">contrattazione erano chiare e spesso conflittuali.</hi></p><p rend="h2" ><hi>10. La sfida da affrontare</hi><hi>: ri-socializzare il lavoro che si individualizza</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Anche in funzione </hi><hi rend="CharOverride-1">di questo co-interesse di fondo tra impresa e lavoro, i </hi><hi rend="CharOverride-1">lavoratori non vanno soltanto difesi come la ‘controparte debole</hi><hi rend="CharOverride-1">’, insidiata dalla concorrenza di costo, esercitata sia dalla </hi><hi rend="CharOverride-1">globalizzazione sia dai robot e algoritmi digitali, in via di</hi><hi rend="CharOverride-1"> continua espansione in fabbrica e negli uffici. Piuttosto, il lavoro</hi><hi rend="CharOverride-1"> va aiutato a re-inventarsi, sfruttando i nuovi spazi che la</hi><hi rend="CharOverride-1"> rivoluzione digitale apre alle iniziative soggettive emergenti dal basso. Spazi</hi><hi rend="CharOverride-1"> che persone intraprendenti possono coltivare e far fiorire, purché siano</hi><hi rend="CharOverride-1"> capaci di operare non come individui isolati ma in sintonia</hi><hi rend="CharOverride-1"> con reti collaborative di divisione del lavoro, di intelligenza comune</hi><hi rend="CharOverride-1"> e di </hi><hi rend="italic CharOverride-1">sense-making</hi><hi rend="CharOverride-1"> condiviso.</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">La società che prende forma mobilitando </hi><hi rend="CharOverride-1">dal basso le tante e diverse intelligenze soggettive ha in </hi><hi rend="CharOverride-1">realtà bisogno di norme interpersonali e di un’etica condivisa </hi><hi rend="CharOverride-1">per poter funzionare come sistema efficiente, capace di ordinare i </hi><hi rend="CharOverride-1">comportamenti decentrati lungo una traiettoria dotata di coerenza e di </hi><hi rend="CharOverride-1">senso. Non si tratta di regolare i comportamenti dall’alto, </hi><hi rend="CharOverride-1">ma di sviluppare le iniziative di </hi><hi rend="italic CharOverride-1">auto-organizzazione</hi><hi rend="CharOverride-1"> (operativa, contrattuale, istituzionale) </hi><hi rend="CharOverride-1">che possono dare forma collettiva alle tante iniziative create dall’</hi><hi rend="CharOverride-1">intraprendenza diffusa, a tutti i livelli, compreso il lavoro. </hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">In </hi><hi rend="CharOverride-1">particolare, la dimensione che permette di ri-socializzare il lavoro che,</hi><hi rend="CharOverride-1"> nella traiettoria spontanea della digitalizzazione si va individualizzando, è quella</hi><hi rend="CharOverride-1"> della assunzione di </hi><hi rend="italic CharOverride-1">responsabilità</hi><hi rend="CharOverride-1"> da parte dei soggetti direttamente interessati</hi><hi rend="CharOverride-1"> alla gestione condivisa della transizione: persone, organizzazioni collettive, comunità </hi><hi rend="CharOverride-1">locali, istituzioni pubbliche (cfr. quanto detto da Gramolati e Cipriani</hi><hi rend="CharOverride-1"> nella Presentazione del volume Cipriani, Gramolati e Mari 2018). </hi><hi rend="CharOverride-1">Serve, insomma, una trasformazione delle strutture pubbliche e sociali che</hi><hi rend="CharOverride-1"> indirizzi la transizione verso la qualità della vita e del</hi><hi rend="CharOverride-1"> lavoro delle persone (Pennacchi 2018, 397). In attesa che questa</hi><hi rend="CharOverride-1"> svolta si compia, nel presente emergono segni dell’invecchiamento del</hi><hi rend="CharOverride-1"> sistema dei rapporti socio-economici pre-esistenti. Il sindacato si scopre </hi><hi rend="CharOverride-1">inadeguato (Cipriani 2018, 186), la partecipazione politica ai partiti e </hi><hi rend="CharOverride-1">alle istituzioni vacilla, le comunità locali si sfaldano e perdono </hi><hi rend="CharOverride-1">mordente rispetto alla fluidità delle reti trans-territoriali.</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Ne deriva un problema</hi><hi rend="CharOverride-1"> sociale di prima grandezza: i maggiori sistemi ereditati dal passato</hi><hi rend="CharOverride-1"> – imprese, cultura manageriale, organizzazioni sindacali, istituzioni politiche – </hi><hi rend="CharOverride-1">assumono quasi sempre </hi><hi rend="italic CharOverride-1">comportamenti inerziali</hi><hi rend="CharOverride-1">, rispetto alla de-costruzione delle </hi><hi rend="CharOverride-1">strutture e regole pre-esistenti, al fine di mettere a punto </hi><hi rend="CharOverride-1">nuove configurazioni culturali e pratiche, tutte ancora da definire. È una </hi><hi rend="CharOverride-1">reazione conservativa abbastanza comprensibile, perché non è facile de-costruire l’</hi><hi rend="CharOverride-1">esistente in un ambiente che, diventando complesso, diventa anche poco </hi><hi rend="CharOverride-1">comprendibile e poco affidabile, per il futuro.</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Tuttavia non sarà questa</hi><hi rend="CharOverride-1"> inerzia, resistente o anche solo resiliente, delle organizzazioni e culture</hi><hi rend="CharOverride-1"> pre-esistenti a fermare l’evoluzione in corso. Il cambiamento </hi><hi rend="CharOverride-1">che emerge dal nuovo potere delle grandi piattaforme e dalla </hi><hi rend="CharOverride-1">riscoperta delle soggettività decentrate dovrà prima o poi canalizzarsi nelle </hi><hi rend="CharOverride-1">strutture collettive che ne sono la controparte dialettica e, al </hi><hi rend="CharOverride-1">tempo stesso, il sostegno </hi><hi rend="CharOverride-1">socio-istituzionale</hi><hi rend="CharOverride-1"> necessario. </hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Il nuovo non è </hi><hi rend="CharOverride-1">dato, ma nasce dalla sperimentazione creativa di sé stessi e </hi><hi rend="CharOverride-1">del possibile. </hi></p><p rend="h2" ><hi>Riferimenti bibliografici</hi></p><p rend="bib_indx_bib" ><hi rend="CharOverride-1">Abramovitz M., and P. David. 1996. “Technological</hi><hi rend="CharOverride-1"> change and the rise of intangible investments: the US economy</hi><hi rend="CharOverride-1">’s growth path in the twentieth century.” In OECD,</hi><hi rend="CharOverride-1"> </hi><hi rend="italic CharOverride-1">Employment and Growth in the Knowledge-Based Economy</hi><hi rend="CharOverride-1">. Parigi: OECD.</hi></p><p rend="bib_indx_bib" ><hi rend="CharOverride-1">Allee, V. 1997. </hi><hi rend="italic CharOverride-1">The Knowledge Evolution. Expanding Organizational Intelligence</hi><hi rend="CharOverride-1">. Boston MA: Butterworth-Heinemann.</hi></p><p rend="bib_indx_bib" ><hi rend="CharOverride-1">Antonelli, C. 1999. “La nuova economia della conoscenza e dell’</hi><hi rend="CharOverride-1">attività innovativa.” In </hi><hi rend="italic CharOverride-1">Conoscenza tecnologica. Nuovi paradigmi dell’innovazione e specificità italiane</hi><hi rend="CharOverride-1">, a cura di C. Antonelli, </hi><hi rend="CharOverride-1">55-84. 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Roma: Derive Approdi.</hi></p><p rend="bib_indx_bib" ><hi rend="CharOverride-1">Butera, </hi><hi rend="CharOverride-1">F. 1998. “Verso un’economia basata sull’organizzazione e sul </hi><hi rend="CharOverride-1">lavoro della conoscenza: sei tesi per la ricerca e per </hi><hi rend="CharOverride-1">l’azione.” In </hi><hi rend="italic CharOverride-1">Lavoro ed economia della conoscenza</hi><hi rend="CharOverride-1">, a cura di C. Callieri</hi><hi rend="CharOverride-1">. Milano: FrancoAngeli.</hi></p><p rend="bib_indx_bib" ><hi rend="CharOverride-1">Butera, F. 2017. “Lavoro e organizzazione nella</hi><hi rend="CharOverride-1"> quarta rivoluzione industriale: la nuova progettazione socio-tecnica.” </hi><hi rend="italic CharOverride-1">L’Industria</hi><hi rend="CharOverride-1"> 3: 291-316</hi><hi rend="CharOverride-1">.</hi></p><p rend="bib_indx_bib" ><hi rend="CharOverride-1">Callieri, C., a cura di. 1998. </hi><hi rend="italic CharOverride-1">Lavoro ed economia della conoscenza</hi><hi rend="CharOverride-1">. Milano: FrancoAngeli.</hi></p><p rend="bib_indx_bib" ><hi rend="CharOverride-1">Casellato, A., a cura di. 2014. </hi><hi rend="italic CharOverride-1">“Lavoro e conoscenza” dieci anni dopo</hi><hi rend="CharOverride-1">. Venezia-Firenze: Edizioni Ca</hi><hi rend="CharOverride-1">’ Foscari-Firenze University Press.</hi></p><p rend="bib_indx_bib" ><hi rend="CharOverride-1">Chicchi, F., e G. Roggero. 2009. “Introduzione.</hi><hi rend="CharOverride-1"> Le ambivalenze del lavoro nell’orizzonte del capitalismo cognitivo.”</hi><hi rend="italic CharOverride-1"> </hi><hi rend="CharOverride-1">In</hi><hi rend="italic CharOverride-1"> Lavoro e produzione del valore nell’economia della conoscenza. Criticità e ambivalenze della network culture</hi><hi rend="CharOverride-1">, 7-30. Milano: FrancoAngeli (</hi><hi rend="italic CharOverride-1">Sociologia del lavoro</hi><hi rend="CharOverride-1"> 115, 3).</hi></p><p rend="bib_indx_bib" ><hi rend="CharOverride-1">Cipriani, A. 2018</hi><hi rend="CharOverride-1">. “La partecipazione innovative dei lavoratori. Creatività e contraddizioni del lavoro</hi><hi rend="CharOverride-1"> 4.0.” In </hi><hi rend="italic CharOverride-1">La Quarta Rivoluzione Industriale e le trasformazioni delle attività lavorative</hi><hi rend="CharOverride-1">, a cura di A. Cipriani, A. Gramolati,</hi><hi rend="CharOverride-1"> e G. Mari, 175-203. Firenze: Firenze University Press.</hi></p><p rend="bib_indx_bib" ><hi rend="CharOverride-1">Cipriani, A., Gramolati</hi><hi rend="CharOverride-1">, A., e G. Mari, a cura di. 2018. </hi><hi rend="italic CharOverride-1">La Quarta Rivoluzione Industriale e le trasformazioni delle attività lavorative</hi><hi rend="CharOverride-1">. Firenze: Firenze</hi><hi rend="CharOverride-1"> University Press.</hi></p><p rend="bib_indx_bib" ><hi rend="CharOverride-1">Dagnino, E., Nespoli, F., e F. Seghezzi, a </hi><hi rend="CharOverride-1">cura di. 2017. </hi><hi rend="italic CharOverride-1">La</hi><hi rend="CharOverride-1"> </hi><hi rend="italic CharOverride-1">nuova</hi><hi rend="CharOverride-1"> </hi><hi rend="italic CharOverride-1">grande</hi><hi rend="CharOverride-1"> </hi><hi rend="italic CharOverride-1">trasformazione</hi><hi rend="CharOverride-1"> </hi><hi rend="italic CharOverride-1">de</hi><hi rend="CharOverride-1"> </hi><hi rend="italic CharOverride-1">lavoro.</hi><hi rend="CharOverride-1"> </hi><hi rend="italic CharOverride-1">Lavoro</hi><hi rend="CharOverride-1"> </hi><hi rend="italic CharOverride-1">futuro:</hi><hi rend="CharOverride-1"> </hi><hi rend="italic CharOverride-1">analisi</hi><hi rend="CharOverride-1"> </hi><hi rend="italic CharOverride-1">e</hi><hi rend="CharOverride-1"> </hi><hi rend="italic CharOverride-1">proposte</hi><hi rend="CharOverride-1"> </hi><hi rend="italic CharOverride-1">dei</hi><hi rend="CharOverride-1"> </hi><hi rend="italic CharOverride-1">ricercatori</hi><hi rend="CharOverride-1"> </hi><hi rend="italic CharOverride-1">ADAPT</hi><hi rend="CharOverride-1">. Modena: ADAPT University Press.</hi></p><p rend="bib_indx_bib" ><hi rend="CharOverride-1">De Toni</hi><hi rend="CharOverride-1">, A. F., e E. Rullani, a cura di. 2018. </hi><hi rend="italic CharOverride-1">Uomini 4.0: ritorno al futuro. Creare valore esplorando la complessità</hi><hi rend="CharOverride-1">. Milano</hi><hi rend="CharOverride-1">: Cfmt-Università di Udine-FrancoAngeli.</hi></p><p rend="bib_indx_bib" ><hi rend="CharOverride-1">Federmeccanica. 2021.</hi><hi rend="italic CharOverride-1"> Dalla prima alla quarta rivoluzione industriale. Storia delle relazioni industriali dei metalmeccanici</hi><hi rend="CharOverride-1">. Milano: RCS Open Lab.</hi></p><p rend="bib_indx_bib" ><hi rend="CharOverride-1">Floridi, L. 2014. </hi><hi rend="italic CharOverride-1">The fourth revolution. How the infosphere is reshaping human reality</hi><hi rend="CharOverride-1">. Oxford (UK): Oxford University Press (trad. it. </hi><hi rend="italic CharOverride-1">La quarta rivoluzione. Come l’infosfera sta trasformando il mondo</hi><hi rend="CharOverride-1">. </hi><hi rend="CharOverride-1">Milano: Cortina editore, 2014).</hi></p><p rend="bib_indx_bib" ><hi rend="CharOverride-1">Gramolati, A., e G. Mari, a cura</hi><hi rend="CharOverride-1"> di. 2016. </hi><hi rend="italic CharOverride-1">Il lavoro dopo il Novecento: da produttori ad attori sociali. La città del lavoro di Bruno Trentin per un’”altra sinistra”</hi><hi rend="CharOverride-1">. Firenze: Firenze University Press.</hi></p><p rend="bib_indx_bib" ><hi rend="CharOverride-1">Levy, P. </hi><hi rend="CharOverride-1">1994. </hi><hi rend="italic CharOverride-1">L’intelligence collective. La Découverte</hi><hi rend="CharOverride-1">. Parigi: La Découverte (trad. it. </hi><hi rend="italic CharOverride-1">L’intelligenza collettiva. Per un’antropologia del cyberspazio</hi><hi rend="CharOverride-1">. Milano: Feltrinelli, 1996).</hi></p><p rend="bib_indx_bib" ><hi rend="CharOverride-1">Mari, G. 2019. </hi><hi rend="italic CharOverride-1">Libertà nel lavoro. La sfida della rivoluzione digitale</hi><hi rend="CharOverride-1">. Bologna: il Mulino.</hi></p><p rend="bib_indx_bib" ><hi rend="CharOverride-1">Pennacchi, L. 2018</hi><hi rend="CharOverride-1">. “Innovazione e lavoro: la cerniera umanistica tra macroeconomia e microeconomia</hi><hi rend="CharOverride-1">.” In </hi><hi rend="italic CharOverride-1">La Quarta Rivoluzione Industriale e le trasformazioni delle attività lavorative</hi><hi rend="CharOverride-1">, a cura di A. Cipriani, A. Gramolati, e G.</hi><hi rend="CharOverride-1"> Mari, 389-404. Firenze: Firenze University Press.</hi></p><p rend="bib_indx_bib" ><hi rend="CharOverride-1">Perulli, P., e L. Vettoretto. 2022. </hi><hi rend="italic CharOverride-1">Neoplebe, classe creativa, élite</hi><hi rend="CharOverride-1">. Bari: </hi><hi rend="CharOverride-1">Laterza.</hi></p><p rend="bib_indx_bib" ><hi rend="CharOverride-1">Rodriguez, M. J., a cura di. 2002. </hi><hi rend="italic CharOverride-1">The New Knowledge Economy in Europe. A Strategy for International Competitiveness and Social Cohesion</hi><hi rend="CharOverride-1">.</hi><hi rend="italic CharOverride-1"> </hi><hi rend="CharOverride-1">Cheltenham (UK): Elgar.</hi></p><p rend="bib_indx_bib" ><hi rend="CharOverride-1">Rullani, E. 2004a. </hi><hi rend="italic CharOverride-1">Economia della conoscenza. Creatività e valore nel capitalismo delle reti</hi><hi rend="CharOverride-1">. Roma: Carocci.</hi></p><p rend="bib_indx_bib" ><hi rend="CharOverride-1">Rullani, E. 2004b. </hi><hi rend="italic CharOverride-1">La fabbrica dell’immateriale. Produrre valore con la conoscenza</hi><hi rend="CharOverride-1">, Carocci, Roma.</hi></p><p rend="bib_indx_bib" ><hi rend="CharOverride-1">Rullani</hi><hi rend="CharOverride-1">, E. 2004c. “Tra finanza e industria: liberare il ‘motore’ dell</hi><hi rend="CharOverride-1">’economia della conoscenza.” </hi><hi rend="italic CharOverride-1">Economia e Politica Industriale</hi><hi rend="CharOverride-1"> 123: 5-38.</hi></p><p rend="bib_indx_bib" ><hi rend="CharOverride-1">Rullani, E. 2008b</hi><hi rend="CharOverride-1">. “L’economia della conoscenza nel capitalismo delle reti.” </hi><hi rend="italic CharOverride-1">Sinergie</hi><hi rend="CharOverride-1"> 26: 67-90.</hi></p><p rend="bib_indx_bib" ><hi rend="CharOverride-1">Rullani, E. 2009. “La produzione di valore a</hi><hi rend="CharOverride-1"> mezzo di conoscenza. Il manuale che non c’è.”</hi><hi rend="CharOverride-1"> In </hi><hi rend="italic CharOverride-1">Lavoro e produzione del valore nell’economia della conoscenza. Criticità e ambivalenze della </hi><hi rend="CharOverride-1">network culture, 55-85. Milano: FrancoAngeli (</hi><hi rend="italic CharOverride-1">Sociologia del lavoro </hi><hi rend="CharOverride-1">115).</hi></p><p rend="bib_indx_bib" ><hi rend="CharOverride-1">Rullani, E. 2010. </hi><hi rend="CharOverride-1">“Sistemi incompiuti e reti aperte nell’economia della conoscenza: il </hi><hi rend="CharOverride-1">ritorno del soggetto e della sua intelligenza fluida.” </hi><hi rend="italic CharOverride-1">Riflessioni sistemiche</hi><hi rend="CharOverride-1"> </hi><hi rend="CharOverride-1">2: 103-15.</hi></p><p rend="bib_indx_bib" ><hi rend="CharOverride-1">Rullani, E. 2010a. </hi><hi rend="italic CharOverride-1">Modernità sostenibile. Idee, filiere e servizi per uscire dalla crisi</hi><hi rend="CharOverride-1">. Venezia: Marsilio Editore.</hi></p><p rend="bib_indx_bib" ><hi rend="CharOverride-1">Rullani, </hi><hi rend="CharOverride-1">E. 2018. “Lavoro in transizione. Prove di Quarta Rivoluzione Industriale </hi><hi rend="CharOverride-1">in Italia.” In </hi><hi rend="italic CharOverride-1">La Quarta Rivoluzione Industriale e le trasformazioni delle attività lavorative</hi><hi rend="CharOverride-1">, a cura di A. Cipriani, A. </hi><hi rend="CharOverride-1">Gramolati, e G. Mari, 423-44. Firenze: Firenze University Press.</hi></p><p rend="bib_indx_bib" ><hi rend="CharOverride-1">Rullani, E. 2021. “Lavoro in transizione:</hi><hi rend="CharOverride-1"> trasformazioni delle imprese e nuove forme di lavoro.” In </hi><hi rend="italic CharOverride-1">Dalla prima alla quarta rivoluzione industriale, Storia delle relazioni industriali dei metalmeccanici</hi><hi rend="CharOverride-1">, 147-249. Milano: RCS Open Lab.</hi></p><p rend="bib_indx_bib" ><hi rend="CharOverride-1">Rullani, F., ed E. Rullani. </hi><hi rend="CharOverride-1">2018. </hi><hi rend="italic CharOverride-1">Dentro la rivoluzione digitale. Per una nuova cultura dell’impresa e del management</hi><hi rend="CharOverride-1">. Torino: Giappichelli.</hi></p><p rend="bib_indx_bib" ><hi rend="CharOverride-1">Schwab, K. 2016. </hi><hi rend="italic CharOverride-1">The fourth industrial revolution</hi><hi rend="CharOverride-1">. Cologny (Ginevra): </hi><hi rend="CharOverride-1">World Economic Forum (trad. it. </hi><hi rend="italic CharOverride-1">La quarta rivoluzione industriale</hi><hi rend="CharOverride-1">. Milano: FrancoAngeli, 2016).</hi></p><p rend="bib_indx_bib" ><hi rend="CharOverride-1">Segantini, </hi><hi rend="CharOverride-1">F. 2017. </hi><hi rend="italic CharOverride-1">La nuova chiave a stella. Storie di persone nella fabbrica del futuro</hi><hi rend="CharOverride-1">. Milano: Guerini e Associati.</hi></p><p rend="bib_indx_bib" ><hi rend="CharOverride-1">Seghezzi, F. 2019</hi><hi rend="CharOverride-1">. </hi><hi rend="italic CharOverride-1">La nuova grande trasformazione: Lavoro e persona nella quarta rivoluzione industriale</hi><hi rend="CharOverride-1">. Modena: ADAPT University Press.</hi></p><p rend="bib_indx_bib" ><hi rend="CharOverride-1">Trentin, B. 2004. </hi><hi rend="italic CharOverride-1">La libertà viene prima</hi><hi rend="CharOverride-1">. Roma: Editori </hi><hi rend="CharOverride-1">Riuniti.</hi></p><list type="ordered">
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-2"><ref target="OP08885_int_online_chapter_227_1415-1434.html#footnote-001-backlink">1</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	Nella trasformazione fisica dei fattori, ogni unità addizionale </hi><hi rend="CharOverride-1">richiede, in linea di massima, lo stesso ammontare di fattori </hi><hi rend="CharOverride-1">richiesto dalla produzione della prima unità. Anche le economie di </hi><hi rend="CharOverride-1">scala di cui spesso si parla quando si usano macchine, </hi><hi rend="CharOverride-1">in gran parte sono dovute al ri-uso della conoscenza (nella </hi><hi rend="CharOverride-1">propagazione dei modelli di macchina e dei programmi di produzione). </hi><hi rend="CharOverride-1">Non per niente queste economie sono presupposte come qualità esogene </hi><hi rend="CharOverride-1">delle curve di costo, in funzione delle quantità, legate alle </hi><hi rend="CharOverride-1">diverse tecnologie.</hi></p></item>
				</list><list type="ordered">
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-2"><ref target="OP08885_int_online_chapter_227_1415-1434.html#footnote-000-backlink">2</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	Non avendo chiarito questo aspetto e le differenze</hi><hi rend="CharOverride-1"> conseguenti, sono moltissimi i casi in cui la rappresentazione delle</hi><hi rend="CharOverride-1"> cose risulta sfuocata o poco aderente alla realtà del capitalismo</hi><hi rend="CharOverride-1"> cognitivo moderno. In effetti, possiamo dire che l’economia della</hi><hi rend="CharOverride-1"> conoscenza, nel suo significato di rottura radicale con il modello</hi><hi rend="CharOverride-1"> classico, fa ancora parte del «manuale che non c’è» (Rullani 2009). </hi></p></item>
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