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        <title type="main" level="a">Sudate carte. Uno sguardo alla letteratura del lavoro</title>
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            <forename>Stefano</forename>
            <surname>Bartolini</surname>
            <placeName type="affiliation">Fondazione Valore Lavoro, Italy</placeName>
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          <resp>This is a section of <title>Idee di lavoro e di ozio per la nostra civiltà</title>(DOI: <idno type="DOI">10.36253/979-12-215-0319-7</idno>) by </resp>
          <name>Giovanni Mari, Francesco Ammannati, Brogi Stefano, Tiziana Faitini, Arianna Fermani, Francesco Seghezzi, Annalisa Tonarelli</name>
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        <publisher>Firenze University Press</publisher>
        <pubPlace>Florence</pubPlace>
        <date when="2024">2024</date>
        <idno type="DOI">https://doi.org/10.36253/979-12-215-0319-7.174</idno>
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          <p>Available for academic research purposes</p>
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          <p>Copyright Author(s)</p>
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        <p>This is original content, published for academic research purposes</p>
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        <p>The text examines some social and labourist fiction books released between 2006 and 2022, from the historical novel to autobiographical writing together with a collective writing workshop. The analysis traces the characterizing and salient themes trying to understand what type of work is described in these books, what is the spirit of the time they express and the characteristic recurring themes. What emerges is a vision of labour that strongly claims the historicity and existence of the working classes, in a society where their presence and their imagination is mostly denied, marked by the themes of fatigue, fragmentation, which struggles to find an expression in a positive sense for work in the 21st century, without renouncing the search for it.</p>
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            <item>Labour</item>
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            <item>Literature</item>
            <item>Working Class</item>
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      <p>It is available online at https://doi.org/10.36253/979-12-215-0319-7.174<ref target="https://doi.org/10.36253/979-12-215-0319-7.174" /></p>
      
      <p rend="h1_chapter">Sudate carte. Uno sguardo alla letteratura del lavoro</p><p rend="h1_author ParaOverride-1" ><hi rend="CharOverride-1">Stefano Bartolini</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">La </hi><hi rend="CharOverride-1">scrittura narrativa è una delle attività umane che più riesce </hi><hi rend="CharOverride-1">a cogliere lo spirito di un tempo, i suoi conflitti </hi><hi rend="CharOverride-1">e contraddizioni, e dove la biografia, la memoria, la testimonianza</hi><hi rend="CharOverride-1"> e l’ascolto si fondono in un unico intreccio. Il</hi><hi rend="CharOverride-1"> lavoro, quell’aspetto centrale della vita umana, sia </hi><hi rend="CharOverride-1">che lo si declini come saper fare che come fatica, </hi><hi rend="CharOverride-1">da sempre dà origine a contenuti di tipo letterario capaci</hi><hi rend="CharOverride-1"> di raccontarlo, anche se a lungo tramandati in forme </hi><hi rend="CharOverride-1">orali – canti, filastrocche, proverbi, poesie – prima </hi><hi rend="CharOverride-1">che la progressiva appropriazione dell’arte dello scrivere da parte </hi><hi rend="CharOverride-1">delle classi lavoratrici ne stabilizzasse la parola anche sulla carta. </hi><hi rend="CharOverride-1">Un ambito che viene anche declinato come di cultura ‘popolare’ </hi><hi rend="CharOverride-1">dove tuttavia tra i due termini, il lavoro e il </hi><hi rend="CharOverride-1">popolare, non sussiste divisione ma identità, ancor più che sovrapposizione,</hi><hi rend="CharOverride-1"> e da cui nel corso del tempo è scaturita una</hi><hi rend="CharOverride-1"> produzione formalizzata, che si rinnova incessantemente e che vanta </hi><hi rend="CharOverride-1">già una lunga storia dove il racconto è anche presenza, </hi><hi rend="CharOverride-1">indagine, denuncia. Basti ricordare alcuni titoli da quella che viene </hi><hi rend="CharOverride-1">chiamata la ‘letteratura industriale’</hi><hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi><ref target="OP08885_int_online_chapter_248_1579-1587.html#footnote-002">1</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">: Ottiero Ottieri, </hi><hi rend="italic CharOverride-1">Donnaruma all’assalto</hi><hi rend="CharOverride-1">; Paolo Volponi, </hi><hi rend="italic CharOverride-1">Memoriale</hi><hi rend="CharOverride-1">; Luciano Bianciardi, </hi><hi rend="italic CharOverride-1">La vita agra</hi><hi rend="CharOverride-1">, </hi><hi rend="CharOverride-1">Tommaso Di Ciaula, </hi><hi rend="italic CharOverride-1">Tuta blu</hi><hi rend="CharOverride-1">.</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">In questo contributo proverò ad </hi><hi rend="CharOverride-1">esaminare alcune opere uscite all’incirca nell’ultimo decennio e </hi><hi rend="CharOverride-1">realizzate da penne italiane che parlano del lavoro e dell</hi><hi rend="CharOverride-1">’universo dei lavoratori e delle lavoratrici, per cercare di </hi><hi rend="CharOverride-1">capire – nel paese della crisi infinita – che idea </hi><hi rend="CharOverride-1">di lavoro ci restituiscono. Scritture lontane da quell’approccio ‘da </hi><hi rend="CharOverride-1">safari’ che si è segnalato nel </hi><hi rend="italic CharOverride-1">mainstream</hi><hi rend="CharOverride-1"> con libri come </hi><hi rend="CharOverride-1">il romanzo di Silvia Avallone </hi><hi rend="italic CharOverride-1">Acciaio</hi><hi rend="CharOverride-1"> (Avallone 2010), tanto noto</hi><hi rend="CharOverride-1"> in Italia quando poco apprezzato dalla classe lavoratrice piombinese che</hi><hi rend="CharOverride-1"> pretenderebbe di raccontare, e che in realtà lungi dal </hi><hi rend="CharOverride-1">raccontare il lavoro è più un’opera utile a capire </hi><hi rend="CharOverride-1">come dall’alto dei ceti acculturati si guarda oggi, con </hi><hi rend="CharOverride-1">paura, alla classe operaia.</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Un punto di vista completamente ribaltato da</hi><hi rend="CharOverride-1"> Valerio Evangelisti. Un autore con una formazione da storico che</hi><hi rend="CharOverride-1"> nell’ultima fase della sua produzione ha scritto alcuni romanzi</hi><hi rend="CharOverride-1"> storici sulle classi lavoratrici che, oltre ad essere probabilmente tra</hi><hi rend="CharOverride-1"> i migliori in questo genere usciti negli anni Dieci, rimettono</hi><hi rend="CharOverride-1"> al centro della narrazione un punto di vista che si</hi><hi rend="CharOverride-1"> situa all’interno del mondo del lavoro. Il primo di</hi><hi rend="CharOverride-1"> questi è </hi><hi rend="italic CharOverride-1">One Big Union</hi><hi rend="CharOverride-1"> (Evangelisti 2011), ambientato nel </hi><hi rend="CharOverride-1">movimento operaio americano a cavallo tro Otto e Novecento e </hi><hi rend="CharOverride-1">nelle lotte portate avanti dal sindacato degli Industrial Workers of </hi><hi rend="CharOverride-1">the World. Paradossalmente il protagonista è una ‘spia’, un</hi><hi rend="CharOverride-1"> traditore della classe operaia, che lavora per agenzie private come</hi><hi rend="CharOverride-1"> la Pinkerton, da cui poi scaturirà l’FBI, impegnate </hi><hi rend="CharOverride-1">nella repressione sanguinosa e durissima del combattivo movimento operaio americano. </hi><hi rend="CharOverride-1">Quello che è rilevante segnalare fin da adesso è che </hi><hi rend="CharOverride-1">questo libro, del 2011, di riflesso evidenzia il ruolo delle </hi><hi rend="CharOverride-1">guardie private, una presenza che negli ultimi anni è tornat</hi><hi rend="CharOverride-1">a di attualità anche in Italia – pur restando assente</hi><hi rend="CharOverride-1"> da dibattito pubblico – con un ricorso continuo da parte</hi><hi rend="CharOverride-1"> delle aziende all’intervento di queste ‘milizie’ private nei conflitti</hi><hi rend="CharOverride-1"> di lavoro, con esiti anche gravi, e su cui di</hi><hi rend="CharOverride-1"> recente uno scritto di Luigi Vergallo, </hi><hi rend="italic CharOverride-1">I denti per terra</hi><hi rend="CharOverride-1"> (Vergallo 2021, 181-87), ha contribuito a far luce</hi><hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi><ref target="OP08885_int_online_chapter_248_1579-1587.html#footnote-001">2</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">. </hi><hi rend="CharOverride-1">Negli anni successivi Evangelisti ha poi pubblicato la sua bellissima </hi><hi rend="CharOverride-1">trilogia </hi><hi rend="italic CharOverride-1">Il sole dell’avvenire</hi><hi rend="CharOverride-1"> (Evangelisti 2013; 2014; 2016), una</hi><hi rend="CharOverride-1"> storia familiare su più generazioni tra la Romagna e l</hi><hi rend="CharOverride-1">’Emilia, che prende il via nei decenni post-unitari, all’alba</hi><hi rend="CharOverride-1"> del movimento dei lavoratori, per arrivare fino alla Liberazione. É</hi><hi rend="CharOverride-1"> un’opera che narra di genealogie familiari proletarie, di lotte</hi><hi rend="CharOverride-1"> e vittorie così come di repressioni e sconfitte, con in</hi><hi rend="CharOverride-1"> mezzo la notte del fascismo. Relazioni e contraddizioni ma anche</hi><hi rend="CharOverride-1"> caparbietà e resistenza fanno da sfondo alle vicende dei suoi</hi><hi rend="CharOverride-1"> personaggi, uomini e donne comuni che cercano una via di</hi><hi rend="CharOverride-1"> emancipazione, una cittadinanza del lavoro e attraverso il lavoro. È</hi><hi rend="CharOverride-1"> un’opera che rimette in primo piano l’identità delle</hi><hi rend="CharOverride-1"> classi lavoratrici italiane nel corso della prima metà della vicenda</hi><hi rend="CharOverride-1"> unitaria e che risponde anche a un’esigenza di storia,</hi><hi rend="CharOverride-1"> di quella storia sepolta e dimenticata del movimento dei lavoratori</hi><hi rend="CharOverride-1"> e delle lavoratrici italiane di cui oggi si avverte fortemente</hi><hi rend="CharOverride-1"> il bisogno di un recupero, tanto per la cultura del</hi><hi rend="CharOverride-1">le classi lavoratrici quanto per ricostruire un’idea lavorista insieme </hi><hi rend="CharOverride-1">ai pezzi dell’identità disintegrata della sinistra politica italiana.</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Nel</hi><hi rend="CharOverride-1"> solco del rapporto con il passato si situa poi </hi><hi rend="italic CharOverride-1">Meccanoscritto</hi><hi rend="CharOverride-1"> (Collettivo MetalMente 2017), un libro a più mani, che </hi><hi rend="CharOverride-1">mette in dialogo le antiche scritture operaie ritrovate da Ivan </hi><hi rend="CharOverride-1">Brentari nell’Archivio del lavoro di Sesto San Giovanni – </hi><hi rend="CharOverride-1">frutto di un concorso letterario indetto dalla FIOM nel 1963 </hi><hi rend="CharOverride-1">– con le nuove realizzate dal Collettivo MetalMente, composto da </hi><hi rend="CharOverride-1">lavoratori e lavoratrici milanesi in un laboratorio di scrittura collettiva </hi><hi rend="CharOverride-1">curato da Wu Ming 2. La struttura del libro è </hi><hi rend="CharOverride-1">originale: il tempo, la storia e le storie si intrecciano</hi><hi rend="CharOverride-1"> e si intervallano continuamente fra loro; i testi del </hi><hi rend="CharOverride-1">1963 dialogano con quelli del XXI secolo; i testimoni prendono</hi><hi rend="CharOverride-1"> la parola. Il collettivo qui diviene centrale, non solo nella</hi><hi rend="CharOverride-1"> scrittura ma anche nelle storie raccontate, che sono sempre storie</hi><hi rend="CharOverride-1"> di lotte sindacali. È la dimensione collettiva a riprendersi la</hi><hi rend="CharOverride-1"> scena, in anni di individualismo sfrenato, a gridare che da</hi><hi rend="CharOverride-1"> soli non ci si salva. Dal dialogo letterario tra i</hi><hi rend="CharOverride-1"> lavoratori di ieri e quelli di oggi emergono le continuità</hi><hi rend="CharOverride-1">: nelle occupazioni delle fabbriche e nei presidi, nelle difficoltà </hi><hi rend="CharOverride-1">a coinvolgere e tenere uniti i lavoratori e le lavoratrici </hi><hi rend="CharOverride-1">negli scioperi. Ma anche nei repertori di azione delle parti</hi><hi rend="CharOverride-1"> padronali, che ricorrono sempre ai soliti metodi di sotterfugi, </hi><hi rend="CharOverride-1">tranelli, licenziamenti discriminatori e punitivi, tentativi di divisione, denunce ma </hi><hi rend="CharOverride-1">anche – e questo è un dato che fa capolino </hi><hi rend="CharOverride-1">dalle storie scritte nel presente – alle guardie private per</hi><hi rend="CharOverride-1"> mettere le maestranze fuori dai luoghi di lavoro. A dividere</hi><hi rend="CharOverride-1"> le due epoche però una differenza enorme, la deindustrializzazione, </hi><hi rend="CharOverride-1">che costruisce una diversità genetica tra le mobilitazioni degli anni </hi><hi rend="CharOverride-1">Sessanta, agli albori di una grande stagione di conquiste, e </hi><hi rend="CharOverride-1">quelle odierne, schiacciate sulla difensiva: «da “lavorare stanca” a “lavorare </hi><hi rend="CharOverride-1">manca”» (Collettivo MetalMente 2017, 19). Ma il lavoro continua ad</hi><hi rend="CharOverride-1"> essere l’elemento principale per la realizzazione umana, e la</hi><hi rend="CharOverride-1"> sua perdita è una perdita collettiva oltre che individuale. Non</hi><hi rend="CharOverride-1"> a caso il libro si chiude con un richiamo al</hi><hi rend="CharOverride-1"> Primo Levi de </hi><hi rend="italic CharOverride-1">La chiave a stella</hi><hi rend="CharOverride-1">, all’amore</hi><hi rend="CharOverride-1"> per il proprio lavoro – che continua ad essere un</hi><hi rend="CharOverride-1"> previlegio per pochi – come migliore approssimazione alla felicità </hi><hi rend="CharOverride-1">terrena, e con il racconto di una distopia, Hal, la </hi><hi rend="CharOverride-1">macchina che si nutre di energia umana per fare il </hi><hi rend="CharOverride-1">lavoro al posto delle persone, che però si spengono lentamente </hi><hi rend="CharOverride-1">senza lavorare perché perdono l’energia creativa, portando al fallimento </hi><hi rend="CharOverride-1">della macchina.</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">La storia e il passato a quanto pare sono</hi><hi rend="CharOverride-1"> elementi di innesco delle scritture sul lavoro in questo scorcio</hi><hi rend="CharOverride-1"> di XXI secolo, forse perché quel passato continua ad essere</hi><hi rend="CharOverride-1"> interrogato alla ricerca di domande e di risposte su </hi><hi rend="CharOverride-1">cosa è andato storto, sul perché la Repubblica fondata sul </hi><hi rend="CharOverride-1">lavoro alla prova dei fatti non lo è. Dalla Toscana </hi><hi rend="CharOverride-1">in questo senso sono emerse due voci di grande interesse, </hi><hi rend="CharOverride-1">che si fanno eco a vicenda: quella di una donna</hi><hi rend="CharOverride-1"> dell’interno, delle zone collinari e appenniniche; e </hi><hi rend="CharOverride-1">quella di un uomo della costa, tra le colline e </hi><hi rend="CharOverride-1">il mare. Entrambe penne nate e cresciute nell’Italia </hi><hi rend="CharOverride-1">operaia: Simona Baldanzi e Alberto Prunetti. Precario e migrante </hi><hi rend="CharOverride-1">nei lavori meno tutelati e più dileggiati lui – con</hi><hi rend="CharOverride-1"> buona pace della laurea –, impegnata nel sindacato lei,</hi><hi rend="CharOverride-1"> dapprima come RLST</hi><hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi><ref target="OP08885_int_online_chapter_248_1579-1587.html#footnote-000">3</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1"> alla CGIL di Prato e poi </hi><hi rend="CharOverride-1">al patronato INCA. Figlia di un’operaia lei, figlio di </hi><hi rend="CharOverride-1">un operaio lui.</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">É significativo quest’ultimo dato: sono i figli</hi><hi rend="CharOverride-1"> che scrivono, che parlano. Possono farlo perché sono riusciti ad</hi><hi rend="CharOverride-1"> accedere, grazie al lavoro dei genitori, a livelli di istruzione</hi><hi rend="CharOverride-1"> superiori a quelli dei loro padri e delle loro madri</hi><hi rend="CharOverride-1">. Davanti a un destino che per i figli della </hi><hi rend="CharOverride-1">classe operaia non sfugge alla condanna delle origini sociali, che</hi><hi rend="CharOverride-1"> oggi significa precarietà e lavori poveri, sono riusciti a costruirsi</hi><hi rend="CharOverride-1"> spazi dove sottrarre il tempo per la scrittura. Parlano sempre</hi><hi rend="CharOverride-1"> stando su due duplici registri, uno temporale, dove c’è</hi><hi rend="CharOverride-1"> l’oggi e c’è il tempo del lavoro dei</hi><hi rend="CharOverride-1"> loro genitori, e uno soggettivo, dove c’è la loro</hi><hi rend="CharOverride-1"> storia e la storia dei loro ‘babbi’ e delle loro</hi><hi rend="CharOverride-1"> ‘mamme’.</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">In </hi><hi rend="italic CharOverride-1">Figlia di una vestaglia blu </hi><hi rend="CharOverride-1">Baldanzi (2006) </hi><hi rend="CharOverride-1">racconta di sua madre, la vestaglia blu, versione femminile della </hi><hi rend="CharOverride-1">tuta blu, operaia di Barberino che produceva jeans alla catena </hi><hi rend="CharOverride-1">di montaggio della Rifle. E della sua famiglia, del suo </hi><hi rend="CharOverride-1">quartiere, delle persone che vi si incontrava, tutte rigorosamente operaie. </hi><hi rend="CharOverride-1">E poi parla di lei, del suo percorso, della sua</hi><hi rend="CharOverride-1"> tesi che la porta da altri operai, quelli dei cantieri</hi><hi rend="CharOverride-1"> dell’alta velocità nel Mugello, arrivati da altre zone d</hi><hi rend="CharOverride-1">’Italia, specie dal sud, separati ed isolati dalla società locale.</hi><hi rend="CharOverride-1"> Il lavoro di oggi e il lavoro di ieri, duro,</hi><hi rend="CharOverride-1"> pericoloso, che consuma, senza soluzione di continuità. E la </hi><hi rend="CharOverride-1">resistenza operaia, di ieri e di oggi.</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Prunetti invece nell’arco</hi><hi rend="CharOverride-1"> di otto anni ha scritto a sua volta una trilogia.</hi><hi rend="CharOverride-1"> Nel primo libro, </hi><hi rend="italic CharOverride-1">Amianto. Una storia operaia</hi><hi rend="CharOverride-1"> (Prunetti 2012), </hi><hi rend="CharOverride-1">racconta di suo padre Renato, l’operaio industriale manutentore, esponente </hi><hi rend="CharOverride-1">con orgoglio di una cultura popolare che era un universo </hi><hi rend="CharOverride-1">mentale e una linea di demarcazione di classe. L’operaio </hi><hi rend="CharOverride-1">dalle infinite capacità manuali e dalla sconfinata inventiva ucciso dal </hi><hi rend="CharOverride-1">lavoro, avvelenato dall’amianto, morto appena pensionato neanche sessantenne. E </hi><hi rend="CharOverride-1">ne parla raccontandoci anche di sé stesso, di Alberto, figlio</hi><hi rend="CharOverride-1"> della classe operaia fra Follonica e Piombino. Nel secondo, </hi><hi rend="italic CharOverride-1">108</hi><hi rend="italic CharOverride-1"> metri. The new working class hero</hi><hi rend="CharOverride-1"> Prunetti (2018) ci porta</hi><hi rend="CharOverride-1"> con lui in Inghilterra, meta dell’immigrazione di tanti giovani</hi><hi rend="CharOverride-1"> italiani che non sono cervelli in fuga ma braccia da</hi><hi rend="CharOverride-1"> lavoro: precario, malpagato, sfruttato, irriso, dileggiato, schifato. Della sua </hi><hi rend="CharOverride-1">lunga odissea tra città e lavori instabili, senza tutele, dai </hi><hi rend="CharOverride-1">ristoranti ai cessi, perseguitato da un mostro ‘immaginario’ dalle sembianze </hi><hi rend="CharOverride-1">della Tatcher, fino al ritorno a casa, dove riappare Renato,</hi><hi rend="CharOverride-1"> malato, vicino alla fine. Nel terzo, </hi><hi rend="italic CharOverride-1">Nel girone dei bestemmiatori.</hi><hi rend="italic CharOverride-1"> Una commedia operaia</hi><hi rend="CharOverride-1"> </hi><hi rend="CharOverride-1">(Prunetti 2020), l’inferno dantesco ancora </hi><hi rend="CharOverride-1">una volta fa da artifizio per parlare di lavoro – </hi><hi rend="CharOverride-1">e non è un semplice omaggio al poeta toscano: quante</hi><hi rend="CharOverride-1"> volte, fin da tempi di Dante, l’officina, la fabbrica,</hi><hi rend="CharOverride-1"> sono servite per rappresentare l’inferno? – aggiungendo un </hi><hi rend="CharOverride-1">girone, il cerchio invisibile, quello dei morti sul lavoro. Questa </hi><hi rend="CharOverride-1">volta Prunetti inscena un racconto alla figlia Elettra, che è </hi><hi rend="CharOverride-1">sempre il racconto della vita operaia, dell’orgoglio operaio, della </hi><hi rend="CharOverride-1">classe operaia e delle sventure operaie, fino alle malattie e</hi><hi rend="CharOverride-1"> alla morte. Ma che è anche, come i due precedenti</hi><hi rend="CharOverride-1"> del resto, un racconto di resistenza.</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Come già si intuisce, </hi><hi rend="CharOverride-1">questi libri hanno tanto in comune. Raccontano prima di tutto </hi><hi rend="CharOverride-1">una presenza, un’esistenza, una persistenza negata dalla cultura dominante:</hi><hi rend="CharOverride-1"> quella della classe lavoratrice. Narrano di un lavoro che si</hi><hi rend="CharOverride-1"> è frantumato, che è stato sconfitto come movimento storico di</hi><hi rend="CharOverride-1"> liberazione ma non del tutto piegato. In questi libri il</hi><hi rend="CharOverride-1"> lavoro è fortemente corporeo, è fatica, è nocività, malattia ma</hi><hi rend="CharOverride-1"> è anche tempo rubato. Non c’è spazio per il</hi><hi rend="CharOverride-1"> riposo: le ferie, le domeniche, le partite, il bar… sono</hi><hi rend="CharOverride-1"> al massimo una tregua, nel senso di Primo Levi, </hi><hi rend="CharOverride-1">in quella che è una lotta continua per l’esistenza. </hi><hi rend="CharOverride-1">È un riflesso della parabola storica: se c’è stata </hi><hi rend="CharOverride-1">un’emancipazione questa è stata solo di tipo consumistico, per </hi><hi rend="CharOverride-1">di più contenuta, ma non umana, non c’è stata </hi><hi rend="CharOverride-1">la liberazione attraverso il lavoro ma la sconfitta del movimento </hi><hi rend="CharOverride-1">operaio, e quindi difficilmente dal presente precario e popolato di</hi><hi rend="CharOverride-1"> </hi><hi rend="italic CharOverride-1">working poor</hi><hi rend="CharOverride-1"> è possibile scorgere un sole dell’avvenire. Significativamente</hi><hi rend="CharOverride-1"> infatti c’è un tema ricorrente, cupo, drammatico: la morte.</hi><hi rend="CharOverride-1"> Improvvisa, nella fabbrica o nel cantiere mugellano, o lenta, attraverso</hi><hi rend="CharOverride-1"> la consumazione dei corpi al lavoro e l’avvelenamento.</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Ma </hi><hi rend="CharOverride-1">al tempo stesso in questi libri il lavoro, i lavoratori </hi><hi rend="CharOverride-1">e le lavoratrici rivendicano di esserci, di esistere. In una</hi><hi rend="CharOverride-1"> contemporaneità lunga in cui è la loro stessa presenza </hi><hi rend="CharOverride-1">a essere negata, non raccontata, nascosta, nella politica e nella </hi><hi rend="CharOverride-1">cultura, si rivendica una soggettività personale e collettiva che c’</hi><hi rend="CharOverride-1">è: fisicamente, con i propri corpi; culturalmente, con i </hi><hi rend="CharOverride-1">propri scritti; stilistica, con la propria lingua, vernacolo, dialetto, con</hi><hi rend="CharOverride-1"> la lingua parlata che si eleva a lingua scritta. Una</hi><hi rend="CharOverride-1"> rivendicazione che sposta il tiro dalla narrativa dominante del primo</hi><hi rend="CharOverride-1"> quindicennio del XXI secolo, quella che Prunetti chiama la «</hi><hi rend="CharOverride-1">narrativa del precariato»: perché qui non c’è lo </hi><hi rend="CharOverride-1">scontro tra generazioni, i vecchi tutelati e previlegiati contro i </hi><hi rend="CharOverride-1">giovani precarizzati, ma c’è la continuità dei destini, la </hi><hi rend="CharOverride-1">frattura di classe che riappare e che riprende il centro </hi><hi rend="CharOverride-1">del discorso al posto di quella generazionale, e così facendo</hi><hi rend="CharOverride-1"> ponendo di nuovo una domanda, vaga ma chiara, di alternativa</hi><hi rend="CharOverride-1">. Uno spettro.</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Su tutt’altro registro si muove invece Vitaliano</hi><hi rend="CharOverride-1"> Trevisan nel suo straripante </hi><hi rend="italic CharOverride-1">Works</hi><hi rend="CharOverride-1"> (Trevisan 2016). Si tratta </hi><hi rend="CharOverride-1">di un memoir dove l’autore ripercorre la propria vita </hi><hi rend="CharOverride-1">attraverso il prisma del lavoro, o per meglio dire dei </hi><hi rend="CharOverride-1">tanti, tantissimi, lavori che ha svolto. Lavori di ufficio, lavori </hi><hi rend="CharOverride-1">manuali, lavori illegali, lavori in regola – pochi – e </hi><hi rend="CharOverride-1">lavori non in regola. Siamo nel Veneto, quasi sempre nel </hi><hi rend="CharOverride-1">vicentino – salvo alcune uscite all’esterno, come in Germania </hi><hi rend="CharOverride-1">– ed a far compagnia all’autore, nelle sue peregrinazioni</hi><hi rend="CharOverride-1"> lavorative, il Giornale di Vicenza con la sua pagina </hi><hi rend="CharOverride-1">degli annunci. Ma quella di Trevisan non è una storia </hi><hi rend="CharOverride-1">di precarietà. Nato nel 1960, la sua prima esperienza lavorativa </hi><hi rend="CharOverride-1">è del 1976. Siamo quindi davanti a un autore di </hi><hi rend="CharOverride-1">una generazione che si muove a cavallo tra l’epoca </hi><hi rend="CharOverride-1">del fordismo maturo e quella della ristrutturazione e della precarizzazione. </hi><hi rend="CharOverride-1">Ma quella di Trevisan non è una storia di precariato </hi><hi rend="CharOverride-1">perché è lo stesso autore a non cercare un lavoro </hi><hi rend="CharOverride-1">fisso. Come ci avverte fin dagli inizi, le vicende del </hi><hi rend="CharOverride-1">libro sono ambientate nella sua ‘prima’ vita, dove l’autore </hi><hi rend="CharOverride-1">sopravvive con l’obiettivo di riuscire, prima o poi, a </hi><hi rend="CharOverride-1">diventare uno scrittore, quello che alla fine riesce a fare </hi><hi rend="CharOverride-1">iniziando così la sua ‘seconda’ vita. I lavori sono quindi </hi><hi rend="CharOverride-1">un modo per stare a galla, per tirare avanti, in </hi><hi rend="CharOverride-1">quella che progressivamente diviene una ricerca del lavoro più adatto </hi><hi rend="CharOverride-1">per poter fare l’altro lavoro, scrivere, fuori dagli orari </hi><hi rend="CharOverride-1">di lavoro. Un lavoro adatto non solo per i tempi</hi><hi rend="CharOverride-1"> e gli orari, ma anche per la mente, in un</hi><hi rend="CharOverride-1"> percorso che progressivamente lo porta dapprima a considerare i lavori</hi><hi rend="CharOverride-1"> manuali più adatti di quelli di ufficio, salvo poi rimettere</hi><hi rend="CharOverride-1"> tutto in discussione nel corso della sua vita. Perché lavorare</hi><hi rend="CharOverride-1"> non è privo di conseguenze, le diverse esperienze conducono all</hi><hi rend="CharOverride-1">’introspezione, influenzano, traumatizzano. Ed infatti progressivamente Trevisan si interroga inquieto</hi><hi rend="CharOverride-1"> sul senso di tutta questa instabilità, sulle occasioni perse, sul</hi><hi rend="CharOverride-1"> piacere nello svolgere bene il proprio lavoro che però, in</hi><hi rend="CharOverride-1"> alcune circostanze, lo aveva portato all’ambizione, all’arroganza, a</hi><hi rend="CharOverride-1"> perdere volontariamente lavori dove stava bene. Ma nel corso del</hi><hi rend="CharOverride-1"> gigantesco monologo dell’autore incontriamo anche il mondo del lavoro</hi><hi rend="CharOverride-1"> del nordest, una schiera infinta di lavoratori di cui Trevisan</hi><hi rend="CharOverride-1"> ci restituisce l’umanità – a volte con empatia, altre</hi><hi rend="CharOverride-1"> con antipatia – la frammentazione, la solitudine, i rari momenti</hi><hi rend="CharOverride-1"> comunitari, confinati nei lavori più umili e pericolosi come quelli</hi><hi rend="CharOverride-1"> dell’edilizia, dove si riaffaccia una cultura popolare fatta di</hi><hi rend="CharOverride-1"> trattorie e ‘ambienti’ di lavoro intesi non come luoghi ma</hi><hi rend="CharOverride-1"> come comunità. Accanto a questa dimensione, quella dei comportamenti delle</hi><hi rend="CharOverride-1"> aziende, dei padroni e dei dirigenti, connotati da sprezzo, angherie,</hi><hi rend="CharOverride-1"> illogicità, dove l’illegalità e il sopruso appaiono come</hi><hi rend="CharOverride-1"> la regola più che l’eccezione. Elementi che riappariranno </hi><hi rend="CharOverride-1">anche nella sua seconda vita, nel lavoro culturale. È un </hi><hi rend="CharOverride-1">lavoro che non lascia scampo quello raccontato da Trevisan, in</hi><hi rend="CharOverride-1"> cui «gli </hi><hi rend="italic CharOverride-1">insaporitori </hi><hi rend="CharOverride-1">al soldo del potere hanno fatto fuori</hi><hi rend="CharOverride-1"> il lavoro, e la dignità a esso legata, […] attraverso</hi><hi rend="CharOverride-1"> la negazione delle classi sociali» (Trevisan 2016, 503) e dove</hi><hi rend="CharOverride-1"> «l’origine è un vestito che uno non smette mai»</hi><hi rend="CharOverride-1"> (Trevisan 2016, 532), e che fa riapparire di nuovo </hi><hi rend="CharOverride-1">lo spettro.</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Non a caso Prunetti riprende la formula marxiana per</hi><hi rend="CharOverride-1"> aprire il suo ultimo libro, uscito nel 2022, </hi><hi rend="italic CharOverride-1">Non è</hi><hi rend="italic CharOverride-1"> un pranzo di gala. Indagine sulla letteratura working class</hi><hi rend="CharOverride-1"> (Prunetti</hi><hi rend="CharOverride-1"> 2022). È un libro diverso dai precedenti, perché si </hi><hi rend="CharOverride-1">propone di definire un campo, in Italia, dentro cui inserire </hi><hi rend="CharOverride-1">le tipologie di scritture di cui stiamo parlando. Ma non </hi><hi rend="CharOverride-1">di tutte le scritture sul lavoro bensì solo quelle di </hi><hi rend="CharOverride-1">un tipo ben preciso. Scrive Prunetti (2022, 9-11): </hi></p><p rend="quotation_b" ><hi rend="CharOverride-1">Uno spettro si</hi><hi rend="CharOverride-1"> aggira nel mondo dell’editoria tra le due sponde dell</hi><hi rend="CharOverride-1">’Atlantico, turbando i sogni di chi aveva proclamato che la</hi><hi rend="CharOverride-1"> classe operaia non esiste più, che neanche la società esiste</hi><hi rend="CharOverride-1"> e che a tutta questa merda non c’è alternativa.</hi><hi rend="CharOverride-1"> Questo spettro, evocato di tanto in tanto, continua a battere</hi><hi rend="CharOverride-1"> colpi e la sua presenza inizia a manifestarsi nel campo</hi><hi rend="CharOverride-1"> letterario, nell’industria editoriale, nella critica dello stato dell’arte.</hi><hi rend="CharOverride-1"> […] Quello spettro è il rimosso letterario di vite fin</hi><hi rend="CharOverride-1"> troppo concrete e per nulla romanzesche, vite di persone che</hi><hi rend="CharOverride-1"> l’industria editoriale considera troppo ignoranti per leggere, che spesso</hi><hi rend="CharOverride-1"> non leggono perché non si vedono rappresentate nelle storie che</hi><hi rend="CharOverride-1"> si pubblicano. Persone ‘prive di buon gusto’ perché povere </hi><hi rend="CharOverride-1">e incolte, inadeguate alle circostanze che contano. Persone che non </hi><hi rend="CharOverride-1">riescono a raccontare la propria storia perché troppo occupate a </hi><hi rend="CharOverride-1">fare tre lavori, persone che ‘la musica della poesia’ non </hi><hi rend="CharOverride-1">la sentono perché nelle orecchie hanno il suono monotono e </hi><hi rend="CharOverride-1">brutale della lavastoviglie di un ristorante. Persone che non possono </hi><hi rend="CharOverride-1">dedicare tempo e denaro a sviluppare competenze testuali o a </hi><hi rend="CharOverride-1">frequentare scuole di scrittura o a costruire reti di contatti </hi><hi rend="CharOverride-1">editoriali. Persone che puliscono le case delle persone che scrivono </hi><hi rend="CharOverride-1">libri o che pubblicano libri. Quello spettro è il rimosso </hi><hi rend="CharOverride-1">della deprivazione culturale imposta alla classe lavoratrice, è la risposta </hi><hi rend="CharOverride-1">della classe lavoratrice al classismo strutturale del mondo delle lettere, </hi><hi rend="CharOverride-1">della cultura, dell’editoria, dell’accademia, dell’arte. […] Uno </hi><hi rend="CharOverride-1">spettro che ha tanti nomi e nessuno: io lo chiamerò </hi><hi rend="italic CharOverride-1">letteratura working class</hi><hi rend="CharOverride-1">.</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Quest’ultimo lavoro di Prunetti utilizza ancora </hi><hi rend="CharOverride-1">una volta più registri per affrontare più aspetti. Il tema ‘</hi><hi rend="CharOverride-1">lavoro’ nelle opere letterarie, ma anche il lavoro dello </hi><hi rend="CharOverride-1">scrittore nell’editoria, intervallato immancabilmente dal quarto capitolo delle </hi><hi rend="CharOverride-1">vicissitudini dell’autore. Per Prunetti – curatore della collana </hi><hi rend="italic CharOverride-1">Working</hi><hi rend="italic CharOverride-1"> class</hi><hi rend="CharOverride-1"> delle Edizioni Alegre, per la quale è uscito anche</hi><hi rend="CharOverride-1"> un libro corale sulla lotta degli operai della GKN –</hi><hi rend="CharOverride-1"> la letteratura working class è fatta di </hi></p><p rend="quotation_b" ><hi rend="CharOverride-1">scritture sul mondo</hi><hi rend="CharOverride-1"> del lavoro con un punto di vista interno, in anni</hi><hi rend="CharOverride-1"> di deindustrializzazione, fatte da lavoratori a basso reddito o da</hi><hi rend="CharOverride-1"> persone </hi><hi rend="italic CharOverride-1">with a working-class background</hi><hi rend="CharOverride-1"> […] ossia figli di operai,</hi><hi rend="CharOverride-1"> cresciuti e socializzati in famiglie che vivevano nei quartieri popolari;</hi><hi rend="CharOverride-1"> oppure da membri della nuova classe lavoratrice precaria dei servizi</hi><hi rend="CharOverride-1"> delle pulizie, della ristorazione, della logistica: dalla nuova working class</hi><hi rend="CharOverride-1"> a cui appartengono anche i </hi><hi rend="italic CharOverride-1">working poor</hi><hi rend="CharOverride-1"> e i disoccupati</hi><hi rend="CharOverride-1"> con o senza laurea, i cottimari dei lavori, anche cognitivi,</hi><hi rend="CharOverride-1"> malpagati e i precari dei lavori a chiamata. Una classe</hi><hi rend="CharOverride-1"> instabile e in continuo movimento. Una classe che per esistere</hi><hi rend="CharOverride-1"> ha bisogno di crearsi un proprio immaginario (Prunetti 2022, 16)</hi><hi rend="CharOverride-1">. </hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Un immaginario continuamente negato, come già sottolineato da Trevisan: </hi></p><p rend="quotation_b" ><hi rend="CharOverride-1">Un libro racconta la storia di un educatore precario, figlio </hi><hi rend="CharOverride-1">di un operaio di una fonderia. Padre e figlio si </hi><hi rend="CharOverride-1">incontrano a parlare il sabato pomeriggio allo stadio. Come viene </hi><hi rend="CharOverride-1">descritto quel romanzo inglese in Italia? Come un libro sul </hi><hi rend="CharOverride-1">calcio. Ma in realtà è un racconto sulla classe operaia </hi><hi rend="CharOverride-1">(Prunetti 2022, 27).</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Sul secondo versante, il lavoro nell’industria </hi><hi rend="CharOverride-1">culturale, l’autore apre un capitolo nuovo, già affiorato anche </hi><hi rend="CharOverride-1">in Trevisan, partendo dal dato della scarsa presenza in questo </hi><hi rend="CharOverride-1">settore di persone con una provenienza sociale radicata nelle classi </hi><hi rend="CharOverride-1">lavoratrici. Prunetti si sofferma ad analizzare i motivi strutturali che </hi><hi rend="CharOverride-1">limitano di fatto l’accesso al lavoro culturale, e nello </hi><hi rend="CharOverride-1">specifico di scrittore e scrittrice, a chi proviene da ambienti </hi><hi rend="CharOverride-1">proletari: la mancanza di un ‘capitale’ culturale e socio-relazionale nelle</hi><hi rend="CharOverride-1"> famiglie di provenienza a cui poter attingere; modi di </hi><hi rend="CharOverride-1">fare, di essere, di vestire e di parlare che continuano </hi><hi rend="CharOverride-1">a connotare la loro provenienza ‘di classe’, risolvendosi in </hi><hi rend="CharOverride-1">una marginalizzazione; i meccanismi perversi che, attraverso la trappola della</hi><hi rend="CharOverride-1"> felicità sociale, costruiscono nel comparto lavori malpagati; la difficoltà a</hi><hi rend="CharOverride-1"> sostenersi economicamente durante un percorso che è tagliato su misura</hi><hi rend="CharOverride-1"> per chi può attingere a risorse familiari, e che quindi</hi><hi rend="CharOverride-1"> ha anche il ‘tempo’ per poterlo affrontare.</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Perché per scrivere</hi><hi rend="CharOverride-1"> servono soldi e tempo – per leggere, per ascoltare, </hi><hi rend="CharOverride-1">per fare cose nel mondo, per pensare e infine per </hi><hi rend="CharOverride-1">scrivere. Tempo e risorse che chi lavora spesso non ha,</hi><hi rend="CharOverride-1"> dovendo rubare le ore al lavoro e al sonno per</hi><hi rend="CharOverride-1"> poter scrivere. Tempo che è necessario liberare, perché per </hi><hi rend="CharOverride-1">scrivere serve il tempo per ‘oziare’.</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Per concludere, torniamo alla</hi><hi rend="CharOverride-1"> domanda iniziale: queste opere – che rappresentano uno spaccato della</hi><hi rend="CharOverride-1"> produzione letteraria certamente non esaustivo – che idea di lavoro</hi><hi rend="CharOverride-1"> ci restituiscono, nell’Italia delle crisi che si accavallano l</hi><hi rend="CharOverride-1">’una sull’altra? Cercarvi un’idea di lavoro generale, in</hi><hi rend="CharOverride-1"> positivo, chiaramente enunciata, ci porterebbe poco lontano. Come spesso accade</hi><hi rend="CharOverride-1"> nella narrativa quest’idea va ricercata fra le righe, nel</hi><hi rend="CharOverride-1"> suono complessivo delle corde che vengono toccate, e si </hi><hi rend="CharOverride-1">tratta soprattutto di un riflesso. Trevisan approccia i suoi </hi><hi rend="italic CharOverride-1">works</hi><hi rend="CharOverride-1"> </hi><hi rend="CharOverride-1">come uno strumento finalizzato ad arrivare al ‘suo’ vero lavoro, </hi><hi rend="CharOverride-1">lo scrittore, salvo poi porsi diverse domande critiche sui meccanismi </hi><hi rend="CharOverride-1">del lavoro culturale una volta raggiunto faticosamente l’agognato approdo. </hi><hi rend="CharOverride-1">Ma la sua è sempre una ricerca individuale. Anche quando </hi><hi rend="CharOverride-1">racconta di aver provato a spronare i compagni di lavoro </hi><hi rend="CharOverride-1">a rivendicare i propri diritti è una rivendicazione che si </hi><hi rend="CharOverride-1">ferma, letteralmente, al minimo sindacale, non c’è spazio per</hi><hi rend="CharOverride-1"> la proposta politica. Evangelisti, Baldanzi, Prunetti, Brentari, Wu Ming 2</hi><hi rend="CharOverride-1"> e il Collettivo MetalMente si situano invece sempre su una</hi><hi rend="CharOverride-1"> dimensione dove l’individuale è parte del collettivo ma la</hi><hi rend="CharOverride-1"> corda suona sempre la musica del racconto della dignità negata,</hi><hi rend="CharOverride-1"> dei soprusi, della fatica, delle malattie, della resistenza. Apparentemente anche</hi><hi rend="CharOverride-1"> qui non c’è spazio per la proposta perché nell</hi><hi rend="CharOverride-1">’Italia del lavoro ‘negato’ quello spazio viene tutto occupato dalla</hi><hi rend="CharOverride-1"> denuncia e dal grido che intende affermare la propria esistenza.</hi><hi rend="CharOverride-1"> Ma è proprio qui, ascoltando questa musica dura, che appare</hi><hi rend="CharOverride-1"> di riflesso l’idea di lavoro. Perché dire come non</hi><hi rend="CharOverride-1"> deve essere il lavoro – e su questo tutti gli</hi><hi rend="CharOverride-1"> autori mostrano una certa convergenza – ci porta a mezza</hi><hi rend="CharOverride-1"> strada e ci indica quindi come dovrebbe essere, per contrapposizione.</hi><hi rend="CharOverride-1"> Dunque prima di tutto un lavoro sano, che non uccide.</hi><hi rend="CharOverride-1"> Un lavoro in regola, giustamente retribuito, rispettato dai padroni, dai</hi><hi rend="CharOverride-1"> manager, dai direttori, dai tecnici, dai capi e capetti ai</hi><hi rend="CharOverride-1"> vari livelli. E poi un lavoro che abbia dignità sociale</hi><hi rend="CharOverride-1"> e che sia anche strumento per la dignità umana, con</hi><hi rend="CharOverride-1"> il riconoscimento del ‘saper fare’ e con la possibilità </hi><hi rend="CharOverride-1">di provare soddisfazione nel fare, bene, il proprio lavoro. E </hi><hi rend="CharOverride-1">poi un lavoro che lasci il tempo per vivere (si </hi><hi rend="CharOverride-1">lavora per vivere, non si vive per lavorare), dove fare</hi><hi rend="CharOverride-1"> quello che si vuole, non come tregua ma come tempo</hi><hi rend="CharOverride-1"> di cui riappropriarsi. Ma anche un lavoro dove lo</hi><hi rend="CharOverride-1"> stesso tempo del lavoro necessità di essere ripensato, immaginato di</hi><hi rend="CharOverride-1"> nuovo, alla ricerca di nuove forme di regolazione. É </hi><hi rend="CharOverride-1">un’idea di lavoro che sta ancora cercando forme compiute, </hi><hi rend="CharOverride-1">dopo che nel Novecento la rovina del socialismo ha disintegrato </hi><hi rend="CharOverride-1">le speranze precedenti, e che faticosamente cerca di emergere come </hi><hi rend="CharOverride-1">alternativa rispetto a quell’idea egemonica del lavoro inteso come </hi><hi rend="CharOverride-1">il farsi imprenditori di sé stessi imposta da un quarantennio </hi><hi rend="CharOverride-1">di discorso neoliberista, la cui struttura è irrimediabilmente crepata ma </hi><hi rend="CharOverride-1">ancora in piedi. Trovare la strada per sviluppare un’idea </hi><hi rend="CharOverride-1">di lavoro generale che proponga una nuova sintesi applicabile tra </hi><hi rend="CharOverride-1">gestione del tempo, diritti, potere e vita è la sfida </hi><hi rend="CharOverride-1">del XXI secolo.</hi></p><p rend="h2" ><hi>Riferimenti bibliografici</hi></p><p rend="bib_indx_bib" ><hi rend="CharOverride-1">Avallone, Silvia. 2010. </hi><hi rend="italic CharOverride-1">Acciaio</hi><hi rend="CharOverride-1">. Milano: Rizzoli.</hi></p><p rend="bib_indx_bib" ><hi rend="CharOverride-1">Baldanzi, Simona. 2006. </hi><hi rend="italic CharOverride-1">Figlia di una vestaglia blu</hi><hi rend="CharOverride-1">. Roma: Fazi.</hi></p><p rend="bib_indx_bib" ><hi rend="CharOverride-1">Bigatti, Giorgio, e Giuseppe </hi><hi rend="CharOverride-1">Lupo, a cura di. 2013 </hi><hi rend="italic CharOverride-1">Fabbrica di carta. I libri che raccontano l’Italia industriale</hi><hi rend="CharOverride-1">. Roma-Bari: Laterza.</hi></p><p rend="bib_indx_bib" ><hi rend="CharOverride-1">Collettivo MetalMente. </hi><hi rend="CharOverride-1">2017. </hi><hi rend="italic CharOverride-1">Meccanoscritto</hi><hi rend="CharOverride-1">, con Wu Ming 2 e Ivan Brentari. Roma:</hi><hi rend="CharOverride-1"> Alegre.</hi></p><p rend="bib_indx_bib" ><hi rend="CharOverride-1">Evangelisti, Valerio. 2011. </hi><hi rend="italic CharOverride-1">One Big Union</hi><hi rend="CharOverride-1">. Milano: Mondadori.</hi></p><p rend="bib_indx_bib" ><hi rend="CharOverride-1">Evangelisti, Valerio. 2013. </hi><hi rend="italic CharOverride-1">Il sole dell’avvenire</hi><hi rend="CharOverride-1">.</hi><hi rend="italic CharOverride-1"> Vivere lavorando o morire combattendo</hi><hi rend="CharOverride-1">. Milano: Mondadori.</hi></p><p rend="bib_indx_bib" ><hi rend="CharOverride-1">Evangelisti, Valerio. 2014. </hi><hi rend="italic CharOverride-1">Il sole dell’avvenire</hi><hi rend="CharOverride-1">.</hi><hi rend="italic CharOverride-1"> Chi ha del ferro ha del pane</hi><hi rend="CharOverride-1">. Milano:</hi><hi rend="CharOverride-1"> Mondadori. </hi></p><p rend="bib_indx_bib" ><hi rend="CharOverride-1">Evangelisti, Valerio. 2016. </hi><hi rend="italic CharOverride-1">Il sole dell’avvenire</hi><hi rend="CharOverride-1">.</hi><hi rend="italic CharOverride-1"> Nella notte ci guidano le stelle</hi><hi rend="CharOverride-1">. Milano: Mondadori. </hi></p><p rend="bib_indx_bib" ><hi rend="CharOverride-1">Garruccio, </hi><hi rend="CharOverride-1">Roberta. 2021. “Fighting di classe: arti marziali, guard labor e </hi><hi rend="CharOverride-1">logistica. Nota su una giuntura non ovvia nel nord dell’</hi><hi rend="CharOverride-1">Italia post-industriale.” </hi><hi rend="italic CharOverride-1">Il De Martino. Storie, voci, suoni</hi><hi rend="CharOverride-1"> 32: 188-203.</hi></p><p rend="bib_indx_bib" ><hi rend="CharOverride-1">Prunetti, Alberto. 2012. </hi><hi rend="italic CharOverride-1">Amianto. Una storia operaia</hi><hi rend="CharOverride-1">. </hi><hi rend="CharOverride-1">Milano: Agenzia X.</hi></p><p rend="bib_indx_bib" ><hi rend="CharOverride-1">Prunetti, Alberto. 2018. </hi><hi rend="italic CharOverride-1">108 metri. The new working class hero</hi><hi rend="CharOverride-1">. Roma-Bari: Laterza.</hi></p><p rend="bib_indx_bib" ><hi rend="CharOverride-1">Prunetti, Alberto.</hi><hi rend="CharOverride-1"> 2020. </hi><hi rend="italic CharOverride-1">Nel girone dei bestemmiatori. Una commedia operaia</hi><hi rend="CharOverride-1">. Roma-Bari: Laterza.</hi></p><p rend="bib_indx_bib" ><hi rend="CharOverride-1">Prunetti, Alberto. 2022. </hi><hi rend="italic CharOverride-1">Non è un pranzo di gala. Indagine sulla letteratura working class</hi><hi rend="CharOverride-1">. Roma: </hi><hi rend="CharOverride-1">Minimum fax.</hi></p><p rend="bib_indx_bib" ><hi rend="CharOverride-1">Trevisan, Vitaliano. 2016. </hi><hi rend="italic CharOverride-1">Works</hi><hi rend="CharOverride-1">. Torino: Einaudi (nuova edizione </hi><hi rend="CharOverride-1">ampliata Einaudi, 2022).</hi></p><p rend="bib_indx_bib" ><hi rend="CharOverride-1">Vergallo, Luigi. 2021. “I denti per terra.”</hi><hi rend="CharOverride-1"> </hi><hi rend="italic CharOverride-1">Il De Martino. Storie, voci, suoni</hi><hi rend="CharOverride-1"> 32: 181-87. </hi></p><list type="ordered">
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-2"><ref target="OP08885_int_online_chapter_248_1579-1587.html#footnote-002-backlink">1</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	Per un utile per una panoramica ed un’antologia della produzione italiana di ‘letteratura industriale’, ma con un punto di vista che si avvicina più alla storia d’impresa che alla storia del lavoro, vedi </hi><hi rend="italic CharOverride-1">Fabbrica di carta</hi><hi rend="CharOverride-1"> (Bigatti e Lupo 2013).</hi></p></item>
				</list><list type="ordered">
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-2"><ref target="OP08885_int_online_chapter_248_1579-1587.html#footnote-001-backlink">2</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	Sullo stesso numero un’</hi><hi rend="CharOverride-1">utilissima inchiesta di Roberta Garruccio (2021, 188-203) contribuisce a inquadrare </hi><hi rend="CharOverride-1">il fenomeno.</hi></p></item>
				</list><list type="ordered">
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-2"><ref target="OP08885_int_online_chapter_248_1579-1587.html#footnote-000-backlink">3</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	Acronimo di Rappresentante dei lavoratori per la sicurezza</hi><hi rend="CharOverride-1"> territoriale, figura scelta dai lavoratori di un territorio per </hi><hi rend="CharOverride-1">controllare e stimolare il rispetto delle regole su salute e sicurezza da parte dei datori.</hi></p></item>
				</list>  
      
      <div>
        <listBibl>
          <head>References</head>
          <bibl n="147709">Avallone, Silvia. 2010. Acciaio. Milano: Rizzoli.</bibl>
          <bibl n="147495">Baldanzi, Simona. 2006. Figlia di una vestaglia blu. Roma: Fazi.</bibl>
          <bibl n="145414">Bigatti, Giorgio, e Giuseppe Lupo, a cura di. 2013 Fabbrica di carta. I libri che raccontano l’Italia industriale. Roma-Bari: Laterza.</bibl>
          <bibl n="146826">Collettivo MetalMente. 2017. Meccanoscritto, con Wu Ming 2 e Ivan Brentari. Roma: Alegre.</bibl>
          <bibl n="147556">Evangelisti, Valerio. 2011. One Big Union. Milano: Mondadori.</bibl>
          <bibl n="146199">Evangelisti, Valerio. 2013. Il sole dell’avvenire. Vivere lavorando o morire combattendo. Milano: Mondadori.</bibl>
          <bibl n="146498">Evangelisti, Valerio. 2014. Il sole dell’avvenire. Chi ha del ferro ha del pane. Milano: Mondadori.</bibl>
          <bibl n="146359">Evangelisti, Valerio. 2016. Il sole dell’avvenire. Nella notte ci guidano le stelle. Milano: Mondadori.</bibl>
          <bibl n="144389">Garruccio, Roberta. 2021. “Fighting di classe: arti marziali, guard labor e logistica. Nota su una giuntura non ovvia nel nord dell’Italia post-industriale.” Il De Martino. Storie, voci, suoni 32: 188-203.</bibl>
          <bibl n="147301">Prunetti, Alberto. 2012. Amianto. Una storia operaia. Milano: Agenzia X.</bibl>
          <bibl n="146998">Prunetti, Alberto. 2018. 108 metri. The new working class hero. Roma-Bari: Laterza.</bibl>
          <bibl n="146603">Prunetti, Alberto. 2020. Nel girone dei bestemmiatori. Una commedia operaia. Roma-Bari: Laterza.</bibl>
          <bibl n="146131">Prunetti, Alberto. 2022. Non &amp;#232; un pranzo di gala. Indagine sulla letteratura working class. Roma: Minimum fax.</bibl>
          <bibl n="146797">Trevisan, Vitaliano. 2016. Works. Torino: Einaudi (nuova edizione ampliata Einaudi, 2022).</bibl>
          <bibl n="146798">Vergallo, Luigi. 2021. “I denti per terra.” Il De Martino. Storie, voci, suoni 32: 181-87.</bibl>
        </listBibl>
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