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        <title type="main" level="a">Lavoro e welfare oltre la distinzione tra ‘politiche economiche’ e ‘politiche sociali’</title>
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            <forename>Laura</forename>
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          <resp>This is a section of <title>Idee di lavoro e di ozio per la nostra civiltà</title>(DOI: <idno type="DOI">10.36253/979-12-215-0319-7</idno>) by </resp>
          <name>Giovanni Mari, Francesco Ammannati, Brogi Stefano, Tiziana Faitini, Arianna Fermani, Francesco Seghezzi, Annalisa Tonarelli</name>
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        <publisher>Firenze University Press</publisher>
        <pubPlace>Florence</pubPlace>
        <date when="2024">2024</date>
        <idno type="DOI">https://doi.org/10.36253/979-12-215-0319-7.181</idno>
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          <p>Available for academic research purposes</p>
          <p>Open Access</p>
          <p>Copyright Author(s)</p>
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        <p>This is original content, published for academic research purposes</p>
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        <p>The essay  examines  the reasons why the neoliberalism, with his dynamics of privatization, has broken the nexus between work and welfare state and the way by which the nexus can be restored beyond the disntinction between economic policies and social policies.</p>
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      <p>It is available online at https://doi.org/10.36253/979-12-215-0319-7.181<ref target="https://doi.org/10.36253/979-12-215-0319-7.181" /></p>
      
      
      <p rend="h1_chapter">Lavoro e <hi rend="italic">welfare</hi> oltre la distinzione tra ‘politiche economiche’ e ‘politiche sociali’</p><p rend="h1_author ParaOverride-1" ><hi rend="CharOverride-1">Laura Pennacchi</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Negli ultimi decenni il tramonto </hi><hi rend="CharOverride-1">del fordismo e l’avanzare della globalizzazione </hi><hi rend="italic CharOverride-1">unleashed</hi><hi rend="CharOverride-1"> (scatenata) </hi><hi rend="CharOverride-1">neoliberistica hanno accentuato la contrazione del lavoro manifatturiero e l’</hi><hi rend="CharOverride-1">espansione del lavoro nei servizi, in un processo in cui </hi><hi rend="CharOverride-1">la delocalizzazione della manifattura dai paesi occidentali, l’automazione, la</hi><hi rend="CharOverride-1"> contrazione dei sostegni del </hi><hi rend="italic CharOverride-1">welfare</hi><hi rend="CharOverride-1"> state pubblico, l’esplosione </hi><hi rend="CharOverride-1">della disoccupazione e della precarizzazione gravanti soprattutto sulle donne e </hi><hi rend="CharOverride-1">sui giovani, la faglia disegualitaria, hanno fatto un tutt’</hi><hi rend="CharOverride-1">uno ancora insufficientemente indagato ed esplorato. Così l’‘oscuramento teorico</hi><hi rend="CharOverride-1">’ delle problematiche del lavoro si è riflesso anche sulla </hi><hi rend="CharOverride-1">limitata conoscenza che abbiamo della rete ‘lavoro e </hi><hi rend="italic CharOverride-1">welfare</hi><hi rend="CharOverride-1">’.</hi><hi rend="CharOverride-1"> Tuttavia, è indubbio che l’occupazione nei servizi è cresciuta</hi><hi rend="CharOverride-1"> moltissimo, anche in quelli di </hi><hi rend="italic CharOverride-1">welfare</hi><hi rend="CharOverride-1">, benché in questi </hi><hi rend="CharOverride-1">ultimi prevalentemente nel settore privato, in modo distorto dalle dinamiche </hi><hi rend="CharOverride-1">di privatizzazione – di sanità, istruzione, università, previdenza – che sono </hi><hi rend="CharOverride-1">state, insieme alla svalutazione del lavoro, una delle caratteristiche fondamentali </hi><hi rend="CharOverride-1">del neoliberismo marcato da una irrimediabile ostilità allo Stato e </hi><hi rend="CharOverride-1">alle istituzioni pubbliche. È indubbio anche che le quote residue</hi><hi rend="CharOverride-1"> dell’occupazione manifatturiera non sono irrilevanti e sono, anzi, probabilmente</hi><hi rend="CharOverride-1"> destinate ad aumentare in conseguenza delle politiche di </hi><hi rend="italic CharOverride-1">reshoring</hi><hi rend="CharOverride-1"> adottate</hi><hi rend="CharOverride-1"> più di recente da molti paesi sviluppati, primo fra tutti</hi><hi rend="CharOverride-1"> gli USA. Questi soli fatti contraddicono in modo eclatante la</hi><hi rend="CharOverride-1"> tesi della ‘fine del lavoro’ su cui si è</hi><hi rend="CharOverride-1"> esercitato, anche a sinistra, un puerile quanto infondato entusiasmo, perdurante</hi><hi rend="CharOverride-1"> anche a fronte delle clamorose smentite dalla storia (</hi><hi rend="italic CharOverride-1">La </hi><hi rend="italic CharOverride-1">fine del lavoro</hi><hi rend="CharOverride-1"> del futurologo Rifkin uscì nel 1995 e </hi><hi rend="CharOverride-1">fu immediatamente seguito – per l’ingresso della Cina nell’</hi><hi rend="CharOverride-1">arena mondiale – da quello che si sarebbe rivelato addirittura </hi><hi rend="CharOverride-1">un raddoppio delle forze di lavoro globali</hi><hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi><ref target="OP08885_int_online_chapter_260_1651-1659.html#footnote-004">1</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">). Del resto, </hi><hi rend="CharOverride-1">la fine del lavoro corrisponderebbe, in realtà – afferma Alain </hi><hi rend="CharOverride-1">Supiot (2020, 23) –, «alla fine dell’umanità come specie</hi><hi rend="CharOverride-1"> creatrice di nuovi oggetti e di nuovi simboli», perché</hi><hi rend="CharOverride-1"> l’apparato simbolico umano non si manifesta solo «nel </hi><hi rend="CharOverride-1">nostro linguaggio ma anche nelle nostre opere», ogni singolo </hi><hi rend="CharOverride-1">oggetto esprimendo «l’immagine mentale a partire dalla quale è</hi><hi rend="CharOverride-1"> stato fabbricato e che gli dà il suo significato e</hi><hi rend="CharOverride-1"> la sua intellegibilità».</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Il paradosso con cui dobbiamo confrontarci </hi><hi rend="CharOverride-1">è, quindi, lo stridente contrasto tra il peso dell’‘oscuramento </hi><hi rend="CharOverride-1">teorico’ e l’acutezza dello stravolgimento della vita economica e</hi><hi rend="CharOverride-1"> sociale provocato dai profondi cambiamenti degli ultimi anni, accentuati dalla</hi><hi rend="CharOverride-1"> pandemia e dalla guerra in Ucraina ma innescati ben prima</hi><hi rend="CharOverride-1"> di esse. Per sciogliere questo paradosso bisogna chiamare a </hi><hi rend="CharOverride-1">una vera e propria svolta intellettuale in grado di restituirci </hi><hi rend="CharOverride-1">la carica ‘umanistica’ trasformativa racchiusa nel lavoro, a partire </hi><hi rend="CharOverride-1">dalla inscrizione delle problematiche relative in un quadro da ‘grande</hi><hi rend="CharOverride-1"> trasformazione’, ispirandosi a Karl Polanyi. La svolta intellettuale necessaria</hi><hi rend="CharOverride-1"> non può che concentrarsi sulle terribili politiche neoliberiste implementate dai</hi><hi rend="CharOverride-1"> primi anni Ottanta, sull’erosione della sicurezza garantita dal contratto</hi><hi rend="CharOverride-1"> di lavoro che ne è seguita, sull’allentamento delle norme</hi><hi rend="CharOverride-1"> di licenziamento, la creazione di rapporti occupazionali sempre più informali,</hi><hi rend="CharOverride-1"> precari e a bassa remunerazione (Pennacchi 2015) e da qui</hi><hi rend="CharOverride-1"> risalire in su, fino a chiedersi, come fa Axel </hi><hi rend="CharOverride-1">Honneth (2020), che cos’è il lavoro oggi, quale sia </hi><hi rend="CharOverride-1">il suo significato, se si riduca a un ‘fare’ </hi><hi rend="CharOverride-1">in cambio di un salario oppure abbia un orizzonte di </hi><hi rend="CharOverride-1">senso più ampio, se e in quali modi investa la </hi><hi rend="CharOverride-1">biografia e l’identità dell’essere umano nella sua interezza, </hi><hi rend="CharOverride-1">se l’‘associazione tra lavoro e soggettività’, costitutiva della </hi><hi rend="CharOverride-1">modernità, possa essere ristabilita. </hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Tutto ciò richiede, pure per le</hi><hi rend="CharOverride-1"> questioni apparentemente più empiriche concernenti il rapporto lavoro-</hi><hi rend="italic CharOverride-1">welfare</hi><hi rend="CharOverride-1">, innanzitutto</hi><hi rend="CharOverride-1"> una rifondazione filosofica. C’è un’enorme, rinnovata elaborazione intellettuale</hi><hi rend="CharOverride-1"> e culturale da compiere, del genere di quella che sottostà</hi><hi rend="CharOverride-1"> ai piani adottati dall’amministrazione Biden negli Usa al suo</hi><hi rend="CharOverride-1"> insediamento (il </hi><hi rend="italic CharOverride-1">The</hi><hi rend="CharOverride-1"> </hi><hi rend="italic CharOverride-1">American Jobs Plan</hi><hi rend="CharOverride-1">, il </hi><hi rend="italic CharOverride-1">The American </hi><hi rend="italic CharOverride-1">Families Plan</hi><hi rend="CharOverride-1"> ecc.), in cui le innovazioni non riguardano solo</hi><hi rend="CharOverride-1"> il livello dei contenuti specifici, ma investono quello concettuale retrostante,</hi><hi rend="CharOverride-1"> al punto che si può dire che è il grande</hi><hi rend="CharOverride-1"> approfondimento concettuale-culturale che traspare dietro le proposte specifiche a consentire</hi><hi rend="CharOverride-1"> l’incisività delle proposte medesime: si pensi alla scelta di</hi><hi rend="CharOverride-1"> rivoluzionare la categoria stessa di ‘infrastruttura’ annoverando in essa</hi><hi rend="CharOverride-1"> la ‘cura’ intesa in senso molto ampio, come cura</hi><hi rend="CharOverride-1"> delle persone, delle comunità, dei territori, del ‘mondo’. </hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Bisogna inoltre tener conto che l’umanesimo intrinseco alle problematiche </hi><hi rend="CharOverride-1">del lavoro e del </hi><hi rend="italic CharOverride-1">welfare</hi><hi rend="CharOverride-1"> è stato trascinato nella condanna </hi><hi rend="CharOverride-1">più generale dell’umanesimo operata dal postmodernismo, sotto la spinta </hi><hi rend="CharOverride-1">del decostruzionismo</hi><hi rend="italic CharOverride-1"> à la</hi><hi rend="CharOverride-1"> Derrida e del pensiero di Michel </hi><hi rend="CharOverride-1">Foucault, per i quali l’</hi><hi rend="italic CharOverride-1">universale</hi><hi rend="CharOverride-1"> e l’</hi><hi rend="italic CharOverride-1">umano</hi><hi rend="CharOverride-1"> sono </hi><hi rend="CharOverride-1">fantasie totalizzanti. Non dovremmo sottovalutare l’alto livello di ‘contiguità</hi><hi rend="CharOverride-1">’ con l’ideologia neoliberale espresso da decostruzionismo e postmodernismo. </hi><hi rend="CharOverride-1">In vari casi il fastidio culturale verso il lavoro, e </hi><hi rend="CharOverride-1">l’etica del lavoro (per cui si è giunti a </hi><hi rend="CharOverride-1">titolare interi libri a </hi><hi rend="italic CharOverride-1">Lavoro male comune</hi><hi rend="CharOverride-1">), è andato di</hi><hi rend="CharOverride-1"> pari passo con il fastidio verso l’umanesimo, il che</hi><hi rend="CharOverride-1"> è vero per coloro che hanno sostenuto l’idea della</hi><hi rend="CharOverride-1"> ‘liberazione </hi><hi rend="italic CharOverride-1">dal</hi><hi rend="CharOverride-1"> lavoro’ contrapposta a quella della ‘liberazione </hi><hi rend="italic CharOverride-1">del</hi><hi rend="CharOverride-1"> lavoro’</hi><hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi><ref target="OP08885_int_online_chapter_260_1651-1659.html#footnote-003">2</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">. Nemmeno dovremmo sorvolare sul fatto che Foucault</hi><hi rend="CharOverride-1"> rimase affascinato dalle teorizzazioni di Gary Becker sul ‘capitale </hi><hi rend="CharOverride-1">umano’, le quali ci mostrerebbero l’avvenuto superamento dell’</hi><hi rend="CharOverride-1">idea secondo cui forze sistemiche sottraggono al lavoratore la sua </hi><hi rend="CharOverride-1">attività e se ne nutrono per crescere a sue spese, </hi><hi rend="CharOverride-1">poiché il lavoratore non si troverebbe più faccia a faccia </hi><hi rend="CharOverride-1">con la macchina capitalistica ma diventerebbe egli stesso una piccola </hi><hi rend="CharOverride-1">macchina-capitale che produce ricavi. Per questo, alla pena critica per </hi><hi rend="CharOverride-1">la ‘vita offesa’ e per l’umanità umiliata da </hi><hi rend="CharOverride-1">forze sistemiche anonime (Calloni 2016) tanto argomentata da Adorno, è </hi><hi rend="CharOverride-1">molto meglio per Foucault sostituire la costruzione di una miriade </hi><hi rend="CharOverride-1">di «piccole attività di gestione del sé» (Foucault 1980) </hi><hi rend="CharOverride-1">facilmente vivificabili dall’incessante innovazione economica e tecnologica capitalistica. </hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Al </hi><hi rend="CharOverride-1">contrario, il significato profondo del </hi><hi rend="italic CharOverride-1">welfare state</hi><hi rend="CharOverride-1"> è fondare la </hi><hi rend="CharOverride-1">cittadinanza non su individui atomizzati e autoresponsabili, ma sulla </hi><hi rend="italic CharOverride-1">responsabilità </hi><hi rend="italic CharOverride-1">collettiva</hi><hi rend="CharOverride-1">, sul patto sociale che identifica ciò che ci dobbiamo</hi><hi rend="CharOverride-1"> l’un l’altro in quanto concittadini e per </hi><hi rend="CharOverride-1">il cui finanziamento concepiamo la tassazione non come un ‘esproprio</hi><hi rend="CharOverride-1">’ ma come un ‘contributo al bene comune’. Pertanto,</hi><hi rend="CharOverride-1"> bisogna avere consapevolezza di quanto il filone postmoderno e il</hi><hi rend="CharOverride-1"> decostruzionismo siano arrivati a condannare ogni tentativo critico che cerchi</hi><hi rend="CharOverride-1"> di universalizzare la condizione umana ricorrendo a concetti intrinseci al</hi><hi rend="CharOverride-1"> lavoro e al </hi><hi rend="italic CharOverride-1">welfare</hi><hi rend="CharOverride-1"> quali la dignità, la giustizia, la</hi><hi rend="CharOverride-1"> verità, la coscienza, giungendo a bollare l’intera riflessione sul</hi><hi rend="CharOverride-1"> lavoro, sullo sfruttamento e sull’alienazione come ritorno alle illusioni,</hi><hi rend="CharOverride-1"> dichiarate ‘regressive’, di Rousseau, Marx, Fromm, Marcuse. </hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Quanto </hi><hi rend="CharOverride-1">negativamente il neoliberismo abbia influito sul nesso lavoro-</hi><hi rend="italic CharOverride-1">welfare </hi><hi rend="CharOverride-1">emerge se</hi><hi rend="CharOverride-1"> si riflette in modo più ravvicinato sul senso profondo della</hi><hi rend="CharOverride-1"> mercatizzazione e della privatizzazione veicolati dal neoliberismo. In sostanza, </hi><hi rend="CharOverride-1">il neoliberismo – che si è estrinsecato in poderosi processi </hi><hi rend="CharOverride-1">di finanziarizzazione e deregolamentazione, </hi><hi rend="italic CharOverride-1">commodification</hi><hi rend="CharOverride-1"> e privatizzazione, denormativizzazione (Pennacchi 2015) </hi><hi rend="CharOverride-1">– è consistito in un tentativo di reagire alla stagnazione </hi><hi rend="CharOverride-1">dei profitti indotta dalle politiche velfaristiche e di piena occupazione </hi><hi rend="CharOverride-1">dei ‘trent’anni gloriosi’ successivi alla fine della seconda </hi><hi rend="CharOverride-1">guerra mondiale (che avevano sancito una sorta di ‘invarianza’</hi><hi rend="CharOverride-1"> delle quote distributive all’origine anche delle forti tendenze egualitarie</hi><hi rend="CharOverride-1"> di quel periodo) attraverso la compressione delle istanze del </hi><hi rend="CharOverride-1">lavoro e l’acquisizione di nuove fonti di profitto, mediante </hi><hi rend="CharOverride-1">l’accelerazione dell’innovazione, l’ipertrofia finanziaria, l’invenzione di </hi><hi rend="CharOverride-1">nuovi mercati, l’estensione dei principi di mercato alle aree </hi><hi rend="CharOverride-1">fin lì ‘non mercatizzabili’, in primo luogo il </hi><hi rend="italic CharOverride-1">welfare</hi><hi rend="italic CharOverride-1"> state</hi><hi rend="CharOverride-1">. Se l’efficiente determinazione di ogni decisione allocativa </hi><hi rend="CharOverride-1">viene ipotizzata basarsi solo sul mercato e sui suoi segnali </hi><hi rend="CharOverride-1">– vale a dire il sistema dei prezzi – ne </hi><hi rend="CharOverride-1">discende che in principio ogni cosa può essere trattata come </hi><hi rend="CharOverride-1">una merce (</hi><hi rend="italic CharOverride-1">commodity</hi><hi rend="CharOverride-1">). A sua volta la </hi><hi rend="italic CharOverride-1">commodification</hi><hi rend="CharOverride-1"> richiede </hi><hi rend="CharOverride-1">l’attribuzione generalizzata di diritti di proprietà, anche su processi </hi><hi rend="CharOverride-1">e relazioni sociali in precedenza per definizione alieni da tale </hi><hi rend="CharOverride-1">possibilità, e questo comporta la generalizzazione della presunzione che un </hi><hi rend="CharOverride-1">prezzo possa essere attribuito a qualunque cosa, processo, relazione sociale, </hi><hi rend="CharOverride-1">pertanto tutti sottoponibili – in quanto trasformati in materia scambiabile </hi><hi rend="CharOverride-1">– a contratto legale. La mercificazione nasce dalla spinta a </hi><hi rend="CharOverride-1">ritenere mercatizzabile anche aree un tempo considerate non trattabili mediante </hi><hi rend="CharOverride-1">il calcolo di profittabilità. Questa mercatizzazione totale o parziale – </hi><hi rend="CharOverride-1">quando totale è stata la base per estesi ed intensi </hi><hi rend="CharOverride-1">processi di privatizzazione in senso proprio – ha riguardato anche </hi><hi rend="CharOverride-1">istituzioni come le Università e le attività di ricerca e </hi><hi rend="CharOverride-1">ha investito </hi><hi rend="italic CharOverride-1">public utilities</hi><hi rend="CharOverride-1">, quali non solo le comunicazioni e</hi><hi rend="CharOverride-1"> i trasporti ma anche quali l’acqua, e domini culturali,</hi><hi rend="CharOverride-1"> in cui pesano la creatività intellettuale e i patrimoni storici,</hi><hi rend="CharOverride-1"> e molte dimensioni del </hi><hi rend="italic CharOverride-1">welfare </hi><hi rend="CharOverride-1">quali l’assistenza domiciliare, la</hi><hi rend="CharOverride-1"> previdenza integrativa, e perfino la salute e l’istruzione, così</hi><hi rend="CharOverride-1"> arretrando su quel vero e proprio processo di parziale ‘</hi><hi rend="CharOverride-1">demercatizzazione’ – di affrancamento dei cittadini dalla dipendenza del mercato</hi><hi rend="CharOverride-1"> almeno per i bisogni fondamentali come la salute, l’istruzione,</hi><hi rend="CharOverride-1"> il rischio di cadere in povertà in età anziana –</hi><hi rend="CharOverride-1"> che era stata, nella ricostruzione di Polanyi, l’edificazione del</hi><hi rend="CharOverride-1"> </hi><hi rend="italic CharOverride-1">welfare state</hi><hi rend="CharOverride-1">. </hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">L’adozione di un’ottica esasperata di </hi><hi rend="CharOverride-1">mercificazione e di mercatizzazione del lavoro rende irrilevante anche il </hi><hi rend="CharOverride-1">trattamento sociale della disoccupazione: è il mercato, garantendo il corretto </hi><hi rend="CharOverride-1">incontro tra domanda e offerta di lavoro, che risolve il </hi><hi rend="CharOverride-1">problema. Eppure – afferma Richard Sennet (2020, 65) – «</hi><hi rend="CharOverride-1">la perdita del lavoro è la bomba a orologeria del </hi><hi rend="CharOverride-1">capitalismo moderno». Sono molto dolenti e commosse le pagine </hi><hi rend="CharOverride-1">di coloro che descrivono da un lato le implicazioni della </hi><hi rend="CharOverride-1">flessibilizzazione delle organizzazioni e dei rapporti di lavoro in termini </hi><hi rend="CharOverride-1">di riduzione dell’attaccamento, sovvertimento dell’esperienza del tempo, riorientamento </hi><hi rend="CharOverride-1">verso il breve periodo a discapito del lungo termine, prevalere </hi><hi rend="CharOverride-1">di una ‘immediatezza’ mancante di profondità (connessa al dominio </hi><hi rend="CharOverride-1">dell’immagine digitalizzata e di eventi dissociati e serializzati), perdita </hi><hi rend="CharOverride-1">del senso di identità e mancata sincronizzazione con l’evolvere </hi><hi rend="CharOverride-1">del proprio corpo, senso di svalutazione, dall’altro le conseguenze </hi><hi rend="CharOverride-1">della perdita del lavoro in termini di sensazioni di ‘deragliamento</hi><hi rend="CharOverride-1"> personale’ e di ‘deriva’. I lavoratori licenziati sono</hi><hi rend="CharOverride-1"> talmente traumatizzati che non sanno – argomenta Sennett – come</hi><hi rend="CharOverride-1"> inserire l’evento del licenziamento «nei racconti delle loro </hi><hi rend="CharOverride-1">storie», la perdita del lavoro sembrando loro «una sentenza</hi><hi rend="CharOverride-1"> terribile» gravante sul loro capo, pur essendo consapevoli «di</hi><hi rend="CharOverride-1"> essere semplicemente vittime delle circostanze» (Sennet 2020, 68). </hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">L</hi><hi rend="CharOverride-1">’impegno nel lavoro consente di costruire «una strategia interpretativa </hi><hi rend="CharOverride-1">a lungo termine che permette di pianificare, così come di </hi><hi rend="CharOverride-1">affrontare le ingiustizie attuali lavorando per una trasformazione auto-definita nel </hi><hi rend="CharOverride-1">futuro». Il suo venire meno distrugge le basi sia </hi><hi rend="CharOverride-1">delle «strategie interpretative», sia dell’individuazione dell’ingiustizia che,</hi><hi rend="CharOverride-1"> dunque, si fa fatica a riconoscere e a contrastare, il</hi><hi rend="CharOverride-1"> che, peraltro, concorre a spiegare perché tanto disagio e tanta</hi><hi rend="CharOverride-1"> sofferenza da una parte scatenino reazioni personali estreme (aumentano, per</hi><hi rend="CharOverride-1"> esempio, i suicidi da licenziamento), dall’altra non inneschino rivolte</hi><hi rend="CharOverride-1"> e conflitti sociali ma piuttosto manifestazioni di rabbia e di</hi><hi rend="CharOverride-1"> risentimento che spesso si manifestano in forme populistiche-sovranistiche e ‘</hi><hi rend="CharOverride-1">regressive’ (su questi aspetti si vedano Urbinati 2020; Loretoni 2020; Ferrara 2020). Una cosa, tuttavia, dobbiamo tenere a mente: </hi><hi rend="CharOverride-1">sapevamo già prima della pandemia che, come si era rivelato </hi><hi rend="CharOverride-1">falso che lo sviluppo dell’economia dei servizi e la </hi><hi rend="CharOverride-1">dematerializzazione avrebbero provocato un’automatica sostituzione dei vecchi lavori con </hi><hi rend="CharOverride-1">nuovi lavori a più alto contenuto cognitivo e a maggiore </hi><hi rend="CharOverride-1">creatività e conseguente fine dell’alienazione, così non era vero </hi><hi rend="CharOverride-1">che le persone, perfino in condizioni di degrado e di </hi><hi rend="CharOverride-1">dequalificazione, non ci tenessero più al lavoro (Fazio 2020). Ma</hi><hi rend="CharOverride-1"> la pandemia ha reso più lampanti queste, e altre, falsità</hi><hi rend="CharOverride-1"> e la necessità e l’urgenza di ripensare tanto il</hi><hi rend="CharOverride-1"> lavoro, quanto le forme dello sfruttamento e dell’alienazione.</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Sulle </hi><hi rend="CharOverride-1">nuove alienazioni, soprattutto nel settore terziario e nei servizi di</hi><hi rend="CharOverride-1"> </hi><hi rend="italic CharOverride-1">welfare</hi><hi rend="CharOverride-1">, pesano il diffondersi delle tecnologie telematiche, la comunicazione </hi><hi rend="CharOverride-1">in rete, la velocizzazione dei messaggi, il conformismo dei linguaggi. </hi><hi rend="CharOverride-1">L’estrazione di masse enormi di dati e di informazioni </hi><hi rend="CharOverride-1">dagli individui – tutti tracciati e monitorati – e la </hi><hi rend="CharOverride-1">loro mercificazione e trasformazione in profitti per Google, Facebook e </hi><hi rend="CharOverride-1">le altre corporations rendono sempre meno riconoscibili i confini tra </hi><hi rend="CharOverride-1">soggettività individuale e condizione sociale: da una parte la comunicazione </hi><hi rend="CharOverride-1">in rete, lungi dall’essere universalistica è atomizzata al massimo </hi><hi rend="CharOverride-1">e sfocia nella segmentazione di utenti che cercano il contatto </hi><hi rend="CharOverride-1">con persone simili a loro, così da rafforzarsi nell’impressione </hi><hi rend="CharOverride-1">che il loro comportamento sia quello giusto, dall’altra parte </hi><hi rend="CharOverride-1">le soggettività nascoste dietro i trilioni di informazioni su relazioni, </hi><hi rend="CharOverride-1">spostamenti, preferenze, reazioni emotive, vengono rielaborate, combinate e mercificate con </hi><hi rend="CharOverride-1">finalità del tutto avulse da ciò che ha originariamente spinto </hi><hi rend="CharOverride-1">l’agire di quelle stesse soggettività. Tutto ciò fa parte </hi><hi rend="CharOverride-1">delle trasformazioni che hanno investito il lavoro e che comprendono, </hi><hi rend="CharOverride-1">oltre alla dequalificazione e alla segmentazione, la riduzione del ricorso </hi><hi rend="CharOverride-1">all’azione collettiva, la delegittimazione dei corpi intermedi, il diffondersi </hi><hi rend="CharOverride-1">di una sorta di ‘pornografia emotiva’ nell’estensione della </hi><hi rend="CharOverride-1">logica prestazionale, l’affermarsi dell’autocontrollo e dell’auto-profilazione inconsapevole </hi><hi rend="CharOverride-1">e pertanto della partecipazione gratuita all’accumulazione di profitti e </hi><hi rend="CharOverride-1">di potere altrui. </hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Quelle appena richiamate sono tutte tematiche attinenti </hi><hi rend="CharOverride-1">alle </hi><hi rend="italic CharOverride-1">strutture</hi><hi rend="CharOverride-1"> e ai </hi><hi rend="italic CharOverride-1">processi</hi><hi rend="CharOverride-1"> articolati e profondi che costituiscono </hi><hi rend="CharOverride-1">le attività produttive, materiali e immateriali, strutture e processi non </hi><hi rend="CharOverride-1">scalfibili con politiche solo redistributive e con strumenti indiretti basati </hi><hi rend="CharOverride-1">su trasferimenti monetari incentivi, bonus, Ne segue che le questioni </hi><hi rend="CharOverride-1">dell’eguaglianza e della diseguaglianza tipicamente afferenti agli assetti del </hi><hi rend="italic CharOverride-1">welfare</hi><hi rend="CharOverride-1"> vanno trattate facendo emergere non solo le implicazioni ‘redistributive</hi><hi rend="CharOverride-1">’ – su cui invece si concentra la letteratura prevalente </hi><hi rend="CharOverride-1">in materia, compresi gli importanti lavori di Thomas Piketty – </hi><hi rend="CharOverride-1">ma quelle ‘allocative’ e strutturali, con al centro le </hi><hi rend="CharOverride-1">problematiche del lavoro. Solo in un disegno nuovo e più </hi><hi rend="CharOverride-1">complessivo di sviluppo, oltre le mere istanze redistributive, la problematica </hi><hi rend="CharOverride-1">della diseguaglianza può evitare di concentrarsi quasi esclusivamente sul destino </hi><hi rend="CharOverride-1">dei poveri, degli ‘ultimi’, dei ‘diseredati’ e fare</hi><hi rend="CharOverride-1"> spazio all’attenzione ai bisogni e alle crescenti difficoltà dei</hi><hi rend="CharOverride-1"> ceti medi, i quali rimangono pur sempre ‘il nerbo </hi><hi rend="CharOverride-1">della democrazia’. Pertanto l’analisi delle conseguenze delle diseguaglianze </hi><hi rend="CharOverride-1">va ricondotta ai suoi termini ‘primari/strutturali’, i quali dalla</hi><hi rend="CharOverride-1"> fine degli anni ’70 hanno visto un enorme cambiamento </hi><hi rend="CharOverride-1">delle quote del valore aggiunto con uno spostamento fino a </hi><hi rend="CharOverride-1">20 punti dalla quota che va al lavoro a quella </hi><hi rend="CharOverride-1">che va al capitale (in grado di appropriarsi di tutti </hi><hi rend="CharOverride-1">gli incrementi di produttività), per il quale è stata determinante, </hi><hi rend="CharOverride-1">secondo la ricostruzione anche di Angus Deaton (2021), l’affermazione </hi><hi rend="CharOverride-1">di una disoccupazione crescente insufficientemente contrastata dai governi (a differenza </hi><hi rend="CharOverride-1">di quanto era avvenuto nei ‘trenta gloriosi’). </hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Ne s</hi><hi rend="CharOverride-1">egue che, anche per riproporre una visione innovativamente riformata del </hi><hi rend="italic CharOverride-1">welfare</hi><hi rend="CharOverride-1"> – non limitata al sostegno ai poveri e nemmeno </hi><hi rend="CharOverride-1">a correzioni al margine del funzionamento dei mercati lasciando inalterate </hi><hi rend="CharOverride-1">le strutture sottostanti (come accade con tutti i trasferimenti monetari </hi><hi rend="CharOverride-1">e può accadere anche con semplicistiche politiche di riduzione di </hi><hi rend="CharOverride-1">orario) –, bisogna perseguire l’unificazione di ‘politiche economiche’</hi><hi rend="CharOverride-1"> e ‘politiche sociali’ (non trattarle come sfere separate) e</hi><hi rend="CharOverride-1"> rilanciare l’obiettivo della ‘piena e buona occupazione’. </hi><hi rend="CharOverride-1">Bisogna rilanciarlo nella sua rivoluzionarietà e nella sua ‘intrusività’ </hi><hi rend="CharOverride-1">rispetto al funzionamento normale del capitalismo. I postumi non ancora </hi><hi rend="CharOverride-1">riassorbiti della crisi del 2007/2008 e le conseguenze macroeconomiche e </hi><hi rend="CharOverride-1">microeconomiche della pandemia da Covid-19 e del conflitto ucraino hanno </hi><hi rend="CharOverride-1">implicazioni drammatiche sulla disoccupazione e sull’occupazione e questo richiede </hi><hi rend="CharOverride-1">la mobilitazione di tutte le energie sulle ‘piena e buona</hi><hi rend="CharOverride-1"> occupazione’ e sulle problematiche del lavoro, il che induce </hi><hi rend="CharOverride-1">Robert Skidelsky (2019) ad affermare drasticamente che «un’élite che</hi><hi rend="CharOverride-1"> abbandoni questo dovere, con la motivazione spuria che le persone</hi><hi rend="CharOverride-1"> “scelgono” il loro livello di occupazione, merita di essere destituita</hi><hi rend="CharOverride-1">». Pertanto, non possiamo adagiarci in facili accomodamenti, come quello</hi><hi rend="CharOverride-1"> che suggerisce Piketty (2021) consigliandoci di ritenere agevolmente compatibili, limitandoci</hi><hi rend="CharOverride-1"> a sommarli, sia strumenti effettivamente indirizzati a rilanciare il lavoro</hi><hi rend="CharOverride-1"> (come il ‘lavoro garantito’), sia strumenti in realtà </hi><hi rend="CharOverride-1">pensati per rendere tollerabile la ‘società senza lavoro’ (come </hi><hi rend="CharOverride-1">il ‘reddito di cittadinanza’ o l’‘eredità’ per i</hi><hi rend="CharOverride-1"> giovani o altri trasferimenti monetari similari). Dobbiamo continuare ostinatamente a</hi><hi rend="CharOverride-1"> chiederci: perché i processi di svalutazione del lavoro sono stati</hi><hi rend="CharOverride-1"> così poco contrastati anche sul piano teorico e culturale? Perché</hi><hi rend="CharOverride-1"> ci si è attardati nella ridicola esaltazione della ‘fine </hi><hi rend="CharOverride-1">del lavoro’? Perché, anche a sinistra, si è stati </hi><hi rend="CharOverride-1">così frettolosi nell’archiviare il Novecento, ‘secolo del lavoro’?</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Urge, dunque, identificare percorsi e programmi di vero ‘lavoro di</hi><hi rend="CharOverride-1"> cittadinanza’, i quali contengano la richiesta della garanzia di</hi><hi rend="CharOverride-1"> un impiego utile con cui assicurarsi anche un reddito adeguato</hi><hi rend="CharOverride-1"> (non la garanzia di un reddito a prescindere dal lavoro).</hi><hi rend="CharOverride-1"> Dietro questa richiesta c’è il richiamo alla gloriosa esperienza</hi><hi rend="CharOverride-1"> del New Deal di Roosevelt. Ed è estremamente significativo che</hi><hi rend="CharOverride-1"> vari studiosi e operatori siano impegnati nell’elaborazione, la discussione,</hi><hi rend="CharOverride-1"> la proposta di programmi di ‘lavoro garantito’ con cui</hi><hi rend="CharOverride-1"> si supera la separazione di ‘politiche economiche’ e ‘</hi><hi rend="CharOverride-1">politiche sociali’ e si adotta una prospettiva progettuale unificata. Le</hi><hi rend="CharOverride-1"> iniziative sul ‘lavoro garantito’ si basano su una nobile</hi><hi rend="CharOverride-1"> tradizione teorica, che da Keynes va a Meade, a Minsky,</hi><hi rend="CharOverride-1"> ad Atkinson, la quale ha sviluppato la convinzione che in</hi><hi rend="CharOverride-1"> circostanze – come le odierne – di drammatico sottoutilizzo dei</hi><hi rend="CharOverride-1"> fattori fondamentali della produzione, lavoro e capitale, e di </hi><hi rend="italic CharOverride-1">secular</hi><hi rend="italic CharOverride-1"> stagnation</hi><hi rend="CharOverride-1"> strisciante quindi di bassi investimenti, lo Stato possa e</hi><hi rend="CharOverride-1"> debba essere utilizzato come </hi><hi rend="italic CharOverride-1">employer of last resort</hi><hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi><ref target="OP08885_int_online_chapter_260_1651-1659.html#footnote-002">3</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">, immagine</hi><hi rend="CharOverride-1"> che è un’articolazione di quella dello ‘Stato innovatore’</hi><hi rend="CharOverride-1"> e dello ‘Stato strategico’. I programmi prevedono mix </hi><hi rend="CharOverride-1">di investimenti pubblici e investimenti privati in grado di offrire </hi><hi rend="CharOverride-1">lavori pubblici utili socialmente, anche temporanei, al salario minimo legale </hi><hi rend="CharOverride-1">ai disoccupati che cerchino e non trovino lavoro o per </hi><hi rend="CharOverride-1">integrare l’occupazione di coloro che abbiano un lavoro parziale </hi><hi rend="CharOverride-1">involontario. I programmi di ‘lavoro garantito’ non sono misure </hi><hi rend="CharOverride-1">che si aggiungono alle altre ma si propongono come il </hi><hi rend="italic CharOverride-1">baricentro</hi><hi rend="CharOverride-1"> di un’intera politica economica e sociale alternativa, assumendo </hi><hi rend="CharOverride-1">la questione della disoccupazione non come un ‘fallimento del mercato</hi><hi rend="CharOverride-1">’ tra gli altri, ma come la contraddizione fondamentale ricorrente </hi><hi rend="CharOverride-1">del capitalismo, tanto più se finanziarizzato</hi><hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi><ref target="OP08885_int_online_chapter_260_1651-1659.html#footnote-001">4</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">. La ‘civiltà del</hi><hi rend="CharOverride-1"> lavoro’, però, non può essere riproposta in termini novecenteschi.</hi><hi rend="CharOverride-1"> L’idea del lavoro da creare dovrebbe essere, quindi, molto</hi><hi rend="CharOverride-1"> ampia, comprensiva di attività spesso considerate non lavoro e non</hi><hi rend="CharOverride-1"> retribuite, pensando soprattutto alla ‘cura’ e all’enorme quantità</hi><hi rend="CharOverride-1"> di lavoro non pagato compiuto in ambito domestico dalle donne.</hi><hi rend="CharOverride-1"> I settori e gli ambiti in cui creazione di lavoro</hi><hi rend="CharOverride-1"> e creazione di sviluppo coincidono sono numerosi e vanno dalle</hi><hi rend="CharOverride-1"> problematiche ambientali all’emersione di enormi bisogni sociali insoddisfatti, tutte</hi><hi rend="CharOverride-1"> cose che il mercato da solo non risolve, non lenisce,</hi><hi rend="CharOverride-1"> non tratta. La rottura degli equilibri ambientali sta avvenendo a</hi><hi rend="CharOverride-1"> una velocità senza precedenti, mentre nell’abitazione, l’alimentazione, la</hi><hi rend="CharOverride-1"> mobilità, il tempo libero, la cultura, l’istruzione, la formazione,</hi><hi rend="CharOverride-1"> la salute, i bisogni dei cittadini rimangono inevasi e nei</hi><hi rend="CharOverride-1"> territori (dalle grandi aree metropolitane alle piccole e medie città,</hi><hi rend="CharOverride-1"> alle aree rurali e periferiche) la qualità della vita degrada.</hi><hi rend="CharOverride-1"> Tutto ciò restituisce profonda pregnanza alla denunzia di Keynes (1930)</hi><hi rend="CharOverride-1"> della «atroce anomalia della disoccupazione in un mondo pieno </hi><hi rend="CharOverride-1">di bisogni»</hi><hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi><ref target="OP08885_int_online_chapter_260_1651-1659.html#footnote-000">5</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">, facendoci apprezzare lo spessore della sua consapevolezza</hi><hi rend="CharOverride-1"> della </hi><hi rend="italic CharOverride-1">tragic happiness</hi><hi rend="CharOverride-1"> intrinseca alla complessità e all’incertezza della</hi><hi rend="CharOverride-1"> vita.</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Su basi filosoficamente fondate possiamo riconoscere anche per l’</hi><hi rend="CharOverride-1">oggi la svolta valorizzante il nesso lavoro-persona-</hi><hi rend="italic CharOverride-1">welfare</hi><hi rend="CharOverride-1"> racchiusa nelle Costituzioni</hi><hi rend="CharOverride-1"> del secondo dopoguerra. In esse la ‘triplice centralità del </hi><hi rend="CharOverride-1">lavoro’ – antropologica (il lavoro tratto tipico della condizione umana),</hi><hi rend="CharOverride-1"> etica (il lavoro espressione primaria della partecipazione al vincolo sociale),</hi><hi rend="CharOverride-1"> economica (il lavoro base del valore che obbliga a politiche</hi><hi rend="CharOverride-1"> di piena occupazione) – segna un profondo distacco dalla elitaria</hi><hi rend="CharOverride-1"> concezione arendtiana, sotto il profilo dei fondamenti di eguaglianza, di</hi><hi rend="CharOverride-1"> libertà, di autodeterminazione, ma anche sotto il profilo delle connessioni</hi><hi rend="CharOverride-1"> tra ‘operare’ ed ‘agire’ (invece scissi da Hanna</hi><hi rend="CharOverride-1">h Arendt), in cui l’</hi><hi rend="italic CharOverride-1">homo faber</hi><hi rend="CharOverride-1"> incrocia e incontra </hi><hi rend="CharOverride-1">l’</hi><hi rend="italic CharOverride-1">homo politicus</hi><hi rend="CharOverride-1"> in un nuovo percorso umanistico e lavoro </hi><hi rend="CharOverride-1">e cittadinanza manifestano tutta la loro coestensività. In particolare la </hi><hi rend="CharOverride-1">Costituzione italiana è consapevolmente volta a costruire una gerarchia assiologica </hi><hi rend="CharOverride-1">al cui vertice si colloca la ‘dignità’ l’epicentro </hi><hi rend="CharOverride-1">della quale è il ‘lavoro’, un lavoro che deve</hi><hi rend="CharOverride-1"> garantire il rispetto della ‘dignità umana’ e il pieno</hi><hi rend="CharOverride-1"> sviluppo della ‘persona’. Così si spiega, non con </hi><hi rend="CharOverride-1">banali ricostruzioni sociologiche stigmatizzanti il taglio ‘lavoristico’, la straordinarietà</hi><hi rend="CharOverride-1"> del suo articolo iniziale, l’articolo 1: «L’Italia</hi><hi rend="CharOverride-1"> è una Repubblica democratica fondata sul lavoro». </hi></p><p rend="h2" ><hi>Riferimenti bibliografici</hi></p><p rend="bib_indx_bib" ><hi rend="CharOverride-1">Bellofiore, R. 2019. “Le contraddizioni delle soluzioni “keynesiane” al problema della disoccupazione e la sfida del “piano del lavoro”. Introduzione a </hi><hi rend="italic CharOverride-1">Tornare al lavoro. Lavoro di cittadinanza e piena occupazione</hi><hi rend="CharOverride-1">, a cura </hi><hi rend="CharOverride-1">di J. Foggi. Roma: Castelvecchi.</hi></p><p rend="bib_indx_bib" ><hi rend="CharOverride-1">Calloni, M. 2016. “Filosofia sociale, critica pragmatica e discorso pubblico.” </hi><hi rend="italic CharOverride-1">Politica &amp;Società</hi><hi rend="CharOverride-1"> 3.</hi></p><p rend="bib_indx_bib" ><hi rend="CharOverride-1">Carabelli, A. M. 2021. </hi><hi rend="italic CharOverride-1">Keynes on Uncertainty and Tragic Happiness. Complexity and Expectations</hi><hi rend="CharOverride-1">. London: Palgrave MacMillan.</hi></p><p rend="bib_indx_bib" ><hi rend="CharOverride-1">De Masi, D. </hi><hi rend="CharOverride-1">2018. </hi><hi rend="italic CharOverride-1">Il lavoro nel XXI secolo</hi><hi rend="CharOverride-1">. Torino: Einaudi.</hi></p><p rend="bib_indx_bib" ><hi rend="CharOverride-1">Deaton, A. 2021. “Republic of unequals.” </hi><hi rend="italic CharOverride-1">Prospect</hi><hi rend="CharOverride-1">, January 4.</hi></p><p rend="bib_indx_bib" ><hi rend="CharOverride-1">Fazio,</hi><hi rend="CharOverride-1"> G. 2020. “Ripensare l’alienazione nel mondo del lavoro flessibile e precario”. Introduzione a R. Jaeggi, </hi><hi rend="italic CharOverride-1">Nuovi lavori, Nuove alienazioni</hi><hi rend="CharOverride-1">.</hi><hi rend="CharOverride-1"> Roma: Castelvecchi.</hi></p><p rend="bib_indx_bib" ><hi rend="CharOverride-1">Ferrara, A. 2020. “Maggioranza degli elettori, minoranza del popolo.” </hi><hi rend="italic CharOverride-1">Parole-Chiave</hi><hi rend="CharOverride-1"> 3.</hi></p><p rend="bib_indx_bib" ><hi rend="CharOverride-1">Foucault</hi><hi rend="CharOverride-1">, M. 2012 (1980). </hi><hi rend="italic CharOverride-1">Sull’origine dell’ermeneutica del sé</hi><hi rend="CharOverride-1">. Napoli: Cronopio.</hi></p><p rend="bib_indx_bib" ><hi rend="CharOverride-1">Galli, C. 2021. “Lavoro e politica</hi><hi rend="CharOverride-1">.” </hi><hi rend="italic CharOverride-1">la</hi><hi rend="CharOverride-1"> </hi><hi rend="italic CharOverride-1">fionda</hi><hi rend="CharOverride-1"> 2.</hi></p><p rend="bib_indx_bib" ><hi rend="CharOverride-1">Honneth, A. 2020. “Democrazia e divisione sociale del lavoro.” In A. Honneth,</hi><hi rend="CharOverride-1"> R. Sennett, A. Supiot, </hi><hi rend="italic CharOverride-1">Perché lavoro? Narrative e diritti per lavoratrici e lavoratori del XXI secolo</hi><hi rend="CharOverride-1">. Milano: Fondazione Giangiacomo </hi><hi rend="CharOverride-1">Feltrinelli.</hi></p><p rend="bib_indx_bib" ><hi rend="CharOverride-1">Keynes, J. M. 2019 (1930). “Prospettive economiche per i nostri nipoti.” In </hi><hi rend="italic CharOverride-1">Prosperità</hi><hi rend="CharOverride-1">. </hi><hi rend="CharOverride-1">Milano: Chiarelettere.</hi></p><p rend="bib_indx_bib" ><hi rend="CharOverride-1">Loretoni, A. 2020. “Elementi regressivi delle democrazie contemporanee.” </hi><hi rend="italic CharOverride-1">Iride</hi><hi rend="CharOverride-1"> 4, 1.</hi></p><p rend="bib_indx_bib" ><hi rend="CharOverride-1">Luciani, M. 2010. “Radici e conseguenze della scelta costituzionale di fondare la Repubblica democratica sul lavoro.” </hi><hi rend="italic CharOverride-1">ADL</hi><hi rend="CharOverride-1"> 3.</hi></p><p rend="bib_indx_bib" ><hi rend="CharOverride-1">Mari, G. 2019. </hi><hi rend="italic CharOverride-1">Libertà nel lavoro. La sfida della rivoluzione digitale</hi><hi rend="CharOverride-1">. Bologna: il Mulino.</hi></p><p rend="bib_indx_bib" ><hi rend="CharOverride-1">Mazzonis, M. 2019. </hi><hi rend="italic CharOverride-1">Lavorare tutti? Crisi, diseguaglianze e lo Stato come datore di ultima istanza</hi><hi rend="CharOverride-1">, con una presentazione di </hi><hi rend="CharOverride-1">Gianna Fracassi. Roma: Ediesse.</hi></p><p rend="bib_indx_bib" ><hi rend="CharOverride-1">Minsky, H. P. 2013. </hi><hi rend="italic CharOverride-1">Ending poverty: jobs, not welfare</hi><hi rend="CharOverride-1">. Annandale-on-Hudson-New </hi><hi rend="CharOverride-1">York: Levy, Economics Institute of Bard College (trad. it. </hi><hi rend="italic CharOverride-1">Combattere la povertà. Lavoro non assistenza</hi><hi rend="CharOverride-1">. </hi><hi rend="CharOverride-1">Roma: Ediesse, 2014).</hi></p><p rend="bib_indx_bib" ><hi rend="CharOverride-1">Pennacch, L. 2018. </hi><hi rend="italic CharOverride-1">De valoribus disputandum est. Sui valori dopo il neoliberismo</hi><hi rend="CharOverride-1">. Milano-Udine: Mimesis.</hi></p><p rend="bib_indx_bib" ><hi rend="CharOverride-1">Pennacchi, </hi><hi rend="CharOverride-1">L. 2015. </hi><hi rend="italic CharOverride-1">Il soggetto dell’economia. Dalla crisi a un nuovo modello di sviluppo</hi><hi rend="CharOverride-1">. Roma: Ediesse.</hi></p><p rend="bib_indx_bib" ><hi rend="CharOverride-1">Pennacchi, L. a cura di. </hi><hi rend="CharOverride-1">2013. </hi><hi rend="italic CharOverride-1">Tra crisi e grande trasformazione</hi><hi rend="CharOverride-1">. Roma: Ediesse.</hi></p><p rend="bib_indx_bib" ><hi rend="CharOverride-1">Pennacchi, L., e R. Sanna, a cura </hi><hi rend="CharOverride-1">di. 2018. </hi><hi rend="italic CharOverride-1">Lavoro e innovazione per riformare il capitalismo</hi><hi rend="CharOverride-1">. Roma: Ediesse. </hi></p><p rend="bib_indx_bib" ><hi rend="CharOverride-1">Piketty, T. 2021. “Du revenue de base a l’heritage pour tous.” </hi><hi rend="italic CharOverride-1">Le</hi><hi rend="CharOverride-1"> </hi><hi rend="italic CharOverride-1">Monde</hi><hi rend="CharOverride-1">, 17 maggio.</hi></p><p rend="bib_indx_bib" ><hi rend="CharOverride-1">Polanyi, K. 1954</hi><hi rend="CharOverride-1">. </hi><hi rend="italic CharOverride-1">The Great Transformation</hi><hi rend="CharOverride-1">. Boston: Beacon Press (trad. it. </hi><hi rend="italic CharOverride-1">La grande trasformazione</hi><hi rend="CharOverride-1">. Torino: Einaudim, 1974).</hi></p><p rend="bib_indx_bib" ><hi rend="CharOverride-1">Sennet, R. 2020. “Il lavoro e le sue narrazioni.” </hi><hi rend="CharOverride-1">In A. Honneth, R. Sennett, A. Supiot, </hi><hi rend="italic CharOverride-1">Perché lavoro? 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Come rispondere alla disoccupazione tecnologica</hi><hi rend="CharOverride-1">. Milano</hi><hi rend="CharOverride-1">: Bompiani.</hi></p><p rend="bib_indx_bib" ><hi rend="CharOverride-1">Trentin, B. 1997. </hi><hi rend="italic CharOverride-1">La città del lavoro Sinistra e crisi del fordismo</hi><hi rend="CharOverride-1">. Milano: Feltrinelli.</hi></p><p rend="bib_indx_bib" ><hi rend="CharOverride-1">Urbinati, N. 2020</hi><hi rend="CharOverride-1">. </hi><hi rend="italic CharOverride-1">Io, il Popolo. Come il populismo trasforma la democrazia</hi><hi rend="CharOverride-1">. Bologna: il Mulino.</hi></p><p rend="bib_indx_bib" ><hi rend="CharOverride-1">Wray, R. 2019. “L’importanza economica e sociale della piena occupazione.” I</hi><hi rend="CharOverride-1">n </hi><hi rend="italic CharOverride-1">Tornare al lavoro</hi><hi rend="CharOverride-1">, </hi><hi rend="italic CharOverride-1">Lavoro di cittadinanza e piena occupazione</hi><hi rend="CharOverride-1">, a cura di J. Foggi. Roma: </hi><hi rend="CharOverride-1">Castelvecchi.</hi></p><list type="ordered">
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-2"><ref target="OP08885_int_online_chapter_260_1651-1659.html#footnote-004-backlink">1</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	Sulla stessa lunghezza d’onda di Rifkin si </hi><hi rend="CharOverride-1">vedano De Masi 2018 e Susskind 2022. Senza dimenticare che </hi><hi rend="CharOverride-1">il movimento 5 stelle è nato esaltando la </hi><hi rend="italic CharOverride-1">jobless society</hi><hi rend="CharOverride-1"> </hi><hi rend="CharOverride-1">(la società senza lavoro), viceversa esecrata dai democratici americani come </hi><hi rend="italic CharOverride-1">job catastrophe, </hi><hi rend="CharOverride-1">e che su tale esaltazione Grillo motivò la </hi><hi rend="CharOverride-1">sua inziale proposta di “reddito di cittadinanza”.</hi></p></item>
				</list><list type="ordered">
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-2"><ref target="OP08885_int_online_chapter_260_1651-1659.html#footnote-003-backlink">2</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	Per una </hi><hi rend="CharOverride-1">critica radicale e per molto altro il riferimento principe è </hi><hi rend="CharOverride-1">Trentin 1997. Si veda anche Mari 2019.</hi></p></item>
				</list><list type="ordered">
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-2"><ref target="OP08885_int_online_chapter_260_1651-1659.html#footnote-002-backlink">3</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	Per una ricostruzione e una critica si veda Bellofiore 2019.</hi></p></item>
				</list><list type="ordered">
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-2"><ref target="OP08885_int_online_chapter_260_1651-1659.html#footnote-001-backlink">4</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	Sul </hi><hi rend="CharOverride-1">“lavoro garantito” si vedano Minsky 2013, con una introduzione di </hi><hi rend="CharOverride-1">Riccardo Bellofiore e Laura Pennacchi, e le ricerche che il </hi><hi rend="CharOverride-1">Forum Economia nazionale della CGIL porta avanti da anni, per </hi><hi rend="CharOverride-1">le quali si segnalano Pennacchi 2013; Pennacchi e Sanna 2018; Mazzonis </hi><hi rend="CharOverride-1">2019.</hi></p></item>
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					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-2"><ref target="OP08885_int_online_chapter_260_1651-1659.html#footnote-000-backlink">5</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	Confronta Keynes 1930 e Carabelli 2021. Qui la </hi><hi rend="CharOverride-1">ricerca sui fondamenti filosofici dell’opera di Keynes identifica l’</hi><hi rend="CharOverride-1">interpretazione dell’economia, più che come una dottrina, come un </hi><hi rend="CharOverride-1">modo di pensare che fa uso di una logica non-dimostrativa </hi><hi rend="CharOverride-1">basata sulla probabilità e l’incertezza, le quali danno luogo </hi><hi rend="CharOverride-1">a dilemmi morali e a conflitti non sempre componibili, e </hi><hi rend="CharOverride-1">ricorrente a molto materiale etico, estetico, analiticamente proprio delle relazioni interpersonali. </hi></p></item>
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      <div>
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