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        <title type="main" level="a">La trasformazione del ‘tempo libero’ in ozio</title>
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          <resp>This is a section of <title>Idee di lavoro e di ozio per la nostra civiltà</title>(DOI: <idno type="DOI">10.36253/979-12-215-0319-7</idno>) by </resp>
          <name>Giovanni Mari, Francesco Ammannati, Brogi Stefano, Tiziana Faitini, Arianna Fermani, Francesco Seghezzi, Annalisa Tonarelli</name>
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        <publisher>Firenze University Press</publisher>
        <pubPlace>Florence</pubPlace>
        <date when="2024">2024</date>
        <idno type="DOI">https://doi.org/10.36253/979-12-215-0319-7.184</idno>
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        <p>When we talk about leisure we bring into play, at least implicitly, five dimensions or times of a person's life: work, play, rest, "free time" and, indeed, leisure. This text seeks to introduce clarity into these distinctions starting from the transformations introduced by the end of Fordism and the re-proposition of the person in work activities. These transformations coagulate in the crisis of the idea of "free time" and in the request for a new idea of leisure. Which, beyond the extraneousness and the contrast between leisure and work, between work and contemplation, represents the transformation of "free time" into an experience of leisure interconnected with work which opens the non-work time to the creativity required in work, in a circularity between two active times that does not deny their competition for the growth of the person, nor their distinction.</p>
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            <item>free time</item>
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      <p>It is available online at https://doi.org/10.36253/979-12-215-0319-7.184<ref target="https://doi.org/10.36253/979-12-215-0319-7.184" /></p>
      
      <p rend="h1_chapter">La trasformazione del ‘tempo libero’ in ozio</p><p rend="h1_author ParaOverride-1" ><hi rend="CharOverride-1">Giovanni Mari</hi></p><p rend="epigraph_inscription_epigraph_2 ParaOverride-2" ><hi rend="CharOverride-1">Non </hi><hi rend="CharOverride-1">ho nessun hobby. Non che io sia un animale da </hi><hi rend="CharOverride-1">lavoro […] Comporre musica, ascoltarne, leggere con concentrazione, sono dei </hi><hi rend="CharOverride-1">momenti costitutivi della mia esistenza: il termine “hobby” applicato ad </hi><hi rend="CharOverride-1">essi avrebbe per me il sapore di una beffa. Al </hi><hi rend="CharOverride-1">contrario il mio lavoro – la produzione filosofica e sociologica e </hi><hi rend="CharOverride-1">l’insegnamento all’università –, è stato finora per me</hi><hi rend="CharOverride-1"> così pieno di soddisfazioni, che non potrei ricondurlo all’antitesi</hi><hi rend="CharOverride-1"> col tempo libero, […] Certo sono consapevole di parlare da</hi><hi rend="CharOverride-1"> privilegiato […] che ha avuto una </hi><hi rend="italic CharOverride-1">chance </hi><hi rend="CharOverride-1">non comune: quella</hi><hi rend="CharOverride-1"> di aver potuto scegliere e organizzare il suo lavoro essenzialmente</hi><hi rend="CharOverride-1"> secondo le proprie intenzioni (Adorno 1974).</hi></p><p rend="text_top" ><hi rend="CharOverride-1">1. Quando parliamo di</hi><hi rend="CharOverride-1"> ozio di fatto mettiamo in gioco, o almeno evochiamo implicitamente,</hi><hi rend="CharOverride-1"> cinque dimensioni o tempi di vita della persona: il </hi><hi rend="italic CharOverride-1">lavoro</hi><hi rend="CharOverride-1">, il </hi><hi rend="italic CharOverride-1">gioco</hi><hi rend="CharOverride-1">, il </hi><hi rend="italic CharOverride-1">riposo</hi><hi rend="CharOverride-1">, il </hi><hi rend="italic CharOverride-1">tempo libero</hi><hi rend="CharOverride-1"> e, </hi><hi rend="CharOverride-1">appunto, l’</hi><hi rend="italic CharOverride-1">ozio</hi><hi rend="CharOverride-1">. Il presente testo cerca, molto sinteticamente, di</hi><hi rend="CharOverride-1"> introdurre chiarezza in queste distinzioni ed a partire da ciò</hi><hi rend="CharOverride-1"> considerarle alla luce delle trasformazioni introdotte nei rapporti sociali e</hi><hi rend="CharOverride-1"> nel lavoro (non solo) subordinato dalla fine del fordismo e</hi><hi rend="CharOverride-1"> dalla riproposizione della persona nelle attività lavorative. Trasformazioni, come vedremo,</hi><hi rend="CharOverride-1"> che si coagulano nella </hi><hi rend="italic CharOverride-1">crisi dell’idea di ‘tempo </hi><hi rend="italic CharOverride-1">libero’</hi><hi rend="CharOverride-1"> e nella richiesta di una </hi><hi rend="italic CharOverride-1">nuova idea di ozio</hi><hi rend="CharOverride-1">.</hi><hi rend="CharOverride-1"> Il ragionamento verrà svolto, prima dal punto di vista della</hi><hi rend="CharOverride-1"> singola persona, quindi introducendo anche il punto di vista della</hi><hi rend="CharOverride-1"> </hi><hi rend="italic CharOverride-1">socialità</hi><hi rend="CharOverride-1"> (solidarietà), trascurando comunque la dimensione collettiva della ‘festa’</hi><hi rend="CharOverride-1">, e mantenendosi sul piano dell’analisi culturale (da </hi><hi rend="italic CharOverride-1">cultural</hi><hi rend="italic CharOverride-1"> studies</hi><hi rend="CharOverride-1">), presupponendo, ma senza approfondirla, la dimensione socio-economica.</hi></p><p rend="text_top" ><hi rend="CharOverride-1">2. Quattro</hi><hi rend="CharOverride-1"> di queste dimensioni (lavoro, gioco, riposo, ozio) sono, in un certo modo, consapevolmente e</hi><hi rend="CharOverride-1"> distintamente presenti già nei poemi omerici, a dimostrazione che nella</hi><hi rend="CharOverride-1"> nostra cultura sono considerate da sempre parti essenziali del tempo</hi><hi rend="CharOverride-1"> della nostra esistenza. Il lavoro è quello servile, per assimilazione anche quello degli automi (</hi><hi rend="italic CharOverride-1">Iliade</hi><hi rend="CharOverride-1"> XVIII), quello svolto in alcune circostanze da Odisseo e l’attività poetica che ha composto l’</hi><hi rend="italic CharOverride-1">Iliade</hi><hi rend="CharOverride-1"> e l’</hi><hi rend="italic CharOverride-1">Odissea</hi><hi rend="CharOverride-1">. Invece l’ozio in Omero è un tempo</hi><hi rend="CharOverride-1"> di convivialità, non disgiunta dal gioco, con finalità formative e</hi><hi rend="CharOverride-1"> morali (come il banchetto di Alcinoo nell’</hi><hi rend="italic CharOverride-1">Odissea</hi><hi rend="CharOverride-1">; Omero </hi><hi rend="CharOverride-1">1991, 335-36), anche se non è la </hi><hi rend="italic CharOverride-1">schole </hi><hi rend="CharOverride-1">(</hi><hi rend="italic CharOverride-1">otium</hi><hi rend="CharOverride-1">) di Aristotele che ha il carattere della speculazione; quanto </hi><hi rend="CharOverride-1">al ‘tempo libero’, invece, è una concezione recente, legata</hi><hi rend="CharOverride-1"> al sorgere della società industriale e della centralità, in questa,</hi><hi rend="CharOverride-1"> del lavoro (Burke 1995).</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Il </hi><hi rend="italic CharOverride-1">riposo</hi><hi rend="CharOverride-1"> è inteso già in </hi><hi rend="CharOverride-1">Aristotele come un intervallo di tempo, corrispondente alla sospensione di </hi><hi rend="CharOverride-1">una o più attività (</hi><hi rend="italic CharOverride-1">anapausis</hi><hi rend="CharOverride-1">), finalizzato alla ripresa dell’attività stessa. </hi><hi rend="CharOverride-1">Quindi il riposo non ha propriamente una finalità autonoma. La </hi><hi rend="CharOverride-1">sua misura e qualità sono calcolate in funzione dell’attività </hi><hi rend="CharOverride-1">da svolgere successivamente, e del successo ottenuto in questa. Il </hi><hi rend="CharOverride-1">senso del riposo appartiene, quindi, al suo opposto, all’attività. </hi><hi rend="CharOverride-1">La neutralità di questa dimensione è indicata anche dal fatto </hi><hi rend="CharOverride-1">che essa può essere un intervallo di tempo o sospensione </hi><hi rend="CharOverride-1">di un’attività che può essere indifferentemente lavoro, gioco, tempo </hi><hi rend="CharOverride-1">libero o ozio. In altre parole, soltanto il riposo può </hi><hi rend="CharOverride-1">essere inteso come </hi><hi rend="italic CharOverride-1">non attività</hi><hi rend="CharOverride-1">, a parte quella mentale che</hi><hi rend="CharOverride-1"> non si arresta mai.</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Il </hi><hi rend="italic CharOverride-1">gioco</hi><hi rend="CharOverride-1">, che è un’attività,</hi><hi rend="CharOverride-1"> ha una forma ben definita e indipendente dal tipo di</hi><hi rend="CharOverride-1"> gioco che si svolge. I giochi hanno una loro storia</hi><hi rend="CharOverride-1"> e si presentano con regole e contenuti innumerevoli e mutevoli</hi><hi rend="CharOverride-1"> nel tempo, mentre la forma del gioco ha una sua</hi><hi rend="CharOverride-1"> fissità. Il gioco è un’attività scelta liberamente e fine</hi><hi rend="CharOverride-1"> a sé stessa, cioè </hi><hi rend="italic CharOverride-1">libera</hi><hi rend="CharOverride-1">, che dà le soddisfazioni</hi><hi rend="CharOverride-1"> che può offrire, nel compimento del suo svolgimento, il </hi><hi rend="CharOverride-1">quale è libero da finalità esterne. Questa libertà non significa </hi><hi rend="CharOverride-1">che il gioco sia senza </hi><hi rend="italic CharOverride-1">regole</hi><hi rend="CharOverride-1">, a cominciare da quelle</hi><hi rend="CharOverride-1"> che fissano le condizioni di partecipazione, di svolgimento e termine</hi><hi rend="CharOverride-1"> dell’attività. Ci sono giochi più o meno impegnativi, ma</hi><hi rend="CharOverride-1"> ognuno prevede abilità, creatività capacità di risolvere problemi ecc. Insomma </hi><hi rend="italic CharOverride-1">concentrazione</hi><hi rend="CharOverride-1"> e anche </hi><hi rend="italic CharOverride-1">fatica</hi><hi rend="CharOverride-1">. Ma tutto questo impegno è finalizzato</hi><hi rend="CharOverride-1"> a sé stesso e la gioia del gioco consiste nell</hi><hi rend="CharOverride-1">’attività soddisfatta di sé stessa secondo il rispetto delle regole.</hi><hi rend="CharOverride-1"> Il gioco può essere individuale o collettivo, ma il paradigma</hi><hi rend="CharOverride-1"> non cambia, se non perché quello collettivo comporta capacità relazionali</hi><hi rend="CharOverride-1"> di cooperazione e/o di competizione. Il gioco ha anche una</hi><hi rend="CharOverride-1"> sua </hi><hi rend="italic CharOverride-1">moralità</hi><hi rend="CharOverride-1">, perché richiede la </hi><hi rend="italic CharOverride-1">responsabilità</hi><hi rend="CharOverride-1"> del rispetto delle </hi><hi rend="CharOverride-1">regole che lo definiscono. L’</hi><hi rend="italic CharOverride-1">imbroglio</hi><hi rend="CharOverride-1"> delle regole toglie senso </hi><hi rend="CharOverride-1">al gioco, al posto del quale rinveniamo un’attività che </hi><hi rend="CharOverride-1">non è un gioco perché priva di regole liberamente condivise</hi><hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi><ref target="OP08885_int_online_chapter_266_1691-1702.html#footnote-007">1</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">. </hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Anche l’</hi><hi rend="italic CharOverride-1">ozio</hi><hi rend="CharOverride-1"> è un’attività, a meno che </hi><hi rend="CharOverride-1">non venga inteso come ‘dolce far niente’, ovvero come</hi><hi rend="CharOverride-1"> una versione del riposo, se non addirittura come accidia – ciò</hi><hi rend="CharOverride-1"> che è accaduto nel cristianesimo e in particolare nel protestantesimo</hi><hi rend="CharOverride-1"> (puritanesimo). Come attività l’</hi><hi rend="italic CharOverride-1">otium</hi><hi rend="CharOverride-1"> ha molti caratteri del gioco,</hi><hi rend="CharOverride-1"> a cominciare dall’essere una attività </hi><hi rend="italic CharOverride-1">scelta liberamente</hi><hi rend="CharOverride-1"> e </hi><hi rend="italic CharOverride-1">disinteressata</hi><hi rend="italic CharOverride-1">mente</hi><hi rend="CharOverride-1">, cioè fine a sé stessa. Dal gioco lo differenziano</hi><hi rend="CharOverride-1"> i </hi><hi rend="italic CharOverride-1">contenuti</hi><hi rend="CharOverride-1"> e il tipo di </hi><hi rend="italic CharOverride-1">responsabilità</hi><hi rend="CharOverride-1"> nei confronti dell</hi><hi rend="CharOverride-1">’attività. Gli antichi greci chiamavano il gioco </hi><hi rend="italic CharOverride-1">paidia</hi><hi rend="CharOverride-1"> per </hi><hi rend="CharOverride-1">indicare che i suoi contenuti erano materia da ragazzi. Aristotele, </hi><hi rend="CharOverride-1">che ha inventato la dottrina dell’ozio (</hi><hi rend="italic CharOverride-1">schole</hi><hi rend="CharOverride-1">) intellettuale </hi><hi rend="CharOverride-1">(</hi><hi rend="italic CharOverride-1">bios theoretikos</hi><hi rend="CharOverride-1">), quale tempo di vita separato dagli impegni </hi><hi rend="CharOverride-1">(</hi><hi rend="italic CharOverride-1">praxis</hi><hi rend="CharOverride-1">), individua nella verità (</hi><hi rend="italic CharOverride-1">aletheia</hi><hi rend="CharOverride-1">) il contenuto dell’</hi><hi rend="CharOverride-1">ozio, ed il suo senso morale nella ricerca della verità </hi><hi rend="CharOverride-1">che </hi><hi rend="italic CharOverride-1">innalza</hi><hi rend="CharOverride-1"> il saggio sino ad una dimensione divina. Questa </hi><hi rend="CharOverride-1">idea dell’ozio come conoscenza disinteressata dal valore e dalla </hi><hi rend="CharOverride-1">felicità eccellenti è una concezione che la nostra civiltà non </hi><hi rend="CharOverride-1">ha </hi><hi rend="italic CharOverride-1">mai smarrito</hi><hi rend="CharOverride-1">, conservando l’idea che la dimensione della</hi><hi rend="CharOverride-1"> ricerca scientifica possa dare il senso ad una vita interamente</hi><hi rend="CharOverride-1"> dedicata alla conoscenza (</hi><hi rend="italic CharOverride-1">bios theoretikos</hi><hi rend="CharOverride-1">). Una conoscenza, sottolineiamolo, che</hi><hi rend="CharOverride-1"> non è solo scientifica, ma che ha pure un valore</hi><hi rend="CharOverride-1"> pratico, anche se questo valore morale solo in Epicuro </hi><hi rend="CharOverride-1">riesce a comprendere alcuni caratteri emotivi e sentimentali.</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Questa idea di</hi><hi rend="CharOverride-1"> ozio, in Aristotele (</hi><hi rend="italic CharOverride-1">Etica nicomachea</hi><hi rend="CharOverride-1">), </hi><hi rend="italic CharOverride-1">non è in opposizione</hi><hi rend="italic CharOverride-1"> al lavoro </hi><hi rend="CharOverride-1">manuale (</hi><hi rend="italic CharOverride-1">poiesis</hi><hi rend="CharOverride-1">). L’opposizione, la rottura, è</hi><hi rend="CharOverride-1"> nei confronti della </hi><hi rend="italic CharOverride-1">praxis</hi><hi rend="CharOverride-1">. La quale indica essenzialmente le </hi><hi rend="CharOverride-1">attività politiche e civili dei ceti e dei cittadini dirigenti </hi><hi rend="CharOverride-1">la </hi><hi rend="italic CharOverride-1">polis</hi><hi rend="CharOverride-1">; non ha una finalità esterna, è cioè un</hi><hi rend="CharOverride-1">’attività libera fine a sé stessa, fonte di felicità </hi><hi rend="CharOverride-1">(</hi><hi rend="italic CharOverride-1">eudaimonia</hi><hi rend="CharOverride-1">), ancorché limitata dagli impegni (</hi><hi rend="italic CharOverride-1">ascholia</hi><hi rend="CharOverride-1">,</hi><hi rend="italic CharOverride-1"> </hi><hi rend="CharOverride-1">il </hi><hi rend="italic CharOverride-1">negotium</hi><hi rend="CharOverride-1"> </hi><hi rend="CharOverride-1">dei latini) che assorbono la vita del cittadino. Solamente la</hi><hi rend="CharOverride-1"> rottura nei confronti della </hi><hi rend="italic CharOverride-1">praxis</hi><hi rend="CharOverride-1">, cioè dagli impegni di </hi><hi rend="CharOverride-1">questo tipo di attività, può aprire alla forma eccellente di </hi><hi rend="CharOverride-1">felicità, alla contemplazione (</hi><hi rend="italic CharOverride-1">theoria</hi><hi rend="CharOverride-1">) e ad una vita interamente </hi><hi rend="CharOverride-1">e non occasionalmente dedicata alla ricerca della verità. La dialettica, </hi><hi rend="CharOverride-1">quindi, è tra due forme di vita e attività </hi><hi rend="italic CharOverride-1">libere</hi><hi rend="CharOverride-1">,</hi><hi rend="CharOverride-1"> la </hi><hi rend="italic CharOverride-1">praxis</hi><hi rend="CharOverride-1"> e la </hi><hi rend="italic CharOverride-1">theoria</hi><hi rend="CharOverride-1"> – anche se in certi casi,</hi><hi rend="CharOverride-1"> come nell’educazione dei giovani o nel riposo intellettuale del</hi><hi rend="CharOverride-1"> cittadino, si ha la forma di </hi><hi rend="italic CharOverride-1">ozio civile </hi><hi rend="CharOverride-1">(</hi><hi rend="italic CharOverride-1">otium</hi><hi rend="CharOverride-1">)</hi><hi rend="italic CharOverride-1"> </hi><hi rend="CharOverride-1">che avrà la fortuna che conosciamo. Invece la </hi><hi rend="italic CharOverride-1">poiesis</hi><hi rend="CharOverride-1"> (lavoro manuale, fabbricazione) ha un fine ad essa esterno, </hi><hi rend="CharOverride-1">la produzione; non appartiene alle attività libere fini a sé </hi><hi rend="CharOverride-1">stesse, e non è opposta, ma </hi><hi rend="italic CharOverride-1">estranea</hi><hi rend="CharOverride-1">, sia alla </hi><hi rend="italic CharOverride-1">praxis</hi><hi rend="CharOverride-1">, sia alla </hi><hi rend="italic CharOverride-1">theoria</hi><hi rend="CharOverride-1">, appartiene alla dimensione della </hi><hi rend="italic CharOverride-1">techne</hi><hi rend="CharOverride-1"> e</hi><hi rend="CharOverride-1"> non a quella della </hi><hi rend="italic CharOverride-1">episteme </hi><hi rend="CharOverride-1">(cfr. Vernant 2001, cap. 4).</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Il mondo del lavoro manuale</hi><hi rend="CharOverride-1"> (che comprende la schiavitù), e il mondo della politica e</hi><hi rend="CharOverride-1"> dell’amministrazione dello Stato fondati sul discorso, non hanno alcun</hi><hi rend="CharOverride-1"> punto </hi><hi rend="italic CharOverride-1">teorico</hi><hi rend="CharOverride-1"> in comune, </hi><hi rend="italic CharOverride-1">neppure quello dell’opposizione</hi><hi rend="CharOverride-1">. Sono </hi><hi rend="CharOverride-1">due realtà culturalmente incommensurabili tra le quali si stabilisce una </hi><hi rend="CharOverride-1">relazione di </hi><hi rend="italic CharOverride-1">dominio </hi><hi rend="CharOverride-1">e </hi><hi rend="italic CharOverride-1">sottomissione</hi><hi rend="CharOverride-1"> in cui il lavoro non </hi><hi rend="CharOverride-1">garantisce l’appartenenza alla cittadinanza della </hi><hi rend="italic CharOverride-1">polis</hi><hi rend="CharOverride-1">, anzi il più</hi><hi rend="CharOverride-1"> delle volte accade l’opposto, che il lavoratore non sia</hi><hi rend="CharOverride-1"> un cittadino, cioè una persona libera</hi><hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi><ref target="OP08885_int_online_chapter_266_1691-1702.html#footnote-006">2</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">. Diverso il rapporto</hi><hi rend="CharOverride-1"> tra </hi><hi rend="italic CharOverride-1">praxis</hi><hi rend="CharOverride-1"> e </hi><hi rend="italic CharOverride-1">theoria</hi><hi rend="CharOverride-1"> che appartengono alle attività </hi><hi rend="italic CharOverride-1">libere</hi><hi rend="CharOverride-1">, </hi><hi rend="CharOverride-1">dalla cui frattura </hi><hi rend="italic CharOverride-1">liberamente</hi><hi rend="CharOverride-1"> decisa, si originano due tipi di </hi><hi rend="CharOverride-1">felicità, una umana e una quasi divina. </hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">In altre parole, </hi><hi rend="CharOverride-1">l’</hi><hi rend="italic CharOverride-1">opposizione</hi><hi rend="CharOverride-1"> tra ozio e lavoro che noi conosciamo, presuppone </hi><hi rend="CharOverride-1">una </hi><hi rend="italic CharOverride-1">valorizzazione</hi><hi rend="CharOverride-1"> del lavoro. Cioè una elevazione del significato del </hi><hi rend="CharOverride-1">lavoro sino ad una sua possibile opposizione, scelta, nei confronti </hi><hi rend="CharOverride-1">della </hi><hi rend="italic CharOverride-1">praxis</hi><hi rend="CharOverride-1">. Una valorizzazione del lavoro manuale cui corrisponde una</hi><hi rend="CharOverride-1"> interpretazione del </hi><hi rend="italic CharOverride-1">bios</hi><hi rend="CharOverride-1"> </hi><hi rend="italic CharOverride-1">theoretikos </hi><hi rend="CharOverride-1">di Aristotele, come una specie di</hi><hi rend="CharOverride-1"> lavoro (‘arte liberale’) e non come una attività</hi><hi rend="CharOverride-1"> ‘oziosa’. L’opposizione tra lavoro (manuale e professionale) </hi><hi rend="CharOverride-1">e ozio, elaborata dal cristianesimo, segna un passaggio di civiltà </hi><hi rend="CharOverride-1">mediante cui il lavoro viene incluso nelle attività degne e </hi><hi rend="CharOverride-1">doverose dell’uomo. Una nuova dialettica che costituisce un dato, </hi><hi rend="CharOverride-1">tuttora acquisito, della nostra civiltà. Tutto questo solleva anche il </hi><hi rend="CharOverride-1">problema, inesistente per Aristotele, ma tuttora esistente per noi, del </hi><hi rend="CharOverride-1">rapporto tra ozio (cristiano) e lavoro intellettuale. Sarà il cristianesimo </hi><hi rend="CharOverride-1">a trasformare la doppia </hi><hi rend="italic CharOverride-1">estraneità</hi><hi rend="CharOverride-1"> greca tra </hi><hi rend="italic CharOverride-1">praxis</hi><hi rend="CharOverride-1"> e </hi><hi rend="italic CharOverride-1">poiesis</hi><hi rend="CharOverride-1">,</hi><hi rend="CharOverride-1"> e tra </hi><hi rend="italic CharOverride-1">theoria</hi><hi rend="CharOverride-1"> e </hi><hi rend="italic CharOverride-1">poiesis</hi><hi rend="CharOverride-1">, in una doppia </hi><hi rend="italic CharOverride-1">opposizione</hi><hi rend="CharOverride-1">.</hi><hi rend="CharOverride-1"> E sarà la società moderna e industriale a capovolgere il</hi><hi rend="CharOverride-1"> senso di questa opposizione, facendo della produzione il valore centrale,</hi><hi rend="CharOverride-1"> e della conoscenza, il tempo della </hi><hi rend="italic CharOverride-1">schole</hi><hi rend="CharOverride-1">, qualcosa (scienza-tecnica) </hi><hi rend="CharOverride-1">che vale soprattutto nella misura in cui facilita la produzione </hi><hi rend="CharOverride-1">e l’organizzazione della società incardinata sul lavoro produttivo. Una </hi><hi rend="CharOverride-1">conoscenza che ha valore perché si impadronisce delle leggi della </hi><hi rend="CharOverride-1">natura (Francesco Bacone) che permettono il dominio e la trasformazione </hi><hi rend="CharOverride-1">secondo gli interessi umani. Una natura, perciò, che non è </hi><hi rend="CharOverride-1">più considerata, come nell’antichità greca, come qualcosa di immutabile</hi><hi rend="CharOverride-1"> (</hi><hi rend="italic CharOverride-1">physis</hi><hi rend="CharOverride-1">). Ma conoscibile, dominabile e trasformabile (come è anche</hi><hi rend="CharOverride-1"> nella </hi><hi rend="italic CharOverride-1">Genesi</hi><hi rend="CharOverride-1">).</hi></p><p rend="text_top" ><hi rend="CharOverride-1">3. Nel cristianesimo, che ha valorizzato il </hi><hi rend="CharOverride-1">lavoro manuale, la doppia estraneità greca viene ridescritta, all’interno </hi><hi rend="CharOverride-1">del precedente spazio dell’ozio, come polarità tra un ozio </hi><hi rend="CharOverride-1">‘buono’ e uno ‘cattivo’, tra </hi><hi rend="italic CharOverride-1">speculazione</hi><hi rend="CharOverride-1"> e </hi><hi rend="italic CharOverride-1">preghiera</hi><hi rend="CharOverride-1">-</hi><hi rend="italic CharOverride-1">contemplazione</hi><hi rend="CharOverride-1"> dedicate</hi><hi rend="CharOverride-1"> a Dio, da una parte, e </hi><hi rend="italic CharOverride-1">ozio</hi><hi rend="CharOverride-1">, pigrizia, </hi><hi rend="CharOverride-1">nei confronti del lavoro che allontana da Dio, dall’altra. </hi><hi rend="CharOverride-1">Sottoponendo in questo modo l’ozio ad una grande trasformazione </hi><hi rend="CharOverride-1">in cui, da un lato, come ‘ozio buono’, si</hi><hi rend="CharOverride-1"> intreccia col lavoro: l’</hi><hi rend="italic CharOverride-1">ora et labora</hi><hi rend="CharOverride-1"> di San </hi><hi rend="CharOverride-1">Benedetto; dall’altro, invece, rappresenta in una dimensione totalmente </hi><hi rend="italic CharOverride-1">negativa</hi><hi rend="CharOverride-1"> che rifiuta, insieme, lavoro e Dio. Quindi il lavoro apre</hi><hi rend="CharOverride-1"> e avvicina a Dio quanto ‘l’ozio buono’. </hi><hi rend="CharOverride-1">A sua volta la società borghese, che eredita sia l’</hi><hi rend="CharOverride-1">opposizione sociale tra lavoro manuale e intellettuale, sia la valorizzazione </hi><hi rend="CharOverride-1">cristiana del lavoro, eleva il lavoro produttore di ricchezza a </hi><hi rend="CharOverride-1">valore sociale centrale, </hi><hi rend="italic CharOverride-1">inventa</hi><hi rend="CharOverride-1"> il ‘tempo libero’ come dimensione </hi><hi rend="CharOverride-1">che </hi><hi rend="italic CharOverride-1">ridescrive </hi><hi rend="CharOverride-1">l’</hi><hi rend="italic CharOverride-1">ozio civile</hi><hi rend="CharOverride-1"> col tempo di consumo, e</hi><hi rend="CharOverride-1"> </hi><hi rend="italic CharOverride-1">svaluta</hi><hi rend="CharOverride-1"> l’ozio intellettuale in quanto ricerca </hi><hi rend="italic CharOverride-1">inutile</hi><hi rend="CharOverride-1"> perché disinteressata.</hi><hi rend="CharOverride-1"> </hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">A questo punto, invece della quadripartizione aristotelica del tempo di</hi><hi rend="CharOverride-1"> non lavoro in riposo, gioco, praxis e ozio, dopo il</hi><hi rend="CharOverride-1"> cristianesimo e la rivoluzione industriale, rinveniamo: ‘dolce far niente’</hi><hi rend="CharOverride-1">, gioco, preghiera, speculazione, ‘tempo libero’, lavoro intellettuale (utile</hi><hi rend="CharOverride-1"> o disinteressato). Nell’Ottocento il riposo e il gioco rimangono,</hi><hi rend="CharOverride-1"> nella sostanza, quello che sono sempre stati. La preghiera, evitando</hi><hi rend="CharOverride-1"> di limitarsi in una pratica privata, si aprirà alla ‘</hi><hi rend="CharOverride-1">questione sociale’ (enciclica </hi><hi rend="italic CharOverride-1">Rerum Novarum</hi><hi rend="CharOverride-1">, 1891). L’ozio, nella</hi><hi rend="CharOverride-1"> seconda metà del secolo, conosce una rivalutazione contro l’accelerazione</hi><hi rend="CharOverride-1"> delle attività e della vita della società industriale, sino ad</hi><hi rend="CharOverride-1"> aprirsi ad una riscoperta della </hi><hi rend="italic CharOverride-1">schole</hi><hi rend="CharOverride-1"> in chiave civile. Questo</hi><hi rend="CharOverride-1"> accade, sia in ambito marxista, come liberazione dal lavoro manuale</hi><hi rend="CharOverride-1"> grazie alle macchine (Lafargue 1971), sia, in piena </hi><hi rend="italic CharOverride-1">Belle Époque</hi><hi rend="CharOverride-1">, in ambito intellettuale, come attività conoscitiva fine a se </hi><hi rend="CharOverride-1">stessa (Wilde 2006, 1123 e passim; Stevenson 2012). Questo </hi><hi rend="italic CharOverride-1">rinascimento</hi><hi rend="CharOverride-1"> </hi><hi rend="CharOverride-1">dell’</hi><hi rend="italic CharOverride-1">otium</hi><hi rend="CharOverride-1"> (che ignora la questione dell’accidia ormai marginale), </hi><hi rend="CharOverride-1">si rifà espressamente ad Aristotele e, in certi casi, al </hi><hi rend="CharOverride-1">mito aristotelico del lavoro svolto dagli automi che il filosofo </hi><hi rend="CharOverride-1">riprende da Omero e ripropone nella </hi><hi rend="italic CharOverride-1">Politica</hi><hi rend="CharOverride-1">. </hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">In conclusione, per</hi><hi rend="CharOverride-1"> le tematiche che qui ci interessano, </hi><hi rend="italic CharOverride-1">socialmente</hi><hi rend="CharOverride-1"> il Novecento si</hi><hi rend="CharOverride-1"> apre con due dimensioni del tempo di non lavoro: il</hi><hi rend="CharOverride-1"> ‘tempo libero’ di massa e l’</hi><hi rend="italic CharOverride-1">otium</hi><hi rend="CharOverride-1"> rivisitato in</hi><hi rend="CharOverride-1"> termini intellettuali e politici. In questo secolo il ‘tempo</hi><hi rend="CharOverride-1"> libero’ </hi><hi rend="italic CharOverride-1">aumenterà</hi><hi rend="CharOverride-1"> notevolmente, mentre la separazione tra lavoro manuale</hi><hi rend="CharOverride-1"> e intellettuale si </hi><hi rend="italic CharOverride-1">assottiglierà</hi><hi rend="CharOverride-1">. </hi><hi rend="italic CharOverride-1">Filosoficamente</hi><hi rend="CharOverride-1">, permane il valore </hi><hi rend="CharOverride-1">della speculazione, erede della metafisico antica e del cristianesimo.</hi><hi rend="CharOverride-1"> Si tratta ora, molto sinteticamente, di capire il significato di</hi><hi rend="CharOverride-1"> tutto questo cercando anche di tracciarne il senso.</hi></p><p rend="text_top" ><hi rend="CharOverride-1">4. Il </hi><hi rend="italic CharOverride-1">tempo libero </hi><hi rend="CharOverride-1">non consiste, in una mera ridescrizione del riposo </hi><hi rend="CharOverride-1">come intervallo del tempo di lavoro. Propriamente si tratta di </hi><hi rend="CharOverride-1">un «tempo liberato» piuttosto che «libero» (Friedman 1966, 148). Tanto </hi><hi rend="CharOverride-1">più che questo tempo diviene un mercato dell’industria dei </hi><hi rend="CharOverride-1">prodotti e dei servizi materiali e immateriali consumabili in esso. </hi><hi rend="CharOverride-1">Ma occorre riconoscere: 1) che questo ‘tempo libero’, rispetto</hi><hi rend="CharOverride-1"> al riposo come mero intervallo tra due attività, corrisponde – nell</hi><hi rend="CharOverride-1">’epoca della centralità del lavoro parcellizzato –, al bisogno di</hi><hi rend="CharOverride-1"> attività autonoma negata nel lavoro; e, 2) presenta uno sviluppo</hi><hi rend="CharOverride-1"> così rilevante, in termini di quantità (ore), rispetto al tempo</hi><hi rend="CharOverride-1"> di non lavoro delle età precedenti che costituisce oggettivamente un</hi><hi rend="CharOverride-1"> progresso umano. Il ‘tempo libero’ entra in dialettica, sia</hi><hi rend="CharOverride-1"> con la ‘domenica’ da dedicare al Signore, sia con</hi><hi rend="CharOverride-1"> la conoscenza (ozio), in quanto consumo, divertimento, spreco. É anche</hi><hi rend="CharOverride-1"> un tempo che possiede, nell’epoca dell’istruzione pubblica, elementi</hi><hi rend="CharOverride-1"> per poter essere occasione di costruzione di una </hi><hi rend="italic CharOverride-1">coscienza critica</hi><hi rend="CharOverride-1">. In ogni caso, pur avendo il pregio di porre </hi><hi rend="CharOverride-1">la questione della libertà in connessione al lavoro, il carattere </hi><hi rend="CharOverride-1">prevalente del ‘tempo libero’ è quello di essere una </hi><hi rend="CharOverride-1">«compensazione» e la ricerca di un </hi><hi rend="italic CharOverride-1">riequilibrio</hi><hi rend="CharOverride-1"> del tempo </hi><hi rend="CharOverride-1">subordinato, esecutivo e non creativo del lavoro industriale di massa, </hi><hi rend="CharOverride-1">e perciò di essere un tempo predisposto alla passività e </hi><hi rend="CharOverride-1">alla «pseudo-attività» (Adorno 1969, 90 e 88). </hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Inoltre il ‘tempo</hi><hi rend="CharOverride-1"> libero’ da un lavoro esecutivo e eterodiretto non può </hi><hi rend="CharOverride-1">essere la conquista di una effettiva libertà, che poi dovrebbe </hi><hi rend="CharOverride-1">terminare alla ripresa del lavoro. Questo è l’aspetto più </hi><hi rend="CharOverride-1">debole dell’idea di ozio contenuta nel </hi><hi rend="italic CharOverride-1">Diritto all’ozio </hi><hi rend="CharOverride-1">(</hi><hi rend="italic CharOverride-1">paresse</hi><hi rend="CharOverride-1">) (1880) di Paul Lafargue (1971). Si tratta di </hi><hi rend="CharOverride-1">una concezione astratta dell’ozio che ha contagiato, a partire </hi><hi rend="CharOverride-1">da Lafargue, molte analisi della società industriale. È infatti impossibile </hi><hi rend="CharOverride-1">essere schiavi nel lavoro e liberi dopo il lavoro, oppure </hi><hi rend="CharOverride-1">liberi nel non lavoro e schiavi nel lavoro. In altre </hi><hi rend="CharOverride-1">parole è impossibile un’esperienza di tempo libero (e non </hi><hi rend="CharOverride-1">semplicemente liberato) </hi><hi rend="italic CharOverride-1">senza libertà nel lavoro</hi><hi rend="CharOverride-1">. Questo, ancorché nel contesto</hi><hi rend="CharOverride-1"> di una società escludente e signorile, è anche l’insegnamento</hi><hi rend="CharOverride-1"> di Aristotele: una attività libera in maniera eccellente (</hi><hi rend="italic CharOverride-1">theoria</hi><hi rend="CharOverride-1">)</hi><hi rend="CharOverride-1"> può derivare solo da un’altra attività libera (</hi><hi rend="italic CharOverride-1">praxis</hi><hi rend="CharOverride-1">).</hi><hi rend="CharOverride-1"> </hi><hi rend="italic CharOverride-1">Schole</hi><hi rend="CharOverride-1">, come si è già detto, non è una </hi><hi rend="CharOverride-1">fuga dal lavoro.</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">In questo senso, le preoccupazioni di Bertrand Russell</hi><hi rend="CharOverride-1"> o di John M. Keynes</hi><hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi><ref target="OP08885_int_online_chapter_266_1691-1702.html#footnote-005">3</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">, che l’aumento del</hi><hi rend="CharOverride-1"> ‘tempo libero’ causato dall’incremento costante della produttività, avrebbe</hi><hi rend="CharOverride-1"> creato un problema sociale per l’incapacità dei lavoratori di</hi><hi rend="CharOverride-1"> trascorrere in maniera attiva il ‘tempo libero’ aumentato cui</hi><hi rend="CharOverride-1"> non sono stati educati, è un ragionamento che presuppone</hi><hi rend="italic CharOverride-1"> </hi><hi rend="CharOverride-1">l</hi><hi rend="CharOverride-1">’</hi><hi rend="italic CharOverride-1">immodificabilità del lavoro</hi><hi rend="CharOverride-1"> e in questo senso un discorso </hi><hi rend="italic CharOverride-1">conservatore</hi><hi rend="CharOverride-1">, che in fondo è anche astratto. Infatti, perché solo </hi><hi rend="CharOverride-1">il ‘tempo libero’ dovrebbe mutare (in quantità), mentre il </hi><hi rend="CharOverride-1">lavoro non rinvenire nell’aumento della produttività, e quindi nel </hi><hi rend="CharOverride-1">sapere sociale e personale impegnato nelle attività, l’</hi><hi rend="italic CharOverride-1">occasione</hi><hi rend="CharOverride-1"> di </hi><hi rend="CharOverride-1">un suo mutamento </hi><hi rend="italic CharOverride-1">qualitativo</hi><hi rend="CharOverride-1">? Più precisamente, l’occasione di</hi><hi rend="CharOverride-1"> sviluppare, sulla base della maggiore conoscenza e formazione impegnate nel</hi><hi rend="CharOverride-1"> lavoro, una attività in grado di rendere il lavoratore più</hi><hi rend="CharOverride-1"> creativo, autonomo, attivo, e quindi capace di impiegare altrettanto creativamente,</hi><hi rend="CharOverride-1"> liberamente e attivamente il maggiore tempo di non lavoro a</hi><hi rend="CharOverride-1"> disposizione</hi><hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi><ref target="OP08885_int_online_chapter_266_1691-1702.html#footnote-004">4</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">? In altre parole, il problema è il lavoro</hi><hi rend="CharOverride-1"> alienato perché </hi><hi rend="italic CharOverride-1">subordinato</hi><hi rend="CharOverride-1"> (Braverman 1978, 57) e non il ‘</hi><hi rend="CharOverride-1">tempo libero’. Il problema non è di educare chi </hi><hi rend="CharOverride-1">lavora in modo subordinato al ‘tempo libero’, ma semmai</hi><hi rend="CharOverride-1"> di sostenerlo nella battaglia per la conquista di maggiore libertà</hi><hi rend="CharOverride-1"> </hi><hi rend="italic CharOverride-1">nel </hi><hi rend="CharOverride-1">lavoro. </hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">In ogni caso, il ragionamento di Russell</hi><hi rend="CharOverride-1"> e di Keynes pone </hi><hi rend="italic CharOverride-1">oggettivamente </hi><hi rend="CharOverride-1">il problema di un ozio</hi><hi rend="CharOverride-1"> come attività creativa </hi><hi rend="italic CharOverride-1">oltre</hi><hi rend="CharOverride-1"> il ‘tempo libero’, perché </hi><hi rend="CharOverride-1">quest’ultimo, come si è detto, è effettivamente incapace di</hi><hi rend="CharOverride-1"> liberare le persone che svolgono un lavoro privo di libertà</hi><hi rend="CharOverride-1">. L’aumento del tempo di non lavoro pone </hi><hi rend="italic CharOverride-1">oggettivamente</hi><hi rend="CharOverride-1"> </hi><hi rend="CharOverride-1">il problema della qualità di questo tempo. Ma, appunto, il </hi><hi rend="CharOverride-1">problema si risolve a partire dalla qualità del lavoro e</hi><hi rend="CharOverride-1"> non dall’educazione al ‘tempo libero’ in presenza di</hi><hi rend="CharOverride-1"> un tempo di lavoro ‘alienato’; una educazione non </hi><hi rend="CharOverride-1">in grado di eliminare la duplice passività della persona, e </hi><hi rend="CharOverride-1">nel lavoro e nel tempo liberato. Ed in effetti i </hi><hi rend="CharOverride-1">processi sociali non sembrano andare in direzione opposta. Ad esempio </hi><hi rend="CharOverride-1">gli esperimenti di una settimana di quattro giorni lavorativi sono </hi><hi rend="CharOverride-1">portati avanti dalle imprese in cui il lavoro è organizzato </hi><hi rend="CharOverride-1">in maniera più innovativa e coinvolgente. Invece questa misura organizzativa </hi><hi rend="CharOverride-1">non è possibile nelle imprese poco innovative e fondate sul </hi><hi rend="CharOverride-1">risparmio orario del costo del lavoro. Per cui la qualità </hi><hi rend="CharOverride-1">e la quantità del tempo liberato diviene anche un fattore </hi><hi rend="CharOverride-1">di divisione e di concorrenza (per attirare talenti) tra le </hi><hi rend="CharOverride-1">imprese.</hi></p><p rend="text_top" ><hi rend="CharOverride-1">5. Questi processi appaiono confermati anche dalla ricerca del sociologo</hi><hi rend="CharOverride-1"> americano-canadese Robert A. Stebbins, forse attualmente il più noto </hi><hi rend="CharOverride-1">esponente dei </hi><hi rend="italic CharOverride-1">Leisure Studies</hi><hi rend="CharOverride-1">. A partire dagli anni Ottanta del</hi><hi rend="CharOverride-1"> Novecento, quindi in piena crisi del fordismo e di sviluppo</hi><hi rend="CharOverride-1"> dell’economia e del lavoro della conoscenza, Stebbins propone il</hi><hi rend="CharOverride-1"> concetto di </hi><hi rend="italic CharOverride-1">serious leisure</hi><hi rend="CharOverride-1"> con cui intende andare oltre quello</hi><hi rend="CharOverride-1"> di ‘tempo libero’ (</hi><hi rend="italic CharOverride-1">free time</hi><hi rend="CharOverride-1">), oltreché di </hi><hi rend="italic CharOverride-1">idleness </hi><hi rend="CharOverride-1">(ozio), ancora impiegato da Russell. Potremo tradurre </hi><hi rend="italic CharOverride-1">serious leisure</hi><hi rend="CharOverride-1"> con ‘ozio creativo’ o ‘ozio impegnativo’, oppure </hi><hi rend="CharOverride-1">più letteralmente con ‘tempo libero serio’ o ‘impegnato</hi><hi rend="CharOverride-1">’, tenendo comunque presente che Stebbins lo usa quasi col</hi><hi rend="CharOverride-1"> significato di </hi><hi rend="italic CharOverride-1">schole </hi><hi rend="CharOverride-1">o di </hi><hi rend="italic CharOverride-1">otium </hi><hi rend="CharOverride-1">classico – ed infatti a</hi><hi rend="CharOverride-1"> questo proposito cita (talvolta in maniera filologicamente discutibile) testi di</hi><hi rend="CharOverride-1"> Aristotele e di Cicerone. Si potrebbe, quindi, intendere </hi><hi rend="italic CharOverride-1">serious</hi><hi rend="italic CharOverride-1"> leisure</hi><hi rend="CharOverride-1"> come un </hi><hi rend="italic CharOverride-1">otium</hi><hi rend="CharOverride-1"> pensato per una società postindustriale, in</hi><hi rend="CharOverride-1"> cui non solo gli aristocratici e le </hi><hi rend="italic CharOverride-1">élites</hi><hi rend="CharOverride-1"> sociali svolgono</hi><hi rend="CharOverride-1"> attività e professioni di elevato e medio livello professionale ed</hi><hi rend="CharOverride-1"> hanno il tempo e la cultura a disposizione per svolgere</hi><hi rend="CharOverride-1"> attività di </hi><hi rend="italic CharOverride-1">leisure</hi><hi rend="CharOverride-1"> interessanti. Insomma una specie di ozio</hi><hi rend="CharOverride-1"> democratico, ovvero una </hi><hi rend="italic CharOverride-1">versione borghese dell’otium</hi><hi rend="CharOverride-1">. </hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Stebbins </hi><hi rend="CharOverride-1">distingue tra </hi><hi rend="italic CharOverride-1">seriuos leisure</hi><hi rend="CharOverride-1"> (attività sistematiche che richiedono abilità, ad </hi><hi rend="CharOverride-1">es. tennis giocato seriamente ancorché dilettantisticamente, da «amatore»; oppure </hi><hi rend="CharOverride-1">comporre e suonare musica da dilettante, svolgere attività autoespressive, teatro, </hi><hi rend="CharOverride-1">letture sistematiche di un autore ecc.); </hi><hi rend="italic CharOverride-1">casual leisure</hi><hi rend="CharOverride-1"> («svago occasionale», </hi><hi rend="CharOverride-1">di per sé gratificante, che non necessita di particolari abilità, </hi><hi rend="CharOverride-1">di breve durata, ad es. passeggiare, vedere TV, mangiare in </hi><hi rend="CharOverride-1">compagnia, ascoltare musica ecc.); e </hi><hi rend="italic CharOverride-1">project-based leisure</hi><hi rend="CharOverride-1"> (tempo libero basato </hi><hi rend="CharOverride-1">su un progetto a breve termine, una impresa creativa occasionale, </hi><hi rend="CharOverride-1">ad es. turismo, giardinaggio, attività di </hi><hi rend="italic CharOverride-1">kit</hi><hi rend="CharOverride-1">, gita in canoa,</hi><hi rend="CharOverride-1"> una salita in montagna ecc.). Va da sé che la</hi><hi rend="CharOverride-1"> differenza non è semplicemente nel tipo di attività, ma soprattutto</hi><hi rend="CharOverride-1"> nella maniera di svolgerla: una stessa attività può essere svolta</hi><hi rend="CharOverride-1"> seriamente, occasionalmente oppure progettata occasionalmente.</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Come Lafargue, Russell e Keynes,</hi><hi rend="CharOverride-1"> Stebbins, non si pone il problema del cambiamento </hi><hi rend="italic CharOverride-1">qualitativo</hi><hi rend="CharOverride-1"> del</hi><hi rend="CharOverride-1"> lavoro. Stebbins è un sociologo e le categorie che </hi><hi rend="CharOverride-1">abbiamo ricordato gli servono per analizzare la realtà del tempo</hi><hi rend="CharOverride-1"> liberato aumentato per la minore richiesta di ore lavorate (Stebbins</hi><hi rend="CharOverride-1"> 1982), e che egli indaga attraverso interviste. </hi><hi rend="italic CharOverride-1">Seriuos leisure</hi><hi rend="CharOverride-1"> </hi><hi rend="CharOverride-1">risulta così essere una consistente </hi><hi rend="italic CharOverride-1">realtà sociale</hi><hi rend="CharOverride-1">, almeno in determinati</hi><hi rend="CharOverride-1"> paesi e in una certa misura, e non è </hi><hi rend="CharOverride-1">il ‘tempo libero’ passivo della riflessione critica della sociologia </hi><hi rend="CharOverride-1">novecentesca (ad esempio di quella esemplare di D. Riesmann </hi><hi rend="CharOverride-1">1956 e 1969). Stebbins riconosce apertamente questa novità</hi><hi rend="CharOverride-1"> sociale e culturale, e rivendica l’originalità della sua ricerca</hi><hi rend="CharOverride-1"> che egli evidenzia attraverso una distinzione tra </hi><hi rend="italic CharOverride-1">free time</hi><hi rend="CharOverride-1"> e</hi><hi rend="CharOverride-1"> </hi><hi rend="italic CharOverride-1">seriuos leisure</hi><hi rend="CharOverride-1">. Nella sua opera più nota scrive: </hi></p><p rend="quotation_b" ><hi rend="CharOverride-1">Il</hi><hi rend="CharOverride-1"> tempo libero (</hi><hi rend="italic CharOverride-1">free time</hi><hi rend="CharOverride-1">) non è qui [nel libro]</hi><hi rend="CharOverride-1"> trattato come sinonimo di ozio (</hi><hi rend="italic CharOverride-1">leisure</hi><hi rend="CharOverride-1">). Possiamo essere annoiati</hi><hi rend="CharOverride-1"> nel nostro tempo libero (</hi><hi rend="italic CharOverride-1">free time</hi><hi rend="CharOverride-1">), come può risultare</hi><hi rend="CharOverride-1"> dalla inattività (‘niente da fare’), che ahimè, </hi><hi rend="CharOverride-1">è poco interessante e poco stimolante […] l’ozio (</hi><hi rend="italic CharOverride-1">leisure</hi><hi rend="CharOverride-1">) è tipicamente concepito come uno stato d’animo positivo, </hi><hi rend="CharOverride-1">composto tra gli altri sentimenti, di piacevoli aspettative e di </hi><hi rend="CharOverride-1">ricordi di attività e situazioni (Stebbins 2007, 5).</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Per quanto</hi><hi rend="CharOverride-1"> riguarda, poi, il rapporto tra </hi><hi rend="italic CharOverride-1">seriuos leisure</hi><hi rend="CharOverride-1"> e lavoro </hi><hi rend="CharOverride-1">(</hi><hi rend="italic CharOverride-1">work</hi><hi rend="CharOverride-1">), in cui impiega il concetto di «estensione», Stebbins,</hi><hi rend="CharOverride-1"> dopo aver sottolineato che il suo «ragionamento va dal primo</hi><hi rend="CharOverride-1"> al secondo» – mentre nel passato è prevalsa l’idea di</hi><hi rend="CharOverride-1"> «discutere all’opposto: come il lavoro influenzi l’ozio (</hi><hi rend="italic CharOverride-1">leisure</hi><hi rend="CharOverride-1">) (si ricordino le note ipotesi di </hi><hi rend="italic CharOverride-1">spillover</hi><hi rend="CharOverride-1"> e di</hi><hi rend="CharOverride-1"> compensazione degli anni settanta)» –, nota che in molti </hi><hi rend="CharOverride-1">anni di ricerca sulle esperienze di </hi><hi rend="italic CharOverride-1">seriuos leisure</hi><hi rend="CharOverride-1">, ha </hi><hi rend="CharOverride-1">ascoltato diverse persone sostenere che «alcuni lavori sono come un </hi><hi rend="CharOverride-1">ozio (</hi><hi rend="italic CharOverride-1">seriuos leisure</hi><hi rend="CharOverride-1">)», e quindi che «in tali lavori </hi><hi rend="CharOverride-1">la linea tra il lavoro e l’ozio (</hi><hi rend="italic CharOverride-1">leisure</hi><hi rend="CharOverride-1">) </hi><hi rend="CharOverride-1">è virtualmente cancellata», infatti si tratta di lavori molto «appaganti», </hi><hi rend="CharOverride-1">come in «alcune professioni liberali, attività di consulenza, mestieri specializzati </hi><hi rend="CharOverride-1">e piccole imprese» quando il lavoro « è essenzialmente </hi><hi rend="italic CharOverride-1">seriuos </hi><hi rend="italic CharOverride-1">leisure</hi><hi rend="CharOverride-1">, in cui, tuttavia, il lavoratore trova un sostentamento, anche</hi><hi rend="CharOverride-1"> se non sempre altamente redditizio» (Stebbins 2007, 94-5). Quind</hi><hi rend="CharOverride-1">i tra </hi><hi rend="italic CharOverride-1">seriuos leisure</hi><hi rend="CharOverride-1"> e lavoro per Stebbins non ci </hi><hi rend="CharOverride-1">sono contrapposizioni né distanze incolmabili, ci sono invece possibilità di </hi><hi rend="CharOverride-1">«estensioni» in cui la distinzione tra le due attività è </hi><hi rend="CharOverride-1">quasi impossibile, ovvero solamente segnata dal reddito.</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Queste osservazioni sono </hi><hi rend="CharOverride-1">interessanti, perché giungono a delle conclusioni molto vicine alle nostre, </hi><hi rend="CharOverride-1">anche se svolte dal punto di vista opposto a quello </hi><hi rend="CharOverride-1">sostenuto nel presente testo. Esse rilevano, almeno per i lavori </hi><hi rend="CharOverride-1">cognitivi (</hi><hi rend="italic CharOverride-1">knowledge workers</hi><hi rend="CharOverride-1">) e le attività di più elevata </hi><hi rend="CharOverride-1">qualifica e professionalità, da una parte, lo stato di transizione </hi><hi rend="CharOverride-1">che esse attraversano, in cui spesso la distinzione tra </hi><hi rend="CharOverride-1">lavoro e ozio attivo si assottiglia; e, dall’altra, però,</hi><hi rend="CharOverride-1"> l’impossibilità di superare la polarizzazione tra questi lavori e</hi><hi rend="CharOverride-1"> quelli ‘alienati’ o ‘indecenti’ senza intervenire direttamente sull</hi><hi rend="CharOverride-1">’organizzazione del lavoro, questione che Stebbins non solleva. Ma</hi><hi rend="CharOverride-1"> è evidente che il lavoro non cambia per «estensione» dell</hi><hi rend="CharOverride-1">’ozio. E quando il sociologo scrive che «alcuni lavori </hi><hi rend="CharOverride-1">sono come un </hi><hi rend="italic CharOverride-1">seriuos leisure</hi><hi rend="CharOverride-1">», rileva l’importante e </hi><hi rend="CharOverride-1">rivoluzionario fatto storico che non l’ozio (</hi><hi rend="italic CharOverride-1">otium</hi><hi rend="CharOverride-1">), come</hi><hi rend="CharOverride-1"> nell’antichità, ma il lavoro soddisfacente è divenuto un</hi><hi rend="CharOverride-1"> privilegio, ancorché non ristretto; e quindi capace di trasfor</hi><hi rend="CharOverride-1">mare da utopia a politica realistica l’impegno per universalizzar</hi><hi rend="CharOverride-1">lo, perché fondato sulla cospicua realtà sociale di un </hi><hi rend="CharOverride-1">tipo lavoro storicamente affermato (e di ozio) che può essere </hi><hi rend="CharOverride-1">esteso per gli stessi diritti di uguaglianza della società democratica</hi><hi rend="CharOverride-1">. Ovviamente, perché questa direzione possa essere intrapresa occorre non </hi><hi rend="CharOverride-1">partire dall’ozio ma dalla trasformazione del lavoro, lavoro «</hi><hi rend="CharOverride-1">da cui discende tutto il resto» (Trentin 2019 271),</hi><hi rend="CharOverride-1"> anche l’ozio e la sua idea. </hi></p><p rend="text_top" ><hi rend="CharOverride-1">6. Con </hi><hi rend="CharOverride-1">la fine del fordismo non cambia solo il lavoro ma </hi><hi rend="CharOverride-1">anche il rapporto di questo col ‘tempo libero’, e</hi><hi rend="CharOverride-1"> quindi la natura di quest’ultimo. Nella misura in cui</hi><hi rend="CharOverride-1"> nel lavoro ricompare la </hi><hi rend="italic CharOverride-1">persona</hi><hi rend="CharOverride-1">, cioè la sua </hi><hi rend="italic CharOverride-1">impiegabilità</hi><hi rend="CharOverride-1">,</hi><hi rend="italic CharOverride-1"> </hi><hi rend="CharOverride-1">l’attività richiede formazione continua, la conoscenza è indissolubilmente intrecciata</hi><hi rend="CharOverride-1"> con l’attività, le capacità comunicative sono strumenti essenziali della</hi><hi rend="CharOverride-1"> produttività e la creatività, la capacità di risolvere problemi e</hi><hi rend="CharOverride-1"> la responsabilità, l’autonomia e non l’esecutività sono elementi</hi><hi rend="CharOverride-1"> indispensabili per la produttività (Trentin 2021, 85). Allora nel </hi><hi rend="CharOverride-1">‘tempo libero’ – come rilevano il concetto di </hi><hi rend="italic CharOverride-1">serious leisure</hi><hi rend="CharOverride-1"> e quello di «ozio creativo» di Domenico De Masi</hi><hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi><ref target="OP08885_int_online_chapter_266_1691-1702.html#footnote-003">5</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1"> –,</hi><hi rend="CharOverride-1"> il lavoratore ha bisogno di attività creative, attive e interessanti,</hi><hi rend="CharOverride-1"> come può contenerne il lavoro, senza essere necessariamente la ‘</hi><hi rend="CharOverride-1">maledizione’ e il ‘travaglio’ dell’uomo e della donna.</hi><hi rend="CharOverride-1"> Attività di ozio in cui il lavoratore perfeziona e arricchisce</hi><hi rend="CharOverride-1"> la costruzione della propria </hi><hi rend="italic CharOverride-1">identità</hi><hi rend="CharOverride-1">, in dialettica col lavoro </hi><hi rend="CharOverride-1">e con la formazione. Una identità aumentata fuori dal lavoro, </hi><hi rend="CharOverride-1">ma spendibile anche nel lavoro, non solo mediante sviluppo di </hi><hi rend="italic CharOverride-1">skill</hi><hi rend="CharOverride-1"> e </hi><hi rend="italic CharOverride-1">soft skill</hi><hi rend="CharOverride-1">, ma anche attraverso la cultura generale,</hi><hi rend="CharOverride-1"> superando le tradizionali separazioni tra ozio e lavoro, tra formazione</hi><hi rend="CharOverride-1"> professionale e ozio (cultura generale). In questo senso il ‘</hi><hi rend="CharOverride-1">tempo libero’ della società industriale non è all’altezza delle</hi><hi rend="CharOverride-1"> richieste crescenti provenienti dal lavoro postfordista che tende ad affermare,</hi><hi rend="CharOverride-1"> in generale, il criterio di attività motivate e interessanti. Il</hi><hi rend="CharOverride-1"> ‘tempo libero’, quindi, tende a trasformarsi in un </hi><hi rend="CharOverride-1">tempo di attività di impegno, ma mantenendo una propria </hi><hi rend="italic CharOverride-1">autonomia </hi><hi rend="CharOverride-1">rispetto al lavoro, in modo da controbilanciare, in termini di</hi><hi rend="CharOverride-1"> attività e non di passività, il lavoro che spesso può</hi><hi rend="CharOverride-1"> apparire anche più interessante del tradizionale ‘tempo libero’. </hi><hi rend="CharOverride-1">In altre parole le trasformazioni del lavoro non pongono solo </hi><hi rend="CharOverride-1">la questione di una nuova idea di lavoro ma anche </hi><hi rend="CharOverride-1">quella di una </hi><hi rend="italic CharOverride-1">nuova idea di ozio</hi><hi rend="CharOverride-1">. In questo senso</hi><hi rend="CharOverride-1"> le ‘grandi dimissioni’ dimostrano, che non è in gioco</hi><hi rend="CharOverride-1"> solo il </hi><hi rend="italic CharOverride-1">senso</hi><hi rend="CharOverride-1"> del lavoro, ma anche quello dell’ozio</hi><hi rend="CharOverride-1">; che se è vero che è impossibile motivare il </hi><hi rend="CharOverride-1">lavoro senza una nuova idea di lavoro, è impossibile farlo </hi><hi rend="CharOverride-1">senza anche una </hi><hi rend="italic CharOverride-1">nuova idea di ozio</hi><hi rend="CharOverride-1">, ovvero senza una</hi><hi rend="CharOverride-1"> nuova idea del lavoro nella vita personale </hi><hi rend="italic CharOverride-1">complessiva</hi><hi rend="CharOverride-1"> e del</hi><hi rend="CharOverride-1"> suo senso nella società</hi><hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi><ref target="OP08885_int_online_chapter_266_1691-1702.html#footnote-002">6</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">.</hi></p><p rend="text_top" ><hi rend="CharOverride-1">7. Alla determinazione di nuova </hi><hi rend="CharOverride-1">idea di ozio – svolta nell’ottica dell’</hi><hi rend="italic CharOverride-1">interrelazione</hi><hi rend="CharOverride-1">, e non</hi><hi rend="CharOverride-1"> della </hi><hi rend="italic CharOverride-1">estraneità</hi><hi rend="CharOverride-1"> o della </hi><hi rend="italic CharOverride-1">contrapposizione</hi><hi rend="CharOverride-1"> tra lavoro e ozio, </hi><hi rend="CharOverride-1">ma neppure in quella della «estensione» – può concorrere una riflessione </hi><hi rend="CharOverride-1">su due temi importanti: la </hi><hi rend="italic CharOverride-1">contemplazione</hi><hi rend="CharOverride-1"> e la </hi><hi rend="italic CharOverride-1">socialità</hi><hi rend="CharOverride-1">. Per</hi><hi rend="CharOverride-1"> il primo occorre tenere presente l’indicazione di Francesco Totaro</hi><hi rend="CharOverride-1"> quando, di fronte al fatto che «non di solo lavoro»</hi><hi rend="CharOverride-1"> si vive, avanza la questione della «speculazione» che «è attitudine</hi><hi rend="CharOverride-1"> disinteressata aperta a tutto l’essere […] capacità di meraviglia,</hi><hi rend="CharOverride-1"> di conservazione e di dono» (Totaro 1998, 154). Della quale</hi><hi rend="CharOverride-1"> ciascuno può essere libero di fissare i </hi><hi rend="italic CharOverride-1">contenuti</hi><hi rend="CharOverride-1"> che preferisce,</hi><hi rend="CharOverride-1"> rendendola una </hi><hi rend="italic CharOverride-1">modalità</hi><hi rend="CharOverride-1"> del tempo di vita in vista della</hi><hi rend="CharOverride-1"> costruzione dell’esistenza che ha scelto di vivere (Mill 1991).</hi><hi rend="CharOverride-1"> Un carattere essenziale della contemplazione è che essa, nel </hi><hi rend="CharOverride-1">suo esercizio, mette tra parentesi la volontà di trasformazione, che </hi><hi rend="CharOverride-1">invece è caratteristica del lavoro. E una persona ha bisogno </hi><hi rend="CharOverride-1">di vedere la realtà, non solo dal punto di vista </hi><hi rend="CharOverride-1">del mutamento, ma anche da quello della </hi><hi rend="italic CharOverride-1">permanenza</hi><hi rend="CharOverride-1">, «per riuscire</hi><hi rend="CharOverride-1"> ad attingere una dimensione dell’esistere altrimenti inafferrabile» (Ingrao 2017</hi><hi rend="CharOverride-1">, 21). Tale messa tra parentesi, in altre parole, può </hi><hi rend="CharOverride-1">essere intesa praticamente e non solo ontologicamente. Come una richiesta </hi><hi rend="CharOverride-1">dell’essere, ma anche come una maniera di vivere l’</hi><hi rend="CharOverride-1">esperienza della realtà in maniera distinta e diversa rispetto alla </hi><hi rend="CharOverride-1">trasformazione. Qualsiasi esperienza o aspetto del mondo e della vita, </hi><hi rend="CharOverride-1">in linea di principio, può essere visto sotto l’aspetto </hi><hi rend="CharOverride-1">dell’essere oltreché del divenire, ad esempio considerandoli sotto l</hi><hi rend="CharOverride-1">’aspetto del bello e non della storia, oppure del ricordo</hi><hi rend="CharOverride-1"> o del passato e non del futuro ecc. Ma per </hi><hi rend="CharOverride-1">la ricchezza e completezza della vita, questi appaiono lati ugualmente </hi><hi rend="CharOverride-1">indispensabili, anche se appartenenti ad esperienza distinte e non sovrapponibili. </hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">In questo modo è possibile evitare, sia opposizioni superate, sia </hi><hi rend="CharOverride-1">soluzioni già avanzate e rinvenire contenuti della contemplazione che non </hi><hi rend="CharOverride-1">separino dal divenire della vita e del mondo, evitando il </hi><hi rend="CharOverride-1">mito del valore della trasformazione infinita (come impone la questione</hi><hi rend="CharOverride-1"> ecologica) o l’appiattimento (‘lavoristico’) sul tempo di</hi><hi rend="CharOverride-1"> lavoro. Eventualità che la libertà </hi><hi rend="italic CharOverride-1">nel</hi><hi rend="CharOverride-1"> lavoro non è in</hi><hi rend="CharOverride-1"> grado da sola di evitare, dalle quali invece essa può</hi><hi rend="CharOverride-1"> sottrarsi attraverso l’ozio e la contemplazione, favorendo anche nuove</hi><hi rend="CharOverride-1"> forme di alleanza tra lavoro e cultura. Come fonte </hi><hi rend="CharOverride-1">di contenuti dell’ozio si può pensare a una dialettica </hi><hi rend="CharOverride-1">tra mutamento e conservazione, tra infinito e limite, tra il </hi><hi rend="CharOverride-1">trascorrere e la lunga durata, tra egoismo della trasformazione e </hi><hi rend="CharOverride-1">solidarietà dei beni comuni, tra valorizzazione e sostenibilità, tra produzione </hi><hi rend="CharOverride-1">e cura ecc., origini di contenuti per un ozio</hi><hi rend="italic CharOverride-1"> </hi><hi rend="CharOverride-1">(conoscenza, </hi><hi rend="CharOverride-1">speculazione, responsabilità, dono) in grado di orientare le finalità e </hi><hi rend="CharOverride-1">i limiti della trasformazione (dalla sostenibilità alla solidarietà). In questo </hi><hi rend="CharOverride-1">senso l’ozio avrà superato il ‘tempo libero’ della </hi><hi rend="CharOverride-1">società industriale, collocandosi in un punto cruciale delle decisioni, senza </hi><hi rend="CharOverride-1">contrapporsi al lavoro, ma anzi essendone sollecitato e sollecitandolo, e </hi><hi rend="CharOverride-1">senza pretendere di stabilire separazioni ed esclusioni tipo quelle, ormai </hi><hi rend="CharOverride-1">anacronistiche, fondate sulla opposizione tra lavoro e linguaggio (discorso).</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Per il</hi><hi rend="CharOverride-1"> secondo, la questione della </hi><hi rend="italic CharOverride-1">socialità</hi><hi rend="CharOverride-1">, e tenendo presente che </hi><hi rend="CharOverride-1">il modello classico di ozio ha un valore soprattutto </hi><hi rend="italic CharOverride-1">individuale</hi><hi rend="CharOverride-1">,</hi><hi rend="CharOverride-1"> è utile ricordare il giudizio del domenicano Marie-Dominique Chenu quando</hi><hi rend="CharOverride-1"> scrive che il lavoro è «uno dei punti di condensazione</hi><hi rend="CharOverride-1"> più rivelatori ed efficaci di una solidarietà umana senza la</hi><hi rend="CharOverride-1"> quale ciascuno perirebbe» (Chenu 1942, 5). Chenu ha di </hi><hi rend="CharOverride-1">fronte il lavoro fordista di cui intravede, attraverso l’organizzazione </hi><hi rend="CharOverride-1">nel sindacato, la capacità di creare solidarietà indipendentemente, sia dalla </hi><hi rend="CharOverride-1">parcellizzazione, sia dalla «classe» («Noi non abbiamo pronunziato la parola </hi><hi rend="italic CharOverride-1">classe</hi><hi rend="CharOverride-1">»: Chenu 1942). Egli sottovaluta il carattere astratto della cooperazione nel processo produttivo capitalista, ma giustamente sottolinea la capacità del lavoro di creare </hi><hi rend="CharOverride-1">solidarietà, che i lavoratori hanno indubbiamente vissuta anche come ‘coscienza</hi><hi rend="CharOverride-1"> di classe’, viene meno con la fine del ‘</hi><hi rend="CharOverride-1">mito’ della classe e con l’individualizzazione e frammentazione del</hi><hi rend="CharOverride-1"> lavoro? Oppure occorre cercarne una nuova formulazione in cui entra</hi><hi rend="CharOverride-1"> in gioco l’ozio? </hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Il liberalismo pensa il progresso </hi><hi rend="CharOverride-1">sociale nella misura del progresso individuale</hi><hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi><ref target="OP08885_int_online_chapter_266_1691-1702.html#footnote-001">-1</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1"> e, utilitariamente, il </hi><hi rend="CharOverride-1">bene comune nella misura del volume algebrico dei vantaggi rispetto </hi><hi rend="CharOverride-1">ai mali</hi><hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi><ref target="OP08885_int_online_chapter_266_1691-1702.html#footnote-000">-1</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">, salvo determinare condizioni sociali che impediscono alle </hi><hi rend="CharOverride-1">ineguaglianze di «ricchezza e potere» di tradursi in «benefici compensativi </hi><hi rend="CharOverride-1">per ciascuno», in particolare per i «meno avvantaggiati», (Rawsl 1971,</hi><hi rend="CharOverride-1"> 30); oltreché privilegiare, in nome dello sviluppo, le </hi><hi rend="italic CharOverride-1">capacità antisociali</hi><hi rend="CharOverride-1"> (egoismo, concorrenza, invidia, violenza, cinismo, avidità ecc.), che in assenza</hi><hi rend="CharOverride-1"> di uguali opportunità non si traducono in «virtù sociali» (Mandeville</hi><hi rend="CharOverride-1"> 2002) e quindi bloccano lo sviluppo dell’«uguaglianza sostantiva» (</hi><hi rend="CharOverride-1">Rawls 1971, 30), </hi><hi rend="italic CharOverride-1">base della cooperazione sociale</hi><hi rend="CharOverride-1">. Le disuguaglianze, </hi><hi rend="CharOverride-1">morali e materiali, che la nostra società esibisce, non sono </hi><hi rend="CharOverride-1">certamente aggredibili semplicemente attraverso l’ozio. Ma un ozio che </hi><hi rend="CharOverride-1">superi l’idea di una socialità meramente </hi><hi rend="italic CharOverride-1">razionale</hi><hi rend="CharOverride-1"> basata sull’</hi><hi rend="CharOverride-1">universalità della conoscenza, capace di introdurre l’idea di una </hi><hi rend="CharOverride-1">socialità costruita sulle </hi><hi rend="italic CharOverride-1">passioni</hi><hi rend="CharOverride-1"> aggreganti e non solo sui «vizi» </hi><hi rend="CharOverride-1">che divengono «pubbliche virtù», potrebbe essere un paradigma culturale che </hi><hi rend="italic CharOverride-1">contribuisce</hi><hi rend="CharOverride-1"> a ristabilire la cooperazione nel lavoro e a favorire </hi><hi rend="CharOverride-1">una vita collettiva assai meno conflittuale. In fondo questa era </hi><hi rend="CharOverride-1">anche l’idea di Aristotele, che i giovani dovessero essere </hi><hi rend="CharOverride-1">educati all’ozio per evitare che, come gli Spartani, pensassero </hi><hi rend="CharOverride-1">solo alla guerra. Nell’ozio di Aristotele era escluso il </hi><hi rend="CharOverride-1">lavoro e la sua predisposizione ad educare alla socialità. Vi </hi><hi rend="CharOverride-1">erano invece, come educazione alla socialità del cittadino, la musica, </hi><hi rend="CharOverride-1">le lettere, la ginnastica ecc. (Aristotele 2000, VIII, 3). Ma</hi><hi rend="CharOverride-1"> dopo il fordismo e la riproposizione della persona nel lavoro,</hi><hi rend="CharOverride-1"> perché non pensare ad un nuovo nesso tra razionalità e</hi><hi rend="CharOverride-1"> sentimenti della socialità, tra conoscenza, abilità, efficienza, da una lato</hi><hi rend="CharOverride-1">; e solidarietà, cooperazione, fratellanza dall’altro, in una sintesi </hi><hi rend="CharOverride-1">di libertà, creatività e responsabilità realizzabile nel lavoro come </hi><hi rend="italic CharOverride-1">fondamentale</hi><hi rend="CharOverride-1"> </hi><hi rend="CharOverride-1">esperienza per la convivenza sociale? Questo, appunto, a partire dal </hi><hi rend="CharOverride-1">superamento della estraneità e della contrapposizione tra ozio e lavoro </hi><hi rend="CharOverride-1">e dalla trasformazione del ‘tempo libero’ in una esperienza </hi><hi rend="CharOverride-1">di ozio interconnesso col lavoro.</hi></p><p rend="h2" ><hi>Riferimenti bibliografici</hi></p><p rend="bib_indx_bib" ><hi rend="CharOverride-1">Adorno, T. W. 1974. “</hi><hi rend="CharOverride-1">Tempo libero.” In </hi><hi rend="italic CharOverride-1">Parole chiave. Modelli critici</hi><hi rend="CharOverride-1">. Milano: SugarCo Edizioni.</hi></p><p rend="bib_indx_bib" ><hi rend="CharOverride-1">Arendt, H. 1988. </hi><hi rend="italic CharOverride-1">Vita activa. 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					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-2"><ref target="OP08885_int_online_chapter_266_1691-1702.html#footnote-007-backlink">1</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	«Considerato per </hi><hi rend="CharOverride-1">la forma si può dunque, riassumendo, chiamare gioco un’azione </hi><hi rend="CharOverride-1">libera: conscia di non essere presa “sul serio” e situata </hi><hi rend="CharOverride-1">al di fuori della vita consueta, che nondimeno può impossessarsi </hi><hi rend="CharOverride-1">totalmente del giocatore; azione a cui in sé non è </hi><hi rend="CharOverride-1">congiunto un interesse materiae, da cui non proviene vantaggio, che </hi><hi rend="CharOverride-1">si compie entro un tempo e uno spazio definiti di </hi><hi rend="CharOverride-1">proposito, che si svolge con ordine secondo date regole, e </hi><hi rend="CharOverride-1">suscita rapporti sociali che facilmente si circondano di mistero o </hi><hi rend="CharOverride-1">accentuano mediante travestimento la loro diversità dal mondo solito» (cfr. </hi><hi rend="CharOverride-1">Huizinga 2002, 17).</hi><hi rend="CharOverride-3"> </hi></p></item>
				</list><list type="ordered">
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-2"><ref target="OP08885_int_online_chapter_266_1691-1702.html#footnote-006-backlink">2</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	Questo vale anche per la Polis</hi><hi rend="CharOverride-1"> di Platone che pure si costituisce sulla base di una</hi><hi rend="CharOverride-1"> divisione sociale del lavoro. </hi></p></item>
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					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-2"><ref target="OP08885_int_online_chapter_266_1691-1702.html#footnote-005-backlink">3</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	«Mentre un po’ di </hi><hi rend="CharOverride-1">tempo libero è piacevole, gli uomini non saprebbero come riempire </hi><hi rend="CharOverride-1">le loro giornate se lavorassero soltanto quattro ore su ventiquattro</hi><hi rend="CharOverride-1"> […] è essenziale che l’istruzione sia più completa di</hi><hi rend="CharOverride-1"> quanto lo è ora e che miri, in parte, ad</hi><hi rend="CharOverride-1"> educare e raffinare il gusto in modo che un uomo</hi><hi rend="CharOverride-1"> possa sfruttare con intelligenza il proprio tempo libero» (Russell 2005</hi><hi rend="CharOverride-1">, 22-3). A sua volta Keynes: «[…] tra cento anni </hi><hi rend="CharOverride-1">il problema economico sarà risolto […] per la prima volta </hi><hi rend="CharOverride-1">dalla creazione l’uomo si troverà ad affrontare il problema </hi><hi rend="CharOverride-1">più serio e meno transitorio – come sfruttare la libertà </hi><hi rend="CharOverride-1">dalle pressioni economiche, come occupare il tempo che la tecnica </hi><hi rend="CharOverride-1">e gli interessi composti gli avranno regalato, come vivere in </hi><hi rend="CharOverride-1">modo saggio, piacevole, e salutare […] di questa abbondanza godrà </hi><hi rend="CharOverride-1">solo chi riuscirà a coltivare l’arte della vita, </hi><hi rend="CharOverride-1">perfezionandola senza vendersi» (Keynes 2009, 21-3).Laddove sembra di capire </hi><hi rend="CharOverride-1">che tra il lavoro sotto la pressione economica e la </hi><hi rend="CharOverride-1">vita libera e piacevole non ci siano altre specie di </hi><hi rend="CharOverride-1">attività.</hi></p></item>
				</list><list type="ordered">
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-2"><ref target="OP08885_int_online_chapter_266_1691-1702.html#footnote-004-backlink">4</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	Nei </hi><hi rend="italic CharOverride-1">Grundrisse</hi><hi rend="CharOverride-1"> Karl Marx (1976, vol I, 725)</hi><hi rend="CharOverride-1"> a differenza del </hi><hi rend="italic CharOverride-1">Capitale, </hi><hi rend="CharOverride-1">insiste sulla circolarità tra lavoro e</hi><hi rend="CharOverride-1"> tempo liberato (cfr. Mari 2019, 145 sgg.)</hi></p></item>
				</list><list type="ordered">
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-2"><ref target="OP08885_int_online_chapter_266_1691-1702.html#footnote-003-backlink">5</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	L’</hi><hi rend="CharOverride-1">idea di «ozio creativo» di De Masi, come quella di</hi><hi rend="CharOverride-1"> «serious leisure» di Stebbins, non sono oggettivamente molto diverse dall</hi><hi rend="CharOverride-1">’idea di ozio che sto cercando di tratteggiare, ma hanno</hi><hi rend="CharOverride-1"> un significato diverso. DFella seconda si è già detto. Quella</hi><hi rend="CharOverride-1"> di De Masi, cui va riconosciuto il merito di avere</hi><hi rend="CharOverride-1"> riaperto in Italia la questione di una ridefinizione dell’ozio,</hi><hi rend="CharOverride-1"> si basa sul giudizio che la «società postindustriale è fondata</hi><hi rend="CharOverride-1"> sul tempo libero, sullo svago, sull’ozio […] una società</hi><hi rend="CharOverride-1"> oziosa […] Chi paga l’avvento della società oziosa? […]</hi><hi rend="CharOverride-1"> Ecco chi paga: i cittadini che lavorano sempre meno e</hi><hi rend="CharOverride-1"> le macchine che lavorano sempre di più» (De Masi 2006</hi><hi rend="CharOverride-1">, 289-92). Anche per De Masi il punto essenziale non </hi><hi rend="CharOverride-1">è il mutamento del lavoro, ma è l’aumento quantitativo </hi><hi rend="CharOverride-1">del tempo liberato: alla fine un elogio della tecnologia indipendentemente</hi><hi rend="CharOverride-1"> dalla sua organizzazione e impiego nel lavoro (su questo tema</hi><hi rend="CharOverride-1"> cfr. Butera 2020).</hi></p></item>
				</list><list type="ordered">
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-2"><ref target="OP08885_int_online_chapter_266_1691-1702.html#footnote-002-backlink">6</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	Su questi temi cfr. Mari 2019, cap. 4.</hi></p></item>
				</list><list type="ordered">
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-2"><ref target="OP08885_int_online_chapter_266_1691-1702.html#footnote-001-backlink">-1</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	Se la gente si rendesse conto che</hi><hi rend="CharOverride-1"> il libero sviluppo dell’individualità è uno degli elementi fondamentali</hi><hi rend="CharOverride-1"> del bene comune; che non solo è connesso a tutto</hi><hi rend="CharOverride-1"> ciò che viene designato come civiltà, istruzione, educazione, cultura, ma</hi><hi rend="CharOverride-1"> è di per se stesso parte e condizione necessaria di</hi><hi rend="CharOverride-1"> tutte queste cose, non vi sarebbe il pericolo che la</hi><hi rend="CharOverride-1"> libertà venisse sottovalutata […]» (Mill 1991, 65).</hi></p></item>
				</list><list type="ordered">
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-2"><ref target="OP08885_int_online_chapter_266_1691-1702.html#footnote-000-backlink">-1</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	«Contate il</hi><hi rend="CharOverride-1"> </hi><hi rend="italic CharOverride-1">numero </hi><hi rend="CharOverride-1">delle persone i cui interessi sembrano </hi><hi rend="italic CharOverride-1">in gioco </hi><hi rend="CharOverride-1">[…]</hi><hi rend="CharOverride-1"> </hi><hi rend="italic CharOverride-1">Sommate </hi><hi rend="CharOverride-1">i numeri che esprimono i gradi di tendenza </hi><hi rend="italic CharOverride-1">buona</hi><hi rend="italic CharOverride-1"> </hi><hi rend="CharOverride-1">dell’atto rispetto a ciascun individuo, per il quale la</hi><hi rend="CharOverride-1"> tendenza dell’atto è complessivamente </hi><hi rend="italic CharOverride-1">buona</hi><hi rend="CharOverride-1"> […] e poi ancora</hi><hi rend="CharOverride-1"> per ciascun individuo per il quale la tendenza dell’atto</hi><hi rend="CharOverride-1"> è complessivamente </hi><hi rend="italic CharOverride-1">cattiva</hi><hi rend="CharOverride-1">. Se la bilancia pende dalla parte </hi><hi rend="CharOverride-1">dei piaceri, la tendenza generale dell’atto risulterà </hi><hi rend="italic CharOverride-1">buona</hi><hi rend="CharOverride-1">, rispetto</hi><hi rend="CharOverride-1"> al numero totale, o comunità degli individui interessati; se dalla</hi><hi rend="CharOverride-1"> parte dei dolori, la tendenza generale dell’atto risulterà </hi><hi rend="italic CharOverride-1">cattiva </hi><hi rend="CharOverride-1">rispetto alla medesima comunità» (Bentham 1998, 124).</hi></p></item>
				</list>
      
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