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        <title type="main" level="a">Introduzione</title>
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            <forename>Francesco</forename>
            <surname>Salvestrini</surname>
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          <resp>This is a section of <title>Atto abate vallombrosano e vescovo di Pistoia</title>(DOI: <idno type="DOI">10.36253/979-12-215-0335-7</idno>) by </resp>
          <name>Francesco Salvestrini</name>
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        <publisher>Firenze University Press</publisher>
        <pubPlace>Florence</pubPlace>
        <date when="2024">2024</date>
        <idno type="DOI">https://doi.org/10.36253/979-12-215-0335-7.02</idno>
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        <p>Introducion to the book ant its contents</p>
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            <item>Monastic Historiography</item>
            <item>Bishops and Monks</item>
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      <p>It is available online at https://doi.org/10.36253/979-12-215-0335-7.02<ref target="https://doi.org/10.36253/979-12-215-0335-7.02" /></p>
      
      <div><head>Introduzione</head><p rend="h1_author" ><hi rend="CharOverride-1">Francesco Salvestrini</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Sant’Atto da Pistoia (1070/80-1153), abate generale dei Benedettini vallombrosani e vescovo di questa città toscana, canonizzato nel XVII secolo (festa 22 maggio, a Pistoia 21 giugno), fu un uomo di Chiesa, un agiografo</hi><hi rend="CharOverride-1"> e un personaggio politico di primo piano nell’Europa del secolo XII, di cui costituisce una tra le figure più interessanti ma, allo stesso tempo, meno conosciute.</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Da tempo la Curia pistoiese ha espresso l’auspicio che l’indagine storica su questo antico prelato consenta di approfondire </hi><hi rend="CharOverride-1">alcune questioni rimaste irrisolte, a partire dai miti addensatisi intorno alle origini del religioso per giungere al suo coinvolgimento nella prima definizione del patronato di san Jacopo Maggiore su Pistoia, e alla vasta rete di contatti che, come abate e poi ordinario diocesano, egli seppe stabilire</hi><hi rend="CharOverride-1"> a livello locale e ‘internazionale’. I contributi raccolti nel presente volume cercano di rispondere almeno in parte a tali interrogativi, facendo il punto su ciò che l’erudizione e la storiografia moderna hanno finora evidenziato e sottolineando, parallelamente, quanto le fonti dell’epoca permettono ancor oggi </hi><hi rend="CharOverride-1">di valutare. La vita di Atto fu, del resto, segnata da profondi contrasti, non sempre documentati in modo adeguato. Tuttavia</hi><hi rend="CharOverride-1"> le testimonianze disponibili mostrano come egli sia stato in grado di affrontare problematiche di natura molto diversa, lavorando costantemente per il bene delle istituzioni che nel corso del tempo venne chiamato a governare.</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Atto condusse la prima parte della sua esistenza come monaco, accolto nel ramo della famiglia benedettina fondato </hi><hi rend="CharOverride-1">durante la seconda metà del secolo XI da Giovanni Gualberto († 1073), padre di Vallombrosa ed esponente di primo piano nella riforma ecclesiastica del periodo. Grazie forse ad una buona preparazione quasi certamente acquisita in ambiente regolare e alla stima dei confratelli, nel 1125 divenne abate maggiore dell’Ordine,</hi><hi rend="CharOverride-1"> e da allora continuò per tutta la vita ad occuparsi della definizione istituzionale del medesimo, della sua memoria agiografica e dell’espansione territoriale attraverso l’Italia centro-settentrionale e la Sardegna.</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Forte dei buoni rapporti </hi><hi rend="CharOverride-1">intrattenuti col potere marchionale di Tuscia, nel 1133 assunse la dignità episcopale di Pistoia, grazie anche al sostegno di papa Innocenzo II (1130-43), residente a Pisa dal 1134 al</hi><hi rend="CharOverride-1"> ’37. Occorre, infatti, ricordare che Atto aveva preso le parti di tale pontefice contro il rivale Anacleto II durante lo scisma che divise la Chiesa fra il 1130 e il 1138. Innocenzo, dal canto suo, cercò sempre di porre alla guida di città importanti personaggi che gli si erano mostrati maggiormente fedeli, come Siro a Genova o il cistercense Baldovino a Pisa</hi><hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi><ref target="OP08849_xml_3_7-12.html#footnote-009">1</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">.</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Osservando la sua opera quale guida dei Vallombrosani e pastore pistoiese possiamo collocare Atto in quella schiera di illustri riformatori</hi><hi rend="CharOverride-1"> la cui vicenda è destinata a scardinare, nell’interpretazione storiografica, la troppo rigida contrapposizione di matrice weberiana tra momento carismatico originario di un movimento o di una fondazione</hi><hi rend="CharOverride-1"> religiosa e fase di istituzionalizzazione/normalizzazione, intesa come appannamento e sostanziale riduzione a ‘luogo comune’ (</hi><hi rend="italic">Veralltäglichung</hi><hi rend="CharOverride-1">) del carisma stesso</hi><hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi><ref target="OP08849_xml_3_7-12.html#footnote-008">2</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">. </hi><hi rend="CharOverride-1">Oggi, grazie soprattutto agli studi di Gert Melville</hi><hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi><ref target="OP08849_xml_3_7-12.html#footnote-007">3</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">, abbiamo consapevolezza che nella storia degli Ordini regolari, così come in quella degli organi diocesani, queste due stagioni per lo più </hi><hi rend="CharOverride-1">non risultarono nettamente distinte, né ontologicamente contrapposte. Sappiamo anche che furono proprio i movimenti riformatori dei secoli XI e XII a consolidare le nuove strutture istituzionali della Chiesa (basti solo menzionare papa Niccolò II e l’affidamento al collegio cardinalizio dell’elezione dei pontefici). E infine appare ormai chiaro come</hi><hi rend="CharOverride-1"> non poche scelte di carattere organizzativo riassunte da consuetudini disciplinari, costituzioni monastiche e deliberazioni sinodali siano state compiute in ossequio alla memoria dai padri fondatori o dei presuli venerati come santi, ossia alla luce delle testimonianze agiografiche e delle condivise </hi><hi rend="CharOverride-1">tradizioni devozionali</hi><hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi><ref target="OP08849_xml_3_7-12.html#footnote-006">4</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">.</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">La vicenda di Atto conferma ampiamente questo assunto. In quanto guida dei Vallombrosani egli fu per certi aspetti un normalizzatore, dopo gli anni della lotta condotta da Giovanni Gualberto e quelli segnati dalla nascita dell’Ordine per opera del superiore Bernardo detto degli Uberti (1099-1109 ca.). Per quanto riguarda la </hi><hi rend="CharOverride-1">penetrazione e il consolidamento della sua famiglia regolare svolse un ruolo forse più attivo e duraturo di quello, pur importantissimo, avuto da quest’ultimo, estendendo notevolmente l’area di insediamento non solo in direzione delle città padane, raggiunte dai religiosi già sul finire dell’XI secolo</hi><hi rend="CharOverride-1">, ma anche verso il Piemonte, la Liguria, l’Umbria e le isole del Tirreno settentrionale. D’altro canto la sua promozione del culto jacobeo nella città di cui divenne pastore anticipò, come vedremo, il ruolo dei Vallombrosani quali promotori privilegiati delle relazioni tra vescovi e monaci. Cito soltanto</hi><hi rend="CharOverride-1">, a titolo di esempio, il rilievo del monastero del Santo Sepolcro di Pavia per il presule Lanfranco Beccari (1134?-1198), a lungo in lotta coi ceti dirigenti di quella città; o il rifugio che i Vallombrosani bergamaschi di Astino offrirono a Guala presule bresciano (1180-1244)</hi><hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi><ref target="OP08849_xml_3_7-12.html#footnote-005">5</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">. Per altro verso, la</hi><hi rend="CharOverride-1"> </hi><hi rend="italic">translatio</hi><hi rend="CharOverride-1"> delle reliquie di san Jacopo fornì un precedente importante per definire i rapporti dei religiosi con i centri del potere politico in varie realtà dell’Italia centro-settentrionale e non solo, in una continua interazione fra istituzionalizzazione della vita religiosa e rafforzamento della medesima tramite il coinvolgimento dei fedeli.</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Finora abbiamo conosciuto Atto soprattutto</hi><hi rend="CharOverride-1"> in merito all’intensa attività che egli svolse contro l’addensarsi del potere nelle mani delle magistrature comunali pistoiesi, pronte a rivendicare già nel primo ventennio del XII secolo l’esercizio di alcune prerogative a danno dei consolidati privilegi ecclesiastici. Ricordiamo a questo riguardo che i vescovi di Pistoia non esercitarono mai in città poteri pubblici su delega imperiale, ma furono conti della Sambuca ed ebbero il dominio effettivo su tale </hi><hi rend="italic">castrum</hi><hi rend="CharOverride-1"> e sulla vicina corte di Pavana nel Bolognese. Inoltre, cospicuo era il patrimonio della mensa</hi><hi rend="CharOverride-1"> episcopale e numerosi risultavano i diritti signorili esercitati su chiese e cappelle del territorio diocesano. Tutto ciò generò, stando a varie fonti, tensioni politiche ed economiche tra la curia e le autorità municipali ancor prima che Atto salisse al soglio vescovile; tensioni che culminarono con la vicenda della rapina sacrilega compiuta nel 1138 a danno della cattedrale e di altre chiese diocesane (un’azione che forse, come ha sottolineato </hi><hi rend="CharOverride-1">Mauro Ronzani, i consoli pensarono di poter compiere perché avevano iniziato ad utilizzare i beni della cattedra senza chiedere alcuna autorizzazione già nel 1133, all’epoca della vacanza episcopale anteriore all’elezione di Atto)</hi><hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi><ref target="OP08849_xml_3_7-12.html#footnote-004">6</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">. Nell’intento di esigere contribuzioni dal clero e di assoggettare quest’ultimo al foro civile, come risulta dall’antico</hi><hi rend="CharOverride-1"> e controverso statuto comunale da alcuni datato al 1117, i consoli presero possesso del campanile e trafugarono il tesoro di San Zeno. Tale mossa portò il vescovo a scomunicare le supreme magistrature cittadine, in questo appoggiato da Innocenzo II</hi><hi rend="CharOverride-1"> (la sanzione venne poi revocata nel 1140), e a cercare strumenti di riaffermazione della propria autorità. Durante gli stessi anni la sede episcopale dovette fronteggiare anche i contrasti con la pieve di Santo Stefano a Prato (o </hi><hi rend="italic">de Burgo</hi><hi rend="CharOverride-1">), in rapporto alle cui pretese di autonomia Atto ebbe meno possibilità di imporsi a causa della vicinanza a Innocenzo de</hi><hi rend="CharOverride-1">lla locale signoria dei conti Alberti</hi><hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi><ref target="OP08849_xml_3_7-12.html#footnote-003">7</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">.</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Pistoia risulta in quegli anni un laboratorio politico e religioso di notevole interesse: da un lato un comune precoce che vuole estendere le sue prerogative a danno di quelle del clero; dall’altro un presule che è stato abate maggiore di un’obbedienza regolare e che sa muoversi con destrezza nelle dinamiche dei poteri locali e universali.</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Per uscire dalle difficoltà il vescovo necessitava di un’opera di promozione che andasse a vantaggio del proprio ufficio; qualcosa che lo riconciliasse con la città e gli consentisse di superare la situazione conflittuale. Fu quindi logico pensare alla reliquia di un santo, da far giungere a Pistoia come un dono prezioso recato dal pastore per la salvezza dei suoi fedeli. Sembra che Atto si sia inizialmente rivolto a Milano, dove lo portavano i suoi trascorsi di Vallombrosano e la rete di contatti tessuta da Bernardo degli Uberti. Tuttavia la richiesta di testimonianze lipsaniche ivi avanzata (dei santi Gervasio, Protasio e Vittore) sul momento forse non andò a buon fine</hi><hi rend="CharOverride-1">, o magari (qualora gli altari dell’abbazia di Montepiano consacrati da Atto a questi santi alla fine degli anni Trenta abbiano realmente contenuto particole provenienti da Milano) venne sul momento superata da progetti allo stesso tempo più ampi e più ambiziosi, progetti nutriti dagli stretti contatti di Atto con papa Innocenzo e la sua rete di relazioni. Il pontefice</hi><hi rend="CharOverride-1">, infatti, in virtù della stima che nutriva per il presule vallombrosano, lo aiutò ad ottenere ciò di cui aveva bisogno. Il santo padre era stato un fervido sostenitore del culto compostelano, sul quale intendeva recuperare il controllo della sede romana a scapito dell’eccessiva autonomia manifestata dall’arcivescovo Diego Gelmírez. Fu probabilmente lui a consigliare Atto, o comunque a confermarlo nell’intenzione di ‘attingere’ ad uno dei corpi santi allora più venerati. Secondo la tradizione pistoiese il vescovo avrebbe, quindi, ottenuto dal suo omologo di Compostela un frammento osseo tratto dai resti di san Giacomo di Zebedeo, detto ‘il Maggiore’ (denominato Jacopo in Tuscia). Il sacro oggetto – sempre stando alle testimonianze locali – nel luglio del 1144 raggiunse Pistoia recato dai pellegrini </hi><hi rend="CharOverride-1">Mediovillano e Tebaldo, come si può osservare effigiato in un bassorilievo trecentesco ancor oggi esistente sulla controfacciata della cattedrale. Fu in tale occasione che Atto fece erigere l’apposito altare consacrato l’8 luglio 1145.</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Alcuni recenti lavori condotti in primo luogo da Lucia Gai hanno sollevato dubbi circostanziati in merito alla linearità di questa ricostruzione. Soprattutto la studiosa ha giustamente ritenuto di dover sottrarre l’analisi della vicenda alla sola realtà pistoiese per proiettarla in un contesto più vasto. Ne sono derivate interessanti considerazioni circa il fatto che forse la concessione della reliquia non fu fatta da Diego</hi><hi rend="CharOverride-1">, ma dal suo successore Pedro Elias intorno al 1143; ed è emerso il dubbio che il frammento giunto a Pistoia sia stato realmente tratto dal corpo di Giacomo il Maggiore. Si è, quindi, discusso in merito all’effettiva data di arrivo in Tuscia delle </hi><hi rend="italic">exuviae</hi><hi rend="CharOverride-1"> apostoliche, pervenendo</hi><hi rend="CharOverride-1"> a conclusioni diverse anche fra i vari saggi che compongono la presente silloge. Del resto non è affatto certo che, come retoricamente riferito dalle superstiti lettere intercorse tra i ministri coinvolti nella suddetta epocale traslazione, i pastori compostelani fossero favorevoli al trasferimento. Questo venne forse imposto </hi><hi rend="CharOverride-1">dal pontefice il quale, approfittando di un periodo di difficoltà attraversato dalla sede iberica fra 1138 e 1140, assecondò il progetto di Atto con l’intento di erigere in Italia, sulla via per Roma, una meta di pellegrinaggio</hi><hi rend="CharOverride-1"> in qualche modo complementare, se non alternativa, al santuario apostolico di Galizia</hi><hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi><ref target="OP08849_xml_3_7-12.html#footnote-002">8</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">. D’altro canto il vescovo toscano riuscì molto probabilmente a far accettare l’autenticità dei sacri pegni a livello locale solo attraverso un’abile politica di conciliazione e accordo col ceto consolare pistoiese e grazie al coinvolgimento, nella promozione del culto, di fedeli provenienti da altre città della Tuscia</hi><hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi><ref target="OP08849_xml_3_7-12.html#footnote-001">9</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">. In ogni caso dovette essere proprio l’abilità politica di cui dette prova a destare l’ammirazione nei suoi confronti ben al di fuori dei confini della regione, se ha qualche fondamento l’encomiastica testimonianza offerta dal suo sodale diacono pistoiese Roberto/Ranieri, il quale in una lettera a lui inviata gli rammentava come in Inghilterra un cardinale della Chiesa romana gli avesse confidato che quest’ultima sarebbe stata ben governata se a capo di essa fosse stato eletto il presule pistoiese</hi><hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi><ref target="OP08849_xml_3_7-12.html#footnote-000">10</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">.</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Su </hi><hi rend="CharOverride-1">queste e molte altre considerazioni tornano le relazioni che seguono, gettando nuova luce intorno a un complesso di vicende che proiettano Pistoia e l’Ordine vallombrosano nell’orizzonte mediterraneo e continentale del</hi><hi rend="CharOverride-1"> periodo; e tutto ciò in concomitanza con la ricognizione e l’accurato restauro del sacro corpo di Atto che sono stati recentemente condotti. Pertanto quattordici contributi ripercorrono la vicenda del presule pistoiese alla luce del contesto monastico del primo secolo XII (D’Acunto), in rapporto all’organizzazione dei poteri vescovili della Tuscia (Ronzani) e in virtù della sua funzione di abate generale vallombrosano in contatto coi poteri laici ed ecclesiastici dell’Italia centro-settentrionale (Salvestrini). I testi raccolti aprono, poi, squarci importanti sull</hi><hi rend="CharOverride-1">e dinamiche della Chiesa pistoiese (Fabbri), sull’attività di Atto quale agiografo e autore della </hi><hi rend="italic">Vita</hi><hi rend="CharOverride-1"> del padre fondatore dei Vallombrosani (Degl’Innocenti e Righetti) e come protagonista sia nella lotta contro le prevaricazioni del consolato cittadino, sia nella nascita del culto per l’apostolo Jacopo a Pistoia (Gai). Non mancano, quindi, i riferimenti alla figura del vescovo</hi><hi rend="CharOverride-1"> nella cultura storica della città, dall’erudizione della prima età moderna ai contributi raccolti nel «Bullettino Pistoiese di Storia Patria» (Agostini e Mannori); né si tace delle committenze artistiche e architettoniche riconducili all’epoca del presule (Passuello), rendendo anche testimonianza – come dicevamo – delle recenti ricognizioni e del complesso lavoro di restauro conservativo a cui il corpo del santo è stato sottoposto (Cecchini e Lunardini </hi><hi rend="italic">et al.</hi><hi rend="CharOverride-1">). Un contributo è infine dedicato alle vesti episcopali di Atto </hi><hi rend="CharOverride-1">e uno alla tradizione del personaggio nella cultura religiosa e folklorica pistoiesi (Peri, Valbonesi).</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">A partire dai difficili frangenti che nel 2021 condizionarono lo svolgimento del convegno da cui il presente volume deriva, il sostegno della Curia pistoiese è stato fondamentale per trasformare quell’incontro fatto in larga misura da remoto in una raccolta</hi><hi rend="CharOverride-1"> di scritti. Pertanto, prima di licenziare quest’opera, mi preme rivolgere un sentito e particolare ringraziamento a sua Eccellenza Mons. Fausto Tardelli, V</hi><hi rend="CharOverride-1">escovo di Pistoia, e alla Curia della Cattedrale Pistoiese, che hanno fortemente voluto l’indagine, nonché a don Luca Carlesi, Arciprete della Cattedrale e Presidente del Comitato di San Jacopo, il quale</hi><hi rend="CharOverride-1"> ha seguito e convintamente appoggiato, anche dal punto di vista logistico e organizzativo, le giornate di studio e la successiva pubblicazione. Ringrazio, inoltre, l’Abate Maggiore dell’Ordine benedettino vallombrosano Padre Giuseppe Casetta, il Comune di Pistoia e il Sindaco Alessandro Tomasi</hi><hi rend="CharOverride-1">; mentre una profonda gratitudine esprimo verso la Fondazione Cassa di Risparmio di Pistoia e Pescia, nella persona del suo Presidente Lorenzo Zogheri, per il prezioso e determinante contributo finanziario. Ringrazio ovviamente anche i colleghi che hanno accettato l’invito a sostanziare questo </hi><hi rend="CharOverride-1">libro, nonché coloro che hanno lavorato per lo svolgimento della giornata di studio e per il completamento della relativa edizione, con particolare riferimento ad Anna Agostini, Francesco Borghero e Silvia Gualandi, mia allieva pistoiese.</hi></p><p rend="text ParaOverride-1" ><hi rend="CharOverride-1">Firenze – Pistoia, marzo 2024</hi></p><list type="ordered">
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-2"><ref target="OP08849_xml_3_7-12.html#footnote-009-backlink">1</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	L. Grassi, </hi><hi rend="italic">Siro II ultimo vescovo e primo arcivescovo di Genova</hi><hi rend="CharOverride-1">, «Atti della Società Ligure di Storia Patria», 17/2, 1886, pp. 707-728; M. Ronzani, </hi><hi rend="italic">«La nuova Roma»: Pisa, Papato e Impero al tempo di san Bernardo</hi><hi rend="CharOverride-1">, in O. Banti e C. Violante (a cura di), </hi><hi rend="italic">Momenti di storia medioevale pisana. Discorsi per il giorno di S. Sisto</hi><hi rend="CharOverride-1">, Pacini, Pisa 1991, pp. 61-77; V. Polonio, </hi><hi rend="italic">Istituzioni ecclesiastiche della Liguria medievale</hi><hi rend="CharOverride-1">, Herder, Roma 2002, pp. 55-58; M. L. Ceccarelli Lemut, </hi><hi rend="italic">«Magnum Ecclesiae Lumen». Baldovino, monaco cistercense e arcivescovo di Pisa (1138-1145)</hi><hi rend="CharOverride-1">, in F. G. B. Trolese (a cura di), Monastica et humanistica. </hi><hi rend="italic">Scritti in onore di Gregorio Penco O.S.B.</hi><hi rend="CharOverride-1">, Abbazia di Santa Maria del Monte, Cesena 2003, II, pp. 613-636: 617-619.</hi></p></item>
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					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-2"><ref target="OP08849_xml_3_7-12.html#footnote-008-backlink">2</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	G. Melville, </hi><hi rend="italic">Le comunità religiose nel Medioevo. Storia e modelli di vita</hi><hi rend="CharOverride-1">, trad. it. Morcelliana, Brescia 2020, pp. 129-130.</hi></p></item>
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					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-2"><ref target="OP08849_xml_3_7-12.html#footnote-007-backlink">3</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	Cfr. oltre nel presente volume.</hi></p></item>
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					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-2"><ref target="OP08849_xml_3_7-12.html#footnote-006-backlink">4</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	R. Fangarezzi, P. Golinelli e A. M. Orselli (a cura di), </hi><hi rend="italic">Sant’Anselmo di Nonantola e i santi fondatori nella tradizione monastica tra Oriente e Occidente</hi><hi rend="CharOverride-1">, Viella, Roma 2006.</hi></p></item>
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					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-2"><ref target="OP08849_xml_3_7-12.html#footnote-005-backlink">5</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	M. P. Alberzoni,</hi><hi rend="italic"> Lanfranco, santo</hi><hi rend="CharOverride-1">, in </hi><hi rend="italic">Dizionario Biografico degli Italiani</hi><hi rend="CharOverride-1">, LXIII, 2004, pp. 564-567: 567, </hi><hi rend="CharOverride-3">LANFRANCO, santo in “Dizionario Biografico” - Treccani - Treccani</hi><hi rend="CharOverride-1">; G. Andenna, </hi><hi rend="italic">Guala</hi><hi rend="CharOverride-1">, ivi, LX, 2003, pp. 119-123: 122, </hi><hi rend="CharOverride-3">GUALA in “Dizionario Biografico” - Treccani - Treccani</hi><hi rend="CharOverride-1">.</hi></p></item>
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					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-2"><ref target="OP08849_xml_3_7-12.html#footnote-004-backlink">6</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	Cfr. M. Ronzani, </hi><hi rend="italic">Lo sviluppo istituzionale di Pistoia alla luce dei rapporti con il Papato e l’Impero tra la fine del secolo XI e l’inizio del Duecento</hi><hi rend="CharOverride-1">, in P. Gualtieri (a cura di), </hi><hi rend="italic">La Pistoia comunale nel contesto toscano ed europeo (secoli XIII-XIV)</hi><hi rend="CharOverride-1">, Società Pistoiese di Storia Patria, Pistoia 2008, pp. 19-72; P. Gualtieri, </hi><hi rend="italic">Note sul ceto dirigente pistoiese in età consolare-podestarile</hi><hi rend="CharOverride-1">, «Bullettino Storico Pistoiese», 112, 2010, pp. 137-163: 146-147.</hi></p></item>
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					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-2"><ref target="OP08849_xml_3_7-12.html#footnote-003-backlink">7</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	Cfr. M. Ronzani, </hi><hi rend="italic">I conti Guidi, i conti Alberti e Pistoia dall’inizio del secolo XII al 1177</hi><hi rend="CharOverride-1">, «Bullettino Storico Pistoiese», 112, 2010, pp. 91-107: 96-97.</hi></p></item>
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					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-2"><ref target="OP08849_xml_3_7-12.html#footnote-002-backlink">8</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	Cfr. L. Gai, </hi><hi rend="italic">Santiago el Mayor patrono di Pistoia: per una rilettura storiografica</hi><hi rend="CharOverride-1">, in P. Caucci von Saucken (a cura di), </hi><hi rend="italic">Iacobus patronus</hi><hi rend="CharOverride-1">, X Congreso internacional de estudios jacobeos, Xunta de Galicia, Santiago de Compostela 2020, pp. 329-399, e il suo saggio nel presente volume.</hi></p></item>
				</list><list type="ordered">
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-2"><ref target="OP08849_xml_3_7-12.html#footnote-001-backlink">9</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	Cfr. in proposito A. Cotza, </hi><hi rend="italic">La traslazione delle reliquie di san Giacomo a Pistoia (anni ’30 e ’40 del XII secolo). Una rilettura</hi><hi rend="CharOverride-1">, in A. Cotza e A. Poloni (a cura di), </hi><hi rend="italic">Chiesa e</hi><hi rend="CharOverride-1"> civitas </hi><hi rend="italic">nell’Italia medievale. Studi per Mauro Ronzani</hi><hi rend="CharOverride-1">, ETS, Pisa 2024, pp. 255-276. </hi></p></item>
				</list><list type="ordered">
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-2"><ref target="OP08849_xml_3_7-12.html#footnote-000-backlink">10</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	L. Gai, </hi><hi rend="italic">Testimonianze jacobee e riferimenti compostellani nella storia di Pistoia dei secoli XII-XIII</hi><hi rend="CharOverride-1">, in L. Gai (a cura di), </hi><hi rend="italic">Pistoia e il Cammino di Santiago. Una dimensione europea nella Toscana medioevale</hi><hi rend="CharOverride-1">, Edizioni Scientifiche Italiane, Napoli 1987, pp. 119-230: 218.</hi></p></item>
				</list><p rend="editorial_metadata_author">Francesco Salvestrini, University of Florence, Italy, <ref target="https://www.fupress.com">francesco.salvestrini@unifi.it</ref>, <ref target="https://www.fupress.com">0000-0002-0756-2626</ref></p><p rend="editorial_metadata_polices">Referee List (DOI 1<ref target="https://www.fupress.com">0.36253/fup_referee_list</ref>)</p><p rend="editorial_metadata_polices">FUP Best Practice in Scholarly Publishing (DOI <ref target="https://www.fupress.com">10.36253/fup_best_practice</ref>)</p><p rend="editorial_metadata_book">Francesco Salvestrini, <hi rend="italic">Introduzione</hi>, © Author(s), <ref target="https://www.fupress.com">CC BY 4.0</ref>, DOI <ref target="https://www.fupress.com">10.36253/979-12-215-0335-7.02</ref>, in Francesco Salvestrini (edited by), <hi rend="CharOverride-4">Atto abate vallombrosano e vescovo di Pistoia. Bilancio storiografico e prospettive di ricerca sulla vita e l’opera di un protagonista del XII secolo</hi>, pp. -7, 2024, published by Firenze University Press, ISBN 979-12-215-0335-7, DOI <ref target="https://www.fupress.com">10.36253/979-12-215-0335-7</ref></p></div>
      
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