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        <title type="main" level="a">Vescovi e diocesi nella Toscana del secolo XII: uno sguardo d’insieme</title>
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          <resp>This is a section of <title>Atto abate vallombrosano e vescovo di Pistoia</title>(DOI: <idno type="DOI">10.36253/979-12-215-0335-7</idno>) by </resp>
          <name>Francesco Salvestrini</name>
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        <publisher>Firenze University Press</publisher>
        <pubPlace>Florence</pubPlace>
        <date when="2024">2024</date>
        <idno type="DOI">https://doi.org/10.36253/979-12-215-0335-7.04</idno>
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        <p>The paper reviews the bishops of the most important Tuscan towns from the time of pope Paschal II until about 1180. After 1113-1115 the bishops of northern Tuscany took a lot of castles and seigneurial rights previously belonged to Count Ugo III, last remnant of the Cadolingi family. In the same years Count Geoffrey, son of Albert II of the Alberti, became bishop of Florence and made the interests of the bishopric coincide with those of his family. Pope Innocent II (1130-1143) appointed a good number of Tuscan bishops. We can recall both Pisan archbishops Hubert (1133-1137) and Baldwin (1138-1145) and Atto, bishop of Pistoia between 1133 and 1153. In 1144 he introduced in Pistoia the cult of Saint James (still very celebrated in the city). After the papal schism of 1159 four Tuscan bishoprics joined the popes supported by Frederick I in opposition to Alexander III. Normality returned only shortly before 1180.</p>
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            <item>Tuscany</item>
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      <p>It is available online at https://doi.org/10.36253/979-12-215-0335-7.04<ref target="https://doi.org/10.36253/979-12-215-0335-7.04" /></p>
      
      <div><head>Vescovi e diocesi nella Toscana del secolo XII: <lb/>uno sguardo d’insieme</head><p rend="h1_author" ><hi rend="CharOverride-1">Mauro Ronzani</hi></p><p rend="h1_indexAbstract"><hi rend="bold">Sommario</hi><hi rend="CharOverride-2">:</hi> La relazione passa in rassegna i vescovi delle principali città toscane dal tempo di Pasquale II (1099-1118) al 1180 circa. Dopo il 1113-1115 i presuli della Toscana settentrionale si accaparrarono i castelli e i diritti signorili appartenuti al conte Ugo III, ultimo dei Cadolingi; e a Firenze divenne vescovo un altro conte, Goffredo di Alberto II degli Alberti, che fece coincidere gli interessi dell’episcopato con quelli della propria famiglia. Fra i presuli nominati da Innocenzo II (1130-1143) spiccano i pisani Uberto e Baldovino e il pistoiese Atto, che nel 1144 lanciò in città il culto di san Jacopo (ancora oggi patrono di Pistoia). Dopo lo scisma papale del 1159, ben quattro sedi vescovili toscane aderirono ai papi sostenuti da Federico I in contrapposizione ad Alessandro III. La normalità tornò solo poco prima del 1180.</p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Nelle intenzioni originarie questa relazione avrebbe dovuto offrire un quadro sufficientemente completo dell’episcopato toscano al tempo di Atto (1133-1153), sulla scorta della storiografia disponibile e delle ricerche effettuate negli anni scorsi da chi scrive. D</hi><hi rend="CharOverride-1">’altronde, è cosa abituale, studiando un vescovo, metterlo a confronto con chi l’aveva preceduto e chi gli sarebbe subentrato. Abbiamo deciso perciò di partire dall’inizio del secolo XII (il governo vescovile del predecessore di Atto, Ildebrando, era cominciato nel 1105) e di arrivare agli anni 1170-1180 circa, quando uscirono di scena i vescovi coinvolti nel conflitto fra il Barbarossa e Alessandro III, fra i quali il pistoiese Tracia (succeduto ad Atto nel 1154) si distinse per l’incrollabile fedeltà all’imperatore.</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Non ci occuperemo, peraltro, di tutte le dodici sedi vescovili presenti allora nella «Tuscia», ma solo di quelle impiantate in una città comunale (o quantomeno corrispondenti ad una di esse, come nel caso invero assai particolare di Arezzo). Partendo da Pistoia e procedendo in senso orario, considereremo dunque – sia pure non con eguale sistematicità – anche Firenze, Arezzo, Siena, Volterra, Pisa e Lucca. Ad eccezione di Fiesole, le sedi qui non contemplate – Chiusi, Sovana, Roselle-Grosseto e Massa Marittima – si trovavano (e si trovano tuttora) nella porzione meridionale e meno urbanizzata del territorio toscano. Tutte le dodici diocesi erano comunque di matrice tardoantica e direttamente sottoposte alla Sede apostolica e al suo pontefice, che come loro metropolita ne consacrava i vescovi, personalmente o attraverso presuli di diocesi vicine a ciò appositamente delegati.</hi></p><div><head><hi>1. La situazione al passaggio fra l’XI e il XII secolo</hi></head><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">La prima modifica a tale quadro di lunga durata arrivò nel 1092, con l</hi><hi rend="CharOverride-1">’elevazione di Pisa a sede arcivescovile (ma con autorità metropolitica concentrata sulle diocesi della Corsica). Come è noto, Urbano II volle in tal modo premiare la fedeltà del presule pisano Daiberto (eletto verso il 1088-89), pensando di continuare a servirsi di lui per tenere sotto controllo la difficile situazione ecclesiastica e politica di entrambe le grandi isole tirreniche</hi><hi rend="notes_number CharOverride-3"><hi><ref target="OP08849_xml_5_25-46.html#footnote-082">1</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">. Negli anni successivi Daiberto restò, tuttavia, quasi sempre accanto al pontefice, e nel 1098 partì per la Terrasanta, dove a fine 1099 divenne patriarca latino di Gerusalemme (pur senza lasciare l’ufficio precedente). Poiché egli, a quanto sembra, non rientrò più a Pisa fino alla morte, avvenuta a Messina il 15 giugno 1105</hi><hi rend="notes_number CharOverride-3"><hi><ref target="OP08849_xml_5_25-46.html#footnote-081">2</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">, il vuoto da lui lasciato accelerò il definirsi dell’autogoverno della cittadinanza (ovvero, plasticamente, del </hi><hi rend="italic">Populus pisanus</hi><hi rend="CharOverride-1">), sia pure entro il quadro teorico della </hi><hi rend="italic">edificatio</hi><hi rend="CharOverride-1"> </hi><hi rend="italic">Ecclesiae</hi><hi rend="CharOverride-1"> (in riferimento ai lavori di costruzione del Duomo, avviati nel 1064 al tempo del vescovo Guido da Pavia) e sotto l’alta sorveglianza di Matilde, che dalla fine del secolo XI era tornata ad esercitare le funzioni di marchesa di Tuscia. In tal senso, una svolta determinante era stata, nel 1096, la chiusura della lunga esperienza filoenriciana di Lucca, con l’insediamento del nuovo vescovo diocesano Rangerio (assai probabilmente estraneo al clero locale) per opera dello stesso Urbano II</hi><hi rend="notes_number CharOverride-3"><hi><ref target="OP08849_xml_5_25-46.html#footnote-080">3</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">.</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Altrove, come a Firenze e a Siena, le tensioni tipiche della seconda metà del secolo XI (che una volta gli storici definivano senz’altro ‘</hi><hi rend="CharOverride-1">l’età gregoriana’) erano state superate assai prima, e i presuli saliti allora sulle rispettive cattedre vi sedevano ancora all’inizio del secolo XII: Ranieri, giunto in ufficio nel 1070, due anni dopo i clamorosi eventi che avevano portato alla deposizione del predecessore Pietro Mezzabarba</hi><hi rend="notes_number CharOverride-3"><hi><ref target="OP08849_xml_5_25-46.html#footnote-079">4</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">, e Gualfredo, divenuto vescovo di Siena qualche tempo dopo il 1084</hi><hi rend="notes_number CharOverride-3"><hi><ref target="OP08849_xml_5_25-46.html#footnote-078">5</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">. Quanto a Pistoia, la situazione di emergenza creatasi nel 1085 con la morte del vescovo Leone fu risolta rapidamente grazie ad un energico intervento di Matilde, che in</hi><hi rend="CharOverride-1">stallò spicciativamente sulla cattedra di San Zeno Pietro, abate vallombrosano dei monasteri di San Salvatore di Fucecchio e San Michele di Forcole, attestato come vescovo dal 27 maggio 1086. Quando egli morì, all’inizio del 1105, la sua successione fu regolata senza particolari problemi con la promozione di un membro della canonica vescovile di San Zeno, il primicerio Ildebrando, che il 24 novembre 1105, dopo aver ricevuto la consacrazione da Pasquale II, ne ottenne un particolareggiato privilegio con la conferma dei beni e dei diritti del vescovato pistoiese</hi><hi rend="notes_number CharOverride-3"><hi><ref target="OP08849_xml_5_25-46.html#footnote-077">6</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">.</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Durante la prima fase del lungo pontificato di Pasquale II (1099-1118) vi furono nell’episcopato toscano altri avvicendamenti, in almeno due dei quali (a Volterra e ad Arezzo) egli ebbe un ruolo determinante nella scelta del nuovo presule. Come stanno mostrando ricerche ancora inedite di Stefania Anzoise, l’arrivo a Volterra (nel 1103)</hi><hi rend="notes_number CharOverride-3"><hi><ref target="OP08849_xml_5_25-46.html#footnote-076">7</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1"> di Ruggero, appartenente alla stirpe comitale lombarda dei ‘Gisalbertingi’, premiò un chierico che, conformemente all’orientamento politico-ecclesiastico maturato verso la fine del secolo XI nella sua cerchia parentale, aveva iniziato direttamente a Roma il proprio cursus formativo, conquistando in breve tempo la fiducia del pontefice. Le capacità personali di Ruggero sarebbero state apprezzate, anni dopo, anche da Callisto II, che fra 1122 e 1123 – come vedremo – lo avrebbe promosso alla sede arcivescovile pisana, senza togliergli l’ufficio volterrano che ricopriva da quasi un ventennio.</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">All</hi><hi rend="CharOverride-1">’inizio del secolo XII l’unica sede vescovile toscana rimasta ancora non pienamente in comunione con il papato ‘gregoriano’ era quella aretina di San Donato. Il fatto che nel 1106 Pasquale II riuscisse a mettervi a capo un presule di propria fiducia fu sentito come una sorta di svolta epocale, ancora ben impressa nella memoria degli Aretini, che nel 1180 testimoniarono riguardo alla secolare questione delle pievi contese fra le diocesi di Arezzo e Siena: per loro, infatti, quel «Gualtiero, di origine beneventana» (che nei documenti coevi è però chiamato Gregorio)</hi><hi rend="notes_number CharOverride-3"><hi><ref target="OP08849_xml_5_25-46.html#footnote-075">8</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">, «primus </hi><hi rend="CharOverride-1">fuit Aretii per dominum papam et non per imperatorem»</hi><hi rend="notes_number CharOverride-3"><hi><ref target="OP08849_xml_5_25-46.html#footnote-074">9</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">.</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Non sembra, invece, che Pasquale II avesse svolto un ruolo particolare nella scelta del successore di Daiberto a Pisa. Il nuovo presule, Pietro, già abate del monastero cittadino di San Michele in Borgo (in procinto di passare sotto la dipendenza di Camaldoli), è attestato per la prima volta il 19 marzo 1106</hi><hi rend="notes_number CharOverride-3"><hi><ref target="OP08849_xml_5_25-46.html#footnote-073">10</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">. Pur avendogli impartito la consacrazione episcopale, il papa non volle, né allora né in seguito, riattivare in suo favore le prerogative metropolitiche che Urbano II aveva, ad un certo punto, sospeso (piuttosto che revocato) a Daiberto. Né Pisa fu mai toccata da Pasquale II nel corso dei suoi viaggi verso il nord della penisola. Il mancato ripristino della dignità e delle prerogative di arcivescovo costituì indubbiamente un cruccio per il presule e per la </hi><hi rend="italic">civitas</hi><hi rend="CharOverride-1"> di Pisa; ma, per il resto, Pietro colmò efficacemente il vuoto istituzionale creatosi con la partenza di Daiberto, fungendo da legittimo rappresentante della città verso l’esterno. In effetti, quando egli salì sulla cattedra vescovile di Santa Maria, Pisa era impegnata in una guerra con la vicina Lucca intorno al controllo della navigazione e alla riscossione dei relativi diritti di «ripatico» sul fiume Serchio, che per questa seconda città era la via di collegamento più agevole con il mare. Il trascinarsi del conflitto, che ha lasciato tracce non irrilevanti nella tradizione cronistica più antica di entrambe le città, denuncia chiaramente, agli occhi dello storico, l’affievolirsi della capacità di controllo e d’</hi><hi rend="CharOverride-1">intervento di Matilde in questo, che pur era il settore ‘primigenio’ della Marca; tanto è vero che la pace poté essere ristabilita solo a fine 1110 e grazie a Enrico V, giunto in Italia in vista dell’incoronazione imperiale. Nelle </hi><hi rend="italic">cartulae offersionis</hi><hi rend="CharOverride-1"> del 21 novembre 1110, che contrassegnano il passaggio del castello di Ripafratta (posto su un’altura proprio nel punto più stretto della valle inferiore del Serchio) sotto il controllo di Pisa, la città sembra identificarsi pienamente con la sua </hi><hi rend="italic">ecclesia episcopatus S. Marie</hi><hi rend="CharOverride-1">, ma nel </hi><hi rend="italic">breve</hi><hi rend="CharOverride-1"> redatto lo stesso giorno per precisare i termini dell’</hi><hi rend="CharOverride-1">accordo fra i comproprietari della fortezza e i detentori effettivi dell’autorità politica su Pisa, questi ultimi sono l’arcivescovo (chiamato proprio così, come se le concessioni del 1092 non fossero mai state sospese), ma anche gli «operai di S. Maria» e i «consoli», espressione (che proprio in quegli anni da temporanea e occasionale stava diventando stabile) del </hi><hi rend="italic">Populus</hi><hi rend="CharOverride-1"> cittadino</hi><hi rend="notes_number CharOverride-3"><hi><ref target="OP08849_xml_5_25-46.html#footnote-072">11</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">.</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Da questo punto di vista, Pisa era indubbiamente più avanti rispetto alle altre città toscane, dove i </hi><hi rend="italic">cives</hi><hi rend="CharOverride-1"> non si erano ancora dati un’organizzazione politica propria (tale almeno da riflettersi nelle fonti scritte), ed erano semmai ancora attivi (come sicuramente a Pistoia con i Guidi) i vecchi poteri di tipo comitale. Nel caso di Arezzo, invece, il passaggio di Enrico V ‘scoperchiò’ le tensioni esistenti fra i residenti nella vera e propria </hi><hi rend="italic">civitas</hi><hi rend="CharOverride-1"> murata e la sede vescovile di S</hi><hi rend="CharOverride-1">an Donato, che da secoli si trovava lontano da quella, sul colle del Pionta. Fra 1110 e 1111 Enrico V intervenne duramente a favore del vescovo e contro i </hi><hi rend="italic">cives </hi><hi rend="CharOverride-1">(distruggendo almeno in parte le mura urbane)</hi><hi rend="notes_number CharOverride-3"><hi><ref target="OP08849_xml_5_25-46.html#footnote-071">12</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">, ma il problema restò e si ripropose meno di venti anni dopo, quando il vescovo Buiano fu costretto a lasciare il complesso di San Donato nelle mani dei canonici, e a trasferirsi ben più vicino alla città.</hi></p></div><div><head><hi>2. Le importanti novità del 1113</hi></head><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">La situazione generale sin qui rapidamente descritta si modificò sensibilmente a partire del 1113, anno che vide sia la morte senza eredi del conte Ugo III, ultimo esponente della dinastia dei ‘Cadolingi’, detentrice di un vastissimo patrimonio di beni e diritti sparso su almeno cinque diocesi toscane (Pistoia, Firenze, Lucca, Pisa e Volterra), sia l</hi><hi rend="CharOverride-1">’ascesa di un altro conte (Goffredo degli Alberti) sulla cattedra vescovile fiorentina.</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Come si evince dalle volontà testamentarie del conte Ugo III, ricostruite meritoriamente da Rosanna Pescaglini, gli interlocutori normali dei Cadolingi erano i vescovi di tali cinque diocesi (non a caso accorsi tutti al capezzale del moribondo, di persona o attraverso delegati). Ad essi Ugo lasciò dunque sia i beni da lui tenuti, a qualsiasi titolo, «de aliqua ecclesia», sia una cospicua quota del restante complesso patrimoniale</hi><hi rend="notes_number CharOverride-3"><hi><ref target="OP08849_xml_5_25-46.html#footnote-070">13</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">. Ciò ebbe due conseguenze fondamentali: da una parte i presuli coinvolti ebbero la possibilità di allargare ed arricchire in modo consistente il patrimonio fondiario e di diritti vari del proprio vescovato; e dall’altra, muovendosi in tal senso, si allearono oppure entrarono decisamente in conflitto con i ‘</hi><hi rend="CharOverride-1">confratelli’ delle diocesi confinanti: questo accadde, ad esempio, fra il vescovo di Pisa Pietro e il vescovo lucchese Rodolfo (subentrato nel 1112 a Rangerio)</hi><hi rend="notes_number CharOverride-3"><hi><ref target="OP08849_xml_5_25-46.html#footnote-069">14</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">, che si contesero il possesso dei castelli già cadolingi nella zona dell’attuale Casciana Terme. In particolare, fra 1114 e 1115, i «castellani et habitatores</hi><hi rend="italic">»</hi><hi rend="CharOverride-1"> di Vivaio giurarono fedeltà alla Chiesa pisana di Santa Maria e al suo «arcivescovo» Pietro, impegnandosi altresì a mettere il castello stesso a disposizione del presule e del «pisanus</hi><hi rend="CharOverride-1"> Populus…ad illorum proprium bisonium et propriam litem contra omnes homines»</hi><hi rend="notes_number CharOverride-3"><hi><ref target="OP08849_xml_5_25-46.html#footnote-068">15</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">; ciò va inteso non come segnale di un anacronistico interesse della cittadinanza pisana verso la creazione di un ‘contado’, ma come conferma del sostegno da essa assicurato alla politica di espansione patrimoniale e signorile perseguita dal vescova</hi><hi rend="CharOverride-1">do cittadino nelle condizioni determinatesi dopo il 1113. Grazie alla colorita narrazione del cronista Ekkeardo, sappiamo che i vescovi di Pisa e Lucca si scontrarono aspramente nel marzo 1116, durante una seduta del concilio convocato da Pasquale II in Laterano, suscitando le proteste degli altri presuli e abati lì convenuti</hi><hi rend="notes_number CharOverride-3"><hi><ref target="OP08849_xml_5_25-46.html#footnote-067">16</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">.</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Negli stessi giorni il papa prese posizione su un’altra questione riguardante l’episcopato toscano, ossia la vibrata reazione di buona parte del clero fiorentino nei confronti del nuovo vescovo Goffredo, figlio del conte Alberto II degli Alberti. Anche se la procedura seguita nel 1113, dopo la morte del vecchio vescovo Ranieri, per far salire Goffredo sulla cattedra intitolata a san Giovanni Battista e a san Zanobi non ci è nota nei particolari, sappiamo che alcuni importanti esponenti del clero cittadino, quali l’arcidiacono della canonica di Santa Reparata e San Giovanni, e i priori delle altre canoniche di San Lorenzo, San</hi><hi rend="CharOverride-1"> Pietro in Scheraggio e Santo Stefano in Ponte, non esitarono a diffondere sospetti di simonia, arrivando persino ad incoraggiare una sorta di boicottaggio della chiesa matrice di Santa Reparata da parte del clero cittadino inferiore e dei suoi fedeli. Goffredo denunciò i quattro dignitari al papa che nel frattempo l’aveva regolarmente consacrato vescovo, e Pasquale II li convocò a Roma, assicurando loro, dopo il mancato rispetto del termine inizialmente assegnato, un salvacondotto garantito dallo stesso vescovo fiorentino e da quello volterrano (il Ruggero a noi già noto). Alla fine si presentarono a Roma l’arcidiacono della canonica di Santa Reparata e il priore di San Lorenzo, che Goffredo accusò davanti al pontefice «di essersi sottratti alla sua obbedienza e comunione, di averlo dichiarato colpevole del peccato di simonia di fronte al popolo, di aver disprezzato le consacrazioni da lui celebrate e di aver cospirato contro di lui in riunioni conventicolari»</hi><hi rend="notes_number CharOverride-3"><hi><ref target="OP08849_xml_5_25-46.html#footnote-066">17</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">. Sembrava ripresentarsi,</hi><hi rend="CharOverride-1"> così, la situazione dei lontani anni 1067-1068, quando i monaci ‘vallombrosani’ avevano sollevato i fedeli fiorentini (e non solo quelli cittadini) contro il vescovo Pietro Mezzabarba, da loro accusato di simonia e perciò considerato incapace di consacrare validamente il crisma necessario per la celebrazione del battesimo, e costui aveva risposto accusandoli a sua volta di disobbedienza e calunnia. Questa volta, però, il papa si mostrò più coerente e determinato di Alessandro II, sostenendo Goffredo senza tentennamenti e rifiutando di ammettere le giustificazioni addotte dall’arcidiacono e dal priore, che negarono di essersi spinti fino ad «accusare» esplicitamente il vescovo, e dissero di aver organizzato «riunioni di chierici e laici» solo «per cercare la verità su quella diceria che s’era diffusa» su di lui. Alla fine, il papa dichiarò sia i due convenuti, sia i due contumaci «rimossi per sentenza giudiziaria dai loro uffici e dignità»</hi><hi rend="notes_number CharOverride-3"><hi><ref target="OP08849_xml_5_25-46.html#footnote-065">18</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">: era il 3 marzo 1116, e stava per iniziare il concilio.</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Pasquale II aveva evidentemente bisogno di avere a Firenze, come aveva a Volterra (e forse anche ad Arezzo, dove l’anno precedente aveva sostituito il vescovo Gregorio/Gualtiero con Guido Boccatorta, priore dell’</hi><hi rend="CharOverride-1">eremo di Camaldoli)</hi><hi rend="notes_number CharOverride-3"><hi><ref target="OP08849_xml_5_25-46.html#footnote-064">19</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1"> un presule sul quale fare sicuro affidamento, e non lasciò dunque scampo ai pur insigni ecclesiastici fiorentini che avevano osato mettere in dubbio la regolarità dell’elezione di Goffredo (e dunque, implicitamente, anche la validità della consacrazione impartitagli dal pontefice). Con ogni probabilità, la promozione di Goffredo era stata il frutto di un’operazione ‘politica’ promossa dal potente padre di costui, Alberto II</hi><hi rend="notes_number CharOverride-3"><hi><ref target="OP08849_xml_5_25-46.html#footnote-063">20</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">. A lasciarlo trapelare, sia pure in controluce, è la cosiddetta «Vita seconda» di san Giovanni Gualberto, il fondatore di Vallombrosa, scritta da un monaco del monastero di San Salvatore a Settimo (fondato a suo tempo dai Cadolingi pochi km ad ovest di Firenze) verso il 1120, quando il recente matrimonio del fratello di Goffredo, Tancredi detto «Nontigiova», con la vedova del conte Ugo III morto nel febbraio 1113, aveva aperto alla schiatta comitale degli Alberti la possibilità di reclamare tutte la parti dell’</hi><hi rend="CharOverride-1">eredità cadolingia rimaste fino ad allora a disposizione della contessa Cecilia (ivi compreso il patronato sul cenobio di Settimo). In tale testo, come è ben noto, l’accusa di simonia lanciata dai Vallombrosani contro Pietro Mezzabarba risulta esplicitamente confermata dal padre del presule, Teuzone, vanaglorioso e incapace di resistere alla tentazione di vantarsi di fronte ai Fiorentini di aver comprato in moneta sonante presso la corte di Enrico IV la promozione a vescovo del figlio Pietro; ma il padre e il figlio al quale l’autore della Vita intendeva alludere erano a nostro avviso i contemporanei Alberto II e Goffredo</hi><hi rend="notes_number CharOverride-3"><hi><ref target="OP08849_xml_5_25-46.html#footnote-062">21</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">. Mentre, però, i pavesi Mezzabarba erano estranei a Firenze e alla Tuscia, i conti Alberti erano da molto tempo solidamente impiantati a poca distanza dalla città, e con l’operazione del 1113 erano riusciti a ‘bruciare’</hi><hi rend="CharOverride-1"> le ambizioni nutrite su Firenze dal conte Guido V (ovvero Guido ‘Guerra’ I), che all’inizio del secolo era stato per qualche tempo indicato da Matilde come possibile successore nella parte di Marca compresa nelle diocesi di Pistoia, Fiesole e – appunto – Firenze</hi><hi rend="notes_number CharOverride-3"><hi><ref target="OP08849_xml_5_25-46.html#footnote-061">22</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">. Né, fino ad allora, era mai accaduto che una stirpe toscana di rango comitale riuscisse a far salire un proprio rampollo su una cattedra vescovile nel territorio della Marca. Questo spiega, fra l’altro, il ritardo con il quale a Firenze compaiono i primi segni di un’organizzazione politica della cittadinanza</hi><hi rend="notes_number CharOverride-3"><hi><ref target="OP08849_xml_5_25-46.html#footnote-060">23</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">.</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Un buon esempio delle dinamiche apertesi nel 1113 viene da Fucecchio, il cuore della dinastia comitale cadolingia, che Ugo III avrebbe voluto lasciare nelle mani del locale monastero ‘</hi><hi rend="CharOverride-1">familiare’ di San Salvatore. Fra ottobre e novembre 1114, però, una serie di atti sancì il passaggio della «metà dei tre quarti» del castello, del «poggio», del borgo e della </hi><hi rend="italic">curtis</hi><hi rend="CharOverride-1"> di Fucecchio dal cenobio al vescovato di Lucca (nella cui diocesi Fucecchio si trovava), attraverso la mediazione del conte Guido V, che pose a garanzia del buon esito delle trattative i propri castelli del vicino Montalbano. La ‘presa’ del vescovato lucchese su Fucecchio fu confermata nel 1119 (poco dopo il secondo matrimonio della vedova di Ugo III) da un accordo diretto fra l’abate di San Salvatore e il nuovo presule Benedetto; mentre i problemi dell’inquadramento pastorale del luogo furono appianati nel 1122 da una sentenza arbitrale affidata dalle parti al vescovo di Pistoia Ildebrando</hi><hi rend="notes_number CharOverride-3"><hi><ref target="OP08849_xml_5_25-46.html#footnote-059">24</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1"> (il quale, fra 1118 e 1119, aveva consacrato Benedetto per delega di Gelasio II, insieme con i confratelli di Arezzo e Chiusi)</hi><hi rend="notes_number CharOverride-3"><hi><ref target="OP08849_xml_5_25-46.html#footnote-058">25</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">. L’alleanza fra le sedi diocesane di Lucca e Pistoia e la casata comitale dei Guidi sarebbe rimasta in vigore fino alla metà del secolo, con qualche interruzione (di cui diremo più oltre) negli anni ’30.</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Dopo la morte di Matilde (24 luglio 1115), anche i marchesi inviati in Tuscia da Enrico V ebbero come principali interlocutori i vescovi, alcuni dei quali riuscirono così ad incamerare importanti nuclei patrimoniali e militari già della Marca. Un esempio precoce in tal senso è la «vendita» (sotto forma di cessione in pegno) del castello e della </hi><hi rend="italic">curtis</hi><hi rend="CharOverride-1"> di Bientina, disposta il 30 agosto 1116 dal marchese Rabodo in favore del vescovato di Pisa, nelle persone del presule Pietro, del «visdomino» (ossia amministratore del patrimonio vescovile) Graziano e di Ildebrando, «rettore procuratore e operaio dell’opera di S. Maria» (e anello di congiunzione con il Comune consolare)</hi><hi rend="notes_number CharOverride-3"><hi><ref target="OP08849_xml_5_25-46.html#footnote-057">26</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">. Rimasto tutto sommato ai margini della redistribuzione del patrimonio cadolingio (salvo, come abbiamo visto, che nell’area di Casciana Terme, al confine delle tre diocesi di Lucca, Volterra e Pisa), il vescovato pisano sarebbe riuscito negli anni successivi a impadronirsi di altri importanti castelli marchionali. Un bel documento del 1125 contiene dichiarazioni giurate intorno alla «retta consuetudine» (</hi><hi rend="italic">de dericto usu</hi><hi rend="CharOverride-1">) di esercizio dei poteri pubblici «sul castello di Rosignano Marittimo e la relativa </hi><hi rend="italic">curtis</hi><hi rend="CharOverride-1"> al tempo del marchese Goffredo il Barbuto e della contessa Beatrice» (ossia fino al 1076, considerato evidentemente come l’ultimo anno di funzionamento ‘normale’ della Marca); da ora in avanti, quei poteri sarebbero stati esercitati, nel rispetto della «consuetudine» in tal modo accertata (o per meglio dire ‘ricostruita’), dall’arcivescovo pisano Ruggero</hi><hi rend="notes_number CharOverride-3"><hi><ref target="OP08849_xml_5_25-46.html#footnote-056">27</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">.</hi></p></div><div><head><hi>3. Le decisioni dirompenti di Callisto II (1120-1125)</hi></head><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Come già accennato, Ruggero era salito sulla cattedra pisana di Santa Maria fra 1122 e 1123 per decisione di Callisto II, che gli aveva consentito di rimanere vescovo di Volterra</hi><hi rend="notes_number CharOverride-3"><hi><ref target="OP08849_xml_5_25-46.html#footnote-055">28</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">. La questione della dignità arcivescovile negata a Pietro era stata sbloccata nel settembre 1118, quando Gelasio II, poco dopo esser subentrato a Pasquale II, era stato costretto a fuggire da Roma e, viaggiando per nave, era arrivato a Pisa, dove il giorno 26 presiedette la solenne cerimonia di «dedicazione» del Duomo e, soprattutto, restituì al presule Pietro le prerogative di arcivescovo e metropolita delle sedi vescovili di Corsica, da costui richieste ripetutamente ma con esito negativo al pontefice precedente. Dopo la morte di Pietro, le stesse attribuzioni furono confermate da Callisto II (eletto a Cluny nel febbraio 1119) al nuovo arcivescovo Atto, già arcidiacono di Piacenza, che lo stesso papa portò con sé a Pisa nel maggio 1120, nel corso del viaggio verso Roma. All’inizio dell’anno seguente Callisto II cambiò idea su pressione dei Genovesi e ritirò la concessione, facendo tornare le diocesi di Corsica sotto la diretta dipendenza della Sede apostolica; ma dopo la fine del breve governo di Atto egli intese risarcire in qualche modo la Chiesa pisana, mettendo a capo di essa, con titolo e dignità di arcivescovo, il presule di Volterra, al quale permise in via di deroga di cumulare entrambi gli uffici</hi><hi rend="notes_number CharOverride-3"><hi><ref target="OP08849_xml_5_25-46.html#footnote-054">29</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">. È probabile che, al momento di promuovere Ruggero, Callisto II gli avesse fatto qualche promessa circa una prossima restituzione delle prerogative metropolitiche. Ciò spiegherebbe perché, quando al Concilio lateranense del maggio 1123 il papa ribadì che esse erano ormai tornate definitivamente alla Chiesa romana, il pur navigato Ruggero reagisse in modo rabbioso, gettando platealmente mitra e anello ai piedi di Callisto, e gridandogli di non voler più continuare ad essere quel che lo stesso papa lo aveva fatto da poco diventare, ossia «</hi><hi rend="italic">suo</hi><hi rend="CharOverride-1"> arcivescovo e vescovo»</hi><hi rend="notes_number CharOverride-3"><hi><ref target="OP08849_xml_5_25-46.html#footnote-053">30</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">. È però anche vero che il nostro informatore, l’</hi><hi rend="CharOverride-1">annalista genovese Caffaro, era interessato a sostenere l’infondatezza delle rivendicazioni pisane sulla Corsica, e quindi ben contento di mettere in cattiva luce il presule della principale avversaria di Genova</hi><hi rend="notes_number CharOverride-3"><hi><ref target="OP08849_xml_5_25-46.html#footnote-052">31</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">.</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">A Callisto II si dovette un’altra decisione di forte impatto sull’assetto ecclesiastico della Tuscia, ossia il riconoscimento, sia pur solo in via provvisoria, dei diritti della sede vescovile di Siena sulle pievi di Valdorcia, Valdichiana e altre zone, che sin dall’età longobarda dipendevano dalla sede aretina di San Donato. Il vescovo senese Gualfredo prese immediatamente possesso con la forza di quelle chiese battesimali che il presule aretino Guido Boccatorta poté recuperare, con gli stessi metodi, solo qualche anno dopo, a seguito della sentenza definitiva pronunciata dal nuovo papa Onorio II. Tali vicende sono descritte in modo assai colorito dai testimoni interrogati nel 1180</hi><hi rend="notes_number CharOverride-3"><hi><ref target="OP08849_xml_5_25-46.html#footnote-051">32</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">, le cui dichiarazioni sono per noi un ricco serbatoio di informazioni, tanto circa il funzionamento del sistema d</hi><hi rend="CharOverride-1">’inquadramento pastorale per pievi, quanto sui rapporti intrattenuti dai due presuli con le rispettive città e le relative cittadinanze. Come nota, infatti, Michele Pellegrini, il «rilievo assunto dall’aspetto militare nelle concitate vicende del 1124-25 (…) rinvia nel caso aretino al decisivo apporto del complesso tessuto vassallatico facente capo al vescovo Guido o al preposto Buiano, mentre per Siena esso si traduce essenzialmente nel coinvolgimento dei </hi><hi rend="italic">cives</hi><hi rend="CharOverride-1"> e delle nuove istituzioni del Comune consolare»</hi><hi rend="notes_number CharOverride-3"><hi><ref target="OP08849_xml_5_25-46.html#footnote-050">33</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">. A fronte dei deboli e per lo più conflittuali rapporti fra il vescovato di San Donato e la </hi><hi rend="italic">civitas</hi><hi rend="CharOverride-1"> aretina, entità separate anche dal punto di vista materiale, nel caso di Siena la </hi><hi rend="italic">ecclesia episcopatus</hi><hi rend="CharOverride-1"> fu, da un lato, assai meno in grado di altre di promuovere nel secolo XII un’</hi><hi rend="CharOverride-1">attività di potenziamento patrimoniale e signorile, ma, dall’altro, fu sentita dai </hi><hi rend="italic">cives senenses</hi><hi rend="CharOverride-1"> come la loro naturale e diretta rappresentante verso l’esterno, sì che tutte o quasi le cessioni di diritti e castelli operate fin verso la metà del secolo in favore del vescovo e del vescovato senese furono poi registrate nel «Caleffo Vecchio», ossia nel </hi><hi rend="italic">Liber iurium</hi><hi rend="CharOverride-1"> del Comune, in quanto proprio quest’ultimo, inteso come organizzazione politica del </hi><hi rend="italic">populus</hi><hi rend="CharOverride-1">, ne era stato da subito l’effettivo destinatario. Questo aspetto, messo a fuoco da Paolo Cammarosano, sembra caratteristico di Siena, così come lo sarebbero state, fra XII e XIII secolo, l</hi><hi rend="CharOverride-1">’attenzione riservata da presuli come Bono e Bonfiglio al proprio ruolo di pastori e la loro attitudine a dialogare con il Comune nel nome degli interessi politico-religiosi della città</hi><hi rend="notes_number CharOverride-3"><hi><ref target="OP08849_xml_5_25-46.html#footnote-049">34</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">.</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Qualche tempo dopo il ritorno delle pievi di confine all’appartenenza diocesa</hi><hi rend="CharOverride-1">na aretina, e la morte di poco successiva del vescovo Guido Boccatorta, sappiamo che i </hi><hi rend="italic">cives </hi><hi rend="CharOverride-1">di Arezzo distrussero la residenza episcopale del Pionta e costrinsero il nuovo vescovo Buiano a trasferirsi accanto alla città, presso la chiesa di San Michele</hi><hi rend="notes_number CharOverride-3"><hi><ref target="OP08849_xml_5_25-46.html#footnote-048">35</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">. A Siena, nel frattempo, al vecchio presule Gualfredo era subentrato Ranieri (anche lui destinato ad un episcopato molto lungo), e nel 1129 accadde addirittura che i Senesi catturassero in Valdelsa l’</hi><hi rend="CharOverride-1">arcivescovo e vescovo Ruggero, lì presente nella sua veste di presule volterrano (posto che tale distinzione avesse un riscontro effettivo) e lo tenessero prigioniero a Siena per oltre un anno</hi><hi rend="notes_number CharOverride-3"><hi><ref target="OP08849_xml_5_25-46.html#footnote-047">36</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">.</hi></p></div><div><head><hi>4. Gli anni di Innocenzo II (1130-1143): Uberto e Baldovino arcivescovi di Pisa e Atto vescovo di Pistoia</hi></head><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Ruggero non era dunque presente a Pisa quando, nel maggio 1130, vi giunse Innocenzo II, uno dei due papi eletti nel febbraio precedente, subito dopo la morte di Onorio II, da due gruppi diversi di cardinali e con procedure parimenti distinte. La decisione di Innocenzo, in difficoltà di fronte alla maggior forza di cui disponeva a Roma il suo competitore Anacleto II, presupponeva indubbiamente la certezza di contare sull’apporto della città tirrenica: egli sarebbe ripassato da Pisa nel gennaio 1133, dopo il lungo e fruttuoso soggiorno al di là delle Alpi, nel corso del viaggio che l’avrebbe portato a Roma per incoronare imperatore Lotario III, e vi sarebbe rientrato prima della fine dello stesso anno, per risiedervi stabilmente fino al 1137 (e tenervi nel 1135 un importante Concilio nella cattedrale di Santa Maria)</hi><hi rend="notes_number CharOverride-3"><hi><ref target="OP08849_xml_5_25-46.html#footnote-046">37</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">. Mentre il passaggio di un papa (e del relativo seguito) attraverso la Tuscia non era certo una novità, questa presenza prolungata di Innocenzo II con tutta la sua curia lo fu, e non mancò di riverberarsi sulle sedi vescovili qui considerate, ben cinque delle quali ebbero un nuovo presule negli anni 1133-1137 (e talora anche un secondo prima del 1143, anno della morte del pontefice). Il ricambio riguardò innanzitutto le Chiese di Pisa, Volterra e Pistoia, divenute vacanti nel corso del 1132, le prime due per la morte dell’arcivescovo e vescovo Ruggero, e la terza per la morte di Ildebrando.</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">A Pisa, in particolare, Innocenzo II volle installare un uomo in grado di incarnare nel modo più evidente il vincolo che univa la Chiesa locale alla Sede apostolica e al suo pontefice ‘</hi><hi rend="CharOverride-1">legittimo’. Uberto, pisano di origine, da qualche anno era divenuto cardinale prete della Chiesa romana e, dopo aver servito come Legato Onorio II, si era schierato subito al fianco di Innocenzo II</hi><hi rend="notes_number CharOverride-3"><hi><ref target="OP08849_xml_5_25-46.html#footnote-045">38</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">; nell’assumere, all’inizio del 1133, titolo e funzioni di arcivescovo di Pisa, egli lasciò il cardinalato, ma anche i due arcivescovi successivi sarebbero stati scelti fra i cardinali romani: Baldovino nel 1138, dallo stesso Innocenzo II, e Villano nel 1146, da Eugenio III. La fedeltà assicurata da Uberto a Innocenzo II fu esemplare e ben remunerata (anche se un po’ tardivamente). Egli accettò, infatti, di rimettere volontariamente nelle mani del pontefice l’autorità metropolitica sulle diocesi corse, che nel 1126 una sentenza solenne ed elaborata di Onorio II aveva riassegnato al predecessore Ruggero, permettendo così a Innocenzo II di risolvere definitivamente il problema dell’opposizione di Genova, elevando anche quest’</hi><hi rend="CharOverride-1">ultima a sede arcivescovile con prerogative metropolitiche su tre delle sei diocesi dell’Isola. E nel 1137, nel momento in cui il papa aveva appena lasciato Pisa e rientrava a Roma con la fondata speranza di potervi restare sconfiggendo definitivamente il competitore Anacleto II, Uberto ottenne da lui un privilegio di conferma dei beni e diritti della Chiesa arcivescovile pisana, nel quale erano per la prima volta elencati i castelli e i relativi diritti di giurisdizione e prelievo fiscale (</hi><hi rend="italic">placitum et fodrum</hi><hi rend="CharOverride-1">) sui castelli già marchionali o comunque pubblici acquisiti nel decennio precedente, ossia Rosignano, Vada, Buti e Vicopisano</hi><hi rend="notes_number CharOverride-3"><hi><ref target="OP08849_xml_5_25-46.html#footnote-044">39</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">. I frutti della fedeltà di Uberto furono raccolti per intero dal suo successore Baldovino, anch’egli pisano (ma monaco cisterciense e allievo di san Bernardo) e per breve tempo cardinale, prima di essere nominato arcivescovo di Pisa nel 1138</hi><hi rend="notes_number CharOverride-3"><hi><ref target="OP08849_xml_5_25-46.html#footnote-043">40</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">. Innocenzo II, ormai rientrato stabilmente a Roma, gli concesse subito un privilegio volto a risarcire le perdite accettate da Uberto in Corsica con tre nuove sedi suffraganee – due in Sardegna, nel giudicato di Gallura (Civita e Galtellì) e una in Tuscia (Massa Marittima) –, la conferma della Legazia permanente in Sardegna e la concessione ex novo della Primazia sulla Provincia ecclesiastica sarda di Torres</hi><hi rend="notes_number CharOverride-3"><hi><ref target="OP08849_xml_5_25-46.html#footnote-042">41</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">. L’anno dopo, Baldovino riuscì ad entrare direttamente in contatto con il nuovo «re dei Romani» Corrado (noto comunemente come Corrado III), ottenendone un diploma con la conferma ufficiale di tutte le acquisizioni patrimoniali e signorili degli ultimi decenni, e la concessione del «ripatico» nei bacini inferiori dell’Arno e del Serchio</hi><hi rend="notes_number CharOverride-3"><hi><ref target="OP08849_xml_5_25-46.html#footnote-041">42</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">.</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Come è noto, nel dispiegare la propria intensa e ambiziosa attività Baldovino ‘incrociò’ in almeno due occasioni, nel 1138 e nel 1143, il vescovo al quale è dedicato questo convegno</hi><hi rend="notes_number CharOverride-3"><hi><ref target="OP08849_xml_5_25-46.html#footnote-040">43</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">. Anche Atto era particolarmente legato a Innocenzo II, che dall’abbaziato di Vallombrosa lo aveva trasferito sulla cattedra vescovile di Pistoia nel dicembre 1133, rilasciandogli contestualmente un privilegio apostolico in gran parte ricalcato su quelli ottenuti in passato dai vescovi pistoiesi Pietro e Ildebrando, salvo che nel passaggio, aggiunto per l’occasione, in cui il papa dichiarava che quanto da lui stesso concesso poco tempo prima ai «Pratesi» non avrebbe dovuto in alcun modo danneggiare la Chiesa pistoiese</hi><hi rend="notes_number CharOverride-3"><hi><ref target="OP08849_xml_5_25-46.html#footnote-039">44</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">. Il riferimento era al privilegio concesso da Innocenzo il 21 maggio 1133, da Roma, alla pieve di Santo Stefano di Prato</hi><hi rend="notes_number CharOverride-3"><hi><ref target="OP08849_xml_5_25-46.html#footnote-038">45</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">, con ampie facoltà di controllo sull</hi><hi rend="CharOverride-1">’inquadramento pastorale di tale castello. Il papa era così venuto incontro alle aspirazioni dei conti Alberti, che a Prato erano saldamente insediati, e in quel momento appoggiavano la spedizione italiana di Lotario III. Questo basta a dare un’idea della difficile situazione in cui venne a trovarsi Atto nel momento in cui ottenne la sede vescovile di Pistoia: il papa che l’aveva inviato qui aveva bisogno dell’appoggio di Lotario III, di cui gli Alberti erano in Tuscia fra i sostenitori principali, e il prezzo da pagare era stato riconoscere alla pieve di Santo Stefano di Prato uno status quasi eccettuativo che, se non la staccava del tutto dall’appartenenza alla diocesi di Pistoia (a ciò si sarebbe arrivati solo secoli dopo), di fatto la sottraeva in buona misura all’autorità dell’ordinario pistoiese. Come si sa, fu preoccupazione costante di Atto fare in modo che gli spazi di autonomia concessi da Innocenzo II alla pieve di Prato quando la sede vescovile di Pistoia era ancora vacante per la morte di Ildebrando, fossero interpretati nel modo più restrittivo possibile, e a tal fine tornò a rivolgersi allo stesso Innocenzo e poi ai successori di costui</hi><hi rend="notes_number CharOverride-3"><hi><ref target="OP08849_xml_5_25-46.html#footnote-037">46</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">.</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">D’altronde, i margini di manovra di Atto erano piuttosto ristretti. Fino almeno al 1124, anno della morte di Guido V, il vescovato pistoiese era rimasto sotto la protezione dei conti Guidi, ma i rapporti non erano cessati nemmeno negli anni successivi, quando la casata comitale era retta dalla vedova di Guido V, Imillia. Tanto è vero che, poco prima di morire, il vescovo Ildebrando fu chiamato da costei a benedire la monacazione della giovane figlia Sofia, sorella di Guido VI. La solenne cerimonia si svolse nel monastero femminile ‘familiare’ di Santa Maria di Rosano, posto presso l’Arno subito a monte di Firenze, in diocesi di Fiesole, e fu officiata dai vescovi di Pistoia, di Fiesole e di Faenza (le tre sedi per così dire intrinseche alla dominazione territoriale guidinga), che per l’occasione «consacrarono» anche il monastero, mentre il vescovo di Firenze Goffredo non fu ovviamente invitato</hi><hi rend="notes_number CharOverride-3"><hi><ref target="OP08849_xml_5_25-46.html#footnote-036">47</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">. Sullo scacchiere politico toscano, in quel quarto decennio del secolo XII, la casata comitale dei Guidi era però sulla difensiva rispetto all’intraprendenza degli Alberti, appoggiati dall’imperatore Lotario. A mostrarcelo efficacemente è un brano del cosiddetto Annalista sassone, relativo all’anno 1137. Lotario III, ridisceso in Italia, da Bologna si diresse a sud attraverso Ravenna e Ancona, ma a Imola incaricò il genero Enrico detto ‘il Superbo’, duca di Baviera, di recarsi in Tuscia con il proprio seguito armato per aiutare il marchese Enghelberto, insediatovi dall’imperatore nel 1135, ma sconfitto nel suo tentativo di recuperare al controllo della Marca Fucecchio e altri luoghi fortificati passati negli ultimi decenni al vescovato lucchese. Contro Enghelberto si era schierato anche Guido VI, mentre i Fiorentini avevano cacciato dalla città il vescovo Goffredo degli </hi><hi rend="CharOverride-1">Alberti. Enrico riportò l’ordine sconfiggendo in Mugello Guido VI e inducendolo a «riconciliarsi con il proprio signore» (il marchese suddetto); dopo di che il duca assediò Firenze, la prese e «restituì alla propria sede il vescovo di tale città, che ne era stato ingiustamente espulso». Da lì, «passando per Pistoia», arrivò nel Valdarno inferiore (sicuramente attraverso il Montalbano) e sottomise San Genesio e il castello di Fucecchio, puntando poi verso Lucca (che tuttavia rinunciò ad attaccare)</hi><hi rend="notes_number CharOverride-3"><hi><ref target="OP08849_xml_5_25-46.html#footnote-035">48</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">.</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Nel 1137 Pistoia non costituiva, dunque, motivo di preoccupazione per gli uomini di Lotario III. Ma negli anni successivi la posizione politico-diplomatica della città cambiò, tanto che dal 1143 essa fu al fianco di Lucca e del conte Guido VI in un’aspra e lunga guerra contro Pisa, raccontataci in modo abbastanza particolareggiato dalla cronaca pisana di Bernardo e Salem Maragone</hi><hi rend="notes_number CharOverride-3"><hi><ref target="OP08849_xml_5_25-46.html#footnote-034">49</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">. Già nel 1138, tuttavia, il vescovo Atto si era trovato in contrasto con i consoli del Comune pistoiese riguardo all’uso e all’</hi><hi rend="CharOverride-1">agibilità della chiesa cattedrale di San Zeno, senza che le fonti ci diano maggiori particolari</hi><hi rend="notes_number CharOverride-3"><hi><ref target="OP08849_xml_5_25-46.html#footnote-033">50</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">. Non sarebbe forse azzardato pensare che, una volta allontanatosi dalla Toscana il duca di Baviera, fosse tornata a farsi sentire in città l’influenza del conte Guido VI, la cui famiglia, fino ad un recente passato, aveva goduto di un rapporto privilegiato con l’edificio cultuale di San Zeno</hi><hi rend="notes_number CharOverride-3"><hi><ref target="OP08849_xml_5_25-46.html#footnote-032">51</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">. La cosa sembra sicura all’inizio del decennio successivo, in corrispondenza con l’indebolimento degli Alberti dopo la morte di Tancredi Nontigiova (che lasciò due figli ancora piccoli) e la conclusione del lungo episcopato fiorentino di Goffredo.</hi></p></div><div><head><hi>5. </hi><hi>Atto e la promozione del culto di sant’Iacopo a Pistoia: qualche riflessione sul contesto storico</hi></head><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Pur nella difficoltà di seguire in modo regolare le vicende politiche interne ed esterne di Pistoia fra il quarto e il quinto decennio del secolo, le fonti ci danno l’impressione che Atto, legato sicuramente a Innocenzo II, e attraverso lui (e magari anche per altre vie, vista la comune origine monastica) all’arcivescovo pisano Baldovino, fosse relativamente isolato nella città della quale era vescovo; e soprattutto, lo fosse quando decise di promuovervi il culto di san Giacomo Maggiore e della reliquia di cui da qualche tempo era entrato in possesso. Senza pretendere di affrontare qui organicamente un argomento così complesso, che le meritorie ricerche di Lucia Gai</hi><hi rend="notes_number CharOverride-3"><hi><ref target="OP08849_xml_5_25-46.html#footnote-031">52</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1"> hanno felicemente riguadagnato alla storia, sia pure lasciando ancora in ombra taluni aspetti non secondari, basterà richiamare alcune cose di immediata evidenza. Innanzitutto, il ‘lancio’ del culto di sant’Iacopo (come l’Apostolo è comunemente chiamato a Pistoia e in Toscana) in uno spazio appositamente ricavato all</hi><hi rend="CharOverride-1">’ingresso della cattedrale di San Zeno e poi solennemente consacrato dal presule, avvenne quando la città era ormai impegnata militarmente a fianco di Lucca. E soprattutto, Atto affidò la redazione del testo volto ad offrire ai contemporanei e ai posteri l’inquadramento teologico e la descrizione ufficiale di tale operazione ad un uomo – Cantarino – estraneo alla città e alla Chiesa pistoiese e fatto venire da Pisa, dove almeno dal 1140 svolgeva le funzioni di </hi><hi rend="italic">cancellarius pisane urbis</hi><hi rend="CharOverride-1"> al servizio dei consoli e – forse addirittura in misura prevalente – dell’arcivescovo Baldovino</hi><hi rend="notes_number CharOverride-3"><hi><ref target="OP08849_xml_5_25-46.html#footnote-030">53</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">. A quanto sembra, Atto lo chiamò a Pistoia poco dopo aver consacrato solennemente la cappella con l’altare contenente la reliquia di sant’Iacopo, affidandogli dapprima il compito specifico di raccogliere e mettere per iscritto i miracoli verificatisi dopo tale evento, e incaricandolo in un momento di poco successivo di riepilogare tutte le fasi attraverso le quali si era arrivati alla celebrazione liturgica del 25 luglio dell’anno 1145 </hi><hi rend="italic">ab Incarnatione</hi><hi rend="notes_number CharOverride-3"><hi><ref target="OP08849_xml_5_25-46.html#footnote-029">54</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">. Poiché sembra anche che Cantarino completasse il dossier a Pisa (dove, come dice lui stesso, era dovuto tornare nel successivo mese di settembre), è probabile che il riferimento a tale stile di datazione (usato correntemente a Pisa, ma non a Pistoia) significhi che la consacrazione era avvenuta il 25 luglio 1144.</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">In quell’estate, l’arcivescovo pisano Baldovino era presente e attivo a Pisa (dove il 10 novembre successivo Cantarino redasse l’importante documento con il quale i consoli pisani, alla presenza dell’arcivescovo, giurarono di assumersi alcuni impegni nei confronti di Gonario, giudice di Torres)</hi><hi rend="notes_number CharOverride-3"><hi><ref target="OP08849_xml_5_25-46.html#footnote-028">55</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">. All’inizio del 1145 Baldovino si recò in Sardegna, e il 25 maggio morì (non si sa se nell’</hi><hi rend="CharOverride-1">Isola o a Pisa)</hi><hi rend="notes_number CharOverride-3"><hi><ref target="OP08849_xml_5_25-46.html#footnote-027">56</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">. È francamente difficile pensare che Atto chiamasse a Pistoia Cantarino dopo la morte dell’arcivescovo, mentre appare assai più verosimile che gli affidasse un incarico così delicato e importante d’accordo con il confratello pisano, in modo che costui potesse poi aiutarlo a diffondere il testo redatto da Cantarino per descrivere e insieme giustificare l’introduzione del culto di sant’Iacopo a Pistoia. In quegli anni, come abbiamo visto, Pisa e Pistoia militavano in fronti opposti, e uno degli obiettivi principali dell’operazione promossa da Atto era sicuramente quello di creare condizioni favorevoli al ristabilimento della pace, garantendo al presule l’autorevolezza necessaria per poter fare qualcosa in tal senso.</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">La morte di Baldovino, di poco successiva a quella di Lucio II e all’elezione a papa di Eugenio III (anche lui di origine pisana, poi monaco cistercense e legato a san Bernardo come il defunto arcivescovo)</hi><hi rend="notes_number CharOverride-3"><hi><ref target="OP08849_xml_5_25-46.html#footnote-026">57</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">, fece probabilmente allungare i tempi della presentazione del dossier al papa per la necessaria approvazione. A quanto ne sappiamo, Eugenio III si pronunciò favorevolmente a Viterbo, il 22 novembre di un anno che potrebbe essere il 1145 o il 1146</hi><hi rend="notes_number CharOverride-3"><hi><ref target="OP08849_xml_5_25-46.html#footnote-025">58</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">; a favore della data più antica potrebbe giocare il fatto che il papa si rivolgesse (oltre che ovviamente ad Atto) ai vescovi di Siena, Volterra, Firenze, Lucca e Luni, tralasciando di menzionare Pisa in quanto nel novembre 1145 la sua sede arcivescovile era ancora vacante.</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Il nuovo arcivescovo di Pisa fu consacrato dal pontefice nel maggio 1146, nella persona di Villano, da qualche tempo cardinale prete di Santo Stefano al Celio, che un frammento cronistico pisano di tradizione piuttosto tarda definisce «di origine pistoiese»: notizia isolata e apparentemente dubbia, se non fosse che un Villano è attestato come arcidiacono della canonica pistoiese di San Zeno fra il 30 ottobre 1140 e il 9 settembre 1142, mentre la sua creazione cardinalizia avvenne per mano di Lucio II il 23 dicembre 1144 (dunque pochissimo tempo dopo la consacrazione della cappella con l’altare di sant’Iacopo)</hi><hi rend="notes_number CharOverride-3"><hi><ref target="OP08849_xml_5_25-46.html#footnote-024">59</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">. Inviando Villano a Pisa, Eugenio III intendeva forse ristabilire il filo diretto che aveva collegato la Chiesa pisana a quella pistoiese negli anni di Baldovino.</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Purtroppo, come è già stato accennato, l’attività di Atto è assai meno documentata di quella dei vescovi che lo precedettero e lo seguirono. Tutto quel che si può dire è che a distanza di quattro anni dalla consacrazione del 25 luglio 1144 l’</hi><hi rend="CharOverride-1">operazione da lui promossa era ormai assestata, in tanto in quanto lo spazio liturgico da lui fatto allestire era individuato ora come la vera e propria «ecclesia S. Iacobi, … constructa et hedificata in ecclesia et episcopatu S. Zenonis civitatis Pistorie», e abilitata (unitamente all’omonimo </hi><hi rend="italic">hospitium</hi><hi rend="CharOverride-1"> posto presso la porta Caldatica) a ricevere la donazione «pro remedio anime» disposta il 6 ottobre 1148 da un certo Rusticuccio. L’atto fu rogato «all’interno della (stessa) chiesa di S. Iacopo» ed ebbe come testimoni quattro consoli del Comune</hi><hi rend="notes_number CharOverride-3"><hi><ref target="OP08849_xml_5_25-46.html#footnote-023">60</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">.</hi></p></div><div><head><hi>6. Tracia di Pistoia e gli altri vescovi toscani nella situazione provocata dallo scisma papale del 1159</hi></head><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Morto Atto (nel corso del 1153), il suo posto fu preso da Tracia, che sicuramente non proveniva dalla canonica di San Zeno, e fu consacrato da Anastasio IV all’</hi><hi rend="CharOverride-1">inizio del 1154, con la contestuale riemissione dell’ormai tradizionale privilegio apostolico di conferma dei beni e diritti del vescovato pistoiese. Ma ancor più degno di nota, ai nostri occhi, è che nella primavera del 1155, quando Federico I attraversò la Tuscia diretto verso Roma (dove lo attendeva l’incoronazione imperiale), Tracia riuscisse ad ottenere da lui un diploma che formalmente si presentava come la semplice rinnovazione di quello concesso un secolo e mezzo prima da Ottone III al vescovo Antonino, ma che conteneva in più la «donazione ed elargizione» alla sede vescovile pistoiese e al suo presule delle località di Montemagno e Lamporecchio, nonché della «valle di Celle» e dei diritti su «Massa» (oggi Massarella). Si trattava dei beni cadolingi posti entro i confini della diocesi pistoiese, che dopo il 1113 erano stati incamerati dal vescovo Ildebrando, ma solo ora furono esplicitamente alienati «in perpetuo» dall’Impero</hi><hi rend="notes_number CharOverride-3"><hi><ref target="OP08849_xml_5_25-46.html#footnote-022">61</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">. Accettando questo passaggio, Tracia si metteva in regola nei confronti del nuovo imperatore (la cui politica tesa alla rivendicazione e al recupero dei beni e delle prerogative spettanti all’Impero era già stata abbozzata)</hi><hi rend="notes_number CharOverride-3"><hi><ref target="OP08849_xml_5_25-46.html#footnote-021">62</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">, e otteneva da lui un attestato di fedeltà che il vescovo avrebbe scrupolosamente onorato nella nuova situazione apertasi fra 1159 e 1160.</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Al passaggio fra il sesto e il settimo decennio del secolo i vescovi del Regno italico, e quindi anche della Tuscia, si trovarono di nuovo, come nel tempo ormai lontano di Enrico IV, Gregorio VII e Urbano II, a dover scegliere fra la fedeltà al papa e quella all’imperatore, ovvero all’‘altro’ papa da lui appoggiato. I fatti sono noti, in tanto in quanto ciascuna delle due parti ne diffuse una propria versione</hi><hi rend="notes_number CharOverride-3"><hi><ref target="OP08849_xml_5_25-46.html#footnote-020">-1</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">. Nel settembre 1159 Alessandro III fu eletto dall’ampia maggioranza dei cardinali, ma con l’opposizione della minoranza, che ritenendo invalido e illegittimo il modo in cui si stava arrivando a eleggere il cardinale Rolando, si sentì autorizzata a procedere per conto proprio e ad eleggere il cardinale Ottaviano, che prese il nome di Vittore IV. Federico I ritenne di avere</hi><hi rend="CharOverride-1">, in qualità di imperatore, l’autorità di sottoporre quanto accaduto a Roma al giudizio di un’assise di vescovi da lui stesso convocata a Pavia, e ne fece propria la conclusione che l’unica elezione canonicamente valida (e condivisa per di più da tutto il clero romano di rango non cardinalizio) fosse stata quella di Vittore IV. Benché nessun vescovo toscano avesse partecipato al concilio pavese del gennaio 1160, negli anni successivi la presa di posizione dell’imperatore impose a ciascuno di schierarsi. Il vescovo di Pistoia scelse di stare dalla parte dell’imperatore, e nell’estate 1167 fu a Roma con lui, e assistette in San Pietro alla solenne intronizzazione di Pasquale III (che nel 1164, a Lucca, era stato eletto successore di Vittore IV)</hi><hi rend="notes_number CharOverride-3"><hi><ref target="OP08849_xml_5_25-46.html#footnote-019">-1</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">. La stessa posizione di Tracia fu tenuta dal presule di Volterra, Galgano, che in quel medesimo 1164 ottenne dall’imperatore il diploma sul quale, nei decenni successivi, si sarebbe fondata la costruzione del ‘principato’ vescovile volterrano</hi><hi rend="notes_number CharOverride-3"><hi><ref target="OP08849_xml_5_25-46.html#footnote-018">-1</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">, e dal vescovo di Arezzo, Girolamo. Costui era stato l’ultimo dei presuli toscani promossi da Innocenzo II, nel 1142, quando era priore della canonica lucchese di San Frediano</hi><hi rend="notes_number CharOverride-3"><hi><ref target="OP08849_xml_5_25-46.html#footnote-017">-1</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">.</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Proprio Lucca fu una delle due (o tre) sedi toscane in cui lo scisma papale del 1159 si riprodusse come scisma vescovile. Gregorio, attestato in ufficio dal 1146, morì forse nel febbraio 1164, e a quel punto fu eletto vescovo il canonico Pievano, che il 23 marzo ricevette dall’imperatore un diploma di conferma dei diritti patrimoniali e giurisdizionali accumulati dal vescovato lucchese a partire dall’</hi><hi rend="CharOverride-1">inizio del secolo. Ciò comportava necessariamente il riconoscimento di Vittore IV, che infatti nell’aprile seguente arrivò a Lucca, morendovi di lì a poco, il giorno 20. Come è noto, il cancelliere imperiale Rinaldo procedette subito a far eleggere papa uno dei cardinali giunti in città al seguito di Vittore, ossia Guido da Crema, che prese il nome di Pasquale III. Non sembra peraltro che Pievano ottenesse da lui la consacrazione, perché i documenti lo menzionano sempre come </hi><hi rend="italic">electus</hi><hi rend="CharOverride-1">. Alla sua morte, nel 1167, gli subentrò come vescovo pasqualiano Lando, attestato in ufficio fino al 1176, e chiamato anche lui </hi><hi rend="italic">electus</hi><hi rend="CharOverride-1">, ma anche semplicemente </hi><hi rend="italic">episcopus</hi><hi rend="notes_number CharOverride-3"><hi><ref target="OP08849_xml_5_25-46.html#footnote-016">-1</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">.</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Meglio conosciuto, grazie soprattutto alla cronaca di Bernardo e Salem Maragone, è il modo in cui lo scisma si ripercosse sulla sede arcivescovile pisana che, come abbiamo visto, nel 1146 era stata assegnata da Eugenio III a Villano, già cardinale romano. Nei suoi primi dieci anni di governo, costui proseguì alacremente sulla strada aperta dai predecessori, sia recandosi in Sardegna come legato papale, sia continuando ad ampliare il patrimonio di castelli e diritti della mensa arcivescovile pisana, attraverso una serie di acquisti finanziati in vari modi. Nel 1155 egli accolse l’</hi><hi rend="CharOverride-1">arrivo di Federico I in Tuscia con meno apprensione del Comune pisano (che negli anni immediatamente precedenti aveva allargato le proprie competenze senza alcuna autorizzazione da parte dell’Impero), e fu forse incaricato dall’aspirante imperatore di definire i termini di una pacificazione fra le città che si combattevano da ormai dodici anni</hi><hi rend="notes_number CharOverride-3"><hi><ref target="OP08849_xml_5_25-46.html#footnote-015">-1</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">. Nel 1159, ad ogni modo, non ebbe dubbi nel riconoscere la legittimità dell’elezione di Alessandro III, e all’inizio dell’anno successivo sperò, forse, che il marchese di Tuscia nominato a suo tempo dal Barbarossa, Guelfo VI di Baviera, vi instaurasse un controllo effettivo, e favorisse altresì una composizione dello scisma papale diversa da quella uscita dal concilio di Pavia</hi><hi rend="notes_number CharOverride-3"><hi><ref target="OP08849_xml_5_25-46.html#footnote-014">-1</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">. Tale soluzione, francamente fragile ed effimera, fu però presto accantonata dal Comune, orientato ad ottenere il più possibile dal rapporto diretto con l’imperatore, e alla fine del 1161 Villano si mise risolutamente al servizio di Alessandro III, trasportandolo su una propria nave fino a Genova e scortandolo poi in Linguadoca. Egli non era dunque a Pisa nell’aprile 1162, quando gli ambasciatori inviati dal Comune a Federico I (che si trovava allora a Pavia) rientrarono in città con il grande diploma da lui concesso, ed esibirono pubblicamente la spada ed il vessillo ricevuti in virtù del rapporto feudo-vassallatico instauratosi fra Pisa e l’imperatore</hi><hi rend="notes_number CharOverride-3"><hi><ref target="OP08849_xml_5_25-46.html#footnote-013">-1</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">. Una volta rientrato in sede, nel novembre 1163, Villano cercò di convincere i consoli a resistere alle pressioni esercitate dagli uomini del Barbarossa affinché Pisa riconoscesse apertamente Vittore IV, e poi il suo successore eletto a Lucca; ma a fine 1164, quando Cristiano di Magonza portò con sé in città Pasquale III, Villano se ne allontanò di nuovo</hi><hi rend="notes_number CharOverride-3"><hi><ref target="OP08849_xml_5_25-46.html#footnote-012">-1</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">, senza peraltro che la sua posizione di arcivescovo fosse messa formalmente in discussione, almeno fino al 1167. Degno di nota è, semmai, che nel 1165 il canonico della cattedrale pisana Benincasa cercasse di infiammare il clima religioso cittadino, facendo leva sul culto di Ranieri (un laico religioso morto a Pisa in fama di santità il 17 giugno 1160), di cui ‘riplasmò’ in profondità la «Vita» scritta qualche anno prima, descrivendolo ora come un potente esorcista, unico in grado di difendere la città e i cittadini dall’assalto incombente dei demoni</hi><hi rend="notes_number CharOverride-3"><hi><ref target="OP08849_xml_5_25-46.html#footnote-011">-1</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">. Fu certo anche grazie a tale sua capacità di proporsi come l’</hi><hi rend="CharOverride-1">unico vero ‘araldo’ di san Ranieri, che nella primavera del 1167, quando le pressioni di Rinaldo di Dassel divennero ineludibili, Benincasa fu eletto con procedura d’urgenza (secondo la cronaca maragoniana, direttamente dai consoli del Comune)</hi><hi rend="notes_number CharOverride-3"><hi><ref target="OP08849_xml_5_25-46.html#footnote-010">-1</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1"> arcivescovo di Pisa al posto di Villano, colpito da un provvedimento di ‘espulsione’ dal suo ufficio e dalla città stessa. Non ci è – significativamente – giunto pressoché alcun documento dell’</hi><hi rend="CharOverride-1">attività svolta da Benincasa come arcivescovo di Pasquale III e poi anche di Callisto III (il terzo e ultimo dei papi contrapposti ad Alessandro IV), anche se egli dovette restare in ufficio fino almeno al 1170.</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Anche a Firenze, sulla cui cattedra vescovile sedeva dal 1158 il vescovo Giulio, è restata qualche traccia di uno scisma, verificatosi forse già nel 1161, ma presto rientrato</hi><hi rend="notes_number CharOverride-3"><hi><ref target="OP08849_xml_5_25-46.html#footnote-009">-1</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">. A Siena invece le cose andarono in modo meno traumatico. L’anziano vescovo Ranieri, da noi già ricordato, si allontanò per qualche tempo dalla città, senza che si arrivasse ad installare qualcun altro al suo posto</hi><hi rend="notes_number CharOverride-3"><hi><ref target="OP08849_xml_5_25-46.html#footnote-008">-1</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">.</hi></p></div><div><head><hi>7. Epilogo: verso una nuova normalità</hi></head><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Altrettanto vari furono i modi e i tempi nei quali la situazione creatasi nel corso degli anni ‘60 fu superata. Per tornare a Pisa, dopo il 1170 le fonti non fanno più alcuna menzione di Benincasa, mentre il Comune cercò di riprendere i contatti con Villano, che tuttavia non rientrò più in città, fermandosi semmai in luoghi molto vicini come Calci, o la basilica di San Piero a Grado (che forse proprio con lui cominciò ad essere sentita come simbolo del legame che sin dalle origini univa Pisa al papato romano), ma soprattutto a Stagno, nel retroterra del Porto Pisano, dove l’arcivescovo aveva fondato a suo tempo l</hi><hi rend="CharOverride-1">’</hi><hi rend="italic">hospitale</hi><hi rend="CharOverride-1"> di San Leonardo, e dove, forse, morì il 4 ottobre 1175. A quel punto, la situazione tornò alla normalità in modo sorprendentemente rapido, con l’elezione di Ubaldo, da qualche anno canonico della cattedrale, che l’11 aprile 1176 ottenne da Alessandro III quel che Villano aveva atteso invano per anni, ossia l’estensione della Primazia degli arcivescovi pisani a tutte e tre le province ecclesiastiche della Sardegna</hi><hi rend="notes_number CharOverride-3"><hi><ref target="OP08849_xml_5_25-46.html#footnote-007">-1</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">. Quando, dopo essersi riconciliato con Alessandro III a Venezia, l’imperatore si recò in Tuscia, Ubaldo poté accoglierlo festosamente a Pisa e ottenerne la riemissione aggiornata del diploma corradiano del 1139</hi><hi rend="notes_number CharOverride-3"><hi><ref target="OP08849_xml_5_25-46.html#footnote-006">-1</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">.</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">A Pistoia vi sono tre anni di silenzio documentario fra l’ultima attestazione di Tracia e la prima del nuovo vescovo Rinaldo, proveniente dalla canonica della cattedrale di San Zeno e sicuramente in ufficio nel 1178</hi><hi rend="notes_number CharOverride-3"><hi><ref target="OP08849_xml_5_25-46.html#footnote-005">-1</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">. Non dissimile fu il caso di Lucca, dove Guglielmo, canonico della cattedrale di San Martino dal 1158, già nel 1170 è attestato come </hi><hi rend="italic">electus</hi><hi rend="CharOverride-1"> (probabilmente in contrapposizione allo scismatico Lando), ma poté iniziare a governare effettivamente la diocesi solo qualche tempo prima dello stesso 1178</hi><hi rend="notes_number CharOverride-3"><hi><ref target="OP08849_xml_5_25-46.html#footnote-004">-1</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">.</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">In generale, è facile constatare come i vescovi toscani che iniziarono il proprio governo fra la seconda metà degli anni ’70 e l’</hi><hi rend="CharOverride-1">inizio degli anni ’80 fossero tutti esponenti del clero locale, generalmente eletti dal capitolo della cattedrale e in grado di interloquire senza particolari scossoni con i rispettivi Comuni. Oltre a Ubaldo, Rinaldo e Guglielmo possiamo citare almeno il senese Gunteramo</hi><hi rend="notes_number CharOverride-3"><hi><ref target="OP08849_xml_5_25-46.html#footnote-003">-1</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">, il fiorentino Bernardo</hi><hi rend="notes_number CharOverride-3"><hi><ref target="OP08849_xml_5_25-46.html#footnote-002">-1</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1"> e l’aretino Eliotto</hi><hi rend="notes_number CharOverride-3"><hi><ref target="OP08849_xml_5_25-46.html#footnote-001">-1</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">. Lo stesso vale per i loro immediati successori, tranne che nel caso di Pisa, dove a Ubaldo, il cui lunghissimo governo finì solo nel 1207, subentrò Lotario, che Innocenzo III trasferì da Vercelli nel 1208. A questo pontefice si dovettero altri importanti interventi nel tessuto materiale e umano delle Chiese vescovili toscane, che meriterebbero uno studio complessivo</hi><hi rend="notes_number CharOverride-3"><hi><ref target="OP08849_xml_5_25-46.html#footnote-000">-1</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">: magari in una prossima occasione altrettanto propizia e stimolante di questo convegno pistoiese, al quale siamo stati onorati di contribuire.</hi></p><list type="ordered">
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-3"><ref target="OP08849_xml_5_25-46.html#footnote-082-backlink">1</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	M. Ronzani, </hi><hi rend="italic">Chiesa e «Civitas» di Pisa nella seconda metà del secolo XI. La situazione interna ed i rapporti con il Papato, l’Impero e la Marca di Tuscia dall’avvento del vescovo Guido all’elevazione di Daiberto a metropolita di Corsica (1060-1092)</hi><hi rend="CharOverride-1">, ETS, Pisa 1997, pp. 229-269.</hi></p></item>
				</list><list type="ordered">
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-3"><ref target="OP08849_xml_5_25-46.html#footnote-081-backlink">2</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	La biografia di Daiberto è percorsa per intero da M. Matzke, </hi><hi rend="italic">Daiberto di Pisa. Tra Pisa, papato e prima crociata</hi><hi rend="CharOverride-1">, Pacini, Pisa 2002.</hi></p></item>
				</list><list type="ordered">
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-3"><ref target="OP08849_xml_5_25-46.html#footnote-080-backlink">3</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	M. Ronzani, </hi><hi rend="italic">L’affermazione dei Comuni cittadini fra impero e papato: Pisa e Lucca da Enrico IV al Barbarossa (1081-1162)</hi><hi rend="CharOverride-1">, in G. Pinto e L. Tanzini (a cura di), </hi><hi rend="italic">Poteri centrali e autonomie nella Toscana medievale e moderna</hi><hi rend="CharOverride-1">. Atti del convegno di studi (Firenze, 18-19 dicembre 2008), Olschki, Firenze 2012, pp. 1-57: 9-20.</hi></p></item>
				</list><list type="ordered">
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-3"><ref target="OP08849_xml_5_25-46.html#footnote-079-backlink">4</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	M. Ronzani, </hi><hi rend="italic">Pietro Mezzabarba e i suoi confratelli. Il reclutamento dei vescovi della Tuscia fra la morte di Enrico III e i primi anni del pontificato di Gregorio VII (1056-1078)</hi><hi rend="CharOverride-1">, in S. Balossino e P. Garbarino (a cura di), </hi><hi rend="italic">L’organizzazione ecclesiastica del tempo di san Guido. Istituzioni e territorio nel secolo IX</hi><hi rend="CharOverride-1">, Impressioni Grafiche, Acqui Terme 2007, pp. 139-185; </hi><hi rend="CharOverride-1" >F. Salvestrini, </hi><hi rend="italic">La prova del fuoco. Vita religiosa e identità cittadina nella tradizione del monachesimo fiorentino (seconda metà del secolo XI)</hi><hi rend="CharOverride-1">, «Studi Medievali», s. III serie, 57, 2016, 1, pp. 88-127; Id., </hi><hi rend="CharOverride-1">Ignis probatione cognoscere. </hi><hi rend="italic">Manifestazioni del divino e riflessi politici nella Firenze dei secoli XI e XV</hi><hi rend="CharOverride-1">, in </hi><hi rend="italic">Apparizioni e rivoluzioni. L’uso pubblico delle ierofanie fra tardo antico ed età contemporanea</hi><hi rend="CharOverride-1">, a cura di P. Cozzo, «Studi e Materiali di Storia delle Religioni», 85, 2019, 2, pp. 472-482.</hi></p></item>
				</list><list type="ordered">
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-3"><ref target="OP08849_xml_5_25-46.html#footnote-078-backlink">5</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	M. Pellegrini, </hi><hi rend="italic">“Sancta pastoralis dignitas”. Poteri, funzione e prestigio dei vescovi a Siena nell’Altomedioevo</hi><hi rend="CharOverride-1">, in G. Francesconi (a cura di), </hi><hi rend="italic">Vescovo e città nell’alto Medioevo: quadri generali e realtà toscane</hi><hi rend="CharOverride-1">, Società Pistoiese di Storia Patria, Pistoia 2001, pp. 257-296: 284-293.</hi></p></item>
				</list><list type="ordered">
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-3"><ref target="OP08849_xml_5_25-46.html#footnote-077-backlink">6</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	M. Ronzani, </hi><hi rend="italic">Lo sviluppo istituzionale di Pistoia alla luce dei rapporti con il Papato e l’Impero fra la fine del secolo XI e l’inizio del Duecento</hi><hi rend="CharOverride-1">, in P. Gualtieri (a cura di), </hi><hi rend="italic">La Pistoia comunale nel contesto toscano ed europeo (secoli XIII-XIV)</hi><hi rend="CharOverride-1">, Olschki, Firenze 2008, pp. 19-72: 28-34.</hi></p></item>
				</list><list type="ordered">
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-3"><ref target="OP08849_xml_5_25-46.html#footnote-076-backlink">7</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	M.L. Ceccarelli Lemut, </hi><hi rend="italic">Cronotassi dei vescovi di Volterra dalle origini all’inizio del XIII secolo</hi><hi rend="CharOverride-1">, in </hi><hi rend="italic">Pisa e la Toscana occidentale nel Medioevo</hi><hi rend="CharOverride-1">,</hi><hi rend="italic"> </hi><hi rend="CharOverride-1">I:</hi><hi rend="italic"> A Cinzio Violante nel suo 70° compleanno</hi><hi rend="CharOverride-1">, ETS, Pisa 1991, pp. 23-57: 42. La ricostruzione della carriera di Ruggero sarà inserita nel volume di Stefania Anzoise sui rapporti fra Pisa e la Sede Apostolica da Gregorio VII ad Alessandro III, in corso di preparazione. Ringraziamo l’autrice per averci fatto leggere in anteprima questa parte del suo lavoro.</hi></p></item>
				</list><list type="ordered">
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-3"><ref target="OP08849_xml_5_25-46.html#footnote-075-backlink">8</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	J.P. Delumeau, </hi><hi rend="italic">Arezzo. Espace et sociétés, 715-1230</hi><hi rend="CharOverride-1">, École Française de Rome, Rome 1996, pp. 853-854.</hi></p></item>
				</list><list type="ordered">
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-3"><ref target="OP08849_xml_5_25-46.html#footnote-074-backlink">9</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	Così si espresse il teste nr. 58, Mariano: U. Pasqui (a cura di), </hi><hi rend="italic">Documenti per la storia della città di Arezzo nel Medioevo</hi><hi rend="CharOverride-1">, I, Vieusseux, Firenze 1899, p. 556.</hi></p></item>
				</list><list type="ordered">
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-3"><ref target="OP08849_xml_5_25-46.html#footnote-073-backlink">10</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	Le notizie biografiche in M.L. Ceccarelli Lemut e G. Garzella, </hi><hi rend="italic">Optimus antistes</hi><hi rend="CharOverride-1">: </hi><hi rend="italic">Pietro vescovo di Pisa (1105-1119)</hi><hi rend="CharOverride-1">, «Bollettino storico pisano», 70, 2001, pp. 79-101.</hi></p></item>
				</list><list type="ordered">
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-3"><ref target="OP08849_xml_5_25-46.html#footnote-072-backlink">11</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	Ronzani, </hi><hi rend="italic">L’affermazione dei Comuni</hi><hi rend="CharOverride-1">, cit., pp. 20-25. Le quattro </hi><hi rend="italic">cartulae offersionis</hi><hi rend="CharOverride-1"> e il </hi><hi rend="italic">breve recordationis</hi><hi rend="CharOverride-1"> del 21 novembre 1110, tutti datati «nell’anno primo di regno in Italia» di Enrico V, sono editi in S.P.P. Scalfati (a cura di), </hi><hi rend="italic">Carte dell’Archivio Arcivescovile di Pisa. Fondo arcivescovile, 2 (1101-1150)</hi><hi rend="CharOverride-1">, Pacini, Pisa 2006, nr. 14-17, pp. 30-37.</hi></p></item>
				</list><list type="ordered">
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-3"><ref target="OP08849_xml_5_25-46.html#footnote-071-backlink">12</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	Delumeau, </hi><hi rend="italic">Arezzo</hi><hi rend="CharOverride-1">, cit., pp. 854-855.</hi></p></item>
				</list><list type="ordered">
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-3"><ref target="OP08849_xml_5_25-46.html#footnote-070-backlink">13</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	R. Pescaglini, </hi><hi rend="italic">La famiglia dei Visconti di Fucecchio</hi><hi rend="CharOverride-1">, ora in Ead., </hi><hi rend="italic">Toscana medievale. Pievi, signori, castelli, monasteri (secoli X-XIV)</hi><hi rend="CharOverride-1">, Pacini, Pisa 2012, pp. 59-80: 59-63.</hi></p></item>
				</list><list type="ordered">
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-3"><ref target="OP08849_xml_5_25-46.html#footnote-069-backlink">14</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	R. Savigni, </hi><hi rend="italic">Episcopato e società cittadina a Lucca. Da Anselmo II (†1086) a Roberto (†1225)</hi><hi rend="CharOverride-1">, S. Marco, Lucca 1996, Appendice A: Cronotassi dei vescovi lucchesi (1014-1256), p. 402.</hi></p></item>
				</list><list type="ordered">
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-3"><ref target="OP08849_xml_5_25-46.html#footnote-068-backlink">15</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	</hi><hi rend="italic">Carte dell’Archivio Arcivescovile di Pisa</hi><hi rend="CharOverride-1">, 2, cit., pp. 53-54, nr. 28.</hi></p></item>
				</list><list type="ordered">
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-3"><ref target="OP08849_xml_5_25-46.html#footnote-067-backlink">16</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	Nella seduta dell’8 marzo, «Lucensis episcopus de invasione terrae iuris aecclesiae suae Pisanos impetebat. </hi><hi rend="CharOverride-1">Econtra dum Pisanus suos defenderet, inter utramvis partem, utriusque populi suffragio, longo litigio disceptatur»: </hi><hi rend="italic">Ekkehardi Chronicon</hi><hi rend="CharOverride-1">, in </hi><hi rend="italic">Monumenta Germaniae Historica</hi><hi rend="CharOverride-1">,</hi><hi rend="italic"> Scriptores</hi><hi rend="CharOverride-1">, VI, Stuttgart 1844, p. 250.</hi></p></item>
				</list><list type="ordered">
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-3"><ref target="OP08849_xml_5_25-46.html#footnote-066-backlink">17</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	Si veda la lettera indirizzata da Pasquale II «al clero e al popolo fiorentini», in F. Ughelli e N. Coleti (a cura di), </hi><hi rend="italic">Italia Sacra sive de episcopis</hi><hi rend="italic"> Italiae</hi><hi rend="CharOverride-1">, III, Coleti, Venetiis 1718</hi><hi rend="superscript CharOverride-3">2</hi><hi rend="CharOverride-1">, col. 90-91; regesto in P.F. Kehr (a cura di), </hi><hi rend="italic">Italia Pontificia</hi><hi rend="CharOverride-1">, III, Weidmannos, Berolini 1908, p. 9 (nr. 10). Al medesimo contesto va ricondotta l</hi><hi rend="CharOverride-1">’altra lettera con la quale il papa rimproverava il clero fiorentino di «sottrarsi all’onesta consuetudine» di recarsi presso la chiesa matrice tutte le domeniche e nelle altre principali festività, «quod nobis schisma et Ecclesiae divisio esse videtur»: </hi><hi rend="italic">Italia Sacra</hi><hi rend="CharOverride-1">, III, cit., col. 88.</hi></p></item>
				</list><list type="ordered">
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-3"><ref target="OP08849_xml_5_25-46.html#footnote-065-backlink">18</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	Ivi, col. 90-91.</hi></p></item>
				</list><list type="ordered">
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-3"><ref target="OP08849_xml_5_25-46.html#footnote-064-backlink">19</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	Delumeau, </hi><hi rend="italic">Arezzo</hi><hi rend="CharOverride-1">, cit., p. 857.</hi></p></item>
				</list><list type="ordered">
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-3"><ref target="OP08849_xml_5_25-46.html#footnote-063-backlink">20</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	La </hi><hi rend="italic">charta offersionis</hi><hi rend="CharOverride-1"> con data 5 marzo 1092 in favore della canonica fiorentina di San Giovanni, disposta da Labinia, vedova di Alberto I, e da Alberto II e sua moglie Sofia con il loro figlio Goffredo «in falcidia competente a predicto puero (…) id est terra et runco qui </hi><hi rend="CharOverride-1">dicitur Risparmiolo», fu probabilmente ‘fabbricata’ nel 1113 per retrodatare e mascherare un negozio che faceva parte dell’operazione di cui parliamo nel testo: R. Piattoli (a cura di), </hi><hi rend="italic">Le carte della canonica della cattedrale di Firenze (723-1149)</hi><hi rend="CharOverride-1">, ISIME, Roma 1938, pp. 351-353, nr. 145</hi><hi rend="CharOverride-1">. Un profilo della stirpe in M.L. Ceccarelli Lemut, </hi><hi rend="italic">La fondazione di Semifonte nel contesto della politica di affermazione signorile dei conti Alberti</hi><hi rend="CharOverride-1">, in P. Pirillo (a cura di), </hi><hi rend="italic">Semifonte in Val d’Elsa e i centri di nuova fondazione dell’Italia medievale</hi><hi rend="CharOverride-1">, Olschki, Firenze 2004, pp. 213-233.</hi></p></item>
				</list><list type="ordered">
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-3"><ref target="OP08849_xml_5_25-46.html#footnote-062-backlink">21</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	F. Baethgen</hi><hi rend="italic"> </hi><hi rend="CharOverride-1">(a cura di), </hi><hi rend="italic">Vitae sancti Iohannis Gualberti</hi><hi rend="CharOverride-1">, in </hi><hi rend="italic">Monumenta Germaniae Historica</hi><hi rend="CharOverride-1">. </hi><hi rend="italic">Scriptores</hi><hi rend="CharOverride-1">, XXX/2, Lipsia 1926-1934, pp. 1104-1110. Abbiamo motivato la nostra idea riguardo al racconto di quella fin troppo famosa ‘scenetta’ nel contesto della situazione del monastero di Settimo verso il 1120, in M. Ronzani, </hi><hi rend="italic">Vescovi e monasteri in Tuscia nel secolo XI (1018-1120 circa</hi><hi rend="CharOverride-1">), in F. Salvestrini (a cura di), </hi><hi rend="italic">La basilica di San Miniato al Monte di Firenze (1018-2018). Storia e documentazione</hi><hi rend="CharOverride-1">, Firenze University Press, Firenze 2021, pp. 17-48: 40-44.</hi></p></item>
				</list><list type="ordered">
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-3"><ref target="OP08849_xml_5_25-46.html#footnote-061-backlink">22</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	Qualche riflessione al riguardo in M. Ronzani, </hi><hi rend="italic">Matilde e le città toscane</hi><hi rend="CharOverride-1">, «Actum Luce. Rivista di studi lucchesi», 45, 2, 2016, pp. 61-72. Cfr. anche F. Salvestrini, </hi><hi rend="italic">I Canossa e le origini del monachesimo vallombrosano</hi><hi rend="CharOverride-1">, in P. Golinelli (a cura di), </hi><hi rend="italic">Frassinoro e i monasteri benedettini in rapporto con i Canossa</hi><hi rend="CharOverride-1">, Giornata di studio per i 950 anni della fondazione dell’abbazia di S. Maria e S. Claudio, Pàtron, Bologna 2023, pp. 67-83.</hi></p></item>
				</list><list type="ordered">
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-3"><ref target="OP08849_xml_5_25-46.html#footnote-060-backlink">23</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	Il lungo episcopato di Goffredo (1113-ca. 1143) meriterebbe sicuramente uno studio apposito. Sulla città, lo studio di riferimento è E. Faini, </hi><hi rend="italic">Firenze nell’età romanica (1000-1211). L’espansione urbana, lo sviluppo istituzionale, il rapporto con il territorio</hi><hi rend="CharOverride-1">, Olschki, Firenze 2010.</hi></p></item>
				</list><list type="ordered">
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-3"><ref target="OP08849_xml_5_25-46.html#footnote-059-backlink">24</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	I particolari in M. Ronzani, </hi><hi rend="italic">Definizione e trasformazione di un sistema d’inquadramento ecclesiastico: la pieve di Fucecchio e le altre pievi del Valdarno fra XI e XV secolo</hi><hi rend="CharOverride-1">, in A. Malvolti e G. Pinto (a cura di), </hi><hi rend="italic">Il Valdarno inferiore terra di confine nel Medioevo (secoli XI-XV)</hi><hi rend="CharOverride-1">, Olschki, Firenze 2008, pp. 59-126: 78-81.</hi></p></item>
				</list><list type="ordered">
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-3"><ref target="OP08849_xml_5_25-46.html#footnote-058-backlink">25</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	Savigni, </hi><hi rend="italic">Episcopato e società</hi><hi rend="CharOverride-1">, cit., p. 402.</hi></p></item>
				</list><list type="ordered">
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-3"><ref target="OP08849_xml_5_25-46.html#footnote-057-backlink">26</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	</hi><hi rend="italic">Carte dell’Archivio Arcivescovile di Pisa</hi><hi rend="CharOverride-1">, 2, cit., pp. 95-97, nr. 49.</hi></p></item>
				</list><list type="ordered">
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-3"><ref target="OP08849_xml_5_25-46.html#footnote-056-backlink">27</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	Ivi, pp. 134-136, nr. 68.</hi></p></item>
				</list><list type="ordered">
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-3"><ref target="OP08849_xml_5_25-46.html#footnote-055-backlink">28</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	Un profilo in M.L. Ceccarelli Lemut, </hi><hi rend="italic">Ruggero, vescovo di Volterra e arcivescovo di Pisa</hi><hi rend="CharOverride-1">, in S.P.P. Scalfati e A. Veronese (a cura di),</hi><hi rend="italic"> Studi di storia offerti a Michele Luzzati</hi><hi rend="CharOverride-1">, Pacini, Pisa 2009, pp. 53-71.</hi></p></item>
				</list><list type="ordered">
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-3"><ref target="OP08849_xml_5_25-46.html#footnote-054-backlink">29</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	Per questi avvenimenti e il contesto di produzione dei </hi><hi rend="italic">Gesta triumphalia</hi><hi rend="CharOverride-1"> si veda M. Ronzani, </hi><hi rend="italic">A proposito della nuova edizione dei “Gesta triumphalia per Pisanos facta”</hi><hi rend="CharOverride-1">, «Archivio storico italiano», 169, 2011, pp. 373-387.</hi></p></item>
				</list><list type="ordered">
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-3"><ref target="OP08849_xml_5_25-46.html#footnote-053-backlink">30</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	«Mitram et anulum ad pedes domini pape proiecit et irato animo dixit: ‘ulterius archiepiscopus et episcopus tuus non ero!’»: L.T. Belgrano (a cura di), </hi><hi rend="italic">Annali genovesi di Caffaro e dei suoi continuatori</hi><hi rend="CharOverride-1">, I, Istituto Storico Italiano, Roma 1890, p. 19.</hi></p></item>
				</list><list type="ordered">
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-3"><ref target="OP08849_xml_5_25-46.html#footnote-052-backlink">31</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	Come si vede dalla continuazione immediata del brano cit. nella n. precedente: «Papa ilico</hi><hi rend="CharOverride-1"> anulum et mitram cum pede longe proiecit et dixit: ‘Frater, male fecisti et te inde penitere procul</hi><hi rend="CharOverride-1"> dubio faciam’» (</hi><hi rend="italic">Ibid.</hi><hi rend="CharOverride-1">).</hi></p></item>
				</list><list type="ordered">
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-3"><ref target="OP08849_xml_5_25-46.html#footnote-051-backlink">32</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	</hi><hi rend="italic">Documenti per</hi><hi rend="CharOverride-1"> la </hi><hi rend="italic">storia della città di Arezzo</hi><hi rend="CharOverride-1">, I, cit., pp. 549-573, nr. 389.</hi></p></item>
				</list><list type="ordered">
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-3"><ref target="OP08849_xml_5_25-46.html#footnote-050-backlink">33</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	M. Pellegrini, </hi><hi rend="italic">Chiesa e città. Uomini, comunità e istituzioni nella società senese del XII e XIII secolo</hi><hi rend="CharOverride-1">, Herder, Roma 2004, pp. 13-14.</hi></p></item>
				</list><list type="ordered">
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-3"><ref target="OP08849_xml_5_25-46.html#footnote-049-backlink">34</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	P. Cammarosano, </hi><hi rend="italic">Tradizione documentaria e storia cittadina</hi><hi rend="CharOverride-1">, in </hi><hi rend="italic">Il Caleffo Vecchio del Comune di Siena</hi><hi rend="CharOverride-1">, V, Accademia Senese degli Intronati, Siena 1991, pp. 8-81: 36-39; Pellegrini, </hi><hi rend="italic">Chiesa e città</hi><hi rend="CharOverride-1">, cit., pp. 15-20 e tutta l’ampia Parte II (pp. 95-241).</hi></p></item>
				</list><list type="ordered">
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-3"><ref target="OP08849_xml_5_25-46.html#footnote-048-backlink">35</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	Delumeau, </hi><hi rend="italic">Arezzo</hi><hi rend="CharOverride-1">, cit., pp. 857-859.</hi></p></item>
				</list><list type="ordered">
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-3"><ref target="OP08849_xml_5_25-46.html#footnote-047-backlink">36</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	Ceccarelli Lemut, </hi><hi rend="italic">Cronotassi dei vescovi di Volterra</hi><hi rend="CharOverride-1">, cit., pp. 44-45.</hi></p></item>
				</list><list type="ordered">
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-3"><ref target="OP08849_xml_5_25-46.html#footnote-046-backlink">37</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	M. Ronzani, </hi><hi rend="italic">«La nuova Roma»: Pisa, Papato e Impero al tempo di san Bernardo</hi><hi rend="CharOverride-1">, in O. Banti e C. Violante (a cura di), </hi><hi rend="italic">Momenti di storia medioevale pisana. Discorsi per il giorno di s. Sisto</hi><hi rend="CharOverride-1">, Pacini, Pisa 1991, pp. 61-77.</hi></p></item>
				</list><list type="ordered">
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-3"><ref target="OP08849_xml_5_25-46.html#footnote-045-backlink">38</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	Un profilo in M.L. Ceccarelli Lemut, </hi><hi rend="italic">Per la storia della Chiesa pisana nel Medioevo: la famiglia e la carriera ecclesiastica dell’arcivescovo Uberto (1133-1137)</hi><hi rend="CharOverride-1">, in Ead., </hi><hi rend="italic">Medioevo pisano. Chiesa, famiglie, territorio</hi><hi rend="CharOverride-1">, Pacini, Pisa 2005, pp. 61-74.</hi></p></item>
				</list><list type="ordered">
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-3"><ref target="OP08849_xml_5_25-46.html#footnote-044-backlink">39</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	Ead., </hi><hi rend="italic">La sede metropolitana e primaziale di Pisa nei rapporti con i pontefici da Onorio II a Innocenzo II</hi><hi rend="CharOverride-1">, in Ead. e S. Sodi (a cura di), </hi><hi rend="italic">Nel IX centenario della metropoli ecclesiastica di Pisa</hi><hi rend="CharOverride-1">, Pacini, Pisa 1995, pp. 143-170, Appendice, 2, pp. 163-166.</hi></p></item>
				</list><list type="ordered">
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-3"><ref target="OP08849_xml_5_25-46.html#footnote-043-backlink">40</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	Un profilo in Ead., </hi><hi rend="italic">«Magnum Ecclesie lumen». Baldovino, monaco cistercense e arcivescovo di Pisa (1138-1145)</hi><hi rend="CharOverride-1">,</hi><hi rend="italic"> </hi><hi rend="CharOverride-1">in F.G.B. Trolese (a cura di), Monastica et humanistica.</hi><hi rend="italic"> Scritti in onore di Gregorio Penco O.S.B.</hi><hi rend="CharOverride-1">, Badia di Santa Maria del Monte, Cesena 2003, pp. 613-636.</hi></p></item>
				</list><list type="ordered">
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-3"><ref target="OP08849_xml_5_25-46.html#footnote-042-backlink">41</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	Ead., </hi><hi rend="italic">La sede metropolitana</hi><hi rend="CharOverride-1">, cit., Appendice, 3, pp. 167-170.</hi></p></item>
				</list><list type="ordered">
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-3"><ref target="OP08849_xml_5_25-46.html#footnote-041-backlink">42</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	Edito da ultimo in </hi><hi rend="italic">Carte dell’Archivio Arcivescovile di Pisa</hi><hi rend="CharOverride-1">, 2, cit., pp. 238-240, nr. 128.</hi></p></item>
				</list><list type="ordered">
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-3"><ref target="OP08849_xml_5_25-46.html#footnote-040-backlink">43</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	Ceccarelli Lemut, </hi><hi rend="italic">«Magnum Ecclesie lumen»</hi><hi rend="CharOverride-1">,</hi><hi rend="italic"> </hi><hi rend="CharOverride-1">cit., rispettivamente pp. 633 (sentenza del 16 novembre 1138 sulla controversia fra i canonici della cattedrale pisana e il monastero vescovile di San Rossore) e 626 (sentenza arbitrale di Atto del 18 aprile 1143 sull’appartenenza diocesana della chiesa di San Michele di Travalda e del poggio di Montecalvoli). In entrambe le occasioni Atto era stato incaricato da papa Innocenzo II.</hi></p></item>
				</list><list type="ordered">
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-3"><ref target="OP08849_xml_5_25-46.html#footnote-039-backlink">44</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	N. Rauty (a cura di), </hi><hi rend="italic">Regesta Chartarum Pistoriensium, Vescovado. Secoli XI e XII</hi><hi rend="CharOverride-1">, Società Pistoiese di Storia Patria, Pistoia 1974, pp. 34-36, nr. 22 (Pisa, 1133 dicembre 21).</hi></p></item>
				</list><list type="ordered">
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-3"><ref target="OP08849_xml_5_25-46.html#footnote-038-backlink">45</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	R. Fantappiè (a cura di), </hi><hi rend="italic">Le carte della prepositura di S. Stefano di Prato, I (1006-1200)</hi><hi rend="CharOverride-1">, Olschki, Firenze 1977, pp. 258-261, nr. 133.</hi></p></item>
				</list><list type="ordered">
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-3"><ref target="OP08849_xml_5_25-46.html#footnote-037-backlink">46</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	</hi><hi rend="italic">Regesta Chartarum Pistoriensium, Vescovado. Secoli XI e XII</hi><hi rend="CharOverride-1">, cit., pp. 39-40, nr. 26 e 44, nr. 29.</hi></p></item>
				</list><list type="ordered">
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-3"><ref target="OP08849_xml_5_25-46.html#footnote-036-backlink">47</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	Ronzani, </hi><hi rend="italic">Lo sviluppo istituzionale di Pistoia</hi><hi rend="CharOverride-1">, cit., pp. 36-38. Il vivace racconto fatto da Sofia, ormai molto anziana, nel 1203, si legge ora in V. Bagnai Losacco, </hi><hi rend="italic">La disputa di Rosano (1204/04-1209). Edizione e studio introduttivo dei documenti</hi><hi rend="CharOverride-1">, Pisa University Press, Pisa 2010, pp. 25-27.</hi></p></item>
				</list><list type="ordered">
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-3"><ref target="OP08849_xml_5_25-46.html#footnote-035-backlink">48</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	«Unde transiens</hi><hi rend="CharOverride-1"> Pistoriam venit ad Sanctum Genesium»: </hi><hi rend="italic">Die Reichschronik des Annalista Saxo</hi><hi rend="CharOverride-1">, in </hi><hi rend="italic">Monumenta Germaniae Historica, Scriptores</hi><hi rend="CharOverride-1">, XXXVII, Hannover 2006, p. 607.</hi></p></item>
				</list><list type="ordered">
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-3"><ref target="OP08849_xml_5_25-46.html#footnote-034-backlink">49</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	Ronzani, </hi><hi rend="italic">Lo sviluppo istituzionale di Pistoia</hi><hi rend="CharOverride-1">, cit., pp. 42-43.</hi></p></item>
				</list><list type="ordered">
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-3"><ref target="OP08849_xml_5_25-46.html#footnote-033-backlink">50</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	N. Rauty (a cura di)</hi><hi rend="italic"> Regesta Chartarum Pistoriensium, Canonica di San Zenone secolo XII</hi><hi rend="CharOverride-1">, Società Pistoiese di Storia Patria, Pistoia 1995, pp. 94-95, nr. 423 (1138 dicembre 4).</hi></p></item>
				</list><list type="ordered">
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-3"><ref target="OP08849_xml_5_25-46.html#footnote-032-backlink">51</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	M. Ronzani, </hi><hi rend="italic">Il volto cangiante della chiesa vescovile di Pistoia nell’età dei conti Cadolingi e Guidi (923-1124)</hi><hi rend="CharOverride-1">, in A. Benvenuti e R. Nelli (a cura di).</hi><hi rend="italic"> Culto dei santi e culto dei luoghi nel Medioevo pistoiese</hi><hi rend="CharOverride-1">, Società Pistoiese di Storia Patria, Pistoia 2010, pp. 1-22: 20-21.</hi></p></item>
				</list><list type="ordered">
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-3"><ref target="OP08849_xml_5_25-46.html#footnote-031-backlink">52</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	L. Gai, </hi><hi rend="italic">L’altare argenteo di San Iacopo nel Duomo di Pistoia</hi><hi rend="CharOverride-1">, Allemandi, Pistoia 1985, pp. 33-36 (con le ampie note delle pp. 187-193); Ead., </hi><hi rend="italic">Testimonianze jacobee e riferimenti compostellani nella storia di Pistoia dei secoli XII-XIII</hi><hi rend="CharOverride-1">, in Ead. (a cura di), </hi><hi rend="italic">Pistoia e il Cammino di Santiago. Una dimensione europea nella Toscana medievale</hi><hi rend="CharOverride-1">, Edizioni Scientifiche Italiane, Napoli 1987, pp. 119-231. Cfr. anche il contributo della medesima autrice nel presente volume.</hi></p></item>
				</list><list type="ordered">
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-3"><ref target="OP08849_xml_5_25-46.html#footnote-030-backlink">53</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	O. Banti, </hi><hi rend="italic">«Cantarinus, Pisanae Urbis cancellarius» (ca. 1140-1147), fu lo strumento della preminenza politica di un vescovo in regime consolare?</hi><hi rend="CharOverride-1"> «Bollettino storico pisano», 40-41, 1971-1972, pp. 23-29.</hi></p></item>
				</list><list type="ordered">
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-3"><ref target="OP08849_xml_5_25-46.html#footnote-029-backlink">54</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	Il </hi><hi rend="italic">«</hi><hi rend="CharOverride-1">Prospetto sinottico</hi><hi rend="italic">»</hi><hi rend="CharOverride-1"> del contenuto dei manoscritti pistoiesi utili per studiare l’introduzione del culto di sant’Iacopo è fornito da</hi><hi rend="italic"> </hi><hi rend="CharOverride-1">Gai, </hi><hi rend="italic">Testimonianze jacobee</hi><hi rend="CharOverride-1">, cit., Appendice, I, pp. 203-205. L’appendice II (ivi, pp. 207-226) è però tratta unicamente da Archivio di Stato di Pistoia, </hi><hi rend="italic">Documenti vari</hi><hi rend="CharOverride-1">, 1, e non comprende le parti qui mancanti, e contenute invece nel ms. quattrocentesco </hi><hi rend="italic">Documenti vari</hi><hi rend="CharOverride-1">, 27, ossia il racconto della cerimonia di consacrazione della cappella (cc. 21v-22r) e il racconto dei 19 miracoli accaduti fra quel 25 luglio e il settembre successivo (cc. 22v-35r). Ora, noi riteniamo che Cantarino, il quale arrivò a Pistoia qualche settimana dopo la consacrazione della cappella e il manifestarsi dei primi miracoli, si dedicasse innanzitutto a raccogliere e descrivere questi ultimi, finché, nel mese di settembre, dovette rientrare a Pisa (come da lui stesso dichiarato nel racconto dell’ultimo miracolo, che lo coinvolse personalmente). A Pisa egli riprese e sistemò il proprio lavoro, che a nostro avviso inizia da </hi><hi rend="italic">Documenti vari</hi><hi rend="CharOverride-1">, 1, c. 12v, in fondo (</hi><hi rend="italic">«</hi><hi rend="CharOverride-1">Incipiunt miracula beatissimi apostoli Jacobi noviter facta</hi><hi rend="italic">»</hi><hi rend="CharOverride-1">: cfr. Gai, </hi><hi rend="italic">Testimonianze jacobee</hi><hi rend="CharOverride-1">, cit., Appendice II, p. 221, r. 529), fino a c. 16v (ivi, Appendice II, pp. 225-226), dove Cantarino distingue espressamente fra ciò che egli stesso «aveva (finora) scritto», e ciò che aveva «visto, letto a fondo e memorizzato» quando era stato a Pistoia, ossia le lettere scritte al vescovo Atto dall’arcivescovo Didaco e dal diacono Ranieri, riportate in </hi><hi rend="italic">Documenti vari</hi><hi rend="CharOverride-1">, 1, cc. 10r-12v. I testi contenuti nella prima parte di questo ms. sono dunque preesistenti a Cantarino; mentre sono suoi anche i testi contenuti in </hi><hi rend="italic">Documenti vari</hi><hi rend="CharOverride-1">, 27, cc. 21v-35r. È senza dubbio necessario che il lavoro di edizione iniziato da Lucia Gai sia completato con i testi di quest’ultimo manoscritto.</hi></p></item>
				</list><list type="ordered">
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-3"><ref target="OP08849_xml_5_25-46.html#footnote-028-backlink">55</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	Banti, </hi><hi rend="italic">«Cantarinus, Pisanae Urbis cancellarius»</hi><hi rend="CharOverride-1">, cit., pp. 25-26.</hi></p></item>
				</list><list type="ordered">
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-3"><ref target="OP08849_xml_5_25-46.html#footnote-027-backlink">56</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	Ceccarelli Lemut, </hi><hi rend="italic">«Magnum Ecclesie lumen»</hi><hi rend="CharOverride-1">,</hi><hi rend="italic"> </hi><hi rend="CharOverride-1">cit., p. 635.</hi></p></item>
				</list><list type="ordered">
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-3"><ref target="OP08849_xml_5_25-46.html#footnote-026-backlink">57</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	Eugenio III fu eletto il 15 febbraio 1145. Su di lui la ‘voce’ di H. Zimmermann, </hi><hi rend="italic">Eugenio III, beato</hi><hi rend="CharOverride-1">, in </hi><hi rend="italic">Encicopedia dei Papi</hi><hi rend="CharOverride-1">, Istituto dell’Enciclopedia Italiana, Roma 2000, disponibile in rete all’URL: &lt;</hi><ref target="https://www.fupress.com"><hi rend="CharOverride-1">https://www.treccani.it/enciclopedia/beato-eugenio-iii_%28Enciclopedia-dei-Papi%29/</hi></ref><hi rend="CharOverride-1">&gt; (12/2023).</hi></p></item>
				</list><list type="ordered">
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-3"><ref target="OP08849_xml_5_25-46.html#footnote-025-backlink">58</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	Gai, </hi><hi rend="italic">Testimonianze jacobee</hi><hi rend="CharOverride-1">, cit., Appendice II, p. 221, rr. 509-529.</hi></p></item>
				</list><list type="ordered">
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-3"><ref target="OP08849_xml_5_25-46.html#footnote-024-backlink">59</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	Un profilo in M.L. Ceccarelli Lemut, </hi><hi rend="italic">Un presule tra politica comunale e fedeltà pontificia. </hi><hi rend="italic">Villano arcivescovo di Pisa (1146-1175)</hi><hi rend="CharOverride-1" >, in J. Giessauf, R. Murauer und M. P. Schennach (hrsg. von), </hi><hi rend="italic">Päpste, Privilegien, Provinzen. Beiträge zur Kirchen-, Rechts-und Landesgeschichte, Festschrift für Werner Maleczek</hi><hi rend="CharOverride-1" >, Oldenbourg Wissenschaftsverlag, Wien-München 2010, pp. 61-75. </hi><hi rend="CharOverride-1">Si veda anche M. Ronzani, </hi><hi rend="italic">Villano</hi><hi rend="CharOverride-1">, in </hi><hi rend="italic">Dizionario Biografico degli Italiani</hi><hi rend="CharOverride-1">, 99, Istituto dell’Enciclopedia Italiana, Roma 2020, disponibile in rete partendo da &lt;</hi><ref target="https://www.fupress.com"><hi rend="CharOverride-1">https://treccani.it</hi></ref><hi rend="CharOverride-1">&gt;.</hi></p></item>
				</list><list type="ordered">
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-3"><ref target="OP08849_xml_5_25-46.html#footnote-023-backlink">60</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	</hi><hi rend="italic">Regesta Chartarum Pistoriensium, Vescovado. Secoli XI e XII</hi><hi rend="CharOverride-1">, cit., pp. 47-48, nr. 32.</hi></p></item>
				</list><list type="ordered">
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-3"><ref target="OP08849_xml_5_25-46.html#footnote-022-backlink">61</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	Ronzani, </hi><hi rend="italic">Lo sviluppo istituzionale di Pistoia</hi><hi rend="CharOverride-1">, cit., pp. 46-49.</hi></p></item>
				</list><list type="ordered">
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-3"><ref target="OP08849_xml_5_25-46.html#footnote-021-backlink">62</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	Come dimostra il diploma rilasciato negli stessi giorni ad Alberto III degli Alberti (M. Ronzani, </hi><hi rend="italic">I conti Guidi, i conti Alberti e Pistoia dall’inizio del secolo XII al 1177</hi><hi rend="CharOverride-1">, «Bullettino storico pistoiese</hi><hi rend="italic">»</hi><hi rend="CharOverride-1">, 112</hi><hi rend="CharOverride-1">, 2010, pp. 91-107: 99-102).</hi></p></item>
				</list><list type="ordered">
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-3"><ref target="OP08849_xml_5_25-46.html#footnote-020-backlink">-1</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	Utile al riguardo la ‘voce’ di A. Piazza, </hi><hi rend="italic">Vittore IV, antipapa</hi><hi rend="CharOverride-1">, in </hi><hi rend="italic">Enciclopedia dei Papi</hi><hi rend="CharOverride-1">, Istituto dell’Enciclopedia Italiana, Roma 2000, disponibile in rete all’URL: &lt;</hi><ref target="https://www.fupress.com"><hi rend="CharOverride-1">https://www.treccani.it/enciclopedia/antipapa-vittore-iv_%28Enciclopedia-dei-Papi%29/</hi></ref><hi rend="CharOverride-1">&gt; (12/2023).</hi></p></item>
				</list><list type="ordered">
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-3"><ref target="OP08849_xml_5_25-46.html#footnote-019-backlink">-1</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	Ronzani, </hi><hi rend="italic">Lo sviluppo istituzionale di Pistoia</hi><hi rend="CharOverride-1">, cit., pp. 57-59.</hi></p></item>
				</list><list type="ordered">
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-3"><ref target="OP08849_xml_5_25-46.html#footnote-018-backlink">-1</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	Ceccarelli Lemut, </hi><hi rend="italic">Cronotassi dei vescovi di Volterra</hi><hi rend="CharOverride-1">, cit., pp. 47-48. Per il periodo successivo si veda J. Paganelli, Dives episcopus</hi><hi rend="italic">. La signoria dei vescovi di Volterra nel Duecento</hi><hi rend="CharOverride-1">, Viella, Roma 2021.</hi></p></item>
				</list><list type="ordered">
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-3"><ref target="OP08849_xml_5_25-46.html#footnote-017-backlink">-1</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	Si veda su di lui la ‘voce’ di N. D’Acunto, </hi><hi rend="italic">Girolamo</hi><hi rend="CharOverride-1">, in </hi><hi rend="italic">Dizionario Biografico degli Italiani</hi><hi rend="CharOverride-1">, 56, Istituto dell’Enciclopedia Italiana, Roma 2001, disponibile in rete partendo da &lt;</hi><ref target="https://www.fupress.com"><hi rend="CharOverride-1">https://treccani.it</hi></ref><hi rend="CharOverride-1">&gt;.</hi></p></item>
				</list><list type="ordered">
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-3"><ref target="OP08849_xml_5_25-46.html#footnote-016-backlink">-1</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	Savigni, </hi><hi rend="italic">Episcopato e società</hi><hi rend="CharOverride-1">, cit., pp. 405-406.</hi></p></item>
				</list><list type="ordered">
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-3"><ref target="OP08849_xml_5_25-46.html#footnote-015-backlink">-1</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	Ronzani, </hi><hi rend="italic">I conti Guidi, i conti Alberti e Pistoia</hi><hi rend="CharOverride-1">, cit., pp. 99-100.</hi></p></item>
				</list><list type="ordered">
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-3"><ref target="OP08849_xml_5_25-46.html#footnote-014-backlink">-1</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	Il 20 marzo, Domenica delle Palme, Guelfo VI convocò a San Genesio un </hi><hi rend="italic">parlamentum</hi><hi rend="CharOverride-1"> di tutte le città e le famiglie comitali della Marca di Tuscia. Qui, come racconta il cronista pisano Bernardo Maragone, Guelfo «trattò l’arcivescovo Villano con onori superiori a quelli di tutti i vescovi e i laici d’Italia, e si affidò al suo consiglio</hi><hi rend="italic">»</hi><hi rend="CharOverride-1">. Il 26 marzo, Sabato Santo, Pisa e il suo arcivescovo accolsero trionfalmente Guelfo VI, e nei mesi successivi Villano riassunse in pieno il ruolo di prima autorità cittadina, ad esempio ricevendo, in estate, l’omaggio feudale e il giuramento di fedeltà da parte del conte Ildebrandino Novello degli Aldobrandeschi. Tutto questo si legge in Bernardo Maragone, </hi><hi rend="italic">Annales pisani</hi><hi rend="CharOverride-1">, a cura di M. Lupo Gentile, </hi><hi rend="italic">Rerum Italicarum Scriptores</hi><hi rend="superscript CharOverride-3">2</hi><hi rend="CharOverride-1">, VI/2, Zanichelli, Bologna 1936, pp. 19-21. Cfr. in proposito F. </hi><hi rend="CharOverride-1">Salvestrini, </hi><hi rend="italic">San Genesio. La comunità e la pieve fra VI e XIII secolo</hi><hi rend="CharOverride-1">, in F. Cantini e F. Salvestrini (a cura di), </hi><hi rend="italic">Vico Wallari - San Genesio. Ricerca storica e indagini archeologiche su una comunità del Medio Valdarno Inferiore fra Alto e pieno Medioevo</hi><hi rend="CharOverride-1">, Centro Studi sulla Civiltà del Tardo Medioevo-San Miniato, Firenze University Press, Firenze 2010, pp. 25-80: 60-61.</hi></p></item>
				</list><list type="ordered">
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-3"><ref target="OP08849_xml_5_25-46.html#footnote-013-backlink">-1</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	Maragone, </hi><hi rend="italic">Annales pisani</hi><hi rend="CharOverride-1">, p. 25.</hi></p></item>
				</list><list type="ordered">
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-3"><ref target="OP08849_xml_5_25-46.html#footnote-012-backlink">-1</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	Ivi, p. 34.</hi></p></item>
				</list><list type="ordered">
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-3"><ref target="OP08849_xml_5_25-46.html#footnote-011-backlink">-1</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	Abbiamo insistito su questi aspetti in M. Ronzani, </hi><hi rend="italic">Ranieri, Benincasa e il Barbarossa. Peripezie di un culto nella Pisa dei secoli XII-XIV</hi><hi rend="CharOverride-1">, Pisa University Press, Pisa 2016, pp. 11-50.</hi></p></item>
				</list><list type="ordered">
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-3"><ref target="OP08849_xml_5_25-46.html#footnote-010-backlink">-1</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	«Pisanorum consules, preceptis Imperatoris et </hi><hi rend="CharOverride-1">pape Pasquali obedientes, Benencasam canonicum Sancte Marie maioris ecclesie in archiepiscopum honorifice, VIII kal. Aprilis, </hi><hi rend="CharOverride-1">elegerunt</hi><hi rend="italic">»</hi><hi rend="CharOverride-1"> (Maragone, </hi><hi rend="italic">Annales pisani</hi><hi rend="CharOverride-1">, cit., p. 41, con la successiva consacrazione per mano di Pasquale III).</hi></p></item>
				</list><list type="ordered">
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-3"><ref target="OP08849_xml_5_25-46.html#footnote-009-backlink">-1</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	Ne tratta E. Faini, </hi><hi rend="italic">Il sole, la luna e due passi di Boncompagno da Signa: ipotesi sui riflessi locali dello scisma alessandrino</hi><hi rend="CharOverride-1">, «Documenta. Rivista internazionale di studi storico-filologici sulle fonti</hi><hi rend="italic">»</hi><hi rend="CharOverride-1">, 2, 2019, pp. 21-36. Si veda anche la ‘voce’ di L. Fabbri, </hi><hi rend="italic">Giulio</hi><hi rend="CharOverride-1">, in </hi><hi rend="italic">Dizionario Biografico degli Italiani</hi><hi rend="CharOverride-1">, 57, Istituto dell</hi><hi rend="CharOverride-1">’Enciclopedia Italiana, Roma 2002, disponibile in rete partendo da &lt;</hi><ref target="https://www.fupress.com"><hi rend="CharOverride-1">https://treccani.it</hi></ref><hi rend="CharOverride-1">&gt;.</hi></p></item>
				</list><list type="ordered">
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-3"><ref target="OP08849_xml_5_25-46.html#footnote-008-backlink">-1</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	Pellegrini, </hi><hi rend="italic">Chiesa e città</hi><hi rend="CharOverride-1">, cit., pp. 35-40.</hi></p></item>
				</list><list type="ordered">
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-3"><ref target="OP08849_xml_5_25-46.html#footnote-007-backlink">-1</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	Ronzani, </hi><hi rend="italic">Villano</hi><hi rend="CharOverride-1">, cit.</hi></p></item>
				</list><list type="ordered">
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-3"><ref target="OP08849_xml_5_25-46.html#footnote-006-backlink">-1</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	</hi><hi rend="italic">Monumenta Germaniae Historica</hi><hi rend="CharOverride-1">, </hi><hi rend="italic">Diplomata regum et imperatorum Germaniae, X/III, Friderici I Diplomata inde ab A. MLXVIII usque ad A. MCLXXX</hi><hi rend="CharOverride-1">, hrsg. H. Appelt, Hannover 1985, pp. 269-271, nr. 730 (Pisa, 9 marzo 1178).</hi></p></item>
				</list><list type="ordered">
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-3"><ref target="OP08849_xml_5_25-46.html#footnote-005-backlink">-1</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	Ronzani, </hi><hi rend="italic">Lo sviluppo istituzionale di Pistoia</hi><hi rend="CharOverride-1">, cit., pp. 60-61.</hi></p></item>
				</list><list type="ordered">
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-3"><ref target="OP08849_xml_5_25-46.html#footnote-004-backlink">-1</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	Savigni, </hi><hi rend="italic">Episcopato e società</hi><hi rend="CharOverride-1">, cit., pp. 407-408.</hi></p></item>
				</list><list type="ordered">
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-3"><ref target="OP08849_xml_5_25-46.html#footnote-003-backlink">-1</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	Che, peraltro, «tra il 1174 e il 1176 continua ad essere designato come </hi><hi rend="italic">electus Senensis</hi><hi rend="CharOverride-1">» (Pellegrini, </hi><hi rend="italic">Chiesa e città</hi><hi rend="CharOverride-1">, cit., p. 40).</hi></p></item>
				</list><list type="ordered">
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-3"><ref target="OP08849_xml_5_25-46.html#footnote-002-backlink">-1</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	Cfr. la ‘voce’ anonima, </hi><hi rend="italic">Bernardo</hi><hi rend="CharOverride-1">, in </hi><hi rend="italic">Dizionario Biografico degli Italiani</hi><hi rend="CharOverride-1">, 9, Istituto dell’Enciclopedia Italiana, Roma 1967, disponibile in rete partendo da &lt;</hi><ref target="https://www.fupress.com"><hi rend="CharOverride-1">https://treccani.it</hi></ref><hi rend="CharOverride-1">&gt;.</hi></p></item>
				</list><list type="ordered">
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-3"><ref target="OP08849_xml_5_25-46.html#footnote-001-backlink">-1</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	Su di lui, in mancanza di un ritratto biografico specifico, si vedano i pochi cenni di Delumeau, </hi><hi rend="italic">Arezzo</hi><hi rend="CharOverride-1">, cit., pp. 1336-1337.</hi></p></item>
				</list><list type="ordered">
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-3"><ref target="OP08849_xml_5_25-46.html#footnote-000-backlink">-1</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	Qualche cenno in M. Ronzani, </hi><hi rend="italic">«Ecclesiastica libertas» – «ecclesiastica immunitas»: dal Lateranense III al Lateranense IV</hi><hi rend="CharOverride-1">, in </hi><hi rend="italic">Il Lateranense IV. Le ragioni di un concilio</hi><hi rend="CharOverride-1">, CISAM, Spoleto 2017, pp. 367-381: 375-378.</hi></p></item>
				</list><p rend="editorial_metadata_author">Mauro Ronzani, University of Pisa, Italy, <ref target="https://www.fupress.com">mauro.ronzani@unipi.it</ref>, <ref target="https://www.fupress.com">0000-0001-8028-8267</ref></p><p rend="editorial_metadata_polices">Referee List (DOI 1<ref target="https://doi.org/10.36253/fup_referee_list">0.36253/fup_referee_list</ref>)</p><p rend="editorial_metadata_polices">FUP Best Practice in Scholarly Publishing (DOI <ref target="https://doi.org/10.36253/fup_best_practice">10.36253/fup_best_practice</ref>)</p><p rend="editorial_metadata_book">Mauro Ronzani, <hi rend="italic">Vescovi e diocesi nella Toscana del secolo XII: uno sguardo d’insieme</hi>, © Author(s), <ref target="https://www.fupress.com">CC BY 4.0</ref>, DOI <ref target="https://www.fupress.com">10.36253/979-12-215-0335-7.04</ref>, in Francesco Salvestrini (edited by), <hi rend="CharOverride-4">Atto abate vallombrosano e vescovo di Pistoia. Bilancio storiografico e prospettive di ricerca sulla vita e l’opera di un protagonista del XII secolo</hi>, pp. -23, 2024, published by Firenze University Press, ISBN 979-12-215-0335-7, DOI <ref target="https://www.fupress.com">10.36253/979-12-215-0335-7</ref></p></div></div>
      
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