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        <title type="main" level="a">monaco vallombrosano e vescovo di Pistoia</title>
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            <forename>Lucia</forename>
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          <resp>This is a section of <title>Atto abate vallombrosano e vescovo di Pistoia</title>(DOI: <idno type="DOI">10.36253/979-12-215-0335-7</idno>) by </resp>
          <name>Francesco Salvestrini</name>
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        <publisher>Firenze University Press</publisher>
        <pubPlace>Florence</pubPlace>
        <date when="2024">2024</date>
        <idno type="DOI">https://doi.org/10.36253/979-12-215-0335-7.07</idno>
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          <p>Copyright Author(s)</p>
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        <p>This is original content, published for academic research purposes</p>
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        <p>The paper traces a biographical profile of Atto, a monk, major Vallombrosan abbot and bishop of Pistoia who lived during the first half of the twelfth century. On the basis of the Vitae derived from an initial narrative nucleus comprising the Gesta episcopi conceived in Pistoia during the fourteenth century, the text identifies some themes of interest taken from both the Vallombrosan and Pistoia traditions. The essay analyses the salient moments of the activity and thought of this important figure for the history of his congregation and the contemporary Church</p>
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            <item>Atto Vallombrosan bishop - Congregation of Vallombrosa - reform - papacy - Pistoia - twelfth century</item>
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      <p>It is available online at https://doi.org/10.36253/979-12-215-0335-7.07<ref target="https://doi.org/10.36253/979-12-215-0335-7.07" /></p>
      
      <div><head>L’attività pastorale di Atto, monaco vallombrosano <lb/>e vescovo di Pistoia<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi><ref target="OP08849_xml_9_103-180.html#footnote-226">-1</ref></hi></hi></head><p rend="h1_author" ><hi rend="CharOverride-1">Lucia Gai</hi></p><p rend="h1_indexAbstract"><hi rend="bold">Sommario</hi><hi rend="CharOverride-2">:</hi> Il contributo traccia un profilo biografico di Atto, monaco, abate maggiore vallombrosano e vescovo di Pistoia vissuto durante la prima metà del secolo XII. Sulla base delle <hi rend="italic">Vitae</hi> derivate da un primo nucleo narrativo comprendente i <hi rend="italic">Gesta episcopi</hi> formatisi a Pistoia nel XIV secolo, il testo individua alcuni temi d’interesse desunti sia dalla tradizione vallombrosana, sia da quella pistoiese. Il saggio analizza i momenti salienti dell’attività e del pensiero di tale personaggio di rilievo per la vicenda della sua congregazione e per la storia della Chiesa del periodo.</p><div><head><hi>1. Premessa</hi></head><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">I numerosi studi che, soprattutto fra gli ultimi decenni del secolo scorso e l’epoca attuale, sono andati a integrare quanto era già noto circa la formazione, la presenza e l’espansione vallombrosana dalla Tuscia all’Italia centro-settentrionale fra XI e XII secolo hanno messo in evidenza le tematiche relative alla progressiva maturazione dei seguaci di Giovanni Gualberto nella loro azione di riforma sia del monachesimo benedettino tradizionale, sia dei costumi del clero e, più in generale, della </hi><hi rend="italic">societas christiana</hi><hi rend="CharOverride-1">. Essi hanno fornito anche un ricco apparato di ulteriori notizie sui contatti dei personaggi di vertice della medesima accolita con le differenziate realtà locali</hi><hi rend="notes_number CharOverride-4"><hi><ref target="OP08849_xml_9_103-180.html#footnote-225">2</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">.</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Fra i dati documentari recuperati da una congerie di carte d’archivio, memorie, repertori e manoscritti di diverso genere, come </hi><hi rend="italic">corpus</hi><hi rend="CharOverride-1"> utile a ricostruire situazioni storiche e reti di relazioni in aree regionali dell’Italia medievale in cui il monachesimo vallombrosano ebbe ad inserirsi, si annoverano, com’è noto, anche quelli che attestano l’operato di Atto a favore della propria congregazione e quale fedele supporto all’azione dei pontefici, sia in qualità di abate maggiore dei monaci professanti l’obbedienza gualbertiana, sia in seguito come vescovo di Pistoia</hi><hi rend="notes_number CharOverride-4"><hi><ref target="OP08849_xml_9_103-180.html#footnote-224">-1</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">.</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Non esiste ancora, tuttavia, un’opera complessiva e organica che serva a mettere a punto nel relativo contesto storico la serie di notizie disponibili su tale personaggio di rilievo nella storia vallombrosana e della Chiesa, per dare ad esse un significato che serva a ricostruirne il peso e il valore. In questa occasione si cercherà di tracciarne un profilo che tenga conto di tutto ciò che risulta come indizio o prova del carattere, del pensiero e delle opere riconducibili al personaggio, in modo da contribuire a superare l’attuale </hi><hi rend="italic">impasse</hi><hi rend="CharOverride-1"> storiografica, che da una parte ne evidenzia quasi il solo ruolo di protagonista, per un certo numero di anni, dell’espansionismo vallombrosano nella Penisola, dall’altra ne mette in rilievo prevalentemente il ruolo di vescovo di Pistoia impegnato in questioni interne alla sua città e alla relativa diocesi.</hi></p></div><div><head><hi>2. Le biografie di Atto</hi></head><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">La vicenda biografica attribuita a questo vallombrosano ha una storia plurisecolare che giunge fino ai tempi odierni. Non sarà inutile, credo, presentarne in sintesi le caratteristiche, dato che il genere storiografico delle </hi><hi rend="italic">Vitae</hi><hi rend="CharOverride-1"> è specchio di una coscienza storica in divenire e luogo di aggregazione dei risultati di ricerche finalizzate sempre più a un aggiornamento dei dati disponibili e dei giudizi.</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Su Atto un primo nucleo narrativo dovette generarsi dalla tradizione orale delle </hi><hi rend="italic">gesta episcopi</hi><hi rend="CharOverride-1"> che ne accompagnò il culto, già in essere a Pistoia all’inizio degli anni Ottanta del secolo XII, come risulta da una norma statutaria</hi><hi rend="notes_number CharOverride-4"><hi><ref target="OP08849_xml_9_103-180.html#footnote-223">-1</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">. Esso aveva preso forma </hi><hi rend="italic">ad sanctum</hi><hi rend="CharOverride-1">, presso l’altare sorto in cattedrale accanto alla tomba terragna del presule. La cosiddetta </hi><hi rend="italic">reinventio</hi><hi rend="CharOverride-1"> delle spoglie di Atto, avvenuta il 25 gennaio 1337, dopo la quale accaddero, stando alle fonti, miracoli</hi><hi rend="notes_number CharOverride-4"><hi><ref target="OP08849_xml_9_103-180.html#footnote-222">-1</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">, aveva contribuito a perpetrare nel tempo la memoria dell’operato di quel santo vescovo nei racconti che probabilmente il sag</hi><hi rend="CharOverride-1">restano dell’attigua cappella di San Iacopo ripeteva a devoti forestieri e pellegrini</hi><hi rend="notes_number CharOverride-4"><hi><ref target="OP08849_xml_9_103-180.html#footnote-221">-1</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">.</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Quella tradizione locale, raccolta quasi certamente dai monaci dei cenobi vallombrosani pistoiesi fra XIV e XV secolo, doveva essere pervenuta ben presto alla casa-madre della congregazione e aver fornito materia, nell’avanzato secolo XV, per un primo «medaglione biografico» dedicato ad Atto dal monaco vallombrosano Girolamo da Raggiolo, in ambito fiorentino e laurenziano. Nel breve testo, reso noto da Antonella Degl’Innocenti</hi><hi rend="notes_number CharOverride-4"><hi><ref target="OP08849_xml_9_103-180.html#footnote-220">-1</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">, prevaleva ancora la presumibile versione di origine pistoiese, riguardante quella parte dell’esistenza di Atto che comprendeva l’azione episcopale, l’istituzione del culto iacopeo di origine compostellana e la santa morte, nonché l’esposizione al culto del suo corpo incorrotto </hi><hi rend="italic">in ipsius</hi><hi rend="italic"> ecclesia sancti Iacobi</hi><hi rend="notes_number CharOverride-4"><hi><ref target="OP08849_xml_9_103-180.html#footnote-219">-1</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">. <lb/>Ivi solo un cenno iniziale era dedicato alla notizia che il vescovo di Pistoia era stato in precedenza abate maggiore di Vallombrosa</hi><hi rend="notes_number CharOverride-4"><hi><ref target="OP08849_xml_9_103-180.html#footnote-218">-1</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">.</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">In parallelo, fra XIV e XV secolo, da Pistoia derivava la più precoce attestazione iconografica del vescovo vallombrosano</hi><hi rend="notes_number CharOverride-4"><hi><ref target="OP08849_xml_9_103-180.html#footnote-217">-1</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">, destinata a diffondersi nel Quattrocento anche in area fiorentina</hi><hi rend="notes_number CharOverride-4"><hi><ref target="OP08849_xml_9_103-180.html#footnote-216">-1</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">. Una tipologia intermedia del genere biografico dedicato ad Atto risulta rappresentata dalle </hi><hi rend="italic">Vitae</hi><hi rend="CharOverride-1"> comprese in compilazioni o repertori generali di storia della congregazione vallombrosana, periodizzata sugli abati generali</hi><hi rend="notes_number CharOverride-4"><hi><ref target="OP08849_xml_9_103-180.html#footnote-215">-1</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">. </hi><hi rend="CharOverride-1">Fra questi testi figurano quelle opere redatte nel secolo XVI che tendevano a riproporzionare lo squilibrio fra la prima e la seconda parte della vita di Atto, ampliando quanto si poteva riferire della sua azione come abate maggiore. Tuttavia le narrazioni anteriori agli ultimi decenni del Cinquecento non riportavano ancora la versione che comprendeva la ‘leggenda lusitana/ispanica</hi><hi rend="CharOverride-1">’ circa le origini di Atto</hi><hi rend="notes_number CharOverride-4"><hi><ref target="OP08849_xml_9_103-180.html#footnote-214">-1</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">, e dunque per lo più non superavano il penultimo decennio di quel secolo, in cui venne generalmente accolto nella biografia del personaggio quest’ultimo ampliamento</hi><hi rend="notes_number CharOverride-4"><hi><ref target="OP08849_xml_9_103-180.html#footnote-213">-1</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">. Tali testi spesso risultano trasmessi in copie seicentesche</hi><hi rend="notes_number CharOverride-4"><hi><ref target="OP08849_xml_9_103-180.html#footnote-212">-1</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">. Il testimone più significativo di questo genere biografico pare il </hi><hi rend="italic">Fragmentum vitae sancti Actonis</hi><hi rend="CharOverride-1"> della Biblioteca Vallicelliana di Roma, compreso in un manoscritto miscellaneo confezionato probabilmente nel primo Seicento: parzialmente edito nel 1953 </hi><hi rend="CharOverride-1">da mons. Sabatino Ferrali, è stato analizzato più di recente da Antonella Degl’Innocenti</hi><hi rend="notes_number CharOverride-4"><hi><ref target="OP08849_xml_9_103-180.html#footnote-211">-1</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">. In esso compare per la prima volta l’intento di tracciare il carattere di Atto – definito </hi><hi rend="italic">affabilis et suavis</hi><hi rend="CharOverride-1"> con i monaci </hi><hi rend="italic">bonis Deumque timentibus</hi><hi rend="CharOverride-1">, ma </hi><hi rend="italic">rigidus, severus</hi><hi rend="italic">, perdifficilisque</hi><hi rend="CharOverride-1"> con coloro che si allontanavano dalla retta via – secondo un modello ispirato al primo maestro della </hi><hi rend="italic">societas</hi><hi rend="CharOverride-1"> gualbertiana</hi><hi rend="notes_number CharOverride-4"><hi><ref target="OP08849_xml_9_103-180.html#footnote-210">-1</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1"> e, per tale tramite, anche a san Benedetto, fondatore del monachesimo occidentale. Inoltre, per quanto a conclusione del testo sia menzionata la devozione di Atto per il fondatore della </hi><hi rend="italic">familia</hi><hi rend="CharOverride-1"> Vallombrosana, la cui </hi><hi rend="italic">Vita</hi><hi rend="CharOverride-1"> aveva redatto,</hi><hi rend="CharOverride-1"> e che l’ignoto autore del </hi><hi rend="italic">Fragmentum</hi><hi rend="CharOverride-1"> dichiarava in uso fin quasi ai suoi tempi, circa l’inizio del ruolo di guida della congregazione da parte di Atto se ne sottolineava piuttosto il riferimento all’evangelica parabola dei talenti, secondo un concetto proprio al movimento di riforma concretizzatosi con il concilio tridentino.</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Le biografie successive, composte anche in forma autonoma dopo la fine del secolo XVI e redatte fino al termine dell’età moderna soprattutto per Pistoia, dopo la canonizzazione di Atto del 1605</hi><hi rend="notes_number CharOverride-4"><hi><ref target="OP08849_xml_9_103-180.html#footnote-209">-1</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">, risultano invece caratterizzate dalla ‘leggenda lusitana/iberica’ – relativa alle credute origini spagnole di Atto –, motivata sia da una lettura errata della formula con cui il vescovo vallombrosano si sottoscriveva</hi><hi rend="notes_number CharOverride-4"><hi><ref target="OP08849_xml_9_103-180.html#footnote-208">-1</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">, sia dall’assenza di notizie sulle </hi><hi rend="italic">origines</hi><hi rend="CharOverride-1"> e la </hi><hi rend="italic">conversio</hi><hi rend="CharOverride-1"> di lui. Questo silenzio documentario, che distingueva Atto dal fondatore</hi><hi rend="notes_number CharOverride-4"><hi><ref target="OP08849_xml_9_103-180.html#footnote-207">-1</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1"> ma anche da Bernardo degli Uberti</hi><hi rend="notes_number CharOverride-4"><hi><ref target="OP08849_xml_9_103-180.html#footnote-206">-1</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">, dovette costituire un problema per gli storiografi della congregazione.</hi><hi rend="CharOverride-1"> Infatti, in ossequio alla mentalità del tempo, propensa ad aspettarsi che ogni vita religiosa esemplare fosse sempre l’eloquente paradigma della santità cui era stata chiamata, dovevano trovare una spiegazione plausibile sia l’assenza di notizie iniziali, così importanti per la storia di un’anima, sia anche la stranezza della decisione del vescovo di Pistoia di rivolgersi a un santuario posto agli estremi confini del mondo occidentale per ottenere una reliquia apostolica illustre per la città sottoposta al suo governo pastorale. Le supposte origini spagnole spiegavano, invece, data la grande lontananza dal successivo ‘teatro degli eventi’, l’assenza di informazioni sul primo periodo di vita di Atto, ma anche la ragione della richiesta a Compostella della reliquia iacopea esistente a Pistoia: il presule non poteva che essere di origini iberiche, se conosceva così bene il valore del culto di </hi><hi rend="italic">Santiago</hi><hi rend="CharOverride-1">.</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">L’intento</hi><hi rend="CharOverride-1"> scopertamente agiografico delle </hi><hi rend="italic">Vitae</hi><hi rend="CharOverride-1"> dedicate al vescovo vallombrosano a Pistoia fin dall’inizio del Seicento si univa, peraltro, ai risultati di una ricerca erudita su antichi documenti che allora animava la prima storiografia municipale ed ecclesiastica e che avrebbe caratterizzato le opere di tal genere fino al termine dell’età moderna</hi><hi rend="notes_number CharOverride-4"><hi><ref target="OP08849_xml_9_103-180.html#footnote-205">-1</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">.</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">In parallelo, durante lo stesso periodo, si sarebbe sviluppato nelle arti figurative un analogo percorso a scopi devozionali, iniziato al principio del Seicento con l’austera eloquenza controriformata del ciclo di «Storie» dipinte a Passignano, e includenti la ‘leggenda lusitana’, ad opera del pittore fiorentino Benedetto Veli; opera commissionatagli dal fratello, l’abate di quell’abbazia vallombrosana Tesauro Veli, promotore insieme all’alto clero pistoiese del processo di beatificazione del vescovo Atto</hi><hi rend="notes_number CharOverride-4"><hi><ref target="OP08849_xml_9_103-180.html#footnote-204">-1</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">.</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">L’ultimo epigono di queste biografie dedicate a tale personaggio e pubblicate per Pistoia in forma autonoma fra XVII e inizi del XIX secolo, il canonico Giovanni Breschi, avrebbe edito nel 1855, ormai alle soglie dello storicismo positivista, una </hi><hi rend="italic">Vita</hi><hi rend="CharOverride-1"> di Atto in cui la parte iniziale – a differenza del resto ampiamente supportato da documenti – era occupata da una fantasiosa narrazione comprendente le origini iberiche del protagonista, la </hi><hi rend="italic">conversio</hi><hi rend="CharOverride-1"> paternamente accertata nelle sue motivazioni da Bernardo degli Uberti alla presenza del «venerabile padre Almario», e l’ingresso come monaco nella congregazione di Giovanni Gualberto: con effetti tipici del coevo romanzo storico di genere romantico</hi><hi rend="notes_number CharOverride-4"><hi><ref target="OP08849_xml_9_103-180.html#footnote-203">-1</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">.</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Le più recenti biografie di cui disponiamo</hi><hi rend="notes_number CharOverride-4"><hi><ref target="OP08849_xml_9_103-180.html#footnote-202">-1</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">, che si attengono anch’esse allo storicismo positivista (fra le quali si distinguono le più recenti, in cui generalmente tale tema fa parte di studi su particolari aspetti della storia del secolo XII)</hi><hi rend="notes_number CharOverride-4"><hi><ref target="OP08849_xml_9_103-180.html#footnote-201">-1</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">, si avvalgono di quanto è documentato, evitando di affrontare questioni per</hi><hi rend="CharOverride-1"> cui mancano dati precisi. Tali criteri generalmente portano, a mio avviso, a un appiattimento, per così dire, della problematizzazione e a un restringimento degli orizzonti storiografici: la stessa ricerca, in definitiva, trova così i suoi limiti nei dati documentari, che non sono da considerare un traguardo ma, se mai, una serie di indizi. Non sono quindi compresi nell’esame storiografico di queste </hi><hi rend="italic">Vite</hi><hi rend="CharOverride-1"> argomenti quali il silenzio memoriale sulle </hi><hi rend="italic">origines</hi><hi rend="CharOverride-1"> e la </hi><hi rend="italic">conversio</hi><hi rend="CharOverride-1"> di Atto e i suoi rapporti con il personaggio più prestigioso della sua congregazione, Bernardo degli Uberti.</hi></p></div><div><head><hi>3. Atto monaco e abate maggiore di Vallombrosa</hi></head><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Quanto all’assenza di notizie sui primi tempi della vita e della formazione monastica di Atto, pare comunque ragionevole supporre, alla luce anche delle successive manifestazioni del suo carattere, che si sia trattato di un’omissione intenzionale, per nascondere in segno di umiltà origini forse non plebee e per evitare di riferire, quanto alla </hi><hi rend="italic">conversio</hi><hi rend="CharOverride-1">, un’esperienza indicibile</hi><hi rend="notes_number CharOverride-4"><hi><ref target="OP08849_xml_9_103-180.html#footnote-200">-1</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">. Quel carattere si rivela, nitido, nella nota lettera inviata nel tardo 1125, in qualità di abate maggiore vallombrosano, a papa Onorio II, scritta in favore dei fiorentini colpiti da interdetto per aver assalito l’episcopato di Fiesole e aggredito anche alcuni cenobi di obbedienza gualbertiana</hi><hi rend="notes_number CharOverride-4"><hi><ref target="OP08849_xml_9_103-180.html#footnote-199">-1</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">. La missiva mette in evidenza una personalità che il rango originario e la prima educazione ricevuta avevano resa adatta a trattare direttamente anche con le supreme autorità e ad esprimere senza timore o rispetto umano quelle ragioni della giustizia che potevano opporsi anche alle valutazioni di un pontefice, in un caso come quello. Una personalità arrivata comunque allora a una sicura e notevole maturità nel saper valutare e affrontare, anche con realismo, situazioni difficili per trovare ragionevoli soluzioni. Da quel testo, penetrante intelligenza delle azioni umane e lungimiranza, risultano già le qualità distintive del carattere di Atto nella sua azione pastorale: sia propriamente come personalità di vertice della sua congregazione, sia però anche, per la circostanza, come intercessore e </hi><hi rend="italic">pater populi florentini</hi><hi rend="CharOverride-1">.</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Quel tipo di pastoralità</hi><hi rend="CharOverride-1"> dovette confrontarsi assai presto con quella di Bernardo degli Uberti, su cui si desidera ancor oggi una più ampia informazione circa i suoi rapporti con la situazione interna alla città e alla diocesi parmense, come esponente della cultura ecclesiale e monastica riformata al servizio del papato</hi><hi rend="notes_number CharOverride-4"><hi><ref target="OP08849_xml_9_103-180.html#footnote-198">-1</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">. In rapporto alla rapida espansione vallombrosana nell’Italia centro-settentrionale fra XI e XII secolo, tanto Bernardo degli Uberti quanto Atto risultano, sia pure in diverso modo, protagonisti nell’orientarne modalità e direzione in accordo con le direttive pontificie. Occorre tuttavia distinguere con precisione i diversi ruoli di entrambi, considerando anche chi nei vari tempi avesse ricoperto la carica di abate maggiore della congregazione</hi><hi rend="notes_number CharOverride-4"><hi><ref target="OP08849_xml_9_103-180.html#footnote-197">-1</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">. Questa poderosa opera di penetrazione e di radicamento, affidata a uno scelto manipolo di referenti, era la </hi><hi rend="italic">pars </hi><hi rend="italic">construens</hi><hi rend="CharOverride-1"> delle basi territoriali in Italia centro-settentrionale dell’autorità pontificia e andava armonizzata e seguita con lungimirante intelligenza. L’assidua e paziente tessitura di questa rete di rapporti implicava, da parte dei papi del periodo, un atteggiamento sostanzialmente prudente e alieno da scontri con l’impero, e a tale condotta si era uniformato Bernardo degli Uberti: lo attestano il privilegio concesso da Enrico V ai canonici di Parma il 16 maggio 1111, la presenza di Bernardo presso la corte imperiale radunata a Governolo il 29 maggio 1116, l’ulteriore privilegio imperiale alla congregazione vallombrosana nel 1124</hi><hi rend="notes_number CharOverride-4"><hi><ref target="OP08849_xml_9_103-180.html#footnote-196">-1</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">.</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">L’anno 1124 fu quello in cui presumibilmente il monaco Atto subentrò nella carica di abate maggiore al predecessore Adimaro (1115-1124)</hi><hi rend="notes_number CharOverride-4"><hi><ref target="OP08849_xml_9_103-180.html#footnote-195">-1</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">. Nella decina d’anni in cui esercitò tale ruolo e per il ventennio successivo durante il quale fu vescovo di Pistoia non si hanno</hi><hi rend="CharOverride-1">, invece, testimonianze di alcun genere che provino suoi rapporti con l’autorità regia o imperiale, come per un deliberato comportamento di un religioso </hi><hi rend="italic">superiorem non recognoscens</hi><hi rend="CharOverride-1"> verso colui che rappresentava la massima autorità terrena. Né Atto risulta mai insignito di cariche tali da dover trattare direttamente col sovrano, né molto probabilmente desiderò mai ottenerle.</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Particolarmente significativa dovette essere, nel periodo di trapasso fra Adimaro e Atto nell’incarico di abate maggiore, l’acquisizione del monastero di San Bartolomeo di Novara, il più antico insediamento vallombrosano in Piemonte, solennizzata da una serie di cerimonie di trapasso e di consacrazione, il 27 settembre 1124, il 16 luglio 1125 e il 15 ottobre 1128</hi><hi rend="notes_number CharOverride-4"><hi><ref target="OP08849_xml_9_103-180.html#footnote-194">-1</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">: in quei riti tornavano, ogni volta, il significato e la memoria della consacrazione dell’eremo della casa-madre di Vallombrosa, da cui era iniziata, nel nome della Vergine, la vicenda della nuova aggregazione monastica</hi><hi rend="notes_number CharOverride-4"><hi><ref target="OP08849_xml_9_103-180.html#footnote-193">-1</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">.</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Già al tempo di Adimaro dovevano essersi fatte sentire le conseguenze della politica ecclesiale di Urbano II circa l’esenzione degli istituti benedettini riformati dall’ingerenza vescovile. In alcune diocesi emergevano talvolta situazioni conflittuali, destinate a protrarsi anche a lungo, e i vescovi avevano a lamentarsi per l’intromissione dei monaci vallombrosani in questioni spettanti alla giurisdizione dell’ordinario. Ne è prova eloquente la lettera al vescovo di Pistoia Ildebrando (1105-1132), la cui notorietà era diffusa anche oltre i confini diocesani, scritta dal vescovo di Faenza Giacomo (1118-1130), databile forse poco prima del 1130, nella quale si dimostrava quanto fosse stato lungimirante il divieto di Giovanni Gualberto ai suoi monaci di </hi><hi rend="italic">accipere capellas</hi><hi rend="notes_number CharOverride-4"><hi><ref target="OP08849_xml_9_103-180.html#footnote-192">-1</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">. Lunghe controversie, peraltro, nella stessa diocesi pistoiese, rendevano difficili i rapporti sia dei canonici della cattedrale, sia del vescovo con i locali cenobi vallombrosani, specialmente per questioni di decime</hi><hi rend="notes_number CharOverride-4"><hi><ref target="OP08849_xml_9_103-180.html#footnote-191">-1</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">. Era quello il tempo in cui era tornato opportuno per il papato consolidare l’autorità dei presuli </hi><hi rend="italic">catholici</hi><hi rend="CharOverride-1">, talvolta favorendo l’elezione di personaggi provenienti da canoniche riformate o da Ordini benedettini anch’essi seguaci della riforma. Questo orientamento</hi><hi rend="CharOverride-1">, per Pistoia, era stato precoce e segnava lo stacco rispetto ai vescovi precedenti. Già al concludersi della cosiddetta ‘età gregoriana’ il vallombrosano Pietro (1085/86-1101 circa), della cui elezione la contessa Matilde aveva a rallegrarsi nel 1085</hi><hi rend="notes_number CharOverride-4"><hi><ref target="OP08849_xml_9_103-180.html#footnote-190">-1</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">, aveva preso il posto di Leone (1067-1085), che solo nell’ultimo periodo dell’episcopato era passato fra i sostenitori della riforma</hi><hi rend="notes_number CharOverride-4"><hi><ref target="OP08849_xml_9_103-180.html#footnote-189">-1</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">. Era seguito Ildebrando (1105-1132), ex primicerio dei canonici di San Zeno</hi><hi rend="notes_number CharOverride-4"><hi><ref target="OP08849_xml_9_103-180.html#footnote-188">-1</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">, poi sostituito dal vallombrosano Atto (1133-1153). Quest’ultimo, confermato da Innocenzo II in un periodo difficile per la Chiesa a causa dello scisma di Anacleto II, doveva probabilmente la sua nomina non solo alla sua appartenenza alla famiglia vallombrosana, da subito dichiaratasi favorevole al primo, ma anche alla sua buona conoscenza della situazione in Tuscia e nella diocesi pistoiese.</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">In città o nelle sue immediate vicinanze esistevano tre monasteri benedettini (l’abbazia maschile di San Bartolomeo, di fondazione longobarda e le due abbazie femminili di San Mercuriale e di San Pier Maggiore) e, nel suburbio, a sud-ovest della città, il monastero femminile da Sala</hi><hi rend="notes_number CharOverride-4"><hi><ref target="OP08849_xml_9_103-180.html#footnote-187">-1</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">. Al passo del San Baronto, sul Montalbano e a sud di Pistoia, sorgeva l’antico e venerato eremo dei Santi Baronto e Desiderio, monaci e pellegrini romei</hi><hi rend="notes_number CharOverride-4"><hi><ref target="OP08849_xml_9_103-180.html#footnote-186">-1</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">. Un monastero maschile, dedicato all’apostolo Tommaso, in località attualmente detta Santomato, ad est dell’abitato di Pistoia, era sorto lungo il tracciato di un’antica via consolare romana e dipendeva, con altri stanziamenti disseminati fino alla Valdinievole, dal chiostro di Sant’Antimo</hi><hi rend="notes_number CharOverride-4"><hi><ref target="OP08849_xml_9_103-180.html#footnote-185">-1</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">. Sei abbazie vallombrosane, già acquisite per lo più nei primi tempi dell’espansione della congregazione (San Salvatore a Fontana Taona, San Michele arcangelo di Forcole, Santa Maria a Pacciana in territorio pistoiese, San Salvatore a Vaiano, Santa Maria di Montepiano, Santa Maria di Grignano in territorio pratese) andavano a completare il quadro delle presenze monastiche nella diocesi sottoposta al vescovo di Pistoia</hi><hi rend="notes_number CharOverride-4"><hi><ref target="OP08849_xml_9_103-180.html#footnote-184">-1</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">.</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">La più antica notizia dell’azione pastorale di Atto come abate maggiore dell’accolita gualbertiana ne attesta la diretta conoscenza delle comunità monastiche vallombrosane poste fra Pistoia e Prato, l’area della Tuscia più vicina all’ambito territoriale delle diocesi di Firenze e di Fiesole cui avevano fatto capo inizialmente le comunità aggregate a Vallombrosa. Il primo cenno a una sua personale presenza – se dobbiamo prestare fede a una memoria trecentesca sull’insediamento di Santa Maria di Montepiano passato a Vallombrosa, il cui originale, perduto, si è trasmesso</hi><hi rend="CharOverride-1"> in copia dei primi del Seicento, edita da Renato Piattoli nel 1942</hi><hi rend="notes_number CharOverride-4"><hi><ref target="OP08849_xml_9_103-180.html#footnote-183">-1</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1"> – dovrebbe risalire al pontificato di Gelasio II (consacrato il 10 marzo 1118, morto il 29 gennaio 1119)</hi><hi rend="notes_number CharOverride-4"><hi><ref target="OP08849_xml_9_103-180.html#footnote-182">-1</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">. Secondo tale fonte, grazie ai buoni uffici di Atto sarebbe stata concessa dal papa la prima indulgenza alla chiesa di quel cenobio, allora in via di ricostruzione: evidentemente per favorirne il finanziamento con le offerte dei fedeli</hi><hi rend="notes_number CharOverride-4"><hi><ref target="OP08849_xml_9_103-180.html#footnote-181">-1</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">. Se ciò, dunque, era avvenuto nel periodo in cui Adimaro deteneva l’incarico di abate maggiore, pare probabile che Atto si fosse a lui affiancato con funzioni vicariali, com’era peraltro necessario per il sempre maggior numero di aggregazioni alla </hi><hi rend="italic">societas</hi><hi rend="CharOverride-1"> vallombrosana e come del resto era accaduto per Bernardo degli Uberti, che era stato coadiuvato come </hi><hi rend="italic">abbas maior</hi><hi rend="CharOverride-1"> dal </hi><hi rend="italic">praepositus </hi><hi rend="CharOverride-1">o </hi><hi rend="italic">prior</hi><hi rend="CharOverride-1"> di Vallombrosa Teoderico</hi><hi rend="notes_number CharOverride-4"><hi><ref target="OP08849_xml_9_103-180.html#footnote-180">-1</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">. Atto in tal modo, come monaco giovane e molto promettente, sarebbe stato inserito in un ruolo tale da consentirgli di conseguire quella solida esperienza e quella maturità di giudizio che l’avrebbero messo in grado di subentrare al suo superiore e che sarebbero emerse, con le doti del carattere, nella già ricordata lettera del tardo 1125 a Onorio II in favore dei fiorentini.</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Come «archimandrita»</hi><hi rend="CharOverride-1"> egli dovette probabilmente risiedere a Vallombrosa, in cui avevano dimora anche i vicari o </hi><hi rend="italic">priores</hi><hi rend="CharOverride-1"> come Teoderico, mentre per i contatti con Firenze e il territorio doveva far capo al cenobio di San Salvi, dove si era formato Bernardo degli Uberti</hi><hi rend="notes_number CharOverride-4"><hi><ref target="OP08849_xml_9_103-180.html#footnote-179">-1</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">. La possibile compresenza dei due in tale sede poteva aver favorito un reciproco rapporto di collaborazione e di consultazione per definire le linee di indirizzo della congrega.</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Fra il 1126 e il 1129 Atto aveva convocato quattro </hi><hi rend="italic">conventus abbatum</hi><hi rend="CharOverride-1"> fra San Salvi e i monasteri vallombrosani in diocesi di Pistoia: a San Salvi nel 1126</hi><hi rend="notes_number CharOverride-4"><hi><ref target="OP08849_xml_9_103-180.html#footnote-178">-1</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">; nel 1127 al</hi><hi rend="CharOverride-1">la badia di San Michele in Forcole presso Pistoia, con la partecipazione di Bernardo degli Uberti come vescovo di Parma, del vescovo di Pistoia Ildebrando e di ventisette fra abati e priori dell’accolita gualbertiana</hi><hi rend="notes_number CharOverride-4"><hi><ref target="OP08849_xml_9_103-180.html#footnote-177">-1</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">; nel 1128 </hi><hi rend="italic">apud monasterium pratense</hi><hi rend="CharOverride-1"> (da identificare con Santa Maria di Grignano), alla presenza di </hi><hi rend="italic">omnes pene abbates Vallimbrosane congregationis</hi><hi rend="notes_number CharOverride-4"><hi><ref target="OP08849_xml_9_103-180.html#footnote-176">-1</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">; nel 1129 di nuovo a San Salvi</hi><hi rend="notes_number CharOverride-4"><hi><ref target="OP08849_xml_9_103-180.html#footnote-175">-1</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">. La frequenza annuale e i luoghi di raduno scelti da Atto ne rivelano l’intento di favorire sia i reciproci e regolari rapporti fra le comunità vallombrosane, sia la continuità dei contatti con la casa madre, quale punto di riferimento dell’attività dei monaci.</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Ancora sotto il pontificato di Onorio II cade l’importante acquisizione di San Michele a Plaiano, nella diocesi e nel giudicato di Torres in Sardegna, donato ad Atto, per conto della congregazione, dai canonici della cattedrale di Pisa il 3 settembre 1127</hi><hi rend="notes_number CharOverride-4"><hi><ref target="OP08849_xml_9_103-180.html#footnote-174">-1</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">. Si apriva così all’espansionismo di obbedienza gualbertiana, che fino ad allora aveva seguito direttrici interne di penetrazione </hi><hi rend="CharOverride-1">nell’Italia</hi><hi rend="CharOverride-1"> centro-settentrionale, l’ampia prospettiva dei rapporti, attraverso Pisa e Genova, con gli itinerari costieri e marittimi fra Tirreno e mar Ligure, preludio all’ulteriore radicamento in Liguria e per la saldatura con le reti di presenza in Piemonte e Lombardia.</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Il prevalente interesse per la vita e la condott</hi><hi rend="CharOverride-1">a dei suoi monaci, dimostrato da Atto nel terzo decennio del secolo XII, come risulta anche dalle deliberazioni capitolari dei raduni da lui convocati, ha un preciso riscontro nella sua opera più significativa: la redazione della seconda biografia di Giovanni Gualberto, che si suole assegnare al periodo in cui Atto fu abate maggiore</hi><hi rend="notes_number CharOverride-4"><hi><ref target="OP08849_xml_9_103-180.html#footnote-173">-1</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">. Quella </hi><hi rend="italic">Vita</hi><hi rend="CharOverride-1"> faceva seguito alla prima del fondatore, composta, com’è noto, dal parmense Andrea di Strumi forse già all’inizio dell’ultimo decennio del secolo XI</hi><hi rend="notes_number CharOverride-4"><hi><ref target="OP08849_xml_9_103-180.html#footnote-172">-1</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">, durante il ricambio generazionale fra i primi seguaci del maestro e i monaci che ad essi andavano a sostituirsi.</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Le caratteristiche della </hi><hi rend="italic">Vita</hi><hi rend="CharOverride-1"> gualbertiana redatta da Atto sono state ampiamente analizzate per coglierne, mediante un puntuale confronto testuale con la precedente, le varianti di contenuto mediante le quali il testo venne aggiornato</hi><hi rend="notes_number CharOverride-4"><hi><ref target="OP08849_xml_9_103-180.html#footnote-171">-1</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">. In effetti, la situazione storica e l’assetto della congregazione vallombrosana in quell’intervallo di trent’anni o poco più stavano cambiando, nel farsi strada sempre più deciso delle autonomie e degli interessi locali.</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Insieme a questa operazione di adeguamento al presente del testo fondativo della </hi><hi rend="italic">societas</hi><hi rend="CharOverride-1"> di obbedienza gualbertiana, ovvio per chi avesse voluto dedicare la biografia del fondatore alla nuova generazione di monaci, cui ormai andava mancando la possibilità di raccogliere testimonianze dirette dai primi discepoli del maestro, Atto comp</hi><hi rend="CharOverride-1">ì un recupero memoriale – ricorrendo anche scrupolosamente ai racconti dei seguaci di Giovanni Gualberto ancora in vita</hi><hi rend="notes_number CharOverride-4"><hi><ref target="OP08849_xml_9_103-180.html#footnote-170">-1</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1"> – per non abbandonare al passato gli ideali di vita monastica e di riforma morale del clero professati dalla prima guida spirituale e lasciati in eredità ai suoi discepoli. Occorreva dunque ripercorrere quella vita esemplare per consegnare al presente i principi fondanti affinché questi, ritrasmessi, restassero luminosi e intatti nel tempo: il </hi><hi rend="italic">vinculum caritatis</hi><hi rend="CharOverride-1">, il richiamo a un’esistenza evangelica e ascetica memore delle prime origini del monachesimo occidentale, proprio quando l’attività degli adepti li portava a un più ravvicinato contatto con gli interessi mondani. Si trattava dunque di un’operazione di recupero permanente della specifica identità della congregazione, individuata con quella lucida capacità strategica che caratterizzava la lungimiranza già dimostrata da Atto.</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Tra la fine del terzo e i primi anni del quarto decennio del secolo XII, in una situazione politica ed ecclesiale complessa e quando al pontificato di Onorio II seguiva quello di Innocenzo II, soprattutto la posizione autonomistica rispetto al papato da parte della metropoli milanese, con i conseguenti orientamenti filo-imperiali, rendeva instabile l’Italia settentrionale. Ivi si trovarono a interagire le azioni di Bernardo degli Uberti, in veste di legato, vicario pontificio e vescovo di Parma; di Atto prima come abate maggiore e poi come vescovo di Pistoia; e del monaco vallombrosano di Astino Gualdo, successore di quest’ultimo nella carica apicale della congregazione</hi><hi rend="notes_number CharOverride-4"><hi><ref target="OP08849_xml_9_103-180.html#footnote-169">-1</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">. Durante il periodo di trapasso fra i due ruoli, e poi come presule, Atto avrebbe sostenuto i diversi impegni di un’azione pastorale che, grazie al favore di Innocenzo II, per quei tredici anni circa in cui il papa rimase sul soglio di Pietro gli avrebbe consentito di sviluppare una presenza di più largo respiro entro l’intera area padana, peraltro senza ricoprire particolari incarichi ufficiali con funzione vicaria.</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Durante lo scisma di Anacleto II (1130-inizi 1138), che aveva notevolmente condizionato l’attività del rivale nei primi anni di pontificato, Atto aveva assicurato a Innocenzo II l’adesione dell’Ordine</hi><hi rend="CharOverride-1"> vallombrosano di cui era la guida; ne era stato ricompensato con il privilegio concesso dal papa probabilmente nel maggio-giugno del 1130, su richiesta dello stesso Atto, qualche mese dopo la consacrazione del pontefice. Ivi era confermata la protezione della Sede Apostolica all’accolita gualbertiana, era concessa l’immunità ecclesiastica a monaci e conversi e ribadita la facoltà di trattenere decime per il mantenimento degli xenodochi senza alcun contrasto da parte di vescovi e plebani; era</hi><hi rend="CharOverride-1">, infine, consentito seppellire nei cimiteri dei vari cenobi e mantenere i possessi comunque acquisiti</hi><hi rend="notes_number CharOverride-4"><hi><ref target="OP08849_xml_9_103-180.html#footnote-168">-1</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">.</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Il privilegio andava ad aggiungersi a quello concesso ai Vallombrosani nel 1090 da Urbano II (la cui conseguenza era stata l’erosione dei diritti e delle prerogative giurisdizionali dei vescovi e anche delle pievi nelle diocesi), cui aveva fatto seguito l’altro di Pasquale II del 1115.</hi><hi rend="CharOverride-1"> Fu esattamente ciò che accadde nella diocesi di Pistoia, e che lo stesso Atto si trovò a dover fronteggiare una volta nominato vescovo. Entro tale area i monasteri vallombrosani presenti si sarebbero comportati come </hi><hi rend="italic">enclaves</hi><hi rend="CharOverride-1"> esenti dai poteri episcopali; fra le pievi, la più forte e autonoma, quella di Santo Stefano di Prato, ne avrebbe approfittato per ritagliarsi una porzione territoriale da sottoporre progressivamente alla propria influenza</hi><hi rend="notes_number CharOverride-4"><hi><ref target="OP08849_xml_9_103-180.html#footnote-167">-1</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">.</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">È possibile che proprio il nuovo privilegio concesso alla congregazione di obbedienza gualbertiana abbia indotto i canonici pratesi, guidati dal loro preposto, a prendere contromisure per tutelare i propri interessi, approfittando anche del fatto che il papa aveva allora necessità di contare sul maggior numero di istituzioni ecclesiastiche e regolari a sostegno della sua causa contro Anacleto II. Il clero pratese gli deve aver offerto sollecitamente la propria adesione in cambio di un privilegio che lo mettesse al riparo dagli effetti delle concessioni fatte a</hi><hi rend="CharOverride-1">i Vallombrosani e da eventuali rivendicazioni episcopali. Due distinti documenti attestano l’assenso pontificio: il primo, dato dal Laterano il 5 giugno 1131, è certamente un falso</hi><hi rend="notes_number CharOverride-4"><hi><ref target="OP08849_xml_9_103-180.html#footnote-166">-1</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">; il secondo risale al 21 maggio 1133</hi><hi rend="notes_number CharOverride-4"><hi><ref target="OP08849_xml_9_103-180.html#footnote-165">-1</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">. È possibile che lo scopo del falso, prodotto in assenza del papa dall’Italia, fosse quello di contrastare intanto le rivendicazioni del futuro nuovo vescovo. Quel che è certo è che il primo documento non avrebbe potuto essere redatto in tale data, quando il vescovo Ildebrando era ancora in vita, perché gravemente lesivo delle sue prerogative giurisdizionali, mentre il secondo cade in tempo di </hi><hi rend="italic">vacatio</hi><hi rend="CharOverride-1"> della sede episcopale pistoiese.</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">I canonici pratesi avevano ottenuto un privilegio di esenzione della pieve di Santo Stefano che ne faceva un’</hi><hi rend="italic">enclave</hi><hi rend="CharOverride-1"> territoriale analoga a quanto pr</hi><hi rend="CharOverride-1">evisto per i cenobi vallombrosani, creando il nuovo principio di territorialità plebana per l’esazione di decime e altri diritti: tuttavia valido non per tutte le pievi della diocesi di Pistoia, ma, allora, esclusivamente per essa. Né, entro l’area pertinenziale di tale pieve, era consentito ad alcun altro ente di pregiudicarne il rispetto delle prerogative acquisite: tanto che il principio, paradossalmente, venne applicato anche contro i cenobi vallombrosani</hi><hi rend="notes_number CharOverride-4"><hi><ref target="OP08849_xml_9_103-180.html#footnote-164">-1</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">.</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Peraltro, ben consapevoli della novità dei loro intenti, i canonici di Prato avevano stipulato in precedenza un patto, il 25 agosto 1132, che avrebbe consentito loro di disporre di una forza armata per far rispettare le loro rivendicazioni: inducendo i conti Berardo detto Nontigiova e Malabranca degli Alberti di Prato a impegnarsi a non consentire l’edificazione di alcuna chiesa nel territorio della pieve di Santo Stefano senza il consenso del preposto e dei canonici</hi><hi rend="notes_number CharOverride-4"><hi><ref target="OP08849_xml_9_103-180.html#footnote-163">-1</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">.</hi><hi rend="CharOverride-1"> Ciò avrebbe creato una situazione conflittuale con il vescovo di Pistoia Atto, che dal tardo 1133 si sarebbe trascinata fino al 1139 durante il pontificato di Innocenzo II, per poi riattivarsi, alla morte del papa, con il successore Eugenio III e proseguire ulteriormente nel tempo fino alla definitiva creazione della diocesi di Prato, avvenuta nella nostra epoca</hi><hi rend="notes_number CharOverride-4"><hi><ref target="OP08849_xml_9_103-180.html#footnote-162">-1</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">.</hi></p></div><div><head><hi>4. Atto vescovo di Pistoia</hi></head><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">L’ultimo documento in cui Atto compare come abate maggiore vallombrosano è del 2 settembre 1133</hi><hi rend="notes_number CharOverride-4"><hi><ref target="OP08849_xml_9_103-180.html#footnote-161">-1</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">, mentre il 21 dicembre di quell’anno, nella bolla di conferma della diocesi pistoiese a lui inviata da Pisa da parte di Innocenzo II, egli già risulta vescovo di Pistoia</hi><hi rend="notes_number CharOverride-4"><hi><ref target="OP08849_xml_9_103-180.html#footnote-160">-1</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">. È comunque possibile assegnare, con maggiore precision</hi><hi rend="CharOverride-1">e, la nomina del presule al 25 novembre 1133, dato che – come opportunamente osservava nel 1953 Sabatino Ferrali</hi><hi rend="notes_number CharOverride-4"><hi><ref target="OP08849_xml_9_103-180.html#footnote-159">-1</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1"> – proprio in quel giorno, nel 1151, Atto avrebbe celebrato l’inizio del diciannovesimo anniversario dell’acquisizione di quel ruolo pastorale, con la consacrazione di una cappella e altare dedicati a San Proculo in cattedrale, di cui si tratterà più avanti</hi><hi rend="notes_number CharOverride-4"><hi><ref target="OP08849_xml_9_103-180.html#footnote-158">-1</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">.</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Insieme alla bolla del 21 dicembre 1133 il papa aveva inviato, nella stessa data, una lettera ai pratesi in cui li minacciava di confermare la scomunica loro comminata da Atto se non ne avessero rispettato le prerogative e i diritti istituzionalmente competenti (precetto riportato anche nella bolla)</hi><hi rend="notes_number CharOverride-4"><hi><ref target="OP08849_xml_9_103-180.html#footnote-157">-1</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">.</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Nonostante il fatto che i pratesi non avessero cessato le loro rivendicazioni, forti del privilegio concesso dallo stesso Innocenzo II, il papa non aveva dato seguito alla minaccia e le questioni si erano trascinate fino al 1138/39, quando egli dovette di nuovo intervenire</hi><hi rend="notes_number CharOverride-4"><hi><ref target="OP08849_xml_9_103-180.html#footnote-156">-1</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">. La ‘questione pratese’, pe</hi><hi rend="CharOverride-1">raltro, coinvolgeva anche alcune pievi finitime, gravitanti su Prato e l’area del Bisenzio: quelle di San Paolo, di Sant’Ippolito, di Aiolo, di San Giusto e di Colonica</hi><hi rend="notes_number CharOverride-4"><hi><ref target="OP08849_xml_9_103-180.html#footnote-155">-1</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">, e faceva parte del più ampio problema scaturito dalla ricostituzione della struttura diocesana pistoiese, depauperata da una secolare incuria anche da parte dei vescovi, da alienazioni e da illecite acquisizioni ad opera di potentati territoriali.</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">La </hi><hi rend="italic">descriptio</hi><hi rend="CharOverride-1"> della diocesi di Pistoia nella citata bolla del 21 dicembre 1133 metteva in evidenza la meritoria attività di recupero di beni e rendite grazie ai vescovi </hi><hi rend="italic">catholici</hi><hi rend="CharOverride-1"> Pietro, vallombrosano, e Ildebrando, ex primicerio dei canonici di San Zeno</hi><hi rend="notes_number CharOverride-4"><hi><ref target="OP08849_xml_9_103-180.html#footnote-154">-1</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">. L’entità, ma anche la difficoltà e i limiti di quel recupero risultano puntualmente, e con maggiori dettagli, dal cosiddetto «Memoriale di Ildebrando», redatto probabilmente al termine della vita di quel vescovo, che cade verso la fine del 1132, concepito come rendiconto da lasciare al successore per continuare l’opera</hi><hi rend="notes_number CharOverride-4"><hi><ref target="OP08849_xml_9_103-180.html#footnote-153">-1</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">. Sicuramente Atto proseguì le linee di indirizzo tracciate dal predecessore nel «Memoriale»</hi><hi rend="notes_number CharOverride-4"><hi><ref target="OP08849_xml_9_103-180.html#footnote-152">-1</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">, come dimostrano anche alcuni documenti fatti redigere in sua presenza o per suo diretto mandato fino a poco prima della morte</hi><hi rend="notes_number CharOverride-4"><hi><ref target="OP08849_xml_9_103-180.html#footnote-151">-1</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">. Questa attività si doveva anche alla riacquistata unanimità di intenti fra l’episcopato e la canonica della cattedrale, dovuta soprattutto al vescovo Ildebrando, che sarebbe stata proseguita da Atto.</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Il lungo e poderoso progetto di recupero di beni e diritti diocesani si fondava sul necessario riordino degli archivi canonicale e vescovile: per evitare la dispersione dei documenti che attestavano proprietà e diritti venne compilato l’importante repertorio detto </hi><hi rend="italic">Libro Croce</hi><hi rend="CharOverride-1"> per i canonici</hi><hi rend="notes_number CharOverride-4"><hi><ref target="OP08849_xml_9_103-180.html#footnote-150">-1</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">, cui faceva riscontro il perduto </hi><hi rend="italic">Liber Niger</hi><hi rend="CharOverride-1"> per l’episcopato</hi><hi rend="notes_number CharOverride-4"><hi><ref target="OP08849_xml_9_103-180.html#footnote-149">-1</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">. Del primo, conservatosi, si apprezza l’ordinamento razionale per tipologie di documenti notarili</hi><hi rend="notes_number CharOverride-4"><hi><ref target="OP08849_xml_9_103-180.html#footnote-148">-1</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">. L’operazione, di grande lungimiranza, metteva alla pari l’archivio della canonica pistoiese con altri simili bacini documentari che caratterizzavano grandi sedi episcopali, istituzioni canonicali e monastiche di rilievo, come acutamente ha osservato nel 1984 lo studioso compostellano Fernando López Alsina, illustrando l’analoga raccolta che attesta il prestigio e la potenza economica della cattedrale di </hi><hi rend="italic">Santiago</hi><hi rend="notes_number CharOverride-4"><hi><ref target="OP08849_xml_9_103-180.html#footnote-147">-1</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">.</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">La riacquistata unità di intenti fra il vescovo e l’istituzione canonicale riformata pistoiese aveva allora, del resto, la sua plastica immagine, come vera e propria metafora della </hi><hi rend="italic">renovatio Ecclesiae</hi><hi rend="CharOverride-1">, nella ricostruzione e nell’ampliamento della stessa cattedrale</hi><hi rend="notes_number CharOverride-4"><hi><ref target="OP08849_xml_9_103-180.html#footnote-146">-1</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">, presto seguita, nelle caratteristiche forme del romanico pisano-lucchese, dalle principali chiese urbane. Alla base di questa </hi><hi rend="italic">renovatio</hi><hi rend="CharOverride-1"> architettonica (che non a caso, però, manteneva la tradizionale icnografia basilicale in segno di fedeltà ai rimandi simbolici noti) stava comunque la </hi><hi rend="italic">concordia</hi><hi rend="CharOverride-1"> fra l’alto clero secolare pistoiese e il suo vescovo, anche in quel ripristino diocesano che avrebbe permesso la disponibilità di nuovi cespiti economici da utilizzare per gli edifici di culto.</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Nello </hi><hi rend="italic">scriptorium</hi><hi rend="CharOverride-1"> della cattedrale di San Zeno in quei decenni doveva concentrarsi l’attività di notai, copisti, miniatori di codici per la </hi><hi rend="italic">bibliotheca</hi><hi rend="notes_number CharOverride-4"><hi><ref target="OP08849_xml_9_103-180.html#footnote-145">-1</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">; parallelamente, nell’attiguo palazzo episcopale era attivo</hi><hi rend="CharOverride-1"> uno stabile organo giudicante per le varie controversie, cui si affiancava periodicamente un consiglio degli ecclesiastici</hi><hi rend="notes_number CharOverride-4"><hi><ref target="OP08849_xml_9_103-180.html#footnote-144">-1</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">. Entro tale contesto dovette rendersi necessario avere a disposizione almeno una copia d’uso dei più antichi statuti comunali – attribuiti al 1117 in modo convincente da Natale Rauty</hi><hi rend="notes_number CharOverride-4"><hi><ref target="OP08849_xml_9_103-180.html#footnote-143">-1</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1"> – intitolati all’imperatore Enrico V, e delle successive addizioni del secolo XII, le prime delle quali risalgono all’episcopato di Atto</hi><hi rend="notes_number CharOverride-4"><hi><ref target="OP08849_xml_9_103-180.html#footnote-142">-1</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">. In quelle disposizioni normative redatte dal governo cittadino si trovavano, infatti,</hi><hi rend="CharOverride-1"> provvedimenti che conferivano al Comune pistoiese il diritto di tutela di chiese e altri enti ecclesiastici del </hi><hi rend="italic">districtus</hi><hi rend="CharOverride-1"> e che dunque ledevano le prerogative giurisdizionali dell’autorità religiosa. Presenti in un primo tempo come fascicoli sciolti su cui i testi erano stati trascritti per essere consultati dai giudici e notai al servizio sia del vescovo che dei canonici in caso di controversie, tali statuti erano stati conservati in copia nell’archivio capitolare</hi><hi rend="notes_number CharOverride-4"><hi><ref target="OP08849_xml_9_103-180.html#footnote-141">-1</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">. Proprio da una rubrica facente parte della raccolta statutaria, databile all’inizio degli anni Ottanta del secolo XII, come già indicato, veniamo a sapere che l’originaria sepoltura del vescovo Atto era in cattedrale, verosimilmente presso la cappella di San Iacopo, come sarà precisato in seguito</hi><hi rend="notes_number CharOverride-4"><hi><ref target="OP08849_xml_9_103-180.html#footnote-140">-1</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">.</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Il primo articolo degli statuti del 1117 affermava solennemente – in nome di principi legislativi di parte imperiale e laica – che </hi><hi rend="italic">maiores Pistorie consules habeant</hi><hi rend="italic"> in protectione et defensione ecclesiam Sancti Zenonis et eius bona, et habeant in protectione et defendant omnes ecclesias, loca venerabilia et eorum</hi><hi rend="italic"> bona </hi><hi rend="CharOverride-1">entro le quattro miglia del </hi><hi rend="italic">districtus</hi><hi rend="CharOverride-1"> e che se il vescovo e i canonici avessero promesso di stare in giudizio </hi><hi rend="italic">cum laicis</hi><hi rend="CharOverride-1">, dovevano poi accettare di essere costretti ad obbedire a quanto deliberato</hi><hi rend="notes_number CharOverride-4"><hi><ref target="OP08849_xml_9_103-180.html#footnote-139">-1</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">. Il provvedimento aveva indotto il vescovo Ildebrando a scomunicare i consoli, quali rappresentanti del Comune di Pistoia, con l’assenso del papa Pasquale II</hi><hi rend="notes_number CharOverride-4"><hi><ref target="OP08849_xml_9_103-180.html#footnote-138">-1</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">. Si era creato dunque un precedente che successivamente anche Atto avrebbe dovuto affrontare.</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Una volta nominato vescovo, diversi e impegnativi si prospettavano i settori d’intervento in cui egli era chiamato a</hi><hi rend="CharOverride-1">d operare: il proseguimento del riordino della diocesi e del recupero di beni e diritti alienati o perduti; la prosecuzione dell’allestimento di un adeguato centro di documentazione sulle proprietà dell’episcopato e della canonica di San Zeno, cui si affiancava l’attività di notai ed esperti di legge; la soluzione della questione pratese; il problema del rapporto conflittuale con il Comune di Pistoia. A questo si aggiungevano sia la necessità di stabilire, come ordinario diocesano, quali contatti tenere con i cenobi vallombrosani esistenti nel territorio sottoposto alla sua giurisdizione, dato che essi per i privilegi papali di cui godevano erano esenti dall’autorità vescovile; sia l’impegno di garantire la propria presenza, in linea rispetto all’azione pontificia, nell’Italia centro-settentrionale, proseguendo peraltro rapporti già iniziati in qualità di abate maggiore della sua congregazione. Fra questi ultimi hanno particolare rilievo quelli epistolari con l’ambiente milanese, presumibilmente risalenti al 1134/35</hi><hi rend="notes_number CharOverride-4"><hi><ref target="OP08849_xml_9_103-180.html#footnote-137">-1</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">.</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Per quanto riguarda il rapporto di Atto con le sei abbazie vallombrosane del territorio diocesano pistoiese, dalla documentazione disponibile risulta che egli, come abate maggiore, ne conosceva bene la relativa appartenenza, di fatto, alle due distinte zone sottoposte al controllo pistoiese e pratese, come provano le sedi scelte per i </hi><hi rend="italic">conventus</hi><hi rend="italic"> abbatum</hi><hi rend="CharOverride-1"> del 1127 e del 1128</hi><hi rend="notes_number CharOverride-4"><hi><ref target="OP08849_xml_9_103-180.html#footnote-136">-1</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">. Ma l’insieme dei documenti rimasti prova anche la totale assenza di interferenze, nelle questioni riguardanti ciascuno dei cenobi, da parte di Atto come vescovo di Pistoia: in ottemperanza al privilegio concesso a lui stesso, ancora in qualità di guida della congregazione vallombrosana, da parte di Innocenzo II nel 1130. L’unico atto di presenza, in veste pastorale ma anche monastica, cade da parte sua nel 1138, con la consacrazione della chiesa e altari del cenobio di Santa Maria di Montepiano</hi><hi rend="notes_number CharOverride-4"><hi><ref target="OP08849_xml_9_103-180.html#footnote-135">-1</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">, mentre si riaccendeva il conflitto dovuto alle istanze autonomistiche dei canonici di Santo Stefano in Prato.</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Quanto ai contatti con l’Italia centro-settentrionale, si ha l’impressione che proprio sotto il pontificato di Innocenzo II </hi><hi rend="CharOverride-1">questi si siano intensificati e precisati, spesso ripercorrendo le città raggiunte dal papa, per visitare anche monasteri vallombrosani acquisiti o fondati nell’area e per sviluppare una ‘politica di presenza’, significativa dal punto di vista religioso, attuata generalmente mediante consacrazioni di chiese annesse ai chiostri passati alla congregazione di Vallombrosa.</hi></p></div><div><head><hi>5. L’espansione dell’Ordine vallombrosano nell’Italia settentrionale durante l’episcopato</hi></head><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Se prima della consacrazione del nuovo papa, avvenuta il 23 febbraio 1130, il coinvolgimento di Atto in qualità di abate maggiore negli eventi fondativi delle nuove acquisizioni dell’espansionismo vallombrosano è per lo più presupposto</hi><hi rend="notes_number CharOverride-4"><hi><ref target="OP08849_xml_9_103-180.html#footnote-134">-1</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">, in seguito le testimonianze dirette risultano più frequenti, specialmente </hi><hi rend="CharOverride-1">dal periodo in cui l’attività di Innocenzo II fu condizionata dall’antipapa Anacleto II (1130-inizi 1138). Costretto, dopo la consacrazione, ad allontanarsi da Roma, il papa aveva sviluppato in Francia una prestigiosa politica di presenza e di accordi con il sovrano tedesco Lotario II e sua moglie Richenza e con il giovanissimo re Luigi VII di Francia. Tornato in Italia dal 30 marzo 1132 e celebrata la Pasqua, il 10 aprile, ad Asti, ospite del già esistente monastero dei Santi Giacomo e Filippo – passato ai vallombrosani qualche tempo prima del 1140 – il pontefice nel concilio di Piacenza dell’aprile di quell’anno aveva ottenuto l’obbedienza di vescovi e signori del nord Italia, ad eccezione del metropolita di Milano. Consacrata la cattedrale di Novara con il vescovo Litifredo, fra il luglio e il settembre era a Brescia, ricevendo per conto della Sede Apostolica quella chiesa di San Vigilio </hi><hi rend="italic">in Lugana</hi><hi rend="CharOverride-1"> che il 2 settembre 1133 egli </hi><hi rend="CharOverride-1">avrebbe assegnato ad Atto perché vi istituisse un nuovo monastero vallombrosano. Nei primi mesi del 1133 Innocenzo II era a Pisa, che per un quinquennio sarebbe rimasta residenza papale; il 4 giugno a Roma incoronava imperatore Lotario II</hi><hi rend="notes_number CharOverride-4"><hi><ref target="OP08849_xml_9_103-180.html#footnote-133">-1</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">. Tornato a Pisa, vi nominò Atto vescovo di Pistoia il 25 novembre di quell’anno e, sempre a Pisa, fece redigere per lui, il successivo 21 dicembre, la bolla di conferma della diocesi pistoiese</hi><hi rend="notes_number CharOverride-4"><hi><ref target="OP08849_xml_9_103-180.html#footnote-132">-1</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">. L’operato di Atto, sia come abate maggiore</hi><hi rend="CharOverride-1">, sia poi come vescovo di Pistoia in varie zone dell’Italia settentrionale, si disegna, entro la trama dei rapporti ivi tenuti da Innocenzo II, prevalentemente fra il 1130 e il 1135 circa e, più tardi, durante il 1140</hi><hi rend="notes_number CharOverride-4"><hi><ref target="OP08849_xml_9_103-180.html#footnote-131">-1</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">.</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Sono da tempo noti i contatti con la metropoli milanese intercorsi da parte del vallombrosano nel primo quinquennio degli anni Trenta del secolo XII. Rimangono due lettere inviate dal vescovo Atto, prive di data, rispettivamente al preposto della canonica di Sant’Ambrogio Martino Corbo e al «prete P.», officiante nella chiesa di San Barnaba a Milano. Variamente datate, sono state convincentemente assegnate da Natale Rauty nel 1995 agli anni 1134/35</hi><hi rend="notes_number CharOverride-4"><hi><ref target="OP08849_xml_9_103-180.html#footnote-130">-1</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">.</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">La lettera indirizzata a Martino Corbo, dotto canonico di Sant’Ambrogio e fautore eminente del programma riformatore di Innocenzo II, si è conservata in originale: il tipo di scrittura</hi><hi rend="CharOverride-1"> è analogo a quello della scrittura notarile; tuttavia non mi risulta che finora sia stata compiuta una perizia grafica e un confronto tra tale testo ed eventuali </hi><hi rend="italic">specimina</hi><hi rend="CharOverride-1"> autografi del mittente. Il contenuto presuppone un lungo e amichevole rapporto di stima e di studio di Atto nei confronti del destinatario, alimentato da frequenti scambi epistolari. Per l’occasione il presule vallombrosano si rallegrava per l’imminente invio delle reliquie, in precedenza richieste, dei martiri Protasio, Gervasio e Vittore e per il recente ritrovamento di un libro </hi><hi rend="italic">magni doctoris Ambrosii</hi><hi rend="CharOverride-1">. I ragguagli sulla destinazione delle prime per consacrare chiese e altari nella sede pistoiese e sull’impegno preso di rintracciare in Tuscia antichi possessi della Chiesa ambrosiana inseriscono, attraverso la pacata sobrietà del dettato, l’operosità di Atto in un percorso di vita dedito a studi religiosi e culto dei santi, ma soprattutto offrono consistenti indizi in merito al coinvolgimento di Atto nella grandiosa impresa di Martino Corbo di rintracciare e raccogliere le opere del Padre della Chiesa e vescovo di Milano Ambrogio, il quale aveva affidato il proprio ruolo pastorale alla tutela dei martiri le cui spoglie gli erano state miracolosamente rivelate</hi><hi rend="notes_number CharOverride-4"><hi><ref target="OP08849_xml_9_103-180.html#footnote-129">-1</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">.</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">L’altra lettera di Atto, inviata al «prete P.» di San Barnaba a Milano, si è conservata invece in copia della stessa epoca ed era stata considerata coeva alla prima da Natale Rauty, soprattutto per l’uso della stessa formula di saluto, in cui secondo lo studioso i termini </hi><hi rend="italic">provectus</hi><hi rend="CharOverride-1">/</hi><hi rend="italic">profectus</hi><hi rend="CharOverride-1"> alluderebbero alla recente nomina del vallombrosano a vescovo di Pistoia</hi><hi rend="notes_number CharOverride-4"><hi><ref target="OP08849_xml_9_103-180.html#footnote-128">-1</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">. Anche la missiva al «prete P.» è importante testimonianza dei rapporti del mittente con l’ambiente riformato milanese e in particolare con il monastero vallombrosano di San Barnaba in Gratosoglio (già attivo nel 1130, e della cui importanza sarebbe stato testimone l’incarico di vicario in Lombardia dell’abate maggiore di Vallombrosa, tradizionalmente spettante, nel secolo XIII, al superiore di tale monastero)</hi><hi rend="notes_number CharOverride-4"><hi><ref target="OP08849_xml_9_103-180.html#footnote-127">-1</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">, oltre che con l’omonima chiesa officiata appunto dal destinatario della lettera, e ancora col preposto Martino Corbo. Ma la lettera attesta anche l’opera di Atto come studioso e autore di testi liturgici e agiografici dedicati al ‘protovescovo’ di Milano san Barnaba</hi><hi rend="notes_number CharOverride-4"><hi><ref target="OP08849_xml_9_103-180.html#footnote-126">-1</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">, da destinare sia all’edificio di culto dedicato a colui che era considerato un apostolo, sia all’omonimo cenobio del Gratosoglio</hi><hi rend="notes_number CharOverride-4"><hi><ref target="OP08849_xml_9_103-180.html#footnote-125">-1</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">. Dal testo risulta, infatti, che Atto vi aveva accluso </hi><hi rend="italic">orationes in missa eius cum aliis</hi><hi rend="CharOverride-1">, fra le quali anche quella </hi><hi rend="italic">eiusdem </hi><hi rend="CharOverride-1">[…] </hi><hi rend="italic">beati Ambrosii</hi><hi rend="CharOverride-1">, da recapitare con i propri saluti al medesimo Martino Corbo.</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Le principali obiezioni alla datazione proposta da Natale Rauty delle due lettere milanesi inviate da Atto sono state mosse nel 1997 da Paolo Tomea</hi><hi rend="notes_number CharOverride-4"><hi><ref target="OP08849_xml_9_103-180.html#footnote-124">-1</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">, secondo il quale i due termini usati dal presule, ossia</hi><hi rend="CharOverride-1"> </hi><hi rend="italic">provectus</hi><hi rend="CharOverride-1">/</hi><hi rend="italic">profectus</hi><hi rend="CharOverride-1"> – con significato di «avanzamento»/«vantaggio»/«promozione» –, non necessariamente alludono al suo incarico episcopale, e dunque essi non sono probanti circa la datazione ‘alta’ proposta da Rauty, né possono, conseguentemente, dimostrare la contemporaneità delle due missive. Esse, comunque, secondo Tomea, potrebbero assegnarsi a circa un decennio dopo, perché in tale data più coerenti con situazioni e personaggi ivi citati</hi><hi rend="notes_number CharOverride-4"><hi><ref target="OP08849_xml_9_103-180.html#footnote-123">-1</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">. Quest’ultima datazione, tuttavia, come aveva a notare lo stesso </hi><hi rend="CharOverride-1">Rauty</hi><hi rend="notes_number CharOverride-4"><hi><ref target="OP08849_xml_9_103-180.html#footnote-122">-1</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">, non si rivela congruente con la situazione pistoiese intorno al 1145, perché allora la disponibilità della reliquia compostellana dell’apostolo Giacomo </hi><hi rend="italic">maior</hi><hi rend="CharOverride-1"> rendeva di fatto superata la necessità di ricevere i </hi><hi rend="italic">sacra pignora</hi><hi rend="CharOverride-1"> dei santi martiri ambrosiani: che sarebbero stati utili, invece, per consolidare la posizione assai difficile del vescovo Atto fra 1133 e 1138. Peraltro, le due missive milanesi non sono servite finora per ricostruire la personalità del presule vallombrosano e i suoi modi di pensare. Un rilevante indizio è intanto offerto dall’uso da parte di Atto del termine </hi><hi rend="italic">provectus</hi><hi rend="CharOverride-1"> per riferirsi al suo nuovo incarico di pastore d’anime a Pistoia, nella lettera a Martino Corbo (giuntaci in originale), mentre a mio avviso è da considerare variante del copista il sostantivo </hi><hi rend="italic">profectus</hi><hi rend="CharOverride-1"> impiegato nella seconda lettera a «prete P.». Le due parole, comunque, non sono sinonimi, ma piuttosto sfumature di significato diverso di un analogo concetto, come dimostra lo stesso privilegio di Urbano II ai Vallombrosani del 6 aprile 1090 – che Atto doveva ben conoscere – nel quale i due termini sono entrambi usati in modo concettualmente differenziato</hi><hi rend="notes_number CharOverride-4"><hi><ref target="OP08849_xml_9_103-180.html#footnote-121">-1</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">. Menzionando, con </hi><hi rend="italic">provectus</hi><hi rend="CharOverride-1">, il provvisorio punto di arrivo in cui si trovava nel cammino della vita, provvidenzialmente affidato al ‘sostegno’ di Dio, il presule vallombrosano ne esprimeva il ruolo di prova impegnativa e tanto più sottoposta a un rigoroso giudizio divino quanto più il grado raggiunto fosse stato alto. Inoltre, rapporti di premurosa e attenta delicatezza si intuiscono, nella lettera a «prete P.», fra il mittente e il destinatario, chiamato </hi><hi rend="italic">carissimo filio suo</hi><hi rend="CharOverride-1">: facendo pensare a un legame spirituale, forse intercorso da qualche tempo, fra un superiore e un confratello.</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Rimane anche da chiedersi quali siano stati i motivi per cui Atto si sia interessato specialmente all’</hi><hi rend="italic">opera omnia</hi><hi rend="CharOverride-1"> di Ambrogio, i cui testi allora venivano fatti ricercare da Martino Corbo in tutta Europa per dotare convenientemente lo </hi><hi rend="italic">scriptorium </hi><hi rend="CharOverride-1">e la </hi><hi rend="italic">bibliotheca</hi><hi rend="CharOverride-1"> della canonica ambrosiana, insieme con un adeguato </hi><hi rend="italic">corpus</hi><hi rend="CharOverride-1"> canonistico</hi><hi rend="notes_number CharOverride-4"><hi><ref target="OP08849_xml_9_103-180.html#footnote-120">-1</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">. L’importanza di Ambrogio era ben nota, e tanto più a Milano, dove le sue vicende erano preziosamente illustrate a sbalzo su argento dorato nelle lamine lavorate da Vuolvinio per l’altare della basilica dedicata all’antico vescovo, e dove un raffinato ciborio, eretto sopra tale altare, ne esaltava il ruolo tutelare sull’intera città e la diocesi metropolitana</hi><hi rend="notes_number CharOverride-4"><hi><ref target="OP08849_xml_9_103-180.html#footnote-119">-1</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">.</hi><hi rend="CharOverride-1"> Dalla sua storia emergeva anche il ruolo svolto come religioso distintosi per il conflitto di principio con l’autorità imperiale e ‘laica’ sui culti e sulla pretesa di preminenza in materia ecclesiastica. I </hi><hi rend="italic">clerici</hi><hi rend="CharOverride-1"> milanesi che nel secolo XII ne consultavano le opere e le epistole per formarsi una cultura politica parallelamente al configurarsi della riforma e della teocrazia pontificia vi cercavano, probabilmente, il più opportuno modello di comportamento nei confronti con l’Impero: quando la normativa canonistica si arricchiva di quanto deliberato nel concilio ecumenico Lateranense I del 1123, nel concilio di Pisa del 1135, nel concilio ecumenico Lateranense II del 1139.</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Atto sapeva che a Milano la figura di Ambrogio era il principale punto di appoggio anche per le rivendicazioni autonomistiche del metropolita contro il centralismo pontificio, e che quelle rivendicazioni potevano indurre talvolta ad abbracciare la causa di sovrani o imperatori, dal cui conflitto col p</hi><hi rend="CharOverride-1">apato era nata anche la lotta per le investiture. Tuttavia Atto non doveva ignorare che Ambrogio aveva anche magistralmente elaborato, per dirimere il problema dei rapporti fra potere laico ed ecclesiastico, il principio del </hi><hi rend="italic">servitium</hi><hi rend="CharOverride-1">, che consentiva a ognuna delle due potestà il reciproco apporto, in vista del bene comune, e ciascuna entro il proprio ambito di competenze</hi><hi rend="notes_number CharOverride-4"><hi><ref target="OP08849_xml_9_103-180.html#footnote-118">-1</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">. Tale principio era del resto profondamente radicato anche nella cultura monastica ed ecclesiale.</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Il vallombrosano, nei suoi rapporti inizialmente conflittuali con il Comune di Pistoia, dal 1139 avrebbe fatto prevalere questa linea di indirizzo concordataria, in alternativa alla teocrazia papale e al cesaropapismo imperiale, al quale ultimo si ispiravano gli statuti comunali ‘laici’. Atto a Pistoia avrebbe percorso una terza via, come ‘ritorno ad Ambrogio’, applicando orientamenti già delineati con fine intelligenza da Callisto II con il concordato di Worms del 1122</hi><hi rend="notes_number CharOverride-4"><hi><ref target="OP08849_xml_9_103-180.html#footnote-117">-1</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">. Per Atto Ambrogio era stato anche colui che aveva affidato i suoi difficili compiti pastorali alla santa tutela dei martiri Gervasio, Protasio e Vittore, gli stessi che il presule vallo</hi><hi rend="CharOverride-1">mbrosano avrebbe voluto come patroni e difensori celesti dell’episcopato e della Chiesa pistoiese. Peraltro, reliquie dei santi Gervasio e Protasio sarebbero state collocate in uno dei due altari laterali di Santa Maria di Montepiano, consacrata da Atto nel 1138</hi><hi rend="notes_number CharOverride-4"><hi><ref target="OP08849_xml_9_103-180.html#footnote-116">-1</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">.</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Superata nel 1139 la crisi istituzionale con il Comune di Pistoia, egli avrebbe seguito gli stessi orientamenti dell’antico padre della Chiesa: ma in un certo senso superandolo – come si trova scritto in una lettera del ‘cardinale’ Ranieri/Roberto nel carteggio compostellano</hi><hi rend="notes_number CharOverride-4"><hi><ref target="OP08849_xml_9_103-180.html#footnote-115">-1</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1"> –, perché Ambrogio aveva procurato alla Chiesa milanese la protezione di santi e martiri, mentre Atto avrebbe posto la Chiesa pistoiese sotto la tutela di uno dei principali apostoli e primo martire fra i chiamati da Cristo: Giacomo di Zebedeo, il patrono del pellegrinaggio compostellano</hi><hi rend="notes_number CharOverride-4"><hi><ref target="OP08849_xml_9_103-180.html#footnote-114">-1</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">.</hi></p></div><div><head><hi>6. Conflitti locali</hi></head><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Il culto iacopeo</hi><hi rend="CharOverride-1">, assai diffuso lungo gli itinerari della </hi><hi rend="italic">francigena</hi><hi rend="CharOverride-1"> che percorrevano l’Emilia, il Piemonte, la Lombardia e la Liguria, doveva essere allora ben noto ad Atto. Lungo quelle strade erano stati acquisiti nuovi monasteri alla congregazione vallombrosana, spesso forniti di ospizi</hi><hi rend="notes_number CharOverride-4"><hi><ref target="OP08849_xml_9_103-180.html#footnote-113">-1</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">. Fra il maggio e il giugno del 1135 era stato anche indetto a Pisa un concilio cui erano intervenute numerose personalità di vertice della cristianità occidentale e Atto doveva avervi ritrovato l’arcidiacono milanese Amizone</hi><hi rend="notes_number CharOverride-4"><hi><ref target="OP08849_xml_9_103-180.html#footnote-112">-1</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">. Innocenzo II si era anche adoperato, poco tempo prima, per consolidare la fedeltà alla sua causa da parte del vescovo di Genova, da lui elevato alla dignità di arcivescovo con cinque episcopati dipendenti, e vi aveva inviato Bernardo di Chiaravalle per porre fine alla guerra contro Pisa</hi><hi rend="notes_number CharOverride-4"><hi><ref target="OP08849_xml_9_103-180.html#footnote-111">-1</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">. Dopo il concilio, il papa aveva mandato il famoso abate cistercense a Milano, per appoggiare la nomina del filo-innocenziano </hi><hi rend="CharOverride-1">Robaldo come arcivescovo</hi><hi rend="notes_number CharOverride-4"><hi><ref target="OP08849_xml_9_103-180.html#footnote-110">-1</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">.</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Per i primi anni di episcopato, almeno fino al 1136, non sono stati rintracciati documenti che provino la presenza in sede da parte di Atto. Ne attesta, invece, l’assenza un importante atto del 23 gennaio 1136, in cui il canonico Pietro di Marchetto, chierico e suddiacono, donava </hi><hi rend="italic">pro anima</hi><hi rend="CharOverride-1"> alla chiesa di San Zeno, «ovvero all’episcopato», </hi><hi rend="italic">unde modo venerabilis Atho episcopus esse videtur</hi><hi rend="CharOverride-1">, un terreno presso le mura della città per costruirvi una chiesa in onore di San Paolo, riservandosene il patronato vita natural durante</hi><hi rend="notes_number CharOverride-4"><hi><ref target="OP08849_xml_9_103-180.html#footnote-109">-1</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">. La formula con la quale il vescovo Atto era menzionato (che presupponeva la sua esistenza ma non la sua presenza) e la sua mancata partecipazione all’evento inducono a ritenere che almeno agli inizi di quell’anno il presule non fosse in sede.</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Neppure per il 1137 sussiste una documentazione che provi la presenza di Atto in Pistoia; tuttavia, in questo caso, è presumibile che egli si trovasse là, ma che, per il conflitto riaccesosi con il Comune, non fosse stato in grado di lasciare documenti di alcun genere sulla sua azione. Il momento per il governo cittadino era, infatti, propizio. L’imperatore Lotario II, alleato del papa contro Anacleto II alla fine di maggio 1137 aveva iniziato la campagna militare, con la presenza di Innocenzo II, contro Ruggero re di Sicilia sostenitore dell’‘antipapa’</hi><hi rend="notes_number CharOverride-4"><hi><ref target="OP08849_xml_9_103-180.html#footnote-108">-1</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">. Nel caso di una prevedibile reazione del vescovo contro l’iniziativa comunale si contava sulla difficoltà del pontefice a procedere contro quei ‘laici’ che rappresentavano il Comune di Pistoia,</hi><hi rend="CharOverride-1"> i cui statuti s’intitolavano all’imperatore Enrico V.</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Probabilmente nei mesi centrali dell’anno fu dato corso, perciò, all’azione dimostrativa. In Pistoia era stata occupata la cattedrale – la chiesa matrice che simboleggiava l’antica potestà episcopale – ed era stato requisito quanto ne rappresentava il patrimonio. Alcuni incaricati del governo comunale si erano impadroniti delle chiavi d’accesso alla chiesa, ne avevano occupato la torre campanaria e in segno di possesso ne avevano suonato le campane. Ugualmente, era stata occupata anche la canonica</hi><hi rend="notes_number CharOverride-4"><hi><ref target="OP08849_xml_9_103-180.html#footnote-107">-1</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">. L’intervento del Comune di Pistoia non si doveva solo al principio che sui beni temporali dovessero avere giurisdizione i poteri temporali, mentre su quelli religiosi e spirituali le competenze dovessero spettare agli ecclesiastici, ma anche alla convinzione che solo la tutela laica dei </hi><hi rend="italic">temporalia</hi><hi rend="CharOverride-1"> degli edifici di culto cittadini e del </hi><hi rend="italic">districtus</hi><hi rend="CharOverride-1"> potesse garantire, con la conservazione di tali strutture, anche i relativi uffici divini. Ne erano stati, del resto, eloquente testimonianza il degrado e la rovina, delle antiche chiese di San Michele in Forcole, suburbana</hi><hi rend="notes_number CharOverride-4"><hi><ref target="OP08849_xml_9_103-180.html#footnote-106">-1</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">, e di San Giovanni evangelista </hi><hi rend="italic">fuorcivitas</hi><hi rend="CharOverride-1">, esterna a sud rispetto alla prima cinta muraria della città</hi><hi rend="notes_number CharOverride-4"><hi><ref target="OP08849_xml_9_103-180.html#footnote-105">-1</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">, a causa di colpevoli alienazioni dei loro beni da parte dei vescovi e del clero. Tuttavia l’iniziativa del Comune non si era limitata alla cattedrale, ma aveva compreso anche altre chiese ed edifici religiosi entro il territorio ad esso sottoposto</hi><hi rend="notes_number CharOverride-4"><hi><ref target="OP08849_xml_9_103-180.html#footnote-104">-1</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">.</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Dopo ripetuti e inutili richiami, il vescovo Atto procedette alla solenne scomunica dei colpevoli, comminata pubblicamente in cattedrale il 9 gennaio 1138, la prima domenica dopo l’Epifania, scaduto il termine ultimo assegnato per compiere la dovuta riparazione</hi><hi rend="notes_number CharOverride-4"><hi><ref target="OP08849_xml_9_103-180.html#footnote-103">-1</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">. Il dispositivo dell’interdetto, dal tono sferzante, privo addirittura di arenga, enunciava subito il motivo del grave provvedimento: </hi><hi rend="italic">pro sacrilegio et rapina </hi><hi rend="italic">quam fecerunt </hi><hi rend="CharOverride-1">[…]</hi><hi rend="italic"> in aecclesia beati Zenonis anno preterito aliisque aecclesiis episcopatus</hi><hi rend="CharOverride-1">; più volte ammoniti, i responsabili del Comune si erano rifiutati di </hi><hi rend="italic">satisfacere competenter</hi><hi rend="CharOverride-1"> entro il termine, </hi><hi rend="italic">ab octava presentis Epiphaniae</hi><hi rend="CharOverride-1">. Pertanto, nel nome di Dio padre onnipotente, di Gesù Cristo suo figlio, in virtù dello Spirito Santo e da parte di Santa Maria sempre vergine, del glorioso Pietro principe degli apostoli, del beato Zeno vescovo e confessore e di tutti i santi</hi><hi rend="notes_number CharOverride-4"><hi><ref target="OP08849_xml_9_103-180.html#footnote-102">-1</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">, essi venivano scomunicati perché avevano osato </hi><hi rend="italic">contra divinam auctoritatem aecclesiastica signa pulsare et </hi><hi rend="italic">claves aecclesiae per laicam potestatem tenere</hi><hi rend="CharOverride-1"> e perché </hi><hi rend="italic">canonicam Sancti Zenonis aut alias episcopatus aecclesias simili rapina de cetero</hi><hi rend="italic"> spoliare presumpserint, extra licentiam et consensum episcopi</hi><hi rend="CharOverride-1">.</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Peraltro, la sede in cui fu comminata la scomunica pone il problema di come, e in che misura, Atto fosse allora riuscito a recuperare il controllo della cattedrale e, analogamente, di come i canonici fossero riusciti a rientrare in possesso dell’edificio e dei beni della canonica. È presumibile, del resto, che si fosse trattato di un’azione dimostrativa temporanea piuttosto che di un’occupazione, e che sia stato il Comune stesso a recedere poco prima della scomunica, anche perché la situazione politica generale era cambiata. L’imperatore Lotario II era morto il 13 dicembre 1137 e ci si poteva aspettare una prevedibile reazione da parte di Innocenzo II, ormai libero dal patto di alleanza stretto a Liegi col sovrano allora defunto</hi><hi rend="notes_number CharOverride-4"><hi><ref target="OP08849_xml_9_103-180.html#footnote-101">-1</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">. All’inizio del 1138 era venuto a mancare anche l’‘antipapa’ Anacleto II e il pontefice, rioccupata la sede papale, aveva favorito l’elezione del re di Germania Corrado III, nipote di Enrico IV. Fu forse la rinnovata alleanza col sovrano, che Innocenzo II avrebbe incoronato imperatore, a renderlo esitante a convalidare la scomunica comminata da Atto contro i consoli pistoiesi, che infatti sarebbe stata confermata solo il 4 dicembre 1138</hi><hi rend="notes_number CharOverride-4"><hi><ref target="OP08849_xml_9_103-180.html#footnote-100">-1</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">. Né tale papa era nuovo a un simile comportamento, dato che nel 1136 si era rifiutato, per motivi ‘politici’, di dare validità alla scomunica lanciata dall’arcivescovo compostellano Diego </hi><hi rend="CharOverride-1">Gelmírez contro i </hi><hi rend="italic">burgenses</hi><hi rend="CharOverride-1"> e i canonici della cattedrale di Santiago per aver attentato alla sua vita durante la rivolta scoppiata in quell’anno, con grande scandalo di chi ne era al corrente</hi><hi rend="notes_number CharOverride-4"><hi><ref target="OP08849_xml_9_103-180.html#footnote-099">-1</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">.</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Il 4 dicembre 1138 Innocenzo II aveva inviato anche una lettera circolare ai vescovi della Tuscia per notificare loro la convalida della scomunica comminata da Atto</hi><hi rend="notes_number CharOverride-4"><hi><ref target="OP08849_xml_9_103-180.html#footnote-098">-1</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">. Nella coeva lettera al presule, tuttavia, il papa non mancava di fargli intendere, con malcelato fastidio, come fosse meglio, in casi così gravi, chiedere a lui</hi><hi rend="CharOverride-1"> </hi><hi rend="italic">consilium et auxilium</hi><hi rend="CharOverride-1">. In quel testo, inoltre, il pontefice faceva riferimento all’analogo precedente di conferma di una scomunica, per gli stessi motivi, da parte del predecessore Pasquale II, fornendo così la testimonianza di quanto era accaduto sotto l’episcopato di Ildebrando, su cui altrimenti nulla avremmo potuto conoscere</hi><hi rend="notes_number CharOverride-4"><hi><ref target="OP08849_xml_9_103-180.html#footnote-097">-1</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">.</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Del 1138 restano alcuni documenti che fanno ritenere come Atto in quell’anno sia rimasto in sede con una certa continuità. Il 2 marzo, </hi><hi rend="italic">in ecclesia beati Petri apostolorum</hi><hi rend="italic"> principis</hi><hi rend="CharOverride-1"> e alla presenza dello stesso Atto, il dovizioso </hi><hi rend="italic">Bernardus quondam Lamberti</hi><hi rend="CharOverride-1"> donava </hi><hi rend="italic">pro remedio animae </hi><hi rend="CharOverride-1">a quella chiesa, edificata in un suo </hi><hi rend="italic">predio</hi><hi rend="CharOverride-1">, </hi><hi rend="italic">prope </hi><hi rend="italic">fluvio Braina, in loco nominato Lambertatico</hi><hi rend="CharOverride-1">, due appezzamenti di terreno nelle mani </hi><hi rend="italic">Ildibrandi diaconi</hi><hi rend="CharOverride-1"> che il venerabile vescovo Atto </hi><hi rend="italic">nuper ordinavit ad diurnum</hi><hi rend="CharOverride-1"> </hi><hi rend="italic">et nocturnum officium </hi><hi rend="italic">faciendum</hi><hi rend="CharOverride-1">, e ai successori del diacono</hi><hi rend="notes_number CharOverride-4"><hi><ref target="OP08849_xml_9_103-180.html#footnote-096">-1</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">. L’antica chiesa</hi><hi rend="notes_number CharOverride-4"><hi><ref target="OP08849_xml_9_103-180.html#footnote-095">-1</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">, restituita al culto come parrocchiale e sottoposta alla tutela vescovile, andava così ad aggiungersi all’altra dedicata a San Paolo, per la costruzione della quale – in sostituzione di una precedente, più antica – il canonico Pietro di Marchetto aveva donato del terreno nel 1136</hi><hi rend="notes_number CharOverride-4"><hi><ref target="OP08849_xml_9_103-180.html#footnote-094">-1</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">. Poste rispettivamente lungo le strade extraurbane verso Firenze e verso la vecchia </hi><hi rend="italic">francigena</hi><hi rend="CharOverride-1"> e Roma, le due importanti chiese pistoiesi completavano, con il riferimento dei due titolari all’emblema di Pietro e Paolo che connotava l’autorità pontificia, la corona di apostoli e santi che circondava l’abitato, ripercorrendo come un celeste baluardo il perimetro della cerchia muraria più antica della città, come anche a Milano e a Verona</hi><hi rend="notes_number CharOverride-4"><hi><ref target="OP08849_xml_9_103-180.html#footnote-093">-1</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">.</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Nel corso del 1138 Atto aveva consacrato la chiesa del cenobio vallombrosano di Santa Maria di Montepiano, ubicata lungo l’itinerario transappenninico che collegava Prato con Bologna e l’Italia padana</hi><hi rend="notes_number CharOverride-4"><hi><ref target="OP08849_xml_9_103-180.html#footnote-092">-1</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">. Ivi l’altare maggiore era dedicato a Santa Maria (come nella chiesa della casa-madre di Vallombrosa e di molti altri monasteri della congregazione); l’altare nord all’apostolo Giacomo </hi><hi rend="italic">maior</hi><hi rend="CharOverride-1"> (segnando la direzione trans-regionale verso il settentrione, Milano e le vie di pellegrinaggio per Compostella) dov’erano riposte, insieme a una reliquia iacopea</hi><hi rend="notes_number CharOverride-4"><hi><ref target="OP08849_xml_9_103-180.html#footnote-091">-1</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">, anche le reliquie dei santi martiri milanesi Gervasio e Protasio, presumibilmente quelle richieste da Atto a Martino Corbo; l’altare sud a San Benedetto, il padre fondatore del monachesimo occidentale. In quell’edificio di culto montano le celesti presenze dei titolari e le reliquie dei santi martiri tracciavano un cammino spirituale che era anche allegoria dei principali punti di riferimento di antichi rapporti religiosi. Nel caso di Montepiano, comunque, il vescovo Atto, che compì la cerimonia in tempo di interdetto, dovette considerare che la chiesa di fatto apparteneva al territorio pratese e non a quello sottoposto al Comune pistoiese.</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Peraltro, una </hi><hi rend="italic">charta libelli</hi><hi rend="CharOverride-1"> redatta il 25 maggio 1138 a Prato</hi><hi rend="notes_number CharOverride-4"><hi><ref target="OP08849_xml_9_103-180.html#footnote-090">-1</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">, </hi><hi rend="italic">in ecclesia et canonica Sancti Stefani in Burgo de Cornio, </hi><hi rend="italic">comitatu pistoriensi</hi><hi rend="CharOverride-1">, era di nuovo indizio del riacutizzarsi dell’autonomismo pratese all’interno della diocesi di Pistoia: stipulata e sottoscritta </hi><hi rend="italic">per Ildibrandum prepositum sancte Pratensis Ecclesie</hi><hi rend="CharOverride-1">, attestava infatti per la prima volta in atti simili l’inaudita definizione, che solo un vescovo si poteva attribuire.</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Proseguiva, intanto, l’opera di recupero, da parte di Atto, di beni e diritti di decima entro la diocesi pistoiese, affidata comunque alle sole occasioni in cui era possibile la stipula di documenti notarili, dato che il vescovo non disponeva di una forza armata propria che ne sostenesse efficacemente le rivendicazioni. In tal modo i risultati non avrebbero potuto mai essere all’altezza delle aspettative del presule</hi><hi rend="notes_number CharOverride-4"><hi><ref target="OP08849_xml_9_103-180.html#footnote-089">-1</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">. Un atto del 20 settembre 1138 rivela le pregresse vicende di beni allora donati al vescovo </hi><hi rend="CharOverride-1">e di decime acquisite da laici ma spettanti alla chiesa di San Zeno. Allora l’attempata Mingarda, vedova di </hi><hi rend="italic">Petrus filius Raineri de Vignole</hi><hi rend="CharOverride-1">, nella chiesa di San Bartolomeo di Tizzana e alla presenza di Atto, offriva nelle mani di quest’ultimo e per conto della chiesa di San Zeno tutte le sue proprietà, pervenutele da </hi><hi rend="italic">Rodulfus cum uxore sua Sibilia</hi><hi rend="CharOverride-1">, composte </hi><hi rend="italic">de castello et curte de Tizana et burgo</hi><hi rend="italic">, de castello et curte et burgo de Bacareto</hi><hi rend="CharOverride-1">, rinunciando in favore dell’ordinario diocesano alle decime </hi><hi rend="italic">et rebus ecclesiasticis Sancti Zenonis</hi><hi rend="CharOverride-1">, nonché ad ogni altra rendita relativa, alla presenza come testimoni dei preti di Seano, Bacchereto e Tizzana e di persone di Carmignano, Seano e Bacchereto</hi><hi rend="notes_number CharOverride-4"><hi><ref target="OP08849_xml_9_103-180.html#footnote-088">-1</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">. La donazione, dunque, di notevole rilievo territoriale, andava a sanare un’effettiva, precedente perdita di beni della Chiesa pistoiese.</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Intanto anche a Firenze si faceva sentire il problema dei rapporti conflittuali fra il vescovo e il Comune: il 13 novembre di quell’anno il presule Goffredo vi aveva scomunicato i consoli per aver attentato alle sue prerogative giurisdizionali, costringendo Innocenzo II a inviarvi un suo legato per dirimere il contrasto</hi><hi rend="notes_number CharOverride-4"><hi><ref target="OP08849_xml_9_103-180.html#footnote-087">-1</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">. Il papa si stava allora preparando ad organizzare la convocazione del concilio ecumenico Laterano II, che si sarebbe tenuto a Roma fra il 3 e l’8 aprile 1139, seguendo l’indirizzo del Laterano I del 1123 e allo scopo di annullare tutti i provvedimenti dell’‘antipapa’. Lettere di convocazione erano partite da Roma, la sede apostolica recuperata dopo la morte di Anacleto II, ed erano state inviate ai principali esponenti della Chiesa e degli O</hi><hi rend="CharOverride-1">rdini monastici riformati in Europa e in Italia: fra questi si trovava anche l’arcivescovo Diego Gelmírez, che non poté intervenire</hi><hi rend="notes_number CharOverride-4"><hi><ref target="OP08849_xml_9_103-180.html#footnote-086">-1</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">.</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Per quell’occasione, in cui Innocenzo II intendeva celebrare il ripristino in Roma del centro della cristianità, dovette prender forma nel pontefice l’idea di ri-orientare in senso centripeto – come metafora della </hi><hi rend="italic">reductio ad unum</hi><hi rend="CharOverride-1"> necessaria alla teocrazia del successore legittimo di Pietro – quella rete di itinerari europei che fino ad allora, secondo l’ottica centrifuga del </hi><hi rend="italic">Codex Calixtinus</hi><hi rend="CharOverride-1">, munito proprio nel 1139 della garanzia di conformità religiosa da parte dello stesso papa</hi><hi rend="notes_number CharOverride-4"><hi><ref target="OP08849_xml_9_103-180.html#footnote-085">-1</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">, tendevano tutti a raggiungere, </hi><hi rend="italic">in finibus </hi><hi rend="italic">terrae</hi><hi rend="CharOverride-1">, il santuario di </hi><hi rend="italic">Santiago</hi><hi rend="notes_number CharOverride-4"><hi><ref target="OP08849_xml_9_103-180.html#footnote-084">-1</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">. In tale disegno erano comprese anche quelle strade in Italia su cui sorgevano, insieme alla moltitudine di città e luoghi fedeli al papato, i monasteri e gli ospizi vallombrosani di Piemonte, Liguria, Lombardia, Veneto, Emilia e Tuscia. Ivi avrebbe trovato posto anche il ruolo di Pistoia come tappa del culto iacopeo compostellano intermedia fra il lontano centro di pellegrinaggio della Galizia e Roma</hi><hi rend="notes_number CharOverride-4"><hi><ref target="OP08849_xml_9_103-180.html#footnote-083">-1</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">.</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">L’inizio dell’anno 1139 era stato contraddistinto in Pistoia da un evento di particolare significato per la Chiesa locale e l’impegno pastorale di Atto. Il 5 gennaio, con una cerimonia tenutasi nella canonica di San Zeno e conclusasi in cattedrale, alla presenza del vescovo il giudice e notaio Ollioro</hi><hi rend="CharOverride-1"> </hi><hi rend="italic">filius Martini Bellane</hi><hi rend="CharOverride-1"> aveva compiuto un atto di conversione insieme al suo unico figlio Arduino (probabilmente in minore età), chiedendo di essere accolto nel consesso dei canonici e donando tutti i suoi beni all’istituzione di cui entrava a far parte. Lo stesso Ollioro aveva rogato il documento, poi deposto, come simbolo della propria offerta, </hi><hi rend="italic">in altare Sancti Zenonis</hi><hi rend="notes_number CharOverride-4"><hi><ref target="OP08849_xml_9_103-180.html#footnote-082">-1</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">. L’evento, per quanto si trattasse di una scelta elitaria ed eccezionale, offre a mio avviso un significativo indizio della penetrazione, nella parte più colta del ceto dirigente laico, degli ideali di riforma dei costumi che il papa, gli ecclesiastici e i monaci condividevano: per i quali la vita claustrale era preferibile a quella secolare.</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Nella successiva Quaresima Atto si era messo in viaggio per Roma ed era passato per Firenze, dove a San Salvi aveva partecipato al </hi><hi rend="italic">conventus abbatum</hi><hi rend="CharOverride-1"> convocato dall’abate maggiore Gualdo</hi><hi rend="notes_number CharOverride-4"><hi><ref target="OP08849_xml_9_103-180.html#footnote-081">-1</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">. Il vescovo vallombrosano doveva, infatti, consultare il santo padre su due problemi gravi e urgenti: la questione pratese e la revoca della scomunica contro i consoli di Pistoia. Verosimilmente Atto, come figura rappresentativa sia della propria </hi><hi rend="italic">societas</hi><hi rend="CharOverride-1"> monastica, sia della gerarchia ecclesiastica, aveva partecipato al concilio ecumenico Laterano II nella prima settimana di aprile 1139.</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Sulle due questioni che il presule doveva risolvere, consultandosi con Innocenzo II, esistono alcuni documenti che recano solo il giorno e il mese, ma non l’anno, i quali sono stati prudenzialmente datati dai loro editori fra il 1138 e il 1143</hi><hi rend="notes_number CharOverride-4"><hi><ref target="OP08849_xml_9_103-180.html#footnote-080">-1</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">. Si tratta di diverse lettere </hi><hi rend="italic">executoriae</hi><hi rend="CharOverride-1"> fatte scrivere dal pontefice sulle due contese pendenti, tutte comprese fra il 29 e il 30 aprile, eccetto una del 19 settembre, e tutte collegate fra loro da una stretta sequenza di atti del papa i quali, per avere storiograficamente un senso, non possono che appartenere a uno stesso anno. Per motivi di coerenza interna tali lettere – che se assegnate al periodo 1138-1143 vengono sostanzialmente decontestualizzate – non possono che appartenere al 1139 in quanto nel 1140 il rapporto conflittuale in entrambi i casi era stato già superato</hi><hi rend="notes_number CharOverride-4"><hi><ref target="OP08849_xml_9_103-180.html#footnote-079">-1</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">.</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">La missiva pontificia indirizzata il 29 aprile (1139) ai consoli, al clero e al popolo pistoiese, con la consueta formula iniziale di saluto </hi><hi rend="italic">dilectis filiis</hi><hi rend="CharOverride-1">,</hi><hi rend="CharOverride-1"> risulta a tutti gli effetti l’atto di revoca dalla scomunica da parte di Innocenzo II</hi><hi rend="notes_number CharOverride-4"><hi><ref target="OP08849_xml_9_103-180.html#footnote-078">-1</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">. Vi si leggeva che egli aveva accolto con onore, </hi><hi rend="italic">pro religione et honestate sua</hi><hi rend="CharOverride-1">, il vescovo Atto; aveva ordinato </hi><hi rend="italic">viva voce</hi><hi rend="CharOverride-1"> agli inviati dei pratesi di prestargli obbedienza come proprio pastore; aveva indirizzato anche altre comunicazioni ad essi e aveva congedato e rimandato alla propria sede il presule </hi><hi rend="italic">cum gratia Sedis Apostolice et litterarum nostrarum prosecutione</hi><hi rend="notes_number CharOverride-4"><hi><ref target="OP08849_xml_9_103-180.html#footnote-077">-1</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">. Delle raccomandazioni finali faceva parte la formula che avrebbe consentito al Comune e all’episcopato pistoiese di superare il conflitto giurisdizionale. Vi si esortava il governo laico a prestare onore e assistenza al vescovo </hi><hi rend="italic">tamquam</hi><hi rend="italic"> patrem</hi><hi rend="CharOverride-1"> … </hi><hi rend="italic">in retinendis quoque et recuperandis aecclesiae suae bonis</hi><hi rend="CharOverride-1">, nonché consiglio e aiuto </hi><hi rend="italic">tamquam boni filii</hi><hi rend="CharOverride-1">. In realtà, quei consigli non oltrepassavano quanto ci si poteva aspettare in una simile situazione. Fu merito di Atto, tuttavia, aver dato loro adempimento in modo politicamente innovatore, secondo principi concordatari che riconoscevano ai due poteri in conflitto, in base al principio del </hi><hi rend="italic">servitium</hi><hi rend="CharOverride-1">, pari dignità e la validità di quanto si compieva per il bene comune nel rispettivo ambito. Per la prima volta si riconoscevano ai laici la stessa volontà di evitare i mali che avevano depauperato gli enti ecclesiastici locali e il diritto di affiancarsi ai rappresentanti della Chiesa pistoiese per attuare l’auspicata riforma dei costumi.</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">La questione pratese, invece, non poté essere risolta in modo soddisfacente per il vescovo. Una lettera priva di data, spedita al papa firmandosi </hi><hi rend="italic">frater Atto, peccator monachus et dictus episcopus</hi><hi rend="CharOverride-1">, assegnabile al 1138-inizio 1139</hi><hi rend="notes_number CharOverride-4"><hi><ref target="OP08849_xml_9_103-180.html#footnote-076">-1</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">, rivelava lo stato di esasperazione del presule per il continuo stillicidio di rivendicazioni del preposto e dei canonici della pieve di Santo Stefano contro la pieve diocesana di San Giusto, che per non perdere le decime e gli altri diritti plebani aveva fatto costruire presso le mura di quel centro un oratorio cui facevano capo i parrocchiani inurbati, suscitando le reazioni dei canonici. Atto riferiva nella sua missiva che per dirimere il contrasto ed emettere la sua sentenza si era rivolto </hi><hi rend="italic">sapientium consilio clericorum et laicorum</hi><hi rend="notes_number CharOverride-4"><hi><ref target="OP08849_xml_9_103-180.html#footnote-075">-1</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">,</hi><hi rend="CharOverride-1"> e che aveva inviato al papa tutto l’incartamento giudiziario, chiedendogli di porre finalmente termine alla controversia, </hi><hi rend="italic">servata partis utriusque iustitia</hi><hi rend="CharOverride-1">. Dal canto suo – proseguiva – aveva sopportato </hi><hi rend="italic">causa prefatę discordię</hi><hi rend="CharOverride-1">, </hi><hi rend="italic">iam </hi><hi rend="italic">plurimas iniurias, inimicitias et dampna</hi><hi rend="CharOverride-1">, e perciò pregava il pontefice di liberarlo per pietà da quell’insopportabile peso. La lettera, talvolta diversamente contestualizzata</hi><hi rend="notes_number CharOverride-4"><hi><ref target="OP08849_xml_9_103-180.html#footnote-074">-1</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">, a mio avviso costituisce il precedente per il viaggio di Atto a Roma condotto allo scopo di consultarsi in merito con Innocenzo II. È possibile che il papa lo abbia convocato lui stesso </hi><hi rend="italic">ad limina</hi><hi rend="CharOverride-1">, tuttavia non sono note prove documentarie in proposito. È sicuro invece che, contemporaneamente rispetto ad Atto, si erano presentati al pontefice anche inviati dei pratesi a sostenere le loro ragioni</hi><hi rend="notes_number CharOverride-4"><hi><ref target="OP08849_xml_9_103-180.html#footnote-073">-1</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">.</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Il 29 aprile (1139), oltre alla missiva diretta ai consoli, al clero e al popolo pistoiese cui sopra si è fatto cenno e che Innocenzo II aveva probabilmente consegnato ad Atto prima di congedarlo quale privilegiato latore di essa, il papa inviava anche una lettera circolare alle pievi finitime del territorio pratese (San Giusto in Piazzanese, Sant’Ippolito, San Paolo, Santa Maria a Colonica, Santa Maria di Filettole) e a due istituzioni vallombrosane (il monastero di Santa Maria di Grignano e il priorato ospedaliero, aderente agli stessi orientamenti dei seguaci di Giovanni Gualberto, di San Fabiano a Prato) con la proibizione di attentare ai diritti della pieve di Santo Stefano</hi><hi rend="notes_number CharOverride-4"><hi><ref target="OP08849_xml_9_103-180.html#footnote-072">-1</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">. Il giorno dopo, 30 aprile (1139), Innocenzo II comunicava </hi><hi rend="italic">dilectis filiis Ildebrando preposito et canonicis Pratensis Ecclesie</hi><hi rend="notes_number CharOverride-4"><hi><ref target="OP08849_xml_9_103-180.html#footnote-071">-1</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1"> che il suo responso era loro favorevole e contrario alla pieve di San Giusto. Contemporaneamente il papa ne informava il vescovo Atto, richiamandolo al rispetto di tale sentenza, per i doveri competenti al suo ufficio</hi><hi rend="notes_number CharOverride-4"><hi><ref target="OP08849_xml_9_103-180.html#footnote-070">-1</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">.</hi></p></div><div><head><hi>7. Il culto iacopeo</hi></head><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Durante il soggiorno di Atto a Roma presso il papa dovette anche essere formulato il progetto di consolidare l’autorità e il prestigio del presule vallombrosano mediante l’acquisizione di una reliquia che fino ad allora nessuno poteva legittimamente vantarsi di aver ricevuto</hi><hi rend="notes_number CharOverride-4"><hi><ref target="OP08849_xml_9_103-180.html#footnote-069">-1</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">: un frammento del corpo dell’apostolo Giacomo di Zebedeo, custodito nella grande basilica compostellana allora in costruzione. Grazie a quella reliquia del tutto eccezionale Pistoia sarebbe divenuta una filiazione diretta del santuario di </hi><hi rend="italic">Santiago</hi><hi rend="CharOverride-1"> e un fedele presidio del centralismo teocratico di Innocenzo II. Il codice manoscritto </hi><hi rend="italic">Documenti vari</hi><hi rend="CharOverride-1">, </hi><hi rend="italic">1</hi><hi rend="CharOverride-1">, dell’Archivio di Stato di Pistoia, unica fonte medievale su tale argomento, attesta chiaramente il nuovo ruolo territoriale di questa città della Tuscia</hi><hi rend="notes_number CharOverride-4"><hi><ref target="OP08849_xml_9_103-180.html#footnote-068">-1</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">.</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Di ritorno da Roma, il vescovo Atto aveva fatto tappa a Prato, ma là era stato ricevuto in malo modo dai canonici, con grave pregiudizio del suo ruolo e della sua dignità istituzionale. In altri tempi ciò avrebbe potuto essere motivo di scomunica, ma il papa, avvertito dal presule offeso, aveva preferito risolvere l’incidente con una reprimenda inviata il 19 settembre dello stesso anno al clero prat</hi><hi rend="CharOverride-1">ese</hi><hi rend="notes_number CharOverride-4"><hi><ref target="OP08849_xml_9_103-180.html#footnote-067">-1</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">.</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Nel successivo triennio, e fino alla morte del pontefice il 24 settembre 1143 a Roma, Atto si sarebbe dedicato in parte a questioni interne alla città e alla diocesi di Pistoia, in parte si sarebbe recato in missione altrove, sia in Tuscia che in Piemonte e Lombardia, attuando una ‘politica di presenza’ secondo le varie situazioni. Egli aveva partecipato, agli inizi del 1140, alla riconsacrazione compiuta dal vescovo di Siena Ranieri della chiesa battesimale di Sant’Agnese, che si trovava in territorio fiorentino, a ponente di Poggibonsi, durante le contese per i rispettivi confini tra Firenze e Siena</hi><hi rend="notes_number CharOverride-4"><hi><ref target="OP08849_xml_9_103-180.html#footnote-066">-1</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">. L’importanza strategica di Siena sulla </hi><hi rend="italic">francigena</hi><hi rend="CharOverride-1">, che congiungeva Roma con il nord Italia, aveva indotto i Vallombrosani a potenziare la loro presenza su quell’itinerario, con l’acquisizione del cenobio di San Michele in Poggio San Donato a Siena, dipendente da Passignano</hi><hi rend="notes_number CharOverride-4"><hi><ref target="OP08849_xml_9_103-180.html#footnote-065">-1</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">.</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Il 4 marzo 1140 Atto era a Pistoia e presenziava, presso la chiesa di San Pier Maggiore della cui officiatura egli si era occupato, a una donazione di terra che ne avrebbe accresciuto la dotazione</hi><hi rend="notes_number CharOverride-4"><hi><ref target="OP08849_xml_9_103-180.html#footnote-064">-1</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">. Quel luogo di culto dedicato al «principe degli apostoli» sorto sui possedimenti suburbani dell’avo del donatore aveva funzioni parrocchiali e si trovava presso il monastero femminile benedettino omonimo, fondato dal vescovo vallombrosano Pietro nel 1091</hi><hi rend="notes_number CharOverride-4"><hi><ref target="OP08849_xml_9_103-180.html#footnote-063">-1</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">.</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Dopo il 4 marzo e prima del 24 del mese Atto consacrava con il vescovo di Bergamo Gregorio i due altari laterali della chiesa annessa alla badia vallombrosana del Santo Sepolcro di Astino</hi><hi rend="notes_number CharOverride-4"><hi><ref target="OP08849_xml_9_103-180.html#footnote-062">-1</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">, probabilmente grazie all’intermediazione dell’abate maggiore Gualdo, che era stato in precedenza monaco di quel cenobio. La dedicazione degli altari e le reliquie ivi riposte rimandavano a culti spesso ricorrenti nella </hi><hi rend="italic">devotio</hi><hi rend="CharOverride-1"> dei monaci di obbedienza gualbertiana. L’altare maggiore (consacrato nel novembre 1117 dal vescovo di Bergamo Ambrogio Mozzi insieme al vescovo di Lodi Arderico de Vignate)</hi><hi rend="notes_number CharOverride-4"><hi><ref target="OP08849_xml_9_103-180.html#footnote-061">-1</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1"> conteneva una reliquia della Santa Croce. Entro l’aula si trovava, </hi><hi rend="italic">extra cancellos</hi><hi rend="CharOverride-1"> del recinto corale, l’altare dedicato a Santa Maria. L’altare di destra, dedicato ai quattro evangelisti e ai santi guaritori Cosma e Damiano, conteneva fra le reliquie anche quelle di Giacomo </hi><hi rend="italic">maior</hi><hi rend="CharOverride-1"> (figlio di Zebedeo)</hi><hi rend="notes_number CharOverride-4"><hi><ref target="OP08849_xml_9_103-180.html#footnote-060">-1</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1"> e di Giacomo </hi><hi rend="italic">minor</hi><hi rend="CharOverride-1"> (figlio di Alfeo). L’altare di sinistra era dedicato a San Martino vescovo, al martire San Giorgio e alla vergine e martire Agnese. Al cenobio era annesso uno spedale, con gestione autonoma, fondato prima del 1142 dall’abate Mainfredo</hi><hi rend="notes_number CharOverride-4"><hi><ref target="OP08849_xml_9_103-180.html#footnote-059">-1</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">: all’esistenza di esso alludevano i </hi><hi rend="italic">tituli</hi><hi rend="CharOverride-1"> dei Santi Cosma e Damiano nell’altare di destra della chiesa.</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Il 23 maggio successivo Atto consacrava, con il vescovo di Asti Ottone IV, anche i due altari laterali della chiesa annessa al monastero dei Santi Filippo e Giacomo della stessa città</hi><hi rend="notes_number CharOverride-4"><hi><ref target="OP08849_xml_9_103-180.html#footnote-058">-1</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">. L’altare di sinistra era dedicato di nuovo a Giacomo </hi><hi rend="italic">maior</hi><hi rend="CharOverride-1"> e a suo fratello Giovanni evangelista, ai Santi Pietro e Paolo e Lorenzo. L’altro a destra era intitolato a San Benedetto, a Sant’Ambrogio e alle Sante Agnese e Agata.</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Fra il 1141 e il 1143 Atto risulta attivo in Tuscia e anche residente in sede nel 1142. Erano allora in corso guerre nella regione per il predominio territoriale fra le varie città e invano l’abate di Cluny Pietro il Venerabile aveva cercato di portare pace</hi><hi rend="notes_number CharOverride-4"><hi><ref target="OP08849_xml_9_103-180.html#footnote-057">-1</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">. Qualche anno prima </hi><hi rend="CharOverride-1">Innocenzo II aveva affidato ad Atto l’incarico di dirimere la lite fra i canonici della primaziale pisana e l’abate di San Lussorio sul possesso di una selva detta </hi><hi rend="italic">Tumulo</hi><hi rend="CharOverride-1"> e di presiedere il tribunale ecclesiastico formato dall’arcivescovo Baldovino</hi><hi rend="notes_number CharOverride-4"><hi><ref target="OP08849_xml_9_103-180.html#footnote-056">-1</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">. Poco dopo Atto risultava mediatore, fra il 1142 e il 1143, nella controversia fra l’arcivescovo di Pisa e il vescovo di Lucca su un castello che il primo aveva fondato in Val d’Era, che faceva parte della diocesi lucchese. La severa sentenza, che prevedeva l’abbattimento di quanto era stato indebitamente costruito, era stata pronunziata </hi><hi rend="italic">in ecclesia de terra Walda</hi><hi rend="CharOverride-1"> il 18 aprile 1143 e il presule pistoiese la fece pubblicare munita dell’approvazione pontificia</hi><hi rend="notes_number CharOverride-4"><hi><ref target="OP08849_xml_9_103-180.html#footnote-055">-1</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">. In questo caso, la territorialità diocesana era stata, correttamente, l’elemento dirimente nel ricorso.</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Durante il 1142 è documentata la progressiva erosione di pertinenze e rendite di quelle pievi esistenti nella zona contermine a quella di Santo Stefano di Prato, su cui Innocenzo II aveva dato disposizioni il 29 e il 30 aprile (1139). Ne sono testimonianza due atti notarili relativi al territorio prossimo a Prato, rispettivamente del 5 maggio</hi><hi rend="notes_number CharOverride-4"><hi><ref target="OP08849_xml_9_103-180.html#footnote-054">-1</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1"> e dell’ottobre 1142</hi><hi rend="notes_number CharOverride-4"><hi><ref target="OP08849_xml_9_103-180.html#footnote-053">-1</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">,</hi><hi rend="CharOverride-1"> dal secondo dei quali risulta anche l’accordo dei canonici pratesi con il governo comunale di Prato, e un terzo atto rogato nella pieve di San Paolo il 18 ottobre di quell’anno</hi><hi rend="notes_number CharOverride-4"><hi><ref target="OP08849_xml_9_103-180.html#footnote-052">-1</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">.</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Dal canto suo Atto il 2 novembre 1142 provvedeva, stando nel suo palazzo e alla presenza dei </hi><hi rend="italic">boni homines</hi><hi rend="CharOverride-1">, per rimedio della propria anima e di quella</hi><hi rend="italic"> Ugolini comitis</hi><hi rend="CharOverride-1">, ad assegnare al prete Tancredi, per conto della chiesa di San Gregorio edificata nella </hi><hi rend="italic">curtis</hi><hi rend="CharOverride-1"> di Montemagno e sottoposta alla pieve di Quarrata, l’intero manso Romanatico e relative dipendenze, in precedenza annesso dal nobile defunto</hi><hi rend="notes_number CharOverride-4"><hi><ref target="OP08849_xml_9_103-180.html#footnote-051">-1</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">.</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Mentre rimanevano incerte sia la situazione in Tuscia, travagliata da guerre interne</hi><hi rend="notes_number CharOverride-4"><hi><ref target="OP08849_xml_9_103-180.html#footnote-050">-1</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">, sia quella in Lombardia e a Milano, in cui si era riaffacciata la tradizionale tendenza autonomistica rispetto al papato</hi><hi rend="notes_number CharOverride-4"><hi><ref target="OP08849_xml_9_103-180.html#footnote-049">-1</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">, nel 1143, dopo la morte di Innocenzo II, Atto dovette di nuovo occuparsi della questione pratese. Egli aveva avuto a Roma un colloquio col nuovo papa Celestino II, probabilmente in occasione della conferma della diocesi pistoiese, concessa al presule il 17 febbraio 1144</hi><hi rend="notes_number CharOverride-4"><hi><ref target="OP08849_xml_9_103-180.html#footnote-048">-1</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">. In essa era assente qualsiasi riferimento al precetto fatto ai canonici pratesi nella precedente bolla di Innocenzo II di prestare obbedienza al vescovo come proprio superiore; ma nello stesso giorno, separatamente, il nuovo pontefice aveva scritto una lettera </hi><hi rend="italic">dilectis</hi><hi rend="italic"> filiis clero et populo pratensi</hi><hi rend="notes_number CharOverride-4"><hi><ref target="OP08849_xml_9_103-180.html#footnote-047">-1</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">, in cui li invitava a prestare obbedienza al proprio pastore e a non molestare i possessi della sua Chiesa.</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Tuttavia, a fronte di questa missiva ‘</hi><hi rend="italic">pro forma</hi><hi rend="CharOverride-1">’, maggior peso aveva una seconda lettera, inviata il 21 febbraio 1144 e diretta al preposto, ai chierici e ai consoli di Prato, in cui il papa forniva rassicurazioni informandoli di aver ordinato </hi><hi rend="italic">viva voce</hi><hi rend="CharOverride-1"> al vescovo Atto di rispettare la sentenza di Innocenzo II sui diritti che i parrocchiani di altre pievi, inurbati a Prato, dovevano tributare alla pieve pratese di Santo Stefano, e di amarli come suoi speciali figli, conservando la giustizia loro dovuta</hi><hi rend="notes_number CharOverride-4"><hi><ref target="OP08849_xml_9_103-180.html#footnote-046">-1</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">. Lo stesso 21 febbraio Celestino II mandava anche una lettera circolare all’abate di Grignano, al priore di San Fabiano e ai pievani di San Giusto, San Paolo, Sant’Ippolito, Santa Maria a Colonica, Santa Maria di Filettole, in cui si prescriveva di non riscuotere dai propri parrocchiani decime e altri diritti spettanti alla pieve pratese</hi><hi rend="notes_number CharOverride-4"><hi><ref target="OP08849_xml_9_103-180.html#footnote-045">-1</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">. L’8 marzo 1144, tuttavia, si era spento anche questo pontefice, né altro fu compiuto durante il breve periodo in cui restò sul soglio di Pietro il successore, Lucio II, venuto a mancare il 15 febbraio 1145.</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Mentre si andava sempre più allargando la spaccatura fra il vescovo di Pistoia e i canonici pratesi alleati con il locale Comune, e mentre quest’ultimo manteneva una posizione per lo più avversa a Pistoia nelle guerre territoriali del tempo</hi><hi rend="notes_number CharOverride-4"><hi><ref target="OP08849_xml_9_103-180.html#footnote-044">-1</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">, Atto deve aver ripreso i contatti con Compostella, probabilmente avviati nel 1139 da Innocenzo II, per ottenere una reliquia iacopea. Questi dovevano essersi interrotti sia per la morte di Diego </hi><hi rend="CharOverride-1">Gelmírez il 6 aprile 1140, sia per il successivo triennio di sede vacante a Compostella, terminato con la nomina nel 1143 da parte di Innocenzo II del canonico Pedro Elías come successore di Gelmírez</hi><hi rend="notes_number CharOverride-4"><hi><ref target="OP08849_xml_9_103-180.html#footnote-043">-1</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">.</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Atto sarebbe venuto in possesso della reliquia compostellana in tempo per procedere alla consacrazione in cattedrale di una cappella e altare dedicati a San Iacopo, per il 25 luglio 1145</hi><hi rend="notes_number CharOverride-4"><hi><ref target="OP08849_xml_9_103-180.html#footnote-042">-1</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">. Quanto alla veridicità di tale concessione – che implicherebbe anche l’autenticità stessa della reliquia – messa in dubbio da vari studiosi, per quanto mi riguarda ritengo che l’effettiva acquisizione del raro </hi><hi rend="italic">pignus</hi><hi rend="CharOverride-1"> non possa essere avvenuta se non a condizione che: l’arcivescovo concedente non possa che essere Pedro Elías, dato che Gelmírez era già morto al momento della concessione; la reliquia donata ad Atto non possa che appartenere al cranio dell’apostolo Giacomo </hi><hi rend="italic">minor</hi><hi rend="CharOverride-1"> (proveniente da Gerusalemme, donato a Gelmírez dalla regina Urraca e allora custodito nel tesoro di Santiago), ma non al corpo di Giacomo </hi><hi rend="italic">maior</hi><hi rend="CharOverride-1">, sigillato da tempo, ad opera dello stesso Gelmírez, entro una cripta inaccessibile nella cattedrale compostellana</hi><hi rend="notes_number CharOverride-4"><hi><ref target="OP08849_xml_9_103-180.html#footnote-041">-1</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">. Peraltro, la buona fede in merito da parte di Atto e la sua sincera credenza nell’autenticità di quella reliquia, sulla quale sarebbe stato fondato a Pistoia il culto ufficiale per l’apostolo, paiono dimostrate dall’ubicazione originaria del suo avello </hi><hi rend="italic">ad sanctum</hi><hi rend="CharOverride-1">, accanto alla cappella e altare di San Iacopo da lui stesso fatti erigere nel duomo pistoiese, su cui si tornerà più oltre</hi><hi rend="notes_number CharOverride-4"><hi><ref target="OP08849_xml_9_103-180.html#footnote-040">-1</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">.</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Dal racconto dei miracoli accaduti dopo la consacrazione per la festa del 25 luglio 1145, di cui fu autore il cancelliere della repubblica pisana </hi><hi rend="italic">Cantarinus</hi><hi rend="notes_number CharOverride-4"><hi><ref target="OP08849_xml_9_103-180.html#footnote-039">-1</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">, emerge la partecipazione corale specialmente dei più umili, malati e deboli della cittadinanza, delle monache di San Pier Maggiore e dei monaci di San Bartolomeo, insieme con forestieri e abitanti del contado, ma anche l’assenza del ceto dirigente pistoiese, dei canonici e dei Vallombrosani del territorio diocesano locale. Due episodi di incredulità, inoltre, segnalavano una certa diffidenza in alcuni luoghi del contado e fra persone della città dedite alla scienza</hi><hi rend="notes_number CharOverride-4"><hi><ref target="OP08849_xml_9_103-180.html#footnote-038">-1</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">.</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Pare dunque lecito supporre che all’inizio l’istituzione del culto iacopeo di origine compostellana non abbia suscitato un’immediata e concorde adesione fra le istituzioni di vertice pistoiesi, ma abbia piuttosto consigliato un atteggiamento di prudente attendismo. Determinante dovette essere l’avallo della nuova </hi><hi rend="italic">devotio</hi><hi rend="CharOverride-1"> da parte del nuovo pontefice Eugenio III nel novembre di quello stesso anno, dopo un colloquio a Viterbo con il vescovo Atto: per quanto nelle disposizioni di tale papa a favore del culto e del pellegrinaggio </hi><hi rend="CharOverride-1">iacopeo pistoiese sia evitato di menzionare la reliquia iacopea compostellana, facendo invece riferimento solo alla nuova </hi><hi rend="italic">devotio</hi><hi rend="CharOverride-1"> formatasi in quella città della Tuscia</hi><hi rend="notes_number CharOverride-4"><hi><ref target="OP08849_xml_9_103-180.html#footnote-037">-1</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">.</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Eugenio III, comunque, avrebbe dovuto ben presto affrontare la ricorrente controversia della pieve di Santo Stefano di Prato contro il pievano di San Giusto. Mentre era in viaggio verso la Francia, dove avrebbe soggiornato fra il 1147 e il 1148, il 9 febbraio 1147 il papa inviava da Lucca una lettera al preposto pratese Ubaldo e ai suoi confratelli, informandoli di aver convocato il pievano di San Giusto e di avergli ingiunto, </hi><hi rend="italic">viva voce</hi><hi rend="CharOverride-1">, di adempiere alle prescrizioni del pontefice suo predecessore, minacciando di non lasciare impunita l’eventuale disobbedienza</hi><hi rend="notes_number CharOverride-4"><hi><ref target="OP08849_xml_9_103-180.html#footnote-036">-1</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">.</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Nel periodo quaresimale dello stesso anno Atto aveva partecipato ancora una volta al </hi><hi rend="italic">conventus abbatum</hi><hi rend="CharOverride-1"> convocato a San Salvi dall’abate maggiore Gualdo, dov’erano intervenuti ventotto fra abati e priori della congregazione</hi><hi rend="notes_number CharOverride-4"><hi><ref target="OP08849_xml_9_103-180.html#footnote-035">-1</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">. Il nuovo pontefice, cistercense e discepolo di Bernardo di Chiaravalle, si sarebbe mostrato favorevole sia al culto iacopeo e al pellegrinaggio compostellano, sia ai Vallombrosani, di cui avrebbe consacrato alcune chiese</hi><hi rend="notes_number CharOverride-4"><hi><ref target="OP08849_xml_9_103-180.html#footnote-034">-1</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">. Tuttavia egli non affidò incarichi particolari ad Atto. In Tuscia, comunque, durante il tempo della seconda crociata, si sarebbe mostrato rigido e ostile a Firenze, colpendola con l’interdetto, che dall’agosto 1148 non sarebbe stato mai revocato fino alla morte del papa avvenuta l’8 luglio 1153 e che sarebbe durato fino al febbraio 1154, perché tale città aveva assalito più volte i castelli del conte Guido Guerra mentre quest’ultimo partecipava alla </hi><hi rend="CharOverride-1">sacra missione in Terrasanta</hi><hi rend="notes_number CharOverride-4"><hi><ref target="OP08849_xml_9_103-180.html#footnote-033">-1</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">.</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Atto, intanto, dal 1140 aveva ottenuto il pieno accordo con il Comune di Pistoia e i </hi><hi rend="italic">boni homines</hi><hi rend="CharOverride-1"> della società cittadina, che risultano presenti agli atti più rilevanti di natura patrimoniale stipulati dai canonici e dal vescovo, come garanzia della regolarità di ogni negozio giuridico</hi><hi rend="notes_number CharOverride-4"><hi><ref target="OP08849_xml_9_103-180.html#footnote-032">-1</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">. Questo orientamento favorevole alla reciproca collaborazione fra clero e laici è attestato anche dal frammento statutario contenente una rubrica dell’agosto 1148, con il giuramento di un alto magistrato comunale che si impegnava, oltre a non compiere azioni ostili contro Pistoia e, in caso di conflitto, contro il conte Guido, a non agire in pregiudizio della dignità e degli onori dell’episcopato</hi><hi rend="notes_number CharOverride-4"><hi><ref target="OP08849_xml_9_103-180.html#footnote-031">-1</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">.</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Dopo la partecipazione al </hi><hi rend="italic">conventus abbatum</hi><hi rend="CharOverride-1"> del 1147 e un’ultima presenza in Tuscia per la consacrazione a Siena, con il vescovo locale, della chiesa vallombrosana di San Vincenzo nel 1148</hi><hi rend="notes_number CharOverride-4"><hi><ref target="OP08849_xml_9_103-180.html#footnote-030">-1</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">, non pare che Atto abbia raggiunto altre mete fuori dalla propria sede, forse anche per l’età ormai avanzata. I documenti disponibili provano che egli, fino alla morte avvenuta nel 1153, si era dedicato a questioni interne sia alla sua città che alla diocesi. Un’iniziativa rilevante, fra quelle promosse da Atto dal 1145, fu quella della promozione dello spedale di San Iacopo in porta Gaialdatica, lungo la via che da Pistoia si dirigeva a sud verso l’antica </hi><hi rend="italic">francigena</hi><hi rend="CharOverride-1"> e Roma. L’ospizio, dedicato specialmente a pellegrini iacopei/romei, sorgeva vicino alla chiesa di San Paolo, nella zona detta </hi><hi rend="italic">Memoreto</hi><hi rend="CharOverride-1">, in cui si trovavano altri due spedali: quello </hi><hi rend="italic">de Ombroncello</hi><hi rend="CharOverride-1"> presso la Porta San Pietro, fondato dai canonici della cattedrale</hi><hi rend="notes_number CharOverride-4"><hi><ref target="OP08849_xml_9_103-180.html#footnote-029">-1</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">, e quello, vicino, di istituzione comitale</hi><hi rend="notes_number CharOverride-4"><hi><ref target="OP08849_xml_9_103-180.html#footnote-028">-1</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">. Lo spedale di San Iacopo era già attivo il 4 ottobre 1148, quando il vescovo, in una pubblica cerimonia dinanzi alla cattedrale</hi><hi rend="notes_number CharOverride-4"><hi><ref target="OP08849_xml_9_103-180.html#footnote-027">-1</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">, ne volle accrescere la dotazione fondiaria con parte dei beni di quel conte </hi><hi rend="italic">Ugolinus</hi><hi rend="CharOverride-1"> che con le sue ultime volontà testamentarie del 18 febbraio 1113 li aveva affidati </hi><hi rend="italic">pro remedio animae</hi><hi rend="CharOverride-1"> al vescovo Ildebrando e ai suoi successori perché fossero distribuiti a loro beneplacito</hi><hi rend="notes_number CharOverride-4"><hi><ref target="OP08849_xml_9_103-180.html#footnote-026">-1</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">. La donazione avvenne nelle mani del rettore dello spedale Rusticuccio </hi><hi rend="italic">quondam </hi><hi rend="italic">Foski</hi><hi rend="CharOverride-1">, con l’obbligo annuale, in segno di dipendenza, di corrispondere al vescovo e ai suoi successori una libbra di cera per la vigilia della festa di San Zeno.</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Il successivo 6 ottobre lo stesso rettore donava tutti i propri beni all’ospizio e alla </hi><hi rend="italic">ecclesia Sancti Iacobi apostoli</hi><hi rend="notes_number CharOverride-4"><hi><ref target="OP08849_xml_9_103-180.html#footnote-025">-1</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">, </hi><hi rend="italic">causa mortis</hi><hi rend="notes_number CharOverride-4"><hi><ref target="OP08849_xml_9_103-180.html#footnote-024">-1</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">, nelle mani del medesimo Atto, ricevente </hi><hi rend="italic">vice ecclesie et ospitii Sancti Iacobi apostoli</hi><hi rend="CharOverride-1"> e dei rettori di quest’ultimo. </hi><hi rend="CharOverride-1">In entrambi i casi erano presenti i quattro consoli di Pistoia.</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Circa questo spedale urbano, non esistono prove documentarie che esso sia stato fondato dal vescovo Atto, nonostante che tutti i suoi biografi ne assegnino a lui l’istituzione. Dalle due donazioni sopra citate del 4 e 6 ottobre 1148 pare doversi dedurre che il rettore di questo ospizio – fin dall’inizio intitolato a San Iacopo – fosse allora in punto di morte e che Atto, in previsione del fatale evento, avesse fatto in modo di sottoporre alla </hi><hi rend="italic">ecclesia Sancti Iacobi</hi><hi rend="CharOverride-1"> da lui consacrata (cioè la cappella di San Iacopo in duomo) lo spedale stesso, accresciuto dalle due donazioni di beni. Ciò deporrebbe a favore, piuttosto, di una iniziale fondazione privata dello spedale, acquisito da Atto nel 1148 e al quale poco più tardi, il 24 aprile 1153, il vescovo vallombrosano avrebbe assicurato due altri terreni in affitto</hi><hi rend="notes_number CharOverride-4"><hi><ref target="OP08849_xml_9_103-180.html#footnote-023">-1</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">.</hi><hi rend="CharOverride-1"> È da notare, se mai, a proposito dell’ubicazione dell’ospizio di San Iacopo, l’anomalia del luogo prescelto, dato che tale istituzione assistenziale, trovandosi in un’area di recente urbanizzazione che già era dotata di altri due spedali, per così dire si trovava in concorrenza con loro. Tuttavia, ciò poteva anche essere possibile, nel caso in cui il flusso di forestieri e pellegrini fosse allora considerevolmente aumentato. Mi pare comunque significativo, nella topografia urbana del sacro, volta a circondare la città con una corona di santi tutelari, che l’ospizio iacopeo fosse stato collocato fra le chiese dedicate ai Santi Pietro e Paolo, ai limiti del quadrante di sud-est, che rimandavano alle due figure presenti nell’emblema pontificio e che potevano dunque figurare come i celesti tutori di quel luogo di accoglienza</hi><hi rend="notes_number CharOverride-4"><hi><ref target="OP08849_xml_9_103-180.html#footnote-022">-1</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">.</hi></p></div><div><head><hi>8. Gli ultimi anni di episcopato</hi></head><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Negli estremi anni di vita Atto dovette dedicarsi fino all’ultimo ai suoi compiti pastorali e di guida della diocesi pistoiese. Due documenti notarili, rispettivamente del 1148 e 1153, provano che egli fin quasi al termine della sua esistenza si era profuso nel recupero di beni e rendite diocesane. Il primo di essi, redatto nello stesso mese di ottobre del 1148, risulta un contratto di affitto di un terreno a Comugnano, nel territorio di Piuvica, assegnato a due persone per un canone stabilito</hi><hi rend="notes_number CharOverride-4"><hi><ref target="OP08849_xml_9_103-180.html#footnote-021">-1</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">. Vi figura come concessionario lo stesso Atto, assiso nel suo palazzo con in mano la verga quale </hi><hi rend="italic">dominus loci</hi><hi rend="CharOverride-1">, alla presenza di </hi><hi rend="italic">boni homines</hi><hi rend="CharOverride-1">, del canonico Guido che era anche il pievano di Vinacciano e di altri testimoni. La scelta di questa modalità contrattuale garantiva un rapporto chiaro fra le parti e impediva ulteriori passaggi nell’uso della proprietà (come ad esempio nel contratto di enfiteusi), che spesso si trasformava in una alienazione di fatto.</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Il secondo documento riguarda un negozio giuridico più complicato, del 16 febbraio 1153, stipulato </hi><hi rend="italic">in claustro plebis Sancti Pauli</hi><hi rend="CharOverride-1">, nella controversa zona sottoposta all’attrazione pratese</hi><hi rend="notes_number CharOverride-4"><hi><ref target="OP08849_xml_9_103-180.html#footnote-020">-1</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">. Esso ven</hi><hi rend="CharOverride-1">iva compiuto per volontà del vescovo Atto, che aveva delegato Giovanni, prete e pievano di San Paolo, a stipulare un contratto apparentemente di livello, per un censo annuo di appena 2 denari lucchesi. L’esiguità del canone stabilito prova che in realtà lo scopo della transazione era il ripristino di una condizione proprietaria precedentemente alterata e irregolare</hi><hi rend="notes_number CharOverride-4"><hi><ref target="OP08849_xml_9_103-180.html#footnote-019">-1</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">. La delega da parte di Atto per la stipula di quest’ultimo documento fa pensare che allora egli non fosse più in buone condizioni di salute: ma questo stato doveva essersi manifestato probabilmente già dal dicembre 1151, come si vedrà in seguito.</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Uno degli ultimi atti pubblici compiuti dal presule vallombrosano cade il 25 novembre 1151, come già anticipato: in tale data, per la festa di San Prospero, egli consacrava l’altare, nella nuova cappella da lui fatta costruire sulla testata destra del presbiterio della cattedrale, dedicato a San Proculo. Al santo titolare, che era anche </hi><hi rend="italic">ab antiquo</hi><hi rend="CharOverride-1"> contitolare della cattedrale di San Zeno e considerato anche ‘protovescovo’ di Verona</hi><hi rend="notes_number CharOverride-4"><hi><ref target="OP08849_xml_9_103-180.html#footnote-018">-1</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">, erano associati l’evangelista Luca e San Donato vescovo e martire: nell’altare erano riposte anche le reliquie del testimone San Teodulo</hi><hi rend="notes_number CharOverride-4"><hi><ref target="OP08849_xml_9_103-180.html#footnote-017">-1</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">. La cerimonia solennizzava la ricorrenza dell’inizio del diciannovesimo anno di episcopato di Atto, come si legge nella fonte che tramanda la notizia: e dunque essa serve a stabilire la data esatta della sua nomina come vescovo di Pistoia da parte di Innocenzo II</hi><hi rend="notes_number CharOverride-4"><hi><ref target="OP08849_xml_9_103-180.html#footnote-016">-1</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">. La consacrazione, inoltre, obbediva a quella ‘mistica dell’episcopato’ presente soprattutto negli ultimi anni dell’attività pastorale del presule, che si traduceva in gesti di deferenza verso il titolare della cattedrale e in cerimonie che ne sottolineavano il ruolo spirituale, di cui Atto stesso si sentiva l’ultimo continuatore</hi><hi rend="notes_number CharOverride-4"><hi><ref target="OP08849_xml_9_103-180.html#footnote-015">-1</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">.</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Il chiaro declino delle condizioni di salute del vescovo è suggerito dalla contemporanea concessione, l’11 dicembre 1151, di due privilegi ai canonici, da parte di Eugenio III: l’uno di conferma dei beni e pertinenze della canonica</hi><hi rend="notes_number CharOverride-4"><hi><ref target="OP08849_xml_9_103-180.html#footnote-014">-1</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">, l’altro di protezione degli spedali sottoposti ai canonici, con la significativa prescrizione che i rettori dei medesimi dovessero essere nominati dai Vallombrosani con il consenso del vescovo, se esso fosse stato </hi><hi rend="italic">catholicus</hi><hi rend="notes_number CharOverride-4"><hi><ref target="OP08849_xml_9_103-180.html#footnote-013">-1</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">. Quest’ultima riserva induce a ritenere che il clero della cattedrale pistoiese già alla fine di quell’anno si aspettasse una prossima scomparsa – e conseguente successione – del presule in carica.</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Atto non presenziò alla cerimonia, tenutasi il 19 dicembre 1152 nella canonica, con cui Arduino, il figlio del giudice e notaio Ollioro fattosi canonico di San Zeno insieme a lui, dopo la morte del padre confermava nelle mani del preposto Verno tutte le proprietà donate dal genitore, ricevendone una somma di denaro, alla presenza, fra i </hi><hi rend="italic">boni homines</hi><hi rend="CharOverride-1">, anche del console comunale </hi><hi rend="italic">Astancollo quondam Enrigecti</hi><hi rend="notes_number CharOverride-4"><hi><ref target="OP08849_xml_9_103-180.html#footnote-012">-1</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">.</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">L’ultimo documento fatto redigere in forma legale da Atto venne rogato il 24 aprile 1153 nel palazzo episcopale, in sua presenza. Con esso il vescovo concedeva in affitto allo spedale di San Iacopo due appezzamenti di terreno: uno </hi><hi rend="italic">in Fericagio</hi><hi rend="CharOverride-1"> e l’altro su cui sorgeva lo stesso ospizio</hi><hi rend="notes_number CharOverride-4"><hi><ref target="OP08849_xml_9_103-180.html#footnote-011">-1</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">. I termini contrattuali, del tutto anomali rispetto alla consueta prassi, attestano che la concessione era fatta </hi><hi rend="italic">pro remedio animae</hi><hi rend="CharOverride-1"> e che si trattava, in realtà</hi><hi rend="CharOverride-1">, di una disposizione enfiteutica, dato che non era previsto alcun termine di scadenza del contratto. Il corrispettivo richiesto, peraltro, era di natura simbolica e cultuale, dato che il canone d’affitto della prima terra era stato stabilito in una libbra d’olio annua da offrire per la vigilia della festa di San Zeno, </hi><hi rend="italic">pro luminaria ad lampadarium sanctissimi Iacobi</hi><hi rend="CharOverride-1">, e in una libbra di cera annua, alla stessa data, per la terra su cui lo spedale sorgeva, entrambe da consegnare ad Atto o ai suoi successori. In calce era apposta la firma autografa del vescovo: </hi><hi rend="italic">Ego frater Atto peccator monachus et dictus pistoriensis episcopus</hi><hi rend="CharOverride-1">. </hi><hi rend="CharOverride-1">Atto, dunque, non era in grado di donare le due terre in questione, né sappiamo a che titolo egli le potesse affittare allo spedale di San Iacopo. Tuttavia deliberatamente ne volle disporre per assicurarne l’uso perpetuo all’istituzione. A questo proposito occorre chiedersi, perciò, se tale decisione non sia piuttosto il risultato di una sua innovativa riflessione sulla proprietà, fattosi consapevole che per un ente caritativo fosse piuttosto essenziale l’uso sicuro e continuativo di tali beni. Forse era questa l’idea sottintesa al contratto, precorritrice dell’</hi><hi rend="italic">usus pauper</hi><hi rend="CharOverride-1"> che in futuro avrebbe contraddistinto gli Ordini mendicanti?</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Nel frattempo, nel marzo del 1153, lontano da Pistoia, Eugenio III a Costanza prendeva accordi col sovrano Federico di Hohenstaufen, ispirati alla reciproc</hi><hi rend="CharOverride-1">a convenienza</hi><hi rend="notes_number CharOverride-4"><hi><ref target="OP08849_xml_9_103-180.html#footnote-010">-1</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">. Il trattato, di natura eminentemente politica, era del tutto lontano da quel concordato di Worms, stipulato nel 1122 da Callisto II, che a mio avviso può dirsi l’ultimo, consapevole atto politico in cui si esprimano ancora quegli antichi indirizzi dei Padri della Chiesa che avevano sostanziato anche il configurarsi, nel corso del secolo XI, dello spirito di riforma. Un’intera epoca stava tramontando. Il successore di Atto, il vescovo Tracia (1154-1175), avrebbe riportato la Chiesa pistoiese sotto la tutela imperiale</hi><hi rend="notes_number CharOverride-4"><hi><ref target="OP08849_xml_9_103-180.html#footnote-009">-1</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">.</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Atto era morto nel 1153, e due date furono accreditate dalle fonti di cui disponiamo per il giorno del decesso: il 22 maggio o il 21 giugno</hi><hi rend="notes_number CharOverride-4"><hi><ref target="OP08849_xml_9_103-180.html#footnote-008">-1</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">.</hi></p></div><div><head><hi>9. La sepoltura</hi></head><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Inizialmente sepolto in cattedrale, traslato, secondo la tradizione vulgata, dal principio del secolo XIII</hi><hi rend="CharOverride-1"> a causa di un incendio dell’edificio, entro l’antistante battistero, il corpo del presule sarebbe stato di nuovo ivi rinvenuto, incorrotto, il 25 gennaio 1337, per essere poi riportato nel duomo pistoiese e là sepolto entro un monumento marmoreo commissionato in quell’anno dal Comune di Pistoia e fatto eseguire dall’Opera di San Iacopo. In realtà l’avello di Atto, con il relativo altare, esistenti all’inizio degli anni Ottanta del secolo XII in cattedrale, non si era mai spostato dall’ubicazione originaria, come dimostrano due inventari duecenteschi</hi><hi rend="notes_number CharOverride-4"><hi><ref target="OP08849_xml_9_103-180.html#footnote-007">-1</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">. Cambiata col tempo la mentalità, già all’inizio del 1333 una provvisione comunale attestava la necessità di dare a quella sepoltura una sistemazione più decorosa</hi><hi rend="notes_number CharOverride-4"><hi><ref target="OP08849_xml_9_103-180.html#footnote-006">-1</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">. In un momento storico in cui Pistoia, di fatto assoggettata da Firenze, aveva bisogno di ricorrere a elementi identitari – quali il culto di San Iacopo e l’esaltazione di personaggi illustri, come il vescovo Atto e il giurista e poeta Cino Sighibuldi – venne formulato il progetto di destinare ad essi un monumento funebre nella chiesa più importante della città</hi><hi rend="notes_number CharOverride-4"><hi><ref target="OP08849_xml_9_103-180.html#footnote-005">-1</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">. Tale tipo di memoria onorifica era ancora relativamente raro e riservato soprattutto a pontefici, cardinali, imperatori, sovrani e laici di rango.</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Il 26 agosto 1336 il consiglio comunale si era di nuovo pronunciato a favore dell’erezione di un monumento funebre per i</hi><hi rend="CharOverride-1">l vescovo Atto</hi><hi rend="notes_number CharOverride-4"><hi><ref target="OP08849_xml_9_103-180.html#footnote-004">-1</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">. Pertanto si procedette, il 25 gennaio 1337, all’apertura del suo avello in cattedrale, affidata al capomaestro del battistero allora in costruzione, Cellino di Nese, come la persona più competente per compiere l’operazione</hi><hi rend="notes_number CharOverride-4"><hi><ref target="OP08849_xml_9_103-180.html#footnote-003">-1</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">. La venerata salma venne esposta per un giorno in cattedrale e poi custodita nella sagrestia di San Iacopo fino a che il monumento non fosse stato pronto. Il 12 marzo seguente furono stanziate per esso 100 lire e vennero incaricati dell’esecuzione gli Operai di San Iacopo</hi><hi rend="notes_number CharOverride-4"><hi><ref target="OP08849_xml_9_103-180.html#footnote-002">-1</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">. Successivamente, con una solenne cerimonia pubblica, la salma venne riposta nel monumento, che sicuramente era stato terminato nel 1340, se non prima</hi><hi rend="notes_number CharOverride-4"><hi><ref target="OP08849_xml_9_103-180.html#footnote-001">-1</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">. Fin dalla </hi><hi rend="italic">reinventio</hi><hi rend="CharOverride-1"> erano accaduti numerosi miracoli, destinati ad essere ripetuti e riprodotti nel tempo</hi><hi rend="notes_number CharOverride-4"><hi><ref target="OP08849_xml_9_103-180.html#footnote-000">-1</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">. I tre riquadri marmorei figurati di quella tomba monumentale illustravano il ruolo pastorale di Atto e rimandavano alla storia pistoiese del culto iacopeo, che di là avrebbe cominciato a diffondersi nelle memorie scritte e a far parte anche della biografia del santo vallombrosano.</hi></p><list type="ordered">
					<item><p rend="layout_notes ParaOverride-2" ><hi rend="notes_number CharOverride-4"><ref target="OP08849_xml_9_103-180.html#footnote-226-backlink">-1</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	La necessità di ridurre, in questa occasione, una materia assai vasta al formato di un pur ampio articolo, quando invece per il suo sviluppo ottimale sarebbe stata opportuna piuttosto una monografia, ha indotto l’autrice a sintetizzare i temi principali nel testo e a rimandare in nota alle indicazioni documentarie essenziali e alla bibliografia più significativa. Tale scelta ha anche comportato la totale omissione del riferimento ai </hi><hi rend="italic">generalia</hi><hi rend="CharOverride-1"> del dibattito storiografico, che ha riproposto un ripensamento della terminologia tradizionalmente adottata e di definizioni quali ‘riforma gregoriana’ (concetto da chiarire e da approfondire ulteriormente, su cui, anche di recente, è tornato Nicolangelo D’Acunto [N. D’Acunto, </hi><hi rend="italic">La lotta per le investiture. Una rivoluzione medievale</hi><hi rend="CharOverride-1"> </hi><hi rend="italic">(998-1122)</hi><hi rend="CharOverride-1">, Carocci Editore, Roma 2020, seconda ristampa 2021, specialmente in </hi><hi rend="italic">Introduzione</hi><hi rend="CharOverride-1">, pp. 9-26], ‘monachesimo riformato’, ‘Ordine vallombrosano’ e simili, mostrandone tutta la sostanziale – ma inevitabile – approssimazione, e anche ha indotto chi scrive a continuare a usare la terminologia consueta, soprattutto per ragioni di comodo e di semplificazione narrativa. Nel testo, comunque, tali definizioni, proprio per sottolinearne l’area semantica imprecisa, sono state costantemente segnalate ponendo le parole fra apici semplici. Nello sviluppo dei vari temi trattati non è parso opportuno riprendere per esteso – per evitare il tedioso ricorso al </hi><hi rend="italic">replay</hi><hi rend="CharOverride-1"> d’autore – l’intera questione dell’istituzione del culto iacopeo da parte del vescovo vallombrosano</hi><hi rend="CharOverride-1"> </hi></p><p rend="layout_notes" ><hi rend="CharOverride-1">	Atto e dei suoi rapporti con Compostella: che avrebbe inutilmente appesantito, con riferimenti bibliografici già da tempo segnalati, l’apparato di note. Si è preferito, invece, fare riferimento ai soli ultimi risultati della ricerca sul tema, allo scopo di renderne più agevole l’inserimento soprattutto nel contesto storico in cui Atto si trovava ad agire. Si segnala infine che un’attenta valutazione dell’epistolografia del tempo e in generale della documentazione ufficiale disponibile, per quanto conosciuta e attinente ai temi trattati – ivi compresi i problemi di ricostruzione testuale e l’influenza degli stereotipi noti dell’</hi><hi rend="italic">ars dictaminis</hi><hi rend="CharOverride-1">, nonché della trasmissione per copia –, ha indotto chi scrive, per precisa scelta di metodo, a discostarsi dagli orientamenti storiografici prevalenti (in cui rimane una certa diffidenza per tale tipo di fonti) e ad attribuire ad esse un maggior valore di testimonianza, quali elementi rivelatori di personalità e caratteri dei mittenti o comunque dei referenti. L’autrice è, infatti, convinta che proprio all’interno di quel secolo XII cui appartenne anche il monaco e vescovo Atto, epoca feconda di maturazione dei valori fondanti della stessa civiltà ecclesiale e comunale in Italia, sia stato formulato il linguaggio dell’interiorità sia in campo intellettuale che letterario e figurativo, poi fiorito nella civiltà ‘gotica’. Abbreviazioni usate nel presente contributo: ACP = Archivio Capitolare di Pistoia; ASF = Archivio di Stato di Firenze; ASP = Archivio di Stato di Pistoia; </hi><ref target="https://www.fupress.com"><hi rend="CharOverride-1">AA.SS</hi></ref><hi rend="CharOverride-1"> = </hi><hi rend="italic">Acta Sanctorum</hi><hi rend="CharOverride-1">; BHL = </hi><hi rend="italic">Bibliotheca Hagiographica Latina</hi><hi rend="CharOverride-1">; MGH = </hi><hi rend="italic">Monumenta Germaniae Historica</hi><hi rend="CharOverride-1">; PL = </hi><hi rend="italic">Patrologia Latina</hi><hi rend="CharOverride-1">; RCP = </hi><hi rend="italic">Regesta chartarum pistoriensium</hi><hi rend="CharOverride-1">; </hi><ref target="https://www.fupress.com"><hi rend="CharOverride-1">RR.II.SS</hi></ref><hi rend="CharOverride-1">. = </hi><hi rend="italic">Rerum Italicarum Scriptores. </hi><hi rend="CharOverride-1">Non sono state seguite le norme editoriali previste per quanto riguarda il nome del curatore, o dei curatori (generalmente da premettere al titolo della relativa opera) nei seguenti casi: per l’edizione di fonti; per opere cui sia premesso il nome dell’autore o il riferimento ad esso; per il titolo degli ultimi tre dei quattro volumi della </hi><hi rend="italic">Storia di Pistoia</hi><hi rend="CharOverride-1"> (1988-2000).</hi></p></item>
				</list><list type="ordered">
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-4"><ref target="OP08849_xml_9_103-180.html#footnote-225-backlink">2</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	</hi><hi rend="CharOverride-1">Sugli studi dedicati alle diverse tematiche afferenti alla congregazione vallombrosana e al monachesimo benedettino cfr. F. Salvestrini, </hi><hi rend="italic">Bibliografia storica ragionata dell’Ordine Vallombrosano</hi><hi rend="CharOverride-1">, «Reti Medievali», 2, dicembre 2002, </hi><ref target="https://www.fupress.com"><hi rend="CharOverride-1">https://www.doi.org/10.6092/1593-2214/242</hi></ref><hi rend="CharOverride-1"> (12.23); Id., </hi><hi rend="italic">La storiografia sul movimento e sull’Ordine monastico di Vallombrosa</hi><hi rend="CharOverride-1">, «Quaderni Medievali», 53, 2002, pp. 294-323; in una prospettiva di storiografia monastica comparata, cfr. Id., </hi><hi rend="italic">La più recente storiografia sul monachesimo italiano medievale (ca. 1984 - 2004)</hi><hi rend="CharOverride-1">, «Benedictina», 53/2, 2006, pp. 435-515; Id., </hi><hi rend="italic">Per un bilancio della più recente storiografia sul monachesimo italico d’età medievale</hi><hi rend="CharOverride-1">, «Quaderni di storia religiosa medievale», 22, 2019, pp. 307-361. Una illuminante sintesi sul periodo iniziale del monachesimo vallombrosano è offerta da C. Leonardi, </hi><hi rend="italic">La prima età vallombrosana. A conclusione di un convegno</hi><hi rend="CharOverride-1">, in G. Monzio Compagnoni (a cura di), </hi><hi rend="italic">I Vallombrosani nella società italiana dei secoli XI e XII</hi><hi rend="CharOverride-1">, Atti del I Colloquio vallombrosano (Vallombrosa, 3-4 settembre 1993), Edizioni Vallombrosa, Vallombrosa 1995, pp. 291-294. Cfr. anche F. Salvestrini, </hi><hi rend="italic">La prova del fuoco. Vita religiosa e identità cittadina nella tradizione del monachesimo fiorentino (seconda metà del secolo XI)</hi><hi rend="CharOverride-1">, «Studi Medievali», s. III, 57/1, 2016, pp. 88-127.</hi></p></item>
				</list><list type="ordered">
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-4"><ref target="OP08849_xml_9_103-180.html#footnote-224-backlink">-1</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	</hi><hi rend="CharOverride-1">Gli ultimi profili biografici dedicati ad Atto sono compresi nella seconda metà del secolo scorso: consistono in una monografia, cfr. S. Ferrali, </hi><hi rend="italic">Vita di S. Atto monaco Vallombrosano e vescovo di Pistoia</hi><hi rend="CharOverride-1">, Tipografia Pistoiese, Pistoia 1953, e nelle ‘voci’ redatte da Benvenuto Matteucci, Alessandro Pratesi, Antonella Degl’Innocenti: cfr. B. Matteucci, </hi><hi rend="italic">Attone (Atto) vescovo di Pistoia, santo</hi><hi rend="CharOverride-1">, in </hi><hi rend="italic">Bibliotheca Sanctorum</hi><hi rend="CharOverride-1">, II, Istituto Giovanni XXIII della Pontificia Università Lateranense, Roma 1962, coll. 573-576; A. Pratesi, </hi><hi rend="italic">Attone, santo</hi><hi rend="CharOverride-1">, in </hi><hi rend="italic">Dizionario Biografico degli Italiani</hi><hi rend="CharOverride-1">, IV, Istituto della Enciclopedia Italiana, Roma 1962, pp. 566-567; A. Degl’Innocenti, </hi><hi rend="italic">Attone di Pistoia</hi><hi rend="CharOverride-1">, in E. Guerriero e D. Tuniz (a cura di), </hi><hi rend="italic">Il grande libro dei Santi. Dizionario enciclopedico</hi><hi rend="CharOverride-1">, 3 voll., San Paolo, Cinisello Balsamo (MI) 1998, I, pp. 224-226. Per quanto ben poche notizie documentarie fossero sfuggite alle approfondite ricerche compiute in occasione del processo di beatificazione del presule vallombrosano conclusosi nel 1605, sia negli archivi pistoiesi che nelle biblioteche e negli archivi della congregazione di San Giovanni Gualberto, e rifluite nelle monografie dedicate ad Atto dagli inizi del secolo XVII fino al secolo scorso, occorre tuttavia attualmente aggiornare la sua biografia alla luce delle recenti acquisizioni storiografiche. Peraltro, mancano ancora alla ricostruzione complessiva della sua personalità le auspicabili indagini specialistiche che finora sono state applicate alla sua opera principale, la </hi><hi rend="italic">Vita secunda</hi><hi rend="CharOverride-1"> di Giovanni Gualberto, ma devono ancora essere compiute sulle altre opere a lui attribuite: una presuntiva </hi><hi rend="italic">Vita</hi><hi rend="CharOverride-1"> di Bernardo degli Uberti, una </hi><hi rend="italic">Passio</hi><hi rend="CharOverride-1"> e una </hi><hi rend="italic">Missa sancti Barnabae</hi><hi rend="CharOverride-1">; il testo agiografico destinato al culto pistoiese per l’apostolo Giacomo </hi><hi rend="italic">maior</hi><hi rend="CharOverride-1">, una raccolta di sermoni e di lettere.</hi></p></item>
				</list><list type="ordered">
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-4"><ref target="OP08849_xml_9_103-180.html#footnote-223-backlink">-1</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	Cfr. </hi><hi rend="italic">Statuti pistoiesi del secolo XII. Breve dei consoli (1140-1180). Statuto del podestà (1162-1180)</hi><hi rend="CharOverride-1">, edizione e traduzione a cura di N. Rauty, Comune di Pistoia e Società pistoiese di storia patria, Pistoia 1996: </hi><hi rend="italic">Statutum potestatis</hi><hi rend="CharOverride-1">, </hi><hi rend="italic">Additiones</hi><hi rend="CharOverride-1">, rubrica [S. 81], databile poco dopo il 1180: </hi><hi rend="italic">Et statuimus</hi><hi rend="italic"> ut oblatio tota </hi><hi rend="CharOverride-1">[que] </hi><hi rend="italic">fu</hi><hi rend="CharOverride-1">[eri]</hi><hi rend="italic">t </hi><hi rend="CharOverride-1">[obla]</hi><hi rend="italic">ta apud </hi><hi rend="CharOverride-1">[altare]</hi><hi rend="italic"> sancti Acti </hi><hi rend="italic">perveniat ad operam et ad opera</hi><hi rend="CharOverride-1">[ri]</hi><hi rend="italic">os sancti Ia</hi><hi rend="CharOverride-1">[cob]</hi><hi rend="italic">i et operarii sic teneantur custodire illam </hi><hi rend="italic">tamquam oblati</hi><hi rend="CharOverride-1">[onem]</hi><hi rend="italic"> sancti Iacobi</hi><hi rend="CharOverride-1">. Il rapido cambiamento della situazione politica pistoiese dopo la morte di Atto aveva portato al passaggio della giurisdizione sul culto iacopeo e sull’amministrazione dei beni della cappella di San Iacopo, inizialmente spettante al vescovo, all’omonima Opera comunale, già funzionante nel 1170: cfr. RCP, </hi><hi rend="italic">Pistoia, Comune (e Sant’Iacopo, Opera), 1168-1172</hi><hi rend="CharOverride-1">, a cura di M. Mariani e P. Turi, «Bullettino storico pistoiese», 122, 2020, pp. 223-231: 227, regesto 137, 28 aprile 1170. Con la disposizione statutaria sopra indicata si regolarizzava probabilmente una situazione di fatto già esistente, per il culto del vescovo ritenuto santo, evidentemente sepolto in cattedrale, dove allora il Comune aveva competenza giurisdizionale. Due inventari duecenteschi lo provano, su cui cfr. la nota 220. Di diverso avviso Natale Rauty: cfr. N. Rauty</hi><hi rend="CharOverride-1">, </hi><hi rend="italic">Il culto dei santi a Pistoia nel Medioevo</hi><hi rend="CharOverride-1">, Sismel - Edizioni del Galluzzo, Firenze 2000, pp. 28-29, nota 126.</hi></p></item>
				</list><list type="ordered">
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-4"><ref target="OP08849_xml_9_103-180.html#footnote-222-backlink">-1</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	La memoria della </hi><hi rend="italic">reinventio</hi><hi rend="CharOverride-1"> del corpo incorrotto del vescovo Atto il 25 gennaio 1337, scritta in origine sugli ultimi fogli bianchi di un antifonario per le celebrazioni liturgiche iacopee oggi perduto, dove erano registrati anche i miracoli allora accaduti per circa un ventennio, si è conservata, insieme con altri testi agiografici del culto iacopeo ivi copiati, in un ms. cartaceo del tardo Quattrocento, oggi in ASP, </hi><hi rend="italic">Documenti vari 27</hi><hi rend="CharOverride-1">: cfr. L. Gai, </hi><hi rend="italic">L’altare argenteo di San Iacopo nel duomo di Pistoia. Contributo alla storia dell’oreficeria gotica e rinascimentale italiana</hi><hi rend="CharOverride-1">, Allemandi, Torino 1984, pp. 33-44: 33-35, 189-190, note 21, 22 e anche pp. 93, 207, nota 133; Ead., </hi><hi rend="italic">Testimonianze jacobee e riferimenti compostellani nella storia di Pistoia dei secoli XII-XIII</hi><hi rend="CharOverride-1">, in L. Gai (a cura di), </hi><hi rend="italic">Pistoia e il Cammino di Santiago. Una dimensione europea nella Toscana medioevale</hi><hi rend="CharOverride-1">, Atti del Convegno internazionale di Studi (Pistoia, 28-30 settembre 1984), Edizioni Scientifiche Italiane, Napoli 1987, pp. 119-230: 151-167, 203-206; Ead., </hi><hi rend="italic">Una «summa» tardo-quattrocentesca dei codici medioevali </hi><hi rend="italic">iacopei di Pistoia</hi><hi rend="CharOverride-1">, in L. Gai, R. Manno Tolu e G. Savino (a cura di), </hi><hi rend="italic">L’apostolo san Jacopo in documenti dell’Archivio di Stato di Pistoia</hi><hi rend="CharOverride-1">, Archivio di Stato di Pistoia, Pistoia 1984, pp. 41-45. L’istituzione del culto iacopeo di origine compostellana da parte del presule vallombrosano nel 1145, talvolta insieme alle circostanze della </hi><hi rend="italic">reinventio</hi><hi rend="CharOverride-1"> del 1337, come temi di più rilevante interesse apologetico e storico, nel secolo XV erano passati sia nel </hi><hi rend="italic">Chronicon</hi><hi rend="CharOverride-1"> redatto dall’umanista pistoiese Sozomeno, sia nella memorialistica vallombrosana con il monaco Girolamo da Raggiolo e, in seguito, nei due filoni distinti della storiografia erudita della congregazione di Giovanni Gualberto e della città di Pistoia. Sulle testimonianze agiografiche relative ad Atto cfr. Rauty</hi><hi rend="CharOverride-1">, </hi><hi rend="italic">Il culto dei santi</hi><hi rend="CharOverride-1">, cit., pp. 28-29, 90-92; A. Degl’Innocenti, </hi><hi rend="italic">Attone, agiografo e santo nella memoria vallombrosana e pistoiese</hi><hi rend="CharOverride-1">, in A. Benvenuti e R. Nelli (a cura di), </hi><hi rend="italic">Culto dei santi e culto dei luoghi nel medioevo pistoiese</hi><hi rend="CharOverride-1">, Atti del Convegno di Studi (Pistoia, 16-17 maggio 2008), Società pistoiese di storia patria - Fondazione Cassa di Risparmio di Pistoia e Pescia, Pistoia 2010, pp. 97-112: 99-101; R. Argenziano, </hi><hi rend="italic">L’iconografia del «Beato Atto vescovo di Pistoia» e la possibile ricostruzione del suo antico sepolcro</hi><hi rend="CharOverride-1">, ivi, pp. 113-142: 117, nota 14, 118, note 16, 18, 19.</hi></p></item>
				</list><list type="ordered">
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-4"><ref target="OP08849_xml_9_103-180.html#footnote-221-backlink">-1</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	Di questa lunga tradizione orale legata al culto di Atto dalla </hi><hi rend="italic">reinventio</hi><hi rend="CharOverride-1"> del 1337 fino alla beatificazione del vescovo nel 1605 è testimone il primo biografo pistoiese, il canonico e protonotario apostolico Cosimo Bracciolini: cfr. C. Bracciolini, </hi><hi rend="italic">Vita del B. Atto vescovo di Pistoia e prima ottavo Generale della Congregazione de’ Monaci di Vallombrosa</hi><hi rend="CharOverride-1"> […], Giunti, Firenze 1606, pp. 4 (dove l’autore dichiara che, in mancanza di documenti certi, potevano soccorrere sia ragionevoli ipotesi sia «traditioni antichissime» che «per ancora vivono nelle bocche de’ buoni»), 16 (dove si ricorda, presso il monumento funebre di Atto, la presenza eloquente delle testimonianze di quel culto, come «una tavola antica, appesa al detto sepolcro», con l’elenco dei miracoli accaduti nel 1337 e anni seguenti, che erano anche «registrati ne’ publici libri» e attestati dagli ex-voto d’argento). Spettava di solito al sagrestano della cappella di San Iacopo, dove si celebrava la </hi><hi rend="italic">missa sancti Acti</hi><hi rend="CharOverride-1">, illustrare ai devoti e ai forestieri le </hi><hi rend="italic">gesta episcopi</hi><hi rend="CharOverride-1">. Nel 1623 l’erudito memorialista e sagrestano della cappella di San Iacopo, Pandolfo </hi><hi rend="CharOverride-1">Arferuoli, nel dare di nuovo alle stampe la </hi><hi rend="italic">Vita del beato Atto</hi><hi rend="CharOverride-1"> pubblicata da suo cugino Francesco Forteguerri nel 1608 e ormai esaurita, spiegava il moltiplicarsi di tale genere agiografico a Pistoia con la richiesta di «quei Signori Forestieri» che visitavano il corpo del vescovo Atto e desideravano di poter disporre «di una storia della sua vita», con «quella sodisfatione, che non se le può dare con la voce in breve spatio di tempo»: dedica iniziale in F. Forteguerri, </hi><hi rend="italic">Vita del beato Atto vescovo di Pistoia</hi><hi rend="CharOverride-1"> […], (edizioni 1608, 1623) nuova edizione (a cura di Gherardo Bracali), Gherardo Bracali, Pistoia 1818.</hi></p></item>
				</list><list type="ordered">
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-4"><ref target="OP08849_xml_9_103-180.html#footnote-220-backlink">-1</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	Degl’Innocenti, </hi><hi rend="italic">Attone, agiografo e santo</hi><hi rend="CharOverride-1">, cit., pp. 102-104; cfr. anche Ead., </hi><hi rend="italic">L’opera agiografica di Girolamo da Raggiolo</hi><hi rend="CharOverride-1">, «Hagiographica», 10, 2003, pp. 79-105.</hi></p></item>
				</list><list type="ordered">
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-4"><ref target="OP08849_xml_9_103-180.html#footnote-219-backlink">-1</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	Cfr. Ead., </hi><hi rend="italic">Attone, agiografo e santo</hi><hi rend="CharOverride-1">, cit., p. 103. Il testo evidentemente si riferisce alla situazione trecentesca del duomo pistoiese, dopo la costruzione del sepolcro marmoreo del vescovo vallombrosano accanto alla cappella di San Iacopo, e pare dipendere dal </hi><hi rend="italic">Chronicon</hi><hi rend="CharOverride-1"> del Sozomeno. L’opera dell’umanista e canonico della cattedrale pistoiese Zomino di ser Bonifazio (1378-1458), che si firmava con lo pseudonimo di Sozomeno, nella seconda metà del Quattrocento esisteva nell’archivio comunale ed era nota anche a Firenze, dato che fu copiata nel 1474 da Leonardo Dati e nel 1484 dal segretario della Repubblica fiorentina Bartolomeo Scala: cfr. V. Capponi, </hi><hi rend="italic">Bibliografia pistoiese</hi><hi rend="CharOverride-1">, Tipografia Rossetti, Pistoia 1874, rist. anast. Forni, Bologna 1971, pp. 314-316. Il </hi><hi rend="italic">Chronicon universale ab Urbe condita usque ad annum 1455</hi><hi rend="CharOverride-1">, edito parzialmente (per gli anni 1362-1410) da Ludovico Antonio Muratori nel secolo XVIII, cfr. </hi><ref target="https://www.fupress.com"><hi rend="CharOverride-1">RR.II.SS</hi></ref><hi rend="CharOverride-1">., tomo 16, pp. 1059 sgg., venne completato con l’edizione nel 1908 della parte che comprendeva gli anni 1411-1455: cfr. Sozomeno (Zomino di ser Bonifacio), </hi><hi rend="italic">Chronicon Universale (1411-1455)</hi><hi rend="CharOverride-1">, a cura di G. Zaccagnini, in </hi><ref target="https://www.fupress.com"><hi rend="CharOverride-1">RR.II.SS</hi></ref><hi rend="CharOverride-1">., XVI, I, Città di Castello 1908, pp. 1-54. Tuttavia già nel 1755 il dotto gesuita Francesco Antonio Zaccaria ne aveva pubblicato il brano, sotto l’anno 1145, relativo ai rapporti di Atto con l’ambiente </hi><hi rend="CharOverride-1">compostellano per ottenere la reliquia dell’apostolo Giacomo </hi><hi rend="italic">maior</hi><hi rend="CharOverride-1">: cfr. F. A. Zaccaria, </hi><hi rend="italic">Anecdotorum Medii Aevi maximam partem ex archivis pistoriensibus </hi><hi rend="italic">collectio </hi><hi rend="CharOverride-1">[…], Tipografia Regia, Torino 1755, </hi><hi rend="italic">Additiones</hi><hi rend="CharOverride-1">, p. 453. Sempre da ambiente pistoiese sembra derivare la definizione della cappella di San Iacopo, nel testo di Girolamo da Raggiolo, come </hi><hi rend="italic">templum illud divi Iacobi, quod Pistorii dicatum est, opimis spoliis</hi><hi rend="italic"> et vasis sacris aureis et argenteis sua </hi><hi rend="CharOverride-1">(di Atto)</hi><hi rend="italic"> tempestate et deinde usque ad hec tempora mirifice ornatum</hi><hi rend="CharOverride-1">, che riprende da vicino il testo del Sozomeno riportato poi dallo Zaccaria, cfr. </hi><hi rend="italic">ibidem</hi><hi rend="CharOverride-1">, dove è ricordato il prezioso tesoro di San Iacopo formato dall’altare argenteo e dalle molte suppellettili liturgiche d’oro e d’argento. Tuttavia, mentre Sozomeno si riferisce sempre chiaramente alla cappella di San Iacopo, dov’è necessario, Girolamo da Raggiolo equivoca identificandola con lo stesso duomo pistoiese, evidentemente non conoscendo Pistoia, né la sua cattedrale. Perciò egli dichiara che il corpo del santo vescovo Atto </hi><hi rend="italic">adhuc in ipsius ecclesia S. Iacobi</hi><hi rend="CharOverride-1"> […]</hi><hi rend="italic"> integrum</hi><hi rend="italic"> ostenditur</hi><hi rend="CharOverride-1">. Non credo comunque che l’autore del «medaglione» biografico dedicato ad Atto fosse a conoscenza che in documenti coevi a tale presule la cappella di San Iacopo era chiamata </hi><hi rend="italic">ecclesia</hi><hi rend="CharOverride-1">: cfr. RCP, </hi><hi rend="italic">Vescovado secoli XI e XII</hi><hi rend="CharOverride-1">, a cura di N. Rauty, Società pistoiese di storia patria, Pistoia 1974, regesto 32, 6 ottobre 1148, pp. 47-48: </hi><hi rend="italic">ecclesia S. Iacobi apostoli</hi><hi rend="CharOverride-1">; anche perché il monaco Girolamo nel passo citato si riferisce chiaramente alla cattedrale, dov’era il monumento funebre di Atto, e non alla cappella, dove quest’ultimo non è mai stato. Sul documento in questione cfr. però la seguente nota 200. Si desidera inoltre segnalare qui un altro caratteristico equivoco testuale di Girolamo da Raggiolo, che finisce per essere un vero e proprio ‘marcatore’ delle successive compilazioni da quest’ultimo dipendenti. Egli scriveva che </hi><hi rend="italic">adhuc extant epistole domini Rannerii cardinalis et episcopi Compostellanensis</hi><hi rend="italic"> et ipsius beati Actonis episcopi Pistoriensis, in quibus agitur qualiter sanctissimi Iacobi caput dono Pistorium usque summa cum</hi><hi rend="italic"> veneratione misit</hi><hi rend="CharOverride-1"> (cfr. Degl’Innocenti, </hi><hi rend="italic">Attone, agiografo e santo</hi><hi rend="CharOverride-1">, cit., p. 103, che l’autrice integra con ‹Didaci› inserito fra </hi><hi rend="italic">Rannerii cardinalis</hi><hi rend="CharOverride-1"> e </hi><hi rend="italic">episcopi Compostellanensis</hi><hi rend="CharOverride-1">). Il testo, in effetti di significato ambiguo, induce a dare alla prima delle due congiunzioni nell’elenco dei tre personaggi il valore di un’endiadi, e quindi a conferire alle parole </hi><hi rend="italic">episcopi Compostellanensis</hi><hi rend="CharOverride-1"> il ruolo di un’apposizione di </hi><hi rend="italic">Rannerii cardinalis</hi><hi rend="CharOverride-1">. Così anche «un Codice Ms della Magliabechiana, contenente la Vita d’alcuni santi Vallombrosani, e dedicato a Lorenzo il Magnifico», che Giovanni Breschi segnalava nel 1855 (cfr. G. Breschi, </hi><hi rend="italic">Storia di S. Atto vescovo di Pistoia</hi><hi rend="CharOverride-1">, Malachia Toni, Pistoia 1855, rist. anast. Kessinger Legacy Reprints, USA, pp. 278-279), riportandone il brano su Atto in versione italiana – che non ho potuto esaminare direttamente – dichiarava che «messer Ranieri» era «cardinale e vescovo </hi><hi rend="CharOverride-1">compostellanense» (ivi, p. 278). In più, rispetto al testo di Girolamo da Raggiolo pubblicato da Degl’Innocenti, nel manoscritto visto dal Breschi si trovava anche il brano con la </hi><hi rend="italic">reinventio</hi><hi rend="CharOverride-1"> del corpo di Atto nel 1337 e con la notizia della sua traslazione «nella sopradetta cappella» (p. 279). Un altro manoscritto, già cinquecentesco, che rivela la consultazione del «medaglione» di Girolamo da Raggiolo è quello, conservatosi in copia dell’inizio del secolo XVII, attualmente esistente nella Biblioteca Vallicelliana di Roma, con segnatura H.3, cfr. più oltre la nota 16.</hi></p></item>
				</list><list type="ordered">
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-4"><ref target="OP08849_xml_9_103-180.html#footnote-218-backlink">-1</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	Degl’Innocenti, </hi><hi rend="italic">Attone, agiografo e santo</hi><hi rend="CharOverride-1">, cit., p. 102: </hi><hi rend="italic">Beatus Acto huius Sanctae Mariae monasterii abbas et totius ordinis generalis extitit</hi><hi rend="CharOverride-1">. </hi></p></item>
				</list><list type="ordered">
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-4"><ref target="OP08849_xml_9_103-180.html#footnote-217-backlink">-1</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	Funzionale al culto, l’iconografia risulta una forma d’interesse parallela alla tradizione agiografica orale e scritta su personaggi come il vescovo vallombrosano Atto. Il principale tramite per l’elaborazione figurativa del presule si rivela inizialmente l’Opera di San Iacopo, e anche la cappella dedicata all’apostolo, oggi perduta, nella quale le pareti e la volta erano affrescate con dipinti dei secoli XIII e XIV anche con storie iacopee. In essa l’altare argenteo di San Iacopo conteneva, tra le statuette del dossale rielaborato fra 1380 e 1390 dall’orafo Piero d’Arrigo Tedesco, anche quella del beato vescovo Atto, con aureola raggiata, volutamente somigliante all’analoga figura di san Zeno: cfr. Gai, </hi><hi rend="italic">L’altare argenteo</hi><hi rend="CharOverride-1">, cit., pp. 126-135: 134, figg. 187-188. Pone un problema un medaglione quadrilobo smaltato, appartenente alla serie realizzata dall’orafo pistoiese Andrea di Iacopo d’Ognabene per il paliotto anteriore finito nel dicembre del 1316, e raffigurante appunto il vescovo Atto: ivi, p. 102, fig. 98. Il presule, a mezzo busto, è rappresentato come un vescovo mitrato, privo di aureola, in atto di mostrare in modo eloquente, alzando il braccio destro per richiamare l’attenzione, il dittico contenente le epistole compostellane. Il volto, incorniciato da una capigliatura corta e mossa, reca baffi e una breve barba. La rarissima immagine, cui ho fatto cenno anche in Ead., </hi><hi rend="italic">Santiago el</hi><hi rend="italic"> Mayor patrono di Pistoia: per una rilettura storiografica</hi><hi rend="CharOverride-1">, in P. Caucci von Saucken (coordinatore), </hi><hi rend="italic">Iacobus patronus</hi><hi rend="CharOverride-1">, X Congreso internacional de estudios jacobeos (Santiago de Compostela, 9-11 novembre 2017), Xunta de Galicia, Santiago de Compostela 2020, pp. 329-399: 349 fig. 9, in quanto è anteriore alla </hi><hi rend="italic">reinventio</hi><hi rend="CharOverride-1"> del corpo incorrotto del vescovo Atto avvenuta il 25 gennaio 1337, quando la salma poté essere esaminata – e conseguentemente antecedente all’esecuzione del monumento funebre a lui dedicato – pone il problema se per essa vi sia stata una fonte iconografica diretta o indiretta. Sta di fatto che la raffigurazione nello smalto del 1316 risulta il chiaro prototipo di quella che caratterizza il vescovo Atto nei tre riquadri del monumento marmoreo per cui nel 1337 si erano spese 100 lire: cfr. anche Argenziano, </hi><hi rend="italic">L’iconografia del «Beato Atto»</hi><hi rend="CharOverride-1">, cit., pp. 122-130, che ritiene di identificare nella figura di vescovo nel primo riquadro a sinistra quella di Diego Gelmírez: ivi, p. 128. Sul monumento funebre trecentesco cfr. anche: E. Neri Lusanna, </hi><hi rend="italic">La scultura a Pistoia, canone toscano di intrecci artistici internazionali</hi><hi rend="CharOverride-1">, in A. Tartuferi, E. Neri Lusanna e A. Labriola (a cura di), </hi><hi rend="italic">Medioevo a Pistoia. Crocevia di artisti fra Romanico e Gotico</hi><hi rend="CharOverride-1">, catalogo della mostra (Pistoia, 27 novembre 2021-8 maggio 2022), Mandragora, Firenze 2021, pp. 29-51: 47 fig. 27, 48. Nel 1407 il pittore pistoiese Sano di Giorgio aveva affrescato entro un clipeo, a monocromo su fondo un tempo blu (ora con la sola base rossastra), l’immagine del vescovo Atto con la cassetta della reliquia iacopea nella mano sinistra, su una delle crociere della volta dell’Udienza nuova dell’Opera di San</hi><hi rend="CharOverride-1"> Iacopo, insieme ad altre tre figure di santi protettori di Pistoia, fra cui di nuovo san Zeno, accentuatamente simile ad Atto: cfr. N. Rauty, </hi><hi rend="italic">L’antico palazzo dei Vescovi a Pistoia, I. Storia e restauro</hi><hi rend="CharOverride-1">, Olschki, Firenze 1981, pp. 152, 154 fig. 59, 301 documento 54. Di questi dipinti davano ancora notizia, nel tardo Seicento, i Bollandisti, che notavano la somiglianza della figura affrescata con quella statuetta argentea di Piero d’Arrigo: </hi><hi rend="italic">Et huic parvae statuae prorsus similis est pictura pervetus, in </hi><hi rend="italic">eo conclavi quod audiendis causis, ad Dominorum Operariorum iurisdictionem spectantibus, servire solebat; ubi </hi><hi rend="italic">supra ipsius Scribae cellam depictus fornix, S. Acti, triumque aliorum Pistoriensium </hi><hi rend="italic">Patronorum imaginem exprimit, cum mitra Episcopali ac diademate</hi><hi rend="CharOverride-1">, in Argenziano, </hi><hi rend="italic">L’iconografia del «Beato Atto»</hi><hi rend="CharOverride-1">, cit. p. 142, nota 72 (che non riesce a identificare l’ambiente, ritenendolo «un locale della cattedrale» i cui dipinti menzionati sarebbero stati perduti).</hi></p></item>
				</list><list type="ordered">
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-4"><ref target="OP08849_xml_9_103-180.html#footnote-216-backlink">-1</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	Nel secolo XV a Firenze l’iconografia del vescovo Atto viene elaborata in ambito vallombrosano e umanistico, in cui si formano anche le opere di Girolamo da Raggiolo. La testimonianza figurativa più nota è l’affresco, un tempo in San Pancrazio a Firenze, poi staccato e trasportato nella chiesa vallombrosana di Santa Trinita, eseguito dal pittore mediceo Neri di Bicci nel 1455 e raffigurante </hi><hi rend="italic">San Giovanni Gualberto in trono fra santi e beati della congregazione vallombrosana</hi><hi rend="CharOverride-1">, su cui cfr. anche Argenziano, </hi><hi rend="italic">L’iconografia del «Beato Atto»</hi><hi rend="CharOverride-1">, cit., pp. 132, 133 fig. 10. Nel dipinto, che rispondeva alle contemporanee esigenze di riforma della Chiesa e delle sue strutture di riferimento spirituale, Atto è rappresentato accanto al fondatore, in piedi e di tre quarti, con l’aureola di santo e risulta una versione figurativa più ingentilita e spiritualizzata rispetto a quella elaborata fra Tre e Quattrocento in ambito pistoiese. Dall’immagine dipinta da Neri di Bicci deriva anche l’incisione al tratto di Pietro Nocchi, su disegno di A. Pezzati, eseguita per l’antiporta del volume di Breschi, </hi><hi rend="italic">Storia di S. Atto</hi><hi rend="CharOverride-1">, cit. (1855): menzionata senza alcun commento da Argenziano, </hi><hi rend="italic">L’iconografia del «Beato Atto»</hi><hi rend="CharOverride-1">, cit., pp. 139, fig. 24, 140.</hi></p></item>
				</list><list type="ordered">
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-4"><ref target="OP08849_xml_9_103-180.html#footnote-215-backlink">-1</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	Ne fornisce un primo elenco Salvestrini, </hi><hi rend="italic">Bibliografia storica </hi><hi rend="CharOverride-1">(2002), cit., sezione </hi><hi rend="italic">Memorialistica ed erudizione monastiche fra XV e XVIII secolo</hi><hi rend="CharOverride-1">; ad alcuni di quei lemmi bibliografici si riferisce anche Degl’Innocenti, </hi><hi rend="italic">Attone, agiografo e santo</hi><hi rend="CharOverride-1">, cit., pp. 99, 102, 105, 107-111 nel relativo apparato di note. Pare risalire a una </hi><hi rend="italic">Vita</hi><hi rend="CharOverride-1"> di Atto, manoscritta nell’archivio di Santa Trinita e compilata da don Marco Bartoli, presidente della congregazione vallombrosana dal 1547 al 1550, l’origine della ‘leggenda lusitana/iberica’ circa la patria del personaggio: cfr. ivi, p. 108, nota 44.</hi></p></item>
				</list><list type="ordered">
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-4"><ref target="OP08849_xml_9_103-180.html#footnote-214-backlink">-1</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	Nell’opera del vallombrosano Eudosio Loccatelli intitolata </hi><hi rend="italic">Vita del glorioso padre San Giovangualberto fondatore dell’Ordine di Vallombrosa. Insieme con le Vite di tutti i Generali, Beati e Beate, che ha di tempo in tempo havuto la sua Religione</hi><hi rend="CharOverride-1">, Giorgio Marescotti, Firenze 1583 l’attribuzione di origini iberiche ad Atto era già accolta come una notizia, e del vescovo vallombrosano si faceva cenno anche a miracoli accaduti prima della morte: cfr. Degl’Innocenti </hi><hi rend="italic">Attone, agiografo e santo</hi><hi rend="CharOverride-1">, cit., p. 107 nota 40.</hi></p></item>
				</list><list type="ordered">
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-4"><ref target="OP08849_xml_9_103-180.html#footnote-213-backlink">-1</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	Generalmente le compilazioni memorialistiche e biografiche di matrice vallombrosana in età post-tridentina accolgono come dato certo le origini spagnole di Atto, ed in particolare dalla città di Badajoz: derivate, com’è noto, da un’errata lettura delle sue sottoscrizioni autografe, dove si dichiarava «</hi><hi rend="italic">pec</hi><hi rend="CharOverride-1">[cator]</hi><hi rend="italic"> monachus</hi><hi rend="CharOverride-1">» (letto «</hi><hi rend="italic">pac</hi><hi rend="CharOverride-1">[ensis] </hi><hi rend="italic">monachus</hi><hi rend="CharOverride-1">»). Un ‘ricalco’ della sua firma, compiuto su uno dei due documenti in cui si trovava, del 1148 o del 1153, redatti a favore dello spedale di San Iacopo (di cui il secondo, conservato come una reliquia del santo presule, è oggi scomparso), era stato posto come didascalia al di sotto del disegno al tratto del busto di Atto che ornava l’antiporta del volume di Giovanni Breschi,</hi><hi rend="italic"> Storia di S. Atto</hi><hi rend="CharOverride-1">, cit. (1855), cfr. anche la precedente nota 10 nel presente contributo. Sui due documenti sopra indicati cfr. più avanti le note 199, 200, 202, 215.</hi></p></item>
				</list><list type="ordered">
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-4"><ref target="OP08849_xml_9_103-180.html#footnote-212-backlink">-1</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	</hi><hi rend="CharOverride-1">Si tratta, comunque, di compilazioni redatte in ambito vallombrosano spesso da anonimi, che tengono conto di profili biografici risalenti a opere memorialistiche anteriori alla metà del secolo XVI e ancora prive della ‘leggenda lusitana/iberica’ relativamente ad Atto; esse comunque mostrano di dipendere – almeno per la biografia di Atto – dal «medaglione» coniato per lui dal monaco vallombrosano Girolamo da Raggiolo, autore di un </hi><hi rend="italic">Liber de Vallumbrosanae religionis beatis</hi><hi rend="CharOverride-1">: cfr. Degl’Innocenti, </hi><hi rend="italic">Attone, agiografo e santo</hi><hi rend="CharOverride-1">, cit., pp. 102-104. Una copia tardo-seicentesca manoscritta (1687) dell’opera intitolata </hi><hi rend="italic">Vite in ristretto dei Generali et altri uomini illustri e venerabili della nostra Congregazione di Vallombrosa</hi><hi rend="CharOverride-1">, in ASF, </hi><hi rend="italic">Corporazioni religiose soppresse dal governo francese</hi><hi rend="CharOverride-1">, 260, codice ms. miscellaneo 243, cc. 39r-66v, con la biografia di Atto, cc. 47v-48r, segnalava Natale </hi><hi rend="CharOverride-1">Rauty: cfr. Rauty, </hi><hi rend="italic">Il culto dei santi</hi><hi rend="CharOverride-1">, cit., pp. </hi><hi rend="CharOverride-5">xxxii</hi><hi rend="CharOverride-1">, 91 nota 8; Id., </hi><hi rend="italic">I Vallombrosani a Pistoia dalla metà del secolo XI alla metà del secolo XII</hi><hi rend="CharOverride-1">, «Bullettino storico pistoiese», 104, 2002, pp. 3-26: 24, note 79, 81; 25, nota 86; Id., </hi><hi rend="italic">Il vescovo Atto e il suo culto a Pistoia</hi><hi rend="CharOverride-1">, «Il tremisse pistoiese», 28, 1-2 (80/1), 2003, pp. 16-20: 20, note 2, 11. L’opera menzionata da Rauty veniva identificata da Salvestrini, </hi><hi rend="italic">Bibliografia storica</hi><hi rend="CharOverride-1"> (2002), cit., sezione </hi><hi rend="italic">Memorialistica ed erudizione monastiche</hi><hi rend="CharOverride-1"> cit., come una</hi><hi rend="italic"> </hi><hi rend="CharOverride-1">«versione ms. posteriore latina» dell’opera di Bernardo Del Serra, </hi><hi rend="italic">Compendio delli Abbati generali di Valembrosa et di alcuni monaci et conversi d’epso Ordine</hi><hi rend="CharOverride-1">, Lucantonio di Giunta, Venezia 1510, su cui anche Degl’Innocenti, </hi><hi rend="italic">Attone, agiografo e santo</hi><hi rend="CharOverride-1">, cit., p. 105. Tuttavia le ricordate </hi><hi rend="italic">Vite in ristretto</hi><hi rend="CharOverride-1">, che risultano un aggiornamento del repertorio edito da Bernardo Del Serra nel 1510 (a sua volta dipendente dall’opera di Girolamo da Raggiolo), sono databili nel tardo Cinquecento, quando si diffuse la </hi><hi rend="italic">Vita del glorioso Padre San Giovangualberto</hi><hi rend="CharOverride-1">, cit., di Eudosio Loccatelli</hi><hi rend="CharOverride-1"> (1583), che già riportava la ‘leggenda lusitana/iberica’ sulle origini di Atto, dato che anche le </hi><hi rend="italic">Vite in ristretto</hi><hi rend="CharOverride-1"> la trasmettono, ma devono essere anteriori al processo di beatificazione di Atto, conclusosi il 24 gennaio 1605, perché in quest’ultimo testo non ne è traccia.</hi></p></item>
				</list><list type="ordered">
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-4"><ref target="OP08849_xml_9_103-180.html#footnote-211-backlink">-1</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	Ferrali, </hi><hi rend="italic">Vita di S. Atto</hi><hi rend="CharOverride-1">, cit., Appendice, 2, pp. 63-66. Il ms cartaceo miscellaneo H.3 della Biblioteca Vallicelliana di Roma s’intitola: </hi><hi rend="italic">Vitae Sanctorum et alia monumenta collecta ab Antonio Gallonio Congregationis Oratorii Romani Presbytero</hi><hi rend="CharOverride-1">; alle cc. 295r-297v contiene una biografia di Atto con l’intestazione seguente: </hi><hi rend="italic">Fragmentum vitae </hi><hi rend="italic">Sancti Attonis generalis Vallisumbrosae et Pistoriensis Aepiscopi ex antiquis eiusdem ecclesię monumentis</hi><hi rend="CharOverride-1">, in cui risultano corretti, su cancellatura a penna, gli aggettivi che inizialmente qualificavano il personaggio di Atto con gli appellativi di </hi><hi rend="italic">venerabilis et beati</hi><hi rend="CharOverride-1">, sostituiti con </hi><hi rend="italic">Sancti</hi><hi rend="CharOverride-1">. Ferrali inserisce questa biografia, datandone – forse per una svista – il manoscritto al «sec. XIV» (ivi, p. 63), senza alcun particolare commento (se non rilevandone l’interesse, nonostante «inesattezze ed errori storici notevoli»). L’opera di compilazione, evidentemente dipendente da precedenti repertori di storia vallombrosana redatti nel secolo XVI che si erano serviti anche dell’opera di Girolamo da Raggiolo, è databile al tardo Cinquecento, dato che il titolo dell’</hi><hi rend="italic">excerptum</hi><hi rend="CharOverride-1"> con la biografia di Atto prova che la stesura del testo doveva risalire a prima del processo canonico terminato il 24 gennaio 1605 (che dava diritto ad Atto di avere la qualifica di «santo» e non più soltanto di «venerabile» e «beato») e che doveva essere stato ‘aggiornato’ da ultimo. Nel </hi><hi rend="italic">Fragmentum </hi><hi rend="CharOverride-1">della Vallicelliana, peraltro, compare il già segnalato ‘marcatore’ che caratterizza il testo di Girolamo da Raggiolo, per cui Ranieri, estensore di due delle epistole compostellane per la concessione della reliquia iacopea, diventa</hi><hi rend="italic"> compostellanensis aepiscopus</hi><hi rend="CharOverride-1">: cfr. la nota 8 nel presente contributo. Sul </hi><hi rend="italic">Fragmentum</hi><hi rend="CharOverride-1"> cfr. anche Degl’Innocenti, </hi><hi rend="italic">Attone, agiografo e santo</hi><hi rend="CharOverride-1">, cit., pp. 204-206, che opportunamente ne nota i contatti con il testo di Girolamo da Raggiolo (ivi, p. 106) e con il </hi><hi rend="italic">Compendio delli Abbati generali di Valembrosa</hi><hi rend="CharOverride-1"> di Bernardo Del Serra (1510), cfr. ivi, p. 105, nota 31.</hi></p></item>
				</list><list type="ordered">
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-4"><ref target="OP08849_xml_9_103-180.html#footnote-210-backlink">-1</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	</hi><hi rend="italic">Vita sancti Johannis Gualberti auctore Andrea abbate Strumensi</hi><hi rend="CharOverride-1">, ed. F. Baethgen, in </hi><hi rend="italic">MGH, Scriptorum</hi><hi rend="CharOverride-1">, XXX/2, Lipsiae 1926-1934: 1934, rist. anast. Stuttgart 1976, pp. 1080-1104; </hi><hi rend="italic">Andreae Strumensis</hi><hi rend="CharOverride-1"> </hi><hi rend="italic">Vita s. Iohannis Gualberti</hi><hi rend="CharOverride-1">, in </hi><ref target="https://www.fupress.com"><hi rend="CharOverride-1">AA.SS</hi></ref><hi rend="CharOverride-1">. Iulii 3, per Iacobum du Moulin, Antverpiae 1723, pp. 311-365: 343-365. In questa occasione mi riferisco a: G. Spinelli e G. Rossi (a cura di), </hi><hi rend="italic">Alle origini di Vallombrosa. Giovanni Gualberto nella società italiana dell’XI secolo</hi><hi rend="CharOverride-1">, Europìa, Novara - Jaca Book, Milano 1984: Andrea di Strumi, </hi><hi rend="italic">Vita di san Giovanni Gualberto</hi><hi rend="CharOverride-1">, in traduzione italiana a cura di Giustino Rossi, pp. 65-129: 78-79 cap. 22 (severità e benevolenza del fondatore).</hi></p></item>
				</list><list type="ordered">
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-4"><ref target="OP08849_xml_9_103-180.html#footnote-209-backlink">-1</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	Cfr. R. Feri, </hi><hi rend="italic">Memorie del monastero vallombrosano di San Michele in Forcole. Canonizzazione del culto di sant’Atto (1602-1607). Documenti del periodo della peste (1630-1632)</hi><hi rend="CharOverride-1">,</hi><hi rend="italic"> </hi><hi rend="CharOverride-1">«Bullettino storico pistoiese», 105, 2003, pp. 197-204: 197-198 (processo di canonizzazione 1604-1605); 198-200 (concessione di una reliquia dell’osso del braccio destro di Atto alla badia di Passignano, 1606-1607). Tali memorie sono state estratte da un </hi><hi rend="italic">Libro di ricordanze della badia </hi><hi rend="CharOverride-1">[di Forcole] dal 1575 al 1641, in ASF, </hi><hi rend="italic">Corporazioni religiose soppresse dal governo francese</hi><hi rend="CharOverride-1">, 184, Monastero di San Bartolomeo di Pistoia, 4, cit. in Ead., </hi><hi rend="italic">Memorie del monastero vallombrosano di San Michele in Forcole (1575-1595)</hi><hi rend="CharOverride-1">,</hi><hi rend="italic"> </hi><hi rend="CharOverride-1">«Bullettino storico pistoiese», 104, 2002, pp. 191-204: 191-193.</hi></p></item>
				</list><list type="ordered">
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-4"><ref target="OP08849_xml_9_103-180.html#footnote-208-backlink">-1</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	Cfr. la nota 14.</hi></p></item>
				</list><list type="ordered">
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-4"><ref target="OP08849_xml_9_103-180.html#footnote-207-backlink">-1</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	Si vedano: A. Degl’Innocenti, </hi><hi rend="italic">Giovanni Gualberto</hi><hi rend="CharOverride-1">, </hi><hi rend="italic">santo</hi><hi rend="CharOverride-1">, in </hi><hi rend="italic">Dizionario Biografico degli Italiani</hi><hi rend="CharOverride-1">, LVI, Istituto della Enciclopedia Italiana, Roma 2001, pp. 341-347: 341-342; Pratesi, </hi><hi rend="italic">Attone, santo</hi><hi rend="CharOverride-1">, cit., p. 566; Degl’Innocenti, </hi><hi rend="italic">Attone di Pistoia</hi><hi rend="CharOverride-1">, cit., pp. 224-226.</hi></p></item>
				</list><list type="ordered">
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-4"><ref target="OP08849_xml_9_103-180.html#footnote-206-backlink">-1</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	R. Volpini, </hi><hi rend="italic">Bernardo degli Uberti, santo</hi><hi rend="CharOverride-1">, in </hi><hi rend="italic">Dizionario Biografico degli Italiani</hi><hi rend="CharOverride-1">, IX, Istituto della Enciclopedia Italiana fondato da Giovanni Treccani, Roma 1967, pp. 292-300: 292-293.</hi></p></item>
				</list><list type="ordered">
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-4"><ref target="OP08849_xml_9_103-180.html#footnote-205-backlink">-1</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	Sulle caratteristiche e i limiti della storiografia erudita pistoiese fra XVII e inizi del XIX secolo cfr. F. Salvestrini, </hi><hi rend="italic">«Ameno pascolo di gentiluomini curiosi». L’erudizione storica a Pistoia durante l’età moderna (1620-1815)</hi><hi rend="CharOverride-1">, «Bullettino storico pistoiese», 105, 2003, pp. 101-134. Nell’importante panoramica, in cui una sezione è dedicata alla storiografia religiosa ed ecclesiastica (pp. 128-134), la scelta dell’autore di riservare l’indagine a redazioni complessive della storia pistoiese ha probabilmente impedito di far cenno anche ai contemporanei interessi degli eruditi, per lo più ecclesiastici, su temi più circoscritti, quali le stesse biografie dedicate al vescovo vallombrosano Atto, divenute dall’inizio del Seicento elemento qualificante delle vicende della Chiesa locale e luoghi di sedimentazione delle prime ricerche documentarie e bibliografiche sistematiche in ambito cittadino. Entro il primo trentennio del secolo XVII tali ricerche, condotte in occasione del processo di canonizzazione del presule, conclusosi il 24 gennaio 1605, avevano portato alla pubblicazione in rapida successione di ben tre monografie sulla </hi><hi rend="italic">Vita</hi><hi rend="CharOverride-1"> di Atto. La prima si deve al canonico e protonotario apostolico Cosimo Bracciolini, promotore nel 1604 dell’iniziativa presso il papato, cfr. Bracciolini, </hi><hi rend="italic">Vita del B. Atto</hi><hi rend="CharOverride-1">, cit. (1606). In essa le notizie dipendevano sia dai repertori vallombrosani cinquecenteschi, sia da documenti d’archivio e manoscritti pistoiesi. Avevano fatto seguito, entrambi nel 1608, due panegirici dedicati al nuovo santo di Vallombrosa, in occasione delle prime celebrazioni sia a Pistoia che a Passignano. Di un monaco vallombrosano fiorentino, F. Pancrazio, Vittorio Capponi segnalava nel 1874 un’«Ode latina al B. Atto», edita insieme con l’</hi><hi rend="italic">Oratio in laudem B. </hi><hi rend="italic">Atthonis olim Vallimbrosani praesulis ac Pistoriensis Episcopi habita in Coenobio Passinianensi dum sacellum ibidem eius nomine </hi><hi rend="italic">dicatum consecraretur</hi><hi rend="CharOverride-1">, del vallombrosano P. Crisostomo Talenti, Giunti, Firenze 1608, cfr. Capponi, </hi><hi rend="italic">Bibliografia</hi><hi rend="CharOverride-1">, cit., p. 349. La seconda monografia era stata composta, ancora nel 1608, dal patrizio Francesco Forteguerri, col titolo </hi><hi rend="italic">Vita del beato Atto</hi><hi rend="CharOverride-1">, cit., subito esaurita e fatta ristampare a Firenze, presso Cecconcelli, nel 1623, a cura del cugino Pandolfo Arferuoli, erudito sagrestano della Cappella di San Iacopo e autore di due volumi rimasti inediti di </hi><hi rend="italic">Historie</hi><hi rend="CharOverride-1"> composte fra 1628 e 1632, con aggiunte fino al 1643 del nipote Pier Lorenzo (ora in ACP, C 49, C 50, cfr. Salvestrini, «</hi><hi rend="italic">Ameno pascolo</hi><hi rend="CharOverride-1">», cit., pp. 105-109: 106</hi><hi rend="CharOverride-1">, nota 16). Un’ultima ristampa dell’operetta, che teneva conto soprattutto di notizie estratte da archivi pistoiesi, venne effettuata a cura dello stampatore stesso, Gherardo Bracali, nel 1818, passato l’agitato periodo del riformismo di Scipione de’ Ricci e il successivo del governo napoleonico, e dedicato al vescovo di Pistoia Francesco Toli. Una terza monografia venne poi scritta dal sacerdote locale Giustiniano Marchetti, cfr. G. Marchetti, </hi><hi rend="italic">Della vita, e lodi di Santo Atto vescovo di Pistoia, nativo della città di Pace detta Badaxox in Portogallo</hi><hi rend="CharOverride-1"> […], Pier’Antonio Fortunati, Pistoia 1630, che risulta l’opera più documentata e informata sulla letteratura storico-erudita vallombrosana – a partire dai repertori di Girolamo da Raggiolo – e sulle notizie di origine pistoiese. In parallelo, si erano aggiunte a queste monografie locali su Atto le iniziative dell’abate vallombrosano del monastero di Passignano, Tesauro Veli, promotore sia della canonizzazione di Atto che della nuova edizione romana della </hi><hi rend="italic">Vita</hi><hi rend="CharOverride-1"> del fondatore scritta da Atto: cfr. </hi><hi rend="italic">Attonis Ep. Pistoriensis Vita altera S. Joannis Gualberti</hi><hi rend="CharOverride-1">, ed. T. Veli, apud Guillelmum</hi><hi rend="CharOverride-1"> Facciottum, Roma 1612, nonché della nuova cappella dedicata, nel 1607, ai santi Sebastiano e Atto nella chiesa abbaziale di Passignano, cfr. anche, più oltre in questo contributo. Il nuovo culto per sant’Atto aveva avuto contemporanei riscontri a Badajoz, alimentati dalla biografia a lui dedicata da Lodovico San Llorente, cfr. L. San Llorente, </hi><hi rend="italic">Vita beati Attonis Pacensis, Pistoriensis Episcopi</hi><hi rend="CharOverride-1">, edita a Roma nel 1613. Né mancarono le notizie sul santo presule nelle </hi><hi rend="italic">Historie</hi><hi rend="CharOverride-1"> già ricordate di Pandolfo Arferuoli rimaste manoscritte in ACP (vol. I, pp. 134, 136, 138-142, 356-357, 370-371; vol. II, pp. 59, 242-243, 246), né nei tre volumi di Michel Angelo Salvi frate dei Servi, </hi><hi rend="italic">Delle historie di Pistoia e fazioni d’Italia</hi><hi rend="CharOverride-1"> (vol. I, Ignatio</hi><hi rend="CharOverride-1"> de’ Lazari, Roma 1656, pp. 71-87; vol. II, Pier’Antonio Fortunati, Pistoia 1657, pp. 43-44; vol. III, per il Valvasense, Venezia 1662, pp. 232-235) e neppure in Giuseppe Dondori: cfr. G. Dondori, </hi><hi rend="italic">Della pietà di Pistoia in gratia della sua patria</hi><hi rend="CharOverride-1"> […], Pier’Antonio Fortunati, Pistoia 1666, pp. 209-214, e anche pp. 179-181 (riedito a cura di Tommaso Braccini in «Fonti storiche pistoiesi», 20, Società pistoiese di storia patria - Fondazione Cassa di Risparmio di Pistoia e Pescia, Pistoia 2014, pp. 207-211 e anche pp. 178-179). Nel secolo XVIII, probabilmente in occasione di una delle ricognizioni allora effettuate del corpo del santo vescovo, si conta una sola operetta anonima dedicata alla biografia di Atto, di cui risulta autore Cesare Franchini Taviani, cfr.: [C. Franchini Taviani], </hi><hi rend="italic">Ragguaglio della vita di S. Atto vescovo di Pistoia</hi><hi rend="CharOverride-1">, Stefano Gatti, Pistoia 1713, che segue più sinteticamente la stessa struttura espositiva delle </hi><hi rend="italic">Vite</hi><hi rend="CharOverride-1"> seicentesche. Ad essa si affiancano le citazioni in repertori generali, come nella riedizione settecentesca di Ughelli-Coleti, cfr. F. Ughelli e N. Coleti, </hi><hi rend="italic">Italia sacra sive de episcopis Italiae et insularum adiacentium, rebusque ab </hi><hi rend="italic">iis preclare gestis deducta serie ad nostram usque aetatem</hi><hi rend="CharOverride-1">, seconda edizione, III, Coleti ed., Venezia 1718, coll. 294-299; oppure gli interventi ancora di intonazione panegiristica, quali quello di Tommaso Busatti, </hi><hi rend="italic">Panegirici di S. Zenone e di S. Atto, uno protettore, l’altro Vescovo di Pistoia</hi><hi rend="CharOverride-1"> […], Ciuffetti, Lucca 1720 (cit. in Capponi, </hi><hi rend="italic">Bibliografia</hi><hi rend="CharOverride-1">, cit., p. 342); oppure i riferimenti ad Atto nelle grandi indagini su manoscritti e documenti, cambiato ormai il clima della ricerca in senso muratoriano, compiute dal gesuita Francesco Antonio Zaccaria: cfr. F.A. Zaccaria, </hi><hi rend="italic">Bibliotheca Pistoriensis</hi><hi rend="CharOverride-1">, Tipografia Regia, Torino 1752, pp. 16, 92-93, 137; Id., </hi><hi rend="italic">Anecdotorum Medii Aevi </hi><hi rend="CharOverride-1">[…]</hi><hi rend="italic"> collectio</hi><hi rend="CharOverride-1">, cit.: </hi><hi rend="italic">Adcedunt I. Breve Chronicon rerum ad </hi><hi rend="italic">historiam sacram, profanamque spectantium, quae in Anecdotis continetur</hi><hi rend="CharOverride-1">;</hi><hi rend="italic"> II. Series episcoporum Pistoriensium a Ferdinando Ughellio</hi><hi rend="italic"> primum contexta, a Nicolao Coletio deinde aliquantulum aucta, nunc ab eodem horum Anecdotorum editore ex his</hi><hi rend="italic"> ipsis monumentis restituta</hi><hi rend="CharOverride-1">, pp. 446-453; o anche le diverse menzioni di Atto nella storia municipale settecentesca, di ordinamento annalistico, di Iacopo Maria Fioravanti, patrizio pistoiese: cfr. J. M. Fioravanti, </hi><hi rend="italic">Memorie storiche della città di Pistoia</hi><hi rend="CharOverride-1">, per Filippo Maria Benedini, Lucca 1758, rist. anast. Forni, Bologna, pp. 172-187, appendice pp. 29-30, 69. Notizie su Atto vennero ripetute anche, durante il Settecento, in compilazioni talvolta rimaste inedite sulla storia dell’episcopato pistoiese: per cui cfr. Salvestrini, </hi><hi rend="italic">«Ameno pascolo»</hi><hi rend="CharOverride-1">, cit., pp. 131 (Giuseppe Borelli, </hi><hi rend="italic">Pistoia sacra</hi><hi rend="CharOverride-1">, ms. del 1723); oppure giunte all’edizione, come le </hi><hi rend="italic">Memorie</hi><hi rend="CharOverride-1"> di Anton Maria Rosati: cfr. A. M. Rosati, </hi><hi rend="italic">Memorie per servire alla storia dei vescovi di Pistoia</hi><hi rend="CharOverride-1">, Atto Bracali, Pistoia 1766, pp. 66-73. In epoca post-napoleonica, col ritorno in auge di un clero moderato e tradizionalista, alla riedizione della </hi><hi rend="italic">Vita del Beato Atto</hi><hi rend="CharOverride-1"> di Francesco Forteguerri ad opera dell’editore e stampatore vescovile Gherardo Bracali nel 1818 (si veda </hi><hi rend="italic">retro</hi><hi rend="CharOverride-1">, in questa stessa nota), si sarebbe affiancata l’opera di Ferdinando Panieri, di carattere agiografico – ma anche nascostamente polemico e anti-ricciano, per la nota volontà del vescovo Scipione de’ Ricci di abolire il culto dei santi – cfr.: F. Panieri, </hi><hi rend="italic">Cataloghi dei Santi, dei Beati e di altre persone insigni nelle pietà pistojesi pubblicati da diversi agiografi</hi><hi rend="CharOverride-1"> […], Fratelli Manfredini, Pistoia 1818, voll. 2: I, pp. 22-43; appendice, pp. 204-215; II, pp. 130-142. Il mutato contesto di opposizione alle riforme </hi><hi rend="CharOverride-1">ricciane era evidente già in M. Pistofilo, </hi><hi rend="italic">Il peccato in religione ed in logica degli atti e decreti del Concilio diocesano di Pistoja celebrato l’anno 1786 da Monsignor Scipione de Ricci</hi><hi rend="CharOverride-1">, Sgariglia, In Assisi 1791, pp. 279-290.</hi></p></item>
				</list><list type="ordered">
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-4"><ref target="OP08849_xml_9_103-180.html#footnote-204-backlink">-1</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	Sulle vicende medievali della Badia di San Michele a Passignano cfr. F. Salvestrini, </hi><hi rend="italic">San Michele arcangelo a Passignano nell’</hi><hi rend="CharOverride-1">Ordo Vallisumbrosae</hi><hi rend="italic"> tra XI e XII secolo</hi><hi rend="CharOverride-1">, in P. Pirillo (a cura di), </hi><hi rend="italic">Passignano in Val di Pesa. Un monastero e la sua storia</hi><hi rend="CharOverride-1">, I. </hi><hi rend="italic">Una signoria sulle anime, sugli uomini, sulle comunità (dalle origini al sec. XIV)</hi><hi rend="CharOverride-1">, Olschki, Firenze 2009, pp. 59-127; Id., </hi><hi rend="CharOverride-1">Primitivae formae ardua hereditas.</hi><hi rend="italic"> Passignano e l’Ordine Vallombrosano nel primo Rinascimento (secoli XIII-inizio XVI)</hi><hi rend="CharOverride-1">, in P. Pirillo (a cura di), </hi><hi rend="italic">Passignano in Val di Pesa. Un monastero e la sua storia</hi><hi rend="CharOverride-1">, III. </hi><hi rend="italic">Crisi e trasformazioni (secoli XIV-XVIII)</hi><hi rend="CharOverride-1">, Olschki, Firenze 2024, pp. 109-149. Sulla decorazione pittorica della cappella destra del transetto della chiesa di Passignano e della parete laterale antistante cfr. R. P. Ciardi, </hi><hi rend="italic">I Vallombrosani e le arti figurative. Qualche traccia e varie ipotesi</hi><hi rend="CharOverride-1">, in Id. (a cura di), </hi><hi rend="italic">Vallombrosa santo e meraviglioso luogo</hi><hi rend="CharOverride-1">, Pacini ed., Ospedaletto (Pisa) 1999, pp. 29-107: 96-99, figg</hi><hi rend="CharOverride-1">. 72-75 pp. 99-101; Argenziano, </hi><hi rend="italic">L’iconografia del «Beato Atto»</hi><hi rend="CharOverride-1">, cit., pp. 134-136 e figg. 13, 14, 15 p. 135; I. Moretti, </hi><hi rend="italic">Gli interventi architettonici dal XVI al XIX secolo</hi><hi rend="CharOverride-1">, in Id. (a cura di), </hi><hi rend="italic">Passignano in Val di Pesa. Un monastero e la sua storia</hi><hi rend="CharOverride-1">, II. </hi><hi rend="italic">Arte nella chiesa di San Michele Arcangelo (secc. XV-XIX)</hi><hi rend="CharOverride-1">, Olschki, Firenze 2014, pp. 137-154: 146-147; R. Contini, </hi><hi rend="italic">Benedetto (con meno) veli</hi><hi rend="CharOverride-1">, ivi, pp. 189-202 e tavv. a colori con dipinti relativi alle «Storie di S. Atto», realizzate fra 1607 e 1609 (tavv</hi><hi rend="CharOverride-1">. XXX-XXXI, con dicitura errata del nome del pittore, ivi restituito come «B. Velli»). Non sarà inutile ricordare che, contemporaneamente al processo canonico per Atto e al successivo ciclo pittorico a lui dedicato in San Michele a Passignano da Benedetto Veli, pittori ‘medicei’ attivi anche per Vallombrosa e Passignano si adoperarono, fra 1602 e 1610, alla decorazione pittorica della nuova «tribuna» del duomo di Pistoia, progettata nello stile della controriforma cattolica dall’architetto pistoiese Iacopo Lafri (1544-1620): Domenico Cresti detto il Passignano (1559-1638); Pietro Sorri (1556-1662); Cristofano Allori (1577-1621) autore del gigantesco quadro centrale con la </hi><hi rend="italic">Resurrezione</hi><hi rend="CharOverride-1">; Benedetto Veli (1564-1639) che eseguì la grande tela di sinistra con l’</hi><hi rend="italic">Ascensione</hi><hi rend="CharOverride-1">; Gregorio Pagani (1558-1605) che dipinse la grande tela di destra con </hi><hi rend="italic">La discesa dello Spirito Santo</hi><hi rend="CharOverride-1">: cfr. L. Gai, </hi><hi rend="italic">Chiesa cattedrale di S. Zeno</hi><hi rend="CharOverride-1">, in L. Gai e G.C. Romby (a cura di), </hi><hi rend="italic">Settecento illustre. Architettura e cultura artistica a Pistoia nel secolo XVIII</hi><hi rend="CharOverride-1">, Gli Ori per conto della Cassa di Risparmio di Pistoia e Pescia, Pistoia 2009, pp. 32-70: 36; cfr. anche C. Acidini Luchinat, </hi><hi rend="italic">La cattedrale di San Zeno a Pistoia</hi><hi rend="CharOverride-1">, atlante fotografico di A. Amendola, Silvana Editoriale, Cinisello Balsamo (MI) 2003, pp. 122-133: 129.</hi></p></item>
				</list><list type="ordered">
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-4"><ref target="OP08849_xml_9_103-180.html#footnote-203-backlink">-1</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	Breschi, </hi><hi rend="italic">Storia di S. Atto</hi><hi rend="CharOverride-1">, cit., pp. 57-82. L’erudito canonico della cattedrale pistoiese, pur uniformandosi alla tradizione dei biografi sei-settecenteschi locali di Atto circa la sua presunta origine spagnola (che l’autore riferisce con abbondanza di particolari pittoreschi e facendo anche ricorso a discorsi fittizi attribuiti ai protagonisti) è il primo del genere che abbia tratto profitto dall’ampio scavo documentario compiuto per la storia pistoiese da Francesco Antonio Zaccaria, rifluito nella </hi><hi rend="italic">Anecdotorum Medii Aevi</hi><hi rend="CharOverride-1"> […] </hi><hi rend="italic">collectio</hi><hi rend="CharOverride-1">, cit., dove sono pubblicate le carte d’archivio relative alla scomunica dei consoli da parte del vescovo Atto nel 1138 e viene posta la questione dell’autonomia della pieve di Santo Stefano di Prato, insieme a numerosi altri documenti sulla congregazione vallombrosana, fra cui la bolla di Urbano II del 1090 diretta a tale </hi><hi rend="italic">familia</hi><hi rend="CharOverride-1"> benedettina riformata (pp. 223-224). Nel secolo XIX la biografia di Atto edita nel 1855 dal canonico Breschi fu utilizzata a lungo per l’ampio apparato di documenti editi in appendice e riportati, nel testo narrativo, in traduzione italiana, e lo fu ancora nel secolo successivo e fino ai tempi attuali. Il repertorio ottocentesco di Giuseppe Cappelletti, dedicato alla diocesi di Pistoia e Prato, cfr. G. Cappelletti, </hi><hi rend="italic">Le Chiese d’Italia</hi><hi rend="CharOverride-1">, XVII, Antonelli, Venezia 1862, pp. 73-247, si limita invece a riferire del vescovo Atto la controversa attribuzione dell’origine iberica (che l’autore correttamente contesta ritenendola frutto di un’errata lettura della sottoscrizione del presule); a riportare il testo della lettera del 1125 di Atto a Onorio II e quello della bolla di conferma della diocesi da parte di Innocenzo II del 21 dicembre 1133, mentre brevi cenni sono dedicati all’istituzione del culto iacopeo mediante la reliquia compostellana e alla </hi><hi rend="italic">reinventio</hi><hi rend="CharOverride-1"> del corpo di Atto nel 1337 (ivi, pp. 91-97).</hi></p></item>
				</list><list type="ordered">
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-4"><ref target="OP08849_xml_9_103-180.html#footnote-202-backlink">-1</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	Nel secolo scorso, nulla sostanzialmente aggiunge su Atto l’opera del canonico Gaetano Beani, cfr. G. Beani, </hi><hi rend="italic">La Chiesa Pistoiese dalla sua origine ai tempi nostri</hi><hi rend="CharOverride-1">, seconda edizione, D. Pagnini libraio ed., Pistoia 1912, p. 247, pur dedicando qualche cenno anche ai principali monasteri della diocesi pistoiese (pp. 117-144). Dopo l’opera di Emiliano Lucchesi osb, </hi><hi rend="italic">I monaci benedettini vallombrosani nella diocesi di Pistoia e Prato. Note storiche</hi><hi rend="CharOverride-1">, Libreria Editrice Fiorentina, Firenze 1941 (in cui alle pp. 367-372 si trova anche una scheda biografica sul vescovo vallombrosano Atto), caratterizzata, come le diverse altre sue compilazioni analoghe dedicate alla presenza vallombrosana in alcuni ambiti regionali o sub-regionali italiani, dall’intento di accumulare notizie documentarie sui vari cenobi, per mostrarne la forza espansiva e la vitalità durante il tempo, dagli anni Cinquanta del Novecento il tema specifico della biografia di Atto nella storiografia locale non assumeva più il tradizionale rilievo apologetico – se non nell’ultima monografia dedicata al vescovo vallombrosano nel 1953 dall’arciprete della cattedrale pistoiese Sabatino Ferrali, </hi><hi rend="italic">Vita di S. Atto</hi><hi rend="CharOverride-1">, cit. – ma si collocava nel quadro di una storiografia accentuatamente ‘laica’ (orientamento generalmente condiviso dai collaboratori del «Bullettino storico pistoiese») che privilegiava l’analisi delle istituzioni medioevali di Chiesa-Episcopato, Impero, Comune e si apriva anche a orientamenti verso le nuove ‘scienze ausiliarie’ della storiografia, come la sociologia e il folclore. Ne sono testimonianza contributi come quelli di Quinto Santoli e di Bruno Bruni: cfr. Q. Santoli, </hi><hi rend="italic">Pistoia ai tempi di S. Atto</hi><hi rend="CharOverride-1">, «Bullettino storico pistoiese», 55, 1953, pp. 57-75: 65-75; B. Bruni, </hi><hi rend="italic">Sant’Atto vescovo di Pistoia nella Poesia, nell’Arte, nel Folclore</hi><hi rend="CharOverride-1">, «Bullettino storico pistoiese», 58, 1956, pp. 49-69: 53-61, 66. Risulta ancora lontano, negli studi locali dei primi decenni del secondo dopoguerra, l’interesse per quel rinnovamento degli studi di medievistica che comportava un maggior peso, in senso interdisciplinare, del settore dedicato al monachesimo occidentale, di cui quello vallombrosano faceva parte. Pertanto, le schede biografiche dedicate ad Atto nel 1962 da mons. Benvenuto Matteucci, ex-vescovo di Pistoia, e da Alessandro Pratesi (cfr. la nota 2 del presente saggio) paiono piuttosto l’estenuato punto d’arrivo della lunga tradizione formatasi dall’inizio del Seicento entro l’alveo dell’erudizione ecclesiastica pistoiese.</hi></p></item>
				</list><list type="ordered">
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-4"><ref target="OP08849_xml_9_103-180.html#footnote-201-backlink">-1</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	Il vescovo vallombrosano Atto compare nella </hi><hi rend="italic">Storia di Pistoia</hi><hi rend="CharOverride-1"> edita in quattro volumi dal 1988 al 2000 (</hi><hi rend="italic">Storia di Pistoia</hi><hi rend="CharOverride-1">, I. N. Rauty, </hi><hi rend="italic">Dall’alto Medioevo all’età pre-comunale, 406-1105</hi><hi rend="CharOverride-1">, 1988; II. </hi><hi rend="italic">L’età del libero Comune. Dall’inizio del XII alla metà del XIV secolo</hi><hi rend="CharOverride-1">, a cura di G. Cherubini, 1998; III. </hi><hi rend="italic">Dentro lo stato fiorentino. Dalla metà del XIV alla fine del XVIII secolo</hi><hi rend="CharOverride-1">, a cura di G. Pinto, 1999; IV. </hi><hi rend="italic">Nell’età delle rivoluzioni 1777-1940</hi><hi rend="CharOverride-1">, a cura di G. Petracchi, 2000, Le Monnier, per conto della Cassa di Risparmio di Pistoia e Pescia, Firenze 1988-2000), cfr. i contributi di Natale Rauty ed Elena Vannucchi: N. Rauty, </hi><hi rend="italic">Società, istituzioni, politica nel primo secolo dell’autonomia comunale</hi><hi rend="CharOverride-1">, ivi, II, pp. 1-40: 17-20; E. Vannucchi, </hi><hi rend="italic">Chiesa e religiosità</hi><hi rend="CharOverride-1">, ivi, II, pp. 347-386: 347-348, 352, 355, 357, 381-382. Un breve profilo di Atto come abate maggiore di Vallombrosa e vescovo di Pistoia veniva nel frattempo pubblicato da Nicola Vasaturo in </hi><hi rend="italic">Vallombrosa. L’abbazia e la congregazione. Note storiche</hi><hi rend="CharOverride-1">, a cura di G. Monzio Compagnoni, Edizioni Vallombrosa, Vallombrosa 1994, pp. 36-39. Anche se restava ignota a Rauty la voce dedicata ad Atto nel 1998 da Antonella Degl’Innocenti (cfr. la nota 2 del presente contributo), il cui contenuto riceveva sostanza storiografica dai risultati recenti degli studi vallombrosani, lo studioso pistoiese comunque avrebbe provveduto ad aggiornare l’informazione bibliografica su Atto come vescovo appartenente alla congregazione vallombrosana e sul relativo orizzonte storico: cfr. N. </hi><hi rend="CharOverride-1">Rauty, </hi><hi rend="italic">Rapporti di Atto, vescovo di Pistoia, con il clero e le istituzioni ecclesiastiche lombarde</hi><hi rend="CharOverride-1">, «Bullettino storico pistoiese», 97, 1995, pp. 3-26; Id., scheda bibliografica a Vasaturo, </hi><hi rend="italic">Vallombrosa. L’abbazia e la congregazione</hi><hi rend="CharOverride-1">, cit., in «Bullettino storico pistoiese», 98, 1996, p. 233; Id., scheda 13, </hi><hi rend="italic">Atto</hi><hi rend="CharOverride-1">, in </hi><hi rend="italic">Il culto dei santi</hi><hi rend="CharOverride-1">, cit., pp. 90-92; Id., </hi><hi rend="italic">I Vallombrosani a Pistoia</hi><hi rend="CharOverride-1">, cit., pp. 23-26; Id., </hi><hi rend="italic">Il vescovo Atto e il suo culto</hi><hi rend="CharOverride-1">, cit., pp. 16-20. Per i rapporti di Atto con la situazione toscana e locale coeva cfr. M. Ronzani, </hi><hi rend="italic">Lo sviluppo istituzionale di Pistoia alla luce dei rapporti con il Papato e l’Impero tra la fine del secolo XI e l’inizio del Duecento</hi><hi rend="CharOverride-1">, in P. Gualtieri (a cura di), </hi><hi rend="italic">La Pistoia comunale nel contesto toscano ed europeo (secoli XIII-XIV)</hi><hi rend="CharOverride-1">, Società pistoiese di storia patria - Fondazione Cassa di Risparmio di Pistoia e Pescia, Pistoia 2008, pp. 19-72: 38-44. Una interessante riconsiderazione di certi aspetti della personalità di Atto è in E. Vannucchi, </hi><hi rend="italic">Passaggi: aspetti dell’attività dei vescovi di Pistoia tra i secoli XII-XIV</hi><hi rend="CharOverride-1">, in Gualtieri (a cura di), </hi><hi rend="italic">La Pistoia comunale</hi><hi rend="CharOverride-1">, cit., pp. 271-284: 272-278. Ultimamente si vedano anche i profili su Atto e il suo impegno come vallombrosano e abate maggiore della sua congregazione in F. Salvestrini, </hi><hi rend="italic">I Vallombrosani in Liguria. Storia di una presenza monastica fra XII e XVII secolo</hi><hi rend="CharOverride-1">, Viella, Roma 2010, pp. 61-71; R. Ciliberti e F. Salvestrini, </hi><hi rend="italic">I Vallombrosani nel Piemonte medievale e moderno. Ospizi e monasteri intorno alla strada di Francia</hi><hi rend="CharOverride-1">, Viella, Roma 2014, pp. 91-93.</hi></p></item>
				</list><list type="ordered">
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-4"><ref target="OP08849_xml_9_103-180.html#footnote-200-backlink">-1</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	Per la concezione mistica del rapporto dell’anima con Dio, che s’intuisce nel silenzio totale che circonda il momento della radicale </hi><hi rend="italic">conversio</hi><hi rend="CharOverride-1"> di Atto (silenzio notato da diversi biografi) pare che egli si avvicini alla spiritualità di Bernardo di Chiaravalle, di cui è stata opportunamente sottolineata la capacità di suggerire esperienze al limite dell’inesprimibile: cfr. G. Penco,</hi><hi rend="italic"> San Bernardo, l’ultimo dei Padri monastici</hi><hi rend="CharOverride-1">, in Id., </hi><hi rend="italic">Cîteaux e il monachesimo del suo tempo</hi><hi rend="CharOverride-1">, Jaca Book, Milano 1994, pp. 189-201: 194. Per certi versi, inoltre, la concezione da parte di Atto del monachesimo riformato benedettino secondo l’obbedienza gualbertiana come ritorno allo spirito del paleomonachesimo</hi><hi rend="CharOverride-1">, ma con aperture alle esigenze dei nuovi tempi per attualizzare il dettato evangelico nella sua integrità – come risulta dal contenuto della </hi><hi rend="italic">Vita secunda</hi><hi rend="CharOverride-1"> di Giovanni Gualberto scritta da Atto – pare avere significativi punti di tangenza con gli ideali cistercensi, oltre che riscontri puntuali con la tradizione cluniacense (rapporti con il potere signorile, con la riforma ecclesiastica, con l’evoluzione dell’organizzazione territoriale, con la riforma del clero e dei vescovi): cfr. P. Zerbi, </hi><hi rend="italic">L’immagine di Cluny nella più recente storiografia</hi><hi rend="CharOverride-1">, in </hi><hi rend="italic">Cluny in Lombardia</hi><hi rend="CharOverride-1">, Atti del Convegno di Pontida (22-25 aprile 1977), («Italia benedettina», 1), Cesena 1979, pp. 9-26; G. Penco, </hi><hi rend="italic">Cîteaux nella storia della spiritualità</hi><hi rend="CharOverride-1">, in Id., </hi><hi rend="italic">Cîteaux e il monachesimo</hi><hi rend="CharOverride-1">, cit. pp. 223-236: 233.</hi></p></item>
				</list><list type="ordered">
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-4"><ref target="OP08849_xml_9_103-180.html#footnote-199-backlink">-1</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	La lettera di Atto, allora abate maggiore di Vallombrosa, indirizzata nel tardo 1125 a papa Onorio II, è stata edita per la prima volta da Jacopo Maria Fioravanti, nelle </hi><hi rend="italic">Memorie storiche della città di Pistoja</hi><hi rend="CharOverride-1"> (1758), cit., p. 173; l’autore dichiarava di averla rintracciata presso la congregazione di Vallombrosa, dov’era «con decoro, e premura conservata» e di ritenerla un autografo del santo vescovo di Pistoia (</hi><hi rend="italic">ibidem</hi><hi rend="CharOverride-1">). Quest’ultima affermazione contrasta con quanto risulta dal contenuto della missiva, dove si legge che essa era stata affidata al vescovo di Modena allora diretto alla Santa Sede perché la recapitasse al papa. Non doveva dunque trattarsi dell’originale, ma di una copia coeva fatta eseguire per l’archivio della congregazione. Il testo della lettera risulta parzialmente lacunoso nella parte finale. Successivamente il canonico pistoiese Giovanni Breschi, cfr. Breschi, </hi><hi rend="italic">Storia di S. Atto</hi><hi rend="CharOverride-1"> (1855), cit., pp. 239-241, la pubblicò di nuovo, dopo averne fatto ricerca a Vallombrosa dietro le indicazioni di Fedele Soldani, autore di una «eruditissima storia della Badia di Passignano» (cfr. F. Soldani, </hi><hi rend="italic">Historia monasterii S. Michaelis de </hi><hi rend="italic">Passiniano sive corpus historicum diplomaticum criticum</hi><hi rend="CharOverride-1"> […] </hi><hi rend="italic">iuxta chronologicam abbatum Passiniani seriem </hi><hi rend="italic">elaboratum</hi><hi rend="CharOverride-1">, Typis Salvatoris et Ioannis Dominici Marescandoli, Lucca 1754, segnalata da Salvestrini, </hi><hi rend="italic">Bibliografia storica ragionata</hi><hi rend="CharOverride-1">, cit., sezione </hi><hi rend="italic">Memorialistica ed erudizione monastiche</hi><hi rend="CharOverride-1">, cit.). Giovanni Breschi menzionava anche le citazioni nel Fioravanti (cfr. </hi><hi rend="italic">supra</hi><hi rend="CharOverride-1">), nel Panieri (cfr. Panieri, </hi><hi rend="italic">Cataloghi dei Santi, dei Beati</hi><hi rend="CharOverride-1">, 1818, cit.), nel Rosati (cfr. Rosati, </hi><hi rend="italic">Memorie per servire alla storia dei vescovi</hi><hi rend="CharOverride-1">, 1766, cit.) e asseriva che l’«originale», «alquanto mutilo», era applicato sul retro del piatto anteriore di una coperta «di un antichissimo Salmista MS in pergamena che cinto d’un ricco involucro di seta, religiosamente si conserva in quel Santuario presso l’insigne reliquia del braccio di s. Giovanni Gualberto, perché si tiene per una costante tradizione che da lui medesimo sia scritto o almeno che egli lo adoperasse». Anche dalla trascrizione del Breschi il testo della lettera risulta lacunoso, ma agevolmente ricostruibile dalla collazione delle due edizioni, la sua e la precedente del Fioravanti.</hi></p></item>
				</list><list type="ordered">
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-4"><ref target="OP08849_xml_9_103-180.html#footnote-198-backlink">-1</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	Cfr. R. Volpini, </hi><hi rend="italic">Bernardo degli </hi><hi rend="CharOverride-1">Uberti, cit., p. 297. Un profilo biografico su Bernardo degli Uberti è anche in Vasaturo, </hi><hi rend="italic">Vallombrosa. L’abbazia e la congregazione</hi><hi rend="CharOverride-1">, cit., pp. 33-35. Una lucida valutazione dell’operato del vallombrosano è in F. Salvestrini, Disciplina caritatis. </hi><hi rend="italic">Il monachesimo vallombrosano tra medioevo e prima età moderna</hi><hi rend="CharOverride-1">, Viella, Roma 2008, pp. 181-244: 205-209. Sull’azione politica di Bernardo degli Uberti nel contesto ‘matildico’, si vedano comunque i contributi di E. Riversi, </hi><hi rend="italic">Matilda and the Cities: Testing a «Figurational» Approach</hi><hi rend="CharOverride-1">, «Storicamente», 13, 2017, art. 16, pp. 1-38: 11-12, 14, 18, 20 (https//</hi><ref target="https://www.fupress.com"><hi rend="CharOverride-1">storicamente.org/dossier-doss_matilda/riversi-matilde-canossa-cities</hi></ref><hi rend="CharOverride-1">); e F. Salvestrini, </hi><hi rend="italic">I Canossa e le origini del monachesimo vallombrosano</hi><hi rend="CharOverride-1">, in P. Golinelli (a cura di), </hi><hi rend="italic">Frassinoro e i monasteri benedettini in rapporto con i Canossa</hi><hi rend="CharOverride-1">, Pàtron, Bologna 2023, pp. 67-83.</hi></p></item>
				</list><list type="ordered">
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-4"><ref target="OP08849_xml_9_103-180.html#footnote-197-backlink">-1</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	Cfr. F. Salvestrini, </hi><hi rend="italic">Il monachesimo vallombrosano e le città. Circolazione di culti, testi, modelli architettonici e sistemi organizzativi nell’Italia centro-settentrionale (secoli XII-XIV)</hi><hi rend="CharOverride-1">, in </hi><hi rend="italic">Circolazione di uomini e scambi culturali tra città (secoli XII-XIV)</hi><hi rend="CharOverride-1">, Atti del ventitreesimo convegno internazionale di studi del Centro italiano di studi di storia e d’arte (Pistoia, 13-16 maggio 2011), Viella, Roma 2013, pp. 433-470: 445-446: «[…] fra XI e XII secolo l’insediamento dei Vallombrosani fu quasi sempre il frutto di un accordo fra le curie episcopali, il papato – specialmente all’epoca di Gregorio VII, Pasquale II, Innocenzo II e Celestino II – e i ceti dirigenti locali, in una forma di collaborazione che i religiosi portarono da una città all’altra […], facendosi veicoli di primaria importanza per la diffusione su larga scala del movimento riformatore».</hi></p></item>
				</list><list type="ordered">
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-4"><ref target="OP08849_xml_9_103-180.html#footnote-196-backlink">-1</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	Volpini, </hi><hi rend="italic">Bernardo degli Uberti</hi><hi rend="CharOverride-1">, cit., pp. 297-298.</hi></p></item>
				</list><list type="ordered">
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-4"><ref target="OP08849_xml_9_103-180.html#footnote-195-backlink">-1</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	Sulla figura, tuttora un po’ evanescente, di Adimaro, successore di Bernardo degli Uberti nella carica di abate maggiore di Vallombrosa quando quest’ultimo assunse l’episcopato a Parma nel 1106 (incarico menzionato dal 1114, cfr. ivi, p. 296), cfr. Vasaturo, </hi><hi rend="italic">Vallombrosa. L’abbazia e la congregazione</hi><hi rend="CharOverride-1">, cit., pp. 33-34. Adimaro si sarebbe curato di introdurre la riforma monastica di Giovanni Gualberto soprattutto in Tuscia, nei monasteri di San Bartolomeo a Cappiano (Lucca), Santa Maria di Grignano (Prato), S</hi><hi rend="CharOverride-1">anta Maria a Pacciana (Pistoia), Santa Mustiola a Torri (Siena), Santissima Trinità di Spineta (Siena), Santa Maria di Vigesimo (Firenze), e in Emilia nei cenobi di Santa Maria di Opleta (Bologna) e Santa Cecilia di Corvara (Bologna). Secondo altri studiosi il chiostro di S</hi><hi rend="CharOverride-1">anta Maria di Vigesimo sarebbe invece da attribuire alla fase espansionistica vallombrosana avvenuta sotto il governo di Atto, successore di Adimaro nella carica di abate maggiore: cfr. Ciliberti e Salvestrini, </hi><hi rend="italic">I Vallombrosani nel Piemonte</hi><hi rend="CharOverride-1">, cit., pp. 91-92.</hi></p></item>
				</list><list type="ordered">
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-4"><ref target="OP08849_xml_9_103-180.html#footnote-194-backlink">-1</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	Cfr. Ciliberti e Salvestrini, </hi><hi rend="italic">I Vallombrosani nel Piemonte</hi><hi rend="CharOverride-1">, cit., pp. 90, 93-94.</hi></p></item>
				</list><list type="ordered">
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-4"><ref target="OP08849_xml_9_103-180.html#footnote-193-backlink">-1</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	Cfr. Vasaturo, </hi><hi rend="italic">Vallombrosa. L’abbazia e la congregazione</hi><hi rend="CharOverride-1">, cit., pp. 8, 13. La chiesa di Vallombrosa fu consacrata da Umberto di Silva Candida il 9 luglio 1058; in precedenza, col favore di Corrado II, Rodolfo, vescovo di Paderborn, cluniacense, aveva potuto consacrare nel 1038 il solo altare dell’oratorio, dedicato a Santa Maria, perché il luogo di culto era ancora precariamente costruito.</hi></p></item>
				</list><list type="ordered">
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-4"><ref target="OP08849_xml_9_103-180.html#footnote-192-backlink">-1</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	La lunga lettera del vescovo di Faenza Giacomo era stata indirizzata al vescovo Ildebrando di Pistoia priva di datazione; tuttavia il cenno in essa del preoccupante stato di salute del presule pistoiese (</hi><hi rend="italic">Est tamen quod in ea graviter</hi><hi rend="italic"> fero, quod dissolutionem corporis vobis imminere vos significasse inspicio</hi><hi rend="CharOverride-1">) hanno fatto pensare che la missiva fosse databile intorno al 1130, negli ultimi tempi di vita del vescovo Ildebrando, che deve essere morto verso la fine del 1132, dopo una lunga vita. La lettera è edita in Zaccaria, </hi><hi rend="italic">Anecdotorum Medii Aevi </hi><hi rend="CharOverride-1">[…] </hi><hi rend="italic">collectio</hi><hi rend="CharOverride-1">, cit., pp. 257-261 ed era stata rinvenuta dal suo editore in ACP, «</hi><hi rend="italic">in Libro Capituli inscripto: Disciplina cleri post Adonis Martyrologium</hi><hi rend="CharOverride-1">», cioè nel codice membr. in ACP attualmente segnato C 115. Nel testo, con un ampio supporto di citazioni canonistiche, il vescovo faentino, che doveva essere un vallombrosano dato che incaricava il destinatario di salutare </hi><hi rend="italic">Dominum meum Abbatem cum omnibus in Christo fratribus</hi><hi rend="italic"> Vallis Umbrose</hi><hi rend="CharOverride-1"> (ivi, p. 260), ricorreva implicitamente ai buoni uffici del vescovo Ildebrando per far sapere all’abate maggiore di Vallombrosa – Atto – circa lo scorretto e prevaricatore comportamento della comunità locale della stessa obbedienza monastica, per quanto riguardava le prerogative vescovili nella diocesi di Faenza, ingerendosi nell’ufficiatura di chiese e cappelle e nella riscossione di decime e altri diritti. Si trattava di un elemento evidentemente perturbatore, che si faceva forte </hi><hi rend="italic">alieni juris</hi><hi rend="CharOverride-1"> (ivi, p. 258), contro le consuete leggi canoniche. È possibile che, dati gli indizi che emergono dal contesto della missiva, essa fosse stata inviata al vescovo di Pistoia Ildebrando nell’imminenza del </hi><hi rend="italic">conventus abbatum</hi><hi rend="CharOverride-1"> che si sarebbe tenuto a Pistoia nel 1127, indetto dall’abate maggiore vallombrosano Atto e a cui parteciparono sia Bernardo degli Uberti come vescovo di Parma, sia lo stesso Ildebrando vescovo di Pistoia. Sul longevo vescovo Ildebrando, che talvolta nella storiografia vallombrosana odierna si continua a ritenere seguace dell’obbedienza gualbertiana e abate del monastero pistoiese di San Michele in Forcole (a causa dell’effettiva esistenza in quest’ultimo di un abate suo omonimo nella stessa epoca), cfr. </hi><hi rend="CharOverride-1">Rauty, </hi><hi rend="italic">I Vallombrosani a Pistoia</hi><hi rend="CharOverride-1">, cit., pp. 15-23. Prima di divenire vescovo di Pistoia nel 1105, Ildebrando era stato primicerio della cattedrale: con tale incarico è già ricordato il 18 settembre 1076 e risulta attivo da tale data al 1132, quindi per 56 anni (ivi, p. 17 nota 65). Nell’ipotesi sopra accennata, egli nel 1127, quando si tenne il </hi><hi rend="italic">conventus abbatum</hi><hi rend="CharOverride-1"> in San Michele in Forcole presso Pistoia, doveva avere almeno 75 anni e dunque già sentire sulle spalle il peso dell’età cui si allude nella lettera di Giacomo vescovo di Faenza. Sulla lettera del vescovo faentino Giacomo al vescovo di Pistoia Ildebrando cfr. anche N. D’Acunto, </hi><hi rend="italic">I Vallombrosani e l’episcopato nei secoli XII e XIII</hi><hi rend="CharOverride-1">, in Id. (a cura di), </hi><hi rend="italic">Papato e monachesimo “esente” nei secoli centrali del Medioevo</hi><hi rend="CharOverride-1">, Firenze University Press, Firenze 2003, pp. 41-64: 45-46, 49.</hi></p></item>
				</list><list type="ordered">
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-4"><ref target="OP08849_xml_9_103-180.html#footnote-191-backlink">-1</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	Dai documenti rimasti risulta che lunghe controversie dovevano essere sorte nella diocesi pistoiese fra le comunità monastiche vallombrosane e la Chiesa locale circa le riscossioni di decime nelle terre di proprietà dei cenobi, e in particolare sulla percentuale dei diritti rispettivamente da esigere. Il 10 settembre 1131, ancora durante l’episcopato di Ildebrando, furono contemporaneamente redatti dallo stesso notaio Guido due atti di reciproca garanzia, nel palazzo vescovile e alla presenza dello stesso presule. Era abate di San Michele in Forcole, presso Pistoia, il monaco Ildebrando, ma il documento che riguardava i Vallombrosani fu allora stipulato da </hi><hi rend="italic">Benedictus prior de ecclesia S. Angeli sita Forcole, cum Gerardo monacho</hi><hi rend="CharOverride-1">, che garantirono al preposto dei canonici </hi><hi rend="italic">Oddo</hi><hi rend="CharOverride-1">/</hi><hi rend="italic">Oddone</hi><hi rend="CharOverride-1"> che essi, o lo stesso abate Ildebrando, </hi><hi rend="italic">non intromittent se, ullo modo, de ulla decimatione de omnibus terris que sunt S. Angeli de </hi><hi rend="italic">Furcule, de la parte laboratoris vel tenitoris</hi><hi rend="CharOverride-1">. Dal canto loro, i canonici non dovevano </hi><hi rend="italic">facere aliquam violentiam decimalibus super terram quam ipsi </hi><hi rend="CharOverride-1">(i Vallombrosani) </hi><hi rend="italic">tenebant ab ecclesia S. Thome</hi><hi rend="CharOverride-1"> (acquistata dal monastero di San Tommaso a Santomato, dipendente da Sant’Antimo, cfr. più oltre e la nota 42), e i monaci </hi><hi rend="italic">si </hi><hi rend="CharOverride-1">[…] </hi><hi rend="italic">de prefata decima in aliquo offenderint adversus ipsos canonicos</hi><hi rend="CharOverride-1">, dovevano versare la pena pecuniaria stabilita per l’inadempienza, e così viceversa: RCP, </hi><hi rend="italic">Canonica di S. Zenone, secolo XII</hi><hi rend="CharOverride-1">, a cura di N. Rauty</hi><hi rend="CharOverride-1">, Società pistoiese di storia patria, Pistoia 1995 – d’ora in poi </hi><hi rend="italic">Canonica sec. XII</hi><hi rend="CharOverride-1"> –, regesto 403, p. 76. Il corrispettivo per i Vallombrosani di San Michele in Forcole, sotto la stessa data, è in RCP, </hi><hi rend="italic">Monastero di S. Michele in Forcole secoli XI e XII</hi><hi rend="CharOverride-1">, a cura di V. Vignali – d’ora in poi </hi><hi rend="italic">Forcole secc. XI e XII</hi><hi rend="CharOverride-1"> – in RCP, </hi><hi rend="italic">Enti ecclesiastici e spedali, secoli XI e XII</hi><hi rend="CharOverride-1">, a cura di N. Rauty, P. Turi e V. Vignali, Società pistoiese di storia patria, Pistoia 1979, pp. 57-130, regesto 18, pp. 84-85. Della controversia e del suo esito un </hi><hi rend="italic">breve recordationis de diffinitione litis</hi><hi rend="CharOverride-1"> nello stesso 1131, fra il 10 settembre e il 24 dicembre, è in RCP, </hi><hi rend="italic">Canonica sec. XII</hi><hi rend="CharOverride-1">, cit., regesto 406, pp. 78-79: dal documento risulta che i Vallombrosani di Forcole erano ricorsi </hi><hi rend="italic">in curia episcopi</hi><hi rend="CharOverride-1"> per discutere la lite </hi><hi rend="italic">in presentia domni Ildebrandi episcopi</hi><hi rend="CharOverride-1">. Un cenno a tale questione è anche in Rauty, </hi><hi rend="italic">I Vallombrosani a Pistoia</hi><hi rend="CharOverride-1">, cit., p. 22. Successivamente, il 7 maggio 1133 con un atto stipulato </hi><hi rend="italic">iuxta ecclesiam et </hi><hi rend="italic">monasterium S. Angeli de Furcole</hi><hi rend="CharOverride-1">, l’abate Ildebrando provvedeva ad assegnare in proprietà al preposto dei canonici Oddone e all’arciprete Guido – in periodo di vacanza della cattedra episcopale per la morte del vescovo Ildebrando – tre coltre di terra in località </hi><hi rend="italic">Carraia de Pozo</hi><hi rend="CharOverride-1"> come corrispettivo </hi><hi rend="italic">pro tota decima illius terre et cafai quem abbas et monachi acquisierunt ab Alsualdo abbate </hi><hi rend="italic">eclesie et monasterii S. Antimi et a Iohanne priore S. Thomas</hi><hi rend="CharOverride-1">: RCP, </hi><hi rend="italic">Canonica sec. XII</hi><hi rend="CharOverride-1">, cit., regesto 407, pp. 79-80. Un anno dopo l’abate Ildebrando, evidentemente dietro richiesta del preposto dei canonici pistoiesi Oddone, che ambiva ad aumentare l’estensione di quella proprietà avuta quale corrispettivo delle decime nel 1133, provvedeva a cedergli una terra nello stesso luogo, contigua alla prima, per una «pensione» annua di due denari lucchesi: cfr. ivi, regesto 413, p. 86, 2 maggio 1134. Peraltro, molto più tardi, un altro lodo per una questione di decime, questa volta fra i canonici di San Zeno e il pievano di San Quirico (sulle colline a nord-est di Pistoia), del 4 agosto 1198, si sarebbe poi tenuto nell’abbazia di Forcole, che allora si prestò come punto d’incontro intermedio (</hi><hi rend="italic">in ecclesia S. Angeli de Furculis, in choro</hi><hi rend="CharOverride-1">), del consesso formato da giudici pistoiesi e pratesi: i primi come avvocati del preposto dei canonici Nivaldo, i secondi come avvocati del pievano di San Quirico, alla presenza del legato papale Pandolfo, cardinale prete della basilica dei Dodici Apostoli a Roma: cfr. ivi, regesto 591, pp. 227-228. In questo caso, la sentenza fu che di tutta la decimazione del plebato di San Quirico, di cui il pievano doveva versare l’affitto, tre quarti spettassero alla canonica pistoiese e un quarto alla pieve di San Quirico. Non è chiaro, comunque, il motivo per cui l’abbazia vallombrosana pistoiese fosse coinvolta nel lodo, anche se pare ragionevole ipotizzare che ciò fosse avvenuto per il prestigio del cenobio: dove il 15 febbraio 1187 era attestata l’</hi><hi rend="italic">antiqua sepultura canonicorum</hi><hi rend="CharOverride-1">, per la quale chi voleva essere inumato doveva versare come corrispettivo del diritto dovuto ai canonici un terzo e i due terzi ai monaci: cfr. ivi, regesto 569, pp. 208-209. Forse quest’uso, da parte dell’abbazia suburbana di Forcole, documentato nel tardo secolo XII, di prestare il proprio chiostro come cimitero dei canonici pistoiesi poteva risalire almeno al primo quarantennio dello stesso secolo, durante gli episcopati di Ildebrando e di Atto, quando già risultava uno stretto rapporto di tale monastero vallombrosano con i canonici stessi, cui allora spettava l’incarico di riscuotere i diritti di decima sulle terre di proprietà del cenobio. Peraltro, una medesima consuetudine era in uso a Novara, al tempo del vescovo filo-romano Litifredo (1123-1151). Come viene attestato dal </hi><hi rend="italic">chronicon</hi><hi rend="CharOverride-1"> del monastero di San Bartolomeo di Novara, redatto nella seconda metà del secolo XVI e che raccoglie più antiche memorie del cenobio, anche in questo caso le decime della nuova istituzione sarebbero state riscosse, almeno fino alla seconda metà del secolo XII, dai canonici di Santa Maria di Novara, «cui l’abate aveva concesso la celebrazione dei riti funebri all’interno del chiostro»: cfr. Ciliberti e Salvestrini, </hi><hi rend="italic">I Vallombrosani nel Piemonte</hi><hi rend="CharOverride-1">, cit., pp. 89-118: 93, nota 27. Su tali questioni cfr. anche oltre nel presente testo.</hi></p></item>
				</list><list type="ordered">
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-4"><ref target="OP08849_xml_9_103-180.html#footnote-190-backlink">-1</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	Cfr. </hi><hi rend="italic">Bernoldi Chronicon pars altera (1055-1100)</hi><hi rend="CharOverride-1"> in MGH, </hi><hi rend="italic">Scriptorum</hi><hi rend="CharOverride-1">, V, ed. H. Pertz, Hannover 1844, p. 443: </hi><hi rend="italic">sicque eius</hi><hi rend="CharOverride-1"> [Mathildis] </hi><hi rend="italic">prudentia Mutinensis Aecclesiae et Regiensis atque Pistoriensis catholici pastores</hi><hi rend="italic"> ordinati sunt</hi><hi rend="CharOverride-1"> (anno 1085). Sul vallombrosano Pietro cfr. Rauty, </hi><hi rend="italic">I Vallombrosani a Pistoia</hi><hi rend="CharOverride-1">, cit., pp. 7-15. Il nuovo vescovo aveva preso provvedimenti a favore del monastero di San Michele in Forcole, istituito dal predecessore Leone nel 1084 e sottoposto all’abate di Fucecchio, rendendolo esente dalla giurisdizione vescovile pistoiese nel dicembre del 1086, ivi, pp. 9, 14; poco dopo la sua elezione, ai monasteri vallombrosani di Fontana Taona e di San Michele in Forcole se ne aggiunsero altri due, quello di San Salvatore a Vaiano (ricordato nella bolla di Urbano II del 6 aprile 1090) e quello di Santa Maria di Montepiano (il cui priore era presente al </hi><hi rend="italic">conventus abbatum</hi><hi rend="CharOverride-1"> tenutosi a San Salvi il 7 marzo 1101), ivi, p. 10.</hi></p></item>
				</list><list type="ordered">
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-4"><ref target="OP08849_xml_9_103-180.html#footnote-189-backlink">-1</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	Rauty, </hi><hi rend="italic">I Vallombrosani a Pistoia</hi><hi rend="CharOverride-1">, cit., pp. 4-7; e anche Id., </hi><hi rend="italic">Storia di Pistoia</hi><hi rend="CharOverride-1">, I, cit., pp. 307-308.</hi></p></item>
				</list><list type="ordered">
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-4"><ref target="OP08849_xml_9_103-180.html#footnote-188-backlink">-1</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	Rauty, </hi><hi rend="italic">I Vallombrosani a Pistoia</hi><hi rend="CharOverride-1">, cit., pp. 15-23. Durante l’episcopato di Ildebrando anche il monastero di Santa Maria a Pacciana andò ad aggiungersi agli altri cenobi vallombrosani del territorio diocesano pistoiese: ivi, p. 19, nota 67; cfr. R. Piattoli, </hi><hi rend="italic">Le sette più antiche pergamene della Abbazia Vallombrosana di S. Maria a Pacciana (1129-1150)</hi><hi rend="CharOverride-1">, «Archivio storico pratese», 53, 1968, pp. 97-107. La badia a Pacciana è menzionata nella bolla di Pasquale II del 9 febbraio 1115, cfr. Lucchesi, </hi><hi rend="italic">I monaci benedettini vallombrosani nella diocesi di Pistoia e Prato</hi><hi rend="CharOverride-1">, cit., p. 142. Più incerte sono le notizie iniziali della badia di Santa Maria di Grignano fuori di Prato, che comunque dovette associarsi alla </hi><hi rend="italic">familia </hi><hi rend="CharOverride-1">vallombrosana nello stesso tempo, dato che secondo P.F. Kehr, </hi><hi rend="italic">Regesta pontificum romanorum. Italia pontificia </hi><hi rend="CharOverride-1">[…], III, Etruria, Weidmann, Berlino 1908, p. 142, riportato da Lucchesi, op. cit., p. 96 nota 2, anch’essa era menzionata nella bolla di Pasquale II del 1115.</hi></p></item>
				</list><list type="ordered">
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-4"><ref target="OP08849_xml_9_103-180.html#footnote-187-backlink">-1</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	L’importante abbazia benedettina di San Bartolomeo, sorta nella zona est del suburbio di Pistoia, era di fondazione longobarda: Gaidoald</hi><hi rend="CharOverride-1">, medico del re Liutprando e poi di Desiderio e Adelchi, il 27 luglio 726 comprava terre nella zona dove la chiesa e il relativo monastero sarebbero sorti (RCP, </hi><hi rend="italic">Alto Medioevo, 493-1000</hi><hi rend="CharOverride-1">, Società pistoiese di storia patria, Pistoia 1973, regesto 5, pp. 6-7); il 5 febbraio 767 lo stesso Gaidoald provvedeva a dotare </hi><hi rend="italic">aecclesiam et monasterium S. Bartholomei</hi><hi rend="CharOverride-1">, da lui stesso in precedenza fondati (ivi, regesto 10, pp. 10-12). Il monastero femminile benedettino di San Mercuriale, l’unico sorto entro la prima cerchia di mura di Pistoia nell’alto Medioevo, era già attivo nel novembre del 945 (ivi, regesto 69, pp. 53-54). Il monastero femminile benedettino di San Pier Maggiore fu fondato il 9 giugno 1091 dal vescovo di Pistoia Pietro (cfr. Zaccaria, </hi><hi rend="italic">Anecdotorum Medii</hi><hi rend="italic"> Aevii </hi><hi rend="CharOverride-1">[…] </hi><hi rend="italic">collectio</hi><hi rend="CharOverride-1">, cit., pp. 169-170). Il monastero benedettino femminile di Santa Maria da Sala risale almeno al 1120 e nel basso Medioevo le monache si trasferirono in città per il pericolo di guerre: cfr. R. Feri, </hi><hi rend="italic">Il monastero da Sala</hi><hi rend="CharOverride-1">, «Bullettino storico pistoiese», 97, 1995, pp. 41-74: 42-45.</hi></p></item>
				</list><list type="ordered">
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-4"><ref target="OP08849_xml_9_103-180.html#footnote-186-backlink">-1</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	Il romitorio altomedioevale di San Baronto sul Montalbano, presso il passo di un’antica via di collegamento fra Pistoia e la media valle dell’Arno che si congiungeva con l’antica </hi><hi rend="italic">francigena</hi><hi rend="CharOverride-1">, sarebbe stato fondato da Baronto, monaco franco di ritorno dal pellegrinaggio a Roma, con altri cinque compagni, fra cui era Desiderio. Il fondatore sarebbe morto nel 681 e ivi sepolto, finché il suo corpo non fu traslato, verso la metà del secolo XI, nella chiesa del rinnovato complesso monastico: cfr. Rauty, </hi><hi rend="italic">Storia di Pistoia</hi><hi rend="CharOverride-1">, I, cit., pp. 195-199.</hi></p></item>
				</list><list type="ordered">
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-4"><ref target="OP08849_xml_9_103-180.html#footnote-185-backlink">-1</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	Il monastero benedettino maschile di San Tommaso, con chiesa, in località Santomato (toponimo evidentemente derivante dal </hi><hi rend="italic">titulus</hi><hi rend="CharOverride-1"> dello stesso complesso ivi esistente), a nord-est di Pistoia, sorgeva lungo il tracciato dell’antica Cassia romana. Da un diploma del 1051 dell’imperatore Enrico III a favore dell’abate di Sant’Antimo risulta che lo stesso fondatore di Sant’Antimo, l’abate Tao, aveva fondato tra la fine del secolo VIII e l’inizio del IX anche il monastero di San Tommaso </hi><hi rend="italic">in finibus pistoriensibus</hi><hi rend="CharOverride-1">: cfr. ivi, pp. 192-193; RCP, </hi><hi rend="italic">Alto Medioevo</hi><hi rend="CharOverride-1">, cit., regesto 28 p. 26. Cfr. anche F. Redi, </hi><hi rend="italic">Precisazioni di topografia e toponomastica pistoiesi</hi><hi rend="CharOverride-1">, «Bullettino storico pistoiese», 75, 1973, pp. 63-84: 64-67, 73 (con piantina del territorio di riferimento), 77-79.</hi></p></item>
				</list><list type="ordered">
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-4"><ref target="OP08849_xml_9_103-180.html#footnote-184-backlink">-1</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	Un quadro complessivo è in F. Salvestrini, </hi><hi rend="italic">Gli ordini religiosi a Pistoia in età precomunale e comunale</hi><hi rend="CharOverride-1">, in Gualtieri (a cura di), </hi><hi rend="italic">La Pistoia comunale</hi><hi rend="CharOverride-1">, cit., pp. 241-270: 244-254. Sulla presenza vallombrosana nella diocesi di Pistoia cfr. anche W. Kurze, </hi><hi rend="italic">La presenza monastica in Toscana prima degli insediamenti dei Mendicanti con particolare riguardo alla situazione di Pistoia</hi><hi rend="CharOverride-1">, in Id., </hi><hi rend="italic">Scritti di storia toscana. Assetti territoriali, diocesi, monasteri dai longobardi all’età comunale</hi><hi rend="CharOverride-1">, a cura di M. Marrocchi, Società pistoiese di storia patria, Pistoia 2008, pp. 229-251: 249-251, ivi ripubblicato da </hi><hi rend="italic">Gli ordini mendicanti a Pistoia (secc. XIII-XV)</hi><hi rend="CharOverride-1">. Atti del Convegno di Studi (Pistoia, 12-13 maggio 2000), Società pistoiese di storia patria, Pistoia 2000, pp. 31-53. Sull’architettura delle chiese monastiche vallombrosane nella diocesi pistoiese cfr. I. Moretti, </hi><hi rend="italic">Architettura romanica vallombrosana nella diocesi medievale di Pistoia</hi><hi rend="CharOverride-1">, «Bullettino storico pistoiese», 92, 1990, pp. 3-30.</hi></p></item>
				</list><list type="ordered">
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-4"><ref target="OP08849_xml_9_103-180.html#footnote-183-backlink">-1</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	Cfr. </hi><hi rend="italic">Le carte del monastero di S. Maria di Montepiano (1000-1200)</hi><hi rend="CharOverride-1">, a cura di R. Piattoli, (</hi><hi rend="italic">Regesta chartarum Italiae</hi><hi rend="CharOverride-1">, XXX), Istituto storico italiano per il Medio Evo, Roma 1942, Appendice II, pp. 447-461: 456-461. Si veda anche Gai, </hi><hi rend="italic">Santiago el Mayor patrono di Pistoia</hi><hi rend="CharOverride-1">, cit., pp. 378-380, nota 142.</hi></p></item>
				</list><list type="ordered">
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-4"><ref target="OP08849_xml_9_103-180.html#footnote-182-backlink">-1</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	Nella memoria trecentesca di Montepiano, attualmente perduta e attestata solo da una copia del 1612, intitolata </hi><hi rend="italic">Narrazione dell’origine della chiesa di S. Maria di Montepiano, della consacrazione degli altari e delle indulgenze</hi><hi rend="CharOverride-1">, la prima indulgenza di quelle che si potevano lucrare in tale chiesa si dichiarava ottenuta «dal vescovo Atto» dopo averla richiesta al «papa </hi><hi rend="italic">Pelagio</hi><hi rend="CharOverride-1">»: evidentemente da correggere con «papa </hi><hi rend="italic">Gelasio</hi><hi rend="CharOverride-1">», il pontefice, predecessore di Callisto II, rimasto sul soglio di Pietro per meno di un anno. Spogliato preventivamente Atto dal prematuro titolo di «vescovo» (che avrebbe avuto solo dal tardo 1133), sarebbe questa la prima testimonianza biografica di Atto in una posizione già emergente nella congregazione vallombrosana: cfr. Gai, </hi><hi rend="italic">Santiago el Mayor patrono di Pistoia</hi><hi rend="CharOverride-1">, cit., nota 142, pp. 379-380. Sul monastero cfr. anche, per i rapporti con gli Alberti, l’aristocrazia montana e Pistoia l’utile saggio di S. Tondi, </hi><hi rend="italic">L’Abbazia di Montepiano: dalle origini alla metà del 13. secolo</hi><hi rend="CharOverride-1">, s.n., Vernio 2001; per la configurazione strutturale della relativa chiesa in rapporto alla storia del cenobio, si vedano: M. A. Di Pede, </hi><hi rend="italic">L’abbazia di Montepiano. Un’architettura vallombrosana sull’Appennino pratese</hi><hi rend="CharOverride-1">, presentazione di I. Moretti, Firenze Libri, Reggello (FI) 2006, pp. 27-35; Moretti, </hi><hi rend="italic">Architettura romanica vallombrosana</hi><hi rend="CharOverride-1">, cit., p. 25.</hi></p></item>
				</list><list type="ordered">
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-4"><ref target="OP08849_xml_9_103-180.html#footnote-181-backlink">-1</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	Una prima consacrazione della chiesa era stata celebrata il 2 settembre 1107 dal vescovo di Pistoia Ildebrando, alla presenza del conte Ugo III dei Cadolingi, famiglia comitale larga di donazioni al romitorio di Santa Maria di Montepiano fin dal tardo secolo XI: cfr. Di Pede, </hi><hi rend="italic">L’abbazia di Montepiano</hi><hi rend="CharOverride-1">, cit., pp. 37-41. Se una seconda consacrazione avvenne, ad opera del vescovo Atto nel 1138, degli altari della chiesa, ivi compreso l’altare maggiore intitolato a Santa Maria, a mio avviso ciò significa che nello spazio di poco più di un trentennio l’edificio di culto era stato riadattato e trasformato, come peraltro risulta evidente nella zona del transetto e nello stesso apparecchio lapideo delle muraglie a vista.</hi></p></item>
				</list><list type="ordered">
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-4"><ref target="OP08849_xml_9_103-180.html#footnote-180-backlink">-1</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	Volpini, </hi><hi rend="italic">Bernardo degli Uberti</hi><hi rend="CharOverride-1">, cit., p. 293. La sottoscrizione di «</hi><hi rend="italic">Tedericus prior Vallimbr</hi><hi rend="CharOverride-1">(ose)» precede immediatamente quella di Bernardo degli Uberti, «</hi><hi rend="italic">indignus cardinalis</hi><hi rend="italic"> beati Pe</hi><hi rend="CharOverride-1">(tri), </hi><hi rend="italic">apostolorum principis, et dictus abbas Vallimbr</hi><hi rend="CharOverride-1">(ose)» nel </hi><hi rend="italic">conventus abbatum</hi><hi rend="CharOverride-1"> del 7 marzo 1101 tenutosi a San Salvi, cfr. </hi><hi rend="italic">Acta capitulorum generalium</hi><hi rend="italic"> congregationis Vallis Umbrosae</hi><hi rend="CharOverride-1">, I. </hi><hi rend="italic">Institutiones abbatum (1095-1310)</hi><hi rend="CharOverride-1">, a cura di R. N. Vasaturo osb, Edizioni di storia e letteratura, Roma 1985, pp. 6-8: 8.</hi></p></item>
				</list><list type="ordered">
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-4"><ref target="OP08849_xml_9_103-180.html#footnote-179-backlink">-1</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	Volpini, </hi><hi rend="italic">Bernardo degli Uberti</hi><hi rend="CharOverride-1">, cit., pp. 292-293.</hi></p></item>
				</list><list type="ordered">
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-4"><ref target="OP08849_xml_9_103-180.html#footnote-178-backlink">-1</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	Nell’adunanza tenutasi in San Michele in Forcole presso Pistoia, convocata da Atto abate maggiore nel 1127, nel preambolo viene fatto riferimento a uno dei motivi per cui si teneva il </hi><hi rend="italic">conventus abbatum</hi><hi rend="CharOverride-1">: «</hi><hi rend="italic">abbates et priores Vallimbrosane congregationis numero XXVII, cum domino Vallimbr</hi><hi rend="CharOverride-1">(osano) </hi><hi rend="italic">abbate maiori</hi><hi rend="CharOverride-1">» si erano radunati «</hi><hi rend="italic">firmantes quod preterito anno apud sanctum Salvium, in presentia domini Bernardi episcopi, statuerant et firmaverant</hi><hi rend="CharOverride-1">»: si trattava perciò, a quanto credo, di decisioni prese un anno prima a San Salvi, su cui probabilmente era stato necessario ritornare a discutere prima delle delibere definitive; cfr. </hi><hi rend="italic">Acta capitulorum generalium</hi><hi rend="CharOverride-1">, cit., pp. 9-10.</hi></p></item>
				</list><list type="ordered">
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-4"><ref target="OP08849_xml_9_103-180.html#footnote-177-backlink">-1</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	</hi><hi rend="italic">Ibidem</hi><hi rend="CharOverride-1">. Nel 1127 furono messe a punto alcune importanti disposizioni sui comportamenti che i membri delle varie comunità dovevano osservare; la più rilevante delle quali era che fosse facoltà dell’abate maggiore far venire monaci da altri cenobi a Vallombrosa o, viceversa, mandare altrove quelli che ivi risiedevano.</hi></p></item>
				</list><list type="ordered">
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-4"><ref target="OP08849_xml_9_103-180.html#footnote-176-backlink">-1</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	Ivi, pp. 11-12. Questa volta le discussioni erano durate tre giorni e non vertevano, come nell’adunanza precedente, sui comportamenti esterni, ma piuttosto sull’attitudine spirituale che doveva distinguere il monaco vallombrosano: «</hi><hi rend="italic">firmaverunt, ut sacra maiorum statuta, in aliis prioribus conventibus stabilita, quisque pro posse servaret, caritatem scilicet et mundi contemptum cum humilitate et obedientia</hi><hi rend="CharOverride-1">»: ivi, p. 11.</hi></p></item>
				</list><list type="ordered">
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-4"><ref target="OP08849_xml_9_103-180.html#footnote-175-backlink">-1</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	Ivi, pp. 13-14. Nel </hi><hi rend="italic">capitulum</hi><hi rend="CharOverride-1"> di San Salvi del 1129 si era ritornato a discutere sull’adeguamento della </hi><hi rend="italic">regula</hi><hi rend="CharOverride-1"> alle necessità dei tempi: di particolare interesse si rivelano le disposizioni che prevedevano che solo l’abate di ogni monastero avesse facoltà di autorizzare qualcuno dei sottoposti a dare o ricevere qualcosa in qualsiasi occasione, «</hi><hi rend="italic">quia sub hac specie multi fures et sacrilegi fiunt</hi><hi rend="CharOverride-1">», e che proibivano a chi avesse messo le mani sugli abati di ricoprire alcun incarico di responsabilità nell’Ordine, come quello di abate o priore, per sempre.</hi></p></item>
				</list><list type="ordered">
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-4"><ref target="OP08849_xml_9_103-180.html#footnote-174-backlink">-1</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	Cfr. Vasaturo, </hi><hi rend="italic">Vallombrosa. L’abbazia e la congregazione</hi><hi rend="CharOverride-1">, cit., p. 37; F. Salvestrini, </hi><hi rend="italic">L’origine della presenza vallombrosana in Sardegna. Attestazioni documentarie e tradizioni storico-erudite fra pieno Medioevo e prima Età moderna</hi><hi rend="CharOverride-1">, in P. Piatti e M. Vidili (a cura di), Per Sardiniae insulam constituti. </hi><hi rend="italic">Gli ordini religiosi nel Medioevo sardo</hi><hi rend="CharOverride-1">, </hi><hi rend="CharOverride-1">Lit, Berlin 2014 (Vita regularis. Ordnungen und Deutungen religiosen Lebens im Mittelalter, Abhandlungen 62), pp. 131-149</hi><hi rend="CharOverride-1">.</hi></p></item>
				</list><list type="ordered">
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-4"><ref target="OP08849_xml_9_103-180.html#footnote-173-backlink">-1</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	Fra le edizioni della </hi><hi rend="italic">Vita di Giovanni Gualberto</hi><hi rend="CharOverride-1"> scritta da Atto cfr.: </hi><hi rend="italic">Attonis episcopi Pistoriensis Vita sancti Iohannis Gualberti</hi><hi rend="CharOverride-1">, in </hi><ref target="https://www.fupress.com"><hi rend="CharOverride-1">AA.SS</hi></ref><hi rend="CharOverride-1">. Iulii 3, per Iacobum du Moulin, Antverpiae 1723, pp. 365-382; </hi><hi rend="italic">Vita sancti Johannis Gualberti auctore Attone</hi><hi rend="CharOverride-1">, in PL, accurante J.P. Migne, 146, Parisiis 1884, rist. anast. Turnhout [1956-1963], coll. 667 B – 706 A; </hi><hi rend="italic">Vita S. Johannis Gualberti auctore Attone episcopo Pistoriensi</hi><hi rend="CharOverride-1">, ed. </hi><hi rend="CharOverride-1" >F. Baethgen, in MGH, </hi><hi rend="italic">Scriptorum</hi><hi rend="CharOverride-1" >, XXX/2, Impensis Karoli Hiersemann, Lipsiae 1934, rist. anast. </hi><hi rend="CharOverride-1">Stuttgart-New York 1964, pp. 1080-1081, 1084-1085, 1086. Per la datazione cfr. A. Degl’Innocenti, </hi><hi rend="italic">Le Vite antiche di Giovanni Gualberto: cronologia e modelli agiografici</hi><hi rend="CharOverride-1">, «Studi medievali», serie III, 25, 1984, 1, pp. 31-91: 34, 44.</hi></p></item>
				</list><list type="ordered">
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-4"><ref target="OP08849_xml_9_103-180.html#footnote-172-backlink">-1</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	</hi><hi rend="italic">Vita sancti Johannis Gualberti auctore Andrea abbate Strumensi</hi><hi rend="CharOverride-1">, ed. F. Baethgen, in MGH, </hi><hi rend="italic">Scriptorum</hi><hi rend="CharOverride-1">, XXX/2, cit., pp. 1080-1104. Per la datazione della </hi><hi rend="italic">Vita </hi><hi rend="CharOverride-1">scritta da Andrea di Strumi cfr. Degl’Innocenti, </hi><hi rend="italic">Le vite antiche</hi><hi rend="CharOverride-1">, cit., pp. 35, 44.</hi></p></item>
				</list><list type="ordered">
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-4"><ref target="OP08849_xml_9_103-180.html#footnote-171-backlink">-1</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	Cfr. S. Boesch Gajano, </hi><hi rend="italic">Storia e tradizioni vallombrosane</hi><hi rend="CharOverride-1">, «Bullettino dell’Istituto storico italiano per il Medio Evo e Archivio Muratoriano», 76, 1964, pp. 99-215; P. Di Re, </hi><hi rend="italic">Biografie di Giovanni Gualberto a confronto</hi><hi rend="CharOverride-1">, s.n., Roma 1974, pp. 19-74; Degl’Innocenti, </hi><hi rend="italic">Le vite antiche</hi><hi rend="CharOverride-1">, cit., pp. 44-76.</hi></p></item>
				</list><list type="ordered">
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-4"><ref target="OP08849_xml_9_103-180.html#footnote-170-backlink">-1</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	Lo stesso Atto premetteva alla biografia del fondatore i criteri cui si era attenuto per essere certo di non tralasciare qualcosa di importante. Egli perciò aveva utilizzato nel testo le testimonianze dirette raccolte, senza trascurare di valutare quanto aveva trovato scritto o si riteneva vero da parte di tutti: </hi><hi rend="italic">Metuebam quippe, quae a catholicis fratribus, qui suo tempore fuerunt, et plurima de his</hi><hi rend="italic"> quae scripserunt, propriis oculis perspexerunt, silentio praeterire </hi><hi rend="CharOverride-1">[…]; </hi><hi rend="italic">partem eorum </hi><hi rend="italic">quae multorum fidelium relatione facta cognovi, in hoc opuscolo conscribere studui; nonnulla praeteriens ex his </hi><hi rend="italic">quae scripta prius inveni, et de his quae multorum assertione vera fuisse frequenter audiveram</hi><hi rend="CharOverride-1"> (</hi><hi rend="italic">Vita sancti Joannis Gualberti</hi><hi rend="CharOverride-1"> </hi><hi rend="italic">auctore Attone</hi><hi rend="CharOverride-1">, in PL, 146, coll. 671 B, 671 C, in Degl’Innocenti, </hi><hi rend="italic">Le vite antiche</hi><hi rend="CharOverride-1">, cit., pp. 34, nota 18, 35, nota 19).</hi></p></item>
				</list><list type="ordered">
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-4"><ref target="OP08849_xml_9_103-180.html#footnote-169-backlink">-1</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	Sulla complicata situazione della metropoli milanese in quei decenni cfr. P. Zerbi, </hi><hi rend="italic">I rapporti di S. Bernardo di Chiaravalle con i vescovi e le diocesi d’Italia</hi><hi rend="CharOverride-1"> – pubblicato la prima volta in </hi><hi rend="italic">Vescovi e diocesi in Italia nel Medioevo (</hi><hi rend="italic">secc. IX-XII)</hi><hi rend="CharOverride-1">, Atti del II convegno di storia della Chiesa in Italia (Roma, 5-9 settembre 1961), Padova 1964, pp. 219-313 – edito di nuovo in Id., </hi><hi rend="italic">Tra Milano e Cluny. Momenti di vita e cultura ecclesiastica nel secolo XII</hi><hi rend="CharOverride-1">, Herder ed., Roma 1978, pp. 3-109; Id., </hi><hi rend="italic">La Chiesa ambrosiana di fronte alla Chiesa romana dal 1120 al 1135</hi><hi rend="CharOverride-1"> – pubblicato la prima volta in «Studi medievali», serie III, 4, 1963, pp. 136-216 – edito di nuovo in </hi><hi rend="italic">Tra Milano e Cluny</hi><hi rend="CharOverride-1">, cit., pp. 125-230. Fra gli anni Venti e Trenta del secolo XII il tradizionale autonomismo della metropoli milanese ne poneva gli orientamenti ecclesiali e politici in opposizione al papato e spesso a favore del </hi><hi rend="italic">regnum</hi><hi rend="CharOverride-1"> e dell’Impero. L’intervento coordinato fra Innocenzo II, Bernardo di Chiaravalle, il vallombrosano Bernardo degli Uberti abate maggiore della sua congregazione, legato pontificio e vicario in Lombardia, poi vescovo di Parma (e dei suoi successori nella carica di abate maggiore Adimaro/Almario, Atto e Gualdo) contribuì allora a cambiare radicalmente, fra 1134 e 1135, la posizione del metropolita di Milano, dopo la cacciata dell’arcivescovo Anselmo V della Pusterla fautore dell’antipapa Anacleto II. Il pubblico giudizio sull’arcivescovo, organizzato con la presenza dei consoli, del popolo, dei vescovi suffraganei e di monaci tonsurati e vestiti di rudi stoffe di lana bianca e grigia – che per Zerbi erano cluniacensi, ma che più probabilmente erano vallombrosani – nel quale fu decisa l’espulsione di Anselmo V della Pusterla nel 1134 o anche agli inizi del 1135 (cfr. Zerbi, </hi><hi rend="italic">I rapporti di Bernardo di Chiaravalle</hi><hi rend="CharOverride-1">, cit., pp. 34-35, nota 71; F. Salvestrini, </hi><hi rend="italic">Il monachesimo vallombrosano in Lombardia. Storia di una presenza e di una plurisecolare interazione</hi><hi rend="CharOverride-1">, in F. Salvestrini (a cura di), </hi><hi rend="italic">I Vallombrosani in Lombardia (XI-XVIII secolo</hi><hi rend="CharOverride-1">), ERSAF, Milano 2011, pp. 3-51: 19-22) risulta il momento culminante di quest’azione concordata, che aveva come punto di forza per agire sull’opinione pubblica le diverse comunità monastiche alleate con Innocenzo II, fra cui i Vallombrosani di San Barnaba di Gratosoglio, già attivi almeno dal 1130 a Milano: cfr. G. Monzio Compagnoni, </hi><hi rend="italic">Fondazioni vallombrosane in diocesi di Milano. Prime ricerche</hi><hi rend="CharOverride-1">, in Id. (a cura di), </hi><hi rend="italic">I Vallombrosani nella società italiana</hi><hi rend="CharOverride-1">, cit., pp. 203-238: 219, 236-237.</hi></p></item>
				</list><list type="ordered">
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-4"><ref target="OP08849_xml_9_103-180.html#footnote-168-backlink">-1</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	Costretto, dopo la consacrazione come pontefice del 23 febbraio 1130, ad allontanarsi da Roma per sfuggire ai seguaci del competitore, poi ‘antipapa’ Anacleto II, Innocenzo II alla fine di aprile dello stesso anno era partito per Pisa, da dove si sarebbe diretto nell’estate verso Genova e la Francia: cfr. T. di Carpegna Falconieri, </hi><hi rend="italic">Innocenzo II</hi><hi rend="CharOverride-1">, in </hi><hi rend="italic">Enciclopedia dei Papi</hi><hi rend="CharOverride-1">, II, Istituto della Enciclopedia italiana fondato da Giovanni Treccani, Roma 2000, pp. 261-268: 264. A Pisa deve averlo raggiunto l’abate maggiore vallombrosano Atto, che aveva offerto </hi><hi rend="CharOverride-1">l’appoggio della sua congregazione e gli aveva richiesto conferma dei privilegi concessi dai suoi predecessori, ma adeguandosi alle necessità emergenti. Il documento, dato dalla città tirrenica, ma senza indicazione se non dell’anno primo di pontificato, è databile al maggio-giugno del 1130 e venne pubblicato la prima volta da Giovanni Breschi nel 1855: cfr. Breschi, </hi><hi rend="italic">Storia di S. Atto</hi><hi rend="CharOverride-1">, cit., pp. 241-243, che l’aveva rintracciato «nell’Archivio Diplomatico di Firenze». Occorre tuttavia osservare, a proposito del contenuto di questo privilegio, la particolare forma adottata dal papa per concedere ciò che era stato richiesto. Intanto, non si trattava di una semplice conferma dei privilegi precedentemente erogati dai pontefici – qui indicati come Gregorio VII, Vittore III, Urbano II e Pasquale II – di cui sussistono gli ultimi due, ben strutturati, ma di un atto d’autorità di Innocenzo II che in particolare concedeva all’abbazia di Vallombrosa, tramite il suo abate maggiore Atto, ciò di cui allora in particolare l’ente aveva bisogno, ed era la conseguenza dell’applicazione dei privilegi precedenti. Il problema era sostanzialmente che ora doveva essere concesso come diritto ciò che si era venuto a creare di fatto, dalle controversie di nuovo risorgenti con gli enti ecclesiastici danneggiati dai precedenti privilegi di cui si servivano i Vallombrosani: gli episcopati nelle diocesi, i capitoli canonicali, le pievi e le parrocchie. Come congregazione esente dal tradizionale ordinamento diocesano lo scontro non poteva che avvenire a proposito della riscossione delle decime e della spettanza dei diritti plebani, fra cui quelli di sepoltura. Si veda, in proposito, quanto osservato nelle pagine precedenti del presente contributo. Si trattava dunque, questa volta, di una concessione innovativa presentata come una conferma di precedenti disposizioni – a questo serviva la menzione dei papi che già avevano favorito la congregazione – che concerneva i diritti di decima (motivati con l’esigenza di Vallombrosa di mantenere il proprio xenodochio), i diritti di sepoltura (che sottraevano a pievi e cappelle i loro introiti), le donazioni comunque acquisite. Era innovativo anche il principio che i Vallombrosani potessero accogliere conversi laici o di altro tipo da tutte le provenienze, cosa che sovvertiva i tradizionali criteri pertinenziali delle chiese diocesane, ma che Atto ben conosceva come fenomeno da tempo verificatosi per la forza attrattiva delle comunità di obbedienza gualbertiana. Una volta stabiliti tali nuovi privilegi, sotto forma di concessione alla casa madre di Vallombrosa, essi venivano almeno formalmente estesi agli altri cenobi dipendenti in modo automatico (senza più bisogno di farne un preciso elenco, come in precedenza), in quanto tale forma di vita monastica si presentava come aggregazione mediante il </hi><hi rend="italic">vinculum caritatis</hi><hi rend="CharOverride-1">, e poteva perciò essere considerata come un unico organismo. L’eccezione dunque, formulata per la badia di Vallombrosa, come sede monastica di vertice per un’intera rete di cenobi, si estendeva ad essi come norma generale. Sull’ampio e variegato mondo dei </hi><hi rend="italic">conversi</hi><hi rend="CharOverride-1"> entro la </hi><hi rend="italic">familia</hi><hi rend="CharOverride-1"> gualbertiana, ivi esistenti fin dall’origine, cfr. F. Salvestrini, </hi><hi rend="italic">«Considerantes statum flebilem et miserabilem mundi». Conversi e conversioni nel monachesimo vallombrosano (secoli XI-XV)</hi><hi rend="CharOverride-1">, in A. Guidotti e G. Cirri (a cura di), </hi><hi rend="italic">Dalle abbazie, l’Europa. I nuovi germogli del seme benedettino nel passaggio tra primo e secondo millennio (secc. X-XII)</hi><hi rend="CharOverride-1">, Atti del Convegno di studi (Badia a Settimo, 22-24 aprile 1999), Maschietto ed., Firenze 2006, pp. 119-141; Id., </hi><hi rend="italic">Disciplina </hi><hi rend="italic">caritatis</hi><hi rend="CharOverride-1">, cit., pp. 245-302: 275 (</hi><hi rend="italic">capitulum</hi><hi rend="CharOverride-1"> convocato da Atto nel 1128).</hi></p></item>
				</list><list type="ordered">
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-4"><ref target="OP08849_xml_9_103-180.html#footnote-167-backlink">-1</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	Un lucido e ancora adeguato profilo sulle origini di Prato fino al termine del secolo XII è offerto da Quinto Santoli, sotto forma di commento a due (allora) recenti pubblicazioni: quella di F. Carlesi, </hi><hi rend="italic">Origini della Città e del Comune di Prato</hi><hi rend="CharOverride-1">, Alberghetti editore, Prato 1904, e quella di R. Caggese, </hi><hi rend="italic">Un Comune libero alle porte di Firenze (Prato in Toscana). Studi e ricerche</hi><hi rend="CharOverride-1">, s.n., Firenze 1905. Il saggio, edito sul «Bullettino storico pistoiese» del 1905 in una prima puntata cui non fece mai seguito la continuazione, contiene anche i termini della controversia con Atto, in qualità di ordinario diocesano di Pistoia: cfr. Q. Santoli, </hi><hi rend="italic">La storia di Prato sino alla fine del sec. XIII. A proposito di due recenti pubblicazioni</hi><hi rend="CharOverride-1">, «Bullettino storico pistoiese», 7(3-4, 1905, pp. 166-180. Sulla questione pratese cfr. anche Ferrali, </hi><hi rend="italic">Vita di S. Atto</hi><hi rend="CharOverride-1">, cit., pp. 40-46. Sullo stato della diocesi pistoiese fra XI e XII secolo si vedano anche: Id., </hi><hi rend="italic">Le temporalità del Vescovado nei rapporti col Comune a Pistoia nei secoli XII e XIII</hi><hi rend="CharOverride-1">, in </hi><hi rend="italic">Vescovi e Diocesi</hi><hi rend="CharOverride-1">, cit.,</hi><hi rend="italic"> </hi><hi rend="CharOverride-1">pp. 365-408, ripubblicato in Id., </hi><hi rend="italic">Chiesa e clero pistoiesi nel Medioevo</hi><hi rend="CharOverride-1">, a cura di G. Francesconi e R. Nelli («Biblioteca storica pistoiese», X), Società pistoiese di storia patria, Pistoia 2005, pp. 117-158 (con piantina delle istituzioni ecclesiastiche e laiche soggette all’episcopato di Pistoia, p. 125); E. Vannucchi, </hi><hi rend="italic">Chiesa e religiosità</hi><hi rend="CharOverride-1">, in </hi><hi rend="italic">Storia di Pistoia</hi><hi rend="CharOverride-1">, II, cit., pp. 355-360. Si rimanda anche, per un più documentato e ampio rapporto con la situazione storica generale coeva, a R. Fantappiè, </hi><hi rend="italic">La chiesa di San Giovanni Forcivitas e i suoi rapporti con la propositura di Prato</hi><hi rend="CharOverride-1">, «Bullettino storico pistoiese», 73, 1971, pp. 79-124: 80-81, nota 4, 81-82</hi><hi rend="CharOverride-1">, nota 10; </hi><hi rend="italic">Le carte della propositura di S. Stefano di Prato, I, (1006-1200)</hi><hi rend="CharOverride-1">, a cura di R. Fantappiè, Olschki, Firenze 1977, pp. VIII-XII; Id., </hi><hi rend="italic">Nascita d’una terra di nome Prato, secolo VI-XII</hi><hi rend="CharOverride-1">, in </hi><hi rend="italic">Storia di Prato, I, fino al secolo XIV</hi><hi rend="CharOverride-1">, Edizioni Cassa di Risparmi e Depositi, Prato 1980, pp. 97-359: 154-164 (con piantina del distretto pratese, p. 161), 179-190.</hi></p></item>
				</list><list type="ordered">
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-4"><ref target="OP08849_xml_9_103-180.html#footnote-166-backlink">-1</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	Il documento, pubblicato da Carlesi, </hi><hi rend="italic">Origini</hi><hi rend="CharOverride-1">, cit., p. 145, si rivela chiaramente un falso, dato che il </hi><hi rend="italic">datum</hi><hi rend="CharOverride-1"> topico vi risulta il Laterano, quando Innocenzo II si era allontanato da tempo da Roma e stava allora in Francia. Pare possibilista, al riguardo, Sabatino Ferrali, cfr. Ferrali, </hi><hi rend="italic">Vita di S. Atto</hi><hi rend="CharOverride-1">, cit., pp. 40-46: 41, 45, note 4, 5. È significativo, a questo proposito, il fatto che l’editore dei documenti della propositura di Santo Stefano a Prato, Renzo Fantappiè (cfr. la nota precedente), abbia ritenuto opportuno sorvolare sul falso privilegio, includendo nella raccolta documentaria solo il testo di quello autentico: cfr. </hi><hi rend="italic">Le carte della propositura</hi><hi rend="CharOverride-1">, cit., pp. VIII, 258-261, documento 133, </hi><hi rend="italic">privilegium</hi><hi rend="CharOverride-1"> del 21 maggio 1133.</hi></p></item>
				</list><list type="ordered">
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-4"><ref target="OP08849_xml_9_103-180.html#footnote-165-backlink">-1</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	Cfr. la nota precedente. Nell’arenga iniziale la necessità di sottoporre la pieve pratese alla tutela della Santa Sede, pur espressa in modo sostanzialmente generico, pare alludere al pericolo di un intervento di nemici della Chiesa romana e del suo legittimo rappresentante: </hi><hi rend="italic">Iustitię et rationis ordo nos admonet, ut qui ad ecclesiarum </hi><hi rend="italic">regimen divina sumus providentia assumpti, eas et a pravorum hominum incursibus tueamur et sub pio sanctę </hi><hi rend="italic">Romanę Ecclesię gremio confovere curemus</hi><hi rend="CharOverride-1">. Veniva concesso che entro l’ambito della parrocchia di Santo Stefano di Prato non fosse lecito ad alcuno costruire una chiesa; che fosse consentito alla pieve di riscuotere le decime e i diritti di sepoltura; che il crisma, l’olio santo, la consacrazione di altari e chiese, l’ordinazione dei chierici spettassero all’ordinario diocesano, se </hi><hi rend="italic">catholicus</hi><hi rend="CharOverride-1">; che i beni di pertinenza in qualsiasi modo ottenuti fossero confermati; che non fosse lecito ad alcuno infrangere tali disposizioni, </hi><hi rend="italic">salva diocesani episcopi reverentia</hi><hi rend="CharOverride-1">. Ma il privilegio più rilevante risultava quello che prevedeva </hi><hi rend="italic">ut nullus interdicti </hi><hi rend="italic">seu excomunicationis sententiam, absque iusta et rationabili causa, in vos audeat promulgare</hi><hi rend="CharOverride-1">: in base a tale principio l’alto clero pratese poteva contare sulla protezione pontificia in controversie territoriali di tale tipo, come poi puntualmente accadde per tutto il XII secolo e in seguito.</hi></p></item>
				</list><list type="ordered">
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-4"><ref target="OP08849_xml_9_103-180.html#footnote-164-backlink">-1</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	Cfr. più oltre la nota 152.</hi></p></item>
				</list><list type="ordered">
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-4"><ref target="OP08849_xml_9_103-180.html#footnote-163-backlink">-1</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	In </hi><hi rend="italic">Le carte della propositura</hi><hi rend="CharOverride-1">, cit., pp. 256-258, documento 132, 25 agosto 1132, rogato presso la chiesa di Santo Stefano in Prato.</hi></p></item>
				</list><list type="ordered">
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-4"><ref target="OP08849_xml_9_103-180.html#footnote-162-backlink">-1</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	Cfr. Ferrali, </hi><hi rend="italic">Vita di S. Atto</hi><hi rend="CharOverride-1">, cit., pp. 40-46. La diocesi di Prato, riconosciuta il 22 settembre 1653 e in rapporto con quella pistoiese solo mediante l’unione personale con il vescovo di Pistoia, dopo alcuni ampliamenti avvenuti in tempi successivi venne riconosciuta come autonoma il 25 gennaio 1954 con la bolla pontificia </hi><hi rend="italic">Clerus populusque</hi><hi rend="CharOverride-1"> di Pio XII.</hi></p></item>
				</list><list type="ordered">
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-4"><ref target="OP08849_xml_9_103-180.html#footnote-161-backlink">-1</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	Del 2 settembre 1133 è la bolla di Innocenzo II, data da Siena e indirizzata ad Atto ancora in qualità di «abate vallombrosano», in cui il pontefice gli consegnava, perché vi erigesse un monastero della sua congregazione, la chiesa di San Vigilio nell’episcopato veronese, sita in località </hi><hi rend="italic">Curtis Trintina</hi><hi rend="CharOverride-1">, donata in precedenza alla Santa Sede dal canonico di Brescia Oberto col consenso della famiglia. Il privilegio è stato riedito da Volpini, cfr. R. Volpini,</hi><hi rend="italic"> Additiones Kehrianae, II, Nota sulla tradizione dei documenti pontifici per Vallombrosa</hi><hi rend="CharOverride-1">, «Rivista di storia della Chiesa in Italia», 23, 1969, 2, pp. 313-360: 355; cfr. anche G. Spinelli, </hi><hi rend="italic">Note sull’espansione vallombrosana in alta Italia</hi><hi rend="CharOverride-1">, in </hi><hi rend="italic">I Vallombrosani nella società italiana</hi><hi rend="CharOverride-1">, cit., pp. 179-201: 194-195. Cfr. anche Breschi, </hi><hi rend="italic">Storia di S. Atto</hi><hi rend="CharOverride-1">, cit., pp. 114-115, 224-225. Vasaturo, </hi><hi rend="italic">Vallombrosa. L’abbazia e la congregazione</hi><hi rend="CharOverride-1">, cit., fa invece riferimento, come ultimo documento in cui è menzionato Atto quale abate maggiore di Vallombrosa, a un atto (di cui non rivela il contenuto) del 3 settembre 1133 in ASF, </hi><hi rend="italic">Diplomatico, Vallombrosa, ad diem</hi><hi rend="CharOverride-1">: cfr. p. 36, nota 214.</hi></p></item>
				</list><list type="ordered">
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-4"><ref target="OP08849_xml_9_103-180.html#footnote-160-backlink">-1</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	Cfr. Breschi, </hi><hi rend="italic">Storia di S. Atto</hi><hi rend="CharOverride-1">, cit., pp. 130, 246-250 (datato 1134 senza rapportare lo stile pisano allo stile corrente); Ferrali, </hi><hi rend="italic">Vita di S. Atto</hi><hi rend="CharOverride-1">, cit., p. 21 (il documento è ancora datato al 21 dicembre 1134). La bolla di Innocenzo II risulta presente, in copie medievali, sia nell’archivio del Vescovado pistoiese, sia nell’archivio dei canonici della cattedrale di San Zeno, sia nell’antico archivio dell’Opera di San Iacopo: cfr. RCP, </hi><hi rend="italic">Vescovado secoli XI e XII</hi><hi rend="CharOverride-1">, cit., pp. 34-36, regesto 22, 21 dicembre 1133; RCP, </hi><hi rend="italic">Canonica sec. XII</hi><hi rend="CharOverride-1">, cit., pp. 82-85, regesto 411, alla data; RCP, </hi><hi rend="italic">Pistoia, Comune (e Sant’Iacopo, Opera), 1121-1139</hi><hi rend="CharOverride-1">, a cura di M. Mariani e P. Turi, «Bullettino storico pistoiese», 118, 2016, pp. 239-250: 245-247, regesto 40, alla data.</hi></p></item>
				</list><list type="ordered">
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-4"><ref target="OP08849_xml_9_103-180.html#footnote-159-backlink">-1</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	Ferrali, </hi><hi rend="italic">Vita di S. Atto</hi><hi rend="CharOverride-1">, cit., pp. 21, 28-29; </hi><hi rend="italic">Appendice</hi><hi rend="CharOverride-1">, documento 1, pp. 61-63. La data del 25 novembre 1133 come giorno della nomina papale di Atto a vescovo di Pistoia è del resto congruente con la presenza di Innocenzo II a Pisa almeno dal 16 novembre di quell’anno: cfr. Zerbi, </hi><hi rend="italic">I rapporti di S. Bernardo</hi><hi rend="CharOverride-1">, cit., p. 32, nota 65.</hi></p></item>
				</list><list type="ordered">
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-4"><ref target="OP08849_xml_9_103-180.html#footnote-158-backlink">-1</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	Cfr. il testo relativo alle note 209 e 210.</hi></p></item>
				</list><list type="ordered">
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-4"><ref target="OP08849_xml_9_103-180.html#footnote-157-backlink">-1</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	RCP, </hi><hi rend="italic">Canonica sec. XII</hi><hi rend="CharOverride-1">, cit., pp. 82-85: per quanto riguardava gli enti ecclesiastici e i possessi sottoposti al vescovo di Pistoia, il documento risulta un vero e proprio attestato di quanto era stato recuperato a cura degli ultimi vescovi locali, in particolare dai tempi della contessa Matilde e del cardinale e vallombrosano Bernardo degli Uberti, ma anche dei problemi che affliggevano la diocesi di Pistoia. Si proibiva, infatti, a chiunque di </hi><hi rend="italic">alienare ab ecclesie iure et clericorum usibus decimationes de Monte Murlo, de Prato, de S. Paulo, de Colonica, de Montemagno, de Casale, de Lamporechio, de Creti et de Spanarechio, quam</hi><hi rend="italic"> de laicorum manibus sollertia predicti predecessoris Ildebrandi eripuit</hi><hi rend="CharOverride-1">, e, fra le pievi sottoposte all’ordinario diocesano, venivano elencate, in modo corrispondente, anche quelle che facevano parte della ‘questione pratese’: </hi><hi rend="italic">plebem</hi><hi rend="CharOverride-1"> </hi><hi rend="italic">S. Pauli, plebem</hi><hi rend="italic"> S. Ypoliti, plebem de Aiolo, plebem S. Iusti, plebem de Colonica, in Prato plebem S. Stephani</hi><hi rend="CharOverride-1">. A questo proposito era inserito nel testo l’ordine del papa, che </hi><hi rend="italic">occasione privilegii quod </hi><hi rend="italic">Pratenses</hi><hi rend="CharOverride-1"> avevano da lui ottenuto, imponeva ad essi che </hi><hi rend="italic">nulla iniuria aut inobedientia matri sue Pistoriensi ecclesie, seu cuilibet supradictarum plebium, videlicet S. Pauli, S. Ypoliti, de Aiolo, S. Iusti</hi><hi rend="italic"> et de Colonica inferatur; ne Pratensis ecclesia vel clerici ipsius loci eodem scripto contra iustitiam vel dignitatem aut obedientiam ecclesie seu episcopi </hi><hi rend="CharOverride-1">[</hi><hi rend="italic">sic</hi><hi rend="CharOverride-1">, ma da correggere con </hi><hi rend="italic">episcopo</hi><hi rend="CharOverride-1">] </hi><hi rend="italic">Pistoriensi utantur; set que ad modum preedecessorum Urbani, Pascalis et aliorum, seu etiam bone memorie Petri et </hi><hi rend="italic">Ildebrandi Pistoriensium episcoporum tempore, in omnibus obediens et subiecta permaneat</hi><hi rend="CharOverride-1">. La coeva missiva papale al clero pratese è in RCP, </hi><hi rend="italic">Vescovado secc. XI e XII</hi><hi rend="CharOverride-1">, cit., p. 37, regesto 23, alla data 21 dicembre 1133; l’epistola è anche edita in </hi><hi rend="italic">Le carte</hi><hi rend="CharOverride-1"> </hi><hi rend="italic">della propositura</hi><hi rend="CharOverride-1">, cit., p. 263, documento 135, alla data. Si noti perciò che la scomunica ai Pratesi da parte del nuovo presule Atto doveva essere stata comminata entro neppure un mese dalla sua nomina (25 novembre).</hi></p></item>
				</list><list type="ordered">
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-4"><ref target="OP08849_xml_9_103-180.html#footnote-156-backlink">-1</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	Cfr. anche oltre nel presente testo.</hi></p></item>
				</list><list type="ordered">
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-4"><ref target="OP08849_xml_9_103-180.html#footnote-155-backlink">-1</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	Tali pievi erano contermini all’area sottoposta, fra XI e XII secolo, all’influenza pratese, ed erano state chiaramente individuate – dietro indicazione del neo-vescovo Atto – nella bolla del 21 dicembre 1133 data da Pisa. Una piantina della diocesi pistoiese, con la zona compresa fra il corso del Bisenzio e quello dell’Ombrone, come già segnalato, è in Ferrali, </hi><hi rend="italic">Le temporalità del vescovado</hi><hi rend="CharOverride-1">, cit., p. 125. Cfr. anche Id., </hi><hi rend="italic">Pievi e parrocchie nel territorio pistoiese</hi><hi rend="CharOverride-1">, in Id., </hi><hi rend="italic">Chiesa e clero pistoiesi</hi><hi rend="CharOverride-1">, cit., pp. 1-44: 13-17.</hi></p></item>
				</list><list type="ordered">
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-4"><ref target="OP08849_xml_9_103-180.html#footnote-154-backlink">-1</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	Cfr. la nota 68.</hi></p></item>
				</list><list type="ordered">
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-4"><ref target="OP08849_xml_9_103-180.html#footnote-153-backlink">-1</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	RCP, </hi><hi rend="italic">Vescovado secc. XI e XII</hi><hi rend="CharOverride-1">, cit., pp. 22-33, documento 21 (edizione). Per la datazione di esso, tradizionalmente assegnato al 1132, poco prima della morte di Ildebrando avvenuta alla fine dello stesso anno, si vedano le note d’apparato: ivi, pp. 22-23. L’editore di questa raccolta documentaria, Natale Rauty, ha suddiviso il testo del «Memoriale» in paragrafi e ha segnalato che i primi 29 appartengono alla stesura originaria; essi si concludono infatti con una nota al successore: </hi><hi rend="italic">Videat igitur hęc pastor Aecclesię et omnia diligenter inquirat. Ego enim eo tempore mea culpa, partim negligentia, </hi><hi rend="italic">partim infestatione malorum hominum atque quia potestatem quę mihi iusticiam facere non habebam, multa perire permisi non </hi><hi rend="italic">spontaneus, sed invitus</hi><hi rend="CharOverride-1"> (p. 31). La conclusione risulta peraltro perfettamente coerente con la premessa, che dichiara le motivazioni per cui fu steso l’anomalo documento: </hi><hi rend="italic">Quia obeuntibus episcopis mali ministeriales et alii pessimi homines diripiunt et furantur res Ecclesię</hi><hi rend="italic"> atque ab aliis electis et id nescientibus accipiunt investituram de his quę aliquo modo detinent</hi><hi rend="CharOverride-1"> (p. 23). I successivi cinque paragrafi sono aggiunte posteriori, che verosimilmente devono essere appartenute a un aggiornamento della situazione da parte dell’economo di Atto, il quale, infatti, nel suo episcopato continuò a occuparsi del recupero di quanto disperso o alienato nel territorio diocesano. Circa l’interpretazione del «Memoriale», diversi sono stati i pareri. Natale Rauty riteneva che si trattasse sostanzialmente di una «dichiarazione d’impotenza» di un vecchio vescovo che non aveva saputo opporsi alle prevaricazioni del laicato comunale (cfr. Rauty, </hi><hi rend="italic">L’antico palazzo dei vescovi</hi><hi rend="CharOverride-1">, cit., pp. 53-54; Id., </hi><hi rend="italic">Società, istituzioni, politica</hi><hi rend="CharOverride-1">, cit., p. 17 nota 82). Più recentemente Giampaolo Francesconi, in un contributo sul tema, ne ha opportunamente e convincentemente mostrato il carattere ‘politico’ e tutto orientato in senso operativo: cfr. G. Francesconi, </hi><hi rend="italic">Il «memoriale» del vescovo Ildebrando: un manifesto politico d’inizio secolo XII?</hi><hi rend="CharOverride-1">, «Bullettino storico pistoiese», 112, 2010, pp. 109-136. Se mai, trovo difficile concordare con lo studioso sul giudizio da lui dato circa l’episcopato di Ildebrando (grande figura ancora da approfondire, che godeva della stima di Bernardo di Chiaravalle) come un «episcopato di passaggio, di vera transizione: il primo costretto a misurarsi realmente, e in modo massiccio, con le emergenti forze sociali e politiche che andavano animando il rinnovato urbanesimo pistoiese» (ivi, pp. 109-110), e sul personaggio Ildebrando, come «uomo di potere che intendeva resistere al cambiamento» (ivi, p. 111). Aggiungerei,</hi><hi rend="CharOverride-1"> invece, un’ulteriore osservazione su quanto aveva a scrivere il vescovo Ildebrando nel suo «Memoriale»: che la tenace volontà di recuperare prerogative giurisdizionali e diritti sugli enti ecclesiastici della sua diocesi, dichiarata e lasciata come futuro compito al successore, non avrebbe potuto sperare di compiersi senza che fosse attuato il riordino totale delle </hi><hi rend="italic">cartulae</hi><hi rend="CharOverride-1"> e dei brevi dell’archivio capitolare e vescovile: cui si attese probabilmente già dal termine del secolo XI con il vallombrosano vescovo Pietro e durante la prima metà, se non oltre, del secolo XII. Perché il poderoso recupero intrapreso di beni, rendite, giurisdizioni e decime non poteva proseguire senza disporre come prove dei documenti legali dei passaggi di proprietà o di altre attestazioni, dato che la memoria dei testimoni aveva breve durata. Perciò Ildebrando indicava, in principio, quali fossero i mezzi necessari per tale recupero: </hi><hi rend="italic">utile et necessarium visum est mihi Ildeprando nominetenus Pistoriensi episcopo describere quantum in presentiarum </hi><hi rend="italic">mihi memorię occurrit decimationes, pensiones et affictus et curtes, quas modo Ecclesia detinet. Nam </hi><hi rend="italic">cętera taceo que per vim et fraudem detinentur, quę testimoniis antiquorum et memoria atque </hi><hi rend="italic">lectione instrumentorum invenire poteritis</hi><hi rend="CharOverride-1"> («Memoriale», in RCP, </hi><hi rend="italic">Vescovado secc. XI e XII</hi><hi rend="CharOverride-1">, cit., p. 23). Occorreva dunque fermare per scritto la memoria, prima che si perdesse con la morte dei testimoni (in questo caso del longevo vescovo stesso) e ricorrere ad antichi e più recenti documenti che dovevano essere organicamente ordinati e consultabili. Su questo aspetto della presenza episcopale nella diocesi, d’intesa con il capitolo canonicale pistoiese, si vedano le seguenti note 77-79.</hi></p></item>
				</list><list type="ordered">
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-4"><ref target="OP08849_xml_9_103-180.html#footnote-152-backlink">-1</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	Cfr. la nota precedente.</hi></p></item>
				</list><list type="ordered">
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-4"><ref target="OP08849_xml_9_103-180.html#footnote-151-backlink">-1</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	Cfr. oltre nel presente testo.</hi></p></item>
				</list><list type="ordered">
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-4"><ref target="OP08849_xml_9_103-180.html#footnote-150-backlink">-1</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	Sui criteri con cui le </hi><hi rend="italic">cartulae</hi><hi rend="CharOverride-1"> e i brevi dell’Archivio Capitolare di Pistoia furono raccolti durante la prima metà del secolo XII nell’ampio cartulario detto «Libro Croce» cfr. N. </hi><hi rend="CharOverride-1">Rauty, </hi><hi rend="italic">Introduzione</hi><hi rend="CharOverride-1"> a RCP, </hi><hi rend="italic">Canonica di S. Zenone secolo XI</hi><hi rend="CharOverride-1"> (d’ora in poi </hi><hi rend="italic">Canonica sec. XI</hi><hi rend="CharOverride-1">), a cura di Id., Società pistoiese di storia patria, Pistoia 1985, pp. III-XXX: editi già da Quinto Santoli (</hi><hi rend="italic">Libro Croce</hi><hi rend="CharOverride-1">, a cura di Q. Santoli, R. Istituto storico italiano per il Medioevo, Roma 1939), nella riedizione per regesto a cura di Natale Rauty i documenti inseriti nella raccolta edita nel 1939 sono stati integrati con gli altri, relativi allo stesso archivio, esistenti in ASF, </hi><hi rend="italic">Diplomatico</hi><hi rend="CharOverride-1">, </hi><hi rend="italic">Capitolo della Cattedrale di Pistoia</hi><hi rend="CharOverride-1">. Sulla datazione del «Libro Croce» cfr. Rauty, </hi><hi rend="italic">Introduzione</hi><hi rend="CharOverride-1"> a RCP, </hi><hi rend="italic">Canonica sec. XI</hi><hi rend="CharOverride-1">, cit., p. XXI.</hi></p></item>
				</list><list type="ordered">
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-4"><ref target="OP08849_xml_9_103-180.html#footnote-149-backlink">-1</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	Sull’analogo cartulario del vescovado, chiamato </hi><hi rend="italic">Liber Niger</hi><hi rend="CharOverride-1">, perdutosi alla fine del secolo XIX, cfr. Id., </hi><hi rend="italic">Introduzione</hi><hi rend="CharOverride-1"> a RCP, </hi><hi rend="italic">Vescovado secc. XI e XII</hi><hi rend="CharOverride-1">, cit., pp. V-XII: VI.</hi></p></item>
				</list><list type="ordered">
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-4"><ref target="OP08849_xml_9_103-180.html#footnote-148-backlink">-1</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	Si intravede, nell’ordinamento adottato per il «Libro Croce», un chiaro criterio di suddivisione per classi tipologiche dei documenti: che tuttavia – anche per interventi di riordinamento posteriori alla prima metà del sec. XII – non seguivano una precisa successione cronologica, ma soprattutto tematica e ordinata in relazione alle proprietà e relativi diritti su di esse.</hi></p></item>
				</list><list type="ordered">
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-4"><ref target="OP08849_xml_9_103-180.html#footnote-147-backlink">-1</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	F. López Alsina, </hi><hi rend="italic">El cartulario medieval</hi><hi rend="italic"> como fuente histórica: el Tumbo A de la Catedral de Santiago de Compostela</hi><hi rend="CharOverride-1">, in Gai (a cura di), </hi><hi rend="italic">Pistoia e il Cammino di Santiago</hi><hi rend="CharOverride-1">, cit., pp. 93-117. Nella redazione finale del suo contributo per la stampa (1987), lo studioso ha eliminato quanto aveva osservato nella sua comunicazione a proposito del pistoiese «Libro Croce». È comunque da notare che il prezioso «Tumbo A», elegantemente miniato e dedicato ai diplomi e privilegi dei sovrani, si deve ad una idea iniziale dell’arcivescovo compostellano Diego Gelmírez, che poco prima del 1129 progettò l’esecuzione di «un gran cartulario </hi><hi rend="CharOverride-1">compostelano» (ivi, p. 95). Si veda anche il recente saggio di Stefano Zamponi sulla formazione e le caratteristiche dello </hi><hi rend="italic">scriptorium</hi><hi rend="CharOverride-1"> della canonica pistoiese: S. Zamponi, </hi><hi rend="italic">Lo «scriptorium» della cattedrale di Pistoia fra XI e XII secolo: prime testimonianze</hi><hi rend="CharOverride-1">, «Codex Studies», 5, 2021, pp. 195-262. </hi></p></item>
				</list><list type="ordered">
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-4"><ref target="OP08849_xml_9_103-180.html#footnote-146-backlink">-1</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	Nonostante le diverse opere disponibili sulla cattedrale pistoiese, non esiste finora uno studio analitico e scientifico sulla sua architettura, fra l’alto medioevo e il secolo XII, quando la costruzione raggiunse l’attuale conformazione romanica. Menzionata la prima volta nel secolo X (cfr. RCP, </hi><hi rend="italic">Alto Medioevo</hi><hi rend="CharOverride-1">, cit., p. 46, regesto 59, settembre 923) con la dedica ai Santi Zeno, Rufino e Felice, gli scavi malamente condotti al suo interno negli anni Cinquanta del secolo scorso dalla Soprintendenza fiorentina ne hanno restituito reperti architettonici decorati il cui stile risale al periodo di trapasso fra il tardo longobardo e la prima epoca carolingia. L’attuale edificio romanico a tre navate su colonne – ispirato alla lucchese chiesa di San Frediano – presuppone un impianto organico e coerente, impostato fra il tardo secolo XI e i primi decenni del XII, sicuramente completato nel suo perimetro entro il 1145, dato che la navata destra ospitò entro le due ultime campate verso l’ingresso la cappella di San Iacopo consacrata per il 25 luglio 1145. Il rinnovamento della cattedrale pistoiese dovette forse iniziare già durante il tardo episcopato del vallombrosano Pietro e proseguire con il successore Ildebrando, ex-primicerio dei canonici, e successivamente con il vallombrosano Atto, mentre col suo successore Tracia (1154-1157) erano in corso le rifiniture interne ed esterne dell’edificio. Sulla cattedrale di San Zeno cfr. N. Rauty, </hi><hi rend="italic">Storia di Pistoia</hi><hi rend="CharOverride-1">, I, pp. 52-58, 111-113, 185-186, 260; pochi cenni sulla struttura sono in I. Moretti, </hi><hi rend="italic">Le pietre della città</hi><hi rend="CharOverride-1">, in </hi><hi rend="italic">Storia di Pistoia</hi><hi rend="CharOverride-1">, II, cit., pp. 227-274: 240-242; né il saggio più recente di Guido Tigler, cfr. G. Tigler, </hi><hi rend="italic">La ricostruzione del Duomo di San Zeno a Pistoia nel XII secolo</hi><hi rend="CharOverride-1">, Sillabe, Città di Castello 2017 – su cui sarebbe necessaria una recensione puntuale – offre risultati metodologicamente attendibili. Più stimolanti prospettive d’interpretazione del valore della costruzione offre il saggio di Dario Internullo, che analizza, attraverso i più antichi testi dei </hi><hi rend="italic">Mirabilia Urbis Romae</hi><hi rend="CharOverride-1">, risalenti al tardo pontificato di Innocenzo II (1140-1143), il senso di identità cittadina legato ai monumenti: cfr. D. Internullo</hi><hi rend="CharOverride-1">, </hi><hi rend="italic">«Decus Urbis». Un’altra prospettiva sui «Mirabilia» di Roma e le origini del decoro urbano (secoli XII-XV)</hi><hi rend="CharOverride-1">, «Quaderni storici», 56/1 (163), 2020, pp. 159-183.</hi></p></item>
				</list><list type="ordered">
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-4"><ref target="OP08849_xml_9_103-180.html#footnote-145-backlink">-1</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	In merito allo </hi><hi rend="italic">scriptorium </hi><hi rend="CharOverride-1">della canonica pistoiese, di cui si sono occupati solo gli specialisti (cfr. la nota 80), si trova un cenno in </hi><hi rend="CharOverride-1">Rauty, </hi><hi rend="italic">Storia di Pistoia</hi><hi rend="CharOverride-1">, I, cit., pp. 349-351. Ivi l’attività degli amanuensi e dei miniatori si era intensificata nell’età della riforma, fra la seconda metà del sec. XI e il sec. XII. Sulla miniatura dei relativi codici cfr. il contributo di K. Berg, </hi><hi rend="italic">Miniature pistoiesi del XII secolo</hi><hi rend="CharOverride-1">, in </hi><hi rend="italic">Il Romanico pistoiese nei suoi rapporti con l’arte romanica dell’Occidente</hi><hi rend="CharOverride-1">, Atti del I Convegno internazionale di studi medioevali di storia dell’arte (Pistoia-Montecatini Terme, 27 settembre-8 ottobre 1964), Ente provinciale per il Turismo, Pistoia 1966, pp. 143-156 e relativa discussione circa la datazione di alcuni codici (ivi, pp. 157-162). Punti di tangenza dei miniatori del secolo XII attivi a Pistoia, e forse parte di una coeva ‘scuola pistoiese’ all’opera per la </hi><hi rend="italic">bibliotheca</hi><hi rend="CharOverride-1"> capitolare, sono indicati dallo studioso sia con la dotazione di libri liturgici del monastero di San Michele a Marturi presso Poggibonsi, sia con il monastero vallombrosano fiorentino di San Salvi: di cui un passionario (ora nella Biblioteca Laurenziana di Firenze, </hi><hi rend="italic">Conventi soppressi</hi><hi rend="CharOverride-1"> 302/303) sarebbe stato decorato dallo stesso miniatore attivo anche per il Salterio di Marturi (ora a Firenze, Biblioteca Laurenziana, </hi><hi rend="CharOverride-1">Plut. 17.3).</hi></p></item>
				</list><list type="ordered">
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-4"><ref target="OP08849_xml_9_103-180.html#footnote-144-backlink">-1</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	Sul </hi><hi rend="italic">consilium episcopale</hi><hi rend="CharOverride-1">, già in essere all’epoca del vescovo di Pistoia Martino (1043-1057) e ricordato nell’agosto 1044, poi sotto l’episcopato di Leone (1067-1085), successivamente trasferito sotto il vescovo vallombrosano Pietro nel palazzo vescovile (già in funzione nel 1091) cfr. Rauty, </hi><hi rend="italic">Storia di Pistoia</hi><hi rend="CharOverride-1">, I, cit., pp. 288-294. La stessa struttura originaria del palazzo, caratterizzata al primo piano dalla grande aula sinodale, è testimonianza eloquente di come esso sia stato progettato con tale funzione emergente: cfr. Rauty, </hi><hi rend="italic">L’antico palazzo dei Vescovi</hi><hi rend="CharOverride-1">, cit., pp. 84-85, 91-93, 95 fig. 29, 98-100, 109.</hi></p></item>
				</list><list type="ordered">
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-4"><ref target="OP08849_xml_9_103-180.html#footnote-143-backlink">-1</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	Sul lungamente dibattuto problema della datazione dei primi statuti consolari pistoiesi, attribuiti da Natale Rauty al 1117 e all’epoca dell’imperatore Enrico V, ma da altri studiosi al 1177, cfr. </hi><hi rend="italic">Lo statuto dei consoli del Comune di Pistoia. Frammento del secolo XII</hi><hi rend="CharOverride-1">, a cura di N. Rauty e G. Savino, Comune di Pistoia-Società pistoiese di storia patria, Pistoia 1977: N. Rauty, </hi><hi rend="italic">Nuove ipotesi sull’età dello statuto dei consoli di Pistoia</hi><hi rend="CharOverride-1">, ivi, pp. 7-34; Id., </hi><hi rend="italic">Introduzione</hi><hi rend="CharOverride-1">, in </hi><hi rend="italic">Statuti pistoiesi del secolo XII</hi><hi rend="CharOverride-1">, cit., pp. 5-128: 7-38; Id., </hi><hi rend="italic">Nuove considerazioni sulla data degli statuti pistoiesi del secolo XII</hi><hi rend="CharOverride-1">, «Bullettino storico pistoiese», 103, 2001, pp. 3-37. Di parere contrario, e favorevole all’ipotesi di datazione del primo statuto comunale al 1177, sono Mauro Ronzani, cfr. Ronzani, </hi><hi rend="italic">Lo sviluppo istituzionale di Pistoia</hi><hi rend="CharOverride-1">, cit., pp. 62-65, e Stefano Zamponi, S. Zamponi, </hi><hi rend="italic">Gli statuti di Pistoia del XII secolo. Note di filologia materiale</hi><hi rend="CharOverride-1">, «Bullettino storico pistoiese», 124, 2022, pp. 5-24 (che lascia però maggior spazio a diverse interpretazioni)</hi><hi rend="CharOverride-1">.</hi></p></item>
				</list><list type="ordered">
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-4"><ref target="OP08849_xml_9_103-180.html#footnote-142-backlink">-1</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	La seconda parte del </hi><hi rend="italic">corpus</hi><hi rend="CharOverride-1"> statutario del sec. XII, costituita dal </hi><hi rend="italic">Breve consulum</hi><hi rend="CharOverride-1">, la cui redazione iniziale è stata datata da Natale Rauty intorno al 1140, è formata da un testo, con integrazioni e aggiunte successive, che arriva al 1180 circa: cfr. Rauty, </hi><hi rend="italic">Introduzione</hi><hi rend="CharOverride-1">, cit., in </hi><hi rend="italic">Statuti pistoiesi del secolo XII,</hi><hi rend="CharOverride-1"> cit., pp. 17-25.</hi></p></item>
				</list><list type="ordered">
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-4"><ref target="OP08849_xml_9_103-180.html#footnote-141-backlink">-1</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	L’evidente funzione di copia d’uso per notai e avvocati al servizio dei canonici pistoiesi risulta sia dal condizionamento del codicetto oggi in ACP, C 90, sia dall’aspetto e dalla qualità del suo materiale scrittorio, assai mediocre: cfr. ivi, figg. 1-8, a colori. Una riproduzione fotografica in bianco e nero del testo, più leggibile grazie agli artifici della tecnica fotografica, è in </hi><hi rend="italic">Lo statuto dei consoli</hi><hi rend="CharOverride-1">, cit., tavv. III-VI. Oltre tutto, rivelandosi copie notarili tarde degli originali, quindi passate attraverso altre probabili copie intermedie, sicuramente interpolate (come è stato dimostrato), i testi tràditi devono essere considerati con la prudenza necessaria in simili casi: come un’immagine via via sempre più alterata e imprecisa di quelle leggi comunali che fin dall’inizio si contrapponevano, per principio, alla giurisdizione vescovile sulle chiese e gli altri enti ecclesiastici del </hi><hi rend="italic">districtus</hi><hi rend="CharOverride-1"> pistoiese. Una conferma, del resto, della datazione al 1117 dei primi statuti consolari di Pistoia è offerta dalla prima, immediata scomunica che, per questo, i primi reggitori del Comune si erano attirati da parte del vescovo Ildebrando, nel tardo pontificato di Pasquale II, che tale papa aveva confermato: quindi fra il 26 novembre (data indicata nello statuto) del 1117 e la data di morte del pontefice, avvenuta il 13 dicembre del 1118. Su tale questione si veda anche oltre nel presente testo.</hi></p></item>
				</list><list type="ordered">
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-4"><ref target="OP08849_xml_9_103-180.html#footnote-140-backlink">-1</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	Cfr. anche </hi><hi rend="italic">retro</hi><hi rend="CharOverride-1"> la nota 4.</hi></p></item>
				</list><list type="ordered">
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-4"><ref target="OP08849_xml_9_103-180.html#footnote-139-backlink">-1</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	A mio avviso, tuttavia, la seconda parte della rubrica [1] di tale statuto (ivi, p. 42) si rivela chiaramente un’addizione molto più tarda, come conferma l’uso del termine </hi><hi rend="italic">Capitulum</hi><hi rend="CharOverride-1"> per il consesso dei canonici. Ma ciò veniva allegato come prova da Mauro Ronzani, cfr. Ronzani, </hi><hi rend="italic">Lo sviluppo istituzionale di Pistoia</hi><hi rend="CharOverride-1">, cit., p. 65, fra le altre addotte a sostegno della sua tesi che i primi statuti pistoiesi vadano post-datati al 26 novembre 1177. Infatti l’addizione, che specificava cosa si dovesse intendere con la frase </hi><hi rend="italic">et quod inde consules possint facere quod utile sit nostre civitati</hi><hi rend="CharOverride-1"> (con cui finiva il contenuto della rubrica iniziale) copiata di seguito al resto, risulta congruente con la situazione locale </hi><hi rend="italic">post</hi><hi rend="CharOverride-1"> anni Sessanta del secolo XII – quando il termine </hi><hi rend="italic">Capitulum</hi><hi rend="CharOverride-1"> cominciò a entrare nell’uso – dato che dopo la morte del vescovo Atto (1153) l’orientamento politico era rapidamente cambiato e il Comune pistoiese si stava già muovendo per oltrepassare, rispetto all’episcopato, quella linea di equilibrio fino ad allora mantenuta grazie alla presenza di Atto.</hi></p></item>
				</list><list type="ordered">
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-4"><ref target="OP08849_xml_9_103-180.html#footnote-138-backlink">-1</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	Si veda oltre nel presente testo. A questo proposito, mentre la storiografia pistoiese taceva sulla prima scomunica comminata contro i consoli pistoiesi da Ildebrando, se si eccettua Ferrali, </hi><hi rend="italic">Vita di S. Atto</hi><hi rend="CharOverride-1">, cit., p. 38, nota 2, Mauro Ronzani avanzava nel 2008 l’ipotesi che tale grave atto sanzionatorio fosse stato deliberato da quel vescovo contro i Cadolingi e l’abate di San Baronto, e confermato da Pasquale II «in data imprecisata fra il 1105 e il 1118», come </hi><hi rend="italic">aggressores</hi><hi rend="CharOverride-1"> della Chiesa pistoiese e dei suoi beni: cfr. Ronzani, </hi><hi rend="italic">Lo sviluppo istituzionale di Pistoia</hi><hi rend="CharOverride-1">, cit., pp. 32, 34, nota 43. Non si vede peraltro, in questo caso, come i buoni rapporti mantenuti dal presule con l’ultimo discendente della dinastia cadolingia, Ugo III, detto Ugolino, che sul letto di morte avrebbe restituito i possessi indebitamente occupati, fra cui quelli a Montemagno e a Lamporecchio, alla Chiesa pistoiese nelle mani dello stesso Ildebrando (1113), avrebbero indotto il presule anche a colpirlo con la scomunica, confermata da Pasquale II, «di cui è menzione nella lettera di Innocenzo II al vescovo Attone del 4 dicembre 1138» (ivi, p. 134 nota 43). Se infatti Innocenzo II aveva fatto riferimento al precedente della scomunica confermata da Pasquale II contro gli aggressori della Chiesa pistoiese e dei suoi beni nella lettera del 4 dicembre 1138 inviata ad Atto, con cui confermava la scomunica che lo stesso Atto aveva lanciato contro i consoli pistoiesi il 9 gennaio di quell’anno, ciò voleva dire che il precedente era </hi><hi rend="italic">esattamente</hi><hi rend="CharOverride-1"> di quel tipo e riguardava </hi><hi rend="italic">tutta</hi><hi rend="CharOverride-1"> la Chiesa pistoiese e non una questione relativa a contese dell’episcopato con i potentati locali insediatisi sul Montalbano, peraltro già risolta con la rinuncia di Ugolino, il principale colpevole, sul letto di morte. In questo caso lo studioso introduce una troppo evidente forzatura nell’interpretazione di certi dati documentari, per difendere la sua tesi che al 1177 risalgano i primi statuti pistoiesi: che altrimenti, se datati al 1117, sarebbero stati, con la prima rubrica, la causa scatenante della sanzione sia di Ildebrando che del successore Atto, come infatti fu.</hi></p></item>
				</list><list type="ordered">
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-4"><ref target="OP08849_xml_9_103-180.html#footnote-137-backlink">-1</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	L’argomento è entrato a far parte della storiografia locale mediante il contributo di Natale Rauty: cfr. Rauty, </hi><hi rend="italic">Rapporti di Atto</hi><hi rend="CharOverride-1">, cit. (1995). Peraltro, l’orizzonte ecclesiale, politico e culturale ivi emergente ebbe scarsa parte nel quadro della comunità pistoiese della prima metà del secolo XII, delineato nel 1998 nel secondo volume della </hi><hi rend="italic">Storia di Pistoia</hi><hi rend="CharOverride-1">. Sulla datazione delle due lettere di Atto al clero lombardo, assegnate da Rauty agli anni 1134-1135, cfr. N. Rauty, </hi><hi rend="italic">Rapporti di Atto</hi><hi rend="CharOverride-1">, cit., pp. 10-15. Altre opinioni circa la datazione delle due missive figurano in P. Tomea, </hi><hi rend="italic">Tradizione apostolica e coscienza cittadina a Milano nel Medioevo. La leggenda di san Barnaba</hi><hi rend="CharOverride-1">, Vita e Pensiero, Pubblicazioni dell’Università Cattolica, Milano 1993, pp. 63-65: 64-65, nota 31; 84-85; Monzio Compagnoni, </hi><hi rend="italic">Fondazioni vallombrosane</hi><hi rend="CharOverride-1">, cit., pp. 214-216, 221-223. Sul tema si rimanda, più oltre nel presente contributo, alle osservazioni conclusive del medesimo.</hi></p></item>
				</list><list type="ordered">
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-4"><ref target="OP08849_xml_9_103-180.html#footnote-136-backlink">-1</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	Cfr. le note 49-51.</hi></p></item>
				</list><list type="ordered">
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-4"><ref target="OP08849_xml_9_103-180.html#footnote-135-backlink">-1</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	La stessa consacrazione degli altari della chiesa abbaziale di Santa Maria di Montepiano, nel corso del 1138, non avrebbe potuto essere celebrata, da parte del vescovo vallombrosano Atto, se l’intero territorio diocesano fosse stato sottoposto all’unico governo comunale di Pistoia, dato che i rappresentanti di esso erano ancora colpiti dall’interdetto comminato il 9 gennaio di quell’anno. Ma già allora doveva essersi formata un’analoga istituzione comunale a Prato, anche se la sua prima menzione documentaria risale all’ottobre 1142, cfr. </hi><hi rend="italic">Le carte della propositura</hi><hi rend="CharOverride-1">, cit., documento 152 pp. 289-291; e anche R. Fantappiè, </hi><hi rend="italic">Prato verso l’autonomia</hi><hi rend="CharOverride-1">, in </hi><hi rend="italic">Storia di Prato</hi><hi rend="CharOverride-1">, I, cit., pp. 191-198: 191. Su Montepiano si rimanda anche, nel presente contributo, alle note 44-46. Sulle circostanze della scomunica contro i consoli pistoiesi dell’inizio del 1138 si veda più oltre, alle note 120-130.</hi></p></item>
				</list><list type="ordered">
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-4"><ref target="OP08849_xml_9_103-180.html#footnote-134-backlink">-1</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	Ma cfr. in proposito il contributo di Francesco Salvestrini al presente volume.</hi></p></item>
				</list><list type="ordered">
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-4"><ref target="OP08849_xml_9_103-180.html#footnote-133-backlink">-1</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	Di Carpegna Falconieri, </hi><hi rend="italic">Innocenzo II</hi><hi rend="CharOverride-1">, cit., pp. 264-265.</hi></p></item>
				</list><list type="ordered">
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-4"><ref target="OP08849_xml_9_103-180.html#footnote-132-backlink">-1</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	Ivi, p. 266. Per la nomina pontificia di Atto come vescovo di Pistoia e per la successiva bolla di conferma della diocesi del 21 dicembre 1133 si rimanda alle note 66-68 di questo contributo.</hi></p></item>
				</list><list type="ordered">
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-4"><ref target="OP08849_xml_9_103-180.html#footnote-131-backlink">-1</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	Nel 2014 Francesco Salvestrini teneva a sottolineare, riguardo all’espansionismo vallombrosano nell’Italia settentrionale durante gli anni Venti-Quaranta del secolo XII, contro l’opinione corrente che l’attribuiva soprattutto a Bernardo degli Uberti, quanto invece fosse stato rilevante il ruolo di Atto, sia come abate maggiore di Vallombrosa sia durante il successivo episcopato: cfr. F. Salvestrini, </hi><hi rend="italic">Introduzione</hi><hi rend="CharOverride-1"> a Ciliberti e Salvestrini,</hi><hi rend="italic"> I Vallombrosani nel Piemonte</hi><hi rend="CharOverride-1">, cit., pp. 7-21: 13-14. Lo studioso, evitando di ricorrere a facili semplificazioni, faceva notare il cambiamento che si stava concretizzando anche all’interno della </hi><hi rend="italic">familia</hi><hi rend="CharOverride-1"> gualbertiana nei rapporti con gli ordinari diocesani, nelle diverse situazioni locali: «Durante tali decenni la diffusione dei Gualbertiani sulle terre della </hi><hi rend="italic">Longobardia</hi><hi rend="CharOverride-1">, intesa come vasta area comprendente le odierne regioni Piemonte, Liguria, Lombardia e parte dell’Emilia, non traeva più la sua forza e la motivazione principale dagli echi della precedente stagione riformatrice, bensì dal fatto che i dinamici religiosi toscani apparivano espressione dell’obbedienza romana. Essi, infatti, furono accolti da quegli ordinari diocesani che si contrapponevano alla tradizione degli episcopati filoimperiali per lungo tempo sottrattisi al centralismo pontificio» (ivi, p. 14).</hi></p></item>
				</list><list type="ordered">
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-4"><ref target="OP08849_xml_9_103-180.html#footnote-130-backlink">-1</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	Lo </hi><hi rend="italic">status quaestionis</hi><hi rend="CharOverride-1"> è presentato in Rauty, </hi><hi rend="italic">Rapporti di Atto</hi><hi rend="CharOverride-1">, cit., pp. 10-15. Il testo delle due lettere, rispettivamente al proposto della canonica di Sant’Ambrogio Martino Corbo e al «prete P.», che officiava in San Barnaba a Milano, è edito, con adeguato apparato critico, in appendice, pp. 25-26; della missiva al primo destinatario, essendo un originale, è fornita la riproduzione fotografica: fig. 1 p. 5. Paolo Tomea, intervenendo in proposito, cfr. P. Tomea, </hi><hi rend="italic">Profectus</hi><hi rend="italic">/provectus. Appunti sulla corrispondenza milanese di Atto di Pistoia</hi><hi rend="CharOverride-1">, «Filologia mediolatina», 4, 1997, pp. 291-318, ha provveduto giustamente a correggere, nella medesima lettera, la </hi><hi rend="italic">lectio</hi><hi rend="CharOverride-1"> fornita da Rauty nel restituire l’elenco delle persone da salutare, a conclusione del messaggio a Corbo (</hi><hi rend="italic">Iterum domnum archiepiscopum, fratres de Ulmo, sorores de </hi><hi rend="italic">Calumno, prepositos, dominum Amittonem, aliosque quos de meo provectu letari cognoscis, per te humiliter saluto</hi><hi rend="CharOverride-1">, in Rauty, </hi><hi rend="italic">Rapporti di Atto</hi><hi rend="CharOverride-1">, cit., pp. 25-26): leggendo, invece di </hi><hi rend="italic">dominum</hi><hi rend="CharOverride-1">, </hi><hi rend="italic">Domninum</hi><hi rend="CharOverride-1">, cioè il nome di un’altra persona (Tomea, </hi><hi rend="italic">Profectus</hi><hi rend="CharOverride-1">, p. 297, nota 13); come peraltro la stessa indicazione della punteggiatura, che separa </hi><hi rend="italic">Domninum</hi><hi rend="CharOverride-1"> da </hi><hi rend="italic">Amittonem</hi><hi rend="CharOverride-1">, autorizza a fare. Ripercorsa tutta la vicenda critica sulla contestualizzazione e la datazione possibili delle due missive, Tomea concludeva che: a) l’uso dei due termini </hi><hi rend="italic">profectus</hi><hi rend="CharOverride-1">»/«</hi><hi rend="italic">provectus</hi><hi rend="CharOverride-1">, essendo polisenso, per quanto appartenente a una medesima area semantica, non consentiva di dare loro un significato univoco, per cui le due lettere scritte da Atto potessero considerarsi collegate fra loro entro un ristretto arco di tempo, riferendosi all’«avanzamento» ottenuto da Atto con la nomina come vescovo di Pistoia, e quindi in rapporto con anni assai vicini a tale nomina, cioè il 1134-1135 proposto da Rauty; b) non esistevano perciò elementi oggettivi che collegassero fra loro le due lettere; c) esaminate tutte le proposte di datazione delle medesime, da Tomea accuratamente riferite, l’autore concludeva a sfavore di un ‘estraneo’ agli studi lombardi, come Rauty, per rimanere invece sulle ipotesi generalmente accettate, in base alle citazioni di persone o entità religiose identificabili nell’ambiente coevo milanese, che collocavano tale residuo di una corrispondenza, probabilmente più ampia, intorno agli anni 1144-1145.</hi></p></item>
				</list><list type="ordered">
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-4"><ref target="OP08849_xml_9_103-180.html#footnote-129-backlink">-1</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	S. Pricoco, </hi><hi rend="italic">Da Costantino a Gregorio Magno</hi><hi rend="CharOverride-1">, in G. Filoramo, E. Lupieri e S. Pricoco</hi><hi rend="CharOverride-1">, </hi><hi rend="italic">Storia del Cristianesimo. L’antichità</hi><hi rend="CharOverride-1">, a cura di G. Filoramo e D. Menozzi, Laterza, Roma-Bari 2018 (prima ed. 1997), pp. 273-452: 314, 370-371: Ambrogio, eletto vescovo di Milano nel 374, incarico che tenne fino alla morte nel 397, era ricorso al favore della popolazione cattolica milanese, e al miracoloso ritrovamento delle reliquie dei martiri Gervasio e Protasio, come sostegno durante la sua pericolosa contrapposizione alla politica filo-ariana dell’imperatrice Giustina, nel 386; di nuovo si era affidato alla protezione dei santi martiri nel 394, col rinvenimento dei corpi dei santi Nazaro, Vitale e Agricola a Bologna, durante l’usurpazione di Eugenio, che aveva minacciato rappresaglie contro la Chiesa milanese. Cfr. A. Santangelo e L. Perroni Grande, </hi><hi rend="italic">Ambrogio, santo</hi><hi rend="CharOverride-1">, in </hi><hi rend="italic">Enciclopedia Italiana</hi><hi rend="CharOverride-1">, II, Giovanni Treccani, Roma 1929, pp. 121-126: 123. Sul rinvenimento dei corpi dei santi martiri Nazario, Celso, Gervasio e Protasio compiuto da Ambrogio cfr. anche P. Tomea, </hi><hi rend="italic">Storia della salvezza e coscienza cittadina nel </hi><hi rend="CharOverride-1">De situ civitatis Mediolani, in Id., </hi><hi rend="italic">Tradizione apostolica</hi><hi rend="CharOverride-1">, cit., pp. 320-440: 405-406, nota 107.</hi></p></item>
				</list><list type="ordered">
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-4"><ref target="OP08849_xml_9_103-180.html#footnote-128-backlink">-1</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	Rauty, </hi><hi rend="italic">Rapporti di Atto</hi><hi rend="CharOverride-1">, cit., p. 11, seguendo l’opinione del primo editore della lettera a Martino Corbo, J. von Pflugk-Harttung (</hi><hi rend="italic">Iter italicum mit Unterstützung der Kgl. Akademie der Wissenschaften zu Berlin</hi><hi rend="CharOverride-1">, II, a cura di J. von Pflugk-Harttung, Stuttgart 1884, Miscellanea, n. 60, pp. 473-474 e 731-732: 731), interpretava il termine </hi><hi rend="italic">provectus</hi><hi rend="CharOverride-1"> come «promozione», da riferire nel caso di Atto all’ottenimento della cattedra vescovile di Pistoia. Ciò induceva a datare la lettera in un tempo non molto distante da tale evento.</hi></p></item>
				</list><list type="ordered">
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-4"><ref target="OP08849_xml_9_103-180.html#footnote-127-backlink">-1</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	Il più antico documento sul monastero vallombrosano milanese di San Barnaba in Gratosoglio finora rintracciato risale al 1130: cfr. Monzio Compagnoni, </hi><hi rend="italic">Fondazioni vallombrosane</hi><hi rend="CharOverride-1">, cit., p. 223. Sul ruolo di vicario dell’abate generale di Vallombrosa, preposto alle comunità dell’Italia settentrionale, ricoperto dal superiore del suddetto chiostro milanese, cfr. Salvestrini, </hi><hi rend="italic">Disciplina caritatis</hi><hi rend="CharOverride-1">, cit., pp. 232-233, 359; Id., </hi><hi rend="italic">Il monachesimo vallombrosano in Lombardia</hi><hi rend="CharOverride-1">, p. 24. Sulla corrispondenza del vescovo vallombrosano Atto con il clero lombardo cfr. ivi, pp. 22-23. Si veda anche Ciliberti e Salvestrini, </hi><hi rend="italic">I Vallombrosani nel Piemonte</hi><hi rend="CharOverride-1">, cit., p. 17.</hi></p></item>
				</list><list type="ordered">
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-4"><ref target="OP08849_xml_9_103-180.html#footnote-126-backlink">-1</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	Tali testi sono stati individuati da Natale Rauty. La </hi><hi rend="italic">Missa sancti Barnabae</hi><hi rend="CharOverride-1"> si trova nel </hi><hi rend="CharOverride-1">sacramentario della cattedrale pistoiese del sec. XII, oggi nella Bodleian Library a Oxford, Codice liturgico 345; una </hi><hi rend="italic">Epistola Attonis episcopi Pistoriensis de vita S. Barnabae</hi><hi rend="CharOverride-1"> è censita in BHL, 990 (</hi><hi rend="italic">incipit: Frater A. peccator monachus</hi><hi rend="CharOverride-1">); la </hi><hi rend="italic">Passio sancti Barnabae</hi><hi rend="CharOverride-1">, inserita nel Passionario della cattedrale pistoiese già esistente ai tempi di Atto, oggi nella Biblioteca Casanatense</hi><hi rend="CharOverride-1"> di Roma (in due voll.: 718 e 719), 718, </hi><hi rend="italic">prologus</hi><hi rend="CharOverride-1"> c. 223v: </hi><hi rend="italic">Redemptor et salvator noster dominus Iesu Christus</hi><hi rend="CharOverride-1"> (in BHL, 985). Rauty, tuttavia, a proposito della </hi><hi rend="italic">Passio</hi><hi rend="CharOverride-1">, riteneva non potesse essere quella menzionata da Atto nella lettera al «prete P.», perché il presule gli aveva comunicato che dei testi liturgici inviati aveva fatto ricerca in Lombardia e in Tuscia; pertanto, essendo la </hi><hi rend="italic">Passio </hi><hi rend="CharOverride-1">già disponibile allora a Pistoia, secondo Rauty non sarebbe stato necessario farne ricerca altrove. Il ragionamento però non tiene conto dell’intelligente sensibilità di Atto, che nel fornire l’informazione sui luoghi della ricerca si rapportava al destinatario, dato che per costui anche Pistoia (dov’era il passionario della cattedrale) si trovava in Tuscia. Cfr. Rauty, </hi><hi rend="italic">Il culto dei santi</hi><hi rend="CharOverride-1">, cit., pp. XXI-XXIII, 95-97 (San Barnaba).</hi></p></item>
				</list><list type="ordered">
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-4"><ref target="OP08849_xml_9_103-180.html#footnote-125-backlink">-1</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	Tale interesse da parte di Atto era evidentemente mediato dal monastero di San Barnaba in Gratosoglio a Milano, intitolato al santo: equiparato a un apostolo, ritenuto ‘protovescovo’ della metropoli e fondamento della sua dignità e del suo rango fra i principali centri della cristianità occidentale. Il vescovo di Pistoia, nella lettera al «prete P.», non solo annunciava di aver redatto un testo agiografico e una </hi><hi rend="italic">Passio sancti Barnabae</hi><hi rend="CharOverride-1"> dietro richiesta del destinatario, per la chiesa dallo stesso </hi><hi rend="italic">titulus</hi><hi rend="CharOverride-1"> in cui il «prete P.» officiava, e da far riprodurre anche per il monastero di Gratosoglio insieme a </hi><hi rend="italic">orationes in missa eius cum aliis</hi><hi rend="CharOverride-1">, che aveva unito alla missiva e che potevano essere utili ad entrambi gli enti religiosi, ma anche informava che di tale invio faceva parte una preziosa </hi><hi rend="italic">orationem beati Ambrosii</hi><hi rend="CharOverride-1"> per il medesimo santo, da esemplare e da recapitare al preposto Martino Corbo; cfr. Rauty, </hi><hi rend="italic">Rapporti di Atto</hi><hi rend="CharOverride-1">, cit., p. 26. Sul culto milanese per san Barnaba e i suoi riflessi ideologici e politici cfr. Tomea, </hi><hi rend="italic">Tradizione apostolica</hi><hi rend="CharOverride-1">, cit., specialmente pp. 3-16 (</hi><hi rend="italic">Introduzione</hi><hi rend="CharOverride-1">) e pp. 17-54 (cap. I, </hi><hi rend="italic">Le prime voci</hi><hi rend="CharOverride-1">) con l’elenco delle fonti, 55-65 (con il testo della lettera al «prete P.» riportato nella nota 31,</hi><hi rend="CharOverride-1"> pp. 64-65), 84-85 (con il brano della medesima missiva relativo all’impegno richiesto ad Atto per le celebrazioni liturgiche di san Barnaba).</hi></p></item>
				</list><list type="ordered">
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-4"><ref target="OP08849_xml_9_103-180.html#footnote-124-backlink">-1</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	Cfr. le note 97 e 102.</hi></p></item>
				</list><list type="ordered">
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-4"><ref target="OP08849_xml_9_103-180.html#footnote-123-backlink">-1</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	</hi><hi rend="italic">Ibidem</hi><hi rend="CharOverride-1">.</hi></p></item>
				</list><list type="ordered">
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-4"><ref target="OP08849_xml_9_103-180.html#footnote-122-backlink">-1</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	Rauty, </hi><hi rend="italic">Rapporti di Atto</hi><hi rend="CharOverride-1">, cit., pp. 12, 15.</hi></p></item>
				</list><list type="ordered">
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-4"><ref target="OP08849_xml_9_103-180.html#footnote-121-backlink">-1</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	Ritengo che occorra, circa il significato dei due termini </hi><hi rend="italic">provectus</hi><hi rend="CharOverride-1">/</hi><hi rend="italic">profectus</hi><hi rend="CharOverride-1"> – oltre l’accumulo esemplificativo prodotto dalla competenza di Paolo Tomea (cfr. Tomea, </hi><hi rend="italic">Profectus/provectus</hi><hi rend="CharOverride-1">, cit., pp. 301-311) – tornare all’etimologia delle due parole, per comprenderne a fondo l’area semantica. </hi><hi rend="italic">Provectus</hi><hi rend="CharOverride-1">, il sostantivo usato da Atto nell’originale della lettera al proposto dei canonici di Sant’Ambrogio Martino Corbo, risulta formato dalla preposizione </hi><hi rend="italic">pro</hi><hi rend="CharOverride-1"> (che indica vantaggio) e dal participio del verbo passivo </hi><hi rend="italic">vehor</hi><hi rend="CharOverride-1">, per cui </hi><hi rend="italic">pro-</hi><hi rend="italic">vehor</hi><hi rend="CharOverride-1"> significa </hi><hi rend="italic">sono trasportato per mio vantaggio, per il mio bene</hi><hi rend="CharOverride-1">, e rimanda al concetto provvidenziale del cammino della vita, affidato al sostegno/supporto di Dio, che conosce dove ti dirige. </hi><hi rend="italic">Profectus</hi><hi rend="CharOverride-1">, l’altro sostantivo presente nella lettera di Atto al «prete P.» (giuntaci in copia coeva), derivante dal participio di </hi><hi rend="italic">pro-ficiscor</hi><hi rend="CharOverride-1">, forma deponente incoativa di </hi><hi rend="italic">pro-ficio</hi><hi rend="CharOverride-1">, indica invece il mettersi in cammino, l’avanzare per proprio vantaggio, un agire per sé che implica perciò anche un avanzamento nella carriera e nel proprio </hi><hi rend="italic">status</hi><hi rend="CharOverride-1">. Il contesto delle due missive rende meno probabile che i due termini siano considerati sostanzialmente analoghi e riferiti, ad esempio, ad un «vantaggio» consistente in una guarigione o nel superamento di altra difficoltà materiale. Lo stesso Paolo Tomea tuttavia notava l’utilizzo di entrambi i termini nel privilegio del 6 aprile 1090 di Urbano II ai Vallombrosani: cfr. ivi, p. 309. L’uno, </hi><hi rend="italic">provectus</hi><hi rend="CharOverride-1">, è usato nell’arenga, in un contesto concettuale che si riferisce alla divina provvidenza, che con amorevole sollecitudine ha condotto i discepoli di Giovanni Gualberto all’attuale considerazione di cui godono: </hi><hi rend="italic">Quia igitur divina propositum vestrum praeveniente ac subsequente clementia, religionis vestrae simplicitas bonae</hi><hi rend="italic"> opinionis odorem in locis, et prope et longe positis, aspiravit; nos vestro provectu</hi><hi rend="CharOverride-1">‹i›</hi><hi rend="italic">, annuente Domino, provectus adiungere cupientes, cenobium vestrum pro b. Mariae semper Virginis reverentia, cui dicatum est, in Romanae</hi><hi rend="italic"> ecclesiae proprietatem et tutelam, atque protectionem apostolicae sedis accipimus</hi><hi rend="CharOverride-1">. L’altro termine, </hi><hi rend="italic">profectus</hi><hi rend="CharOverride-1">, è invece impiegato nel dispositivo del privilegio pontificio: </hi><hi rend="italic">Vos </hi><hi rend="italic">igitur, filii in Christo dilectissimi, nolite negligere gratiam, quae in vobis est, quae data est vobis per unitatem </hi><hi rend="italic">sanctae conversationis et religionis. Haec meditamini, in his estote ut profectus vester manifestus</hi><hi rend="italic"> sit omnibus</hi><hi rend="CharOverride-1">. È dunque vero «che nella sua lettera, anche Atto volesse semplicemente alludere all’itinerario di ascesa a Dio» e che il termine usato dal presule vallombrosano – che però è presumibilmente </hi><hi rend="italic">provectus</hi><hi rend="CharOverride-1">, dato che si trova nell’originale – «non designa una meta attinta, ma solo il cammino verso una progressiva perfezione» (</hi><hi rend="italic">ibidem</hi><hi rend="CharOverride-1">), come asseriva Tomea: ma perché, secondo l’ideale monastico vissuto con profonda spiritualità da Atto, ogni pur significativa tappa dell’umano cammino acquista il suo reale valore dinanzi alla consapevolezza costante che ogni ‘progresso’ non è che il frutto del misterioso e onnipotente ‘sostegno’ di Dio, che gradualmente conduce all’</hi><hi rend="italic">exitus</hi><hi rend="CharOverride-1"> ultimo. Il privilegio, che si trovava anche in copia del tardo secolo XIII nell’archivio di San Michele in Forcole e nel 1755 era stato edito, con qualche imprecisione di lettura, da Francesco Antonio Zaccaria, </hi><hi rend="italic">Anecdotorum Medii Aevi</hi><hi rend="CharOverride-1"> […] </hi><hi rend="italic">collectio</hi><hi rend="CharOverride-1">, cit., p. 221, è stato riproposto in regesto in RCP, </hi><hi rend="italic">Forcole secc. XI e XII</hi><hi rend="CharOverride-1">, cit., regesto 4, pp. 70-71, alla data, da cui non si apprezza, però, l’insieme delle sfumature di significato, eliminate come formulario.</hi></p></item>
				</list><list type="ordered">
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-4"><ref target="OP08849_xml_9_103-180.html#footnote-120-backlink">-1</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	Cfr. A. Ambrosioni, </hi><hi rend="italic">Corbo, Martino</hi><hi rend="CharOverride-1">, in </hi><hi rend="italic">Dizionario Biografico degli Italiani</hi><hi rend="CharOverride-1">, XXVIII, Istituto della Enciclopedia italiana fondato da Giovanni Treccani, Roma 1983, pp. 770-774: 771-773: Ead., </hi><hi rend="italic">Dagli albori del secolo XII alla vigilia dell’episcopato di Galdino</hi><hi rend="CharOverride-1">, in A. Caprioli, A. Rimoldi e L. Vaccaro (a cura di), </hi><hi rend="italic">Diocesi di Milano</hi><hi rend="CharOverride-1">, («Storia religiosa della Lombardia», 9), I, Brescia 1990, pp. 195-226; Ead., </hi><hi rend="italic">Tra cultura e politica in Milano alla metà del XII secolo: Martino Corbo (1134-1152)</hi><hi rend="CharOverride-1">, miscellanea di studi, dispensa universitaria CUSL a cura di Ead., s.a., s.l., in cui è ripubblicata la biografia di Martino Corbo, pp. 27-39 e sono editi alcuni dei principali documenti in appendice, pp. 40-98. Sulla corrispondenza di Martino Corbo e la sua attività, dai forti risvolti politici, di raccolta delle opere di Ambrogio, cfr. P. Zerbi, </hi><hi rend="italic">La Chiesa ambrosiana</hi><hi rend="CharOverride-1">, cit., in Id., </hi><hi rend="italic">Tra Milano e Cluny</hi><hi rend="CharOverride-1">, cit., </hi><hi rend="italic">Excursus </hi><hi rend="CharOverride-1">VI: </hi><hi rend="italic">Botta e risposta tra due canonici di Ratisbona e Martino Corbo</hi><hi rend="CharOverride-1">, pp. 204-210; Id., </hi><hi rend="italic">Una lettera inedita di Martino Corbo. Note sulla vita ecclesiastica e politica di Milano nel 1143-44</hi><hi rend="CharOverride-1">, in Id., </hi><hi rend="italic">Tra Milano e Cluny</hi><hi rend="CharOverride-1">, cit., pp. 231-256. Cfr. anche M. Petoletti e M.R. Tessera, Custos </hi><hi rend="CharOverride-1">thesaurorum Sancti Ambrosii. </hi><hi rend="italic">Le lettere del preposito Martino Corbo e dei suoi corrispondenti (secolo XII)</hi><hi rend="CharOverride-1">, in S. Gioanni e P. Cammarosano (a cura di), </hi><hi rend="italic">La corrispondenza epistolare in Italia 2. Forme, stili e funzioni della scrittura epistolare nelle cancellerie italiane (secoli V-XV)</hi><hi rend="CharOverride-1">, Atti del Convegno di studio (Roma, 20-21 giugno 2011), Centro Europeo Ricerche Medievali, Trieste-École française de Rome, Roma 2013, pp. 201-237, con notizie biografiche e sulla sua attività pp. 204-220: 211, con menzione delle due lettere di Atto, assegnate al periodo 1135-1143.</hi></p></item>
				</list><list type="ordered">
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-4"><ref target="OP08849_xml_9_103-180.html#footnote-119-backlink">-1</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	Sul rivestimento in lamine di metallo prezioso dell’altare di Sant’Ambrogio, fatto eseguire dal vescovo Angilberto II (824-859) per onorare il luogo nel quale avevano preso posto le spoglie di Ambrogio e quelle dei santi martiri Gervasio e Protasio, opera insigne di arredo liturgico cui è stata dedicata una nutrita serie di studi, si rimanda almeno a S. Bandera, </hi><hi rend="italic">L’altare d’oro di Sant’Ambrogio</hi><hi rend="CharOverride-1">, Parrocchia di Sant’Ambrogio, Milano 1996 (prima ed. 1995) e ad A. Ambrosioni, </hi><hi rend="italic">L’altare d’oro e le due comunità santambrosiane</hi><hi rend="CharOverride-1">, in Ead., </hi><hi rend="italic">Milano, papato e impero in età medievale. Raccolta di studi</hi><hi rend="CharOverride-1">, a cura di M.P. Alberzoni e A. Lucioni, Vita e Pensiero, Milano 2003, pp. 263-279; sul relativo ciborio, dall’ardua decifrazione del significato allegorico e iconografico, l’intervento in merito di Paolo Tomea rende conto della complessità della vicenda critica: cfr. P. Tomea, </hi><hi rend="italic">Sull’iconografia del ciborio di S. Ambrogio a Milano</hi><hi rend="CharOverride-1">, in Id., </hi><hi rend="italic">Tradizione apostolica</hi><hi rend="CharOverride-1">, cit., pp. 550-579, </hi><hi rend="CharOverride-1">figg. 22-25.</hi></p></item>
				</list><list type="ordered">
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-4"><ref target="OP08849_xml_9_103-180.html#footnote-118-backlink">-1</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	Cfr. Pricoco, </hi><hi rend="italic">Da Costantino a Gregorio Magno</hi><hi rend="CharOverride-1">, cit., pp. 326-327: si deve ad Ambrogio, nella sua azione nei confronti del potere imperiale, l’elaborazione di quella ‘teologia del potere’ che sarebbe culminata nell’orazione funebre commemorativa </hi><hi rend="italic">De obitu Theodosii</hi><hi rend="CharOverride-1">, in cui il sovrano era celebrato non tanto come imperatore, quanto come servo di Cristo. Egli, non più immagine della regalità divina, ricopriva un importante ruolo nel mondo in quanto deteneva un potere che era </hi><hi rend="italic">servitium</hi><hi rend="CharOverride-1">, a sostegno della Chiesa e dei suoi pastori. Tale teoria venne ulteriormente sviluppata da Gregorio Magno, pontefice dal 590 al 604, che sostenne il primato dello spirituale sul temporale, ma anche la complementarietà dei due poteri e la loro reciproca cooperazione, ciascuno nel proprio ambito (ivi, p. 439). Una lucida ricostruzione si deve, in proposito, a M. Sordi, </hi><hi rend="italic">L’impero romano-cristiano al tempo di Ambrogio</hi><hi rend="CharOverride-1">, Edizioni Medusa, Milano 2000, in particolare pp. 17-18, 21-22, 25, 28-30, 42.</hi></p></item>
				</list><list type="ordered">
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-4"><ref target="OP08849_xml_9_103-180.html#footnote-117-backlink">-1</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	Cfr. G.G. Merlo, </hi><hi rend="italic">Il cristianesimo latino bassomedievale</hi><hi rend="CharOverride-1">, in M. Gallina, G.G. Merlo e G. Tabacco, </hi><hi rend="italic">Storia del Cristianesimo. Il Medioevo</hi><hi rend="CharOverride-1">, a cura di G. Filoramo e D. Menozzi, Laterza, Roma-Bari 2022 (prima ed. 1997), pp. 219-314: 229. La data del 1122 costituisce un vero e proprio </hi><hi rend="italic">terminus</hi><hi rend="CharOverride-1">, essenzialmente un ‘punto d’arrivo’, per il periodo della lotta per le investiture. Non concordo col giudizio limitativo formulato da D’Acunto, </hi><hi rend="italic">La lotta per le investiture</hi><hi rend="CharOverride-1">, cit., pp. 192-196 (testo del concordato alle pp. 202-204) circa il valore del documento.</hi></p></item>
				</list><list type="ordered">
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-4"><ref target="OP08849_xml_9_103-180.html#footnote-116-backlink">-1</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	Gai, </hi><hi rend="italic">Santiago el Mayor patrono di Pistoia</hi><hi rend="CharOverride-1">, cit. pp. 378-380 nota 142; cfr. anche le note 44-46  nel presente saggio.</hi></p></item>
				</list><list type="ordered">
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-4"><ref target="OP08849_xml_9_103-180.html#footnote-115-backlink">-1</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	«</hi><hi rend="italic">Superas</hi><hi rend="CharOverride-1"> – era scritto nella lettera inviata inizialmente ad Atto da </hi><hi rend="italic">Rainerio cardinali</hi><hi rend="CharOverride-1"> – </hi><hi rend="italic">aetiam beatum Ambrosium in inventione et acquisitione sanctorum corporum: </hi><hi rend="italic">ille enim tantum martyres exposuit suis civibus, tu vero tuis, admirande pater, dabis martyrem et </hi><hi rend="italic">apostolum</hi><hi rend="CharOverride-1">: in Gai, </hi><hi rend="italic">Testimonianze jacobee</hi><hi rend="CharOverride-1">, cit., p. 218. Di notevole interesse, per comprendere la mentalità di Atto, che a mio avviso si nasconde dietro tale personaggio, è la frase che segue: </hi><hi rend="italic">Non hoc dico ut sanctis detraham patribus, set ut Deus in te et per te nostris glorificetur temporibus</hi><hi rend="CharOverride-1">; nella storia della salvezza esiste un divino disegno che collega la lontana epoca dei Padri della Chiesa, alla quale appartiene Ambrogio, con il presente, in cui persone come Atto si spendono per rendere gloria a Dio. Atto è dunque emulo di Ambrogio, ma per grazia di Dio ha compiuto qualcosa di superiore rispetto al santo presule milanese.</hi></p></item>
				</list><list type="ordered">
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-4"><ref target="OP08849_xml_9_103-180.html#footnote-114-backlink">-1</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	Non è qui il caso di ripercorrere l’intero panorama della letteratura specialistica sul pellegrinaggio medievale a Santiago di Compostella, e soggetti affini, che ormai conta una innumerevole serie di contributi. Mi limito in questa occasione a ricordare alcuni studi più direttamente connessi con il medioevo pistoiese: G. Cherubini, </hi><hi rend="italic">Santiago di Compostella. Il pellegrinaggio medievale</hi><hi rend="CharOverride-1">, Protagon Editori Toscani, Siena 1998; L. Mascanzoni, </hi><hi rend="italic">San Giacomo: il guerriero e il pellegrino. Il culto iacobeo tra la Spagna e l’Esarcato (secc. XI-XV)</hi><hi rend="CharOverride-1">, Centro italiano di studi sul basso medioevo-Accademia Tudertina-Centro italiano di studi sull’alto medioevo, Spoleto 2000; P. Caucci von Saucken (a cura di), </hi><hi rend="italic">Santiago e l’Italia</hi><hi rend="CharOverride-1">, Atti del Convegno internazionale di studi (Perugia, 23-26 maggio 2002), Università degli Studi di Perugia-Centro italiano di studi compostellani, Perugia 2005; G. Arlotta (a cura di), De peregrinatione. </hi><hi rend="italic">Studi in onore di Paolo Caucci von Saucken</hi><hi rend="CharOverride-1"> (Perugia, 27-29 maggio 2016), Università degli Studi di Perugia-Centro italiano di studi compostellani, Perugia 2016. In quest’ultimo volume: L. Gai, </hi><hi rend="italic">Iconografia e Agiografia jacopee a Pistoia</hi><hi rend="CharOverride-1">, pp. 791-860.</hi></p></item>
				</list><list type="ordered">
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-4"><ref target="OP08849_xml_9_103-180.html#footnote-113-backlink">-1</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	Fondamentale, per il collegamento fra le varie reti di accoglienza vallombrosana formatesi nelle diverse regioni del nord Italia, risulta la zona ligure, di raccordo tramite le vie di costa con la Tuscia e la Provenza e, tramite gli itinerari trasversali, con l’Emilia, la Lombardia e il Veneto, il Piemonte e la Valle d’Aosta in direzione dei passi alpini. Per questo sistema integrato fra centri urbani, sedi monastiche, cappelle e xenodochi lungo gli itinerari liguri si rivela di notevole importanza, per la ricerca diretta sul campo, F. Bulgarelli, A. Gardini e P. Melli (a cura di), </hi><hi rend="italic">Archeologia dei pellegrinaggi in Liguria</hi><hi rend="CharOverride-1">, Marco Sabatelli editore per la Soprintendenza archeologica della Liguria, Savona 2001. Sulle conseguenze dell’erezione di Genova alla dignità arcivescovile nel marzo del 1133, che favorì l’ulteriore apertura alla presenza degli Ordini benedettini riformati, fra cui i Vallombrosani, cfr. F. Salvestrini, </hi><hi rend="italic">I Vallombrosani in Liguria</hi><hi rend="CharOverride-1">, cit., pp. 37-50: 46-47.</hi></p></item>
				</list><list type="ordered">
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-4"><ref target="OP08849_xml_9_103-180.html#footnote-112-backlink">-1</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	Sull’atto di politica ecclesiastica più rilevante del concilio di Pisa, tenutosi tra la fine di maggio e l’inizio di giugno 1135, la dichiarazione di fedeltà a Innocenzo II da parte di una scelta delegazione dell’alto clero milanese tra cui figurava</hi><hi rend="CharOverride-1"> anche </hi><hi rend="italic">Amizo de la Sala archidiaconus</hi><hi rend="CharOverride-1"> (delegazione che avrebbe avuto il compito di preparare, con l’intervento decisivo di Bernardo di Chiaravalle, la sostituzione dell’arcivescovo in carica, Anselmo V della Pusterla fautore di Anacleto II e della </hi><hi rend="italic">pars imperii</hi><hi rend="CharOverride-1">) cfr. Zerbi, </hi><hi rend="italic">I rapporti di S. Bernardo</hi><hi rend="CharOverride-1">, cit., pp. 34-37, nota 76, 38, nota 78, 54-55, 60-61, 68-69, nota 167; Id., </hi><hi rend="italic">L’episcopato di Anselmo della Pusterla (1126-35): la rottura fra Milano e Roma e il rovesciamento delle posizioni</hi><hi rend="CharOverride-1">, in Id., </hi><hi rend="italic">Tra Milano e Cluny</hi><hi rend="CharOverride-1">, cit., pp. 159-187. Sulla presenza di Atto al concilio, cfr. Tomea, </hi><hi rend="italic">Profectus/provectus</hi><hi rend="CharOverride-1">, cit., nota 41 pp. 312-314:314. Tra i fautori del papato a Milano, oltre a Martino Corbo e i monaci di San Barnaba in Gratosoglio, il vescovo vallombrosano Atto conosceva anche l’arcidiacono Amizo/Amizone, menzionato fra le persone da salutare nella lettera inviata dal presule allo stesso Martino Corbo: datata da Natale Rauty, con l’altra indirizzata al «prete P.», agli anni 1134-1135: cfr. Rauty, </hi><hi rend="italic">Rapporti di Atto</hi><hi rend="CharOverride-1">, cit., p. 12. In questa eventualità, va notato che nulla, dell’agitata situazione nella metropoli, nel drammatico momento della sostituzione dell’arcivescovo, traspare dal contenuto delle due lettere di Atto, che pare allora intento ai normali contatti da qualche tempo intrattenuti con i suoi corrispondenti e che riguardavano il culto dei santi e dei martiri ambrosiani, i rapporti pastorali e di studio: si veda quanto osservato </hi><hi rend="italic">retro</hi><hi rend="CharOverride-1">, alle note 97-106.</hi></p></item>
				</list><list type="ordered">
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-4"><ref target="OP08849_xml_9_103-180.html#footnote-111-backlink">-1</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	Cfr. Zerbi, </hi><hi rend="italic">I rapporti di S. Bernardo</hi><hi rend="CharOverride-1">, cit., pp. 14-28. Il 20 marzo 1133 venivano firmati a Grosseto gli accordi di pace fra Pisa e Genova ed era eretta a sede metropolitana quest’ultima, sulla cui cattedra episcopale si trovava Siro (1130-1163). L’acquisizione delle cinque sedi suffraganee da parte del nuovo arcivescovo, ai danni della provincia metropolitana milanese, faceva parte di un’azione coordinata su più fronti, mirante a togliere l’appoggio ad Anacleto II soprattutto da parte di Milano e di Ruggero di Sicilia, ricorrendo anche ai principali personaggi filo-innocenziani ed ai più opportuni decreti pontifici.</hi></p></item>
				</list><list type="ordered">
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-4"><ref target="OP08849_xml_9_103-180.html#footnote-110-backlink">-1</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	Cfr. la nota 58.</hi></p></item>
				</list><list type="ordered">
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-4"><ref target="OP08849_xml_9_103-180.html#footnote-109-backlink">-1</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	RCP, </hi><hi rend="italic">Chiesa di S. Paolo</hi><hi rend="CharOverride-1"> (archivio di casa Marchetti) (d’ora in poi RCP, </hi><hi rend="italic">S. Paolo</hi><hi rend="CharOverride-1">), a cura di P. Turi, in RCP, </hi><hi rend="italic">Enti ecclesiastici e spedali</hi><hi rend="CharOverride-1">, cit., pp. 137-139, regesto 1, pp. 137-138; edizione del documento in Breschi, </hi><hi rend="italic">Storia di S. Atto</hi><hi rend="CharOverride-1">, cit., Documenti, VI, pp. 253-255. Sulla chiesa cfr. anche RCP, </hi><hi rend="italic">S. Paolo</hi><hi rend="CharOverride-1">, cit., regesto 2, pp. 138-139. Nella medesima zona suburbana esisteva, nell’alto Medioevo, una chiesa dallo stesso titolo, probabilmente andata in rovina: cfr. RCP, </hi><hi rend="italic">Alto Medioevo</hi><hi rend="CharOverride-1">, cit., regesti 62 pp. 47-48, 24 giugno 940; 65 p. 50, </hi><hi rend="italic">ante</hi><hi rend="CharOverride-1"> 944; 67 p. 51, aprile 944.</hi></p></item>
				</list><list type="ordered">
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-4"><ref target="OP08849_xml_9_103-180.html#footnote-108-backlink">-1</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	Zerbi, </hi><hi rend="italic">I rapporti di S. Bernardo</hi><hi rend="CharOverride-1">, cit., p. 32; Di Carpegna Falconieri, </hi><hi rend="italic">Innocenzo II</hi><hi rend="CharOverride-1">, cit., p. 266.</hi></p></item>
				</list><list type="ordered">
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-4"><ref target="OP08849_xml_9_103-180.html#footnote-107-backlink">-1</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	RCP, </hi><hi rend="italic">Canonica sec. XII</hi><hi rend="CharOverride-1">, cit., documento 418 (edizione), pp. 90-91; altre edizioni precedenti in ambito pistoiese: Zaccaria, </hi><hi rend="italic">Anecdotorum </hi><hi rend="italic">Medii Aevi </hi><hi rend="CharOverride-1">[…] </hi><hi rend="italic">collectio</hi><hi rend="CharOverride-1">, cit., p. 211; Breschi, </hi><hi rend="italic">Storia di S. Atto</hi><hi rend="CharOverride-1">, cit., p. 256. L’</hi><hi rend="italic">anathematis sententia</hi><hi rend="CharOverride-1"> fu comminata dal vescovo Atto </hi><hi rend="italic">in aecclesia eiusdem Sancti </hi><hi rend="italic">Zenonis cum canonicis et universo clero totius civitatis Pistorie</hi><hi rend="CharOverride-1"> […] </hi><hi rend="italic">presentibus viris multis ac </hi><hi rend="italic">mulieribus</hi><hi rend="CharOverride-1">: nessuna descrizione ha altrettanta forza evocativa di questa frase, che suggerisce la profonda lacerazione in due parti contrapposte della cittadinanza. Sul presbiterio, intorno all’altare maggiore, avevano preso posto, insieme al vescovo, il collegio canonicale e l’intero clero pistoiese; all’interno delle navate, riservate ai fedeli, stava un gruppo di laici di entrambi i sessi, forse formato da coloro che erano interessati a conoscere i termini della scomunica, che avrebbero condizionato le loro prossime attività. Va sottolineato, in proposito, come – contrariamente a quanto forse ci si poteva aspettare – l’atto di scomunica, in trascrizione coeva priva di qualsiasi aspetto formale e ufficiale, non sia stato conservato nell’archivio vescovile antico, ma anche questa volta – come per la copia d’uso degli statuti del secolo XII – sia stato custodito nell’archivio dei canonici della cattedrale. Il testo, cfr. le note d’apparato in ACP, </hi><hi rend="italic">Canonica sec. XII</hi><hi rend="CharOverride-1">, cit., p. 90, venne trascritto su un quaderno membr. che contiene anche la copia dei due brevi di Innocenzo II datati da Roma il 4 dicembre dello stesso anno, rispettivamente a conferma della scomunica (ivi, regesto 422, alla data, p. 94) e come notifica della medesima ai vescovi della Tuscia, eccetto quello di Arezzo (ivi, regesto 423, alla data, pp. 94-95): ma l’unità archivistica conteneva anche la memoria di due antichi possedimenti dell’episcopato pistoiese </hi><hi rend="italic">in Maritima</hi><hi rend="CharOverride-1">, passati al vescovo </hi><hi rend="italic">de Suana</hi><hi rend="CharOverride-1"> (ivi, regesto 459, 1139-1150, pp. 120-121), che evidentemente nulla ha a che fare con gli altri documenti ivi copiati. Si tratta perciò, anche in questo caso, della conservazione di atti, per quanto importanti, che era necessario conoscere nell’interesse del collegio canonicale pistoiese, e che solo per questo si sono conservati.</hi></p></item>
				</list><list type="ordered">
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-4"><ref target="OP08849_xml_9_103-180.html#footnote-106-backlink">-1</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	Cfr. Rauty</hi><hi rend="CharOverride-1">, </hi><hi rend="italic">I Vallombrosani a Pistoia</hi><hi rend="CharOverride-1">, cit., p. 7; il documento relativo alla decisione di ricostruire l’antica chiesa di San Michele in Forcole è stato edito da Zaccaria, </hi><hi rend="italic">Anecdotorum Medii Aevi </hi><hi rend="CharOverride-1">[…]</hi><hi rend="italic"> collectio</hi><hi rend="CharOverride-1">, cit., pp. 166-168 e si trova in Archivio Arcivescovile di Lucca, </hi><hi rend="italic">Diplomatico</hi><hi rend="CharOverride-1">, pergamena †† Q 48 (31 agosto 1084). Tale chiesa, </hi><hi rend="italic">sita in suburbio videlicet </hi><hi rend="italic">pistoriensi, officio et omni gubernatione destituta</hi><hi rend="CharOverride-1">, aveva fatto dolere il vescovo Leone </hi><hi rend="italic">de eius destructione et detrimento</hi><hi rend="CharOverride-1"> tanto da decidere, </hi><hi rend="italic">cum consilio nostrorum </hi><hi rend="italic">clericorum, nec non fidelium laicorum</hi><hi rend="CharOverride-1">, di affidarla ai Vallombrosani del monastero di Fucecchio. Peraltro almeno un documento, del 24 aprile 1024, sta a testimoniare che la totale rovina della chiesa era dovuta ad alienazioni prive di scrupoli dei suoi beni e rendite da parte dello stesso episcopato, in questo caso rappresentato dal vescovo Guido (1024-1042): cfr. RCP, </hi><hi rend="italic">Forcole secc. XI e XII</hi><hi rend="CharOverride-1">, cit., regesto 1, pp. 65-66, alla data.</hi></p></item>
				</list><list type="ordered">
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-4"><ref target="OP08849_xml_9_103-180.html#footnote-105-backlink">-1</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	Cfr. Fantappiè,</hi><hi rend="italic"> La chiesa di San Giovanni Forcivitas</hi><hi rend="CharOverride-1">, cit., documento 1, 9 marzo 1119, pp. 93-95: la motivazione addotta dal vescovo di Pistoia Ildebrando per affidare ai canonici di Santo</hi><hi rend="CharOverride-1"> Stefano in Prato questa pieve suburbana era che, pur essendo considerata </hi><hi rend="italic">venerabilis, et huius nostri episcopatus cardinali dignatione </hi><hi rend="CharOverride-1">[…] </hi><hi rend="italic">insignita</hi><hi rend="CharOverride-1">, essa aveva necessità che, </hi><hi rend="italic">de pene destructa</hi><hi rend="CharOverride-1">, il vescovo provvedesse a farla </hi><hi rend="italic">redintegrare</hi><hi rend="CharOverride-1">, dando ascolto alle richieste del proposto pratese Gerardo </hi><hi rend="italic">cum</hi><hi rend="italic"> confratribus suis</hi><hi rend="CharOverride-1">. Il presule pertanto la consegnava in potestà al clero pratese, con la facoltà di farvi la questua e ordinarvi i chierici, con il consiglio del vescovo, </hi><hi rend="italic">salva tamen in omnibus reverentia atque iustitia matricis nostre ecclesie</hi><hi rend="CharOverride-1">.</hi></p></item>
				</list><list type="ordered">
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-4"><ref target="OP08849_xml_9_103-180.html#footnote-104-backlink">-1</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	Ciò risulta dal testo della scomunica, che chiaramente si riferisce a ripetute violazioni attuate l’anno prima ai danni della cattedrale, della canonica di San Zeno e delle altre chiese dell’episcopato: RCP, </hi><hi rend="italic">Canonica sec. XII</hi><hi rend="CharOverride-1">, cit., documento 418, pp. 90-91, alla data 10 (per errore: ma 9) gennaio 1138.</hi></p></item>
				</list><list type="ordered">
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-4"><ref target="OP08849_xml_9_103-180.html#footnote-103-backlink">-1</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	La scomunica era comminata espressamente ai consoli Rinaldo e Monaco, con il loro </hi><hi rend="italic">minister </hi><hi rend="CharOverride-1">Gerardisio,</hi><hi rend="italic"> </hi><hi rend="CharOverride-1">per la sacrilega aggressione alla cattedrale e alle altre chiese dell’episcopato avvenuta l’anno precedente, cui non avevano voluto </hi><hi rend="italic">satisfacere competenter</hi><hi rend="CharOverride-1">, nonostante i ripetuti richiami da parte del presule; ma anche veniva a colpire l’intera struttura organizzativa del Comune pistoiese: </hi><hi rend="italic">consules civitatis, rectores ac</hi><hi rend="italic"> ministros ipsorum qui, scientes hanc sententiam excommunicationis, canonicam Sancti Zenonis aut alias episcopatus</hi><hi rend="italic"> ecclesias simili rapina de cetero spoliare presumpserint</hi><hi rend="CharOverride-1"> […] </hi><hi rend="italic">extra licentiam et consensum episcopi qui pro tempore fuerit</hi><hi rend="CharOverride-1">. Tuttavia il testo sembra anche riferirsi a qualcosa di analogo avvenuto sotto un precedente episcopato, che autorizzava il vescovo in carica a seguire la stessa via: </hi><hi rend="italic">antiquorum patrum</hi><hi rend="italic">, novorum et modernorum sententia devote sectantes, maledictos esse censemus ac predicta pariter excommunicatione</hi><hi rend="italic"> dampnamus, in dispositione tamen episcopi presidentis haec omnia relinquentes</hi><hi rend="CharOverride-1">. Tale interpretazione del testo finora non è stata avanzata: ma a mio avviso qui Atto si riferiva anche al precedente della scomunica lanciata contro i consoli di Pistoia dal vescovo Ildebrando, menzionata dall’editore dei documenti, Natale Rauty, come atto di memoria databile fra il 1106 e il 1118 dicembre (cfr. ivi, regesto 378, p. 58, nota d’apparato), cioè fra l’anno di elezione di Ildebrando e la morte di papa Pasquale II (13 dicembre 1118), dato che la scomunica al tempo di Ildebrando e di Pasquale II è ricordata come precedente da Innocenzo II nella conferma della scomunica del 1138 del 4 dicembre di quell’anno: si veda anche più oltre nel presente testo. Peraltro, trattandosi di una reazione al dispositivo iniziale del primo statuto consolare del 1117 da parte di Ildebrando, evidentemente l’arco di tempo entro cui datare questa prima scomunica deve essere compreso fra il 26 novembre 1117 (al più presto), cioè al giorno, mese e anno del primo statuto, e il 13 dicembre 1118 (al più tardi), cioè al giorno della morte di Pasquale II.</hi></p></item>
				</list><list type="ordered">
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-4"><ref target="OP08849_xml_9_103-180.html#footnote-102-backlink">-1</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	L’</hi><hi rend="italic">invocatio</hi><hi rend="CharOverride-1"> dimostra </hi><hi rend="italic">ad evidentiam</hi><hi rend="CharOverride-1"> che l’apostolo Giacomo </hi><hi rend="italic">maior</hi><hi rend="CharOverride-1"> non era ancora compreso fra i santi protettori dell’episcopato pistoiese, almeno al 9 gennaio 1138.</hi></p></item>
				</list><list type="ordered">
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-4"><ref target="OP08849_xml_9_103-180.html#footnote-101-backlink">-1</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	Di Carpegna Falconieri, </hi><hi rend="italic">Innocenzo II</hi><hi rend="CharOverride-1">, cit., p. 266.</hi></p></item>
				</list><list type="ordered">
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-4"><ref target="OP08849_xml_9_103-180.html#footnote-100-backlink">-1</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	Cfr. la nota 120.</hi></p></item>
				</list><list type="ordered">
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-4"><ref target="OP08849_xml_9_103-180.html#footnote-099-backlink">-1</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	La rivolta contro l’arcivescovo Diego Gelmírez, scoppiata a Compostella per volontà della popolazione desiderosa di darsi un governo comunale, alleata con i canonici </hi><hi rend="italic">minores</hi><hi rend="CharOverride-1"> della cattedrale, aveva portato a un violento attacco alla stessa persona del presule, ormai vecchio e impotente. La congiura, sfruttata dal sovrano Alfonso VII per ottenere ripetute elargizioni di denaro da </hi><hi rend="CharOverride-1">Gelmírez, era iniziata il 10 agosto 1136 ed era culminata con l’assalto e l’invasione della cattedrale, presso il cui altare maggiore, dedicato a </hi><hi rend="italic">Santiago</hi><hi rend="CharOverride-1">, si era rifugiato il vegliardo per avere salva la vita. Sulla sua destituzione era stato deciso dai congiurati di chiedere consiglio – tramite i canali istituzionali – a papa Innocenzo II, anche perché pendeva su di essi la scomunica comminata dall’arcivescovo. Ciò era accaduto nel corso dello stesso anno 1136, dopo il concilio di Pisa del 1135. Innocenzo II, che allora era in una posizione molto delicata perché mirava a liberarsi dei fautori di Anacleto II, aveva preferito non confermare la scomunica scagliata da Gelmírez, con la motivazione che la sua conferma era solo posticipata, in attesa di tempi più propizi. Cfr. </hi><hi rend="italic">Historia compostelana</hi><hi rend="CharOverride-1">, facsímil del tomo XX de la </hi><hi rend="italic">España sagrada, Teatro geographico-histórico de la Iglesia de España</hi><hi rend="CharOverride-1"> (1765), Real Academia de la Historia, Madrid 1965, pp. 567-598: 583: </hi><hi rend="italic">Post </hi><hi rend="italic">haec Cardinalis </hi><hi rend="CharOverride-1">(legato pontificio)</hi><hi rend="italic"> de Hispania</hi><hi rend="CharOverride-1"> </hi><hi rend="italic">remeans </hi><hi rend="CharOverride-1">[…] </hi><hi rend="italic">Papae et omnibus Romanae Curiae seriatim narravit</hi><hi rend="italic">. Tunc adversus Imperatorem </hi><hi rend="CharOverride-1">(Alfonso VII)</hi><hi rend="italic"> et eosdem proditores Papa terribiliter insurgere voluit</hi><hi rend="italic">: sed quia tunc temporis Romana Ecclesia persecutionibus coacta erat in adversitate, ne scandalum maius oriretur Ecclesiae distulit</hi><hi rend="italic"> facere, ut cum opportunum tempus immineret terribilem ultionem excommunicationis exerceret</hi><hi rend="CharOverride-1">. Cfr. anche Gai, </hi><hi rend="italic">Santiago el Mayor patrono di Pistoia</hi><hi rend="CharOverride-1">, cit., p. 366 nota 102.</hi></p></item>
				</list><list type="ordered">
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-4"><ref target="OP08849_xml_9_103-180.html#footnote-098-backlink">-1</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	RCP, </hi><hi rend="italic">Canonica sec. XII</hi><hi rend="CharOverride-1">, cit., regesto 423, pp. 94-95, alla data. </hi></p></item>
				</list><list type="ordered">
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-4"><ref target="OP08849_xml_9_103-180.html#footnote-097-backlink">-1</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	Cfr. la nota 89.</hi></p></item>
				</list><list type="ordered">
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-4"><ref target="OP08849_xml_9_103-180.html#footnote-096-backlink">-1</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	RCP, </hi><hi rend="italic">Pistoia,</hi><hi rend="CharOverride-1"> </hi><hi rend="italic">Comune (e Sant’Iacopo, Opera), 1121-1139</hi><hi rend="CharOverride-1">, cit., regesto 47, pp. 249-250, 2 marzo 1138. Si trattava della chiesa detta di San Pier Maggiore, che nel X secolo aveva dato nome anche alla porta aperta nel circuito delle prime mura urbane, in direzione est, da cui nasceva una via extraurbana che poco oltre scorreva tangenzialmente al piccolo rilievo su cui sorgeva l’edificio di culto, accanto all’omonimo monastero di monache benedettine fondato il 9 giugno 1091 dal vescovo di Pistoia Pietro. La registrazione notarile dell’atto di dotazione entro la chiesa stessa consente di ritenere che allora fosse terminato il rinnovamento architettonico dell’edificio (peraltro già in piedi nel giugno del 1111, perché accanto ad esso fu stipulata la donazione da parte dell’arciprete pistoiese Bonuto a Giovanni, abate del monastero vallombrosano di San Salvatore a Fontana Taona, dell’ospizio eretto dal medesimo canonico, per volontà e con il finanziamento dei conti Guidi, in località </hi><hi rend="italic">Memoreto, iuxta eclesiam S. Petri </hi><hi rend="italic">Maioris</hi><hi rend="CharOverride-1">: cfr. RCP, </hi><hi rend="italic">Monastero di San Salvatore a Fontana Taona, secoli XI e XII</hi><hi rend="CharOverride-1">, a cura di V. Torelli Vignali, Società pistoiese di storia patria, Pistoia 1999, regesto 57, pp. 163-164, giugno 1111). Da poco il vescovo Atto vi aveva stabilito un sacerdote fisso per celebrare i divini uffici, e questa sua iniziativa si rendeva allora possibile grazie alla donazione di terre da parte di quel </hi><hi rend="italic">Bernardus quondam Lamberti</hi><hi rend="CharOverride-1">, probabilmente della stirpe vassallatica minore dei Lamberti, che forse era erede dell’antico patronato sulla preesistente chiesa di San Pietro. Essa, secondo Rauty, aveva dato nome, nel X secolo, alla omonima porta orientale delle mura urbane di Pistoia e si trovava «nella stessa posizione dove, fra l’XI e il XII secolo, fu costruito il monastero di San Pier Maggiore»: cfr. Rauty, </hi><hi rend="italic">Storia di Pistoia</hi><hi rend="CharOverride-1">, I, cit., p. 258. Anche nel caso di questa chiesa dedicata al «principe degli apostoli» – così com’era accaduto solo due anni prima per San</hi><hi rend="CharOverride-1"> Paolo – la rinascita del culto celebrava la </hi><hi rend="italic">renovatio</hi><hi rend="CharOverride-1"> di antichi edifici rovinati dal tempo e forse anche dall’incuria, in parallelo a quanto si attuava allora per la cattedrale, vera e propria metafora della </hi><hi rend="italic">renovatio Ecclesiae</hi><hi rend="CharOverride-1"> auspicata dalla riforma.</hi></p></item>
				</list><list type="ordered">
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-4"><ref target="OP08849_xml_9_103-180.html#footnote-095-backlink">-1</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	Di questa prima chiesa di San Pietro pochissimo sappiamo. Rauty ipotizzava che dovesse essere un luogo di culto importante, tanto da ritenere che essa svolgesse il ruolo delle cattedrali suburbane nell’alto Medioevo, presso la quale doveva trovarsi l’area cimiteriale (la località contigua di </hi><hi rend="italic">Memoreto</hi><hi rend="CharOverride-1"> – ritenuto toponimo derivante da </hi><hi rend="italic">Memoria</hi><hi rend="CharOverride-1"> – documentata dal secolo X): cfr. Rauty, </hi><hi rend="italic">Storia di Pistoia</hi><hi rend="CharOverride-1">, I, cit., p. 60. Lo stesso studioso poi, cfr. Id., </hi><hi rend="italic">Il culto dei santi</hi><hi rend="CharOverride-1">, cit., pp. 271-277: 273 (</hi><hi rend="italic">ad vocem</hi><hi rend="CharOverride-1">: </hi><hi rend="italic">Petrus</hi><hi rend="CharOverride-1">) la identificava con una chiesa del sec. VIII esistente </hi><hi rend="italic">in loco Piunte</hi><hi rend="CharOverride-1"> (corrispondente all’attuale ubicazione di San Pier Maggiore). Egli dichiarava invece scomparsa la chiesa di San Pietro </hi><hi rend="italic">prope Braina</hi><hi rend="CharOverride-1">, sita nel territorio extramurale ad est di Pistoia (ivi, p. 274,</hi><hi rend="CharOverride-1"> nota 29), basandosi sul fatto che il corso della Brana scorresse più lontano rispetto al luogo dov’era sorta San Pier Maggiore. In realtà ho potuto personalmente e direttamente accertare, esaminando i profondi scavi eseguiti dagli anni Sessanta del secolo scorso per la costruzione di una palestra e successivamente per la sistemazione del resede posteriore dell’attuale chiesa, dalla parte absidale, che il corso del torrente Brana fluiva in origine ai piedi del poggiolo (che si è rivelato un’antica isola fluviale) su cui fu impostato l’edificio di culto, accanto a un preesistente torrione difensivo che in seguito ha assunto le funzioni di campanile. L’antica stratigrafia ivi emersa e a lungo rimasta in luce, prima che il sito fosse rivestito in cemento armato per evitare smottamenti, evidenziava alla base del rilievo i livelli di un vissuto che in basso presentava minuti frammenti di sigillata a vernice rossa del periodo tardo-imperiale romano, e al di sopra un consistente strato di frammenti di olle da fuoco, con fusarole e un frammento di pettine in osso decorato con serie di cerchi concentrici, ascrivibili all’alto Medioevo. Tali reperti sono stati in parte sottratti, in parte sono stati perduti per l’assenza di sorveglianza degli scavi da parte della Soprintendenza archeologica fiorentina, che non fu mai messa al corrente. Sulla situazione del complesso cfr. l’unica testimonianza edita esistente: L. Gai, </hi><hi rend="italic">Una scheda sul complesso monastico di S. Bartolomeo e sulla topografia storica della zona</hi><hi rend="CharOverride-1">, in </hi><hi rend="italic">L’antico orto monastico di San Bartolomeo in Pantano e il suo destino</hi><hi rend="CharOverride-1">, Atti dell’incontro di studio (Pistoia, 20 novembre 2011), Settegiorni editore, Pistoia 2012, pp. 43-54: 44-45.</hi></p></item>
				</list><list type="ordered">
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-4"><ref target="OP08849_xml_9_103-180.html#footnote-094-backlink">-1</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	Cfr. la nota 118.</hi></p></item>
				</list><list type="ordered">
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-4"><ref target="OP08849_xml_9_103-180.html#footnote-093-backlink">-1</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	È un orientamento che pare delinearsi già nell’Italia del tardo periodo longobardo: cfr. G. Tabacco, </hi><hi rend="italic">Il cristianesimo latino altomedievale</hi><hi rend="CharOverride-1">, in Gallina, Merlo e Tabacco, </hi><hi rend="italic">Storia del Cristianesimo. Il Medioevo</hi><hi rend="CharOverride-1">, cit., pp. 3-106: 59; per Pistoia cfr. Gai, </hi><hi rend="italic">Testimonianze jacobee</hi><hi rend="CharOverride-1">, cit., pp. 137-138 note 49, 50.</hi></p></item>
				</list><list type="ordered">
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-4"><ref target="OP08849_xml_9_103-180.html#footnote-092-backlink">-1</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	Gai, </hi><hi rend="italic">Santiago el Mayor patrono di Pistoia</hi><hi rend="CharOverride-1">, cit., pp. 378-381, note 142-144.</hi></p></item>
				</list><list type="ordered">
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-4"><ref target="OP08849_xml_9_103-180.html#footnote-091-backlink">-1</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	Su tale reliquia dichiarata iacopea nulla è dato conoscere. Tuttavia mi permetto di rimandare a un’ipotesi da me formulata dal 2017, edita ivi, pp. 385-386, nota 165, 388-389, nota 177, che durante il periodo della tarda vecchiaia e della sostanziale impotenza dell’arcivescovo Diego Gelmírez, negli anni 1136-1140, il consesso dei canonici abbia approfittato per spacciare false reliquie dell’apostolo: attestate tutte insieme dal 1138 in varie parti d’Europa e in Italia, quindi subito dopo la traumatica vicenda dell’assalto e del tentativo di uccisione dello stesso arcivescovo nel 1136.</hi></p></item>
				</list><list type="ordered">
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-4"><ref target="OP08849_xml_9_103-180.html#footnote-090-backlink">-1</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	</hi><hi rend="italic">Le carte della propositura</hi><hi rend="CharOverride-1">, cit., p. VIII, nota 9, documento 141, pp. 272-273.</hi></p></item>
				</list><list type="ordered">
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-4"><ref target="OP08849_xml_9_103-180.html#footnote-089-backlink">-1</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	Cfr. R. Nelli, </hi><hi rend="italic">La proprietà ecclesiastica in città e nelle campagne pistoiesi</hi><hi rend="CharOverride-1">, in </hi><hi rend="italic">Gli spazi economici della Chiesa nell’Occidente mediterraneo (secoli XII-metà XIV)</hi><hi rend="CharOverride-1">, Atti del sedicesimo convegno internazionale di studi (Pistoia, 16-19 maggio 1997), Centro italiano di studi di storia e d’arte, Pistoia 1999, pp. 529-555: 533-534, 538-539. Renzo Nelli, nell’esaminare i documenti rimasti dell’episcopato pistoiese, opportunamente sottolineava come la conservazione e la mancata dispersione delle relative proprietà, pertinenze e diritti dipendesse dal tipo dei contratti adottati per la loro gestione: mentre l’adozione di forme di concessione come il livello e l’enfiteusi, introducendo un intermediario fra il titolare del dominio eminente e il diretto coltivatore, «contribuivano non poco a ridurre le possibilità di un controllo efficace» (p. 534), le concessioni in </hi><hi rend="italic">tenimentum</hi><hi rend="CharOverride-1"> o </hi><hi rend="italic">per affictum</hi><hi rend="CharOverride-1"> «tendevano generalmente a eliminare intermediari e a investire del possesso della terra persone che la coltivavano direttamente, in cambio […] di un canone annuo generalmente in natura» (p. 539). Lo studioso, ritenendo che si dovesse al vescovo Ildebrando e al successore Atto questa volontà «di razionalizzazione del patrimonio fondiario della mensa vescovile», concludeva che, almeno per quanto riguardava la situazione nel territorio diocesano pistoiese nella prima metà del secolo XII, l’operato di tali vescovi «coincide abbastanza, anche cronologicamente, con quello dei loro colleghi toscani e sembra rispondere a un bisogno di maggior controllo sui propri possessi fondiari, nonché a un tentativo di incrementare le rendite» (ivi). Peraltro questo intento, pregiudicato dalla mancanza di una forza militare propria da parte del vescovo, come già risulta dal «Memoriale di Ildebrando», non poteva pienamente evitare le usurpazioni: talvolta tollerate, talaltra imposte. Senza contare, inoltre, le «lacune fisiologiche del sistema, quelle cioè che permettevano a enfiteuti, livellari, in qualche caso anche a diretti piccoli coltivatori di acquisire diritti tali sui beni loro concessi da poterli considerare, e gestire, alla stessa stregua di beni allodiali» (p. 538).</hi></p></item>
				</list><list type="ordered">
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-4"><ref target="OP08849_xml_9_103-180.html#footnote-088-backlink">-1</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	RCP, </hi><hi rend="italic">Vescovado secc. XI e XII</hi><hi rend="CharOverride-1">, cit., regesto 24 pp. 37-38, alla data.</hi></p></item>
				</list><list type="ordered">
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-4"><ref target="OP08849_xml_9_103-180.html#footnote-087-backlink">-1</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	R. Davidsohn, </hi><hi rend="italic">Storia di Firenze</hi><hi rend="CharOverride-1">, I. </hi><hi rend="italic">Le origini</hi><hi rend="CharOverride-1">, trad. it., Sansoni, Firenze 1969, pp. 632-633.</hi></p></item>
				</list><list type="ordered">
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-4"><ref target="OP08849_xml_9_103-180.html#footnote-086-backlink">-1</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	</hi><hi rend="italic">Historia compostelana</hi><hi rend="CharOverride-1">, cit., pp. 597-598: nel 1138 </hi><hi rend="italic">Lascurrensis Episcopus Romanae Ecclesiae Legatus, et a latere Domini Papae Innocentii in Hispaniam </hi><hi rend="italic">missus, insperato Compostellam intravit, et Archiepiscopos, nec non Hispaniae Episcopos, et Abbates Religiosos, et praecipue </hi><hi rend="italic">Domnum Didacum Compostellanum Archiepiscopum, caput Hispaniae, et suorum Episcoporum sibi suffragantium Principem, si </hi><hi rend="italic">aliqua praepeditione corporis sui praepeditus non esset, et ire sine detrimento posset, in Quadragesimae Dominica qua </hi><hi rend="CharOverride-1">Lętare Jerusalem</hi><hi rend="italic"> universa cantat Ecclesia, in Urbem</hi><hi rend="italic"> Romanam omni occasione postposita ad Concilium strenuissime invitavit</hi><hi rend="CharOverride-1">. La convocazione generale per il concilio Lateranense II, che si sarebbe tenuto dal 2 aprile del 1139, era perentoria e comprendeva anche l’arcivescovo Diego Gelmírez, per quanto il papa ben sapesse che egli non era in condizione di muoversi. Con le parole della motivazione per cui era stato indetto tale concilio, che doveva ripristinare la pace nella Chiesa sconvolta, si interrompe drammaticamente l’</hi><hi rend="italic">Historia compostelana</hi><hi rend="CharOverride-1">, in cui sono volutamente omessi gli ultimi mesi di vita dell’arcivescovo.</hi></p></item>
				</list><list type="ordered">
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-4"><ref target="OP08849_xml_9_103-180.html#footnote-085-backlink">-1</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	Cfr. Gai, </hi><hi rend="italic">Santiago el Mayor patrono di Pistoia</hi><hi rend="CharOverride-1">, cit. pp. 345-349, note 40-45.</hi></p></item>
				</list><list type="ordered">
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-4"><ref target="OP08849_xml_9_103-180.html#footnote-084-backlink">-1</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	Ivi, pp. 345-346, 349.</hi></p></item>
				</list><list type="ordered">
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-4"><ref target="OP08849_xml_9_103-180.html#footnote-083-backlink">-1</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	Questo futuro destino di Pistoia è prefigurato e augurato dalla nota apostrofe alla città, che si trova compresa nel materiale agiografico-liturgico del codice ASP, </hi><hi rend="italic">Documenti vari</hi><hi rend="CharOverride-1">, 1, da considerare opera composta dallo stesso vescovo vallombrosano Atto: </hi><hi rend="italic">Laetetur ergo pistoriensis civitas, exultet atque congaudeat et gloriętur non </hi><hi rend="italic">modicum in exaltatione sua, congratuletur gaudio magno valde, quam quidem voluit omnipotens Dominus per suum sanctum </hi><hi rend="italic">apostolum noviter ac mirabiliter visitare; proinde gaudeat et Tuscia tota, quoniam si voluerit et sanctum Domini apostolum </hi><hi rend="italic">condigno honore excolere et cęlebrare studuerit, ad aeius sacra sollempnia corde simul et animo devotissime properaverit, haec </hi><hi rend="italic">salus et leticia non tantum ipsius loci in quo condite sunt eius reliquię propria, sed tocius provincie communis erit</hi><hi rend="CharOverride-1">, cfr. Gai, </hi><hi rend="italic">Testimonianze jacobee</hi><hi rend="CharOverride-1">, cit., p. 225.</hi></p></item>
				</list><list type="ordered">
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-4"><ref target="OP08849_xml_9_103-180.html#footnote-082-backlink">-1</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	</hi><hi rend="CharOverride-1">RCP, </hi><hi rend="italic">Canonica sec. XII</hi><hi rend="CharOverride-1">, cit., regesto 424, pp. 95-96, alla data. Ivi l’arenga ha particolare significato perché attesta i valori, comuni al mondo monastico, che avevano portato quel personaggio influente e ricco alla </hi><hi rend="italic">conversio.</hi><hi rend="CharOverride-1"> Peraltro un precedente era costituito dalla vicenda di un altro notaio, </hi><hi rend="italic">Martinus</hi><hi rend="CharOverride-1">, attivo per la canonica di San Zeno nell’ultimo quarto del secolo XI, che aveva acquisito il grado di </hi><hi rend="italic">clericus</hi><hi rend="CharOverride-1"> e poi, tra il 1104 e il 1105, era divenuto proposto della cattedrale: cfr. RCP, </hi><hi rend="italic">Canonica sec. XI</hi><hi rend="CharOverride-1">, cit., p. LIV e note d’apparato ai regesti 201 e 202 rispettivamente alle pp. 161-162 (6 aprile 1082) e pp. 162-163 (29 aprile 1082). Di esso tuttavia non sono note le motivazioni per l’ingresso fra il consesso dei canonici pistoiesi. La ritualità adottata dal notaio Ollioro per attestare la sua </hi><hi rend="italic">conversio</hi><hi rend="CharOverride-1"> insieme al figlio obbedisce, col gesto di deporre il documento del suo impegno sull’altare di San Zeno, alla precisa intenzione di significare l’adempimento di una solenne promessa, sciolta al cospetto del santo vescovo titolare della </hi><hi rend="italic">plebs urbana</hi><hi rend="CharOverride-1"> di Pistoia, madre attraverso il battesimo e i sacramenti di tutti i cittadini. Un cenno sia al notaio Martino che al giudice e notaio Ollioro, appartenenti all’aristocrazia professionale pistoiese, è anche in Zamponi, </hi><hi rend="italic">Lo «scriptorium» della cattedrale</hi><hi rend="CharOverride-1">, cit., p. 201 e ivi, nota 24.</hi></p></item>
				</list><list type="ordered">
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-4"><ref target="OP08849_xml_9_103-180.html#footnote-081-backlink">-1</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	Cfr. </hi><hi rend="italic">Acta capitulorum generalium</hi><hi rend="CharOverride-1">, cit., pp. 17-18.</hi></p></item>
				</list><list type="ordered">
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-4"><ref target="OP08849_xml_9_103-180.html#footnote-080-backlink">-1</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	Cfr. RCP, </hi><hi rend="italic">Vescovado secc. XI e XII</hi><hi rend="CharOverride-1">, cit., regesti 26, pp. 39-40 e 27, pp. 40-41, con le relative note d’apparato a cura di N. Rauty. Renzo Fantappiè assegna al periodo 1138- prima del 29 aprile 1142 tutti gli atti pontifici, che a mio avviso vanno invece datati al 1139: cfr. </hi><hi rend="italic">Le carte della propositura</hi><hi rend="CharOverride-1">, cit., documenti 145, 146, 147, 148, 149, rispettivamente alle pp. 281, 282, 283-284, 284-285, 285-286.</hi></p></item>
				</list><list type="ordered">
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-4"><ref target="OP08849_xml_9_103-180.html#footnote-079-backlink">-1</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	Rauty, </hi><hi rend="italic">Società, istituzioni, politica</hi><hi rend="CharOverride-1">, cit., p. 19 nota 85: in due atti di interesse patrimoniale della canonica, rogati il 31 ottobre 1140 (RCP, </hi><hi rend="italic">Canonica sec. XII</hi><hi rend="CharOverride-1">, cit., regesti 431 e 432, rispettivamente alle pp. 100-101, 101) assisteva come testimone quello stesso </hi><hi rend="italic">Gerardiscius missus consulum</hi><hi rend="CharOverride-1"> che era stato scomunicato insieme con i consoli nel 1138; pertanto allora la scomunica doveva essere stata revocata. Quanto alla questione pratese, dopo l’intervento deciso di Innocenzo II – a mio avviso avvenuto nello stesso periodo, posteriormente al concilio Laterano II della prima settimana di aprile 1139 – per qualche anno, e fino alla morte del papa (24 settembre 1143) non si tornò più ufficialmente su di essa.</hi></p></item>
				</list><list type="ordered">
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-4"><ref target="OP08849_xml_9_103-180.html#footnote-078-backlink">-1</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	RCP, </hi><hi rend="italic">Vescovado secc. XI e XII</hi><hi rend="CharOverride-1">, cit., regesto 26, pp. 39-40, alla data 1138-1143, 29 aprile; edizione del documento in </hi><hi rend="italic">Le carte della propositura</hi><hi rend="CharOverride-1">, cit., documento 147, pp. 283-284, alla data 1138-1142, 29 aprile. In entrambi i casi l’assegnazione del documento papale a un arco temporale di un quinquennio ha impedito di identificarlo come il dispositivo con cui si revocava la scomunica al governo consolare e al popolo pistoiese. Si veda anche, in proposito, la seguente nota 150.</hi></p></item>
				</list><list type="ordered">
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-4"><ref target="OP08849_xml_9_103-180.html#footnote-077-backlink">-1</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	Nella lettera papale si dichiara che Atto, venuto </hi><hi rend="italic">ad limina</hi><hi rend="CharOverride-1">, era stato rimandato a Pistoia </hi><hi rend="italic">cum gratia sedis apostolicę, et litterarum nostrarum prosecutione</hi><hi rend="CharOverride-1">. Pare che finora non sia stata posta attenzione a tale formula, che a mio avviso conferma com</hi><hi rend="CharOverride-1">e la lettera di cui Atto era latore contenesse la grazia di Innocenzo II, evidentemente con esso concordata. Occorre anche soffermarsi sul significato da dare all’espressione (</hi><hi rend="italic">cum</hi><hi rend="CharOverride-1">) […] </hi><hi rend="italic">litterarum nostrarum prosecutione</hi><hi rend="CharOverride-1">, che prospetta l’esistenza di ulteriori istruzioni in aggiunta al dispositivo pontificio (</hi><hi rend="italic">litterae nostrae</hi><hi rend="CharOverride-1">), destinate ad attuare il ripristinato, buon rapporto con il governo comunale.</hi></p></item>
				</list><list type="ordered">
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-4"><ref target="OP08849_xml_9_103-180.html#footnote-076-backlink">-1</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	La lettera di Atto a Innocenzo II, datata da Renzo Fantappiè al periodo 1138-prima del 1142, 29 aprile, cfr. </hi><hi rend="italic">Le carte della propositura</hi><hi rend="CharOverride-1">, cit., documento 145 p. 281, era nota anche a Robert Davidsohn, che tuttavia, decontestualizzandola, la situava entro gli anni Quaranta del secolo XII, come prova delle «querele e (dei) processi infiniti davanti al Papa, il quale dette invero ragione a Pistoia contro Prato e a Prato contro le piccole comunità rurali, ma invano si affannò per porre un termine alle contese»: cfr. Davidsohn, </hi><hi rend="italic">Storia di Firenze</hi><hi rend="CharOverride-1">, I, cit., p. 640 e ivi, note 1, 3.</hi></p></item>
				</list><list type="ordered">
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-4"><ref target="OP08849_xml_9_103-180.html#footnote-075-backlink">-1</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	</hi><hi rend="italic">Ibidem</hi><hi rend="CharOverride-1">. Atto aveva sottoposto, dunque, prima del 1139 in cui sarebbe andato a consigliarsi a Roma con il papa, la fastidiosa controversia fra i canonici di Santo Stefano di Prato e le pievi contermini della diocesi pistoiese, fra cui si distingueva quella di San Giusto in Piazzanese, al giudizio del suo tribunale ecclesiastico in cui anche laici erano presenti, per poter formulare la più equa sentenza in base alle consuetudini canoniche che regolavano il rapporto dell’ordinario diocesano con le pievi a lui sottoposte. Il principio per cui Atto doveva aver dato ragione al pievano di San Giusto (che aveva eretto una succursale della pieve stessa presso le mura di Prato, la quale più tardi risulta dedicata a San Iacopo) era quello che tali diritti e prerogative dovevano applicarsi alle persone sottoposte alla pieve, ovunque esse fossero. Se tale dovette essere la sentenza, essa contrastava, però, col nuovo criterio vigente a partire dal privilegio concesso ai canonici pratesi dallo stesso Innocenzo II il 21 maggio 1133, col quale si stabiliva la territorialità delle competenze plebane, ma solo per Santo Stefano di Prato. Il privilegio è edito da Fantappiè ne </hi><hi rend="italic">Le carte della propositura</hi><hi rend="CharOverride-1">, cit., documento 133, pp. 258-261, alla data 21 maggio 1133.</hi></p></item>
				</list><list type="ordered">
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-4"><ref target="OP08849_xml_9_103-180.html#footnote-074-backlink">-1</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	Cfr. la nota 152.</hi></p></item>
				</list><list type="ordered">
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-4"><ref target="OP08849_xml_9_103-180.html#footnote-073-backlink">-1</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	Ciò risulta dalla lettera-indulto del papa Innocenzo II diretta al clero, ai consoli e al popolo pistoiese. Ivi si legge che presso il papa si trovavano anche i ben agguerriti rappresentanti del clero e degli interessi della società pratese: </hi><hi rend="italic">Super Aecclesia vero Pratensi, unde in </hi><hi rend="italic">presentia nostra mota est questio </hi><hi rend="CharOverride-1">[…],</hi><hi rend="italic"> quibusdam ipsius aecclesiae, qui nostro se conspectui presentarunt, viva voce iniungimus et per eos </hi><hi rend="italic">aliis </hi><hi rend="CharOverride-1">[…] </hi><hi rend="italic">precipiendo mandavimus ut eidem fratri nostro, absque ulla contradictione, debitam obedientiam</hi><hi rend="italic"> exhibeant</hi><hi rend="CharOverride-1">.</hi></p></item>
				</list><list type="ordered">
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-4"><ref target="OP08849_xml_9_103-180.html#footnote-072-backlink">-1</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	Cfr. </hi><hi rend="italic">Le carte della propositura</hi><hi rend="CharOverride-1">, cit., documento 146, p. 282, 29 aprile (1138-1142), ma (1139). Nell’elenco dei destinatari i primi due menzionati risultano l’abate </hi><hi rend="italic">de Garignano</hi><hi rend="CharOverride-1"> e il priore </hi><hi rend="italic">Sancti Fabiani</hi><hi rend="CharOverride-1">. Il primo era un istituto vallombrosano, il secondo </hi><hi rend="CharOverride-1">uno xenodochio con annesso luogo di culto probabilmente allora già in rapporto con la congregazione gualbertiana. Seguono i pievani di San Giusto, San Paolo, Sant’Ippolito, Santa Maria di Colonica e di Santa Maria di Filettole. A tutti viene prescritto sostanzialmente di rispettare il privilegio di cui godeva la pieve di Santo Stefano di Prato, in base al precetto di carità che imponeva </hi><hi rend="italic">ut fratres nostros</hi><hi rend="italic"> tamquam nos ipsos diligamus</hi><hi rend="CharOverride-1"> (che era molto evangelico), tradotto subito dopo, però, in modo piuttosto spicciativo, nel precetto di non fare agli altri ciò che non si vuole fatto a sé: </hi><hi rend="italic">et quod nobis fieri nolumus, illis nullatenus faciamus</hi><hi rend="CharOverride-1">.</hi></p></item>
				</list><list type="ordered">
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-4"><ref target="OP08849_xml_9_103-180.html#footnote-071-backlink">-1</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	Cfr. </hi><hi rend="italic">Le carte della propositura</hi><hi rend="CharOverride-1">, cit., documento 148, pp. 284-285, 30 aprile (1138-1142), ma (1139). In questo caso la lettera papale, diretta al proposto Ildebrando e ai canonici </hi><hi rend="italic">Pratensis ęcclesię</hi><hi rend="CharOverride-1"> – si noti l’appellativo, che suggerisce come quella chiesa plebana di Santo Stefano rappresenti l’intera comunità di Prato – risulta più scoperta e mira a rassicurare gli interessati riferendo che l’esame della questione della pieve di San Giusto e della cappella da essa fatta costruire presso Prato, sottoposta al tribunale papale, era stato loro favorevole. Pertanto, implicitamente, si comunicava che la precedente sentenza del vescovo Atto, che tale presule aveva sottoposto al giudizio del papa, raccomandandogli che fosse fatta salva </hi><hi rend="italic">partis utriusque iustitia</hi><hi rend="CharOverride-1">, era stata di fatto annullata dalla sentenza pontificia.</hi></p></item>
				</list><list type="ordered">
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-4"><ref target="OP08849_xml_9_103-180.html#footnote-070-backlink">-1</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	Cfr. </hi><hi rend="italic">Le carte della propositura</hi><hi rend="CharOverride-1">, cit., documento 149, pp. 285-286, 30 aprile (1138-1142), ma (1139). La lettera-precetto inviata al vescovo Atto risulta caratterizzata da un tono insolitamente brusco e ultimativo nell’imporre l’adempimento della volontà papale.</hi></p></item>
				</list><list type="ordered">
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-4"><ref target="OP08849_xml_9_103-180.html#footnote-069-backlink">-1</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	Ciò risulta dalla perentoria dichiarazione che si trova nel </hi><hi rend="italic">Codex Calixtinus</hi><hi rend="CharOverride-1"> (la cui prima stesura può farsi risalire al 1139): cfr. </hi><hi rend="italic">Liber Sancti Jacobi. Codex Calixtinus</hi><hi rend="CharOverride-1">, a cura di K. </hi><hi rend="CharOverride-1">Herbers e M. Santos Noya, Xunta de Galicia, Santiago de Compostela 1999, libro V, cap. 9, p. 254: </hi><hi rend="italic">Erubescant igitur emuli transmontani, qui dicunt se aliquid ex eo, vel reliquias eius </hi><hi rend="italic">habere. Apostolicum namque corpus totum ibi habetur</hi><hi rend="CharOverride-1">.</hi></p></item>
				</list><list type="ordered">
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-4"><ref target="OP08849_xml_9_103-180.html#footnote-068-backlink">-1</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	Spentosi l’astro geniale di Diego Gelmírez nel 1140, il destino del grande santuario della Galizia sarebbe dipeso da allora in poi dai potenti canonici della basilica di Santiago, dalle cui fila Innocenzo II dopo tre anni di sede vacante avrebbe scelto Pedro Elías. Per quanto la rinomanza del pellegrinaggio compostellano avesse continuato a lungo ad attirare devoti viandanti da ogni regione d’Europa e avesse favorito il completamento della monumentale basilica dell’apostolo, terminata agli inizi del secolo XIII, Compostella lentamente avrebbe perso una parte della sua importanza come città europea, perché sempre più coinvolta nelle dimensioni più ristrette di vicende locali. Il pellegrinaggio a Santiago divenne parte di un unico flusso devozionale che riuniva le tre grandi polarità cristiane: Roma, Santiago, Gerusalemme. Del ‘ridisegno’ del pellegrinaggio, soprattutto nel secolo XII, fece parte anche l’istituzione del culto </hi><hi rend="CharOverride-1">iacopeo di matrice compostellana a Pistoia nel 1145, come tappa intermedia fra Compostella e Roma, ma in direzione centripeta, verso il centro della cristianità. Peraltro, intorno al 1140-1143 Innocenzo II riaffermava il suo diretto potere sulla città di Roma, di cui si era riappropriato dopo la morte, all’inizio del 1138, dell’‘antipapa’ Anacleto II, interessandosi alla compilazione dei primi testi all’origine dei </hi><hi rend="italic">Mirabilia Urbis</hi><hi rend="CharOverride-1">, quali attestazioni di tipo censuario e dei diritti pontifici sulla «città eterna»: cfr. Internullo, </hi><hi rend="italic">«Decus Urbis</hi><hi rend="italic">»</hi><hi rend="CharOverride-1">,</hi><hi rend="italic"> </hi><hi rend="CharOverride-1">cit., pp. 159-166, 168-170 (sul ruolo degli </hi><hi rend="italic">iudices palatini</hi><hi rend="CharOverride-1">).</hi></p></item>
				</list><list type="ordered">
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-4"><ref target="OP08849_xml_9_103-180.html#footnote-067-backlink">-1</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	Cfr. RCP, </hi><hi rend="italic">Vescovado secc. XI e XII</hi><hi rend="CharOverride-1">, cit., regesto 27, pp. 40-41, alla data 1138-1143 (ma 1139), 19 settembre. Innocenzo II comunicava al proposto pratese Ildibrando e agli altri canonici della pieve di Santo Stefano il suo rimprovero perché, </hi><hi rend="italic">proterve et inreverenter</hi><hi rend="CharOverride-1">, non avevano prestato </hi><hi rend="italic">debitam reverentiam A</hi><hi rend="CharOverride-1">[ttoni] </hi><hi rend="italic">Pistoriensi episcopo ab apostolica sede redeunti</hi><hi rend="CharOverride-1">, rammaricandosene perché in quello stesso anno aveva prescritto ad essi di trattare l’ordinario diocesano con il dovuto rispetto. Per quanto si è osservato in proposito, la datazione della lettera deve attribuirsi al 1139.</hi></p></item>
				</list><list type="ordered">
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-4"><ref target="OP08849_xml_9_103-180.html#footnote-066-backlink">-1</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	Davidsohn, </hi><hi rend="italic">Storia di Firenze</hi><hi rend="CharOverride-1">,</hi><hi rend="italic"> </hi><hi rend="CharOverride-1">I, cit., p. 636.</hi></p></item>
				</list><list type="ordered">
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-4"><ref target="OP08849_xml_9_103-180.html#footnote-065-backlink">-1</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	Salvestrini, </hi><hi rend="italic">San Michele arcangelo a Passignano</hi><hi rend="CharOverride-1">, cit., pp. 94-95, note 155-159. Lo stesso Atto, fin da quando ricopriva l’incarico di abate maggiore, aveva avuto modo di interessarsi dei contatti dell’abbazia vallombrosana di Passignano con fondazioni religiose senesi. Il 20 marzo 1131 i patroni senesi di San Michele in Poggio San Donato, presso il borgo suburbano di Camollia e lungo la </hi><hi rend="italic">via francigena</hi><hi rend="CharOverride-1">, avevano deliberato il definitivo passaggio del complesso alla congregazione di Vallombrosa, nella persona dell’abate generale Atto e tramite la dipendenza sotto il rettore di Passignano Ambrogio. Più tardi, quando nel 1148 l’edificio di San Vincenzo, distrutto da un’incursione fiorentina, fu ricostruito dentro il borgo di Camollia con il suo xenodochio, Atto in veste episcopale l’avrebbe consacrato insieme al vescovo di Siena.</hi></p></item>
				</list><list type="ordered">
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-4"><ref target="OP08849_xml_9_103-180.html#footnote-064-backlink">-1</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	RCP, </hi><hi rend="italic">Pistoia, Comune (e Sant’Iacopo, Opera), 1140-1149</hi><hi rend="CharOverride-1">, a cura di M. Mariani e P. Turi, «Bullettino storico pistoiese», 119, 2017, pp. 151-161: regesto 50, alla data. È un atto di donazione che ha riferimento con quello precedentemente segnalato del 2 marzo 1138 (cfr. le note 130, 131) e ha rilievo per due motivi. Il primo è che in esso figurano dettagli che permettono di identificare la chiesa di San Pietro </hi><hi rend="italic">prope fluvio Braina</hi><hi rend="CharOverride-1"> con la chiesa di San Pier Maggiore, come proposto </hi><hi rend="italic">retro</hi><hi rend="CharOverride-1">, </hi><hi rend="italic">ibidem</hi><hi rend="CharOverride-1">. Il secondo è che il documento consente di rilevare l’attenta e tempestiva cura del vescovo Atto nel provvedere con lungimiranza al rinnovato luogo di culto intitolato al «principe degli apostoli», officiato dal sacerdote </hi><hi rend="italic">Ildibrandus</hi><hi rend="CharOverride-1"> ivi istituito dallo stesso presule. Allora il figlio ed erede del precedente donatore </hi><hi rend="italic">Bernardus</hi><hi rend="CharOverride-1">, </hi><hi rend="italic">Lambertus q. Bernardi</hi><hi rend="CharOverride-1">, della stirpe Lambertatica, essendo morti entrambi i genitori e il fratello </hi><hi rend="italic">Folliarinus</hi><hi rend="CharOverride-1">, provvedeva, </hi><hi rend="italic">pro remedio animae</hi><hi rend="CharOverride-1"> dei familiari, ad aggiungere altre dieci braccia di terreno che facevano parte di quel </hi><hi rend="italic">predium</hi><hi rend="CharOverride-1"> in cui si trovava sia la porzione destinata dal padre alla chiesa e sulla quale l’edificio sorgeva, sia l’area che </hi><hi rend="italic">Lambertus</hi><hi rend="CharOverride-1"> riservava per sé, che era quella stessa da suo padre trattenuta. La misura così precisa del terreno fa pensare che esso fosse necessario per la costruzione dello stesso edificio di culto o di un suo annesso. Il terreno in questione era confinante con il corso del torrente Brana, come indicano i confini forniti: </hi><hi rend="italic">terra que </hi><hi rend="CharOverride-1">(Lambertus sibi) </hi><hi rend="italic">reserva</hi><hi rend="CharOverride-1">(</hi><hi rend="CharOverride-1">bat), </hi><hi rend="italic">terra suprascripte aecclesię, fluvius Braina</hi><hi rend="CharOverride-1">. Peraltro, un quesito cui forse non potrà mai essere data risposta è perché l’atto si trovi fra i documenti dell’Opera di San Iacopo (poi passati al fondo archivistico del Comune di Pistoia alla soppressione dell’ente nel 1777).</hi></p></item>
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					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-4"><ref target="OP08849_xml_9_103-180.html#footnote-063-backlink">-1</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	Cfr. le note 40, 131, 132.</hi></p></item>
				</list><list type="ordered">
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-4"><ref target="OP08849_xml_9_103-180.html#footnote-062-backlink">-1</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	Per il monastero del Santo Sepolcro in Astino, diocesi di Bergamo (attuale Lombardia) cfr. Vasaturo, </hi><hi rend="italic">Vallombrosa. L’abbazia e la congregazione</hi><hi rend="CharOverride-1">, cit., pp. 31, nota 76, 39; F. Salvestrini, </hi><hi rend="italic">Il monastero vallombrosano del Santo Sepolcro di Astino e le sue terre fra Medioevo e prima Età moderna</hi><hi rend="CharOverride-1">, in A. Civai (a cura di), </hi><hi rend="italic">Il Monastero restituito. Astino: storia, arte, architettura e paesaggio</hi><hi rend="CharOverride-1">, Fondazione MIA, Bergamo 2023, pp. 10-31. In G. De Angelis, </hi><hi rend="italic">Astino, monastero della città</hi><hi rend="CharOverride-1">, Congregazione della Misericordia Maggiore, Bergamo 2015: pp. 14-15 (p. 15)</hi><hi rend="CharOverride-1"> compare la riproduzione fotografica – sfocata – della pagina del ms. in cui si trova la notizia della consacrazione, nel 1140, da parte di Gregorio vescovo di Bergamo e di Atto vallombrosano vescovo di Pistoia dei due altari laterali della chiesa); l’autore menziona nel testo solo la consacrazione del novembre 1117 ad opera del vescovo Ambrogio Mozzi insieme al vescovo lodigiano Arderico (p. 14). Cfr. anche: Salvestrini, </hi><hi rend="italic">Il monachesimo vallombrosano in Lombardia</hi><hi rend="CharOverride-1">, cit., pp. 14-21; E. Sartoni, </hi><hi rend="italic">Le fondazioni vallombrosane nella regione Lombardia. Repertorio</hi><hi rend="CharOverride-1">, in Salvestrini (a cura di), </hi><hi rend="italic">I Vallombrosani in Lombardia</hi><hi rend="CharOverride-1">, cit., pp. 52-159: 130-145 (</hi><hi rend="italic">Diocesi di Bergamo. Santo Sepolcro di Astino</hi><hi rend="CharOverride-1">, con accenno alla cerimonia di consacrazione di altari del 1140 a p. 134; planimetria del complesso abbaziale p. 147 e foto dell’attuale aspetto, pp. 148-157). La notizia della cerimonia tenutasi ad Astino nel 1140 è anche in Vasaturo, </hi><hi rend="italic">Vallombrosa. L’abbazia e la congregazione</hi><hi rend="CharOverride-1">, cit., nella scheda biografica dedicata ad Atto, pp. 36-39: 39.</hi></p></item>
				</list><list type="ordered">
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-4"><ref target="OP08849_xml_9_103-180.html#footnote-061-backlink">-1</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	Sartoni, </hi><hi rend="italic">Le fondazioni vallombrosane</hi><hi rend="CharOverride-1">, cit., p. 132.</hi></p></item>
				</list><list type="ordered">
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-4"><ref target="OP08849_xml_9_103-180.html#footnote-060-backlink">-1</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	Anche per questa reliquia dell’apostolo Giacomo </hi><hi rend="italic">maior</hi><hi rend="CharOverride-1"> – come quella esistente nel 1138 in Santa Maria a Montepiano – nulla è dato sapere circa il suo reperimento.</hi></p></item>
				</list><list type="ordered">
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-4"><ref target="OP08849_xml_9_103-180.html#footnote-059-backlink">-1</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	Sartoni, </hi><hi rend="italic">Le fondazioni vallombrosane</hi><hi rend="CharOverride-1">, cit., pp. 133-135: 134. Lo spedale, annesso al monastero del Santo Sepolcro di Astino era autonomamente gestito da un consorzio di laici; nel 1305 fu aggregato alla Misericordia di Bergamo. Sulla comunità vallombrosana astinate cfr. anche Spinelli, </hi><hi rend="italic">Note sull’espansione vallombrosana</hi><hi rend="CharOverride-1">, cit., pp. 188-191.</hi></p></item>
				</list><list type="ordered">
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-4"><ref target="OP08849_xml_9_103-180.html#footnote-058-backlink">-1</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	Salvestrini, </hi><hi rend="italic">I Vallombrosani in Liguria</hi><hi rend="CharOverride-1">, cit., pp. 67-68; G. Monzio Compagnoni, </hi><hi rend="italic">Il «rythmus» di Maginfredo di Astino e l’espansione vallombrosana in Italia settentrionale durante la prima età comunale</hi><hi rend="CharOverride-1">, «Rivista di storia della Chiesa in Italia», 51/2, 1997, pp. 341-420: 409-412; Ciliberti e Salvestrini, </hi><hi rend="italic">I Vallombrosani nel Piemonte</hi><hi rend="CharOverride-1">, cit., p. 84. Il preesistente monastero dei Santi Apostoli, citato già nel 1041, era passato sotto l’obbedienza vallombrosana, come sembra, ad opera dell’abate Maginfredo di Astino (1128-1158) forse non molto prima della consacrazione degli altari laterali della chiesa dedicata agli apostoli Filippo e Giacomo, il 23 maggio 1140. Vasaturo, </hi><hi rend="italic">Vallombrosa. L’abbazia e la congregazione</hi><hi rend="CharOverride-1">, cit., p. 32, nota 184, afferma che come cenobio vallombrosano fu fondato da Maginfredo di Astino. Ad ogni modo, le due cerimonie di consacrazione, compiutesi a distanza ravvicinata di tempo nel 1140, paiono individuare un itinerario mirato per congiungere anche in modo sacramentale e liturgico le due comunità fra loro collegate da rapporti di filiazione: che il vescovo Atto può forse avere compiuto dietro richiesta – o su suggerimento – dell’abate maggiore Gualdo, monaco oriundo di Astino.</hi></p></item>
				</list><list type="ordered">
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-4"><ref target="OP08849_xml_9_103-180.html#footnote-057-backlink">-1</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	Cfr. Davidsohn, </hi><hi rend="italic">Storia di Firenze</hi><hi rend="CharOverride-1">, I, cit., pp. 637, 641 nota 1. La conflittualità fra i centri della Tuscia, ormai endemica da qualche anno, era complicata, secondo lo studioso, dalla tendenza dei Comuni a impadronirsi del diritto di sorveglianza sui beni ecclesiastici, e perciò allora Pietro il Venerabile, scrivendo a Ruggero di Sicilia, lamentava che </hi><hi rend="italic">res divinae atque humanae nullo servato ordine confunderentur</hi><hi rend="CharOverride-1">. Secondo Vasaturo, </hi><hi rend="italic">Vallombrosa. L’abbazia e la congregazione</hi><hi rend="CharOverride-1">, cit., la causa scatenante era invece la tendenza espansionistica di alcune diocesi ai danni delle contermini, p. 39.</hi></p></item>
				</list><list type="ordered">
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-4"><ref target="OP08849_xml_9_103-180.html#footnote-056-backlink">-1</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	Fra il 1138 e il 1143, saltuariamente, Atto si incaricò di dirimere controversie giudiziarie sia entro la diocesi di Pisa che fra quest’ultima e la diocesi di Lucca. Nel 1138 fu nominato giudice, con altri vescovi, nella vertenza fra la canonica della cattedrale pisana e il monastero di San Lussorio; nel 1143 il papa l’aveva nominato arbitro in una contesa sui diritti diocesani fra l’arcivescovo di Pisa e il vescovo di Lucca: cfr. Salvestrini, </hi><hi rend="italic">I Vallombrosani in Liguria</hi><hi rend="CharOverride-1">, cit., p. 64. Cfr. anche: Davidsohn, </hi><hi rend="italic">Storia di Firenze</hi><hi rend="CharOverride-1">, I, cit., pp. 637-638; Breschi, </hi><hi rend="italic">Storia di S. Atto</hi><hi rend="CharOverride-1">, cit., pp. 168-176: 170; Ferrali, </hi><hi rend="italic">Vita di S. Atto</hi><hi rend="CharOverride-1">, cit., pp. 22, 23, nota 9.</hi></p></item>
				</list><list type="ordered">
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-4"><ref target="OP08849_xml_9_103-180.html#footnote-055-backlink">-1</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	La </hi><hi rend="italic">terra Walda</hi><hi rend="CharOverride-1"> si trovava in Val d’Era, dove l’arcivescovo di Pisa aveva illecitamente iniziato a costruire un castello nel territorio diocesano lucchese: Davidsohn, </hi><hi rend="italic">Storia di Firenze</hi><hi rend="CharOverride-1">, I, cit., pp. 637-638. La sentenza di Atto fu pubblicata </hi><hi rend="italic">sub interminatione domni pape</hi><hi rend="CharOverride-1">, che allora era ancora Innocenzo II.</hi></p></item>
				</list><list type="ordered">
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-4"><ref target="OP08849_xml_9_103-180.html#footnote-054-backlink">-1</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	</hi><hi rend="italic">Le carte della propositura</hi><hi rend="CharOverride-1">, cit., documento 150, pp. 286-288, 5 maggio 1142: </hi><hi rend="italic">breve recordationis</hi><hi rend="CharOverride-1"> della stipula di un contratto di </hi><hi rend="italic">tenimentum in perpetuum</hi><hi rend="CharOverride-1">, concesso da Ildebrando proposto della pieve di Santo Stefano in Prato, con il consenso </hi><hi rend="italic">presbiterorum et clericorum</hi><hi rend="CharOverride-1">, in Capraia, a due donne, </hi><hi rend="italic">Giolettine</hi><hi rend="italic"> uxor quondam Orlandutci, filius Bellisore, et Berte filie sue</hi><hi rend="CharOverride-1">, di un manso in precedenza tenuto da altre persone, </hi><hi rend="italic">infra teriturio de plebe Sancti Iusti sito Paterno et Sancti</hi><hi rend="italic"> Petri de Agiolo</hi><hi rend="CharOverride-1">, per un canone di 12 denari lucchesi l’anno. Evidentemente la disponibilità di quell’ampio possesso fondiario da parte della pieve di Santo Stefano di Prato entro l’ambito territoriale delle due pievi di San Giusto a Paterno e di San Pietro a Iolo, entro la diocesi pistoiese, alterava la corresponsione dei diritti di decima e delle altre giurisdizioni parrocchiali afferenti alle due pievi, a detrimento di queste ultime. Perciò, attraverso questa politica di acquisizioni e riassegnazioni la pieve pratese allargava, di fatto, il suo raggio di azione sulle pievi limitrofe. </hi></p></item>
				</list><list type="ordered">
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-4"><ref target="OP08849_xml_9_103-180.html#footnote-053-backlink">-1</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	Ivi, documento 152 pp. 289-291, ottobre 1142. L’atto, assai rovinato e lacunoso, contiene la promessa di non infrangere l’accordo di una transazione stabilita dal tribunale civile per alcune </hi><hi rend="italic">ressortes</hi><hi rend="CharOverride-1"> relative ai </hi><hi rend="italic">transactores Gerardinus et Grillus</hi><hi rend="CharOverride-1">, </hi><hi rend="italic">presentibus Prati consulibus et hanc definitionem et refutationem conlaudantibus</hi><hi rend="CharOverride-1">. Anche in questo caso, trovandosi l’atto fra le carte della propositura di Santo Stefano di Prato, è presumibile che ad essa fosse afferente la controversia su proprietà nella zona di Grignano (dove sorgeva anche l’abbazia vallombrosana di Santa Maria).</hi></p></item>
				</list><list type="ordered">
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-4"><ref target="OP08849_xml_9_103-180.html#footnote-052-backlink">-1</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	Cfr. R. Fantappiè</hi><hi rend="CharOverride-1">, </hi><hi rend="italic">Documenti di storia pratese dei secoli XI e XII</hi><hi rend="CharOverride-1">, «Archivio storico pratese», 94, 2018, pp. 5-102: documento 22, pp. 51-53, 18 ottobre 1142. Si tratta della donazione </hi><hi rend="italic">inter vivos</hi><hi rend="CharOverride-1"> da parte di una donna, Clarizella del fu Teuzoro e suo figlio Cristofano, rogata </hi><hi rend="italic">in ecclesia et plebe Sancti Pauli</hi><hi rend="CharOverride-1">, alla medesima pieve e al pievano Giovanni, di tre appezzamenti di terreno: due nella zona di </hi><hi rend="italic">Stabio</hi><hi rend="CharOverride-1"> e uno in </hi><hi rend="italic">Cavallecia</hi><hi rend="CharOverride-1">, in cui aveva proprietà anche la chiesa di Sant’Ippolito. Due di esse erano livellarie della canonica di S</hi><hi rend="CharOverride-1">an Zeno di Pistoia, con reddito annuo di due denari lucchesi, mentre la terza rendeva un terzo del raccolto. Tali donazioni contribuivano sostanzialmente a frazionare e riallocare a diversi destinatari, fra cui altre pievi, ciò che in origine spettava – in questo caso – alla canonica di San Zeno, dalla quale erano state date a livello.</hi></p></item>
				</list><list type="ordered">
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-4"><ref target="OP08849_xml_9_103-180.html#footnote-051-backlink">-1</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	RCP, </hi><hi rend="italic">Vescovado secc. XI e XII</hi><hi rend="CharOverride-1">, cit., regesto 25, pp. 38-39, alla data. Nella </hi><hi rend="italic">brevis notitia</hi><hi rend="CharOverride-1"> sottoscritta dal vescovo Atto veniva assegnato, </hi><hi rend="italic">pro remedio animae</hi><hi rend="CharOverride-1"> dello stesso presule e del conte Ugolino, l’intero manso Romanatico al prete Tancredi per conto della chiesa di San Gregorio a Montemagno, entro il territorio della pieve di Quarrata, per un censo annuo di una libbra di cera da portare alla </hi><hi rend="italic">curtis</hi><hi rend="CharOverride-1"> episcopale. L’evidente carattere simbolico del corrispettivo richiesto per la dotazione della chiesa rivela che in sostanza si trattava di una redistribuzione di possessi territoriali sottratti dal conte Ugo dei Cadolingi, ultimo discendente del casato, dalle pertinenze del vescovado, e che in tal modo come tali erano riconosciute. Per le ultime volontà del conte Ugo, del 1113, cfr. ivi, regesto 21 («Memoriale di Ildebrando», pp. 22-33: n° 6, Montemagno). L’atto di memoria della cessione in punto di morte al vescovo Ildebrando dei beni occupati dal conte </hi><hi rend="italic">Ugolinus</hi><hi rend="CharOverride-1"> appartenenti all’episcopato pistoiese è ivi, Appendice, VII, pp. 81-82, 18 febbraio 1113.</hi></p></item>
				</list><list type="ordered">
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-4"><ref target="OP08849_xml_9_103-180.html#footnote-050-backlink">-1</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	Davidsohn, </hi><hi rend="italic">Storia di Firenze</hi><hi rend="CharOverride-1">, I, cit., pp. 638-650, 653-660, 663-667. I conflitti interni alla Tuscia, per lo più per il controllo delle principali arterie di transito e commerciali, sarebbero durati fin oltre la morte di Atto.</hi></p></item>
				</list><list type="ordered">
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-4"><ref target="OP08849_xml_9_103-180.html#footnote-049-backlink">-1</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	Cfr. Zerbi, </hi><hi rend="italic">Una lettera inedita</hi><hi rend="CharOverride-1">, cit., pp. 234-249: all’orientamento anti-romano ritornato a prevalere a Milano dal 1143, si era allora aggiunto il riaffiorare di tendenze patariniche alleate con le istanze dei laici del governo comunale cittadino di supplire al clero ritenuto indegno. Nel giugno 1143 l’elemento scatenante era stata la sentenza consolare nella annosa controversia fra i monaci e i canonici di Sant’Ambrogio, favorevole ai primi, e in cui il proposto dei canonici, Martino Corbo, si era fatto tramite fra il clero, l’arcivescovo Robaldo</hi><hi rend="CharOverride-1"> e il nuovo papa Celestino II, eletto alla morte di Innocenzo II il 26 settembre 1143. Morto anche questo papa l’8 marzo 1144, la questione interna era continuata sia come contrasto fra l’aristocrazia consolare e il potere arcivescovile, sia come opposizione della prima alla volontà pontificia, impersonata da Lucio II, che aveva confermato l’annullamento della sentenza dei consoli in base al principio, espresso con una formula giuridica pseudo-isidoriana assai usata a partire dal pontificato di Pasquale II: </hi><hi rend="italic">laicis quamvis religiosi sint, nulla tamen de ecclesiasticis facultatibus aliquid disponendi</hi><hi rend="italic"> legitur umquam attributa facultas</hi><hi rend="CharOverride-1"> (ivi, pp. 252-253, note 50, 51). Nella dura lettera inviata dal cardinale Ubaldo, legato pontificio, all’arcivescovo Robaldo il concetto si chiariva ulteriormente ricorrendo alla metafora delle due spade: </hi><hi rend="italic">Duos in Ecclesia Dei gladios et necessarios et sufficientes</hi><hi rend="italic"> esse divina legimus auctoritate provisum, non confusos in sua administratione, set discretos ad certas decisiones</hi><hi rend="CharOverride-1"> (ivi, p. 254, nota 54).</hi></p></item>
				</list><list type="ordered">
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-4"><ref target="OP08849_xml_9_103-180.html#footnote-048-backlink">-1</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	RCP, </hi><hi rend="italic">Vescovado secc. XI e XII</hi><hi rend="CharOverride-1">, cit., regesto 28, pp. 41-43, 17 febbraio 1144.</hi></p></item>
				</list><list type="ordered">
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-4"><ref target="OP08849_xml_9_103-180.html#footnote-047-backlink">-1</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	Ivi, regesto 29, p. 44, 17 febbraio 1144; </hi><hi rend="italic">Le carte della propositura</hi><hi rend="CharOverride-1">, cit., documento 156, pp. 297-298, alla data.</hi></p></item>
				</list><list type="ordered">
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-4"><ref target="OP08849_xml_9_103-180.html#footnote-046-backlink">-1</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	</hi><hi rend="italic">Le carte della propositura</hi><hi rend="CharOverride-1">, cit., documento 157, pp. 298-299, 21 febbraio (1144).</hi></p></item>
				</list><list type="ordered">
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-4"><ref target="OP08849_xml_9_103-180.html#footnote-045-backlink">-1</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	Ivi, documento 158, pp. 299-300, 21 febbraio (1144). Era il momento in cui per il vescovo Atto si rendeva di nuovo opportuno, questa volta allo scopo di ottenere il debito rispetto dai riottosi canonici e dal popolo pratese allora uniti in un fronte comune, riprendere i contatti con il centro di culto e di pellegrinaggio iacopeo di Compostella onde ottenere l’ambita e rarissima reliquia dell’apostolo Giacomo di Zebedeo il cui corpo si riteneva là custodito, probabilmente appoggiandosi a un cardinale, forse con funzioni di legato apostolico, che nelle lettere del carteggio compostellano coevo compare come R(obertus) o R(anieri). Né pare un caso che, nella rivale Prato, si sia provveduto nel tardo secolo XII e forse anche più tardi a retrodatare al 1141 l’acquisizione della preziosa reliquia mariana del «sacro cingolo», vero e proprio presidio patronale di quel centro: cfr., fra l’altro, </hi><hi rend="italic">La Sacra Cintola nel Duomo di Prato</hi><hi rend="CharOverride-1">, Claudio Martini ed. per conto di Cariprato, Prato 1995; C. Grassi, </hi><hi rend="italic">La storia del Sacro Cingolo</hi><hi rend="CharOverride-1">, in </hi><hi rend="italic">La Sacra Cintola</hi><hi rend="CharOverride-1">, cit., pp. 23-39; R. Fantappiè, </hi><hi rend="italic">Storia e «storie» della Cintola</hi><hi rend="CharOverride-1">, in </hi><hi rend="italic">La Sacra Cintola</hi><hi rend="CharOverride-1">, cit., pp. 41-59; R. Fantappiè, </hi><hi rend="italic">Per la storia del Sacro Cingolo</hi><hi rend="CharOverride-1">, «Archivio storico pratese», 87, (2011), I-II 2013, pp. 133-177; G. Bensi, </hi><hi rend="italic">La cintura della Madonna</hi><hi rend="CharOverride-1">, Società pratese di storia patria, Prato 2017, pp. 209-212, 223, 363-366, 382, 384-386; A. De Marchi e C. Gnoni Mavarelli (a cura di), </hi><hi rend="italic">Legati da una Cintola. L’Assunta di Bernardo Daddi e l’identità di una città</hi><hi rend="CharOverride-1">, Catalogo della Mostra, Mandragora, Firenze 2017; R. Fantappiè, </hi><hi rend="italic">Una cintura di lana finissima di Prato</hi><hi rend="CharOverride-1">, in </hi><hi rend="italic">Legati da una Cintola</hi><hi rend="CharOverride-1">, cit., pp. 30-39. È comunque da segnalare che chi elaborò le prime versioni scritte (dal secolo XV) della nota leggenda doveva ben conoscere la storia medievale di Prato, dato che il mercante pratese Michele, che avrebbe portato la reliquia mariana in patria tornando da Gerusalemme e dal medio Oriente nel 1141 (qualche anno </hi><hi rend="italic">prima</hi><hi rend="CharOverride-1"> di quella pistoiese dell’apostolo Giacomo </hi><hi rend="italic">maior</hi><hi rend="CharOverride-1">, venuta da Compostella), sarebbe appartenuto alla famiglia Dagomari; e un </hi><hi rend="italic">Dagomari filius Rusticuzi</hi><hi rend="CharOverride-1"> compare fra i testimoni presenti alla stesura del </hi><hi rend="italic">breve securitatis </hi><hi rend="CharOverride-1">stipulato dal proposto di Santo</hi><hi rend="CharOverride-1"> Stefano a Prato Ildibrando, il 5 maggio 1142, per un contratto di </hi><hi rend="italic">tenimentum</hi><hi rend="CharOverride-1"> riguardante terre nei pivieri di San Giusto di Paterno e di San Pietro a Iolo: un anno dopo il presunto arrivo a Prato con la reliquia di Michele Dagomari, che quindi poteva essere forse il figlio del Dagomari testimone all’atto del 1142.</hi></p></item>
				</list><list type="ordered">
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-4"><ref target="OP08849_xml_9_103-180.html#footnote-044-backlink">-1</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	Davidsohn, </hi><hi rend="italic">Storia di Firenze</hi><hi rend="CharOverride-1">, I, cit., pp. 644-667. Il ripetuto conflitto, nel decennio 1143-1153, tra i fiorentini e i Guidi con i loro castelli in Val di Sieve, aveva coinvolto anche le altre città della Tuscia, le cui alleanze talvolta mutavano in senso opposto. Nel 1147 il castello guidingo di Monte di Croce era stato distrutto dai fiorentini, che per questo furono scomunicati dal papa Eugenio III nell’agosto del 1148 (ivi, p. 657). In quell’anno si era verificato un capovolgimento delle alleanze: i pratesi erano passati dalla parte di Pistoia e di Lucca contro le milizie pisane, che nel frattempo avevano abbandonato l’alleanza con Firenze. Pisa, probabilmente col favore di Eugenio III, pisano di nascita, aveva stretto nel 1149 un’alleanza ventennale con Genova (ivi, p. 660), mentre Firenze nel 1150 era alleata con Lucca e Pistoia contro Pisa. Rumori di guerra riecheggiarono anche fra i miracoli accaduti a Pistoia dopo la consacrazione dell’altare e della cappella di San Iacopo nel 1145, tra la fine di luglio e l’inizio di settembre: nella fonte infatti si trova scritto che di fiorentini allora ne venivano pochi nel nuovo centro di culto pistoiese, perché in quell’anno essi erano nemici di Pistoia: cfr. Gai, </hi><hi rend="italic">Testimonianze jacobee</hi><hi rend="CharOverride-1">, cit., pp. 169-172.</hi></p></item>
				</list><list type="ordered">
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-4"><ref target="OP08849_xml_9_103-180.html#footnote-043-backlink">-1</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	Gai, </hi><hi rend="italic">Santiago el Mayor patrono di Pistoia</hi><hi rend="CharOverride-1">, cit., p. 387, nota 173.</hi></p></item>
				</list><list type="ordered">
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-4"><ref target="OP08849_xml_9_103-180.html#footnote-042-backlink">-1</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	Ivi, pp. 386-391. Il vescovo Atto è comunque documentato a Pistoia nel marzo del 1145: egli era allora presente nella cattedrale di San Zeno durante la cerimonia di conferma, probabilmente al compimento della maggiore età, da parte di Arduino figlio del giudice Ollioro (entrato a far parte del consesso dei canonici il 5 gennaio 1139 col padre) della donazione fatta dal genitore al momento della </hi><hi rend="italic">conversio.</hi></p></item>
				</list><list type="ordered">
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-4"><ref target="OP08849_xml_9_103-180.html#footnote-041-backlink">-1</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	Cfr. Gai, </hi><hi rend="italic">Testimonianze jacobee</hi><hi rend="CharOverride-1">, cit., pp. 147, note 85, 86; 148, note 87, 88; Ead., </hi><hi rend="italic">Santiago el Mayor patrono di Pistoia</hi><hi rend="CharOverride-1">, cit., pp. 361, nota 89, 362, nota 90, 365, nota 96, 387-391.</hi></p></item>
				</list><list type="ordered">
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-4"><ref target="OP08849_xml_9_103-180.html#footnote-040-backlink">-1</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	Cfr. più oltre la nota 221.</hi></p></item>
				</list><list type="ordered">
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-4"><ref target="OP08849_xml_9_103-180.html#footnote-039-backlink">-1</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	Ead., </hi><hi rend="italic">L’altare argenteo</hi><hi rend="CharOverride-1">, cit., pp. 34-35, note 30, 36 (p. 192).</hi></p></item>
				</list><list type="ordered">
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-4"><ref target="OP08849_xml_9_103-180.html#footnote-038-backlink">-1</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	Ead., </hi><hi rend="italic">Testimonianze jacobee</hi><hi rend="CharOverride-1">, cit., p. 171, nota 151: ne sono indizio il miracolo del medico pistoiese incredulo, costretto a gettarsi in un pozzo da una forza incoercibile, salvato dall’apostolo Giacomo, e il </hi><hi rend="italic">miraculum de columba</hi><hi rend="CharOverride-1">, in cui una giovane contadina incredula circa i poteri dell’apostolo lo sfida a farle volare fra le braccia una colomba da lei desiderata (ivi, pp. 171-172, nota 154).</hi></p></item>
				</list><list type="ordered">
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-4"><ref target="OP08849_xml_9_103-180.html#footnote-037-backlink">-1</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	Gai, </hi><hi rend="italic">Testimonianze jacobee</hi><hi rend="CharOverride-1">, cit., pp. 166-167, 229-230: nelle due lettere di Eugenio III date da Viterbo nel novembre 1145 i miracoli avvenuti a Pistoia risultano accaduti </hi><hi rend="italic">per beati apostoli merita</hi><hi rend="CharOverride-1">, né vi è cenno alla reliquia ‘compostellana’. È tuttavia degno di rilievo il fatto che l’epistola pontificia la quale concedeva sette giorni di indulgenza a chi visitasse il nuovo oratorio iacopeo pistoiese attestasse che ciò derivava non solo – com’era proprio della sede romana – </hi><hi rend="italic">de beatorum Petri et Pauli </hi><hi rend="CharOverride-1">[…] </hi><hi rend="italic">meritis</hi><hi rend="CharOverride-1">, ma addirittura, e in modo del tutto irrituale per una missiva papale, </hi><hi rend="italic">de beatorum Petri et Pauli et eiusdem Jacobi apostolorum Christi meritis</hi><hi rend="CharOverride-1">. Cfr. anche Ead., </hi><hi rend="italic">Santiago el Mayor patrono di Pistoia</hi><hi rend="CharOverride-1">, cit., pp. 391-398, nota 190.</hi></p></item>
				</list><list type="ordered">
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-4"><ref target="OP08849_xml_9_103-180.html#footnote-036-backlink">-1</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	Cfr. H. Zimmermann, </hi><hi rend="italic">Eugenio III, papa</hi><hi rend="CharOverride-1">, in </hi><hi rend="italic">Dizionario Biografico degli Italiani</hi><hi rend="CharOverride-1">, XLIII, Istituto della Enciclopedia italiana, Roma 1993, pp. 490-496: 492. Eugenio III, diretto in Francia, fu a Lucca dall’8 al 16 febbraio 1147. Di là il 9 febbraio inviò una lettera a Ubaldo proposto di Santo Stefano a Prato e ai canonici in cui li informava </hi><hi rend="italic">super controversia</hi><hi rend="CharOverride-1"> […]</hi><hi rend="italic"> inter vos et plebanum Sancti </hi><hi rend="italic">Iusti iam diu agitata</hi><hi rend="CharOverride-1">, di aver preso in considerazione la loro </hi><hi rend="italic">querimonia</hi><hi rend="CharOverride-1">, di aver convocato presso di sé il pievano di San Giusto e di avergli imposto di rispettare quanto prescritto dal predecessore Innocenzo II sulle decime e i diritti dovuti alla pieve pratese: cfr. </hi><hi rend="italic">Le carte della propositura</hi><hi rend="CharOverride-1">, cit., documento 162, pp. 305-306, 9 febbraio (1147). La ripetuta conferma da parte dei papi dei diritti della pieve pratese, allora alleata con il locale Comune, avrebbe consentito a quella dinamica comunità di ritagliarsi, entro la diocesi e il </hi><hi rend="italic">districtus</hi><hi rend="CharOverride-1"> di Pistoia, il proprio territorio di pertinenza, di cui da tempo facevano parte di fatto anche certe pievi controverse. Tale è peraltro la prospettiva storiografica </hi><hi rend="italic">a priori</hi><hi rend="CharOverride-1"> su cui si articola la storia medievale di Prato scritta dai pratesi. Risalendo la penisola per recarsi in Francia, tra il 12 febbraio e il 3 marzo Eugenio III avrebbe concesso un privilegio ulteriore ai Vallombrosani, che sarebbe stato incentivo all’affermarsi del monastero di San Bartolomeo del Fossato a Sampierdarena. Esso si ritiene riorganizzato come cenobio maschile grazie all’interessamento di Atto, sia come abate maggiore che poi come vescovo, in un complesso intreccio di rapporti, forse risalenti già al 1134-1135, con l’abate generale dell’Ordine suo successore, con Innocenzo II, con il primate genovese Siro (1130-1163) e con un ‘consortatico’ laico di matrice cittadina: cfr. Salvestrini, </hi><hi rend="italic">I Vallombrosani in Liguria</hi><hi rend="CharOverride-1">, cit., p. 79.</hi></p></item>
				</list><list type="ordered">
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-4"><ref target="OP08849_xml_9_103-180.html#footnote-035-backlink">-1</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	</hi><hi rend="italic">Acta capitulorum generalium</hi><hi rend="CharOverride-1">, cit., pp. 19-21, capitolo di San Salvi del 1147, indetto dall’abate generale Gualdo, con l’intervento di Atto vescovo di Pistoia. L’importante serie di deliberazioni allora adottate, per lo più di carattere disciplinare, testimoniano l’evoluzione della congregazione e anche le difficoltà interne nel seguire la </hi><hi rend="italic">forma vitae</hi><hi rend="CharOverride-1">: fra di esse la proibizione di tenere rapporti con donne non di famiglia e addirittura l’ostracismo per il monaco che non avesse voluto rinunciare alla proprietà personale. Di notevole rilievo anche, ivi, l’indicazione del calendario eortologico vallombrosano dall’Avvento alla Quaresima.</hi></p></item>
				</list><list type="ordered">
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-4"><ref target="OP08849_xml_9_103-180.html#footnote-034-backlink">-1</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	Fra il 3 e il 4 gennaio 1147 Eugenio III, diretto in Francia, si era fermato a Siena per consacrarvi, alla presenza del vescovo Atto, la chiesa vallombrosana di San Michele in Borgo San Donato: Davidsohn, </hi><hi rend="italic">Storia di Firenze</hi><hi rend="CharOverride-1">, I, cit., p. 658. L’anno successivo ancora Atto, con il vescovo di Siena, provvedevano alla consacrazione della ricostruita chiesa vallombrosana di San Vincenzo, distrutta da un’incursione di fiorentini e rifatta dentro il borgo di Camollia, forse in occasione del passaggio per Siena di Eugenio III di ritorno in Italia (29 novembre): cfr. Salvestrini, </hi><hi rend="italic">San Michele Arcangelo a Passignano</hi><hi rend="CharOverride-1">, cit., p. 95; Zimmermann, </hi><hi rend="italic">Eugenio III</hi><hi rend="CharOverride-1">, cit., p. 492. Il pontefice allora si era anche fermato a San Gimignano per consacrarvi la basilica collegiata: cfr. Davidsohn, </hi><hi rend="italic">Storia di Firenze</hi><hi rend="CharOverride-1">, I, cit., p. 659.</hi></p></item>
				</list><list type="ordered">
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-4"><ref target="OP08849_xml_9_103-180.html#footnote-033-backlink">-1</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	Cfr. Davidsohn, </hi><hi rend="italic">Storia di Firenze</hi><hi rend="CharOverride-1">, I, cit., pp. 657, 658: l’interdetto contro Firenze cade nell’estate del 1148, durante il viaggio di ritorno in Italia da parte di Eugenio III, quando era ancora in Lombardia. Dopo la morte del papa, avvenuta nel luglio 1153, Firenze dovette aspettare ad essere liberata dalla scomunica pontificia fino alla domenica 28 febbraio 1154: ivi, p. 667.</hi></p></item>
				</list><list type="ordered">
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-4"><ref target="OP08849_xml_9_103-180.html#footnote-032-backlink">-1</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	Fino a circa la metà degli anni Cinquanta del secolo XII, in cui a Pistoia vigeva per lo più il regime consolare, è possibile accertare nei documenti notarili la presenza dei consoli in atti di più rilevante interesse patrimoniale stipulati dal clero. Più tardi, col regime podestarile, la consuetudine a Pistoia assunse un’altra veste formale, esprimendosi nell’esplicito consenso da parte del podestà alla stipula dell’atto. Per una esemplificazione, cfr.: RCP, </hi><hi rend="italic">Vescovado secc. XI e XII</hi><hi rend="CharOverride-1">, cit., regesto 32</hi><hi rend="CharOverride-1">, pp. 47-48, 6 ottobre 1148; RCP, </hi><hi rend="italic">Canonica sec. XII</hi><hi rend="CharOverride-1">, cit., regesto 431, pp. 100-101, 31 ottobre 1140; regesto 432, p. 101, 31 ottobre 1140; regesto 463, p. 125, 9 dicembre 1152; regesto 480, pp. 138-139, 12 ottobre 1158 (consenso del podestà </hi><hi rend="italic">Gerardus Vicecomes</hi><hi rend="CharOverride-1">); regesto 481, pp. 139-140, 25 ottobre 1158 (idem); RCP, </hi><hi rend="italic">Pistoia, Comune (e Sant’Iacopo, Opera), 1140-1149</hi><hi rend="CharOverride-1">, cit., regesto 60</hi><hi rend="CharOverride-1">, p. 155, gennaio 1144; regesto 65, p. 157, 27 settembre 1145; regesto 70, pp. 159-160, 4 ottobre 1148.</hi></p></item>
				</list><list type="ordered">
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-4"><ref target="OP08849_xml_9_103-180.html#footnote-031-backlink">-1</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	RCP, </hi><hi rend="italic">Canonica sec. XII</hi><hi rend="CharOverride-1">, cit., regesto 457 p. 119, luglio 1148. È un breve o giuramento che si trovava in origine, in copia semplice coeva, nell’archivio capitolare di Pistoia, e pertanto fa parte di quei testi ‘politici’ che servivano ai canonici di San Zeno per orientarsi nei confronti delle vigenti disposizioni comunali. Per Davidsohn, </hi><hi rend="italic">Storia di Firenze</hi><hi rend="CharOverride-1">, I, cit., p. 656, nota 8, conteneva l’impegno, in quel periodo di guerra tra Firenze e i castelli dei conti Guidi, da parte della comunità di Vinci di prestare «aiuto a Pistoia in ogni combattimento, eccettuato contro il conte Guido», in senso evidentemente ostile verso Firenze. In realtà, il testo del giuramento pare riferirsi a un </hi><hi rend="italic">defensor civitatis</hi><hi rend="CharOverride-1">, in tempo di guerra, della cittadinanza e dei </hi><hi rend="italic">comitatini</hi><hi rend="CharOverride-1">, incaricato anche di evitare </hi><hi rend="italic">quod episcopatus aut dignitates vel honores eius sint deminuti, et si deminuta fuerint</hi><hi rend="CharOverride-1">» di «</hi><hi rend="italic">recuperare et recuperata </hi><hi rend="italic">retinere per bonam fidem sine fraude</hi><hi rend="CharOverride-1">. Né doveva impedire ai pistoiesi l’accesso al castello di Vinci in qualsiasi guerra, eccetto quella combattuta dal conte Guido. Si trattava di quelle che, in termini militari contemporanei, sarebbero le precise regole d’ingaggio di un responsabile generale dei combattimenti: fra le quali il Comune prevedeva anche la tutela dell’episcopato di Pistoia e dei suoi diritti e prerogative. Sul documento cfr. anche Ronzani, </hi><hi rend="italic">Lo sviluppo istituzionale di Pistoia</hi><hi rend="CharOverride-1">, cit., pp. 43-44.</hi></p></item>
				</list><list type="ordered">
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-4"><ref target="OP08849_xml_9_103-180.html#footnote-030-backlink">-1</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	</hi><hi rend="italic">Acta capitulorum generalium</hi><hi rend="CharOverride-1">, cit., 1147, pp. 19-21, cfr. le note 191 e 192.</hi></p></item>
				</list><list type="ordered">
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-4"><ref target="OP08849_xml_9_103-180.html#footnote-029-backlink">-1</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	Rauty, </hi><hi rend="italic">Storia di Pistoia</hi><hi rend="CharOverride-1">, I, cit., p. 320. Gli spedali esistenti in diocesi pistoiese all’inizio dell’ultimo decennio del secolo XI, eretti a cura dei canonici di San Zeno, sono elencati nel privilegio di Urbano II concesso a questi ultimi il 10 gennaio 1090: cfr. RCP, </hi><hi rend="italic">Canonica sec. XI</hi><hi rend="CharOverride-1">, cit., regesto 238, pp. 194-195, alla data. Oltre allo spedale suburbano </hi><hi rend="italic">de Ombroncello</hi><hi rend="CharOverride-1">, eretto </hi><hi rend="italic">iuxta</hi><hi rend="italic"> portam Pistoriensis urbis quę S. Petri dicitur</hi><hi rend="CharOverride-1">, sono menzionati gli ospizi presso Quarrata, Capraia, di </hi><hi rend="italic">Pratum Episcopi</hi><hi rend="CharOverride-1">, della Croce Brandegliana e di Brisceto, i cui rettori dovevano essere nominati </hi><hi rend="italic">fratrum</hi><hi rend="italic"> Vallis Imbrosianę consilio (et) consensu episcopi, si catholicus fuerit et religiosus</hi><hi rend="CharOverride-1">. Il 16 dicembre 1088 è documentata una prima donazione a tale ente caritativo, </hi><hi rend="italic">qui est edificato da Porta S. Petri in loco Ponte Grattuli quod </hi><hi rend="italic">cives Pistorienses edificaverunt</hi><hi rend="CharOverride-1">: ivi, regesto 235 pp. 191-192, alla data.</hi></p></item>
				</list><list type="ordered">
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-4"><ref target="OP08849_xml_9_103-180.html#footnote-028-backlink">-1</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	Lo spedale di </hi><hi rend="italic">Memoreto</hi><hi rend="CharOverride-1"> esisteva già nel novembre 1097, quando Ugo, preposto dei canonici pistoiesi, provvide ad assegnare all’arciprete Bonuto, rettore di tale ospizio, due terre donate dal pesciatino </hi><hi rend="italic">Guido f. Beriti</hi><hi rend="CharOverride-1"> alla canonica, il quale le aveva avute dal conte Guido a titolo di risarcimento </hi><hi rend="italic">propter omicidium quem</hi><hi rend="italic"> ipse Guido comes fecit de Uberto f. Pepi</hi><hi rend="CharOverride-1">, e che il donatore aveva offerto </hi><hi rend="italic">pro remedio anime Uberti f. Pepi et Uberti filii sui</hi><hi rend="CharOverride-1">: cfr. RCP, </hi><hi rend="italic">Canonica sec. XI</hi><hi rend="CharOverride-1">, cit., regesto 275, pp. 223-224, alla data; cfr. anche RCP, </hi><hi rend="italic">S. Salvatore a Fontana Taona</hi><hi rend="italic"> secc. XI e XII</hi><hi rend="CharOverride-1">, cit., regesto 57, pp. 163-164, giugno 1111, </hi><hi rend="italic">iuxta eclesiam S. Petri Maioris</hi><hi rend="CharOverride-1">: l’arciprete Bonuto donava a Giovanni, abate della chiesa e del monastero di San Salvatore a Fontana Taona, e ai suoi successori, lo spedale di </hi><hi rend="italic">Memoreto</hi><hi rend="CharOverride-1">, </hi><hi rend="italic">pro remedio anime sue atque incliti Guidonis comitis nec non nobilissime sue uxoris Armelline eorumque filiorum atque pro salute anime et corporis Guidonis</hi><hi rend="italic"> Guerre</hi><hi rend="CharOverride-1">, edificato dal donatore [cum con]</hi><hi rend="italic">silio et adiutorio predictorum comitum, non longe a ccivitate Pistoria in loco Memoreto </hi><hi rend="CharOverride-1">[iu</hi><hi rend="CharOverride-1">]</hi><hi rend="italic">xta eclesiam S. Petri Maioris</hi><hi rend="CharOverride-1">.</hi></p></item>
				</list><list type="ordered">
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-4"><ref target="OP08849_xml_9_103-180.html#footnote-027-backlink">-1</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	RCP, </hi><hi rend="italic">Pistoia, Comune (e Sant’Iacopo, Opera), 1140-1149</hi><hi rend="CharOverride-1">, cit., regesto 70, pp. 159-160, 4 ottobre 1148, </hi><hi rend="italic">iuxta ecclesiam S. Zenonis</hi><hi rend="CharOverride-1">.</hi></p></item>
				</list><list type="ordered">
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-4"><ref target="OP08849_xml_9_103-180.html#footnote-026-backlink">-1</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	</hi><hi rend="CharOverride-1">Dall’atto di memoria incluso nel documento risulta che il </hi><hi rend="italic">religiosissimus episcopus</hi><hi rend="CharOverride-1"> aveva provveduto, in precedenza, a dotare con parte di quei beni riconsegnati dal conte Ugolino dei Cadolingi alla Chiesa pistoiese, nelle mani del vescovo Ildebrando e poi passati nella disponibilità dei successori, anche la chiesa di San Martino di Campiglio, evidentemente bisognosa di sussidi economici. L’atto di dotazione dello spedale di San Iacopo era stato stipulato in presenza di quattro consoli pistoiesi. Il contesto tuttavia, a un esame attento del documento, non consente di affermare che fosse stato il vescovo a fondare lo spedale, come comunemente si trova scritto (e come talvolta anch’io ho asserito). La struttura di accoglienza, intitolata a San Iacopo, destinata soprattutto ai pellegrini iacopei, data la dedicazione, doveva essere sorta dopo la consacrazione dell’altare e della cappella in onore dell’apostolo nel duomo di Pistoia, quindi fra il 1145 e il 1148. Al 1148 ne risultava rettore </hi><hi rend="italic">Rusticutho q. Foski</hi><hi rend="CharOverride-1">, ma non sappiamo se costui fosse stato anche fondatore dell’ospizio. Il documento, di particolare solennità, giuntoci in copia, era stato sottoscritto, oltre che dal vescovo Atto, anche dai due </hi><hi rend="italic">ministri </hi><hi rend="italic">Pistoriensis ecclesie</hi><hi rend="CharOverride-1">, </hi><hi rend="italic">Tracia</hi><hi rend="CharOverride-1"> e </hi><hi rend="italic">Rainaldus</hi><hi rend="CharOverride-1">, che poi sarebbero stati vescovi di Pistoia: il primo dal 1154 al 1175, il secondo dal 1178 al 1184.</hi></p></item>
				</list><list type="ordered">
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-4"><ref target="OP08849_xml_9_103-180.html#footnote-025-backlink">-1</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	RCP, </hi><hi rend="italic">Vescovado secc. XI e XII</hi><hi rend="CharOverride-1">, cit., regesto 32, pp. 47-48, 6 ottobre 1148. È un atto di donazione </hi><hi rend="italic">causa mortis</hi><hi rend="CharOverride-1"> da parte del rettore dello spedale di San Iacopo </hi><hi rend="italic">Rusticucius f. Ukcionii</hi><hi rend="CharOverride-1"> giunta come </hi><hi rend="italic">exemplar</hi><hi rend="CharOverride-1">, presumibilmente redatto fra l’ultimo decennio del secolo XII e il secondo decennio del XIII. Evidentemente la glossa </hi><hi rend="italic">causa mortis</hi><hi rend="CharOverride-1"> si deve all’estensore del documento, il notaio </hi><hi rend="italic">Bonensegna domini imperatoris Henrici</hi><hi rend="CharOverride-1"> (Enrico VI, 1191-1197), che continuò a rogare conservando tale qualifica almeno fino al 1219. A mio avviso si tratta di un falso, redatto nel periodo dei vescovi </hi><hi rend="italic">Bonus</hi><hi rend="CharOverride-1"> (1187-1206) e Soffredo (1208-1223), quando erano iniziate le contese per il predominio territoriale del Comune contro i possedimenti vescovili, e quando anche lo spedale di San</hi><hi rend="CharOverride-1"> Iacopo veniva rivendicato dal governo locale. Il documento – che sarebbe stato rogato due soli giorni dopo l’altro (del 4 ottobre 1148), cfr. la nota precedente – attestava che allora il rettore </hi><hi rend="italic">Rusticucius f. Ukcionii</hi><hi rend="CharOverride-1"> aveva fatto stendere in forma legale, </hi><hi rend="italic">intus in ecclesia S. Iacobi apostoli</hi><hi rend="CharOverride-1">, la sua donazione </hi><hi rend="italic">pro remedio animae</hi><hi rend="CharOverride-1"> di tutti i beni da lui posseduti </hi><hi rend="italic">in ecclesia et in ospitali S. Iacobi que est constructa </hi><hi rend="CharOverride-1">[et hed</hi><hi rend="CharOverride-1">]</hi><hi rend="italic">ificata in ecclesia et episcopatu S. Z</hi><hi rend="CharOverride-1">[enonis civi]</hi><hi rend="italic">tatis Pistorie: et hospitium est constructum in civitate Pistoria </hi><hi rend="italic">iuxta fossa civitatis in porta Caldatica ad honorem Dei et S. Iacobi et prefata ecclesia S. Iacobi est consecrata a domino Attone episcopo</hi><hi rend="CharOverride-1">. </hi><hi rend="italic">Rusticucius</hi><hi rend="CharOverride-1"> garantiva la donazione dei molti suoi beni, qui elencati, </hi><hi rend="italic">Attoni episcopo vice ecclesie et ospitii S. Iacobi apostoli et rectoribus suprascripti ospitalis</hi><hi rend="CharOverride-1">, impegnandosi a corrispondere il doppio in caso di inadempienza. Dunque, intanto il rettore era allora abbastanza vivo da poter assistere all’atto, rogato nella stessa cappella di San Iacopo, né la </hi><hi rend="italic">causa mortis</hi><hi rend="CharOverride-1"> poteva essere allora invocata, dato che il 24 aprile 1153 il vescovo Atto avrebbe provveduto a un’ulteriore dotazione dello spedale iacopeo, assegnandola allo stesso rettore Rusticuccio, cfr. la nota 203. Peraltro, consistenti dubbi sul documento avanzava già nelle relative note d’apparato l’editore del medesimo, Natale Rauty (ivi, p. 47): notando l’indizione sbagliata, errori nella ‘trascrizione’ dei nomi dei quattro consoli presenti all’atto (gli stessi del documento del 4 ottobre 1148), «alcuni nomi e toponimi che appaiono per lo meno inconsueti». Occorre dunque chiedersi quale fosse stato lo scopo di questo falso: il quale – si noti – fa parte dell’archivio vescovile, mentre l’altro documento era in origine – sia pure in copia – nell’archivio dell’Opera di San Iacopo oppure del Comune. La formula di garanzia della donazione di tutti quei possedimenti mirava probabilmente a far recuperare all’episcopato – tramite la supposta donazione di Rusticuccio in qualità di rettore dello spedale di San Iacopo al vescovo Atto – non solo la giurisdizione </hi><hi rend="CharOverride-1">sullo spedale, ma anche quel che l’ente assistenziale possedeva come propria dotazione, ivi compresi quei beni dei Cadolingi che Atto poco prima aveva donato: in un periodo in cui il Comune stesso doveva aver occupato lo spedale ed essersi munito della copia dell’atto del 4 ottobre 1148, su cui si fondavano le doviziose facoltà dell’ospizio iacopeo.</hi></p></item>
				</list><list type="ordered">
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-4"><ref target="OP08849_xml_9_103-180.html#footnote-024-backlink">-1</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	L’indicazione non doveva far parte del documento, ma di una nota marginale ad esso, poi compresa nel testo durante la copia: cfr. la nota precedente.</hi></p></item>
				</list><list type="ordered">
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-4"><ref target="OP08849_xml_9_103-180.html#footnote-023-backlink">-1</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	RCP, </hi><hi rend="italic">Pistoia, Comune (e Sant’Iacopo, Opera), 1150-1158</hi><hi rend="CharOverride-1">, a cura di M. Mariani e P. Turi, «Bullettino storico pistoiese», 120, 2018, pp. 171-184, regesto 80, pp. 177-178, copia imitativa della fine del sec. XII-inizi del XIII: legato del vescovo Atto allo spedale di S. Iacopo del 24 aprile 1153 (originale </hi><hi rend="italic">deperditus</hi><hi rend="CharOverride-1"> dal tardo Ottocento, testimoniato nel 1855 da Breschi, </hi><hi rend="italic">Storia di S. Atto</hi><hi rend="CharOverride-1">, cit., Documenti, XIV, pp. 273-275. La pergamena era conservata nel palazzo vescovile pistoiese incorniciata e sotto cristallo, come reliquia della firma di Atto, trattandosi di un originale). </hi></p></item>
				</list><list type="ordered">
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-4"><ref target="OP08849_xml_9_103-180.html#footnote-022-backlink">-1</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	Si trattava, allora, di dare significato speciale alle preesistenze, farle interagire con i nuovi edifici di culto e di accoglienza in modo che, in questo caso, il territorio suburbano di nuova espansione fosse contraddistinto da un carattere che si stampava in modo indelebile nella mente di cittadini, pellegrini e forestieri in transito, sotto il segno della direzione per la Roma dei papi e del rinvio al patrono della città di Compostella e di Pistoia, avendo Eugenio III concesso, il 22 novembre 1145, l’indulgenza di sette giorni ai visitatori della cappella di San Iacopo in nome della triade apostolica: </hi><hi rend="italic">beatorum Petri et Pauli et eiusdem Jacobi apostolorum </hi><hi rend="italic">Christi meritis confisi</hi><hi rend="CharOverride-1">: cfr. Gai, </hi><hi rend="italic">Testimonianze jacobee</hi><hi rend="CharOverride-1">, cit. p. 230.</hi></p></item>
				</list><list type="ordered">
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-4"><ref target="OP08849_xml_9_103-180.html#footnote-021-backlink">-1</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	RCP, </hi><hi rend="italic">Vescovado secc. XI e XII</hi><hi rend="CharOverride-1">, cit., regesto 33, p. 49, ottobre 1148.</hi></p></item>
				</list><list type="ordered">
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-4"><ref target="OP08849_xml_9_103-180.html#footnote-020-backlink">-1</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	RCP, </hi><hi rend="italic">Pistoia, Comune (e Sant’Iacopo, Opera), 1150-1158</hi><hi rend="CharOverride-1">, cit., regesto 79, pp. 176-177, 16 febbraio 1153. Cfr. anche Breschi, </hi><hi rend="italic">Storia di S. Atto</hi><hi rend="CharOverride-1">, cit., p. 229; Documenti, XIII, pp. 271-273; Fantappiè, </hi><hi rend="italic">Documenti di storia pratese</hi><hi rend="CharOverride-1">, cit., documento 27, pp. 61-62, alla data (e anche, ivi, documento 22, pp. 51-53, 18 ottobre 1142). In questo caso </hi><hi rend="italic">Martinus q. Domenici Magroili</hi><hi rend="CharOverride-1"> offriva </hi><hi rend="italic">pro </hi><hi rend="italic">remedio animae</hi><hi rend="CharOverride-1"> alla chiesa di San Zeno, </hi><hi rend="italic">proprietario iure</hi><hi rend="CharOverride-1">, una terra a Narnali, nel territorio della pieve di Sant’Ippolito, confinante da una parte con la </hi><hi rend="italic">terra monasterii S. Fabiani</hi><hi rend="CharOverride-1">. Successivamente la riceveva </hi><hi rend="italic">libellario nomine, ad censum persolvendum</hi><hi rend="CharOverride-1">, da </hi><hi rend="italic">Iohannes, </hi><hi rend="italic">presbiter et plebanus plebis S. Pauli, cum licentia et mandato domini Attonis epyscopi ęcclesie S. Zenonis de Pistoria</hi><hi rend="CharOverride-1">, insieme a tutte le altre terre che </hi><hi rend="italic">Martinus</hi><hi rend="CharOverride-1"> un tempo aveva ricevuto da detto vescovo </hi><hi rend="italic">libellario nomine</hi><hi rend="CharOverride-1">, </hi><hi rend="italic">in loco Stagnana et Caprugnani infra territorium plebis S. Pauli</hi><hi rend="CharOverride-1">, per un censo annuo di due denari di moneta lucchese. L’atto, rogato </hi><hi rend="italic">in claustro suprascripte </hi><hi rend="italic">plebis S. Pauli</hi><hi rend="CharOverride-1">, prevedeva la corresponsione da parte del donatore di sette soldi </hi><hi rend="italic">pro suprascripte carte rogatione</hi><hi rend="CharOverride-1"> e da parte del pievano di San Paolo Giovanni, </hi><hi rend="italic">a vice suprascripti episcopi</hi><hi rend="CharOverride-1">, che sarebbe stato dato ogni anno </hi><hi rend="italic">manducare suprascriptam pensionem portanti</hi><hi rend="CharOverride-1">.</hi></p></item>
				</list><list type="ordered">
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-4"><ref target="OP08849_xml_9_103-180.html#footnote-019-backlink">-1</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	La terra donata da </hi><hi rend="italic">Martinus</hi><hi rend="CharOverride-1"> figurava nell’atto come di sua proprietà, e successivamente egli ne avrebbe usufruito come livellario dell’episcopato pistoiese, insieme a tutte le altre terre che già teneva a livello dal vescovo. L’atto, pertanto, pare configurarsi come un riaccorpamento di beni stabilmente assegnati a un concessionario da parte dell’ordinario diocesano.</hi></p></item>
				</list><list type="ordered">
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-4"><ref target="OP08849_xml_9_103-180.html#footnote-018-backlink">-1</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	Cfr. Rauty, </hi><hi rend="italic">Il culto dei santi</hi><hi rend="CharOverride-1">, cit., scheda 79, </hi><hi rend="italic">Proculus</hi><hi rend="CharOverride-1">, pp. 285-288. Il santo personaggio di epoca paleocristiana, ritenuto alternativamente vescovo e confessore oppure martire, risulta compatrono della cattedrale pistoiese di San Zeno nel 944 (ivi, p. 286). Gli studiosi hanno variamente discusso sulle origini di tale culto, che dal IX secolo pare giungere da Faenza e poi è attestato anche a Bologna. Si ritiene meno probabile il riferimento di questo santo al quarto vescovo di Verona, martire sotto Massimiano (ivi, pp. 287-288). Tuttavia suppongo che la celebrazione di san Proculo da parte di un vescovo della prima metà del secolo XII, qual’era Atto, avesse invece la sua principale motivazione nel fatto che allora lo si doveva credere associato, negli antichi culti cui era dedicata la cattedrale di Pistoia, al più celebre san Zeno, vescovo di Verona, accanto alla cui monumentale chiesa veronese sorgeva appunto un antico luogo di culto dedicato a San Proculo. Su san Zeno cfr. ivi, la scheda 98, pp. 331-334. Sul culto di san Zeno si veda anche la dotta opera di F. Segala, </hi><hi rend="italic">Il culto di San Zeno nella liturgia medioevale fino al secolo XII. Contributo allo studio e all’interpretazione delle messe in memoria del santo Vescovo di Verona</hi><hi rend="CharOverride-1">, Archivio Storico Curia Vescovile, Verona 1982, specialmente le pp. 3-14, 51, 123-130. Sul culto pistoiese per san Proculo cfr. anche N. Rauty, (a cura di), </hi><hi rend="italic">Frammento di calendario liturgico pistoiese del secolo XII in un manoscritto della Bodleian Library di Oxford</hi><hi rend="CharOverride-1">, «Bullettino storico pistoiese», 104, 2002, pp. 161-175: 165.</hi></p></item>
				</list><list type="ordered">
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-4"><ref target="OP08849_xml_9_103-180.html#footnote-017-backlink">-1</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	Cfr. Rauty, </hi><hi rend="italic">Rapporti di Atto</hi><hi rend="CharOverride-1">, cit., p. 20</hi><hi rend="CharOverride-1">, nota 101; Id., </hi><hi rend="italic">Il culto dei santi</hi><hi rend="CharOverride-1">, cit., scheda 79, </hi><hi rend="italic">Proculus</hi><hi rend="CharOverride-1">, pp. 285-288.</hi></p></item>
				</list><list type="ordered">
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-4"><ref target="OP08849_xml_9_103-180.html#footnote-016-backlink">-1</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	Cfr. le note 67 e 68. Il primo che lo ha rilevato è stato mons. Sabatino Ferrali: cfr. Ferrali, </hi><hi rend="italic">Vita di S. Atto</hi><hi rend="CharOverride-1">, cit., p. 21.</hi></p></item>
				</list><list type="ordered">
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-4"><ref target="OP08849_xml_9_103-180.html#footnote-015-backlink">-1</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	Negli ultimi tempi della sua vita è possibile che Atto si sia dedicato a una approfondita meditazione circa il significato del suo ministero episcopale. A Pistoia gli eventi vissuti dovettero indurlo a considerare il modello di santa vita del vescovo veronese Zeno, cui s’intitolava la cattedrale: arricchendo di riferimenti pastorali quell’altro modello, offertogli dal fondatore Giovanni Gualberto, secondo la </hi><hi rend="italic">Vita</hi><hi rend="CharOverride-1"> di Andrea di Strumi che Atto stesso aveva provveduto ad aggiornare durante l’incarico di abate maggiore: quello del vescovo Ermanno di Volterra, illuminato dai santi precetti del maestro (per quanto tale esemplificazione fosse stata poi tolta da Atto). Peraltro, il rapporto del vescovo Atto con l’antico vescovo Zeno sarebbe stato un tema consueto alla devozione pistoiese per Atto fin dal secolo XIV, in cui l’iconografia dei due personaggi, raffigurati fra le statuette del dossale dell’altare argenteo di San Iacopo, ne avrebbe sottolineato la somiglianza.</hi></p></item>
				</list><list type="ordered">
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-4"><ref target="OP08849_xml_9_103-180.html#footnote-014-backlink">-1</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	RCP, </hi><hi rend="italic">Canonica sec. XII</hi><hi rend="CharOverride-1">, cit., regesto 460, pp. 121-122, 11 dicembre 1151.</hi></p></item>
				</list><list type="ordered">
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-4"><ref target="OP08849_xml_9_103-180.html#footnote-013-backlink">-1</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	Ivi, regesto 461, pp. 123-124, alla stessa data del precedente. Tale privilegio ripeteva quello concesso ai canonici da Urbano II il 10 gennaio 1090 sugli spedali pistoiesi posti sotto la loro tutela.</hi></p></item>
				</list><list type="ordered">
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-4"><ref target="OP08849_xml_9_103-180.html#footnote-012-backlink">-1</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	RCP, </hi><hi rend="italic">Canonica sec. XII</hi><hi rend="CharOverride-1">, cit., regesto 463, p. 125, 19 dicembre 1152.</hi></p></item>
				</list><list type="ordered">
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-4"><ref target="OP08849_xml_9_103-180.html#footnote-011-backlink">-1</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	I termini del legato, del tutto anomali, fanno pensare che qualcosa sia stato volutamente omesso da Atto. Se, come pare, il documento del 6 ottobre 1148 non deve essere considerato, in quanto probabile falso redatto molto più tardi, non si vede come il presule potesse disporre – quanto meno non dichiaratamente in qualità di proprietario, altrimenti la forma contrattuale avrebbe dovuto configurarsi come pura e semplice donazione – del terreno su cui lo spedale di San Iacopo era stato costruito: </hi><hi rend="italic">unum petium terre in quo suprascriptum hospitale hedificatum est usque ad retrum</hi><hi rend="italic"> fossum civitatis Pistor</hi><hi rend="CharOverride-1">(ie), che di solito spettava al fondatore. I termini del legato prevedevano, inoltre, che le suddette terre assegnate all’ospizio </hi><hi rend="italic">sint in potestate hospitalis et de rectoribus eiusdem ad </hi><hi rend="italic">utilitatem atque sustentationem pauperum, non tamen alicui vendendi vel pigniorandi sine data parabola et licentia suprascripti episcopi vel de eius </hi><hi rend="italic">successoribus</hi><hi rend="CharOverride-1">, per corrispettivi simbolici che, tuttavia, stabilivano precisi rapporti: un’annuale libbra d’olio </hi><hi rend="italic">ad lampadarium Sanctissimi Iacobi</hi><hi rend="CharOverride-1"> per la terra </hi><hi rend="italic">de Fericagio</hi><hi rend="CharOverride-1">; una libbra di cera l’anno al vescovo, per la terra su cui lo spedale era edificato. L’istituzione era dunque messa in rapporto, da allora in poi, sia con la cappella di San Iacopo e il culto per l’apostolo, sia con la persona di Atto e poi dei suoi successori. A mio avviso, perciò, Atto era il vero – ma segreto – fondatore dello spedale iacopeo</hi><hi rend="CharOverride-1">: egli doveva aver concesso in principio la terra su cui l’istituzione era sorta (che però non poteva essere sua, in ottemperanza alla </hi><hi rend="italic">consuetudo</hi><hi rend="CharOverride-1"> vallombrosana che proibiva ai seguaci la proprietà personale); in segno di umiltà, aveva poi preferito invece figurare come il vescovo che aveva provveduto al mantenimento dell’ospizio, ripristinando gli antichi doveri episcopali. Tale appezzamento di terreno, confinante da una parte con la via e da un’altra con </hi><hi rend="italic">terra ecclesie S. Zenonis</hi><hi rend="CharOverride-1">, doveva essere stato ‘ritagliato’ – col consenso dei canonici di San Zeno – da proprietà dei medesimi: e non a caso l’offerta annuale doveva essere fatta per entrambe le terre concesse (anche quella di </hi><hi rend="italic">Fericagio</hi><hi rend="CharOverride-1"> era confinante con beni della canonica) </hi><hi rend="italic">in vigilia beatissimi S. Zenonis</hi><hi rend="CharOverride-1">.</hi></p></item>
				</list><list type="ordered">
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-4"><ref target="OP08849_xml_9_103-180.html#footnote-010-backlink">-1</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	</hi><hi rend="CharOverride-1" >Cfr. Zimmermann, </hi><hi rend="italic">Eugenio III</hi><hi rend="CharOverride-1" >, cit., p. 495.</hi></p></item>
				</list><list type="ordered">
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-4"><ref target="OP08849_xml_9_103-180.html#footnote-009-backlink">-1</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	Ronzani, </hi><hi rend="italic">Lo sviluppo istituzionale di Pistoia</hi><hi rend="CharOverride-1">, cit. pp. 19, 57-61.</hi></p></item>
				</list><list type="ordered">
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-4"><ref target="OP08849_xml_9_103-180.html#footnote-008-backlink">-1</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	Per Breschi, </hi><hi rend="italic">Storia di S. Atto</hi><hi rend="CharOverride-1">, cit., p. 234, la festa liturgica di sant’Atto, la terza domenica di giugno, era la festa della traslazione, mentre la data in cui si celebrava il suo transito era stata stabilita da papa Clemente VIII con la bolla di canonizzazione del 1605: il 22 maggio (ivi, p. 235). Evidentemente la data della traslazione era una festa mobile, perché non tutte le terze domeniche di giugno cadono nello stesso giorno nei diversi anni. Ferrali, </hi><hi rend="italic">Vita di S. Atto</hi><hi rend="CharOverride-1">, cit., pp. 53-54 e tav. IX, riteneva che il giorno del </hi><hi rend="italic">transitus</hi><hi rend="CharOverride-1"> fosse stato il 21 giugno, sulla base di una nota marginale nel codice C 115 in ACP: </hi><hi rend="italic">XI Kl. Iulias. Demetriae </hi><hi rend="italic">virginis † O</hi><hi rend="CharOverride-1">[bitus] </hi><hi rend="italic">Actonis venerabilis patris episcopi pistor</hi><hi rend="CharOverride-1">[iensis]</hi><hi rend="italic">, q</hi><hi rend="CharOverride-1">[ui] </hi><hi rend="italic">reliquit nob</hi><hi rend="CharOverride-1">[is] </hi><hi rend="italic">p</hi><hi rend="CharOverride-1">[ro] </hi><hi rend="italic">suo anniversario o</hi><hi rend="CharOverride-1">[minas] </hi><hi rend="italic">duas frumenti, in quo cantet</hi><hi rend="CharOverride-1">[ur] </hi><hi rend="italic">missa, et dividat</hi><hi rend="CharOverride-1">[ur] </hi><hi rend="italic">inter canonicos et cappellanos sancti Jacobi A.D. MCLIII</hi><hi rend="CharOverride-1"> (ivi, pp. 53-54). L’iscrizione, in scrittura gotica cancelleresca dei primi decenni del secolo XIV, come risulta dallo </hi><hi rend="italic">specimen</hi><hi rend="CharOverride-1"> fotografico che la documenta, è prova che almeno fino a tale epoca si ricordava ed era in vigore la disposizione testamentaria di Atto circa le messe cantate da far celebrare per l’anniversario della morte sia dai canonici che dai cappellani di San Iacopo ed è anche importante indizio, credo, che un tempo un suo testamento sia esistito presso i canonici di San Zeno; testamento di cui andò poi</hi><hi rend="CharOverride-1"> perduta ogni traccia. L’annotazione obituaria è stata ritenuta prova sufficiente per fissare al 21 giugno la data di morte del vescovo. Cfr. anche Rauty, </hi><hi rend="italic">Rapporti di Atto</hi><hi rend="CharOverride-1">, cit., p. 7, nota 20; Id., </hi><hi rend="italic">Il culto dei santi</hi><hi rend="CharOverride-1">, cit., pp. XXVII-XXVIII, 90, nota 1, 92,</hi><hi rend="CharOverride-1"> note 16 e 17.</hi></p></item>
				</list><list type="ordered">
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-4"><ref target="OP08849_xml_9_103-180.html#footnote-007-backlink">-1</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	Nell’inventario dell’Opera di San Iacopo datato 1° gennaio 1261 (in ASP, </hi><hi rend="italic">Opera di S. Iacopo</hi><hi rend="CharOverride-1">, 1, cc. 213r-v: 213v) si legge: </hi><hi rend="italic">Item unum trogum lapideum pro tenendo oleum quod est</hi><hi rend="CharOverride-1"> (cui segue, sotto cancellatura, </hi><hi rend="italic">ante altare</hi><hi rend="CharOverride-1"> corretto di seguito con) </hi><hi rend="italic">iusta</hi><hi rend="italic"> altare sancti Achti</hi><hi rend="CharOverride-1">. Un successivo inventario dell’Opera, in ASP, </hi><hi rend="italic">Opera di S. Iacopo</hi><hi rend="CharOverride-1">, 24, c. 170r-v, dell’anno 1276, edito da S. Ferrali, </hi><hi rend="italic">Aenigmata Pistoriensia</hi><hi rend="CharOverride-1">, «Bullettino storico pistoiese», 62/1-2, 1960, pp. 9-17: 14-17, attesta: </hi><hi rend="italic">Item duos truogos lapideos pro oleo </hi><hi rend="italic">retinendo qui sunt in ecclesia Sancti Zenonis, eorum unus manet iuxta altare Sancti Atti et alius est in nave ecclesie </hi><hi rend="italic">ubi baptizantur pueri, in quibus est oleum</hi><hi rend="CharOverride-1"> (p. 15).</hi></p></item>
				</list><list type="ordered">
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-4"><ref target="OP08849_xml_9_103-180.html#footnote-006-backlink">-1</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	Cfr. Forteguerri, </hi><hi rend="italic">Vita del beato Atto</hi><hi rend="CharOverride-1">, terza edizione a cura di Gherardo Bracali, Pistoia 1818, cit., pp. 32-33: l’autore ivi riporta un documento ritrovato dallo zio «messer Iacopo», in un Libro di Provvisioni del Comune di Pistoia, alla data 11 gennaio 1333, in cui era la delibera consiliare «che s’accomodasse la sepoltura del Beato Atto e l’altare posto a canto a detta sepoltura», affermando che gli Operai di San Iacopo già dal 1332 ne avevano fatto richiesta al Comune. La notizia era nota anche a Pandolfo Arferuoli, </hi><hi rend="italic">Historie</hi><hi rend="CharOverride-1">, I, cit., p. 142, per quanto riportata in modo impreciso: «Il suo (di Atto) corpo fu poi ritrovato intorno l’anno 1133, e più tosto prima […]»; e a p. 371, all’anno 1337: «fu determinato e fermo quest’anno, che si spendesseno certa quantità di denari per la fabrica della sepoltura del Beato Atto, e fu a’ 24 aprile».</hi></p></item>
				</list><list type="ordered">
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-4"><ref target="OP08849_xml_9_103-180.html#footnote-005-backlink">-1</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	Arferuoli, </hi><hi rend="italic">Historie</hi><hi rend="CharOverride-1">, I, cit., pp. 363-370, anni 1336-1337.</hi></p></item>
				</list><list type="ordered">
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-4"><ref target="OP08849_xml_9_103-180.html#footnote-004-backlink">-1</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	ASP, </hi><hi rend="italic">Comune di Pistoia, Consigli, Provvisioni e riforme</hi><hi rend="CharOverride-1">, 5, cc. 190v-191r, 26 agosto 1336.</hi></p></item>
				</list><list type="ordered">
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-4"><ref target="OP08849_xml_9_103-180.html#footnote-003-backlink">-1</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	Il contratto per il monumento funebre al giurista e poeta Cino Sighibuldi sarebbe stato stipulato l’11 febbraio 1337, incaricando il capomaestro del costruendo Battistero pistoiese e imprenditore di commissioni scultoree Cellino di Nese di farlo eseguire a Siena. Cellino si era anche occupato, contestualmente, di inumare il corpo di Cino, «riposto in terra in una cassa», sotto il lastricato del duomo e alla base del monumento stesso, per poi rassettarne «il pavimento con i medesimi marmi»: Arferuoli, </hi><hi rend="italic">Historie</hi><hi rend="CharOverride-1">, I, cit., pp. 363-369, 370.</hi></p></item>
				</list><list type="ordered">
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-4"><ref target="OP08849_xml_9_103-180.html#footnote-002-backlink">-1</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	ASP, </hi><hi rend="italic">Comune di Pistoia, Consigli, Provvisioni e riforme</hi><hi rend="CharOverride-1">, 5, c. 244v; ASP, </hi><hi rend="italic">Opera di S. Iacopo</hi><hi rend="CharOverride-1">, 373, c. 40r.</hi></p></item>
				</list><list type="ordered">
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-4"><ref target="OP08849_xml_9_103-180.html#footnote-001-backlink">-1</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	Il monumento per Atto è elencato fra le pertinenze e proprietà dell’Opera di San Iacopo nell’inventario del 1340: ASP, </hi><hi rend="italic">Opera di S. Iacopo</hi><hi rend="CharOverride-1">, 373, c. 65v. Cfr. anche Gai, </hi><hi rend="italic">L’altare argenteo</hi><hi rend="CharOverride-1">, cit., p. 206, nota 91. La </hi><hi rend="italic">reinventio</hi><hi rend="CharOverride-1"> del corpo è menzionata in ASP, </hi><hi rend="italic">Documenti vari</hi><hi rend="CharOverride-1">, 27, cc. 204r-207r, alla data del 25 gennaio 1337. Cfr. anche Gai, </hi><hi rend="italic">L’altare argenteo</hi><hi rend="CharOverride-1">, cit., p. 207, nota 133. È possibile che la </hi><hi rend="italic">translatio</hi><hi rend="CharOverride-1"> nel nuovo monumento funebre – che quindi allora sarebbe stato completato – sia avvenuta già nello stesso 1337, il 21 giugno: dato che solo in tale anno la terza domenica di giugno cadeva proprio il giorno 21. Poiché le celebrazioni liturgiche per sant’Atto si tenevano all’altare di San Iacopo, nell’omonima cappella attigua, è certo che il monumento funebre del presule non avesse altare sottostante. Esso era invece, come molti altri esemplari analoghi del tempo, sospeso da terra e impostato su peducci pensili che sorreggevano il basamento marmoreo tripartito e figurato sulla faccia rivolta verso i fedeli. Sul </hi><hi rend="CharOverride-1">basamento era deposta la cassa lignea contenente il corpo, il cui lato frontale poteva scorrere con un meccanismo nascosto («cataratta») per lasciare in vista la salma attraverso una grata. Anche la cassa era scolpita, dipinta e ornata con parti dorate, nonché corredata di un coperchio cuspidato. Il tutto risultava appoggiato alla parete di controfacciata della cattedrale, fra la porta maggiore e la cappella di San Iacopo, forse con un’adeguata incorniciatura architettonica. Il monumento fu munito di un alto recinto formato da grate quadrilobe in ferro battuto, a imitazione di quelle che, dal Trecento, circondavano anche la cappella. Mi si consenta, a conclusione di questo </hi><hi rend="italic">excursus</hi><hi rend="CharOverride-1"> dedicato al vescovo Atto, di anticipare qui quanto risulta dai documenti da me consultati e che spero di rendere presto noti. Dunque Atto mai era stato sepolto – in prima o in seconda istanza – nella chiesa di Santa Maria in Corte (spesso citata ma di cui non è alcuna traccia in tutto il </hi><hi rend="italic">Diplomatico</hi><hi rend="CharOverride-1"> pistoiese) e che sarebbe divenuta il Battistero cittadino. Né mai, a mio avviso, egli avrebbe osato far porre il suo avello terragno nella cappella di San Iacopo, </hi><hi rend="italic">domus</hi><hi rend="CharOverride-1"> e santuario dell’apostolo e della sua reliquia. Piuttosto, credo, egli volle consegnarsi all’eternità, aspettando il giorno del Giudizio, nella veste di umile monaco vallombrosano divenuto, da vescovo, </hi><hi rend="italic">famulus</hi><hi rend="CharOverride-1"> dell’apostolo Giacomo di Zebedeo esemplare per la fede, la predicazione, la coerente condotta di vita come seguace e testimone di Cristo fino al martirio: disponendo che le proprie spoglie fossero collocate presso la porta della cattedrale, accanto alla cappella da lui fondata e offerta come presidio spirituale e civico a Pistoia, nel luogo dove sostavano sconosciuti forestieri e pellegrini.</hi></p></item>
				</list><list type="ordered">
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-4"><ref target="OP08849_xml_9_103-180.html#footnote-000-backlink">-1</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	La memoria dei miracoli accaduti dopo la </hi><hi rend="italic">reinventio</hi><hi rend="CharOverride-1"> e fin oltre la metà del secolo XIV è conservata, come già indicato, nel codice cartaceo in ASP, </hi><hi rend="italic">Documenti vari</hi><hi rend="CharOverride-1"> 27.</hi></p></item>
				</list><p rend="editorial_metadata_author">Lucia Gai, <ref target="https://www.fupress.com">lucia.gaipt@gmail.com</ref></p><p rend="editorial_metadata_polices">Referee List (DOI 1<ref target="https://doi.org/10.36253/fup_referee_list">0.36253/fup_referee_list</ref>)</p><p rend="editorial_metadata_polices">FUP Best Practice in Scholarly Publishing (DOI <ref target="https://doi.org/10.36253/fup_best_practice">10.36253/fup_best_practice</ref>)</p><p rend="editorial_metadata_book">Lucia Gai, <hi rend="italic">L’attività pastorale di Atto, monaco vallombrosano e vescovo di Pistoia</hi>, © Author(s), <ref target="https://www.fupress.com">CC BY 4.0</ref>, DOI <ref target="https://www.fupress.com">10.36253/979-12-215-0335-7.07</ref>, in Francesco Salvestrini (edited by), <hi rend="CharOverride-6">Atto abate vallombrosano e vescovo di Pistoia. Bilancio storiografico e prospettive di ricerca sulla vita e l’opera di un protagonista del XII secolo</hi>, pp. -79, 2024, published by Firenze University Press, ISBN 979-12-215-0335-7, DOI <ref target="https://www.fupress.com">10.36253/979-12-215-0335-7</ref></p></div></div>
      
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