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        <title type="main" level="a">I codici della Vita sancti Iohannis Gualberti di Atto (BHL 4398): indagine sulla tradizione manoscritta</title>
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            <forename>Jacopo</forename>
            <surname>Righetti</surname>
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          <resp>This is a section of <title>Atto abate vallombrosano e vescovo di Pistoia</title>(DOI: <idno type="DOI">10.36253/979-12-215-0335-7</idno>) by </resp>
          <name>Francesco Salvestrini</name>
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        <publisher>Firenze University Press</publisher>
        <pubPlace>Florence</pubPlace>
        <date when="2024">2024</date>
        <idno type="DOI">https://doi.org/10.36253/979-12-215-0335-7.09</idno>
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          <p>Available for academic research purposes</p>
          <p>Open Access</p>
          <p>Copyright Author(s)</p>
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            <p>Content licence CC BY 4.0</p>
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        <p>This is original content, published for academic research purposes</p>
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        <p>The current article examines for the first time the tradition of Atto’s Vita sancti Iohannis Gualberti (BHL 4398). The identified manuscripts are analysed in their historical context: motivations behind the copying processes are particularly considered. The study opens and closes with some reflections on the printed editions of this text and on the reception that Atto’s work has had up to the present days</p>
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            <item>Hagiography – Saint Giovanni Gualberto – codicology – printed texts</item>
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      <p>It is available online at https://doi.org/10.36253/979-12-215-0335-7.09<ref target="https://doi.org/10.36253/979-12-215-0335-7.09" /></p>
      
      <div><head>I codici della <hi rend="italic">Vita sancti Iohannis Gualberti</hi> di Atto (BHL 4398): indagine sulla tradizione manoscritta<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi><ref target="OP08849_xml_12_195-218.html#footnote-085">1</ref></hi></hi></head><p rend="h1_author" ><hi rend="CharOverride-1">Jacopo Righetti</hi></p><p rend="h1_indexAbstract"><hi rend="bold">Sommario</hi><hi rend="CharOverride-2">:</hi> Il contributo prende in esame per la prima volta la tradizione manoscritta della <hi rend="italic">Vita sancti Iohannis Gualberti</hi> di Atto (BHL 4398). I codici individuati sono analizzati nel contesto storico di riferimento, cercando di evidenziare le motivazioni sottese ai processi di copiatura. Aprono e chiudono lo studio alcune riflessioni sulle edizioni a stampa di tale testo e sulla ricezione che l’opera di Atto ha avuto fino ai giorni nostri.</p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Tra i testi agiografici dedicati al fondatore di Vallombrosa, la </hi><hi rend="italic">Vita sancti Iohannis Gualberti</hi><hi rend="CharOverride-1"> scritta da Atto tra il terzo e il quarto decennio del XII secolo, durante il periodo del suo generalato, assume notevole importanza per </hi><hi rend="CharOverride-1">la diffusione e il rilievo che ebbe all’interno dell’Ordine</hi><hi rend="notes_number CharOverride-4"><hi><ref target="OP08849_xml_12_195-218.html#footnote-084">2</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">. Pur riprendendo con modifiche di lieve entità la struttura, la forma e spesso anche il dettato della </hi><hi rend="italic">Vita</hi><hi rend="CharOverride-1"> scritta da Andrea di Strumi – primo agiografo di Giovanni</hi><hi rend="notes_number CharOverride-4"><hi><ref target="OP08849_xml_12_195-218.html#footnote-083">3</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1"> –, Atto ebbe</hi><hi rend="CharOverride-1"> il pregio di creare una narrazione dai tratti più agiografici</hi><hi rend="notes_number CharOverride-4"><hi><ref target="OP08849_xml_12_195-218.html#footnote-082">4</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">, che meglio si adattò al mutato clima politico dell’epoca, riuscendo ad interpretare le esigenze della sua </hi><hi rend="italic">familia</hi><hi rend="CharOverride-1"> monastica, che in quel tempo si avviava a diventare un’obbedienza cenobitica sempre più strutturata in seno alla Chiesa</hi><hi rend="notes_number CharOverride-4"><hi><ref target="OP08849_xml_12_195-218.html#footnote-081">5</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">. È stato messo in luce come tale </hi><hi rend="italic">Vita</hi><hi rend="CharOverride-1"> sia divenuta, nei secoli successivi, il testo di riferimento per la memoria liturgico-cultuale di Giovanni Gualberto – oltre ad essere stata compendiata e presa a modello per la scrittura di nuove agiografie sul fondatore di Vallombrosa –, </hi><hi rend="CharOverride-1">costituendo un riferimento identitario imprescindibile per la comunità</hi><hi rend="notes_number CharOverride-4"><hi><ref target="OP08849_xml_12_195-218.html#footnote-080">6</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">.</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">La maggior parte degli studi finora condotti si è concentrata sul piano storico-letterario di tale </hi><hi rend="italic">Vita</hi><hi rend="CharOverride-1">, tralasciando gli aspetti più propriamente filologici</hi><hi rend="CharOverride-1">. Molto resta ancora da fare su questo versante: nonostante la consapevolezza critica circa l’ampia diffusione del testo, se non vado errato, non si è mai tentato di compiere un censimento completo dei relativi manoscritti e, di conseguenza, non sono stati indagati i rapporti che intercorrono tra loro. Inoltre per leggere la suddetta </hi><hi rend="italic">Vita </hi><hi rend="CharOverride-1">dobbiamo ancora servirci dell’edizione </hi><hi rend="CharOverride-1">contenuta nella </hi><hi rend="italic">Patrologia Latina</hi><hi rend="CharOverride-1">, che riprende quasi alla lettera l’</hi><hi rend="italic">editio princeps</hi><hi rend="CharOverride-1"> di Tesauro Veli del 1612</hi><hi rend="notes_number CharOverride-4"><hi><ref target="OP08849_xml_12_195-218.html#footnote-079">7</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">. L’assenza di cure ecdotiche in queste edizioni che comunemente impieghiamo, non può che influire sulla piena comprensione dell’opera e sul suo utilizzo in sede di critica storica e letteraria</hi><hi rend="notes_number CharOverride-4"><hi><ref target="OP08849_xml_12_195-218.html#footnote-078">8</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">.</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">A tale bisogno vorrebbe rispondere, almeno in parte, il presente intervento, </hi><hi rend="CharOverride-1">proponendo per la prima volta l’elenco dei manoscritti contenenti la </hi><hi rend="italic">Vita</hi><hi rend="CharOverride-1"> di Atto e provando ad esaminarne alcuni. L’obiettivo sarà quello di fornire dati utili ad una più ampia contestualizzazione storica di tali manufatti, con particolare riferimento ai luoghi e alle circostanze che hanno portato alla loro redazione</hi><hi rend="notes_number CharOverride-4"><hi><ref target="OP08849_xml_12_195-218.html#footnote-077">9</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">. Inoltre si mostrerà</hi><hi rend="CharOverride-1"> come la tradizione manoscritta di questo testo possa offrire inediti spunti per la storia dell’Ordine vallombrosano nel corso dei secoli. Preliminarmente, però, ritengo utile proporre una breve ricognizione de</hi><hi rend="CharOverride-1">lle edizioni a stampa dell’opera, provando a chiarirne limiti e peculiarità, ponendole in relazioni con i codici di Atto a noi pervenuti.</hi></p><div><head><hi>1. Le edizioni a stampa</hi></head><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">La prima edizione della </hi><hi rend="italic">Vita</hi><hi rend="CharOverride-1"> di Atto fu realizzata nel 1612 da</hi><hi rend="CharOverride-1"> Tesauro Veli (1547-1624)</hi><hi rend="notes_number CharOverride-4"><hi><ref target="OP08849_xml_12_195-218.html#footnote-076">10</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1"> e fu dedicata al cardinale Benedetto Giustiniani, allora protettore dei Vallombrosani</hi><hi rend="notes_number CharOverride-4"><hi><ref target="OP08849_xml_12_195-218.html#footnote-075">11</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">. Essa uscì per i torchi di Guglielmo Facciotti a Roma in un clima di contrasti interni all’Ordine, e tra quest’ultimo e la Curia romana</hi><hi rend="notes_number CharOverride-4"><hi><ref target="OP08849_xml_12_195-218.html#footnote-074">12</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">. Dopo il Concilio di Trento la congregazione di Santa Maria di Vallombrosa, come la maggior parte degli Ordini monastici tradizionali, fu sottoposta ad un rigido controllo da parte delle gerarchie ecclesiastiche, volto all’attuazione di una serie di riforme miranti a ripristinare una forma di vita più rispondente ai princìpi della Regola benedettina. Negli anni, infatti, si era affievolito il fervore spirituale delle origini e questo aveva provocato eccessi soprattutto in campo patrimoniale e amministrativo. Anche Vallombrosa risentì del</hi><hi rend="CharOverride-1">l’azione di alcuni riformatori, in particolare dei cardinali protettori nominati da Roma e degli abati generali da loro designati (che dal 1543 presero il nome di presidenti</hi><hi rend="notes_number CharOverride-4"><hi><ref target="OP08849_xml_12_195-218.html#footnote-073">13</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">), sconfortati «dallo spegnersi della povertà, dall’introdursi di abitudini di vita secolari, dall’esplodere dell’ambizione e della ricerca sfrenata dei favori»</hi><hi rend="notes_number CharOverride-4"><hi><ref target="OP08849_xml_12_195-218.html#footnote-072">14</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">. Tuttavia questo impegno non sortì molti effetti. Strenua fu l’opposizione di buona parte dei monaci, che da un lato si arroccavano in difesa di privilegi ormai sclerotizzati, dall’altra erano preoccupati, a ragione, che un’eccessiva ingerenza esterna potesse portare ad un indebolimento delle cariche di governo e dell’autonomia gestionale dell’Ordine. Per comprendere il clima in cui viene pubblicata la </hi><hi rend="italic">Vita sancti Iohannis Gualberti</hi><hi rend="CharOverride-1"> di Atto d</hi><hi rend="CharOverride-1">a parte di Tesauro Veli, dobbiamo tenere in considerazione tutti questi aspetti. Il testo è dato alle stampe esattamente un anno prima dell’elezione di Veli alla carica di presidente della congregazione (ruolo che ricoprirà fino al 1617). All’epoca egli era abate dell’importante monastero di Santa Prassede in Roma e, a quanto si apprende dalle </hi><hi rend="italic">Memorie vallombrosane</hi><hi rend="CharOverride-1"> di Fulgenzio Nardi, aveva goduto della stima del cardinale protettore Benedetto Giustiniani, che lo propose al generalato nel 1599</hi><hi rend="notes_number CharOverride-4"><hi><ref target="OP08849_xml_12_195-218.html#footnote-071">15</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">. La tempistica con cui Veli decise di dare alle stampe </hi><hi rend="CharOverride-1">la </hi><hi rend="italic">Vita</hi><hi rend="CharOverride-1"> del fondatore di Vallombrosa e anche quella di Bernardo degli Uberti, uno dei santi più importanti dell’Ordine</hi><hi rend="notes_number CharOverride-4"><hi><ref target="OP08849_xml_12_195-218.html#footnote-070">16</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">, non pare casuale. Sicuramente, come sottolineato da Zuccarello, c’è il proposito di ridare storicità alle figure più eminenti della santità vallombrosana (dopo le invenzioni letterarie di Ciprari</hi><hi rend="CharOverride-1">) e di fondare su basi certe, partendo dalla pubblicazione delle fonti agiografiche, la memoria cultuale del fondatore</hi><hi rend="notes_number CharOverride-4"><hi><ref target="OP08849_xml_12_195-218.html#footnote-069">17</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">. È probabile, però, che Veli fosse mosso anche da altri interessi. P</hi><hi rend="CharOverride-1">are significativo a tal proposito il fatto che Giustiniani lo indichi per il ruolo di presidente della congregazione solamente nel 1599, e non lo segnali per tale carica nelle adunanze del 1602, 1605 e 1609 (nella prima di queste preferì addirittura non nominare un nuovo generale, ma rieleggere Aurelio Tabagini, già una volta primate della congregazione, dal 1591 al 1595, e suo </hi><hi rend="CharOverride-1">fidato servitore)</hi><hi rend="notes_number CharOverride-4"><hi><ref target="OP08849_xml_12_195-218.html#footnote-068">18</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">. Evidentemente le simpatie del cardinale verso l’abate di Santa Prassede dovevano essersi raffreddate. Ritengo, quindi, che la pubblicazione della </hi><hi rend="italic">Vita</hi><hi rend="CharOverride-1"> del fondatore dell’Ordine risenta di tale situazione: Veli, attraverso questa operazione </hi><hi rend="CharOverride-1">editoriale, cercava di riacquistare credito presso il potente protettore</hi><hi rend="notes_number CharOverride-4"><hi><ref target="OP08849_xml_12_195-218.html#footnote-067">19</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">.</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Una conferma dei rapporti non troppo concilianti tra Benedetto Giustiniani e Tesauro Veli si rintraccia esaminando alcuni avvenimenti del suo generalato e, per converso, le reazioni suscitate nel cardinale. Nel 1613, all’indomani della sua elezione, Veli decise di disattendere immediatamente uno dei princìpi che Giustiniani aveva da sempre cercato di promuovere, vale a dire l’impossibilità per i monaci di avere beni propri: il neo-presidente infatti ordinò a tutti i </hi><hi rend="CharOverride-1">confratelli di redigere un inventario di ciò che possedevano, prendendo atto della situazione irriformabile, contravvenendo così ad uno dei divieti che Giustiniani aveva più a cuore</hi><hi rend="notes_number CharOverride-4"><hi><ref target="OP08849_xml_12_195-218.html#footnote-066">20</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">. Un altro indizio che il clima non fu proprio disteso durante questo generalato lo ricaviamo dalla lettera che il cardinale indirizzò a Orazio Morandi, neopresidente eletto nel 1617. In essa il protettore dell’Ordine si lamentò dello stato disastroso delle finanze della congregazione dopo i quattro anni di gestione di Veli. Veniamo a sapere anche che si rese necessario convocare una dieta a metà del mandato di tale presidente per convalidarne l’operato finanziario. Per questi motivi Giustiniani vincolò ancora di più la libertà gestionale dei futuri presidenti generali: ogni acquisto importante o richiesta di indebitamento avrebbe dovuto essere approvata dal protettore o dal pontefice in persona</hi><hi rend="notes_number CharOverride-4"><hi><ref target="OP08849_xml_12_195-218.html#footnote-065">21</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">. Pare quanto mai probabile, dunque, che la figura di Teasuro Veli, in un primo momento gradita, sia divenuta ben presto invisa a Benedetto Giustiniani e che la pubblicazione della </hi><hi rend="italic">Vita </hi><hi rend="CharOverride-1">di Atto fosse il tentativo, peraltro riuscito, dell’allora abate di Santa Prassede di legittimarsi agli occhi del protettore della congregazione, in vista dell’elezione generalizia del 1613.</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">L’iniziativa di Veli ha avuto un ruolo importante nella storia editoriale della </hi><hi rend="italic">Vita</hi><hi rend="CharOverride-1"> di Attone, non solo perché essa fu la prima stampa di quest’opera, ma anche perché le edizioni successive riprenderanno il testo dell’</hi><hi rend="italic">editio princeps</hi><hi rend="CharOverride-1"> modificandolo minimamente. Infatti la seconda pubblicazione, curata dai padri Maurini nel 1701, riporta il testo dell’edizione del 1612</hi><hi rend="notes_number CharOverride-4"><hi><ref target="OP08849_xml_12_195-218.html#footnote-064">22</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">, mentre i Bollandisti, da parte loro, pubblicano la </hi><hi rend="italic">Vita</hi><hi rend="CharOverride-1"> </hi><hi rend="italic">ex editis apud Joannem Mabillonium</hi><hi rend="CharOverride-1">, cambiandone la numerazione dei paragrafi</hi><hi rend="notes_number CharOverride-4"><hi><ref target="OP08849_xml_12_195-218.html#footnote-063">23</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">.</hi><hi rend="CharOverride-1"> La novità più significativa di tale edizione mi pare l’aggiunta alla fine del testo di un epilogo non presente in nessuna stampa sino a quel momento. Tale </hi><hi rend="italic">explicit</hi><hi rend="CharOverride-1"> </hi><hi rend="CharOverride-1">era stato loro segnalato da Aurelio Casari, che l’aveva rintracciato </hi><hi rend="italic">inter manuscripta sacrarii et bibliothecae Vallumbrosae</hi><hi rend="notes_number CharOverride-4"><hi><ref target="OP08849_xml_12_195-218.html#footnote-062">24</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">. L’ultima edizione in ordine cronologico è quella apparsa nella </hi><hi rend="italic">Patrologia Latina</hi><hi rend="CharOverride-1">, che riprende, senza modifiche di sorta, il testo pubblicato da Mabillon</hi><hi rend="notes_number CharOverride-4"><hi><ref target="OP08849_xml_12_195-218.html#footnote-061">25</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">.</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Questo, ad oggi, è lo stato editoriale della </hi><hi rend="italic">Vita sancti Iohannis Gualberti</hi><hi rend="CharOverride-1">, certo insoddisfacente alla luce dei criteri filologici moderni. Il rischio, infatti, è quello di attribuire un valore fondante al testo delle edizioni sopra ricordate, considerandolo la versione per così dire originale della </hi><hi rend="italic">Vita</hi><hi rend="CharOverride-1"> attoniana, e non la trascrizione secentesca di un singolo manoscritto, finora non individuato</hi><hi rend="notes_number CharOverride-4"><hi><ref target="OP08849_xml_12_195-218.html#footnote-060">26</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">.</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">In questa sede, dunque, si fornirà un primo quadro della tradizione manoscritta, soffermandosi su alcuni esemplari particolarmente significativi</hi><hi rend="CharOverride-1">: verranno analizzate le motivazioni che hanno portato alla loro scrittura e la funzione – liturgica, encomiastica, di propaganda – che la </hi><hi rend="italic">Vita</hi><hi rend="CharOverride-1"> di Atto, contenuta in essi, assunse in quel periodo storico</hi><hi rend="notes_number CharOverride-4"><hi><ref target="OP08849_xml_12_195-218.html#footnote-059">27</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">.</hi></p></div><div><head><hi>2. La tradizione manoscritta</hi></head><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">I codici della </hi><hi rend="italic">Vita</hi><hi rend="CharOverride-1"> attoniana che ho potuto rintracciare </hi><hi rend="CharOverride-1">sono tredici (dodici completi, uno solo un breve frammento</hi><hi rend="notes_number CharOverride-4"><hi><ref target="OP08849_xml_12_195-218.html#footnote-058">28</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">), collocabili in un arco cronologico che va dalla metà del XII secolo (non molti anni dopo la scrittura del testo) fino al 1604. La produzione di questi manufatti è quasi completamente interna all’Ordine.</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Suddividendo in base al periodo di scrittura i manoscritti a noi giunti, notiamo subito che buona parte di essi si colloca tra XV e XVI secolo (ben sette testimoni); tre invece appartengono ad un periodo che va dall’ultimo trentennio del XVI secolo ai primi anni del XVII secolo; solo due sono databili tra </hi><hi rend="CharOverride-1">il XII </hi><hi rend="italic">med.</hi><hi rend="CharOverride-1"> e gli inizi del XIV secolo. Come dicevamo, non tutti i codici saranno oggetto di analisi specifica. Dei manoscritti non indagati nel presente studio, si forniranno i dati catalografici essenziali nell’elenco seguente:</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-5">XII</hi><hi rend="superscript CharOverride-6">3/4</hi><hi rend="CharOverride-5">-XIV </hi><hi rend="italic">in.</hi></p><list type="unordered">
				<item><hi rend="CharOverride-1">Città del Vaticano, Biblioteca Apostolica Vaticana, Chig. F VIII 210 (sec. XII</hi><hi rend="superscript CharOverride-4"> </hi><hi rend="italic">med.</hi><hi rend="CharOverride-1">)</hi></item>
				<item><hi rend="CharOverride-1">Firenze, Biblioteca Medicea Laurenziana, Conventi Soppressi 302, ff. 281</hi><hi rend="italic">r</hi><hi rend="CharOverride-1">-300</hi><hi rend="italic">v</hi><hi rend="CharOverride-1"> (secc. XIII-XIV)</hi></item>
			</list><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-5">XV </hi><hi rend="italic">in</hi><hi rend="italic">.</hi><hi rend="CharOverride-5">-XVI </hi><hi rend="italic">in.</hi></p><list type="unordered">
				<item><hi rend="CharOverride-1">Bruxelles, KBR (</hi><hi rend="italic">olim</hi><hi rend="CharOverride-1"> Bibliothèque Royale «Albert I</hi><hi rend="superscript CharOverride-4">er</hi><hi rend="CharOverride-1">»), IV.139, ff. 2</hi><hi rend="italic">v</hi><hi rend="CharOverride-1">-26</hi><hi rend="italic">r</hi><hi rend="CharOverride-1"> (1509)</hi></item>
				<item><hi rend="CharOverride-1">Firenze, Archivio di Stato, Monastero di S. Cassiano di Montescalari, Ex Mostra 53</hi><hi rend="CharOverride-1">, ff. 1</hi><hi rend="italic">r</hi><hi rend="CharOverride-1">-36</hi><hi rend="italic">r</hi><hi rend="CharOverride-1"> (sec. XV </hi><hi rend="italic">ex.</hi><hi rend="CharOverride-1">)</hi></item>
				<item><hi rend="CharOverride-1">Firenze, Biblioteca Medicea Laurenziana, Edili 146, ff. 169</hi><hi rend="italic">r</hi><hi rend="CharOverride-1">-189</hi><hi rend="italic">v</hi><hi rend="CharOverride-1"> (1445-1450)</hi></item>
				<item><hi rend="CharOverride-1">Firenze, Biblioteca Moreniana, Frullani 18, ff. 1</hi><hi rend="italic">r</hi><hi rend="CharOverride-1">-28</hi><hi rend="italic">v</hi><hi rend="CharOverride-1"> (sec. XV </hi><hi rend="italic">ex.</hi><hi rend="CharOverride-1">)</hi></item>
				<item><hi rend="CharOverride-1">Firenze, Biblioteca Provinciale dei Cappuccini, Ar. 8.7, ff. 1</hi><hi rend="italic">r</hi><hi rend="CharOverride-1">-36</hi><hi rend="italic">v</hi><hi rend="CharOverride-1"> (sec. XV</hi><hi rend="CharOverride-7">1/2</hi><hi rend="CharOverride-1">)</hi></item>
				<item><hi rend="CharOverride-1">Firenze, Biblioteca Riccardiana, 333 (M. I. 5), ff. 1</hi><hi rend="italic">r</hi><hi rend="CharOverride-1">-21</hi><hi rend="italic">r</hi><hi rend="CharOverride-1"> sec. XV </hi><hi rend="italic">in</hi><hi rend="CharOverride-1">.</hi><hi rend="notes_number CharOverride-4"><hi><ref target="OP08849_xml_12_195-218.html#footnote-057">29</ref></hi></hi></item>
				<item><hi rend="CharOverride-1">Firenze, Museo Horne, Biblioteca N 8/19 (inv. 2801), ff. 1</hi><hi rend="italic">r</hi><hi rend="CharOverride-1">-21</hi><hi rend="italic">v</hi><hi rend="CharOverride-1"> (sec. XV </hi><hi rend="italic">in.</hi><hi rend="CharOverride-1">)</hi></item>
			</list><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-5">XVI </hi><hi rend="italic">ex.</hi><hi rend="CharOverride-5">-XVII </hi><hi rend="italic">in.</hi></p><list type="unordered">
				<item><hi rend="CharOverride-1">Firenze, Archivio di Stato, Corporazioni religiose soppresse dal Governo francese</hi><hi rend="CharOverride-1">, Santa Maria di Vallombrosa (260), 242 (1594)</hi></item>
				<item><hi rend="CharOverride-1">Roma, Biblioteca dell’Accademia nazionale dei Lincei e Corsiniana, Corsini, Cors. 792 (39. C. 12) (1573)</hi><hi rend="notes_number CharOverride-4"><hi><ref target="OP08849_xml_12_195-218.html#footnote-056">30</ref></hi></hi></item>
				<item><hi rend="CharOverride-1">Roma, Biblioteca Vallicelliana, H. 12, ff. 119</hi><hi rend="italic">r</hi><hi rend="CharOverride-1">-140</hi><hi rend="italic">v</hi><hi rend="CharOverride-1"> (1602-1604)</hi><hi rend="notes_number CharOverride-4"><hi><ref target="OP08849_xml_12_195-218.html#footnote-055">31</ref></hi></hi></item>
			</list><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-5">XII </hi><hi rend="superscript CharOverride-8">med.</hi><hi rend="CharOverride-5">-XIV </hi><hi rend="italic">in.</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">A questo gruppo appartengono due codici: il più antico </hi><hi rend="CharOverride-1">fa parte del fondo Chigi della Biblioteca Apostolica Vaticana, mentre l’altro testimone è un lezionario conservato alla Biblioteca Medicea Laurenziana</hi><hi rend="notes_number CharOverride-4"><hi><ref target="OP08849_xml_12_195-218.html#footnote-054">32</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">. Entrambi sono manoscritti realizzati con funzioni liturgiche, probabilmente all’interno dell’Ordine.</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Il Chigiano</hi><hi rend="notes_number CharOverride-4"><hi><ref target="OP08849_xml_12_195-218.html#footnote-053">33</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1"> è un manufatto di medie dimensioni (mm 270 x 180). Realizzato con ogni probabilità all’interno dello </hi><hi rend="italic">scriptorium</hi><hi rend="CharOverride-1"> di Vallombrosa</hi><hi rend="CharOverride-1">, esso contiene solo la </hi><hi rend="italic">Vita sancti Iohannis Gualberti</hi><hi rend="CharOverride-1"> di Atto. Il codice, piuttosto rovinato – soprattutto nei ff. iniziali e finali</hi><hi rend="CharOverride-1">, dove la scrittura nel </hi><hi rend="italic">bas de page</hi><hi rend="CharOverride-1"> è quasi evanita per via dell’intenso uso che dovette subire –, presenta segni di piegatura a metà. È possibile far risalire il manoscritto alla metà del XII secolo in base all’analisi della grafia</hi><hi rend="CharOverride-1">, una minuscola carolina che presenta al contempo tratti arcaizzanti e innovativi, in una commistione tipica dell’officina scrittoria vallombrosana dei primordi</hi><hi rend="notes_number CharOverride-4"><hi><ref target="OP08849_xml_12_195-218.html#footnote-052">34</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">. Questo testimone non presenta elementi decorativi: gli unici tocchi rossi li abbiamo nel titolo dell’opera e nell’iniziale del prologo (entrambi al foglio 1</hi><hi rend="italic">r</hi><hi rend="CharOverride-1">). La legatura, di epoca moderna, presenta agli angoli dei piatti e sul dorso stemmi in oro della famiglia Chigi, proprietaria del manoscritto dalla metà del XVII secolo</hi><hi rend="notes_number CharOverride-4"><hi><ref target="OP08849_xml_12_195-218.html#footnote-051">35</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">.</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Numerosi elementi fanno pensare ad un codice d’uso, realizzato per rispondere ai diversi bisogni della vita quotidiana del monastero: la fattura semplice, il segno grafico non troppo curato, la pergamena di bassa qualità – con cuciture, </hi><hi rend="italic">lisières</hi><hi rend="CharOverride-1"> e fori –, la rigatura non sempre tracciata con precisione e la pagina sfruttata ampiamente nella sua interezza (lo specchio scrittorio non appare ben delimitato, per cui, nei vari fogli, la scrittura non ha sempre il medesimo un punto di inizio o di fine)</hi><hi rend="notes_number CharOverride-4"><hi><ref target="OP08849_xml_12_195-218.html#footnote-050">36</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">. Un codice così leggero e facile da maneggiare, che per di più presenta segni di piegatura, che fanno quindi supporre la presenza in origine di una coperta pergamenacea flessibile, deve aver subìto molti spostamenti, venendo </hi><hi rend="CharOverride-1">utilizzato come esemplare di copia per altri testimoni della </hi><hi rend="italic">Vita</hi><hi rend="CharOverride-1"> di Attone</hi><hi rend="notes_number CharOverride-4"><hi><ref target="OP08849_xml_12_195-218.html#footnote-049">37</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">, oltre che per funzioni liturgiche. Si spiegano così le numerose note a margine, lasciate, nei diversi fogli, da più mani di secoli anche lontani tra loro: alcune si avventurano nella correzione di errori (gli interventi più significativi al riguardo, e pressoché contemporanei al momento di scrittura, permettono di risanare un paio di lacune ai ff. 1</hi><hi rend="italic">v</hi><hi rend="CharOverride-1"> e 5</hi><hi rend="italic">r</hi><hi rend="CharOverride-1">), altre introducendo varianti testuali, altre ancora – e sono la maggior parte – segnalano gli accenti tonici nel testo, per agevolare la lettura </hi><hi rend="italic">clara voce</hi><hi rend="CharOverride-1">, e lo dividono in </hi><hi rend="italic">lectiones</hi><hi rend="CharOverride-1">, la cui numerazione spesso va a sovrapporsi a quelle precedenti, o è cancellata dall’intenso uso del manoscritto, per cui diviene difficile individuare e censire con precisione tali interventi.</hi><hi rend="CharOverride-1"> Questo codice, con le sue stratificazioni testuali così complesse e affascinanti, è un ottimo esempio di come la </hi><hi rend="italic">Vita</hi><hi rend="CharOverride-1"> </hi><hi rend="italic">sancti Iohannis Gualberti</hi><hi rend="CharOverride-1"> (BHL 4398) fosse una presenza viva tra i monaci vallombrosani e il suo utilizzo sia stato costante, dai primi anni successivi alla scrittura in avanti.</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Anche il testo conservato dal manoscritto composito Firenze, Biblioteca Medicea Laurenziana, Conventi soppressi 302 fu redatto in vista di una funzione liturgica. Credo, infatti, che la necessità di avere </hi><hi rend="CharOverride-1">codici da poter utilizzare per celebrare la memoria cultuale del fondatore fosse il motivo, almeno in questo primo periodo, per realizzare nuove copie della </hi><hi rend="italic">Vita</hi><hi rend="CharOverride-1"> attoniana.</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Suddivisa in </hi><hi rend="italic">lectiones</hi><hi rend="CharOverride-1">, l’agiografia di Giovanni Gualberto presente in questo codice, databile tra la fine del XIII e gli inizi del XIV secolo</hi><hi rend="CharOverride-1">, costituisce la terza unità codicologica di un Passionario </hi><hi rend="italic">per circulum anni</hi><hi rend="CharOverride-1"> che ne contiene otto in totale</hi><hi rend="notes_number CharOverride-4"><hi><ref target="OP08849_xml_12_195-218.html#footnote-048">38</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">. Tale manufatto fu inizialmente tra le disponibilità librarie del monastero di San Salvi, per poi</hi><hi rend="CharOverride-1"> passare a Vallombrosa, come ci informa la nota di possesso nel margine superiore del f. 1</hi><hi rend="italic">r</hi><hi rend="CharOverride-1">. La prima e la seconda unità codicologica, risalenti al terzo quarto del XII secolo, ci testimoniano il Leggendario vero e proprio, mentre le altre unità, tra cui quella contenente la </hi><hi rend="italic">Vita</hi><hi rend="CharOverride-1"> di Atto, sono aggiunte seriori (al più tardi del </hi><hi rend="CharOverride-1">XIV secolo), utili a completare il santorale con testi mancanti. La committenza di San Salvi</hi><hi rend="notes_number CharOverride-4"><hi><ref target="OP08849_xml_12_195-218.html#footnote-047">39</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1"> emerge chiaramente dalla scelta delle </hi><hi rend="italic">legendae </hi><hi rend="CharOverride-1">incluse: se la </hi><hi rend="italic">Passio sancti Miniatis martiris</hi><hi rend="CharOverride-1"> di Drugone (BHL 5967), presente ai ff. 189</hi><hi rend="italic">r</hi><hi rend="CharOverride-1">-192</hi><hi rend="italic">r</hi><hi rend="CharOverride-1">, rimanda ad una sicura area fiorentina, vista la diffusione quasi esclusiva di questo testo in quella città</hi><hi rend="notes_number CharOverride-4"><hi><ref target="OP08849_xml_12_195-218.html#footnote-046">40</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">, ad un rapporto ancora più stretto con il cenobio urbano rinvia la presenza, in due versioni leggermente differenti, della </hi><hi rend="italic">Vita</hi><hi rend="CharOverride-1"> di Salvio di Albi, patrono del monastero (BHL 7468-7469). Il testo è ripreso dal settimo libro dei </hi><hi rend="italic">Decem libri historiarum</hi><hi rend="CharOverride-1"> di Gregorio di Tours, nel primo caso alla lettera, nel secondo con alcune interpolazioni</hi><hi rend="notes_number CharOverride-4"><hi><ref target="OP08849_xml_12_195-218.html#footnote-045">41</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">. Se consideriamo poi che Salvio è uno dei pochi santi ritratti nell’iniziale del proprio testo (al f. 98</hi><hi rend="italic">v</hi><hi rend="CharOverride-1">) e che ai ff. 97</hi><hi rend="italic">v</hi><hi rend="CharOverride-1">-98</hi><hi rend="italic">v</hi><hi rend="CharOverride-1"> troviamo un </hi><hi rend="italic">Sermone</hi><hi rend="CharOverride-1"> su quest’ultimo attribuito ad Ambrogio</hi><hi rend="notes_number CharOverride-4"><hi><ref target="OP08849_xml_12_195-218.html#footnote-044">42</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">, credo risulti evidente l’interesse e l’attenzione che chi ha assemblato il codice doveva avere per questo presule francese</hi><hi rend="notes_number CharOverride-4"><hi><ref target="OP08849_xml_12_195-218.html#footnote-043">43</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">. La </hi><hi rend="italic">Vita santi Iohannis Gualberti</hi><hi rend="CharOverride-1"> di Atto, contenuta ai ff. </hi><hi rend="CharOverride-1">281</hi><hi rend="italic">r</hi><hi rend="CharOverride-1">-300</hi><hi rend="italic">v</hi><hi rend="CharOverride-1">, è redatta in una </hi><hi rend="italic">littera textualis</hi><hi rend="CharOverride-1"> piuttosto omogenea. L’inchiostro risulta sbiadito soprattutto negli angoli inferiori dei fogli, dove sono più evidenti le tracce dell’utilizzo del codice. Siamo portati a credere che l’amanuense avesse molto a cuore il testo che stava copiando: egli, infatti, sottopone ad una revisione completa il proprio lavoro dopo averlo terminato, correggendo numerosi errori ed integrando alcune lacune dovute a probabili sviste</hi><hi rend="CharOverride-1">.</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Questo codice segna la fine della fase più antica dei manoscritti della </hi><hi rend="italic">Vita</hi><hi rend="CharOverride-1"> di Atto, caratterizzata da una predominanza della funzione liturgica o, più generalmente, d’uso di tali manufatti. Il periodo successivo vedrà i copisti vallombrosani sempre meno impegnati su tale fronte e molto attivi, per converso, nella realizzazione, o commissione, di codici di pregio.</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-5">XV </hi><hi rend="italic">in.</hi><hi rend="CharOverride-5">-XVI </hi><hi rend="italic">in.</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Sebbene anche nel XV secolo si abbiano esempi di manoscritti contenenti la </hi><hi rend="italic">Vita</hi><hi rend="CharOverride-1"> di Atto che rispondono ad esigenze cultuali – come l’Edili</hi><hi rend="CharOverride-1"> 146 conservato alla Biblioteca Medicea Laurenziana</hi><hi rend="notes_number CharOverride-4"><hi><ref target="OP08849_xml_12_195-218.html#footnote-042">44</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1"> o il codice oggi custodito presso il Museo Horne di Firenze, segnato N 8/19</hi><hi rend="notes_number CharOverride-4"><hi><ref target="OP08849_xml_12_195-218.html#footnote-041">45</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1"> –, tuttavia questi manufatti presentano un grado di lavorazione ben diverso rispetto ai testimoni esaminati in precedenza</hi><hi rend="CharOverride-1">: la pergamena è finemente trattata, l’esecuzione della </hi><hi rend="italic">performance</hi><hi rend="CharOverride-1"> scrittoria evita vistose correzioni, aggiunte di parti di testo nei margini o in interlinea e rasure troppo patenti; mentre l’apparato decorativo è ricco e articolato. Tuttavia, nonostante tali esemplari, in questo periodo i codici liturgici sono numericamente inferiori.</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Il manoscritto scelto per introdurci in questa seconda fase è uno dei pochi che, molto probabilmente, non fu realizzato all’interno dell’Ordine v</hi><hi rend="CharOverride-1">allombrosano. Conservato nella Biblioteca Provinciale dei Cappuccini di Firenze con la segnatura Ar. 8.7, è un manufatto di grandissimo pregio</hi><hi rend="notes_number CharOverride-4"><hi><ref target="OP08849_xml_12_195-218.html#footnote-040">46</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">, databile tra il 1431 e il 1447, stante la presenza al foglio 1</hi><hi rend="italic">r</hi><hi rend="CharOverride-1"> dello stemma di papa Eugenio IV</hi><hi rend="notes_number CharOverride-4"><hi><ref target="OP08849_xml_12_195-218.html#footnote-039">47</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">. Volendo restringere un po’ il campo, possiamo supporre – come troviamo scritto nei cataloghi – che esso fu esemplato come dono per il pontefice in occasione del Concilio di Firenze, svoltosi tra il 1439 e il 1441/1442</hi><hi rend="notes_number CharOverride-4"><hi><ref target="OP08849_xml_12_195-218.html#footnote-038">48</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">, anche se forse, come spiegherò a breve, la data andrà anticipata. Non sappiamo se esso fu offerto veramente ad Eugenio IV, poiché la nota di possesso nel margine superiore del f. 1</hi><hi rend="italic">r</hi><hi rend="CharOverride-1">, risalente alla fine del XVII secolo</hi><hi rend="CharOverride-1">, segnala che esso faceva parte della Biblioteca del Sacro Eremo di Camaldoli, così come è confermato dal Catalogo storico di tale monastero</hi><hi rend="notes_number CharOverride-4"><hi><ref target="OP08849_xml_12_195-218.html#footnote-037">49</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">. Osservando poi i testi contenuti al suo interno possiamo ipotizzare l’origine di tale manoscritto in uno dei cenobi di questa congregazione</hi><hi rend="notes_number CharOverride-4"><hi><ref target="OP08849_xml_12_195-218.html#footnote-036">50</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">: nei f</hi><hi rend="CharOverride-1">f. 1</hi><hi rend="italic">r</hi><hi rend="CharOverride-1">-36</hi><hi rend="italic">v</hi><hi rend="CharOverride-1"> è riportata la </hi><hi rend="italic">Vita sancti Iohannis Gualberti</hi><hi rend="CharOverride-1"> di Atto, dal medesimo foglio fino alla fine del codice (ff. 36</hi><hi rend="italic">v</hi><hi rend="CharOverride-1">-81</hi><hi rend="italic">r</hi><hi rend="CharOverride-1">) </hi><hi rend="CharOverride-1">viene trascritta dalla stessa mano la </hi><hi rend="italic">Vita beati Romualdi</hi><hi rend="CharOverride-1"> di Pier Damiani (BHL 7324)</hi><hi rend="notes_number CharOverride-4"><hi><ref target="OP08849_xml_12_195-218.html#footnote-035">51</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">. Un’ulteriore prova di ciò credo si ricavi considerando il periodo in cui questo codice fu esemplato. Gli inizi del Quattrocento sono un’epoca molto complessa per i Vallombrosani, che si trovano schiacciat</hi><hi rend="CharOverride-1">i tra i Medici, desiderosi di orientarne la gestione patrimoniale, e il papato, che con Eugenio IV cercava di imporre a tutti gli Ordini tradizionali la riforma sperimentata con successo a Santa Giustina di Padova</hi><hi rend="notes_number CharOverride-4"><hi><ref target="OP08849_xml_12_195-218.html#footnote-034">52</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">. In questo contesto emerge la figura di Ambrogio Traversari, grande umanista, priore generale dei Camaldolesi e, ad un tempo, incaricato dal papa per ben due volte (1432-1433 e 1434), assieme all’abate Gomes della Badia Fiorentina, di visitare i monasteri vallombrosani per tentare di instaurare anche in essi la riforma </hi><hi rend="italic">de Unitate</hi><hi rend="notes_number CharOverride-4"><hi><ref target="OP08849_xml_12_195-218.html#footnote-033">53</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">. C</hi><hi rend="CharOverride-1">redo dunque che proprio da Traversari, o comunque dal suo </hi><hi rend="italic">entourage</hi><hi rend="CharOverride-1">, sia partita la richiesta di realizzare questo codice da dedicare ad Eugenio IV. Mi pare difficile, infatti, ipotizzare una committenza strettamente vallombrosana: i rapporti tra il papa e l’Ordine in quegli anni erano diventati sempre più tesi e le visite di Traversari e Gomes non fecero che acuire le tensioni già in atto</hi><hi rend="notes_number CharOverride-4"><hi><ref target="OP08849_xml_12_195-218.html#footnote-032">54</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">; al contempo credo che la presenza, senza soluzione di continuità</hi><hi rend="CharOverride-1">, dei due testi cardine della memoria agiografica di questi Ordini monastici rimandi ad un committente che ebbe rapporti con entrambi, anche solo per un breve periodo; inoltre, l’apparato decorativo di questo codice rinvia ad altri manufatti simili provenienti da Santa Maria degli Angeli, importante romitorio urbano camaldolese e centro culturale di prim’ordine</hi><hi rend="CharOverride-1">, in cui Ambrogio Traversari risiedette per più di trent’anni</hi><hi rend="notes_number CharOverride-4"><hi><ref target="OP08849_xml_12_195-218.html#footnote-031">55</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">. Se a questo aggiungiamo la già ricordata presenza – seppur in epoca tarda – di tale manoscritto nella Biblioteca di Camaldoli, mi pare sussistano pochi dubbi circa la sua origine. Alla luce di quanto esposto, ritengo possa essere convincente proporre Camaldoli – o comunque uno dei monasteri interni all’Ordine Camaldolese – come centro promotore e realizzatore del processo di</hi><hi rend="CharOverride-1"> copiatura, e il generalato di Traversari, in particolare nel torno d’anni in cui fu incaricato di visitare i monaci vallombrosani, come periodo in cui fu esemplato questo manoscritto.</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Il codice della Biblioteca dei Cappuccini di Firenze ci mostra chiaramente come stiano cambiando le necessità che spingono alla trascrizione della </hi><hi rend="italic">Vita</hi><hi rend="CharOverride-1"> di Attone e come, di conseguenza, muti anche la </hi><hi rend="italic">facies</hi><hi rend="CharOverride-1"> del manoscritto che la contiene: non più esemplari d’uso, semplici nella loro </hi><hi rend="italic">mise en page</hi><hi rend="CharOverride-1">, ma manufatti con un alto valore estetico, confezionati per propagandare un messaggio, o con fini di rappresentanza</hi><hi rend="notes_number CharOverride-4"><hi><ref target="OP08849_xml_12_195-218.html#footnote-030">56</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">.</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Questa tendenza raggiunge l’apogeo durante il generalato di Biagio Milanesi, che va dal 1480 al 1515/16. Egli, grazie alla sua azione amministrativa di riunificazione della </hi><hi rend="italic">congregatio</hi><hi rend="CharOverride-1"> monastica e di decisa opposizione alle pretese dei Medici e di Savonarola – congiunta ad un sapiente mecenatismo volto a propagandare, attraverso l’arte figurativa e la scrittura e confezione di codici di rappresentanza</hi><hi rend="CharOverride-1">, la grandezza dell’Ordine e dell’abate generale che lo dirigeva –, rivestì un ruolo di primo piano nella storia del periodo, tanto che la memorialistica successiva lo ricorderà come ‘nuovo fondatore’ dei Vallombrosani</hi><hi rend="notes_number CharOverride-4"><hi><ref target="OP08849_xml_12_195-218.html#footnote-029">57</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">. Biagio attuò una politica di promozione della propria congregazione, con l’obiettivo di salvaguardarne privilegi e identità, che si concretizzò anche, per il lato che a noi qui interessa, in una produzione di codici di grande rilievo artistico contenenti la </hi><hi rend="italic">Vita</hi><hi rend="CharOverride-1"> di Atto, che richiesero certamente molto lavoro e un’ingente spesa da parte di chi li commissionò</hi><hi rend="notes_number CharOverride-4"><hi><ref target="OP08849_xml_12_195-218.html#footnote-028">58</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">.</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">A questo periodo risalgono tre manoscritti membranacei: il Frullani 18, conservato nella Biblioteca Moreniana di Firenze, il manoscritto un tempo collocato nella Sala della Mostra dell’Archivio regio di Firenze, siglato 53 (oggi Archivio di Stato di Firenze, Ex Mostra, 53), e un codice che si trova a Bruxelles, nella Bibliothèque Royale, segnato IV.139. Di seguito prenderemo maggiormente</hi><hi rend="CharOverride-1"> in esame gli ultimi due manoscritti, ad oggi poco studiati ma rappresentativi delle aspirazioni di legittimazione che muovevano la comunità vallombrosana e il loro abate generale. Per quanto riguarda il Frullani 18, risalente alla fine del XV secolo, basti rinviare alla recente analisi condotta da Donatella Frioli</hi><hi rend="notes_number CharOverride-4"><hi><ref target="OP08849_xml_12_195-218.html#footnote-027">59</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">. Qui si ricorderà soltanto che per la realizzazione di questo manoscritto si ricorse alla mano esterna di ser Angelo di Jacopo de’</hi><hi rend="CharOverride-1"> Dinuzi, importante e stimato copista di San Giminiano, che l’apparato decorativo, ricco ed elaborato, presenta incipitarie istoriate (ff. 1</hi><hi rend="italic">r</hi><hi rend="CharOverride-1">-</hi><hi rend="italic">v</hi><hi rend="CharOverride-1"> immagini di Giovanni Gualberto tra Atto e Bernardo degli Uberti; 28</hi><hi rend="italic">v</hi><hi rend="CharOverride-1">: raffigurazione di Bernardo degli Uberti) e che al f. 1</hi><hi rend="italic">v</hi><hi rend="CharOverride-1"> sono presenti medaglioni circolari o polilobati, che interrompono il fregio fitomorfo, contenenti scene tratte dalla </hi><hi rend="italic">Vita</hi><hi rend="CharOverride-1"> di Giovanni Gualberto. Nel </hi><hi rend="italic">bas de page</hi><hi rend="CharOverride-1"> (sempre f. 1</hi><hi rend="italic">v</hi><hi rend="CharOverride-1">) sono riprodotti due stemmi: a sinistra trova spazio l’arme del cardinale protettore dell’Ordine Oliviero Carafa</hi><hi rend="notes_number CharOverride-4"><hi><ref target="OP08849_xml_12_195-218.html#footnote-026">60</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">, a destra quella di Biagio Milanesi. Va detto infine che anche il Frullani 18, come il codice di Bruxelles che analizzeremo a breve, mostra un’interessante alternanza di testi agiografici vallombrosani antichi e nuovi: nel manoscritto della </hi><hi rend="CharOverride-1">Moreniana, infatti, a fianco della </hi><hi rend="italic">Vita sancti Iohannis Gualberti</hi><hi rend="CharOverride-1"> e della </hi><hi rend="italic">Vita</hi><hi rend="CharOverride-1"> di Bernardo degli Uberti (BHL 1249)</hi><hi rend="notes_number CharOverride-4"><hi><ref target="OP08849_xml_12_195-218.html#footnote-025">61</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">, che costituiscono il fondamento memoriale della </hi><hi rend="italic">familia</hi><hi rend="CharOverride-1"> monastica, trova spazio anche l’opera di Girolamo da Raggiolo, tesa a celebrare la vitalità della santità dell’Ordine e la potenza dei miracoli compiuti da Giovanni Gualberto sino al momento presente</hi><hi rend="notes_number CharOverride-4"><hi><ref target="OP08849_xml_12_195-218.html#footnote-024">62</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">.</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Partiamo dunque nella nostra </hi><hi rend="CharOverride-1">analisi dal manoscritto di Bruxelles, per mostrarne l’affinità con il Frullani 18 nella scelta dei testi da accludere, che pur non essendo identici tradiscono comunque un comune progetto di promozione e celebrazione dell’Ordine vallombrosano.</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Informazioni sulla datazione e localizzazione del manufatto ora conservato nella Bibliothèque Royale</hi><hi rend="CharOverride-1"> ci vengono dalla sottoscrizione al f. 43</hi><hi rend="italic">r</hi><hi rend="CharOverride-1">, grazie alla quale veniamo a sapere che questo codice fu redatto da Alamanno, monaco di Vallombrosa, per il monastero fiorentino di Santa Trinita, nel 1509</hi><hi rend="notes_number CharOverride-4"><hi><ref target="OP08849_xml_12_195-218.html#footnote-023">63</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">. Non conosciamo con la stessa precisione i successivi enti possessori, ma unendo alcuni dati provenienti da diversi cataloghi possiamo farci un’idea degli spostamenti che questo codice dovette subire: </hi><hi rend="CharOverride-1">fuoriuscito, in un momento difficile da precisare, dal monastero di Santa Trinita, esso finì nella Biblioteca della basilica di San Gaudenzio di Novara, almeno fino al 1909, anno in cui lo troviamo segnalato nel catalogo di tale ente</hi><hi rend="notes_number CharOverride-4"><hi><ref target="OP08849_xml_12_195-218.html#footnote-022">64</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">. </hi><hi rend="CharOverride-1">Successivamente Mencaraglia nel 1940 rintraccia questo manoscritto a Firenze nella libreria antiquaria Olschki e ne dà una descrizione accurata, senza tuttavia citare il catalogo precedente</hi><hi rend="notes_number CharOverride-4"><hi><ref target="OP08849_xml_12_195-218.html#footnote-021">65</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">. Sembra evidente, quindi, che lo studioso non conoscesse la provenienza piemontese del codice</hi><hi rend="CharOverride-1">. Kristeller, poi, giunto a Novara nel 1958 durante il suo </hi><hi rend="italic">Iter Italicum</hi><hi rend="CharOverride-1">, nota che numerosi manoscritti sono scomparsi dalla Biblioteca di San Gaudenzio, tra cui anche il nostro, e ipotizza che possano essere stati perduti durante la Seconda guerra mondiale</hi><hi rend="notes_number CharOverride-4"><hi><ref target="OP08849_xml_12_195-218.html#footnote-020">66</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">. Egli però non cita l’articolo di Mencaraglia e quindi non sa della presenza di questo manufatto negli anni Quaranta a Firenze. Il codice sembra poi andare perduto fino al 1983, anno di pubblicazione del terzo volume dell’</hi><hi rend="italic">Iter Italicum</hi><hi rend="notes_number CharOverride-4"><hi><ref target="OP08849_xml_12_195-218.html#footnote-019">67</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">. Lo studioso, infatti, lo ritrova nella Bibliothèque Royale di Bruxelles, in un fondo di manoscritti acquisiti dopo il 1952</hi><hi rend="notes_number CharOverride-4"><hi><ref target="OP08849_xml_12_195-218.html#footnote-018">68</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">, e ne offre una descrizione paleografica.</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Passando all’analisi del manufatto, notiamo immediatamente come esso si presenti fortemente coeso sia da un punto di vista contenutistico che formale</hi><hi rend="CharOverride-1">. Al suo interno sono presenti solo testi riguardanti il santorale vallombrosano, organizzati per contenuto: prima gli scritti su Giovanni Gualberto (</hi><hi rend="italic">Vita sancti Iohannis Gualberti</hi><hi rend="CharOverride-1"> di Atto – ff. 2</hi><hi rend="italic">v</hi><hi rend="CharOverride-1">-26</hi><hi rend="italic">r</hi><hi rend="CharOverride-1"> –, </hi><hi rend="italic">Sylva</hi><hi rend="CharOverride-1"> </hi><hi rend="italic">in laudem sancti Ioannis Gualberti</hi><hi rend="CharOverride-1"> di Ugolino Verino – ff. 26</hi><hi rend="italic">v</hi><hi rend="CharOverride-1">-29</hi><hi rend="italic">v</hi><hi rend="CharOverride-1"> –, il privilegio di canonizzazione di Celestino III –</hi><hi rend="CharOverride-1"> ff. 29</hi><hi rend="italic">v</hi><hi rend="CharOverride-1">-30</hi><hi rend="italic">v</hi><hi rend="CharOverride-1"> – e ventiquattro </hi><hi rend="italic">Lectiones in translatione sancti Iohannis Gualberti </hi><hi rend="CharOverride-1">– ff. 30</hi><hi rend="italic">v</hi><hi rend="CharOverride-1">-32</hi><hi rend="italic">v</hi><hi rend="CharOverride-1"> –</hi><hi rend="CharOverride-1">)</hi><hi rend="notes_number CharOverride-4"><hi><ref target="OP08849_xml_12_195-218.html#footnote-017">69</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">, poi quelli su Bernardo degli Uberti (la </hi><hi rend="italic">Vita sancti Bernardi</hi><hi rend="CharOverride-1"> BHL 1249 – ff. 32</hi><hi rend="italic">v</hi><hi rend="CharOverride-1">-39</hi><hi rend="italic">v</hi><hi rend="CharOverride-1"> – alcuni </hi><hi rend="italic">Miracula</hi><hi rend="CharOverride-1"> di questo santo – </hi><hi rend="CharOverride-1">BHL 1250, ff. 39</hi><hi rend="italic">v</hi><hi rend="CharOverride-1">-41</hi><hi rend="italic">r</hi><hi rend="CharOverride-1">, e 1250 h, ff. 41</hi><hi rend="italic">r</hi><hi rend="CharOverride-1">-42</hi><hi rend="italic">v </hi><hi rend="CharOverride-1">–, e l’inno liturgico </hi><hi rend="italic">Sanctus pontifex Bernardus </hi><hi rend="CharOverride-1">– ff. 42</hi><hi rend="italic">v</hi><hi rend="CharOverride-1">-43</hi><hi rend="italic">r</hi><hi rend="CharOverride-1"> –)</hi><hi rend="notes_number CharOverride-4"><hi><ref target="OP08849_xml_12_195-218.html#footnote-016">70</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">. Il codice è esemplato dalla sola mano di Alamanno in una </hi><hi rend="italic">littera </hi><hi rend="italic">textualis</hi><hi rend="CharOverride-1"> elegante e omogenea nel ritmo esecutivo, che varia unicamente il modulo in corrispondenza dei carmi veriniani, ed è impreziosito da iniziali decorate con fregi floreali, titoli rubricati e capilettera azzurri o rossi (benché in alcuni casi lo spazio rimanga vuoto e si legga ancora la lettera-guida), sicché l’impressione che se ne ricava è quella di un manufatto confezionato con grande perizia da questo amanuense.</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">L’organicità di fattura di tale esemplare è messa in luce non solamente dagli aspetti contenutistici e di resa grafica, ma anche da motivi più strutturali, come, in apertura, la presenza nei primi due fogli di una </hi><hi rend="italic">tabula capitulorum</hi><hi rend="CharOverride-1"> che riporta, in forma compendiata e con qualche svista</hi><hi rend="notes_number CharOverride-4"><hi><ref target="OP08849_xml_12_195-218.html#footnote-015">71</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">, la titolatura presente poi nel testo della </hi><hi rend="italic">Vita sancti Iohannis Gualberti</hi><hi rend="CharOverride-1"> di Atto. L’intero codice, dunque, sembra assemblato appositamente per celebrare l’Ordine vallombrosano attraverso una serie di </hi><hi rend="CharOverride-1">opere che mostrino come, dall’XI secolo fino al momento presente, esso sia stato luogo di profonda spiritualità e, al contempo, di alta e raffinata cultura. Benché questo codice fosse destinato ad una fondazione dell’Ordine – e quindi avesse un uso prettamente interno rispetto al Frullani 18 –, tuttavia l’officina scrittoria di Vallombrosa realizzò un esemplare di grande valore, curato nei dettagli, testimone del rinnovato splendore acquisito grazie al generalato di Biagio Milanesi.</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Anche il codice conservato all’Archivio di Stato di Firenze sembra essere stato confezionato per celebrare i successi dell’abate di Vallombrosa</hi><hi rend="notes_number CharOverride-4"><hi><ref target="OP08849_xml_12_195-218.html#footnote-014">72</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">. Scritto per il </hi><hi rend="CharOverride-1">monastero di San Cassiano di Montescalari</hi><hi rend="notes_number CharOverride-4"><hi><ref target="OP08849_xml_12_195-218.html#footnote-013">73</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1"> – come ci indicano lo stemma, pur sbiadito, al f. 1</hi><hi rend="italic">r</hi><hi rend="CharOverride-1">, la presenza, a fine manoscritto, degli </hi><hi rend="italic">Acta</hi><hi rend="CharOverride-1"> di san Cassiano di Todi, patrono del cenobio, e una nota di possesso al f. 90</hi><hi rend="italic">r</hi><hi rend="notes_number CharOverride-4"><hi><ref target="OP08849_xml_12_195-218.html#footnote-012">74</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1"> –</hi><hi rend="CharOverride-1">, esso presenta nei ff. 1</hi><hi rend="italic">r</hi><hi rend="CharOverride-1"> e 72</hi><hi rend="italic">r</hi><hi rend="CharOverride-1"> un apparto decorativo molto elaborato con fregi fitomorfi; nel f. 1</hi><hi rend="italic">r</hi><hi rend="CharOverride-1"> troviamo anche tre medaglioni contenenti lo stemma dei Vallombrosani (con la caratteristica gruccia a tau</hi><hi rend="notes_number CharOverride-4"><hi><ref target="OP08849_xml_12_195-218.html#footnote-011">75</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">), quello di Biagio Milanesi e l’arme della famiglia Visdomini, a cui si ascriveva, miticamente, Giovanni Gualberto</hi><hi rend="notes_number CharOverride-4"><hi><ref target="OP08849_xml_12_195-218.html#footnote-010">76</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">. Le iniziali dei fogli 1</hi><hi rend="italic">r</hi><hi rend="CharOverride-1"> e 72</hi><hi rend="italic">r</hi><hi rend="CharOverride-1"> sono istoriate (compaiono, a sovrastare le incipitarie P e A, le immagini di Giovanni Gualberto e di Bernardo degli Uberti); fino al f. 86</hi><hi rend="italic">v</hi><hi rend="CharOverride-1"> presenza di rubriche e capilettera variamente decorati. Lo specchio scrittorio è racchiuso da una doppia riquadratura laterale. L’esemplazione grafica, una </hi><hi rend="italic">littera antiqua</hi><hi rend="CharOverride-1"> restaurata che occupa 27 linee per facciata, posata nel </hi><hi rend="italic">ductus</hi><hi rend="CharOverride-1">,</hi><hi rend="CharOverride-1"> si concede poche distrazioni (qualche inserzione interlineare, rare aggiunte marginali con segno di richiamo, poche rasure). La cura nell’esecuzione scrittoria, gli elementi materiali del codice e lo sfarzo dell’ornamento avvicinano questo manufatto al Frullani 18 (la mano tuttavia non è la stessa ma può essere identificata in quella di Fedele, monaco vallombrosano del monastero di San Pancrazio (FI), copista attivo sul finire del secolo)</hi><hi rend="notes_number CharOverride-4"><hi><ref target="OP08849_xml_12_195-218.html#footnote-009">77</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">. Esiste però una differenza rilevante tra i due manoscritti</hi><hi rend="CharOverride-1">: se il codice della Moreniana recava, al pari di quello di Bruxelles, un’alternanza di testi antichi e moderni pertinenti all’àmbito vallombrosano (volontà di richiamo alle origini e, al contempo, di rinnovamento memoriale), l’Ex Mostra 53 propone un florilegio decisamente sbilanciato verso il passato. Tra i canonici testi su Giovanni Gualberto (</hi><hi rend="italic">Vita</hi><hi rend="CharOverride-1"> di Atto, </hi><hi rend="CharOverride-1">bolla di Celestino III e alcune </hi><hi rend="italic">Lectiones in traslatione sancti Iohannis Gualberti</hi><hi rend="CharOverride-1">) e quelli su Bernardo degli Uberti (</hi><hi rend="italic">Vita</hi><hi rend="CharOverride-1"> BHL 1249 e </hi><hi rend="italic">Miracula</hi><hi rend="CharOverride-1"> BHL 1250 e 1250 h), trova spazio la </hi><hi rend="italic">Vita</hi><hi rend="CharOverride-1"> di san Benedetto tratta dai </hi><hi rend="italic">Dialogi</hi><hi rend="CharOverride-1"> di Gregorio Magno. Chiudono il volume gli </hi><hi rend="italic">Acta sancti Cassiani episcopi et martyris Tudertis</hi><hi rend="CharOverride-1">, dedicati al santo patrono dell’eponimo monastero possessore del codice</hi><hi rend="notes_number CharOverride-4"><hi><ref target="OP08849_xml_12_195-218.html#footnote-008">78</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">. Si noterà immediatamente che le opere</hi><hi rend="CharOverride-1"> contenute nel manoscritto dell’Archivio di Stato sono le medesime di quello di Bruxelles, con la differenza dell’opera centrale: in questo caso si è deciso di copiare la </hi><hi rend="italic">Vita</hi><hi rend="CharOverride-1"> di Benedetto, scritto cardine della cultura monastica, mentre nel codice esemplato per il monastero di Santa Trinita si è optato per la </hi><hi rend="italic">Sylva</hi><hi rend="CharOverride-1"> in lode di Giovanni Gualberto di Ugolino Verino</hi><hi rend="notes_number CharOverride-4"><hi><ref target="OP08849_xml_12_195-218.html#footnote-007">79</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">.</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">A differenza del Frullani 18, l’intento celebrativo e di ‘propaganda’ qui non è rivolto tanto ad un referente esterno all’Ordine, quanto ad uno interno. L’assenza di opere</hi><hi rend="CharOverride-1"> agiografiche contemporanee e, per converso, la sottolineatura così insistita delle origini della congregazione, mi portano a credere che Biagio Milanesi, il cui stemma, come dicevamo, compare proprio in apertura del codice, avesse propositi ben precisi. Il monastero di Montescalari, infatti, per tutti gli anni Ottanta del XV secolo si oppose strenuamente alla politica accentratrice del Milanesi: don Calvano di Bartolomeo, abate di tale cenobio, gestì piuttosto disinvoltamente il patrimonio monastico, </hi><hi rend="CharOverride-1">cercando appoggi nella famiglia aristocratica locale dei Serristori per mantenere a vita l’abbaziato, mentre Lorenzo de’ Medici vi estendeva le sue mire, provando ad ottenerne la commenda per il figlio Giovanni</hi><hi rend="notes_number CharOverride-4"><hi><ref target="OP08849_xml_12_195-218.html#footnote-006">-1</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">. Al centro di grandi interessi economici, solamente nel 1488, dopo lunghe trattative, grazie anche all’intervento del cardinale Oliviero </hi><hi rend="CharOverride-1">Carafa, Montescalari entrò nella congregazione di Santa Maria di Vallombrosa e don Calvano fu estromesso. Nel 1490, simbolicamente, si tenne proprio lì il capitolo generale dell’Ordine</hi><hi rend="notes_number CharOverride-4"><hi><ref target="OP08849_xml_12_195-218.html#footnote-005">-1</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">. Credo, dunque, che la scrittura del codice possa essere ricondotta a tale evento, e non pare strano che, per celebrare il ‘ritorno’ di Montescalari nella </hi><hi rend="italic">familia</hi><hi rend="CharOverride-1"> vallombrosana dopo il lungo periodo </hi><hi rend="CharOverride-1">sansalvino, Biagio abbia fatto copiare testi che richiamassero nei monaci del neoacquisito cenobio la comune vita monastica, l’unità nel medesimo padre fondatore dell’Ordine e nel santo patrono del monastero. Anche gli stemmi che aprono il manoscritto al f. 1</hi><hi rend="italic">r</hi><hi rend="CharOverride-1"> indicano, in modo inequivocabile, come San Cassiano (stemma collocato nel </hi><hi rend="italic">bas</hi><hi rend="italic"> de page</hi><hi rend="CharOverride-1">) appartenga alla Congregazione di Santa Maria di Vallombrosa (stemma nel margine sinistro) guidata da Biagio Milanesi (stemma nel margine destro).</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">A conclusione di questa seconda fase della tradizione manoscritta della </hi><hi rend="italic">Vita</hi><hi rend="CharOverride-1"> di Atto – e prima di introdurre l’ultimo esemplare oggetto di analisi, appartenente al periodo successivo –, ritengo utile evidenziare come solamente a partire dai codici del periodo di Biagio Milanesi, ed in particolare in quello di Bruxelles e dell’Archivio di Stato di Firenze, troviamo l’agiografia di Atto nella forma in cui apparirà nell’</hi><hi rend="italic">editio princeps</hi><hi rend="CharOverride-1"> di Veli</hi><hi rend="CharOverride-1">, suddivisa in ottantasette capitoli, con relativa titolatura. Ovviamente non abbiamo la certezza che in epoca precedente non sia esistito qualche codice con tale ripartizione; tuttavia mi pare abbastanza significativo che dei sei esemplari anteriori al generalato milanesiano nessuno abbia traccia di questa titolatura e scansione testuale. Credo che tale suddivisione del testo sia originaria di questo periodo, e possa trovare spiegazione proprio nelle azioni compiute da Biagio Milanesi, volte a nobilitare il proprio Ordine, da un lato attraverso la scrittura di nuove agiografie su Giovanni Gualberto, dall’altro, come abbiamo visto, favorendo la copiatura della </hi><hi rend="italic">Vita</hi><hi rend="CharOverride-1"> di Atto in codici curati da un punto di vista formale-decorativo e anche di</hi><hi rend="CharOverride-1"> disposizione testuale, grazie alla suddivisione in capitoli che ritroviamo proprio in questi due esemplari.</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Inoltre, motivazioni ecdotiche mi portano a sostenere che il codice conservato presso l’Archivio di Stato di Firenze sia il progenitore da cui, come vedremo ora, Marco da Pelago (1551-1624) trasse una copia nel 1594 e, da questo manoscritto, Veli la propria edizione a stampa</hi><hi rend="notes_number CharOverride-4"><hi><ref target="OP08849_xml_12_195-218.html#footnote-004">-1</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">.</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-5">XVI </hi><hi rend="italic">ex.</hi><hi rend="CharOverride-5">-XVII </hi><hi rend="italic">in.</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">L’ultimo manufatto che prenderemo in esame,</hi><hi rend="CharOverride-1"> oggi custodito presso l’Archivio di Stato di Firenze nel fondo di codici provenienti da Santa Maria di Vallombrosa </hi><hi rend="CharOverride-1">(260)</hi><hi rend="CharOverride-1">, numero 242, è vergato da Marco Lavacchi da Pelago che, nella sottoscrizione al f. 74</hi><hi rend="italic">r</hi><hi rend="CharOverride-1">, dichiara di aver terminato le operazioni di copiatura nel 1594 mentre era abate di Santa Reparata di Marradi</hi><hi rend="notes_number CharOverride-4"><hi><ref target="OP08849_xml_12_195-218.html#footnote-003">-1</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">. È probabile che questa nota sia stata scritta in un momento successivo rispetto alla stesura del testo: il copista parla al passato (</hi><hi rend="italic">dum esset abbas </hi><hi rend="italic">Sanctę Reparatę de Marradio</hi><hi rend="CharOverride-1">) e l’inchiostro è differente rispetto a quello di tutto il resto del codice. La mano, tuttavia, è la stessa, per cui sappiamo che anche tale nota è di Marco da Pelago. Questi fu un importante calligrafo, uomo di cultura, nonché presidente della congregazione dei Vallombrosani nel 1595; successivamente diresse il monastero di Astino di Bergamo dal 1608, e nel 1623 lo troviamo attestato come superiore di Passignano. Ad oggi, tuttavia, non mi pare fosse mai stato segnalato il suo </hi><hi rend="CharOverride-1">abbaziato a Marradi</hi><hi rend="notes_number CharOverride-4"><hi><ref target="OP08849_xml_12_195-218.html#footnote-002">-1</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">. Tutta l’esperienza amministrativa, intellettuale ed anche umana di Marco si svolse all’ombra di Benedetto Giustiniani, con cui ebbe profonda affinità intellettuale, scevra da interessi di prestigio personale o da vantaggi derivanti dalla vicinanza al cardinale. Egli si impegnò molto per la propria </hi><hi rend="italic">familia</hi><hi rend="CharOverride-1"> da un punto di vista culturale, scrivendo opere nuove e copiando, su richiesta o meno, i testi considerati fondativi della memoria dell’Ordine: la </hi><hi rend="italic">Vita sancti Iohannis Gualberti</hi><hi rend="CharOverride-1"> di Atto, nel nostro caso, ma anche il </hi><hi rend="italic">Memoriale</hi><hi rend="CharOverride-1"> di Biagio Milanesi, a cui aggiunse alcune informazioni sugli ultimi avvenimenti prima del trapasso di questi, e considerazioni sulla </hi><hi rend="italic">translatio</hi><hi rend="CharOverride-1"> del suo corpo, il tutto in un tono spiccatamente agiografico (che darà il via a quel processo di assimilazione nella memorialistica vallombrosana della figura di Milanesi a Giovanni Gualberto</hi><hi rend="CharOverride-1">), che fa dubitare circa la veridicità storica di quanto narrato – vista la distanza cronologica tra gli eventi e chi scrive, ma soprattutto la somiglianza tra il racconto dell’ultimo periodo di vita di Biagio e quello di Giovanni Gualberto</hi><hi rend="notes_number CharOverride-4"><hi><ref target="OP08849_xml_12_195-218.html#footnote-001">-1</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">.</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Per quanto riguarda il codice che qui analizziamo, esso contiene solamente la </hi><hi rend="italic">Vita sancti Iohannis Gualberti</hi><hi rend="CharOverride-1"> di Atto, scritta calligraficamente, con segni ordinati e precisi, su un supporto cartaceo di buona qualità. Essa è suddivisa in ottantasette capitoli, con la medesima titolatura che ritroviamo nell’edizione di Veli. L’epidermica impressione di accuratezza </hi><hi rend="CharOverride-1">ed eleganza ci suggerisce che questo manufatto dovesse avere una funzione di rappresentanza o di raro ed elegante dono, e che avesse ben poco a che fare con la </hi><hi rend="italic">ruminatio</hi><hi rend="CharOverride-1"> monastica o la lettura individuale, adattandosi invece </hi><hi rend="CharOverride-1">alle biblioteche degli eruditi dell’epoca</hi><hi rend="notes_number CharOverride-4"><hi><ref target="OP08849_xml_12_195-218.html#footnote-000">-1</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">. Esso rappresenta il prodotto emblematico di quel contesto sociale, politico e culturale, che di lì a poco darà vita alla prima edizione a stampa della </hi><hi rend="italic">Vita</hi><hi rend="CharOverride-1"> di Atto.</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Al termine di questo percorso nella storia della tradizione della </hi><hi rend="italic">Vita</hi><hi rend="CharOverride-1"> di Atto, credo che ciò che più emerge sia come tale opera, nelle vicissitudini, nei </hi><hi rend="CharOverride-1">mutamenti e nelle risemantizzazioni che si è cercato di mostrare, abbia rappresentato il testo di riferimento per generazioni di monaci, i quali l’hanno letto, trascritto, utilizzato in circostanze e per funzioni diverse, lasciando negli esemplari che lo conservano il segno della loro presenza, dei loro interessi, delle loro ambizioni.</hi></p><list type="ordered">
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-4"><ref target="OP08849_xml_12_195-218.html#footnote-085-backlink">1</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	Sono grato alla Professoressa Antonella Degl’Innocenti per gli utili suggerimenti che mi ha saputo dare: gli stimoli ricevuti hanno arricchito le mie ricerche in corso sull’Ordine vallombrosano. Il saggio è dedicato alla memoria di Celeste Cardini. Abbreviazioni usate: ASFi = Firenze, Archivio di Stato; ASFi, CS = Firenze, Archivio di Stato, Corporazioni religiose soppresse dal Governo francese; BAV = Città del Vaticano, Biblioteca Apostolica Vaticana; BML = Firenze, Biblioteca Medicea Laurenziana.</hi></p></item>
				</list><list type="ordered">
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-4"><ref target="OP08849_xml_12_195-218.html#footnote-084-backlink">2</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	Tale </hi><hi rend="italic">Vita</hi><hi rend="CharOverride-1"> è segnata dai Bollandisti con il numero </hi><hi rend="italic">Bibliotheca Hagiographica Latina</hi><hi rend="CharOverride-1"> 4398. Le agiografie su Giovanni Gualberto si trovano elencate in </hi><hi rend="italic">Bibliotheca Hagiographica Latina antiquae et mediae aetatis </hi><hi rend="CharOverride-1">(BHL), ediderunt Socii Bollandiani, Société des Bollandistes, Bruxelles 1898-1901 (rist</hi><hi rend="CharOverride-1">. anast. 1949), pp. 651-652 (BHL 4397-4406); </hi><hi rend="italic">Bibliotheca Hagiographica Latina antiquae et mediae aetatis. Novum Supplementum</hi><hi rend="CharOverride-1">, edidit H. Fros</hi><hi rend="CharOverride-1">, Société des Bollandistes, Bruxelles 1989, pp. 488-489. Per la datazione del testo cfr. S. Boesch Gajano, </hi><hi rend="italic">Storia e tradizione vallombrosane</hi><hi rend="CharOverride-1">, «Bullettino dell’Istituto Storico Italiano per il Medio Evo e Archivio Muratoriano», 76, 1964, pp. 99-216: 194 nota 2 (ora in A. Degl’Innocenti [a cura di], </hi><hi rend="italic">Vallombrosa. Memorie agiografiche e culto delle reliquie</hi><hi rend="CharOverride-1">, Viella, Roma 2012, p</hi><hi rend="CharOverride-1">p. 15-115: 97 nota 295. D’ora in avanti si citerà da qui) e A. Degl’Innocenti, </hi><hi rend="italic">Le Vite antiche di Giovanni Gualberto: cronologia e modelli agiografici</hi><hi rend="CharOverride-1">, «Studi Medievali», s. III, 25/1, 1984, pp. 31-91: 34.</hi></p></item>
				</list><list type="ordered">
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-4"><ref target="OP08849_xml_12_195-218.html#footnote-083-backlink">3</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	Il testo di Andrea – giuntoci in un </hi><hi rend="italic">codex unicus</hi><hi rend="CharOverride-1"> lacunoso segnato ASFi, CS</hi><hi rend="CharOverride-1">, 260, 259 (XII in.) – si legge in Andreas Strumensis, </hi><hi rend="italic">Vita s. Iohannis Gualberti</hi><hi rend="CharOverride-1">, edidit F. Baethgen, in </hi><hi rend="italic">Monumenta Germaniae Historica </hi><hi rend="CharOverride-1">(MGH), </hi><hi rend="italic">Scriptores</hi><hi rend="CharOverride-1">, XXX/2, Hiersemann, Lipsiae 1934, pp. 1076-1104. Tuttavia </hi><hi rend="CharOverride-1">Baethgen non riporta interamente il testo del codice, sicché risulta utile l’edizione di P. Di Re, </hi><hi rend="italic">Biografie di Giovanni Gualberto a confronto</hi><hi rend="CharOverride-1">, Nuova Grafica Artigiana, Roma 1974, sebbene di difficile reperimento. Cfr. in proposito anche Id., </hi><hi rend="italic">Giovanni Gualberto nelle fonti dei secoli XI-XII. Studio critico-storico-agiografico</hi><hi rend="CharOverride-1">, Nuova Grafica Artigiana, Roma 1974, pp. 16-18.</hi></p></item>
				</list><list type="ordered">
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-4"><ref target="OP08849_xml_12_195-218.html#footnote-082-backlink">4</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	Per un’interpretazione dell’opera attoniana nel più ampio contesto delle agiografie dedicate a Giovanni Gualberto si vedano almeno Boesch Gajano, </hi><hi rend="italic">Storia e tradizione</hi><hi rend="CharOverride-1">,</hi><hi rend="italic"> </hi><hi rend="CharOverride-1">cit., pp. 15-104; G. Cremascoli, Vitae</hi><hi rend="italic"> latine di Giovanni Gualberto: analisi dell’</hi><hi rend="CharOverride-1">ars scribendi, in G. Monzio Compagnoni (a cura di), </hi><hi rend="italic">I Vallombrosani nella società italiana dei secoli XI e XII</hi><hi rend="CharOverride-1">. Atti del I colloquio vallombrosano (Vallombrosa, 3-4 settembre 1993), Edizioni Vallombrosa, Vallombrosa 1995, pp. 159-177; A. Degl’Innocenti, </hi><hi rend="italic">Da Andrea di Strumi a Sante Valori da Perugia: l’agiografia su Giovanni Gualberto fino al XV secolo</hi><hi rend="CharOverride-1">, in Ead. (a cura di), </hi><hi rend="italic">Vallombrosa</hi><hi rend="CharOverride-1">, cit., pp. 117-140.</hi></p></item>
				</list><list type="ordered">
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-4"><ref target="OP08849_xml_12_195-218.html#footnote-081-backlink">5</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	Come ampiamente messo in luce dalla storiografia recente, un ruolo di primo piano in questo processo di istituzionalizzazione lo ebbe proprio Atto, che anche da vescovo di Pistoia difese gli interessi del proprio Ordine. Per una disamina del contesto storico e dei mutamenti istituzionali interni all’Ordine si vedano almeno F. Salvestrini, Disciplina caritatis</hi><hi rend="italic">. Il monachesimo vallombrosano tra medioevo e prima età moderna</hi><hi rend="CharOverride-1">, Viella, Roma 2008, pp. 181-302 (con ampia bibliografia); Id., </hi><hi rend="italic">La prova del fuoco. Vita religiosa e identità cittadina nella tradizione del monachesimo fiorentino (seconda metà del secolo XI)</hi><hi rend="CharOverride-1">, «Studi Medievali», s. III, </hi><hi rend="CharOverride-1">57/1, 2016, pp. 88-127; Id., Ignis probatione cognoscere. </hi><hi rend="italic">Manifestazioni del divino e riflessi politici nella Firenze dei secoli XI e XV</hi><hi rend="CharOverride-1">, in P. Cozzo (a cura di), </hi><hi rend="italic">Apparizioni e rivoluzioni. L’uso pubblico delle ierofanie fra tardo antico ed età contemporanea</hi><hi rend="CharOverride-1">, «Studi e Materiali di Storia delle Religioni», 85/2, 2019, pp. 472</hi><hi rend="CharOverride-1">-482; oltre ai contributi presenti in questo volume.</hi></p></item>
				</list><list type="ordered">
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-4"><ref target="OP08849_xml_12_195-218.html#footnote-080-backlink">6</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	Nel </hi><hi rend="italic">coventus abbatum</hi><hi rend="CharOverride-1"> vallombrosano del 1272 viene prescritto che </hi><hi rend="italic">quilibet de nostro ordine prelatus vel prelata aut rector alicuius ecclesie </hi><hi rend="italic">scriptam et completam habeat in sua ecclesia vitam eius</hi><hi rend="CharOverride-1"> [</hi><hi rend="italic">scil.</hi><hi rend="CharOverride-1"> Iohnnis Gualberti], riferendosi con ogni evidenza alla </hi><hi rend="italic">Vita</hi><hi rend="CharOverride-1"> di Atto (cfr. R. N. Vasaturo [a cura di],</hi><hi rend="italic"> Acta Capitulorum</hi><hi rend="italic"> Generalium congregationis Vallis Umbrosae</hi><hi rend="CharOverride-1">, I: </hi><hi rend="italic">Institutiones abbatum (1095-1310)</hi><hi rend="CharOverride-1">, Edizioni di storia e letteratura, Roma 1985, p. 101, </hi><hi rend="CharOverride-1">ll. 199-201). Per la funzione normativa esercitata da questa agiografia si veda P. Licciardello,</hi><hi rend="italic"> La fonction normative dans l’hagiographie monastique de l’Italie centrale (X</hi><hi rend="italic">e</hi><hi rend="italic">-XII</hi><hi rend="italic">e</hi><hi rend="italic"> siècles)</hi><hi rend="CharOverride-1">, in M.-C. Isaïa e T. Garnier (éd.), </hi><hi rend="italic">Normes et hagiographie dans l’Occident latin (VIe-XVIe siècle)</hi><hi rend="CharOverride-1">, Brepols</hi><hi rend="CharOverride-1">, Turnhout 2014, pp. 197-214: 200-201, 205-207, 211-213. Cfr. inoltre F. Salvestrini, </hi><hi rend="italic">Il monachesimo vallombrosano e le città. Circolazione di culti, testi, modelli architettonici e sistemi organizzativi nell’Italia centro-settentrionale (secoli XII-XIV)</hi><hi rend="CharOverride-1">, in </hi><hi rend="italic">Circolazione di uomini e scambi culturali tra città (secoli XII-XIV)</hi><hi rend="CharOverride-1">. XXIII convegno internazionale di studi (Pistoia, 13-16 maggio 2011), Viella, Roma 2013, pp. 433-470; per le agiografie successive che riprendono quella di Atto </hi><hi rend="CharOverride-1">cfr. la bibliografia in nota 4.</hi></p></item>
				</list><list type="ordered">
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-4"><ref target="OP08849_xml_12_195-218.html#footnote-079-backlink">7</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	Per i dati bibliografici su tali edizioni si veda più avanti.</hi></p></item>
				</list><list type="ordered">
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-4"><ref target="OP08849_xml_12_195-218.html#footnote-078-backlink">8</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	P. Tomea, </hi><hi rend="italic">Agiografia vallombrosana medioevale. Stato delle ricerche e prospettive di indagine</hi><hi rend="CharOverride-1">, in G. Monzio Compagnoni (a cura di), </hi><hi rend="italic">L’</hi><hi rend="CharOverride-1">Ordo Vallisumbrosae</hi><hi rend="italic"> tra XII e XIII secolo. Gli sviluppi istituzionali e culturali e l’espansione geografica (1101-1293)</hi><hi rend="CharOverride-1">. Atti del II colloquio vallombrosano (Vallombrosa, 25-28 agosto 1996), II, Edizioni Vallombrosa, Vallombrosa 1999 (Archivio Vallombrosano, 4), p. 419-446: 437 sosteneva già venticinque anni fa che per la </hi><hi rend="italic">Vita</hi><hi rend="CharOverride-1"> composta da Atto vi fosse «necessità di un’edizione critica». A questi auspici potremmo aggiungere anche quelli, di poco antecedenti, espressi da R. Volpini, </hi><hi rend="italic">Giovanni Gualberto</hi><hi rend="CharOverride-1">, in </hi><hi rend="italic">Bibliotheca Sanctorum</hi><hi rend="CharOverride-1">, VI, Città Nuova, Roma 1965,</hi><hi rend="CharOverride-1"> coll. 1012-1029: 1028.</hi></p></item>
				</list><list type="ordered">
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-4"><ref target="OP08849_xml_12_195-218.html#footnote-077-backlink">9</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	L’ottica in cui si muove la mia analisi è quella richiamata da C. Leonardi, </hi><hi rend="italic">La filologia mediolatina</hi><hi rend="CharOverride-1">, in Id. (a cura di)</hi><hi rend="italic"> La critica del testo mediolatino</hi><hi rend="CharOverride-1">. Atti del convegno (Firenze, 6-8 dicembre 1990), Fondazione CISAM, Spoleto 1994, pp. 11-27: 15-16. In tale convegno egli invitava a «prestare una singolare attenzione all’opera dei copisti, alle loro abitudini scrittorie, all’incidenza del loro lavoro sulle condizioni di trasmissione dei testi». Solo così, concludeva lo studioso, «i mediolatinisti hanno (…) la loro specificità come filologi».</hi></p></item>
				</list><list type="ordered">
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-4"><ref target="OP08849_xml_12_195-218.html#footnote-076-backlink">10</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	Su Tesauro Veli cfr. T. Sala, </hi><hi rend="italic">Dizionario storico biografico di scrittori, letterati ed artisti dell’Ordine di Vallombrosa</hi><hi rend="CharOverride-1">, II, Gualandi, Vallombrosa (FI) 1929, pp. 302-304. L’edizione del testo attoniano è la seguente: Atto Pistoriensis, </hi><hi rend="italic">Vita S. Ioannis Gualberti</hi><hi rend="CharOverride-1">, edidit T. Veli, apud Guillelmum Facciottum, Romae 1612.</hi></p></item>
				</list><list type="ordered">
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-4"><ref target="OP08849_xml_12_195-218.html#footnote-075-backlink">11</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	Cfr. S. Feci e L. Bortolotti, </hi><hi rend="italic">Benedetto Giustiniani</hi><hi rend="CharOverride-1">, in </hi><hi rend="italic">Dizionario Biografico degli </hi><hi rend="italic">Italiani</hi><hi rend="CharOverride-1">, LVII, Istituto dell’Enciclopedia Italiana, Roma 2001, pp. 315-325. I rapporti tra Giustiniani e la congregazione vallombrosana sono stati analizzati da F. Salvestrini, </hi><hi rend="italic">I Vallombrosani in Liguria. Storia di una presenza monastica fra XII e XVII secolo</hi><hi rend="CharOverride-1">, Viella, Roma 2010, pp. 151-155.</hi></p></item>
				</list><list type="ordered">
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-4"><ref target="OP08849_xml_12_195-218.html#footnote-074-backlink">12</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	Per le considerazioni storiche che seguiranno si vedano U. Zuccarello, </hi><hi rend="italic">I Vallombrosani in età postridentina (1575-1669). Tra mito del passato e mancate riforme</hi><hi rend="CharOverride-1">, Morcelliana, Brescia 2005, pp. 27-46, 129-138, 156-161; R. N. Vasaturo, </hi><hi rend="italic">Vallombrosa. L’abbazia e la congregazione. Note storiche</hi><hi rend="CharOverride-1">, a cura di G. Monzio Compagnoni, Edizioni Vallombrosa, Vallombrosa 1994, pp. 149-169.</hi></p></item>
				</list><list type="ordered">
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-4"><ref target="OP08849_xml_12_195-218.html#footnote-073-backlink">13</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	Al riguardo cfr. Salvestrini, </hi><hi rend="italic">I Vallombrosani in Liguria</hi><hi rend="CharOverride-1">, cit., p. 151 nota 441, e Zuccarello, </hi><hi rend="italic">I Vallombrosani</hi><hi rend="CharOverride-1">, cit., p. 41.</hi></p></item>
				</list><list type="ordered">
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-4"><ref target="OP08849_xml_12_195-218.html#footnote-072-backlink">14</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	Cfr. Zuccarello, ivi, p. 308.</hi></p></item>
				</list><list type="ordered">
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-4"><ref target="OP08849_xml_12_195-218.html#footnote-071-backlink">15</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	Ricavo questa notizia da Zuccarello, ivi, p. 158 che cita F. Nardi, </hi><hi rend="italic">Memorie vallombrosane</hi><hi rend="CharOverride-1">, III, p. 545 (tale opera, manoscritta, è conservata a Vallombrosa, Archivio Generale della Congregazione Vallombrosana, </hi><ref target="https://www.fupress.com"><hi rend="CharOverride-1">C.IV</hi></ref><hi rend="CharOverride-1">.4).</hi></p></item>
				</list><list type="ordered">
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-4"><ref target="OP08849_xml_12_195-218.html#footnote-070-backlink">16</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	Su Bernardo degli Uberti si vedano i profili di R. Volpini, </hi><hi rend="italic">Bernardo vescovo di Parma</hi><hi rend="CharOverride-1">, in </hi><hi rend="italic">Bibliotheca Sanctorum</hi><hi rend="CharOverride-1">, XII, Città Nuova, Roma 1963, coll. 49-60; Id., </hi><hi rend="italic">Bernardo degli Uberti</hi><hi rend="CharOverride-1">, in </hi><hi rend="italic">Dizionario Biografico degli Italiani</hi><hi rend="CharOverride-1">, IX, Istituto dell’Enciclopedia Italiana, Roma 1967, pp. 292-300; A. Degl’Innocenti, </hi><hi rend="italic">Bernardo di Parma</hi><hi rend="CharOverride-1">, in E. Guerriero e D. Tuniz (a cura di),</hi><hi rend="italic"> Il grande libro dei santi. Dizionario enciclopedico</hi><hi rend="CharOverride-1">, diretto da C. Leonardi, A. Riccardi, G. Zarri, I, San Paolo, Cinisello Balsamo 1998, pp. 309-312, con prime indicazioni bibliografiche</hi><hi rend="CharOverride-1">; F. Salvestrini, </hi><hi rend="italic">Il monachesimo vallombrosano in Lombardia. Storia di una presenza e di una plurisecolare interazione</hi><hi rend="CharOverride-1">, in F. Salvestrini (a cura di), </hi><hi rend="italic">I Vallombrosani in Lombardia (XI-XVIII secolo</hi><hi rend="CharOverride-1">), ERSAF, Milano 2011, pp. 3-51: 43-46. Per la </hi><hi rend="italic">Vita</hi><hi rend="CharOverride-1"> pubblicata da Veli, corrispondente alla cosiddetta </hi><hi rend="italic">Vita secunda</hi><hi rend="CharOverride-1"> e ai relativi </hi><hi rend="italic">Miracula</hi><hi rend="CharOverride-1"> (BHL 1249-1250</hi><hi rend="CharOverride-1">), testi tradizionalmente attribuiti ad Atto, cfr. </hi><hi rend="italic">Vita sancti Bernardi monachi et abbatis monasterii S. Salvii et Vallis umbrosae generalis</hi><hi rend="italic">, cardinalis et Parmensis episcopus</hi><hi rend="CharOverride-1">, edidit T. Veli, apud Guillelmum Facciottum, Romae 1612. L’edizione più recente di quest’opera è ancora quella di L. Barbieri, </hi><hi rend="italic">Vita tertia S. Bernardi Episcopi Parmensis</hi><hi rend="CharOverride-1">, in </hi><hi rend="italic">Monumenta Historica ad Provincias Parmensem et Placentinam pertinentia. Chronica Parmensia a sec. XI ad exitum sec. XIV</hi><hi rend="CharOverride-1">, III, Parmae 1858, pp. 497-511. Attualmente sto conducendo alcuni studi in vista di un’edizione critica.</hi></p></item>
				</list><list type="ordered">
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-4"><ref target="OP08849_xml_12_195-218.html#footnote-069-backlink">17</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	Zuccarello, </hi><hi rend="italic">I Vallombrosani</hi><hi rend="CharOverride-1">, cit., pp. 151-152, 154-155. Su Adriano Ciprari (1549-1607) e la sua rielaborazione della </hi><hi rend="italic">Vita</hi><hi rend="CharOverride-1"> di Bernardo degli Uberti in chiave propagandistica cfr. Sala, </hi><hi rend="italic">Dizionario</hi><hi rend="CharOverride-1">, cit., I, pp. 150-151 e G. Miccoli, </hi><hi rend="italic">Pietro Igneo. Studi sull’età gregoriana</hi><hi rend="CharOverride-1">, Istituto storico italiano per il Medio Evo, Roma 1960, pp. 159-169.</hi></p></item>
				</list><list type="ordered">
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-4"><ref target="OP08849_xml_12_195-218.html#footnote-068-backlink">18</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	Su Aurelio Tabagini cfr. Zuccarello, </hi><hi rend="italic">I Vallombrosani</hi><hi rend="CharOverride-1">, cit., pp. 130-132, 136-137.</hi></p></item>
				</list><list type="ordered">
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-4"><ref target="OP08849_xml_12_195-218.html#footnote-067-backlink">19</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	Dallo scambio epistolare recentemente indagato da M. Navoni, </hi><hi rend="italic">Federico Borromeo e Vallombrosa nel carteggio della Biblioteca Ambrosiana</hi><hi rend="CharOverride-1">, in F. Salvestrini (a cura di), </hi><hi rend="italic">La memoria del chiostro. Studi di storia e cultura monastica in ricordo di Padre Pierdamiano Spotorno O.S.B. archivista, bibliotecario e storico di Vallombrosa (1936-2015)</hi><hi rend="CharOverride-1">, Olschki, Firenze 2019, pp. 177-227: 220-225, intercorso tra Federico Borromeo e Veli, si nota come il futuro presidente della congregazione vallombrosana utilizzasse l’edizione della </hi><hi rend="italic">Vita</hi><hi rend="CharOverride-1"> di Atto, da lui curata, come importante dono da inviare anche all’arcivescovo di Milano per avanzare richieste di favori e appoggi istituzionali.</hi></p></item>
				</list><list type="ordered">
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-4"><ref target="OP08849_xml_12_195-218.html#footnote-066-backlink">20</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	Cfr. Zuccarello, </hi><hi rend="italic">I Vallombrosani</hi><hi rend="CharOverride-1">, cit., p. 160.</hi></p></item>
				</list><list type="ordered">
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-4"><ref target="OP08849_xml_12_195-218.html#footnote-065-backlink">21</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	Cfr. ivi, p. 158. Una copia della lettera si trova nelle </hi><hi rend="italic">Ricordanze</hi><hi rend="CharOverride-1"> di Passignano conservate in ASFi, CS, 179, n. 56, f. 114</hi><hi rend="italic">r</hi><hi rend="CharOverride-1">.</hi></p></item>
				</list><list type="ordered">
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-4"><ref target="OP08849_xml_12_195-218.html#footnote-064-backlink">22</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	Atto Pistoriensis, </hi><hi rend="italic">Vita S. Johannis Gualberti</hi><hi rend="CharOverride-1">, edidit L. D’Achery, J. Mabillon e T. Ruinart, in </hi><hi rend="italic">Acta Sanctorum ordinis</hi><hi rend="italic"> S. Benedicti in saeculorum classes distributa</hi><hi rend="CharOverride-1">,</hi><hi rend="italic"> </hi><hi rend="CharOverride-1">Saeculum sextum, pars secunda, IX, Venetiis 1701, pp. 268-292. Mabillon, senza dichiararlo, corregge alcuni errori che individua nell’</hi><hi rend="italic">editio princeps</hi><hi rend="CharOverride-1">. Egli,</hi><hi rend="CharOverride-1"> inoltre, sostiene che Veli </hi><hi rend="italic">Attonis scriptionem (…) vulgavit</hi><hi rend="CharOverride-1"> nel 1592 (ivi, p. 273), ma di tale edizione non abbiamo traccia.</hi></p></item>
				</list><list type="ordered">
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-4"><ref target="OP08849_xml_12_195-218.html#footnote-063-backlink">23</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	Cfr. </hi><hi rend="italic">Acta Sanctorum </hi><hi rend="CharOverride-1">(</hi><hi rend="italic">AA. SS.</hi><hi rend="CharOverride-1">),</hi><hi rend="italic"> Iulii</hi><hi rend="CharOverride-1"> III, apud Jacobum du Moulin, Antverpiae 1723, p. 365 (la </hi><hi rend="italic">Vita</hi><hi rend="CharOverride-1"> è alle pp. 365-382). I paragrafi da ottantasette, quanti erano nelle edizioni di Veli e dei Maurini, divennero ottantanove. Va detto, però, che già nell’edizione di Mabillon si dava poca importanza alla scansione in capitoli, ritenendola un’aggiunta spuria dell’</hi><hi rend="italic">editio princeps</hi><hi rend="CharOverride-1">, tanto che i titoli che si trovano nell’edizione di Veli non vengono più riprodotti.</hi></p></item>
				</list><list type="ordered">
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-4"><ref target="OP08849_xml_12_195-218.html#footnote-062-backlink">24</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	</hi><hi rend="italic">AA. SS.</hi><hi rend="CharOverride-1">, ivi, p. 382.</hi></p></item>
				</list><list type="ordered">
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-4"><ref target="OP08849_xml_12_195-218.html#footnote-061-backlink">25</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	</hi><hi rend="italic">Patrologia Latina</hi><hi rend="CharOverride-1"> (PL), 146, cur. </hi><hi rend="CharOverride-1" >J.-P. Migne, Parisiis 1853, coll. </hi><hi rend="CharOverride-1">671-706.</hi></p></item>
				</list><list type="ordered">
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-4"><ref target="OP08849_xml_12_195-218.html#footnote-060-backlink">26</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	Come si vedrà a fine contributo, sono riuscito a rintracciare il testimone utilizzato da Veli per la sua edizione.</hi></p></item>
				</list><list type="ordered">
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-4"><ref target="OP08849_xml_12_195-218.html#footnote-059-backlink">27</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	Questa ricognizione sulla tradizione manoscritta della </hi><hi rend="italic">Vita</hi><hi rend="CharOverride-1"> di Atto è preliminare al lavoro di edizione critica che uscirà nella collana Edizione Nazionale dei Testi Mediolatini d’Italia, presso la SISMEL – Edizioni del Galluzzo.</hi></p></item>
				</list><list type="ordered">
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-4"><ref target="OP08849_xml_12_195-218.html#footnote-058-backlink">28</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	Il frammento ha la seguente segnatura: Nürnberg, Stadtbibliothek, Cent. I, 58, f. 47</hi><hi rend="italic">r</hi><hi rend="CharOverride-1"> (sec. XII</hi><hi rend="superscript CharOverride-4"> </hi><hi rend="italic">med</hi><hi rend="CharOverride-1">.). In questo foglio è conservato solamente l’inizio della </hi><hi rend="italic">Vita</hi><hi rend="CharOverride-1"> di Atto (nell’edizione PL, </hi><hi rend="CharOverride-1">146, coll. 671 B-672 D – ultime parole: </hi><hi rend="italic">quasi gratias ei redderet, quia</hi><hi rend="CharOverride-1"> –). Cfr. K. Schneider (bearb. von), </hi><hi rend="italic">Die Handschriften der Stadtbibliothek Nürnberg, II. Die lateinischen mittelalterlichen Handschriften</hi><hi rend="CharOverride-1">, 1. </hi><hi rend="italic">Theologische Handschriften</hi><hi rend="CharOverride-1">, Harrassowitz, Wiesbaden1967, p. 72</hi><hi rend="CharOverride-1">; X. Van Binnebeke, </hi><hi rend="italic">Manoscritti di Coluccio Salutati nella Stadtbibliothek di Norimberga</hi><hi rend="CharOverride-1">, «Studi medievali e umanistici», 7, 2009, pp. 9-36.</hi></p></item>
				</list><list type="ordered">
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-4"><ref target="OP08849_xml_12_195-218.html#footnote-057-backlink">29</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	Bibliografia di riferimento: G. Lami, </hi><hi rend="italic">Catalogus codicum manuscriptorum qui in </hi><hi rend="italic">Bibliotheca Riccardiana Florentiae adservantur</hi><hi rend="CharOverride-1">, ex tipographo Antonii Sanctini et sociorum,Liburni 1756, pp. 6, 37; L. Rigoli, </hi><hi rend="italic">Illustrazioni di vari codici Riccardiani </hi><hi rend="CharOverride-1">(Firenze, Biblioteca Riccardiana, ms. 3582), pp. 209-210</hi><hi rend="italic">; Inventario e stima della libreria Riccardi. Manoscritti e edizioni del secolo XV</hi><hi rend="CharOverride-1">, s. n. t., Firenze 1810, pp. 10-11; R. Miriello (a cura di), </hi><hi rend="italic">Al primo sguardo… Legature riccardiane</hi><hi rend="CharOverride-1">, Polistampa, Firenze 2008, pp. 136-137 n. 51; F. Mazzanti e M. L. Tanganelli (a cura di), </hi><hi rend="italic">Catalogo dei manoscritti della Biblioteca Riccardiana di Firenze. Ricc. 321-420</hi><hi rend="CharOverride-1">, Istituto Poligrafico e Zecca dello Stato, Roma 2020, pp. 48-50 (scheda a cura di F. Mazzanti). La scheda presente nella banca-dati </hi><hi rend="italic">Manus OnLine</hi><hi rend="CharOverride-1"> riporta informazioni in parte scorrette (&lt;</hi><ref target="https://www.fupress.com"><hi rend="CharOverride-1">http://manus.iccu.sbn.it/opac_SchedaScheda.php?ID=161083</hi></ref><hi rend="CharOverride-1">&gt; [01/2024]).</hi></p></item>
				</list><list type="ordered">
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-4"><ref target="OP08849_xml_12_195-218.html#footnote-056-backlink">30</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	Il codice è segnalato in A. Poncelet</hi><hi rend="italic"> </hi><hi rend="CharOverride-1">(</hi><hi rend="italic">curante</hi><hi rend="CharOverride-1">), </hi><hi rend="italic">Catalogus codicum hagiographicorum Latinorum bibliothecarum Romanarum praeter quam Vaticanae apud editores</hi><hi rend="CharOverride-1">, Bruxellis</hi><hi rend="CharOverride-1"> 1909, p. 280.</hi></p></item>
				</list><list type="ordered">
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-4"><ref target="OP08849_xml_12_195-218.html#footnote-055-backlink">31</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	Bibliografia di riferimento: ivi, pp. 431-432; C. Vircillo Franklin, </hi><hi rend="italic">On the authorship of the</hi><hi rend="CharOverride-1"> Inventio et miracula s. Secundini</hi><hi rend="italic"> (BHL 7553 b and 7553 d)</hi><hi rend="CharOverride-1">, «Analecta Bollandiana», 106, 1988, pp. 323-332: 324-326; C. Maresca, Se quasi </hi><hi rend="CharOverride-1">Christi martyrem exhibebat</hi><hi rend="italic">. La leggenda agiografica di san Lanfranco vescovo di Pavia (†1198)</hi><hi rend="CharOverride-1">, premessa di V. Lanzani, Storia e letteratura, Roma 2011, pp. 36-37; L. Buono, </hi><hi rend="italic">Pietro Diacono, san Marco di Atina e un testimone cassinese ritrovato</hi><hi rend="CharOverride-1">, in P. F. Alberto, P. Chiesa e M. Goullet (a cura di), </hi><hi rend="italic">Understanding Hagiography. </hi><hi rend="italic">Studies in the Textual Transmission of Early Medieval Saints’ Lives</hi><hi rend="CharOverride-1" >, SISMEL – Edizioni del Galluzzo, Firenze 2020, pp. 329-366: 329-332.</hi></p></item>
				</list><list type="ordered">
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-4"><ref target="OP08849_xml_12_195-218.html#footnote-054-backlink">32</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	</hi><hi rend="CharOverride-1" >BAV, Chig. F VIII 210, (sec. </hi><hi rend="CharOverride-1">XII</hi><hi rend="superscript CharOverride-4">3/4</hi><hi rend="CharOverride-1">); BML, Conventi Soppressi 302 (secc. XIII-XIV).</hi></p></item>
				</list><list type="ordered">
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-4"><ref target="OP08849_xml_12_195-218.html#footnote-053-backlink">33</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	La bibliografia su questo manoscritto è affatto esigua e alle volte datata, limitandosi spesso a semplici segnalazioni del contenuto (cfr. </hi><hi rend="CharOverride-1">il </hi><hi rend="italic">Bulletin des publications hagiographiques</hi><hi rend="CharOverride-1"> contenuto in «Analecta Bollandiana», 48, 1930, p. 412 e in «Analecta Bollandiana», 99, 1981, pp. 193-194 [recensioni di B. de Gaiffier]; Tomea, </hi><hi rend="italic">Agiografia vallombrosana</hi><hi rend="CharOverride-1">,</hi><hi rend="italic"> </hi><hi rend="CharOverride-1">cit., pp. 431-432) o, al più, a basilari descrizioni codicologiche (Poncelet [</hi><hi rend="italic">curante</hi><hi rend="CharOverride-1">], </hi><hi rend="italic">Catalogus codicum hagiographicorum Latinorum bibliothecarum Romanarum </hi><hi rend="italic">praeter quam Vaticanae</hi><hi rend="CharOverride-1">,</hi><hi rend="italic"> </hi><hi rend="CharOverride-1">cit., p. 275, con datazione errata al sec. XIV </hi><hi rend="italic">in.</hi><hi rend="CharOverride-1">). Informazioni sulla storia del codice si ricavano da J. Ruysschaert, </hi><hi rend="italic">Constantino Gaetano, O.S.B., chasseur de manuscrits. </hi><hi rend="italic">Contribution à l’histoire de trois bibliothèques romaines du XVIIe s., l’Aniciana, l’Alessandrina et la Chigi</hi><hi rend="CharOverride-1">, in </hi><hi rend="italic">Mélanges Eugène Tisserant</hi><hi rend="CharOverride-1">, VII, Biblioteca Apostolica Vaticana, Città del Vaticano 1964, pp. 261-326, in particolare pp. 295, 311.</hi></p></item>
				</list><list type="ordered">
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-4"><ref target="OP08849_xml_12_195-218.html#footnote-052-backlink">34</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	Gli esiti grafici proprî </hi><hi rend="CharOverride-1">di questo testimone, riscontrabili in manufatti vallombrosani coevi, sono i seguenti: marcata presenza della legatura </hi><hi rend="italic">ct</hi><hi rend="CharOverride-1">, </hi><hi rend="italic">et</hi><hi rend="CharOverride-1"> tachigrafico in funzione di congiunzione copulativa o come segno abbreviativo di </hi><hi rend="italic">sed</hi><hi rend="CharOverride-1">, </hi><hi rend="italic">s</hi><hi rend="CharOverride-1"> capitale utilizzata come desinenza esponenziale, compresenza di </hi><hi rend="italic">d</hi><hi rend="CharOverride-1"> in grafia carolina e onciale (quest’ultima utilizzata in maniera preponderante in fine di parola),</hi><hi rend="CharOverride-1"> </hi><hi rend="italic">e</hi><hi rend="CharOverride-1"> cedigliata, complessa elaborazione del nesso abbreviativo -</hi><hi rend="italic">or(um)</hi><hi rend="CharOverride-1"> e -</hi><hi rend="italic">ar(um)</hi><hi rend="CharOverride-1">, scrittura </hi><hi rend="italic">above top line</hi><hi rend="CharOverride-1">. La produzione della </hi><hi rend="italic">libraria</hi><hi rend="CharOverride-1"> vallombrosana di questo torno d’anni è stata indagata da D. Frioli, </hi><hi rend="italic">Lo </hi><hi rend="CharOverride-1">scriptorium</hi><hi rend="italic"> e la biblioteca di Vallombrosa. Prime ricognizioni</hi><hi rend="CharOverride-1">, in Monzio Compagnoni (a cura di), </hi><hi rend="italic">L’</hi><hi rend="CharOverride-1">Ordo Vallisumbrosae,</hi><hi rend="italic"> </hi><hi rend="CharOverride-1">cit., pp. 505-568, in particolare, per gli elementi di nostro interesse, pp. 523, nota 54, 532-540. Si vedano anche Ead., </hi><hi rend="italic">Alle origini di Vallombrosa: Giovanni Gualberto, la </hi><hi rend="CharOverride-1">Regula Benedicti</hi><hi rend="italic"> e il monaco Geremia</hi><hi rend="CharOverride-1">, in M. Rossi e G. M. Varanini (a cura di), </hi><hi rend="italic">Chiesa, vita religiosa, società nel medioevo italiano. Studi offerti a Giuseppina De Sandre Gasparini</hi><hi rend="CharOverride-1">, Herder, Roma 2005, pp. 361-376; R. Marulo, </hi><hi rend="italic">La produzione dei libri nella Congregazione di Vallombrosa. Un’indagine sui manoscritti più antichi (sec. XI- prima metà del sec. </hi><hi rend="italic">XII)</hi><hi rend="CharOverride-1" >, in </hi><hi rend="italic">Scriptorium. Wesen – Funktion - Eigenheiten</hi><hi rend="CharOverride-1" >. XVIII Kolloquium Comité international de paléographie latine (St. Gallen, 11-14 September 2013), C. H. Beck, München 2015, pp. 93-108.</hi></p></item>
				</list><list type="ordered">
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-4"><ref target="OP08849_xml_12_195-218.html#footnote-051-backlink">35</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	La storia tarda di questo codice è facilmente ricostruibile grazie ai dati forniti dal lavoro di Ruysschaert, </hi><hi rend="italic">Constantino Gaetano</hi><hi rend="CharOverride-1">, cit.: conservato a Vallombrosa fin dal momento della sua scrittura, esso fu sottratto</hi><hi rend="CharOverride-1"> da Gaetani, Costantino verso la fine del XVI secolo, durante una delle sue ricognizioni nella Biblioteca di tale cenobio, e portato a Roma, dove l’erudito benedettino risiedeva. Il manoscritto fu conservato per un breve periodo nella Biblioteca Aniciana: al momento della soppressione di questo istituto, papa Alessandro VII (al secolo Fabio Chigi) trattenne tale codice per la propria biblioteca personale. Sulla figura di Costantino Gaetani si veda almeno M. Ceresa, </hi><hi rend="italic">Costantino Gaetani</hi><hi rend="CharOverride-1">, in </hi><hi rend="italic">Dizionario Biografico degli Italiani</hi><hi rend="CharOverride-1">, LI, Istituto della Enciclopedia Italiana, Roma 1998, pp. 189-191, e J. Ruysschaert, </hi><hi rend="italic">Trois notes pour une biographie du bénédictin C. Gaetano</hi><hi rend="CharOverride-1">, «Benedictina», 21, 1974, pp. 215-223.</hi></p></item>
				</list><list type="ordered">
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-4"><ref target="OP08849_xml_12_195-218.html#footnote-050-backlink">36</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	</hi><hi rend="CharOverride-1">Andrà notato come molti codici vallombrosani coevi o di poco precedenti, scritti con l’intento di dotare la Biblioteca di libri essenziali al culto e, in generale, alle necessità della vita monastica, presentino le medesime caratteristiche materiali, che tradiscono una certa penuria di mezzi (fogli danneggiati o con strappi mal ricuciti, superficie scrittoria ampiamente sfruttata, numerosi fori). Cfr. Frioli, </hi><hi rend="italic">Lo </hi><hi rend="CharOverride-1">scriptorium, cit., pp. 516-517, 525, 534-535.</hi></p></item>
				</list><list type="ordered">
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-4"><ref target="OP08849_xml_12_195-218.html#footnote-049-backlink">37</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	Dalla collazione dei testimoni della </hi><hi rend="italic">Vita</hi><hi rend="CharOverride-1"> di Atto da me condotta è emerso come i codici Firenze, Biblioteca Provinciale dei Cappuccini, Ar. 8.7 e Firenze, Biblioteca Riccardiana, 333 (M. I. 5) discendano dal Chigiano, F VIII 210.</hi></p></item>
				</list><list type="ordered">
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-4"><ref target="OP08849_xml_12_195-218.html#footnote-048-backlink">38</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	Il manoscritto Conventi soppressi 302 è stato descritto di recente da R. E. Guglielmetti, </hi><hi rend="italic">I testi agiografici latini nei codici della Biblioteca Medicea Laurenziana</hi><hi rend="CharOverride-1">, SISMEL – Edizioni del Galluzzo, Firenze 2007, pp. 322-341, che riporta anche le informazioni dei cataloghi precedenti. Sulle numerose decorazioni, che tuttavia non riguardano il testo di Atto, cfr. E. B. Garrison, </hi><hi rend="italic">Studies in the History of Medieval</hi><hi rend="italic"> Italian Painting</hi><hi rend="CharOverride-1">, III, L’Impronta, Firenze 1957, pp. 154-159 e K. Berg, </hi><hi rend="italic">Studies in Tuscan Twelfth-century Illumination</hi><hi rend="CharOverride-1">, Universitetsforlaget, Oslo 1968, pp. 253-254. Il codice è stato segnalato anche da G. Baroffio, </hi><hi rend="italic">Codici liturgici vallombrosani. Prospettive d’indagine</hi><hi rend="CharOverride-1">, in Monzio Compagnoni (a cura di), </hi><hi rend="italic">L’</hi><hi rend="CharOverride-1">Ordo Vallisumbrosae, cit., pp. 569-584: 575; e Frioli, </hi><hi rend="italic">Lo </hi><hi rend="CharOverride-1">scriptorium cit., pp. 553-555.</hi></p></item>
				</list><list type="ordered">
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-4"><ref target="OP08849_xml_12_195-218.html#footnote-047-backlink">39</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	Le maestranze al lavoro nell’esemplazione e decorazione del codice fanno pensare all’area fiorentina, dove pure si trovano altri manufatti simili ad esse collegabili (cfr. M. Maniaci e G. Orofino</hi><hi rend="italic"> </hi><hi rend="CharOverride-1">[a cura di], </hi><hi rend="italic">Le Bibbie atlantiche: il libro delle Scritture tra monumentalità e rappresentazione</hi><hi rend="CharOverride-1">, CT, Milano 2000, pp. 292-294, scheda n. 52 a cura di K. Berg).</hi></p></item>
				</list><list type="ordered">
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-4"><ref target="OP08849_xml_12_195-218.html#footnote-046-backlink">40</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	Cfr. S. Nocentini (ed.)</hi><hi rend="CharOverride-1">, </hi><hi rend="italic">Le Passioni di san Miniato martire fiorentino</hi><hi rend="CharOverride-1">, SISMEL – Edizioni del Galluzzo, Firenze 2018, pp. 31-40, 123-129 (in particolare p. 40). Si veda anche Ead., </hi><hi rend="italic">La lunga storia di brevi passioni</hi><hi rend="CharOverride-1">, in B. F. Gianni O.S.B. e A. Paravicini Bagliani (a cura di), </hi><hi rend="italic">San Miniato e il segno del Millennio</hi><hi rend="CharOverride-1">, SISMEL – Edizioni del Galluzzo, Firenze 2020, pp. 175-193. Sul culto di san Miniato all’interno dell’Ordine vallombrosano e i legami simbolici tra la figura del martire fiorentino e quella di Giovanni Gualberto cfr. I. Gagliardi, </hi><hi rend="italic">La presenza del martire Miniato nelle dedicazioni toscane: alcune occorrenze</hi><hi rend="CharOverride-1">, in F. Salvestrini (a cura di), </hi><hi rend="italic">La basilica di San Miniato al Monte di Firenze (1018-2018). Storia e documentazione</hi><hi rend="CharOverride-1">, Firenze University Press, Firenze 2021, pp. 49-59;</hi><hi rend="italic"> </hi><hi rend="CharOverride-1">F. Salvestrini, </hi><hi rend="italic">San Miniato e le origini del monachesimo vallombrosano</hi><hi rend="CharOverride-1">, ivi, pp. 101-134. </hi><hi rend="CharOverride-1" >Cfr. anche Id., </hi><hi rend="italic">Conflicts and Continuity in the Eleventh-Century’s Religious Reform. The Traditions of San Miniato al Monte in Florence and the Origins of the Benedictine Vallombrosan Order</hi><hi rend="CharOverride-1" >, «The Journal of Ecclesiastical History», 72/3, 2021, pp. 491-508.</hi></p></item>
				</list><list type="ordered">
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-4"><ref target="OP08849_xml_12_195-218.html#footnote-045-backlink">41</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	</hi><hi rend="CharOverride-1">Cfr. Gregorius Turonensis, </hi><hi rend="italic">Historia Francorum</hi><hi rend="CharOverride-1"> VII 1, ed. </hi><hi rend="CharOverride-1" >B. Krusch, in MGH, </hi><hi rend="italic">Scriptores rerum Merovingicarum</hi><hi rend="CharOverride-1" >, I/1, Hiersemann, </hi><hi rend="CharOverride-1" >Berolini 1885, pp. 323-327. </hi><hi rend="CharOverride-1">La prima versione, completa e corretta, è conservata ai ff. 98</hi><hi rend="italic">v</hi><hi rend="CharOverride-1">-100</hi><hi rend="italic">v</hi><hi rend="CharOverride-1"> e corrisponde a BHL 7469, mentre la seconda, ai ff. 303</hi><hi rend="italic">r</hi><hi rend="CharOverride-1">-304</hi><hi rend="italic">v</hi><hi rend="CharOverride-1">, presenta alcuni spostamenti e l’aggiunta di un miracolo (al riguardo cfr. Guglielmetti, </hi><hi rend="italic">I testi agiografici</hi><hi rend="CharOverride-1">, cit., p. 341).</hi></p></item>
				</list><list type="ordered">
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-4"><ref target="OP08849_xml_12_195-218.html#footnote-044-backlink">42</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	Cfr. Guglielmetti, ivi, p. 330.</hi></p></item>
				</list><list type="ordered">
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-4"><ref target="OP08849_xml_12_195-218.html#footnote-043-backlink">43</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	I due testi, infatti, si trovano in differenti unità codicologiche, la I (risalente al terzo quarto del XII secolo) e la V (XIV secolo), quest’ultima aggiunta in un secondo momento al Leggendario originale, segno dell’attenzione che i monaci riservavano alla </hi><hi rend="italic">Vita</hi><hi rend="CharOverride-1"> del santo eponimo.</hi></p></item>
				</list><list type="ordered">
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-4"><ref target="OP08849_xml_12_195-218.html#footnote-042-backlink">44</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	Il codice BML</hi><hi rend="CharOverride-1">, Edili 146, realizzato tra il 1445 e il 1450, è il terzo volume di un Lezionario liturgico scritto da Giovanni di Francesco di Ripoli, monaco vallombrosano, su committenza degli Operai del Duomo di Firenze. Per una descrizione catalografica cfr. C. Leonardi e A. Degl’Innocenti (a cura di), </hi><hi rend="italic">I santi patroni: modelli di santità, culti e patronati in Occidente</hi><hi rend="CharOverride-1">, CT, Milano 1999, pp. 174-177 n. 29 (scheda a cura di A. Dillon Bussi e A.R. Fantoni) e Guglielmetti, </hi><hi rend="italic">I testi agiografici</hi><hi rend="CharOverride-1">, cit., pp. 136-146. Sulle miniature del codice cfr. P. D’Ancona, </hi><hi rend="italic">La miniatura fiorentina (secoli XI-XVI)</hi><hi rend="CharOverride-1">, I, Olschki, Firenze 1914, pp. 103-104; M. Levi D’Ancona, A. Dillon Bussi, A. R. Fantoni e D. Savelli (a cura di), </hi><hi rend="italic">I corali del monastero di Santa Maria degli Angeli e le loro miniature asportate</hi><hi rend="CharOverride-1">, Centro di Firenze, Firenze 1995, p. 172. La </hi><hi rend="italic">Vita</hi><hi rend="CharOverride-1"> di Atto si trova ai ff. 169</hi><hi rend="italic">r</hi><hi rend="CharOverride-1">-189</hi><hi rend="italic">v</hi><hi rend="CharOverride-1">.</hi></p></item>
				</list><list type="ordered">
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-4"><ref target="OP08849_xml_12_195-218.html#footnote-041-backlink">45</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	Il manoscritto Firenze, Museo Horne, Biblioteca N 8/19 (inv. 2801) è un codice membranaceo formato da due unità codicologiche: la prima (ff. 1</hi><hi rend="italic">r</hi><hi rend="CharOverride-1">-21</hi><hi rend="italic">v</hi><hi rend="CharOverride-1">), risalente al sec. XV </hi><hi rend="italic">in.</hi><hi rend="CharOverride-1">, presenta la </hi><hi rend="italic">Vita</hi><hi rend="CharOverride-1"> di Atto, mentre la seconda (ff. 22</hi><hi rend="italic">r</hi><hi rend="CharOverride-1">-43</hi><hi rend="italic">v</hi><hi rend="CharOverride-1">)</hi><hi rend="CharOverride-1"> è ascrivibile al sec. XIV </hi><hi rend="italic">in.</hi><hi rend="CharOverride-1"> e riporta «una parte di Messale con la messa relativa al </hi><hi rend="italic">Corpus Domini</hi><hi rend="CharOverride-1">» (M. C. Castelli e A. Gardin [a cura di], </hi><hi rend="italic">I codici miniati della Fondazione Horne. Catalogo della mostra tenutasi a Firenze nel 1990</hi><hi rend="CharOverride-1">, Becocci/Scala, Firenze 1990, pp. 41-43, la citazione è a p. 42 [scheda realizzata da M.C. Castelli]) e un </hi><hi rend="italic">excerptum</hi><hi rend="CharOverride-1"> del </hi><hi rend="italic">Commento al Vangelo di Giovanni</hi><hi rend="CharOverride-1"> di Agostino (cfr. Augustinus Aurelius </hi><hi rend="CharOverride-1">Hipponensis,</hi><hi rend="italic"> In Iohannis evangelium tractatus</hi><hi rend="CharOverride-1"> XXVI 17, ed. </hi><hi rend="CharOverride-1" >R. Willems, Brepols, Turnhout 1990</hi><hi rend="superscript CharOverride-4" >2</hi><hi rend="CharOverride-1" > [Corpus Christianorum. Series Latina 39], pp. 268 </hi><hi rend="CharOverride-1" >sgg.). </hi><hi rend="CharOverride-1">Il testo attoniano è decorato da ben ottantanove iniziali filigranate. Si trovano tracce di una collazione successiva, di epoca moderna, che integra delle lacune e sana diversi errori di cui questo codice è latore. Al f. 41</hi><hi rend="italic">r</hi><hi rend="CharOverride-1"> nell’intercolunnio ho rintracciato una nota tarda, forse dello stesso correttore: </hi><hi rend="italic">Dominus Faustinus de Sancto Cassiano</hi><hi rend="CharOverride-1">. In ogni caso, il manoscritto appartenne in epoca moderna al monastero di San Lorenzo </hi><hi rend="CharOverride-1">a Coltibuono, come si apprende dall’incisione in oro sulla legatura (su tale cenobio cfr. ora l’utile sintesi di A. Fabbri, </hi><hi rend="italic">Camaldolesi e Vallombrosani nella Toscana medievale. Repertorio delle comunità monastiche sorte fra XI e XV secolo</hi><hi rend="CharOverride-1">, Firenze University Press, Firenze 2021, pp. 364-368). Sul codice si vedano anche P. O. Kristeller, </hi><hi rend="italic">Iter Italicum</hi><hi rend="CharOverride-1">, V, London-Leiden 1990, p. 615; Baroffio, </hi><hi rend="italic">Codici liturgici vallombrosani</hi><hi rend="CharOverride-1"> cit., p. 578; F. Gallori, </hi><hi rend="italic">I manoscritti medievali di Herbert P. Horne: acquisti e antiche provenienze (Giorgio Antonio Vespucci, Bernardino da Feltre, Donato ed Ercole Silva)</hi><hi rend="CharOverride-1">, in S. Zamponi e M. Marchiaro (a cura di), </hi><hi rend="italic">Conoscere il manoscritto: esperienze, progetti, problemi. Dieci anni del progetto </hi><hi rend="CharOverride-1">Codex</hi><hi rend="italic"> in Toscana</hi><hi rend="CharOverride-1">. Atti del Convegno internazionale (Firenze, 29-30 giugno 2006), SISMEL – Edizioni del Galluzzo, Firenze 2007, pp. 235-251: 241, 245.</hi></p></item>
				</list><list type="ordered">
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-4"><ref target="OP08849_xml_12_195-218.html#footnote-040-backlink">46</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	Sul codice si vedano i lavori di R. Radicchi, </hi><hi rend="italic">I codici ed alcuni pregiati libri della Biblioteca dei Cappuccini in Livorno</hi><hi rend="CharOverride-1">, «Quaderni della Labronica», 1, 1969, pp. 16-18 (la scrittura del manufatto è erroneamente datata al XIII secolo); G. Laurentini, </hi><hi rend="italic">Biblioteca dei Cappuccini di Livorno. Manoscritti - Edizioni secc. XV-XVI</hi><hi rend="CharOverride-1">, Biblioteca Provinciale dei Cappuccini, Firenze 1992, p. 5-7; S. Bertelli, E. Caldelli, G. De Francesco, S. Fiaschi e G. Pomaro (a cura di),</hi><hi rend="italic"> I manoscritti medievali delle province di Grosseto, Livorno, Massa Carrara</hi><hi rend="CharOverride-1">, Firenze 2002, p. 63 n. 53 (scheda a cura di G. De Francesco). Cfr. anche la descrizione a cura di G. De Francesco, reperibile nella banca-dati </hi><hi rend="italic">Mirabile</hi><hi rend="CharOverride-1"> (Progetto </hi><hi rend="italic">Codex</hi><hi rend="CharOverride-1"> e ABC. &lt;</hi><ref target="https://www.fupress.com"><hi rend="CharOverride-1">http://www.mirabileweb.it/manuscript/firenze-biblioteca-provinciale-dei-cappuccini-ar-8-manoscript/213367</hi></ref><hi rend="CharOverride-1">&gt; [01/2024]).</hi></p></item>
				</list><list type="ordered">
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-4"><ref target="OP08849_xml_12_195-218.html#footnote-039-backlink">47</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	Sulla biografia di Eugenio IV (Gabriele Condulmer) cfr. D. Hay, </hi><hi rend="italic">Eugenio IV</hi><hi rend="CharOverride-1">, in </hi><hi rend="italic">Enciclopedia dei papi</hi><hi rend="CharOverride-1">, II, Istituto dell’Enciclopedia italiana, Roma 2000, pp. 634-640. Il suo rapporto con i Vallombrosani è stato recentemente indagato da F. Salvestrini, </hi><hi rend="italic">Il Carisma della magnificenza. L’abate vallombrosano Biagio Milanesi e la tradizione benedettina nell’Italia del Rinascimento</hi><hi rend="CharOverride-1">, Viella, Roma 2017, pp. 69-138, 157-189 (con ampio riferimento anche alla bibliografia precedente).</hi></p></item>
				</list><list type="ordered">
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-4"><ref target="OP08849_xml_12_195-218.html#footnote-038-backlink">48</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	Al riguardo si vedano P. Viti (a cura di), </hi><hi rend="italic">Firenze e il Concilio del 1439</hi><hi rend="CharOverride-1">, Olschki, Firenze 1994 – in particolare R. Bizzocchi, </hi><hi rend="italic">Concilio, papato e Firenze</hi><hi rend="CharOverride-1">, ivi, I, pp. 109-119 –</hi><hi rend="CharOverride-1">; e E. Delaruelle, E.-R. Labande e P. Ourliac, </hi><hi rend="italic">La Chiesa al tempo del grande scisma e della crisi conciliare (1378-1449)</hi><hi rend="CharOverride-1">, in </hi><hi rend="italic">Storia della Chiesa dalle origini fino ai giorni nostri</hi><hi rend="CharOverride-1">, XIV 2, S.A.I.E., Torino 1971, pp. 700-730. Laurentini, </hi><hi rend="italic">Biblioteca dei Cappuccini</hi><hi rend="CharOverride-1"> cit. è il primo a proporre il Concilio di Firenze – che tuttavia data impropriamente al 1435-1440, forse pensando ai momenti in cui Eugenio IV soggiornò nella città medicea – come periodo di scrittura del manufatto. Tale collocazione cronologica si ritrova anche nei cataloghi successivi.</hi></p></item>
				</list><list type="ordered">
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-4"><ref target="OP08849_xml_12_195-218.html#footnote-037-backlink">49</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	Cfr. M. E. Magheri Cataluccio e A. U.</hi><hi rend="CharOverride-1"> Fossa, </hi><hi rend="italic">Biblioteca e cultura a Camaldoli. Dal medioevo all’umanesimo</hi><hi rend="CharOverride-1">, Anselmiana, Roma 1979, p. 492, nota 29. Nel XIX secolo il codice entrò a far parte della Biblioteca del Convento cappuccino della Santa Trinità a Livorno, probabilmente per opera di padre Arcangelo Mey, grande bibliofilo e antiquario, e vi rimase fino al 2017, quando venne trasferito nella sede attuale (sulla storia moderna del codice e sulla formazione della Biblioteca della Santa Trinità cfr. Radicchi, </hi><hi rend="italic">I codici</hi><hi rend="CharOverride-1">,</hi><hi rend="italic"> </hi><hi rend="CharOverride-1">cit., pp. 5-14</hi><hi rend="CharOverride-1">).</hi></p></item>
				</list><list type="ordered">
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-4"><ref target="OP08849_xml_12_195-218.html#footnote-036-backlink">50</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	Le reciproche influenze culturali e devozionali tra Camaldolesi e Vallombrosani, in particolare nelle committenze artistiche e librarie, sono state messa in luce da F. Salvestrini, </hi><hi rend="italic">«Recipiantur in choro […] qualiter benigne et caritative tractantur». Per una storia delle relazioni fra Camaldolesi e Vallombrosani (XI-XV secolo)</hi><hi rend="CharOverride-1">, in C. Caby e P. Licciardello (a cura di), </hi><hi rend="italic">Camaldoli e l’Ordine Camaldolese dalle origini alla fine del XV secolo</hi><hi rend="CharOverride-1">, Centro Storico Benedettino Italiano, Cesena 2014, pp. 53-96, in particolare pp. 69-72 (che comunque sottolinea anche le profonde e numerose differenze istituzionali tra i due Ordini); P. Licciardello, </hi><hi rend="italic">Il culto dei santi nei manoscritti medievali dell’abbazia di San Fedele di Strumi-Poppi</hi><hi rend="CharOverride-1">, «Hagiographica», 18, 2011, pp. 135-195.</hi></p></item>
				</list><list type="ordered">
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-4"><ref target="OP08849_xml_12_195-218.html#footnote-035-backlink">51</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	La </hi><hi rend="italic">Vita</hi><hi rend="CharOverride-1"> di Romualdo è edita criticamente in Petri Damiani, </hi><hi rend="italic">Vita beati Romualdi</hi><hi rend="CharOverride-1">, a cura di G. Tabacco, ISIME, Roma 1957. Tabacco non era a conoscenza di questo testimone.</hi></p></item>
				</list><list type="ordered">
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-4"><ref target="OP08849_xml_12_195-218.html#footnote-034-backlink">52</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	Questo periodo storico della </hi><hi rend="italic">familia</hi><hi rend="CharOverride-1"> vallombrosana, ricco tanto di mutamenti fecondi quanto di fratture e scontri dolorosi, è stato indagato negli ultimi anni da F. Salvestrini, </hi><hi rend="italic">Antonino Pierozzi e il monachesimo. Le difficili relazioni con l’Ordine vallombrosano</hi><hi rend="CharOverride-1">, in L. Cinelli e M. P. Paoli (a cura di), </hi><hi rend="italic">Antonino Pierozzi OP (1389-1459). La figura e l’opera di un santo arcivescovo nell’Europa del Quattrocento</hi><hi rend="CharOverride-1">. Atti del Convegno internazionale di studi storici (Firenze, 25-28 novembre 2009), Nerbini, Firenze 2012, pp. 207-244; Id., </hi><hi rend="italic">Les échanges et les affrontements de l’identité dans la réforme</hi><hi rend="italic"> bénédictine italienne. La congrégation </hi><hi rend="CharOverride-1">de Unitate</hi><hi rend="italic"> face aux cisterciens, aux camaldules et aux vallombrosains </hi><hi rend="italic">au XV</hi><hi rend="italic">e</hi><hi rend="italic"> siècle</hi><hi rend="CharOverride-1">, in S. Excoffon, D.-O. Hurel e A. Peters-Custot (a cura di), </hi><hi rend="italic">Interactions, emprunts, confrontations </hi><hi rend="italic">chez les religieux (Antiquité tardive - fin du XIX</hi><hi rend="italic">e</hi><hi rend="italic"> siècle)</hi><hi rend="CharOverride-1">. Actes du VIII</hi><hi rend="superscript CharOverride-4">e</hi><hi rend="CharOverride-1"> Colloque International du CERCOR (Saint-Étienne, 24-26 octobre 2012), Publications de l’Université de Saint-Étienne, Saint-Étienne 2015, pp. 273-296; Id., </hi><hi rend="italic">L’art et la </hi><hi rend="italic">magnificence “contre” le pouvoir du prince. L’abbé général Biagio Milanesi, l’ordre monastique de Vallombreuse, Laurent de Médicis et le pape Léon X</hi><hi rend="CharOverride-1">, in É. Crouzet-Pavan e J.-C. Maire Vigueur (a cura di), </hi><hi rend="italic">L’art au service du prince. Paradigme italien, expériences européennes (vers 1250-vers 1500)</hi><hi rend="CharOverride-1">, Viella, Roma 2015, pp. 253-279; Id., </hi><hi rend="italic">Il carisma</hi><hi rend="CharOverride-1">, cit.; Id., </hi><hi rend="italic">Simone (Simone da Gaville, Simone Bencini)</hi><hi rend="CharOverride-1">, in </hi><hi rend="italic">Dizionario Biografico degli Italiani</hi><hi rend="CharOverride-1">, XCII, Istituto della Enciclopedia Italiana, Roma 2018, pp. 711-713; Id., </hi><hi rend="italic">I volgarizzamenti italiani della regola di san Benedetto ad uso delle religiose. Intorno al codice vallombrosano Firenze, Biblioteca Nazionale Centrale, N. A. 1371 (anno 1502)</hi><hi rend="CharOverride-1">, </hi><hi rend="CharOverride-1">«Studi Medievali», s. III, 60/2, 2019, pp. 689-733; Id., </hi><hi rend="italic">Santa Giustina e l’Ordine vallombrosano. Contatti, influssi, intersezioni e conflitti (ca. 1420-1485)</hi><hi rend="CharOverride-1">, in E. Furlan, F. G. B. Trolese (a cura di), </hi><hi rend="italic">Dalla riforma di S. Giustina alla Congregazione Cassinese. Genesi, evoluzione e irradiazione di un modello monastico europeo (sec. XV-XVI)</hi><hi rend="CharOverride-1">, Atti del Convegno internazionale di studi per il VI centenario di fondazione della Congregazione “De </hi><hi rend="CharOverride-1">Unitate”, Centro Storico Benedettino Italiano, Cesena, Badia di Santa Maria del Monte 2022, pp. 231-265. Si rinvia a tali studi anche per quanto si dirà in seguito.</hi></p></item>
				</list><list type="ordered">
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-4"><ref target="OP08849_xml_12_195-218.html#footnote-033-backlink">53</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	Su Traversari, Ambrogio (1386-1439) si veda R. Saccenti, </hi><hi rend="italic">Ambrogio Traversari</hi><hi rend="CharOverride-1">, in </hi><hi rend="italic">Dizionario Biografico degli I</hi><hi rend="italic">taliani</hi><hi rend="CharOverride-1">, XCVI, Istituto dell’Enciclopedia Italiana, Roma 2019, pp. 608-612 (con ampi riferimenti bibliografici); sull’abate Gomes Eanes cfr. E. B. Nunes, </hi><hi rend="italic">Dom Frey Gomez, abade de Florença, 1420-1440</hi><hi rend="CharOverride-1">, I, Pax, Braga 1963; S. Orsino</hi><hi rend="CharOverride-1"> e F. Salvestrini, </hi><hi rend="italic">Per uno studio della biografia monastica benedettina in età umanistica. La </hi><hi rend="CharOverride-1">Vita</hi><hi rend="italic"> inedita di Gomes Eanes, abate portoghese della badia Fiorentina (prima metà del XV secolo)</hi><hi rend="CharOverride-1">, «Bullettino dell’Istituto Storico Italiano per il Medio Evo», 123, 2021, pp. 241-298. Per il loro rapporto con Vallombrosa, qui solo accennato, rinvio alla bibliografia in nota 52 (in particolare Salvestrini, </hi><hi rend="italic">Il carisma</hi><hi rend="CharOverride-1">, cit., pp. 106-115).</hi></p></item>
				</list><list type="ordered">
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-4"><ref target="OP08849_xml_12_195-218.html#footnote-032-backlink">54</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	Come mostra Salvestrini, </hi><hi rend="italic">Il carisma</hi><hi rend="CharOverride-1"> cit., p. 107 «questa ispezione fu accolta con notevole ostilità da parte di molti fra gli istituti interessati; i quali ottennero, come sempre, la solidarietà dei fiorentini. La Signoria, infatti, reagì vivacemente all’iniziativa del pontefice, affermando che la visita costituiva un’umiliazione per un Ordine regolare da essa sempre protetto». Il papa tuttavia rimase fermo nel suo proposito di introdurre la nuova riforma tra i Vallombrosani – nonostante i timori di Traversari e Gomes, che si rendevano conto delle ricadute politiche di tale decisione – e fece insediare come abate generale, negli anni subito successivi, Placido Pavanello, proveniente dal movimento Osservante e suo </hi><hi rend="italic">cubicularius</hi><hi rend="CharOverride-1">.</hi></p></item>
				</list><list type="ordered">
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-4"><ref target="OP08849_xml_12_195-218.html#footnote-031-backlink">55</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	All’officina di Santa Maria degli Angeli rinvia G. De Francesco, nella descrizione del manoscritto contenuta nella banca-dati </hi><hi rend="italic">Mirabile</hi><hi rend="CharOverride-1"> (cfr. nota 46). D. Frioli, </hi><hi rend="italic">Girolamo da Raggiolo e Giacomo da Pratovecchio: </hi><hi rend="CharOverride-1">praeceptor</hi><hi rend="italic"> e </hi><hi rend="CharOverride-1">discipulus</hi><hi rend="italic"> a Vallombrosa nella seconda metà del secolo XV</hi><hi rend="CharOverride-1">, in Salvestrini (a cura di), </hi><hi rend="italic">La memoria del chiostro</hi><hi rend="CharOverride-1">, cit., pp. 537-584</hi><hi rend="CharOverride-1">: 527, analizzando altri codici vallombrosani coevi, osserva come, «specialmente su basi iconografiche / decorative, taluni manoscritti liturgici oggi conservati presso la biblioteca / archivio di Vallombrosa possono ricondursi alla produzione interna a Santa Maria degli Angeli, la celebre fondazione camaldolese urbana lungamente ‘guidata’ da Ambrogio Traversari». Legami ‘agiografici’ tra i Camaldoli e Vallombrosa sono stati osservati anche da A. Degl’Innocenti, </hi><hi rend="italic">Un’inedita abbreviazione della </hi><hi rend="CharOverride-1">Vita s. Iohannis Gualberti</hi><hi rend="italic"> di Gregorio di Passignano (BHL 4400)</hi><hi rend="CharOverride-1">, ivi, p. 439-457. La bibliografia sui rapporti istituzionali tra i due Ordini è ormai vasta. Rinvio solo a Salvestrini, </hi><hi rend="italic">Premessa</hi><hi rend="CharOverride-1">, in Fabbri, </hi><hi rend="italic">Camaldolesi e Vallombrosani</hi><hi rend="CharOverride-1">, cit., pp. 11-17 per il contributo più recente, riassuntivo della produzione precedente.</hi></p></item>
				</list><list type="ordered">
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-4"><ref target="OP08849_xml_12_195-218.html#footnote-030-backlink">56</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	Tale manoscritto presenta numerose decorazioni, «capilettera filigranate in rosso e </hi><hi rend="italic">bleu</hi><hi rend="CharOverride-1">» e tre miniate in oro (Laurentini, </hi><hi rend="italic">Biblioteca</hi><hi rend="CharOverride-1">, cit., p. 5). Il f. 1</hi><hi rend="italic">v</hi><hi rend="CharOverride-1"> è una pagina decorata, con iniziale figurata (viene rappresentato Giovanni Gualberto).</hi></p></item>
				</list><list type="ordered">
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-4"><ref target="OP08849_xml_12_195-218.html#footnote-029-backlink">57</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	Su Biagio Milanesi cfr. la bibliografia in nota 52, in particolare, per le committenze artistiche e, più in generale la funzione ideologica che ebbe l’arte per questo abate, Salvestrini, </hi><hi rend="italic">Il carisma</hi><hi rend="CharOverride-1">, cit., pp. 295-339</hi><hi rend="CharOverride-1">; per il Milanesi quale </hi><hi rend="italic">alter Iohannes</hi><hi rend="CharOverride-1"> si veda ivi, pp. 353-358. Cfr. anche Id., </hi><hi rend="italic">Biagio Milanesi abate generale dei Vallombrosani</hi><hi rend="CharOverride-1">, in </hi><hi rend="italic">Missale monasticum secundum consuetudinem Vallisumbrosae, Editio Princeps (1503)</hi><hi rend="CharOverride-1">, a cura</hi><hi rend="CharOverride-1"> di G. Baroffio, in collaborazione con F. Salvestrini e M. Sodi, Libreria Editrice Vaticana, Città del Vaticano 2013, pp. XXXV-LI.</hi></p></item>
				</list><list type="ordered">
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-4"><ref target="OP08849_xml_12_195-218.html#footnote-028-backlink">58</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	Come osserva acutamente Frioli, </hi><hi rend="italic">Girolamo da Raggiolo</hi><hi rend="CharOverride-1">,</hi><hi rend="italic"> </hi><hi rend="CharOverride-1">cit., p. 543, analizzando alcuni codici vallombrosani con opere di Girolamo da Raggiolo (sul quale si dirà a breve) ascrivibili a questo periodo storico, benché una buona parte di essi sia prodotta su commissione – e non internamente alla comunità –, tuttavia «appaiono comunque di analogo rilievo, anche per la funzione di rappresentanza (e di ‘referenza’) da loro rivestita. Essi (…) attestano (…) l’immagine ufficiale che la comunità offre di se stessa al ‘pubblico’ esterno».</hi></p></item>
				</list><list type="ordered">
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-4"><ref target="OP08849_xml_12_195-218.html#footnote-027-backlink">59</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	Cfr. ivi, pp. 546-549. In precedenza tale codice era stato analizzato in </hi><hi rend="italic">I manoscritti della Biblioteca Moreniana</hi><hi rend="CharOverride-1">, II, 5, Galletti e Cocci, Firenze 1913, pp. 145-147 (scheda a cura di C. Nardini); A. Lenzuni (a cura di), </hi><hi rend="italic">All’ombra del lauro. Documenti librari della cultura in età laurenziana</hi><hi rend="CharOverride-1">, Silvana, Milano 1992, pp. 92-93 (scheda 2.74, a cura di R. Manetti); </hi><hi rend="italic">Biblioteche Riccardiana e Moreniana in Palazzo Medici Riccardi</hi><hi rend="CharOverride-1">, Nardini, Fiesole 1998, pp. 192-193 (scheda a cura di A. Ognibene). Si veda anche Salvestrini, </hi><hi rend="italic">Il carisma</hi><hi rend="CharOverride-1">, cit., pp. 200-201.</hi></p></item>
				</list><list type="ordered">
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-4"><ref target="OP08849_xml_12_195-218.html#footnote-026-backlink">60</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	Sul cardinale Carafa cfr. F. Petrucci, </hi><hi rend="italic">Carafa, Oliviero</hi><hi rend="CharOverride-1">, in </hi><hi rend="italic">Dizionario Biografico degli Italiani</hi><hi rend="CharOverride-1">, XIX, Istituto dell’Enciclopedia Italiana, Roma 1976, pp. 588-596; Salvestrini, </hi><hi rend="italic">Il carisma</hi><hi rend="CharOverride-1">, cit., pp. 165-166, 210-211, 231-241.</hi></p></item>
				</list><list type="ordered">
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-4"><ref target="OP08849_xml_12_195-218.html#footnote-025-backlink">61</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	Al riguardo cfr. la nota 16.</hi></p></item>
				</list><list type="ordered">
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-4"><ref target="OP08849_xml_12_195-218.html#footnote-024-backlink">62</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	</hi><hi rend="CharOverride-1">Su Girolamo da Raggiolo e le sue opere cfr. M. Villoresi, </hi><hi rend="italic">Sacrosante parole. Devozione e letteratura nella Toscana del Rinascimento</hi><hi rend="CharOverride-1">, Società editrice Fiorentina, Firenze 2014, pp. 79-81; A. Degl’Innocenti, </hi><hi rend="italic">L’opera agiografica di Girolamo da Raggiolo</hi><hi rend="CharOverride-1">, in Ead., </hi><hi rend="italic">Vallombrosa</hi><hi rend="CharOverride-1">, cit., pp. 219-241; Ead., </hi><hi rend="italic">Spettacolo, devozione e propaganda religiosa al tempo di Lorenzo il Magnifico: i </hi><hi rend="CharOverride-1">Miracula s. Iohannis Gualberti</hi><hi rend="italic"> di Girolamo da Raggiolo</hi><hi rend="CharOverride-1">, in L. Andreani e A. Paravicini Bagliani (a cura di), </hi><hi rend="italic">Miracolo! Emozione, spettacolo e potere nella storia dei secoli XIII-XVII</hi><hi rend="CharOverride-1">, SISMEL – Edizioni del Galluzzo, Firenze 2019, pp. 285-300; Salvestrini, </hi><hi rend="italic">Il carisma</hi><hi rend="CharOverride-1">, cit., pp. 195-201</hi><hi rend="CharOverride-1">; Frioli,</hi><hi rend="italic"> Girolamo da Raggiolo</hi><hi rend="CharOverride-1">, cit., pp. 537-584. Nel codice Moreniano troviamo ai ff. 41</hi><hi rend="italic">r</hi><hi rend="CharOverride-1">-114</hi><hi rend="italic">v</hi><hi rend="CharOverride-1"> i </hi><hi rend="italic">Miracula s. Iohannis Gualberti</hi><hi rend="CharOverride-1"> di Girolamo da Raggiolo, ai ff. 115</hi><hi rend="italic">r</hi><hi rend="CharOverride-1">-133</hi><hi rend="italic">v</hi><hi rend="CharOverride-1"> il </hi><hi rend="italic">Liber de Vallumbrosanae religionis beatis </hi><hi rend="CharOverride-1">del medesimo autore. I </hi><hi rend="italic">Miracula</hi><hi rend="CharOverride-1"> sono editi in </hi><hi rend="italic">AA. SS.</hi><hi rend="CharOverride-1">,</hi><hi rend="italic"> Iulii</hi><hi rend="CharOverride-1"> III, apud Jacobum du Moulin, Antverpiae 1723, pp. 382-439 e in PL, 146</hi><hi rend="CharOverride-1">, coll. 811-932, mentre il </hi><hi rend="italic">Liber</hi><hi rend="CharOverride-1"> è ad oggi solo parzialmente edito (alcune </hi><hi rend="italic">Vite</hi><hi rend="CharOverride-1"> sono state pubblicate da A. Degl’Innocenti, </hi><hi rend="italic">Studiare la santità delle donne: un omaggio ad Anna Benvenuti (con un excursus sulle sante del </hi><hi rend="CharOverride-1">Liber de vallimbrosanae religionis beatis</hi><hi rend="italic">)</hi><hi rend="CharOverride-1">, in S. Cresti e I. Gagliardi [a cura di],</hi><hi rend="italic"> Leggerezze sostenibili. Saggi d’affetto e di Medioevo per Anna Benvenuti</hi><hi rend="CharOverride-1">, Edifir, Firenze 2017, pp. 55-64).</hi></p></item>
				</list><list type="ordered">
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-4"><ref target="OP08849_xml_12_195-218.html#footnote-023-backlink">63</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	La sottoscrizione è la seguente: </hi><hi rend="italic">Finit Vita sanctissimi patris nostri Bernardi, cardinalis et episcopi confessorisque eximii</hi><hi rend="italic">, scripta per me dominum Alamannum, monachum professum Vallisumbrose, pro monasterio sancte Trinitatis de Florentia, expensis eiusdem</hi><hi rend="italic"> monasterii. Anno Domini 1509</hi><hi rend="CharOverride-1">. Il manoscritto è stato catalogato più volte, ma mai in modo completamente corretto: cfr. P. O. Kristeller, </hi><hi rend="italic">Iter Italicum</hi><hi rend="CharOverride-1">, III (</hi><hi rend="italic">Alia itinera</hi><hi rend="CharOverride-1"> I), London-Leiden 1983, p. 124 con alcune imprecisioni nell’individuazione dei testi, per cui torna ancora utile il contributo di L. Mencaraglia, </hi><hi rend="italic">Note agiografiche e umanistiche da un manoscritto del 1509</hi><hi rend="CharOverride-1">, «La Bibliofilia</hi><hi rend="CharOverride-1">», 42, 1940, pp. 180-195: 182. Si vedano anche i riferimenti al codice fatti da Salvestrini, </hi><hi rend="italic">Il carisma</hi><hi rend="CharOverride-1">, cit., pp. 331, nota 224, 334 nota, 240 (che tuttavia lo segnala come IV.128 in luogo di IV.139) e gli studi di R. </hi><hi rend="CharOverride-1">Angelini, </hi><hi rend="italic">Il codice Firenze, Biblioteca Nazionale Centrale II.III.94, testimone autografo di Ugolino Verino</hi><hi rend="CharOverride-1">, in P. Stoppacci (a cura di), </hi><hi rend="italic">Collezioni d’autore nel medioevo. Problematiche intellettuali, letterarie ed ecdotiche</hi><hi rend="CharOverride-1">, SISMEL – Edizioni del Galluzzo, Firenze 2018, pp. 183-200: 190-191; e Id., </hi><hi rend="italic">L’ultimo Verino: i Carmi in lode di san Giovanni Gualberto</hi><hi rend="CharOverride-1">, in Salvestrini (a cura di), </hi><hi rend="italic">La memoria del chiostro</hi><hi rend="CharOverride-1"> cit., pp. 585-637 (in particolare p. 594; anche tale studioso fraintende la segnatura – IV.128 invece di IV.139 –. Inoltre vengono forniti alcuni dati scorretti sulla storia tarda del codice)</hi><hi rend="CharOverride-1">.</hi></p></item>
				</list><list type="ordered">
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-4"><ref target="OP08849_xml_12_195-218.html#footnote-022-backlink">64</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	Cfr. F. Curlo, </hi><hi rend="italic">L’Archivio di San Gaudenzio di Novara</hi><hi rend="CharOverride-1">, «Bollettino storico-bibliografico subalpino», 13/3-4, 1908, pp. 97-176: 144-145. La segnatura è Novara, Biblioteca capitolare di S. Gaudenzio, C 12. Sulla storia del fondo dei manoscritti vallombrosani di questa biblioteca cfr. D. Tuniz, </hi><hi rend="italic">Testimonianze vallombrosane a Novara</hi><hi rend="CharOverride-1">, in Monzio Compagnoni (a cura di), </hi><hi rend="italic">I vallombrosani nella società</hi><hi rend="CharOverride-1">, cit., pp. 259-290: 263-267. Le informazioni date sul codice in esame sono però errate e da correggere con quanto si dirà in seguito. Per la presenza di mss. vallombrosani a Novara cfr., inoltre, R. Ciliberti e F. Salvestrini, </hi><hi rend="italic">I Vallombrosani nel Piemonte medievale e moderno. Ospizi e monasteri intorno alla strada di Francia</hi><hi rend="CharOverride-1">, Viella, Roma 2014, pp. 110-117.</hi></p></item>
				</list><list type="ordered">
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-4"><ref target="OP08849_xml_12_195-218.html#footnote-021-backlink">65</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	Mencaraglia, </hi><hi rend="italic">Note agiografiche</hi><hi rend="CharOverride-1">, cit., pp. 180-195.</hi></p></item>
				</list><list type="ordered">
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-4"><ref target="OP08849_xml_12_195-218.html#footnote-020-backlink">66</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	</hi><hi rend="CharOverride-1" >P. O. Kristeller, </hi><hi rend="italic">Iter Italicum</hi><hi rend="CharOverride-1" >, I, London-Leiden 1977, p. 440: «These mss. were lost during the last war».</hi></p></item>
				</list><list type="ordered">
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-4"><ref target="OP08849_xml_12_195-218.html#footnote-019-backlink">67</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	Kristeller, </hi><hi rend="italic">Iter Italicum</hi><hi rend="CharOverride-1">, III, cit., p. 124.</hi></p></item>
				</list><list type="ordered">
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-4"><ref target="OP08849_xml_12_195-218.html#footnote-018-backlink">68</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	Su cui si veda ivi, p. 88. Questa scoperta sembra tuttavia essere passata inosservata, sino ai più recenti contributi di Salvestrini e Angelini ricordati in nota 63.</hi></p></item>
				</list><list type="ordered">
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-4"><ref target="OP08849_xml_12_195-218.html#footnote-017-backlink">69</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	Il testo di Ugolino Verino, dedicato in prima istanza a Biagio Milanesi, è stato recentemente pubblicato da Angelini, </hi><hi rend="italic">L’ultimo Verino</hi><hi rend="CharOverride-1">, cit. (utile anche per un primo profilo di questo importante umanista fiorentino), mentre la bolla di canonizzazione di Giovanni Gualberto</hi><hi rend="CharOverride-1">, emanata da Celestino III nell’ottobre del 1193, è edita in Coelestini III pontificis Romani, </hi><hi rend="italic">Epistolae et privilegia</hi><hi rend="CharOverride-1"> CXXXIII, in PL, 206, coll. 1018 A-1019 C. La bolla è leggibile anche in un’edizione più recente, purtroppo di difficile reperimento: Celestino III, </hi><hi rend="italic">La lettera </hi><hi rend="CharOverride-1">Gloriosus Deus</hi><hi rend="italic"> e i documenti successivi</hi><hi rend="CharOverride-1">, Vallombrosa 2001. Le</hi><hi rend="italic"> Lectiones in translatione</hi><hi rend="CharOverride-1"> non sono repertoriate in BHL. Esse si compongono di una serie di miracoli </hi><hi rend="italic">post mortem</hi><hi rend="CharOverride-1">, per lo più ripresi dalla </hi><hi rend="italic">Vita</hi><hi rend="CharOverride-1"> di Atto, compiuti da Giovanni Gualberto. Come vedremo a breve, questo testo è contenuto anche nel codice Ex Mostra 53 dell’Archivio di Stato di Firenze. </hi><hi rend="CharOverride-1">Un’ulteriore copia di queste </hi><hi rend="italic">Lectiones</hi><hi rend="CharOverride-1"> si trova nel codice BML, Edili 145, ff. 252</hi><hi rend="italic">r</hi><hi rend="CharOverride-1">-254</hi><hi rend="italic">v</hi><hi rend="CharOverride-1"> (il testo finora non era identificato. Cfr. Guglielmetti, </hi><hi rend="italic">I testi agiografici</hi><hi rend="CharOverride-1">, cit., p</hi><hi rend="CharOverride-1">. 136 che parla di </hi><hi rend="italic">Legenda sancti Iohannis Gualberti</hi><hi rend="CharOverride-1">).</hi></p></item>
				</list><list type="ordered">
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-4"><ref target="OP08849_xml_12_195-218.html#footnote-016-backlink">70</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	Per la </hi><hi rend="italic">Vita</hi><hi rend="CharOverride-1"> BHL 1249 e i </hi><hi rend="italic">Miracula</hi><hi rend="CharOverride-1"> BHL 1250 si vedano le indicazioni in nota 16. I </hi><hi rend="italic">Miracula</hi><hi rend="CharOverride-1"> BHL 1250 finora non sono stati oggetto di studio e di edizione. Per l’inno </hi><hi rend="italic">Sanctus pontifex Bernardus</hi><hi rend="CharOverride-1"> cfr. D. Baumann, E. Meier, H. M. </hi><hi rend="CharOverride-1">Römer e A. Wernli (a cura di), </hi><hi rend="italic">Analecta Hymnica Medii Aevi. Register</hi><hi rend="CharOverride-1">, I, Francke, München 1978, p. 877, n. 24676; il testo è edito in C. Blume e G.</hi><hi rend="CharOverride-1"> M. Dreves (a cura di), </hi><hi rend="italic">Analecta Hymnica Medii Aevi</hi><hi rend="CharOverride-1">, XXXVII. </hi><hi rend="italic">Sequentiae ineditae. Liturgische Prosen des Mittelalters</hi><hi rend="CharOverride-1" >, Fues‘</hi><hi rend="CharOverride-1" >s Verlag (R. Reisland), Leipzig 1901 (rist. anast. </hi><hi rend="CharOverride-1">1961), p. 135, n. 149 (il nostro codice non è segnalato dagli studiosi tedeschi).</hi></p></item>
				</list><list type="ordered">
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-4"><ref target="OP08849_xml_12_195-218.html#footnote-015-backlink">71</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	Cfr. Mencaraglia, </hi><hi rend="italic">Note agiografiche</hi><hi rend="CharOverride-1">, cit., p. 183. A</hi><hi rend="CharOverride-1">lle incongruenze segnalate dallo studioso, si aggiunga anche che nella </hi><hi rend="italic">tabula</hi><hi rend="CharOverride-1"> l’</hi><hi rend="italic">item</hi><hi rend="CharOverride-1"> del cap. LXIV (</hi><hi rend="italic">Epistola Florentinorum ad papam predictum. Petrus, qui per ignem transiit, efficitur abbas</hi><hi rend="italic"> in Ficiclo deinde cardinalis et Albanensis episcopus</hi><hi rend="CharOverride-1">)</hi><hi rend="italic"> </hi><hi rend="CharOverride-1">è costituito dall’unione di due titoli che, nella scansione interna al testo della </hi><hi rend="italic">Vita</hi><hi rend="CharOverride-1">, sono</hi><hi rend="CharOverride-1"> in realtà distinti.</hi></p></item>
				</list><list type="ordered">
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-4"><ref target="OP08849_xml_12_195-218.html#footnote-014-backlink">72</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	Non esistono studi specifici sul codice ASFi, Monastero di San Cassiano di Montescalari, Ex Mostra 53. Riferimenti ad esso si hanno nel </hi><hi rend="italic">Bulletin des publications hagiographiques</hi><hi rend="CharOverride-1"> contenuto in «Analecta Bollandiana», 48, 1930, p. 412 (recensione di B. de Gaiffier</hi><hi rend="CharOverride-1">), in Salvestrini, </hi><hi rend="italic">Il carisma</hi><hi rend="CharOverride-1">,</hi><hi rend="italic"> </hi><hi rend="CharOverride-1">cit., p. 96, note 169, 201, e in Tomea, </hi><hi rend="italic">Agiografia vallombrosana</hi><hi rend="CharOverride-1">, cit., p. 437. Di questo manoscritto parlano, per quanto di loro interesse, Baethgen, </hi><hi rend="italic">Praefatio</hi><hi rend="CharOverride-1">, in Andreas Strumensis, </hi><hi rend="italic">Vita</hi><hi rend="CharOverride-1">, cit., p. 1078 e P. E. Schramm, </hi><hi rend="italic">Praefatio</hi><hi rend="CharOverride-1">, in </hi><hi rend="italic">Vita prima et secunda s. Bernardi episcopi Parmensis</hi><hi rend="CharOverride-1">; ed. P. E. Schramm, in MGH, </hi><hi rend="italic">Scriptores</hi><hi rend="CharOverride-1">, XXX</hi><hi rend="CharOverride-1">/2, Hiersemann, Lipsiae 1934, p. 1315 (all’epoca il codice era collocato nella Sala della Mostra dell’Archivio regio di Firenze).</hi></p></item>
				</list><list type="ordered">
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-4"><ref target="OP08849_xml_12_195-218.html#footnote-013-backlink">73</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	Al riguardo rinvio solamente a Fabbri, </hi><hi rend="italic">Camaldolesi e Vallombrosani</hi><hi rend="CharOverride-1">, cit., pp. 356-359, con indicazioni bibliografiche precedenti. </hi></p></item>
				</list><list type="ordered">
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-4"><ref target="OP08849_xml_12_195-218.html#footnote-012-backlink">74</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	Per gli </hi><hi rend="italic">Acta</hi><hi rend="CharOverride-1"> di Cassiano di Todi contenuti in questo codice si veda oltre. </hi><hi rend="CharOverride-1">La nota di possesso al f. 90</hi><hi rend="italic">r</hi><hi rend="CharOverride-1"> dichiara che </hi><hi rend="italic">iste liber est monasterii Sancti Cassiani de Monte Scalario ordinis Vallis Umbrose</hi><hi rend="CharOverride-1">. Nel </hi><hi rend="italic">bas de page</hi><hi rend="CharOverride-1"> sono presenti alcune prove di penna.</hi></p></item>
				</list><list type="ordered">
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-4"><ref target="OP08849_xml_12_195-218.html#footnote-011-backlink">75</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	Sulla quale si veda C. Caneva e P. Belluzzo, </hi><hi rend="italic">Pastorale a tau (“Gruccia di san Giovanni Gualberto”)</hi><hi rend="CharOverride-1">, in C. Innocenti (a cura di), </hi><hi rend="italic">Ori, argenti, gemme. Restauri dell’Opificio delle pietre dure</hi><hi rend="CharOverride-1">. Catalogo della mostra (Firenze, 30 settembre 2007 - 8 gennaio 2008), Mandragora, Firenze 2007, pp. 86-90.</hi></p></item>
				</list><list type="ordered">
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-4"><ref target="OP08849_xml_12_195-218.html#footnote-010-backlink">76</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	Per il presunto legame tra Giovanni Gualberto e i Visdomini si veda B. Quilici, </hi><hi rend="italic">Giovanni Gualberto e la sua riforma monastica</hi><hi rend="CharOverride-1">, «Archivio Storico Italiano», 99/2, 1941, pp. 113-132: 122, nota 44.</hi></p></item>
				</list><list type="ordered">
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-4"><ref target="OP08849_xml_12_195-218.html#footnote-009-backlink">77</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	Circa i codici realizzati da Fedele, in cui si trova una sua sottoscrizione cfr. Salvestrini, </hi><hi rend="italic">I volgarizzamenti</hi><hi rend="CharOverride-1">, cit. Il confronto tra questi e l’Ex Mostra 53 ha messo in luce forti somiglianze grafiche. Ringrazio il Professor Salvestrini per avermi segnalato il suo studio durante il Convegno.</hi></p></item>
				</list><list type="ordered">
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-4"><ref target="OP08849_xml_12_195-218.html#footnote-008-backlink">78</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	</hi><hi rend="CharOverride-1">Ritengo utile fornire per la prima volta la scansione testuale nel dettaglio: ai ff. 1</hi><hi rend="italic">r</hi><hi rend="CharOverride-1">-36</hi><hi rend="italic">v</hi><hi rend="CharOverride-1"> troviamo la </hi><hi rend="italic">Vita </hi><hi rend="CharOverride-1">scritta da Atto; ai ff. 37</hi><hi rend="italic">r</hi><hi rend="CharOverride-1">-42</hi><hi rend="italic">r</hi><hi rend="CharOverride-1"> la bolla di Celestino III; il f. 42</hi><hi rend="italic">v</hi><hi rend="CharOverride-1"> è bianco, mentre al f. 43</hi><hi rend="italic">r</hi><hi rend="CharOverride-1"> è riportato un </hi><hi rend="italic">excerptum</hi><hi rend="CharOverride-1"> (par. 29) del secondo libro del </hi><hi rend="italic">De officiis</hi><hi rend="CharOverride-1"> di Ambrogio (Ambrosius Mediolanensis, </hi><hi rend="italic">De officiis</hi><hi rend="CharOverride-1"> II 29, ed. M. Testard, Brepols, Turnhout 2000 [Corpus Christianorum. Series Latina 15], p. 108)</hi><hi rend="CharOverride-1">; ai ff. 43</hi><hi rend="italic">v</hi><hi rend="CharOverride-1">-71</hi><hi rend="italic">v</hi><hi rend="CharOverride-1"> si trova la </hi><hi rend="italic">Vita</hi><hi rend="CharOverride-1"> di san Benedetto tratta dai </hi><hi rend="italic">Dialogi</hi><hi rend="CharOverride-1"> di Gregorio Magno (Gregorius Magnus, </hi><hi rend="italic">Dialogorum libri quatuor</hi><hi rend="CharOverride-1"> II, ed. A. de Vogüé, Paris 1979 [Sources </hi><hi rend="CharOverride-1">Chrétiennes 260], pp. 126-249); ai ff. 84</hi><hi rend="italic">v</hi><hi rend="CharOverride-1">-85</hi><hi rend="italic">r</hi><hi rend="CharOverride-1"> l’inno liturgico </hi><hi rend="italic">Sanctus pontifex Bernardus</hi><hi rend="CharOverride-1">; ai ff. 85</hi><hi rend="italic">r</hi><hi rend="CharOverride-1">-86</hi><hi rend="italic">v</hi><hi rend="CharOverride-1"> i </hi><hi rend="italic">Miracula</hi><hi rend="CharOverride-1"> BHL 1250 h; il f. 87</hi><hi rend="italic">r</hi><hi rend="CharOverride-1"> è bianco e i ff. 87</hi><hi rend="italic">v</hi><hi rend="CharOverride-1">-89</hi><hi rend="italic">v</hi><hi rend="CharOverride-1"> contengono gli </hi><hi rend="italic">Acta s. Cassiani episcopi martyris Tudertis</hi><hi rend="CharOverride-1">, che però si interrompono bruscamente, facendo supporre la perdita di un intero fascicolo. Per i testi su Bernardo degli Uberti si veda la nota 70; per gli </hi><hi rend="italic">Acta s. Cassiani</hi><hi rend="CharOverride-1"> cfr. </hi><hi rend="italic">AA. SS.</hi><hi rend="CharOverride-1">,</hi><hi rend="italic"> Augusti</hi><hi rend="CharOverride-1"> III, Antverpiae 1737, pp. 27-30. Gli </hi><hi rend="italic">Acta</hi><hi rend="CharOverride-1"> contenuti in questo codice, però, non sembrano del tutto coincidenti con il testo edito dai Bollandisti. Su san Cassiano di Todi cfr. E. Paoli, </hi><hi rend="italic">Il culto dei santi patroni e l’agiografia a Todi nei secoli VI-XIII</hi><hi rend="CharOverride-1">, in </hi><hi rend="italic">Todi nel medioevo (secoli VI-XIV)</hi><hi rend="CharOverride-1">. Atti del XLVI Convegno storico internazionale (Todi, 10-15 ottobre 2009), I, CISAM, Spoleto 2010, pp. 494-512.</hi></p></item>
				</list><list type="ordered">
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-4"><ref target="OP08849_xml_12_195-218.html#footnote-007-backlink">79</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	L’analisi filologica condotta sui testi vallombrosani (</hi><hi rend="italic">Vita</hi><hi rend="CharOverride-1"> di Atto, </hi><hi rend="italic">Vita</hi><hi rend="CharOverride-1"> e </hi><hi rend="italic">Miracula</hi><hi rend="CharOverride-1"> di Bernardo degli Uberti) mi porta a supporre che i due codici discendano da un comune capostipite.</hi></p></item>
				</list><list type="ordered">
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-4"><ref target="OP08849_xml_12_195-218.html#footnote-006-backlink">-1</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	Per gli eventi qui solo accennati cfr. Salvestrini, </hi><hi rend="italic">Il carisma</hi><hi rend="CharOverride-1">, cit., pp. 162-165, 170-173.</hi></p></item>
				</list><list type="ordered">
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-4"><ref target="OP08849_xml_12_195-218.html#footnote-005-backlink">-1</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	Ivi, p. 173.</hi></p></item>
				</list><list type="ordered">
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-4"><ref target="OP08849_xml_12_195-218.html#footnote-004-backlink">-1</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	I due codici e l’edizione a stampa condividono diversi errori significativi, alcune lezioni distintive e la titolatura. In particolare, è possibile supporre che il manoscritto Ex Mostra 53 sia stato usato come antigrafo per realizzare il testimone ASFi, CS, 260, 242 scritto da Marco da Pelago, e che Veli si sia servito proprio di questo esemplare per la sua stampa.</hi></p></item>
				</list><list type="ordered">
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-4"><ref target="OP08849_xml_12_195-218.html#footnote-003-backlink">-1</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	Il codice </hi><hi rend="CharOverride-1">ASFi, CS, 260, 242, se non vado errato, non è mai stato studiato. Ritrovo una sua segnalazione in Baethgen, </hi><hi rend="italic">Praefatio</hi><hi rend="CharOverride-1">, cit., p. 1078 nota 2. La sottoscrizione è la seguente: [Vita] </hi><hi rend="italic">scripta a domino Marco de Pelago, dum esset abbas Sanctę Reparatę</hi><hi rend="italic"> de Marradio, anno Domini MDXCIIII Clemente VIII Pontifice maximo, Ferdinando Medice Aetrurię magno duce</hi><hi rend="CharOverride-1">. Sul monastero di Santa Reparata di Marradi cfr. Fabbri, </hi><hi rend="italic">Camaldolesi e Vallombrosani</hi><hi rend="CharOverride-1">, cit., pp. 420-422, con sintesi bibliografica.</hi></p></item>
				</list><list type="ordered">
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-4"><ref target="OP08849_xml_12_195-218.html#footnote-002-backlink">-1</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	Sull’importante figura di Marco Lavacchi da Pelago e per le considerazioni che si faranno oltre cfr. Sala, </hi><hi rend="italic">Dizionario</hi><hi rend="CharOverride-1">, cit., I, pp. 315-318; Zuccarello,</hi><hi rend="italic"> I Vallombrosani</hi><hi rend="CharOverride-1">, cit., pp. 132-133, 136, 150-151, 216-217; Salvestrini, </hi><hi rend="italic">Il carisma</hi><hi rend="CharOverride-1">, </hi><hi rend="CharOverride-1">cit., pp. 356-358, 377.</hi></p></item>
				</list><list type="ordered">
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-4"><ref target="OP08849_xml_12_195-218.html#footnote-001-backlink">-1</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	Il codice del </hi><hi rend="italic">Memoriale</hi><hi rend="CharOverride-1"> in parte scritto da Marco da Pelago è conservato a Firenze, Biblioteca Nazionale Centrale di Firenze, Conventi Soppressi, A.VIII.1399 (15 maggio 1608). Ai ff. 186</hi><hi rend="italic">r</hi><hi rend="CharOverride-1">-187</hi><hi rend="italic">v</hi><hi rend="CharOverride-1"> si trova l’aggiunta di Marco. Per la descrizione codicologica rinvio a Salvestrini, ivi, pp. 374-377; il </hi><hi rend="italic">Memoriale</hi><hi rend="CharOverride-1"> di Biagio Milanesi è edito ivi, pp. 393-527; il testo spurio di Lavacchi è leggibile sempre ivi, pp. 611-612.</hi></p></item>
				</list><list type="ordered">
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-4"><ref target="OP08849_xml_12_195-218.html#footnote-000-backlink">-1</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	Sulla cultura vallombrosana tra tardo Cinquecento ed esordi del Seicento cfr. Zuccarello, </hi><hi rend="italic">I Vallombrosani</hi><hi rend="CharOverride-1">, cit., pp. 139-156, 161-170, 207-256; Salvestrini, Disciplina, cit., pp. 129-148; Id. </hi><hi rend="italic">Il carisma</hi><hi rend="CharOverride-1">, cit.</hi></p></item>
				</list><p rend="editorial_metadata_author">Jacopo Righetti, University of Trento, Italy, <ref target="https://www.fupress.com">jacopo.righetti@unitn.it</ref></p><p rend="editorial_metadata_polices">Referee List (DOI 1<ref target="https://doi.org/10.36253/fup_referee_list">0.36253/fup_referee_list</ref>)</p><p rend="editorial_metadata_polices">FUP Best Practice in Scholarly Publishing (DOI <ref target="https://doi.org/10.36253/fup_best_practice">10.36253/fup_best_practice</ref>)</p><p rend="editorial_metadata_book">Jacopo Righetti, <hi rend="italic">I codici della Vita sancti Iohannis Gualberti di Atto (BHL 4398): indagine sulla tradizione manoscritta</hi>, © Author(s), <ref target="https://www.fupress.com">CC BY 4.0</ref>, DOI <ref target="https://www.fupress.com">10.36253/979-12-215-0335-7.09</ref>, in Francesco Salvestrini (edited by), <hi rend="CharOverride-9">Atto abate vallombrosano e vescovo di Pistoia. Bilancio storiografico e prospettive di ricerca sulla vita e l’opera di un protagonista del XII secolo</hi>, pp. -25, 2024, published by Firenze University Press, ISBN 979-12-215-0335-7, DOI <ref target="https://www.fupress.com">10.36253/979-12-215-0335-7</ref></p></div></div>
      
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