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        <title type="main" level="a">La presenza del vescovo Atto nella storiografia pistoiese del Novecento</title>
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          <resp>This is a section of <title>Atto abate vallombrosano e vescovo di Pistoia</title>(DOI: <idno type="DOI">10.36253/979-12-215-0335-7</idno>) by </resp>
          <name>Francesco Salvestrini</name>
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        <publisher>Firenze University Press</publisher>
        <pubPlace>Florence</pubPlace>
        <date when="2024">2024</date>
        <idno type="DOI">https://doi.org/10.36253/979-12-215-0335-7.11</idno>
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        <p>The paper critically retraces the twentieth-century Pistoiese historiography dedicated to the figure of Bishop Atto, highlighting its evolution from a prevalent interest in the political dynamics connected to the birth of the Commune, to a focus also on the vicissitudes of the local Church</p>
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            <item>Pistoia Historical Society</item>
            <item>birth of the Commune</item>
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      <p>It is available online at https://doi.org/10.36253/979-12-215-0335-7.11<ref target="https://doi.org/10.36253/979-12-215-0335-7.11" /></p>
      
      <div><head>La presenza del vescovo Atto nella storiografia pistoiese del Novecento </head><p rend="h1_author" ><hi rend="CharOverride-1">Luca Mannori</hi></p><p rend="h1_indexAbstract"><hi rend="bold">Sommario</hi><hi rend="CharOverride-2">:</hi> Il contributo ripercorre criticamente la storiografia pistoiese del XX secolo dedicata alla figura del vescovo Atto, evidenziandone l’evoluzione da un interesse prevalente per le dinamiche politiche connesse alla nascita del Comune, ad un’attenzione rivolta anche alla vicenda della Chiesa locale.</p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Nell’accettare con gratitudine, come Presidente della Società di Storia patria di Pistoia, l’invito a tenere questo intervento, tengo subito a metterne ben in chiaro, però</hi><hi rend="CharOverride-1">, i limiti strutturali. Non essendo, ahimè, né un medievista, né tantomeno uno specialista di storia religiosa, non ho infatti alcuna competenza a pronunciarmi sulle complesse questioni interpretative che stanno al centro del nostro convegno. Le pagine che seguono hanno una funzione essenzialmente strumentale: quella</hi><hi rend="CharOverride-1">, cioè, di presentare una rassegna della produzione locale relativa alla figura di sant’Atto – produzione essenzialmente riconducibile ai</hi><hi rend="CharOverride-1"> soci della nostra Società o comunque a studiosi che le hanno gravitato attorno per lunghi tratti del loro percorso. Ogni valutazione critica, invece, di questa tradizione di studi e dei risultati a cui essa ha condotto sarà qui lasciata a chi ha più fondati titoli per pronunciarsi su di essa.</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">La Società Pistoiese nasce,</hi><hi rend="CharOverride-1"> com’è noto, nel 1898 e soprattutto nei primi decenni della sua vita svolge un’attività di notevole livello, sotto la guida di studiosi quali i fratelli Chiappelli o Lodovico Zdekauer; e ciò</hi><hi rend="CharOverride-1"> nel quadro di quella impostazione positivistica ed erudita che avrebbe poi caratterizzato per tanto tempo tutta l’opera degli storici locali della nostra città</hi><hi rend="notes_number CharOverride-3"><hi><ref target="OP08849_xml_15_239-247.html#footnote-031">1</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">.</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">D’altra parte, gli interessi di questi studiosi (quale che fosse il loro orientamento ideologico personale: alcuni di loro, come Luigi e Alberto Chiappelli, erano in effetti dei cattolici liberali) </hi><hi rend="CharOverride-1">non gravitavano certo attorno alla storia religiosa o a quella dei culti locali. Fin dal programma scientifico ufficiale pubblicato in testa all’annata del 1899 del </hi><hi rend="italic">Bullettino</hi><hi rend="CharOverride-1">, </hi><hi rend="CharOverride-1">il focus dell’impegno della Società venne piuttosto indicato nel grande tema del Comune medievale, da indagare anzitutto attraverso lo studio delle sue istituzioni e la pubblicazione dei correlativi statuti</hi><hi rend="notes_number CharOverride-3"><hi><ref target="OP08849_xml_15_239-247.html#footnote-030">-1</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">. Come per tutte le coeve é</hi><hi rend="CharOverride-1">lite erudite del nostro paese, anche per quella pistoiese la specifica ‘storia patria’ che urgeva ricomporre orbitava anzitutto attorno alla rinascita comunale: identificata, a sua volta, con la </hi><hi rend="CharOverride-1">radice genetica di quella nazione italiana destinata a rinnovare i suoi fasti con la lotta risorgimentale. All’interno di uno schema del genere, il mondo ecclesiastico-religioso non solo aveva scarsa cittadinanza, ma era anzi avvertito come una presenza tendenzialmente </hi><hi rend="CharOverride-1">ostile allo sviluppo della civiltà nuova e al quale ci si accostava, semmai, in una prospettiva pregiudizialmente critica (in effetti, l’unica apertura esplicita agli studi di carattere religioso contenuta nel manifesto ora citato del ’99 era quella riguardante le riforme ricciane, </hi><hi rend="CharOverride-1">che per tutto il corso dell’Ottocento erano risultate colpite, nella nostra città, da un pesante interdetto ideologico).</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Non sorprende allora che per moltissimo tempo l’unica storia ecclesiastica medievale capace di suscitare l’interesse degli aderenti alla Società sia stata quella immediatamente connessa all’organizzazione </hi><hi rend="CharOverride-1">degli assetti civili e politici cittadini. È pressoché soltanto in questa prospettiva che, compulsando gli indici del </hi><hi rend="italic">Bullettino</hi><hi rend="CharOverride-1">, capita d’imbattersi talvolta nel nome di Atto. Tra queste ricorrenze, quelle che resteranno più rilevanti addirittura fino al secondo Novecento in tutta la nostra produzione locale corrispondono </hi><hi rend="CharOverride-1">a due corposi saggi, pubblicati rispettivamente nel 1899 e nel 1907 da Silvio Adrasto Barbi e da Romolo Caggese, ed entrambi relativi ai tormentati rapporti tra vescovo e Comune nella prima fase del basso medioevo</hi><hi rend="notes_number CharOverride-3"><hi><ref target="OP08849_xml_15_239-247.html#footnote-029">-1</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">. Soprattutto nel primo di questi contributi, al nostro presule è riconosciuto un ruolo </hi><hi rend="CharOverride-1">di grande rilievo, ma senza che su di lui ci si soffermi poi in modo particolare. Per questi autori, il problema storiografico consisteva nel capire per quali ragioni la mensa vescovile, che tra XI e XII secolo sembrava aver funzionato quasi da incubatore del nuovo ordinamento comunale, </hi><hi rend="CharOverride-1">a partire dai decenni immediatamente successivi avesse cominciato a sentirsi minacciata dallo sviluppo di un autonomo potere secolare urbano, fino a giungere ad uno scontro aperto con esso. In questo contesto la figura di Atto si affacciava come quella di un vescovo che, diversamente da suoi immediati predecessori Pietro e Ildebrando, che avevano cercato di a</hi><hi rend="CharOverride-1">micarsi le nuove autorità comunali per usarle contro Firenze, comprende ormai perfettamente la marginalizzazione a cui esse stavano condannando la Chiesa locale, e che appunto per questo arriva a fulminare contro di </hi><hi rend="CharOverride-1">esse la famosa scomunica del 1138; ma si tratta di una evocazione poco più che cursoria, che non riserva ancora il minimo spazio, per esempio, al ruolo ‘politico’ del culto jacobeo introdotto da Atto in città o al fondamentale legame del nostro vescovo con il suo </hi><hi rend="CharOverride-1">Ordine vallombrosano.</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Ancora alla vigilia, dunque, dell’ottavo centenario della morte di Atto, che cadeva nel 1953, questo era grosso modo il gracile stato della storiografia locale che riguardava il nostro vescovo. Chi avesse voluto documentarsi sulla sua vicenda civile, religiosa ed umana era piuttosto ancora rinviato ad una letteratura di matrice squisitamente ecclesiastica</hi><hi rend="CharOverride-1">, ben antecedente alla nascita della Società ed ispirata ad una impostazione devozionale che poco aveva a che vedere con la moderna critica storica. Penso qui, naturalmente, soprattutto alla </hi><hi rend="italic">Storia di S. Atto</hi><hi rend="CharOverride-1">, pubblicata nel 1855 da Monsignor Giovanni Breschi in </hi><hi rend="CharOverride-1">concomitanza col precedente centenario del santo</hi><hi rend="notes_number CharOverride-3"><hi><ref target="OP08849_xml_15_239-247.html#footnote-028">-1</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">. Vicario del vescovo e personaggio di primo piano nel mondo ecclesiastico cittadino, Breschi costituiva un esponente tipico di quel clero erudito che per moltissim</hi><hi rend="CharOverride-1">o tempo era stato il principale pilastro del mondo culturale pistoiese. Della sua biografia di Atto tratta in modo più specifico Anna Agostini nel suo contributo in questo stesso volume</hi><hi rend="notes_number CharOverride-3"><hi><ref target="OP08849_xml_15_239-247.html#footnote-027">-1</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">. A me basta qui ricordare che la sua opera era concepita</hi><hi rend="CharOverride-1"> in stretta continuità con tutta una tradizione di pubblicazioni agiografiche sei-settecentesche</hi><hi rend="notes_number CharOverride-3"><hi><ref target="OP08849_xml_15_239-247.html#footnote-026">-1</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">; venendo ad offrire una ricostruzione a suo modo onesta, ma sul piano metodologico assolutamente </hi><hi rend="CharOverride-1">datata già nel momento in cui vide la luce e che, se cercava di rinnovare in qualche modo gli stilemi della vecchia storia dei santi, lo faceva intercalando la ricostruzione storica con ampie integrazioni romanzate di gusto romantico che la allontanavano ancora di più da una ricostruzione di taglio scientifico</hi><hi rend="notes_number CharOverride-3"><hi><ref target="OP08849_xml_15_239-247.html#footnote-025">-1</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">. Inoltre</hi><hi rend="CharOverride-1">, il volume accusava manifestamente il fatto di essere stato concepito nel pieno della seconda Restaurazione e ad opera di un sacerdote – Breschi, appunto – divenuto all’indomani del ’48 il principale capofila del clero conservatore pistoiese</hi><hi rend="notes_number CharOverride-3"><hi><ref target="OP08849_xml_15_239-247.html#footnote-024">-1</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">. Il suo Atto, presentato in primo luogo come l’antemurale del nascente potere laico cittadino, era una specie di campione della </hi><hi rend="italic">libertas ecclesiae</hi><hi rend="CharOverride-1">, attorno alla cui memoria il contemporaneo popolo pistoiese veniva invitato a stringersi per respingere l’assalto dei «nuovi Ghibellini»</hi><hi rend="CharOverride-1"> del XIX secolo, colti nell’atto di rinnovare in peggio il pessimo esempio di quegli antichi predecessori </hi><hi rend="notes_number CharOverride-3"><hi><ref target="OP08849_xml_15_239-247.html#footnote-023">-1</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">.</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Ora, curiosamente, il primo intervento storiografico di rilievo che nel corso del Novecento viene in Pistoia dedicato alla personalità di sant’Atto – intervento dal taglio ormai decisamente ‘moderno’ dal punto di vista dell’uso delle fonti, della scelta della </hi><hi rend="CharOverride-1">bibliografia e del registro espositivo adottato – si iscrive ancora in buona misura e in maniera del tutto consapevole nell’alveo della tradizione devozionale ora evocata. Esso corrisponde in effetti alla </hi><hi rend="italic">Vita di Sant’Atto, monaco vallombrosano e vescovo di Pistoia</hi><hi rend="CharOverride-1">, pubblicata nel ’53 da Monsignor Sabatino Ferrali</hi><hi rend="notes_number CharOverride-3"><hi><ref target="OP08849_xml_15_239-247.html#footnote-022">-1</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">. Ferrali – nato nel 1900, ordinato sacerdote nel ’25, promosso a canonico della cattedrale nel 1950 dopo aver ricoperto vari incarichi nella diocesi pistoiese, e che dalla metà degli anni Sessanta sarebbe divenuto uno dei principali animatori della scena intellettuale cittadina </hi><hi rend="CharOverride-1">grazie al suo ruolo di promotore del Centro italiano di studi di storia e d’Arte</hi><hi rend="notes_number CharOverride-3"><hi><ref target="OP08849_xml_15_239-247.html#footnote-021">-1</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1"> – era un membro di vecchia data della Società di Storia Patria ed aveva anche già occasionalmente collaborato al Bullettino storico pistoiese. Tuttavia, prima della pubblicazione del suo </hi><hi rend="italic">S. Atto</hi><hi rend="CharOverride-1">, che ne segnò il vero e proprio esordio come storico, egli aveva rivolto essenzialmente la propria attività di scrittura alla pubblicistica ecclesiastica e alla cronaca diocesana, vivendo il suo impegno culturale anzitutto come sacerdote e uomo di fede. Non stupisce allora che l</hi><hi rend="CharOverride-1">a sua biografia attoniana – che pure di recente Lucia Gai ha dichiarato di considerare il lavoro più completo e storiograficamente documentato a tutt’oggi disponibile sulla figura del presule</hi><hi rend="notes_number CharOverride-3"><hi><ref target="OP08849_xml_15_239-247.html#footnote-020">-1</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1"> – si collochi ancora </hi><hi rend="CharOverride-1">a mezza strada tra il contributo storico vero e proprio e quello di natura omiletica ed agiografica. Come l’autore dichiarava fin dalla prefazione, il suo scopo era stato quello di «ridurre al minimum accettabile la critica storica», delineando «una figura veramente ammirabile di monaco e di vescovo»</hi><hi rend="notes_number CharOverride-3"><hi><ref target="OP08849_xml_15_239-247.html#footnote-019">-1</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1"> da offrire ad esempio tanto al clero locale quanto ai propri concittadini. Al pari del volume di Breschi del secolo precedente (che Ferrali giudicava, al netto delle eccessive «</hi><hi rend="CharOverride-1">infiorettature», un’opera già pervenuta a «qualche buon risultato»</hi><hi rend="notes_number CharOverride-3"><hi><ref target="OP08849_xml_15_239-247.html#footnote-018">-1</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">), anche il suo era il prodotto di una storiografia militante, che nelle palesi usurpazioni del Comune medievale ai danni della Chiesa pistoiese leggeva «le prime avvisaglie d’un laicismo che, volto a respingere ogni vera o presunta invadenza ecclesiastica nel campo politico, ha spinto le sue propaggini, attraverso l’umanesimo e l’illuminismo, fino ai nostri tempi»</hi><hi rend="notes_number CharOverride-3"><hi><ref target="OP08849_xml_15_239-247.html#footnote-017">-1</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1"> (tempi che erano poi quelli della guerra fredda e del centrismo degasperiano nonché, nello specifico della nostra periferia cittadina, quelli di una netta contrapposizione tra la città ‘rossa’ dell’amministrazione comunal-provinciale </hi><hi rend="CharOverride-1">e quella ‘bianca’ del sistema economico-creditizio). Di qui, l’impegno di Ferrali a costruire l’immagine di un Atto-</hi><hi rend="italic">Pastor bonus</hi><hi rend="CharOverride-1">, già decorato di tutte le virtù classiche del santo; la sua decisa negazione di qualsiasi frattura interna alla Chiesa cittadina</hi><hi rend="CharOverride-1"> (di contro, per esempio, alle opinioni di Barbi e Caggese, che avevano già indicato, negli anni di Atto, la presenza di incrinature importanti tra capitolo e v</hi><hi rend="CharOverride-1">escovo); il suo presentare il presule pistoiese come una figura assai ritrosa a ricorrere alle maniere forti nei suoi rapporti col Comune e a prediligere invece, fin dove possibile, la strada delle paterne ammonizioni; il comportamento, viceversa, apertamente prevaricatore delle autorità laiche</hi><hi rend="CharOverride-1">, il loro assoluto disprezzo per il diritto canonico, i diritti quesiti della Chiesa locale e via dicendo. Siamo, insomma, ancora di fronte ad una storia confezionata con intenti edificanti, anche se basata su una documentazione raccolta ed analizzata con un nuovo scrupolo filologico.</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">A quest’opera di esordio, tuttavia, che presenta il suo autore </hi><hi rend="CharOverride-1">– ha scritto ancora Lucia Gai – come «l’ultimo esponente di quell’alto clero colto che in passato aveva contribuito a tracciare la memoria storica pistoiese»</hi><hi rend="notes_number CharOverride-3"><hi><ref target="OP08849_xml_15_239-247.html#footnote-016">-1</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">, Ferrali fece seguire un intenso impegno di storico a tutto tondo, ormai emancipato dai vecchi modelli agiografici. E nell’ambito di questo percorso egli ebbe a incontrarsi altre volte con la figura di Atto. Penso anzitutto a un saggio del 1964 dedicato ai rapporti tra i vescovi pistoiesi e il potere cittadino nella fase instaurativa</hi><hi rend="CharOverride-1"> del Comune, in cui, sulle orme degli studi precedenti, ma con una sensibilità critica affatto nuova, si ripercorre, tra l’altro, la vicenda della scomunica attoniana e si analizzano le sue conseguenze</hi><hi rend="notes_number CharOverride-3"><hi><ref target="OP08849_xml_15_239-247.html#footnote-015">-1</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">; ma penso più</hi><hi rend="CharOverride-1"> ancora all’ultimo lavoro di Ferrali, pubblicato nel 1979, l’anno stesso della sua morte, e relativo alla storia del culto jacobeo a Pistoia</hi><hi rend="notes_number CharOverride-3"><hi><ref target="OP08849_xml_15_239-247.html#footnote-014">-1</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">. Stimolato da una storiografia internazionale che in questi anni era venuta valorizzando sempre più il grande tema del culto dei santi nel Medioevo, questo contributo non solo apre la strada, anche </hi><hi rend="CharOverride-1">per Pistoia, a tutta una serie di nuove indagini in questo campo, ma avvia anche un ripensamento critico importante su un episodio centrale della vita di Atto – quello cioè dell’acquisizione, da parte sua, della celebre reliquia compostellana dell’Apostolo Giacomo. Pur aderendo, infatti,</hi><hi rend="CharOverride-1"> ad una versione della vicenda ancora conforme alla tradizione accolta da tutte le storie cittadine precedenti, Ferrali sottolinea per la prima volta le forti implicazioni politiche di quella grande operazione, che aveva avuto il significato di offrire alla cittadinanza «un pegno della recuperata armonia tra vescovo e comune, dopo quel non breve periodo di dissapori culminato nella scomunica del 1138»</hi><hi rend="notes_number CharOverride-3"><hi><ref target="OP08849_xml_15_239-247.html#footnote-013">-1</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">: e ciò tramite l’istituzione di un culto prettamente popolare che gettasse un ponte tra la Chiesa locale e le nascenti autorità cittadine. Al di là della sua portata devozionale, cioè, la fondazione del culto iacobeo da parte di Atto comincia ad essere percepita come il modo con cui a Pistoia si tentò di ricucire la drammatica frattura istituzionale tra autorità civile e religiosa</hi><hi rend="CharOverride-1"> che si era in precedenza prodotta, cercando proprio in essa un nuovo punto di equilibrio per una vita cittadina fin lì dilacerata dal conflitto generato dalla nascita del Comune.</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Proprio questa attenzione ai significati istituzionali della reliquia iacobea</hi><hi rend="CharOverride-1"> verrà ripresa nel 1984 da Lucia Gai in alcune pagine del volume da lei dedicato all’altare d’argento (cioè al principale arredo destinato ad adornare appunto, da fine Duecento in avanti, quella cappella di San Jacopo del duomo che Atto aveva consacrato al culto del nuovo patrono)</hi><hi rend="notes_number CharOverride-3"><hi><ref target="OP08849_xml_15_239-247.html#footnote-012">-1</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">. In queste pagine Gai segnalò l’incongruenza della datazione tradizionale, che fissava al 1144 </hi><hi rend="CharOverride-1">(o 1145, a seconda del computo degli anni adottato dalle fonti) il momento (più o meno contestuale all’apertura della cappella iacobea) in cui la reliquia della testa di s</hi><hi rend="CharOverride-1">an Giacomo sarebbe giunta a Pistoia. Essendo, infatti, il donatore della reliquia stessa, l’arcivescovo galiziano Gelmirez, morto nel 1140, era evidente che tutta la vicenda della traslazione del frammento del corpo di Iacopo (documentata dalla famosa relazione del ‘clericus</hi><hi rend="CharOverride-1"> Cantarinus’, contemporaneo di Atto</hi><hi rend="notes_number CharOverride-3"><hi><ref target="OP08849_xml_15_239-247.html#footnote-011">-1</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">) o era un falso realizzato con la complicità di Atto stesso o doveva essere retrodatata di almeno 4-5 anni; in questo caso, però, si poneva il problema di capire per quale ragione il nostro presule, pur avendo già la reliquia a propria disposizione, avesse</hi><hi rend="CharOverride-1"> atteso tanto tempo per introdurre in città il nuovo culto dell’apostolo. In quello studio, l’autrice ipotizzava che i sacri resti fossero giunti effettivamente a Pistoia prima del ’40, ma che, essendo quelli gli anni del maggior attrito tra vescovo e Comune, a cavallo della scomunica lanciata nel 1138 contro i consoli Rinaldo e Monaco, rei, per la Chiesa, di aver occupato con la forza il campanile e usurpato il patrimonio vescovile, Atto av</hi><hi rend="CharOverride-1">esse rinviato tutta l’operazione a tempi più propizi, in cui la proclamazione del nuovo culto cittadino potesse costituire un pegno effettivo di ristabilita concordia tra i due poli del potere urbano</hi><hi rend="notes_number CharOverride-3"><hi><ref target="OP08849_xml_15_239-247.html#footnote-010">-1</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">. In un contributo di tre anni successivo la stessa Gai tornava distesamente sulla questione, esponendo una serie più articolata di ipotesi, troppo complesse per essere qui esposte in dettaglio</hi><hi rend="notes_number CharOverride-3"><hi><ref target="OP08849_xml_15_239-247.html#footnote-009">-1</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">. Il punto fermo di Gai, comunq</hi><hi rend="CharOverride-1">ue, era che l’idea di cementare la comunità pistoiese attorno all’adorazione di un nuovo patrono sarebbe sorta in ogni caso solo nel corso della prima metà degli anni Quaranta, probabilmente grazie allo stimolo di papa Innocenzo II, col quale </hi><hi rend="CharOverride-1">Atto si dovette incontrare a Roma nel corso di quel periodo e che gli avrebbe anche procurato i contatti con la Spagna necessari a condurre effettivamente in porto un progetto troppo impegnativo per essere realizzato autonomamente dalla sola Chiesa pistoiese, sia pure con l’aiuto dei Vallombrosani. La fondazione del culto jacobeo </hi><hi rend="CharOverride-1">si affrancava, così, dai limiti di una vicenda puramente cittadina per collocarsi nell’ampio quadro di quel rinnovamento ecclesiastico destinato più tardi a sfociare nella riforma ‘gregoriana’.</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Certamente stimolato da questi interventi di Gai (che nel frattempo aveva editato, in</hi><hi rend="CharOverride-1">sieme a Giancarlo Savino, il primo statuto trecentesco dell’Opera di San Iacopo, imprimendo quindi un forte impulso ulteriore agli studi iacobei</hi><hi rend="notes_number CharOverride-3"><hi><ref target="OP08849_xml_15_239-247.html#footnote-008">-1</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">), anche Natale Rauty si soffermò negli anni seguenti sul rapporto tra </hi><hi rend="CharOverride-1">sant’Atto e le origini del culto iacobeo; e ciò fece pubblicando nel 1995 un contributo in cui rilevava invece come, a suo giudizio,</hi><hi rend="CharOverride-1"> il disegno del vescovo vallombrosano di acquisire sul mercato europeo una qualche importante reliquia fosse stato già da lui maturato ben chiaramente fin dagli esordi della sua ascesa alla cattedra pistoiese, avvenuta nel 1133</hi><hi rend="notes_number CharOverride-3"><hi><ref target="OP08849_xml_15_239-247.html#footnote-007">-1</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">. Rieditando, infatti, criticamente due lettere di Atto ad altrettanti suoi corrispondenti lombardi – lettere già pubblicate nell’Ottocento, ma mai prese seriamente in considerazione dai biografi precedenti del santo –,</hi><hi rend="CharOverride-1"> Rauty evidenziò come già verso il 1134-35 il nostro vescovo avesse stabilito solidi contatti con la Chiesa ambrosiana per ottenere il trasferimento a Pistoia di una parte delle spoglie dei santi Gervasio, Protasio e Vittore – </hi><hi rend="CharOverride-1">figure particolarmente care a tutto l’Ordine vallombrosano e alle quali Atto dichiarava in queste missive di voler dedicare alcune chiese cittadine. Le fonti non permettono di far piena luce sulle ragioni (forse legate a dissapori interni al clero milanese) che condussero al </hi><hi rend="CharOverride-1">fallimento questo primo tentativo; e neppure di capire se esso fosse limitato semplicemente, nelle intenzioni di Atto, all’offerta delle reliquie alla venerazione dei fedeli oppure già allora a sostenere l’erezione di un vero e proprio culto patronale, gestito congiuntamente da Chiesa e Comune</hi><hi rend="CharOverride-1">, come quello poi lanciato nel ’44. Certamente, però, è chiaro l’intento dell’autore di presentare un Atto che al momento stesso di insediarsi nella sua nuova sede episcopale era già ben deciso a far leva sullo strumento dei nuovi santi per recuperare al seggio vescovile una parte almeno di quella forza che esso aveva perduto durante gli anni del suo predecessore Ildebrando. Una lettura, quindi</hi><hi rend="CharOverride-1">, molto ‘forte’ della strategia di sant’Atto, che nel quinto decennio del secolo non avrebbe fatto altro che realizzare, anche se certo su più ampia scala, un progetto sostanzialmente di vecchia data.</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Questa del ‘95, d’altra parte, non fu l’unica occasione in cui Rauty si accostò alla figura </hi><hi rend="CharOverride-1">di Atto. Almeno altrettanto rilevanti per lo sviluppo della bibliografia sul nostro vescovo risultano due studi successivi dell’ingegnere, dal taglio pur molto diverso da quel contributo iniziale. Il primo di essi è il celebre volume sul culto dei santi nella Pistoia medievale, pubblicato nel 2000, col quale possiamo dire che la Società abbia definitivamente aperto le porte ad una storia religiosa che fino a quel momento era stata solo </hi><hi rend="CharOverride-1">una componente minore del suo impegno</hi><hi rend="notes_number CharOverride-3"><hi><ref target="OP08849_xml_15_239-247.html#footnote-006">-1</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">. Il libro, certo, concepito come una schedatura della vita e della fortuna di tutti i santi che hanno lasciato una qualche traccia nel costume e nella letteratura pistoiesi del Medioevo, non riserva ad Atto un’attenzione specifica, al di là delle poche pagine che a lui come a tanti altri vengono brevemente dedicate</hi><hi rend="notes_number CharOverride-3"><hi><ref target="OP08849_xml_15_239-247.html#footnote-005">-1</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">. Questo studio, però, veramente pionieristico sul piano della storiografia locale italiana e che Rauty intraprese sviluppando una traccia indicatagli fin dalla metà degli anni Cinquanta proprio da Sabatino Ferrali</hi><hi rend="notes_number CharOverride-3"><hi><ref target="OP08849_xml_15_239-247.html#footnote-004">-1</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">, apre anche per Atto una prospettiva di ricerca che </hi><hi rend="CharOverride-1">guarda decisamente oltre la sua biografia, per abbracciare tutta quanta la ricca memoria che egli ha lasciato nella comunità cittadina. A questo proposito ricordo qui soltanto tre studi relativi al ‘vescovo santo’ apparsi in co</hi><hi rend="CharOverride-1">ntinuità ideale col volume di Rauty – il primo, di Rauty stesso, uscito sul </hi><hi rend="italic">Tremisse pistoiese</hi><hi rend="CharOverride-1"> del 2003</hi><hi rend="notes_number CharOverride-3"><hi><ref target="OP08849_xml_15_239-247.html#footnote-003">-1</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">, il secondo di Lucia Gai pubblicato sempre sul </hi><hi rend="italic">Tremisse</hi><hi rend="CharOverride-1"> del 2011</hi><hi rend="notes_number CharOverride-3"><hi><ref target="OP08849_xml_15_239-247.html#footnote-002">-1</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1"> e il terzo invece a firma di </hi><hi rend="CharOverride-1">Raffaele Argenziano, compreso negli atti di un convegno organizzato dalla Società nel 2008 sul culto dei santi e il culto dei luoghi nel Medioevo pistoiese</hi><hi rend="notes_number CharOverride-3"><hi><ref target="OP08849_xml_15_239-247.html#footnote-001">-1</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">. Sono, queste, ricerche relative ad aspetti assai disparati del culto d</hi><hi rend="CharOverride-1">i Atto (dalle origini del culto stesso alle varie traslazioni della salma del santo fino all’analisi della sua iconografia scultorea e pittorica), ma che illustrano bene la vicenda di un personaggio beatificato dalla coscienza popolare al momento stesso della sua morte e subito associato a san Iacopo come fondamentale simbolo di appartenenza alla comunità cittadina.</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Un ultimo </hi><hi rend="italic">flash</hi><hi rend="CharOverride-1"> prima di chiudere questa breve rassegna. Nel 2002 ancora Rauty pubblica un saggio sui Vallombrosani a Pistoia tra XI e XII secolo in cui ripercorre con grande linearità tutta la storia dei monasteri e dei vescovi dell’Ordine nel nostro territorio</hi><hi rend="notes_number CharOverride-3"><hi><ref target="OP08849_xml_15_239-247.html#footnote-000">-1</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">. Il focus dell’attenzione cade qui soprattutto sull’incerto e tormentato Ildebrando dei conti Guidi, che chiude la sua esperienza alla guida dell’episcopio pistoiese con un amaro testamento, nel quale confessa</hi><hi rend="CharOverride-1"> di non essere riuscito a comprendere tempestivamente l’enormità della svolta rappresentata dalla nascita del Comune e di essersene sostanzialmente lasciato travolgere. Il suo successore Atto, al contrario, scelto da una canonica ormai ben consapevole della urgenza di darsi una guida forte e autorevole, viene presentato da Rauty come colui che la gravità di quella svolta ha compreso perfettamente e che </hi><hi rend="CharOverride-1">è riuscito a governarla tramite una strategia di contenimento allo stesso tempo vigorosa, prudente e geniale.</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Da non specialista della storia di questo periodo non sono in grado di valutare quanto una conclusione del genere risulti oggi con</hi><hi rend="CharOverride-1">validata dalle risultanze della storiografia generale. Certo è che questo sembra costituire il punto d’arrivo a cui sono pervenuti gli storici locali nell’arco di un settantennio circa di ricerche. Al di là delle divergenze interpretative ancora presenti in certe loro ricostruzioni, mi pare che il percorso da essi </hi><hi rend="CharOverride-1">seguito li abbia quantomeno condotti a correggere una grave distorsione iniziale del loro approccio – quella cioè che li aveva portati a percepire la nascita del Comune solo attraverso lo sguardo di chi era impegnato a costruirlo. Oggi sembra invece che la </hi><hi rend="CharOverride-1">nostra storiografia abbia pienamente recuperato allo spettro del suo Medioevo cittadino anche il punto di vista degli uomini di Chiesa e che da questa fondamentale acquisizione sia dunque possibile muovere verso nuovi traguardi.</hi></p><list type="ordered">
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-3"><ref target="OP08849_xml_15_239-247.html#footnote-031-backlink">1</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	G. Pinto, </hi><hi rend="italic">L’erudizione storica in Toscana e la nascita della Società pistoiese di storia patria</hi><hi rend="CharOverride-1">, «Bullettino storico pistoiese», 100, 1998, pp. 41-60; P. Nardi, </hi><hi rend="italic">Lodovico Zdekauer e i suoi studi di storia pistoiese</hi><hi rend="CharOverride-1">, ivi, pp. 61-85; F. Salvestrini, </hi><hi rend="italic">Storiografia giuridica ed erudizione storica nel secolo XIX. Lodovico Zdekauer editore degli statuti medievali toscani</hi><hi rend="CharOverride-1">, in F. Pirani (a cura di), </hi><hi rend="italic">Lodovico Zdekauer</hi><hi rend="italic">. Discipline storiche e innovazione fra Otto e Novecento</hi><hi rend="CharOverride-1">. Atti del Convegno di studi, (Macerata, 19 marzo 2015), Deputazione di Storia Patria per le Marche, Ancona - Fermo 2016, pp. 111-154. </hi></p></item>
				</list><list type="ordered">
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-3"><ref target="OP08849_xml_15_239-247.html#footnote-030-backlink">-1</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	Pinto, </hi><hi rend="italic">L’erudizione</hi><hi rend="CharOverride-1">, cit., p. 53. </hi></p></item>
				</list><list type="ordered">
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-3"><ref target="OP08849_xml_15_239-247.html#footnote-029-backlink">-1</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	S. A. Barbi, </hi><hi rend="italic">Delle relazioni tra Comune e Vescovo nei secoli XII e XIII</hi><hi rend="CharOverride-1">, «Bullettino storico pistoiese», 1, 1899, pp. 81-94; R. Caggese, </hi><hi rend="italic">Note e documenti per la storia del Vescovado di Pistoia nel sec. XII</hi><hi rend="CharOverride-1">, «Bullettino storico pistoiese», 9, 1907, pp. 133-185.</hi></p></item>
				</list><list type="ordered">
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-3"><ref target="OP08849_xml_15_239-247.html#footnote-028-backlink">-1</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	G. Breschi, </hi><hi rend="italic">Storia di S. Atto Vescovo di Pistoia</hi><hi rend="CharOverride-1">, Toni, Pistoia 1855. </hi></p></item>
				</list><list type="ordered">
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-3"><ref target="OP08849_xml_15_239-247.html#footnote-027-backlink">-1</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	E ciò anche alla luce di un volume apparso nelle more della pubblicazione di questi atti (G. Bensi, </hi><hi rend="italic">Cesare Guasti e Giovanni Breschi nella Toscana di metà Ottocento</hi><hi rend="CharOverride-1">, Società pratese di storia patria, Prato 2021), nel quale tra l’altro, seguendo la corrispondenza Breschi-Guasti, viene ricostruita la genesi della </hi><hi rend="italic">Storia di S. Atto</hi><hi rend="CharOverride-1"> (pp. 23-44). </hi></p></item>
				</list><list type="ordered">
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-3"><ref target="OP08849_xml_15_239-247.html#footnote-026-backlink">-1</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	Per la quale si rinvia ancora al saggio di Agostini. Le referenze principali riguardano,</hi><hi rend="CharOverride-1"> comunque, i nomi di Cosimo Bracciolini (</hi><hi rend="italic">Vita del beato atto Vescovo di Pistoia e prima ottavo Generale della Congregazione de’ monaci di Vallombrosa</hi><hi rend="CharOverride-1">, Giusti, Pistoia 1602), Francesco Forteguerri (</hi><hi rend="italic">Vita del beato Atto di Pistoia</hi><hi rend="CharOverride-1">, Sermatelli, Pistoia 1608), Giustiniano Marchetti (</hi><hi rend="italic">Della vita e lodi di S. Atto</hi><hi rend="CharOverride-1">, Fortunati, Pistoia 1630), Cesare Franchini Taviani (</hi><hi rend="italic">Ragguaglio della vita di S.</hi><hi rend="italic"> Atto, Vescovo di Pistoia</hi><hi rend="CharOverride-1">, Gatti, Pistoia 1713), Tommaso Maria Busatti (</hi><hi rend="italic">Panegirici di S. Zenone e S. Atto</hi><hi rend="CharOverride-1">, Ciuffetti, Lucca 1720).</hi></p></item>
				</list><list type="ordered">
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-3"><ref target="OP08849_xml_15_239-247.html#footnote-025-backlink">-1</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	Lo rilevava già un biografo del canonico Breschi pur non particolarmente prevenuto nei suoi confronti, quale il sacerdote Teofilo Barbini, in un profilo steso negli anni della Grande Guerra (T. Barbini,</hi><hi rend="italic"> Giovanni Breschi</hi><hi rend="CharOverride-1">, «Bullettino storico pistoiese», 17, 1916, pp. 207-210).</hi></p></item>
				</list><list type="ordered">
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-3"><ref target="OP08849_xml_15_239-247.html#footnote-024-backlink">-1</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	Cfr. G. Petracchi, </hi><hi rend="italic">Il Risorgimento a Pistoia tra eredità ricciana e idee liberali</hi><hi rend="CharOverride-1">, in A. Cipriani, A. Ottanelli e C. Vivoli (a cura di), </hi><hi rend="italic">Pistoia nell’Italia unita. Identità cittadina e coscienza nazionale</hi><hi rend="CharOverride-1">. Atti del convegno di studi (Pistoia, 11-13 novembre 2010), </hi><hi rend="CharOverride-1">Società pistoiese di storia patria/Storia e città/Fondazione Cassa di Risparmio, Pistoia 2012, pp. 11-55, in particolare p. 40. </hi></p></item>
				</list><list type="ordered">
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-3"><ref target="OP08849_xml_15_239-247.html#footnote-023-backlink">-1</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	Breschi, </hi><hi rend="italic">Storia</hi><hi rend="CharOverride-1">, cit., p. 47.</hi></p></item>
				</list><list type="ordered">
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-3"><ref target="OP08849_xml_15_239-247.html#footnote-022-backlink">-1</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	S. Ferrali, </hi><hi rend="italic">Vita di Sant’Atto, monaco vallombrosano e vescovo di Pistoia</hi><hi rend="CharOverride-1">, Tipografia pistoiese, Pistoia 1953.</hi></p></item>
				</list><list type="ordered">
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-3"><ref target="OP08849_xml_15_239-247.html#footnote-021-backlink">-1</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	L. Gai, </hi><hi rend="italic">Biografia di mons. Sabatino Ferrali</hi><hi rend="CharOverride-1">, «Bullettino storico pistoiese», 81, 1979, pp. 7-10; ma si vedano anche, sui vari aspetti del suo impegno di storico e di erudito, i saggi contenuti nel volume di A. Cipriani e G. Francesconi (a cura di), </hi><hi rend="italic">Sabatino Ferrali nella cultura pistoiese del secondo Novecento</hi><hi rend="CharOverride-1">, Società pistoiese di storia patria/Centro italiano di studi di storia e d’arte, Pistoia 2018. </hi></p></item>
				</list><list type="ordered">
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-3"><ref target="OP08849_xml_15_239-247.html#footnote-020-backlink">-1</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	L. Gai, </hi><hi rend="italic">Mons. Sabatino Ferrali, medievista e studioso del culto iacopeo a Pistoia</hi><hi rend="CharOverride-1">, in Cipriani e Francesconi (a cura di), </hi><hi rend="italic">Sabatino Ferrali nella cultura pistoiese</hi><hi rend="CharOverride-1">, cit., pp. 51-66: 52.</hi></p></item>
				</list><list type="ordered">
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-3"><ref target="OP08849_xml_15_239-247.html#footnote-019-backlink">-1</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	Ferrali, </hi><hi rend="italic">Vita di Sant’Atto</hi><hi rend="CharOverride-1">, cit., p. 3. </hi></p></item>
				</list><list type="ordered">
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-3"><ref target="OP08849_xml_15_239-247.html#footnote-018-backlink">-1</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	Ivi, p. 8.</hi></p></item>
				</list><list type="ordered">
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-3"><ref target="OP08849_xml_15_239-247.html#footnote-017-backlink">-1</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	Ivi, p. 35.</hi></p></item>
				</list><list type="ordered">
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-3"><ref target="OP08849_xml_15_239-247.html#footnote-016-backlink">-1</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	Gai, </hi><hi rend="italic">Mons. Sabatino Ferrali, medievista</hi><hi rend="CharOverride-1">, cit., p. 61. </hi></p></item>
				</list><list type="ordered">
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-3"><ref target="OP08849_xml_15_239-247.html#footnote-015-backlink">-1</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	S. Ferrali, </hi><hi rend="italic">Temporalità del Vescovado nei rapporti col Comune a Pistoia nei secoli XII e XIII</hi><hi rend="CharOverride-1">, in </hi><hi rend="italic">Vescovi e diocesi in Italia nel Medioevo</hi><hi rend="CharOverride-1">, Atti del II Convegno di storia della Chiesa in Italia (Roma 5-9 settembre 1961), Antenore, Padova 1964, pp. 365-408; su questo contributo cfr. ora G. Francesconi, </hi><hi rend="italic">Le temporalità del Vescovado. Sabatino Ferrali fra senso delle origini e rapporti di potere nelle campagne medievali</hi><hi rend="CharOverride-1">, in Cipriani e Francesconi (a cura di), </hi><hi rend="italic">Sabatino Ferrali nella cultura pistoiese</hi><hi rend="CharOverride-1">, cit., pp. 67-79. </hi></p></item>
				</list><list type="ordered">
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-3"><ref target="OP08849_xml_15_239-247.html#footnote-014-backlink">-1</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	S. Ferrali, </hi><hi rend="italic">L’apostolo S. Jacopo il Maggiore e il suo culto a Pistoia</hi><hi rend="CharOverride-1">, Opera dei SS. Giovanni e Zeno, Pistoia 1979.</hi></p></item>
				</list><list type="ordered">
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-3"><ref target="OP08849_xml_15_239-247.html#footnote-013-backlink">-1</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	Ivi, pp. 13-14. </hi></p></item>
				</list><list type="ordered">
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-3"><ref target="OP08849_xml_15_239-247.html#footnote-012-backlink">-1</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	L. Gai, </hi><hi rend="italic">L’altare argenteo di San Iacopo nel duomo di Pistoia</hi><hi rend="CharOverride-1">. </hi><hi rend="italic">Contributo allo studio dell’oreficeria gotica e rinascimentale italiana</hi><hi rend="CharOverride-1">, Cassa di Risparmio di Pistoia e Pescia, Pistoia 1984, pp. 34-35. </hi></p></item>
				</list><list type="ordered">
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-3"><ref target="OP08849_xml_15_239-247.html#footnote-011-backlink">-1</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	Sul quale O. Banti, ‘</hi><hi rend="italic">Cantarinus pisanae urbis cancellarius’ (ca. 1140-1147): fu lo strumento della preminenza politica di un Vescovo in regime consolare?</hi><hi rend="CharOverride-1">, «Bollettino storico pisano», </hi><hi rend="CharOverride-1">40-41, 1971-72, pp. 23-29.</hi></p></item>
				</list><list type="ordered">
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-3"><ref target="OP08849_xml_15_239-247.html#footnote-010-backlink">-1</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	Gai, </hi><hi rend="italic">L’altare argenteo</hi><hi rend="CharOverride-1">, cit., pp. 35-36.</hi></p></item>
				</list><list type="ordered">
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-3"><ref target="OP08849_xml_15_239-247.html#footnote-009-backlink">-1</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	L. </hi><hi rend="CharOverride-1">Gai, </hi><hi rend="italic">Testimonianze jacobee e riferimenti compostellani nella storia di Pistoia dei secoli XII-XIII</hi><hi rend="CharOverride-1">, in Ead. (a cura di), </hi><hi rend="italic">Pistoia e il cammino di Santiago. Una dimensione europea nella Toscana medioevale</hi><hi rend="CharOverride-1">, Atti del convegno di studi (Pistoia, 28-30 settembre 1984), ESI, Napoli 1987, pp. 119-230 (e, con particolare riguardo alla questione di cui al testo, pp. 136-150).</hi><hi rend="CharOverride-1"> Il tema è ripreso e svolto ulteriormente dall’Autrice nel suo contributo a questo stesso volume. </hi></p></item>
				</list><list type="ordered">
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-3"><ref target="OP08849_xml_15_239-247.html#footnote-008-backlink">-1</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	L. Gai e G. Savino, </hi><hi rend="italic">L’Opera di San Jacopo a Pistoia e il suo primo statuto</hi><hi rend="CharOverride-1">, Pacini, Pisa 1994.</hi></p></item>
				</list><list type="ordered">
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-3"><ref target="OP08849_xml_15_239-247.html#footnote-007-backlink">-1</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	N. Rauty,</hi><hi rend="italic"> Rapporti di Atto, vescovo di Pistoia, con il clero e le istituzioni ecclesiastiche lombarde</hi><hi rend="CharOverride-1">, «Bullettino storico pistoiese», 97, 1995, pp. 3-26.</hi></p></item>
				</list><list type="ordered">
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-3"><ref target="OP08849_xml_15_239-247.html#footnote-006-backlink">-1</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	N. Rauty,</hi><hi rend="CharOverride-4"> </hi><hi rend="italic">Il culto dei Santi a Pistoia nel medioevo</hi><hi rend="CharOverride-1">, SISMEL – Edizioni del Galluzzo, Firenze 2000.</hi></p></item>
				</list><list type="ordered">
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-3"><ref target="OP08849_xml_15_239-247.html#footnote-005-backlink">-1</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	Ivi, pp. 90-92.</hi></p></item>
				</list><list type="ordered">
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-3"><ref target="OP08849_xml_15_239-247.html#footnote-004-backlink">-1</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	Come viene ricordato nella prefazione stessa dell’opera. Ferrali aveva in effetti avviato, sul «Bullettino» del 1956-57, la pubblicazione del calendario-obituario contenuto in un celebre codice dell’Archivio capitolare, rendendosi conto, però, che la vera importanza di questo documento consisteva anzitutto nell’offrire una traccia fondamentale per ricostruire i percorsi che avevano via via introdotto a Pistoia il culto dei vari santi cittadini. Ritenendo che affrontare uno studio del genere sarebbe risultato superiore alle sue forze, Ferrali stimolò appunto Rauty stesso a dedicarsi ad una tale ricostruzione: impegno che quest’ultimo si assunse effettivamente nel corso degli anni Novanta, sotto l’impulso delle nuove prospettive storiografiche aperte, a livello generale, soprattutto dagli studi sulla santità bassomedievale di André Vauchez, pubblicati nel corso del decennio precedente (ivi, pp. VII-VIII).</hi></p></item>
				</list><list type="ordered">
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-3"><ref target="OP08849_xml_15_239-247.html#footnote-003-backlink">-1</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	N. Rauty, </hi><hi rend="italic">Il Vescovo Atto e il suo culto a Pistoia</hi><hi rend="CharOverride-1">, «Tremisse pistoiese», 27, 2003/1-2, pp. 16-26.</hi></p></item>
				</list><list type="ordered">
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-3"><ref target="OP08849_xml_15_239-247.html#footnote-002-backlink">-1</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	L. Gai, </hi><hi rend="italic">Ripensare il medioevo a Pistoia. Esequie, traslazione e vestimenta del Vescovo Atto</hi><hi rend="CharOverride-1">,</hi><hi rend="italic"> </hi><hi rend="CharOverride-1">«Tremisse Pistoiese», 36, 2011/1-2, pp. 16-23.</hi></p></item>
				</list><list type="ordered">
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-3"><ref target="OP08849_xml_15_239-247.html#footnote-001-backlink">-1</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	R. Argenziano, </hi><hi rend="italic">L’iconografia del “Beato Atto, vescovo di Pistoia” e la possibile ricostruzione del suo antico sepolcro</hi><hi rend="CharOverride-1">, in A. Benvenuti e R. Nelli (a cura di), </hi><hi rend="italic">Culto dei santi e culto dei luoghi nel medioevo pistoiese</hi><hi rend="CharOverride-1">, Atti del convegno di studi, Pistoia (16-17 maggio 2008), Società pistoiese di storia patria, Pistoia 2010, pp. 113-142. </hi></p></item>
				</list><list type="ordered">
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-3"><ref target="OP08849_xml_15_239-247.html#footnote-000-backlink">-1</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	N. Rauty, </hi><hi rend="italic">I Vallombrosani a Pistoia dalla metà del secolo XI alla metà del secolo XII</hi><hi rend="CharOverride-1">, «Bullettino storico pistoiese», 104, 2002, pp. 3-26.</hi></p></item>
				</list><p rend="editorial_metadata_author">Luca Mannori, University of Florence, Italy, <ref target="https://www.fupress.com">luca.mannori@unifi.it</ref>, <ref target="https://www.fupress.com">0000-0003-2282-0766</ref></p><p rend="editorial_metadata_polices">Referee List (DOI 1<ref target="https://doi.org/10.36253/fup_referee_list">0.36253/fup_referee_list</ref>)</p><p rend="editorial_metadata_polices">FUP Best Practice in Scholarly Publishing (DOI <ref target="https://doi.org/10.36253/fup_best_practice">10.36253/fup_best_practice</ref>)</p><p rend="editorial_metadata_book">Luca Mannori, <hi rend="italic">La presenza del vescovo Atto nella storiografia pistoiese del Novecento</hi>, © Author(s), <ref target="https://www.fupress.com">CC BY 4.0</ref>, DOI <ref target="https://www.fupress.com">10.36253/979-12-215-0335-7.11</ref>, in Francesco Salvestrini (edited by), <hi rend="CharOverride-5">Atto abate vallombrosano e vescovo di Pistoia. Bilancio storiografico e prospettive di ricerca sulla vita e l’opera di un protagonista del XII secolo</hi>, pp. -10, 2024, published by Firenze University Press, ISBN 979-12-215-0335-7, DOI <ref target="https://www.fupress.com">10.36253/979-12-215-0335-7</ref></p></div>
      
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