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        <title type="main" level="a">Le committenze architettoniche di Atto nella Toscana del XII secolo: uno sguardo d’insieme e un epigono veneto</title>
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          <persName n="1" ref="https://orcid.org/0000-0003-4075-0511" type="ORCID">
            <forename>Angelo</forename>
            <surname>Passuello</surname>
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          <resp>This is a section of <title>Atto abate vallombrosano e vescovo di Pistoia</title>(DOI: <idno type="DOI">10.36253/979-12-215-0335-7</idno>) by </resp>
          <name>Francesco Salvestrini</name>
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        <publisher>Firenze University Press</publisher>
        <pubPlace>Florence</pubPlace>
        <date when="2024">2024</date>
        <idno type="DOI">https://doi.org/10.36253/979-12-215-0335-7.12</idno>
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          <p>Available for academic research purposes</p>
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          <p>Copyright Author(s)</p>
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        <p>This is original content, published for academic research purposes</p>
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        <p>The paper deals with the architectural commissions of Atto, during the thirty years in which the religious was first prior general of the Vallombrosani and then bishop of Pistoia (1125-1153). The churches that still have the structure and decorations of the 12th century are particularly analyzed, for example: Santa Maria di Montepiano, San Michele di Plaiano and San Michele di Salvenero in north-western Sardinia, San Paolo a Ripa d'Arno in Pisa and others. Before the year 1140 Atto obtained a relic of san Jacopo the Major, which in 1145 was placed in a chapel in the first two spans of the southern nave of the Cathedral of San Zeno in Pistoia. This chapel was configured as an almost independent space from the rest of the basilica. This initiative brought important artists to Pistoia who exalted the new role of apostolic see of the city and worked in the churches of San Giovanni Fuorcivitas (1162), Sant’Andrea (1166) and San Bartolomeo in Pantano (1167). The incidence of this situation also reverberated on the nearby city of Prato, where the Cathedral (before 1163), despite the autonomist aims of the local clergy, clearly received the constructive influences of the Pistoian Cathedral. The final part of the article analyzes the unfinished church of San Jacopo al Grigliano (1396-1407), in the Province of Verona, which is the most important and majestic sanctuary dedicated to san Jacopo in Northern Italy</p>
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            <item>Atto from Pistoia – Vallombrosan monks – Clients – Architecture – Churches – Romanesque – Tuscany</item>
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      <p>It is available online at https://doi.org/10.36253/979-12-215-0335-7.12<ref target="https://doi.org/10.36253/979-12-215-0335-7.12" /></p>
      
      <div><head>Le committenze architettoniche di Atto nella Toscana del XII secolo: uno sguardo d’insieme <lb/>e un epigono veneto</head><p rend="h1_author" ><hi rend="CharOverride-1">Angelo Passuello</hi></p><p rend="h1_indexAbstract ParaOverride-1"><hi rend="bold">Sommario</hi><hi rend="CharOverride-2">:</hi> Il saggio offre una panoramica delle manifestazioni edilizie legate alla committenza di Atto, abbracciando il trentennio in cui il religioso rivestì dapprima la carica di abate maggiore dei Vallombrosani, per poi essere eletto vescovo di Pistoia (1125-1153). Sono valutate particolarmente le fondazioni che preservano tuttora l’impianto architettonico e decorativo del XII secolo: da Santa Maria di Montepiano a San Michele di Plaiano e San Michele di Salvenero, nella Sardegna nord-occidentale, fino alla chiesa pisana di San Paolo a Ripa d’Arno. Entro il 1140 Atto fece giungere a Pistoia una reliquia di san Jacopo il Maggiore: i sacri resti vennero collocati nel 1145 in una cappella che occupava le prime due campate della navatella meridionale della Cattedrale di San Zeno, qualificandosi strutturalmente e simbolicamente come uno spazio pressoché indipendente dal corpo basilicale. L’iniziativa di Atto, in virtù della potente attrattività della reliquia jacobea, fu il catalizzatore per convogliare a Pistoia eminenti personalità artistiche che esaltarono la nuova connotazione della città come sede apostolica, lavorando nelle chiese di San Giovanni Fuorcivitas (1162), di Sant’Andrea (1166) e di San Bartolomeo in Pantano (1167). L’incidenza di tale situazione si riverberò anche sulla vicina Prato, ove il cantiere del duomo (ante 1163), a dispetto delle mire autonomistiche del clero locale, recepì nitidamente gli influssi della primaziale pistoiese. La parte conclusiva dell’articolo analizza il cantiere incompiuto di San Jacopo al Grigliano (1396-1407), nella provincia veronese, che costituisce la più importante e maestosa meta jacobea nel nord Italia.</p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">I primi due secoli dopo l’anno Mille, in Europa, furono caratterizzati da importanti trasformazioni economiche e sociali. Secondo una visione collettiva </hi><hi rend="CharOverride-1">e piuttosto stereotipata, i progressi tecnologici nel settore agricolo e la rinnovata mobilità commerciale avrebbero favorito un’esponenziale crescita demografica e la conseguente creazione di nuovi centri urbani e </hi><hi rend="CharOverride-1">insediamenti rurali. L’attività edilizia, in ogni modo, ebbe un notevole incremento che si ripercosse anche sulle fondazioni ecclesiali. Queste imprese coinvolgevano l’intera comunità sia per lo sforzo economico, sia per i mezzi materiali e le risorse umane necessarie a un simile impegno</hi><hi rend="notes_number CharOverride-3"><hi><ref target="OP08849_xml_17_249-281.html#footnote-163">1</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">. I cantieri romanici, infatti, erano ambienti estremamente articolati, nei quali dialogavano molteplici figure con differenti mansioni e specializzazioni, ma ognuna con un ruolo di primo piano per la migliore riuscita dell’opera</hi><hi rend="notes_number CharOverride-3"><hi><ref target="OP08849_xml_17_249-281.html#footnote-162">2</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">: i muratori, i manovali e i garzoni esperti nell’estrazione, nella sagomatura e nella posa dei materiali, oltre che nella composizione e nell’utilizzo delle malte; gli scultori e gli scalpellini atti alla profilatura delle decorazioni; ancora, i carpentieri specializzati negli allestimenti lignei e i vetrai</hi><hi rend="notes_number CharOverride-3"><hi><ref target="OP08849_xml_17_249-281.html#footnote-161">3</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">. Tutt</hi><hi rend="CharOverride-1">i costoro erano coordinati da quello che, oggi, chiameremmo semplicemente architetto: una figura che si dedicava alla progettazione e all’organizzazione del lavoro, alla scelta dei tempi e al rapporto con il finanziatore</hi><hi rend="notes_number CharOverride-3"><hi><ref target="OP08849_xml_17_249-281.html#footnote-160">4</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">. I mecenati, perlopiù ecclesiastici, sovvenzionavano le fabbriche </hi><hi rend="italic">in primis</hi><hi rend="CharOverride-1"> come manifestazione di devozione, ma ugualmente per ricevere un tornaconto propagandistico: costruire la dimora terrena di Dio, infatti, costituiva una testimonianza tangibile che permaneva nel tempo. L’architettura romanica, pertanto, </hi><hi rend="CharOverride-1">nella sua fase germinale trovò un riferimento fondamentale nella spinta impressa dai presuli alla creazione o al rinnovamento di numerose realtà ecclesiali</hi><hi rend="notes_number CharOverride-3"><hi><ref target="OP08849_xml_17_249-281.html#footnote-159">5</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">.</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Sebbene fra i secoli XI e XII la rilevanza </hi><hi rend="CharOverride-1">del mecenatismo laico si fosse acuita in maniera esemplare (con chiari riflessi nelle committenze architettoniche)</hi><hi rend="notes_number CharOverride-3"><hi><ref target="OP08849_xml_17_249-281.html#footnote-158">-1</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">, non mancarono casi di religiosi che fecero da mediatori per l’avvento di rinnovate influenze culturali e artistiche di carattere extraterritoriale: Atto, in tal senso, fu indubbiamente un protagonista emblematico della sua epoca grazie alle relazioni</hi><hi rend="CharOverride-1"> di respiro europeo proiettate, in particolare, verso la Galizia</hi><hi rend="notes_number CharOverride-3"><hi><ref target="OP08849_xml_17_249-281.html#footnote-157">-1</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">.</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Lo scopo di questo intervento è quello di offrire una panoramica delle manifestazioni edilizie legate alla committenza di Atto, abbracciando il trentennio in cui il religioso</hi><hi rend="CharOverride-1"> rivestì dapprima la carica di abate maggiore dei Vallombrosani, per poi essere eletto vescovo di Pistoia (1125-1153)</hi><hi rend="notes_number CharOverride-3"><hi><ref target="OP08849_xml_17_249-281.html#footnote-156">-1</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">. Si tratta di un tema non certo sconosciuto alla critica, che ha prodotto una ragguardevole mole di letteratura, sovente di livello assai significativo, a cui è doveroso </hi><hi rend="CharOverride-1">riferirsi per approcciarsi alle realtà ecclesiali che gravitavano attorno ad Atto e a Pistoia. Dopo alcuni pionieristici affondi sul romanico pistoiese e i suoi aspetti strutturali, artistici e conservativi</hi><hi rend="notes_number CharOverride-3"><hi><ref target="OP08849_xml_17_249-281.html#footnote-155">-1</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">, la storiografia specializzata può giovarsi, solo per menzionarne alcuni, degli apporti di Lucia Gai</hi><hi rend="notes_number CharOverride-3"><hi><ref target="OP08849_xml_17_249-281.html#footnote-154">-1</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">, di Natale Rauty</hi><hi rend="notes_number CharOverride-3"><hi><ref target="OP08849_xml_17_249-281.html#footnote-153">-1</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">, di Mauro Ronzani</hi><hi rend="notes_number CharOverride-3"><hi><ref target="OP08849_xml_17_249-281.html#footnote-152">-1</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">, di Giampaolo Francesconi</hi><hi rend="notes_number CharOverride-3"><hi><ref target="OP08849_xml_17_249-281.html#footnote-151">-1</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1"> e di Francesco Salvestrini</hi><hi rend="notes_number CharOverride-3"><hi><ref target="OP08849_xml_17_249-281.html#footnote-150">-1</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1"> </hi><hi rend="CharOverride-1">in rapporto alla storia istituzionale e religiosa e alla cultura materiale, con particolare riferimento al culto jacobeo e alla presenza vallombrosana. Le architetture romaniche della città e del territorio sono, </hi><hi rend="CharOverride-1">poi, oggetto delle puntuali disamine di Fabio Redi</hi><hi rend="notes_number CharOverride-3"><hi><ref target="OP08849_xml_17_249-281.html#footnote-149">-1</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">, di Italo Moretti</hi><hi rend="notes_number CharOverride-3"><hi><ref target="OP08849_xml_17_249-281.html#footnote-148">-1</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1"> e, più recentemente, delle filologiche riletture di Guido Tigler, che ha </hi><hi rend="CharOverride-1">aperto la strada a un filone d’indagine comparativa ad ampio raggio con le coeve manifestazioni toscane</hi><hi rend="notes_number CharOverride-3"><hi><ref target="OP08849_xml_17_249-281.html#footnote-147">-1</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">. Gli studi degli ultimi anni, inoltre, pur evidenziando la necessità di perdurare nel filone di ricerca stilistico-costruttivo</hi><hi rend="notes_number CharOverride-3"><hi><ref target="OP08849_xml_17_249-281.html#footnote-146">-1</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">, hanno avvertito l’esigenza di adottare metodologie archeologiche e stratigrafiche per enucleare le fasi edilizie delle grandi fabbriche chiesastiche e, in questo modo, confermare o smentire le datazioni indotte dall’interpretazione delle fonti documentarie o epigrafiche</hi><hi rend="notes_number CharOverride-3"><hi><ref target="OP08849_xml_17_249-281.html#footnote-145">-1</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">.</hi></p><div><head><hi>1. </hi><hi>I cantieri nell’orbita pastorale di Atto (1125-1140): prototipi costruttivi vallombrosani o circolazione di modelli comuni?</hi></head><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Già ai primordi del suo sviluppo comunale Pistoia era cinta</hi><hi rend="CharOverride-1"> fra due poli decisamente più autorevoli per estensione e tradizioni, ossia Lucca e Firenze</hi><hi rend="notes_number CharOverride-3"><hi><ref target="OP08849_xml_17_249-281.html#footnote-144">-1</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">. Contrariamente a questi grandi centri, la città governava un territorio esiguo (corrispondente pressappoco alla diocesi)</hi><hi rend="notes_number CharOverride-3"><hi><ref target="OP08849_xml_17_249-281.html#footnote-143">-1</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">, in parte montuoso, e non aveva né uno sbocco diretto al mare, come Lucca, né un grande bacino fluviale alla pari di Firenze; verso est, inoltre, era in espansione Prato, che avanzava mire autonomistiche</hi><hi rend="notes_number CharOverride-3"><hi><ref target="OP08849_xml_17_249-281.html#footnote-142">-1</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">. Benché per tutto il XII secolo Pistoia abbia dovuto fronteggiare con alterne vicende la pressione dei potenti vicini (riscuotendo anche apprezzabili successi grazie all’alleanza con Pisa), fu proprio in quel periodo che la città ebbe una crescita repentina</hi><hi rend="notes_number CharOverride-3"><hi><ref target="OP08849_xml_17_249-281.html#footnote-141">-1</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">: </hi><hi rend="CharOverride-1">un eclatante e ponderato gesto di Atto, che fece giungere a Pistoia un sacro resto attribuito a san Jacopo il Maggiore, ne accrebbe altresì l’importanza</hi><hi rend="CharOverride-1"> sul piano politico, economico e devozionale</hi><hi rend="notes_number CharOverride-3"><hi><ref target="OP08849_xml_17_249-281.html#footnote-140">-1</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">. Ma quali furono le premesse e, soprattutto, le motivazioni di quest’acutissima intuizione che cambiò le sorti della storia cittadina</hi><hi rend="notes_number CharOverride-3"><hi><ref target="OP08849_xml_17_249-281.html#footnote-139">-1</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">? Per comprenderne adeguatamente l’enorme impatto, anche a livello architettonico e figurativo</hi><hi rend="notes_number CharOverride-3"><hi><ref target="OP08849_xml_17_249-281.html#footnote-138">-1</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">, è utile delineare concisamente la cornice sociopolitica entro cui si mosse Atto</hi><hi rend="notes_number CharOverride-3"><hi><ref target="OP08849_xml_17_249-281.html#footnote-137">-1</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">.</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Dalla seconda metà del secolo XI s’inizia</hi><hi rend="CharOverride-1">rono a diffondere a Pistoia le nuove comunità vallombrosane</hi><hi rend="notes_number CharOverride-3"><hi><ref target="OP08849_xml_17_249-281.html#footnote-136">-1</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">: i cenobi divennero dei veri e propri baluardi degli ideali riformatori propugnati dalla contessa Matilde di Canossa, che nella città toscana, oltre ad aver incontrato il favore del vescovo Leone (1067-1085), promosse presumibilmente l’elezione </hi><hi rend="CharOverride-1">a primate di Pietro (1085-1105), personaggio carismatico ed esponente di spicco del movimento di restaurazione ecclesiale</hi><hi rend="notes_number CharOverride-3"><hi><ref target="OP08849_xml_17_249-281.html#footnote-135">-1</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">. A Pietro, che principiò l’inconsueta stagione dei vescovi vallombrosani</hi><hi rend="notes_number CharOverride-3"><hi><ref target="OP08849_xml_17_249-281.html#footnote-134">-1</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">, successe il canonico Ildebrando (1105-1133)</hi><hi rend="notes_number CharOverride-3"><hi><ref target="OP08849_xml_17_249-281.html#footnote-133">-1</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1"> il quale, nella sua lunga carriera episcopale, dovette contrastare l’incipiente ascesa delle nascenti magistrature comunali le quali</hi><hi rend="CharOverride-1">, in cerca di legittimazione e autonomia, si dotarono di uno statuto datato al 1117, indebolendo sempre più l’autorità religiosa</hi><hi rend="notes_number CharOverride-3"><hi><ref target="OP08849_xml_17_249-281.html#footnote-132">-1</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">. </hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Nel 1133 Atto fu insediato sulla cattedra pistoiese da papa Innocenzo II proprio </hi><hi rend="CharOverride-1">per tentare di colmare il divario instauratosi fra il potere civile e quello vescovile</hi><hi rend="notes_number CharOverride-3"><hi><ref target="OP08849_xml_17_249-281.html#footnote-131">-1</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">. Già nella veste di superiore generale della congregazione vallombrosana (ca. 1125-1133) egli si era adoperato</hi><hi rend="CharOverride-1"> strenuamente per la diffusione dell’Ordine incrementando le acquisizioni cenobitiche, consolidando quelle già esistenti e promuovendo nuove fondazioni dislocate in varie sedi. Nel 1127 gli venne donata dai canonici della cattedrale di Pisa la chiesa di San Michele di Plaiano</hi><hi rend="CharOverride-1"> a Sassari, nel giudicato di Torres, dove fu impiantato il primo cenobio vallombrosano in Sardegna; a questo nucleo s’aggiunse, nel 1139, San Michele di Salvenero nella piana di Ploaghe</hi><hi rend="notes_number CharOverride-3"><hi><ref target="OP08849_xml_17_249-281.html#footnote-130">-1</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">.</hi><hi rend="CharOverride-1"> Fra il secondo e il terzo decennio del XII secolo Atto concorse all’ottenimento o alla conferma di diversi monasteri toscani, come Santa Maria di Vigesimo nella diocesi di Firenze</hi><hi rend="notes_number CharOverride-3"><hi><ref target="OP08849_xml_17_249-281.html#footnote-129">-1</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1"> e San Michele in Poggio San Donato a Siena</hi><hi rend="notes_number CharOverride-3"><hi><ref target="OP08849_xml_17_249-281.html#footnote-128">-1</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">; in Lombardia, inoltre, grazie ai suoi rapporti privilegiati col clero ambrosiano</hi><hi rend="CharOverride-1">, ricevette l’abbazia di San Barnaba al Gratosoglio, a sud di Milano (1130)</hi><hi rend="notes_number CharOverride-3"><hi><ref target="OP08849_xml_17_249-281.html#footnote-127">-1</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1"> e, nel 1132, accolse da Innocenzo II la chiesa di San Vigilio in Lugana (BS)</hi><hi rend="notes_number CharOverride-3"><hi><ref target="OP08849_xml_17_249-281.html#footnote-126">-1</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">. Negli anni seguenti, dopo aver ottenuto badie in area emiliana e umbra</hi><hi rend="notes_number CharOverride-3"><hi><ref target="OP08849_xml_17_249-281.html#footnote-125">-1</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">, contribuì alla fondazione del monastero di </hi><hi rend="CharOverride-1">San Bartolomeo del Fossato presso Sampierdarena, nei pressi di Genova (ca. 1138-1140)</hi><hi rend="notes_number CharOverride-3"><hi><ref target="OP08849_xml_17_249-281.html#footnote-124">-1</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">, rinvigorì la presenza vallombrosana a San Paolo a Ripa d’Arno in Pisa</hi><hi rend="notes_number CharOverride-3"><hi><ref target="OP08849_xml_17_249-281.html#footnote-123">-1</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1"> e, per di più, si impegnò per l’affermazione delle comunità vallombrosane piemontesi di San Bartolomeo a Novara (1124), di San Benedetto a </hi><hi rend="CharOverride-1">Muleggio presso Vercelli (1135), dei Santi Filippo e Jacopo ad Asti (</hi><hi rend="italic">ante</hi><hi rend="CharOverride-1"> 1140) e di San Paolo fuori dalle mura di Tortona (ca. 1140)</hi><hi rend="notes_number CharOverride-3"><hi><ref target="OP08849_xml_17_249-281.html#footnote-122">-1</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">.</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Oramai forte di queste imprese, per riguadagnare la libertà d’azione persa dal suo predecessore Ildebrando, Atto assunse posizioni nette e intransigenti che inasprirono le tensioni e culminarono nel 1138 con la scomunica lanciata sui consoli del Comune pistoiese, ufficialmente per aver trafugato il tesoro della cattedrale</hi><hi rend="notes_number CharOverride-3"><hi><ref target="OP08849_xml_17_249-281.html#footnote-121">-1</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">, ma in realtà perché costoro rivendicavano con forza l’amministrazione dei beni ecclesiastici</hi><hi rend="notes_number CharOverride-3"><hi><ref target="OP08849_xml_17_249-281.html#footnote-120">-1</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">. Non è forse un caso che, proprio in quell’anno, Atto abbia consacrato gli altari</hi><hi rend="CharOverride-1"> dell’abbaziale di Santa Maria di Montepiano a Vernio, nel distretto comunale di Prato (Fig. 1). La badia, per la sua posizione di valico,</hi><hi rend="CharOverride-1"> costituiva un vero e proprio caposaldo vallombrosano a nord-est di Pistoia, dal momento che sorgeva in una zona nevralgica per il controllo delle arterie appenniniche fra la valle del Bisenzio e il comprensorio bolognese</hi><hi rend="notes_number CharOverride-3"><hi><ref target="OP08849_xml_17_249-281.html#footnote-119">-1</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">. La fondazione di Montepiano si deve, con ogni probabilità, al conte Ugaccione della famiglia dei </hi><hi rend="CharOverride-1">Cadolingi, che dispose una donazione nel 1096</hi><hi rend="notes_number CharOverride-3"><hi><ref target="OP08849_xml_17_249-281.html#footnote-118">-1</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">, con la conseguente adesione alla congregazione durante l’episcopato di Pietro, in un periodo anteriore al 1101</hi><hi rend="notes_number CharOverride-3"><hi><ref target="OP08849_xml_17_249-281.html#footnote-117">-1</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">. </hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">In un’epistola inviata al preposito della canonica milanese di Sant’Ambrogio, Martino Corbo, Atto chiedeva di poter ottenere alcune reliquie dei santi martiri Gervasio, Protasio e Vittore, necessarie al presule per aumentare la reputazione della sua Chiesa, fiaccata dall’intromissione delle autorità consolari</hi><hi rend="notes_number CharOverride-3"><hi><ref target="OP08849_xml_17_249-281.html#footnote-116">-1</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">. Sebbene quest’istanza non abbia avuto seguito (e, comunque, l’idea </hi><hi rend="CharOverride-1">fu poi ampiamente superata dal progetto ben più ambizioso di portare a Pistoia i resti di san Jacopo)</hi><hi rend="notes_number CharOverride-3"><hi><ref target="OP08849_xml_17_249-281.html#footnote-115">-1</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">, è stato suggerito che le testimonianze lipsaniche dei martiri lombardi siano state deposte proprio nella chiesa di Santa Maria a Montepiano, che si configurerebbe perciò come una delle committenze cardine per il conseguimento degli obiettivi pastorali e politici di Atto. Secondo Tigler, tuttavia, g</hi><hi rend="CharOverride-1">li altari vennero dedicati alla Vergine (maggiore), a san Benedetto (transetto meridionale), a san Pietro (pergamo) e, infine, a san Jacopo (transetto settentrionale): sarebbe questa, dunque, la più antica intitolazione all’Apostolo di un tempio entro i confini della diocesi pistoiese e, di conseguenza, l’arrivo della reliquia jacobea dalla Galizia, destinata a intercettare un cospicuo numero di pellegrini, sarebbe da far risalire perlomeno al 1138</hi><hi rend="notes_number CharOverride-3"><hi><ref target="OP08849_xml_17_249-281.html#footnote-114">-1</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">.</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Il corpo </hi><hi rend="CharOverride-1">chiesastico sviluppa una pianta ad aula unica con transetto sporgente, secondo uno schema ricorrente nella badia di Santa Maria Assunta a Pacciana e nella distrutta chiesa di San Michele in Forcole. La chiesa, nonostante la completa scomparsa degli annessi monastici, mantiene ancora abbastanza integro il sobrio assetto del XII secolo, regolarmente apparecchiato con blocchi di arenaria locale</hi><hi rend="notes_number CharOverride-3"><hi><ref target="OP08849_xml_17_249-281.html#footnote-113">-1</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">. Il fronte, a doppia falda, </hi><hi rend="CharOverride-1">si risolve in una teoria di archetti pensili monolitici a ghiera duplicata sormontati da un nastro dentellato, che corrono pure lungo i sottogronda delle fiancate e, nel lato nord, contemplano il singolare inserto di una testina antropomorfa. Questi elementi decorativi, che non hanno rimandi in area pratese e pistoiese, sono ascritti genericamente a maestranze lombarde, quantunque la propensione critica degli ultimi anni tenda a ridimensionare l’apporto specificamente padano alle peculiarità costruttive e ornamentali toscane</hi><hi rend="notes_number CharOverride-3"><hi><ref target="OP08849_xml_17_249-281.html#footnote-112">-1</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">. </hi><hi rend="CharOverride-1">Il prospetto settentrionale, illuminato da due ampie finestre a doppio strombo liscio, s’interrompe in corrispondenza del braccio del transetto che venne ribassato fra i secoli XVI e XVII, quando fu innalzato il campaniletto a vela e venne parimenti rivista l’abside maggiore, che assunse una conformazione a scarsella. Il fianco sud</hi><hi rend="CharOverride-1">, prospiciente le compagini monastiche demolite nel XIX secolo e oggi quasi totalmente irreperibili, verso Oriente sfoggia un elaborato motivo ad archetti intrecciati di schietta reminiscenza normanna e campana, che a Montepiano trova</hi><hi rend="CharOverride-1">rono una precoce adozione giacché al nord apparvero soltanto dalla seconda metà del XII secolo in Lombardia (Santa Maria la Rossa e Sant’Ambrogio a Milano, San Lanfranco a Pavia) e in Emilia (in Santo Stefano a Bologna e nella Torre Ghirlandina a Modena)</hi><hi rend="notes_number CharOverride-3"><hi><ref target="OP08849_xml_17_249-281.html#footnote-111">-1</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">.</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Le uniche concessioni figurative, a dispetto dell’austerità che permea l’intero impianto, sono nel portale maggiore: la specchiatura centrale della lunetta, infatti, esibisce un’immagine di orante con le braccia alzate e le mani aperte, abbigliata con un corto gonnellino a pieghe che accompagna le gambe divaricate. D</hi><hi rend="CharOverride-1">ue inserti fitomorfi con foglie lanceolate e volute introflesse introducono alle campiture laterali, definite da un nastro a treccia bisolcata che circonda una croce (a nord) e un’effige a scacchiera (a sud), in parte mutila. Il rilevo, dal sapore alquanto </hi><hi rend="italic">naïf</hi><hi rend="CharOverride-1">, poggia su un architrave dai tratti arcaizzanti </hi><hi rend="CharOverride-1">(con chiari ricordi altomedievali, come avviene anche nella pieve di Cornacchiaia, a Sant’Agata di Mugello e a San Martino in Campo presso Artimino)</hi><hi rend="notes_number CharOverride-3"><hi><ref target="OP08849_xml_17_249-281.html#footnote-110">-1</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">, ma invero coerente col varco sottostante. Il bassorilievo s’incentra su una croce patente e due draghi affrontati, affiancati da altrettante fiere; il profilo superiore è percorso da un tralcio vitineo con grappoli d’uva intervallati a un</hi><hi rend="CharOverride-1">a successione di ‘cani correnti’ e poggia lateralmente su due matasse con cerchi concentrici a tripla fettuccia.</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Gli interni, con muratura in arenaria a vista (arricchita da brani affrescati duecenteschi e trecenteschi) sono sovrastati da un tetto a capriate lignee su grandi </hi><hi rend="CharOverride-1">mensole moderne. La soffittatura originaria, nondimeno, doveva essere a botte, come suggeriscono la coppia di possenti pilastri quadrati inseriti negli spigoli della controfacciata e la risega in correlazione della crociera, atti a sostenere le spinte degli archi trasversi</hi><hi rend="notes_number CharOverride-3"><hi><ref target="OP08849_xml_17_249-281.html#footnote-109">-1</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">; nelle cappelle del transetto, inoltre, sono ancora ben visibili i piani d’</hi><hi rend="CharOverride-1">imposta delle volte sotto gli odierni cavalletti</hi><hi rend="notes_number CharOverride-3"><hi><ref target="OP08849_xml_17_249-281.html#footnote-108">-1</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">. Questa tipologia di copertura non è riferita a infiltrazioni lombarde, ma è considerata un carattere tipico della produzione architettonica ascrivibile all’attività di Atto che</hi><hi rend="notes_number CharOverride-3"><hi><ref target="OP08849_xml_17_249-281.html#footnote-107">-1</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">, quindi, intervenne in maniera davvero </hi><hi rend="CharOverride-1">massiva nelle trame murarie dell’edificio in occasione della consacrazione degli altari promuovendone una ricostruzione pressoché completa protrattasi, verosimilmente, oltre la metà del XII secolo</hi><hi rend="notes_number CharOverride-3"><hi><ref target="OP08849_xml_17_249-281.html#footnote-106">-1</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">.</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Fra la fine del secolo XI e i primi lustri del XII la circoscrizione diocesana pistoiese, oltre a Santa Maria di Montepiano ospitò altri cinque tra monasteri e priorati vallombrosani, tutti strettamente connessi con il sistema viario che percorreva il territorio e collegava i comitati di Firenze, Pistoia e</hi><hi rend="CharOverride-1"> Prato con Bologna e i centri del nord padano: San Michele in Forcole, San Salvatore a Fontana Taona, San Salvatore di Vaiano, Santa Maria Assunta a Pacciana e Santa Maria a Grignano</hi><hi rend="notes_number CharOverride-3"><hi><ref target="OP08849_xml_17_249-281.html#footnote-105">-1</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">. Questo fattore poteva certamente incoraggiare lo spostamento di maestranze da un cantiere all’altro, contribuendo alla diffusione di quei paradigmi strutturali che, </hi><hi rend="CharOverride-1">ritenuti da Italo Moretti tipicamente vallombrosani, scaturirebbero dalle matrici di Passignano e Vallombrosa: spazialità ad aula unica di dimensioni ridotte, con travi lignee a vista; terminazione orientale a una o tre absidi semicircolari, priva di cripta, ma con un ampio transetto sporgente; tiburio con cupola nella crociera; elevati </hi><hi rend="CharOverride-1">in pietra o laterizio scevri di apparati ornamentali come capitelli, cornici, architravi e mensole</hi><hi rend="notes_number CharOverride-3"><hi><ref target="OP08849_xml_17_249-281.html#footnote-104">-1</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">. Questa generica omogeneità esecutiva, tuttavia, deve essere correttamente contestualizzata. I costruttori, spesso provenienti da orizzonti culturali differenti, si muovevano frequentemente fra una fabbrica e l’altra portando in dote un prezioso bagaglio di competenze tecniche, pratiche e formali che innestavano sulle radici architettoniche indigene sviluppando, di volta in volta, repertori lessicali di più o meno facile ripetitività</hi><hi rend="notes_number CharOverride-3"><hi><ref target="OP08849_xml_17_249-281.html#footnote-103">-1</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">. Tali esiti, che talora diedero vita a veri e propri fenomeni d’imitazione, non erano quindi necessariamente legati ai dettami di una qualche specifica congregazione religiosa: per quanto attiene ai Vallombrosani, infatti, non si possiedono indirizzi ufficiali riguardo alla progettazione degli edifici nelle costituzioni capitolari o in altre fonti redatte dall’Ordine</hi><hi rend="notes_number CharOverride-3"><hi><ref target="OP08849_xml_17_249-281.html#footnote-102">-1</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">. In considerazione di ciò, dovrebbe essere quantomeno attenuato l’assioma di uno </hi><hi rend="italic">standard</hi><hi rend="CharOverride-1"> architettonico ‘vallombrosano’, come ben indica il novero delle committenze di Atto in cui ogni chiesa contempla tipicità planimetriche, strutturali e ornamentali non certo riconducibili a una matrice</hi><hi rend="CharOverride-1"> comune, ma debitrici piuttosto dalla circolazione di saperi fra aree contermini o coinvolte in reciproci scambi culturali</hi><hi rend="notes_number CharOverride-3"><hi><ref target="OP08849_xml_17_249-281.html#footnote-101">-1</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">.</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Le compagini di San Michele di Plaiano e di San Michele di </hi><hi rend="CharOverride-1">Salvenero, nella Sardegna nord-occidentale, denunciano invece una formale adesione a stilemi toscani</hi><hi rend="notes_number CharOverride-3"><hi><ref target="OP08849_xml_17_249-281.html#footnote-100">-1</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">: gli stretti rapporti con le repubbliche marinare di Genova e Pisa, agevolati dalla liberalità dei giudici, fecero affluire in Sardegna maestranze toscane, che portano con loro un’esperienza artistica e costruttiva già matura influenzando in modo determinante il lessico architettonico insulare</hi><hi rend="notes_number CharOverride-3"><hi><ref target="OP08849_xml_17_249-281.html#footnote-099">-1</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">. </hi><hi rend="CharOverride-1">La fondazione di San Michele di Plaiano rimonta al 1082, quando il giudice di Torres Mariano I de Lacon-Gunale concesse il titolo all’Opera di Santa Maria di Pisa, prima di passare ai Camaldolesi nel 1115 e, finalmente, ai Vallombrosani nel 1127 (Fig. 2). L’impianto s</hi><hi rend="CharOverride-1">i eleva su un semplice invaso longitudinale con conclusione rettilinea e conserva ancora la fiancata nord e la facciata della redazione romanica, profondamente sfigurata da poderosi interventi restaurativi</hi><hi rend="notes_number CharOverride-3"><hi><ref target="OP08849_xml_17_249-281.html#footnote-098">-1</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">: l’abside è stata demolita e il lato sud è quasi del tutto occultato da un’edificazione posteriore. Gli alzati, completamente in conci calcarei, nel versante settentrionale ostentano un filare in mattoni posti in </hi><hi rend="italic">opus spicatum</hi><hi rend="CharOverride-1">, eccentrico per l’area sarda</hi><hi rend="notes_number CharOverride-3"><hi><ref target="OP08849_xml_17_249-281.html#footnote-097">-1</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">; il perimetrale è scandito da tre lesene che racchiudono altrettante monofore gradonate (la più occidentale, a ogiva, fu aperta in un secondo periodo consequenziale all’allungamento del corpo chiesastico verso occidente) ed è percorso da una serie di archetti pensili a ghiera incisa e peducci stondati d’impronta lombarda</hi><hi rend="notes_number CharOverride-3"><hi><ref target="OP08849_xml_17_249-281.html#footnote-096">-1</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">.</hi><hi rend="CharOverride-1"> Il fronte a capanna, di gusto toscano, è diviso orizzontalmente da una cornice marcapiano a doppio smusso che definisce il timpano, illuminato nel mezzo da una bifora; una falsa loggia, con capitelli corinzi a fogliame liscio, asseconda la pendenza degli spioventi. Il settore inferiore è suddiviso in tre specchiature da altrettante arcate cieche: in quella centrale si apre il possente portale con piattabanda e lunetta, mentre gli archivolti racchiudono formelle con intarsi geometrici</hi><hi rend="notes_number CharOverride-3"><hi><ref target="OP08849_xml_17_249-281.html#footnote-095">-1</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">.</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">L’imponente cantiere di San Michele di Salvenero, parzialmente alterato da restauri novecenteschi, è attestato per la prima volta nel 1138 come dipendenza vallombrosana. Contrariamente a Plaiano, la chiesa svolge una croce commissa a nave unica con tre absidi semicircolari; lo spazio principale ha una copertura in legno, mentre volte a crociera incombono sulle braccia del transetto</hi><hi rend="notes_number CharOverride-3"><hi><ref target="OP08849_xml_17_249-281.html#footnote-094">-1</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">. La facciata e i muri d’ambito, illuminati da strette feritoie, sono</hi><hi rend="CharOverride-1"> impreziositi cromaticamente da un apparecchio litico ottenuto da zebrature irregolari di blocchi lapidei di piccola e media pezzatura e scure rocce vulcaniche dagli spigoli netti e ben rifiniti</hi><hi rend="notes_number CharOverride-3"><hi><ref target="OP08849_xml_17_249-281.html#footnote-093">-1</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">. Le absidi, in soli conci, sono spartite da lesene intervallate da coppie di archetti pensili raddoppiati che corrono lungo tutto il perimetro ecclesiale. Il fronte, serrato da due grandi semipilastri angolari, è ripartito in basso da</hi><hi rend="CharOverride-1"> tre scomparti a pieno sesto, definiti da lesene che si spingono fino al timpano, forato da un oculo (Fig. 3)</hi><hi rend="notes_number CharOverride-3"><hi><ref target="OP08849_xml_17_249-281.html#footnote-092">-1</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">.</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Tornando nella terraferma, poco o nulla rimane delle fabbriche medievali toscane (Santa Maria di Vigesimo e San Michele a Poggio San Donato), lombarde (San Barnaba al Gratosoglio e San Vigilio in Lugana) e </hi><hi rend="CharOverride-1">piemontesi (San Bartolomeo a Novara, San Benedetto a Muleggio, Santi Filippo e Jacopo ad Asti e San Paolo fuori dalle mura di Tortona), tutte radicalmente trasformate in epoca moderna o addirittura scomparse e ricostruite </hi><hi rend="italic">in toto</hi><hi rend="CharOverride-1">. Interessante, a tal proposito, è la vicenda dell’abbazia genovese di San Bartolomeo del Fossato, distrutta nel 1944 e poi rifabbricata</hi><hi rend="notes_number CharOverride-3"><hi><ref target="OP08849_xml_17_249-281.html#footnote-091">-1</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">, che in origine sviluppava una navata con transetto, un tiburio e un’ampia abside con nicchie a fornice</hi><hi rend="notes_number CharOverride-3"><hi><ref target="OP08849_xml_17_249-281.html#footnote-090">-1</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">; gli alzati </hi><hi rend="CharOverride-1">intervallavano la pietra al mattone, secondo cadenze costruttive da riferire non tanto all’arrivo dei Vallombrosani a Genova (1064), ma già al XII secolo</hi><hi rend="notes_number CharOverride-3"><hi><ref target="OP08849_xml_17_249-281.html#footnote-089">-1</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">. È possibile, pertanto, che la compagine sia scaturita nel contesto dei viaggi che Atto o alcuni suoi emissari compirono verso il santuario iberico, passando quindi per la Liguria</hi><hi rend="notes_number CharOverride-3"><hi><ref target="OP08849_xml_17_249-281.html#footnote-088">-1</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">.</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Ben diverso il caso di San Paolo a Ripa d’Arno che, al netto delle invasive ristrutturazioni ottocentesche e post-belliche</hi><hi rend="notes_number CharOverride-3"><hi><ref target="OP08849_xml_17_249-281.html#footnote-087">-1</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">, mantiene ancora gli esuberanti apparati struttivi del XII secolo, specialmente nei prospetti settentrionale, occidentale e nella testata orientale (Fig. 4)</hi><hi rend="notes_number CharOverride-3"><hi><ref target="OP08849_xml_17_249-281.html#footnote-086">-1</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">. Il cantiere, che soppiantò una precedente costruzione a nave singola, è circoscrivibile cronologicamente fra il 1131 circa e il 1148, proprio nel regime di Atto</hi><hi rend="notes_number CharOverride-3"><hi><ref target="OP08849_xml_17_249-281.html#footnote-085">-1</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">. L’abbazia pisana presenta un’icnografia a croce commissa monoabsidata suddivisa in tre navate con un vasto transetto, assai emergente in senso orizzontale e verticale, su cui s’imposta la cupola </hi><hi rend="CharOverride-1">dai profili all’incirca ellittici, che riecheggia il magniloquente esempio buschetiano del duomo di Pisa (1064-1118/20)</hi><hi rend="notes_number CharOverride-3"><hi><ref target="OP08849_xml_17_249-281.html#footnote-084">-1</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">. All’eminente modello rimandano anche le applicazioni ornamentali della fiancata, del transetto e della sezione nord del fronte, approntati con filaretti</hi><hi rend="CharOverride-1"> di pietra bianca e nera sopra una regolare trama di verrucano, che vantano tarsie multiformi e </hi><hi rend="italic">spolia</hi><hi rend="CharOverride-1"> antiche e paleocristiane. Anche gli interni, scanditi da imponenti archi diaframma a sesto acuto, sono pertinenti a questa fase: in modo particolare, sono state ravvisate velate affinità fra alcune componenti rainaldiane della cattedrale pisana (1150 circa)</hi><hi rend="CharOverride-1"> e il secondo capitello corinzio dell’infilata nord, con protomi antropomorfe raffiguranti i santi Pietro e Paolo, oltre che con la mensola sud dell’arco santo, che espone un mascherone barbuto stretto fra due telamoni, e con i capitelli del portale settentrionale</hi><hi rend="notes_number CharOverride-3"><hi><ref target="OP08849_xml_17_249-281.html#footnote-083">-1</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">. Anche la vicina cappella di Sant’Agata, rivolta verso l’abside, è attribuita al secondo quarto del XII secolo: la struttura ottagonale, completamente in cotto, è illuminata da trifore a duplice ghiera entro arcate cieche, rivelatrici d’influssi padani,</hi><hi rend="CharOverride-1"> ed è contornata da archetti pensili con peducci svasati. Le stringenti affinità fra la cappella, la copertura e il campanile del Santo Sepolcro hanno suggerito un’attribuzione a Diotisalvi, celeberrimo </hi><hi rend="italic">magister</hi><hi rend="CharOverride-1"> del battistero di Pisa</hi><hi rend="notes_number CharOverride-3"><hi><ref target="OP08849_xml_17_249-281.html#footnote-082">-1</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">.</hi></p></div><div><head><hi>2. La Cappella di San Jacopo nella Cattedrale pistoiese</hi><hi> (1140-1145) e gli sviluppi dell’architettura sacra fra Pistoia e Prato dalla metà del XII secolo</hi></head><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Com’è noto, entro il 1140</hi><hi rend="notes_number CharOverride-3"><hi><ref target="OP08849_xml_17_249-281.html#footnote-081">-1</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1"> Atto ottenne dall’arcivescovo di Compostella Diego Gelmírez un frammento del cranio di san Jacopo il Maggiore</hi><hi rend="notes_number CharOverride-3"><hi><ref target="OP08849_xml_17_249-281.html#footnote-080">-1</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">: secondo la tradizione, il presule avrebbe avanzato la richiesta tramite l’ecclesiastico Ranieri, ben inserito nell’ambiente clericale della Cattedrale compostellana, incaricando i suoi due fedeli vassalli Mediovillano e </hi><hi rend="CharOverride-1">Tebaldo di condurre la reliquia a Pistoia</hi><hi rend="notes_number CharOverride-3"><hi><ref target="OP08849_xml_17_249-281.html#footnote-079">-1</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">. Papa Innocenzo II rivestì un ruolo basilare per l’efficace riuscita dell’iniziativa: intenso sostenitore del culto compostellano, aspirava a creare una meta di pellegrinaggio in Tuscia per limitare le prerogative di Santiago de Compostela (che aveva proibito qualsiasi tipo di alienazione del corpo di san Jacopo</hi><hi rend="CharOverride-1">, ma fu ugualmente costretta a piegarsi alla volontà del pontefice) e infondere nuova linfa alla sede romana. Atto, di conseguenza, trasse innegabilmente beneficio dai suoi fecondi rapporti personali con Innocenzo II: fulgido rappresentante dell’obbedienza romana, s’era impegnato strenuamente nella lotta antisimoniaca, e lo aveva appoggiato incondizionatamente </hi><hi rend="CharOverride-1">contro l’‘antipapa’ Anacleto nello scisma che divise la Chiesa fra il 1130 e il 1138</hi><hi rend="notes_number CharOverride-3"><hi><ref target="OP08849_xml_17_249-281.html#footnote-078">-1</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">.</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Pistoia divenne, così, l’epicentro del culto jacobeo in Italia</hi><hi rend="notes_number CharOverride-3"><hi><ref target="OP08849_xml_17_249-281.html#footnote-077">-1</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">: la città toscana, accarezzata dal tracciato dell</hi><hi rend="CharOverride-1">a Via Francigena (principale itinerario compostellano in Italia) e già in posizione strategica per calamitare un ingente flusso di fedeli, era l’unico centro peninsulare in cui fosse esercitata un spiccata devozione di carattere individuale verso san Jacopo il Maggiore (che ne divenne il patrono)</hi><hi rend="notes_number CharOverride-3"><hi><ref target="OP08849_xml_17_249-281.html#footnote-076">-1</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1"> tanto da essere considerata una ‘seconda Compostela’ ovvero la ‘Compostela italiana’</hi><hi rend="notes_number CharOverride-3"><hi><ref target="OP08849_xml_17_249-281.html#footnote-075">-1</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">. </hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">L’introduzione del culto jacobeo a Pistoia fu un vero e proprio capolavoro politico e diplomatico di Atto, che raggiunse l’acme della sua missione: l’immagine vescovile, infatti, stava perdendo vigore e importanza quale riferimento cittadino e occorreva un pretesto forte, che stemperasse le tensioni rinsaldando al contempo i legami fra il potere religioso e quello municipale</hi><hi rend="notes_number CharOverride-3"><hi><ref target="OP08849_xml_17_249-281.html#footnote-074">-1</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">. San Jacopo funse da</hi><hi rend="CharOverride-1"> legante per la formazione di un vero e proprio senso civico: santo protettore della città, ma anche rappresentante dell’identità collettiva, fu il perno con cui Atto riuscì finalmente a dirimere i contrasti con il Comune, garantendo inoltre laute ricadute pecuniarie proprie di una meta di pellegrinaggio internazionale</hi><hi rend="notes_number CharOverride-3"><hi><ref target="OP08849_xml_17_249-281.html#footnote-073">-1</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">.</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Le reliquie di san Jacopo, secondo quanto espressamente chiesto dall’arci</hi><hi rend="CharOverride-1">vescovo Gelmírez, dovevano essere deposte in un altare appositamente consacrato nella cattedrale di San Zeno: Atto, per tale motivo, dovette intervenire con decisione nelle trame murarie della suprema basilica pistoiese per adempiere al desiderio del presule iberico</hi><hi rend="CharOverride-1"> e tributare un solenne collocamento alla sacra </hi><hi rend="italic">capsella</hi><hi rend="CharOverride-1">. Il vescovo, come evidenzia Cristina Acidini Luchinat, creò un vero e proprio «tempio nel tempio» nelle prime due campate della navata meridionale</hi><hi rend="notes_number CharOverride-3"><hi><ref target="OP08849_xml_17_249-281.html#footnote-072">-1</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">: uno spazio</hi><hi rend="CharOverride-1"> che, pur sfruttando i perimetrali già esistenti nei lati sud e ovest, rimaneva pressoché indipendente e s’imperniava sull’altare, consacrato il 25 luglio del 1145. All’ambiente, pochi anni più tardi (1163-1170)</hi><hi rend="notes_number CharOverride-3"><hi><ref target="OP08849_xml_17_249-281.html#footnote-071">-1</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">, venne annessa </hi><hi rend="CharOverride-1">la cosiddetta sagrestia ‘vecchia’ di San Jacopo con volta a botte e pareti guarnite da stelle dorate su fondale blu, introdotta nell’invaso del palazzo v</hi><hi rend="CharOverride-1">escovile</hi><hi rend="notes_number CharOverride-3"><hi><ref target="OP08849_xml_17_249-281.html#footnote-070">-1</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">.</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">La cappella di San Jacopo era provvista di un ingresso autonomo che si apriva nel settore sud della facciata: il varco, che sopravvive tuttora, è sormontato da un architrave di cultura lucchese databile attorno al 1140 e lungo i bordi reca un’iscrizione in caratteri capitali che invita il fedele a seguire la ‘curia’ cristiana e rifuggire il male per conseguire la vita eterna</hi><hi rend="notes_number CharOverride-3"><hi><ref target="OP08849_xml_17_249-281.html#footnote-069">-1</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">. La trabeazione è </hi><hi rend="CharOverride-1">caratterizzata da un volatile dal collo allungato che propone un fregio a girali vegetali con infiorescenze. Questo </hi><hi rend="italic">ductus</hi><hi rend="CharOverride-1"> ornamentale trova precise rispondenze nelle chiese di San Frediano a Lucca, di Santa Margherita di Antraccoli presso Capannori e della badia di Sant’Antimo in Val di Starcia a Montalcino</hi><hi rend="notes_number CharOverride-3"><hi><ref target="OP08849_xml_17_249-281.html#footnote-068">-1</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">, e ricompare anche nella piattabanda del portale centrale del duomo pistoiese, anteriore al riordino dell’accesso avvenuto nel 1272 ad opera del maestro fiorentino Buono di Bonaccolto (Fig. 5)</hi><hi rend="notes_number CharOverride-3"><hi><ref target="OP08849_xml_17_249-281.html#footnote-067">-1</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">. L’intero apparato fu smantellato nel 1786 per volontà del vescovo Scipione de’ Ricci, ma le tracce superstiti consentono di definirne con buona approssimazione l’ingombro planivolumetrico e l’impaginato degli elevati. Le volte (di datazione incerta)</hi><hi rend="notes_number CharOverride-3"><hi><ref target="OP08849_xml_17_249-281.html#footnote-066">-1</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1"> erano più basse rispetto alle capriate della navatella, come denotano i setti della prima campata, dove i blocchi lapidei perfettamente squadrati vennero risarciti verticalmente con conci di pezzatura minore dopo lo smontaggio delle coperture</hi><hi rend="notes_number CharOverride-3"><hi><ref target="OP08849_xml_17_249-281.html#footnote-065">-1</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">. L’impiantito, al contrario, si sviluppava a una quota maggiore, conferendo all’ambiente una spazialità più compressa. L’altare era addossato a un tramezzo murario, che sorgeva a est fra la seconda e la terza campatella, mentre verso settentrione gli intercolumni erano perimetrati da una cancellata in ferro battuto (attestata dal 1327)</hi><hi rend="notes_number CharOverride-3"><hi><ref target="OP08849_xml_17_249-281.html#footnote-064">-1</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">, le cui tracce di ammorsatura sono ben percepibili nelle due colonne (con capitelli a foglie lisce d’ispirazione classica e di derivazione buschetiana) e nel semipilastro</hi><hi rend="CharOverride-1"> della controfacciata che sorregge un’imposta corinzia con foglie increspate</hi><hi rend="notes_number CharOverride-3"><hi><ref target="OP08849_xml_17_249-281.html#footnote-063">-1</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">.</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Le articolate vicende costruttive del duomo nel XII secolo, recentemente ben chiarite da Tigler, ebbero senz’altro un momento topico nella committenza di Atto, che si configura anche come un fondamentale </hi><hi rend="italic">ante-quem</hi><hi rend="CharOverride-1"> per circoscrivere le coordinate del cantiere </hi><hi rend="CharOverride-1">ecclesiale, in gran parte concluso entro il 1145</hi><hi rend="notes_number CharOverride-3"><hi><ref target="OP08849_xml_17_249-281.html#footnote-062">-1</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">. La cappella di San Jacopo divenne il vero e proprio cuore religioso e cultuale della città: già nel 1145 l’altare fu posto sotto la protezione della Santa Sede da papa Eugenio III, che gli donò ampie indulgenze e, nel 1148, fu istituito l’omonimo ospedale per i pellegrini</hi><hi rend="notes_number CharOverride-3"><hi><ref target="OP08849_xml_17_249-281.html#footnote-061">-1</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">. Nella seconda metà del XII secolo le competenze per la gestione cultuale, amministrativa ed economica del tempietto jacobeo, foriero d’ingenti lasciti e donazioni, furono suddivise fra il Comune e il vescovo (con il suo capitolo), che crearono le rispettive Opere di S</hi><hi rend="CharOverride-1">an Jacopo e di San Zeno, acquietando definitivamente le passate diatribe</hi><hi rend="notes_number CharOverride-3"><hi><ref target="OP08849_xml_17_249-281.html#footnote-060">-1</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">.</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">L’iniziativa di Atto impresse una svolta decisiva anche agli orientamenti artistici e costruttivi della diocesi pistoiese, in virtù della potente attrattività della reliquia </hi><hi rend="CharOverride-1">apostolica e della nuova sinergia fra la Chiesa cittadina e le magistrature locali, che incarnavano le classi in forte ascesa economico-politica e potevano concorrere al finanziamento </hi><hi rend="italic">ex-novo</hi><hi rend="CharOverride-1">, alla conservazione o al rinnovamento dei cantieri religiosi</hi><hi rend="notes_number CharOverride-3"><hi><ref target="OP08849_xml_17_249-281.html#footnote-059">-1</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">. </hi><hi rend="CharOverride-1">Da quel momento in poi Pistoia fu protagonista di una straordinaria fioritura in campo figurativo ed edilizio</hi><hi rend="notes_number CharOverride-3"><hi><ref target="OP08849_xml_17_249-281.html#footnote-058">-1</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">, divenendo un fervido ricettacolo di grandi personalità </hi><hi rend="CharOverride-1">artistiche: fra i massimi interpreti emerge sicuramente la figura di maestro Guglielmo, autore fra il 1158 e il 1162 del magniloquente pergamo della primaziale di Pisa (oggi ricomposto nel duomo di</hi><hi rend="CharOverride-1"> Cagliari)</hi><hi rend="notes_number CharOverride-3"><hi><ref target="OP08849_xml_17_249-281.html#footnote-057">-1</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">, ma anche di un pulpito oggi smembrato e degli arredi liturgici della cattedrale pistoiese</hi><hi rend="notes_number CharOverride-3"><hi><ref target="OP08849_xml_17_249-281.html#footnote-056">-1</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">. I suoi seguaci, facenti capo alla personalità del </hi><hi rend="italic">magister bonus </hi><hi rend="CharOverride-1">Gruamonte, furono responsabili di un gruppo di fabbricati alquanto</hi><hi rend="CharOverride-1"> omogeneo: la pieve battesimale di Sant’Andrea, l’abbaziale di San Bartolomeo in Pantano e la chiesa extraurbana di San Giovanni Fuorcivitas</hi><hi rend="notes_number CharOverride-3"><hi><ref target="OP08849_xml_17_249-281.html#footnote-055">-1</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">. </hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Queste realtà avevano il cardine di massima esibizione nella concezione dei prospetti con arcate cieche, che nelle facciate si incentravano</hi><hi rend="CharOverride-1"> sui portali maggiori sormontati da architravi marmorei istoriati</hi><hi rend="notes_number CharOverride-3"><hi><ref target="OP08849_xml_17_249-281.html#footnote-054">-1</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">. L’architrave di Sant’Andrea sfoggia, nel listello inferiore, un’epigrafe che l’attribuisce a Gruamonte e al fratello Adeodato con la data del 1166, riferibile anche all’avvio della fabbrica ecclesiale; i capitelli sono invece opera dello scultore Enrico, già attivo nel </hi><hi rend="CharOverride-1">Duomo di Pisa l’anno precedente. Il cornicione raffigura la </hi><hi rend="italic">Cavalcata</hi><hi rend="CharOverride-1"> e l’</hi><hi rend="italic">Adorazione dei Magi</hi><hi rend="CharOverride-1">: questa narrazione poteva evocare la tematica del pellegrinaggio, alludendo all’esordio di Pistoia negli itinerari sacri, avvenuto solo due decenni prima</hi><hi rend="notes_number CharOverride-3"><hi><ref target="OP08849_xml_17_249-281.html#footnote-053">-1</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">.</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">San Bartolomeo in Pantano, sede di un cenobio benedettino di fondazione longobarda, fu ricostruita a partire dal 1159 dal priore Buono</hi><hi rend="notes_number CharOverride-3"><hi><ref target="OP08849_xml_17_249-281.html#footnote-052">-1</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">. L’architrave dell’accesso principale (1167) è opera di un lapicida dell’ambito di Gruamonte (forse il fratello Adeodato) e rappresenta i dodici apostoli stretti attorno a Gesù, affiancati da due angeli che occupano le estremità della piattabanda</hi><hi rend="notes_number CharOverride-3"><hi><ref target="OP08849_xml_17_249-281.html#footnote-051">-1</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">. Anche in questo frangente, come in Sant’Andrea, l’iconografia </hi><hi rend="CharOverride-1">assume un’imprescindibile connotazione simbolica, esaltando il ruolo di Pistoia come custode della reliquia jacobea e nuova sede apostolica.</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Il fianco nord di San Giovanni Fuorcivitas esibisce l’esuberante orditura muraria del XII secolo, quantomeno per i primi due ordini di arcate cieche con losanghe digradanti e monofore a strombo liscio</hi><hi rend="notes_number CharOverride-3"><hi><ref target="OP08849_xml_17_249-281.html#footnote-050">-1</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">. L’accesa bicromia del prospetto è determinata dall’insistito contrasto fra ricorsi orizzontali di</hi><hi rend="CharOverride-1"> calcare alberese bianco e verde serpentino di Prato, utilizzati per definire le semicolonne, le lesene e le ghiere degli archi fino a scandire gli innesti romboidali e le tarsie geometriche (Fig. 6)</hi><hi rend="notes_number CharOverride-3"><hi><ref target="OP08849_xml_17_249-281.html#footnote-049">-1</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">. La firma di Gruamonte</hi><hi rend="CharOverride-1"> si disvela sopra l’architrave del varco che dimidia la parte bassa del perimetrale, databile pressappoco al 1162, e riproduce l’</hi><hi rend="italic">Ultima Cena </hi><hi rend="CharOverride-1">con un fluire più rigido e compassato rispetto ai più vivaci rilievi di Sant’Andrea e di San Bartolomeo. Il modulo compositivo, tuttavia, è ricorrente nella sequenza verticale con capitelli corinzi, piattabanda istoriata, cornice con motivi fitomorfi e due leoni di profilo</hi><hi rend="CharOverride-1"> che sorreggono la lunetta e giacciono rispettivamente su figure zoomorfe e antropomorfe.</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">L’iscrizione-firma manifesta una stretta corrispondenza fra il nome del maestro e l’intero corpo di fabbrica e, di fatto, insinua il ragionevole dubbio che la bottega di Gruamonte e Adeodato si occupasse non solo degli apparati plastici, ma anche della progettazione architettonica. Il lessico strutturale, contraddistinto da una marcata zebratura</hi><hi rend="CharOverride-1"> chiaro-scura, regolarizza e implementa i prototipi offerti dalle fiancate delle cattedrali di Pisa e di Pistoia</hi><hi rend="notes_number CharOverride-3"><hi><ref target="OP08849_xml_17_249-281.html#footnote-048">-1</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">, ma al contempo nei pregiati intarsi e nelle sculture decorative riecheggia arcane </hi><hi rend="CharOverride-1">fogge islamiche con persuasive analogie in Sardegna (capitelli della Santissima Trinità di Saccargia presso Codrongianos)</hi><hi rend="notes_number CharOverride-3"><hi><ref target="OP08849_xml_17_249-281.html#footnote-047">-1</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">. La presenza della reliquia jacobea catalizzò, quindi, il movimento di maestranze</hi><hi rend="CharOverride-1"> dai centri più importanti, come Pisa (dove quasi certamente Gruamonte plasmò il suo linguaggio classicheggiante), verso Pistoia: costruttori e scultori dagli ampi orizzonti culturali, che mutarono il volto della città accrescendone il prestigio</hi><hi rend="notes_number CharOverride-3"><hi><ref target="OP08849_xml_17_249-281.html#footnote-046">-1</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">.</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Ma l’incidenza di tale situazione travalicò i confini comunali pistoiesi, riverberandosi anche sulla vicina Prato. La storia di questa città e della sua </hi><hi rend="CharOverride-1">cattedrale (già pieve di Santo Stefano) è connessa a stretto giro con la sua più insigne reliquia, il sacro cingolo di Maria</hi><hi rend="notes_number CharOverride-3"><hi><ref target="OP08849_xml_17_249-281.html#footnote-045">-1</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">. La tradizione colloca nel 1141 l’acquisizione della cintola da parte del pratese Michele, benché le prime attestazioni del culto rimontino al 1279</hi><hi rend="notes_number CharOverride-3"><hi><ref target="OP08849_xml_17_249-281.html#footnote-044">-1</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">. Le fonti agiografiche precedenti a quella</hi><hi rend="CharOverride-1"> data perseverano nel presentare l’esigenza di assegnare alla reliquia una sede consona al suo valore, che fu individuata in un altare intenzionalmente realizzato nella pieve di Santo Stefano</hi><hi rend="notes_number CharOverride-3"><hi><ref target="OP08849_xml_17_249-281.html#footnote-043">-1</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">.</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">L’arrivo della cintola sembra </hi><hi rend="CharOverride-1">una vera e propria replica alla roboante azione di Atto entro una congiuntura storico-religiosa in cui, sotto la spinta del nascente Comune di Prato, era forte il desiderio di emancipazione del clero locale dal primate di Pistoia, che solo pochi anni prima aveva tentato di frenare le mire espansionistiche dei pratesi </hi><hi rend="CharOverride-1">con la dedicazione degli altari della badia confinaria di Montepiano</hi><hi rend="notes_number CharOverride-3"><hi><ref target="OP08849_xml_17_249-281.html#footnote-042">-1</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">. </hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">L’ambizione autarchica del clero di Prato, tuttavia, non trova corrispondenza nelle scelte architettoniche, dal momento che il Duomo di Prato denota un serrato rapporto d’emulazione con la p</hi><hi rend="CharOverride-1">rimaziale di Pistoia. Un documento del 1163 menziona il maestro Carboncetto, che rinunciava a riscuotere il credito dovutogli dalla propositura per importanti lavori murari compiuti negli anni precedenti (non meglio specificati), accontentandosi di ricevere lo spettante dilazionato. Questa notazione è un indispensabile appiglio per delimitare la cronologia del cantiere pratese, avviato poco dopo il 1141 e sicuramente concluso nel 1163, che si pone in immediata successione temporale del duomo pistoiese (</hi><hi rend="italic">ante</hi><hi rend="CharOverride-1"> 1145)</hi><hi rend="notes_number CharOverride-3"><hi><ref target="OP08849_xml_17_249-281.html#footnote-041">-1</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">. Di questa fase costruttiva, pertinente all’operato di Carboncetto, fanno parte il settore inferiore della vecchia facciata (quella odierna fu elevata dal 1387) e i muri d’ambito laterali, predisposti con un’ordinata trama in alberese. Il fianco sud, in modo particolare, contempla una successione di arcate cieche su lesene</hi><hi rend="CharOverride-1">, inframmezzate da due ingressi. La ricca modulazione della parete ricalca quella della cattedrale di Pistoia, ma con un senso più calibrato nella sapiente alternanza cromatica fra il serpentino verde di Prato e il marmo bianco di Carrara che s’avvicendano nella decorazione delle lunette, degli archivolti, delle losanghe intarsiate e degli archetti pensili, creando alfine cadenzate zebrature nel sottogronda e nel cleristorio, imputabili già alla fase del maestro Guidetto (</hi><hi rend="italic">post</hi><hi rend="CharOverride-1"> 1211) (Fig. 7). </hi><hi rend="CharOverride-1">Questo lessico strutturale e ornamentale qualifica anche l’unica ala superstite del chiostro canonicale, approntato con regolari pontate bianco-verdi trapuntate da variegate orditure, al quale, oltre a Carboncetto, lavorò</hi><hi rend="CharOverride-1"> il Maestro di Cabestany, uno scultore errante di cultura transalpina che modellò tre capitelli figurati</hi><hi rend="notes_number CharOverride-3"><hi><ref target="OP08849_xml_17_249-281.html#footnote-040">-1</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">. L’assetto a due piani dell’ambulacro reitera quello di San Giovanni Fuorcivitas (dipendenza di Santo Stefano dal 1119)</hi><hi rend="CharOverride-1"> con velate inflessioni francesi, mentre alcune imposte corinzie sono una limpida eco di paradigmi pistoiesi, inducendo a supporre un proficuo scambio di maestranze fra le due città</hi><hi rend="notes_number CharOverride-3"><hi><ref target="OP08849_xml_17_249-281.html#footnote-039">-1</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">.</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Carboncetto, pertanto, non fu un semplice comprimario, ma s’inserisce nel fruttuoso contesto in cui vennero concepite le chiese di San Giovanni Fuorcivitas, Sant’Andrea e San Bartolomeo in Pantano, assumendo un ruolo protagonistico</hi><hi rend="CharOverride-1"> nel rinnovamento edilizio della diocesi pistoiese al tempo di Atto.</hi></p></div><div><head><hi>3. Atto: un personaggio di livello internazionale per un’architettura internazionale </hi></head><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">L’ubicazione di Pistoia, fulcro di una raggiera con i centri costieri toscani, </hi><hi rend="CharOverride-1">con i valici appenninici e con Firenze</hi><hi rend="notes_number CharOverride-3"><hi><ref target="OP08849_xml_17_249-281.html#footnote-038">-1</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">, conferì alla città un carattere fortemente identitario, ma aperto a esperienze multiformi</hi><hi rend="notes_number CharOverride-3"><hi><ref target="OP08849_xml_17_249-281.html#footnote-037">-1</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">. Ancorché la critica abbia mistificato il fenomeno della diffusione di influssi stilistici diversificati</hi><hi rend="CharOverride-1">, sopravvalutando gli apporti forestieri rispetto alle realtà locali</hi><hi rend="notes_number CharOverride-3"><hi><ref target="OP08849_xml_17_249-281.html#footnote-036">-1</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">, è appurato che nel XII secolo Pistoia e il suo territorio ricevettero stimoli culturali ed artistici allogeni</hi><hi rend="notes_number CharOverride-3"><hi><ref target="OP08849_xml_17_249-281.html#footnote-035">-1</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">, in virtù del transito delle maestranze itineranti per le vie di pellegrinaggio che attraversavano la regione. La storiografia ha bene interpretato le derivazioni pisano-lucchesi e fiorentine delle decorazioni </hi><hi rend="CharOverride-1">architettoniche (architravi, capitelli, cornici) spingendosi finanche a calzanti raffronti con forme mozarabiche</hi><hi rend="notes_number CharOverride-3"><hi><ref target="OP08849_xml_17_249-281.html#footnote-034">-1</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1"> e mediorientali</hi><hi rend="notes_number CharOverride-3"><hi><ref target="OP08849_xml_17_249-281.html#footnote-033">-1</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">.</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Fu un merito di Atto quello di aver ampliato gli orizzonti geografici </hi><hi rend="CharOverride-1">della città verso Occidente e Santiago de Compostela, facendo così da tramite a stilemi eterogenei che influenzarono non solo la plastica ornamentale, ma anche la spazialità delle architetture, come ha recentemente intuito Marco Frati. Lo studioso ha infatti ravvisato tre elementi fondamentali per la valutazione organica delle chiese pistoiesi nella metà del XII secolo</hi><hi rend="notes_number CharOverride-3"><hi><ref target="OP08849_xml_17_249-281.html#footnote-032">-1</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">. Il primo sono le slanciate </hi><hi rend="CharOverride-1">proporzioni degli impianti e l’insolito allungamento delle navate maggiori, che rimandano alle chiese di pellegrinaggio, ma anche alle fabbriche asturiane e catalane</hi><hi rend="notes_number CharOverride-3"><hi><ref target="OP08849_xml_17_249-281.html#footnote-031">-1</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">; il secondo è la terminazione ad abside oltrepassata</hi><hi rend="CharOverride-1">, che rinvia ad esiti visigoti e mozarabici</hi><hi rend="notes_number CharOverride-3"><hi><ref target="OP08849_xml_17_249-281.html#footnote-030">-1</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">; il terzo, infine, è l’adozione di volte a botte cinghiate, che punta nuovamente a esempi santuariali, asturiani, catalani e soprattutto borgognoni</hi><hi rend="notes_number CharOverride-3"><hi><ref target="OP08849_xml_17_249-281.html#footnote-029">-1</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">.</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">In definitiva, Atto non fu solamente un dinamico attore nelle vicende locali interne alla diocesi pistoiese e all’O</hi><hi rend="CharOverride-1">rdine vallombrosano, ma agì in un teatro assai vasto, istituendo una rete di relazioni di portata europea nel Mediterraneo occidentale, in Spagna, ma anche con Pisa e Genova</hi><hi rend="notes_number CharOverride-3"><hi><ref target="OP08849_xml_17_249-281.html#footnote-028">-1</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">. Grazie al presule vallombrosano Pistoia divenne uno snodo cruciale, proiettandosi ben oltre i suoi confini regionali</hi><hi rend="notes_number CharOverride-3"><hi><ref target="OP08849_xml_17_249-281.html#footnote-027">-1</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">. La capacità attrattiva della reliquia jacobea, perciò, inserì la città in una dimensione continentale non solo dal punto di vista religioso, ma anche architettonico.</hi></p></div><div><head><hi>4. Un epigono veneto: il santuario incompiuto</hi><hi> di San Jacopo al Grigliano (1396-1407)</hi></head><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">La città di Pistoia rivela un impalpabile legame con Verona, ancorato alla venerazione dei santi: dal 1043 la cattedrale risulta dedicata esclusivamente a san Zeno (ottavo vescovo e patrono di Verona)</hi><hi rend="notes_number CharOverride-3"><hi><ref target="OP08849_xml_17_249-281.html#footnote-026">-1</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">, forse come segno di riconoscenza per il salvataggio della città toscana da una catastrofica alluvione dell’Ombrone, che avrebbe replicato la miracolosa protezione del duomo veronese dalla piena del fiume Adige</hi><hi rend="notes_number CharOverride-3"><hi><ref target="OP08849_xml_17_249-281.html#footnote-025">-1</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">. Nel 1151 lo stesso Atto consacrò un altare dedicato a san Procolo, quarto vescovo di Verona, posto all’estremità della navatella meridionale della c</hi><hi rend="CharOverride-1">attedrale pistoiese</hi><hi rend="notes_number CharOverride-3"><hi><ref target="OP08849_xml_17_249-281.html#footnote-024">-1</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">.</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">E proprio nella diocesi veronese sorge la più considerevole meta jacobea dell’Italia settentrionale: il santuario di San Jacopo al Grigliano a Vago di Lavagno. La storia di questo complesso è gratificata da puntuali resoconti archivistici che si rivelano fondamentali per definire </hi><hi rend="italic">ad annum</hi><hi rend="CharOverride-1"> le coordinate temporali del cantiere medievale</hi><hi rend="notes_number CharOverride-3"><hi><ref target="OP08849_xml_17_249-281.html#footnote-023">-1</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">. Secondo una tenace tradizione erudita, nel 1395 una voce divina intimò a un tale Filippo di Lavagno di scavare nel sedime di un oratorio dedicato a san Jacopo, che sorgeva su una piccola collina denominata ‘Grigliano’</hi><hi rend="CharOverride-1"> in posizione dominante sulla pianura fra Verona e Vicenza. Filippo, pertanto, demolì una porzione della cappella diroccata e rinvenne un piccolo repositorio in marmo greco contenente le spoglie mortali di san Jacopo il Maggiore, identificate dall’iscrizione </hi><hi rend="italic">Iacobus</hi><hi rend="CharOverride-1"> nel retro del coperchio</hi><hi rend="notes_number CharOverride-3"><hi><ref target="OP08849_xml_17_249-281.html#footnote-022">-1</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">.</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Il Comune di Verona, constatato l’impetuoso successo del culto tributato all’Apostolo e il sostanziale incremento dei pellegrini</hi><hi rend="notes_number CharOverride-3"><hi><ref target="OP08849_xml_17_249-281.html#footnote-021">-1</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">, acquistò i terreni e deliberò l’erezione di un santuario che principiò il 20 giugno 1396, solo un anno dopo l’invenzione delle reliquie</hi><hi rend="notes_number CharOverride-3"><hi><ref target="OP08849_xml_17_249-281.html#footnote-020">-1</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">. Il 9 aprile 1397 il pontefice Bonifacio IX avallò la fondazione del tempio (che era già </hi><hi rend="italic">in fieri</hi><hi rend="CharOverride-1">) concedendo al Comune di Verona i suoi diritti di giuspatronato, ossia la facoltà di nominarvi religiosi officianti e amministratori. La fabbrica procedette alacremente: il 20 febbraio 1400 era già terminata l’absidiola mediana sud e l’anno seguente quella settentrionale, giusta la data che compare nella cornice superiore dell’affresco con la </hi><hi rend="italic">Madonna con il Bambino fra i santi Giovanni Battista e Jacopo</hi><hi rend="CharOverride-1">, oggi strappato dalla sede originaria e posizionato nella parete meridionale dell’abside centrale</hi><hi rend="notes_number CharOverride-3"><hi><ref target="OP08849_xml_17_249-281.html#footnote-019">-1</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">. Nel primo decennio del Quattrocento, per di più, </hi><hi rend="CharOverride-1">a riprova del fervore che permeò i primi lustri dell’impresa furono chiamati al Grigliano importanti pittori per arricchire gli interni con numerosi riquadri devozionali</hi><hi rend="notes_number CharOverride-3"><hi><ref target="OP08849_xml_17_249-281.html#footnote-018">-1</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">. Nel 1407, tuttavia, quando era già terminata buona parte del settore orientale, giunse l’inaspettata manifestazione di dubbia autenticità delle reliquie da parte di papa Gregorio XII, che contribuì in modo determinante a far diminuire l’entusiasmo popolare e le donazioni in denaro fino alla definitiva chiusura del cantiere. Il Comune continuò ugualmente la sua opera di governo e controllo sull’economia dell’istituzione, ma col tempo la gestione del patronato divenne eccessivamente pressante e le rendite sempre meno consistenti</hi><hi rend="notes_number CharOverride-3"><hi><ref target="OP08849_xml_17_249-281.html#footnote-017">-1</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">; fu così che il 9 maggio 1413 l’intera compagine fu affidata ai Benedettini di Santa Giustina di Padova per insediarvi una comunità che seguisse il prototipo del monastero patavino e costituisse, altresì, una tappa significativa per la sua diffusione. L’intenzione, dunque, era quella di trasformare quello che nell’idea primitiva voleva essere una meta di pellegrinaggio in un cenobio benedettino osservante, condizione che fu mantenuta fino al 1443,</hi><hi rend="CharOverride-1"> quando l’allora priore, divenuto abate dei Santi Nazaro e Celso a Verona, rinunciò all’incarico. Santuario e adiacenze passarono allora agli Eremitani di Sant’Agostino, ai quali subentrarono, il 13 maggio 1450, i Canonici Lateranensi di San Salvatore. Finalmente, il 10 marzo 1451 San Jacopo fu accorpato alla badia olivetana di Santa Maria in Organo fino alla soppressione da parte del Senato Veneto, avvenuta nel 1771</hi><hi rend="notes_number CharOverride-3"><hi><ref target="OP08849_xml_17_249-281.html#footnote-016">-1</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">. Il Comune, che aveva mantenuto la proprietà del nucleo immobiliare, ne tornò in possesso e lo affidò dapprima a sacerdoti diocesani poi, dal 1799, ai Padri Filippini. Fra alterne vicende, il colle passò alfine in mani private: nel 1895 i fratelli Milani eressero la sontuosa villa a meridione della chiesa e il vasto parco che circonda il comprensorio; nel 1936 l’intera cittadella conventuale fu acquistata dai fratelli Battiato che, dopo aver restaurato le strutture ecclesiali e abitative, nel 1951 la donarono ai Poveri Servi della Divina Provvidenza di san Giovanni Calabria</hi><hi rend="notes_number CharOverride-3"><hi><ref target="OP08849_xml_17_249-281.html#footnote-015">-1</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">.</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">L’imponente corpo orientale della chiesa, che fu tamponato per permettere lo svolgimento delle funzioni liturgiche quantomeno nel coro, rende conto della grandiosità del progetto. La fabbrica fu affidata a Nicolò da Ferrara, che a Verona aveva lavorato per Cansignorio della Scala all’innalzamento della cosiddetta ‘Torre del Gardello’ nell’angolo nord-occidentale di Piazza Erbe (1370), all’erezione della Cappella Spolverini-Dal Verme in Santa Eufemia (1390)</hi><hi rend="notes_number CharOverride-3"><hi><ref target="OP08849_xml_17_249-281.html#footnote-014">-1</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1"> e, fra il 1385 e il 1398, alla riedificazione dell’imponente abside maggiore di San Zeno assieme al padre Giovanni</hi><hi rend="notes_number CharOverride-3"><hi><ref target="OP08849_xml_17_249-281.html#footnote-013">-1</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">.</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Nel 1396 Nicolò da Ferrara arrivò al Grigliano all’apice della sua carriera, muovendosi in un contesto costruttivo alquanto stimolante: gli innovativi canoni costruttivi gotici, infatti, erano stati introdotti a Verona sin dal finire del Duecento dai Mendicanti, che s’erano adoperati strenuamente nelle grandi fabbriche di San Fermo Maggiore e di Santa Anastasia. Nel 1261 i Francescani subentrarono ai Benedettini nell’officiatura di San Fermo e in tempi dilatati, fino alla metà del Trecento, stravolsero completamente l’impianto basilicale del 1065 rendendolo un’aula unica con il soffitto a carena di nave rovesciata e, inoltre, riedificarono l’abside maggiore e la facciata</hi><hi rend="notes_number CharOverride-3"><hi><ref target="OP08849_xml_17_249-281.html#footnote-012">-1</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">. Santa Anastasia, invece, nel 1260 fu concessa ai Domenicani, che dal 1291 principiarono i lavori per l’erezione di una grandiosa basilica a tre navate voltate con transetto e cinque cappelle; gli edifici claustrali e la chiesa furono svolti in una sequenza prestabilita che si prolungò fino al Quattrocento inoltrato crescendo in maniera omogenea da Oriente verso Occidente, ma lasciando incompleto il fronte</hi><hi rend="notes_number CharOverride-3"><hi><ref target="OP08849_xml_17_249-281.html#footnote-011">-1</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">.</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Nicolò da Ferrara si rivolse indubbiamente a questi prestigiosi modelli quando pianificò l’edificazione di San Jacopo al Grigliano. Il programma, che secondo le prassi edificatorie medievali fu intrapreso dal settore orientale per spingersi poi man mano verso ovest, prevedeva un poderoso santuario a tre navate con transetto sporgente e cinque absidi poligonali; la fabbrica fu sfortunatamente interrotta all’altezza del capocroce, lasciando inespresse le navate e abbandonando nelle adiacenze del cantiere svariati pezzi da costruzione sbozzati o sommariamente rifiniti. Questa planimetria, affine alla stesura di Santa Anastasia, si avvicina pure agli esiti mendicanti di San Lorenzo a Vicenza (1281) e di San Nicolò a Treviso (1303) nell’entroterra, e a quelli veneziani di Santa Maria Gloriosa dei Frari, fondata dai Francescani nel 1330, e dei Santi Giovanni e Paolo, impostata dai Domenicani a partire dal 1333</hi><hi rend="notes_number CharOverride-3"><hi><ref target="OP08849_xml_17_249-281.html#footnote-010">-1</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">.</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Gli alzati di San Jacopo rivelano un volume architettonico decisamente compatto e possente. Ad oggi, la chiesa è officiata nella sola abside centrale, </hi><hi rend="CharOverride-1">che nelle previsioni doveva essere la campata presbiteriale (Fig. 8). La calotta è scandita da cinque spicchi delimitati da agili costoloni ricadenti sulle snelle membrature che definiscono le specchiature dell’emiciclo e racchiudono gli sguanci delle quattro ampie finestre trilobate con archivolto ogivale. Il coro è coperto da una monumentale volta a crociera costolonata che s’innesta trasversalmente su due archi diaframma a sesto acuto, mentre le unghie s’ammorsano direttamente sui perimetrali. La sobrietà delle linee è parzialmente alterata dalle intromissioni degli Olivetani, che approntarono i due altari laterali e quello maggiore con marmi screziati tipicamente barocchi</hi><hi rend="notes_number CharOverride-3"><hi><ref target="OP08849_xml_17_249-281.html#footnote-009">-1</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">. Le absidiole secondarie, adattate ad ambienti sussidiari, rievocano la partitura della maggiore, seppur con meno solennità. La prima cappella meridionale è attualmente adibita a sagrestia e doveva essere correlata alla navatella</hi><hi rend="CharOverride-1"> sud. Anche questo settore è illuminato da due aperture trilobate laterali, ma risulta celato da una coltre d’intonaco che rende pressoché illeggibili le murature. Nella parete a ponente sta una grande rampa che comunicava con l’antica cantoria, non più esistente. La seconda cappella è forata da due grandi finestroni, questa volta centrali; le vele riposano su quattro robusti semipilastri in mattoni, data la notevole sollecitazione che ricevono per sostenere il campanile. Il muro d’ambito laterale, che si sarebbe configurato come la testata sud del transetto, è ora inglobato nella villa adiacente al complesso; da qui si accede anche alla scala a chiocciola della canna, coerente con la primitiva struttura che prevedeva una torre ben più svettante. Le due cappelle settentrionali, di ampiezza analoga a quelle meridionali, propongono tuttora l’assetto iniziale praticamente inalterato con la sola eccezione delle volte, ritoccate recentemente.</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Gli esterni delle cinque absidi, perfettamente conservati, poggiano su un massiccio basamento in bugnato e sono cadenzati da robuste lesene rettangolari assai aggettanti, come avviene a San Zeno. Gli emicicli sono apparecchiati con una stereometria molto precisa, che alterna regolarmente un filare di pietra calcarea a cinque di mattoni posati su sottili giunti di malta. Il sottogronda dispiega un’elaborata decorazione di foggia geometrica con una sequenza di archetti incrociati su peducci stondati, denti di sega, mensole rastremate e cornici modanate (Fig. 9). Questa teoria ornamentale, che ricompare a San Fermo, a Santa Anastasia, a Santa Eufemia </hi><hi rend="CharOverride-1">(principiata dagli Agostiniani a partire dal 1275) e a San Giorgetto (fine del Duecento), ebbe fortuna fino al Quattrocento inoltrato, come dimostra l’esatto impiego nella cappella di San Rocco, annessa alla chiesetta di San Martino di Corrubio presso San Pietro in Cariano.</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Il fronte, viceversa, è semplice e disadorno; i displuvi assecondano i tre livelli digradanti del profilo spezzato, intercalato da quattro grandi paraste che rimarcano la scansione interna del capocroce in cinque vani. La parte inferiore del prospetto, corrispondente al tamponamento in muratura grezza, denuncia una messa in opera affrettata e senza precise valenze estetiche, derivante dalla necessità di chiudere le absidi per aprirle al culto; quella superiore, in soli mattoni predisposti per pontate omogenee, reca ancora le tracce di ammorsatura degli archi longitudinali che, stabilendosi sui pilastri, avrebbero dato avvio al grandioso incedere della navata centrale (Fig. 10)</hi><hi rend="notes_number CharOverride-3"><hi><ref target="OP08849_xml_17_249-281.html#footnote-008">-1</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">. I muri di fondazione della facciata mai realizzata, che furono gettati per perimetrare l’invaso dell’edificio, s’individuano attualmente in un’abitazione privata nel versante occidentale del colle. Tali persistenze sono asserragliate da quattro potenti semipilastri che avrebbero circoscritto gli spazi delle navate, raccogliendo le spinte delle arcate e garantendo così l’equilibrio indispensabile alla statica degli elevati. I paramenti sono trattati accuratamente: a due grandi blocchi in pietra viva, tagliati con abilità, si sovrappone una zoccolatura finemente lavorata con due tori, due listelli e una gola che sorregge il ritmico avvicendarsi fra un corso di pietra e cinque di mattoni, analogamente alle absidi.</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Dal punto di vista compositivo, la chiesa di San Jacopo al Grigliano rispecchia i tratti peculiari dell’edilizia gotica veronese, ma per certi versi se ne differenzia notevolmente: quest’ambiguità stilistica trova giustificazione nella matrice ideologica che portò alla genesi dell’impianto. Fra i secoli XI e XII, infatti, il territorio atesino aveva vissuto uno straordinario periodo costruttivo</hi><hi rend="notes_number CharOverride-3"><hi><ref target="OP08849_xml_17_249-281.html#footnote-007">-1</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">. Ne sono prove i due complessi di respiro europeo di San Fermo (1065) e di San Lorenzo (fine XI-inizio XII secolo), nei quali furono gettate le basi per la formazione del linguaggio costruttivo precipuamente veronese contraddistinto da una muratura bicroma data dall’alternanza fra pietra e mattoni, che tendeva al conseguimento di precisi fini estetici e all’immediata distinzione di settori e volumi architettonici attraverso la posa di diversi tipi di apparecchi murari. Questa trama così caratteristica fu adottata per tutto il XII secolo in città e nel territorio, con le monumentali compagini di San Zeno e della cattedrale, fino ai risultati tardoromanici delle facciate della Santissima Trinità e di Santo Stefano (fine XII-inizio XIII secolo)</hi><hi rend="notes_number CharOverride-3"><hi><ref target="OP08849_xml_17_249-281.html#footnote-006">-1</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">.</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Le maestranze veronesi, fra i secoli XIII e XV, non seppero mai abbandonare appieno questa consolidata tradizione e, agli esterni schiettamente gotici in solo laterizio che qualificano Santa Anastasia, Santa Eufemia, San Giorgetto, Santa Maria Della Scala (edificata su un’area concessa da Cangrande ai Serviti nel 1324), accostarono rifiniture esterne a strati pseudo-isodomi di pietra e mattoni </hi><hi rend="CharOverride-1">di gusto genuinamente romanico nella facciata di San Fermo, nell’abside di San Zeno e, soprattutto, nella trasformazione della cattedrale iniziata nel 1440, dove la soprelevazione delle navate minori fu affrontata con uno stile affatto mimetico con le orditure del XII secolo. </hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">La chiesa di San Jacopo fu concepita per il suo intero sviluppo planivolumetrico come un apparato colorato: non solo le absidi e la facciata, ma pure le fiancate dovevano alternare il bianco dei conci al rosso del mattone (nella serrata modulazione 1 a 5), come dimostrano i resti dei muri di contenimento del transetto nord e quelli del cleristorio ben visibili nei sottotetti delle absidi laterali sottesi alla soprelevazione delle coperture attuata dagli Olivetani. Anche il lato occidentale della torre, scandito da una snella lesena centrale e da due, più ampie, negli spigoli, richiama la ritmica compositiva dei campanili romanici della città (San Zeno e la Santissima Trinità) e della provincia (Santa Maria Maggiore a Bussolengo, Sante Maria ed Elisabetta a Grezzana, Santo Stefano a Isola della Scala, San Martino a Negrar, San Floriano a San Floriano di Valpolicella e San Giorgio a San Giorgio di Valpolicella)</hi><hi rend="notes_number CharOverride-3"><hi><ref target="OP08849_xml_17_249-281.html#footnote-005">-1</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">. Nicolò da Ferrara, quindi, nel grande cantiere del Grigliano si appropriò di alcuni elementi tipici della produzione della sua epoca (con puntuali contrappunti negli allestimenti presbiteriali di San Fermo e di Santa Anastasia), ma li declinò abilmente con il corroborato lessico romanico per creare un singolare</hi><hi rend="CharOverride-1"> ibrido che coniuga sapientemente tradizione e innovazione. </hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">In conclusione, pur nella sua incompiutezza il complesso San Jacopo denota i segni di un’idea progettuale oltremodo ambiziosa che, nelle intenzioni dei committenti, avrebbe certamente rivaleggiato per imponenza e pregio con i magnificenti esempi cittadini. Nell’ottica del Comune veronese, invero, il santuario doveva riproporre alle porte della città la maestosità della più aggiornata architettura urbana, Santa Anastasia</hi><hi rend="notes_number CharOverride-3"><hi><ref target="OP08849_xml_17_249-281.html#footnote-004">-1</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">, qualificandosi simbolicamente e topograficamente come la testa di ponte di un centro che si protendeva verso Oriente e poteva accogliere i pellegrini che da Venezia muovevano verso Santiago de Compostela: il rinvenimento delle reliquie, perciò, ebbe un aspetto quasi propedeutico e finanche concorrenziale nei confronti del celeberrimo santuario galiziano, da sempre custode delle spoglie di san Jacopo. </hi><hi rend="CharOverride-1">La fondazione del Grigliano, inoltre, s’inserì in un momento in cui l’Apostolo godeva di ampio favore nella terraferma veneta, dove gli furono tributate cappelle, chiese e ospedali fra Padova, Vicenza e Verona: la città atesina, nondimeno, possedeva il corpo di san Jacopo, il Comune ne era depositario e, così facendo, ostentava il suo predominio guadagnandosi il favore del popolo</hi><hi rend="notes_number CharOverride-3"><hi><ref target="OP08849_xml_17_249-281.html#footnote-003">-1</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">. Per tali ragioni, l’autorità municipale ammantò quest’impresa di forti accenti politici oltre che devozionali e scelse consapevolmente di non discostarsi del tutto dal glorioso passato della città</hi><hi rend="notes_number CharOverride-3"><hi><ref target="OP08849_xml_17_249-281.html#footnote-002">-1</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">, commissionando una chiesa «di una grandiosità tale che, se fosse stata realizzata, avrebbe potuto oscurare la fama delle chiese di Verona»</hi><hi rend="notes_number CharOverride-3"><hi><ref target="OP08849_xml_17_249-281.html#footnote-001">-1</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">.</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Un’operazione, per certi versi, analoga a quella magistralmente compiuta da Atto a Pistoia, in cui interessi civici e politici si erano indissolubilmente intrecciati con la sfera del sacro, dando esiti straordinari anche nel campo architettonico. Ancora nel segno di san Jacopo, ma con destini opposti: nel 1883, infatti, l’interpellanza del vescovo di Compostela Miguel Payá y Rico indusse papa Leone XIII a minacciare di scomunica chiunque ritenesse che il vero corpo di san Jacopo si trovasse al Grigliano e non in Spagna; l’anno successivo, invece, fu sancita una volta per tutte l’autenticità della reliquia jacobea di Pistoia</hi><hi rend="notes_number CharOverride-3"><hi><ref target="OP08849_xml_17_249-281.html#footnote-000">-1</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">.</hi></p><list type="ordered">
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-3"><ref target="OP08849_xml_17_249-281.html#footnote-163-backlink">1</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	D. Kimpel, </hi><hi rend="italic">L’attività costruttiva nel Medioevo: strutture e trasformazioni</hi><hi rend="CharOverride-1">, in R. Cassanelli (a cura di), </hi><hi rend="italic">Cantieri Medievali</hi><hi rend="CharOverride-1">, Jaca Book, Milano 1995, pp. 11-50: 11-13.</hi></p></item>
				</list><list type="ordered">
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-3"><ref target="OP08849_xml_17_249-281.html#footnote-162-backlink">2</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	C. Tosco, </hi><hi rend="italic">Gli architetti e le maestranze</hi><hi rend="CharOverride-1">,</hi><hi rend="italic"> </hi><hi rend="CharOverride-1">in E. Castelnuovo e G. Sergi (a cura di), </hi><hi rend="italic">Arti e storia nel Medioevo</hi><hi rend="CharOverride-1">, II, </hi><hi rend="italic">Del costruire: tecniche, artisti, artigiani, committenti</hi><hi rend="CharOverride-1">, Einaudi, Torino 2003, pp. 43-68.</hi></p></item>
				</list><list type="ordered">
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-3"><ref target="OP08849_xml_17_249-281.html#footnote-161-backlink">3</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	G. Coppola, </hi><hi rend="italic">L’edilizia nel Medioevo</hi><hi rend="CharOverride-1">, Carocci, Roma 2015, pp. 113-148.</hi></p></item>
				</list><list type="ordered">
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-3"><ref target="OP08849_xml_17_249-281.html#footnote-160-backlink">4</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	M. Rossi, </hi><hi rend="italic">I rapporti tra committenti e cantieri agli inizi del Romanico: un problema aperto</hi><hi rend="CharOverride-1">, «Archeologia dell’Architettura», 17, 2012, pp. 55-69: 55-58.</hi></p></item>
				</list><list type="ordered">
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-3"><ref target="OP08849_xml_17_249-281.html#footnote-159-backlink">5</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	C. Tosco, </hi><hi rend="italic">La committenza vescovile nell’XI secolo nel romanico lombardo</hi><hi rend="CharOverride-1">, in J. Jarnut, A. Köb e M. Wemhoff (a cura di),</hi><hi rend="italic"> Bischöfliches Bauen im 11. Jahrhundert: 5. Archäologisch-Historisches Forum</hi><hi rend="CharOverride-1">, Wilhem Fink, Padeborn 2009, pp. 25-54.</hi></p></item>
				</list><list type="ordered">
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-3"><ref target="OP08849_xml_17_249-281.html#footnote-158-backlink">-1</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	Per l’area toscana si rimanda, a titolo esemplificativo, alla puntuale disamina di Tigler riguardo alle committenze porcaresi fra i secoli XI e XII. Cfr. G. Tigler, </hi><hi rend="italic">Pisa, Lucca e…Porcari. I Porcaresi come committenti di architettura e scultura romanica dal 1061 al 1187 nel quadro delle relazioni politiche fra i Comuni di Pisa e Lucca</hi><hi rend="CharOverride-1">, «Anthimiana», 4, 2002, pp. 45-90.</hi></p></item>
				</list><list type="ordered">
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-3"><ref target="OP08849_xml_17_249-281.html#footnote-157-backlink">-1</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	L. Gai, </hi><hi rend="italic">Testimonianze jacobee e riferimenti compostellani nella storia di Pistoia dei secoli XII-XIII</hi><hi rend="CharOverride-1">, in Ead. (a cura di), </hi><hi rend="italic">Pistoia e il Cammino di Santiago. Una dimensione europea nella Toscana medievale</hi><hi rend="CharOverride-1">, Edizioni Scientifiche Italiane, Napoli 1987, pp. 119-230: 119-145.</hi></p></item>
				</list><list type="ordered">
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-3"><ref target="OP08849_xml_17_249-281.html#footnote-156-backlink">-1</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	Per un esauriente ritratto biografico del vescovo Atto: A. Degl’Innocenti, </hi><hi rend="italic">Attone agiografo e santo nella memoria vallombrosana e pistoiese</hi><hi rend="CharOverride-1">, in A. Benvenuti e R. Nelli (a cura di), </hi><hi rend="italic">Culto dei santi e culto dei luoghi nel Medioevo pistoiese</hi><hi rend="CharOverride-1">, Società Pistoiese di Storia Patria, Pistoia 2010, pp. 97-112.</hi></p></item>
				</list><list type="ordered">
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-3"><ref target="OP08849_xml_17_249-281.html#footnote-155-backlink">-1</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	</hi><hi rend="italic">Il Romanico pistoiese nei suoi rapporti con l’arte romanica dell’Occidente</hi><hi rend="CharOverride-1">, Viella, Roma 1966.</hi></p></item>
				</list><list type="ordered">
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-3"><ref target="OP08849_xml_17_249-281.html#footnote-154-backlink">-1</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	L. Gai, </hi><hi rend="italic">L’Opera di S. Jacopo</hi><hi rend="CharOverride-1">, in Ead. e G. Savino, </hi><hi rend="italic">L’opera di S. Jacopo in Pistoia e il suo primo statuto in volgare (1313)</hi><hi rend="CharOverride-1">, Pacini, Pisa 1994, pp. 7-179; Ead., </hi><hi rend="italic">Iconografia e agiografia jacopee a Pistoia</hi><hi rend="CharOverride-1">, in G. Arlotta (a cura di), </hi><hi rend="italic">De peregrinatione. Studi in onore di Paolo Caucci von Saucken</hi><hi rend="CharOverride-1">, Edizioni Compostellane, Pomigliano d’Arco </hi><hi rend="CharOverride-1">(NA) 2016, pp. 791-860; Ead., </hi><hi rend="italic">L’altare argenteo di San Iacopo a Pistoia</hi><hi rend="CharOverride-1">, Giorgio Tesi, Pistoia 2018.</hi></p></item>
				</list><list type="ordered">
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-3"><ref target="OP08849_xml_17_249-281.html#footnote-153-backlink">-1</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	N. Rauty, </hi><hi rend="italic">Storia di Pistoia</hi><hi rend="CharOverride-1">, I, </hi><hi rend="italic">Dall’Alto Medioevo all’età precomunale (406-1105)</hi><hi rend="CharOverride-1">, Le Monnier, Firenze 1988, pp. 105-124; Id., </hi><hi rend="italic">Il culto dei santi a Pistoia nel Medioevo</hi><hi rend="CharOverride-1">, SISMEL – Edizioni del Galluzzo, Tavarnuzze (FI) 2000; Id., </hi><hi rend="italic">Pistoia. Città e territorio nel Medioevo</hi><hi rend="CharOverride-1">, Società Pistoiese di Storia Patria, Pistoia 2003. </hi></p></item>
				</list><list type="ordered">
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-3"><ref target="OP08849_xml_17_249-281.html#footnote-152-backlink">-1</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	M. Ronzani, </hi><hi rend="italic">L’inquadramento pastorale della diocesi di Pistoia nei secoli XI-XIII</hi><hi rend="CharOverride-1">, in F. Salvestrini (a cura di), </hi><hi rend="italic">Il territorio pistoiese dall’alto Medioevo allo stato territoriale fiorentino</hi><hi rend="CharOverride-1">, Società Pistoiese di Storia Patria, Pistoia 2004, pp. 19-81; Id., </hi><hi rend="italic">Lo sviluppo istituzionale di Pistoia alla luce dei rapporti con il Papato e l’Impero fra la fine del secolo XI e l’inizio del Duecento</hi><hi rend="CharOverride-1">, in P. Gualtieri (a cura di), </hi><hi rend="italic">La Pistoia comunale nel contesto toscano ed europeo (secoli XIII-XIV)</hi><hi rend="CharOverride-1">, Società Pistoiese di Storia Patria, Pistoia 2008, pp. 19-72.</hi></p></item>
				</list><list type="ordered">
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-3"><ref target="OP08849_xml_17_249-281.html#footnote-151-backlink">-1</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	G. Francesconi, </hi><hi rend="italic">Il Comune e i santi. Il culto iacobeo e l’«acclamazione» del potere a Pistoia (secoli XII-XIV)</hi><hi rend="CharOverride-1">, in Benvenuti e Nelli (a cura di), </hi><hi rend="italic">Culto dei santi e culto dei luoghi</hi><hi rend="CharOverride-1">, cit., pp. 157-172.</hi></p></item>
				</list><list type="ordered">
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-3"><ref target="OP08849_xml_17_249-281.html#footnote-150-backlink">-1</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	Salvestrini (a cura di), </hi><hi rend="italic">Il territorio pistoiese dall’alto Medioevo</hi><hi rend="CharOverride-1">, cit.; Id., </hi><hi rend="italic">Gli Ordini religiosi a Pistoia in età precomunale e comunale</hi><hi rend="CharOverride-1">, in Gualtieri (a cura di), </hi><hi rend="italic">La Pistoia comunale</hi><hi rend="CharOverride-1">, cit., pp. 241-270.</hi></p></item>
				</list><list type="ordered">
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-3"><ref target="OP08849_xml_17_249-281.html#footnote-149-backlink">-1</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	F. Redi, </hi><hi rend="italic">L’architettura a Pistoia al tempo di s. Atto e i suoi rapporti con la cultura della Spagna mozarabica</hi><hi rend="CharOverride-1">, in Gai (a cura di), </hi><hi rend="italic">Pistoia e il Cammino di Santiago</hi><hi rend="CharOverride-1">, cit., pp. 273-312; Id., </hi><hi rend="italic">Chiese medievali del pistoiese</hi><hi rend="CharOverride-1">, Silvana, Cinisello Balsamo (MI) 1991.</hi></p></item>
				</list><list type="ordered">
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-3"><ref target="OP08849_xml_17_249-281.html#footnote-148-backlink">-1</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	I. Moretti, </hi><hi rend="italic">Le pietre della città</hi><hi rend="CharOverride-1">, in G. Cherubini (a cura di), </hi><hi rend="italic">Storia di Pistoia</hi><hi rend="CharOverride-1">, II, </hi><hi rend="italic">L’età del libero comune: dall’inizio del XII alla metà del XIV secolo</hi><hi rend="CharOverride-1">, Le Monnier, Firenze 1998, pp. 227-274; Id., </hi><hi rend="italic">Originalità e territorialità dell’architettura romanica pistoiese. Considerazioni per una possibile verifica</hi><hi rend="CharOverride-1">, in Salvestrini (a cura di), </hi><hi rend="italic">Il territorio pistoiese dall’alto Medioevo</hi><hi rend="CharOverride-1">, cit., pp. 405-434; Id., </hi><hi rend="italic">Aspetti dell’architettura e dell’urbanistica medievali nel Pistoiese</hi><hi rend="CharOverride-1">, in R. Nelli e G. Pinto (a cura di), </hi><hi rend="italic">I comuni medievali della provincia di Pistoia dalle origini alla piena età comunale</hi><hi rend="CharOverride-1">, Società Pistoiese di Storia Patria, Pistoia 2006, pp. 439-454; Id., </hi><hi rend="italic">Chiese romaniche della Montagna Pistoiese</hi><hi rend="CharOverride-1">, in F. Ciappi e O. Muzzi </hi><hi rend="CharOverride-1">(a cura di), </hi><hi rend="italic">Studi in onore di Sergio Gensini</hi><hi rend="CharOverride-1">, Polistampa, Firenze 2013, pp. 297-314.</hi></p></item>
				</list><list type="ordered">
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-3"><ref target="OP08849_xml_17_249-281.html#footnote-147-backlink">-1</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	G. Tigler, </hi><hi rend="italic">Toscana romanica</hi><hi rend="CharOverride-1">, Jaca Book, Milano 2006, pp. 121-129, 279-289.</hi></p></item>
				</list><list type="ordered">
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-3"><ref target="OP08849_xml_17_249-281.html#footnote-146-backlink">-1</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	N. Bottari Scarfantoni, </hi><hi rend="italic">Pistoia romanica: la costruzione di una immagine urbana. Un progetto di ricerca</hi><hi rend="CharOverride-1">, «Bullettino Storico Pistoiese», 119, 2017, pp. 119-134.</hi></p></item>
				</list><list type="ordered">
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-3"><ref target="OP08849_xml_17_249-281.html#footnote-145-backlink">-1</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	L. Fragai, </hi><hi rend="italic">Il Romanico pistoiese: una lettura archeologica, una proposta di ricerca</hi><hi rend="CharOverride-1">, in </hi><hi rend="italic">V Ciclo di Studi Medievali</hi><hi rend="CharOverride-1">, EBS Print, Lesmo (MB) 2019, pp. 134-141.</hi></p></item>
				</list><list type="ordered">
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-3"><ref target="OP08849_xml_17_249-281.html#footnote-144-backlink">-1</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	G. Cherubini, </hi><hi rend="italic">Apogeo e declino del Comune libero</hi><hi rend="CharOverride-1">, in Id. (a cura di), </hi><hi rend="italic">Storia di Pistoia</hi><hi rend="CharOverride-1">, cit., pp. 1-87.</hi></p></item>
				</list><list type="ordered">
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-3"><ref target="OP08849_xml_17_249-281.html#footnote-143-backlink">-1</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	Ronzani, </hi><hi rend="italic">L’inquadramento pastorale</hi><hi rend="CharOverride-1">, cit., pp. 19-81.</hi></p></item>
				</list><list type="ordered">
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-3"><ref target="OP08849_xml_17_249-281.html#footnote-142-backlink">-1</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	P. Pirillo, </hi><hi rend="italic">Il Pratese: definizione di un territorio</hi><hi rend="CharOverride-1">, in Salvestrini (a cura di), </hi><hi rend="italic">Il territorio pistoiese dall’alto Medioevo</hi><hi rend="CharOverride-1">, cit., pp. 273-288.</hi></p></item>
				</list><list type="ordered">
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-3"><ref target="OP08849_xml_17_249-281.html#footnote-141-backlink">-1</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	G. Francesconi, </hi><hi rend="italic">Qualche considerazione sull’attività creditizia a Pistoia in età comunale</hi><hi rend="CharOverride-1">, in A. Duccini e G. Francesconi (a cura di), </hi><hi rend="italic">L’attività creditizia nella Toscana comunale</hi><hi rend="CharOverride-1">, Società Pistoiese di Storia Patria, Pistoia 2000, pp. 151-190; Id., </hi><hi rend="italic">Pistoia e Firenze in età comunale. I diversi destini di due città della Toscana interna</hi><hi rend="CharOverride-1">, in Gualtieri (a cura di), </hi><hi rend="italic">La Pistoia comunale</hi><hi rend="CharOverride-1">, cit., pp. 73-100.</hi></p></item>
				</list><list type="ordered">
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-3"><ref target="OP08849_xml_17_249-281.html#footnote-140-backlink">-1</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	Ronzani, </hi><hi rend="italic">Lo sviluppo istituzionale</hi><hi rend="CharOverride-1">, cit., pp. 19-72.</hi></p></item>
				</list><list type="ordered">
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-3"><ref target="OP08849_xml_17_249-281.html#footnote-139-backlink">-1</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	Rauty, </hi><hi rend="italic">Il culto dei santi a Pistoia</hi><hi rend="CharOverride-1">, cit., pp. 176-181.</hi></p></item>
				</list><list type="ordered">
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-3"><ref target="OP08849_xml_17_249-281.html#footnote-138-backlink">-1</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	Per alcuni casi specifici: A. D’Apruzzo, </hi><hi rend="italic">The influence of Pilgrimage Routes on Local Culture and Imagination: the “Italian Compostela” as a Case Study</hi><hi rend="CharOverride-1">, «Almatourism</hi><hi rend="CharOverride-1">», 16, 2017, pp. 59-79; Id., </hi><hi rend="italic">Pellegrinaggio iacobeo e committenza francescana: il caso di Pistoia</hi><hi rend="CharOverride-1">, in </hi><hi rend="italic">V Ciclo di Studi Medievali</hi><hi rend="CharOverride-1">, cit., pp. 227-233.</hi></p></item>
				</list><list type="ordered">
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-3"><ref target="OP08849_xml_17_249-281.html#footnote-137-backlink">-1</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	Per la quale si rinvia, comunque, ai testi di Fabbri e Gai nel presente volume.</hi></p></item>
				</list><list type="ordered">
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-3"><ref target="OP08849_xml_17_249-281.html#footnote-136-backlink">-1</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	N. Rauty, </hi><hi rend="italic">I Vallombrosani a Pistoia dalla metà del secolo XI alla metà del secolo XII</hi><hi rend="CharOverride-1">, «Bullettino Storico Pistoiese», 104, 2002, pp. 3-26. Più recentemente, Salvestrini, </hi><hi rend="italic">Gli Ordini religiosi a Pistoia</hi><hi rend="CharOverride-1">, cit., pp. 252-253.</hi></p></item>
				</list><list type="ordered">
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-3"><ref target="OP08849_xml_17_249-281.html#footnote-135-backlink">-1</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	Rauty, </hi><hi rend="italic">I Vallombrosani a Pistoia</hi><hi rend="CharOverride-1">, cit., pp. 4-7.</hi></p></item>
				</list><list type="ordered">
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-3"><ref target="OP08849_xml_17_249-281.html#footnote-134-backlink">-1</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	Sulla non comune presenza di pastori vallombrosani a Pistoia nel XII secolo: N. D’Acunto, </hi><hi rend="italic">I vallombrosani e l’episcopato nei secoli XII e XIII</hi><hi rend="CharOverride-1">, in G. Monzio Compagnoni (a cura di), </hi><hi rend="italic">L’Ordo Vallisumbrosae tra XII e XIII secolo. Gli sviluppi istituzionali e culturali e l’espansione geografica (1101-1293)</hi><hi rend="CharOverride-1">. Atti del II Colloquio vallombrosano (Abbazia di Vallombrosa, 25-28 agosto 1996), Edizioni Vallombrosa, Vallombrosa (FI) 1999, pp. 339-364: 341-342; F. Salvestrini, Disciplina caritatis.</hi><hi rend="italic"> Il monachesimo vallombrosano tra medioevo e prima età moderna</hi><hi rend="CharOverride-1">, Viella, Roma 2008, pp. 368-369.</hi></p></item>
				</list><list type="ordered">
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-3"><ref target="OP08849_xml_17_249-281.html#footnote-133-backlink">-1</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	Rauty, </hi><hi rend="italic">I Vallombrosani a Pistoia</hi><hi rend="CharOverride-1">, cit., pp. 15-23.</hi></p></item>
				</list><list type="ordered">
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-3"><ref target="OP08849_xml_17_249-281.html#footnote-132-backlink">-1</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	Sull’azione politico-pastorale del vescovo Ildebrando, si veda G. Francesconi, </hi><hi rend="italic">Il «memoriale» del vescovo Ildebrando: un manifesto politico d’inizio secolo XII?</hi><hi rend="CharOverride-1">, «Bullettino Storico Pistoiese», 112, 2010, pp. 109-136.</hi></p></item>
				</list><list type="ordered">
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-3"><ref target="OP08849_xml_17_249-281.html#footnote-131-backlink">-1</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	N. Rauty, </hi><hi rend="italic">Rapporti di Atto, vescovo di Pistoia, con il clero e le istituzioni ecclesiastiche lombarde</hi><hi rend="CharOverride-1">, «Bullettino Storico Pistoiese», 97, 1995, pp. 3-26; Id., </hi><hi rend="italic">Il culto dei santi a Pistoia</hi><hi rend="CharOverride-1">, cit., pp. 28-29, 90-92; Id., </hi><hi rend="italic">I Vallombrosani a Pistoia</hi><hi rend="CharOverride-1">, cit., pp. 23-26.</hi></p></item>
				</list><list type="ordered">
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-3"><ref target="OP08849_xml_17_249-281.html#footnote-130-backlink">-1</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	F. Salvestrini, </hi><hi rend="italic">L’origine della presenza vallombrosana in Sardegna. Attestazioni documentarie e tradizioni storico-erudite fra pieno Medioevo e prima Età moderna</hi><hi rend="CharOverride-1">, in P. Piatti e M. Vidili (a cura di), Per Sardiniae insulam constituti.</hi><hi rend="italic"> Gli Ordini religiosi nel Medioevo sardo</hi><hi rend="CharOverride-1">, LIT Verlag, Berlin 2014, pp. 131-149: 138-141.</hi></p></item>
				</list><list type="ordered">
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-3"><ref target="OP08849_xml_17_249-281.html#footnote-129-backlink">-1</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	R. N. Vasaturo, </hi><hi rend="italic">Vallombrosa. L’abbazia e la Congregazione. Note Storiche</hi><hi rend="CharOverride-1">, a cura di G. Monzio Compagnoni, Edizioni Vallombrosa, Vallombrosa (FI) 1994, p. 34.</hi></p></item>
				</list><list type="ordered">
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-3"><ref target="OP08849_xml_17_249-281.html#footnote-128-backlink">-1</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	F. Salvestrini, </hi><hi rend="italic">San Michele Arcangelo a Passignano nell’Ordo Vallisumbrosae tra XI e XII secolo</hi><hi rend="CharOverride-1">, in P. Pirillo (a cura di), </hi><hi rend="italic">Passignano in Val di Pesa. Un monastero e la sua storia</hi><hi rend="CharOverride-1">, I, </hi><hi rend="italic">Una signoria</hi><hi rend="CharOverride-1"> </hi><hi rend="italic">sulle anime, sugli uomini, sulle comunità (dalle origini al sec. XIV)</hi><hi rend="CharOverride-1">, Olschki, Firenze 2009, pp. 59-127: 91-106.</hi></p></item>
				</list><list type="ordered">
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-3"><ref target="OP08849_xml_17_249-281.html#footnote-127-backlink">-1</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	Il monastero di San Barnaba al Gratosoglio fu fondato nel 1130 già in comunanza con gli ideali gualbertiani, ma venne acquisito istituzionalmente dai Vallombrosani solamente fra il quarto e il quinto decennio del XII secolo. Cfr. E. Sartoni, </hi><hi rend="italic">Le fondazioni vallombrosane della regione Lombardia. Repertorio</hi><hi rend="CharOverride-1">, in F. Salvestrini (a cura di), </hi><hi rend="italic">I Vallombrosani in Lombardia (XI-XVIII secolo)</hi><hi rend="CharOverride-1">, ERSAF, Milano 2011, pp. 52-159: 55-65.</hi></p></item>
				</list><list type="ordered">
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-3"><ref target="OP08849_xml_17_249-281.html#footnote-126-backlink">-1</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	Sartoni, </hi><hi rend="italic">Le fondazioni vallombrosane</hi><hi rend="CharOverride-1">, cit., pp. 156-157.</hi></p></item>
				</list><list type="ordered">
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-3"><ref target="OP08849_xml_17_249-281.html#footnote-125-backlink">-1</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	G. Casagrande e A. Czortek, </hi><hi rend="italic">I vallombrosani in Umbria: i monasteri di Città di Castello</hi><hi rend="CharOverride-1">, in Monzio Compagnoni (a cura di), </hi><hi rend="italic">L’Ordo Vallisumbrosae tra XII e XIII secolo</hi><hi rend="CharOverride-1">, cit., pp. 841-883: 865.</hi></p></item>
				</list><list type="ordered">
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-3"><ref target="OP08849_xml_17_249-281.html#footnote-124-backlink">-1</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	F. Salvestrini, </hi><hi rend="italic">I Vallombrosani in Liguria. Storia di una presenza monastica fra XII e XVII secolo</hi><hi rend="CharOverride-1">, Viella, Roma 2010, pp. 58-68.</hi></p></item>
				</list><list type="ordered">
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-3"><ref target="OP08849_xml_17_249-281.html#footnote-123-backlink">-1</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	Id., </hi><hi rend="italic">Monaci in viaggio tra Emilia, Romagna e Toscana. Itinerari di visita canonica dell’abate generale vallombrosano nella seconda metà del secolo XIV</hi><hi rend="CharOverride-1">, in D. Balestracci </hi><hi rend="italic">et al.</hi><hi rend="CharOverride-1"> (a cura di), </hi><hi rend="italic">Uomini Paesaggi Storie. Studi di Storia Medievale per Giovanni Cherubini</hi><hi rend="CharOverride-1">, II, SeB, Siena 2012, pp. 765-780: 771.</hi></p></item>
				</list><list type="ordered">
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-3"><ref target="OP08849_xml_17_249-281.html#footnote-122-backlink">-1</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	R. Ciliberti e F. Salvestrini, </hi><hi rend="italic">I Vallombrosani nel Piemonte medievale e moderno. Ospizi e monasteri intorno alla strada di Francia</hi><hi rend="CharOverride-1">, Viella, Roma 2014, pp. 13-14, 91-93.</hi></p></item>
				</list><list type="ordered">
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-3"><ref target="OP08849_xml_17_249-281.html#footnote-121-backlink">-1</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	N. Rauty, </hi><hi rend="italic">Società, istituzioni, politica nel primo secolo dell’autonomia comunale</hi><hi rend="CharOverride-1">, in Cherubini (a cura di), </hi><hi rend="italic">Storia di Pistoia</hi><hi rend="CharOverride-1">, cit., pp. 1-40: 14-20.</hi></p></item>
				</list><list type="ordered">
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-3"><ref target="OP08849_xml_17_249-281.html#footnote-120-backlink">-1</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	Gai, </hi><hi rend="italic">Testimonianze jacobee e riferimenti compostellani</hi><hi rend="CharOverride-1">, cit., p. 142, nota 66.</hi></p></item>
				</list><list type="ordered">
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-3"><ref target="OP08849_xml_17_249-281.html#footnote-119-backlink">-1</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	A. Barlucchi, </hi><hi rend="italic">Mutamenti nella viabilità del territorio pistoiese in età tardomedievale</hi><hi rend="CharOverride-1">, in Salvestrini (a cura di), </hi><hi rend="italic">Il territorio pistoiese dall’alto Medioevo</hi><hi rend="CharOverride-1">, cit., pp. 185-212: 195; R. Stopani, </hi><hi rend="italic">Abbazie e viabilità romipeta nella valle del Bisenzio</hi><hi rend="CharOverride-1">, in </hi><hi rend="italic">Monachesimo e viabilità nella Toscana del Medioevo</hi><hi rend="CharOverride-1">, «De Strata Francigena», 22/2, 2014, pp. 55-76: 59, 65.</hi></p></item>
				</list><list type="ordered">
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-3"><ref target="OP08849_xml_17_249-281.html#footnote-118-backlink">-1</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	R. Piattoli (a cura di), </hi><hi rend="italic">Le carte del monastero di S. Maria di Montepiano (1000-1200)</hi><hi rend="CharOverride-1">, Istituto Storico Italiano per il Medio Evo, Roma 1942, pp. 28-30. Sul contributo della stirpe dei Cadolingi alle fondazioni monastiche in Toscana: M. Gamannossi, </hi><hi rend="italic">Testimonianze dei conti Cadolingi sul territorio toscano: le abbazie di Fucecchio, Elmi, Morrona e Montepiano</hi><hi rend="CharOverride-1">, in R. Stopani e F. Vanni (a cura di), </hi><hi rend="italic">I Cadolingi, Scandicci e la viabilità francigena</hi><hi rend="CharOverride-1">, «De Strata Francigena», 18/2, 2010, pp. 113-134.</hi></p></item>
				</list><list type="ordered">
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-3"><ref target="OP08849_xml_17_249-281.html#footnote-117-backlink">-1</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	Per un breve, ma più che esaustivo inquadramento delle vicende storiche dell’abbazia di Montepiano: A. Fabbri, </hi><hi rend="italic">Camaldolesi e Vallombrosani nella Toscana medievale. Repertorio delle comunità monastiche sorte fra XI e XV secolo</hi><hi rend="CharOverride-1">, Firenze University Press, Firenze 2021, pp. 441-445. Si veda anche S. Tondi, </hi><hi rend="italic">L’abbazia di Montepiano dalle origini alla metà del XIII secolo</hi><hi rend="CharOverride-1">, Centro Bardi, Vernio (PO) 2001.</hi></p></item>
				</list><list type="ordered">
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-3"><ref target="OP08849_xml_17_249-281.html#footnote-116-backlink">-1</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	F. Salvestrini, </hi><hi rend="italic">Il monachesimo vallombrosano in Lombardia. Storia di una presenza e di una plurisecolare interazione</hi><hi rend="CharOverride-1">, in Id. (a cura di), </hi><hi rend="italic">I Vallombrosani in Lombardia</hi><hi rend="CharOverride-1">, cit., pp. 3-51: 22.</hi></p></item>
				</list><list type="ordered">
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-3"><ref target="OP08849_xml_17_249-281.html#footnote-115-backlink">-1</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	Id., Disciplina caritatis, cit., pp. 347-390; L. Gai, </hi><hi rend="italic">Santiago el Mayor patrono di Pistoia: per una rilettura storiografica</hi><hi rend="CharOverride-1">, in P. G. Caucci von Saucken (a cura di), </hi><hi rend="italic">Jacobus Patronus</hi><hi rend="CharOverride-1">, Xunta de Galicia, Santiago de Compostela 2020, pp. 329-399: 380-381.</hi></p></item>
				</list><list type="ordered">
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-3"><ref target="OP08849_xml_17_249-281.html#footnote-114-backlink">-1</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	G. Tigler, </hi><hi rend="italic">La ricostruzione del Duomo di San Zeno a Pistoia nel XII secolo</hi><hi rend="CharOverride-1">, Sillabe, Livorno 2017, pp. 67-68, nota 14. Ma sulla questione cfr. anche il saggio di Lucia Gai nel presente volume.</hi></p></item>
				</list><list type="ordered">
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-3"><ref target="OP08849_xml_17_249-281.html#footnote-113-backlink">-1</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	Per un’analisi storico-architettonica della chiesa di Montepiano: M. A. Di Pede, </hi><hi rend="italic">L’abbazia di Montepiano. Un’architettura vallombrosana sull’Appennino pratese</hi><hi rend="CharOverride-1">, FirenzeLibri, Reggello (FI) 2006.</hi></p></item>
				</list><list type="ordered">
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-3"><ref target="OP08849_xml_17_249-281.html#footnote-112-backlink">-1</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	M. Frati, </hi><hi rend="italic">Tracce lombarde nella Toscana protoromanica</hi><hi rend="CharOverride-1">, in A. Segagni Malacart e L.C. Schiavi (a cura di), </hi><hi rend="italic">Architettura dell’XI secolo nell’Italia del Nord. Storiografia e nuove ricerche</hi><hi rend="CharOverride-1">, ETS, Pisa 2013, pp. 253-270, 475-481: 254.</hi></p></item>
				</list><list type="ordered">
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-3"><ref target="OP08849_xml_17_249-281.html#footnote-111-backlink">-1</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	Tigler, </hi><hi rend="italic">Toscana romanica</hi><hi rend="CharOverride-1">, cit., p. 312.</hi></p></item>
				</list><list type="ordered">
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-3"><ref target="OP08849_xml_17_249-281.html#footnote-110-backlink">-1</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	Ivi, p. 294.</hi></p></item>
				</list><list type="ordered">
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-3"><ref target="OP08849_xml_17_249-281.html#footnote-109-backlink">-1</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	Secondo Moretti i grandi arconi che immettono nelle braccia del transetto erano destinati a sorreggere una cupola con il relativo tiburio. Cfr. I. Moretti, </hi><hi rend="italic">Architettura romanica vallombrosana nella diocesi medievale di Pistoia</hi><hi rend="CharOverride-1">, «Bullettino Storico Pistoiese», 92, 1990, pp. 3-30: 26.</hi></p></item>
				</list><list type="ordered">
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-3"><ref target="OP08849_xml_17_249-281.html#footnote-108-backlink">-1</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	Di Pede, </hi><hi rend="italic">L’abbazia di Montepiano</hi><hi rend="CharOverride-1">, cit., pp. 116-127.</hi></p></item>
				</list><list type="ordered">
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-3"><ref target="OP08849_xml_17_249-281.html#footnote-107-backlink">-1</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	La volt</hi><hi rend="CharOverride-1">a a botte con archi trasversi ricompare, in area pistoiese, nella piccola chiesetta di San Michelino a Pescia in Valdinievole. Cfr. M. Frati, </hi><hi rend="italic">Architettura romanica a Lucca (XI-XII secolo): snodi critici e paesaggi storici</hi><hi rend="CharOverride-1">, in C. Bozzoli e M.T. Filieri (a cura di), </hi><hi rend="italic">Scoperta armonia. Arte medievale a Lucca</hi><hi rend="CharOverride-1">, Fondazione Ragghianti, Lucca 2014, pp. 177-224: </hi><hi rend="CharOverride-1">125. Nello stesso torno cronologico questa tipologia di copertura è adoperata anche nel settore orientale della navata di San Giusto sul Montalbano, a Carmignano, e nel transetto di San Baronto a Lamporecchio. Cfr. Tigler, </hi><hi rend="italic">La ricostruzione del Duomo di San Zeno a Pistoia</hi><hi rend="CharOverride-1">, cit., p. 11.</hi></p></item>
				</list><list type="ordered">
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-3"><ref target="OP08849_xml_17_249-281.html#footnote-106-backlink">-1</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	Di Pede, </hi><hi rend="italic">L’abbazia di Montepiano</hi><hi rend="CharOverride-1">, cit., pp. 119-120.</hi></p></item>
				</list><list type="ordered">
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-3"><ref target="OP08849_xml_17_249-281.html#footnote-105-backlink">-1</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	Salvestrini, </hi><hi rend="italic">Gli Ordini religiosi a Pistoia</hi><hi rend="CharOverride-1">, cit., p. 250.</hi></p></item>
				</list><list type="ordered">
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-3"><ref target="OP08849_xml_17_249-281.html#footnote-104-backlink">-1</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	Moretti, </hi><hi rend="italic">Architettura romanica vallombrosana</hi><hi rend="CharOverride-1">, cit., pp. 11-14; Id., </hi><hi rend="italic">L’architettura vallombrosana in Toscana (secoli XI-XIII)</hi><hi rend="CharOverride-1">, «Arte Cristiana», 82, 1994, pp. 341-350; Id., </hi><hi rend="italic">L’architettura vallombrosana delle origini</hi><hi rend="CharOverride-1">, in G. Monzio Compagnoni (a cura di), </hi><hi rend="italic">I Vallombrosani nella società italiana dei secoli XI e XII</hi><hi rend="CharOverride-1">. Atti del Colloquio (Abbazia di Vallombrosa, 3-4 settembre 1993), Edizioni Vallombrosa, Vallombrosa (FI) 1994, pp. 239-257.</hi></p></item>
				</list><list type="ordered">
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-3"><ref target="OP08849_xml_17_249-281.html#footnote-103-backlink">-1</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	S. Lomartire, </hi><hi rend="italic">Mobilità/stanzialità dei cantieri artistici nel Medioevo italiano e trasmissione delle competenze</hi><hi rend="CharOverride-1">, in </hi><hi rend="italic">Circolazione di uomini e scambi culturali tra città (secoli XII-XIV)</hi><hi rend="CharOverride-1">, Viella, Roma 2013, pp. 367-431.</hi></p></item>
				</list><list type="ordered">
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-3"><ref target="OP08849_xml_17_249-281.html#footnote-102-backlink">-1</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	F. Salvestrini, </hi><hi rend="italic">Il monachesimo vallombrosano e le città. Circolazione di culti, testi, modelli architettonici e sistemi organizzativi nell’Italia centro-settentrionale (secoli XII-XIV)</hi><hi rend="CharOverride-1">, in </hi><hi rend="italic">Circolazione di uomini e scambi culturali</hi><hi rend="CharOverride-1">, cit., pp. 433-470: 466-467.</hi></p></item>
				</list><list type="ordered">
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-3"><ref target="OP08849_xml_17_249-281.html#footnote-101-backlink">-1</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	Gli studi recenti hanno dimostrato come, nei secoli XI e XII, le aree in cui è possibile identificare denominatori culturali omogenei siano di dimensioni alquanto ridotte, nell’ordine dei 30-50 km circa, e solo eccezionalmente raggiungano un’estensione maggiore. Cfr. G. Valenzano, </hi><hi rend="italic">Introduzione</hi><hi rend="CharOverride-1">, in F. Zuliani (a cura di), </hi><hi rend="italic">Veneto Romanico</hi><hi rend="CharOverride-1">, Jaca Book, Milano 2008, pp. 9-28: 10.</hi></p></item>
				</list><list type="ordered">
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-3"><ref target="OP08849_xml_17_249-281.html#footnote-100-backlink">-1</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	R. Coroneo, </hi><hi rend="italic">Chiese romaniche della Sardegna. Itinerari turistico culturali</hi><hi rend="CharOverride-1">, Edizioni AV, Cagliari 2005, pp. 26, 41-42.</hi></p></item>
				</list><list type="ordered">
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-3"><ref target="OP08849_xml_17_249-281.html#footnote-099-backlink">-1</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	Sulla penetrazione delle maestranze pisane in terra sarda si veda G. Tigler, </hi><hi rend="italic">Il ruolo di Pisa nella geografia artistica della Toscana romanica e in relazione alla Sardegna</hi><hi rend="CharOverride-1">, in </hi><hi rend="italic">Itinerari del Romanico in Sardegna</hi><hi rend="CharOverride-1">, Edizioni AV, Cagliari 2010, pp. 99-118.</hi></p></item>
				</list><list type="ordered">
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-3"><ref target="OP08849_xml_17_249-281.html#footnote-098-backlink">-1</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	R. Serra, </hi><hi rend="italic">La Sardegna</hi><hi rend="CharOverride-1">, Jaca Book, Milano 1989, pp. 392-393; R. Coroneo, </hi><hi rend="italic">Architettura romanica dalla metà del Mille al primo ‘300</hi><hi rend="CharOverride-1">, Ilisso, Nuoro 1993, n. 30.</hi></p></item>
				</list><list type="ordered">
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-3"><ref target="OP08849_xml_17_249-281.html#footnote-097-backlink">-1</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	R. Coroneo e R. Serra, </hi><hi rend="italic">Sardegna preromanica e romanica</hi><hi rend="CharOverride-1">, Jaca Book, Milano 2004, p. 117.</hi></p></item>
				</list><list type="ordered">
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-3"><ref target="OP08849_xml_17_249-281.html#footnote-096-backlink">-1</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	M. Porcu Gaias, </hi><hi rend="italic">Sassari. Storia architettonica e urbanistica dalle origini al ‘600</hi><hi rend="CharOverride-1">, Ilisso, Nuoro 1996, p. 33.</hi></p></item>
				</list><list type="ordered">
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-3"><ref target="OP08849_xml_17_249-281.html#footnote-095-backlink">-1</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	Coroneo e Serra, </hi><hi rend="italic">Sardegna preromanica e romanica</hi><hi rend="CharOverride-1">, cit., pp. 271-273.</hi></p></item>
				</list><list type="ordered">
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-3"><ref target="OP08849_xml_17_249-281.html#footnote-094-backlink">-1</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	Serra, </hi><hi rend="italic">La Sardegna</hi><hi rend="CharOverride-1">, cit., pp. 394-396; Coroneo, </hi><hi rend="italic">Architettura romanica</hi><hi rend="CharOverride-1">, cit., n. 54.</hi></p></item>
				</list><list type="ordered">
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-3"><ref target="OP08849_xml_17_249-281.html#footnote-093-backlink">-1</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	Coroneo e Serra, </hi><hi rend="italic">Sardegna preromanica e romanica</hi><hi rend="CharOverride-1">, cit., p. 182. Gli ambienti sussidiari addossati al fianco e al transetto nord, apparecchiati prevalentemente con pietra basaltica alternata a filari calcarei, risalgono a una fase posteriore di almeno un secolo, che trova un contrappunto nella vicina chiesa di Sant’Antonio di Salvenero.</hi></p></item>
				</list><list type="ordered">
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-3"><ref target="OP08849_xml_17_249-281.html#footnote-092-backlink">-1</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	Ivi, pp. 273-274, cit., pp. 273-274.</hi></p></item>
				</list><list type="ordered">
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-3"><ref target="OP08849_xml_17_249-281.html#footnote-091-backlink">-1</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	C. Di Fabio, </hi><hi rend="italic">San Bartolomeo del Fossato</hi><hi rend="CharOverride-1">, in C. Dufour Bozzo (a cura di), </hi><hi rend="italic">Medioevo restaurato. Genova 1860-1940</hi><hi rend="CharOverride-1">, Pirella, Genova 1984, pp. 85-104.</hi></p></item>
				</list><list type="ordered">
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-3"><ref target="OP08849_xml_17_249-281.html#footnote-090-backlink">-1</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	C. Ceschi, </hi><hi rend="italic">La distrutta chiesa di San Bartolomeo del Fossato a Sampierdarena</hi><hi rend="CharOverride-1">, «Bollettino d’Arte», 33, 1948, pp. 239-243.</hi></p></item>
				</list><list type="ordered">
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-3"><ref target="OP08849_xml_17_249-281.html#footnote-089-backlink">-1</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	F. Cervini, </hi><hi rend="italic">Liguria Romanica</hi><hi rend="CharOverride-1">, Jaca Book, Milano 2002, p. 16.</hi></p></item>
				</list><list type="ordered">
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-3"><ref target="OP08849_xml_17_249-281.html#footnote-088-backlink">-1</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	Salvestrini, </hi><hi rend="italic">I Vallombrosani in Liguria</hi><hi rend="CharOverride-1">, cit., p. 67.</hi></p></item>
				</list><list type="ordered">
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-3"><ref target="OP08849_xml_17_249-281.html#footnote-087-backlink">-1</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	F. Barisotti, </hi><hi rend="italic">Al primitivo suo stato: i restauri ottocenteschi della chiesa di San Paolo a Ripa d’Arno</hi><hi rend="CharOverride-1">, «Bollettino Storico Pisano», 89, 2020, pp. 102-123.</hi></p></item>
				</list><list type="ordered">
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-3"><ref target="OP08849_xml_17_249-281.html#footnote-086-backlink">-1</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	M. L. Ceccarelli Lemut, G. Garzella, S. Sodi e D. Stiaffini, </hi><hi rend="italic">La vicenda storica</hi><hi rend="CharOverride-1">, in F. Barsotti (a cura di), </hi><hi rend="italic">La chiesa di San Paolo a Ripa d’Arno</hi><hi rend="CharOverride-1">, Pacini, Pisa 2016, pp. 21-48.</hi></p></item>
				</list><list type="ordered">
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-3"><ref target="OP08849_xml_17_249-281.html#footnote-085-backlink">-1</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	Tigler, </hi><hi rend="italic">Toscana romanica</hi><hi rend="CharOverride-1">, cit., p. 216.</hi></p></item>
				</list><list type="ordered">
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-3"><ref target="OP08849_xml_17_249-281.html#footnote-084-backlink">-1</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	D. Stiaffini, </hi><hi rend="italic">La chiesa e il monastero di San Paolo a Ripa d’Arno di Pisa</hi><hi rend="CharOverride-1">, «Rivista dell’Istituto Nazionale d’Archeologia e Storia dell’Arte», 6-7, 1983-1984, pp. 237-284.</hi></p></item>
				</list><list type="ordered">
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-3"><ref target="OP08849_xml_17_249-281.html#footnote-083-backlink">-1</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	Tigler, </hi><hi rend="italic">Toscana romanica</hi><hi rend="CharOverride-1">, cit., pp. 217-218.</hi></p></item>
				</list><list type="ordered">
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-3"><ref target="OP08849_xml_17_249-281.html#footnote-082-backlink">-1</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	M. Scalzo, </hi><hi rend="italic">Sant’Agata a Pisa</hi><hi rend="CharOverride-1">, in V. Volta (a cura di), </hi><hi rend="italic">Rotonde d’Italia. Analisi tipologica della pianta centrale</hi><hi rend="CharOverride-1">, Jaca Book, Milano 2008, pp. 110-114.</hi></p></item>
				</list><list type="ordered">
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-3"><ref target="OP08849_xml_17_249-281.html#footnote-081-backlink">-1</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	L’arcivescovo Diego Gelmírez morì il 6 aprile del 1140, pertanto l’arrivo della reliquia di san Jacopo a Pistoia deve necessariamente essere anteriore a quella data. Cfr. L. Gai, </hi><hi rend="italic">L’altare argenteo di San Iacopo nel duomo di Pistoia. Contributo alla storia dell’oreficeria gotica e rinascimentale italiana</hi><hi rend="CharOverride-1">, Umberto Allemandi &amp; C., Torino 1984, pp. 34-36, 39.</hi></p></item>
				</list><list type="ordered">
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-3"><ref target="OP08849_xml_17_249-281.html#footnote-080-backlink">-1</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	Sull’importanza di Diego Gelmírez per la penetrazione e la diffusione del culto jacobeo in Italia: R. Vázquez Santos, </hi><hi rend="italic">Gelmírez y el culto jacobeo en Italia</hi><hi rend="CharOverride-1">, in M. Castiñeiras González (a cura di), </hi><hi rend="italic">Compostela y Europa. La historia de Diego Gelmírez</hi><hi rend="CharOverride-1">, Skira, Milano 2010, pp. 270-279.</hi></p></item>
				</list><list type="ordered">
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-3"><ref target="OP08849_xml_17_249-281.html#footnote-079-backlink">-1</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	La nota vicenda dell’arrivo delle reliquie di san Jacopo a Pistoia è stata recentemente riletta da Gai, </hi><hi rend="italic">Santiago el Mayor</hi><hi rend="CharOverride-1">, cit. pp. 329-399.</hi></p></item>
				</list><list type="ordered">
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-3"><ref target="OP08849_xml_17_249-281.html#footnote-078-backlink">-1</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	Salvestrini, </hi><hi rend="italic">I Vallombrosani in Liguria</hi><hi rend="CharOverride-1">, cit., pp. 61-68.</hi></p></item>
				</list><list type="ordered">
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-3"><ref target="OP08849_xml_17_249-281.html#footnote-077-backlink">-1</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	Riguardo al culto di san Jacopo il Maggiore a Pistoia: S. Ferrali, </hi><hi rend="italic">L’apostolo s. Jacopo il Maggiore e il suo culto a Pistoia (con documenti in parte inediti)</hi><hi rend="CharOverride-1">, Opera dei Santi Giovanni e Zeno, Pistoia 1979; L. Gai, </hi><hi rend="italic">Le feste patronali di S. Jacopo e il palio a Pistoia</hi><hi rend="CharOverride-1">, Società Pistoiese di Storia Patria, Pistoia 1987; Ead., </hi><hi rend="italic">I riflessi della devozione jacobea nei comportamenti sociali</hi><hi rend="CharOverride-1">, Società Pistoiese di Storia Patria, Pistoia 1990; A. Benvenuti, </hi><hi rend="italic">Spigolature iacobee: su alcune recenti pubblicazioni</hi><hi rend="CharOverride-1">, «Bullettino Storico Pistoiese», 106, 2004, pp. 99-113.</hi></p></item>
				</list><list type="ordered">
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-3"><ref target="OP08849_xml_17_249-281.html#footnote-076-backlink">-1</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	C. Vivoli, </hi><hi rend="italic">Interessi civici e culto del santo patrono: la festa di San Jacopo tra medioevo ed età moderna</hi><hi rend="CharOverride-1">, «Bullettino Storico Pistoiese», 119, 2017, pp. 21-46.</hi></p></item>
				</list><list type="ordered">
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-3"><ref target="OP08849_xml_17_249-281.html#footnote-075-backlink">-1</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	L. Mascanzoni, </hi><hi rend="italic">San Giacomo: il guerriero e il pellegrino. Il culto iacobeo tra la Spagna e l’Esarcato (secc. XI-XV)</hi><hi rend="CharOverride-1">, CISAM, Spoleto 2000, p. 67. L’arrivo dei resti di san Jacopo a Pistoia s’inserisce altresì nel contesto di una sorta di agone fra città toscane sul piano delle reliquie, coi dissidenti pratesi che nel 1141 ottennero una presunta cinta della Madonna (vedi </hi><hi rend="italic">infra</hi><hi rend="CharOverride-1">) e con i lucchesi che intorno al 1146 cominciarono a sostenere che il loro Volto Santo fosse stato scolpito da Nicodemo. Cfr. Tigler, </hi><hi rend="italic">Toscana romanica</hi><hi rend="CharOverride-1">, cit., p. 124.</hi></p></item>
				</list><list type="ordered">
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-3"><ref target="OP08849_xml_17_249-281.html#footnote-074-backlink">-1</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	La pubblica traslazione sarebbe stata rinviata di qualche anno rispetto all’effettivo arrivo delle reliquie perché Atto, che necessitava del consiglio di Innocenzo II per introdurre in maniera consona il culto dell’apostolo a Pistoia, dovette attendere la pacificazione del quadro politico cittadino; la morte del pontefice (1143), inoltre, potrebbe aver ulteriormente ritardato l’evento. Cfr. Gai, </hi><hi rend="italic">Testimonianze jacobee e riferimenti compostellani</hi><hi rend="CharOverride-1">, cit., pp. 132-133, 142-143; Ead., </hi><hi rend="italic">Santiago el Mayor</hi><hi rend="CharOverride-1">, cit., pp. 359-360, 364-368, 384-391.</hi></p></item>
				</list><list type="ordered">
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-3"><ref target="OP08849_xml_17_249-281.html#footnote-073-backlink">-1</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	Francesconi, </hi><hi rend="italic">Il Comune e i santi</hi><hi rend="CharOverride-1">, cit., pp. 161-167; F. Salvestrini, </hi><hi rend="italic">Atto da Pistoia</hi><hi rend="CharOverride-1">, in U. Feraci (a cura di), </hi><hi rend="italic">Pistoia Sacra. Decifrare la città e i suoi capolavori</hi><hi rend="CharOverride-1">, Ed. diocesane San Jacopo, Pistoia 2022, pp. 62-64.</hi></p></item>
				</list><list type="ordered">
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-3"><ref target="OP08849_xml_17_249-281.html#footnote-072-backlink">-1</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	C. Acidini Luchinat, </hi><hi rend="italic">La cattedrale di San Zeno a Pistoia</hi><hi rend="CharOverride-1">, Silvana, Cinisello Balsamo (MI) 2003, pp. 20, 43-47.</hi></p></item>
				</list><list type="ordered">
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-3"><ref target="OP08849_xml_17_249-281.html#footnote-071-backlink">-1</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	Poco tempo dopo la sagrestia ‘vecchia’</hi><hi rend="CharOverride-1"> fu costruita la cappella di San Nicolò, afferente alla tipologia delle cappelle palatine vescovili: l’oratorio, con paramenti in laterizio e abside pensile che si affaccia sul vicolo del Duomo, condivide con la sagrestia l’inconsueta copertura a botte. Le sottili lesene che percorrono l’emiciclo, gli archetti pensili e le ornamentazioni in cotto risentono di matrici lombarde e orientali. Cfr. Tigler, </hi><hi rend="italic">Toscana romanica</hi><hi rend="CharOverride-1">, cit., p. 128 e, più recentemente, A. Frosini, </hi><hi rend="italic">La cappella dell’antico Palazzo dei Vescovi di Pistoia: una nuova ipotesi</hi><hi rend="CharOverride-1">, «Commentari d’Arte», 19, 54-55, 2013, pp. 5-12.</hi></p></item>
				</list><list type="ordered">
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-3"><ref target="OP08849_xml_17_249-281.html#footnote-070-backlink">-1</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	La cosiddetta sagrestia ‘nuova’ fu addizionata alla ‘vecchia’ sul finire del Trecento; entrambi gli ambienti erano atti alla custodia dei paramenti sacri e delle preziose suppellettili liturgiche.</hi></p></item>
				</list><list type="ordered">
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-3"><ref target="OP08849_xml_17_249-281.html#footnote-069-backlink">-1</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	ADVENIENS DISCAS QUID CHRISTI CURIA DICAT/ QUISQUIS MALUM VITES BONA FAC PER SECULA VIVES (Gai, </hi><hi rend="italic">Testimonianze jacobee e riferimenti compostellani</hi><hi rend="CharOverride-1">, cit., pp. 174-175). Nel 1252 il portale meridionale del duomo pistoiese era provvisto di un protiro (detto ‘civorio’</hi><hi rend="CharOverride-1">) che introduceva alla cappella di San Jacopo enfatizzandone ancor di più l’autonomia liturgico-strutturale. Nel 1379-80 l’edicola fu incorporata nel grande portico aggiunto alla parte meridionale del fronte dai maestri Marco e Antonio da Firenze. Cfr. Acidini </hi><hi rend="CharOverride-1">Luchinat, </hi><hi rend="italic">La cattedrale di San Zeno</hi><hi rend="CharOverride-1">, cit., pp. 49-50.</hi></p></item>
				</list><list type="ordered">
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-3"><ref target="OP08849_xml_17_249-281.html#footnote-068-backlink">-1</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	Tigler, </hi><hi rend="italic">Toscana romanica</hi><hi rend="CharOverride-1">, cit., p. 124; Id.,</hi><hi rend="italic"> La ricostruzione del Duomo di San Zeno a Pistoia</hi><hi rend="CharOverride-1">, cit., p. 11.</hi></p></item>
				</list><list type="ordered">
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-3"><ref target="OP08849_xml_17_249-281.html#footnote-067-backlink">-1</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	F. Cervini, </hi><hi rend="italic">Problemi di architettura e scultura tra XII e XIII secolo</hi><hi rend="CharOverride-1">, in </hi><hi rend="italic">Il museo e la città. Vicende artistiche pistoiesi dalla metà del XII secolo alla fine del Duecento</hi><hi rend="CharOverride-1">, Gli Ori, Pistoia 2011, pp. 13-39: 32-36.</hi></p></item>
				</list><list type="ordered">
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-3"><ref target="OP08849_xml_17_249-281.html#footnote-066-backlink">-1</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	Non è dato sapere se l’ambiente fosse stato voltato </hi><hi rend="italic">ab origine</hi><hi rend="CharOverride-1">, ovvero se le volte siano state apposte dopo l’incendio che danneggiò la cattedrale e la cappella nel 1202. Cfr. Tigler, </hi><hi rend="italic">Toscana romanica</hi><hi rend="CharOverride-1">, cit., p. 124.</hi></p></item>
				</list><list type="ordered">
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-3"><ref target="OP08849_xml_17_249-281.html#footnote-065-backlink">-1</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	La situazione stratigrafica della seconda campata è meno definibile per la presenza del cenotafio di Cino da Pistoia, compiuto fra il 1336 e il 1339 e attribuito ad Agostino di Giovanni. Cfr. Acidini Luchinat, </hi><hi rend="italic">La cattedrale di San Zeno</hi><hi rend="CharOverride-1">, cit., p. 36.</hi></p></item>
				</list><list type="ordered">
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-3"><ref target="OP08849_xml_17_249-281.html#footnote-064-backlink">-1</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	A. Pacini (a cura di), </hi><hi rend="italic">La chiesa pistoiese e la sua cattedrale nel tempo. Repertorio di documenti</hi><hi rend="CharOverride-1">, I, </hi><hi rend="italic">a. 255-a. 1450</hi><hi rend="CharOverride-1">, CRT, Pistoia 1994, p. 80.</hi></p></item>
				</list><list type="ordered">
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-3"><ref target="OP08849_xml_17_249-281.html#footnote-063-backlink">-1</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	Per un’accurata analisi dei colonnati del duomo si rinvia a Tigler, </hi><hi rend="italic">La ricostruzione del Duomo di San Zeno a Pistoia</hi><hi rend="CharOverride-1">, cit., pp. 19-24, che li reputa oggetto di un’esecuzione unitaria avvenuta nel XII secolo: la datazione delle imposte dell’infilata sud è stretta agli anni Quaranta, ponendo come </hi><hi rend="italic">ante quem </hi><hi rend="CharOverride-1">il 1145</hi><hi rend="italic"> </hi><hi rend="CharOverride-1">provvisto dalla dedicazione della cappella di San Jacopo.</hi></p></item>
				</list><list type="ordered">
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-3"><ref target="OP08849_xml_17_249-281.html#footnote-062-backlink">-1</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	Ivi, pp. 7-35.</hi></p></item>
				</list><list type="ordered">
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-3"><ref target="OP08849_xml_17_249-281.html#footnote-061-backlink">-1</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	F. Leoni, </hi><hi rend="italic">L’indice delle scritture e libri dell’archivio dell’Opera di San Jacopo a Pistoia del 1754: un inventario d’archivio d’età preleopoldina</hi><hi rend="CharOverride-1">, «Bullettino Storico Pistoiese», 110, 2008, pp. 191-216: 202.</hi></p></item>
				</list><list type="ordered">
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-3"><ref target="OP08849_xml_17_249-281.html#footnote-060-backlink">-1</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	Cherubini, </hi><hi rend="italic">Apogeo e declino</hi><hi rend="CharOverride-1">, cit., pp. 41-87.</hi></p></item>
				</list><list type="ordered">
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-3"><ref target="OP08849_xml_17_249-281.html#footnote-059-backlink">-1</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	G. Guazzini, </hi><hi rend="italic">Il cantiere di San Pier Maggiore nel quadro dell’architettura e scultura romanica pistoiese tra XII e XIII secolo</hi><hi rend="CharOverride-1">, «Commentari d’Arte», 17, 48, 2011, pp. 34-60: 36.</hi></p></item>
				</list><list type="ordered">
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-3"><ref target="OP08849_xml_17_249-281.html#footnote-058-backlink">-1</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	Cervini, </hi><hi rend="italic">Problemi di architettura e scultura</hi><hi rend="CharOverride-1">, cit., pp. 13-39.</hi></p></item>
				</list><list type="ordered">
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-3"><ref target="OP08849_xml_17_249-281.html#footnote-057-backlink">-1</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	G. Tigler, </hi><hi rend="italic">Ricostruzioni di pulpiti romanici toscani (1997-2011): sguardo d’insieme agli arredi di Guglielmo e dei suoi seguaci (1158-1194)</hi><hi rend="CharOverride-1">, in Arte magistri</hi><hi rend="italic">. Intarsio marmoreo in Toscana nel XII-XIII secolo</hi><hi rend="CharOverride-1">, Editori dell’Acero, Empoli (FI) 2016, pp. 36-81: 41-42.</hi></p></item>
				</list><list type="ordered">
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-3"><ref target="OP08849_xml_17_249-281.html#footnote-056-backlink">-1</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	Id., </hi><hi rend="italic">Alla ricerca dell’aspetto originario del coro e del pulpito di maestro Guglielmo nel Duomo di Pistoia I</hi><hi rend="CharOverride-1">, «Commentari d’Arte», 17, 49, 2011, pp. 8-28; Id., </hi><hi rend="italic">Alla ricerca dell’aspetto originario del coro e del pulpito di maestro Guglielmo nel Duomo di Pistoia</hi><hi rend="CharOverride-1"> </hi><hi rend="italic">II</hi><hi rend="CharOverride-1">, «Commentari d’Arte», 17, 50, 2011, pp. 21-42; Id., </hi><hi rend="italic">Pulpiti romanici in Toscana: la ricostruzione del pulpito smembrato del Duomo di Pistoia</hi><hi rend="CharOverride-1">, in </hi><hi rend="italic">Il museo e la città</hi><hi rend="CharOverride-1">, cit., pp. 41-59.</hi></p></item>
				</list><list type="ordered">
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-3"><ref target="OP08849_xml_17_249-281.html#footnote-055-backlink">-1</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	Sull’attività delle maestranze facenti capo a Gruamonte e protagoniste del rinnovamento edilizio di Pistoia dalla metà del XII secolo: Id., Gruamons Magister Bonus.</hi><hi rend="italic"> L’attività pistoiese degli allievi di Guglielmo</hi><hi rend="CharOverride-1">, I-III, Sillabe, Livorno 2019. </hi></p></item>
				</list><list type="ordered">
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-3"><ref target="OP08849_xml_17_249-281.html#footnote-054-backlink">-1</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	Sulla tipologia di prospetti occidentali ad arcate cieche e logge di foggia pisano-lucchese, si veda M. Meriggi, </hi><hi rend="italic">Metodi compositivi nell’architettura pisano-lucchese: facciate a loggia a Pisa e Lucca tra XII e XIV secolo</hi><hi rend="CharOverride-1">, Pisa University Press, Pisa 2018.</hi></p></item>
				</list><list type="ordered">
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-3"><ref target="OP08849_xml_17_249-281.html#footnote-053-backlink">-1</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	Tigler, </hi><hi rend="italic">Toscana romanica</hi><hi rend="CharOverride-1">, cit., pp. 279-282.</hi></p></item>
				</list><list type="ordered">
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-3"><ref target="OP08849_xml_17_249-281.html#footnote-052-backlink">-1</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	Ivi, pp. 282-286.</hi></p></item>
				</list><list type="ordered">
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-3"><ref target="OP08849_xml_17_249-281.html#footnote-051-backlink">-1</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	Sulle decorazioni scultoree di San Bartolomeo in Pantano: A. Sgarrella, </hi><hi rend="italic">Un ciclo scultoreo poco noto a Pistoia</hi><hi rend="CharOverride-1">, «Commentari d’Arte», 21, 61-62, 2015, pp. 5-17.</hi></p></item>
				</list><list type="ordered">
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-3"><ref target="OP08849_xml_17_249-281.html#footnote-050-backlink">-1</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	Il terzo ordine, del tutto mimetico con i due inferiori, fu aggiunto fra il 1322 e il 1325. Cfr. Tigler, </hi><hi rend="italic">Toscana romanica</hi><hi rend="CharOverride-1">, cit., p. 286.</hi></p></item>
				</list><list type="ordered">
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-3"><ref target="OP08849_xml_17_249-281.html#footnote-049-backlink">-1</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	L’eterogenea conformazione geologica della Toscana influenzò in modo determinante l’approvvigionamento dei materiali costruttivi: le maestranze pistoiesi, infatti, adoperarono litotipi ricavati perlopiù da aree limitrofe, che condizionarono il cromatismo delle architetture. I materiali maggiormente impiegati furono l’arenaria macigno, il marmo bianco, il serpentino verde ed il calcare alberese. Cfr. Fragai, </hi><hi rend="italic">Il Romanico pistoiese</hi><hi rend="CharOverride-1">, cit., p. 136.</hi></p></item>
				</list><list type="ordered">
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-3"><ref target="OP08849_xml_17_249-281.html#footnote-048-backlink">-1</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	Il fianco nord del duomo di Pistoia, scandito in moduli di arcate cieche su lesene con losanghe e monofore, presuppone una conoscenza dei perimetrali del duomo di Santa Maria a Pisa, dove nei settori orientali di Buscheto (1064-1118/20) i materiali si avvicendano in maniera discreta con una zebratura ancora larvale, mentre nelle addizioni occidentali di Rainaldo (dal 1150 circa) assumono una conformazione precisa e razionale, con nastri omogenei e regolari. Cfr. Tigler, </hi><hi rend="italic">La ricostruzione del Duomo di San Zeno a Pistoia</hi><hi rend="CharOverride-1">, cit., p. 15.</hi></p></item>
				</list><list type="ordered">
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-3"><ref target="OP08849_xml_17_249-281.html#footnote-047-backlink">-1</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	Id., </hi><hi rend="italic">Toscana romanica</hi><hi rend="CharOverride-1">, cit., pp. 286-288.</hi></p></item>
				</list><list type="ordered">
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-3"><ref target="OP08849_xml_17_249-281.html#footnote-046-backlink">-1</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	Per una visione esaustiva e aggiornata sulle manifestazioni artistiche del Medioevo pistoiese si veda A. Tartuferi, E. Neri Lusanna e A. Labriola (a cura di), </hi><hi rend="italic">Medioevo a Pistoia. Crocevia di artisti fra Romanico e Gotico</hi><hi rend="CharOverride-1">, Mandragora, Firenze 2021.</hi></p></item>
				</list><list type="ordered">
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-3"><ref target="OP08849_xml_17_249-281.html#footnote-045-backlink">-1</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	G. Grassi, </hi><hi rend="italic">La storia del Sacro Cingolo</hi><hi rend="CharOverride-1">, in </hi><hi rend="italic">La Sacra Cintola nel Duomo di Prato</hi><hi rend="CharOverride-1">, Martini, Prato 1995, pp. 23-39.</hi></p></item>
				</list><list type="ordered">
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-3"><ref target="OP08849_xml_17_249-281.html#footnote-044-backlink">-1</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	R. Fantappiè, </hi><hi rend="italic">Storia e “storie” della Cintola</hi><hi rend="CharOverride-1">, in </hi><hi rend="italic">La Sacra Cintola</hi><hi rend="CharOverride-1">, cit., pp. 41-59. Più recentemente: G. Bensi, </hi><hi rend="italic">La cintura della Madonna</hi><hi rend="CharOverride-1">,</hi><hi rend="italic"> </hi><hi rend="CharOverride-1">Società Pratese di Storia Patria, Prato 2017, pp. 189-232. Per uno sguardo d’insieme sul culto delle reliquie nella Toscana medievale, con significative incursioni sul caso pratese, si rimanda a </hi><hi rend="CharOverride-1">M. Frati, </hi><hi rend="italic">Il culto delle reliquie gerosolimitane in Toscana e le modifiche spaziali degli organismi architettonici medievali</hi><hi rend="CharOverride-1">, «Rivista di Storia e Letteratura Religiosa», 37, 2001, pp. 201-230.</hi></p></item>
				</list><list type="ordered">
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-3"><ref target="OP08849_xml_17_249-281.html#footnote-043-backlink">-1</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	C. Cerretelli, </hi><hi rend="italic">La Pieve e la Cintola. Le trasformazioni legate alla reliquia</hi><hi rend="CharOverride-1">, in </hi><hi rend="italic">La Sacra Cintola</hi><hi rend="CharOverride-1">, cit., pp. 89-161.</hi></p></item>
				</list><list type="ordered">
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-3"><ref target="OP08849_xml_17_249-281.html#footnote-042-backlink">-1</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	Nel 1133 Innocenzo II accolse la propositura di Prato sotto la tutela e la protezione della Santa Sede, garantendole una sorta d’immunità dal vescovo di Pistoia e accordandole notevoli privilegi, fra cui l’incameramento delle decime nel territorio della propria giurisdizione. Tali concessioni accesero un’annosa controversia con la pieve di San Giusto, desiderosa di mantenere la propria indipendenza, che si protrasse fino al 1147. Le rimostranze di Atto, tuttavia, convinsero il pontefice a emanare un’ulteriore bolla con cui ribadiva le prerogative spirituali dei presuli pistoiesi, ingiungendo al clero pratese di rendergli obbedienza. La questione dell’autonomismo pratese fu poi condotta senza grande successo da Atto, trascinandosi fino al termine del secolo XII a detrimento dei confini orientali della diocesi di Pistoia e con la sostanziale indipendenza dei canonici di Santo Stefano. Cfr. Pirillo, </hi><hi rend="italic">Il Pratese</hi><hi rend="CharOverride-1">, cit., pp. 275-276; Ronzani, </hi><hi rend="italic">L’inquadramento pastorale</hi><hi rend="CharOverride-1">, cit., pp. 33-40.</hi></p></item>
				</list><list type="ordered">
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-3"><ref target="OP08849_xml_17_249-281.html#footnote-041-backlink">-1</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	Tigler, </hi><hi rend="italic">Toscana romanica</hi><hi rend="CharOverride-1">, cit., pp. 289-290.</hi></p></item>
				</list><list type="ordered">
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-3"><ref target="OP08849_xml_17_249-281.html#footnote-040-backlink">-1</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	M. Burrini, </hi><hi rend="italic">Tre capitelli del Maestro di Cabestany nel chiostro del Duomo di Prato</hi><hi rend="CharOverride-1">, «Prato Storia e Arte», 36, 86, 1995, pp. 46-64; Id., </hi><hi rend="italic">I restauri del chiostro del Duomo di Prato (1917-1955)</hi><hi rend="CharOverride-1">, «Prato Storia e Arte», 37, 88-89, 1996, pp. 85-97.</hi></p></item>
				</list><list type="ordered">
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-3"><ref target="OP08849_xml_17_249-281.html#footnote-039-backlink">-1</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	Tigler, </hi><hi rend="italic">La ricostruzione del Duomo di San Zeno a Pistoia</hi><hi rend="CharOverride-1">, cit., pp. 29-35.</hi></p></item>
				</list><list type="ordered">
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-3"><ref target="OP08849_xml_17_249-281.html#footnote-038-backlink">-1</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	Il ruolo di Pistoia come crocevia è esaltato dal passaggio di altre direttrici oltre alla vicina Via Francigena, come la Via Romea Germanica Imperiale che collegava Trento ad Arezzo. Cfr. I. Cassigoli, </hi><hi rend="italic">Pistoia. Un crocevia per la Val Padana, Roma e l’Europa</hi><hi rend="CharOverride-1">, in I. Cassigoli e G. Farinelli (a cura di), </hi><hi rend="italic">La Via Romea Imperiale. Mantova, Modena, Pistoia sulla strada dei sovrani germanici. Storia, arte e identità</hi><hi rend="CharOverride-1">, Settegiorni</hi><hi rend="CharOverride-1">, Pistoia 2015, pp. 351-379.</hi></p></item>
				</list><list type="ordered">
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-3"><ref target="OP08849_xml_17_249-281.html#footnote-037-backlink">-1</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	Moretti, </hi><hi rend="italic">Originalità e territorialità dell’architettura romanica pistoiese</hi><hi rend="CharOverride-1">, cit., pp. 405-434.</hi></p></item>
				</list><list type="ordered">
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-3"><ref target="OP08849_xml_17_249-281.html#footnote-036-backlink">-1</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	Tigler, </hi><hi rend="italic">Toscana romanica</hi><hi rend="CharOverride-1">, cit., p. 10.</hi></p></item>
				</list><list type="ordered">
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-3"><ref target="OP08849_xml_17_249-281.html#footnote-035-backlink">-1</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	E. Neri Lusanna, </hi><hi rend="italic">Pistoia, le città toscane e l’Europa: rapporti artistici</hi><hi rend="CharOverride-1">, in Gualtieri (a cura di), </hi><hi rend="italic">La Pistoia comunale</hi><hi rend="CharOverride-1">, cit., pp. 349-386.</hi></p></item>
				</list><list type="ordered">
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-3"><ref target="OP08849_xml_17_249-281.html#footnote-034-backlink">-1</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	Redi, </hi><hi rend="italic">L’architettura a Pistoia al tempo di s. Atto</hi><hi rend="CharOverride-1">, cit., pp. 273-312.</hi></p></item>
				</list><list type="ordered">
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-3"><ref target="OP08849_xml_17_249-281.html#footnote-033-backlink">-1</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	L. Gai, </hi><hi rend="italic">Ripensare il medioevo. Motivi orientali nell’arte romanica. Pistoia</hi><hi rend="CharOverride-1">, «Il Tremisse Pistoiese», 35/3, 2010, pp. 33-38.</hi></p></item>
				</list><list type="ordered">
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-3"><ref target="OP08849_xml_17_249-281.html#footnote-032-backlink">-1</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	M. Frati, </hi><hi rend="italic">Questioni “globali” sul romanico pistoiese. L’architettura religiosa ai tempi di sant’Atto (metà XII secolo)</hi><hi rend="CharOverride-1">, in L. C. Schiavi, S. Caldano e F. Gemelli (a cura di), </hi><hi rend="italic">La lezione gentile. Scritti di storia dell’arte per Anna Maria Segagni Malacart</hi><hi rend="CharOverride-1">, Franco Angeli, Milano 2017, pp. 457-468.</hi></p></item>
				</list><list type="ordered">
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-3"><ref target="OP08849_xml_17_249-281.html#footnote-031-backlink">-1</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	Cattedrale di Santiago de Compostela; Saint-Sernin a Tolosa (pellegrinaggio); San Salvador de Valdediòs; San Miguel de Lillo (Asturie); San Vicente a Cardona (Catalogna). Cfr. Ivi, pp. 458-459, 461.</hi></p></item>
				</list><list type="ordered">
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-3"><ref target="OP08849_xml_17_249-281.html#footnote-030-backlink">-1</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	São Frutuoso de Montélios (Portogallo); San Miguel de Escalada, San Cebrián de Mazote (Spagna). Cfr. Ivi, pp. 460-461.</hi></p></item>
				</list><list type="ordered">
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-3"><ref target="OP08849_xml_17_249-281.html#footnote-029-backlink">-1</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	Santiago, Tolosa, Sainte-Foy a Conques (pellegrinaggio); Valdediòs, Lillo, Santa Maria de Naranco (Asturie); Sant Pere de Rodes (Catalogna); Saint-Martin a Chapaize, Saint-Pierre a Decize, le abbaziali di Notre-Dame a Payerne e di Saint-Benoît-sur-Loire, Notre-Dame-de-l’Assomption ad Anzy-le-Duc, Saint-Lazare ad Autun, Cluny III (Borgogna). Cfr. Ivi, pp. 459-461.</hi></p></item>
				</list><list type="ordered">
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-3"><ref target="OP08849_xml_17_249-281.html#footnote-028-backlink">-1</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	Per la lettura di Atto come personaggio di livello internazionale, rimando ai contributi di Lucia Gai e Francesco Salvestrini in questa sede.</hi></p></item>
				</list><list type="ordered">
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-3"><ref target="OP08849_xml_17_249-281.html#footnote-027-backlink">-1</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	Frati, </hi><hi rend="italic">Tracce lombarde nella Toscana protoromanica</hi><hi rend="CharOverride-1">, cit., p. 259.</hi></p></item>
				</list><list type="ordered">
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-3"><ref target="OP08849_xml_17_249-281.html#footnote-026-backlink">-1</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	Nel 923 la cattedrale pistoiese risulta intitolata ai santi Zeno, Rufino e Felice, ai quali si aggiunsero, tre decenni più tardi, i santi Martino, Michele e Procolo. Cfr. N. Rauty, </hi><hi rend="italic">I sei santi titolari della cattedrale altomedievale di Pistoia</hi><hi rend="CharOverride-1">, «Bullettino Storico Pistoiese», 113, 2011, pp. 3-24.</hi></p></item>
				</list><list type="ordered">
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-3"><ref target="OP08849_xml_17_249-281.html#footnote-025-backlink">-1</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	Secondo Paolo Golinelli il culto sanzenate a Pistoia proverrebbe proprio da Verona: P. Golinelli, </hi><hi rend="italic">Le origini del culto di san Zeno a Pistoia</hi><hi rend="CharOverride-1">, in Benvenuti e Nelli (a cura di), </hi><hi rend="italic">Culto dei santi</hi><hi rend="CharOverride-1">, cit., pp. 23-30.</hi></p></item>
				</list><list type="ordered">
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-3"><ref target="OP08849_xml_17_249-281.html#footnote-024-backlink">-1</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	Tigler, </hi><hi rend="italic">La ricostruzione del Duomo di San Zeno a Pistoia</hi><hi rend="CharOverride-1">, cit., p. 7.</hi></p></item>
				</list><list type="ordered">
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-3"><ref target="OP08849_xml_17_249-281.html#footnote-023-backlink">-1</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	Si segnalano in particolare: G. De Sandre Gasparini, </hi><hi rend="italic">Origine, ascesa e decadenza di un santuario medievale. San Giacomo al Grigliano presso Verona tra l’ultimo Trecento e i primi decenni del Quattrocento</hi><hi rend="CharOverride-1">, in F.G.B. Trolese (a cura di), </hi><hi rend="italic">Studi di storia religiosa padovana dal Medioevo ai nostri giorni</hi><hi rend="CharOverride-1">, Istituto per la Storia Ecclesiastica Padovana, Padova 1997, pp. 115-139; L. Rognini, </hi><hi rend="italic">La chiesa e il monastero di S. Giacomo del Grigliano</hi><hi rend="CharOverride-1">, in G. Volpato (a cura di), </hi><hi rend="italic">Lavagno. Una comunità e un territorio attraverso i secoli</hi><hi rend="CharOverride-1">, Comune di Lavagno, Lavagno (Vr) 1988, pp. 265-279.</hi></p></item>
				</list><list type="ordered">
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-3"><ref target="OP08849_xml_17_249-281.html#footnote-022-backlink">-1</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	P. Spolaore, </hi><hi rend="italic">Santuario di San Giacomo del Grigliano di Verona: una storia dimenticata e misteriosa</hi><hi rend="CharOverride-1">, «Compostella», 42, 2021, pp. 40-48: 41-42. L’urna è attualmente murata nella cripta, mentre le presunte reliquie di san Jacopo riposano nell’altare della chiesa.</hi></p></item>
				</list><list type="ordered">
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-3"><ref target="OP08849_xml_17_249-281.html#footnote-021-backlink">-1</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	Id.,</hi><hi rend="italic"> Sulle orme di Giacomo nel medioevo delle Venezie. Per antichi cammini alle origini di un culto sommerso</hi><hi rend="CharOverride-1">, Terra Ferma, Vicenza 2014, p. 199.</hi></p></item>
				</list><list type="ordered">
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-3"><ref target="OP08849_xml_17_249-281.html#footnote-020-backlink">-1</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	Rognini, </hi><hi rend="italic">La chiesa e il monastero di S. Giacomo</hi><hi rend="CharOverride-1">, cit., pp. 265-266.</hi></p></item>
				</list><list type="ordered">
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-3"><ref target="OP08849_xml_17_249-281.html#footnote-019-backlink">-1</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	E. Moench Scherer, </hi><hi rend="italic">Verona</hi><hi rend="CharOverride-1">, in M. Lucco (a cura di), </hi><hi rend="italic">La pittura nel Veneto. Il Quattrocento</hi><hi rend="CharOverride-1">, I, Electa, Milano 1989, pp. 149-190: 151-152.</hi></p></item>
				</list><list type="ordered">
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-3"><ref target="OP08849_xml_17_249-281.html#footnote-018-backlink">-1</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	M. Campara, </hi><hi rend="italic">La chiesa di S. Giacomo del Grigliano nella storia e nell’arte veronese</hi><hi rend="CharOverride-1">, Regnum Dei, Verona 1978, pp. 79-89.</hi></p></item>
				</list><list type="ordered">
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-3"><ref target="OP08849_xml_17_249-281.html#footnote-017-backlink">-1</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	De Sandre Gasparini, </hi><hi rend="italic">Origine, ascesa e decadenza di un santuario medievale</hi><hi rend="CharOverride-1">, cit., pp. 126-130.</hi></p></item>
				</list><list type="ordered">
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-3"><ref target="OP08849_xml_17_249-281.html#footnote-016-backlink">-1</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	Rognini, </hi><hi rend="italic">La chiesa e il monastero di S. Giacomo</hi><hi rend="CharOverride-1">, cit., pp. 266-271.</hi></p></item>
				</list><list type="ordered">
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-3"><ref target="OP08849_xml_17_249-281.html#footnote-015-backlink">-1</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	F. Segala, Monasteriorum Memoria. </hi><hi rend="italic">Abbazie, monasteri e priorati di osservanza benedettina nella città e diocesi di Verona (secc. VII-XXI). Atlante storico-topo-bibliografico</hi><hi rend="CharOverride-1">, Archivio Storico Curia Diocesana, Verona 2004, pp. 147-150.</hi></p></item>
				</list><list type="ordered">
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-3"><ref target="OP08849_xml_17_249-281.html#footnote-014-backlink">-1</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	Campara, </hi><hi rend="italic">La chiesa di S. Giacomo del Grigliano</hi><hi rend="CharOverride-1">, cit., pp. 51-57.</hi></p></item>
				</list><list type="ordered">
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-3"><ref target="OP08849_xml_17_249-281.html#footnote-013-backlink">-1</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	T. Franco e F. Coden, </hi><hi rend="italic">San Zeno in Verona</hi><hi rend="CharOverride-1">, Cierre, Sommacampagna (VR) 2014, pp. XL-XLI.</hi></p></item>
				</list><list type="ordered">
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-3"><ref target="OP08849_xml_17_249-281.html#footnote-012-backlink">-1</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	G. Trevisan, </hi><hi rend="italic">L’architettura (secoli XI-XIV)</hi><hi rend="CharOverride-1">, in P. Golinelli e C. G. Brenzoni (a cura di), </hi><hi rend="italic">I Santi Fermo e Rustico. Un culto e una chiesa in Verona</hi><hi rend="CharOverride-1">, Motta, Milano 2004, pp. 169-183: 175-182.</hi></p></item>
				</list><list type="ordered">
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-3"><ref target="OP08849_xml_17_249-281.html#footnote-011-backlink">-1</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	E. Napione, </hi><hi rend="italic">Storia architettonica della basilica e del convento: dalla fondazione al Quattrocento</hi><hi rend="CharOverride-1">, in P. Marini e C. Campanella (a cura di), </hi><hi rend="italic">La Basilica di Santa Anastasia a Verona. Storia e restauro</hi><hi rend="CharOverride-1">, Bortolazzi Stei, Verona 2011, pp. 15-31.</hi></p></item>
				</list><list type="ordered">
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-3"><ref target="OP08849_xml_17_249-281.html#footnote-010-backlink">-1</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	H. Dellwing,</hi><hi rend="italic"> L’architettura gotica nel Veneto</hi><hi rend="CharOverride-1">, in J. Schulz (a cura di), </hi><hi rend="italic">Storia dell’architettura nel Veneto. Il Gotico</hi><hi rend="CharOverride-1">, Marsilio, Venezia 2010, pp. 50-187: 86. </hi></p></item>
				</list><list type="ordered">
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-3"><ref target="OP08849_xml_17_249-281.html#footnote-009-backlink">-1</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	Oltre agli altari, fra i secoli XVI e XVII i monaci olivetani eressero il chiostro, sistemarono gli ambienti cenobitici e soprelevarono il piccolo campanile.</hi></p></item>
				</list><list type="ordered">
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-3"><ref target="OP08849_xml_17_249-281.html#footnote-008-backlink">-1</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	G. Volpato, </hi><hi rend="italic">San Giacomo apostolo. Vago (Lavagno)</hi><hi rend="CharOverride-1">, in G. F. Viviani (a cura di), </hi><hi rend="italic">Chiese nel veronese</hi><hi rend="CharOverride-1">, La Grafica, Vago di Lavagno (VR) 2004, p. 59.</hi></p></item>
				</list><list type="ordered">
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-3"><ref target="OP08849_xml_17_249-281.html#footnote-007-backlink">-1</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	</hi><hi rend="CharOverride-1" >G. Trevisan, </hi><hi rend="italic">L’architecture religieuse en Vénétie aux XI</hi><hi rend="italic">e</hi><hi rend="italic"> et XII</hi><hi rend="italic">e</hi><hi rend="italic"> siècles. </hi><hi rend="italic">Ètat</hi><hi rend="italic"> des questions</hi><hi rend="CharOverride-1" >, «Bulletin Monumental», 174, 1, 2016, pp. 89-104: 97-102.</hi></p></item>
				</list><list type="ordered">
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-3"><ref target="OP08849_xml_17_249-281.html#footnote-006-backlink">-1</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	A. Passuello,</hi><hi rend="italic"> San Lorenzo in Verona. Storia e restauri</hi><hi rend="CharOverride-1">, Cierre, Sommacampagna (VR) 2018, pp. 177, 199-200.</hi></p></item>
				</list><list type="ordered">
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-3"><ref target="OP08849_xml_17_249-281.html#footnote-005-backlink">-1</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	F. Coden, </hi><hi rend="italic">Campanili, tiburi e torri nell’architettura religiosa di area veronese (XI-XIII sec.)</hi><hi rend="CharOverride-1">, in F. Butturini e F. Pachera (a cura di), </hi><hi rend="italic">San Zeno Maggiore a Verona. Il campanile e la facciata. Restauri, analisi tecniche e nuove interpretazioni</hi><hi rend="CharOverride-1">, Istituto Salesiano San Zeno, Verona 2015, pp. 153-177: 172-175.</hi></p></item>
				</list><list type="ordered">
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-3"><ref target="OP08849_xml_17_249-281.html#footnote-004-backlink">-1</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	F. Flores d’Arcais, </hi><hi rend="italic">Per una lettura dell’architettura chiesastica nel territorio veronese tra Alto e Basso Medioevo</hi><hi rend="CharOverride-1">, in G. Borelli (a cura di),</hi><hi rend="italic"> Chiese e monasteri nel territorio veronese</hi><hi rend="CharOverride-1">, Grafiche Fiorini, Verona 1981, pp. 437-492: 484. Più recentemente A. Passuello, </hi><hi rend="italic">Un grande cantiere gotico incompiuto fra la fine del XIV e l’inizio del XV secolo: San Giacomo al Grigliano a Vago di Lavagno (Vr)</hi><hi rend="CharOverride-1">, in S. Beltramo e C. Tosco (a cura di), </hi><hi rend="italic">Architettura medievale: il Trecento. Modelli, Tecniche, Materiali, All’Insegna del Giglio</hi><hi rend="CharOverride-1">, Firenze 2022, pp. 268-277: 274-276.</hi></p></item>
				</list><list type="ordered">
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-3"><ref target="OP08849_xml_17_249-281.html#footnote-003-backlink">-1</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	De Sandre Gasparini, </hi><hi rend="italic">Origine, ascesa e decadenza di un santuario medievale</hi><hi rend="CharOverride-1">, cit., pp. 122-125.</hi></p></item>
				</list><list type="ordered">
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-3"><ref target="OP08849_xml_17_249-281.html#footnote-002-backlink">-1</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	A. Passuello, F. Segala e G. Spinelli (a cura di),</hi><hi rend="italic"> Monasticon Italiae. Repertorio topo-bibliografico dei monasteri italiani</hi><hi rend="CharOverride-1">, IV, </hi><hi rend="italic">Tre Venezie</hi><hi rend="CharOverride-1">, 3,</hi><hi rend="italic"> Diocesi di Verona</hi><hi rend="CharOverride-1">, Pliniana, Cesena 2020, pp. 45-46.</hi></p></item>
				</list><list type="ordered">
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-3"><ref target="OP08849_xml_17_249-281.html#footnote-001-backlink">-1</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	M. T. Cuppini, </hi><hi rend="italic">L’arte gotica a Verona nei secoli XIV-XV</hi><hi rend="CharOverride-1">, in </hi><hi rend="italic">Verona e il suo territorio</hi><hi rend="CharOverride-1">, III, 2, </hi><hi rend="italic">Verona Scaligera</hi><hi rend="CharOverride-1">, Istituto per gli Studi Storici Veronesi, Verona 1969, pp. 211-383: 238.</hi></p></item>
				</list><list type="ordered">
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-3"><ref target="OP08849_xml_17_249-281.html#footnote-000-backlink">-1</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	Riguardo alla risoluzione della </hi><hi rend="italic">vexata quaestio</hi><hi rend="CharOverride-1"> sulle reliquie jacobee al Grigliano: M. Campara e I. Zanini, </hi><hi rend="italic">Il santuario e l’oasi di San Giacomo del Grigliano nell’arte e nella fede</hi><hi rend="CharOverride-1">, Grafiche AZ, San Martino Buon Albergo (VR) 2009, pp. 53-54.</hi></p></item>
				</list><p rend="editorial_metadata_author">Angelo Passuello, University of Cyprus, Cyprus, <ref target="https://www.fupress.com">passuello.angelo@gmail.com</ref>, <ref target="https://www.fupress.com">0000-0003-4075-0511</ref></p><p rend="editorial_metadata_polices">Referee List (DOI 1<ref target="https://doi.org/10.36253/fup_referee_list">0.36253/fup_referee_list</ref>)</p><p rend="editorial_metadata_polices">FUP Best Practice in Scholarly Publishing (DOI <ref target="https://doi.org/10.36253/fup_best_practice">10.36253/fup_best_practice</ref>)</p><p rend="editorial_metadata_book">Angelo Passuello, <hi rend="italic">Le committenze architettoniche di Atto nella Toscana del XII secolo: uno sguardo d’insieme e un epigono veneto</hi>, © Author(s), <ref target="https://www.fupress.com">CC BY 4.0</ref>, DOI <ref target="https://www.fupress.com">10.36253/979-12-215-0335-7.12</ref>, in Francesco Salvestrini (edited by), <hi rend="CharOverride-5">Atto abate vallombrosano e vescovo di Pistoia. Bilancio storiografico e prospettive di ricerca sulla vita e l’opera di un protagonista del XII secolo</hi>, pp. -34, 2024, published by Firenze University Press, ISBN 979-12-215-0335-7, DOI <ref target="https://www.fupress.com">10.36253/979-12-215-0335-7</ref></p><p><graphic url="OP08849_xml_17_249-281-web-resources/image/PASSUELLO-Fig._01.jpg" rend="img _idGenObjectAttribute-1" mimeType="image/jpeg"/></p><p rend="caption_figure ParaOverride-2" ><hi rend="CharOverride-1">Figura 1 – Vernio (PO), chiesa di Santa Maria di Montepiano, esterni. </hi></p><p rend="caption_figure ParaOverride-2" ><hi rend="CharOverride-1">Figura 2 – Sassari, chiesa di San Michele di Plaiano, esterni. </hi></p><p rend="caption_figure ParaOverride-2" ><hi rend="CharOverride-1">Figura 3 – Ploaghe (SS), chiesa di San Michele di Salvenero, facciata e absidi. </hi></p><p rend="caption_figure ParaOverride-2" ><hi rend="CharOverride-1">Figura 4 – Pisa, chiesa di San Paolo a Ripa d’Arno, esterni. </hi></p><p rend="caption_figure ParaOverride-2" ><hi rend="CharOverride-1">Figura 5 – Pistoia, cattedrale di San Zeno, facciata, architrave del portale meridionale. </hi></p><p rend="caption_figure ParaOverride-2" ><hi rend="CharOverride-1">Figura 6 – Pistoia, chiesa di San Giovanni Fuorcivitas, particolare del fianco settentrionale. </hi></p><p rend="caption_figure ParaOverride-2" ><hi rend="CharOverride-1">Figura 7 – Prato, cattedrale di Santo Stefano, prospetto meridionale. </hi></p><p rend="caption_figure ParaOverride-2" ><hi rend="CharOverride-1">Figura 8 – Vago di Lavagno (Vr), chiesa di San Giacomo al Grigliano, interno, abside maggiore. </hi></p><p rend="caption_figure ParaOverride-2" ><hi rend="CharOverride-1">Figura 9 – Vago di Lavagno (Vr), chiesa di San Giacomo al Grigliano, esterno, testata absidale. </hi></p><p rend="caption_figure" ><hi rend="CharOverride-1">Figura 10 – Vago di Lavagno (Vr), chiesa di San Giacomo al Grigliano, esterno, prospetto occidentale. </hi></p><p><graphic url="OP08849_xml_17_249-281-web-resources/image/PASSUELLO-Fig._02.jpg" rend="img _idGenObjectAttribute-1" mimeType="image/jpeg"/></p><p><graphic url="OP08849_xml_17_249-281-web-resources/image/PASSUELLO-Fig._03.jpg" rend="img _idGenObjectAttribute-1" mimeType="image/jpeg"/></p><p><graphic url="OP08849_xml_17_249-281-web-resources/image/PASSUELLO-Fig._04.jpg" rend="img _idGenObjectAttribute-1" mimeType="image/jpeg"/></p><p><graphic url="OP08849_xml_17_249-281-web-resources/image/PASSUELLO-Fig._05.jpg" rend="img _idGenObjectAttribute-1" mimeType="image/jpeg"/></p><p><graphic url="OP08849_xml_17_249-281-web-resources/image/PASSUELLO-Fig._06.jpg" rend="img _idGenObjectAttribute-1" mimeType="image/jpeg"/></p><p><graphic url="OP08849_xml_17_249-281-web-resources/image/PASSUELLO-Fig._07.jpg" rend="img _idGenObjectAttribute-1" mimeType="image/jpeg"/></p><p><graphic url="OP08849_xml_17_249-281-web-resources/image/PASSUELLO-Fig._08.jpg" rend="img _idGenObjectAttribute-1" mimeType="image/jpeg"/></p><p><graphic url="OP08849_xml_17_249-281-web-resources/image/PASSUELLO-Fig._09.jpg" rend="img _idGenObjectAttribute-1" mimeType="image/jpeg"/></p><p><graphic url="OP08849_xml_17_249-281-web-resources/image/PASSUELLO-Fig._10.jpg" rend="img _idGenObjectAttribute-1" mimeType="image/jpeg"/></p></div></div>
      
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