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        <title type="main" level="a">Il corpo di sant’Atto: dalla sepoltura alle reliquie</title>
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            <forename>Rossana</forename>
            <surname>Cecchini</surname>
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          <resp>This is a section of <title>Atto abate vallombrosano e vescovo di Pistoia</title>(DOI: <idno type="DOI">10.36253/979-12-215-0335-7</idno>) by </resp>
          <name>Francesco Salvestrini</name>
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        <publisher>Firenze University Press</publisher>
        <pubPlace>Florence</pubPlace>
        <date when="2024">2024</date>
        <idno type="DOI">https://doi.org/10.36253/979-12-215-0335-7.13</idno>
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          <p>Copyright Author(s)</p>
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        <p>This is original content, published for academic research purposes</p>
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        <p>The main subject of the paper is the body of St. Act observed from different points of view that, despite their differences and specificities, interpenetrate and complement each other: the burial methods related to the various funeral monuments, the body over the centuries in the eyes of the observers, its various translations with the relative manipulations and canonical reconnaissance, the Saint’s body as a relic after the canonization of 1605, and the sacredness of everything that has come into contact with the bishop’s remains over time</p>
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            <item>Atto - Body - Translations - Funerary monuments - Canonical reconnaissance - Relics - Vestimenta</item>
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      <p>It is available online at https://doi.org/10.36253/979-12-215-0335-7.13<ref target="https://doi.org/10.36253/979-12-215-0335-7.13" /></p>
      
      
      <div><head>Il corpo di sant’Atto: dalla sepoltura alle reliquie</head><p rend="h1_author" ><hi rend="CharOverride-1">Rossana Cecchini</hi></p><p rend="h1_indexAbstract"><hi rend="bold">Sommario</hi><hi rend="CharOverride-2">:</hi> L’argomento principale della presente trattazione è il corpo di sant’Atto osservato da diversi punti di vista che, pur nelle loro differenze e specificità, si compenetrano e si integrano a vicenda: le modalità di sepoltura correlate ai vari monumenti funebri, il corpo nel corso dei secoli agli occhi degli osservatori, le varie traslazioni con le relative manipolazioni e ricognizioni canoniche, le spoglie come reliquie successivamente alla canonizzazione del 1605, e infine la sacralità di tutto ciò che nel tempo è venuto in contatto coi resti del vescovo. </p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Dopo un lungo periodo di silenzio, a partire dal 1953, anno in cui fu commemorato l’ottavo centenario della morte del santo, celebrato con un’ampia partecipazione di tutta la diocesi di Pistoia e Prato governata dai vescovi Giuseppe Debernardi fino al 1953 e Mario Longo Dorni fino al 1955, nel 2021</hi><hi rend="CharOverride-1">, in occasione dell’anno iacobeo, sant’Atto è divenuto occasione di approfondimento grazie a due giornate di studio a lui dedicate, il 26 ed il 27 giugno. </hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Il vescovo pistoiese ha fatto parlare di sé sia durante la sua lunga vita, sia dopo la morte, allorché il suo corpo, nel corso del tempo, è stato oggetto di interesse e devozione,</hi><hi rend="CharOverride-1"> come emerge dalle fonti consultate, ossia la documentazione archivistica, come gli inventari del XVIII-XIX secolo custoditi nell’Archivio del Capitolo della Cattedrale di San Zeno, e i testi di storiografia moderna e contemporanea dettati in primo luogo da Gaetano Beani, Sabatino Ferrali, Natale Rauty, Raffaele Argenziano, Antonella Degl’Innocenti, Cristina Acidini Luchinat, Lucia Gai, Paolo Peri e Cristina Tuci.</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Sulla base delle misurazioni antropologiche contenute nella ricognizione canonica </hi><hi rend="CharOverride-1">condotta nel 1953 dal professor Mario Romagnoli, si attesta che la nascita di Atto avvenne grosso modo tra il 1070 e il 1080</hi><hi rend="notes_number CharOverride-3"><hi><ref target="OP08849_xml_19_283-297.html#footnote-073">1</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">, mentre la morte, secondo la tradizione storiografica, risale al 21 giugno 1153. Tale data venne riportata in una nota obituaria del </hi><hi rend="italic">Calendario</hi><hi rend="CharOverride-1"> pistoiese e nell’elenco trecentesco delle festività. </hi><hi rend="CharOverride-1">Tuttavia le testimonianze agiografiche seicentesche, la bolla pontificia del 1605, il </hi><hi rend="italic">Martirologio Romano</hi><hi rend="CharOverride-1"> e i Bollandisti accolsero la tradizione che fissava il </hi><hi rend="italic">dies natalis</hi><hi rend="CharOverride-1"> al 22 maggio a causa di un possibile errore di trascrizione della stessa nota obituaria, essendo stato modificato il dato </hi><hi rend="italic">XI kalendas iulii</hi><hi rend="CharOverride-1"> in </hi><hi rend="italic">XI kalendas iunii</hi><hi rend="CharOverride-1">. Inoltre </hi><hi rend="CharOverride-1">il giorno 22 maggio venne riportato nel </hi><hi rend="italic">Diario Sacro</hi><hi rend="CharOverride-1"> risalente al XVIII secolo, nel quale si confermava il riconoscimento dell’indulgenza per coloro che avessero visitato la cappella di Sant’Atto nel seminario ecclesiastico, attualmente palazzo della Provincia, in Piazza San Leone</hi><hi rend="notes_number CharOverride-3"><hi><ref target="OP08849_xml_19_283-297.html#footnote-072">2</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">. </hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Fatta luce sul problema della datazione, le testimonianze agiografiche e storiografiche riportano che il culto popolare di Atto fu precoce, in quanto confermato</hi><hi rend="CharOverride-1"> già all’epoca della morte. Lo </hi><hi rend="italic">Statutum Potestatis</hi><hi rend="CharOverride-1"> del Comune pistoiese attesta che almeno dal 1179 si menzionavano le offerte poste sull’altare del confessore, custodite dagli operai dell’Opera di San Iacopo con la medesima cura riservata alle oblazioni in onore del patrono della città san Iacopo, essendo la santità del vescovo riconosciuta per acclamazione dei fedeli e della Chiesa pistoiese</hi><hi rend="notes_number CharOverride-3"><hi><ref target="OP08849_xml_19_283-297.html#footnote-071">3</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">. </hi><hi rend="CharOverride-1">La festa liturgica del 21 giugno fu riportata nell’elenco delle festività della cattedrale, datato intorno alla prima metà del XIV secolo, in un periodo piuttosto vicino alla ricognizione del 1337, ma anteriore alla traslazione, celebrata non sulla tomba di Atto ma sull’altare di San Iacopo</hi><hi rend="notes_number CharOverride-3"><hi><ref target="OP08849_xml_19_283-297.html#footnote-070">4</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">. </hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Relativamente al sepolcro del santo, si riteneva inizialmente che il corpo fosse stato inumato nella chiesa di Santa Maria in Corte: </hi></p><quote rend="quotation_b" ><hi rend="CharOverride-1">La sua tomba – che egli per umiltà aveva voluto povera, in una delle più modeste chiesette della città, S. Maria in Corte – divenne ben tosto la meta di un continuo flusso di devoti, […] per le dolorose vicende dei tempi, fu persa la memoria della sua tomba, che fu rinvenuta solo nel 1337, in occasione dei lavori di demolizione della Chiesa di S. Maria in Corte per far posto alla fabbrica dell’attuale Battistero […] il 25 gennaio 1337 mentre si demolivano le ultime strutture della vetusta Chiesa di S. Maria in Corte, la tomba di S. Atto […] venne aperta e apparve agli sguardi stupefatti dei presenti il corpo del Santo in perfetto stato di conservazione, rivestito degli abiti pontificali, emanante un soavissimo profumo</hi><hi rend="notes_number CharOverride-3"><hi><ref target="OP08849_xml_19_283-297.html#footnote-069">5</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1"> […] Dal documento del 1179, sappiamo che il presule pistoiese a quella data, aveva un altare a lui dedicato, dove si svolgevano anche delle cerimonie liturgiche, ma questa notizia non ci segnala il luogo dove tale altare fosse ubicato. Era stato edificato come suggerisce Natale Rauty, presso la tomba del vescovo nella chiesa di Santa Maria in Corte poiché in quegli anni non si ha notizia di altari dedicati al santo nella cattedrale</hi><hi rend="notes_number CharOverride-3"><hi><ref target="OP08849_xml_19_283-297.html#footnote-068">6</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">. </hi></quote><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">I Bollandisti ci informano che alla morte di Atto il corpo fu probabilmente portato in cattedrale e sepolto presso l’altare di San Iacopo, dove restò fino al 1200</hi><hi rend="CharOverride-1">, allorché, dovendo eseguire dei lavori di ampliamento della cappella di San Iacopo, fu scoperto il sepolcro e, rinvenuto il corpo integro, fu deciso di spostarlo nella chiesa di Santa Maria in Corte. L’attuale produzione storiografica relativa a quest’ultimo edificio, poi </hi><hi rend="CharOverride-1">battistero di San Giovanni Battista, ha esaminato e riportato le modalità di costruzione, i materiali impiegati, i costi, le maestranze e quant’altro relativo all’erezione del battistero stesso e, pur considerando l’arco temporale coevo al ritrovamento del corpo, afferma che unitamente ai resti fu rinvenuta una targhetta plumbea recante il nome del santo, la quale fugò l’iniziale incertezza circa la sorte dei resti del presule. </hi><hi rend="CharOverride-1">Non è stato possibile reperire alcuna fonte documentaria che menzionasse la sepoltura di Atto, se non le biografie del XVII secolo. Pertanto si ipotizza che, essendo stato riordinato l’Archivio di Stato di Pistoia all’inizio di questo secolo, la documentazione sia andata fuori posto o dispersa</hi><hi rend="notes_number CharOverride-3"><hi><ref target="OP08849_xml_19_283-297.html#footnote-067">7</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">. </hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">La memorialistica ha asserito per lungo tempo che le circostanze del ritrovamento del corpo da parte di Cellino di Nese fossero fortuite. Tuttavia studi abbastanza recenti hanno dimostrato che </hi></p><quote rend="quotation_b" ><hi rend="CharOverride-1">il Comune aveva deliberato, su richiesta degli Operai di San Iacopo, di procedere alla riesumazione delle spoglie del vescovo Atto volendo “honorificare corpus pretiosi et venerabilis beati Acti </hi><hi rend="CharOverride-1">olim abbatis de Vallembroxia et postea episcopi pistoriensis, in eius sepoltura, qui fuerat sepultum in anno Domini Milleximo Ducenteximo”</hi><hi rend="notes_number CharOverride-3"><hi><ref target="OP08849_xml_19_283-297.html#footnote-066">8</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">.</hi><hi rend="CharOverride-1"> </hi></quote><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">In proposito una provvisione comunale del 26 agosto 1336 motivava la costruzione di un nuovo monumento marmoreo per Atto, deposto in cattedrale con modalità inadeguate fino al 1200, con la possibilità di inumarlo all’interno della cappella dell’apostolo, prima di traslarlo in altro luogo</hi><hi rend="notes_number CharOverride-3"><hi><ref target="OP08849_xml_19_283-297.html#footnote-065">9</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">. L’</hi><hi rend="italic">inventio corporis</hi><hi rend="CharOverride-1"> del 1337 riscattò il vescovo dall’oblio dei pistoiesi anche in virtù dell’intervento delle varie autorità cittadine che finanziarono la nuova arca di marmo. Alla presenza del clero e della popolazione il corpo venne trasferito nel nuovo avello il 22 giugno</hi><hi rend="notes_number CharOverride-3"><hi><ref target="OP08849_xml_19_283-297.html#footnote-064">10</ref></hi></hi><hi rend="italic">. </hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Nell’immediato gli agiografi non resero ad Atto i meriti dovuti. I biografi successivi del XVI secolo affermarono che le notizie riferite alla sua vita e ai suoi miracoli erano andate perdute a causa degli incendi che scoppiarono in cattedrale nel 1202 e nel 1558, producendo danni agli edifici esistenti e la perdita di fonti documentarie</hi><hi rend="notes_number CharOverride-3"><hi><ref target="OP08849_xml_19_283-297.html#footnote-063">11</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">. Al riguardo la biografia del santo scritta da Francesco Forteguerri</hi><hi rend="CharOverride-1"> menziona l’evento del 1202, il restauro della cattedrale nel 1240, il secondo rogo del 1558, ma tace in merito ad un eventuale danno al sepolcro del santo, che a quella data era in controfacciata della cattedrale</hi><hi rend="notes_number CharOverride-3"><hi><ref target="OP08849_xml_19_283-297.html#footnote-062">12</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">. </hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Riguardo alla tipologia del monumento funebre, la storiografia contemporanea ha tentato di ricostruire il primo sepolcro del vescovo: il corpo fu deposto all’interno della cappella di San Iacopo</hi><hi rend="notes_number CharOverride-3"><hi><ref target="OP08849_xml_19_283-297.html#footnote-061">13</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">, «ubicata fin dalla sua origine, nel XII secolo, nelle prime due campate della navata destra entrando […] un autentico tempio nel tempio, […] fisicamente separato dallo spazio ecclesiale, con un ingresso proprio e differenze sensibili di quote e di volumi»</hi><hi rend="notes_number CharOverride-3"><hi><ref target="OP08849_xml_19_283-297.html#footnote-060">14</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">. Si trattava di un </hi><hi rend="CharOverride-1">manufatto molto semplice, probabilmente una lastra tombale che copriva le spoglie</hi><hi rend="notes_number CharOverride-3"><hi><ref target="OP08849_xml_19_283-297.html#footnote-059">15</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">, successivamente collocate in un avello sotto il pavimento del battistero che inizialmente non permise di identificarne il corpo</hi><hi rend="notes_number CharOverride-3"><hi><ref target="OP08849_xml_19_283-297.html#footnote-058">16</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">. </hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Nel 1200, in virtù dei citati lavori di ampliamento della c</hi><hi rend="CharOverride-1">appella di San Iacopo, il santo corpo fu spostato e ciò fornì l’occasione per costruire il primo vero sepolcro, dotato – si pensa – di un apparato decorativo comprendente una cassa marmorea con sulla facciata dei pannelli decorati che riportavano le medesime scene che saranno commissionate nel 1337 alla bottega di Agostino di Giovanni. I pannelli subirono forse gravissimi danni o andarono perduti nell’incendio del 1202 che, stando alla tradizione, rovinò, oltre alla cattedrale, anche altri edifici ecclesiastici ed una parte della città di Pistoia (notizia da ridimensionarsi in quanto già dal 1204 il tempio</hi><hi rend="CharOverride-1"> era stato riparato, mostrandosi idoneo allo svolgimento di solennità importanti)</hi><hi rend="notes_number CharOverride-3"><hi><ref target="OP08849_xml_19_283-297.html#footnote-057">17</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">.</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Nel 1337 avvenne la seconda traslazione del vescovo, che fu deposto nel sacello gotico commissionato alla bottega senese di Agostino di Giovanni, i cui collaboratori seppero dare rilievo, pur nella semplicità ed essenzialità dei pannelli, ai dettagli figurativi</hi><hi rend="notes_number CharOverride-3"><hi><ref target="OP08849_xml_19_283-297.html#footnote-056">18</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">, la cui sequenza narrativa scolpita raccontava l’arrivo della reliquia di san Iacopo (la punta dell’apofisi mastoidea, con annessa una piccola parte della parete craniense dell’osso temporale, della parte destra)</hi><hi rend="notes_number CharOverride-3"><hi><ref target="OP08849_xml_19_283-297.html#footnote-055">19</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1"> a Pistoia. L’opera serviva come lastra decorativa del fronte della cassa sepolcrale del vescovo, il cui corpo era stato traslato a fianco della cappella di San Iacopo</hi><hi rend="notes_number CharOverride-3"><hi><ref target="OP08849_xml_19_283-297.html#footnote-054">20</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">. </hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">La storiografia contemporanea</hi><hi rend="notes_number CharOverride-3"><hi><ref target="OP08849_xml_19_283-297.html#footnote-053">21</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1"> ha descritto minuziosamente i bassorilievi, datati in virtù dei caratteri stilistici tra il 1337 e il 1340, e il nuovo avello realizzato in marmo, che comprendeva una cassa sollevata dal pavimento poggiante su peducci o mensole, il cui fronte doveva recare i tre pannelli. Sopra la cassa si ipotizza fosse raffigurato il corpo del vescovo protetto da una grata di ferro. Successivamente sopra l’arca di marmo (non essendo più presente la raffigurazione del corpo del vescovo sopra menzionata), fu posta un’arca di legno dorata e decorata da intagli di colonne e figure. A tale monumento si aggiunse nel 1605-1606,</hi><hi rend="CharOverride-1"> in seguito alla canonizzazione di Atto, una nuova arca in marmo pregiato con arabeschi e figure a bassorilievo, sormontata da una coppia di angioletti dalle forme pesanti (il monumento si era trasformato in altare a forma di arcosolio). L’arca venne realizzata su disegno di Leonardo Marcacci e su imitazione architettonica e scultorea del fonte battesimale di Andrea da Fiesole compiuto alla fine del XV secolo, con l’aggiunta di un paliotto in marmo</hi><hi rend="CharOverride-1"> policromo e pietre dure, al cui centro figurava il monogramma di Cristo circondato da una raggiera in madreperla</hi><hi rend="notes_number CharOverride-3"><hi><ref target="OP08849_xml_19_283-297.html#footnote-052">22</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">. </hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Il 2 marzo 1641 in cattedrale divampò un altro incendio. La sezione dell’edificio che subì i </hi><hi rend="CharOverride-1">maggiori danni fu «l’antica sagrestia grande»</hi><hi rend="notes_number CharOverride-3"><hi><ref target="OP08849_xml_19_283-297.html#footnote-051">23</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1"> contenente molte reliquie, mostrate affinché fossero venerate. Dal 1606 anche il corpo di Atto era diventato ufficialmente una reliquia</hi><hi rend="notes_number CharOverride-3"><hi><ref target="OP08849_xml_19_283-297.html#footnote-050">24</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">, che non subì alcun danno nella suddetta circostanza trovandosi in controfacciata.</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Durante gli anni Trenta del XVIII secolo l’arca di sant’Atto cambiò ulteriormente aspetto, come emerge dalla descrizione della visita pastorale condotta</hi><hi rend="CharOverride-1"> dal vescovo Federigo Alamanni il 29-30 maggio 1734: </hi></p><quote rend="quotation_b" ><hi rend="CharOverride-1">è di marmo, con la struttura architettonica simile all’ornamento del fonte battesimale, situato dalla parte opposta, in fondo alla chiesa. Recinto da una grata di ferro, l’altare conteneva l’arca argentea del santo vescovo, chiusa con due chiavi, di cui una custodita dal Proposto degli Operai di San Iacopo, l’altra dal Vessillifero in carica. L’urna che fu aperta dinanzi al vescovo, nella parte anteriore era chiusa da una parete di cristallo, da cui si vedeva il sacro corpo integro e incorrotto da molti secoli</hi><hi rend="notes_number CharOverride-3"><hi><ref target="OP08849_xml_19_283-297.html#footnote-049">25</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">. </hi></quote><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Nel 1700 la Toscana fu coinvolta nella politica riformatrice del granduca Pietro Leopoldo, il quale per attuare le sue iniziative in ambito ecclesiastico si avvalse della collaborazione del vescovo giansenista Scipione de’ Ricci. Questi, con il suo ingresso in cattedrale il 15 giugno 1780, prese possesso della d</hi><hi rend="CharOverride-1">iocesi di Pistoia e Prato. Gli </hi><hi rend="CharOverride-1">i</hi><hi rend="CharOverride-1">nterventi richiesti durante il suo episcopato avrebbero eliminato la cappella di San Iacopo, avrebbero modificato il sepolcro di sant’Atto, di cui il nuovo presule ridimensionò il culto, e avrebbero apportato nuove ristrutturazioni alla cappella di San Rocco</hi><hi rend="notes_number CharOverride-3"><hi><ref target="OP08849_xml_19_283-297.html#footnote-048">26</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">. Tra il 1786 e il 1787 il vescovo giansenista dispose di togliere la cassa lignea contenente il corpo incorrotto di Atto dall’altare a forma di arcosolio per riporla come cassa reliquiario «sotto il dossale argenteo di S. Jacopo nella ricomposizione che egli ne fece eseguire nella Cappella di San Rocco. Le cose rimasero così fino al 1943»</hi><hi rend="notes_number CharOverride-3"><hi><ref target="OP08849_xml_19_283-297.html#footnote-047">27</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">. Nel vuoto creatosi sopra le tre formelle in marmo si appose un’iscrizione commemorativa in latino ancor oggi visibile:</hi></p><quote rend="quotation_b" ><hi rend="CharOverride-1">SPLENDIDIORE NUNC AEDIS LOCO CONDITUM</hi></quote><quote rend="quotation_b" ><hi rend="CharOverride-1">POSITA HIC OLIM ARA</hi></quote><quote rend="quotation_b" ><hi rend="CharOverride-1">INTEGRUM B. ATTHONIS CORPUS</hi></quote><quote rend="quotation_b" ><hi rend="CharOverride-1">AB AN. MCCCXXXVII AD AN. MDCCLXXXVI</hi></quote><quote rend="quotation_b" ><hi rend="CharOverride-1">COLVERUNT</hi></quote><quote rend="quotation_b" ><hi rend="CharOverride-1">IRRITIS NUMQUAM VOTIS</hi></quote><quote rend="quotation_b" ><hi rend="CharOverride-1">PISTORIENSES</hi><hi rend="notes_number CharOverride-3"><hi><ref target="OP08849_xml_19_283-297.html#footnote-046">28</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">. </hi></quote><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Nell’estate 1786 egli ordinò, fra le polemiche, la distruzione della cappella dell’apostolo; mentre l’altare fu trasformato dall’orefice pistoiese Francesco Ripaioli tra il 1786 e il 1790, adattandolo alla cappella di San Rocco. Le figure del dossale furono disposte su un unico piano non tenendo conto dell’originaria distribuzione delle varie parti: alla base fu inserita l’urna del santo, che nel 1790 fu ricoperta da una lamina argentea</hi><hi rend="notes_number CharOverride-3"><hi><ref target="OP08849_xml_19_283-297.html#footnote-045">29</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">.</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">L’Inventario della Sagrestia di San Zeno del 1842 descrive in forma dettagliata l’aspetto dell’altare argenteo e della nuova urna che era stata posta come base del dossale in epoca ricciana: </hi></p><quote rend="quotation_b" ><hi rend="CharOverride-1">Costituiva un grande basamento del dossale l’urna di sant’Atto, ricoperta di lamina argentea decorata di rabeschi. Al di sopra dell’urna di sant’Atto […] si vede un’altra fascia argentea, con motivi di arcatelle goticheggianti […]. Un quadro all’altare di detta Cappella delle Reliquie, tutto d’argento, ingrappato nel muro, fatto di figure di basso rilievo, d’argento quasi tutto dorato, a più ordini, descritti come appresso: cioè nel primo ordine una cassa con tre cristalli con entro il Corpo intero di S. Atto Vescovo di Pistoia, vestito di Pianeta, Mitra, pastorale di legno dorato, con tre anelli in dito, e la Mitra preziosa contornata di perle. La detta cassa si può levare facilmente da detto Altare per essere collocata in mezzo a due quinte di rame dorato con rapporti sopra d’argento cesellato. Il secondo ordine era composto dal coperchio della cassa di S. Atto con due giunte dalle parti di rame dorato con rapporti d’argento cesellato; ma siccome dal popolo il 24 aprile 1790 fu ricoperto il detto Santo colla semplice tavola, perciò a spese della sacrestia di S. Zeno fu levato dal secondo ordine il detto coperchio e riadattato a detta cassa con due toppe e chiavi</hi><hi rend="notes_number CharOverride-3"><hi><ref target="OP08849_xml_19_283-297.html#footnote-044">30</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">.</hi></quote><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Il vescovo Ricci proseguì il suo intervento confiscando i tesori degli arredi liturgici appartenenti alla sacrestia di San Iacopo e a quella del duomo. Quelli che scamparono – altare argenteo di San Iacopo compreso, che fu </hi><hi rend="CharOverride-1">modificato – trovarono collocazione nella cappella di San Rocco o della Città, divenuta cappella di Sant’Atto e delle Reliquie. Qui fu traslato anche il corpo dell’antico vescovo nella sua urna argentea, come illustra il documento sopra citato. L’allestimento della cappella di Sant’Atto fu progettato nel maggio 1786 dall’architetto Stefano Ciardi su incarico del Ricci. La cupola venne decorata dal pittore Giuseppe Vannacci, e su disegno di Francesco Beneforti</hi><hi rend="CharOverride-1"> si realizzò il cancello di ferro che chiudeva la cappella contenente alcuni preziosi</hi><hi rend="notes_number CharOverride-3"><hi><ref target="OP08849_xml_19_283-297.html#footnote-043">31</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">.</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">A partire dal 1806 la cassa reliquiario si apriva solamente con le due chiavi possedute dal Magistrato civico e dal Proposto del capitolo, con una procedura simile a quella del Sacro Cingolo a Prato</hi><hi rend="notes_number CharOverride-3"><hi><ref target="OP08849_xml_19_283-297.html#footnote-042">32</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">. Nel 1942, a causa del conflitto mondiale, le proposte per riordinare la cappella di San Rocco non si attuarono, ma la Soprintendenza alle Gallerie delle Belle Arti, in accordo con il vescovo Giuseppe Debernardi, si preoccupò di mettere in sicurezza dai bombardamenti l’altare argenteo e l’urna di sant’Atto, che venne sistemata altrove. Le migliorie e i restauri furono condotti agli inizi degli anni Cinquanta, in occasione dei festeggiamenti per l’ottavo </hi><hi rend="CharOverride-1">centenario della morte del vescovo; festeggiamenti iniziati per volontà del presule Giuseppe Debernardi e terminati nel 1955 col successore Mario Longo Dorni. In occasione della commemorazione le spoglie furono sistemate sull’altare della cappella di San Rocco e della Città, da cui venne rimosso per la nuova sistemazione il dossale argenteo di San Iacopo che sino a quella data aveva contenuto la vecchia urna. In tale clima il capitolo della cattedrale di Pistoia dispose sin dal 1952 la preparazione di un’urna più decorosa progettata da Cleto Lapi, abbellita da innumerevoli tralci di rose, la cui esecuzione in legno dorato e formelle bronzee fu affidata alla fonderia pistoiese di Renzo Michelucci, con il contributo di innumerevoli benefattori. L’urna fu posta sopra la predella d’argento cesellato commissionato agli orafi Mariotti di Pontedera, su suggerimento del canonico arciprete Cecconi, in occasion</hi><hi rend="CharOverride-1">e delle precedenti celebrazioni centenarie del 1855. Il sepolcro, successivamente alla ripulitura e al restauro, fu ornato con pietre dure a cura della Soprintendenza alle Gallerie delle Belle Arti. Fu anche deliberato di porre una maschera di rame sbalzato e argentato sul volto del santo, progettata ed eseguita dal cesellatore Bino Bini di Firenze, sulla base dei rilievi somatici del viso</hi><hi rend="notes_number CharOverride-3"><hi><ref target="OP08849_xml_19_283-297.html#footnote-041">33</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">. Questa venne posta sopra un modello in cera, come è emesso dalla ricognizione canonica effettuata dal 10 al 12 dicembre 2019 dall’équipe di specialisti dell’università di Pisa.</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Il 18 maggio 1953 l’urna fu collocata nella cappella di San Rocco, sistemata sull’altare e serrata con un coperchio formato da una lastra di ottone. Il canonico Enrico Falai la chiuse definitivamente </hi><hi rend="CharOverride-1">con un nastro di seta rossa e i due sigilli di ceralacca, sui quali venne impressa l’impronta del sigillo del vescovo Giuseppe Debernardi</hi><hi rend="notes_number CharOverride-3"><hi><ref target="OP08849_xml_19_283-297.html#footnote-040">34</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">.</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">I documenti d’archivio riguardanti l’ottavo centenario della morte di sant’Atto riportano le riunioni nelle quali si discussero le modalità d’intervento con le eventuali spese relativamente alla sistemazione dell’altare argenteo e della nuova urna per sant’Atto. I punti trattati furono principalmente:</hi></p><list type="unordered">
				<item><hi rend="CharOverride-1">la rimozione della cassa contenente il venerato c</hi><hi rend="CharOverride-1">orpo del vescovo, laddove si afferma che «Mons. Vescovo è venuto nella determinazione di rimuovere dal suo deposito la Venerabile Salma di S. Atto per una spolveratura generale del Sacro Corpo […]», chiedendo al capitolo, secondo la procedura, di nominare una commissione formata da tre canonici per assistere e affiancare l’opera dell’ordinario Giuseppe Debernardi</hi><hi rend="notes_number CharOverride-3"><hi><ref target="OP08849_xml_19_283-297.html#footnote-039">35</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">;</hi></item>
				<item><hi rend="CharOverride-1">la ricognizione del santo corpo che era già stato estratto dall’altare «per una ripulitura generale e ricognizione per opera di Mons. Vescovo e della Commissione a tal fine nominata. Dovranno prender parte anche dei medici, uno dei quali specializzato il quale verrà da Firenze. Occorrerà per tutto questo una spesa non indifferente, alla quale potrebbe far fronte a mezzo di un Libretto della Banca Toscana intitolato Congrega di S. Atto»</hi><hi rend="notes_number CharOverride-3"><hi><ref target="OP08849_xml_19_283-297.html#footnote-038">36</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">.</hi></item>
			</list><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Successivamente, dopo le opportune discussioni circa la sistemazione del corpo e dell’altare, concretizzatesi all’inizio degli anni Cinquanta del XX secolo con il trasporto delle sacre spoglie nella cappella di San Rocco e dell’altare nella cappella del Crocifisso, appare il preventivo della Soprintendenza per i restauri alla cappella di San Iacopo e per la ricollocazione del corpo incorrotto: «lavori preventivati in £ 82.000 senza comprendervi le spese di restauro dell’altare argenteo di S. Iacopo»</hi><hi rend="notes_number CharOverride-3"><hi><ref target="OP08849_xml_19_283-297.html#footnote-037">37</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">.</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Con l’avvicinarsi dei festeggiamenti per l’ottavo centenario il capitolo</hi><hi rend="CharOverride-1">, in accordo con il Comitato di San Iacopo, decise di lanciare un appello alla cittadinanza per interessarla all’opera e per averne aiuti finanziari, con versamenti e relative movimentazioni di capitale sui libretti a risparmio istituiti presso la Cassa di Risparmio e la Banca Toscana. Infine si deliberò che ogni canonico avrebbe offerto £ 5.000</hi><hi rend="notes_number CharOverride-3"><hi><ref target="OP08849_xml_19_283-297.html#footnote-036">38</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">. Nel 1955, ad urna terminata, venne presentata al capitolo «una fattura del Sig. Bruno Bearzi per la doratura a foglio con oro 23¾ dell’Urna di S. Atto e per la fornitura di un piano di legno argentato e mano d’opera ed altro per una somma complessiva di £ 123.000»</hi><hi rend="notes_number CharOverride-3"><hi><ref target="OP08849_xml_19_283-297.html#footnote-035">39</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">.</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Parallelamente alla documentazione riguardante le varie traslazioni e la tipologia dei monumenti funebri del santo pistoiese esistono fonti concernenti il corpo incorrotto del santo e il modo in cui esso si era presentato agli osservatori. La prima testimonianza sul ritrovamento delle spoglie risale, come è noto, al 1337, sia perché per lungo tempo si era creduto che la prima sepoltura fosse quella avvenuta in Santa Maria in Corte, sia grazie al già richiamato </hi><hi rend="CharOverride-1">cartiglio plumbeo identificativo inchiodato alla cassa lignea, che seguì le spoglie nelle varie traslazioni, e sul quale permane a tutt’oggi la scritta in caratteri onciali del secolo XII: «nel recto, con incisione assai marcata e perfetta: Acto Ep. Pistor.; nel verso, con incisione meno profonda e quasi in graffito: hic requiescit»</hi><hi rend="notes_number CharOverride-3"><hi><ref target="OP08849_xml_19_283-297.html#footnote-034">40</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">. Durante la ricognizione canonica del 1953 la targhetta fu applicata al cuscino posto ai piedi del santo affinché fosse ben visibile dall’esterno attraverso il cristallo dell’urna agli studiosi e ai devoti. </hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">L’incorruttibilità del corpo e la sua conservazione avvennero per cause naturali (si ipotizza il primo vero luogo di sepoltura particolarmente asciutto), e grazie ad una inumazione in una cassa di legno (di castagno o cipresso) che consentì al corpo di mummificarsi e di mantenersi. All’epoca del primo presunto ritrovamento si parlò di miracolo, tanto che </hi><hi rend="CharOverride-1">la salma ritrovata incorrotta emanava un soavissimo profumo, derivato si pensa dal fatto di essere cosparso di oli e/o balsami volti alla sua conservazione. Nei documenti dell’Archivio Capitolare della cattedrale di San Zeno si afferma che durante la ricognizione canonica avvenuta nel 1840 il vescovo Giovanni Battista Rossi fece aprire l’urna per ripulire il santo corpo dalla polvere e dalle ragnatele che lo potevano danneggiare. Fu anche allora osservato e accertato lo stato di incorruttibilità e l’emanazione di un gradito odore, derivato dalla presenza di tre guancialetti piccoli imbottiti di fiori secchi con canfora e muschio, collocati per preservare le sacre spoglie dagli insetti</hi><hi rend="notes_number CharOverride-3"><hi><ref target="OP08849_xml_19_283-297.html#footnote-033">41</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">.</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Le ricognizioni dalla data della morte di sant’Atto </hi><hi rend="CharOverride-1">(1153) fino al 1953 furono circa una decina, con un vuoto documentario dal 1337 al 1606, in quanto si pensa che il vescovo pistoiese, non essendo stato canonizzato, non avesse suscitato durante quel periodo l’interesse della Chiesa locale. La prima ricognizione avvenne, come si è detto, durante la reggenza vescovile di Baronto Ricciardi nel 1337, successivamente nel 1606 e nel 1628 alla presenza del vescovo Alessandro del Caccia, nel 1685 col vescovo Gherardo Gherardi, nel 1717 alla presenza del pastore vallombrosano Colombino Bassi, nel 1779 col presule Giuseppe Ippoliti, nel 1840 durante la reggenza vescovile di Giovanni Battista Rossi, nel 1900 con </hi><hi rend="CharOverride-1">l’ordinario Marcello Mazzanti, infine nel 1953 alla presenza del vescovo Giuseppe Debernardi. Le ricognizioni e le manipolazioni susseguitesi nel corso dei secoli non sempre furono descritte in maniera dettagliata. Talvolta esse risultano semplicemente accennate nelle fonti; ma tutte sono accomunate da una valutazione empirica del corpo tramite disamina, condotta sia per devozione che per monitorare lo stato di mantenimento. Significative appaiono</hi><hi rend="CharOverride-1">, ad esempio, le descrizioni del corpo riportate in maniera piuttosto particolareggiata durante le ricognizioni del 1606 e 1685 da Gaetano Beani, che testimoniano per la prima volta nel dettaglio l’ottimo stato di conservazione</hi><hi rend="notes_number CharOverride-3"><hi><ref target="OP08849_xml_19_283-297.html#footnote-032">42</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">. </hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Nel XVII secolo il culto dei santi e delle reliquie alimentò la pietà popolare</hi><hi rend="CharOverride-1">, spesso superstiziosa. I vescovi assunsero un ruolo sempre più importante nella direzione delle loro diocesi e promossero iniziative volte ad incentivare una </hi><hi rend="CharOverride-1">‘sana’ spiritualità. In questo clima spirituale fu promossa la canonizzazione e la beatificazione di Atto nel 1605 per opera di Clemente VIII, sia su istanza dei Vallombrosani appoggiati dal vescovo in carica Alessandro del Caccia, sia grazie all’azione di </hi><hi rend="CharOverride-1">Cosimo Bracciolini canonico della cattedrale e protonotario apostolico</hi><hi rend="notes_number CharOverride-3"><hi><ref target="OP08849_xml_19_283-297.html#footnote-031">43</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">. Ottenuto in breve tempo, tale riconoscimento offrì ai pistoiesi l’occasione per una solenne cerimonia liturgica, il 22 maggio 1605, nel corso della quale fu portata in processione l’immagine del vescovo Atto dipinta su tavola. Venne allora promoss</hi><hi rend="CharOverride-1">a la trasformazione dell’antico sepolcro grazie all’intervento di Leonardo Marcacci; e il vescovo Alessandro del Caccia colse l’occasione per promettere l’invio in dono di alcune reliquie del nuovo santo ai Vallombrosani della Badia di San Michele a Passignano, nel 1607, e a Badajoz nel 1628</hi><hi rend="notes_number CharOverride-3"><hi><ref target="OP08849_xml_19_283-297.html#footnote-030">44</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">, anche se per la città iberica, presunto luogo di nascita di Atto la cui diocesi aveva già ottenuto ufficio e messa dedicati</hi><hi rend="notes_number CharOverride-3"><hi><ref target="OP08849_xml_19_283-297.html#footnote-029">45</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">,</hi><hi rend="CharOverride-1"> tale intenzione non andò inizialmente a buon fine, come emerge dal rapporto epistolare</hi><hi rend="notes_number CharOverride-3"><hi><ref target="OP08849_xml_19_283-297.html#footnote-028">46</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">. Infatti, sia la cattedrale pistoiese, sia la città ispanica guadagnarono nel 1628 da una parte dei membri del capitolo la promessa di ricevere</hi><hi rend="CharOverride-1"> l’ulna del braccio sinistro del vescovo (la medesima richiesta fu nuovamente avanzata l’11 febbraio 1687)</hi><hi rend="notes_number CharOverride-3"><hi><ref target="OP08849_xml_19_283-297.html#footnote-027">47</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">; frammento «compagno»</hi><hi rend="notes_number CharOverride-3"><hi><ref target="OP08849_xml_19_283-297.html#footnote-026">48</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1"> dell’ulna destra che avevano avuto i Vallombrosani di Passignano</hi><hi rend="notes_number CharOverride-3"><hi><ref target="OP08849_xml_19_283-297.html#footnote-025">49</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">. L’impegno preso con Badajoz sarebbe giunto ufficialmente a buon fine in seguito. Infatti nel 1742 il santo corpo venne trasportato nella cappella di San Iacopo e, alla presenza del vescovo Alamanni, seguì, secondo gli atti capitolari, la parziale asportazione (confermata dal più recente esame autoptico)</hi><hi rend="CharOverride-1"> dell’ulna del braccio sinistro, poi trasferito (sempre stando ai documenti) in Estremadura</hi><hi rend="notes_number CharOverride-3"><hi><ref target="OP08849_xml_19_283-297.html#footnote-024">50</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">.</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Il santo corpo di Atto in quanto reliquia attrasse nel XVII secolo illustri personaggi italici e stranieri in visita ai santuari più famosi di Pistoia e del territorio limitrofo. Ne è un esempio Emanuele Suare</hi><hi rend="CharOverride-1">z di Monterey, ambasciatore del re di Spagna, che il 27 luglio 1622, trovandosi a Pistoia, fece richiesta di visitare il corpo di Atto, manifestando con ammirazione che le spoglie del vescovo pistoiese erano in ogni parte illese e incorrotte</hi><hi rend="notes_number CharOverride-3"><hi><ref target="OP08849_xml_19_283-297.html#footnote-023">51</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">. In ogni caso bisognerà attendere la metà del XX secolo per conoscere le caratteristiche del corpo con metodo scientifico, per l’esattezza il 1953, anno in cui la reliquia venne sottoposta per la prima volta a misurazioni antropologiche e a radiografie, quest</hi><hi rend="CharOverride-1">e ultime andate disperse. La suddetta ricognizione canonica permise di ipotizzare, alla luce dei dati scientifici, la data di nascita (1070-1080), e testimoniò lo stato dei tessuti dopo ottocento anni dalla sua prima sepoltura: presenza di lesioni sul volto e lacerazioni assai gravi nella bocca e nel naso, una buona conservazione complessiva, con le carni rinsecchite, le ossa e le cartilagini indurite ma complete (se si prescinde dall’asportazione </hi><hi rend="CharOverride-1">delle due sezioni provenienti dall’ulna destra e da quella sinistra)</hi><hi rend="notes_number CharOverride-3"><hi><ref target="OP08849_xml_19_283-297.html#footnote-022">52</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">, privo di barba e capelli, alto circa 170 cm. Dalle radiografie eseguite (si ipotizza in loco) emersero una perfetta ossificazione e conservazione dello scheletro nelle sue varie parti e, sull’addome, la presenza di aperture richiuse con tela incollata</hi><hi rend="notes_number CharOverride-3"><hi><ref target="OP08849_xml_19_283-297.html#footnote-021">53</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">. A questo proposito appare interessante quanto riportato da Lucia Gai riguardo ad una presunta imbalsamazione del corpo di Atto per opera di necrofori itineranti</hi><hi rend="notes_number CharOverride-3"><hi><ref target="OP08849_xml_19_283-297.html#footnote-020">54</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">. Il documento, tuttavia</hi><hi rend="CharOverride-1">, non accenna a nessun processo di eviscerazione; e la mummificazione artificiale è stata esclusa dall’ultimo esame della salma</hi><hi rend="notes_number CharOverride-3"><hi><ref target="OP08849_xml_19_283-297.html#footnote-019">55</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">. Si può semmai pensare che le aperture e le chiusure addominali siano state una conseguenza delle manipolazioni avvenute nel corso del tempo. </hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Se il corpo di sant’Atto divenne reliquia, il lenzuolo che lo avvolse, gli abiti e il corredo liturgico che lo accompagnarono non furono da meno. Infatti sia le fonti archivistiche</hi><hi rend="notes_number CharOverride-3"><hi><ref target="OP08849_xml_19_283-297.html#footnote-018">56</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">, sia la storiografia moderna</hi><hi rend="notes_number CharOverride-3"><hi><ref target="OP08849_xml_19_283-297.html#footnote-017">57</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1"> e contemporanea</hi><hi rend="notes_number CharOverride-3"><hi><ref target="OP08849_xml_19_283-297.html#footnote-016">58</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1"> riportano alcune</hi><hi rend="CharOverride-1"> notizie interessanti riferite ai vari abiti e paramenti e alle altre reliquie, tanto disperse quanto ancor oggi esistenti. Documenti risalenti al 1340 provano il cambio degli abiti liturgici. Quelli indossati in precedenza vennero riposti</hi><hi rend="CharOverride-1"> in una cassa facente parte del tesoro di San Iacopo. La nuova pianeta con cui Atto fu rivestito apparteneva al corredo di preziose vesti liturgiche che faceva parte della donazione del suddetto sacello. Dopo la beatificazione del 1605 Atto fu rivestito con due casule: quella del 1337, la più antica, e quella successiva in loco almeno sino al 1671; vesti conservate e divenute reliquie al pari delle spoglie</hi><hi rend="notes_number CharOverride-3"><hi><ref target="OP08849_xml_19_283-297.html#footnote-015">59</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">.</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Negli inventari </hi><hi rend="CharOverride-1">del 1498-1501 si afferma che appartennero al beato Atto un anello in «un bussile d’avorio»</hi><hi rend="notes_number CharOverride-3"><hi><ref target="OP08849_xml_19_283-297.html#footnote-014">60</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1"> e una pianeta. Tali oggetti si trovavano in una cassa nella quale erano riposti gli indumenti liturgici che avvolgevano il corpo al momento in cui le spoglie </hi><hi rend="CharOverride-1">erano state trasportate dall’urna alla cappella</hi><hi rend="notes_number CharOverride-3"><hi><ref target="OP08849_xml_19_283-297.html#footnote-013">61</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">.</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Il canonico Giustiniano Marchetti nella </hi><hi rend="italic">Vita di Sant’Atto</hi><hi rend="CharOverride-1"> del 1630 scrisse che il santo corpo indossava una pianeta rigata di vari colori, una mitria antica bassa, piccola, appuntita, di damasco bianco, un pastorale di legno leggerissimo senza punta al piede, un camice, un anello al dito</hi><hi rend="notes_number CharOverride-3"><hi><ref target="OP08849_xml_19_283-297.html#footnote-012">62</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">. Nel 1685 sappiamo che la salma di Atto era corredata dalla mitria del vescovo Alessandro del Caccia il quale</hi><hi rend="CharOverride-1">, nel 1612 in precarie condizioni di salute, ordinò che questa, stimata oltre 400 scudi, fosse riposta nel tesoro di san Iacopo per essere impiegata nelle funzioni solenni, aggiungendo che, dopo la sua morte, venisse collocata sulla testa del santo vescovo pistoiese</hi><hi rend="notes_number CharOverride-3"><hi><ref target="OP08849_xml_19_283-297.html#footnote-011">63</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">.</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Il 27 marzo 1717 il presule Colombino Bassi per la ricognizione canonica spogliò il corpo del santo per rivestirlo con paramenti liturgici in migliori condizioni, essendo quelli indossati laceri. Nella descrizione fatta da Bernardino Vitoni </hi><hi rend="CharOverride-1">durante la seconda metà del XVIII secolo si affermava che Atto indossava un piviale di rasetto a strisce di più colori foderato di tela turchina, una pianeta di velluto bianco con fiori rossi e verdi con la croce davanti e colonna dietro foderata di tela bianca in forma antica, cioè quadrangolare, un camice di tela di lino bianco</hi><hi rend="notes_number CharOverride-3"><hi><ref target="OP08849_xml_19_283-297.html#footnote-010">64</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">. Altra testimonianza settecentesca è costituita dalle </hi><hi rend="italic">Memorie della città di Pistoia </hi><hi rend="CharOverride-1">(dal 1705 al 1753) di Cosimo Rossi Melocchi, secondo cui gli abiti antichi</hi><hi rend="CharOverride-1"> indossati dal santo al momento della nuova vestizione del 1717 avevano più di tre secoli ed erano quelli che coprivano Atto nel 1337, ma non coincidevano con gli abiti della prima sepoltura</hi><hi rend="notes_number CharOverride-3"><hi><ref target="OP08849_xml_19_283-297.html#footnote-009">65</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">. </hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Attualmente un quadro esaustivo e molto dettagliato riguardo alle </hi><hi rend="italic">vestimenta</hi><hi rend="CharOverride-1">, con riferimento principalmente alle due casule indossate da Atto dal 1337 in poi, ci proviene dagli studi effettuati dagli esperti del settore i quali, oltre a descrivere in maniera minuziosa le due casule, hanno fornito notizie storiche delle stesse sin dalla loro origine</hi><hi rend="notes_number CharOverride-3"><hi><ref target="OP08849_xml_19_283-297.html#footnote-008">-1</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">. </hi><hi rend="CharOverride-1">Alla luce di ciò, nella presente trattazione è sufficiente affermare che la prima casula, rigata, è molto antica; si presume che rivestì Atto dal 1337 ed è stata datata al XIII-XIV secolo. Il tessuto è stato definito dagli studiosi raro e interessante, in raso rigato in ordito, impreziosito da piccolissimi disegni geometrici. La casula è caratterizzata da un susseguirsi di righe che vedono predominare i colori azzurro, bianco, verde e rosa salmone. Dell’oggetto parlò sommariamente il vescovo Colombini Bassi nel 1717 in occasione della ricognizione canonica</hi><hi rend="notes_number CharOverride-3"><hi><ref target="OP08849_xml_19_283-297.html#footnote-007">-1</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">. Attualmente è posta su un ‘omino’ imbottito nell’anticamera dell’aula capitolare. L’altra casula risale alla seconda metà del XV secolo. Il velluto beige con fiori verdi e rossi è segnalato come proveniente da una manifattura toscana. I testi sull’argomento concordano nel datare a dopo il 1420 l’impiego di questo tipo di tessuto decorato con il motivo orientale della melagrana. Dal 1983 al 2000 è stata sottoposta ad un lungo restauro.</hi><hi rend="CharOverride-1"> Oggi è in posizione aperta, occupa circa tre m</hi><hi rend="superscript CharOverride-3">2</hi><hi rend="CharOverride-1"> di superficie ed è distesa quasi orizzontalmente per evitare le deformazioni delle fibre a causa del peso dell’indumento. Essa è protetta da una teca di forma quasi triangolare inclinata di 17°, situata nella Sala dell’udienza degli Operai di San Iacopo nel museo del Palazzo dei Vescovi, il cui vano presenta una temperatura e un tasso di umidità stabilizzate per non stressare le fibre e proteggerle dall’attacco di muffe</hi><hi rend="notes_number CharOverride-3"><hi><ref target="OP08849_xml_19_283-297.html#footnote-006">-1</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">.</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Altri oggetti inerenti presenti sia nella cattedrale che nel museo del Palazzo dei Vescovi sono:</hi></p><list type="unordered">
				<item><hi rend="CharOverride-1">un reliquiario contenente un manipolo con cartiglio, in teletta dorata con gallone a forma di croce (sala del Museo capitolare);</hi></item>
				<item><hi rend="CharOverride-1">la cassa in legno con le </hi><hi rend="italic">vestimenta</hi><hi rend="CharOverride-1"> dalla ricognizione del 1840 e del 1953 contenente pantofole, zucchetto, casula, manipolo, camice, guanti amitto, due materassini e i guancialini sia del 1840 che del 1953 (cappella di Sant’Atto);</hi></item>
				<item><hi rend="CharOverride-1">il</hi><hi rend="CharOverride-1"> reliquiario multiplo a forma di braccio datato 1369 di Enrico Belandi, opera provenzale in argento dorato sbalzato, cesellato, bulinato, inciso e adornato di pietre policrome. La teca contiene a sua volta più reliquie visibili dalle aperture quadrilobate lungo la manica. La mano col gesto benedicente è impreziosita da due anelli inseriti nell’indice e nel medio, che la tradizione vuole appartenuti ad Atto</hi><hi rend="notes_number CharOverride-3"><hi><ref target="OP08849_xml_19_283-297.html#footnote-005">-1</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1"> (cappella di Sant’Atto); </hi></item>
				<item><hi rend="CharOverride-1">due reliquiari a ostensorio di sant’Atto di manifattura pistoiese, che poggiano su una base in legno, datati XVIII secolo, con dentro due piccole capselle a forma di medaglione circolare e ovale con cartiglio e reliquia il cui contenuto è ignoto per mancanza di riscontri documentari. Il motivo ricorrente nella lavorazione dei due manufatti è quello delle foglie di acanto con altri elementi vegetali, accompagnati dalle testine di cherubini (cappella di San Niccolò del museo del Palazzo dei Vescovi);</hi></item>
				<item><hi rend="CharOverride-1">il calice di sant’Atto in argento dorato, che</hi><hi rend="CharOverride-1"> si presenta con una struttura rielaborata, derivata dall’assemblaggio di due calici più antichi, da parte degli orefici Andrea di Iacopo d’Ognibene e Tallino di Puccio, nel 1286. Il piede e il nodo del recipiente presentano una lavorazione in filigrana; la coppa, di forma tronco-conica svasata, è di stile gotico</hi><hi rend="notes_number CharOverride-3"><hi><ref target="OP08849_xml_19_283-297.html#footnote-004">-1</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1"> (cappella di San Niccolò del Museo del Palazzo dei Vescovi);</hi></item>
				<item><hi rend="CharOverride-1">la croce-reliquiario detta di sant’Atto che faceva parte del tesoro di San Iacopo, di manifattura renana, datata agli inizi del XIII secolo. La struttura appare esile ma complessa</hi><hi rend="CharOverride-1">: il piede è ornato con animali di vario genere, abbellito dalla presenza di pietre preziose e semi-preziose; il fusto è costituito da una piccola teca reliquiario</hi><hi rend="notes_number CharOverride-3"><hi><ref target="OP08849_xml_19_283-297.html#footnote-003">-1</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1"> (cappella di San Niccolò del Museo del Palazzo dei Vescovi). </hi></item>
			</list><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Gaetano Beani ne </hi><hi rend="italic">La cattedrale pistoiese</hi><hi rend="CharOverride-1">,</hi><hi rend="italic"> </hi><hi rend="CharOverride-1">sulla base dei documenti d’archivio e dei testi storiografici non coevi ma antichi, riporta alcune notizie sul calice e sulla croce, affermando che questi facevano parte del tesoro di San Iacopo solo dal 1501, e che successivamente furono chiusi nell’urna di Atto in</hi><hi rend="CharOverride-1">sieme al suo corpo, come emerse dagli inventari del 1702 e 1705. Il luogo del ritrovamento e la circostanza hanno fatto ipotizzare che fossero appartenuti realmente ad Atto, ma la datazione delle due reliquie ha contribuito a precisarne l’epoca: la coppa si sostiene che sia stata realmente adoperata dal vescovo pistoiese, e che dopo molti anni, una volta ritrovate le sacre spoglie, sia stata adornata e arricchita nel collo e nel piede. La croce fu, invece,</hi><hi rend="CharOverride-1"> offerta al santo per grazia ricevuta</hi><hi rend="notes_number CharOverride-3"><hi><ref target="OP08849_xml_19_283-297.html#footnote-002">-1</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">. </hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Sotto la base del calice è presente la dicitura:</hi></p><quote rend="quotation_b" ><hi rend="CharOverride-1">HIC CALIX CUMPATENA</hi></quote><quote rend="quotation_b" ><hi rend="CharOverride-1">REPERT. FUIT CUM CORPORE D. ATHONIS</hi></quote><quote rend="quotation_b" ><hi rend="CharOverride-1">DUM IDEM RECOGNITUM FUIT.</hi></quote><quote rend="quotation_b" ><hi rend="CharOverride-1">DIE XXXIULII 1840</hi><hi rend="notes_number CharOverride-3"><hi><ref target="OP08849_xml_19_283-297.html#footnote-001">-1</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1"> </hi></quote><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Sotto la croce si legge: </hi></p><quote rend="quotation_b" ><hi rend="CharOverride-1">HAEC XTI SERVAT IMAGO </hi></quote><quote rend="quotation_b" ><hi rend="CharOverride-1">REPERT. FUIT CUM CORPORE D. ATHONIS</hi></quote><quote rend="quotation_b" ><hi rend="CharOverride-1">EPISCOP. PISTOR.</hi></quote><quote rend="quotation_b" ><hi rend="CharOverride-1">DUM IDEM RECOGNITUM FUIT</hi></quote><quote rend="quotation_b" ><hi rend="CharOverride-1">D. XXX IULII 1840</hi><hi rend="notes_number CharOverride-3"><hi><ref target="OP08849_xml_19_283-297.html#footnote-000">-1</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1"> </hi></quote><list type="ordered">
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-3"><ref target="OP08849_xml_19_283-297.html#footnote-073-backlink">1</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	S. Ferrali, </hi><hi rend="italic">Vita di S. Atto</hi><hi rend="CharOverride-1">, Tipografia Pistoiese, Pistoia 1953, p. 7.</hi></p></item>
				</list><list type="ordered">
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-3"><ref target="OP08849_xml_19_283-297.html#footnote-072-backlink">2</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	N. Rauty, </hi><hi rend="italic">Il culto dei santi a Pistoia nel Medioevo</hi><hi rend="CharOverride-1">, Sismel – Edizioni del Galluzzo, Firenze 2000, pp. 90-92. Per l’officiatura del santo cfr. Roma, Biblioteca Vallicelliana, G. 73, n. 40; Vallombrosa, Archivio Generale della Congregazione, </hi><hi rend="italic">Miscellanea vallombrosana</hi><hi rend="CharOverride-1">, 9, ms., cc. 133r-134r.</hi></p></item>
				</list><list type="ordered">
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-3"><ref target="OP08849_xml_19_283-297.html#footnote-071-backlink">3</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	Rauty, </hi><hi rend="italic">Il culto dei santi</hi><hi rend="CharOverride-1">, cit., p. 91; Id., </hi><hi rend="italic">I Vallombrosani a Pistoia dalla metà del secolo XI alla metà del secolo XII</hi><hi rend="CharOverride-1">, «Bullettino Storico Pistoiese»</hi><hi rend="CharOverride-1">, 104, 2002, pp. 3-26: 26.</hi></p></item>
				</list><list type="ordered">
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-3"><ref target="OP08849_xml_19_283-297.html#footnote-070-backlink">4</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	Rauty, </hi><hi rend="italic">Il culto dei santi</hi><hi rend="CharOverride-1">, cit., pp. 91-92; Ferrali, </hi><hi rend="italic">S. Atto</hi><hi rend="CharOverride-1">, cit., pp. 54-55.</hi></p></item>
				</list><list type="ordered">
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-3"><ref target="OP08849_xml_19_283-297.html#footnote-069-backlink">5</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	Ferrali, </hi><hi rend="italic">S. Atto</hi><hi rend="CharOverride-1">, cit., pp. 54-55.</hi></p></item>
				</list><list type="ordered">
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-3"><ref target="OP08849_xml_19_283-297.html#footnote-068-backlink">6</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	R. Argenziano, </hi><hi rend="italic">L’iconografia del </hi><hi rend="CharOverride-1">«</hi><hi rend="italic">Beato Atto vescovo di Pistoia</hi><hi rend="CharOverride-1">» </hi><hi rend="italic">e la possibile ricostruzione del suo antico sepolcro</hi><hi rend="CharOverride-1">,</hi><hi rend="italic"> </hi><hi rend="CharOverride-1">in A. Benvenuti e R. Nelli (a cura di), </hi><hi rend="italic">Culto dei santi e culto dei luoghi nel medioevo pistoiese</hi><hi rend="CharOverride-1">, Atti del Convegno di Studi (Pistoia, 16-17 maggio 2008), Società pistoiese di storia patria - Fondazione Cassa di Risparmio di Pistoia e Pescia, Pistoia 2010, pp. 113-142: 117.</hi></p></item>
				</list><list type="ordered">
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-3"><ref target="OP08849_xml_19_283-297.html#footnote-067-backlink">7</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	N. Bottari Scarfantoni, </hi><hi rend="italic">Il cantiere di San Giovanni Battista a Pistoia (1353-1366)</hi><hi rend="CharOverride-1">, Società Pistoiese Storia Patria, Pistoia 1998, pp. 49-50; Id.,</hi><hi rend="italic"> Storie e credenze intorno al cantiere del Battistero</hi><hi rend="CharOverride-1">, «Le opere e i giorni», Quadrimestrale di cultura, arte, storia, Diocesi di Pistoia, 2/1-2, 1999, pp. 106-107. </hi></p></item>
				</list><list type="ordered">
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-3"><ref target="OP08849_xml_19_283-297.html#footnote-066-backlink">8</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	L. Gai, </hi><hi rend="italic">Ripensare il Medioevo a Pistoia. Esequie, traslazioni, “vestimenta” del vescovo Atto</hi><hi rend="CharOverride-1">, «Il Tremisse Pistoiese», 104/5, 2011, p. 17.</hi></p></item>
				</list><list type="ordered">
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-3"><ref target="OP08849_xml_19_283-297.html#footnote-065-backlink">9</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	Ibid.</hi></p></item>
				</list><list type="ordered">
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-3"><ref target="OP08849_xml_19_283-297.html#footnote-064-backlink">10</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	A. Degl’Innocenti, </hi><hi rend="italic">Attone, agiografo e santo nella memoria vallombrosana pistoiese</hi><hi rend="CharOverride-1">, in A. Benvenuti e R. Nelli (a cura di), </hi><hi rend="italic">Culto dei santi e culto dei luoghi</hi><hi rend="CharOverride-1">, cit., pp. 97-112. </hi></p></item>
				</list><list type="ordered">
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-3"><ref target="OP08849_xml_19_283-297.html#footnote-063-backlink">11</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	Ivi, p. 111. </hi></p></item>
				</list><list type="ordered">
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-3"><ref target="OP08849_xml_19_283-297.html#footnote-062-backlink">12</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	F. Forteguerri, </hi><hi rend="italic">Vita del Beato Atto</hi><hi rend="CharOverride-1">, Gherardo Bracali Stampator Vescovile, Pistoia 1818, pp. 3-4.</hi></p></item>
				</list><list type="ordered">
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-3"><ref target="OP08849_xml_19_283-297.html#footnote-061-backlink">13</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	Gai, </hi><hi rend="italic">Ripensare il Medioevo</hi><hi rend="CharOverride-1">,</hi><hi rend="italic"> </hi><hi rend="CharOverride-1">cit., p. 17.</hi></p></item>
				</list><list type="ordered">
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-3"><ref target="OP08849_xml_19_283-297.html#footnote-060-backlink">14</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	C. Acidini Luchinat, </hi><hi rend="italic">La cattedrale di San Zeno a Pistoia</hi><hi rend="CharOverride-1">, Silvana Editoriale, Milano 2003, pp. 20-21. </hi></p></item>
				</list><list type="ordered">
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-3"><ref target="OP08849_xml_19_283-297.html#footnote-059-backlink">15</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	Argenziano,</hi><hi rend="italic"> L’iconografia</hi><hi rend="CharOverride-1">,</hi><hi rend="italic"> </hi><hi rend="CharOverride-1">cit., p. 122. </hi></p></item>
				</list><list type="ordered">
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-3"><ref target="OP08849_xml_19_283-297.html#footnote-058-backlink">16</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	Bottari Scarfantoni, </hi><hi rend="italic">Storie e credenze</hi><hi rend="CharOverride-1">, cit., p. 107.</hi></p></item>
				</list><list type="ordered">
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-3"><ref target="OP08849_xml_19_283-297.html#footnote-057-backlink">17</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	S. Ferrali, </hi><hi rend="italic">Aenigmata Pistoriensia</hi><hi rend="CharOverride-1">, «Bullettino Storico Pistoiese», n.s. 2, 1960, pp. 9-17. </hi></p></item>
				</list><list type="ordered">
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-3"><ref target="OP08849_xml_19_283-297.html#footnote-056-backlink">18</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	Acidini Luchinat, </hi><hi rend="italic">La cattedrale</hi><hi rend="CharOverride-1">, cit., p. 101.</hi></p></item>
				</list><list type="ordered">
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-3"><ref target="OP08849_xml_19_283-297.html#footnote-055-backlink">19</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	Ivi, p. 20.</hi></p></item>
				</list><list type="ordered">
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-3"><ref target="OP08849_xml_19_283-297.html#footnote-054-backlink">20</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	L. Gai, </hi><hi rend="italic">L’altare argenteo di San Iacopo nel Duomo di Pistoia</hi><hi rend="CharOverride-1">, Umberto Allemandi &amp; C., Torino 1984, p. 36.</hi></p></item>
				</list><list type="ordered">
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-3"><ref target="OP08849_xml_19_283-297.html#footnote-053-backlink">21</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	Acidini Luchinat, </hi><hi rend="italic">La cattedrale</hi><hi rend="CharOverride-1">, cit., p. 101; Argenziano,</hi><hi rend="italic"> L’iconografia</hi><hi rend="CharOverride-1">,</hi><hi rend="italic"> </hi><hi rend="CharOverride-1">cit., pp. 128-130.</hi></p></item>
				</list><list type="ordered">
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-3"><ref target="OP08849_xml_19_283-297.html#footnote-052-backlink">22</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	Ivi, pp. 101-102, 122-124.</hi></p></item>
				</list><list type="ordered">
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-3"><ref target="OP08849_xml_19_283-297.html#footnote-051-backlink">23</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	L. Gai, </hi><hi rend="italic">Fra gloria e memoria: profilo storico del ’600 pistoiese</hi><hi rend="CharOverride-1">,</hi><hi rend="italic"> </hi><hi rend="CharOverride-1">in F. Falletti (a cura di), </hi><hi rend="italic">Chiostri Seicenteschi a Pistoia. Le storie di S. Francesco a Giaccherino e gli altri cicli contemporanei</hi><hi rend="CharOverride-1">, Le Monnier, Firenze 1992, nota 95, p. 24. </hi></p></item>
				</list><list type="ordered">
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-3"><ref target="OP08849_xml_19_283-297.html#footnote-050-backlink">24</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	Ibid. </hi></p></item>
				</list><list type="ordered">
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-3"><ref target="OP08849_xml_19_283-297.html#footnote-049-backlink">25</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	Acidini Luchinat, </hi><hi rend="italic">La cattedrale</hi><hi rend="CharOverride-1">, cit., pp. 46-47.</hi></p></item>
				</list><list type="ordered">
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-3"><ref target="OP08849_xml_19_283-297.html#footnote-048-backlink">26</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	L. Gai, </hi><hi rend="italic">Piazza del Duomo</hi><hi rend="CharOverride-1">, in</hi><hi rend="italic"> </hi><hi rend="CharOverride-1">L. Gai e G. C. Romby (a cura di), </hi><hi rend="italic">Settecento Illustre. Architettura e cultura artistica a Pistoia nel secolo XVIII</hi><hi rend="CharOverride-1">, Gli Ori, Pistoia 2009, pp. 31-124: 35. </hi></p></item>
				</list><list type="ordered">
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-3"><ref target="OP08849_xml_19_283-297.html#footnote-047-backlink">27</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	Ferrali, </hi><hi rend="italic">S. Atto</hi><hi rend="CharOverride-1">, cit., p. 56; Acidini Luchinat, </hi><hi rend="italic">La cattedrale</hi><hi rend="CharOverride-1">, cit., pp. 101-102.</hi></p></item>
				</list><list type="ordered">
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-3"><ref target="OP08849_xml_19_283-297.html#footnote-046-backlink">28</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	G. Beani, </hi><hi rend="italic">La cattedrale pistoiese</hi><hi rend="CharOverride-1">, Casa Tipo-Lito Edit. Sinibuldiana, Pistoia 1903, p. 42; Acidini Luchinat, </hi><hi rend="italic">La cattedrale</hi><hi rend="CharOverride-1">, cit., p. 103.</hi></p></item>
				</list><list type="ordered">
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-3"><ref target="OP08849_xml_19_283-297.html#footnote-045-backlink">29</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	Gai, </hi><hi rend="italic">L’altare argenteo</hi><hi rend="CharOverride-1">,</hi><hi rend="italic"> </hi><hi rend="CharOverride-1">cit., p. 46.</hi></p></item>
				</list><list type="ordered">
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-3"><ref target="OP08849_xml_19_283-297.html#footnote-044-backlink">30</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	Ivi, p. 174.</hi></p></item>
				</list><list type="ordered">
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-3"><ref target="OP08849_xml_19_283-297.html#footnote-043-backlink">31</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	Gai, </hi><hi rend="italic">Piazza del Duomo</hi><hi rend="CharOverride-1">, cit., pp. 53-54.</hi></p></item>
				</list><list type="ordered">
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-3"><ref target="OP08849_xml_19_283-297.html#footnote-042-backlink">32</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	Acidini Luchinat, </hi><hi rend="italic">La cattedrale</hi><hi rend="CharOverride-1">, cit., p. 138.</hi></p></item>
				</list><list type="ordered">
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-3"><ref target="OP08849_xml_19_283-297.html#footnote-041-backlink">33</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	Ivi, pp. 138-139.</hi></p></item>
				</list><list type="ordered">
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-3"><ref target="OP08849_xml_19_283-297.html#footnote-040-backlink">34</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	Ferrali, </hi><hi rend="italic">S. Atto</hi><hi rend="CharOverride-1">, cit., p. 70.</hi></p></item>
				</list><list type="ordered">
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-3"><ref target="OP08849_xml_19_283-297.html#footnote-039-backlink">35</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	Archivio Capitolare Pistoia (ACP), </hi><hi rend="italic">Registro Adunanze capitolari, 1° luglio 1940-9 luglio 1955 del Rev.mo Capitolo dell’Insigne Cattedrale di Pistoia</hi><hi rend="CharOverride-1">, p. 34.</hi><hi rend="italic"> </hi></p></item>
				</list><list type="ordered">
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-3"><ref target="OP08849_xml_19_283-297.html#footnote-038-backlink">36</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	Ivi, p. 37.</hi></p></item>
				</list><list type="ordered">
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-3"><ref target="OP08849_xml_19_283-297.html#footnote-037-backlink">37</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	Ivi, p. 52.</hi></p></item>
				</list><list type="ordered">
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-3"><ref target="OP08849_xml_19_283-297.html#footnote-036-backlink">38</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	Ivi, pp. 189-331.</hi></p></item>
				</list><list type="ordered">
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-3"><ref target="OP08849_xml_19_283-297.html#footnote-035-backlink">39</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	Ivi, p. 337.</hi></p></item>
				</list><list type="ordered">
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-3"><ref target="OP08849_xml_19_283-297.html#footnote-034-backlink">40</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	Ferrali, </hi><hi rend="italic">S. Atto</hi><hi rend="CharOverride-1">, cit., p. 55.</hi></p></item>
				</list><list type="ordered">
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-3"><ref target="OP08849_xml_19_283-297.html#footnote-033-backlink">41</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	ACP, </hi><hi rend="italic">A/1-74</hi><hi rend="CharOverride-1">, cc. 87 ss.</hi></p></item>
				</list><list type="ordered">
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-3"><ref target="OP08849_xml_19_283-297.html#footnote-032-backlink">42</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	Beani, </hi><hi rend="italic">La cattedrale</hi><hi rend="CharOverride-1">, cit., pp. 144-145. </hi></p></item>
				</list><list type="ordered">
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-3"><ref target="OP08849_xml_19_283-297.html#footnote-031-backlink">43</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	Archivio Apostolico Vaticano, </hi><hi rend="italic">Brevi</hi><hi rend="CharOverride-1">, 353, c. 387r (1605, gennaio 24).</hi></p></item>
				</list><list type="ordered">
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-3"><ref target="OP08849_xml_19_283-297.html#footnote-030-backlink">44</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	Forteguerri,</hi><hi rend="italic"> Vita del Beato Atto</hi><hi rend="CharOverride-1">, cit., p. 2; Ferrali, </hi><hi rend="italic">S. Atto</hi><hi rend="CharOverride-1">, cit., p. 7.</hi></p></item>
				</list><list type="ordered">
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-3"><ref target="OP08849_xml_19_283-297.html#footnote-029-backlink">45</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	Archivio Apostolico Vaticano, </hi><hi rend="italic">Brevi</hi><hi rend="CharOverride-1">, 502, c. 22r (1614, aprile 9). Cfr. in proposito anche P. Rubio Merino, </hi><hi rend="italic">El Seminario Conciliar de San Atón, de Badajoz (1664-1964)</hi><hi rend="CharOverride-1">, Caja General de Ahorros de Badajoz, Madrid 1964.</hi></p></item>
				</list><list type="ordered">
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-3"><ref target="OP08849_xml_19_283-297.html#footnote-028-backlink">46</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	</hi><hi rend="CharOverride-1" >ACP, </hi><hi rend="italic">A/1-61</hi><hi rend="CharOverride-1" >, cc. 122-125, 128-130, 132-133.</hi></p></item>
				</list><list type="ordered">
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-3"><ref target="OP08849_xml_19_283-297.html#footnote-027-backlink">47</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	</hi><hi rend="CharOverride-1" >ACP, </hi><hi rend="italic">A/1-61</hi><hi rend="CharOverride-1" >, cc. 122 ss.</hi></p></item>
				</list><list type="ordered">
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-3"><ref target="OP08849_xml_19_283-297.html#footnote-026-backlink">48</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	Acidini Luchinat, </hi><hi rend="italic">La cattedrale</hi><hi rend="CharOverride-1">, cit., nota 28, pp. 20-21.</hi></p></item>
				</list><list type="ordered">
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-3"><ref target="OP08849_xml_19_283-297.html#footnote-025-backlink">49</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	</hi><hi rend="CharOverride-1" >ACP, </hi><hi rend="italic">A/1-74</hi><hi rend="CharOverride-1" >, cc. 87 ss.; ACP, </hi><hi rend="italic">A/1-61</hi><hi rend="CharOverride-1" >, cc. 122-123. </hi><hi rend="CharOverride-1">Cfr. anche Vallombrosa, Archivio Generale della Congregazione, </hi><hi rend="italic">Miscellanea vallombrosana</hi><hi rend="CharOverride-1">, 9, ms., cc. 138r-149r. </hi></p></item>
				</list><list type="ordered">
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-3"><ref target="OP08849_xml_19_283-297.html#footnote-024-backlink">50</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	ACP, </hi><hi rend="italic">A/1-61</hi><hi rend="CharOverride-1">, c. 125.</hi></p></item>
				</list><list type="ordered">
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-3"><ref target="OP08849_xml_19_283-297.html#footnote-023-backlink">51</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	Gai, </hi><hi rend="italic">Fra gloria e memoria</hi><hi rend="CharOverride-1">, cit., nota 101, p. 25. </hi></p></item>
				</list><list type="ordered">
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-3"><ref target="OP08849_xml_19_283-297.html#footnote-022-backlink">52</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	Cfr. il testo di Lunardini, Giuffra, Antonio Fornaciari, Gaeta, Riccomi, Gino Fornaciari, Minozzi nel presente volume.</hi></p></item>
				</list><list type="ordered">
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-3"><ref target="OP08849_xml_19_283-297.html#footnote-021-backlink">53</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	Archivio della Società Pistoiese Storia Patria (ASPSP), Sabatino Ferrali, 3.2. ins. 2.3.17, </hi><hi rend="italic">Verbale della ricognizione 17 gennaio 1953</hi><hi rend="CharOverride-1">; 2.3.18, </hi><hi rend="italic">Verbale della ricognizione e traslazione del 15-18 maggio 1953.</hi><hi rend="CharOverride-1"> </hi></p></item>
				</list><list type="ordered">
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-3"><ref target="OP08849_xml_19_283-297.html#footnote-020-backlink">54</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	Gai, </hi><hi rend="italic">Ripensare il Medioevo</hi><hi rend="CharOverride-1">,</hi><hi rend="italic"> </hi><hi rend="CharOverride-1">cit., p. 18.</hi></p></item>
				</list><list type="ordered">
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-3"><ref target="OP08849_xml_19_283-297.html#footnote-019-backlink">55</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	Si veda il testo di Lunardini, Giuffra, Antonio Fornaciari, Gaeta, Riccomi, Gino Fornaciari, Minozzi nel presente volume.</hi></p></item>
				</list><list type="ordered">
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-3"><ref target="OP08849_xml_19_283-297.html#footnote-018-backlink">56</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	ACP, D 50, </hi><hi rend="italic">Inventario del Tesoro, Mobili e Masserizie della Cappella e Sagrestia di S. Iacopo Apostolo di Pistoia, riordinato quest’anno 1777</hi><hi rend="CharOverride-1">, pp. 16-24; ACP, </hi><hi rend="italic">Filza d’Atti della Sagrestia di S. Zeno dal 1840 al 1845</hi><hi rend="CharOverride-1">; ACP, </hi><hi rend="italic">A/1</hi><hi rend="CharOverride-1">-74, cc. 87 ss.; Firenze, Biblioteca Nazionale Centrale, </hi><hi rend="italic">Conventi soppressi da ordinare</hi><hi rend="CharOverride-1">, 326 (sec. XVII).</hi></p></item>
				</list><list type="ordered">
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-3"><ref target="OP08849_xml_19_283-297.html#footnote-017-backlink">57</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	Beani, </hi><hi rend="italic">La cattedrale</hi><hi rend="CharOverride-1">, cit., pp. 141-149. </hi></p></item>
				</list><list type="ordered">
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-3"><ref target="OP08849_xml_19_283-297.html#footnote-016-backlink">58</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	Acidini Luchinat, </hi><hi rend="italic">La cattedrale</hi><hi rend="CharOverride-1">, cit., pp. 22-23; Gai, </hi><hi rend="italic">Fra gloria e memoria</hi><hi rend="CharOverride-1">, cit., p. 12; Ead., </hi><hi rend="italic">Piazza del Duomo</hi><hi rend="CharOverride-1">, cit., nota 158, p. 64; Ead.,</hi><hi rend="italic"> </hi><hi rend="italic">Ripensare il Medioevo</hi><hi rend="CharOverride-1">,</hi><hi rend="italic"> </hi><hi rend="CharOverride-1">cit., pp. 19-22; Ead., </hi><hi rend="italic">L’immagine nell’arte sacra con particolare riguardo alla produzione artistica pistoiese</hi><hi rend="CharOverride-1">,</hi><hi rend="italic"> </hi><hi rend="CharOverride-1">in</hi><hi rend="italic"> </hi><hi rend="CharOverride-1">C. Afflitto e M. C. Masdea (a cura di), </hi><hi rend="italic">Arte Sacra</hi><hi rend="CharOverride-1"> </hi><hi rend="italic">nei Musei della Provincia di Pistoia</hi><hi rend="CharOverride-1">, Edifir, Firenze 2004, pp. 50-51, 54-55; C. Tuci, </hi><hi rend="italic">Pistoia, Museo della Cattedrale di San Zeno</hi><hi rend="CharOverride-1">, ivi, pp. 178-179; P. Peri, </hi><hi rend="italic">Paramenti liturgici: tessuti sacri di seta, oro e argento</hi><hi rend="CharOverride-1">,</hi><hi rend="CharOverride-1"> ivi, pp. 99-102; Id., </hi><hi rend="italic">Le casule di Sant’Atto</hi><hi rend="CharOverride-1">, «Il Tremisse Pistoiese», 76/3, 2001, pp. 23-25; M. M. Simari, </hi><hi rend="italic">Le antiche “vestimenta” di Sant’Atto e una nuova sala del Museo della Cattedrale di Pistoia</hi><hi rend="CharOverride-1">, «Il Tremisse Pistoiese», 76</hi><hi rend="CharOverride-1">/3, 2001, pp. 17-22; M. C. Pagnini e G. Pancani, </hi><hi rend="italic">La casula di Sant’Atto ovvero il tesoro celato del Beato Attone</hi><hi rend="CharOverride-1">, «La Vita», 44, 9 Dicembre 2001, p. 7.</hi></p></item>
				</list><list type="ordered">
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-3"><ref target="OP08849_xml_19_283-297.html#footnote-015-backlink">59</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	Gai,</hi><hi rend="italic"> Ripensare il Medioevo</hi><hi rend="CharOverride-1">,</hi><hi rend="italic"> </hi><hi rend="CharOverride-1">cit., p. 19.</hi></p></item>
				</list><list type="ordered">
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-3"><ref target="OP08849_xml_19_283-297.html#footnote-014-backlink">60</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	Beani, </hi><hi rend="italic">La cattedrale</hi><hi rend="CharOverride-1">, cit., p. 143.</hi></p></item>
				</list><list type="ordered">
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-3"><ref target="OP08849_xml_19_283-297.html#footnote-013-backlink">61</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	Ibid. </hi></p></item>
				</list><list type="ordered">
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-3"><ref target="OP08849_xml_19_283-297.html#footnote-012-backlink">62</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	Ibid.</hi></p></item>
				</list><list type="ordered">
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-3"><ref target="OP08849_xml_19_283-297.html#footnote-011-backlink">63</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	Ivi, nota 1, p. 147.</hi></p></item>
				</list><list type="ordered">
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-3"><ref target="OP08849_xml_19_283-297.html#footnote-010-backlink">64</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	Ivi, p. 145. </hi></p></item>
				</list><list type="ordered">
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-3"><ref target="OP08849_xml_19_283-297.html#footnote-009-backlink">65</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	Ibid. </hi></p></item>
				</list><list type="ordered">
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-3"><ref target="OP08849_xml_19_283-297.html#footnote-008-backlink">-1</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	Gai, </hi><hi rend="italic">L’immagine nell’arte sacra</hi><hi rend="CharOverride-1">, cit., pp. 50-51, 54-55; Tuci, </hi><hi rend="italic">Pistoia, Museo della Cattedrale</hi><hi rend="CharOverride-1">, cit., pp. 178-179; Peri, </hi><hi rend="italic">Paramenti liturgici</hi><hi rend="CharOverride-1">,</hi><hi rend="italic"> </hi><hi rend="CharOverride-1">cit., pp. 99-102; Id., </hi><hi rend="italic">Le casule di Sant’Atto</hi><hi rend="CharOverride-1">, cit., pp. 23-25; Simari, </hi><hi rend="italic">Le antiche “vestimenta”</hi><hi rend="CharOverride-1">, cit., pp.</hi><hi rend="italic"> </hi><hi rend="CharOverride-1">17-22; Pagnini e Pancani, </hi><hi rend="italic">La casula di Sant’Atto</hi><hi rend="CharOverride-1">, cit., n. 44.</hi><hi rend="italic"> </hi><hi rend="CharOverride-1">Cfr. anche il contributo di Peri al presente volume.</hi></p></item>
				</list><list type="ordered">
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-3"><ref target="OP08849_xml_19_283-297.html#footnote-007-backlink">-1</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	Peri, </hi><hi rend="italic">Le casule di Sant’Atto</hi><hi rend="CharOverride-1">, cit., pp. 23-24, 100-101.</hi></p></item>
				</list><list type="ordered">
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-3"><ref target="OP08849_xml_19_283-297.html#footnote-006-backlink">-1</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	Pagnini e Pancani, </hi><hi rend="italic">La casula di Sant’Atto</hi><hi rend="CharOverride-1">, cit., p. 7. </hi></p></item>
				</list><list type="ordered">
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-3"><ref target="OP08849_xml_19_283-297.html#footnote-005-backlink">-1</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	ACP, D 50, </hi><hi rend="italic">Inventario del Tesoro</hi><hi rend="CharOverride-1">, cit., p. 14; Tuci, </hi><hi rend="italic">Pistoia, Museo della cattedrale</hi><hi rend="CharOverride-1">, cit., p. 178; Gai, </hi><hi rend="italic">Reliquiario di San Zeno</hi><hi rend="CharOverride-1">, in Afflitto e Masdea (a cura di), </hi><hi rend="italic">Arte Sacra</hi><hi rend="CharOverride-1">, cit., p. 59.</hi></p></item>
				</list><list type="ordered">
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-3"><ref target="OP08849_xml_19_283-297.html#footnote-004-backlink">-1</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	Gai, </hi><hi rend="italic">Calice di sant’Atto</hi><hi rend="CharOverride-1">, ivi, p. 50.</hi></p></item>
				</list><list type="ordered">
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-3"><ref target="OP08849_xml_19_283-297.html#footnote-003-backlink">-1</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	Gai, </hi><hi rend="italic">Croce-reliquiario</hi><hi rend="CharOverride-1">, ivi, p. 54.</hi></p></item>
				</list><list type="ordered">
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-3"><ref target="OP08849_xml_19_283-297.html#footnote-002-backlink">-1</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	Beani, </hi><hi rend="italic">La cattedrale</hi><hi rend="CharOverride-1">, cit., pp. 146-149. </hi></p></item>
				</list><list type="ordered">
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-3"><ref target="OP08849_xml_19_283-297.html#footnote-001-backlink">-1</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	Ivi, p. 148.</hi></p></item>
				</list><list type="ordered">
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-3"><ref target="OP08849_xml_19_283-297.html#footnote-000-backlink">-1</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	Ibid.</hi></p></item>
				</list><p rend="editorial_metadata_author">Rossana Cecchini, University of Pisa, Italy, <ref target="https://www.fupress.com">cecchinirossana@gmail.com</ref></p><p rend="editorial_metadata_polices">Referee List (DOI 1<ref target="https://doi.org/10.36253/fup_referee_list">0.36253/fup_referee_list</ref>)</p><p rend="editorial_metadata_polices">FUP Best Practice in Scholarly Publishing (DOI <ref target="https://doi.org/10.36253/fup_best_practice">10.36253/fup_best_practice</ref>)</p><p rend="editorial_metadata_book">Rossana Cecchini, <hi rend="italic">Il corpo di sant’Atto: dalla sepoltura alle reliquie</hi>, © Author(s), <ref target="https://www.fupress.com">CC BY 4.0</ref>, DOI <ref target="https://www.fupress.com">10.36253/979-12-215-0335-7.13</ref>, in Francesco Salvestrini (edited by), <hi rend="CharOverride-4">Atto abate vallombrosano e vescovo di Pistoia. Bilancio storiografico e prospettive di ricerca sulla vita e l’opera di un protagonista del XII secolo</hi>, pp. -16, 2024, published by Firenze University Press, ISBN 979-12-215-0335-7, DOI <ref target="https://www.fupress.com">10.36253/979-12-215-0335-7</ref></p></div>
      
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