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        <title type="main" level="a">Atto e i Pistoiesi</title>
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          <resp>This is a section of <title>Atto abate vallombrosano e vescovo di Pistoia</title>(DOI: <idno type="DOI">10.36253/979-12-215-0335-7</idno>) by </resp>
          <name>Francesco Salvestrini</name>
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        <publisher>Firenze University Press</publisher>
        <pubPlace>Florence</pubPlace>
        <date when="2024">2024</date>
        <idno type="DOI">https://doi.org/10.36253/979-12-215-0335-7.16</idno>
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        <p>In the relationship between bishop Atto and the Pistoiese people, two periods should be distinguished: the one during his life (1133-1153) characterized by political-economic conflict culminating with the excommunication of the magistrates of the Municipality and by the subsequent reconciliation through the purchase of the relics of saint Jacob and the cult of the patron; and the other one after his death. The accidental discovery of his uncorrupted body in 1337 (it has remained so to our days) and the miracles to him later attributed have given rise to a strong and constant popular devotion even before Atto was officially declared a saint by the Church in 1605</p>
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            <item>devotion</item>
            <item>holiness and civic identity</item>
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      <p>It is available online at https://doi.org/10.36253/979-12-215-0335-7.16<ref target="https://doi.org/10.36253/979-12-215-0335-7.16" /></p>
      
      
      
      <div><head>Atto e i Pistoiesi</head><p rend="h1_author" ><hi rend="CharOverride-1">Maria Valbonesi </hi></p><p rend="h1_indexAbstract"><hi rend="bold">Sommario</hi><hi rend="CharOverride-2">: </hi>Nel rapporto del vescovo Atto (1133-1153) con i pistoiesi bisogna distinguere due tempi: quello della vita, caratterizzato dallo scontro politico-economico, culminante nella scomunica dei magistrati del Comune e nella successiva riconciliazione attraverso l’acquisto della reliquia di san Jacopo e il culto del Santo patrono; e quello della morte. Infatti il suo corpo casualmente ritrovato intatto nel 1337 e tale rimasto fino ai nostri giorni e i miracoli a lui successivamente attribuiti hanno dato luogo a una forte e costante devozione popolare ancor prima che, nel 1605, Atto fosse ufficialmente dichiarato santo dalla Chiesa. Alla sua intercessione si ricorre specialmente nel bisogno di pioggia o di bel tempo.</p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Nel rapporto di Atto con i pistoiesi bisognerà innanzitutto distinguere due tempi, quello determinato della vita e quello indeterminato della morte. Il primo presenta una crescente tensione che arriva alla netta rottura della scomunica e, successivamente, a un processo di riconciliazione sublimata nell’acquisto della reliquia e nel culto del santo patrono.</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">La complessa e difficile situazione politico-religiosa che è già stata ampiamente illustrata nelle precedenti relazioni,</hi><hi rend="CharOverride-1"> Atto doveva conoscerla molto bene a livello sia generale che locale; e con questa consapevolezza dello scontro che l’aspettava a Pistoia si spiega, anche senza ricorrere alla sua umiltà, il ripetuto rifiuto della carica episcopale col quale cercò di evitarlo</hi><hi rend="notes_number CharOverride-3"><hi><ref target="OP08849_xml_25_349-358.html#footnote-028">1</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">. Fa, del resto, prevedere la fermezza con cui avrebbe affrontato il compito la dichiarazione che gli viene attribuita</hi><hi rend="notes_number CharOverride-3"><hi><ref target="OP08849_xml_25_349-358.html#footnote-027">2</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1"> allorché si presentò ai pistoiesi, </hi><hi rend="CharOverride-1">ossia di ritenere che fosse dovere del vescovo occuparsi di questioni temporali e politiche proprio in conseguenza della sua missione altamente spirituale. Consideriamo, infatti, la posizione di Atto in questo scontro così drammaticamente reale e al tempo impossibile. Il Comune vi difende la sua giovane vita e il diritto, proprio di tutti i giovani che ne sono capaci, a crescere, estendersi, svilupparsi – cosa che in passato la Chiesa stessa lo ha incoraggiato e aiutato a fare contro l’autorità imperiale e i grandi signori. Dunque il Comune non ha tutti i </hi><hi rend="CharOverride-1">‘torti’. Ma non avere tutti i torti, anzi avere diverse buone ragioni, non toglie che si possano compiere passi falsi se dal contesto storico ci si sposta ad un metastorico livello di valori non più commensurabili. Infatti il potere economico-politico della Chiesa non si giustifica, come quello delle altre istituzioni, nel proprio ambito terreno,</hi><hi rend="CharOverride-1"> ma fuori di esso, in quanto mezzo per mantenerla libera nell’esercizio del magistero e dell’attività spirituale, che sono supremo interesse di tutti i cristiani, pistoiesi compresi, anche quando preferirebbero non sentirselo dire. Ma siccome la Verità non ammette sconti e proprio il responsabile amore verso i figli vieta di cullarli nell’errore, prescindendo sia dai buoni sentimenti sia dal timore dell’impopolarità, Atto arriva fino al passo estremo della scomunica</hi><hi rend="notes_number CharOverride-3"><hi><ref target="OP08849_xml_25_349-358.html#footnote-026">3</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">: </hi></p><quote rend="quotation_b" ><hi rend="italic">Excomunicamus et a comunione corporis Christi et liminibus Sanctae Matris Ecclesiae separamus </hi><hi rend="CharOverride-1">[…]</hi><hi rend="italic"> maledictos esse censemus</hi><hi rend="notes_number CharOverride-3"><hi><ref target="OP08849_xml_25_349-358.html#footnote-025">-1</ref></hi>.</hi><hi rend="CharOverride-1"> </hi></quote><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">D’altra parte, come fin dal principio sembra aver previsto di dover arrivare a questo strappo, così c’è da credere che molto presto Atto abbia cominciato a pensare anche al modo di ricucirlo –</hi><hi rend="CharOverride-1"> cosa che gli riuscì molto bene mediante la reliquia e il culto di san Jacopo. A questo proposito sono state formulate diverse ipotesi. La più recente, esposta da Lucia Gai nel presente volume</hi><hi rend="CharOverride-1">, è molto interessante, ma fa sorgere un dubbio: se il papa e Atto avevano calcolato il vantaggio che sarebbe derivato a Roma da un eventuale dirottamento del pellegrinaggio, possibile che l’arcivescovo Diego Gelmírez (o il suo successore) non avesse calcolato il discapito che ne sarebbe derivato a Compostella?</hi><hi rend="notes_number CharOverride-3"><hi><ref target="OP08849_xml_25_349-358.html#footnote-024">-1</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1"> E se l’avesse calcolato, è possibile</hi><hi rend="CharOverride-1"> che avesse concesso così di buon grado la reliquia di san Jacopo? Le fonti non consentono di dare risposte certe, ma suggeriscono altre chiavi interpretative. Si può, infatti, avanzare anche una ulteriore ipotesi, tenendo presente non solo il tentativo del 1134-35 di ottenere da Milano le reliquie dei santi Gervasio, Protasio e Vittore</hi><hi rend="notes_number CharOverride-3"><hi><ref target="OP08849_xml_25_349-358.html#footnote-023">-1</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">, ma anche </hi><hi rend="CharOverride-1">la vicenda connessa alla cosiddetta Madonna delle Porrine. Stando ad una consolidata tradizione, nel 1140 la devozione popolare attribuì ad un’immagine della Vergine che era affrescata sul fianco della cattedrale il ‘miracolo’ di aver fatto cessare una terribile epidemia. Atto, che pure due anni prima li aveva scomunicati, collaborò con i magistrati del Comune per assecondare la </hi><hi rend="italic">vox populi</hi><hi rend="CharOverride-1"> e gestire il culto di questa sacra immagine,</hi><hi rend="CharOverride-1"> che divenne un veicolo di riavvicinamento, se non addirittura di riconciliazione, fra autorità civile ed ecclesiastica</hi><hi rend="notes_number CharOverride-3"><hi><ref target="OP08849_xml_25_349-358.html#footnote-022">-1</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">.</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">La consacrazione ufficiale della reliquia di san Jacopo nel luglio del 1145 costituirebbe, dunque, la piena realizzazione di un’idea antica di dieci anni, vanificata dal rifiuto milanese e dimostratasi funzionale già con la Madonna delle Porrine; sarebbe insomma</hi><hi rend="CharOverride-1"> la meta finale di un percorso lineare e autonomo, consapevolmente volto a trovare un livello superiore di unità e di pace nella città di Pistoia, luogo in cui la convivenza civile sembrava – ed era – destinata ad essere sempre più gravemente compromessa dalla faziosità dei suoi abitanti. Aver capito che la cosa di cui questi avevano bisogno era una forza aggregatrice la quale, resistendo alle tendenze disgregatrici, desse coesione e consistenza</hi><hi rend="CharOverride-1"> anche religiosa alla loro identità civile, è merito innegabile del vescovo Atto verso i pistoiesi; merito che, attraverso san Jacopo, estende e reitera indirettamente la sua azione in mezzo a loro durante i secoli violenti del Medioevo e in quelli dell’assorbimento statale durante l’età moderna</hi><hi rend="CharOverride-1">. </hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Dunque la scomunica, con la quale oppone loro la più rigorosa intransigenza, e la reliquia, della quale egli lascia in eredità perpetua la forza pacificatrice – punto e contrappunto dello stesso altissimo senso delle proprie responsabilità pastorali – costituiscono i momenti cruciali del non facile rapporto di Atto vivente con i pistoiesi. Pur andando, senza alcuna indulgenza, contro i loro interessi e diritti, la scomunica formulata in nome della libertà della Chiesa non lo aveva fatto scendere da quel piedistallo morale sul quale la vita immacolata, la rigorosa coerenza, l’</hi><hi rend="CharOverride-1">inesauribile carità cristiana testimoniate da tutti i suoi biografi</hi><hi rend="notes_number CharOverride-3"><hi><ref target="OP08849_xml_25_349-358.html#footnote-021">-1</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1"> lo avevano posto agli occhi del popolo. Questo può spiegare il fatto che poco dopo la sua morte si trovasse già in cattedrale un altare di sant’Atto</hi><hi rend="notes_number CharOverride-3"><hi><ref target="OP08849_xml_25_349-358.html#footnote-020">-1</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">. Come chi dicesse: “santo subito!” – almeno nell’idea dei pistoiesi. Ma allora come si spiega che in seguito per un secolo e mezzo il suo gregge  non abbia più pensato a lui, al punto da perdere di vista il luogo stesso nel quale l</hi><hi rend="CharOverride-1">o aveva seppellito? Gli studiosi sono concordi nell’ammettere il fatto, ma incerti riguardo alle sue cause. Può anche darsi semplicemente che, mentre il sepolcro di Atto si smarriva fra tutti gli spostamenti e le modifiche della cattedrale, qualcosa di simile sia avvenuto alla di lui memoria nelle generazioni successive a quella che della sua ‘santità’ era stata testimone – prese com’erano dallo slancio vitale, produttivo e creativo e dalla violenta passione politica e faziosa cui è improntata la storia di Pistoia fino agli inizi del Trecento</hi><hi rend="CharOverride-1">.</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">In ogni caso, fra tutti i vescovi di Pistoia nessuno è paragonabile al vallombrosano Atto per la capacità di restare, attraverso i secoli, nella vita della Chiesa e della città con una presenza molteplice – diretta e indiretta, fisica, morale e soprannaturale. Presenti si può essere in senso soggettivo, ma anche oggettivo, nel caso in cui  la nostra presenza, il nostro ‘esserci’ sia fortemente sentito dagli altri – e Atto deve esserlo stato molto intensamente in ambedue i sensi quando, nel 1138, scomunicò i consoli Rainaldo e Monaco per aver usurpato a vantaggio del Comune funzioni e privilegi della Chiesa; e poi, indirettamente e oggettivamente, come abbiamo visto, con l’impronta indelebile del culto di san Jacopo, che sembra concludere la sua </hi><hi rend="CharOverride-1">avventura terrena. Ma in seguito, oltre al culto dell’apostolo, egli ha trovato anche un’altra via per rinnovare la propria presenza e continuare ad esercitare la carità nella diocesi, dalla cui ‘cura’, a quanto pare, non si sentiva dispensato per il fatto puramente accidentale di essere morto. Infatti il 21 giugno del 1337 da un sepolcro dimenticato egli riemerse, in abiti pontificali, «intero e inleso così come fu sotterrato</hi><hi rend="CharOverride-1">»</hi><hi rend="notes_number CharOverride-3"><hi><ref target="OP08849_xml_25_349-358.html#footnote-019">-1</ref></hi></hi><hi rend="italic"> </hi><hi rend="CharOverride-1">e accompagnato da un’inequivocabile iscrizione. Un evento straordinario, anzi ‘miracoloso’, che determinò un nuovo e diverso rapporto con i pistoiesi. Anche in questo caso, come nel precedente, si distinguono due momenti, però non, come in quello, antitetici su posizioni estreme, ma consequenziali lungo un’unica linea di sviluppo</hi><hi rend="CharOverride-1">: il ritrovamento del 1337, seguito immediatamente da una nuova entusiastica proclamazione popolare di santità; e infine, nel 1605, il riconoscimento ufficiale di questa da parte della Chiesa. Due episodi connotati dalla medesima impronta di pubblicità e di possesso esclusivo, situati in momenti storici diversi, ma sempre nell’ambito di una decadenza irreversibile della città. Perché, dopo il terribile assedio del 1305 e l’avventura ‘signorile’ di Castruccio Castracani, Pistoia non era</hi><hi rend="CharOverride-1"> più quella in pieno sviluppo di due secoli prima – essa appariva ormai economicamente superata di gran lunga da Firenze e politicamente libera soltanto di ‘darsi’ a una o ad un’altra dominante, secondo la oscillante fortuna delle sue fazioni; con un vescovo, Ermanno Anastasi, assassinato nel 1321 e il suo successore, Baronto Ricciardi, che stava il più possibile lontano dalla propria sede per non farvi la stessa fine. Si può pertanto supporre che nel 1337 </hi><hi rend="CharOverride-1">all’entusiasmo per il Santo ritrovato abbia contribuito il corroborante sentimento di un’appartenenza esclusiva, perché, diversamente da Jacopo, il quale assai prima e ben più che alla città toscana apparteneva a Compostella, Atto, che dopo una ‘vacanza’ secolare era tornato fisicamente in mezzo ai concittadini, era</hi><hi rend="CharOverride-1"> dei pistoiesi e soltanto loro, e unicamente loro avevano il diritto di contare sulla sua protezione. </hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">A questo sentimento corrisponde l’esuberanza celebrativa e devozionale di cui possiamo farci un’idea ripercorrendo alcuni passaggi di questa postuma avventura della carne – peraltro ampiamente documentata negli archivi del Capitolo e dell’Opera di S</hi><hi rend="CharOverride-1">ant’Jacopo, nelle cronache, nei diari, nelle biografie; e da alcuni specifici punti di vista ricostruita dalle precedenti relazioni di questo convegno. Limitiamoci perciò a notare quello che è forse il suo carattere peculiare: una pubblicità insistente, per non dire esasperata, che talvolta diventa quasi mancanza di riguardo (non dimentichiamo</hi><hi rend="CharOverride-1">, infatti, che un conto è la semplice reliquia, avulsa dal contesto fisico e praticamente saldata al suo prezioso contenitore, e ben altro conto un corpo il quale – morto – ha da ‘tenersi insieme’ e conservare la dignità di una forma unitaria molto complessa quasi come se fosse vivo). Non appena ritrovato, quello del vescovo Atto fu spogliato e – verificato che era </hi><hi rend="italic">integrum, solidum, sine aliqua diminutione</hi><hi rend="notes_number CharOverride-3"><hi><ref target="OP08849_xml_25_349-358.html#footnote-018">-1</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1"> e profumatissimo – venne messo in una </hi><hi rend="italic">capsa katricolata de ferro </hi><hi rend="CharOverride-1">[…] </hi><hi rend="italic">et sic publice et manifeste tota illa die permansit</hi><hi rend="notes_number CharOverride-3"><hi><ref target="OP08849_xml_25_349-358.html#footnote-017">-1</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">. Dentro la stessa o altra «cassa a grate fatta all’usanza di que’ tempi acciò potesse esser visto» rimase nella sacrestia di Sant’Jacopo, finché presso la </hi><hi rend="CharOverride-1">cappella del medesimo santo fu pronta per lui la nuova «arca di legno, agli occhi di tutti esposta»</hi><hi rend="notes_number CharOverride-3"><hi><ref target="OP08849_xml_25_349-358.html#footnote-016">-1</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">. Così di secolo in secolo Atto passa da un’arca all’altra, sempre più belle, elaborate, foderate, dipinte, «messe a oro» – fino ad approdare nel 1603 ad una marmorea cappella tutta sua: ancora una volta </hi><hi rend="italic">publice et manifeste</hi><hi rend="CharOverride-1">.</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Nel 1426</hi><hi rend="CharOverride-4"> </hi><hi rend="CharOverride-1">gli Operai di San Jacopo «ordinorno che sempre che s’aprisse l’arca di Santo Atto ciascuno cappellano di S. Jacopo, detta la sua messa in cappella andasse con il pievale a visitare detto Santo, e quivi stesse sino che quell’altro cappellano avesse detto la sua messa e venisse a cambiarlo […] pena soldi 5»</hi><hi rend="notes_number CharOverride-3"><hi><ref target="OP08849_xml_25_349-358.html#footnote-015">-1</ref></hi></hi><hi rend="notes_number CharOverride-1">.</hi><hi rend="CharOverride-1"> A parte che col passare del tempo e la svalutazione della moneta molti cappellani preferivano pagare la multa piuttosto che passare un’ora davanti a sant’Atto, abbiamo qui, chiarissima, una delle tante testimonianze che «questo sanctissimo corpo» non era tenuto coperto e protetto come ci si aspetterebbe, ma con sorprendente facilità e frequenza veniva scoperto ed esposto all’aria aperta, agli occhi di tutti, anche prima della canonizzazione; dopo la quale, più regolarmente, «ogni</hi><hi rend="CharOverride-1"> terza domenica d’ogni mese mostriamo il suo glorioso corpo, e tanto vi sta aperto quanto le messe son dette»</hi><hi rend="notes_number CharOverride-3"><hi><ref target="OP08849_xml_25_349-358.html#footnote-014">-1</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">. Ma il momento culminante della pubblicità – e dello </hi><hi rend="italic">stress</hi><hi rend="CharOverride-1"> – era toccato con la processione, che non solo esponeva il Santo, ma lo portava in mezzo al suo popolo, a immediato contatto con la</hi><hi rend="CharOverride-1"> vita cittadina: tanto che nel 1779</hi></p><quote rend="quotation_b" ><hi rend="CharOverride-1">lo fermarono alla Dogana (dove ebbero motivo i pistoiesi di dire che bollarono il corpo di S. Atto come i barili) e qui la processione andò molto a scandolo ed era rotto il baldacchino bono regalato da mons. Alamanni, dove ancora qui ebbero da ridire. Insomma fu riportato in chiesa e posto sopra l’altar maggiore. Infiniti erano i fedeli con la torcia di Venezia che dicono che fossero da 1500 e per dire la verità fu una delle solenni funzioni che io abbia visto in Pistoia</hi><hi rend="notes_number CharOverride-3"><hi><ref target="OP08849_xml_25_349-358.html#footnote-013">-1</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">.</hi></quote><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Insomma, sembra quasi che i pistoiesi, quanto più l’hanno temuto e rispettato da vivo, tanto più, con una singolare inversione del primo rapporto, abbiano teso a prendere confidenza con Atto da morto: pretendendo da lui che – sia per mantenersi all’altezza di sé stesso</hi><hi rend="CharOverride-1">, sia per compensarli dell’antica severità – si tenesse pronto con la sua miracolosa conservazione e presenza fisica a intervenire nelle loro faccende tutte le volte che ce ne fosse bisogno. Si trattava di una sfida che era anche fiduciosa pretesa (si partiva dal presupposto che lui non avrebbe mai mancato di</hi><hi rend="CharOverride-1"> venire incontro alle aspettative); una pretesa alla quale Atto ha risposto opponendo vittoriosamente la resistenza del suo antichissimo corpo a strapazzi di ogni genere: spoliazioni, ricognizioni</hi><hi rend="notes_number CharOverride-3"><hi><ref target="OP08849_xml_25_349-358.html#footnote-012">-1</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">, vestizioni</hi><hi rend="notes_number CharOverride-3"><hi><ref target="OP08849_xml_25_349-358.html#footnote-011">-1</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">, traslazioni, esposizioni, processioni e mutilazioni; e al tempo stesso, ora che non ha più le responsabilità del governo pastorale, venendo incontro ai loro bisogni con la paterna comprensione e disponibilità del santo – come i pistoiesi si sentono in diritto di aspettarsi da lui anche senza il permesso di Roma.</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Finalmente le congiunte insistenze dell’Ordine vallombrosano e della diocesi di Pistoia ottennero che, in data 5 gennaio 1605, una bolla di papa Clemente VIII dichiarasse Atto ufficialmente santo, fissandone la ricorrenza il 22 maggio.</hi><hi rend="CharOverride-1"> A dare ulteriore importanza e solennità all’evento contribuì la richiesta di una reliquia del nuovo confessore da parte sia dell’abbazia vallombrosana di Passignano in Chianti, sia di Badajoz, sua presunta città natale. Non che i pistoiesi non lo facessero pesare – tuttavia finirono per concedere che da ambedue le braccia di Atto fosse prelevato, con tutti i possibili riguardi, «l’osso vicino alla mano, detto ulna». Così Atto, che aveva fatto venire da Compostella le sacre </hi><hi rend="italic">exuviae</hi><hi rend="CharOverride-1"> di san Jacopo, si faceva a sua volta reliquia per venire incontro al medesimo bisogno umano di trovare conferma alla fede in qualche riferimento sensibile e di toccare con mano, per così dire, la santità. </hi><hi rend="CharOverride-1">E se per lui fu occasione di rinnovare la sua caritatevole e indulgente benevolenza (fare il santo è più facile che fare il vescovo), sia attraverso questa duplice offerta di sé, sia attraverso i nuovi miracoli</hi><hi rend="notes_number CharOverride-3"><hi><ref target="OP08849_xml_25_349-358.html#footnote-010">-1</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1"> con i quali veniva corroborando la devozione dei fedeli, ai pistoiesi la canonizzazione di Atto offrì anche un prezioso appiglio per la loro precaria tenuta e identità civile. Infatti agli inizi del Seicento, ormai totalmente inserita nel granducato di Toscana e altrettanto incapace di sentirsene parte, Pistoia si trovava in uno stato di </hi><hi rend="CharOverride-1">sostanziale depressione politica e di contrazione dell’attività economica</hi><hi rend="notes_number CharOverride-3"><hi><ref target="OP08849_xml_25_349-358.html#footnote-009">-1</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">. La valorizzazione di qualcosa che fosse soltanto suo assumeva un’importanza che in altre circostanze non avrebbe</hi><hi rend="CharOverride-1"> avuto. Per Atto, santo ormai a tutti gli effetti, fu eretta in cattedrale una nuova cappella di marmo, con altare e arca listata d’argento, e l’elenco dei suoi miracoli venne esposto in bella vista</hi><hi rend="notes_number CharOverride-3"><hi><ref target="OP08849_xml_25_349-358.html#footnote-008">-1</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">. Per consegnarne la reliquia all’abate e ai monaci di Passignano tutta Pistoia – laici ed ecclesiastici, secolari e regolari, autorità e popolo – si mobilitò in pompa magna.</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">D’altra parte, proprio in queste solenni celebrazioni così entusiasticamente partecipate si scopre a tratti, come dagli strappi di una ricca veste, la decadenza materiale e morale della città.</hi><hi rend="CharOverride-1"> Per esempio, si decise di realizzare il nuovo altare di sant’Atto, come scrive il proposto Giovambattista Cancellieri, «a ornamento di </hi><hi rend="italic">stucchi</hi><hi rend="CharOverride-1"> […] e più volentieri si sarìa fatto di marmi, ma la città non può spendere, né di Firenze viene concesso»</hi><hi rend="notes_number CharOverride-3"><hi><ref target="OP08849_xml_25_349-358.html#footnote-007">-1</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">. E la consegna della reliquia fu</hi><hi rend="italic"> </hi><hi rend="CharOverride-1">«con scandalo» rinviata per meschine questioni di precedenza e dispettoso puntiglio fra vescovo, canonici e gonfaloniere</hi><hi rend="notes_number CharOverride-3"><hi><ref target="OP08849_xml_25_349-358.html#footnote-006">-1</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">. Comunque il culto dell’antico presule v</hi><hi rend="CharOverride-1">enne non solo incrementato, ma regolato, a cominciare dalla festa del 22 maggio (che nel 1715 il gonfaloniere chiese diventasse festa di precetto) nella quale, dopo i vespri solenni del giorno precedente, «con somma venerazione e concorso di Popolo dalla città, e contado</hi><hi rend="italic"> </hi><hi rend="CharOverride-1">viene scoperto, siccome ancora si fa nell’altre feste più principali»,</hi><hi rend="italic"> </hi><hi rend="CharOverride-1">fra cui, almeno nei primi tempi, la terza domenica di ogni mese «</hi><hi rend="CharOverride-1">e massime nell’occasione di doversi ricorrere a Dio per qualche grave necessità», con messa cantata e panegirico alla presenza del vescovo, dei magistrati del Comune e degli Operai di San Jacopo, con finale benedizione delle Rose «che si dispensano al popolo per divozione»</hi><hi rend="notes_number CharOverride-3"><hi><ref target="OP08849_xml_25_349-358.html#footnote-005">-1</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">. Non solo. «Furono deputati i giorni Paschali e altri da scoprirlo al popolo</hi><hi rend="italic"> </hi><hi rend="CharOverride-1">con </hi><hi rend="CharOverride-1">veneratione di lumi, preci i inni […]</hi><hi rend="notes_number CharOverride-3"><hi><ref target="OP08849_xml_25_349-358.html#footnote-004">-1</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1"> a Archa aperta e senza cristallo»</hi><hi rend="notes_number CharOverride-3"><hi><ref target="OP08849_xml_25_349-358.html#footnote-003">-1</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">.</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Di tutte queste cerimonie e manifestazioni devote ricorre continuamente testimonianza, oltre che nelle biografie di Atto, nei numerosi libri di ricordi, cronache e diari del Sei-Settecento, sempre con la consueta impronta di concretezza fisica, possessiva familiarità e obbligante fiducia che certo il pastore </hi><hi rend="CharOverride-1">non ci abbandonerà nel bisogno, specialmente di salute, e – da quando si era tornati a vivere di agricoltura – di pioggia e di bel tempo. Prendiamo il diario del signor Ranieri Rossi Melocchi: «8 Aprile 1779 – Venne in mente al Vescovo e a quel coglione del gonfaloniere Fabio Baldinotti di far ripulire il corpo del nostro glorioso S. Atto. Dunque il giorno alle ore 3 […] lo levarono e fu ripulito e poi lo portarono nel Tesoro, perché il giorno di S. Atto lo vogliono mettere sopra l’altar maggiore»</hi><hi rend="notes_number CharOverride-3"><hi><ref target="OP08849_xml_25_349-358.html#footnote-002">-1</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">.</hi><hi rend="italic"> </hi><hi rend="CharOverride-1">E il 18 gennaio</hi><hi rend="CharOverride-1"> 1786, al tempo del presule riformatore Scipione de’ Ricci: «Non è più come una volta che si scoprivano le sante immagini specialmente il nostro protettore S. Atto, che subito ci faceva la grazia. Ora bisogna tacere»</hi><hi rend="notes_number CharOverride-3"><hi><ref target="OP08849_xml_25_349-358.html#footnote-001">-1</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">.</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Ma Atto non era soltanto il «celeste disciplinatore / del mutuo scambio fra la pioggia e il sole</hi><hi rend="CharOverride-1">»</hi><hi rend="notes_number CharOverride-3"><hi><ref target="OP08849_xml_25_349-358.html#footnote-000">-1</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">, e avrebbe di certo provveduto anche a liberare i cittadini dal poco amato vescovo giansenista – almeno secondo questo scambio di battute che circolava a Pistoia verso la fine degli anni Ottanta del secolo:</hi></p><quote rend="quotation_b" ><hi rend="CharOverride-1">«Atto, che s’ha a far di questo matto? </hi><hi rend="CharOverride-1">[…] O vergine Maria, mandalo via».</hi></quote><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Cosa che, come sappiamo, di lì a poco la Madonna puntualmente fece.</hi></p><p><graphic url="OP08849_xml_25_349-358-web-resources/image/VALBONESI_-_Da_Passignano_1.jpg" rend="img _idGenObjectAttribute-1" mimeType="image/jpeg"/></p><p rend="caption_figure" ><hi rend="CharOverride-1">Figura 1 – Benedetto Veli (1564-1639), Esposizione del corpo di san Atto, affresco, Abbazia di Passignano (Barberino-Tavarnelle, FI).</hi></p><p><graphic url="OP08849_xml_25_349-358-web-resources/image/VALBONESI_-_da_Passignano_2.jpg" rend="img _idGenObjectAttribute-1" mimeType="image/jpeg"/></p><p rend="caption_figure" ><hi rend="CharOverride-1">Figura 2 – Benedetto Veli (1564-1639), La consegna delle reliquie di san Giacomo, affresco, Abbazia di Passignano (Barberino-Tavarnelle, FI).</hi></p><list type="ordered">
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-3"><ref target="OP08849_xml_25_349-358.html#footnote-028-backlink">1</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	«Narrano che per tre volte fosse invitato il beato Atto ad accettare l’episcopato, e che per tre volte lo rifiutasse» (G. Breschi, </hi><hi rend="italic">Storia di S. Atto vescovo di Pistoia</hi><hi rend="CharOverride-1">, </hi><hi rend="CharOverride-1">Malachia Toni,</hi><hi rend="italic"> </hi><hi rend="CharOverride-1">Pistoia 1855, p. 130). La notizia è brevemente ripresa da Q. Santoli, </hi><hi rend="italic">Pistoia ai tempi di S. Atto</hi><hi rend="CharOverride-1">, «Bullettino Storico Pistoiese», 55/2, 1953, pp. </hi><hi rend="CharOverride-1">57-75: 65, più ampiamente confermata e documenta da A. Degl’Innocenti, </hi><hi rend="italic">Attone, agiografo e santo nella memoria vallombrosana e pistoiese</hi><hi rend="CharOverride-1">, in A. Benvenuti e R. Nelli (a cura di), </hi><hi rend="italic">Culto dei santi e culto dei luoghi nel Medioevo pistoiese.</hi><hi rend="CharOverride-1"> Atti</hi><hi rend="italic"> </hi><hi rend="CharOverride-1">del</hi><hi rend="italic"> </hi><hi rend="CharOverride-1">convegno</hi><hi rend="italic"> </hi><hi rend="CharOverride-1">di</hi><hi rend="italic"> </hi><hi rend="CharOverride-1">studi (Pistoia, 16-18 maggio 2008), Società Pistoiese di Storia Patria, Pistoia 2010, pp. 97-112: 102-103.</hi></p></item>
				</list><list type="ordered">
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-3"><ref target="OP08849_xml_25_349-358.html#footnote-027-backlink">2</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	Breschi, </hi><hi rend="italic">Storia di S. Atto</hi><hi rend="CharOverride-1">,</hi><hi rend="italic"> </hi><hi rend="CharOverride-1">cit., pp. 139-140.</hi></p></item>
				</list><list type="ordered">
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-3"><ref target="OP08849_xml_25_349-358.html#footnote-026-backlink">3</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	Su questo momento così drammatico della storia di Pistoia si veda M. Valbonesi, </hi><hi rend="italic">I vescovi di Pistoia dal 1137 al 1780</hi><hi rend="CharOverride-1">, Editrice CRT, Pistoia 1997, pp. 15-28.</hi></p></item>
				</list><list type="ordered">
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-3"><ref target="OP08849_xml_25_349-358.html#footnote-025-backlink">-1</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	Breschi, </hi><hi rend="italic">Storia di S. Atto</hi><hi rend="CharOverride-1">, cit., p. 256.</hi></p></item>
				</list><list type="ordered">
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-3"><ref target="OP08849_xml_25_349-358.html#footnote-024-backlink">-1</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	Ma cfr. quanto scrive in proposito L. Gai, </hi><hi rend="italic">Santiago el Mayor patrono di Pistoia: per una rilettura storiografica</hi><hi rend="CharOverride-1">, in P. Caucci von Saucken (coordinatore), </hi><hi rend="italic">Iacobus patronus</hi><hi rend="CharOverride-1">, X Congreso internacional de estudios jacobeos (Santiago de Compostela, 9-11 novembre 2017), Xunta de Galicia, Santiago de Compostela 2020, pp. 329-399.</hi></p></item>
				</list><list type="ordered">
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-3"><ref target="OP08849_xml_25_349-358.html#footnote-023-backlink">-1</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	A questo proposito cfr. N. Rauty, </hi><hi rend="italic">Rapporti di Atto, vescovo di Pistoia, con il clero e le istituzioni ecclesiastiche lombarde</hi><hi rend="CharOverride-1">, «Bullettino Storico Pistoiese», 97, 1995, pp. 3-26; e anche Id., </hi><hi rend="italic">Il vescovo Atto e il suo culto a Pistoia</hi><hi rend="CharOverride-1">, «Tremisse Pistoiese», 1-2, 2003, pp. 16-20.</hi><hi rend="italic"> </hi></p></item>
				</list><list type="ordered">
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-3"><ref target="OP08849_xml_25_349-358.html#footnote-022-backlink">-1</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	Cfr. C. Acidini Luchinat, </hi><hi rend="italic">La cattedrale di San Zeno a Pistoia</hi><hi rend="CharOverride-1">, atlante fotografico di A. Amendola, Silvana Editoriale, Cinisello Balsamo (MI) 2003, p. 23; M. Valbonesi, </hi><hi rend="italic">Madonne miracolose nel cuore di Pistoia</hi><hi rend="CharOverride-1">, Diocesi di Pistoia, Pistoia 2014, pp. 9-25. </hi></p></item>
				</list><list type="ordered">
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-3"><ref target="OP08849_xml_25_349-358.html#footnote-021-backlink">-1</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	 Cosimo Bracciolini, Francesco Forteguerri, Giustiniano Marchetti, Ludovico Sanllorente, Giovanni Breschi, Sabatino Ferrali. «Anche fuori di Toscana era venerato il nome del vescovo Atto come d’un santo»</hi><hi rend="italic"> </hi><hi rend="CharOverride-1">(Breschi, </hi><hi rend="italic">Storia di S. Atto</hi><hi rend="CharOverride-1">, cit., p. 170).</hi><hi rend="italic"> </hi><hi rend="CharOverride-1">Ma questo tema della sua grande dottrina, onestà e santa vita torna immancabilmente in ogni tipo di fonte.</hi></p></item>
				</list><list type="ordered">
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-3"><ref target="OP08849_xml_25_349-358.html#footnote-020-backlink">-1</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	Vedi Rauty, </hi><hi rend="italic">Il vescovo Atto</hi><hi rend="CharOverride-1"> </hi><hi rend="CharOverride-1">cit., p. 19; R. Argenziano, </hi><hi rend="italic">L’iconografia del beato Atto vescovo di Pistoia</hi><hi rend="CharOverride-1">,</hi><hi rend="italic"> </hi><hi rend="CharOverride-1">in Benvenuti e Nelli (a cura di), </hi><hi rend="italic">Culto dei santi e culto dei luoghi</hi><hi rend="CharOverride-1">,</hi><hi rend="italic"> </hi><hi rend="CharOverride-1">cit., pp. 113-142: 116.</hi></p></item>
				</list><list type="ordered">
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-3"><ref target="OP08849_xml_25_349-358.html#footnote-019-backlink">-1</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	Breschi, </hi><hi rend="italic">Storia di S. Atto</hi><hi rend="CharOverride-1">, cit., p. 279. E, con qualche variante, «Incorrotto, e spirante odore, e fragranza di Paradiso»</hi><hi rend="italic"> </hi><hi rend="CharOverride-1">(G. Dondori, </hi><hi rend="italic">Della pietà di Pistoia</hi><hi rend="CharOverride-1">, Fortunati,</hi><hi rend="italic"> </hi><hi rend="CharOverride-1">Pistoia 1666, p. </hi><hi rend="CharOverride-1">212) e così via.</hi></p></item>
				</list><list type="ordered">
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-3"><ref target="OP08849_xml_25_349-358.html#footnote-018-backlink">-1</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	G. Marchetti, </hi><hi rend="italic">Della vita e lodi di Santo Atto vescovo di Pistoia, nativo della città di Pace detta Badayoz in Portogallo,</hi><hi rend="CharOverride-1"> Fortunati, Pistoia 1630, p. 103. </hi></p></item>
				</list><list type="ordered">
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-3"><ref target="OP08849_xml_25_349-358.html#footnote-017-backlink">-1</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	Ivi, pp. 103-104.</hi></p></item>
				</list><list type="ordered">
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-3"><ref target="OP08849_xml_25_349-358.html#footnote-016-backlink">-1</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	Dondori, </hi><hi rend="italic">Della pietà di Pistoia</hi><hi rend="CharOverride-1">, cit., p. 213. </hi></p></item>
				</list><list type="ordered">
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-3"><ref target="OP08849_xml_25_349-358.html#footnote-015-backlink">-1</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	Pistoia, Biblioteca Comunale Forteguerriana, Racc. Chiappelli, 142, vol. II: P. Arferuoli, </hi><hi rend="italic">Historie delle cose più notevoli seguite in Toscana e in particolare a Pistoia</hi><hi rend="CharOverride-1">, p. 71. </hi></p></item>
				</list><list type="ordered">
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-3"><ref target="OP08849_xml_25_349-358.html#footnote-014-backlink">-1</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	Marchetti, </hi><hi rend="italic">Della vita e lodi</hi><hi rend="CharOverride-1">, cit., p. 124.</hi></p></item>
				</list><list type="ordered">
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-3"><ref target="OP08849_xml_25_349-358.html#footnote-013-backlink">-1</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	Pistoia, Biblioteca Comunale Forteguerriana, Racc. Chiappelli, 215: R. Rossi Melocchi, </hi><hi rend="italic">Diario pistoiese 1777-1788</hi><hi rend="CharOverride-1">, p. 204.</hi></p></item>
				</list><list type="ordered">
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-3"><ref target="OP08849_xml_25_349-358.html#footnote-012-backlink">-1</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	La visita o ricognizione più solenne </hi><hi rend="CharOverride-1">fu quella del 1606, prima che il corpo fosse trasferito – ufficialmente santo – nella sua cappella, sotto il risplendente cristallo della nuova arca. L’ispezione più ‘scientifica’ – prima dell’ultima descritta nel presente volume</hi><hi rend="italic"> – </hi><hi rend="CharOverride-1">fu quella effettuata nel 1953, ottavo centenario della sua «preziosa morte</hi><hi rend="CharOverride-1">»,</hi><hi rend="italic"> </hi><hi rend="CharOverride-1">dal professor Mario Romagnoli, che eseguì «rilievi somatici e radiografici» in base ai quali il santo corpo «apparisce perfettamente integro, con le carni risecchite, le ossa e le cartilagini indurite e complete» (S. Ferrali, </hi><hi rend="italic">Vita di S. Atto monaco vallombrosano e vescovo di Pistoia</hi><hi rend="CharOverride-1">,</hi><hi rend="CharOverride-1"> Tip. Pistoiese, Pistoia 1953, p. 68). </hi></p></item>
				</list><list type="ordered">
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-3"><ref target="OP08849_xml_25_349-358.html#footnote-011-backlink">-1</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	I numerosi trasferimenti offrirono occasione non solo di ‘visitare’ il corpo di Atto, ma anche di rivestirlo di nuovi abiti pontificali. I primi, con i quali era stato trovato, si conservavano in un’apposita cassetta, «saldi, belli e quasi nuovamente staccati dalla pezza ancora doppo 477 anni» (Marchetti, </hi><hi rend="italic">Della vita e lodi</hi><hi rend="CharOverride-1">, cit., p. 120). E così il lenzuolo nel quale era stato provvisoriamente avvolto, che Giustiniano Marchetti afferma essergli stato mostrato «ultimamente in una cassetta coperta di drappo dal prete Pandolfo Arferuoli» (Marchetti, </hi><hi rend="italic">Della vita e lodi</hi><hi rend="CharOverride-1">, cit.,</hi><hi rend="CharOverride-1"> p. 130). L’argomento è peraltro specificamente trattato in questo volume dalla relazione di Peri. </hi></p></item>
				</list><list type="ordered">
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-3"><ref target="OP08849_xml_25_349-358.html#footnote-010-backlink">-1</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	Dopo la morte – non prima – venivano attribuiti a sant’Atto molti miracoli, soprattutto quello, per così dire, continuo e tradizionale di procurare ai pistoiesi pioggia e bel tempo secondo il loro bisogno: «chi vi ha fra noi che non sia stato spettatore di favori segnalatissimi ottenuti per</hi><hi rend="CharOverride-1"> la invocazione del santo vescovo, quando la siccità o le stemperate piogge minacciando i prodotti della terra, si è pregato con fervore e con fede innanzi alle sue sacratissime spoglie?» (Breschi, </hi><hi rend="italic">Storia di S. Atto</hi><hi rend="CharOverride-1">, cit. p. 235). Miracoli di altra natura – guarigioni, scampati pericoli e simili – sono poi ricordati in due elenchi. Uno si trova in appendice alla Biografia di G. Breschi, l’altro a conclusione di una </hi><hi rend="italic">Vita di S. Atto vescovo di Pistoia e canzone sacra al beato Atto per la pace d’Europa</hi><hi rend="CharOverride-1">,</hi><hi rend="italic"> </hi><hi rend="CharOverride-1">Libreria Ligure,</hi><hi rend="italic"> </hi><hi rend="CharOverride-1">s. ed., 1855</hi><hi rend="italic">.</hi><hi rend="CharOverride-1"> La canzone è firmata da Luigi Pratesi, il testo storico da G. Silvestri. Curiosamente in questo secondo elenco viene riportato come miracolo il caso di «un certo nobile pistoiese cui era stata affidata notevole somma da erogarsi nell’ornamento dell’arca sacra ed avendola dilapidata, allontanatosi da Pistoia instantaneamente perì» (</hi><hi rend="italic">Vita</hi><hi rend="CharOverride-1"> cit., p. 19). «Ma il fatto prodigioso e innegabile noi l’abbiamo continuamente sotto gli occhi nella mirabile conservazione della salma incorrotta» (Breschi, </hi><hi rend="italic">Storia di S. Atto</hi><hi rend="CharOverride-1">, cit., p. 236).</hi></p></item>
				</list><list type="ordered">
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-3"><ref target="OP08849_xml_25_349-358.html#footnote-009-backlink">-1</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	Cfr. A. Cipriani, V. Torelli Vignali, C. Vivoli (a cura di), </hi><hi rend="italic">Il territorio pistoiese nel Granducato di Toscana</hi><hi rend="CharOverride-1">, Società Pistoiese di Storia Patria, Pistoia 2006. </hi></p></item>
				</list><list type="ordered">
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-3"><ref target="OP08849_xml_25_349-358.html#footnote-008-backlink">-1</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	Forse quelli ricordati dai due biografi. A proposito di questa cappella viene riferito il caso non miracoloso ma esemplare dell’argentiere che aveva lavorato alla decorazione dell’arca e a un certo punto era fuggito portando via l’argento che gli era stato affidato: «Ma S. Atto lo gastigò, perché non molto doppo, un giorno a’ 22 di maggio alle 21 ore, giorno di S. Atto, essendo detto mastro Ludovico in Cesena sua patria venne a parole con uno spetiale, il quale gli tirò una stoccata, o una pugnalata, e lo buttò morto in terra»</hi><hi rend="italic"> </hi><hi rend="CharOverride-1">(Arferuoli,</hi><hi rend="CharOverride-1"> </hi><hi rend="italic">Historie delle cose più notevoli</hi><hi rend="CharOverride-1">, cit., p. 240).</hi></p></item>
				</list><list type="ordered">
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-3"><ref target="OP08849_xml_25_349-358.html#footnote-007-backlink">-1</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	Pistoia, Biblioteca Comunale Forteguerriana, Racc. Chiappelli, 187: </hi><hi rend="italic">Libro di Ricordi di Giobatta di Raffaello Cancellieri di Pistoia dall’anno 1551 al 1610</hi><hi rend="CharOverride-1">,</hi><hi rend="italic"> </hi><hi rend="CharOverride-1">p. 85.</hi></p></item>
				</list><list type="ordered">
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-3"><ref target="OP08849_xml_25_349-358.html#footnote-006-backlink">-1</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	Questo episodio si trova dettagliatamente riferito nell’inserto iconografico </hi><hi rend="italic">S. Atto a Passignano</hi><hi rend="CharOverride-1"> della rivista «Le opere e i giorni», 3, luglio-dicembre 1998. A Passignano, infatti, nella cappella che accoglie la sua reliquia, si trova l’unica sequenza iconografica che narra la storia di sant’Atto attraverso la rappresentazione dei suoi momenti più significativi fino alla solenne cerimonia del 1606 nella cattedrale di Pistoia.</hi></p></item>
				</list><list type="ordered">
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-3"><ref target="OP08849_xml_25_349-358.html#footnote-005-backlink">-1</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	Biblioteca comunale Forteguerriana di Pistoia, Anonimo, </hi><hi rend="italic">Diario sacro di tutte le feste …</hi><hi rend="CharOverride-1">,</hi><hi rend="italic"> </hi><hi rend="CharOverride-1">dedicato a monsignor Federico Alamanni, Firenze 1735, pp. 67-69. </hi></p></item>
				</list><list type="ordered">
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-3"><ref target="OP08849_xml_25_349-358.html#footnote-004-backlink">-1</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	Marchetti, </hi><hi rend="italic">Della vita e lodi</hi><hi rend="CharOverride-1">, cit., p. 131. </hi></p></item>
				</list><list type="ordered">
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-3"><ref target="OP08849_xml_25_349-358.html#footnote-003-backlink">-1</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	Ivi, p. 118.</hi></p></item>
				</list><list type="ordered">
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-3"><ref target="OP08849_xml_25_349-358.html#footnote-002-backlink">-1</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	Rossi Melocchi, </hi><hi rend="italic">Diario pistoiese 1777-1788</hi><hi rend="CharOverride-1">, cit., p. 191.</hi></p></item>
				</list><list type="ordered">
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-3"><ref target="OP08849_xml_25_349-358.html#footnote-001-backlink">-1</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	Ivi, p. 283. In effetti la riforma di Scipione de Ricci, che aveva ‘</hi><hi rend="CharOverride-1">sfrattato’ san Jacopo dalla sua cappella relegandolo in quella di san Rocco, aveva addirittura fatto scomparire sant’Atto dentro l’altare dell’apostolo. Ma i riformatori passano e i santi restano – così dal 1787 Atto tornò a farsi vedere e a corrispondere, secondo il solito, alle attese dei pistoiesi (che nel 1853, per celebrare il suo settimo centenario, offrirono 11.392 lire e ne spesero 7.473 con un resto di 3.</hi><hi rend="CharOverride-1">918 da erogarsi in successive celebrazioni e restauri). Nel 1943 condivise con loro i disagi dello sfollamento; poi, come loro, tornò e fu sistemato in una nuova urna di bronzo dorato e cristallo sotto l’altare della cappella di san Rocco, da dove ancor oggi discretamente vigila sulla sua cattedrale.</hi></p></item>
				</list><list type="ordered">
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-3"><ref target="OP08849_xml_25_349-358.html#footnote-000-backlink">-1</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	B. Bruni, </hi><hi rend="italic">I fuochi di Sant’Atto</hi><hi rend="CharOverride-1"> dall’inedito </hi><hi rend="italic">Poema di Sant’Atto</hi><hi rend="CharOverride-1">,</hi><hi rend="italic"> </hi><hi rend="CharOverride-1">Niccolai, Pistoia 1956, p. 16. Come alla metà dell’Ottocento Luigi </hi><hi rend="CharOverride-1">Pratesi ha dedicato a sant’Atto una lunga canzone </hi><hi rend="italic">per la pace d’Europa</hi><hi rend="CharOverride-1">, così alla metà del secolo successivo Bruno Bruni ha dettato un poema nel quale nostalgicamente rievoca, insieme al tempo personale dell’infanzia, un culto e una festa che hanno ormai perso i loro più vivi colori. Questo lavoro, che costituisce l’ultimo significativo testo poetico da tali celebrazioni ispirato, si trova parzialmente citato dall’autore stesso all’interno di alcuni articoli comparsi sul Bullettino Storico Pistoiese. Nel 1956 la tipografia Niccolai pubblicò un opuscolo contenente la descrizione della festa di sant’Atto nel momento culminante dei fuochi d’artificio. Il resto è rimasto inedito. </hi></p></item>
				</list><p rend="editorial_metadata_author">Maria Valbonesi, <ref target="https://www.fupress.com">mariavalbonesi@virgilio.it</ref></p><p rend="editorial_metadata_polices">Referee List (DOI 1<ref target="https://doi.org/10.36253/fup_referee_list">0.36253/fup_referee_list</ref>)</p><p rend="editorial_metadata_polices">FUP Best Practice in Scholarly Publishing (DOI <ref target="https://doi.org/10.36253/fup_best_practice">10.36253/fup_best_practice</ref>)</p><p rend="editorial_metadata_book">Maria Valbonesi, <hi rend="italic">Atto e i Pistoiesi</hi>, © Author(s), <ref target="https://www.fupress.com">CC BY 4.0</ref>, DOI <ref target="https://www.fupress.com">10.36253/979-12-215-0335-7.16</ref>, in Francesco Salvestrini (edited by), <hi rend="CharOverride-5">Atto abate vallombrosano e vescovo di Pistoia. Bilancio storiografico e prospettive di ricerca sulla vita e l’opera di un protagonista del XII secolo</hi>, pp. -11, 2024, published by Firenze University Press, ISBN 979-12-215-0335-7, DOI <ref target="https://www.fupress.com">10.36253/979-12-215-0335-7</ref></p></div>
      
      
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