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        <title type="main" level="a">Pensieri, emozioni, incontri: come si forma la conoscenza. Quanto insegnano le minoranze</title>
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            <forename>Barbara</forename>
            <surname>Mapelli</surname>
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          <resp>This is a section of <title>Quanti generi di diversità? </title>(DOI: <idno type="DOI">10.36253/979-12-215-0362-3</idno>) by </resp>
          <name>Irene Biemmi</name>
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        <publisher>Firenze University Press, USiena Press</publisher>
        <pubPlace>Florence</pubPlace>
        <date when="2023">2023</date>
        <idno type="DOI">https://doi.org/10.36253/979-12-215-0362-3.05</idno>
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          <p>Available for academic research purposes</p>
          <p>Open Access</p>
          <p>Copyright Author(s)</p>
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            <p>Content licence CC BY-SA 4.0</p>
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        <p>This is original content, published for academic research purposes</p>
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        <p>This essay addresses the issue of knowledge formation within the topic of diversity, in particular that of sexual identities. It is followed by a concise analysis of the meanings of each individual letter forming the acronym LGBTQIA+, emphasising the caution with which it should be used and taking into account the relative and restrictive value of this linguistic classification.</p>
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            <item>diversity</item>
            <item>sexual identities</item>
            <item>LGBTQIA+</item>
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            <item>linguistic</item>
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      <p>It is available online at https://doi.org/10.36253/979-12-215-0362-3.05<ref target="https://doi.org/10.36253/979-12-215-0362-3.05" /></p>


      <div><head>Pensieri, emozioni, incontri: come si forma la conoscenza. Quanto insegnano le minoranze</head><p rend="h1_author ParaOverride-1" ><hi rend="CharOverride-1">Barbara Mapelli</hi></p><p rend="epigraph_inscription_epigraph_1 ParaOverride-2" ><hi rend="CharOverride-1">Il pensiero è oggi più che mai il capitale</hi></p><p rend="epigraph_inscription_epigraph_2" ><hi rend="CharOverride-1">più prezioso per l’individuo e la società.</hi></p><p rend="epigraph_inscription_epigraph_3 ParaOverride-3" ><hi rend="CharOverride-1">Edgar Morin</hi></p><div><head><hi>1. Introduzione </hi></head><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Il mio scritto si struttura approssimativamente in due parti, tra loro connesse e già sinteticamente definite nello stesso titolo. Il formarsi della conoscenza, il processo, i processi che si assommano, si intersecano e confluiscono in questo accadere – si apprende, si impara a conoscere ciò che prima non si sapeva o se ne espande la consapevolezza e l’area di riferimento – su cui mi permetto alcune riflessioni, se pure brevemente e con molta cautela (il tema non è semplice e indubbiamente interdisciplinare). La seconda parte, cui fa da ponte una mia narrazione autobiografica, sviluppa il tema della conoscenza nell’incontro con le diversità, ineludibile e centrale passaggio nel presente contemporaneo. Conclude questa seconda porzione dello scritto un’analisi prevalentemente informativa su quel che si intende per minoranze e diversità nel campo delle identità sessuali e orientamenti affettivi. Anche in questo caso con molta cautela, necessaria per chi, come me, esplora una problematica che ha conosciuto e continua a frequentare ma di cui non è partecipe se non ai margini.</hi></p></div><div><head><hi>2. Il processo del conoscere</hi></head><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Come si sviluppa il percorso della conoscenza? Quali componenti vi prendono parte e che influenza ha tale percorso sullo sviluppo biografico della persona? Domande che non sono certo banali e che ci si è posti e poste molte volte nel tempo stabilendo diversi equilibri tra i vari ingredienti del composto complesso che chiamiamo </hi><hi rend="italic">il processo del conoscere</hi><hi rend="CharOverride-1"> e che per alcuni versi appare sempre un po’ misterioso. La conoscenza, nel suo formarsi, richiede anche un quadro organizzativo perché non si trasformi in un accumulo caotico e slegato di saperi, richiede non separatezze – il famoso e annoso tema della disgiunzione tra sapere scientifico e umanistico – ma capacità di intrecci e passaggi non solo tra diverse discipline ma tra i saperi e l’ambiente, i tempi e le culture sociali, la Storia collettiva e le storie personali. Tutto questo significa, tra l’altro – ma l’osservazione non è certo secondaria – che ogni acquisizione di conoscenza è in realtà un’interpretazione che vive e si trasforma secondo il soggetto che ne è protagonista. </hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Per chi si occupa di educazione tutto questo ha un significato profondo e muta la concezione stessa della pedagogia – ma anche della filosofia, a questo punto è difficile e improbabile una distinzione – che non appare più come una disciplina, bensì un’interrogazione e una riflessione perpetua e senza fine sui grandi temi non solo dei saperi ma della vita stessa.</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Forse c’è un po’ di enfasi in ciò che precede, ma risulta utile per sottolineare la complessità del tema che non può essere soddisfatta da risposte ‘chiare e distinte’. Se infatti dichiaro che il conoscere si compone di emozioni, eventi, elaborazioni di pensiero, interpretazioni personali, non trovo senz’altro </hi><hi rend="CharOverride-1">chi possa dissentire. In linea teorica vi è un assenso generale a queste affermazioni, ma poi nella pratica, didattica e comunicativa, le separatezze riappaiono, ci si muove adottando, spesso inconsapevolmente, il terreno solido – apparentemente – delle distinzioni cartesiane. Ma occorre ricordare, e ci aiuta Morin, che lo stesso Cartesio non era poi così cartesiano come ci viene tramandato, infatti lo studioso francese ne cita una breve frase tratta dalle </hi><hi rend="italic">Cogitationes privatae</hi><hi rend="CharOverride-1">.</hi></p><quote rend="quotation_b" ><hi rend="CharOverride-1">Ci si potrà sorprendere che i pensieri profondi si trovino negli scritti dei poeti e non in quelli dei filosofi. La ragione è che i poeti si servono dell’entusiasmo e sfruttano la forza dell’immagine (Morin 2000, 94).</hi></quote><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Ci si ostina ancora in molti casi a concepire e praticare i temi relativi al conoscere attraverso mondi disgiunti, attraverso le separatezze tra pensiero, elaborazioni del cervello e passioni, tra attività materiali e immateriali proprie del vivere e apprendere umano. L’abitudine e la ripetitività possono far sembrare ancora verosimile e praticabile ciò che un esercizio più attento di pensiero può di fatto escludere.</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Queste riflessioni mi sono tornate alla mente negli ultimi anni quando eventi, persone e letture, oltre che fatti di cronaca, hanno determinato nel mio pensare e sentire un mutamento profondo, non rilevabile forse superficialmente – la mia vita non sembra cambiata – ma non per questo meno significativo.</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">La narrazione di un evento a questo proposito si rivela la modalità esplicativa più opportuna ed efficace per affrontare un argomento complesso. Lo faccio con l’accenno a una mia diretta esperienza, ma prima mi concedo un approfondimento sul significato del narrare e sul suo valore comunicativo ed educativo.</hi></p></div><div><head><hi>3. Narrazione e ricerca di senso e identitaria</hi></head><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Irene Biemmi cita Umberto Eco che sostiene che la narrazione è una modalità </hi><hi rend="italic">di dare forma al disordine dell’esperienza</hi><hi rend="CharOverride-1">,</hi><hi rend="italic"> </hi><hi rend="CharOverride-1">dunque, sostiene l’autrice, il senso di un’esperienza può essere colto solo retrospettivamente, attraverso la riflessione e l’interpretazione.</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Prosegue Biemmi sottolineando come il racconto di sé aiuta a sviluppare l’identificazione e il senso di appartenenza a una comunità, sociale, culturale, privata.</hi></p><quote rend="quotation_b" ><hi rend="CharOverride-1">Esiste quindi uno stretto legame tra costruzione identitaria e processo narrativo perché è soprattutto attraverso la narrazione che gli individui cercano di produrre dei sé coerenti e soddisfacenti sullo sfondo dei valori e delle aspettative della cultura di riferimento (Biemmi 2009, 101).</hi></quote><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Ma è anche vero che questo processo, continuo, di formazione identitaria avviene anche </hi><hi rend="italic">per differenza </hi><hi rend="CharOverride-1">cogliendo le diversità personali, sociali e di cultura tra sé e altri/altre, tra gruppi di appartenenza. E nel prosieguo della sua riflessione Biemmi mette in luce il legame profondo tra narrazione e processi di apprendimento, attraverso l’elemento centrale della riflessività, sollecitata dalla possibilità – soprattutto nel racconto autobiografico – di porre attenzione a sé sia come soggetto che narra che come oggetto della narrazione (Biemmi 2009, 116).</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Ma in più, come argomenta Paolo Jedlowski, questo raccontarsi assume il significato di un completamento della propria vita mostrandola ad altri/altre. Consente quel passaggio fondamentale nella biografia di ciascun individuo che è il </hi><hi rend="italic">riconoscimento</hi><hi rend="CharOverride-1"> da parte altrui.</hi></p><quote rend="quotation_b" ><hi rend="CharOverride-1">Non è in gioco semplicemente la volontà di stabilire un contatto con gli altri, ma più profondamente quella di condividere il proprio mondo, di sentire riconosciuta la propria voce e, con questa, la propria esistenza e la propria sensibilità. […</hi><hi rend="CharOverride-1">] Un’attenzione che manifesta un riconoscimento che è il contrario del </hi><hi rend="italic">disprezzo</hi><hi rend="CharOverride-1">, o di quella forma particolare e sottile di svalutazione degli altri che consiste nel non prestare loro ascolto (Jedlowski 2000, 109).</hi></quote><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Infine, prima della mia testimonianza narrativa, riporto le parole di Duccio Demetrio, che risuonano come una spiegazione alla mia esperienza, al suo espandersi nella mia vita grazie alle emozioni e pensieri che ha portato con sé e che sono durati nel tempo.</hi></p><quote rend="quotations_quotation_b1" ><hi rend="CharOverride-1">Quando ci domandiamo quale sia la storia interiore di un’esperienza, generatrice di introspezione, scopriamo che una storia ci fornisce l’occasione esplicativa che un’astrazione, un io cognitivo metafisico, non può consegnarci. Poiché le storie ci invitano a sentire emotivamente, a spostare la riflessività, che cerca ragioni e logiche, sull’insondabilità della dimensione affettiva (Demetrio 2000, 130).</hi></quote></div><div><head><hi>4. Sentirsi minoranza: una mia esperienza</hi></head><quote rend="quotation_b" ><hi rend="CharOverride-1">Ero stata invitata da alcune amiche omosessuali a un convegno organizzato da loro, non ricordo su quale tema, e ben presto mi ero accorta che le donne eterosessuali erano pochissime tra le presenti e io l’unica relatrice non lesbica. Iniziavo a soffrire un lieve disagio, un senso di esclusione che non derivava certamente dall’atteggiamento delle mie ospiti, tutte molto gentili e disponibili verso di me, alcune, inoltre, le conoscevo bene e da parecchio tempo. La sensazione era tutta mia e mi coglieva di sorpresa, provavo, forse per la prima volta, il sentimento di appartenere a una minoranza: capivo e condividevo in larga misura quanto veniva detto nel corso dell’incontro, ma non potevo identificarmi in alcun modo nell’appartenenza.</hi></quote><quote rend="quotation_b" ><hi rend="CharOverride-1">Un’esperienza piuttosto inusuale per una donna eterosessuale, bianca, di classe media e borghese, discretamente acculturata: un’esperienza che mi ha fatto riflettere maggiormente e con più partecipazione poiché l’avevo vissuta direttamente e sono grata a chi me ne ha dato l’occasione. In quel luogo, tra quelle donne ero minoranza e provavo tutte le emozioni che questa condizione induce e che non si possono comprendere, ne sono certa, se non le si vive direttamente. Per me è stata l’esperienza di un giorno, per le altre lì con me quella di una vita.</hi></quote><quote rend="quotation_b" ><hi rend="CharOverride-1">Ho sentito quindi il bisogno di raccontarlo […] per dichiarare la parzialità del mio sguardo, il mio essere situata in luoghi e condizioni precise e formata da esperienze che hanno dei limiti netti: questa consapevolezza non può che rendermi umile rispetto ai temi che tratto e che mi mettono immediatamente di fronte alle mie responsabilità. Per questo motivo mi muoverò, il più possibile, cercando testimonianze, citando interventi diretti e pagine letterarie, in modo che alla mia voce se ne intreccino altre, anche se si tratta pur sempre di un atto arbitrario, perché chi sceglie, alla fine, sono io (Mapelli 2018, 8</hi><hi rend="CharOverride-1">-9).</hi></quote><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Così scrivevo nella premessa del mio testo </hi><hi rend="italic">Nuove intimità</hi><hi rend="CharOverride-1">,</hi><hi rend="italic"> </hi><hi rend="CharOverride-1">in cui affrontavo, non per la prima volta, i temi delle diversità di identità sessuali e orientamenti affettivi, attraverso soprattutto testimonianze dirette, intercalate brevemente da mie osservazioni e scorci informativi. Il mio sguardo, ancora scrivevo, non era certo neutro – e come potrebbe mai esserlo? – ma denso di emozioni e pensieri, gli occhi pieni di presenze, l’ascolto di voci e nuovi pensieri.</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Se mi permetto di citarmi significa soprattutto che non ho cambiato idea da allora e che considero questa narrazione esplicativa dell’esperienza che mi ha cambiato, come già scrivevo, e del valore quindi della narrazione e dell’esposizione, attraverso la scrittura, allo sguardo e al giudizio altrui.</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Ma questa mia testimonianza apre a una nuova riflessività che si aggiunge alle precedenti e che potrei chiamare il processo di conoscenza che si sviluppa nell’incontro con l’alterità, con chi per i motivi più svariati è diverso o diversa da noi e può narrare storie diverse. È senz’altro vero – e me l’ha insegnato chiaramente la mia esperienza – che questo incontro muove innanzitutto le sfere dell’affettività, i sentimenti, positivi o negativi, che l’altro/altra fa sorgere in noi e questo fatto insegna con immediatezza che mentre ci viene incontro l’alterità, proprio dalla nostra reazione possiamo capire qualcosa in più di noi. Come scrive Roberta De Monticelli, si tratta di esperienze che divengono scoperte di sé, di ciò che ci sta a cuore, di ciò che per noi è importante.</hi></p><quote rend="quotation_b" ><hi rend="CharOverride-1">In tutto questo c’è un vivo insieme di ‘sì’ e ‘no’ in cui non solo si scopre a noi stessi, attivandosi, e attraverso la vita modificandosi, l’ordine delle nostre priorità di valore, ma anche si delineano le strategie personali dell’esperienza possibile – in un certo senso si collabora alla definizione del nostro destino (De Monticelli 2003, 119-20).</hi></quote><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">E la filosofa aggiunge, più oltre nel suo testo, che questo risveglio a sé rappresenta un’attivazione di un livello personale del sentire e quindi dell’agire: e dunque, in definitiva, la </hi><hi rend="italic">formazione di una libertà </hi><hi rend="CharOverride-1">(De Monticelli 2003, 168).</hi><hi rend="CharOverride-1"> E, ancora, diviene </hi><hi rend="italic">un sì a se stessi, un gioioso sì a una nuova o rinnovata parte di sé </hi><hi rend="CharOverride-1">(De Monticelli 2003, 175).</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Avevo letto queste pagine di De Monticelli prima dell’esperienza di cui ho dato testimonianza, le ho poi riprese in mano ritrovandomi nelle sue parole, parole che hanno riempito di ulteriori significati quanto avevo vissuto e in seguito deciso come direzione nuova dei miei studi e lavori, ma anche incontri, affetti per me inediti, scoperte di una mia interiorità sconosciuta.</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Ma anche altre letture mi hanno nutrito in quei momenti così cruciali per la mia vita, in cui chi aveva e ha vite diverse diveniva mio maestro o mia maestra. Mi aiutava a comprendermi con un processo molto particolare certamente non di identificazione, in cui le nostre diversità venivano – e vengono tuttora – tutt’altro che negate, semmai accese di nuove luci di conoscenza.</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Ho trovato nelle riflessioni sull’</hi><hi rend="italic">empatia</hi><hi rend="CharOverride-1"> momenti essenziali di riferimento per comprendere le mie esperienze – e per tentare di condividerle a mia volta. Perché ci sia empatia occorre vi siano due soggetti, ben distinti tra loro e differenti, senza confusiva identificazione. È la mia esperienza, i miei vissuti e sentimenti, ma anche il mio pensare, nutrito da tutto ciò, che mi consente di comprendere l’esperienza altrui, senza fondermi in essa, capire pur mantenendo ciascuna o ciascuno il proprio essere, la propria soggettività che pure si modifica e cresce nell’incontro.</hi></p><quote rend="quotation_b" ><hi rend="CharOverride-1">L’altro è un centro di esperienza autonomo e differente rispetto al mio e come tale irrompe nella mia esperienza. L’empatia è dunque il contrario dell’identificazione o appropriazione dell’emozione o intenzione altrui. Essa consiste invece nell’ingresso nel mio orizzonte vitale, emotivo e cognitivo di ciò che è vissuto dall’altro (Boella 2018, 102).</hi></quote><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Credo che il mio procedere – che avviene tuttora – in questa mia esperienza con un continuo intrecciarsi di sentire e pensare possa essere un esempio molto puntuale di come si può formare la conoscenza. Ancora mi soccorre nell’elaborare i miei vissuti quanto viene scritto e spiegato a proposito dell’empatia.</hi></p><quote rend="quotation_b" ><hi rend="CharOverride-1">L’empatia ha tutta l’intensità del sentire, non è una forma di conoscenza intellettuale. Il suo valore ‘cognitivo’ è il “rendersi conto” dell’essere in relazione, ossia una comprensione che è viversi come non autosufficienti, come limitati e aperti a qualcos’altro. [</hi><hi rend="CharOverride-1">…] Empatia è acquisizione emotiva della realtà del sentire altrui: si rende così evidente che esiste altro e si rende evidente a me stessa che anch’io sono altra (Boella e Buttarelli 2000, 71).</hi></quote><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Dunque, un’esperienza affettiva che muta, può mutare la visione che si ha del mondo e diviene quindi momento di cambiamento e di conoscenza, di sé e della realtà, di quale posto vi abbiamo in questo mondo e di quale vorremmo avere.</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Non si tratta di un percorso conoscitivo che scivola senza intoppi e si realizza con un rischiarimento progressivo, piuttosto – parafrasando Maria Zambrano – di un procedere tra luci e ombre, stasi e avanzate,</hi><hi rend="italic"> chiari del bosco </hi><hi rend="CharOverride-1">secondo il titolo di un suo testo. E forse il bosco, comunque, può restare misterioso.</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">E torno così ai dubbi, o meglio alla non perentorietà di un’analisi del conoscere cui accennavo in apertura di questo scritto. </hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Ma è il momento di acquisire alcune informazioni in più rispetto a quelle soggettività che ho chiamato, almeno per me ma credo anche per molti altri, interpreti e autori/autrici di crescita e conoscenza.</hi></p></div><div><head><hi>5. Le definizioni aiutano ma possono comportare una riduzione conoscitiva</hi><hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi><ref target="OP08963_xml_6_19-30.html#footnote-001">1</ref></hi></hi></head><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">LGBT o, più compiutamente, LGBTQIA+ sono gli acronimi con cui si definiscono le cosiddette minoranze sessuali, altra locuzione piuttosto sospetta visto che proviene da una maggioranza, senz’altro numerica ma che si arroga, spesso inconsapevolmente, il diritto a dichiararsi forma unica della normalità e come tale non sente il bisogno di dare di sé particolari definizioni</hi><hi rend="notes_number CharOverride-3"><hi><ref target="OP08963_xml_6_19-30.html#footnote-000">2</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">.</hi></p><quote rend="quotation_b" ><hi rend="CharOverride-1">Gli acronimi LGBTQ, LGBTQI, LGBTQIA, LGBTQIA+, LGBTQQIA+ sono oggi utilizzati per designare sinteticamente l’insieme delle minoranze sessuali, cioè tutte le persone che per orientamento sessuale, identità e/o espressione di genere, caratteristiche anatomiche non aderiscono agli standard del binarismo cisessuale e dell’eterosessualità – ossia alla netta divisione della specie umana in maschi e femmine, con corrispondenza dell’identità di genere al sesso biologico e con desiderio verso le persone di sesso opposto al proprio. L’uso di queste sigle conferisce coesione ai movimenti e alle comunità delle minoranze sessuali, veicolando l’idea che esse abbiano esigenze comuni, tanto da costituire un unico gruppo sociale. Al tempo stesso esso evidenzia la molteplicità delle soggettività che l’acronimo tiene assieme (</hi><hi rend="CharOverride-1">Bernini kindle, pos. 26).</hi></quote><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">L’autore prosegue chiarendo – e senz’altro a ragione – come vi siano profonde divisioni e talvolta forti divergenze tra le realtà interne all’acronimo stesso, che può essere considerato un raggruppamento di sigle solo contingente e pluralistico, anch’esso in continua trasformazione e non esente da conflitti anche radicali al proprio interno. E necessitato, soprattutto, a rispondere a un’ostilità esterna che non sopporta la visibilità ottenuta dalle minoranze sessuali e dichiara di temere – anche in forme manipolatorie – che mirino alla cancellazione delle identità maschili e femminili, dell’eterosessualità e del matrimonio solo tra persone di sesso diverso. Questo acronimo nasce soprattutto per rispondere a un’ostilità esterna che è cresciuta col crescere della visibilità delle minoranze sessuali; un’ostilità diffusa che dichiara di temere – anche in forma manipolatoria che tali minoranze mirino…</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Presento ora un quadro sintetico delle diverse presenze nell’acronimo nella sua forma più estesa – ma l’aggiunta finale di un ‘più’ apre ad altre, infinite possibilità. Alcuni studi statunitensi, ed è nota la passione americana per le classificazioni, arrivano a elenchi anche di cinquanta diverse situazioni identitarie e di orientamento affettivo. </hi></p><p rend="box_box_tit1" ><hi>LGBTQIA+</hi></p><p rend="box_box_textNOindent ParaOverride-4" ><hi>L 	</hi><hi>…</hi><hi>	lesbica, la più comune definizione di donna omosessuale, entra nell’uso più diffuso negli ultimi due decenni del Novecento.</hi></p><p rend="box_box_textNOindent ParaOverride-5" ><hi>G 	</hi><hi>…</hi><hi>	gay, la dizione più comune per definire un uomo omosessuale.</hi></p><p rend="box_box_textNOindent ParaOverride-5" ><hi>B 	</hi><hi>…</hi><hi>	bisessuale, persona che è attratta sessualmente e affettivamente da ambedue i sessi.</hi></p><p rend="box_box_textNOindent ParaOverride-5" ><hi>T 	</hi><hi>…</hi><hi>	transessuale o transgender, benché vi sia differenza tra i due termini per evitare confusioni o incomprensioni si può adottare più semplicemente la dizione trans – ma sempre usato come aggettivo e non sostantivo – per indicare una persona che effettua il passaggio da un sesso all’altro. Si identificano con la sigla M/F coloro che effettuano il transito dal maschile al femminile e si definiscono donne trans, con la sigla F/M le persone che transitano dal femminile al maschile e si definiscono uomini trans. A seguito di una storica sentenza l’operazione per adeguare i genitali all’aspetto fisico anche in Italia non è più necessaria per la trascrizione anagrafica.</hi></p><p rend="box_box_textNOindent ParaOverride-5" ><hi>Q 	</hi><hi>…</hi><hi>	queer, termine polisemico difficilmente traducibile in italiano indica nella più recente risemantizzazione la persona che rifiuta un’identificazione sessuale certa e definita, ma preferisce per sé una fluidità che respinge ogni rigidità e sceglie una continua possibilità di mutamento di soggettività sessuale. Giovanni Campolo nel volume a cura di Marco Pustianaz, </hi><hi rend="italic">Queer in Italia. Differenze in movimento</hi><hi> (2011), osserva come il termine queer in italiano abbia subito una eufemizzazione dovuta all’accostamento del termine con la parola teoria che lo nobilita, sottraendolo agli svariati significati originali inglesi che si avvicinano all’aggettivo abbietto. </hi></p><p rend="box_box_textNOindent ParaOverride-5" ><hi>I 	</hi><hi>…</hi><hi>	intersessuale, persona che presenta alla nascita genitali di ambedue i sessi, oppure poco o non caratterizzati al femminile o al maschile. La parola e la diagnosi di intersessualità nascono ai primi del Novecento, in ambito biomedico e, a partire dagli anni Cinquanta dello scorso secolo, fino all’inizio del 2000, per curare quella che è comunque considerata una patologia viene adottato il cosiddetto protocollo di Money che prevede un intervento sui genitali fin dalla primissima infanzia. È molto recente quindi il passaggio da un intervento regolatore e normalizzatore, legato alle norme della binarietà, alla considerazione dell’intersessualità non come un’anomalia ma una possibilità, anche se minoritaria, identitaria.</hi></p><p rend="box_box_textNOindent ParaOverride-5" ><hi>A 	</hi><hi>…</hi><hi>	asessuale. L’asessualità, nel suo senso più generale, si definisce come la mancanza di attrazione sessuale e l’assenza di interesse o desiderio per il sesso. Nonostante le difficoltà di definizione e comprensione e gli scetticismi – anche da parte della comunità LGBTQI – l’asessualità è recentemente entrata a far parte degli orientamenti sessuali e come tale non può essere confusa con una scelta, non è ascetismo o frigidità, è, può essere un modo di rapportarsi nelle relazioni che include la possibilità di affetto e di amore.</hi></p><p rend="box_box_textNOindent ParaOverride-5" ><hi>+</hi><hi> </hi><hi>	</hi><hi>…</hi><hi>	l’introduzione di questo simbolo apre l’acronimo a ogni altra possibilità di orientamento e/o orientamento affettivo e sessuale (Mapelli 2020, 47-8).</hi></p><p rend="text" ><hi rend="italic">Fluisco…</hi><hi rend="italic"> pur restando radicata</hi><hi rend="CharOverride-1">, così la citazione di apertura di un testo della filosofa Rosi Braidotti (2003, 9), tratta dall’opera </hi><hi rend="italic">Le onde </hi><hi rend="CharOverride-1">di Virginia Woolf. Una sintesi appropriata alla criticità dei tempi in cui viviamo, in cui il mutamento è lo sfondo su cui si dipanano le biografie individuali e collettive e vi è al contempo la necessità di comprenderlo e viverlo questo contesto e di trovarvi comunque radici in cui riconoscersi e ritrovare una se pur mutevole stabilità.</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Nello stesso volume l’autrice pone un interrogativo che senz’altro ci coinvolge e richiede riflessione, anche educativa. Fino a che punto questo mutamento di soggettività, introduzione di confini mobili al nostro essere ed esistere come identità sessuate risulta possibile, fino a dove si possono estendere questi confini? </hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Braidotti introduce e propone la categoria della </hi><hi rend="italic">sostenibilità</hi><hi rend="CharOverride-1">,</hi><hi rend="italic"> </hi><hi rend="CharOverride-1">adottata prevalentemente in campo economico e nelle teorie dello sviluppo, ma che può, in generale a mio parere, essere utile anche nella riflessione più complessiva sulla contemporaneità, su come viverla, trovarvi luogo e dare un senso educativo – ma forse anche morale – alla nostra ricerca. </hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Non credo ci sia risposta univoca a queste interrogazioni, restano, come esercizio di pensiero, le parole dell’autrice che scrive a proposito della sostenibilità.</hi></p><quote rend="quotation_b" ><hi rend="CharOverride-1">Per il soggetto contemporaneo è, a mio parere, un modo di familiarizzarsi lievemente, e di esserne meno angosciato, con le possibilità ancora non sfruttate che il suo vivente, incarnato e situato sé lo/la mette in grado di affrontare; un modo di vivere più intensamente, continuando ad accrescere la propria </hi><hi rend="italic">potentia</hi><hi rend="CharOverride-1"> e insieme ad essa la propria libertà e comprensione della complessità, ma anche un’etica che mira a inquadrare, sostenere e tollerare quelle stesse complessità (Braidotti </hi><hi rend="CharOverride-1">2003, 178).</hi></quote><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Alla parola </hi><hi rend="italic">etica </hi><hi rend="CharOverride-1">noi aggiungiamo il termine che inevitabilmente la presuppone e l’accompagna, </hi><hi rend="italic">pedagogia</hi><hi rend="CharOverride-1">.</hi><hi rend="italic"> </hi><hi rend="CharOverride-1">Restano comunque, semplificando, la necessità definitoria e quella, più politica, di un raggruppamento di sigle, anche se di identità e bisogni diversi, per essere più forti e contrastare un giudizio diffuso ancora piuttosto contrario e impaurito dalla possibile visibilità di queste presenze.</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Ma è proprio la conoscenza l’unica possibilità per arginare paure, dissensi poco preparati e distorti da chi diffonde informazioni false e volte a ingaggiare battaglie contro un mutare e un accadere che non può essere fermato ma solo rallentato causando molte sofferenze inutili.</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Non pretendo in questa mia scrittura, necessariamente sintetica, di proporre un quadro esauriente; mi limito quindi ad alcune osservazioni rispetto alle situazioni identitarie e di orientamento meno note.</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">La </hi><hi rend="italic">i </hi><hi rend="CharOverride-1">dell’acronimo sta per </hi><hi rend="italic">intersessuali </hi><hi rend="CharOverride-1">e nella tabella che precede viene per sommi capi descritta questa situazione identitaria, ma il tema dell’intersessualità è particolarmente interessante poiché pone a critica le accuse di </hi><hi rend="italic">non naturalità</hi><hi rend="CharOverride-1"> che vengono fatte da chi vuole considerare come naturali solo la binarietà uomo-donna e l’eterosessualità. Le persone intersessuali sono soggetti che nascono con caratteristiche genitali particolari per le quali è complesso assegnare uno dei due sessi. Si interveniva allora, come già detto, chirurgicamente per riprodurre una binarietà considerata normale e socialmente e culturalmente accettabile, trasformando i genitali in </hi><hi rend="italic">genitali culturali</hi><hi rend="CharOverride-1"> – secondo una definizione che ha avuto una certa risonanza in campo medico negli Stati Uniti – rappresentativi nella quotidianità e nella cultura diffusa dei concetti di mascolinità e femminilità, non meno delle costruzioni sociali dei significati di genere e ruoli sessuali. Ma questi interventi – subito dopo la nascita – non erano (e purtroppo in alcuni casi ancora sono) che l’inizio di un calvario di una medicalizzazione perpetua che mette a dura prova la salute fisica e mentale di chi vi è sottoposto. Molto più dolorosa per chi non accetta il sesso attribuito arbitrariamente e sceglie il passaggio all’altro sesso.</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Si entra così nella tematica delle persone trans, ma anche in questo caso occorre rifiutare ogni semplicismo che riconduce alla binarietà dei sessi attraverso un passaggio netto dall’uno all’altro. In realtà chi fa questo passaggio non necessariamente si identifica nel sesso di arrivo, ma tende in molti casi a riconoscersi maggiormente nel percorso di transito, che l’ha resa o reso persona differente da chi, nato maschio o femmina, ha mantenuto nel corso dell’esistenza lo stesso genere di quello di nascita. </hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Nell’uno e nell’altro caso il procedere nel corso della vita all’acquisizione progressiva della consapevolezza di chi si desidera essere è uno sviluppo processuale che avviene per chiunque, a patto che non lo si voglia negare, e che nelle persone trans appare con maggiore evidenza perché conduce a scelte più o meno radicali per sanare un profondo disagio di relazione con sé e con il proprio corpo. </hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Resta ancora in parte poco nota l’ultima lettera dell’acronimo, la </hi><hi rend="italic">a </hi><hi rend="CharOverride-1">che significa </hi><hi rend="italic">asessualità</hi><hi rend="CharOverride-1">, la mancanza cioè di attrazione sessuale e l’assenza di desiderio o interesse per il sesso, pur all’interno di una relazione percepita come amorosa. Si apre così una falla in un altro binomio, </hi><hi rend="italic">sesso e amore</hi><hi rend="CharOverride-1">, che non ha forse in apparenza la stessa perentorietà di altre dicotomie, poiché non è oppositiva, bensì complementare. Eppure possiede una normatività, forse più nascosta, ma senz’altro potente nel dirigere i comportamenti e i giudizi. </hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Nascono a questo punto particolari difficoltà per le persone asessuali, poiché chi di loro professa un orientamento amoroso, che è stato definito </hi><hi rend="italic">romantico</hi><hi rend="CharOverride-1"> in opposizione a sessuale, fatica da una parte a trovare comprensione presso il/la partner, in realtà a trovare partner, perché normalmente le persone sono solite associare la relazione d’amore a un rapporto vissuto anche sessualmente, e dall’altra – immersi e immerse come siamo tutti nella cultura dominante – sembra difficile, per la mentalità diffusa, comprendere quando si tratti di amore e non di una profonda amicizia.</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Nonostante le difficoltà di definizione e comprensione e gli scetticismi – anche da parte della comunità LGBTQI – l’asessualità è recentemente entrata a far parte degli orientamenti sessuali e come tale non può essere confusa con una scelta, non è ascetismo o frigidità, può essere un modo di rapportarsi nelle relazioni che include la possibilità di affetto e di amore. </hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Questo fatto significa, anche per chi si definisce e si sente asessuale, il bisogno di trovare una nominazione, se pure libera, densa di sfumature e di possibilità, ma anche di riferirsi a una comunità, a un dialogo con persone simili, pur non negando la libertà individuale di essere in sintonia con i propri obiettivi di vita. Si presenta ancora una volta la necessità di riconoscere che in una società trasformata, in una cultura che sta cominciando ad apprendere la pluralità delle appartenenze identitarie, degli orientamenti e delle fluidità sia delle prime che delle seconde, che le abituali categorizzazioni non funzionano più: occorre muoversi in direzioni diverse, che abbattano non solo i canoni di normalità nei quali siamo stati e state educate, ma pongano a critica anche le norme che si creano nelle comunità delle stesse minoranze sessuali, che hanno stentato e stentano ad accogliere come un ulteriore orientamento l’asessualità e hanno opposto resistenza ad aggiungere quella A finale che non esclude.</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Ma occorre fermarsi, dopo alcune note esplicative rispetto all’acronimo che si presenta come necessario, da assumere</hi><hi rend="CharOverride-1"> però con molta cautela per non sbiadire le diversità, profonde, che lo abitano. E per non perdere il valore di ciò che apprendiamo come principale lezione dall’incontro con le persone che in qualche modo si riconoscono nella formula LGBTQIA.</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Infatti tra le molte cose che l’incontro con le persone appartenenti alle minoranze sessuali insegna, una forse tra le prime e senz’altro tra le più importanti, è la sostanziale ambiguità e il pericolo che rappresentano le definizioni di identità e orientamento sessuale. Siamo state abituate e abituati non solo a pensare che l’eterosessualità sia la norma, al punto che come scelta non viene neppure nominata e si dà per scontata, ma anche che l’identità sessuale sia binaria e resti immutata per tutta la vita.</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Le storie e le esperienze di persone omosessuali, trans e intersessuali, queer e asessuali raccontano invece una realtà diversa: si possono mutare nel corso di una vita gli orientamenti affettivi, verso il proprio o l’altro sesso o nei confronti di ambedue i sessi, e non si tratta di un’evoluzione con un traguardo, qualunque esso sia; in realtà scelte differenti e plurime possono convivere o alternarsi nel tempo, oppure consolidarsi in un orientamento durevole. </hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Una complessità cui le righe precedenti non rendono giustizia, ma già quanto detto appare spiazzante rispetto alle culture in cui siamo stati educati e educate e le pone a critica radicale. E già l’acquisizione di una postura critica rispetto a ciò che di solito viene dato per scontato, considerando deviante chi se ne discosta, è un’importante conquista educativa, una forma del pensare, sentire e vedere che non si perde più. E rende comprensibile la nozione di </hi><hi rend="italic">fluidità sessuale</hi><hi rend="CharOverride-1"> che allontana da ogni forma di rigidità, ma assume piuttosto il significato del mutare di scelte, comportamenti, attrazioni e sensibilità al mutare di situazioni, incontri, contesti tra loro differenti. </hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Ma sempre orientandoci sul terreno pedagogico occorre ricordare come l’incontro con le diversità, e in particolare quelle di identità e orientamento sessuale e affettivo non suscitino solo emozioni come paura, odio e rabbia, ma anche sentimenti e reazioni più sfumate, non necessariamente percepite come negative: imbarazzo, disagio, compassione, curiosità o una generica volontà inclusiva che crea nel soggetto l’illusione di essere nel giusto mentre pretende che altri, per essere accettabili, mostrino adesione al suo mondo di scelte e valori.</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Per questi motivi, per le pluralità interpretative ed emozionali che rendono evidenti, i compiti educativi appaiono complessi e gli interventi al tempo stesso necessari e legati in particolare all’apprendimento di una conoscenza di sé, delle proprie emozioni e di quanto forma le personali convinzioni, che il contatto con le diversità rendono proposta critica e percorribile.</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Ma ancor di più, da un punto di vista educativo che invita alla riflessione, è necessario richiamare a un’attenzione puntuale, perché – e lo sappiamo – le visioni stereotipizzate sono dure a morire, ma soprattutto capaci di trasformazioni: si possono quindi formare nuovi stereotipi che non solo</hi><hi rend="CharOverride-1"> paiono accettare questi mondi, ma ne fabbricano visioni patinate, gradevoli, elitarie per renderli accettabili, o addirittura desiderabili. Basti pensare ad alcune pubblicità, che propongono bellissime donne lesbiche che si scambiano affettuosità legate a bellezza ed eleganza. Tutto questo appare come un fenomeno di inclusione – che avviene anche su altri piani – che indica chiaramente come stereotipi nuovi si formino rapidamente, costringendo anche realtà in movimento e indubbiamente innovative entro i confini irrigiditi di immagini che si trasformano in modelli seduttivi e regolativi. </hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Eppure le realtà di omosessuali, gay e lesbiche, sono plurali e indicano percorsi di vita anche tra loro molto differenziati, ma l’immagine tende a divenire standard, non più solo rispettabile o accettabile ma aspirazione, riferimento per i dettati della moda. Figure pubbliche e dello spettacolo che suscitano deliri tra i e le fan. Ma questi personaggi d’eccezione non sfiorano i bisogni di libertà e aperture delle molte persone che popolano le realtà multicolori delle minoranze. Come già si accennava in precedenza, queste visibilità, spesso clamorose, non sembrano spostare gli equilibri a favore di orientamenti e identità sessuali differenti. Quella che possiamo definire </hi><hi rend="italic">pedagogia della fluidità </hi><hi rend="CharOverride-1">– imponendo paradossalmente una definizione a ciò che rigetta la rigidità di ogni definizione – richiede un lavoro minuzioso di osservazione e autosservazione, un’attenzione sempre viva a ciò che si trasforma, anche rapidamente, un’acquisizione di competenze di ricerca critica continuamente aggiornata, vitale, nei plurimi sensi che si possono attribuire a questo termine. </hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Desidero terminare questa mia scrittura con una testimonianza diretta, di un personaggio che ha ormai conquistato una sua visibilità letteraria e che parla in prima persona.</hi></p><quote rend="quotations_quotation_b1" ><hi rend="CharOverride-1">Non sono maschio, non sono femmina. Sono un po’ e un po’, mezzo e mezzo – certi giorni mi sento all’intersezione, altri proprio non ho interesse a posizionarmi sul tabellone del genere. Appartenenza alternata, intermittente. </hi><hi rend="italic">Due spiriti</hi><hi rend="CharOverride-1">, direbbero gli indiani d’America. Più leggeri delle distinzioni, refrattari alle palizzate, ai confini. La nostra natura è il transito, il movimento, provare tutto e poi restituire, lasciare giù. Idealmente: non portarci dietro nulla. Per poter sempre ricominciare – essere più sottili, permeabili, vuoti. L’identità, il più pericoloso dei giochi (Bazzi 2020, 168).</hi></quote></div><div><head><hi>Riferimenti bibliografici</hi></head><p rend="bib_indx_bib" ><hi rend="CharOverride-1">Bazzi, Jonathan. “Appartenenza alternata, intermittente.” In </hi><hi rend="italic">Parole o-stili di vita. Media e persone LGBTQIA+</hi><hi rend="CharOverride-1">, a cura di Gegia Celotti. Milano: Consiglio dell’Ordine dei giornalisti della Lombardia.</hi></p><p rend="bib_indx_bib" ><hi rend="CharOverride-1">Bernini, Lorenzo, 2021. </hi><hi rend="italic">LGBTQIA+</hi><hi rend="CharOverride-1">, Torino, Treccani.</hi></p><p rend="bib_indx_bib" ><hi rend="CharOverride-1">Biemmi, Irene. 2009. </hi><hi rend="italic">Genere e processi formativi. Sguardi femminili e maschili sulla professione di insegnante</hi><hi rend="CharOverride-1">. Pisa:</hi><hi rend="italic"> </hi><hi rend="CharOverride-1">ETS.</hi></p><p rend="bib_indx_bib" ><hi rend="CharOverride-1">Biemmi, Irene, e Barbara Mapelli</hi><hi rend="CharOverride-1">. 2023. </hi><hi rend="italic">Pedagogia di genere. Educare ed educarsi a vivere in un mondo sessuato</hi><hi rend="CharOverride-1">. Milano: Mondadori.</hi></p><p rend="bib_indx_bib" ><hi rend="CharOverride-1">Boella, Laura. 2018. </hi><hi rend="italic">Empatie. L’esperienza empatica nella società del conflitto</hi><hi rend="CharOverride-1">. Milano:</hi><hi rend="italic"> </hi><hi rend="CharOverride-1">Cortina.</hi></p><p rend="bib_indx_bib" ><hi rend="CharOverride-1">Boella, Laura, e</hi><hi rend="CharOverride-1"> Annarosa Buttarelli. 2000. </hi><hi rend="italic">Per amore di altro. L’empatia a partire da Edith Stein</hi><hi rend="CharOverride-1">. Milano: Cortina.</hi></p><p rend="bib_indx_bib" ><hi rend="CharOverride-1">Braidotti, Rosi. 2003. </hi><hi rend="italic">In metamorfosi. Verso una teoria materialista del divenire</hi><hi rend="CharOverride-1">, trad. it. Milano: Feltrinelli</hi><hi rend="CharOverride-1">.</hi></p><p rend="bib_indx_bib" ><hi rend="CharOverride-1">Celotti, Gegia, a cura di. 2020. </hi><hi rend="italic">Parole o-stili di vita. Media e persone LGBTQIA+</hi><hi rend="CharOverride-1">. Milano: Consiglio dell’Ordine dei giornalisti della Lombardia.</hi></p><p rend="bib_indx_bib" ><hi rend="CharOverride-1">Demetrio, Duccio. 2000. </hi><hi rend="italic">L’educazione interiore. Introduzione alla pedagogia introspettiva</hi><hi rend="CharOverride-1">. Milano: La Nuova Italia.</hi></p><p rend="bib_indx_bib" ><hi rend="CharOverride-1">De Monticelli, Roberta. 2003. </hi><hi rend="italic">L’ordine del cuore. Etica e teoria del sentire</hi><hi rend="CharOverride-1">. Milano: Garzanti.</hi></p><p rend="bib_indx_bib" ><hi rend="CharOverride-1">Jedlowski, Paolo. 2000. </hi><hi rend="italic">Storie comuni. La narrazione nella vita quotidiana</hi><hi rend="CharOverride-1">. Milano: Mondadori.</hi></p><p rend="bib_indx_bib" ><hi rend="CharOverride-1">Mapelli, Barbara. 2018. </hi><hi rend="italic">Nuove intimità. Strategie affettive e comunitarie nel pluralismo contemporaneo</hi><hi rend="CharOverride-1">. Torino:</hi><hi rend="CharOverride-1"> Rosenberg &amp; Sellier.</hi></p><p rend="bib_indx_bib" ><hi rend="CharOverride-1">Mapelli, Barbara. 2020. “Una lingua è fatta da chi la parla.” In </hi><hi rend="italic">Parole o-stili di vita. Media e persone LGBTQIA+</hi><hi rend="CharOverride-1">, a cura di Gegia Celotti. Milano: Consiglio dell’Ordine dei giornalisti della Lombardia</hi><hi rend="CharOverride-1">.</hi></p><p rend="bib_indx_bib" ><hi rend="CharOverride-1">Morin, Edgar. 2000. </hi><hi rend="italic">La testa ben fatta. Riforma dell’insegnamento e riforma del pensiero</hi><hi rend="CharOverride-1">,</hi><hi rend="italic"> </hi><ref target="https://www.fupress.com"><hi rend="CharOverride-1">trad.it</hi></ref><hi rend="CharOverride-1">. Milano: Cortina.</hi></p><p rend="bib_indx_bib" ><hi rend="CharOverride-1">Pustianaz, Marco, a cura di. 2011. </hi><hi rend="italic">Queer in Italia. Differenze in movimento</hi><hi rend="CharOverride-1">. Pisa: ETS.</hi></p><p rend="bib_indx_bib" ><hi rend="CharOverride-1">Zambrano</hi><hi rend="CharOverride-1">, Maria. 2004. </hi><hi rend="italic">Chiari del bosco</hi><hi rend="CharOverride-1">, trad. it. Milano: Mondadori.</hi></p><list type="ordered">
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-3"><ref target="OP08963_xml_6_19-30.html#footnote-001-backlink">1</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	Per tutto il seguente paragrafo il mio riferimento è il manuale per l’università che ho elaborato con Irene Biemmi, </hi><hi rend="italic">Pedagogia di genere. Educare ed educarsi a vivere in un mondo sessuato</hi><hi rend="CharOverride-1">, edito da Mondadori università, 2023.</hi></p></item>
				</list><list type="ordered">
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-3"><ref target="OP08963_xml_6_19-30.html#footnote-000-backlink">2</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	In un mio recente lavoro, il testo </hi><hi rend="italic">L’eterosessualità impensata</hi><hi rend="CharOverride-1">, davo appunto all’aggettivo «impensata» il senso di una normalità, di essere nel confortante alveo delle regole diffuse e accettate che non ha elaborato pensiero su di sé. A quanto ne so non esistono, o sono straordinariamente carenti, storie sull’eterosessualità, analisi, documentazioni. Si scopre, come è avvenuto nel mio caso che l’eterosessualità è una scelta, possibile tra altre, e questa consapevolezza ce la dona l’incontro con altre situazioni e possibilità affettive e di vita.</hi></p></item>
				</list><p rend="editorial_metadata_author">Barbara Mapelli, <ref target="https://www.fupress.com">barbaramapelli13@gmail.com</ref></p><p rend="editorial_metadata_polices">Referee List (DOI 1<ref target="https://doi.org/10.36253/fup_referee_list">0.36253/fup_referee_list</ref>)</p><p rend="editorial_metadata_polices">FUP Best Practice in Scholarly Publishing (DOI <ref target="https://doi.org/10.36253/fup_best_practice">10.36253/fup_best_practice</ref>)</p><p rend="editorial_metadata_book">Barbara Mapelli, <hi rend="italic">Pensieri, emozioni, incontri: come si forma la conoscenza. Quanto insegnano le minoranze</hi>, © Author(s), <ref target="https://www.fupress.com">CC BY-SA</ref> 4.0, DOI <ref target="https://www.fupress.com">10.36253/979-12-215-0362-3.05</ref>, in Irene Biemmi (edited by), <hi rend="CharOverride-4">Quanti generi di diversità? Promuovere nuovi linguaggi, rappresentazioni e saperi per educare alle differenze e prevenire l’omofobia e la transfobia</hi>, pp. -13, 2023, published by Firenze University Press and USiena PRESS, ISBN 979-12-215-0362-3, DOI <ref target="https://www.fupress.com">10.36253/979-12-215-0362-3</ref></p></div></div>
      


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          <head>References</head>
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          <bibl n="152260">Demetrio, Duccio. 2000. L’educazione interiore. Introduzione alla pedagogia introspettiva. Milano: La Nuova Italia.</bibl>
          <bibl n="152301">De Monticelli, Roberta. 2003. L’ordine del cuore. Etica e teoria del sentire. Milano: Garzanti.</bibl>
          <bibl n="152306">Jedlowski, Paolo. 2000. Storie comuni. La narrazione nella vita quotidiana. Milano: Mondadori.</bibl>
          <bibl n="152225">Mapelli, Barbara. 2018. Nuove intimit&amp;#224;. Strategie affettive e comunitarie nel pluralismo contemporaneo. Torino: Rosenberg &amp;amp; Sellier.</bibl>
          <bibl n="152125">Mapelli, Barbara. 2020. “Una lingua &amp;#232; fatta da chi la parla.” In Parole o-stili di vita. Media e persone LGBTQIA+, a cura di Gegia Celotti. Milano: Consiglio dell’Ordine dei giornalisti della Lombardia.</bibl>
          <bibl n="152261">Morin, Edgar. 2000. La testa ben fatta. Riforma dell’insegnamento e riforma del pensiero, trad.it. Milano: Cortina.</bibl>
          <bibl n="152317">Pustianaz, Marco, a cura di. 2011. Queer in Italia. Differenze in movimento. Pisa: ETS.</bibl>
          <bibl n="152331">Zambrano, Maria. 2004. Chiari del bosco, trad. it. Milano: Mondadori.</bibl>
        </listBibl>
      </div>
    </body>
  </text>
</TEI>