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        <title type="main" level="a">Come si rende visibile l’omo-bi-transfobia? Nodi critici, sfide e riflessioni a partire da una ricerca empirica</title>
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          <persName n="1" ref="https://orcid.org/0000-0002-6687-5956" type="ORCID">
            <forename>Paolo</forename>
            <surname>Gusmeroli</surname>
            <placeName type="affiliation">University of Padua, Italy</placeName>
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          <resp>This is a section of <title>Quanti generi di diversità? </title>(DOI: <idno type="DOI">10.36253/979-12-215-0362-3</idno>) by </resp>
          <name>Irene Biemmi</name>
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        <publisher>Firenze University Press, USiena Press</publisher>
        <pubPlace>Florence</pubPlace>
        <date when="2023">2023</date>
        <idno type="DOI">https://doi.org/10.36253/979-12-215-0362-3.07</idno>
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          <p>Available for academic research purposes</p>
          <p>Open Access</p>
          <p>Copyright Author(s)</p>
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            <p>Content licence CC BY-SA 4.0</p>
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        <p>This is original content, published for academic research purposes</p>
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      <abstract xml:lang="en">
        <p>This contribution intends to reflect on the attempt by social research in Italy to put the spotlight on violence and discrimination against LGBT+ people. The analysis is mainly based on two recent empirical research works: the first focuses on the critical analysis of the discourse on homophobia in Italy, both in the scientific sphere and in the public debate; the second aims at investigating, with a mixed methods survey, violence and discrimination determined by sexual orientation and gender identity in Emilia-Romagna.</p>
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            <item>social research</item>
            <item>violence</item>
            <item>discrimination</item>
            <item>LGBT+</item>
            <item>Italy</item>
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      <p>It is available online at https://doi.org/10.36253/979-12-215-0362-3.07<ref target="https://doi.org/10.36253/979-12-215-0362-3.07" /></p>
      
      
      
            <div><head>Come si rende visibile l’omo-lesbo-bi-transfobia? <lb/>Nodi critici, sfide e riflessioni a partire da una ricerca empirica</head><p rend="h1_author ParaOverride-1" ><hi rend="CharOverride-1">Paolo Gusmeroli</hi></p><div><head><hi>1. Introduzione </hi></head><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">I risultati della ricerca da cui trae spunto questo breve saggio sono stati presentati il 9 maggio 2023 in una conferenza stampa nelle sedi istituzionali della Regione Emilia-Romagna</hi><hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi><ref target="OP08963_xml_8_45-56.html#footnote-011">1</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">. In quell’occasione, sia io che Luca Trappolin (responsabile scientifico del progetto) restammo positivamente colpiti dall’interesse dei/delle giornalisti/e rispetto al tema e, il giorno successivo, attendevamo di vedere la nostra ricerca trasformarsi in un pezzo di discorso pubblico. Effettivamente alcuni giornali, per lo più di ambito regionale, avevano dato spazio alla presentazione del report con titoli come </hi><hi rend="italic">Persone Lgbtqi+, l’80% ha subito discriminazioni</hi><hi rend="CharOverride-1"> (</hi><hi rend="italic">il</hi><hi rend="CharOverride-1"> </hi><hi rend="italic">Resto del Carlino</hi><hi rend="CharOverride-1">, 10 maggio 2023), oppure </hi><hi rend="italic">Lgbt, aggressioni e insulti. Solo il 5% fa denuncia</hi><hi rend="CharOverride-1"> (</hi><hi rend="italic">la</hi><hi rend="CharOverride-1"> </hi><hi rend="italic">Repubblica</hi><hi rend="CharOverride-1"> – Bologna, 20 maggio 2023). La restituzione giornalistica dei dati, tuttavia, ci spinse a interrogarci sull’efficacia comunicativa di una ricerca ridotta a una serie di numeri e informazioni lapidarie. Eravamo davvero riusciti a rendere un po’ più visibile, con i metodi della sociologia, l’omo-lesbo-bi-transfobia? E cosa, esattamente, si è reso visibile? </hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Si tratta di domande che vanno, prima di tutto, contestualizzate. Bisogna infatti ricordare che il contesto italiano, a fronte di una riflessione interdisciplinare ben sviluppata attorno a questi temi (si veda Saraceno 2003; Graglia 2012; Mauceri 2015; Lingiardi et al. 2016; Trappolin</hi><hi rend="CharOverride-1"> e Gusmeroli 2019; Burgio 2020) si caratterizza per una limitata disponibilità di dati istituzionali sulla vittimizzazione</hi><hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi><ref target="OP08963_xml_8_45-56.html#footnote-010">2</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">. E bisogna ricordare anche che questa carenza di dati è stata strumentalizzata, in sede politica, per negare la rilevanza o la stessa esistenza del fenomeno (cfr. Trappolin 2015). Fare ricerca su questi temi in una cornice istituzionale rappresenta quindi, nel contesto italiano, un passaggio di per sé rilevante. Non si tratta solo di un problema statistico e conoscitivo. La posta in gioco, analogamente a quanto accade per la violenza di genere, è legata allo sviluppo di letture politiche e culturali più puntali ed empiricamente informate del fenomeno, anche in previsione del suo contrasto.</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">A partire da queste considerazioni, in questo contributo mi propongo di restituire, almeno in parte e a partire da una ricerca empirica, la complessità emersa dallo studio sociologico di un fenomeno che assume diverse sfumature in base al contesto, alle soggettività coinvolte, agli ambiti di vita quotidiana e ai modelli interpretativi adottati. Lo farò seguendo un percorso ideale che parte dal dibattito teorico, attraversa alcune questioni di metodo e si conclude nella presentazione di alcuni risultati empirici.</hi></p></div><div><head><hi>2. Omo</hi><hi>-lesbo-bi-transfobia e intersezionalità</hi><hi rend="notes_number CharOverride-3"><hi><ref target="OP08963_xml_8_45-56.html#footnote-009">3</ref></hi></hi></head><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Rispetto alle sue prime formulazioni, comparse nel dibattito accademico nordamericano agli inizi degli anni Settanta (cfr. Weinberg 1972), la riflessione sul concetto di omofobia (e, poi, per estensione, di bifobia e transfobia) ha visto prodursi nel tempo alcuni slittamenti di significato. Ad esempio, si è passati dal pensarla esclusivamente in termini di odio e paura irrazionali ad allargarne il significato per comprendere un insieme di atteggiamenti, discorsi o azioni che squalificano, stigmatizzano o sanzionano l’omosessualità (la bisessualità ecc.), anche in modi istituzionalizzati. Tuttavia, la riflessione sociologica e i conflitti attorno ai modi di nominare, indagare e interpretare l’omo-lesbo-bi-transfobia sono ben più ampi di quanto potrebbe far pensare questo slittamento definitorio. Un dibattito rilevante, ad esempio, è quello che ha sottoposto a critica la pertinenza stessa di questi concetti</hi><hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi><ref target="OP08963_xml_8_45-56.html#footnote-008">4</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">, indagando anche gli effetti ‘inattesi’ prodotti dai diversi modi di nominare, interpretare e contrastare il fenomeno. </hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Lasciando da parte le dispute terminologie (si veda Trappolin e Gusmeroli 2019), vorrei ora soffermarmi, senza la pretesa di essere esaustivo, su alcuni nodi critici emersi in letteratura rispetto al rapporto tra omo-lesbo-bi-transfobia e intersezionalità (cfr. Collins 2019).</hi><hi rend="CharOverride-1"> Una prima questione rilevante, in tal senso, riguarda la tendenza diffusa a considerare la comunità LGBTQI+</hi><hi rend="CharOverride-4"> </hi><hi rend="CharOverride-1">come un gruppo omogeneo e indifferenziato. In letteratura si è sottolineato, in modo riflessivo, che persino «il lavoro degli studiosi e degli attivisti ha troppo spesso fatto pensare che le persone LGBT</hi><hi rend="CharOverride-4"> </hi><hi rend="CharOverride-1">subiscano la violenza in modo uniforme» (Meyer 2015, 144, </hi><hi rend="italic">mia traduzione</hi><hi rend="CharOverride-1">). Si tratta di una postura che passa spesso inosservata, come nel caso dei titoli di giornale richiamati in apertura del saggio. Lo sguardo intersezionale</hi><hi rend="CharOverride-1"> ha invece posto la necessità di articolare lo sguardo, sociologico e politico, rispetto alle stratificazioni interne alla comunità LGBTQI+</hi><hi rend="CharOverride-4">. </hi><hi rend="CharOverride-1">Da una parte, ponendo il tema della marginalizzazione di alcune soggettività che compongono l’acronimo dentro la comunità come, ad esempio, le donne lesbiche, le persone bisessuali</hi><hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi><ref target="OP08963_xml_8_45-56.html#footnote-007">5</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1"> e le soggettività </hi><hi rend="CharOverride-1">trans e non binarie</hi><hi rend="CharOverride-4">. D</hi><hi rend="CharOverride-1">’altra ponendo l’attenzione sul ruolo giocato da altri, e intrecciati, assi di subordinazione, come la classe sociale, l’</hi><hi rend="CharOverride-1">origine culturale, la nazionalità ecc. rispetto alle forme di vittimizzazione e marginalizzazione subite.</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">La critica a uno sguardo poco sensibile alle diverse intersezioni che attraversano lo spazio delle soggettività LGBTQI+</hi><hi rend="CharOverride-4"> </hi><hi rend="CharOverride-1">non è certamente nuova. Essa</hi><hi rend="CharOverride-4"> </hi><hi rend="CharOverride-1">si ritrova e si sviluppa a partire dalla riflessione lesbo-femminista attorno agli usi del concetto di omofobia (cfr. Kitzinger 1987). Come è noto, l’</hi><hi rend="CharOverride-1">omofobia è stata inizialmente interpretata in ambito psicologico (Weinberg 1972) in riferimento all’esperienza sociale, e ai conflitti intrapsichici, di soggetti maschili. Anche quando il termine ha ampliato la sua applicabilità, divenendo sinonimo di ostilità antiomosessuale, per lungo tempo i vissuti di vittimizzazione maggiormente considerati – prevalentemente in ambito anglo-americano – hanno continuato ad essere quelli maschili (cfr. Morin and Garfinkel 1978; Tomsen</hi><hi rend="CharOverride-1"> and Mason 2001). Un esempio di lettura ‘al maschile’ del fenomeno si ritrova anche nelle prime ricerche italiane, ovvero nel </hi><hi rend="italic">Rapporto sulla condizione della popolazione omosessuale italiana </hi><hi rend="CharOverride-1">(ISPES</hi><hi rend="CharOverride-4"> </hi><hi rend="CharOverride-1">1991), commissionato da Arcigay alla fine degli anni Ottanta. Si tratta per altro di un’indagine di grande valore conoscitivo e che restituisce le opinioni di 2.044 persone omo-bisessuali</hi><hi rend="CharOverride-1"> (sono escluse espressamente le persone trans), basandosi su un campione composto in gran parte da uomini gay (85,4% sul totale). Che la ricerca fosse pensata prevalentemente ‘al maschile’ si evince, per altro, dal fatto che tra le (poche) forme di vittimizzazione indagate si ritrovassero quella subita in contesti maschili di </hi><hi rend="italic">battuage</hi><hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi><ref target="OP08963_xml_8_45-56.html#footnote-006">6</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1"> o durante lo svolgimento del servizio militare (Trappolin e Gusmeroli 2023). In letteratura si è quindi per lungo tempo sottolineato come la scarsa attenzione </hi><hi rend="CharOverride-1">alla strutturazione di genere dell’omofobia abbia prodotto l’invisibilità della vittimizzazione subita dalle donne lesbiche, o la sua assimilazione all’esperienza maschile, trascurando il ruolo dell’intersezione tra omofobia e sessismo/misoginia (Meyer 2015). </hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Ne consegue che adottare una prospettiva intersezionale significa sottoporre a critica anche il modo in cui la vittimizzazione, e particolari tipologie di vittime (e non altre), </hi><hi rend="CharOverride-1">vengono rese visibili tanto dalla ricerca quanto nel discorso pubblico. Ad esempio, si è argomentato che porre l’attenzione esclusivamente sulle aggressioni da parte di sconosciuti in spazi pubblici, per quanto rilevanti e gravi, possa oscurare altre forme normalizzate e quotidiane di violenza ed emarginazione, maggiormente presenti nell’esperienza di persone marginalizzate, perché </hi><hi rend="CharOverride-1">razzializzate o appartenenti a classi sociali svantaggiate (Meyer 2015). Inoltre, alcune soggettività faticano a definire una chiara gerarchia dei motivi per cui avrebbero subito episodi di discriminazione e violenza, soprattutto laddove l’orientamento sessuale o un’espressione di genere ritenuta non conforme intersecano, appunto, altre forme di appartenenze (per genere, classe sociale, nazionalità, ecc.). </hi><hi rend="CharOverride-1">E persino i significati attribuiti a una stessa forma di vittimizzazione possono variare a seconda di chi li subisce. Per esempio, le donne (cis e trans) tenderebbero, più degli uomini, a porre molti tipi di aggressione fisica in stretta continuità con la minaccia di subire abusi sessuali o tentativi di stupro ‘correttivo’ (Tomsen</hi><hi rend="CharOverride-1"> and Mason 2001). Mentre la gravità attribuita a forme di violenza fisica e/o verbale tende a variare a seconda del genere e della collocazione di classe (Tomsen and Mason 2001).</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">In tempi recenti, almeno per il dibattito </hi><hi rend="italic">mainstream</hi><hi rend="CharOverride-1">, il tema dell’intersezionalità si è declinato anche rispetto alla necessità di aggiornare le cornici</hi><hi rend="italic"> </hi><hi rend="CharOverride-1">interpretative utili a comprendere la violenza subita delle persone trans e non binarie. L’affermazione di rinnovate epistemologie trans*femministe, insieme alla crescente visibilità di un pluralismo sessuale e di genere all’interno della comunità LGBTQI+, restituito anche dai nostri dati, sfidano codici binari per molto tempo applicati acriticamente all’interpretazione dell’omofobia (e del sessismo) sia nell’attivismo che nella ricerca. Talia Bettcher (2014) individua la base dello stigma che ricade sulle persone trans nell’idea secondo cui i genitali rivelerebbero la verità morale fornita dalla natura, indipendentemente dalle identificazioni dei soggetti. La sua ipotesi è che la visione naturalizzata e normalizzante del sesso costruisca le soggettività trans e non binarie come «ingannatrici/ingannevoli» (</hi><hi rend="italic">deceivers</hi><hi rend="CharOverride-1">). E ciò produrrebbe effetti sociali rilevanti autorizzando forme di violenza e pratiche discorsive, anche istituzionalizzate, volte a «rafforzare la realtà» (</hi><hi rend="italic">reality enforcement</hi><hi rend="CharOverride-1">) che si ritiene queste persone nascondano. Il richiamo a questa interpretazione, al di là della sua plausibilità, è utile a mostrare come la violenza strutturale che colpisce le persone trans e non binarie richieda lo sviluppo di modelli interpretativi specifici. </hi></p></div><div><head><hi>3. Sfide metodologiche</hi></head><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Vorrei ora richiamare alcuni nodi che hanno più direttamente a che fare con la pratica della ricerca. Come è già stato scritto, svolgere indagini su discriminazioni e violenza – siano queste determinate dal genere, da fenomeni di razzismo oppure dall’omofobia</hi><hi rend="CharOverride-4"> </hi><hi rend="CharOverride-1">– implica la necessità di affrontare sfide metodologiche complesse riferibili sia alla «numerosità delle dimensioni da considerare» che alla problematicità delle questioni interpretative e definitorie (Sabbadini 2022, 5). </hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Il riferimento all’epistemologia degli studi di genere non è casuale. È in questo campo, infatti, che si è sviluppato una rilevante sensibilità critica attorno alla necessità di considerare il carattere strutturale della violenza. Ed è in questo campo che si è precocemente capito come il tentativo di rendere visibile la violenza si giochi sempre in uno spazio angusto e limitato da quello che è possibile rilevare empiricamente, ad esempio tramite la raccolta di resoconti di singoli e circoscritti episodi. Ciò che tende a rimanere invisibile è il </hi><hi rend="italic">continuum</hi><hi rend="CharOverride-1"> della violenza (Kelly 1996). </hi><hi rend="CharOverride-1">Nel nostro caso, rendere visibile l’omotransfobia implica la capacità di riconoscere e nominare la violenza dove, almeno allo sguardo distratto se non ostile della maggioranza, non appare tale. È una sfida resa più difficile dal fatto che il carattere strutturale della violenza tende a rendersi invisibile proprio perché – come ha scritto Cristina Oddone (2020, 31) – questa è «assorbita nelle routine quotidiane e trasformata in valore ‘morale’, al servizio delle norme convenzionali». </hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Fare ricerca empirica in questo campo implica, quindi, dover affrontare la questione del rapporto tra lo sguardo di chi svolge la ricerca e quello, necessariamente plurale, di coloro la cui esperienza sociale viene indagata. Le definizioni di ciò che costituisce violenza e discriminazione sono raramente univocamente condivise. Ciò che </hi><hi rend="italic">oggi</hi><hi rend="CharOverride-1"> chiamiamo violenza è frutto di processi storici, del lavoro politico dell’attivismo, di lotte simboliche portate avanti sia dentro che fuori l’area di movimento LGBTQI+, di costruzioni sociali che riguardano la regolazione dei corpi, delle identità e dei saperi e che ne esprimono l’irriducibile storicità. «L’evidenza dell’esperienza» (Scott 1991) dei soggetti coinvolti, può essere eccedente o anche riduttiva rispetto alle categorie messe in campo dalla ricerca per nominare e svelare la violenza. Ed è anche per questo motivo che, nel caso di ricerche come questa, è fondamentale il coinvolgimento diretto delle soggettività interessate dal fenomeno</hi><hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi><ref target="OP08963_xml_8_45-56.html#footnote-005">7</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">. </hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Infine, un’altra difficoltà è relativa all’individuazione di una popolazione di riferimento ben definita. Non esistono</hi><hi rend="CharOverride-1">, ovviamente, elenchi o registri anagrafici in tal senso. Anche la scelta di basarsi sulle auto-identificazioni dei soggetti e sulla capacità delle associazioni di intercettarli non risolve del tutto la questione. Innanzitutto, i campioni così reclutati tendono a essere ampiamente auto-selezionati, favorendo la partecipazione delle persone più dotate di capitale culturale e di quelle più in contatto con le reti associative. In secondo luogo, le identificazioni possono</hi><hi rend="CharOverride-1"> variare nel tempo (ad esempio, prima o dopo il </hi><hi rend="italic">coming out</hi><hi rend="CharOverride-1"> o un percorso di affermazione di genere) e non prestarsi a essere fissate in modo univoco e una volta per tutte. Vi sono poi altri problemi, come quelli riferibili al fatto che una parte consistente – e difficilmente quantificabile – di persone che si identificano nell’acronimo LGBTQI+ possono non rendersi visibili socialmente in quanto tali. Infine, in termini più generali, il rischio è di riprodurre, tramite queste rilevazioni, una rappresentazione pseudo-etnica delle ‘minoranze sessuali’, dimenticando c</hi><hi rend="CharOverride-1">ome, almeno potenzialmente, violenza e discriminazioni determinate da orientamento sessuale e identità di genere non riguardano soltanto le persone che si identificano come soggetti LGBTQI+</hi><hi rend="CharOverride-4"> </hi><hi rend="CharOverride-1">ma, seppur non allo stesso modo, tutte/i/ə.</hi></p></div><div><head><hi>4. Cosa rende visibile la ricerca</hi></head><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">In questa sezione si presentano sinteticamente alcuni risultati della ricerca svolta in Emilia-Romagna (cfr. Trappolin e Gusmeroli 2023), per mettere in luce </hi><hi rend="italic">come</hi><hi rend="italic"> </hi><hi rend="CharOverride-1">la ricerca renda visibile l’omo-lesbo-bi-transfobia in un contesto in trasformazione. Da una parte, si presentano dati che restituiscono il crescente pluralismo di genere/generi presente nella comunità</hi><hi rend="CharOverride-4">, </hi><hi rend="CharOverride-1">nonché l’accresciuto grado di visibilità sociale delle soggettività LGBTQI+</hi><hi rend="CharOverride-4"> </hi><hi rend="CharOverride-1">nel loro complesso. Dall’altra, si discutono</hi><hi rend="CharOverride-1"> risultati di vittimizzazione che mostrano sia la trasversalità del fenomeno per l’intera comunità LGBTQI+</hi><hi rend="CharOverride-4">,</hi><hi rend="CharOverride-1"> sia la sua diversa declinazione in base al tipo di soggettività coinvolto</hi><hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi><ref target="OP08963_xml_8_45-56.html#footnote-004">8</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">.</hi></p><div><head><hi>4.1 Pluralismo e visibilità</hi></head><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Come dicevamo, la ricerca ha permesso di </hi><hi rend="CharOverride-1">restituire, empiricamente, l’accresciuto pluralismo di genere/generi presente dentro la comunità LGBTQI+</hi><hi rend="CharOverride-4">, </hi><hi rend="CharOverride-1">in particolare mostrando la maggiore partecipazione delle donne omo-bisessuali e delle persone trans e non binarie a questo tipo di indagini (vedi Tabella 1).</hi></p><p rend="caption_table" ><hi rend="CharOverride-1">Tabella 1 – Campioni di ricerca per soggettività coinvolte in studi recenti in Italia. </hi></p><table rend="Nessuno-stile-tabella" xml:id="table001">
				<!--<colgroup>-->
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					<!--<col
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					<!--<col
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					<!--<col
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					<!--<col
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				<!--</colgroup>-->
				
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						<cell rend="Nessuno-stile-tabella top">
							<p rend="table" ><hi rend="CharOverride-1">Indagine</hi></p>
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							<p rend="table ParaOverride-2" ><hi rend="CharOverride-1">Numerosità </hi></p>
							<p rend="table ParaOverride-2" ><hi rend="CharOverride-1">campione</hi></p>
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							<p rend="table ParaOverride-2" ><hi rend="CharOverride-1">Uomini cis</hi></p>
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							<p rend="table ParaOverride-2" ><hi rend="CharOverride-1">Donne cis</hi></p>
							<p rend="table ParaOverride-2" ><hi rend="CharOverride-1">%</hi></p>
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						<cell rend="Nessuno-stile-tabella top">
							<p rend="table ParaOverride-2" ><hi rend="CharOverride-1">Persone trans </hi></p>
							<p rend="table ParaOverride-2" ><hi rend="CharOverride-1">%</hi></p>
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						<cell rend="Nessuno-stile-tabella base_line _idGenCellOverride-1">
							<p rend="table" ><hi rend="CharOverride-1">Io sono, Io Lavoro (2011)</hi></p>
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							<p rend="table ParaOverride-2" ><hi rend="CharOverride-1">1.980</hi></p>
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							<p rend="table ParaOverride-2" ><hi rend="CharOverride-1">69,4</hi></p>
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							<p rend="table ParaOverride-2" ><hi rend="CharOverride-1">27,2</hi></p>
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							<p rend="table ParaOverride-2" ><hi rend="CharOverride-1">3,5</hi></p>
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						<cell rend="Nessuno-stile-tabella base_line">
							<p rend="table" ><hi rend="CharOverride-1">EU LGBT</hi><hi rend="CharOverride-4"> </hi><hi rend="CharOverride-1">Survey (2014)</hi></p>
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							<p rend="table ParaOverride-2" ><hi rend="CharOverride-1">13.255</hi></p>
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							<p rend="table ParaOverride-2" ><hi rend="CharOverride-1">72,9</hi></p>
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							<p rend="table ParaOverride-2" ><hi rend="CharOverride-1">22,2</hi></p>
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							<p rend="table ParaOverride-2" ><hi rend="CharOverride-1">4,9</hi></p>
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						<cell rend="Nessuno-stile-tabella base_line">
							<p rend="table" ><hi rend="CharOverride-1" >A Long Way to Equality (2020)</hi></p>
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						<cell rend="Nessuno-stile-tabella base_line">
							<p rend="table ParaOverride-2" ><hi rend="CharOverride-1">9.781</hi></p>
						</cell>
						<cell rend="Nessuno-stile-tabella base_line">
							<p rend="table ParaOverride-2" ><hi rend="CharOverride-1">55,4</hi></p>
						</cell>
						<cell rend="Nessuno-stile-tabella base_line">
							<p rend="table ParaOverride-2" ><hi rend="CharOverride-1">34,1</hi></p>
						</cell>
						<cell rend="Nessuno-stile-tabella base_line">
							<p rend="table ParaOverride-2" ><hi rend="CharOverride-1">10,5</hi></p>
						</cell>
					</row>
					<row rend="Nessuno-stile-tabella _idGenTableRowColumn-6">
						<cell rend="Nessuno-stile-tabella down_line">
							<p rend="table" ><hi rend="CharOverride-1">Osservatorio E-R (2023)</hi></p>
						</cell>
						<cell rend="Nessuno-stile-tabella down_line">
							<p rend="table ParaOverride-2" ><hi rend="CharOverride-1">1.053</hi></p>
						</cell>
						<cell rend="Nessuno-stile-tabella down_line">
							<p rend="table ParaOverride-2" ><hi rend="CharOverride-1">46,9</hi></p>
						</cell>
						<cell rend="Nessuno-stile-tabella down_line">
							<p rend="table ParaOverride-2" ><hi rend="CharOverride-1">39,3</hi></p>
						</cell>
						<cell rend="Nessuno-stile-tabella down_line">
							<p rend="table ParaOverride-2" ><hi rend="CharOverride-1">13,8</hi></p>
						</cell>
					</row>
				
			</table><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Anche se nel nostro campione la popolazione cisgender maschile rimane la più numerosa, rappresentando il 46,9% dei rispondenti (n = 493), la quota di donne cisgender coinvolte (39,3%; n = </hi><hi rend="CharOverride-1">413) è comparativamente molto rilevante</hi><hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi><ref target="OP08963_xml_8_45-56.html#footnote-003">9</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">. E a ciò si aggiunge il significativo 13,8% di rispondenti (n = 145) che non si riconoscono nel sesso assegnato alla nascita e che include tre componenti: «uomini trans» (n = 23), «donne trans» (n </hi><hi rend="CharOverride-1">= 14), e persone che, in accordo con dibattito presente nei transgender studies (Bettcher 2014), definiamo «genderqueer» (n = 108)</hi><hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi><ref target="OP08963_xml_8_45-56.html#footnote-002">10</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">. </hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Oltre ad un maggior pluralismo di genere/generi, la ricerca ha permesso di mettere a fuoco un altro elemento di trasformazione, ovvero la maggiore visibilità sociale delle persone LGBTQI+ nel loro complesso</hi><hi rend="CharOverride-1"> rispetto al passato. Per fare un esempio, se circa la metà degli uomini gay intercettati da ISPES</hi><hi rend="CharOverride-4"> (</hi><hi rend="CharOverride-1">1991</hi><hi rend="CharOverride-4">),</hi><hi rend="CharOverride-1"> poco più di tre decadi orsono, erano del tutto invisibili e non dichiarati in famiglia, le persone che hanno partecipato a questa indagine si sono dichiarati con i familiari in nove casi su dieci. Inoltre, quasi la totalità del campione da noi intercettato si rende visibile o si dichiara all’interno delle proprie reti amicali (97,6%); quasi sette su dieci si dichiarano, se necessario, con il personale sanitario (68,9%) e quasi 4 persone su 5 (77,7%) si dicono visibili a scuola o sul lavoro. </hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Rispetto alla visibilità emergono comunque rilevanti differenze tra le soggettività coinvolte. Ad esempio, per le persone trans e non binarie la questione si pone meno in termini di </hi><hi rend="italic">scelta </hi><hi rend="CharOverride-1">e più in termini di mancato controllo rispetto a questa dimensione. In secondo luogo, le persone che abitano nel capoluogo regionale (Bologna), dichiarano maggiori gradi di visibilità nella sfera pubblica (quindi a scuola/sul lavoro o con il personale sanitario) rispetto a chi vive in contesti rurali o in piccoli centri urbani. Infine, le persone bisessuali, e in particolare gli uomini, sembrano incontrare maggiori difficoltà nel rendersi visibili. </hi></p></div><div><head><hi>4.2 Vittimizzazione e assoggettamento </hi></head><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Veniamo ora ai dati sulla vittimizzazione, che ovviamente non è possibile esporre in questa sede in tutta la loro ricchezza qualitativa e quantitativa. Mi limito a riportare alcuni esempi significativi e che permettono di rilevare sia la natura trasversale </hi><hi rend="CharOverride-1">del fenomeno che la sua declinazione in base alle soggettività coinvolte.</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">In termini generali, solo un quinto delle persone che ha compilato il questionario ritiene di non aver incontrato discriminazione o violenza nel corso della propria vita. Per quanto riguarda le forme di vittimizzazione più rilevanti e diffuse, una persona su cinque (19,9%) afferma di aver subito aggressioni fisiche, di cui un terzo «più volte» o «spesso». Le aggressioni sessuali sono dichiarate da più di una persona su dieci (n = 120; 11,4%). «Derisioni e calunnie» rappresentano la forma di vittimizzazione più diffusa e, diversamente da quanto si sarebbe indotti a pensare, queste sono più spesso riferite ad ambiti di vita quotidiana (n = 760) che a quanto succede on-</hi><hi rend="CharOverride-1">line (n = 427). </hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">In base a un indice di vittimizzazione che riassume varie tipologie di violenza e aggressione (vedi Trappolin e Gusmeroli 2023)</hi><hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi><ref target="OP08963_xml_8_45-56.html#footnote-001">11</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">, abbiamo quindi provato a osservare quali soggettività risultassero maggiormente a rischio di subire violenza. L’indice mostra che le donne cisgender sono generalmente meno esposte alle forme di violenza selezionate (fisiche, sessuali, verbali) rispetto alle persone trans e agli uomini (in particolare coloro che si definiscono bisessuali)</hi><hi rend="CharOverride-1">.</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">L’adozione di una prospettiva intersezionale, tuttavia, non mira a rilevare, o fissare, una gerarchia di vittimizzazione tra le soggettività LGBTQI+. Anche se la ricerca empirica, in questo senso, permette di sfidare sia le prospettive </hi><hi rend="italic">gender-blind </hi><hi rend="CharOverride-1">che nozioni stereotipate del privilegio maschile (Tomsen and Mason 2001). Semmai, il tentativo è quello di riconoscere come gli strumenti di ricerca contribuiscano a rendere visibili, o a invisibilizzare, diverse esperienze sociali di vittimizzazione. Ci si accorge</hi><hi rend="CharOverride-1">, infatti, che modificando gli strumenti di rilevazione (in questo caso le domande e gli ambiti che indagano) cambiano anche le esperienze, e le soggettività, che risultato più soggette alla vittimizzazione. Ad esempio, rispetto agli uomini cisgender, le donne denunciano più frequentemente la limitazione della libertà in famiglia (40,1% vs 25,6%) ed evitano con maggior frequenza spazi pubblici ritenuti a rischio (67</hi><hi rend="CharOverride-1">,6% vs 58,4 %). Allo stesso modo, le donne si dicono più soggette all’esposizione a terapie di conversione (8 casi vs 4 casi) e affermano più spesso di non sentirsi bene accolte dal personale sanitario (20,8% vs 12,7%). Questi dati confermano quanto emerso in letteratura rispetto alla strutturazione di genere della violenza entro la popolazione omo-bisessuale cisgender: comparativamente più agita in spazi pubblici quella subita dagli uomini, più presente negli spazi intimi e familiari quella subita dalle donne (Tomsen and Mason 2001; Meyer 2015)</hi><hi rend="CharOverride-1">.</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Per quanto riguarda le persone trans e non binarie, invece, i risultati della nostra ricerca confermano l’estremo grado di ostilità e violenza interpersonale di cui fanno esperienza: dato che emerge da praticamente tutti gli indicatori utilizzati. Eppure, anche nel loro caso il focus sulla violenza interpersonale è lontano dall’esaurire, e rendere conto, delle dimensioni strutturali della violenza che subiscono. Mi riferisco, ad esempio, all’impatto di esperienze quotidiane di </hi><hi rend="italic">misgendering</hi><hi rend="CharOverride-1"> e </hi><hi rend="italic">outing</hi><hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi><ref target="OP08963_xml_8_45-56.html#footnote-000">12</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">, spesso misconosciute dalla maggioranza cisgender, e che richiamano quanto detto in precedenza sulla pervasività dei meccanismi di </hi><hi rend="italic">reality enforcement</hi><hi rend="CharOverride-1"> (Bettcher 2014). Si denunciano inoltre forme di violenza istituzionale, legate alla loro patologizzazione, all’interno dei servizi dedicati alla loro transizione o affermazione di genere. Anche il rapporto delle persone trans con le istituzioni (sistema sanitario, scuola, polizia ecc.) risulta essere più travagliato rispetto a quello degli altri sottogruppi. Si tratta di questioni, emerse nel nostro caso soprattutto nelle interviste in profondità con </hi><hi rend="CharOverride-1">attivistə, che tendono a rimanere invisibili in indagini di vittimizzazione che si focalizzano esclusivamente sulle aggressioni fisiche e verbali, che pure restituiscono l’elevato grado di vittimizzazione a cui sono soggett3.</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Infine, un’ultima dimensione rilevante resa visibile dalla ricerca, riguarda l’effetto di assoggettamento prodotto dalla violenza e che riguarda, trasversalmente, tutte le soggettività coinvolte. In altre parole, più episodi si subiscono e più si mettono in atto strategie consapevoli di evitamento di determinati spazi pubblici. Incrociando l’indice di vittimizzazione già menzionato con le risposte alla domanda sull’evitamento di spazi pubblici per timore di subire aggressioni emerge infatti la loro diretta correlazione (vedi Figura</hi><hi rend="CharOverride-1"> 1).</hi></p><p><graphic url="OP08963_xml_8_45-56-web-resources/image/3_GUSMEROLI.jpg" rend="img _idGenObjectAttribute-1" mimeType="image/jpeg"/></p><p rend="caption_figure" ><hi rend="CharOverride-1">Figura 1 – Persone che dichiarano di evitare spazi pubblici per indice di vittimizzazione (percentuali).</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Come si evince dal grafico, anche un singolo episodio di vittimizzazione (fisico o verbale, on-line o off-line) appare in grado di innescare effetti rilevanti. Per quanto risenta di tutti i limiti e le semplificazioni tipiche di una prospettiva quantitativa e standardizzata, questo risultato permette comunque di ‘dimostrare’, a partire da una base empirica, gli effetti pervasivi e strutturali della violenza sui soggetti che la subiscono.</hi></p></div></div><div><head><hi>5. Riflessioni conclusive: tre sfide per il presente</hi></head><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">La ricerca sull’omo-lesbo-bi-transfobia, lo abbiamo capito, si situa in uno spazio dinamico di trasformazioni. Cambia il discorso pubblico, come si evince dall’emersione di parole-chiave che permettono di nominare ciò che prima era naturalizzato (passando, appunto dal nominare l’omofobia al nominare l’omo-lesbo-bi-transfobia). Cambia il contesto sociale, ad esempio rispetto alla progressiva de-criminalizzazione e de-patologizzazione dell’omosessualità, prima, e della varianza di genere, in tempi più recenti (e non ancora compiuta). Cambiano i contesti politici, anche con l’emersione di nuovi modi di opporsi al cambiamento, e di </hi><hi rend="CharOverride-1">nuovi vocabolari per limitare l’accesso alla cittadinanza intima delle persone LGBTQI+</hi><hi rend="CharOverride-4">, </hi><hi rend="CharOverride-1">come dimostrano le mobilitazioni diffuse contro la cosiddetta ideologia del </hi><hi rend="italic">gender </hi><hi rend="CharOverride-1">(cfr. Gusmeroli 2021; Gusmeroli and Trappolin 2021). Cambia la sensibilità scientifica e cambia anche la stessa comunità LGBTQI+</hi><hi rend="CharOverride-4">,</hi><hi rend="CharOverride-1"> sia per i modelli di identificazione che per i comportamenti e le scelte di visibilità. I risultati della nostra ricerca, restituiti in forma estremamente sintetica e certamente lacunosa, delineano in questo senso un ritratto fatto di luci e ombre. Cosa rendono, dunque, visibile? Da una parte, la presenza di maggiori spazi di visibilità, e quindi di </hi><hi rend="italic">empowerment</hi><hi rend="CharOverride-1">, </hi><hi rend="italic">della</hi><hi rend="CharOverride-1"> e </hi><hi rend="italic">nella</hi><hi rend="CharOverride-1"> comunità LGBTQI+</hi><hi rend="CharOverride-4">, </hi><hi rend="CharOverride-1">legati anche a nuove istanze e rivendicazioni; d</hi><hi rend="CharOverride-1">all’altra, la diffusione della vittimizzazione, per lo meno in forma episodica, come esperienza comune e diffusa tra i soggetti intercettati, e al tempo stesso la sua diversa declinazione nell’esperienza delle soggettività che compongono l’acronimo LGBTQI+.</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Vorrei concludere individuando tre sfide che riguardano la produzione di conoscenza in questo ambito, e quindi il modo in cui si rende visibile l’omo-lesbo-bi-transfobia. La prima riguarda la necessità di rendere conto della varietà di posizionamenti sociali e culturali interni alla popolazione LGBTQI+</hi><hi rend="CharOverride-1">, i quali rimandano a esperienze di vittimizzazione anche molto differenti tra loro, non sempre intellegibili persino dentro la comunità di riferimento. Inoltre, a fronte di un crescente e visibile pluralismo di genere/generi, e della maggiore fluidità dei comportamenti e delle traiettorie identitarie, permane la difficoltà di rendere conto delle esperienze sociali di soggetti LGBTQI+ particolarmente marginalizzati o razzializzati: persone migranti, chi è impiegato/a nel </hi><hi rend="italic">sex work</hi><hi rend="CharOverride-1">, persone in situazione di povertà. In altre parole, quello che sappiamo rispetto all’omo-lesbo-bi-transfobia in Italia tende a riflettere l’esperienza, non per questo meno significativa, delle fasce più ‘integrate’ nella società in termini di grado d’istruzione, di nazionalità, di classe sociale. Ciò si riflette anche nella rimozione culturale di altri e diversi modi di nominare le proprie esperienze e/o identità, non necessariamente congruenti con le definizioni culturali più diffuse (riassunte dall’acronimo LGBTQI+</hi><hi rend="CharOverride-1">).</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">La seconda sfida conoscitiva, conseguente alla precedente, è relativa allo sviluppo di categorie interpretative che siano in grado di rendere conto di questo pluralismo, a partire dai significati attribuibili alla categoria «genere», oltre il binarismo, fino alla presa in carico delle differenze culturali. Appare chiaro che un unico paradigma non basta a de-costruire i diversi </hi><hi rend="italic">continuum</hi><hi rend="CharOverride-1"> della violenza a cui sono esposte le soggettività che ne fanno esperienza.</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Infine, la terza sfida è solo indirettamente legata al tema dell’omo-lesbo-bi-transfobia e ne costituisce, piuttosto, un corollario. Mi riferisco alle difficoltà di indagare, rendere pubblica e contrastare la violenza presente </hi><hi rend="italic">dentro</hi><hi rend="CharOverride-1"> le relazioni e la comunità LGBTQI+</hi><hi rend="CharOverride-4">. </hi><hi rend="CharOverride-1">Non si tratta di un tema nuovo, nemmeno in Italia. Tuttavia, questo ambito di riflessione incontra persistenti resistenze, anche interne alla comunità (analogamente, forse, a quanto accade rispetto al tema delle persone con HIV), per la realistica possibilità che la questione venga strumentalizzata per riprodurre forme di ostilità verso le stesse soggettività LGBTQI+. La sua rimozione dal dibattito pubblico e scientifico riflette l’inerziale stigmatizzazione della maggioranza su queste esperienze e soggettività. E riflette l’obbligatorietà di un ruolo di vittima </hi><hi rend="CharOverride-1">che costituisce, per le soggettività LGBTQI+</hi><hi rend="CharOverride-4">, </hi><hi rend="CharOverride-1">una potenziale trappola laddove diventi un passaggio obbligato per chiedere ‘tolleranza’ e ‘inclusione’ entro un modello di cittadinanza che mantiene e rinforza</hi><hi rend="CharOverride-1"> il proprio carattere eteronormativo.</hi></p></div><div><head><hi>Riferimenti bibliografici</hi></head><p rend="bib_indx_bib" ><hi rend="CharOverride-1">Bettcher, Talia Mae. 2014. </hi><hi rend="CharOverride-1" >“Trapped in a Wrong Theory: Rethinking Trans Oppression and Resistance.” </hi><hi rend="italic">Signs</hi><hi rend="CharOverride-1" > 39, 2: 383-406.</hi></p><p rend="bib_indx_bib" ><hi rend="CharOverride-1" >Bryant, Karl, and Salvador Vidal-Ortiz. 2008. “Introduction to retheorizing homophobias.” </hi><hi rend="italic">Sexualities </hi><hi rend="CharOverride-1" >11, </hi><hi rend="CharOverride-1" >4: 387-96.</hi></p><p rend="bib_indx_bib" ><hi rend="CharOverride-1" >Burgio, Giuseppe. 2020. “Una violenza normale: maschilità, adolescenza, omofobia.” </hi><hi rend="italic">Education Sciences &amp; Society</hi><hi rend="CharOverride-1" > 2: 222-37. </hi></p><p rend="bib_indx_bib" ><hi rend="CharOverride-1" >Collins, Patricia Hill. 2019. </hi><hi rend="italic">Intersectionality as Critical Social Theory</hi><hi rend="CharOverride-1" >. 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Roma: Carocci.</hi></p><p rend="bib_indx_bib" ><hi rend="CharOverride-1">Gusmeroli, Paolo. 2021. “Inversione dello stigma e aggiornamento delle retoriche anti-lgbt: l’omofobia ‘contesa’ nel discorso mediatico italiano.”</hi><hi rend="CharOverride-5"> </hi><hi rend="italic">AG-AboutGender</hi><hi rend="CharOverride-1"> 10</hi><hi rend="CharOverride-1">, 19: 268-94.</hi></p><p rend="bib_indx_bib" ><hi rend="CharOverride-1">Gusmeroli, Paolo, and Luca Trappolin. 2021. </hi><hi rend="CharOverride-1" >“Narratives of Catholic women against ‘Gender ideology’ in Italian schools: defending childhood, struggling with pluralism.” </hi><hi rend="italic">European Societies</hi><hi rend="CharOverride-1" > 23, 4: 513-32.</hi></p><p rend="bib_indx_bib" ><hi rend="CharOverride-1" >Herek</hi><hi rend="CharOverride-1" >, Gregory M. 2004. “Beyond ‘Homophobia’: Thinking About Sexual Prejudice and Stigma in the Twenty-First Century.” </hi><hi rend="italic">Sexuality Research &amp; Social Policy</hi><hi rend="CharOverride-1"> 1, 2: 6-24.</hi></p><p rend="bib_indx_bib" ><hi rend="CharOverride-1">ISPES</hi><hi rend="CharOverride-4">. </hi><hi rend="CharOverride-1">1991. </hi><hi rend="italic">Il sorriso di Afrodite. Rapporto sulla condizione omosessuale italiana</hi><hi rend="CharOverride-1">. Firenze: Vallecchi. </hi></p><p rend="bib_indx_bib" ><hi rend="CharOverride-1">ISTAT</hi><hi rend="CharOverride-4">. </hi><hi rend="CharOverride-1">2012</hi><hi rend="CharOverride-4">.</hi><hi rend="CharOverride-1"> </hi><hi rend="italic">La popolazione omosessuale nella società italiana</hi><hi rend="CharOverride-1">, Roma: Istituto Nazionale di Statistica.</hi></p><p rend="bib_indx_bib" ><hi rend="CharOverride-1">ISTAT-UNAR</hi><hi rend="CharOverride-4">. </hi><hi rend="CharOverride-1">2022</hi><hi rend="CharOverride-4">.</hi><hi rend="CharOverride-1"> </hi><hi rend="italic">L’indagine ISTAT-UNAR sulle discriminazioni lavorative nei confronti delle persone LGBT+ (in unione civile o già in unione). Anno 2020-2021</hi><hi rend="CharOverride-1">. Roma: Istituto Nazionale di Statistica.</hi></p><p rend="bib_indx_bib" ><hi rend="CharOverride-1">Kelly, Liz. 1987. </hi><hi rend="CharOverride-1" >“The continuum of sexual violence.” In </hi><hi rend="italic">Women, violence and social control</hi><hi rend="CharOverride-1" >, edited by Jalna </hi><hi rend="CharOverride-1" >Hanmer, and Mary Maynard, 46-60. 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Gay, lesbiche, transessuali in un’area</hi><hi rend="CharOverride-1"> </hi><hi rend="italic">Metropolitana</hi><hi rend="CharOverride-1">. Milano: Guerini.</hi></p><p rend="bib_indx_bib" ><hi rend="CharOverride-1">Scott, Joan W. 1991. </hi><hi rend="CharOverride-1" >“The evidence of experience.” </hi><hi rend="italic">Critical Inquiry </hi><hi rend="CharOverride-1" >17, 14: 773-97.</hi></p><p rend="bib_indx_bib" ><hi rend="CharOverride-1" >Tomsen, Stephen, and Gail Mason. 2001. “Engendering homophobia: Violence, sexuality and gender conformity.” </hi><hi rend="italic">Journal of Sociology</hi><hi rend="CharOverride-1" > 37, 3: 257-73.</hi></p><p rend="bib_indx_bib" ><hi rend="CharOverride-1" >Trappolin, Luca. 2015. </hi><hi rend="CharOverride-1">“Punire i prepotenti, difendere l’eteronormatività. 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					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-2"><ref target="OP08963_xml_8_45-56.html#footnote-011-backlink">1</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	Il progetto </hi><hi rend="italic">Ricerca sulle discriminazioni e sulle violenze determinate dall’orientamento sessuale e dall’identità di genere in Emilia-Romagna</hi><hi rend="CharOverride-1"> ha visto la collaborazione della Regione con l’Università di Padova. La ricerca si</hi><hi rend="italic"> </hi><hi rend="CharOverride-1">è sviluppata in due fasi distinte, prima con lo svolgimento di interviste in profondità (35 attivistə di 18 associazioni LGBTQI+</hi><hi rend="CharOverride-4">)</hi><hi rend="CharOverride-1">, poi con una survey regionale rivolta alla popolazione LGBTQI+ che ha permesso di raccogliere le esperienze di vittimizzazione di 1.053 persone. I risultati completi sono disponibili in </hi><hi rend="italic">Sfidare la norma. Discriminazione e violenza contro le persone LGBTQI+</hi><hi rend="CharOverride-1"> (Trappolin e Gusmeroli 2023). </hi></p></item>
				</list><list type="ordered">
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-2"><ref target="OP08963_xml_8_45-56.html#footnote-010-backlink">2</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	</hi><hi rend="CharOverride-1">Finora, in Italia, gli studi sulla vittimizzazione delle persone LGBTQI+ sono stati condotti principalmente da organizzazioni non governative (ONG). Il coinvolgimento diretto delle istituzioni nazionali sulla questione è invece molto recente. L’Istituto Nazionale di Statistica (ISTAT) ha inaugurato la produzione di dati sull’ostilità antiomosessuale solo nel 2012, affrontando la circolazione di stereotipi negativi nei confronti delle donne lesbiche e degli uomini gay. Nel 2022 ha pubblicato la sua prima vera indagine sulla vittimizzazione, indagando la discriminazione sul posto di lavoro subita dai cittadini lesbiche, gay e bisessuali nelle unioni civili. Recentemente (luglio 2023), ISTAT</hi><hi rend="CharOverride-4"> </hi><hi rend="CharOverride-1">ha invece lanciato un’indagine simile coinvolgendo soggetti trans e non binari. Si può quindi parlare, per l’Italia, di un processo di lenta istituzionalizzazione di questo campo di ricerca (si veda Trappolin e Gusmeroli 2023).</hi></p></item>
				</list><list type="ordered">
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-2"><ref target="OP08963_xml_8_45-56.html#footnote-009-backlink">3</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	Il concetto di intersezionalità trova origine nell’ambito del femminismo nero negli Stati Uniti verso la fine degli anni Ottanta (cfr. Crenshaw 1989). La prospettiva intersezionale mette a fuoco la connessione, la cumulazione e, appunto, l’intersezione di forme di oppressione, o di privilegio – legate a classe sociale, genere, razzializzazione, abilismo, sessualità ecc. – nell’esperienza sociale dei soggetti, nelle forme di mobilitazione e negli effetti prodotti dalle politiche.</hi></p></item>
				</list><list type="ordered">
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-2"><ref target="OP08963_xml_8_45-56.html#footnote-008-backlink">4</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	</hi><hi rend="CharOverride-1">Sia in psicologia che nelle scienze sociali, per ragioni in parte diverse, il concetto di «omofobia» (e quindi le sue derivazioni) è stato ampiamente criticato. Nell’ambito degli studi di psicologia la critica si riferisce, ad esempio, al riferimento riduttivo e pseudo-patologizzante alla dimensione fobica. Nelle scienze sociali, si è messo in luce il rischio di psicologizzare e, quindi, de-politicizzare il problema, riducendoli ai conflitti intra-psichici di soggettività ‘devianti’. Per una riflessione critica più approfondita sull’uso di questo concetto, e sulle alternative, si veda Trappolin e Gusmeroli (2019). </hi></p></item>
				</list><list type="ordered">
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-2"><ref target="OP08963_xml_8_45-56.html#footnote-007-backlink">5</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	Si tratta di un tema che qui non affrontiamo ma presente in letteratura. Si veda ad esempio McLean (2015).</hi></p></item>
				</list><list type="ordered">
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-2"><ref target="OP08963_xml_8_45-56.html#footnote-006-backlink">6</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	I luoghi di </hi><hi rend="italic">battuage</hi><hi rend="CharOverride-1"> sono quelli in cui si incontrano persone che cercano rapporti sessuali occasionali e anonimi.</hi></p></item>
				</list><list type="ordered">
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-2"><ref target="OP08963_xml_8_45-56.html#footnote-005-backlink">7</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	Questa ricerca non sarebbe stata possibile senza il sostegno delle associazioni LGBTQI+ che hanno collaborato attivamente per tutta la durata di questo percorso.</hi></p></item>
				</list><list type="ordered">
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-2"><ref target="OP08963_xml_8_45-56.html#footnote-004-backlink">8</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	Per quanto riguarda gli aspetti metodologici, la costruzione degli indici di vittimizzazione e il confronto con i risultati di analoghe si rimanda a Trappolin e Gusmeroli (2023).</hi></p></item>
				</list><list type="ordered">
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-2"><ref target="OP08963_xml_8_45-56.html#footnote-003-backlink">9</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	All’interno del campione cisgender si trova, in particolar modo tra le donne (43,8%), una quota rilevante di soggetti che non si riconoscono nel binarismo omo/etero </hi><hi rend="CharOverride-1">– dichiarandosi bisessuali, pansessuali, queer ecc. – o che si rifiutano di definirsi.</hi></p></item>
				</list><list type="ordered">
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-2"><ref target="OP08963_xml_8_45-56.html#footnote-002-backlink">10</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	Quest’ultima etichetta riassume le seguenti articolazioni: «non binary» (n = 77), «questioning» (n = 14), «transgender» (n =</hi><hi rend="CharOverride-1"> 7), «agender» (n = 3), «intersessuale» (n = 1), «queer» (n = 4) e «non mi definisco» (n = 2). Come si è rilevato recentemente in letteratura, malgrado siano spesso accorpate, le categorie «non binario» e quella «transgender» non sono sovrapponibili, anche alla luce del fatto che «alcune persone non binarie certamente si identificano come transgender, [e] altre no» (Darwin 2020, 358).</hi></p></item>
				</list><list type="ordered">
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-2"><ref target="OP08963_xml_8_45-56.html#footnote-001-backlink">11</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	L’indice è stato costruito selezionando alcune tipologie specifiche di vittimizzazione</hi><hi rend="CharOverride-1"> (come: aggressioni fisiche, aggressioni sessuali, derisioni e calunnie on-line e off-line, minacce e gli insulti on-line e off-line) e assegnando valori diversi a seconda della frequenza delle aggressioni subite e tenendo conto della distinzione tra aggressioni fisiche/sessuali e verbali/on-line (cfr. Trappolin e Gusmeroli 2023).</hi></p></item>
				</list><list type="ordered">
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-2"><ref target="OP08963_xml_8_45-56.html#footnote-000-backlink">12</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	Con il termine </hi><hi rend="italic">outing</hi><hi rend="CharOverride-1"> si fa generalmente riferimento allo svelamento dell’identità di genere ascritta alla nascita, o dell’orientamento sessuale, effettuato contro la volontà della persona interessata. Per </hi><hi rend="italic">misgendering</hi><hi rend="CharOverride-1">, invece, si intende il fatto di riferirsi a una persona con pronomi o desinenze errate rispetto al genere in cui la stessa si riconosce, spesso con intenti discriminatori.</hi></p></item>
				</list><p rend="editorial_metadata_author">Paolo Gusmeroli, University of Padua, Italy, <ref target="https://www.fupress.com">paolo.gusmeroli@unipd.it</ref>, <ref target="https://www.fupress.com">0000-0002-6687-5956</ref></p><p rend="editorial_metadata_polices">Referee List (DOI 1<ref target="https://doi.org/10.36253/fup_referee_list">0.36253/fup_referee_list</ref>)</p><p rend="editorial_metadata_polices">FUP Best Practice in Scholarly Publishing (DOI <ref target="https://doi.org/10.36253/fup_best_practice">10.36253/fup_best_practice</ref>)</p><p rend="editorial_metadata_book">Paolo Gusmeroli, <hi rend="italic">Come si rende visibile l’omo-lesbo-bi-transfobia? Nodi critici, sfide e riflessioni a partire da una ricerca empirica.</hi>, © Author(s), <ref target="https://www.fupress.com">CC BY-SA</ref> 4.0, DOI <ref target="https://www.fupress.com">10.36253/979-12-215-0362-3.07</ref>, in Irene Biemmi (edited by), <hi rend="CharOverride-6">Quanti generi di diversità? Promuovere nuovi linguaggi, rappresentazioni e saperi per educare alle differenze e prevenire l’omofobia e la transfobia</hi>, pp. -13, 2023, published by Firenze University Press and USiena PRESS, ISBN 979-12-215-0362-3, DOI <ref target="https://www.fupress.com">10.36253/979-12-215-0362-3</ref></p></div></div>
      
      
      
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