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        <title type="main" level="a">«Io penso che questo riesce benino».  Vita e opere di Livio Poggesi 1934-1985 | Livio Poggesi</title>
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            <forename>Paolo</forename>
            <surname>Torriti</surname>
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          <resp>This is a section of <title>Arte ai margini</title>(DOI: <idno type="DOI">10.36253/979-12-215-0400-2</idno>) by </resp>
          <name>Luca Quattrocchi, Paolo Torriti</name>
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        <publisher>Firenze University Press, USiena Press</publisher>
        <pubPlace>Florence</pubPlace>
        <date when="2024">2024</date>
        <idno type="DOI">https://doi.org/10.36253/979-12-215-0400-2.12</idno>
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          <p>Open Access</p>
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        <p>The essay reconstructs the activity of the outsider artist Livio Poggesi, from his beginnings in the painting atelier of the neuropsychiatric hospital of Arezzo, in 1958, until his death, which occurred in this hospital in 1985. The paintings of Livio Poggesi , a self-taught with fifth grader who liked to paint, write and study, reflect the emotional and sentimental agitations of his life: dreams, memories, anxiety and visions are transmitted to us through his paintings.  However, Livio is not an artist because he suffers from mental pathologies; on the contrary, he is a brilliant artist with some mental disorders. They are works free from any formal heritage and from any cultural and stylistic influence (previous or contemporary styles and movements), creations that go beyond our habits and models.</p>
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            <item>Livio Poggesi</item>
            <item>Arte irregolare</item>
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            <item>Art Brut.</item>
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      <p>It is available online at https://doi.org/10.36253/979-12-215-0400-2.12<ref target="https://doi.org/10.36253/979-12-215-0400-2.12" /></p>
      
      <p rend="h1_chapter">«Io penso che questo riesce benino». <lb/>Vita e opere di Livio Poggesi 1934-1985</p><p rend="h1_author ParaOverride-1">Paolo Torriti</p><p rend="quotation_b">Questi periodi di alto e basso prendono quasi a tutti nella vita, ma come a me è una cosa incredibile, mortali proprio mi prendono. Soffro in una cosa incredibile. Ora mi trovo qui come dimesso presso una casa famiglia […]. Comunque spero di stare benino e che questi fatti non mi succedano più ma siano solo nei miei disegni che si possono vedere e nei miei diari. Ora continuo sempre a disegnare, ne ho fatti tanti. Io penso che questo riesce benino.</p><p rend="text">È in queste struggenti note, tratte dal suo Diario del 1973<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi><ref target="12.html#footnote-020">1</ref></hi></hi>, che Livio Poggesi ci consegna la sua arte, le sue passioni, le sue angosce. Un autodidatta con la quinta elementare a cui piaceva dipingere, scrivere, studiare. Certamente non un folle, ma più semplicemente un irregolare, dotato di profonda sensibilità e fantasia, ma altrettanto emotivo e impressionabile. Come molti ricoverati in quegli anni, forse la sua ‘malattia’ non era altro che un disagio esistenziale.</p><p rend="text">Livio nasce a Castelfranco di Sopra, in provincia di Arezzo, il 9 febbraio 1934, da Pasquale Poggesi e Pia Ungheria (Figura 1): «A quel tempo si abitava in campagna, proprio in collina. C’era molti uliveti e poco frumento ma non era brutto il posto. Era vicino alla fattoria. Spesse volte io e i miei cugini si andava a giocare con i figli del padrone, ci volevamo abbastanza bene». A dieci anni si trasferisce con la famiglia vicino San Giovanni Valdarno, dove finisce la V elementare, «dopo voleva continuare a studiare, ma a quei tempi per noi era impossibile»<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi><ref target="12.html#footnote-019">2</ref></hi></hi>. </p><p rend="text">Terminata la scuola, Livio lavora per una decina di anni come bracciante insieme alla famiglia, composta dal padre, dalla madre e da due sorelle, Elena e Amelia<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="12.html#footnote-018">3</ref></hi></hi>. Nel 1956, a 21 anni, parte militare alla volta di Trapani, ma negli ultimi mesi inizia a sentirsi male: cade in un forte stato di esaurimento psichico e fisico, tanto da essere trasferito all’ospedale militare di Firenze, dove rimarrà fino al congedo, nell’aprile del 1957. Tornato a casa, inizia a dipingere e a scrivere, ma: </p><p rend="quotation_b ParaOverride-2">Dopo un po’ di cure fui costretto a venire all’O.P. Dopo aver visto il parere del dottore. Arrivato all’O.P. visto il parere dei medici risultai abbastanza sano. Dopo quindici giorni mi avrebbero dimesso ma io non mi sentivo bene e dovetti trattenermi dieci mesi. In quel frattempo lavorai molto presso l’ospedale. Veniva il mio padre a trovarmi e mi commuoveva molto. Quante lacrime mi fece versare<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="12.html#footnote-017">4</ref></hi></hi>.</p><p rend="text">Ai primi accenni di disagio mentale Poggesi entra quindi per la prima volta in manicomio, esattamente il 5 maggio 1958: «Sindrome distimica ipocondriaca», recita la diagnosi<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="12.html#footnote-016">5</ref></hi></hi>. In quello stesso anno, come ricorda Livio, «venne un professore di pittura e mi fecero disegnare. Disegnavo abbastanza bene» (<hi rend="italic">I Tetti rossi</hi> 1975, 35). Seguendo l’esempio di altri ospedali psichiatrici, quali Imola, Verona e Firenze, nel 1958, su indicazione del dottor Furio Martini e con il sostegno del direttore Marino Benvenuti, anche Arezzo si dota infatti di un atelier di pittura<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="12.html#footnote-015">6</ref></hi></hi>. Dai racconti di alcuni ex infermieri si apprende che Poggesi era sempre il primo a entrare e l’ultimo a uscire dall’atelier, mentre gli altri pazienti dovevano essere sollecitati sia per recarsi nel laboratorio sia per iniziare a dipingere. È ovvio che Livio aveva già una predisposizione e possedeva una diversa sensibilità, ma è nel manicomio, nell’atelier, che finalmente troverà il suo <hi rend="italic">setting</hi>.</p><p rend="text">Poggesi rimarrà all’interno dell’ospedale neuropsichiatrico di Arezzo fino al 24 marzo 1959. Una volta dimesso, venne affidato al padre.</p><p rend="quotation_b">Continuai a curarmi per tre anni. Mi sembrava di aver risolto la situazione. Devo ammettere, credevo di essere guarito. Facevo qualcosa, ma molto no. Aiutavo un poco i miei. Facevo qualche disegno. […] Poi principiò ad affascinarmi la fantascienza, quando c’era un film non potevo stare se non lo vedevo. </p><p rend="quotation_b">[…] Nel ’62 morì il mio povero padre di cancro. Mi rincrebbe molto. Dopo mi volevano mandare a lavorare. E io stiedi un po’ indeciso se andare o no ma dormivo il giorno soltanto, la notte stavo a luce accesa che avevo paura. Non potevo dormire e allora come facevo ad andare a lavorare? Principiò a prendermi tutte le idee. […] paure, in diversi posti non ci potevo stare. Poi una mattina dopo tanto soffrire credevo che venissero a prendermi da un altro pianeta. […] Io lì per lì non sapevo cosa fare, credevo si trattasse di qualcosa di pericoloso per tutti non per me soltanto. […] Feci una corsa ad andare a chiamare i carabinieri. […] arrivai alla stazione trovai la porta chiusa mi ritrovai di là sfondai la porta e tutto. Ma non lo feci per cattiveria. Non sapevo quello che facevo. Dissi che ero perseguitato da un mostro ma non vidi nulla, sentii quella scossa. Poi mi presero in sette o otto ma io gli dissi che non l’avevo fatto apposta. Dopo mi feci accompagnare dai carabinieri e gli dissi cosa era accaduto ma anche loro non ci credettero. […] Poi dopo l’interrogatorio mi dissero se volevo tornare all’O.N.P. gli dissi di sì. […] Ma stiedi tanto male per diversi anni. Dipingevo un poco. Anzi quasi troppo perché non si trovava da darli via. Poi mi facevano un po’ di rabbia non mi davano nulla non ci davano nulla. Si doveva fare con quei pochi di soldi che ci davano da casa. E poi erano troppo severi: di nulla, nulla, ci cambiavano di reparto, ci picchiavano in cameretta per mesi e anche per anni […]. Ero impressionato. Sembrava che le camerette e i muri mi si stringessero addosso. Fora tirava sempre il vento. Comunque fui legato come un salamino e a luci spente urlai tutta la notte per scacciare la paura […]. Forse sarà stato il frutto della mia fantasia malata ma anche ora che mi sento meglio non mi rendo conto. Quelle paure non ce l’ho più. […] Questo direttore ha detto che non condivide che mi dicono matto. Lui dice che ho una forte fantasia, non ricordo come è chiamata questa diagnosi<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="12.html#footnote-014">7</ref></hi></hi>.</p><p rend="text">La perdita del padre, nel febbraio del 1962, fu un colpo durissimo per Livio che, come noteremo, considerava Pasquale un’importante figura di riferimento. Nello stesso anno Poggesi rientra quindi in manicomio; è questo l’inizio di una lunghissima permanenza in ospedale, un internamento all’inizio imposto e, come raccontato nei suoi diari, assolutamente non semplice. Nel dicembre del 1972 Livio firma la sua permanenza come ‘volontario’ e successivamente, nel maggio del ’78, per gli effetti della legge Basaglia, passa in spazi comunitari autogestiti (anche se interni all’ospedale), entrando a far parte di una cooperativa di servizi composta da ex degenti, con mansioni di giardiniere. In un susseguirsi di crisi di varia entità e natura, alternate a periodi più stabili e tranquilli, Poggesi muore nell’Ospedale neuropsichiatrico di Arezzo il 27 giugno 1985, all’età di 51 anni.</p><p rend="text">Una storia, quella di Livio, assai dolorosa, simile a migliaia di altre e prossima anche ad altri artisti ‘irregolari’, come, ad esempio, il ben più noto Carlo Zinelli, un outsider con la terza elementare, internato nel 1947 presso l’ospedale psichiatrico di Verona dopo la chiamata alle armi. L’attività artistica di Carlo e la sua eccezionale genialità si svilupparono quasi interamente all’interno dell’atelier dell’ospedale psichiatrico di San Giacomo della Tomba a Verona, diretto dagli artisti Michael Noble e Pino Castagna<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi><ref target="12.html#footnote-013">8</ref></hi></hi>. </p><p rend="text">Siamo consapevoli che la storia personale sia importante per una buona comprensione delle opere (Di Stefano 2020, 32), soprattutto in questo ambito, ma il nostro interesse, è ovvio, sarà rivolto unicamente alle opere di Livio Poggesi e non certo alla sua malattia, se così la si può chiamare. È la sua creatività che ci appassiona, non la sua patologia. Arte e psichiatria sono percorsi diversi che non devono essere confusi, non solo perché della seconda non possediamo gli strumenti, ma soprattutto perché, a differenza della maggior parte delle opere realizzate negli atelier degli ospedali psichiatrici, le sorprendenti creazioni di Livio superano agilmente la psicopatologia dell’espressione, reclamando forte la loro appartenenza all’universo dell’arte: «Il potere di espressione è una questione strettamente individuale, che dipende dal talento e non ha nulla a che vedere con la natura e il grado della malattia. Del grandissimo numero di malati mentali che disegnano e dipingono, la maggior parte non possiede che doni artistici assai modesti, e i veri talenti sono rari tra di loro come in qualunque altra area artistica» (Georg Schmidt in Tosatti 1997, 377).</p><p rend="text">Di contro non vogliamo neppure perdere ogni rapporto con la realtà, invocando teorie sull’autonomia e sulla sovranità dell’arte. Come ho già avuto modo di affermare (Torriti in Baioni-Setaro 2017, 66-73), i dipinti di Livio Poggesi riflettono infatti i turbamenti emozionali e sentimentali della sua vita: sogni, ricordi, angosce e visioni ci vengono trasmesse attraverso le sue tele. A volte sono schiaffi e pugni nello stomaco, come un suo ritratto, firmato in basso a destra, dove la dematerializzazione di quel pallido e indefinito volto manifesta una forte mancanza di identità in Livio, smarrito e inquieto in un mondo oscuro e inaccessibile che lo considera ‘diverso’ e ‘sbagliato’ (Figura 2). </p><p rend="text">Un dipinto straordinariamente vicino al celebre <hi rend="italic">Sguardo rosso </hi>di Arnold Schönberg del 1910. Lo stesso discorso vale per un’altra visionaria opera di Poggesi, dove uno, o forse due volti, emergono, dispersi e impauriti, dal fondo di un magma “informale” di segni e colori (Figura 3). Altri dipinti ancora testimoniano il Livio accerchiato e privato della libertà, dove sembra davvero, come lui stesso ricorda, che «le camerette e i muri mi si stringessero addosso» (Figure 4 e 5).</p><p rend="text">Come accennato, anche il nesso tra arte e follia, tra genio e follia, ancora oggi spesso celebrato (Sgarbi 2009), non ci convince affatto. Livio non è un artista perché soffre di patologie mentali e non è neppure un ‘matto creativo’ (Vittorino Andreoli in Rovasino-Tosatti 1993, 45), al contrario è un geniale artista con qualche disturbo psichico. Già Dubuffet annotava: «Non esiste maggior espressione artistica nei folli che presso i dispeptici o i malati al ginocchio […] la scoperta di un vero artista fra i malati mentali è tanto rara quanto la scoperta fra persone ritenute normali» (Dubuffet 1967, 202 e 218). Non si può trasformare la sofferenza, la follia in creatività:  «L’aspetto più drammatico e sconcertante della malattia mentale è dovuta al fatto che essa, come ogni altra malattia, porta con sé una riduzione di capacità, di abilità e di funzioni […] che si traduce in una temporanea e persistente “invalidità” e comunque in un peggioramento qualitativo e quantitativo rispetto alla condizione di normalità» (Paolo Pancheri in Rovasino-Tosatti 1993, 48).</p><p rend="text">Per dirla con Prinzhorn, noto psichiatra e storico dell’arte, «La malattia non dà il talento». </p><p rend="text">Nel corso della presente ricerca sono state rintracciate più di cento opere di Poggesi, e altre ancora, siamo convinti, verranno alla luce. Ci troviamo di fronte a un vasto ed emozionante corpus di dipinti rappresentativo della prolifica attività di questo autore, che va dal 1958 (apertura dell’atelier presso l’ospedale neuropsichiatrico) fino alla sua morte. Una raccolta di opere libere da ogni eredità formale e da ogni influenza culturale e stilistica; creazioni che vanno oltre le nostre consuetudini e i nostri modelli, che superano pertanto i confini della critica, quella critica che interpreta i prodotti artistici avvalendosi di un linguaggio convenzionale e facendo riferimento ai precedenti o contemporanei stili e movimenti. Livio non conosceva, e quindi non seguiva, né gli uni e né gli altri. Le sue opere sono dunque al di là di ogni classificazione, al di là perfino dell’Art Brut, poiché sarebbero comunque riunite e valutate all’interno di una categoria estetica, quale la stessa Art Brut è divenuta nonostante le opposte intenzioni del suo ideatore Jean Dubuffet. Se questo deve necessariamente accadere, ma non ne condividiamo le ragioni, meglio allora sarà la definizione di ‘arte irregolare’, termine di certo più appropriato, coniato da Bianca Tosatti<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi><ref target="12.html#footnote-012">9</ref></hi></hi>. </p><p rend="text">Anche se, come per altri ‘irregolari’, alcuni lavori di Poggesi stupiscono per le affinità di idee con molte soluzioni dell’arte contemporanea (dal post-impressionismo all’Espressionismo, dai Fauves fino al neoespressionismo americano) il suo stile è veramente nuovo, personale, spontaneo, non classificabile (sono proprio queste particolarità, come ricorda Johann Feilacher, a distinguere il vero artista dalla massa; in Rovasino-Tosatti 1993, 83). Una forma d’arte originale, anticonformista, espressiva, concepita da un autodidatta che operava al di fuori delle norme estetiche convenzionali e che cercava spesso di comunicare la propria sofferenza: «lavori effettuati da persone indenni di cultura artistica, nelle quali il mimetismo, contrariamente a ciò che avviene negli intellettuali, abbia poca o niente parte, in modo che i loro autori traggano tutto (argomenti, scelta dei materiali, messa in opera, mezzi di trasposizione, ritmo, modi di scritture, ecc.) dal loro profondo e non da stereotipi dell’arte classica o dell’arte di moda» (Dubuffet 1967, 453). </p><p rend="text">Sebbene quindi alcune sue caratteristiche rispecchino senza dubbio quei valori che ispirarono Jean Dubuffet nel 1958 (la principale è certamente il suo sviluppo all’interno di un istituto psichiatrico), per altri aspetti la pittura di Poggesi non è affatto assimilabile ai tanti artisti connessi all’Art Brut<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="12.html#footnote-011">10</ref></hi></hi>. Quegli artisti che, ad esempio, spesso operavano ignorando destinatari e magari acquirenti del loro lavoro, inconsapevoli di una possibile affermazione e di un conseguente riconoscimento sociale. Al contrario Poggesi non era per nulla refrattario al successo e anche al commercio. Come Tarcisio Merati, un altro noto <hi rend="italic">outsider</hi> ricoverato presso l’ospedale psichiatrico di Bergamo<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="12.html#footnote-010">11</ref></hi></hi>, Livio aspira a essere un artista, vuole affermare il suo valore e la sua dignità, anzi, probabilmente è cosciente di essere un artista e desidera essere considerato e giudicato come tale. Lui, il perdente, che si trasforma in vincitore grazie alla sua fantasia, grazie ai suoi dipinti: «non mi sembrava giusto di non aver realizzato nulla nella vita» (in <hi rend="italic">I tetti rossi</hi> 1975, 36). Ma Poggesi non auspica solo che la sua arte sia accettata e riconosciuta, sa benissimo che per avere tale approvazione il suo lavoro deve essere anche acquistato, deve avere un valore, come qualsiasi altro lavoro. Numerose sono le lettere, conservate nell’archivio dell’ex ospedale, nelle quali Livio richiede i legittimi pagamenti delle sue opere a medici, direttori e presidenti di enti, abituati a comprare i dipinti che uscivano dall’atelier aretino per un pacchetto di sigarette<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="12.html#footnote-009">12</ref></hi></hi>. </p><p rend="text">Attraverso il suo lavoro di artista Poggesi cerca anche un nuovo inserimento nella vita sociale e un riscatto dalla discriminazione in cui, suo malgrado, era caduto. Desidera essere una persona per bene, rispettabile, affidabile e, magari, di successo. È questo il senso che possiamo avvertire in alcuni suoi dipinti, come, ad esempio, un acquerello del 1962 che lo ritrae in un abito assai elegante, insieme alle sorelle e all’immancabile figura del padre Pasquale (Tavola 58). </p><p rend="text">Il padre, rappresentato sempre con il cappello e spesso con una pipa in bocca, è infatti un’immagine ricorrente nei lavori di Livio, quasi un engramma warburghiano sullo sfondo di tante opere. Lo testimoniano numerosi dipinti, come un <hi rend="italic">Ritratto con corvi e cocomero</hi> (Figura 6), nel quale compaiono altri due simboli ricorrenti nei lavori di Poggesi: un uccello da sempre associato alla morte e al malaugurio (da Van Gogh a Rousseau, fino al nostro Ligabue) e un frutto carnale, rosso come il sangue (Tavole 72 e 81). Molti altri lavori dei primi anni Settanta sono invece dedicati direttamente al padre: un ritratto su cartoncino dove il nitido profilo si staglia sulla tonalità squillante del fondo (Tavola 78) o una piccola scultura in gesso, con inserti in celluloide e alluminio (Tavola 79). </p><p rend="text">Questa è l’unica testimonianza di arte plastica del nostro autore al momento rintracciata, nella quale Pasquale è raffigurato con ombrello e cappello, il solito cappello, un po’ cowboy e un po’ dandy (anche loro figure ‘ai margini’). Assai simile a questa scultura è un altro ritratto del padre su compensato (Tavola 76), nel quale Livio annota brevi frasi sul genitore, una scrittura che riflette rigorosamente la lingua parlata: «L’ultima pistola dellueste, le donne lo amavano e gli uomini lo inseguono. Io gli rassomiglio un poco ma non è vero so sempre io […]. Io sempre dico parole drammatiche». Nel retro dell’opera Livio ci sorprende con un altro dipinto (Tavola 77): in questo caso è una magnifica visione onirica dove una piccola barca (metafora del viaggio) pare veleggiare serenamente su placide acque, mentre il navigante (lo stesso artista) scruta tranquillo l’orizzonte protetto da una figura femminile generata dalla stessa vela alle sue spalle, quasi una Madonna della Misericordia. </p><p rend="text">Livio non desiderava altro che comunicare e aveva compreso che l’espressione verbale e quella pittorica erano da sempre i due metodi principali di comunicazione. Da qui nascono le sue opere, ma anche i suoi diari. Da qui nascono alcuni suoi dipinti dove testo e immagine formano un tutto inseparabile: brevi frasi, singole parole, piccoli disegni, senza un’apparente correlazione logica, come nel retro di uno straordinario ritratto femminile dei primi anni Sessanta (Tavole 59 e 60), ignaro parente de <hi rend="italic">La pazza</hi> di Viani, dove la scrittura diventa immagine e viceversa. Nella parte posteriore è anche il ritratto a penna del padre con il cappello e la scritta «Pascquale». </p><p rend="text">Nel 1976, per il primo Congresso Nazionale di Psichiatria Democratica, giunse a Livio un’importante commissione, gli furono infatti ordinate due linoleografie, tecnica incisoria già da tempo praticata da Poggesi. Anche in questo lavoro Livio preferì lasciare alla parola la descrizione dei suoi stati d’animo, inserendo, in fase di stampa, un breve testo che accompagnava le due figure rappresentate (Tavole 91 e 92):</p><p rend="quotations_quotation_b1">Sono stato qualche volta innamorato ma non ero solo. Sono arrivato sempre secondo. Due volte. Ma adesso non mi riesce a innamorarmi più, ma me ne importa poco più. Le donne mi piacciono sempre ma c’è poco da fare. Perché ò un po’ di paura degli infermieri e dei dottori.</p><p rend="quotation_b">Le mie impressioni sono di essere perseguitato da qualcosa di misterioso. Perché è 20 anni che soffro in una maniera incredibile, in periodi però e periodi di contentezza. Speriamo che da morto passi tutto. Comunque io nel paradiso e nell’inferno non ci credo, ma c’ho un poco di paura di soffrire anche da morto. Perché non si sa mai. E visto il fil di fantascienza Dei psichiatrici. Volessi sapere cosa c’è oltre la morte. Ma non riuscirò a capirci nulla. La paura ce l’ho avuta più che altro la notte, più che altro ma non sempre.</p><p rend="text">In un altro dipinto, realizzato su cartone in occasione della mostra a lui dedicata nel 1977 a Roma (Tavola 93), Poggesi annota di nuovo brevi frasi sul verso: «Si credono di essere superiori […] anche la pelle a 1 limite […] 10.000.000 […] W Gesu […] mio padre mia madre […] la pentolaccia la rompo io […] perché siete arrivati secondi anche nel sesso».</p><p rend="text">Livio dipingeva di continuo e su qualsiasi supporto; il gesto era rapido, a volte quasi irruento, aveva fretta di terminare e cominciare un nuovo viaggio. Negli anni Settanta lo si notava spesso in giro per la città con i dipinti e i colori sottobraccio, oppure all’ingresso del manicomio intento a vendere le sue opere. Nel suo percorso artistico è possibile evidenziare due fasi, due differenti gradi di espressione, derivati da due contesti diversi: fuori e dentro l’atelier di pittura. Accanto alle opere più drammatiche o animosamente espressive nelle forme e nei colori, si trovano infatti i fogli che Livio dovette realizzare all’interno dell’atelier. Sono tutti conservati in una cartella, l’unica ad oggi rintracciata<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi><ref target="12.html#footnote-008">13</ref></hi></hi>. Tali cartelle, che ogni componente del laboratorio di pittura dovette possedere, sono citate anche nella relazione redatta nel dicembre del 1966 in seguito alla visita all’ospedale neuropsichiatrico della Commissione di vigilanza nominata dal Ministero della Sanità. Sull’atelier il rapporto riferisce: «la Commissione si sofferma sui due aspetti di fondo di questa attività: quella particolarmente clinica per cui tutta la produzione figurativa di ogni malato è raccolta in una cartella personale in modo da poter seguire nel tempo e nella tradizione immediata di altrettanti test propositivi l’andamento della malattia»<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi><ref target="12.html#footnote-007">14</ref></hi></hi>. </p><p rend="text">Nel sereno e confortante clima dell’atelier Livio si fa più lirico e poetico, i fogli si riempiono di sentimenti, di passioni e di ricordi struggenti. La famiglia e i posti della giovinezza, come il matrimonio della sorella Elena, datato 1969, nel quale Poggesi ritrae se stesso e tutti i suoi parenti (Tavola 69), oppure <hi rend="italic">La Casa del Popolo di San Giovanni Valdarno</hi>, del 1965 (Tavola 62), dove Livio spesso si recava a ballare. </p><p rend="text">Le sue fonti sono i ricordi, i vissuti personali, ma anche il presente, in particolare la sua grande passione: il cinema. Sono i film western e soprattutto la fantascienza ad appassionarlo: «Sono tanti i film oggi giorno, quando ce n’è uno non posso stare se non lo vedo» (in <hi rend="italic">I tetti rossi</hi> 1975, 37). Le emozioni del cinema vengono trasformate in immagini, i film e gli attori sono ritratti da Livio su decine di fogli: <hi rend="italic">Gli </hi><hi rend="italic">Spostati</hi>,<hi rend="italic"> Fronte del porto</hi>,<hi rend="italic"> Cordura</hi>,<hi rend="italic"> «Il Delinguente delicato»</hi>,<hi rend="italic"> Io e il colonnello</hi>, Marlon Brando, Sophia Loren, Keith Andes, Jerry Lewis, Nicole Maurey, Curd Jürgens, Domenico Modugno, Mina, Nino Manfredi, Raffaella Carrà, e perfino il leone della Metro Goldwyn Mayer. Negli stessi dipinti, accanto alle raffigurazioni degli attori, Poggesi inserisce pure i ritratti dei suoi parenti, il padre in primis, ma anche le sorelle e il nipote (Tavole 64 e 70). Il presente (il cinema) e i ricordi (la famiglia) si mescolano quindi sui fogli di carta che l’autore usa come fossero uno <hi rend="italic">screen </hi>cinematografico, e spesso, come tanti artisti dall’antichità fino all’epoca contemporanea, anche Livio inserisce il suo ritratto, e non certo per il solo desiderio di auto raffigurarsi. Nella rappresentazione di sé l’autore trasmette visibilità e dignità alla propria persona, è autostima e orgoglio, ma soprattutto «è un modo per riprendersi un’identità negata dalle circostanze» (Di Stefano 2020, 25). </p><p rend="quotation_b">Non per vantarmi ma stavo molto bene. Mi sembrava di essere perfettissimo, bello, robusto al di sopra di molti. Poi principiò ad affascinarmi la fantascienza, quando c’era un film non potevo stare se non lo vedevo, specialmente di voli spaziali. […] Specialmente del mostro immortale ho avuto paura diverse volte. Anche quando venni qui incolpai quello. Non so se ricordate un film, io l’ho visto, è un poco pauroso. Non è un mostro visibile. È una specie di melma che cresce sempre attira tutto e si avvoltola tutto. Poi lo distruggono col fuoco perché con le armi non gli fanno nulla. È una specie di verme informe<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi><ref target="12.html#footnote-006">15</ref></hi></hi>.</p><p rend="text">L’isolamento, la segregazione, l’abbandono, le umiliazioni dell’ospedale psichiatrico stimolano Poggesi a evadere verso altri pianeti, che siano universi fantascientifici o terre promesse (Tavola 96). I film di fantascienza, i mostri, gli esseri deformi e le guerre contro gli alieni diventano dunque la sua droga: ne aveva paura, ma non riusciva a farne a meno. Livio è ora guidato dai suoi sogni, dai suoi incubi e dalle sue visioni (Figure 7 e 8). Lo testimoniano alcuni dipinti esposti nell’attuale mostra, come <hi rend="italic">Guerra fra i mondi</hi> (Tavola 66)<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi><ref target="12.html#footnote-005">16</ref></hi></hi>, dove sul retro l’autore annota «Fantascienza – visto film – Guerra fra i mondi», oppure <hi rend="italic">Frutta della Chiana </hi>(o <hi rend="italic">La terra promessa</hi>)<hi rend="italic">, </hi>nel quale i cocomeri della Valdichiana si trasformano in creature della fantasia (Tavola 98). Anche diverse linoleografie confermano la passione di Livio verso la fantascienza: <hi rend="italic">Celtica il mostro immortale, </hi>dei primi anni Sessanta<hi rend="italic"> </hi>(Tavola 61)<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi><ref target="12.html#footnote-004">17</ref></hi></hi>; <hi rend="italic">Fantascienza –</hi><hi rend="italic"> Il biondo stellare</hi>, firmata e datata 1953 (<hi rend="italic">sic</hi>) (Tavola 57).</p><p rend="text">Come più volte ricordato, i lavori di Poggesi non inseguono le suggestioni dei movimenti artistici contemporanei, ma si sviluppano a seguito di inedite regole che lui stesso organizza su un singolare impianto di relazioni formali: reiterazioni, contrasti e similitudini di colori, di spazi e di figure. Il suo unico e personale stile combina una forte espressività a un’istintività di eccezionale valore. Con queste premesse nascono dipinti fantastici come <hi rend="italic">Ritratto del signor direttore </hi>(Agostino Pirella) (Tavola 89) e <hi rend="italic">Farfalle</hi> (Tavola 97), entrambi della metà degli anni Settanta.</p><p rend="text">Nel vario linguaggio pittorico di Livio vi sono immagini e suggestioni che ritornano più volte: la famiglia, il padre, il cinema, i mostri fantastici, i corvi, il cocomero e, infine, le donne, quelle donne che «mi piacciono sempre ma c’è poco da fare». Così nel ’72 Poggesi ritrae «Marisa», detta anche «La Geconda», opera dedicata, firmata e datata sul verso (Tavola 74); del 1973 è invece «Donna melinconia» (Tavola 75); poi è la volta di «Flora», sul cui retro, oltre al titolo, è annotato: «£. 2000 di spese cio io» (Tavola 100), e infine dipinge «Marlin Monroe» (Tavola 86), dove l’autore studia il rapporto tra la sensuale fisicità dell’attrice e il resto della stanza, in un gioco di intensi rimandi e fantastiche accensioni cromatiche. Lo stesso soggetto, le donne, è anche in una coppia di dipinti su cartone, realizzati nel 1969 e incentrati sulla contrapposizione di due figure femminili (Tavole 67 e 68): la prima, simile a una Venere classica, è completamente nuda e priva di qualsiasi ornamento, mentre la seconda, con in mano un mazzo di fiori, porta un ricco abito, preziosi gioielli e un’acconciatura assai smodata. Mostra rosse e carnose labbra, pasticciate però da scarabocchi scuri sovrapposti dal pittore. È l’incontro tra <hi rend="italic">pudicitia </hi>e<hi rend="italic"> voluptas</hi>, un’allegoria dal forte sapore rinascimentale e neoplatonico, celebrata magnificamente nell’<hi rend="italic">Amor sacro e Amor profano</hi> di Tiziano.</p><p rend="text">Il 23 dicembre 1972 Poggesi firma l’atto, previsto dalla legge, che modifica il suo internamento obbligatorio in ricovero volontario sotto la tutela dell’ospedale neuropsichiatrico, passando in spazi comunitari autogestiti, sempre interni all’istituto<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="12.html#footnote-003">18</ref></hi></hi>. Come tanti ricoverati, e come altri artisti ‘irregolari’, quale ad esempio Tarcisio Merati<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="12.html#footnote-002">19</ref></hi></hi>, Livio preferisce la <hi rend="italic">zona di comfort </hi>dell’ospedale rispetto ai disagi del ‘fuori’. È consapevole che all’esterno sarebbe preda dell’ansia e dello stress, si sentirebbe un estraneo, indifeso e soprattutto improduttivo. All’interno dei <hi rend="italic">Tetti rossi</hi> ha invece a disposizione un laboratorio di pittura<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="12.html#footnote-001">20</ref></hi></hi> e tutto quello che gli serve per continuare a dipingere e a creare. Colori, pennelli, tele e fogli bianchi sono ormai diventati l’unica ragione di vita, ciò che rende la sua persona riconosciuta e rispettata.</p><p rend="text">Dal 5 al 14 gennaio 1975 fu finalmente dedicata a Livio Poggesi una mostra monografica nella Sala dei Bastioni in Arezzo. Ad organizzarla furono i medici dell’ospedale neuropsichiatrico, in particolare il Dott. Luigi Attenasio (Figura 9):</p><p rend="quotation_b">Arezzo, 3 gennaio 1975. La mostra di Livio ai Bastioni è a buon punto. Gigi Attenasio ha fatto miracoli, manifesti, inviti, una sistemazione dei quadri molto bella. Sembra però che ci siano resistenze molto serie. Il solito ritornello che si ripete. Un malato non è degno di avere la sua mostra come non è degno di mettere il culo in un locale bello come la tavola calda. In più Livio è un po’ appartato, è una specie di hippy che vivacchia in ospedale vendendo i suoi quadri; credo che la mostra stia suscitando molte invidie. Un infermiere gli ha detto: «altro che mostra: per fare i tuoi quadri basta intingere nei colori la coda di una mucca e vedere come imbratta la tela». Hanno le case piene di altri pittori dell’ospedale che fanno paesaggi e quadri veristi. Lui invece è considerato un imbrattatele perché il suo stile e la sua lettura del colore non sono veristi. Invece è molto bravo, a volte ricorda Chagall. Ha una enorme capacità di cogliere i sentimenti e di esprimerli sulla tela, è questo che coglie in ogni situazione. (Tranchina 1989, 144)</p><p rend="text">Nonostante il successo della mostra, che consolidava il valore e la dignità di Poggesi artista e nonostante i numerosi quadri venduti per circa mezzo milione di lire, come ricorda Tranchina, l’autostima di Livio, spirito inquieto e tormentato dall’ansia, ne uscì assai indebolita (Tranchina 1989, 144-47). </p><p rend="text">Due anni dopo, il 22 aprile 1977, presso la galleria «Campo D» in Campo de’ Fiori a Roma, fu inaugurata un’altra personale di Livio Poggesi, alla presenza dell’artista e di Agostino Pirella<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi><ref target="12.html#footnote-000">21</ref></hi></hi>, il quale, per l’occasione, presso l’Associazione culturale Lavatoio Contumaciale, introdusse un libero dibattito dal titolo: «Esiste l’arte psicopatologica?».</p><p rend="text">Infine, nel marzo del 2009, una sezione della mostra <hi rend="italic">Arte e psichiatria. Riflessi e riflessioni</hi>, organizzata nel loggiato del Palazzo Comunale di Arezzo, fu dedicata ancora una volta a Livio Poggesi, un ‘irregolare’ straordinario, il cui valore, malgrado tutto, non è stato ancora riconosciuto.</p><p rend="h2">Bibliografia</p><p rend="bib_indx_bib">Andreoli, Vittorino, e Sergio Marinelli (a cura di). 2000. <hi rend="italic">Carlo Zinelli</hi>, Catalogo generale. Venezia: Marsilio.</p><p rend="bib_indx_bib"><hi rend="italic">Arte e psichiatria</hi>, Centro culturale ArtCamera (a cura di). Catalogo della mostra, Arezzo, Palazzo comunale, 25 marzo - 15 aprile 2009. San Giovanni Valdarno (AR): Industria grafica valdarnese.</p><p rend="bib_indx_bib">Baioni, Massimo, e Marica Setaro (a cura di). 2017. <hi rend="italic">Asili della follia. Storie e pratiche di liberazione nei manicomi toscani. </hi>Ospedaletto (PI): Pacini.</p><p rend="bib_indx_bib">Bedoni, Giorgio (a cura di). 2015. <hi rend="italic">Outsider Art. Contemporaneo Presente. The Contemporary Present. Collezione Fabio e Leo Cei. </hi>Milano: Jaca Book.</p><p rend="bib_indx_bib">Bedoni, Giorgio, e Bianca Tosatti (a cura di). 2000. <hi rend="italic">Arte e psichiatria. Uno sguardo sottile. </hi>Milano: Mazzotta.</p><p rend="bib_indx_bib">Bedoni, Giorgio, e Francesco Porzio (a cura di). 2014. <hi rend="italic">Carlo Zinelli, Cronache visionarie</hi>. Bologna: Glifo.</p><p rend="bib_indx_bib">Di Stefano, Eva. 2020. “Art Brut”, inserto redazionale allegato al n. 373 di <hi rend="italic">Art Dossier</hi>. Firenze-Milano: Giunti.</p><p rend="bib_indx_bib">Dubuffet, Jean. 1967.<hi rend="italic"> Prospectus et tous écrits suivants</hi>, vol. I. Paris: Gallimard.</p><p rend="bib_indx_bib">Giacosa, Gustavo, e Barbara Safarova (a cura di). 2024. <hi rend="italic">Épopées Célestes. Art Brut dans la collection Decharme, </hi>catalogo della mostra, Roma, Villa Medici, Académie de France, 29 febbraio - 19 maggio 2024. Paris: Editions Empire.</p><p rend="bib_indx_bib"><hi rend="italic">I Tetti rossi</hi>, Giunta Provinciale di Arezzo (a cura di). 1975. Milano: Mazzotta.</p><p rend="bib_indx_bib">Marinelli, Sergio, e Flavia Pesci (a cura di). 1992. <hi rend="italic">Carlo: tempere, collages, sculture (1957-1974)</hi>, catalogo della mostra, Verona, Museo di Castelvecchio, 27 giugno - 1novembre 1992. Venezia: Marsilio.</p><p rend="bib_indx_bib">Peiry, Lucienne (a cura di). 2012. <hi rend="italic">Collection de l’Art Brut. Lausanne. </hi>Paris: Skira Flammarion.</p><p rend="bib_indx_bib">Ranchetti, Sebastiano (a cura di). 2005. <hi rend="italic">Le mura di carta. Opere dei ricoverati dell’ospedale psichiatrico San Lazzaro di Reggio Emilia 1895-1985.</hi> <hi >Firenze: Verbarium.</hi></p><p rend="bib_indx_bib"><hi >Rhodes, Colin. 2001. </hi><hi rend="italic" >L’art outsider: art brut et création hors normes au XX siècle. </hi>London: Thames &amp; Hudson.</p><p rend="bib_indx_bib">Rovasino, Gigliola, e Bianca Tosatti (a cura di). 1993. <hi rend="italic">Lanormalità dell’arte</hi>, catalogo della mostra, Milano, Refettorio delle Stelline. Milano: UTET.</p><p rend="bib_indx_bib">Sgarbi, Vittorio (a cura di). 2009. <hi rend="italic">Arte Genio Follia. Il giorno e la notte dell’artista</hi>. Milano: Mazzotta.</p><p rend="bib_indx_bib">Tosatti, Bianca (a cura di). 1997. <hi rend="italic">Outsider Art in Italia. Arte irregolare nei luoghi della cura. </hi>Milano: Skira.</p><p rend="bib_indx_bib">Tosatti, Bianca (a cura di). 2003. <hi rend="italic">Figure dell’anima. Arte irregolare in Europa. </hi>Milano: Mazzotta.</p><p rend="bib_indx_bib">Tosatti, Bianca (a cura di). 2006. <hi rend="italic">Oltre la ragione. Le figure, i maestri, le storie dell’arte irregolare</hi>. Milano: Skira.</p><p rend="bib_indx_bib">Tosatti, Bianca, e Stefano Ferrari (a cura di). 2015. <hi rend="italic">Inquietudini delle intelligenze. Contributi e riflessioni sull’Arte Irregolare. </hi>Bologna: PsicoArt.</p><p rend="bib_indx_bib">Tranchina, Paolo. 1989. <hi rend="italic">Psicoanalista senza muri. Diario da una istituzione negata.</hi> Pistoia: Centro di documentazione di Pistoia.</p><p rend="bib_indx_bib">Zanzi, Anic. 2019. <hi rend="italic">Carlo Zinelli, recto verso</hi>. Milano: 5 Continents Editions.</p><list type="ordered">
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="12.html#footnote-020-backlink">1</ref></hi>	Purtroppo non è stato possibile rintracciare il diario originale di Livio, ma alcune pagine sono state pubblicate in <hi rend="italic">I tetti rossi</hi> 1975, 32-37.</p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="12.html#footnote-019-backlink">2</ref></hi>	Testimonianza orale della sorella di Livio, Elena Casini Poggesi.</p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="12.html#footnote-018-backlink">3</ref></hi>	A Elena e Amelia va il mio ringraziamento per la loro sempre cortese disponibilità e per aver consentito la consultazione della cartella clinica di Livio.</p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="12.html#footnote-017-backlink">4</ref></hi>	In <hi rend="italic">I tetti rossi</hi> 1975, 35.</p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="12.html#footnote-016-backlink">5</ref></hi>	Dalla cartella clinica di «Poggesi Livio», Archivio Storico dell’ex Ospedale neuropsichiatrico di Arezzo (da qui in avanti ASONA), Biblioteca Umanistica, Università di Siena.</p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number CharOverride-1"><ref target="12.html#footnote-015-backlink">6</ref></hi>	Sulla storia dell’atelier di pittura dell’Ospedale neuropsichiatrico di Arezzo e sul suo direttore Franco Villoresi, vedi i saggi di Sabrina Picchiami e di Luca Quattrocchi in questo stesso volume.</p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="12.html#footnote-014-backlink">7</ref></hi>	In <hi rend="italic">I tetti rossi</hi> 1975, 35-36.</p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number CharOverride-1"><ref target="12.html#footnote-013-backlink">8</ref></hi>	Su Carlo Zinelli esiste una vasta bibliografia, si veda ad esempio: Marinelli-Pesci 1992; Andreoli-Marinelli 2000; Giorgio Bedoni in Tosatti 2006, 137-43; Bedoni-Porzio 2014; Zanzi 2019.</p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="12.html#footnote-012-backlink">9</ref></hi>	Vedi su questo: Rovasino-Tosatti 1993; Tosatti 1997; Tosatti 2003; Tosatti 2006.</p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="12.html#footnote-011-backlink">10</ref></hi>	Sull’Art Brut esiste una vastissima bibliografia. Segnalo qui l’ultima pubblicazione uscita sull’argomento: si tratta del catalogo della mostra allestita in questo presente anno presso la Villa Medici di Roma, <hi rend="italic">Épopées Célestes. Art Brut dans la collection Decharme </hi>a cura di Gustavo Giacosa e Barbara Safarova. Qui il lettore potrà trovare una buona parte della bibliografia precedente.</p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="12.html#footnote-010-backlink">11</ref></hi>	Tosatti 2003, 23-27; 2006, 27-29, 105-11.</p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number CharOverride-1"><ref target="12.html#footnote-009-backlink">12</ref></hi>	Nell’ottobre del 1976 il dottor Vieri Marzi scrive una lettera indirizzata al presidente dell’amministrazione provinciale di Arezzo e all’assessore alla sanità, nella quale si richiede il pagamento a Livio Poggesi per l’affresco dipinto su una parete della sala di soggiorno del Centro Sociale dell’O.P. Nel settembre del 1978, dopo la mostra a lui dedicata, Livio fa richiesta che gli sia corrisposto «un compenso in denaro» per i quadri da lui consegnati (7 tele) all’amministrazione provinciale di Arezzo. Successivamente, nel gennaio del 1980, presenta un’istanza al Direttore dell’O.P. affinché vengano saldati due suoi dipinti (50 mila lire ciascuno), richiesti per arredare il centro sociale della casa famiglia (Cartella clinica di “Poggesi Livio”, ASONA, Biblioteca Umanistica, Università di Siena).</p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="12.html#footnote-008-backlink">13</ref></hi>	La cartella è oggi conservata dalla famiglia Poggesi.</p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="12.html#footnote-007-backlink">14</ref></hi>	ASONA, b.40-fasc.28B</p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="12.html#footnote-006-backlink">15</ref></hi>	In <hi rend="italic">I tetti rossi</hi> 1975, 35-37.</p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="12.html#footnote-005-backlink">16</ref></hi>	<hi rend="italic">La guerra dei mondi</hi> è un film del ’53 tratto dal romanzo di Herbert George Wells (1896).</p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number CharOverride-1"><ref target="12.html#footnote-004-backlink">17</ref></hi>	<hi rend="italic">Caltiki il mostro immortale</hi> è un film italiano del 1959 diretto da Riccardo Freda. Sul retro del foglio Poggesi annota: «noi si maneggiano i soldi da 100.000 £ e di 40.000; Gesù; Gesù; a volte mi fa sempre paura; CELTICA il mostro immortale».</p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="12.html#footnote-003-backlink">18</ref></hi>	Cartella clinica di “Poggesi Livio”, ASONA, Biblioteca Umanistica, Università di Siena.</p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="12.html#footnote-002-backlink">19</ref></hi>	Per Tarcisio Merati vedi: Maria Rita Parsi in Tosatti 2006, 106-11.</p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number CharOverride-1"><ref target="12.html#footnote-001-backlink">20</ref></hi>	Proprio in questi anni Livio fece richiesta alla direzione ospedaliera di poter accedere liberamente all’atelier di pittura. La richiesta fu accettata e venne deliberato dall’amministrazione di riaprire l’aula da disegno dell’Ospedale psichiatrico (Cartella clinica di “Poggesi Livio”, ASONA, Biblioteca Umanistica, Università di Siena).</p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="12.html#footnote-000-backlink">21</ref></hi>	Agostino Pirella fu direttore dell’Ospedale neuropsichiatrico di Arezzo dal 1971 al 1979.</p></item>
				</list>
      
      <div>
        <listBibl>
          <head>References</head>
          <bibl n="154805">Arte e psichiatria, Centro culturale ArtCamera, a cura di. Catalogo della mostra, Arezzo, Palazzo comunale, 25 marzo - 15 aprile 2009. San Giovanni Valdarno (AR): Industria grafica valdarnese.</bibl>
          <bibl n="154882">Andreoli, Vittorino, e Sergio Marinelli, a cura di. 2000. Carlo Zinelli, Catalogo generale. Venezia: Marsilio.</bibl>
          <bibl n="154835">Baioni, Massimo, e Marica Setaro, a cura di. 2017. Asili della follia. Storie e pratiche di liberazione nei manicomi toscani. Ospedaletto (PI): Pacini.</bibl>
          <bibl n="154843">Bedoni, Giorgio, a cura di. 2015. Outsider Art. Contemporaneo Presente. The Contemporary Present. Collezione Fabio e Leo Cei. Milano: Jaca Book.</bibl>
          <bibl n="154876">Bedoni, Giorgio, e Bianca Tosatti, a cura di. 2000. Arte e psichiatria. Uno sguardo sottile.  Milano: Mazzotta.</bibl>
          <bibl n="154870">Bedoni, Giorgio, e Francesco Porzio, a cura di. 2014. Carlo Zinelli, Cronache visionarie. Bologna: Glifo edizioni.</bibl>
          <bibl n="154871">Di Stefano, Eva. 2020. “Art Brut”, inserto redazionale allegato al n. 373 di Art Dossier. Firenze-Milano: Giunti.</bibl>
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          <bibl n="154836">Tosatti, Bianca, e Stefano Ferrari, a cura di. 2015. Inquietudini delle intelligenze. Contributi e riflessioni sull’Arte Irregolare. Bologna: PsicoArt.</bibl>
          <bibl n="154857">Tranchina, Paolo. 1989. Psicoanalista senza muri. Diario da una istituzione negata. Pistoia: Centro di documentazione di Pistoia.</bibl>
          <bibl n="154934">Zanzi, Anic. 2019. Carlo Zinelli, recto verso. Milano: 5 Continents Editions.</bibl>
        </listBibl>
      </div>
    </body>
  </text>
</TEI>