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        <title type="main" level="a">La libertà del popolo. Status popularis e libertas a Firenze, Siena, Lucca e Bologna nella seconda metà del Trecento</title>
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          <persName n="1" ref="https://orcid.org/0000-0002-6011-8671" type="ORCID">
            <forename>Alma</forename>
            <surname>Poloni</surname>
            <placeName type="affiliation">University of Pisa, Italy</placeName>
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          <resp>This is a section of <title>&lt;i&gt;Libertas&lt;/i&gt; e &lt;i&gt;libertates&lt;/i&gt; nel tardo medioevo. Realtà italiane nel contesto europeo</title>(DOI: <idno type="DOI">10.36253/979-12-215-0382-1</idno>) by </resp>
          <name>Andrea Zorzi</name>
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        <publisher>Firenze University Press</publisher>
        <pubPlace>Florence</pubPlace>
        <date when="2024">2024</date>
        <idno type="DOI">https://doi.org/10.36253/979-12-215-0382-1.11</idno>
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          <p>Available for academic research purposes</p>
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        <p>The author's contribution is dedicated to the Italian cities of communal tradition, which addresses a theme of long tradition, ideological as well as historiographical, namely the connection between libertas and the 'people' regime established, as is known at its origins, in the humanistic Florentine chancellery , of Western republicanism. The author shows how the connection took shape in the political reflection of some late 'people' regimes in Siena, Lucca and Bologna from the mid-fourteenth century when it became common for those involved in politics to think in terms of forms of government and to discuss their characteristics, their merits, their defects: it was in this melting pot that the belief took shape that the status popularis was a political regime preferable to any other because it was closely associated with the ideal of freedom.</p>
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            <item>Communes</item>
            <item>'People' regimes</item>
            <item>Humanismm</item>
            <item>Western republicanism</item>
            <item>Freedom.</item>
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      <p>It is available online at https://doi.org/10.36253/979-12-215-0382-1.11<ref target="https://doi.org/10.36253/979-12-215-0382-1.11" /></p>
      
      <div><head>La libertà del popolo. <hi rend="italic">Status popularis</hi> e <hi rend="italic">libertas</hi> a Firenze, Siena, Lucca e Bologna nella seconda metà del Trecento</head><p rend="h1_author">Alma Poloni</p><p rend="text">Nell’orazione funebre per Nanni Strozzi, completata nel 1428, il cancelliere umanista Leonardo Bruni celebra la superiorità della costituzione fiorentina rispetto a qualsiasi altra forma di governo<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi><ref target="12.html#footnote-077">1</ref></hi></hi>: «Forma rei publice gubernande utimur – scrive – ad libertatem paritatemque civium maxime omnium directa, que quia equalis est omnibus, popularis nuncupatur»<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi><ref target="12.html#footnote-076">2</ref></hi></hi>. A Firenze tutti i cittadini hanno pari opportunità di accedere alle cariche pubbliche e di migliorare la propria condizione, purché siano capaci e moralmente retti, dimostrino cioè <hi rend="italic">industria</hi>, <hi rend="italic">ingenium</hi> e <hi rend="italic">vivendi ratio</hi><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi><ref target="12.html#footnote-075">3</ref></hi></hi>. La città pretende infatti virtù e onestà dai suoi <hi rend="italic">cives</hi>. Essa ha invece in odio l’arroganza dei potenti, ai quali ha riservato le leggi più severe tra tutte quelle che ha emanato, finché dopo averli domati li ha costretti a piegare la testa e a umiliarsi per ottenere il grande beneficio di passare «ex grandioribus familiis ad plebem»<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi><ref target="12.html#footnote-074">4</ref></hi></hi>. Infatti «hec est vera libertas, hec equitas civitatis: nullius vim, nullius iniuriam vereri, paritatem esse iuris inter se civibus, paritatem rei publicae adeunde»<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi><ref target="12.html#footnote-073">5</ref></hi></hi>. Dopo aver spiegato perché queste condizioni non possono sussistere né in un regime monarchico né in un regime oligarchico, Bruni conclude, riprendendo le considerazioni con cui ha aperto il paragrafo: «ita popularis una relinquitur legitima rei publice gubernande forma, in qua libertas vera sit, in qua equitas iuris cunctis pariter civibus, in qua virtutum studia vigere absque suspitione possint»<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi><ref target="12.html#footnote-072">6</ref></hi></hi>.</p><p rend="text">Le parole chiave del passo sono <hi rend="italic">libertas</hi>, <hi rend="italic">equitas</hi> e <hi rend="italic">paritas</hi>. La costituzione di Firenze è la più adatta a promuovere la libertà proprio perché è improntata all’<hi rend="italic">equitas</hi> e alla <hi rend="italic">paritas</hi>, concede cioè uguali diritti a tutti i cittadini, e consente a tutti gli uomini meritevoli e virtuosi di partecipare alla vita politica su un piano di parità. Questo brano è stato spesso considerato una delle più compiute espressioni degli ideali repubblicani dell’umanesimo civile fiorentino, e soprattutto una delle più raffinate celebrazioni della <hi rend="italic">libertas</hi> repubblicana<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi><ref target="12.html#footnote-071">7</ref></hi></hi>. Il discorso di Bruni è in realtà più puntuale, e allo stesso tempo assai più legato alla tradizione politica fiorentina. Quella che egli esalta è una specifica forma di governo, non genericamente repubblicana, ma popolare («popularis […] rei publice gubernande forma»): è, insomma, il regime di popolo, contrapposto, come nelle riflessioni dei giuristi trecenteschi, al governo di uno solo, monarchico o signorile, e al governo di pochi. L’<hi rend="italic">equitas</hi> è in effetti uno dei cardini dell’ideologia popolare, e non manca un preciso riferimento a un altro caposaldo ideologico del comune di popolo, le leggi antimagnatizie e le norme che consentono ai <hi rend="italic">magnates</hi> di farsi popolari, rinunciando al loro status e di fatto alla loro appartenenza familiare («ex grandioribus familiis ad plebem transire»)<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi><ref target="12.html#footnote-070">8</ref></hi></hi>.</p><p rend="text">Il regime di popolo è quindi, nella riflessione di Bruni, l’unica forma di governo che consente il fiorire della <hi rend="italic">libertas</hi>. Una città libera non è dunque semplicemente una città che gode della <hi rend="italic">libera iurisdictio</hi>, dell’autonomia politica, dell’indipendenza da qualsiasi potere esterno, compreso quello imperiale, secondo un’accezione che risale almeno al XII secolo<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="12.html#footnote-069">9</ref></hi></hi>. Non è nemmeno semplicemente una città che non è governata da un signore, come si comincia a sostenere dalla fine del Duecento. La libertà è invece legata a specifiche condizioni interne alla città, a un preciso modello politico, che è, appunto, quello popolare. Si tratta dunque di un’elaborazione originale, che certo riprende elementi presenti nella tradizione politica comunale, ma li rielabora in forma sostanzialmente nuova<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="12.html#footnote-068">10</ref></hi></hi>. L’originalità, tuttavia, non è attribuibile a Leonardo Bruni, e nemmeno, più genericamente, ai cancellieri umanisti della repubblica fiorentina. L’idea della stretta connessione tra <hi rend="italic">libertas</hi> e <hi rend="italic">status popularis</hi>, regime di popolo, ha già, alla fine degli anni ’20 del Quattrocento, una storia piuttosto lunga alle spalle. Questo contributo tenterà appunto di rintracciare le origini di questa idea nel corso del Trecento. Anche se la libertà del popolo ebbe probabilmente a Firenze la sua espressione teorica più compiuta, essa, come si vedrà, è in realtà presente anche nel discorso pubblico di altre città che vissero nella seconda metà del Trecento un revival dell’ideologia popolare. In questa sede si prenderanno in considerazione in particolare Siena, Lucca e Bologna.</p><div><head>1. <hi rend="italic">Status popularis liberus</hi>: l’affermazione del nesso tra regime di popolo e libertà</head><p rend="text">I primi espliciti riferimenti alla connessione tra <hi rend="italic">status popularis</hi> e <hi rend="italic">libertas</hi> si trovano alla metà del Trecento. Nell’ambito degli accordi stretti tra Firenze e Pistoia nel 1351 il sindaco di Pistoia impegnava il suo comune a fare in modo «quod dicta civitas Pistorii reformabitur in vero statu libero populari et guelfo et in vera parte guelfa»<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi><ref target="12.html#footnote-067">11</ref></hi></hi>. La formula era probabilmente suggerita dai fiorentini. Nel dibattito politico interno a Firenze, infatti, la collocazione della <hi rend="italic">libertas</hi> nell’orizzonte ideologico del popolo aveva cominciato a delinearsi a partire dal 1343 nell’ambito del regime popolare radicale che si era affermato dopo la fine della signoria di Gualtieri di Brienne<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi><ref target="12.html#footnote-066">12</ref></hi></hi>. Già negli anni ’50 tuttavia il tema non appare più circoscritto alla documentazione prodotta dal comune di Firenze o su sua sollecitazione. Nel 1357 il regime senese dei Dodici, che nel 1355 aveva sostituito quello dei Nove, caduto in seguito a un tumulto scoppiato in occasione dell’arrivo in città di Carlo IV, ottenne dallo stesso imperatore un riconoscimento ufficiale e una formale legittimazione<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi><ref target="12.html#footnote-065">13</ref></hi></hi>. Nel diploma, emanato il 16 agosto a Praga, Carlo, accogliendo senza dubbio una formula proposta dai senesi, concedeva loro </p><quote rend="quotation_b">[…] ut vos ac civitas et comunitas vestra Senensis in plena libertate et statu populari ac sub legibus et consuetudinibus laudabilibus quibus retroactis temporibus uti consuevistis et hodie utimini licenter stare et libere vivere valeatis<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi><ref target="12.html#footnote-064">14</ref></hi></hi>. </quote><p rend="text">L’imperatore riconosceva inoltre ai Dodici la facoltà di esercitare in autonomia il potere legislativo «maxime pro libertate predicta et statu populari libero conservandis»<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi><ref target="12.html#footnote-063">15</ref></hi></hi>; infine, li nominava vicari imperiali a Siena<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi><ref target="12.html#footnote-062">16</ref></hi></hi>.</p><p rend="text">Negli anni ’60 il legame tra la <hi rend="italic">libertas</hi> e lo <hi rend="italic">status popularis</hi> si andò rafforzando. Nel 1365 i fiorentini si professavano «per conservatione dello stato popolare libero e guelfo di Volterra disposti di mectere tutto nostro podere in conservatione de la loro libertà, e stato pacificho di quella città»<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi><ref target="12.html#footnote-061">17</ref></hi></hi>. Nel 1369 i difensori di Siena, che avevano preso il posto dei Dodici in seguito a un nuovo rivolgimento politico legato anche in questo caso alla seconda discesa in Italia di Carlo IV, chiedevano l’approvazione di alcune spese straordinarie sostenute «per avere il privilegio del vicariato da messer l’Omperatore per la libertà del popolare stato di Siena e per rimanere nella sua benivolenzia e die messer lo cardinale [Gui de Boulogne]»<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi><ref target="12.html#footnote-060">18</ref></hi></hi>. Il 21 gennaio infatti i senesi, prima che l’imperatore abbandonasse la città in seguito all’ennesima rivolta, avevano ottenuto da lui, dietro congruo pagamento, un nuovo diploma sostanzialmente identico a quello del 1357<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi><ref target="12.html#footnote-059">19</ref></hi></hi>.</p><p rend="text">Fu negli anni ’70, in ogni caso, che la libertà del popolo raggiunse la sua massima carica propagandistica. Nel 1373 quattro ambasciatori fiorentini furono incaricati dal comune di Pistoia di riformare il sistema istituzionale cittadino «ad conservationem et corroborationem liberi popularis pacifici tranquilli et guelfi status populi et communis Pistorii, et comitatus et districtus eiusdem»<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi><ref target="12.html#footnote-058">20</ref></hi></hi>. Nell’enunciazione delle motivazioni che avrebbero spinto il comune di Firenze, nella sua «paterna sollecitudine» nei confronti dei pistoiesi, a intervenire, la conservazione della libertà è messa in collegamento con il rispetto dell’<hi rend="italic">equalitas</hi> e della <hi rend="italic">iustitia</hi>, ovvero di un’equa distribuzione delle cariche politiche tra i cittadini: </p><quote rend="quotation_b">Quo circa commune Florentie, tamquam pius pater de salute Pistoriensium ac eorumdem libertate sollicitum, ad hoc ut equalitas in ipsius civitatis regimine observetur, vigeatque iustitia, sine quibus civitates et regna regi et conservari nequeunt […]<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi><ref target="12.html#footnote-057">21</ref></hi></hi>.</quote><p rend="text">In un altro saggio ho cercato di dimostrare la centralità del tema della <hi rend="italic">libertas</hi> nel discorso politico dei <hi rend="italic">populares et artifices</hi>, il partito antioligarchico che a Firenze conservò un notevole peso politico anche dopo la conclusione del regime popolare radicale che aveva governato la città dal 1343 al 1348<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi><ref target="12.html#footnote-056">22</ref></hi></hi>. All’inizio degli anni ’70 i <hi rend="italic">populares et artifices</hi> presero il potere sotto la guida di Salvestro Medici<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi><ref target="12.html#footnote-055">23</ref></hi></hi>. Non ritorno sul tema in questa sede. Vale la pena però riportare il preambolo della petizione presentata da Salvestro ai priori il 18 giugno del 1378 – l’atto che di fatto innescò la rivolta dei Ciompi –, uno dei testi che rappresentano l’esito più maturo del discorso sulla <hi rend="italic">libertas</hi> popolare<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi><ref target="12.html#footnote-054">24</ref></hi></hi>:</p><quote rend="quotation_b">Pro parte popularium mercatorum et artificum civitatis Florentie, nec non pauperum et impotentum comitatinorum et districtualium civitatis eiusdem, et omnium quiete et de suo labore et substantia vivere volentium; ut resistatur irrefrenate potentie magnatum civitatis Florentie et eius comitatus et districtus; et ut tollatur possibilitas impotentes offendendi et popularem statum et libertatem civitatis Florentie pervertendi; et ut populares possint securius ac liberius vivere, et offitia pro utilitate publica exercere; et ut civitas, comitatus et districtus Florentie revivescat iustitia […]<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi><ref target="12.html#footnote-053">25</ref></hi></hi>.</quote><p rend="text">Dal brano emerge chiaramente il nesso tra la <hi rend="italic">libertas</hi> e il <hi rend="italic">popularis status</hi>. Come nella riflessione di Leonardo Bruni, inoltre, i due aspetti qualificanti della <hi rend="italic">libertas</hi> popolare sono il contrasto alla prepotenza dei magnati e la possibilità per i cittadini di ricoprire le cariche pubbliche in serenità e sicurezza. </p><p rend="text">Ancora una volta, tuttavia, il legame tra la libertà e il regime di popolo non è un’esclusiva fiorentina. Nell’aprile del 1369 Carlo IV sottrasse Lucca alla dominazione pisana, ma per quasi un anno la città rimase sotto la signoria dell’imperatore, che da luglio la esercitò attraverso il suo vicario Gui de Boulogne<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi><ref target="12.html#footnote-052">26</ref></hi></hi>. Solo nel marzo del 1370 il cardinale nominò vicari imperiali gli anziani, e la città recuperò la sua piena autonomia. Il 31 luglio di quell’anno vennero discusse nel consiglio generale due petizioni presentate agli anziani, che proponevano una riforma del sistema istituzionale in senso popolare<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi><ref target="12.html#footnote-051">27</ref></hi></hi>. Una delle petizioni sosteneva che, affinché «ognuno bene vivere voglante in del suo grado sicuramente ben vivere e riposar si possa», era opportuno</p><quote rend="quotation_b">[…] che segondo li moderni e antichi modi e usanze delatre buone terre in libertà et a popolo vivanti cossì li vostri citadini ali quali la presente materia del dover vivere e giurare a popolo sia e de rasone affecta, se fazano senza indugio a popolo e socto vocabolo e nome de popolo zurare, e sotto quello vivere et in unitade et fraternitade mantenerse<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi><ref target="12.html#footnote-050">28</ref></hi></hi>.</quote><p rend="text">L’indissolubile legame tra <hi rend="italic">status popularis</hi> e <hi rend="italic">libertas</hi> è al centro anche dello statuto redatto a Bologna tra il 1376 e il 1378, dopo che la cacciata del legato pontificio Guglielmo di Noellet aveva portato alla restaurazione del comune di popolo<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi><ref target="12.html#footnote-049">29</ref></hi></hi>. Il solenne proemio dichiarava che la nuova redazione degli ordinamenti cittadini era stata compilata</p><quote rend="quotation_b">[…] ad conservationem et exaltationem civitatis, comitatus et districtus Bononie, nec non civium, comitatinorum, incollarum et districtualium eorundem et status popularis civitatis predicte et libertatis eiusdem et presentis regiminis et amatorum et gelatorum ipsius<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi><ref target="12.html#footnote-048">30</ref></hi></hi>.</quote><p rend="text">Le stesse espressioni tornano in vari capitoli dello statuto. Così recitava per esempio il giuramento che ognuno dei sedici gonfalonieri – magistratura creata nel maggio del 1376, inizialmente con il compito di coordinare il popolo in armi in caso di disordini, ma che in seguito, come si vedrà, acquisì una crescente rilevanza politica – doveva prestare al gonfaloniere di giustizia o al priore degli anziani: «quod ipse est amator boni et pacifici status popularis comunis et populi Bononie et libertatis dicti status popularis, et desiderans dictum statum et libertatem ipsius»<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi><ref target="12.html#footnote-047">31</ref></hi></hi>.</p></div><div><head>2. <hi rend="italic">Regimen ad populum</hi>: la diffusione dell’attitudine a ragione in termini di forme di governo</head><p rend="text">L’idea che la libertà sia una condizione costitutiva di una specifica forma di governo, il regime di popolo, è dunque piuttosto tarda, e non emerge nelle fonti prima della metà del Trecento. La prima occasione nella quale Firenze aveva costruito un coerente discorso propagandistico interamente incentrato sulla <hi rend="italic">libertas</hi> e sulla sua difesa era stata la campagna diplomatica e militare contro Enrico VII nel 1311-1312<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi><ref target="12.html#footnote-046">32</ref></hi></hi>. L’elemento strutturante di quel discorso era tuttavia l’opposizione tra la <hi rend="italic">libertas</hi> di Firenze e dei suoi alleati e l’<hi rend="italic">obedientia</hi> e <hi rend="italic">fidelitas</hi> delle città del Nord Italia che si erano sottomesse al re dei romani (o di Germania, come preferivano scrivere i fiorentini per sottolinearne l’estraneità al contesto italiano); era invece del tutto assente l’idea che l’amore per la libertà fosse legato a un particolare modello politico, allo <hi rend="italic">status popularis</hi>, come si sarebbe scritto in seguito.</p><p rend="text">Per contestualizzare storicamente la nascita di questo nesso è importante sottolineare che in effetti è il concetto stesso di <hi rend="italic">status popularis</hi>, o <hi rend="italic">regimen ad populum</hi> – espressione quest’ultima molto meno comune nelle fonti – a diffondersi nelle scritture della pratica, cioè nei verbali degli organi di governo, dei consigli, delle commissioni speciali, negli atti diplomatici e nelle lettere delle cancellerie, soltanto dopo il 1350. È solo dopo il 1350 cioè che pensare, discutere, confrontarsi in termini astratti sulle forme di governo divenne un’attitudine diffusa tra coloro che facevano politica a ogni livello. Nel Duecento e all’inizio del Trecento la propensione a ragionare in termini teorici sui modelli politici, sui diversi tipi di regime sembra sostanzialmente estranea ai cittadini che partecipavano ai quotidiani dibattiti politici nei palazzi comunali. Nelle fonti si trova il <hi rend="italic">commune</hi>, si trova il <hi rend="italic">populus</hi>, spesso nell’espressione <hi rend="italic">commune et populus</hi> per indicare la configurazione istituzionale dei comuni di popolo, ma non si trova lo <hi rend="italic">status popularis</hi>. Anche gli esponenti dei gruppi dirigenti dei comuni di popolo non paiono avere la capacità di, o piuttosto l’interesse a, concettualizzare le caratteristiche distintive del loro sistema politico, che pensavano ancora come genericamente comunale.</p><p rend="text">Nella seconda metà del Trecento invece il modello di <hi rend="italic">status</hi>, la forma di governo preferibile, il tipo di regime più adatto alla città divennero materia calda di discussione non solo nei consigli e negli altri momenti di confronto politico istituzionalizzato, ma persino nelle piazze e per le strade. Il caso di Lucca, al quale si è già accennato, è particolarmente interessante. All’inizio di luglio del 1370 il consiglio generale si trovò a dover affrontare il crescente malcontento di una parte consistente della cittadinanza<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi><ref target="12.html#footnote-045">33</ref></hi></hi>:</p><quote rend="quotation_b">Cum pro parte multorum civium Lucanorum fuerit conquestum et supplicatum quod licet regimen gubernationis Lucani comunis a recessu domini cardinalis citra, […] satis fuerit bonum non tamen videtur aliquibus pluribus ac multis, quod se comuniter habuerit imo quam plures et multi murmurantes conqueruntur, quod aliqui ad se appropriare videntur ipsum regimen, alios excludendo, […] dignaremur super dicto regimine et coherentibus et pertinentibus eidem regimini, cum oportuno consilio maiorum, minorum et viduarum, taliter de predicto regimine providere et ordinare quod maiores, mediocres et minores pariter contententur et non possint aliqua vexatione turbari, ut res publica civitatis in tranquillo statu et pacifico gubernetur, et omnis scandali materia sublevetur<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi><ref target="12.html#footnote-044">34</ref></hi></hi>.</quote><p rend="text">Dunque il problema che agitava i lucchesi era il «regimen gubernationis» del comune, la forma di governo che si era definita dopo la partenza del vicario di Carlo IV, il cardinale Gui de Boulogne. Questo regime era «satis bonum», ma non abbastanza inclusivo, e favoriva la concentrazione del potere nelle mani di pochi. Si rendeva quindi necessaria una riforma del sistema istituzionale che garantisse un’equa rappresentanza alle diverse componenti sociali («quod maiores, mediocres et minores pariter contententur»). Il consiglio approvò a schiacciante maggioranza, con 203 voti favorevoli e venticinque contrari, una proposta che prevedeva la nomina di una commissione composta da dieci cittadini per ogni terziere, all’interno della quale dovevano essere rappresentati tutti i gruppi sociali<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi><ref target="12.html#footnote-043">35</ref></hi></hi>. La commissione, che avrebbe dovuto provvedere alle riforme necessarie, fu insediata immediatamente<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi><ref target="12.html#footnote-042">36</ref></hi></hi>. Su trenta componenti ben undici, più di un terzo, erano accompagnati dall’indicazione professionale, che ne segnalava l’appartenenza al mondo dei bottegai e degli artigiani.</p><p rend="text">Non risulta, tuttavia, che la commissione abbia mai formulato alcuna proposta. In effetti, dopo il suo insediamento non se ne hanno più tracce. La questione del «regimen gubernationis» della città, tuttavia, continuava a essere all’ordine del giorno. Ai dibattiti tra i cittadini fa chiaro riferimento la petizione alla quale si è già accennato, discussa in consiglio il 31 luglio, che chiedeva l’instaurazione di un regime di popolo:</p><quote rend="quotation_b">Denanti a voi signori Antiani e Gonfalonieri de Iustitia de Luca, vicari imperiali, esponsi per parte de molti vostri fideli e devoti citadini che per le molte varie voluntade et opinioni che in della vostra citade de Lucha vedute sono et anco al presente se vezono sopra el modo della reformatione dello stato della dicta terra, molto necessario e cenza indugio sia sopra cio dover provedere per modo che ognuno bene vivere voglante in del suo grado siguramente ben vivere e riposar si possa<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi><ref target="12.html#footnote-041">37</ref></hi></hi>.</quote><p rend="text">Delle intense e persino violente discussioni sul «modo della riformatione dello stato» riferisce anche il cronista Giovanni Sercambi:</p><quote rend="quotation_b">L’anno di MCCCLXXI del mese di ferraio, nacque diferenza in Luccha tra i ciptadini […]. Ma tanto si dicie che molti voleano che Luccha reggiesse socto tictolo di populo et che si dipingessero l’armi del populo in tucto ciò bizognava, et molti diceano che vivesse a comune sensa nomare populo, et questa diferenza fu molto grande et durò buon pesso, et ciaschuno si tenea forte<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi><ref target="12.html#footnote-040">38</ref></hi></hi>.</quote><p rend="text">La data non è corretta: le fonti giudiziarie attestano che le agitazioni descritte da Sercambi si collocano nell’estate del 1370<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi><ref target="12.html#footnote-039">39</ref></hi></hi>. È comunque interessante notare che le pressioni per una riforma del «regimen gubernationis» della città avevano assunto la forma di una feroce contrapposizione tra coloro che volevano un regime ‘a popolo’ e coloro che volevano un regime ‘a comune’. I cittadini ragionavano cioè in termini di modelli politici. Secondo il racconto di Sercambi, il prevalere di coloro che volevano che si vivesse ‘a popolo’ fu seguito da una sollevazione che fu sedata con fatica e portò alla condanna di un sarto, un tessitore, un battiloro e un membro di una famiglia di un certo rilievo, Nuccino Sornachi, ritenuti gli ideatori del piano sovversivo. La sentenza fu pronunciata dal podestà il 28 luglio 1370<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi><ref target="12.html#footnote-038">40</ref></hi></hi>. Oltre ai responsabili indicati dal cronista furono condannati anche un altro tessitore e un calzolaio. </p><p rend="text">Le indagini rivelarono che questi capipopolo avevano progettato un colpo di stato che avrebbe dovuto concretizzarsi il 25 luglio. Quel giorno essi avrebbero dovuto mobilitare i loro <hi rend="italic">amici</hi> in armi, riuniti nella chiesa di San Giorgio, e assaltare il palazzo degli anziani, per cacciare gli anziani in carica e sostituirli con altri di loro scelta. In seguito i rivoltosi avrebbero dovuto attaccare e saccheggiare le case dei Guinigi e di altri potenti esponenti dell’élite mercantile. Nella contrada di San Giorgio, nell’angolo nord-occidentale della città, nei pressi delle mura, si concentrava l’industria conciaria, che per ragioni di igiene pubblica doveva essere tenuta lontana dalle vie del centro<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi><ref target="12.html#footnote-037">41</ref></hi></hi>. È probabile quindi che vi risiedessero e lavorassero molti piccoli artigiani, e numerosi lavoratori salariati addetti ad alcune delle mansioni più faticose, insalubri e logoranti della manifattura medievale. In ogni caso, la congiura fu svelata e la mobilitazione non ebbe luogo. Pieretto tessitore, tuttavia, piombò nel palazzo degli anziani con un coltello nascosto sotto il mantello e, una volta scoperto, fuggì attraversando la città e sollevando un tumulto al grido di «Lunga vita al popolo»<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi><ref target="12.html#footnote-036">42</ref></hi></hi>. Quando Nuccino Sornachi fu arrestato, una minacciosa folla armata si radunò nella piazza di San Michele in Foro. La rivolta aveva rappresentato una minaccia reale.</p><p rend="text">Gli organizzatori erano quasi tutti artigiani – perlomeno quelli individuati dalla giustizia –, e l’intenzione era probabilmente quella di provocare una sollevazione di artigiani e lavoratori. In effetti si tratta dell’unica rivolta di questo tipo della storia comunale lucchese. Pochi giorni dopo, come si è visto, il consiglio generale decretò, con 181 voti favorevoli e solo 10 contrari, il passaggio allo <hi rend="italic">status popularis</hi>, accogliendo la petizione che chiedeva che la città fosse retta «segondo li moderni e antichi modi e usanze delatre buone terre in libertà et a popolo vivanti». Il gonfaloniere di giustizia giurò</p><quote rend="quotation_b">[…] esse fidelis et legalis populo et Comuni Lucano, civitatemque lucanam, eius comitatum, fortiam et destrictum regere, gubernare, defendere et manutenere ad populum et sub vocabulo populi et ad statum comunem et popularem; et ipsum populum et civitatem augere in dicto populari statu et ipsam civitatem defendere sub dicto nomine populari ab omnibus contra statum popularem venire presumentibus et attentantibus verbo vel facto<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi><ref target="12.html#footnote-035">43</ref></hi></hi>.</quote><p rend="text">È evidente in questo testo l’insistenza sullo <hi rend="italic">status popularis</hi>; gli anziani prestarono analogo giuramento. La rivolta degli artigiani è chiaramente legata a questo delicato passaggio. È possibile che la minaccia rappresentata dal popolo minuto avesse accelerato l’affermazione del regime popolare. La spiegazione di Sercambi, tuttavia, è del tutto opposta: i rivoltosi sarebbero stati favorevoli al reggimento ‘a comune’, e si sarebbero sollevati proprio per scongiurare il passaggio allo <hi rend="italic">status popularis</hi>. L’opposizione degli artigiani e del popolo minuto al regime di popolo sembra una contraddizione in termini; eppure a mio parere l’interpretazione del cronista non è implausibile. L’affermazione dello <hi rend="italic">status popularis</hi> rappresentò di fatto la definitiva vittoria di quello che a Firenze era chiamato il «popolo grasso», ovvero le famiglie dei grandi mercanti internazionali che costituivano l’élite politica ed economica lucchese. Tale vittoria fu il frutto di un accordo con i magnati, che accettarono di essere esclusi dalle cariche di vertice del comune ottenendo in cambio il monopolio degli uffici del contado, come esplicitamente stabilito nel consiglio del 31 luglio. A uscire sconfitti furono invece gli strati medio-bassi del popolo, che nei mesi precedenti avevano chiesto insistentemente un più ampio spazio di espressione e una distribuzione più equa delle cariche tra le diverse componenti sociali, come attestato anche dal consiglio del 4 luglio. </p><p rend="text">Di fatto il passaggio al regime di popolo lasciò inalterati gli equilibri politici esistenti, limitandosi a sancire l’esclusione ‘contrattata’ dei magnati senza attribuire alcun ruolo formale né alle arti né ad altre forme di partecipazione organizzata degli strati medio-bassi. È quindi possibile che gli artigiani e il popolo minuto vedessero nel regime ‘a comune’ un modello politico più inclusivo, almeno sulla carta, che poteva garantire spazi di rappresentanza non solo ai magnati, ma anche alle altre componenti sociali estranee al popolo grasso. Tra i responsabili del piano sovversivo del luglio 1370, l’unico appartenente a una famiglia di un certo rilievo fu Nuccino Sornachi, esponente di una casata magnatizia, che probabilmente non vedeva di buon occhio l’esclusione dei suoi pari dall’anzianato<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="12.html#footnote-034">44</ref></hi></hi>. </p><p rend="text">L’attitudine a ragionare in termini di modelli politici e forme di governo era quindi diffusa a tutti i livelli sociali. Tuttavia la celebrazione dello <hi rend="italic">status popularis</hi>, che si ritrova in diversi contesti documentari nella seconda metà del Trecento, trasmette un’immagine di uniformità del tutto illusoria. Perché un regime si potesse definire di popolo erano certo necessari alcuni requisiti minimi, in particolare l’esclusione dei magnati dalle cariche di vertice e una rapida rotazione delle cariche stesse che evitasse eccessive concentrazioni di potere in poche mani. Al di là di queste caratteristiche essenziali, tuttavia, l’etichetta <hi rend="italic">status popularis</hi> poteva nascondere equilibri sociali e politici molto diversi tra loro. A Lucca, come si è detto, essa sanciva la prevalenza del popolo grasso. A Siena lo «status popularis novissime creatus» a cui si fa continuamente riferimento nei documenti del 1368 è il regime che si impose dopo la caduta dei Dodici, con il sostegno fondamentale del vicario di Carlo IV, Malatesta Ungaro dei Malatesta di Rimini. Si trattava di uno dei regimi più ‘larghi’ di tutta la storia comunale, che attribuiva un ruolo politico di primissimo piano agli artigiani di qualsiasi condizione e persino ai lavoratori salariati<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi><ref target="12.html#footnote-033">45</ref></hi></hi>. A Firenze invece dietro l’immutabile scintillio dello <hi rend="italic">status popularis</hi> si nascondono oscillazioni anche drastiche degli equilibri politici, nel continuo confronto tra i «populares et artifices» e il ‘partito oligarchico’ che si riconosceva nella parte guelfa<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi><ref target="12.html#footnote-032">46</ref></hi></hi>.</p><p rend="text">Le vicende bolognesi offrono altri esempi interessanti della propensione degli uomini della seconda metà del Trecento a ragionare in termini di regimi politici. Nei mesi successivi alla rivolta contro la Chiesa la città non riuscì a ritrovare un solido baricentro politico, soprattutto a causa dell’azione destabilizzante delle due fazioni dei maltraversi e degli scacchesi<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi><ref target="12.html#footnote-031">47</ref></hi></hi>. Nei consigli la forma da dare al regime cittadino rimaneva all’ordine del giorno. In un consiglio del 30 ottobre 1376 il notaio Tomaso di Pietro Galixi espresse diffidenza nei confronti dei magnati ancora ammessi alle cariche di vertice. Egli sostenne comunque</p><quote rend="quotation_b">[…] quod bonum esset regere et gubernare civitatem Bononie secundum quod faciunt alie civitates Italie que habent statum popularem et maxime ut faciunt Veneti et Florentini quia Veneti reguntur et gubernantur per magnates de populo civitatis et homines de gentili seu nobilli progenie et Florentini reguntur per homines populares parve condictionis et sic sibi videtur quod nos de Bononia facere deberemus<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi><ref target="12.html#footnote-030">48</ref></hi></hi>.</quote><p rend="text">Per la verità la posizione di Tomaso non è molto chiara, forse anche a causa della mediazione del notaio addetto alla verbalizzazione dei pareri dei consiglieri. In particolare, non è chiaro se quel «sic videtur quod nos de Bononia facere deberemus» si riferisca soltanto, come pare più plausibile, all’opzione ‘alla fiorentina’, o piuttosto a entrambi i modelli, veneziano e fiorentino, che tuttavia nella sua descrizione appaiono difficilmente conciliabili. Per Tomaso comunque lo <hi rend="italic">status popularis</hi> sembra compatibile sia con soluzioni oligarchiche, come quella che secondo lui caratterizzava Venezia, sia con soluzioni ‘democratiche’, come quella che egli intravedeva nel sistema politico fiorentino. Non è facile quindi capire che cosa in definitiva definisse un regime popolare agli occhi del notaio bolognese. In effetti l’impressione è che l’etichetta <hi rend="italic">status popularis</hi> potesse essere riempita dei contenuti più vari, anche molto personali, proprio per la spiccata tendenza di tanti cittadini di diversa estrazione sociale e di diverso livello culturale a ragionare in forma astratta sui modelli politici, ricombinando in modo originale e magari bizzarro suggestioni provenienti dai testi dei giuristi, dalle opere letterarie, dai dibattiti consiliari, dalle solenni dichiarazioni degli statuti, dalle missive diplomatiche.</p><p rend="text">Queste disquisizioni più o meno plausibili sulle forme di governo non possono che richiamare alla mente Bartolo da Sassoferrato, e in particolare quell’opera di sorprendente chiarezza concettuale che è il <hi rend="italic">De regimine civitatis</hi><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi><ref target="12.html#footnote-029">49</ref></hi></hi>. Il trattato può essere letto tra l’altro come un’affettuosa celebrazione del «regimen ad populum» o, come preferivano scrivere le cancellerie comunali, dello <hi rend="italic">status popularis</hi>. È vero infatti che l’idea centrale della riflessione di Bartolo è che a realtà politiche di dimensioni diverse si adattano regimi politici di natura diversa, e in effetti il «regimen ad populum», ovvero «per multitudinem», è la forma di governo più adeguata solo per le città di dimensioni modeste. Per le città più grandi è meglio essere rette «per paucos», mentre alle compagini politiche di maggiori dimensioni, e ai domini pluricittadini, si addice il regime «ad unum», cioè monarchico. Tuttavia è evidente che la simpatia del grande giurista va al «regimen ad populum»; in fondo la maggior parte delle città italiane, con poche eccezioni come Venezia e Firenze, ha dimensioni del tutto compatibili con questo modello politico. Il regime di popolo è inoltre quello che egli identifica con la ‘sua’ felice Perugia, alla cui forma di governo, invece delle solite poche righe volte a illustrare l’esposizione teorica con esempi concreti, come per le altre città, dedica un lungo brano di commossa celebrazione<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi><ref target="12.html#footnote-028">50</ref></hi></hi>. Il «regimen ad populum» che si esprime così splendidamente a Perugia è addirittura «magis Dei quam hominum regimen»<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi><ref target="12.html#footnote-027">51</ref></hi></hi>.</p><p rend="text">Non sono comunque le teorizzazioni di Bartolo la fonte della passione degli uomini della seconda metà del Trecento per le disquisizioni sullo <hi rend="italic">status popularis</hi> e sugli altri modelli politici. Il <hi rend="italic">De regimine civitatis</hi> fu composto tra il 1355 e il 1357, quando già, come si è visto, di <hi rend="italic">status popularis</hi> si parlava nella documentazione pubblica di varie città. Forse bisogna anzi prendere sul serio Bartolo quando scrive che il bisogno di capire «quis sit melior modus regendi» nasceva da un’esigenza pratica, ovvero dal fatto che le autorità politiche, quando si occupavano «de reformatione civitatis», o affidavano le riforme direttamente ai giuristi o comunque si rivolgevano a loro per avere consigli e delucidazioni «de regimine civitatis»<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi><ref target="12.html#footnote-026">52</ref></hi></hi>. Bartolo intende insomma offrire ai suoi colleghi strumenti teorici adeguati a partecipare con competenza e autorità a dibattiti come quelli che ebbero luogo, come si è visto, a Lucca e a Bologna. Quella che è stata riconosciuta come la caratteristica distintiva dell’opera del grande giurista, la capacità di calare l’elaborazione teorica nella realtà concreta delle vicende contemporanee delle città italiane, potrebbe quindi essere anche il riflesso di un nuovo clima politico e culturale nel quale il problema della definizione delle forme di governo non era più relegato nelle pagine dei trattati, ma era materia viva di discussione nelle sale consiliari e persino per le strade<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi><ref target="12.html#footnote-025">53</ref></hi></hi>. </p><p rend="text">Questo cambiamento culturale, in qualche modo di forma mentale, è di certo collegato alla diffusione dei modelli aristotelico-tomistici. Ma mentre tra giuristi e intellettuali l’attitudine a disquisire, sulla base appunto dello schema aristotelico, dei vari tipi di regime, delle loro caratteristiche, dei loro pregi e dei loro difetti si diffuse dagli ultimi decenni del Duecento, sembra che solo nella seconda metà del Trecento essa divenisse pervasiva al di fuori della cerchia sapienziale, tra i notai, gli uomini d’affari, persino i bottegai e gli artigiani che facevano politica nelle città comunali.</p></div><div><head>3. <hi rend="italic">Status popularis </hi>e<hi rend="italic"> libertas</hi> nel contesto del revival popolare della seconda metà del Trecento</head><p rend="text">Si può dunque affermare che uno dei motivi per cui solo nella seconda metà del Trecento si affermò il nesso tra libertà e stato popolare è che, in effetti, è solo allora che di stato popolare si cominciò a parlare diffusamente, anche se la definizione di quali fossero esattamente le caratteristiche distintive di questa forma di governo rimaneva piuttosto ambigua e comunque sempre aperta. Ma c’è un altro aspetto fondamentale di cui è necessario tenere conto per comprendere il successo dell’idea che la vera libertà fosse compatibile soltanto con una forma di governo di natura popolare. La particolare simpatia che Bartolo da Sassoferrato riservava al «regimen ad populum» era parte di un grande revival della cultura e del linguaggio politico del popolo, che caratterizzò, in diverse città non signorili, la seconda metà del XIV secolo<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi><ref target="12.html#footnote-024">54</ref></hi></hi>. Tale revival era strettamente legato all’affermazione politica di ‘uomini nuovi’ di origine spesso oscura, mercanti, imprenditori tessili, bottegai, artigiani estranei alle potenti famiglie che componevano le élites politiche che si erano consolidate a partire dalla seconda metà del Duecento. Le dinamiche di questo fenomeno variarono anche considerevolmente da città a città, anche se è probabile che in ultima analisi le trasformazioni economiche e la redistribuzione di ricchezza determinate dalla peste abbiano svolto un ruolo importante nell’innescare importanti correnti di mobilità ascendente. In ogni caso, al di là delle differenze, i gruppi che si imposero nella seconda metà del Trecento lo fecero attraverso un forte rilancio e un’intensa rielaborazione dei valori politici e delle parole d’ordine del popolo. Fu nell’ambito di questa rielaborazione che la <hi rend="italic">libertas</hi> fu appunto inglobata tra questi valori politici e queste parole d’ordine.</p><p rend="text">In un altro contributo ho analizzato dettagliatamente queste dinamiche per Firenze, e ho cercato di dimostrare che il discorso sulla <hi rend="italic">libertas</hi> popolare, del quale l’ideologia repubblicana dei cancellieri umanisti fu una rielaborazione dotta, emerse in un momento ben preciso della storia politica fiorentina, quello compreso tra il 1343 e il 1378<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi><ref target="12.html#footnote-023">55</ref></hi></hi>. Inoltre, il discorso sulla <hi rend="italic">libertas</hi> che si delineò in quei decenni era strettamente connesso al confronto politico interno a Firenze, assai più che al confronto militare e ideologico con progetti espansionistici concorrenti, come sostenuto da vari studiosi sulla scia della celebre e discussa tesi di Hans Baron. Soprattutto, si trattava di un discorso schiettamente di parte, elaborato da una specifica coalizione socio-politica – quella dei «populares et artifices», composta appunto principalmente da uomini nuovi estranei alle grandi famiglie del popolo grasso – che cercava di promuovere la propria influenza nel dibattito pubblico.</p><p rend="text">Non tornerò in questa sede sulle vicende fiorentine. Anche nelle altre città citate nelle pagine precedenti, tuttavia, il nesso, dotato di forte carica emotiva, tra <hi rend="italic">status popularis</hi> e <hi rend="italic">libertas</hi> si affermò in coincidenza con un evidente spostamento del baricentro del potere a favore degli ‘uomini nuovi’ in ascesa e degli strati medio-bassi del popolo. A Siena lo<hi rend="italic"> </hi>«status popularis liberus» riconosciuto da Carlo IV era stato fondato dopo che l’ingresso in città del re dei romani nel 1355 aveva innescato una rivolta che aveva condotto alla caduta del regime dei Nove, che governava la città da quasi settant’anni<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi><ref target="12.html#footnote-022">56</ref></hi></hi>. Bartolo utilizza proprio i Nove come esempio di regime «per paucos», non adatto a una città di dimensioni modeste, «quia multitudo populi de illorum paucorum regimine indignabitur», proprio come è successo a Siena<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi><ref target="12.html#footnote-021">57</ref></hi></hi>. Certo questa testimonianza, pure assai nitida, non è di per sé sufficiente per bollare il regime dei Nove come oligarchico, e la mancanza di dettagliati studi prosopografici su coloro che ricoprirono la magistratura non consente di confermare le impressioni del grande giurista. Nel dicembre del 1368, tuttavia, una commissione speciale propose un ripensamento del vocabolario politico. Da quel momento le famiglie che avevano seduto tra i Nove sarebbero state denominate «popolo del minor numero», quelle dei Dodici «popolo del numero mediocre», tutti gli altri «popolo del maggior numero»<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi><ref target="12.html#footnote-020">58</ref></hi></hi>. L’intento dichiarato era quello di ricostituire l’unione, almeno lessicale, del popolo senese. Tuttavia questa tripartizione, fondata sulla consistenza dei tre gruppi, mostra chiaramente che le famiglie dei Nove, che avevano governato la città per settant’anni, contro i tredici anni dei Dodici, rappresentavano un gruppo ben identificabile e numericamente poco consistente. </p><p rend="text">Quello che è certo è che al tempo dei Nove il sistema politico senese, se paragonato non solo a quello di Firenze, ma anche di altre città a costituzione popolare come Pisa o Perugia, era particolarmente chiuso. Alle arti non era riconosciuto alcun ruolo politico, ad eccezione della potente mercanzia e, in parte, dell’arte della lana<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi><ref target="12.html#footnote-019">59</ref></hi></hi>. Anche se non esisteva alcuna proibizione formalizzata in tal senso, di fatto gli artigiani erano esclusi dai Nove: dalla fondazione della magistratura nel 1287 fino alla sua soppressione nel 1355, in pratica nessun esponente delle arti ‘minori’ (nel senso di non mercantili) vi prese parte. Magari non si trattava di un regime oligarchico, ma era per molti versi un regime ‘blindato’, che escludeva dalla partecipazione politica ai più alti livelli ampi e vitali settori della società cittadina. </p><p rend="text">Il regime dei Dodici che consentiva alla città di vivere «in plena libertate et statu populari» aveva una fisionomia sociale sostanzialmente diversa<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="12.html#footnote-018">60</ref></hi></hi>. I Dodici erano per lo più operatori di dimensioni locali, imprenditori dell’industria tessile – lanaioli e setaioli –, proprietari di fortunate botteghe cittadine – <hi rend="italic">pizzicaioli</hi>, ritagliatori di panni, speziali –, banchieri. Essi appartenevano, in tutti i casi, a famiglie di origine oscura, con scarso radicamento della società cittadina. Essi restituirono inoltre un ruolo politico alle arti cittadine, che furono raggruppate in dodici «capitudini», ognuna delle quali eleggeva un priore. Al consiglio dei priori delle arti erano attribuiti importanti poteri decisionali, e inoltre esso partecipava, in posizione di rilievo, alle complesse procedure di elezione dei Dodici.</p><p rend="text">Il secondo viaggio in Italia di Carlo IV, nel 1368, portò a una svolta ancora più radicale della politica senese. Il regime dei riformatori, tenuto a battesimo da Malatesta Ungaro in qualità di vicario dell’imperatore, si fondava sull’egemonia politica del cosiddetto «populus parvus», ribattezzato in seguito, come si è detto, «popolo del maggior numero», composto da coloro che non avevano mai seduto né tra i Nove né tra i Dodici, cioè, in larga parte, bottegai, artigiani e lavoratori salariati<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi><ref target="12.html#footnote-017">61</ref></hi></hi>. Nei documenti questo regime si definisce ripetutamente e orgogliosamente <hi rend="italic">status popularis</hi>. Del resto, se ci fu mai sistema politico al quale si adeguava perfettamente la definizione bartoliana di regime «per multitudinem», questo era senza dubbio il regime dei riformatori; che cos’era in fondo il «popolo del maggior numero» se non la <hi rend="italic">multitudo</hi> di Bartolo? </p><p rend="text">Quando i lucchesi cominciarono a discutere se fosse opportuno adottare «li moderni e antichi modi e usanze delatre buone terre in libertà et a popolo vivanti» restava ben poco a ricordare loro che più di cinquant’anni prima la città era stata un comune di popolo, e anche tra i più radicali. Il processo di progressivo ampliamento dello spazio politico che aveva segnato i due decenni a cavallo tra Due e Trecento era stato infatti bruscamente interrotto dall’ingresso delle truppe di Uguccione della Faggiola, signore di Pisa, nel 1314<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi><ref target="12.html#footnote-016">62</ref></hi></hi>. Dal 1316 la città fu al centro delle ambizioni di potere di Castruccio Castracani<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi><ref target="12.html#footnote-015">63</ref></hi></hi>. La Lucca di Castruccio è praticamente irriconoscibile rispetto alla realtà di pochi anni prima. Le modifiche del sistema istituzionale furono particolarmente radicali. I priori delle società delle armi, che dal 1300 affiancavano gli anziani ampliando notevolmente il bacino sociale di reclutamento degli organi di vertice, furono soppressi e, verosimilmente, le società sciolte<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi><ref target="12.html#footnote-014">64</ref></hi></hi>; gli anziani rimasero l’unico collegio esecutivo. Le arti furono private di qualsiasi ruolo politico. Quello lucchese, dopo il 1315, fu senza dubbio un sistema istituzionale particolarmente oligarchico<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi><ref target="12.html#footnote-013">65</ref></hi></hi>. Ma forse l’aspetto più interessante è un altro: la totale scomparsa del termine «popolo» dal lessico politico lucchese. In nessun momento della sua parabola politica Castruccio fece riferimento al popolo nella sua intitolazione<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi><ref target="12.html#footnote-012">66</ref></hi></hi>. Il capitano del popolo e il consiglio del popolo furono soppressi, e gli anziani del popolo furono da quel momento anziani del comune. Anche il semplice nome del popolo fu completamente cancellato dall’organigramma istituzionale del comune, mentre il discorso politico popolare, che nei decenni precedenti aveva costantemente dato voce alle istanze di partecipazione di larghi settori della società cittadina, scomparve, a quanto pare, senza lasciare traccia. Il nuovo sistema politico favoriva la concentrazione di potere nelle mani di un’élite piuttosto ristretta di influenti famiglie per lo più di grandi mercanti internazionali.</p><p rend="text">Nulla cambiò negli anni successivi, nemmeno durante la dominazione di Pisa, dal 1342 al 1369<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi><ref target="12.html#footnote-011">67</ref></hi></hi>. Anche a Lucca l’intervento dell’imperatore Carlo IV – che nel 1369 sottrasse la città al dominio pisano – determinò una rottura degli equilibri politici cristallizzati da tempo. Come accadde a Siena la signoria dell’imperatore, dall’aprile del 1369 al marzo del 1370 – da luglio attraverso il vicario Gui de Boulogne – aprì nuovi spazi di espressione per i gruppi sociali fino a quel momento del tutto esclusi dalla partecipazione politica<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi><ref target="12.html#footnote-010">68</ref></hi></hi>. Dall’inizio del 1370 la documentazione ufficiale, per quanto reticente e volutamente neutra, lascia trapelare l’esistenza di tensioni sociali e di una pressante richiesta di redistribuzione del potere politico. A febbraio la riorganizzazione topografica della città in terzieri portò, attraverso meccanismi non del tutto chiari, a un mutamento nella composizione del consiglio generale, con l’ingresso di un numero abbastanza consistente di bottegai e artigiani, prima quasi del tutto assenti<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi><ref target="12.html#footnote-009">69</ref></hi></hi>. All’inizio di luglio, come si è visto, la richiesta di un riequilibrio della rappresentanza delle diverse componenti sociali negli organi di governo divenne esplicita e pressante<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi><ref target="12.html#footnote-008">70</ref></hi></hi>. Ne seguirono gli aspri dibattiti sull’alternativa regime a popolo/regime a comune, che si conclusero con la scelta dello <hi rend="italic">status popularis</hi>. Come si è detto, le famiglie dell’élite mercantile riuscirono a neutralizzare, almeno in parte, gli effetti della riforma, e a porre limiti piuttosto ristretti allo spazio politico riservato alle altre componenti sociali. Furono queste manovre a causare, probabilmente, la rivolta degli artigiani di fine luglio.</p><p rend="text">Non era possibile, tuttavia, ignorare del tutto le pressioni che venivano dal mondo artigiano. Il consiglio del 31 luglio che decise il passaggio allo <hi rend="italic">status popularis</hi> deliberò anche che gli anziani nominassero una commissione «circa quietem et tranquillitatem Lucane civitatis et populi», composta da sei cittadini per terziere. La commissione fu insediata il 5 agosto, e fu rinnovata a novembre, poi a marzo e a giugno del 1371<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi><ref target="12.html#footnote-007">71</ref></hi></hi>. I diciotto «super regimine», come vennero poi ribattezzati, condivisero con gli anziani le più importanti responsabilità decisionali. Nella prima commissione, nominata ad agosto, sette membri su diciotto, più di un terzo, erano accompagnati dall’indicazione professionale, ed erano tutti artigiani: un orefice, un fabbro, un maniscalco, un cuoiaio, un tessitore e un filatore. Riservando uno spazio così insolitamente ampio alla componente artigianale, l’élite accoglieva almeno in parte le istanze degli strati medio-bassi, cercando di placarne il malcontento. Tuttavia, già la commissione nominata a marzo del 1371 comprendeva solo due nomi con indicazione professionale, così come quella insediata a giugno<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi><ref target="12.html#footnote-006">72</ref></hi></hi>. Passato il timore suscitato dalla rivolta, gli equilibri di potere tendevano a tornare quelli di sempre. Resta il fatto, in ogni caso, che anche a Lucca l’affermazione della <hi rend="italic">libertas</hi> dello <hi rend="italic">status popularis</hi> riflette dinamiche interne caratterizzate dal rinnovato attivismo politico di gruppi appartenenti in gran parte al mondo del piccolo commercio e delle professioni artigianali. </p><p rend="text">Le vicende che portarono Bologna a restaurare la <hi rend="italic">libertas</hi> dello <hi rend="italic">status popularis</hi> sono per molti versi analoghe. La rivolta che nel marzo del 1376 cacciò il legato papale Guglielmo di Noellet fu organizzata, a quanto pare, dalle due fazioni in cui si era spaccata l’élite cittadina, i maltraversi e gli scacchesi, tuttavia con una convinta partecipazione popolare<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi><ref target="12.html#footnote-005">73</ref></hi></hi>. Nei mesi successivi le arti cittadine, politicamente emarginate nei decenni precedenti sia dalla dominazione viscontea che dal governo della Chiesa, conquistarono uno spazio sempre più ampio e manifestarono segni crescenti di malcontento nei confronti di un sistema politico che, anche dopo la riconquistata autonomia, favoriva l’egemonia nell’anzianato delle famiglie più influenti del tradizionale gruppo dirigente. Una nuova rivolta promossa dalle arti nel marzo del 1377 non determinò solo l’espulsione di una delle due fazioni, quella degli scacchesi – ribattezzati spregiativamente raspanti per la loro attitudine predatoria –, ma determinò anche importanti innovazioni istituzionali, riflesse nello statuto redatto tra il 1376 e il 1378. Le pressioni per una più ampia rappresentanza negli organi di vertice delle componenti sociali estranee all’élite portarono infatti a un notevole rafforzamento del ruolo politico dei gonfalonieri, creati nel maggio del 1376, che insieme ai massari delle arti, espressione delle corporazioni, andarono a costituire i cosiddetti <hi rend="italic">collegia</hi>. Il capitolo statutario relativo all’elezione dei massari riconosceva il ruolo fondamentale delle arti nella conservazione del libero stato popolare: «Considerantes quod per bonos et notabiles cives civitatis Bononie et maxime artifices status popularis dicte civitatis in sua libertate perpetuo conservabitur et Deo propicio continuo susipiet incrementum…»<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi><ref target="12.html#footnote-004">74</ref></hi></hi>.</p><p rend="text">Già il proemio dello statuto rivela del resto il mutamento degli equilibri istituzionali<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi><ref target="12.html#footnote-003">75</ref></hi></hi>. Nel mese di aprile del 1376 furono i soli anziani a nominare la commissione incaricata dell’elaborazione della nuova redazione del testo statutario. Nel marzo del 1377 tuttavia, all’indomani della rivolta, il mandato fu confermato dagli anziani insieme ai gonfalonieri e ai massari, e furono sempre gli anziani, i gonfalonieri e i massari, alla fine del 1378, a incaricare una commissione più ristretta di un’ultima revisione del testo. Dalla lettura dello statuto emerge che i gonfalonieri e i massari svolgevano una funzione molto simile a quella attribuita a Firenze – alla cui costituzione è probabile che i bolognesi si ispirassero – ai gonfalonieri delle società del popolo e ai Dodici. Si trattava cioè di collegi consultivi che affiancavano gli anziani nei momenti decisionali più importanti, e la cui approvazione era necessaria perché gli anziani potessero avanzare proposte da discutere nel consiglio dei quattrocento<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi><ref target="12.html#footnote-002">76</ref></hi></hi>. Il rafforzamento del loro ruolo politico aveva evidentemente lo scopo di evitare un’eccessiva concentrazione di potere nelle mani degli anziani, spesso provenienti dall’élite cittadina, e di garantire una partecipazione diretta dei rappresentanti delle arti alla fase cruciale dell’iter decisionale, quella nella quale gli organi di vertice elaboravano i ‘disegni di legge’ da proporre al consiglio. Anche a Bologna quindi la celebrazione della libertà dello stato popolare, che raggiunge il suo culmine nello statuto del 1376-1378, nacque in un clima di apertura politica, e di ritrovato attivismo da parte degli strati medio-bassi del popolo.</p></div><div><head>4. Conclusioni</head><p rend="text">Per comprendere l’origine del collegamento tra <hi rend="italic">status popularis</hi> e <hi rend="italic">libertas</hi>, ovvero dell’idea che soltanto una specifica forma di governo, il regime di popolo, garantisca la piena libertà, si è prima cercato di tracciare l’origine dello <hi rend="italic">status popularis</hi>, il momento cioè in cui divenne comune per coloro che facevano politica ragionare in termini di forme di governo e disquisire delle loro caratteristiche, dei loro pregi, dei loro difetti. Una volta appurato che ciò accadde più o meno a partire dalla metà del Trecento, si è cercato di capire quando si affermò, almeno in alcuni contesti cittadini, la convinzione che lo <hi rend="italic">status popularis</hi> fosse un regime politico preferibile a qualsiasi altro, convinzione espressa appunto nella celebrazione del nesso inscindibile tra libertà e stato popolare. Questo passaggio fu, secondo l’interpretazione qui proposta, legato al revival popolare che caratterizzò, in alcune città, la seconda metà del Trecento. I decenni compresi più o meno tra il 1310 e i primi anni ’40 avevano visto quasi ovunque, anche nelle città che, come Firenze e Siena, avevano continuato a essere rette a popolo, l’affermazione di chiare tendenze oligarchiche e una progressiva chiusura dello spazio politico<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi><ref target="12.html#footnote-001">77</ref></hi></hi>. Nelle realtà qui considerate la seconda metà del Trecento fu al contrario una fase di apertura, e di nuovo protagonismo dei gruppi sociali che si era tentato di escludere dalla politica, gli ‘uomini nuovi’ che provenivano soprattutto dal mondo del piccolo commercio, dell’imprenditoria tessile, dell’artigianato. Questi gruppi promossero appunto una ripresa dei valori e del linguaggio del popolo, un po’ appannati persino in comuni costantemente di popolo come Firenze o Siena, addirittura cancellati, o quasi, altrove. È in questa cornice politica, a mio parere, che si colloca l’esaltazione dello stato popolare libero.</p><p rend="text">È evidente che fu Firenze il contesto nel quale il discorso sulla <hi rend="italic">libertas</hi> assunse la forma più articolata e complessa<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi><ref target="12.html#footnote-000">78</ref></hi></hi>. Resta quindi aperto il problema di quanto la celebrazione della libertà del popolo sia il prodotto della circolazione di modelli ideologici e documentari fiorentini. Firenze era ormai una potenza diplomatica, protagonista di primo piano della politica italiana, e la sua attivissima cancelleria manteneva una fitta rete di relazioni attraverso la quale le calorose esortazioni alla conservazione dello stato popolare libero raggiungevano gli alleati del momento. L’influenza della sua propaganda è dunque indubitabile. È altrettanto indubitabile, tuttavia, che l’ideologia della libertà popolare fiorì soltanto dove trovò terreno fertile, nelle città che nella seconda metà del Trecento vissero una nuova stagione politica all’insegna del popolo.</p><list type="ordered">
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number CharOverride-1"><ref target="12.html#footnote-077-backlink">1</ref></hi>	Sui cancellieri umanisti il riferimento obbligato rimane E. <hi rend="CharOverride-2">Garin</hi>, <hi rend="italic">Cancellieri umanisti della repubblica fiorentina da Coluccio Salutati a Bartolomeo Scala</hi> (ed. orig. 1959), in <hi rend="CharOverride-2">Id</hi>., <hi rend="italic">Interpretazioni del Rinascimento</hi>, Roma 2009, II, pp. 83-116. L’edizione critica dell’orazione per Nanni Strozzi è in S. <hi rend="CharOverride-2">Daub</hi>, <hi rend="italic">Leonardo Brunis Rede auf Nanni Strozzi. Einleitung, Edition und Kommentar</hi>, Stuttgart-Leipzig 1996, pp. 281-302. Per un’analisi delle interpretazioni storiografiche e ideologiche delle opere di Leonardo Bruni nel Novecento si veda L. <hi rend="CharOverride-2">Baggioni</hi>, <hi rend="italic">Leonardo Bruni dans la tradition républicane</hi>, «Raison politiques», 26 (2009), 4, pp. 25-43, disponibile on line all’indirizzo &lt;<ref target="https://www.cairn.info/revue-raisons-politiques-2009-4-page-25.htm">https://www.cairn.info/revue-raisons-politiques-2009-4-page-25.htm</ref>&gt; (05/2024), al quale si rimanda anche per le indicazioni bibliografiche.</p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="12.html#footnote-076-backlink">2</ref></hi>	<hi rend="CharOverride-2">Daub</hi>, <hi rend="italic">Leonardo Brunis</hi>, p. 285.</p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="12.html#footnote-075-backlink">3</ref></hi>	<hi rend="italic">Ibidem</hi>: «Spes vero honoris adipiscendi ac se attollendi omnibus par, modo industria adsit, modo ingenium et vivendi ratio quedam probata et gravis; virtutem enim probitatemque in cive suo civitas nostra requirit».</p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="12.html#footnote-074-backlink">4</ref></hi>	<hi rend="italic">Ibidem</hi>: «Superbiam vero ac fastidia potentiorum sic vehementer odit, ut plures acrioresque in id genus hominum leges quam in ullam rem aliam sanxerit, donec domitos superbos et quasi adamantinis legum catenis devinctos subdere tandem colla et infra mediocritatem etiam sese humiliare coegerit, ut summi iam beneficii loco concedatur ex grandioribus familiis ad plebem transire».</p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="12.html#footnote-073-backlink">5</ref></hi>	<hi rend="italic">Ibidem</hi><hi >.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="12.html#footnote-072-backlink">6</ref></hi>	<hi >Ivi, p. 286.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number CharOverride-1"><ref target="12.html#footnote-071-backlink">7</ref></hi>	<hi >H. </hi><hi rend="CharOverride-2" >Baron</hi><hi >, </hi><hi rend="italic">The crisis of the early Italian Renaissance. Civic humanism and republican liberty in an age of classicism and tyranny</hi><hi >, Princeton 1955, I, pp. 358-372; </hi><hi rend="CharOverride-2" >Baggioni</hi><hi >, </hi><hi rend="italic">Leonardo Bruni</hi><hi >. </hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="12.html#footnote-070-backlink">8</ref></hi>	Sulla politica del comune di Firenze nei confronti dei magnati nel corso del Trecento si veda C. <hi rend="CharOverride-2">Klapisch-Zuber</hi>, <hi rend="italic">Ritorno alla politica. I magnati fiorentini, 1340-1440</hi>, Roma 2009 (ed. orig. Paris 2006).</p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number CharOverride-1"><ref target="12.html#footnote-069-backlink">9</ref></hi>	Si vedano anche le considerazioni di E.I. <hi rend="CharOverride-2">Mineo</hi>, <hi rend="italic">La repubblica come categoria storica</hi>, «Storica», 43-44-45 (2009), pp. 125-167.</p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="12.html#footnote-068-backlink">10</ref></hi>	A. <hi rend="CharOverride-2">Poloni</hi>, <hi rend="italic">Oltre Coluccio Salutati. La </hi>florentina libertas<hi rend="italic"> nel contesto del conflitto politico interno nella Firenze del XIV secolo</hi>, «Edad media. Revista de historia», 21 (2020), pp. 31-55. Si veda inoltre, per la fase precedente, <hi rend="CharOverride-2">P. Gualtieri</hi>, <hi rend="italic">La libertà nel discorso pubblico fiorentino (fine XIII-inizio XIV secolo). Prime indagini sulle fonti normative</hi>, in<hi rend="italic"> La libertà nelle città comunali e signorili italiane</hi>, a cura di A. Zorzi, Roma 2020, pp. 77-102.</p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="12.html#footnote-067-backlink">11</ref></hi>	<hi rend="italic">I capitoli del Comune di Firenze. Inventario e regesto</hi>, I, a cura di C. Guasti, Firenze 1866, pp. 11-12: 12.</p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="12.html#footnote-066-backlink">12</ref></hi>	<hi rend="CharOverride-2">Poloni</hi>, <hi rend="italic">Oltre Coluccio Salutati</hi>.</p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="12.html#footnote-065-backlink">13</ref></hi>	Sui rivolgimenti politici che ebbero luogo a Siena in occasione delle due discese in Italia di Carlo IV, nel 1354-1355 e nel 1368-1369, rimando a <hi rend="CharOverride-2">A. Poloni</hi>, <hi rend="italic">“Viva lo ‘nperadore, e muoia lo Conservadore”. Carlo IV come fattore di cambiamento politico a Pisa e a Siena</hi>, in <hi rend="italic">Carlo IV nell’Italia del Trecento. Il “savio signore” e la riformulazione del potere imperiale</hi>, a cura di <hi rend="CharOverride-2">D. </hi>Rando, E. Schlotheuber, Roma 2022, pp. 557-585.</p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="12.html#footnote-064-backlink">14</ref></hi>	P. <hi rend="CharOverride-2">Rossi</hi>, <hi rend="italic">Carlo IV di Lussemburgo e la Repubblica di Siena (1355-1369)</hi>, «Bullettino senese di storia patria», 37 (1930), pp. 5-40, 172-242: 37.</p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="12.html#footnote-063-backlink">15</ref></hi>	<hi rend="italic">Ibidem</hi><hi >.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="12.html#footnote-062-backlink">16</ref></hi>	<hi >Ivi, p. 38.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="12.html#footnote-061-backlink">17</ref></hi>	<hi >N. </hi><hi rend="CharOverride-2" >Rubinstein</hi><hi >, </hi><hi rend="italic">Florence and the despots. Some aspects of Florentine diplomacy in the fourteenth century</hi><hi >, «Transactions of the Royal historical society», V s., 2 (1952), pp. 21-45: 33.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="12.html#footnote-060-backlink">18</ref></hi>	<hi rend="italic">Documenti per la storia dei rivolgimenti politici del comune di Siena dal 1354 al 1369</hi>, a cura di G. Luchaire, Lyon-Paris 1906, p. 222. Per il contesto politico si veda <hi rend="CharOverride-2">Poloni</hi>, <hi rend="italic">“Viva lo ‘nperadore”.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="12.html#footnote-059-backlink">19</ref></hi>	Edito in <hi rend="CharOverride-2">Rossi</hi>, <hi rend="italic">Carlo IV di Lussemburgo</hi>, pp. 238-242.</p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="12.html#footnote-058-backlink">20</ref></hi>	<hi rend="italic">I capitoli del Comune di Firenze</hi>, I, pp. 13-19: 13. </p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="12.html#footnote-057-backlink">21</ref></hi>	Ivi, p. 14.</p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="12.html#footnote-056-backlink">22</ref></hi>	<hi rend="CharOverride-2">Poloni</hi>, <hi rend="italic">Oltre Coluccio Salutati</hi>.</p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="12.html#footnote-055-backlink">23</ref></hi>	Per una ricostruzione dettagliata delle vicende di quegli anni si vedano G.A. <hi rend="CharOverride-2">Brucker</hi>, <hi rend="italic">Florentine politics and society, 1343-1348</hi>, Princeton 1962 e J. <hi rend="CharOverride-2">Najemy</hi>, <hi rend="italic">Storia di Firenze, 1200-1575</hi>, Torino 2014 (ed. orig. Oxford 2006).</p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="12.html#footnote-054-backlink">24</ref></hi>	Tra i contributi più recenti sul tumulto dei Ciompi P. <hi rend="CharOverride-2">Lantschner</hi>, <hi rend="italic">The logic of political conflict in Medieval cities. Italy and the Southern Low Countries, 1370-1440</hi>, Oxford 2015, pp. 131-168; A. <hi rend="CharOverride-2">Poloni</hi>,<hi rend="italic"> The political mobilisation of wage labourers and artisans in Siena, Florence, Lucca and Perugia in the second half of the fourteenth century</hi>, in <hi rend="italic">Disciplined dissent: strategies of non-confrontational protest in Europe from the twelfth to the early sixteenth century</hi>, a cura di F. Titone,<hi rend="italic"> </hi>Roma 2016, pp. 113-138; G. <hi rend="CharOverride-2">Petralia</hi>, <hi rend="italic">Mobilità negate: intorno al tumulto fiorentino detto dei “Ciompi”</hi>, in <hi rend="italic">La mobilità sociale nel Medioevo italiano,</hi> <hi rend="italic">4, Cambiamento economico e dinamiche sociali</hi>, a cura di S.M. Collavini e G. Petralia, Roma 2019, pp. 235-272, ai quali si rimanda per i riferimenti alla vasta bibliografia sull’argomento. <hi rend="CharOverride-2">A. Poloni</hi>, <hi rend="italic">Lo spazio delle periferie e il tumulto dei Ciompi (Firenze, 1378). Un’ipotesi interpretativa</hi>, «Studi di storia medioevale e di diplomatica», 7 (2023), pp. 333-357, <ref target="https://riviste.unimi.it/index.php/SSMD/article/view/20173">https://riviste.unimi.it/index.php/SSMD/article/view/20173</ref> (05/2024).</p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number CharOverride-1"><ref target="12.html#footnote-053-backlink">25</ref></hi>	C. <hi rend="CharOverride-2">Falletti Fossati</hi>, <hi rend="italic">Il tumulto dei Ciompi. Studio storico-sociale</hi>, Roma 1882, pp. 325-328: 325.</p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number CharOverride-1"><ref target="12.html#footnote-052-backlink">26</ref></hi>	Una complessiva rilettura delle circostanze che portarono alla ‘liberazione’ di Lucca si trova ora in <hi rend="CharOverride-2">M. Ronzani</hi>, <hi rend="italic">La lunga notte del 1369. Pisa, Carlo IV e la perdita di Lucca</hi>, «Actum Luce», XLVIII/1 (2019), pp. 7-34. Sul vicariato di Gui de Boulogne P. <hi rend="CharOverride-2">Jugie</hi>, <hi rend="italic">Le vicariat impérial du cardinal Gui de Boulogne à Lucques en 1369-1370</hi>, «Mélanges de l’École française de Rome – Moyen Âge», 103 (1991), 1, pp. 261-357; su questa fase della vita politica lucchese <hi rend="CharOverride-2">Poloni</hi>,<hi rend="italic"> The political mobilisation</hi>, e <hi rend="CharOverride-2">Ead</hi>., <hi rend="italic">“Viva lo ‘nperadore”.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number CharOverride-1"><ref target="12.html#footnote-051-backlink">27</ref></hi>	<hi rend="italic">Riformagioni della repubblica di Lucca, 1369-1400</hi>, I, a cura di A. Romiti, Roma 1980, pp. 380-385.</p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="12.html#footnote-050-backlink">28</ref></hi>	Ivi, p. 381.</p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number CharOverride-1"><ref target="12.html#footnote-049-backlink">29</ref></hi>	O. <hi rend="CharOverride-2">Vancini</hi>, <hi rend="italic">La rivolta dei bolognesi al governo dei vicari della Chiesa (1376-1377)</hi>, Bologna 1906; V. <hi rend="CharOverride-2">Braidi</hi>, <hi rend="italic">Il governo della città nella seconda metà del Trecento</hi>, in <hi rend="italic">Gli statuti del comune di Bologna degli anni 1352, 1357; 1376-1389 (Libri I-III)</hi>, a cura di Ead., Bologna 2002, pp. IX-XLI; <hi rend="CharOverride-2">T. Duranti</hi>, <hi rend="italic">Libertas, oligarchy, papacy: government in the Quattrocento</hi>, in <hi rend="italic">A companion to Medieval and Renaissance Bologna</hi>, a cura di S. R. Blanshei, Leiden-Boston 2018, pp. 260-288; <hi rend="CharOverride-2">Id.</hi>, <hi rend="italic">La costruzione di un linguaggio della libertas in una città superiorem recognoscens</hi>, in <hi rend="italic">La libertà nelle città comunali e signorili italiane</hi>, a cura di A. Zorzi, Roma 2020, pp. 201-228.</p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="12.html#footnote-048-backlink">30</ref></hi>	<hi rend="italic">Gli statuti del comune di Bologna</hi>, I, p. 297.</p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="12.html#footnote-047-backlink">31</ref></hi>	Ivi, I, p. 411.</p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="12.html#footnote-046-backlink">32</ref></hi>	A. <hi rend="CharOverride-2">Poloni</hi>, <hi rend="italic">Le origini della libertas fiorentina. Il discorso sulla libertà nella corrispondenza ufficiale dei fiorentini negli anni della discesa in Italia di Enrico VII (1310-1313)</hi>, in <hi rend="italic">La libertà nelle città comunali e signorili italiane</hi>, a cura di A. Zorzi, Roma 2020, pp. 103-127; si veda inoltre, nello stesso volume, <hi rend="CharOverride-2">Gualtieri</hi>, <hi rend="italic">La libertà</hi>.</p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number CharOverride-1"><ref target="12.html#footnote-045-backlink">33</ref></hi>	Per una ricostruzione di questa fase della vita politica lucchese <hi rend="CharOverride-2">Ead.</hi>,<hi rend="italic"> The political mobilisation</hi>.</p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="12.html#footnote-044-backlink">34</ref></hi>	<hi rend="italic">Riformagioni della repubblica di Lucca</hi>, I, pp. 349-351: 349.</p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="12.html#footnote-043-backlink">35</ref></hi>	<hi >Ivi, p. 350: </hi>«Inter quos sint et esse debeant de maioribus, mediocribus et minoribus».</p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="12.html#footnote-042-backlink">36</ref></hi>	Ivi, pp. 353-354.</p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="12.html#footnote-041-backlink">37</ref></hi>	Ivi, p. 381.</p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="12.html#footnote-040-backlink">38</ref></hi>	<hi rend="italic">Le Croniche di Giovanni Sercambi, lucchese</hi>, I, a cura di S. Bongi, Lucca 1892, pp. 204-205: 204.</p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="12.html#footnote-039-backlink">39</ref></hi>	<hi rend="CharOverride-2">Poloni</hi>, <hi rend="italic">The political mobilisation</hi>. </p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="12.html#footnote-038-backlink">40</ref></hi>	Archivio di Stato di Lucca, Sentenze e bandi, 43, pagine non numerate, a. 1370. La sentenza è riportata in regesto, in traduzione inglese, in S.K. <hi rend="CharOverride-2">Cohn</hi> jr., <hi rend="italic">Popular protest in late Medieval Europe: Italy, France and Flanders</hi>, Manchester-New York 2004, pp. 130-132, ma datata erroneamente al 1369. <hi >Si veda anche C. </hi><hi rend="CharOverride-2" >Meek</hi><hi >, </hi><hi rend="italic">Lucca 1369-1400. Politics and society in an early Renaissance city-state</hi><hi >, Oxford 1978, pp. 184-185.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="12.html#footnote-037-backlink">41</ref></hi>	Archivio di Stato di Lucca, Diplomatico Archivio di Stato-Tarpea, 9 nov. 1352: gli abitanti della contrada di San Pier Somaldi presentano una petizione agli anziani perché costringano coloro che esercitano l’«ars scutarie seu tavolacciorum et pavensium» nella loro contrada a spostare le attività che comportavano la lavorazione delle pelli «in aringo seu in contrata Sancti Georgii prout faciunt et facere tenentur alii qui aliqua coriamina conciant». <hi rend="CharOverride-2">Poloni</hi>, <hi rend="italic">The political mobilisation</hi>.</p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="12.html#footnote-036-backlink">42</ref></hi>	<hi rend="CharOverride-2">Cohn</hi>, <hi rend="italic">Popular protests</hi>, p. 131.</p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="12.html#footnote-035-backlink">43</ref></hi>	<hi rend="italic">Riformagioni della repubblica di Lucca</hi>, I, p. 385.</p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="12.html#footnote-034-backlink">44</ref></hi>	I Sornachi compaiono nella lista di «casastici et potentes», i magnati lucchesi, inclusa nello statuto del 1308: <hi rend="italic">Statuto del Comune di Lucca dell’anno 1308</hi>, Lucca 1867, p. 242.</p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="12.html#footnote-033-backlink">45</ref></hi>	Si veda oltre, note 61-72 e testo corrispondente.</p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="12.html#footnote-032-backlink">46</ref></hi>	<hi rend="CharOverride-2">Poloni</hi>, <hi rend="italic">Oltre Coluccio Salutati</hi>.</p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="12.html#footnote-031-backlink">47</ref></hi>	Le vicende politiche di quei mesi sono dettagliatamente analizzate in <hi rend="CharOverride-2">Vancini</hi>, <hi rend="italic">La rivolta dei bolognesi</hi>. Si veda inoltre <hi rend="CharOverride-2">Duranti</hi>, <hi rend="italic">Libertas, oligarchy, papacy</hi> e <hi rend="CharOverride-2">Id</hi>., <hi rend="italic">La costruzione</hi>.</p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="12.html#footnote-030-backlink">48</ref></hi>	Ivi, pp. 44-45.</p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="12.html#footnote-029-backlink">49</ref></hi>	Edito in D. <hi rend="CharOverride-2">Quaglioni</hi>, <hi rend="italic">Politica e diritto nel Trecento italiano: il «De tyranno» di Bartolo da Sassoferrato (1314-1357)</hi>, Firenze 1983, pp. 147-170.</p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="12.html#footnote-028-backlink">50</ref></hi>	Ivi, pp. 163-164.</p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="12.html#footnote-027-backlink">51</ref></hi>	Ivi, p. 164.</p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="12.html#footnote-026-backlink">52</ref></hi>	Ivi, p. 153.</p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number CharOverride-1"><ref target="12.html#footnote-025-backlink">53</ref></hi>	Per un inquadramento del <hi rend="italic">De regimine civitatis</hi> si veda, oltre che l’introduzione a <hi rend="CharOverride-2">Quaglioni</hi>, <hi rend="italic">Politica e diritto</hi>, anche <hi rend="CharOverride-2">Id.</hi>, <hi rend="italic">«Regimen ad populum» e «regimen regis» in Egidio Romano e Bartolo da Sassoferraro</hi>, «Bullettino dell’Istituto storico italiano per il medio evo», 87 (1978), pp. 201-228.</p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="12.html#footnote-024-backlink">54</ref></hi>	A. <hi rend="CharOverride-2">Poloni</hi>, <hi rend="italic">La mobilità sociale nelle città comunali italiane nel Trecento</hi>, in <hi rend="italic">I comuni di Jean-Claude Maire Vigueur</hi>, a cura di M.T. Caciorgna, S. Carocci e A. Zorzi, Roma 2014, pp. 281-304; <hi rend="CharOverride-2">Ead</hi>., <hi rend="italic">The political mobilisation</hi>; <hi rend="CharOverride-2">Ead</hi>., <hi rend="italic">“Viva lo ‘nperadore”</hi>; <hi rend="CharOverride-2">Ead</hi>., <hi rend="italic">La mobilità sociale dopo la peste. Cambiamento economico e trasformazioni sociali nelle città dell’Italia centro-settentrionale nella seconda metà del Trecento</hi>, in <hi rend="italic">Dopo l’Apocalisse. Rappresentare lo shock e progettare la rinascita (secoli X-XIV)</hi>, a cura di<hi rend="CharOverride-2"> </hi>G. Cariboni, N. D’Acunto e E. Filippini, Milano 2023, pp. 55-86.</p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="12.html#footnote-023-backlink">55</ref></hi>	<hi rend="CharOverride-2">Ead</hi>., <hi rend="italic">Oltre Coluccio Salutati</hi>.</p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="12.html#footnote-022-backlink">56</ref></hi>	<hi rend="CharOverride-2">Ead</hi>., <hi rend="italic">“Viva lo ‘nperadore”.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="12.html#footnote-021-backlink">57</ref></hi>	<hi rend="CharOverride-2">Quaglioni</hi>, <hi rend="italic">Politica e diritto</hi>, p. 163.</p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="12.html#footnote-020-backlink">58</ref></hi>	<hi rend="italic">Documenti per la storia dei rivolgimenti politici</hi>, pp. 197-201.</p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="12.html#footnote-019-backlink">59</ref></hi>	V. <hi rend="CharOverride-2">Costantini</hi>, <hi rend="italic">Corporazioni cittadine e popolo di mercanti a Siena tra Due e Trecento: appunti per la ricerca</hi>, «Bullettino senese di storia patria», 120 (2013), pp. 98-133. Facevano eccezione le potenti arti dei macellai e dei notai: <hi rend="CharOverride-2">Ead</hi>., <hi rend="italic">Siena 1318: la congiura di «carnaioli», notai e magnati contro il governo dei Nove</hi>, «Studi storici», 52 (2011), pp. 239-252. Sul sistema istituzionale senese rimane un punto di riferimento W.M. <hi rend="CharOverride-2">Bowsky</hi>, <hi rend="italic">Un comune italiano nel Medioevo. Siena sotto il regime dei Nove</hi>, Bologna 1986 (ed. orig. Berkeley-London 1962).</p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number CharOverride-1"><ref target="12.html#footnote-018-backlink">60</ref></hi>	V. <hi rend="CharOverride-2">Wainwright</hi>, <hi rend="italic">Conflict and popular government in fourteenth century Siena: Il monte dei dodici, 1355-1368</hi>, in <hi rend="italic">I ceti dirigenti nella Toscana tardo comunale. Atti del III convegno (Firenze 5-7 dicembre 1980)</hi>, Firenze 1983, pp. 57-80; <hi rend="CharOverride-2">Poloni</hi>, <hi rend="italic">The political mobilisation</hi>; <hi rend="CharOverride-2">Ead</hi>., <hi rend="italic">“Viva lo ‘nperadore”</hi><hi rend="CharOverride-2">. </hi>Si veda inoltre ora<hi rend="CharOverride-2"> M. Giacchetto,</hi><hi rend="italic"> Siena città manifatturiera. La produzione dei tessuti di lana e di seta nei secoli XIV e XV</hi>, tesi di dottorato, tutore F. Franceschi, a.a. 2019-2020.</p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="12.html#footnote-017-backlink">61</ref></hi><hi rend="CharOverride-2">	</hi><hi rend="CharOverride-2" >Poloni, </hi><hi rend="italic">“Viva lo ‘nperadore”.</hi><hi > Sul regime dei riformatori V. </hi><hi rend="CharOverride-2" >Wainwright</hi><hi >, </hi><hi rend="italic">The testing of a popular Sienese regime. The riformatori and the insurrections of 1371</hi><hi >, «</hi><hi >I Tatti studies. </hi>Essays in the Renaissance», 2 (1987), pp. 107-170 e ora <hi rend="CharOverride-2">Giacchetto</hi>, <hi rend="italic">Siena città manifatturiera</hi>.</p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="12.html#footnote-016-backlink">62</ref></hi>	Sulle vicende politiche a cavallo tra Due e Trecento A. <hi rend="CharOverride-2">Poloni</hi>, <hi rend="italic">Lucca nel Duecento. Uno studio sul cambiamento sociale</hi>, Pisa 2009.</p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="12.html#footnote-015-backlink">63</ref></hi>	L. <hi rend="CharOverride-2">Green</hi>, <hi rend="italic">Castruccio Castracani. </hi><hi rend="italic">A study on the origins and character of a fourteenth-century Italian despotism</hi><hi >, Oxford 1986; G. </hi><hi rend="CharOverride-2" >Francesconi</hi><hi >, </hi><hi rend="italic">La signoria pluricittadina di Castruccio Castracani. </hi><hi rend="italic">Un’esperienza politica “costituzionale” nella Toscana di primo Trecento</hi>, in <hi rend="italic">Le signorie cittadine in Toscana. Esperienze di potere e forme di governo personale (secoli XIII-XIV)</hi>, a cura di A. Zorzi, Roma 2013, pp. 149-168.</p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="12.html#footnote-014-backlink">64</ref></hi>	Sulla creazione dei priori delle società delle armi <hi rend="CharOverride-2">Poloni</hi>, <hi rend="italic">Lucca nel Duecento</hi>, pp. 145-182.</p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="12.html#footnote-013-backlink">65</ref></hi>	Si vedano, per i periodi successivi, L. <hi rend="CharOverride-2">Green</hi>, <hi rend="italic">Lucca under many masters. </hi><hi rend="italic">A fourteenth-century Italian commune in crisis (1328-1342)</hi><hi >, Firenze 1995, e C. </hi><hi rend="CharOverride-2" >Meek</hi><hi >, </hi><hi rend="italic">The commune of Lucca under Pisan rule. </hi><hi rend="italic">1342-1369</hi>, Cambridge Mass. 1980.</p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="12.html#footnote-012-backlink">66</ref></hi>	L. <hi rend="CharOverride-2">Mosiici</hi>, <hi rend="italic">Ricerche sulla cancelleria di Castruccio Castracani</hi>, «Annali della Scuola speciale per archivisti e bibliotecari», 7 (1967), pp. 1-86, in particolare l’appendice documentaria, pp. 31-86.</p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="12.html#footnote-011-backlink">67</ref></hi>	<hi rend="CharOverride-2" >Meek</hi><hi >, </hi><hi rend="italic">The commune of Lucca</hi><hi >.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="12.html#footnote-010-backlink">68</ref></hi>	<hi rend="CharOverride-2">Poloni</hi>, <hi rend="italic">“Viva lo ‘nperadore”</hi>.</p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="12.html#footnote-009-backlink">69</ref></hi>	<hi rend="CharOverride-2">Ead.</hi>, <hi rend="italic">The political mobilisation</hi>.</p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="12.html#footnote-008-backlink">70</ref></hi>	Si veda sopra, note 33-44 e testo corrispondente.</p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="12.html#footnote-007-backlink">71</ref></hi>	<hi rend="italic">Riformagioni della repubblica di Lucca, 1369-1400</hi>, II, a cura di G. Tori, Roma 1985, p. 10; <hi rend="CharOverride-2">Poloni</hi>, <hi rend="italic">The political mobilisation</hi>.</p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="12.html#footnote-006-backlink">72</ref></hi>	<hi rend="italic">Riformagioni della repubblica di Lucca</hi>, p. 429, elenco dei componenti delle commissioni nominate ad agosto 1370, novembre 1370, marzo 1371, giugno 1371.</p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="12.html#footnote-005-backlink">73</ref></hi>	<hi rend="CharOverride-2">Vancini</hi>, <hi rend="italic">La rivolta dei bolognesi</hi>; <hi rend="CharOverride-2">Duranti</hi>, <hi rend="italic">La costruzione.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="12.html#footnote-004-backlink">74</ref></hi>	<hi rend="italic">Gli statuti del comune di Bologna</hi>, I, pp. 428-429.</p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="12.html#footnote-003-backlink">75</ref></hi>	Ivi, I, pp. 297-298.</p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="12.html#footnote-002-backlink">76</ref></hi>	In particolare ivi, I, pp. 325-326.</p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="12.html#footnote-001-backlink">77</ref></hi>	<hi rend="CharOverride-2">Poloni</hi>, <hi rend="italic">La mobilità sociale</hi>; <hi rend="CharOverride-2">Ead</hi>., <hi rend="italic">The political mobilisation</hi>; <hi rend="CharOverride-2">Ead</hi>., <hi rend="italic">“Viva lo ‘nperadore”</hi>.</p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="12.html#footnote-000-backlink">78</ref></hi>	<hi rend="CharOverride-2">Ead.</hi>, <hi rend="italic">Oltre Coluccio Salutati</hi>.</p></item>
				</list></div></div>
      
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