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        <title type="main" level="a">Appunti sull’emigrazione bergamasca nelle città della terraferma veneta nel Quattrocento (con particolare riferimento a Verona)</title>
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          <persName n="1" ref="https://orcid.org/0000-0003-3428-1632" type="ORCID">
            <forename>Gian Maria</forename>
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          <resp>This is a section of <title>Migrazioni, forme di inte(g)razione, cittadinanze nell’Italia del tardo medioevo</title>(DOI: <idno type="DOI">10.36253/979-12-215-0426-2</idno>) by </resp>
          <name>Gian Maria Varanini, Andrea Zorzi</name>
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        <publisher>Firenze University Press</publisher>
        <pubPlace>Florence</pubPlace>
        <date when="2024">2024</date>
        <idno type="DOI">https://doi.org/10.36253/979-12-215-0426-2.07</idno>
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          <p>Available for academic research purposes</p>
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          <p>Copyright Author(s)</p>
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        <p>The author takes as an example the emigration from Bergamo to offer a picture of its insertion in the Venetian mainland in the fifteenth century, focusing in particular on immigration in those centers which were happily defined by Giorgio Chittolini with the category of "quasi cities": compared to the studies previous ones, the author pays greater attention to the know-how of the Bergamo immigrants who managed to emerge in these places, achieving lasting success over several generations.</p>
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            <item>Migrations</item>
            <item>Bergamo</item>
            <item>Verona</item>
            <item>late middle ages</item>
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      <p>It is available online at https://doi.org/10.36253/979-12-215-0426-2.07<ref target="https://doi.org/10.36253/979-12-215-0426-2.07" /></p>
      
      <div><head>Appunti sull’emigrazione bergamasca nelle città della terraferma veneta nel Quattrocento (con particolare riferimento a Verona)<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi><ref target="OP10149_xml_9_55-80.html#footnote-098">1</ref></hi></hi></head><p rend="h1_author ParaOverride-1" ><hi rend="CharOverride-1">Gian Maria Varanini</hi></p><div><head><hi>1. L’obiettivo della ricerca</hi></head><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">L’emigrazione bergamasca nel tardo medioevo e nella prima età moderna</hi><hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi><ref target="OP10149_xml_9_55-80.html#footnote-097">2</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1"> – in particolare dalla Val Brembana e dalla Val Seriana, ma non solo; anche dalla città e dalla fascia pianeggiante – è un </hi><hi rend="CharOverride-1">fenomeno ben noto e ben studiato, e non soltanto lungo la direttrice orientale, verso il Veneto e Venezia, che interessa specificamente in questa sede. Nella </hi><hi rend="italic">Storia economica e sociale di Bergamo</hi><hi rend="CharOverride-1">, che risale agli anni Novanta del secolo scorso, oltre che a Venezia – destinazione primaria – sono stati prodotti studi monografici dedicati anche all’insediamento dei bergamaschi nell’area adriatica meridionale, a Genova, a Roma</hi><hi rend="CharOverride-1"> e altrove</hi><hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi><ref target="OP10149_xml_9_55-80.html#footnote-096">3</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">. Più di recente, sono poi state pubblicate per il Quattro e Cinquecento due monografie importanti di Alma Poloni sui villaggi di Castione della Presolana e sulla famiglia da Fino</hi><hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi><ref target="OP10149_xml_9_55-80.html#footnote-095">4</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">, che in forme diverse di emigrazione si occupano ampiamente; inoltre restano di grande importanza le ricerche di Giuliana Albini su Gandino</hi><hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi><ref target="OP10149_xml_9_55-80.html#footnote-094">5</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">. E infine l’indagine densissima e straordinariamente ricca di uno storico della lingua come Alessandro Parenti (2019) ha raccolto una messe ricchissima di testimonianze e di fonti tardomedievali e rinascimentali attentamente vagliate</hi><hi rend="CharOverride-1">, per l’Italia nord-orientale </hi><hi rend="italic">in primis</hi><hi rend="CharOverride-1"> ma in generale per l’intera area padana;</hi><hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi><ref target="OP10149_xml_9_55-80.html#footnote-093">6</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1"> con l’ulteriore merito di richiamare chi si occupa di storia sociale ed economica alla parzialità del proprio sguardo e delle proprie fonti peculiari. Invece, ci insegna una volta di più il contributo di Parenti, lo sguardo dei contemporanei che si esprime anche nelle fonti letterarie e ‘narrative’ oltre che in quelle documentarie ha un ruolo essenziale per farci comprendere sino in fondo l’impatto sociale e culturale del fenomeno migratorio, così come sono significative le testimonianze artistiche.</hi><hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi><ref target="OP10149_xml_9_55-80.html#footnote-092">7</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1"> </hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Per i motivi di cui sopra, per quello che riguarda gli esiti del processo di immigrazione dal Bergamasco nei diversi luoghi di destinazione dell’Italia nord-orientale, a parte il caso già citato di Venezia – bene approfondito da Andrea Zannini (soprattutto</hi><hi rend="CharOverride-1"> per la prima età moderna)</hi><hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi><ref target="OP10149_xml_9_55-80.html#footnote-091">8</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1"> – ritengo che uno sguardo d’insieme, che tenti di valorizzare per le città della Terraferma i molti spunti e i molti dati a disposizione sul piano economico, sociale e culturale, possa essere utile. </hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Il flusso dalle terre orobiche verso la pianura e la montagna veneta al di qua del Mincio è nell’insieme imponente, ben superiore a quello proveniente dal Bresciano; non diminuisce in età moderna, e interessa anche il Veneto orientale e il Friuli. Ed è importante ricordare che la Terraferma veneta non può essere considerata, nel suo insieme, come una realtà indifferenziata e le ripercussioni dell’emigrazione bergamasca sulle città e sui centri minori furono diverse da caso a caso. </hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Come enunciato nel titolo, si presterà una particolare attenzione al caso di Verona, la seconda città della Terraferma in ordine di importanza economica e demografica (dopo Brescia). Sullo sfondo, c’è ancora una volta il tema della complessità delle relazioni all’interno di una cornice politico-istituzionale. I fattori centrifughi e gli elementi di fragilità dello ‘stato’ veneziano sono molti: una ‘regione economica’ modellata sulla subordinazione politica non esiste; le città della Terraferma centro-occidentale (da Vicenza verso ovest: Verona, Brescia, Bergamo) hanno margini ampi di autonomia e reti commerciali proprie.</hi><hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi><ref target="OP10149_xml_9_55-80.html#footnote-090">9</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1"> Ma in controtendenza, il movimento e il parziale radicamento/integrazione al di qua del Mincio e nella città dominante di tanti uomini (e di un minor numero di donne) provenienti dal Bergamasco costituisce in certa misura un fattore di unità; o per lo meno costringe i veneziani, i veronesi, i trevigiani a confrontarsi con chi è portatore di una diversità culturale, oltre che di concorrenzialità e intraprendenza economica. </hi></p></div><div><head><hi>2. I temi da mettere a fuoco e le caratteristiche della documentazione</hi></head><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Venezia fino alla pace di Lodi non esercitò un reale controllo politico su Bergamo e sul suo territorio, anche per le «incertezze e inquietudini susseguite alla prima conquista e tenute vive dalla tenace resistenza dei cosiddetti ghibellini»</hi><hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi><ref target="OP10149_xml_9_55-80.html#footnote-089">10</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">; viceversa, aveva accolto la dedizione delle valli ancor prima di quella della città. Rispetto ai movimenti della popolazione, non prese nel corso del Quattrocento posizioni incisive; del resto, più in generale non elaborò mai lungo il secolo una politica economica che non riguardasse </hi><hi rend="CharOverride-1">esclusivamente una prospettiva lagunare, e si può parlare di un atteggiamento complessivo ispirato al </hi><hi rend="italic">laissez faire, laissez passer</hi><hi rend="CharOverride-1">. Dal canto loro i comuni cittadini delle città maggiori, come </hi><hi rend="CharOverride-1">Padova, Vicenza, Verona, Brescia, stretti com’erano nella gabbia delle dedizioni</hi><hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi><ref target="OP10149_xml_9_55-80.html#footnote-088">11</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1"> non ebbero la forza politica, e forse neppure la volontà, di governare il fenomeno dell’immigrazione dalla Lombardia. Tanto meno ebbero la capacità di farlo i centri minori: valga l’esempio della Vallagarina (nel Quattrocento soggetta alla dominazione veneziana a partire dal 1411), ove al contrario Rovereto e Riva del Garda (nella loro modestissima consistenza demografica) sono ampiamente ricettive di correnti migratorie provenienti da nord e da sud</hi><hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi><ref target="OP10149_xml_9_55-80.html#footnote-087">12</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">. </hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">L’emigrazione bergamasca si dispiegò, dunque, senza precise costrizioni,</hi><hi rend="CharOverride-1"> in dipendenza da una pluralità di fattori: non ultime, le diverse caratteristiche del ‘mercato del lavoro’ nelle città, e anche le attitudini nei confronti dell’attività economica da parte delle </hi><hi rend="italic">élites</hi><hi rend="CharOverride-1"> patrizie delle città, che lasciarono uno spazio maggiore o minore – spesso, nell’imprenditoria tessile o nell’allevamento del bestiame e nella produzione di formaggio</hi><hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi><ref target="OP10149_xml_9_55-80.html#footnote-086">13</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1"> – all’affermazione dei bergamaschi più intraprendenti. </hi><hi rend="CharOverride-1">Come cercherò di dimostrare appoggiandomi in particolare al caso di Verona, è in realtà il concetto stesso di ‘emigrazione’ che deve essere ripensato, nella misura in cui restano vive, socialmente ed economicamente operanti (grazie al pendolarismo stagionale, ma anche alla circolazione dei capitali), le relazioni fra chi si sposta col proprio </hi><hi rend="italic">know-how</hi><hi rend="CharOverride-1"> dalle valli bergamasche alle città ad est del Mincio, e chi resta invece in patria. </hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">In un certo senso, si tratta di applicare con maggiore puntualità alla storia economica e sociale delle città venete del Quattrocento alcune risultanze di quel dibattito che </hi><hi rend="CharOverride-1">negli ultimi decenni si è sviluppato tra gli storici della demografia di età moderna e gli specialisti di antropologia storica alpina o montana; o per dirla altrimenti, di porre con prudenza alle fonti tardomedievali interrogativi nati nel contesto di panorami documentari molto più ricchi, alimentati dalle fonti ecclesiastiche post-tridentine, da un notarile ricchissimo, dalla documentazione prodotta e conservata dalle comunità. Fra i temi in questione, ci sono quelli del superamento di una contrapposizione drastica fra sedentarietà e mobilità, e del superamento altresì della emigrazione dalla montagna alpina </hi><hi rend="CharOverride-1">e prealpina come mera eccedenza di forza-lavoro</hi><hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi><ref target="OP10149_xml_9_55-80.html#footnote-085">14</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">; e ancora, della persistenza di legami economici oltre che parentali fra chi emigra e chi resta. L’esemplificazione potrebbe continuare. Un’idea guida molto importante è per esempio quella della emigrazione qualificata – del fatto cioè che, sempre distinguendo caso da caso, emigra la, o anche la, fascia medio-alta della popolazione delle valli –: parte insomma chi possiede capitale culturale e relazionale/politico, chi è in grado di fare progetti</hi><hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi><ref target="OP10149_xml_9_55-80.html#footnote-084">15</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">. Sono temi che circolano da molti decenni; già Guichonnet (1920-2018) scrisse che dalla montagna alpina proveniva anche una «émigration de qualité» </hi><hi rend="CharOverride-1">(1948). Per l’Italia centrosettentrionale, in particolare il quadrante nord-occiden</hi><hi rend="CharOverride-1">tale, molti problemi sono stati im</hi><hi rend="CharOverride-1">postati ancora negli anni Ottanta da Rinaldo Comba</hi><hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi><ref target="OP10149_xml_9_55-80.html#footnote-083">16</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">; e se per il Friuli le ricerche si sono sviluppate in modo egregio negli ultimi decenni, lo stesso non si può dire per altre aree della Terraferma veneta. </hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Come già si è detto, gli studi analitici, nella circoscritta prospettiva che ho sopra definito, non mancano sul versante bergamasco, mentre dal punto di vista delle fonti delle città venete i dati sinora pubblicati sono dispersi e tutto sommato scarsi; sarà impossibile dunque superare un certo grado di impressionismo. Ma cercherò di ‘testare</hi><hi rend="CharOverride-1">’ sulla base delle fonti delle città di Terraferma del Quattrocento</hi><hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi><ref target="OP10149_xml_9_55-80.html#footnote-082">17</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">, quindi delle sedi di destinazione, alcuni elementi di quell’attrezzatura concettuale e problematica che è sottesa agli studi cinquecenteschi menzionati all’inizio: quindi i contraccolpi sulle strutture familiari, l’integrazione dei bergamaschi nelle società locali ai diversi livelli sociali (compresi quelli più elevati), la perdita di identità in seconda o terza generazione, le specializzazioni economiche, il pendolarismo, i legami con le vallate di provenienza, le ricadute letterarie ed artistiche. </hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">La documentazione di per sé non manca. Solo per Treviso però, grazie all’esemplare ricerca di Matthieu Scherman</hi><hi rend="CharOverride-1">, sono state valorizzate adeguatamente le polizze d’estimo, che consentono di raccontare con efficacia – fra tante altre – le vicende di alcuni di immigrati bergamaschi</hi><hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi><ref target="OP10149_xml_9_55-80.html#footnote-081">18</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">. Piccole conferme possono venire dalle fonti fiscali dei centri minori del Trentino meridionale soggetti a Venezia nel corso del Quattrocento, come Rovereto e Riva del Garda</hi><hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi><ref target="OP10149_xml_9_55-80.html#footnote-080">19</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">. Uno studio sistematico degli estimi resta invece da fare per Padova e per Vicenza quattrocentesche; si tratta peraltro di serie documentarie molto diverse di loro come caratteristiche. Solo g</hi><hi rend="CharOverride-1">li estimi padovani infatti contengono come a Treviso (e a Firenze, Bologna, ecc.) le «portate», ovvero la descrizione dei patrimoni, con tutto quello che questo significa in termini di concretezza e di efficacia della descrizione, e talvolta anche in termini di spontanea narrazione autobiografica a corredo della denuncia. Per quello che riguarda Verona, infine, andrebbe ripreso il vecchio studio di sintesi dedicato agli estimi da Tagliaferri</hi><hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi><ref target="OP10149_xml_9_55-80.html#footnote-079">20</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">, che pure ho qui utilizzato in mancanza di meglio; ma in questa sede ho effettuato anche un test di valorizzazione delle fonti anagrafiche</hi><hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi><ref target="OP10149_xml_9_55-80.html#footnote-078">21</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1"> e della magnifica serie dei </hi><hi rend="italic">Testamenti</hi><hi rend="CharOverride-1"> quattrocenteschi, raccolti in un fondo “dedicato” dell’Ufficio del registro</hi><hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi><ref target="OP10149_xml_9_55-80.html#footnote-077">22</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1"> e da qualche anno digitalizzati</hi><hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi><ref target="OP10149_xml_9_55-80.html#footnote-076">23</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">. In generale tutte queste fonti sono più ricche nella seconda metà del secolo, e questo è un bene perché intercettano la ripresa demografica post-1450 che è un dato omogeneo in tutta l’Italia nord-orientale. </hi></p></div><div><head><hi>3. </hi><hi>Sul rapporto tra dipendenza politica e correnti migratorie</hi></head><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Prima di entrare nel merito, occorre però qualche ulteriore considerazione a proposito del rapporto fra l’emigrazione bergamasca e il contesto politico, in una duplice direzione. </hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Da un lato, va sottolineato il fatto che i movimenti di popolazione fra le valli orobiche (e Bergamo stessa) e le terre al di qua del Mincio non comportarono contraccolpi legati alle lotte di fazione. In nessuna delle città venete attecchirono nel Quattrocento quei risentimenti profondi, inconciliabili, intrisi di intolleranza e di ferocia</hi><hi rend="CharOverride-1">, che con tanta frequenza si riscontrano nel corso del secolo nelle valli prealpine lombarde. Al riguardo è invece opportuno ricordare che un recente importante saggio di Luca Zenobi dimostra quanto sia sottile, all’interno dello spazio lombardo, il confine fra fuoruscitismo politico ed emigrazione. Alcuni importanti clan ghibellini e filoviscontei delle valli occidentali del territorio bergamasco (la valle Averara, la val Taleggio, Brembilla, la Valtorta) se ne andarono infatti in massa nel 1428, al momento della dedizione a Venezia di Bergamo, che diede localmente</hi><hi rend="CharOverride-1"> il pallino in mano ai guelfi</hi><hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi><ref target="OP10149_xml_9_55-80.html#footnote-075">24</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">. La condizione di «expulsi spoliati et vagabundi», negli anni successivi indusse questi clan a rivolgere suppliche e capitoli di richieste e dedizione ai Visconti e poi agli Sforza, promettendo appoggio militare. Fra le constatazioni più interessanti c’è il fatto che queste famiglie perdono una identità di sangue e ne acquistano una politica; quelli che in valle erano gli Arrigoni diventano semplicemente i Brembillaschi. Come ha osservato Patrizia </hi><hi rend="CharOverride-1">Mainoni, «in una società profondamente divisa da parzialità politiche quale la Lombardia fra XIV e XV secolo, l’adesione ai guelfi o ai ghibellini, filo- o antiviscontei… poteva fungere da collante o da ostacolo per le relazioni interne ai distretti cittadini e per i rapporti produttivi e commerciali»</hi><hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi><ref target="OP10149_xml_9_55-80.html#footnote-074">25</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">. Ma appunto, ciò vale per le relazioni “interne”; questo tipo di inimicizie non venne esportato, almeno allo stato attuale delle conoscenze, nellc città venete ove si emigra.</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Dall’altro lato, va sottolineato il fatto che per motivi diversi, ma sempre legati agli assetti politico-territoriali, non mancarono fra fine Trecento e primi decenni del Quattrocento – né in età viscontea né in età malatestiana – le condizioni di massima perché dal territorio bergamasco (e bresciano) si sviluppasse verso est un flusso migratorio</hi><hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi><ref target="OP10149_xml_9_55-80.html#footnote-073">26</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">. Gian Galeazzo Visconti fece di Verona la capitale delle </hi><hi rend="italic">partes de ultra Mincium</hi><hi rend="CharOverride-1">, come venivano definiti nel lessico amministrativo visconteo i territori di Verona Vicenza e Belluno soggetti al consiglio avente sede a partire dagli anni Novanta nella città ex scaligera</hi><hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi><ref target="OP10149_xml_9_55-80.html#footnote-072">27</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">. Il fatto che nell’anno 1400 il consiglio civico di Verona chieda al duca un dazio protezionistico contro le merci bergamasche ha un suo significato; e si installano in questi anni a Verona non solo eminenti casate bresciane (gli Emigli) e intraprendenti imprenditori (i Boldieri, fabbricanti di coltelli originari di Ghedi)</hi><hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi><ref target="OP10149_xml_9_55-80.html#footnote-071">28</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">, ma anche una famiglia di </hi><hi rend="italic">mercatores</hi><hi rend="CharOverride-1"> di origine bergamasca, i Miniscalchi, che ebbe poi per secoli un’importanza notevolissima nella vita culturale e sociale della città; il </hi><hi rend="CharOverride-1">capostipite fu Zanino Miniscalchi (</hi><hi rend="italic">olim marescalcus, nunc mercator</hi><hi rend="CharOverride-1">)</hi><hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi><ref target="OP10149_xml_9_55-80.html#footnote-070">29</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">. Sotto Pandolfo Malatesta, poi, Brescia divenne “capitale”, rispetto a Bergamo; e in almeno uno dei settori trainanti dell’economia (e delle correnti migratorie), quello del lanificio, Bergamo e la porzione orientale del suo territorio appaiono già in qualche misura legati all’area veneta, importando materia prima da Verona e dal Trentino</hi><hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi><ref target="OP10149_xml_9_55-80.html#footnote-069">30</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">. </hi></p></div><div><head><hi>4. Immigrare a Verona nel Quattrocento</hi></head><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Per quello che riguarda Verona, la prima fonte che consente un grossolano sguardo d’insieme è costituita dall’estimo compilato nel 1409, pochi anni dopo la dedizione della città a Venezia. Tagliaferri ha stimato al 5% degli estimati totali (circa 200 capifamiglia) «i lavoratori immigrati “sicuri”»</hi><hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi><ref target="OP10149_xml_9_55-80.html#footnote-068">31</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">, con netta maggioranza lombarda; un controllo sulla fonte permette di constatare che l’origine comprensivamente bergamasca (città e valli) costituisce oltre il 30% di tutti gli allibrati che hanno come secondo elemento onomastico un toponimo</hi><hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi><ref target="OP10149_xml_9_55-80.html#footnote-067">32</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">. Ciò è frutto evidentemente, oltre che delle </hi><hi rend="CharOverride-1">pur percepibili scelte del governo visconteo, soprattutto di tendenze strutturali e di lungo periodo</hi><hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi><ref target="OP10149_xml_9_55-80.html#footnote-066">33</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">, ben radicate nella storia della città. </hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Nei medesimi anni di inizio Quattrocento, un piccolo test costituito dagli immigrati nel comune lacustre di Lazise dà piena conferma della predominante provenienza lombarda: coloro che recentemente (a un dipresso, fra fine Trecento e 1410) </hi><hi rend="CharOverride-1">hanno preso dimora sulle sponde del Garda sono </hi><hi rend="italic">tutti</hi><hi rend="CharOverride-1"> provenienti dalla sponda occidentale del lago, o da altre località lombarde, in nessun caso dalle province orientali della Terraferma veneziana</hi><hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi><ref target="OP10149_xml_9_55-80.html#footnote-065">34</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">. L’individuazione è resa possibile dal fatto che i notai li identificano col termine </hi><hi rend="italic">habitatores</hi><hi rend="CharOverride-1">, distinguendoli dai </hi><hi rend="italic">vicini</hi><hi rend="CharOverride-1"> che partecipano </hi><hi rend="italic">pleno iure</hi><hi rend="CharOverride-1"> </hi><hi rend="CharOverride-1">all’assemblea, senza peraltro che si possa precisare l’eventuale stagionalità del soggiorno. Specularmente, come permette di constatare la ricerca di Poloni a proposito delle famiglie originarie di Castione della Presolana</hi><hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi><ref target="OP10149_xml_9_55-80.html#footnote-064">35</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">, nelle fonti notarili bergamasche si usa la formula</hi><hi rend="italic"> habitator in civitate Verona</hi><hi rend="CharOverride-1"> per individuare i </hi><hi rend="italic">vicini</hi><hi rend="CharOverride-1"> che dimorano più o meno stabilmente nella città veneta. </hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Come provano queste considerazioni, restano margini di incertezza non trascurabili. Qual è lo scarto, in città e nelle campagne, fra i </hi><hi rend="italic">cives</hi><hi rend="CharOverride-1"> e i </hi><hi rend="italic">vicini</hi><hi rend="CharOverride-1"> soggetti a tutti gli obblighi, e la popolazione effettivamente presente? Per l’estimo sopra menzionato del 1409, il primo disponibile in ordine di tempo, approfondimenti e precisazioni sono impossibili, non essendo disponibili le rilevazioni anagrafiche corrispondenti. Ma anche quando (a partire dagli anni Venti le </hi><hi rend="italic">descriptiones personarum</hi><hi rend="CharOverride-1"> (e/o </hi><hi rend="italic">buccharum</hi><hi rend="CharOverride-1">) sono disponibili</hi><hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi><ref target="OP10149_xml_9_55-80.html#footnote-063">36</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">, è pressoché impossibile fornire dati attendibili sulla popolazione fluttuante. Si può presumere che alla rilevazione anagrafica svolta in città, in occasione del rinnovo dell’estimo oppure per il censimento delle biade, non sfuggano coloro che svolgono una attività professionale e che vivono “sotto lo stesso tetto” del capofamiglia, legati a lui da una forma contrattuale: </hi><hi rend="italic">famuli</hi><hi rend="CharOverride-1">, salariati, balie, personale di servizio, apprendisti… È ben possibile che una parte almeno di costoro provenga dalla medesima località dalla quale proviene il capofamiglia; ma la rilevazione anagrafica non solo non può che limitarsi a un’istantanea, a fotografare la composizione del nucleo in un momento determinato, ma per giunta si appaga, quasi sempre, del semplice nome di battesimo e dell’età, e nulla ci dice della provenienza del </hi><hi rend="italic">famulus</hi><hi rend="CharOverride-1">, del salariato, dell’apprendista. Ci sfuggono dunque inevitabilmente i movimenti temporanei e stagionali della popolazione, anche in tempi di pace. </hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Ci si deve di conseguenza limitare a registrare la cospicua crescita dei flussi migratori che gli estimi e le anagrafi dei decenni successivi consentono di intravedere. Nell’estimo del 1456, il 18% dei capifamiglia, e circa il 30% di coloro che hanno una qualifica professionale, è indicato come inurbato («de ***» o «qui fuit de***»)</hi><hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi><ref target="OP10149_xml_9_55-80.html#footnote-062">37</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">.</hi></p></div><div><head><hi>5. Specializzazioni professionali dei bergamaschi a Verona e Venezia</hi></head><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Al di là del dato quantitativo, comunque rilevante, interessano le modalità di circolazione e di eventuale radicamento. E non è difficile accertare che sulla base delle specializzazioni professionali, attraverso relazioni di vicinato o di parentela, si creano catene che legano una vallata o un borgo di provenienza a un territorio di destinazione. Sono le relazioni personali che influenzano e orientano verso una specifica città o uno specifico centro minore i tessitori o gli scalpellini o i fabbri o gli allevatori provenienti da una determinata località </hi><hi rend="CharOverride-1">della montagna bergamasca. Non esiste, è ovvio ricordarlo, un astratto “mercato del lavoro”. </hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Torna utile ancora il caso di Verona. L’egemonia dei bergamaschi tra le fila degli esercenti l’</hi><hi rend="italic">ars formagierorum</hi><hi rend="CharOverride-1"> di questa città, in un settore economicamente tutt’altro che irrilevante, si misura da un dato eloquente. In meno di vent’anni (1441-1458) entrano in questo </hi><hi rend="italic">ministerium</hi><hi rend="CharOverride-1">, come la terminologia statutaria locale definisce le corporazioni, 360 individui. Il 60% sono lombardi, e i bergamaschi rappresentano l’80% di questo 60%, quindi quasi la maggioranza assoluta. Le località di partenza sono Gandino, Barzizza, Gazzaniga, Zogno, Clusone, Val San Martino, Caravaggio, Bergamo stessa. Al secondo posto si collocano </hi><hi rend="CharOverride-1">i valtellinesi, poi comaschi, cremonesi, bresciani, milanesi, di prima o di seconda generazione</hi><hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi><ref target="OP10149_xml_9_55-80.html#footnote-061">38</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">. Molto spesso i formaggiai provenienti da Gandino sono massari dell’arte. C’è dunque una sorta di monopolio che non ha riscontri così incisivi in altre aree dell’Italia nord-orientale; pressoché nulla è la presenza degli allevatori della Val Seriana, ad esempio, nell’altipiano di Asiago (che ha caratteristiche ambientali non così diverse dalla Lessinia veronese, ma che è presidiato in modo arcigno dalle comunità rurali alloglotte dei Sette comuni) e in generale nel territorio vicentino</hi><hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi><ref target="OP10149_xml_9_55-80.html#footnote-060">39</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">.</hi><hi rend="CharOverride-1"> </hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">La circostanza non sorprende, perché diversamente da quanto accade in altri comprensori prealpini la montagna veronese è organicamente e strutturalmente dipendente dalla città; i pascoli fanno capo agli enti ecclesiastici cittadini e su di essi non esercitano diritti d’uso le comunità dell’alta collina e della montagna, al di sopra degli 800-1000 metri s.l.m. Così, Baldassarre Luzaschi, figlio di </hi><hi rend="italic">Luzascus de Gandino</hi><hi rend="CharOverride-1">, è comproprietario verso il 1420 di quote del “consorzio” della Podesteria, l’istituzione semipubblica (già infeudata dall’abate di S. Zeno agli Scaligeri di turno) che gesti</hi><hi rend="CharOverride-1">va una larga parte degli alpeggi dei monti Lessini. Analoga la parabola di Serena da Bergamo beccaio, capostipite dei Serenelli, che diversifica gli investimenti occupandosi tanto di smercio di tessuti quanto di allevamento ovino; e di diversi esponenti della famiglia Clerici, originaria di Colzate. È ovviamente da sottolineare il fatto che Luzaschi</hi><hi rend="CharOverride-1"> e Serenelli in queste imprese si avvalgono maggioritariamente di collaboratori conterranei, di Barzizza e di Gandino. Le deposizioni testimoniali del 1435 che consentono di ricostruire la gestione di quell’immenso patrimonio pascolivo sono di «Franzonus quondam Gandini Agogiorii», «Bonetus </hi><hi rend="CharOverride-1">filii Petri dicti Peso», «Iohannes dictus Bontempus quondam Bertoli Fugacie», tutti di Gandino, ma di stanza a Calvisano nella pianura bresciana</hi><hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi><ref target="OP10149_xml_9_55-80.html#footnote-059">40</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">.</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Non sorprende neppure il fatto che nella stessa città l’altro comparto nel quale è estremamente incisiva la presenza bergamasca sia</hi><hi rend="CharOverride-1"> quello tessile; del resto, non c’è ovviamente impermeabilità fra i due ambiti, quello caseario e quello laniero, e qualche passaggio dall’uno all’altro è documentato, come nel caso dei Radice, originari ancora una volta di Gandino</hi><hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi><ref target="OP10149_xml_9_55-80.html#footnote-058">41</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">. Anche in questo caso è stato possibile osservare in modo ravvicinato i meccanismi di funzionamento del sistema produttivo. Nella Verona dei decenni centrali del Quattrocento </hi></p><quote rend="quotation_b" ><hi rend="CharOverride-1">il sistema organizzativo della micro-impresa a base familiare, che si sobbarca le varie fasi della lavorazione fino alla tessitura inclusa (</hi><hi rend="italic">Kaufssystem</hi><hi rend="CharOverride-1">) tra Quattro e Cinquecento… sembra essere caratteristico in particolare di numerosi piccoli operatori originari del Bergamasco (specialmente di Gandino e dintorni) e del Comasco</hi><hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi><ref target="OP10149_xml_9_55-80.html#footnote-057">42</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">. </hi></quote><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Alcuni mercanti imprenditori svolgono poi il ruolo di collettori dei semilavorati tessili prodotti nelle aziende familiari dei conterranei immigrati nella stessa città e nella stessa contrada. Una considerazione del tutto simile, a proposito del modello dell’impresa familiare, è stata fatta a proposito della produzione di panni di lana grezzi, non tinti e non follati, da parte della famiglia da Fino, attiva nella Val Seriana superiore, nella seconda metà del Quattrocento</hi><hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi><ref target="OP10149_xml_9_55-80.html#footnote-056">43</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">. </hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Nei diversi contesti urbani, le specializzazioni professionali egemonizzate o potenzialmente egemonizzate dai bergamaschi possono creare problemi e tensioni non trascurabili. </hi><hi rend="CharOverride-1" >A Treviso, nella seconda metà del Quattrocento, «la peur du monopole existe»: «la position des Bergamasques dans le secteur du vin est crainte». </hi><hi rend="CharOverride-1">Infatti nel 1483 Beltrame originario di Val San Martino riesce a diventare portatore di vino solo a seguito di una valutazione </hi><hi rend="italic">ad hoc</hi><hi rend="CharOverride-1"> di una commissione, ed emerge nella circostanza che da lungo tempo nessun «fachinus </hi><hi rend="CharOverride-1">sive Bergomensis» aveva ottenuto tale concessione, non essendo politicamente opportuno che il mestiere sia esercitato da costoro in danno della popolazione trevigiana, a favore della quale si prendono dunque provvedimenti protezionistici</hi><hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi><ref target="OP10149_xml_9_55-80.html#footnote-055">44</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">. </hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Un altro esempio significativo, che va nella stessa direzione, riguarda Venezia e l’arte della seta</hi><hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi><ref target="OP10149_xml_9_55-80.html#footnote-054">45</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">. In questo comparto produttivo i bergamaschi residenti nella città lagunare non potevano vantare pregresse tradizioni, ma i primi immigrati </hi><hi rend="CharOverride-1">non avevano tardato a impadronirsi delle cognizioni tecniche. Nel 1476, pertanto, essi costituiscono la maggioranza relativa all’interno della corporazione (composta al 95% da forestieri), e aggirano i limiti posti all’occupazione delle cariche dell’arte (non più di tre per nazione, o provincia) eleggendo i propri figli nati a Venezia, «dicendo esser viniziani». E i meccanismi di cooptazione legati alle parentele durano a lungo. Studiando soprattutto i contratti di garzonato di età moderna, sulla base di un amplissimo spoglio documentario, Zannini ha constatato anch’egli che nel Cinquecento l’«altra Bergamo in laguna», la fortissima comunità orobica presente a Venezia</hi><hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi><ref target="OP10149_xml_9_55-80.html#footnote-053">46</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">, «risulta organizzata per piccole comunità parentali o di paese incapsulate», in una sorta di cerchi concentrici. Un anello importante di questo sistema, che mantiene vivi i legami con la madrepatria, è anche quello del famulato</hi><hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi><ref target="OP10149_xml_9_55-80.html#footnote-052">47</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">.</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Del resto, guardando più in generale alla composizione della popolazione veneziana, agli inizi del Cinquecento il diarista Priuli osservava in generale, a proposito della popolazione veneziana, </hi><hi rend="CharOverride-1">che «la maggior parte della gente è forestiera» e ad eccezione dei nobili e di alcuni cittadini «tutti gli altri sono stranieri e pochissimi i veneziani». </hi></p></div><div><head><hi>6. Trasferimento di </hi><hi rend="italic">know how</hi><hi> e misure protezionistiche</hi></head><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">La presenza, dinamica e aggressiva, dei commercianti di Gandino e della Val Seriana incontrò atteggiamenti alterni da parte delle autorità politiche delle diverse città, più o meno capaci di metabolizzare e governare il fenomeno. A Venezia, almeno nella prima metà del Quattrocento i </hi><hi rend="CharOverride-1">gandinesi «tractentur in venditione pannorum suorum quemadmodum tractantur Veronenses et Paduani»</hi><hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi><ref target="OP10149_xml_9_55-80.html#footnote-051">48</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">.</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Ma se questo accadeva nelle grandi città, </hi><hi rend="CharOverride-1">il discorso si presentò diversamente in contesti nei quali le istituzioni cittadine sono deboli e il mercato meno strutturato e governato. Così il Trentino e il Tirolo meridionale furono nel corso del Quattrocento in generale una destinazione piuttosto frequente per l’emigrazione bergamasca</hi><hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi><ref target="OP10149_xml_9_55-80.html#footnote-050">49</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">, e in specifico per ciò che concerne il lanificio uno spazio di facile penetrazione per i produttori di Gandino, di Lovere, di Clusone,</hi><hi rend="CharOverride-1"> che d’altronde non avevano vincoli particolari che li legassero a Bergamo e li obbligassero a gravitare sulla città</hi><hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi><ref target="OP10149_xml_9_55-80.html#footnote-049">50</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">, Già nel 1406 a Merano si spacciava anche panno «pergamasch». La via di penetrazione fu in parte Verona, da sempre </hi><hi rend="italic">ianua Alpium</hi><hi rend="CharOverride-1">: nel 1420 un commerciante di Bergamo, Bertolino </hi><hi rend="italic">de Bagniatis</hi><hi rend="CharOverride-1">, è creditore di Nicola del fu Benvenuto da Trento di quasi 600 ducati «pro guado sibi dato in Verona» e fa suo procuratore un altro immigrato lombardo, Giovanni Carminati </hi><hi rend="italic">bancherius</hi><hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi><ref target="OP10149_xml_9_55-80.html#footnote-048">51</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">; si può trattare dunque di transazioni di importo non indifferente. A Trento si adottano negli anni Venti del Quattrocento specifiche misure per favorire lo sviluppo della produzione locale, proibendo ai </hi><hi rend="italic">mercatores</hi><hi rend="CharOverride-1"> bergamaschi residenti a Trento la vendita</hi><hi rend="CharOverride-1"> al dettaglio fuori dei giorni di mercato, e qualche tempo dopo ostacolando la concessione della cittadinanza ad alcuni immigrati da Gandino. Furono in ogni caso dei lanaioli di Clusone che a Riva del Garda, a metà secolo, si impegnarono a costruire un follo e una tintoria, dando una svolta all’attività produttiva locale</hi><hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi><ref target="OP10149_xml_9_55-80.html#footnote-047">52</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">. Il lanificio locale, certo modesto come dimensioni, nel 1473 appare completamente in mano dei bergamaschi; la </hi><hi rend="italic">descriptio buccharum</hi><hi rend="CharOverride-1"> di quell’anno censisce un «Ambrosinus pergamensis a pannis», un «Mafezolus </hi><hi rend="CharOverride-1">pergamensis a lana», un «Mazolinus Pergamensis cimator», oltre a un «Franciscus Pergamensis», una «Agnesina Pergamensis» e un «tinctor de Seranono» del quale non sono riuscito a individuare la provenienza</hi><hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi><ref target="OP10149_xml_9_55-80.html#footnote-046">53</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">. Anche gli estimi di Riva del Garda del 1448 e del 1482 confermano la presenza di immigrati di Clusone e soprattutto di esponenti della </hi><hi rend="CharOverride-1">famiglia «de Avocatis», sin dalla fine del Trecento protagonista del commercio fra il territorio bergamasco e Riva del Garda, ove si era radicata</hi><hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi><ref target="OP10149_xml_9_55-80.html#footnote-045">54</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">. </hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Non mancarono reazioni, con l’appoggio protezionistico del principe vescovo. Nel 1469 Prando da Lovere («Prandus de Luere»), «civis et habitator</hi><hi rend="CharOverride-1"> Verone», ottenne la cittadinanza di Trento e sollecitò il vescovo Giovanni Hinderbach a tutela della produzione locale, di miglior qualità secondo quanto si afferma («si femo meior roba </hi><hi rend="CharOverride-1">che y non menava loro de Bergamascha»)</hi><hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi><ref target="OP10149_xml_9_55-80.html#footnote-044">55</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">. Proprio in quegli anni tuttavia (1468-1475) la documentazione relativa alle fiere di Bolzano dimostra che la rete di produzione e di commercio creata dagli immigrati gandinesi in Veneto, e dai loro compatrioti rimasti in Val Seriana, era capillare e imponente. Tra le molte centinaia di attestazioni di presenza annuali, misurate attraverso le destinazioni che vengono dichiarate all’uscita dalle porte della città di Trento, i primi in assoluto sono i bresciani, ma la presenza dei commercianti della sola Gandino, in parte forse già residenti in città dell’Italia nord-orientale ma ancora individuati col toponimo del borgo di origine, è superiore a quella della città di Bergamo</hi><hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi><ref target="OP10149_xml_9_55-80.html#footnote-043">56</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">. </hi></p></div><div><head><hi>7. Persistenza dei legami tra gli </hi><hi>immigrati, preservazione dell’identità. Cosa significa emigrazione?</hi></head><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Un aspetto interessante, al quale ho già in qualche misura fatto cenno, è costituito dalle modalità di residenza e dalle scelte abitative</hi><hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi><ref target="OP10149_xml_9_55-80.html#footnote-042">57</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">. Non è rara la convivenza sotto lo stesso tetto di soci in affari. A Verona, nel 1481 i fratelli Pietro e Antonio Sonzoni, originari di Zogno, di mestiere </hi><hi rend="italic">merzarii</hi><hi rend="CharOverride-1">, ambedue sposati rispettivamente con sei e tre figli, convivono ai fini fiscali con il compaesano loro socio Lorenzo del fu Bonomo Astulfoni; del nucleo fanno parte anche tre famigli e due garzoni separati. La società, il lavoro determina dunque la convivenza, e le modalità di constatazione poste in essere dai giurati di contrada, che fungono da rilevatori anagrafici, consentono di affermare che si viveva insieme, o perlomeno in spazi contigui o comunicanti. La società era destinata a durare ancora a lungo, per altri 20 anni, e non si tratta di famiglie di livello sociale trascurabile, visto che nel </hi><hi rend="CharOverride-1">1482 i Sonzoni hanno un coefficiente d’estimo di lire 3 soldi 3</hi><hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi><ref target="OP10149_xml_9_55-80.html#footnote-041">58</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">. </hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">L’assenza, nella Verona quattrocentesca, di un luogo o una istituzione di identità collettiva (una confraternita, una chiesa) – a differenza di quanto accade a Venezia – può essere l’indizio di una certa labilità o volatilità delle presenze di questi </hi><hi rend="italic">vergezini</hi><hi rend="CharOverride-1">, </hi><hi rend="italic">pectinatores lane</hi><hi rend="CharOverride-1">, </hi><hi rend="italic">textores pannorum lane</hi><hi rend="CharOverride-1">; non tutti si radicano, e come si vedrà più avanti talvolta è documentato il pendolarismo lavorativo. Nei periodi di crisi, non sono pochi i lavoratori che si allontanano temporaneamente dalla città, come dimostra un’importante inchiesta del 1477, dalla quale si evince che i lavoratori bergamaschi utilizzatori di un telaio</hi><hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi><ref target="OP10149_xml_9_55-80.html#footnote-040">59</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1"> sono largamente i più numerosi fra gli immigrati, ma anche una buona parte di loro in quell’anno che «lavorava con un telaio» attualmente «non lavora, sta indarno» o è presumibilmente rientrata in patria («andà via»)</hi><hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi><ref target="OP10149_xml_9_55-80.html#footnote-039">60</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">. Nel suo complesso, la manodopera tessile veronese era costituita da immigrati recenti per un buon 60% se vale l’indizio che su 212 «famegie partite» 152 sono identificate da un toponimo (così come sono 251 su 343 le «famegie non lavora».</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">In ogni caso, i testamenti registrati all’Ufficio del Registro e redatti dai notai veronesi dimostrano che al capezzale di chi si era radicato in città i conterranei – spesso anche colleghi di lavoro – sono molto numerosi (si tratti di </hi><hi rend="italic">habitatores </hi><hi rend="CharOverride-1">stabili o meno). Nel 1455 al testamento di Giovanni del fu Pietro </hi><hi rend="italic">Caveiada</hi><hi rend="CharOverride-1"> sono presenti sei </hi><hi rend="italic">formagerii omnes cives et habitatores Verone</hi><hi rend="CharOverride-1">, tuttu bergamaschi, che ratificano scelte ben precise</hi><hi rend="CharOverride-1"> da parte del moribondo</hi><hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi><ref target="OP10149_xml_9_55-80.html#footnote-038">61</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">. Si tratta di lasciti alle chiese del lontano territorio bergamasco, di una dote espressa in lire imperiali della </hi><hi rend="italic">moneta de Gandino</hi><hi rend="CharOverride-1">, dell’usufrutto dei beni «de Bergamascha» concesso alle donne (la madre </hi><hi rend="CharOverride-1">e la sorella) rimasta al paese. Nel 1493, gli eredi di Antonio Radice da Gandino, che grazie a un legame matrimoniale coi Barzizza avevano ormai abbandonato il settore caseario delle loro origini, e puntavano all’imprenditoria tessile, non abbandonano in punto di morte il formaggiaio Bartolomeo detto Pipa, e presenziano al suo testamento</hi><hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi><ref target="OP10149_xml_9_55-80.html#footnote-037">62</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">.</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">A volte i legami fra le famiglie bergamasche vanno anche oltre la morte. A fine secolo due famiglie si consorziano per una tomba, «monumentum suum in capella comuni ipsius testatoris</hi><hi rend="CharOverride-1"> fabricata de societate cum heredibus quondam domini Antonii de Zuchis», metà sotto il titolo di s. Alberto e metà sotto il titolo di s. Antonio. E questo non accade nell’ultima e più trascurabile chiesa della città, trattandosi della chiesa del monastero benedettino dei SS. Nazaro e Celso</hi><hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi><ref target="OP10149_xml_9_55-80.html#footnote-036">63</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">. La mutua assistenza è più facilmente sollecitata dalle comuni origini: nel 1486 Caterina del fu Bettino da Gandino, moglie di Galeazzo vasaio, lascia nel suo testamento alcuni capi di abbigliamento a una Lucia da Gandino, «pro meritis sibi per ipsam Luciam illatis in hac</hi><hi rend="CharOverride-1"> sua longa infirmitate»</hi><hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi><ref target="OP10149_xml_9_55-80.html#footnote-035">64</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">. </hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Trasferirsi a Verona o nelle altre città oltre il Mincio non significa dunque necessariamente definitiva rottura di rapporti economici con la madrepatria</hi><hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi><ref target="OP10149_xml_9_55-80.html#footnote-034">65</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">. Anche chi considera «parochia sua» la chiesa veronese ove si farà seppellire, come «Gandinus pectinator lane quondam Zanini de Gandino», non dimentica le «pauperes domicelle</hi><hi rend="CharOverride-1">» del paese; si trattava di un emigrato relativamente recente, visto che la restituzione della dote alla moglie Antonia è pagata in lire imperiali</hi><hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi><ref target="OP10149_xml_9_55-80.html#footnote-033">66</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">. Non solo da Verona, del resto, ma da tutto l’entroterra veneziano c’è un pendolarismo stagionale verso le valli orobiche, come </hi><hi rend="italic">apertis verbis</hi><hi rend="CharOverride-1"> mostrano alcune polizze di artigiani bergamaschi estimati a Treviso. Petro </hi><hi rend="italic">scaleter</hi><hi rend="CharOverride-1">, cioè fabbricante di ciambelle, dichiara nel 1499 «et le nostre done de’ 2 fradeli </hi><hi rend="CharOverride-1">et li puti pizoli non habita in ’sto territorio perché a nui andemo et vegnimo de Bergamascha. Et cusì el nostro padre </hi><hi rend="CharOverride-1">habita in le dite bande de Bergamascha»</hi><hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi><ref target="OP10149_xml_9_55-80.html#footnote-032">67</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">. </hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Non pochi lavoratori bergamaschi attivi a Treviso, e estimati in città, hanno debiti con bergamaschi nella seconda metà del Quattrocento. Quello che i Gandinesi ricavano, dai loro rapporti con le città venete ma in generale con l’estero, erano in effetti, innanzitutto, i capitali. Nella seconda metà del secolo sui debiti dei gandinesi</hi><hi rend="CharOverride-1"> incidevano i Veneziani per il 12%, i tedeschi (verosimilmente tirolesi, o comunque tedeschi incontrati alle fiere di Bolzano</hi><hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi><ref target="OP10149_xml_9_55-80.html#footnote-031">68</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1"> per il 13%. Decisivo è il fatto che i creditori/finanziatori degli imprenditori di Gandino sono bresciani e veronesi per una percentuale del 50%, con il 30% e il 20% rispettivamente</hi><hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi><ref target="OP10149_xml_9_55-80.html#footnote-030">69</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">. Già si scorgono le premesse di durature fortune: gli eredi di Pietro Giovannelli (una famiglia destinata sul lungo periodo a un luminoso avvenire in Trentino e a Venezia, e già presenti in val d’Adige nel Quattrocento) hanno in concessione dal comune di Gandino nel 1476 un edificio «tinctorie et fulli». Ancora più interessante è il fatto che a Gandino si lavori lana importata </hi><hi rend="CharOverride-1">non solo dal territorio veronese, ma anche dalla Valsugana. Ad esempio nella denuncia d’estimo di Paolo Castelli </hi><hi rend="italic">de Rizonis</hi><hi rend="CharOverride-1"> figurano «pensos quatuorcentum lane Valçuane»</hi><hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi><ref target="OP10149_xml_9_55-80.html#footnote-029">70</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">. </hi></p></div><div><head><hi>8. Cognomi nuovi per ‘nuove’ famiglie nelle città maggiori</hi></head><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Come si è già accennato, nelle città principali e in particolare a Verona già nella prima metà del Quattrocento alcune famiglie bergamasche si affermano socialmente in modo duraturo</hi><hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi><ref target="OP10149_xml_9_55-80.html#footnote-028">71</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">. Nella seconda metà del secolo l’affermazione economica può essere rapida, talvolta spettacolare, favorita da una certa qual tendenza di alcuni settori dell’</hi><hi rend="italic">élite</hi><hi rend="CharOverride-1"> cittadina a ritrarsi dall’attività imprenditoriale e commerciale e a investire maggiormente sulla terra. In una congiuntura nella quale gli spazi commerciali per i prodotti veronesi sono ancora soddisfacenti (sia nella direttrice settentrionale verso la Germania che nella direttrice adriatica, verso gli Abruzzi e le Puglie), si lascia così spazio a immigrati intraprendenti, in misura maggiore rispetto a quanto accade a Vicenza ove molti patrizi continuano nel Quattrocento e Cinquecento a esercitare in prima persona l’attività imprenditoriale nel settore tessile e la mercatura</hi><hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi><ref target="OP10149_xml_9_55-80.html#footnote-027">72</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">.</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Già in seconda generazione alcune famiglie bergamasche arrivano a un coinvolgimento attivo nella vita civica con la partecipazione al consiglio cittadino (che non ha nel Quattrocento forme di chiusura e di serrata formale). Nella seconda metà del Quattrocento questo percorso vale per i da Clusone e i Verzeri, così come per alcune casate comasche in tutto sovrapponibili a quelle bergamasche (i Mandelli di Mandello Lario</hi><hi rend="CharOverride-1">; il ramo degli Stoppa o Stoppani proveniente da Bellano, ove l’aveva condotta la diaspora di quella ramificatissima agnazione, che all’origine proveniva da Nebbiallo presso Menaggio).</hi><hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi><ref target="OP10149_xml_9_55-80.html#footnote-026">73</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1"> Significativo fra tutti l’esempio dei Verzeri, che acquisiscono gli impianti di una famiglia veronese di origine duecentesca, i Moscardo, e nella rilevazione fiscale del 1482, prima di una divisione patrimoniale, hanno un coefficiente d’</hi><hi rend="CharOverride-1">estimo di 23 lire, che li colloca nello 0,5% dei più ricchi della città; sono dunque circa 1000 volte più ricchi di un </hi><hi rend="italic">vergezinus</hi><hi rend="CharOverride-1"> che lavora per loro e ha un estimo di 5 o 6 soldi. Come ho anticipato, è probabile che l’azienda Verzeri sia il collettore di semilavorati di micro-aziende famigliari di conterranei</hi><hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi><ref target="OP10149_xml_9_55-80.html#footnote-025">74</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">. Non conosciamo i retroscena, ma forse non è casuale ed è indizio di tensioni latenti di fronte a questi arricchimenti il «grave facinus» commesso da alcuni patrizi veronesi di buona o ottima stirpe (due Da Vico, un Maffei, un Bevilacqua-Lazise, un Brenzoni) che nel 1479 feriscono in una rissa Bartolomeo e Girolamo Verzeri</hi><hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi><ref target="OP10149_xml_9_55-80.html#footnote-024">75</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">.</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">In qualche caso è possibile incrociare le vicende di un clan familiare nei due territori, la Val Seriana e Verona. Ad esempio il clan dei Rizzoni di Gandino nel Quattrocento era ancora composto da un centinaio di persone; il solo Paolo Castelli «de Rizonis» nell’estimo quattrocentesco è titolare del 6% della ricchezza totale del borgo della Val Seriana. </hi><hi rend="CharOverride-1">Con tutta probabilità alcuni esponenti di questa famiglia vanno riconosciuti nei Rizzoni di Verona, attestati in città sin dai primissimi anni del Quattrocento e giunti sulle rive dell’Adige forse in età viscontea, a fine Trecento </hi><hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi><ref target="OP10149_xml_9_55-80.html#footnote-023">76</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">. A proposito della sua famiglia, Martino Rizzoni – uno dei maggiori umanisti veronesi di fine Quattrocento – scrive una </hi><hi rend="italic">Origo </hi><hi rend="italic">gentis Rizzonie</hi><hi rend="CharOverride-1"> che è una piccola “genealogia incredibile” </hi><hi rend="italic">ante litteram</hi><hi rend="CharOverride-1">. Nel testo si vantano appunto le origini lombarde della casata e il possesso di un castello di S. Martino</hi><hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi><ref target="OP10149_xml_9_55-80.html#footnote-022">77</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">.</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">È molto significativo il fatto che per un buon numero di famiglie bergamasche emigrare a Verona</hi><hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi><ref target="OP10149_xml_9_55-80.html#footnote-021">78</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1"> </hi><hi rend="CharOverride-1">significa anche assumere un cognome, acquistare una coscienza di stirpe, “diventare una famiglia”. Il problema della omonimia che molte volte si presenta nelle anagrafi veronesi, e l’imbarazzo nel quale si trovano notai e giurati di contrada, di fronte a tanti nuclei tutti definiti “da Gandino” o “da Barzizza” o “da Zogno”, è in effetti del più grande interesse, e coglie in un momento di trasformazione un universo sociale che nella montagna bergamasca era coeso, ed ora non lo è più almeno agli occhi del potere cittadino e dei suoi notai e giurati che hanno bisogno di identificare con sicurezza chi vive “a uno pane et uno vino”. Ecco dunque che Giovanni </hi><hi rend="italic">speciarius</hi><hi rend="CharOverride-1"> da Caravaggio </hi><hi rend="italic">quondam Gambarini</hi><hi rend="CharOverride-1">, presente a Verona dal 1445, e il fratello Stefano danno origine a due famiglie</hi><hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi><ref target="OP10149_xml_9_55-80.html#footnote-020">79</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">, rispettivamente i Marioni e i Colpani. I due cognomi compaiono per la prima volta nell’estimo del 1502, ormai imparentati coi Maffei, i Pindemonte, i Cavalli, quindi col meglio del patriziato, anch’essi nell’1% dei più ricchi della città</hi><hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi><ref target="OP10149_xml_9_55-80.html#footnote-019">80</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">. </hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Del resto, a seconda del “punto di osservazione”, e del notaio o scriba che redige, anche altrove la denominazione delle famiglie bergamasche trasferite nella Terraferma o nel Trentino si modifica, in generale agganciandosi alla valle o alla località di provenienza e perdendo il riferimento al cognome, che distingueva una linea dall’altra all’interno di un grande clan. Si è già visto che nella prima metà del Quattrocento gli Arrigoni diventano, a Pavia, Brembillaschi</hi><hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi><ref target="OP10149_xml_9_55-80.html#footnote-018">81</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">; e un facoltoso mercante di ferraglie e imprenditore tessile si chiama Prando «de Celeris» a Lovere, ma semplicemente Prando da Lovere o Prando dal Ferro a Verona e a Trento</hi><hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi><ref target="OP10149_xml_9_55-80.html#footnote-017">82</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">. Gli esponenti dei Rizzoni di Gandino presenti a Verona, che abbiamo già citato, abbandonano il cognome Castelli che li identificava in patria e consolidano a Verona il cognome dell’agnazione più ampia. Sempre a proposito dei gandinesi a Verona, è spiazzante e apre prospettive di ricerca l’elencazione delle famiglie che una recente indagine sulla società di quel borgo segnala come presenti a Verona «fin dalla seconda metà del [Quattrocento]»: Alessandro Mercandoni fu Antonio Midana, Cristiano Parti de Noris fu Bortolino, Pietro Volandi Zappali fu Bortolo, Angelo Covi fu Pezzino fu Antonio», proseguendo poi a inizio Cinquecento con i Caccia, i Pantini, i «Canta Noris», e i Sizzo de Noris, i </hi><hi rend="CharOverride-1">Tonsi Bernardi, Cirambelli, Picinali (tutti di Barzizza).</hi><hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi><ref target="OP10149_xml_9_55-80.html#footnote-016">83</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1"> Se si fa eccezione per i vari rami dei Noris, e soprattutto per i Pantini,</hi><hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi><ref target="OP10149_xml_9_55-80.html#footnote-015">84</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1"> primaria famiglia di formaggiai (nonché commercianti di suini)</hi><hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi><ref target="OP10149_xml_9_55-80.html#footnote-014">85</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1"> che arrivano ad annobilirsi, di tutte queste casate allo stato attuale non c’è traccia nelle ricerche sul Quattrocento veronese</hi><hi rend="CharOverride-1">, e che ciò dipenda da una ‘irriconoscibilità’ conseguente a un cambiamento di cognome è ben possibile e forse probabile.</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">A conferma di una realtà ambigua e sfuggente, il medesimo mercante di panni è «Baldesar de Castion de Bergamasca habitator Verone» per gli officiali delle porte di Trento (1470), ma appartiene in valle alla famiglia Oldrati ed è conosciuto come Baldassarre «de Clusone» a Verona, ove si stabilisce, scegliendo di «fare riferimento al capoluogo della valle»</hi><hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi><ref target="OP10149_xml_9_55-80.html#footnote-013">86</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">. </hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Altre famiglie di imprenditori o di commercianti, come i Barzizza o Barzisa</hi><hi rend="CharOverride-1"> di Barzizza</hi><hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi><ref target="OP10149_xml_9_55-80.html#footnote-012">87</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1"> e i Vèrtua di Vèrtova, presero invece semplicemente il proprio cognome dalla località d’origine e fecero una non disprezzabile fortuna tra le fila del patriziato minore veronese nel Cinque-Seicento, a prova del lungo respiro del fenomeno sul quale stiamo accumulando informazioni.</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Ciò non significa ovviamente che non vi fossero condizioni anche estreme di marginalità e di disagio sociale. Al riguardo, si può ricordare la circostanza – presa sul serio dai rettori veneti di Verona, che segnalano a Venezia il caso e ottengono al riguardo una lettera ducale – dell’accusa circolante contro l’ebreo </hi><hi rend="CharOverride-1">Salamoncino, nel febbraio 1479. Secondo le voci circolanti nel clima accesamente antisemita di quegli anni, un </hi><hi rend="italic">fachinus</hi><hi rend="CharOverride-1"> avrebbe infatti acconsentito a «se poni in cruce» in casa di costui</hi><hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi><ref target="OP10149_xml_9_55-80.html#footnote-011">-1</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">.</hi></p></div><div><head><hi>9. </hi><hi rend="italic">New entries</hi><hi> bergamasche nelle </hi><hi rend="italic">élites</hi><hi> dei centri minori in via di consolidamento</hi></head><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Nella Terraferma veneziana del Quattrocento si consolidano istituzionalmente e socialmente alcuni centri minori estranei ai grandi e ben organizzati distretti cittadini (di tradizione comunale) di Padova, Vicenza, Verona, e anche della stessa Treviso (nel territorio della quale Conegliano o Oderzo avevano le loro piccole ma robuste aristocrazie). In queste “terre di frontiera”, che rientrano nel </hi><hi rend="italic">cliché</hi><hi rend="CharOverride-1"> ben delineato delle “quasi-città”, l’affermazione sociale degli immigrati bergamaschi è particolarmente rapida e significativa. Propongo qui gli esempi di Rovereto e di Rovigo, ai due estremi geografici – settentrionale e meridionale – della Terraferma quattrocentesca.</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">La città della Quercia diventa “capitale” della Val Lagarina in conseguenza della espansione veneziana in Trentino, prolungatasi dal 1411 al 1509, con alcuni aggiustamenti territoriali (prima in espansione sino al 1439, poi in contrazione a partire dal 1487 [sconfitta di Calliano nella guerra contro Massimiliano I d’Asburgo]): questa condizione le conferisce funzioni urbane di coordinamento territoriale e di carattere giurisdizionale ed ecclesiastico, sollecita la costruzione del castello, determina un indotto di commesse militari e altro ancora. Quella roveretana è nel Quattrocento una società aperta, nella quale famiglie intraprendenti di origine veronese prevalentemente, ma anche tedesca e appunto lombarda, trovano spazio immediatamente, e velocemente – nel giro di pochissimi decenni – si affermano in posizione eminente, grazie al commercio e alle attività imprenditoriali, ma anche al notariato. Il caso più celebre è forse quello delle famiglie Rosmini e Serbati, separatamente presenti nella val Lagarina sin dal primo Quattrocento con Serbato di Bergamo, e con Aresmino, figlio di Pietro degli Aliprandi (Oprandi), nato a Piazzo, nella pieve di S. Pellegrino. Ambedue entrate presto nel piccolo patriziato della cittadina, le due famiglie erano destinate a unirsi nel Seicento nell’agnazione Rosmini-Serbati, con doppio cognome. Ma sono significativi anche i nomi degli Sbardellati provenienti da Gandino, e quello dei Ganassoni</hi><hi rend="CharOverride-1"> e dei Partini provenienti dalla Valsassina; né mancano provenienze da Zogno e da S. Pellegrino</hi><hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi><ref target="OP10149_xml_9_55-80.html#footnote-010">-1</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">. </hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Non troppo diverso il caso di Rovigo. Qui si affermò, in particolare nell’ultimo scorcio del Quattrocento dopo che la pace di Bagnolo (1484) sancì per il Polesine la dipendenza anche politica da Venezia (quella economica era già incipiente), un cospicuo gruppo di </hi></p><quote rend="quotation_b" ><hi rend="CharOverride-1">mercanti, commercianti di granaglie, lanaioli, artigiani e ovviamente giuristi e notai al servizio della Repubblica, non solo polesani ma anche “forestieri” – </hi><hi rend="CharOverride-1">giunti da Bergamo, da Como, da Brescia, da Modena, da Bassano, da Lecco o da Lucca (basti qui ricordare gli eccellenti nomi dei Campo, Campagnella, Dedo, Bonifacio, Locatelli, Minadois, Castelli o dei Bonora). </hi></quote><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Molti </hi><hi rend="italic">homines novi</hi><hi rend="CharOverride-1"> poterono così affiancare, anche nelle istituzioni municipali, i rappresentanti del vecchio ordine estense, legati preferenzialmente a una cultura della rendita, </hi><hi rend="italic">lato </hi><hi rend="italic">sensu</hi><hi rend="CharOverride-1"> “feudale”. Ed è proprio una famiglia bergamasca a svolgere una funzione eponima, di portabandiera del “nuovo”.</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">A Costa di Rovigo i primi esponenti della futura famiglia Roncale arrivarono attorno al 1480, col capostipite Giovanni, detto </hi><hi rend="italic">Gobbus </hi><hi rend="italic">fachinus</hi><hi rend="CharOverride-1"> (proveniente da Roncaglia di Cepino in Valle Imagna). Nonostante il soprannome poco promettente, il </hi><hi rend="italic">fachinus</hi><hi rend="CharOverride-1"> non era del tutto privo di risorse economiche; ma chi fece fortuna col commercio dei panni fu soprattutto suo figlio Marco, detto Marco del Gobbo. Poté certo approfittare delle eccezionali con</hi><hi rend="CharOverride-1">dizioni che Rovigo ottenne dopo la pace di Bagnolo, con l’azzeramento dei dazi per i panni provenienti dalla Terraferma e la concessione di alcune fiere franche</hi><hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi><ref target="OP10149_xml_9_55-80.html#footnote-009">-1</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">. Sono scelte che, se si considera la vicinanza del Polesine alla città lagunare, rientrano perfettamente nel più ampio scenario della politica economica veneziana cui si è fatto cenno all’inizio, volta a integrare profondamente nell’economia cittadina le sub-regioni amministrative o geografiche contigue alla laguna (il Dogado, il Padovano orientale, appunto il Polesine recentemente acquisito</hi><hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi><ref target="OP10149_xml_9_55-80.html#footnote-008">-1</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">). E in terza generazione, verso la metà del Cinquecento, </hi><hi rend="CharOverride-1">ecco la committenza dei Roncale a Michele Sanmicheli, il notissimo architetto d’origine veronese, per la costruzione di un palazzo in piazza. Mentre il palazzo del visconte estense andava ormai in rovina, palazzo Roncale fu uno dei due più importanti della cittadina, insieme con il palazzo dei Roverella</hi><hi rend="CharOverride-1"> (culturalmente “antagonisti”, filoestensi e curiali quali furono, esprimendo anche un cardinale e un arcivescovo di Ravenna)</hi><hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi><ref target="OP10149_xml_9_55-80.html#footnote-007">-1</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">. I Roncale e altri nuovi ricchi espugnano o contrastano dunque il vecchio nucleo “feudale” rodigino, legato a Ferrara piuttosto che a Venezia. </hi></p></div><div><head><hi>10. </hi><hi>Scambi e restituzioni culturali</hi></head><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">I legami svariati e intensi che abbiamo cercato di illustrare nelle pagine precedenti, sull’appoggio soprattutto della documentazione veronese (ma non solo), si concretizzano anche in scambi culturali importanti, che testimoniano una volta di più che almeno per alcune fasce sociali l’emigrazione non è sradicamento – comunque, non sradicamento immediato – e può assestarsi in un pendolarismo strutturale.</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Lo testimonia soprattutto il flusso ininterrotto delle opere d’arte, che viaggiano da est verso ovest, nella direzione inversa a quella degli uomini e delle merci. Dalla laguna alla Val Brembana arrivano le pale di Bartolomeo Vivarini e Giovanni Bellini, di Carpaccio, di Cima da Conegliano, di Lattanzio da Rimini, di Lorenzo Lotto, e di altri pittori meno noti. Nelle chiese della montagna bergamasca la presenza di Palma il Vecchio, che era nativo di Serina, è scontata. Iniziative di committenza questo genere riguardano anche centri minori o minimi, come </hi><hi rend="CharOverride-1">Olera in val Brembana</hi><hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi><ref target="OP10149_xml_9_55-80.html#footnote-006">-1</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">. Il fenomeno è nel suo insieme macroscopico; nulla di simile, quanto a intensità di diffusione di prodotti artistici di cultura strettamente veneziana si riscontra in nessun altro territorio della Terraferma, a questa altezza cronologica (fine Quattrocento). Il gusto tradizionalistico dei committenti, che sono comunità rurali e più raramente singole famiglie, è poi svelato o suggerito da alcune scelte: ad esempio, mentre nelle grandi città del Veneto la pala d’altare a campo unico aveva ormai sgominato il campo, per le chiese e i santuari e le cappelle di questi villaggi si chiedono ancora polittici a scomparto, un po’ vecchiotti come concezione.</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">A parte, ma non troppo, può anche essere ricordato il fatto che attorno al 1479 Prando di Franceschino di Prando originario di Lovere, noto come Prando dal Ferro</hi><hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi><ref target="OP10149_xml_9_55-80.html#footnote-005">-1</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">, fu forse committente di Andrea Mantegna per gli affreschi esterni della sua casa nel centro di Verona. In realtà gli storici dell’arte non sono d’accordo sulla paternità mantegnesca di quest’opera, menzionata dal Vasari, oggi perduta e attestata soltanto da alcuni disegni ottocenteschi; ma ai fini di questa indagine, che si tratti di Mantegna o no poco importa: sulla possibilità di affermare la propria immagine da parte di un immigrato lombardo (in seconda o terza generazione) non c’è dubbio alcuno</hi><hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi><ref target="OP10149_xml_9_55-80.html#footnote-004">-1</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">. E sempre a Verona non è poi troppo diverso da quello di Prando il caso dei già menzionati Radice di Gandino</hi><hi rend="CharOverride-1">, già formaggiai e ora drappieri, che nella loro veloce ascesa sociale tra Quattro e Cinquecento acquisiscono vari immobili nella centralissima contrada di S. Marco, presso piazza Erbe, con l’obiettivo (coronato a metà Cinquecento) di una riqualificazione architettonica che sancisca il prestigio raggiunto</hi><hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi><ref target="OP10149_xml_9_55-80.html#footnote-003">-1</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">. </hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Va infine ricordato che, nella babele di movimenti di popolazione che caratterizza la pianura padana nel Quattrocento, nessun’altra minoranza come quella bergamasca determina riscontri in testi letterari o semiletterari in un contesto di emigrazione. Come ha ampiamente dimostrato il magistrale saggio di Parenti citato all’inizio di questo saggio,</hi><hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi><ref target="OP10149_xml_9_55-80.html#footnote-002">-1</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1"> Non </hi><hi rend="CharOverride-1">si tratta solo delle stereotipe descrizioni dei </hi><hi rend="italic">facchini</hi><hi rend="CharOverride-1">, numerose nella letteratura del Quattro-Cinquecento: a proposito delle quali basterà ricordare Teofilo Folengo, che nel </hi><hi rend="italic">Baldus</hi><hi rend="CharOverride-1"> ha cura di distinguere i bergamaschi fra cittadini, caratterizzati dalla grande accortezza in economia, e montanari di Clusone (sempre comunque «maiore ex parte fachini</hi><hi rend="CharOverride-1">») che s’ingozzano a suo dire di castagne e di </hi><hi rend="italic">panizza</hi><hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi><ref target="OP10149_xml_9_55-80.html#footnote-001">-1</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">. Ma c’è qualcosa di più, perché la consistenza massiccia del fenomeno migratorio, e forse anche il non raro successo economico di taluni esponenti di questa minoranza, insieme con le caratteristiche linguistiche peculiari del dialetto bergamasco, suscita reazioni: i testi in prodotti in questo volgare non sono pochi. È vero che è solo nel Cinquecento </hi><hi rend="CharOverride-1">avanzato la lingua facchinesca o </hi><hi rend="italic">zannesca</hi><hi rend="CharOverride-1">, in quanto “lingua d’invenzione” codificata, si consoliderà come artificiale strumento di comunicazione </hi><hi rend="CharOverride-1">usata dai letterati e dai commediografi, fiorentini, veneziani, ferraresi. Ma già nel Quattrocento, a Venezia e a Verona, una realtà sociale molto presente ed evidentemente molto “sentita”, che non può essere ignorata, sollecita e stimola i letterati: che si tratti di un dialogo fra un bergamasco e un patrizio veneziano, oppure dei sonetti in bergamasco del poligrafo veronese Giorgio Sommariva (ambientati in contesto rurale), </hi><hi rend="CharOverride-1">o ancora di una frottola che vede a protagonisti tre villani del contado orobico</hi><hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi><ref target="OP10149_xml_9_55-80.html#footnote-000">-1</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">. </hi></p><list type="ordered">
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-2"><ref target="OP10149_xml_9_55-80.html#footnote-098-backlink">1</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	Ringrazio Fabrizio Pagnoni che ha letto una prima versione di questo saggio; inoltre, Edoardo Demo.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-2"><ref target="OP10149_xml_9_55-80.html#footnote-097-backlink">2</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	Anche per i secoli successivi al XVI le ricerche degli ultimi anni sono state importanti; basti ricordare qui </hi><hi rend="CharOverride-3">A. Addobbati</hi><hi rend="CharOverride-1">, </hi><hi rend="italic">Facchinerie. Immigrati bergamaschi, valtellinesi e svizzeri nel porto di Livorno (1602-1847)</hi><hi rend="CharOverride-1">, Pisa 2018.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-2"><ref target="OP10149_xml_9_55-80.html#footnote-096-backlink">3</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	A. </hi><hi rend="CharOverride-3">Zannini</hi><hi rend="CharOverride-1">, </hi><hi rend="italic">L’</hi><hi rend="CharOverride-1">altra </hi><hi rend="italic">Bergamo in laguna: la comunità bergamasca a Venezia</hi><hi rend="CharOverride-1">, in </hi><hi rend="italic">Storia economica e sociale di Bergamo</hi><hi rend="CharOverride-1">, III (</hi><hi rend="italic">Il tempo della Serenissima</hi><hi rend="CharOverride-1">), t. 2 (</hi><hi rend="italic">Il lungo Cinquecento</hi><hi rend="CharOverride-1">), a cura di M. Cattini e M.A. Romani, Bergamo 1998, pp. 175-193; P. </hi><hi rend="CharOverride-3">Massa Piergiovanni</hi><hi rend="CharOverride-1">, </hi><hi rend="italic">La Compagna dei Caravana: i facchini bergamaschi del porto di Genova</hi><hi rend="CharOverride-1">, </hi><hi rend="italic">ivi</hi><hi rend="CharOverride-1">, pp. 195-217; </hi><hi rend="CharOverride-3">R. </hi><hi rend="CharOverride-3">Ragosta Portioli</hi><hi rend="CharOverride-1">, </hi><hi rend="italic">I mercanti bergamaschi nella città di Napoli nel secolo XVI</hi><hi rend="CharOverride-1">, </hi><hi rend="italic">ivi</hi><hi rend="CharOverride-1">, pp. 219-235; </hi><hi rend="CharOverride-3">A. Bulgarelli Lukacs</hi><hi rend="CharOverride-1">, </hi><hi rend="italic">Bergamo e i suoi mercanti nell’area dell’Adriatico centro-meridionale</hi><hi rend="CharOverride-1">, </hi><hi rend="italic">ivi</hi><hi rend="CharOverride-1">, pp. 237-301.</hi><hi rend="CharOverride-1"> Di Zannini si veda anche </hi><hi rend="italic">Flussi d’immigrazione e strutture sociali urbane. Il caso dei bergamaschi a Venezia</hi><hi rend="CharOverride-1">. </hi><hi rend="italic">Atti del Seminario di studi su “Le migrazioni interne e a media distanza in Italia, 1500-1900” (Livorno, 11-12 giugno 1993),</hi><hi rend="CharOverride-1"> «Bollettino di demografia Storica», XIX (1993), in particolare </hi><hi rend="CharOverride-1">pp. 213-215. E anche per l’età successiva non è venuto meno né il fenomeno in sé, né la sua rappresentazione storiografica.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-2"><ref target="OP10149_xml_9_55-80.html#footnote-095-backlink">4</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	A. </hi><hi rend="CharOverride-3">Poloni</hi><hi rend="CharOverride-1">, </hi><hi rend="italic">Storie di famiglia: i da Fino tra Bergamo e la montagna dal XII al XVI secolo</hi><hi rend="CharOverride-1">, Fino del Monte (Bergamo) 2010; </hi><hi rend="CharOverride-3">Ead.</hi><hi rend="CharOverride-1">, </hi><hi rend="italic">Castione della Presolana: economia e società nella montagna bergamasca dal XII al XVI secolo</hi><hi rend="CharOverride-1">, Castione della Presolana (Bergamo) 2011.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-2"><ref target="OP10149_xml_9_55-80.html#footnote-094-backlink">5</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	G. </hi><hi rend="CharOverride-3">Albini</hi><hi rend="CharOverride-1">, </hi><hi rend="italic">Contadini-artigiani in una comunità bergamasca: Gandino sulla base di un estimo della seconda metà del ’400</hi><hi rend="CharOverride-1">, «Studi di storia medievale e di diplomatica», XIV (1993), pp. 111-192; </hi><hi rend="CharOverride-3">Eadem, </hi><hi rend="italic">L</hi><hi rend="italic">a popolazione di Bergamo e del Bergamasco nei secoli XIV e XV</hi><hi rend="CharOverride-1">, in </hi><hi rend="italic">Storia economica e sociale di Bergamo</hi><hi rend="CharOverride-1">, II (</hi><hi rend="italic">I primi millenni: il comune e la signoria</hi><hi rend="CharOverride-1">), parte 2, a cura di G. Chittolini, Bergamo 1999, pp. 211-255. Non prestano grande attenzione all’emigrazione </hi><hi rend="CharOverride-3">P. Gelmi</hi><hi rend="CharOverride-3"> </hi><hi rend="CharOverride-1">e</hi><hi rend="CharOverride-3"> P. Suardi,</hi><hi rend="CharOverride-1"> </hi><hi rend="italic">Gandino. La storia</hi><hi rend="CharOverride-1">, Gandino 2012, più inclini a una ricostruzione politico-</hi><hi rend="italic">évenémentielle</hi><hi rend="CharOverride-1"> e comunque imperniata sulla vita sociale e amministrativa locale; si vedano comunque le pp. 176-179 (all’interno del paragrafo sul ‘lungo Cinquecento’, ma con richiami al secolo precedente), con alcuni spunti valorizzati qui sotto, testo corrispondente a note 83-84.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-2"><ref target="OP10149_xml_9_55-80.html#footnote-093-backlink">6</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	Si veda A. </hi><hi rend="CharOverride-3">Parenti</hi><hi rend="CharOverride-1">, </hi><hi rend="italic">Un’altra storia per </hi><hi rend="CharOverride-1">facchino, «Lingua nostra», LXXX (2019), pp. 65-96. Il saggio contiene una </hi><hi rend="italic">pars destruens</hi><hi rend="CharOverride-1"> (pp. 65-73) nella quale Parenti contesta l’etimologia sin qui accreditata (ma su fragili basi, e già criticata anche da altri studiosi) della parola </hi><hi rend="italic">facchino</hi><hi rend="CharOverride-1"> (degradazione, secondo il linguista G.B. Pellegrini, dall’arabo </hi><hi rend="italic">faqīh</hi><hi rend="CharOverride-1"> ‘funzionario di dogana’, poi ‘portatore di pesi’); e successivamente accumula una solidissima documentazione, su base letteraria (che va ben oltre il citatissimo </hi><hi rend="italic">incipit</hi><hi rend="CharOverride-1"> della novella di Matteo Bandello dedicata a Gandino da Bergamo) e documentaria, che testimonia indiscutibilmente il nesso fra l’affermazione di </hi><hi rend="italic">fachinus </hi><hi rend="CharOverride-1">e l’emigrazione e l’ascesa sociale ed economica dei bergamaschi (uomini di fatica, ma anche commercianti; e in ogni caso «solo di accumular è lor diletto»). Venezia e il Veneto sono terra d’elezione di questa corrente migratoria specialmente dal Quattrocento.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-2"><ref target="OP10149_xml_9_55-80.html#footnote-092-backlink">7</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	Sulle quali si veda qualche cenno nell’ultimo paragrafo di questo saggio (testo corrispondente a note 93-94). </hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-2"><ref target="OP10149_xml_9_55-80.html#footnote-091-backlink">8</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	Si veda il saggio citato sopra, nota 3.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-2"><ref target="OP10149_xml_9_55-80.html#footnote-090-backlink">9</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	Basti qui rinviare a P. </hi><hi rend="CharOverride-3">Lanaro</hi><hi rend="CharOverride-1">, </hi><hi rend="italic">I mercati nella Repubblica Veneta. Economie cittadine e stato territoriale (secoli XV-XVIII)</hi><hi rend="CharOverride-1">, Venezia 1999. Per elementi di comparazione/contrapposizione – giacché la Toscana fiorentina può essere considerata in una certa misura come una regione economica strutturata, frutto di una gerarchia di interessi e di scelte politiche – si veda</hi><hi rend="italic"> Lo stato territoriale fiorentino (secoli XIV-XV). Ricerche, linguaggi, confronti</hi><hi rend="CharOverride-1">, a cura di A. Zorzi e W. J. </hi><hi rend="CharOverride-1">Connell, Pisa 2002, in particolare i saggi di</hi><hi rend="CharOverride-3"> S.L. Epstein</hi><hi rend="CharOverride-1">, </hi><hi rend="italic">Strutture di mercato</hi><hi rend="CharOverride-1">, e di G. </hi><hi rend="CharOverride-3">Petralia</hi><hi rend="CharOverride-1">, </hi><hi rend="italic">Fiscalità, politica e dominio nella Toscana fiorentina alla fine del Medioevo</hi><hi rend="CharOverride-1">, rispettivamente pp. 93-134 e 161-187. </hi><hi rend="CharOverride-1" >Di Epstein si </hi><hi rend="CharOverride-1" >veda anche </hi><hi rend="italic">Town and country: economy and institutions in</hi><hi rend="CharOverride-1" > </hi><hi rend="italic">late medievale Italy</hi><hi rend="CharOverride-1" >, «Economic history review», XLVI (1993), pp. 453-477.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-2"><ref target="OP10149_xml_9_55-80.html#footnote-089-backlink">10</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	La citazione, dalla </hi><hi rend="italic">Storia di Bergamo</hi><hi rend="CharOverride-1"> di Belotti, è ripresa qui da L. </hi><hi rend="CharOverride-3">Pagani</hi><hi rend="CharOverride-1">, </hi><hi rend="italic">Bergamo «Terra di San Marco». Processi territoriali nei secoli XV-XVIII</hi><hi rend="CharOverride-1">, in </hi><hi rend="italic">Storia economica e sociale di Bergamo</hi><hi rend="CharOverride-1">, III (</hi><hi rend="italic">Il tempo della Serenissima</hi><hi rend="CharOverride-1">), t. 1 (</hi><hi rend="italic">L’immagine della Bergamasca</hi><hi rend="CharOverride-1">), Bergamo 1995, p. 14 e nota 8.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-2"><ref target="OP10149_xml_9_55-80.html#footnote-088-backlink">11</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	Su questo tema cruciale, sul quale esiste una bibliografia vastissima, mi permetto di rinviare a un mio recente saggio di sintesi: </hi><hi rend="CharOverride-3">G.M. Varanini, </hi><hi rend="italic">Gli angusti orizzonti. Lessico delle dedizioni e “costituzione materiale” negli stati territoriali italiani: l’esempio della Terraferma veneziana (secoli XV e ss.)</hi><hi rend="CharOverride-1">, in </hi><hi rend="italic">Des chartes aux constitutions. Autour de l’idée</hi><hi rend="italic"> constitutionnelle en Europe (XII</hi><hi rend="italic">e</hi><hi rend="italic">-XVII</hi><hi rend="italic">e</hi><hi rend="italic"> siècles)</hi><hi rend="CharOverride-1">. </hi><hi rend="italic">Atti del convegno (Casa di Velasquez, Madrid, 14-16 gennaio 2014)</hi><hi rend="CharOverride-1">, a cura di J.Ph. Genet e F. Foronda</hi><hi rend="CharOverride-1">, Rome-Paris 2019, pp. 417-440. </hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-2"><ref target="OP10149_xml_9_55-80.html#footnote-087-backlink">12</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	Si veda </hi><hi rend="italic">Gli estimi della città di Rovereto. 1449-1460-1475-1490-1502</hi><hi rend="CharOverride-1">, a cura di G. Baldi, Accademia degli Agiati, Rovereto 1988; </hi><hi rend="italic">Due estimi dei beni immobili (1448 e 1482) del Comune di Riva del Garda con l’elenco delle bocche del 1473</hi><hi rend="CharOverride-1">, a cura di M. Crosina e V. Rovigo, Riva del Garda 2011.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-2"><ref target="OP10149_xml_9_55-80.html#footnote-086-backlink">13</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	Ad esempio, nel confronto fra Verona e Vicenza è molto evidente – sulla base delle ricerche di Edoardo Demo – la più duratura attitudine delle famiglie più eminenti del patriziato vicentino ad occuparsi in prima persona dell’attività manifatturiera e commerciale, mentre nella città scaligera gli immigrati bergamaschi e lombardi in genere trovano spazi di affermazione economica e sociale assai più precocemente, già nella seconda metà del Quattrocento. Cfr. E. </hi><hi rend="CharOverride-3">Demo</hi><hi rend="CharOverride-1">, </hi><hi rend="italic">L’«anima della città»</hi><hi rend="CharOverride-1">. </hi><hi rend="italic">L’industria tessile a Verona e Vicenza (1400-1550)</hi><hi rend="CharOverride-1">, Milano 2001.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-2"><ref target="OP10149_xml_9_55-80.html#footnote-085-backlink">14</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	Anche se tendenzialmente la popolazione bergamasca crebbe nel corso dell’età moderna; </hi><hi rend="CharOverride-3">C.M. Belfanti</hi><hi rend="CharOverride-1">, </hi><hi rend="italic">Dalla stagnazione alla crescita: la popolazione di Bergamo dal Cinquecento a Napoleone</hi><hi rend="CharOverride-1">, pp. 173-213; F. </hi><hi rend="CharOverride-3">Saba</hi><hi rend="CharOverride-1">, </hi><hi rend="italic">La popolazione del territorio bergamasco (secoli XVI-XVIII)</hi><hi rend="CharOverride-1">, pp. 215-273, ambedue in </hi><hi rend="italic">Storia economica e sociale di Bergamo</hi><hi rend="CharOverride-1">, </hi><hi rend="italic">Storia economica e sociale di Bergamo</hi><hi rend="CharOverride-1">, III (</hi><hi rend="italic">Il tempo della Serenissima</hi><hi rend="CharOverride-1">), t. 1 (</hi><hi rend="italic">L’immagine della Bergamasca</hi><hi rend="CharOverride-1">), Bergamo 1995.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-2"><ref target="OP10149_xml_9_55-80.html#footnote-084-backlink">15</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	Per un compendio degli studi sull’emigrazione alpina, si veda ancora – pur se ormai un po’ datata – la raccolta di saggi dal titolo </hi><hi rend="italic">Mobilité spatiale et frontières/Räumliche Mobilität und Grenzen</hi><hi rend="CharOverride-1">, «Histoire des Alpes/Storia delle Alpi/Geschichte der Alpen», III (1998). Si veda anche </hi><hi rend="CharOverride-3">L. Lorenzetti </hi><hi rend="CharOverride-1">e</hi><hi rend="CharOverride-3"> R. </hi><hi rend="CharOverride-3">Merzario,</hi><hi rend="CharOverride-1"> </hi><hi rend="italic">Il fuoco acceso: famiglie e migrazioni alpine nell’Italia d’età moderna</hi><hi rend="CharOverride-1">, Roma 2005; </hi><hi rend="italic">Reframing the History of Family and Kinship: from The Alps towards Europe</hi><hi rend="CharOverride-1">, a cura di D. Albera, L. Lorenzetti e J. Mathieu, Bern 2016; </hi><hi rend="CharOverride-3">L. Lorenzetti</hi><hi rend="CharOverride-1">, </hi><hi rend="italic">Migrazioni di mestiere e economie dell’emigrazione nelle Alpi italiane (XVI-</hi><hi rend="italic">XVIII secc.)</hi><hi rend="CharOverride-1">, in </hi><hi rend="italic">Oeconomia Alpium I: Wirtschaftsgeschichte des Alpenraums in vorindustrieller Zeit. Forschungsaufriss, konzepte</hi><hi rend="italic"> und Perspektiven</hi><hi rend="CharOverride-1">, a cura di M.A. Denzel, A. Bonoldi, A. Montenach e F. Vannotti, Berlin/Boston 2017, pp. 148-171. </hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-2"><ref target="OP10149_xml_9_55-80.html#footnote-083-backlink">16</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	R. </hi><hi rend="CharOverride-3">Comba</hi><hi rend="CharOverride-1">, </hi><hi rend="italic">Emigrare nel medioevo. Aspetti economico-sociali della mobilità geografica nei secoli XI-XVI</hi><hi rend="CharOverride-1">, in </hi><hi rend="italic">Strutture familiari epidemie migrazioni nell’Italia medievale</hi><hi rend="CharOverride-1">, a cura di R. Comba, G. Piccinni e</hi><hi rend="CharOverride-1"> G. Pinto, Napoli 1984, pp. 45-75, soprattutto alle pp. 59-65. Di recente, si veda il quadro, aggiornato bibliograficamente e molto fine nell’interpretazione, di P. </hi><hi rend="CharOverride-3">Rosso</hi><hi rend="CharOverride-1">, </hi><hi rend="italic">Movimenti migratori interni nell’area alpina Occidentale</hi><hi rend="CharOverride-5">, in </hi><hi rend="italic">Migrazioni interne e forme di dipendenza libera e servile nelle campagne bassomedievali dall’Italia nord-occidentale alla Catalogna</hi><hi rend="CharOverride-1">, a cura di R. Lluch</hi><hi rend="CharOverride-1"> Bramon, P. Orti Gost, F. Panero e L. To Figueras, Cherasco 2015, pp. 63-96. </hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-2"><ref target="OP10149_xml_9_55-80.html#footnote-082-backlink">17</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	In generale per l’immigrazione nelle città europee alla fine del medioevo si veda D. </hi><hi rend="CharOverride-3">Menjot</hi><hi rend="CharOverride-1">, </hi><hi rend="italic">Introduction. </hi><hi rend="italic">Les gens venus d’ailleurs dans les villes médiévales: quelques acquis de la recherche</hi><hi rend="CharOverride-1" >,</hi><hi rend="italic"> </hi><hi rend="CharOverride-1" >in </hi><hi rend="italic">«Arriver» en ville. Les migrants en </hi><hi rend="italic">milieu urbain au Moyen Âge</hi><hi rend="CharOverride-1" >, a cura di C. Quertier, R. Chilà, N. Pluchote, Paris 2013, in particolare p. 16. </hi><hi rend="CharOverride-1">Fra gli studi specifici dedicati a singole città italiane nei decenni precedenti, si veda ad esempio A. </hi><hi rend="CharOverride-3">Guenzi</hi><hi rend="CharOverride-1">, </hi><hi rend="italic">L’immigration urbaine au XV</hi><hi rend="italic">e</hi><hi rend="italic"> siècle: le </hi><hi rend="italic">cas de Bologne</hi><hi rend="CharOverride-1">, in </hi><hi rend="italic">Villes du passé</hi><hi rend="CharOverride-1"> (= «Annales de démographie historique», 1982), pp. 33-42. </hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-2"><ref target="OP10149_xml_9_55-80.html#footnote-081-backlink">18</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	</hi><hi rend="CharOverride-1" >M. </hi><hi rend="CharOverride-3" >Scherman</hi><hi rend="CharOverride-1" >, </hi><hi rend="italic">Familles et travail à Trévise à la fin du Moyen </hi><hi rend="italic">Â</hi><hi rend="italic">ge</hi><hi rend="CharOverride-1" >, Rome 2013. </hi><hi rend="CharOverride-1">La ricchezza straordinaria delle fonti fiscali trevigiane è confermata anche dal breve saggio dello studioso francese presente in questo volume (</hi><hi rend="italic">Immigrati, aree suburbane, identità di quartiere</hi><hi rend="CharOverride-1">).</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-2"><ref target="OP10149_xml_9_55-80.html#footnote-080-backlink">19</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	Citate sopra, nota 12. </hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-2"><ref target="OP10149_xml_9_55-80.html#footnote-079-backlink">20</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	A. </hi><hi rend="CharOverride-3">Tagliaferri</hi><hi rend="CharOverride-1">, </hi><hi rend="italic">L’economia veronese secondo gli estimi dal 1409 al 1635</hi><hi rend="CharOverride-1">, Milano 1966, pp. 95-96.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-2"><ref target="OP10149_xml_9_55-80.html#footnote-078-backlink">21</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	Si tratta delle rilevazioni della popolazione effettuate ad intervalli di circa una decina di anni nel corso del Quattrocento, in funzione del rinnovo dell’estimo (per una chiara illustrazione del suo funzionamento, si veda G. </hi><hi rend="CharOverride-3">Borelli</hi><hi rend="CharOverride-1">, </hi><hi rend="italic">L’estimo civico</hi><hi rend="CharOverride-1">, in </hi><hi rend="italic">Verona 1405-1797. Nel XXV anniversario del Lions Club Verona Host</hi><hi rend="CharOverride-1">, Verona 1981, pp. 41-54). Le anagrafi sono conservate piuttosto frammentariamente, ma Herlihy poté dedurne molti decenni fa un profilo abbastanza persuasivo di storia demografica veronese del Quattrocento, che resta tuttora un punto di riferimento (D. </hi><hi rend="CharOverride-3">Herlihy</hi><hi rend="CharOverride-1">, </hi><hi rend="italic">The population of Verona in the first century of Venetian Rule</hi><hi rend="CharOverride-1">, in </hi><hi rend="italic">Renaissance Venice</hi><hi rend="CharOverride-1">, a cura di J.R. Hale, London 1973, pp. 91-125). In realtà, il fondo d’archivio non è del tutto omogeneo perché comprende anche descrizioni di cereali e pure liste di atti alle armi in quantità non trascurabile. È una fonte che può dare ancora molto, se interrogata con domande più aggiornate rispetto alle elementari – e pur fondamentali, sia chiaro – scelte di Herlihy (il dato quantitativo, la composizione dei nuclei familiari).</hi><hi rend="CharOverride-1"> In generale, per un adeguamento del questionario storiografico sulle fonti estimali delle città venete quattrocentesche (con comparazioni tra Verona e le altre città) si veda A. </hi><hi rend="CharOverride-3">Ferrarese</hi><hi rend="CharOverride-1">, </hi><hi rend="italic">Fonti estimali nella Terraferma veneta tra Quattrocento e Cinquecento. Approcci comparativi e nuove prospettive di ricerca</hi><hi rend="CharOverride-1">, in </hi><hi rend="italic">Ricchezza, valore, proprietà in età preindustriale, 1400-1850</hi><hi rend="CharOverride-1">, a cura di G. Alfani e M. Barbot, Venezia 2009, pp. 43-62; per un quadro di contesto più ampio M. </hi><hi rend="CharOverride-3">Gravela</hi><hi rend="CharOverride-1">,</hi><hi rend="CharOverride-1"> </hi><hi rend="italic">Contare nel catasto. Valore delle cose e valore delle persone negli estimi delle città italiane (secoli XIV-XV)</hi><hi rend="CharOverride-1">, in </hi><hi rend="italic">Valore delle cose e valore delle persone dall’antichità all’età moderna</hi><hi rend="CharOverride-1">, a cura di M. Vallerani, Viella, Roma 2018 (I libri di Viella, 312), pp. 271-294. </hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-2"><ref target="OP10149_xml_9_55-80.html#footnote-077-backlink">22</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	Sul quale si veda ora C. </hi><hi rend="CharOverride-3">Bismara</hi><hi rend="CharOverride-1">, </hi><hi rend="italic">L’Ufficio del Registro di Verona nel XV secolo: nuove ricerche</hi><hi rend="CharOverride-1">, «Archivio veneto», s. VI, XXV (2023), pp. 5-37. </hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-2"><ref target="OP10149_xml_9_55-80.html#footnote-076-backlink">23</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	Si veda </hi><ref target="https://www.fupress.com"><hi rend="CharOverride-6">http://www.davr.it/Divenire/collezioni.htm?idBp=0</hi></ref><hi rend="CharOverride-1"> (Digital Archive Verona) (05/2024).</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-2"><ref target="OP10149_xml_9_55-80.html#footnote-075-backlink">24</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	Per questa opzione, si veda P. </hi><hi rend="CharOverride-3">Mainoni</hi><hi rend="CharOverride-1">, </hi><hi rend="italic">Dinamiche economiche a Brescia e a Bergamo nel primo Quattrocento</hi><hi rend="CharOverride-1">, in </hi><hi rend="italic">Nell’età di Pandolfo Malatesta. Signore a Bergamo, Brescia e Fano agli inizi del Quattrocento</hi><hi rend="CharOverride-1">, Brescia 2012, p. 325.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-2"><ref target="OP10149_xml_9_55-80.html#footnote-074-backlink">25</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	</hi><hi rend="italic">Ivi</hi><hi rend="CharOverride-1">, p. 327.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-2"><ref target="OP10149_xml_9_55-80.html#footnote-073-backlink">26</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	Il che non vieta ovviamente che anche lungo altre direttrici i movimenti dei bergamaschi siano intensi, come verso Genova ove già a questa altezza cronologica si installano i facchini. Cfr. G. </hi><hi rend="CharOverride-3">Casarino</hi><hi rend="CharOverride-1">, </hi><hi rend="italic">L’immigrazione a Genova di maestranze e apprendisti dell’alta Lombardia (XV e XVI secolo), </hi><hi rend="CharOverride-1">«Bollettino di demografia storica», XIX (1993), pp. 93-109; G. </hi><hi rend="CharOverride-3">Casarino</hi><hi rend="CharOverride-1">, </hi><hi rend="italic">Mondo del lavoro e immigrazione a Genova tra XV e XVI secolo</hi><hi rend="CharOverride-1">, in </hi><hi rend="italic">Strutture familiari epidemie migrazioni</hi><hi rend="CharOverride-1">, pp. 451-472, a p. 455. Per un’epoca successiva, </hi><hi rend="CharOverride-3">Addobbati</hi><hi rend="CharOverride-1">, </hi><hi rend="italic">Facchinerie. Immigrati bergamaschi, valtellinesi e svizzeri</hi><hi rend="CharOverride-1">. </hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-2"><ref target="OP10149_xml_9_55-80.html#footnote-072-backlink">27</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	Il rafforzamento dei legami fra la città ex scaligera e la Lombardia orientale (oltre che l’area del Trentino meridionale) è solo una delle ricadute di quel quindicennio (1387-1404) </hi><hi rend="CharOverride-1">di dominio visconteo, quasi tutto sotto il segno di Gian Galeazzo Visconti (morto nel 1402) che costituisce il vero spartiacque per la storia della città; con buona pace di chi attribuisce un valore epocale all’assoggettamento o dedizione di Verona al mite leone di san Marco nel giugno 1405. Ho ribadito queste convinzioni anche in G.M. </hi><hi rend="CharOverride-3">Varanini</hi><hi rend="CharOverride-1">, </hi><hi rend="italic">Verona</hi><hi rend="CharOverride-1">, Spoleto 2018, pp. 117-118. </hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-2"><ref target="OP10149_xml_9_55-80.html#footnote-071-backlink">28</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	</hi><hi rend="CharOverride-3">G.M. Varanini </hi><hi rend="CharOverride-1">e</hi><hi rend="CharOverride-3"> D. Zumiani</hi><hi rend="CharOverride-1">, </hi><hi rend="italic">Ricerche su Gerardo Boldieri di Verona (1405 c. - 1485), docente di medicina a Padova. La famiglia, l’inventario dei libri e dei beni, la cappella</hi><hi rend="CharOverride-1">, «Quaderni per la storia dell’Università di Padova», XXVI-XXVII (1993-1994), pp. 49-147, a pp. 49 ss.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-2"><ref target="OP10149_xml_9_55-80.html#footnote-070-backlink">29</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	Si veda per qualche cenno G.M. </hi><hi rend="CharOverride-3">Varanini</hi><hi rend="CharOverride-1">, </hi><hi rend="italic">La «Curia» di Nogarole nella pianura veronese fra Tre e Quattrocento. Paesaggio, amministrazione, economia e società</hi><hi rend="CharOverride-1">, «Studi di storia medioevale e di diplomatica», IV (1979), pp. 45-263, alle pp. 157 ss.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-2"><ref target="OP10149_xml_9_55-80.html#footnote-069-backlink">30</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	</hi><hi rend="CharOverride-3">Mainoni,</hi><hi rend="CharOverride-1"> </hi><hi rend="italic">Dinamiche economiche a Brescia e a Bergamo nel primo Quattrocento</hi><hi rend="CharOverride-1">, pp. 325-330 (par. 1, «Il lanificio e la metallurgia a Bergamo e a Brescia in età malatestiana»). Come è noto, e come si vedrà ampiamente più avanti, «il “panno di Bergamo” [è] tessuto nelle valli orobiche e [viene] solo rifinito e commerciato nel centro urbano» (p. 329).</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-2"><ref target="OP10149_xml_9_55-80.html#footnote-068-backlink">31</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	</hi><hi rend="CharOverride-3">Tagliaferri</hi><hi rend="CharOverride-1">, </hi><hi rend="italic">L’economia veronese</hi><hi rend="CharOverride-1">, p. 94.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-2"><ref target="OP10149_xml_9_55-80.html#footnote-067-backlink">32</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	Archivio di Stato di Verona, </hi><hi rend="italic">Archivio antico del comune</hi><hi rend="CharOverride-1">, reg. 249. </hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-2"><ref target="OP10149_xml_9_55-80.html#footnote-066-backlink">33</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	L’assenza di provenienze dal Veneto centro-orientale tra coloro che immigrano a Verona è un dato strutturale, già evidente nella documentazione duecentesca e trecentesca. Verona è da questo punto di vista nettamente ‘lombarda’; si veda per un cenno </hi><hi rend="CharOverride-3">Varanini</hi><hi rend="CharOverride-1">, </hi><hi rend="italic">Verona</hi><hi rend="CharOverride-1">, pp. 68-72; inoltre, G.M. </hi><hi rend="CharOverride-3">Varanini</hi><hi rend="CharOverride-1">, </hi><hi rend="italic">La popolazione di Verona, Vicenza e Padova nel Duecento e Trecento: fonti e problemi</hi><hi rend="CharOverride-1">, in </hi><hi rend="italic">Demografia e società nell’Italia medievale (secoli IX-XIV)</hi><hi rend="CharOverride-1">, a cura di R. Comba e I. Naso, Cuneo 1994, pp. 165 ss. per le caratteristiche della documentazione duecentesca.</hi><hi rend="CharOverride-1"> Quelli che si modificano nel lungo periodo, piuttosto, sono i flussi migratori dal Tirolo e dal Trentino, significativi nel Duecento (</hi><hi rend="CharOverride-3">Varanini,</hi><hi rend="CharOverride-1"> </hi><hi rend="italic">Verona</hi><hi rend="CharOverride-1">, pp. 71-72) e assai modesti nel Quattrocento (</hi><hi rend="CharOverride-3">Tagliaferri</hi><hi rend="CharOverride-1">, </hi><hi rend="italic">L’economia veronese</hi><hi rend="CharOverride-1">, p. 94: «i </hi><hi rend="italic">teutonici </hi><hi rend="CharOverride-1">appaiono in fortissima minoranza»), anche se le relazioni commerciali restano vivaci</hi><hi rend="CharOverride-1">, e con riscontri significativi quali la presenza di interpreti per facilitare gli scambi. </hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-2"><ref target="OP10149_xml_9_55-80.html#footnote-065-backlink">34</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	G.M. </hi><hi rend="CharOverride-3">Varanini</hi><hi rend="CharOverride-1">, </hi><hi rend="italic">Lazise fra Trecento e Quattrocento</hi><hi rend="CharOverride-1">, in </hi><hi rend="CharOverride-3">G. Saccomani </hi><hi rend="CharOverride-1">e </hi><hi rend="CharOverride-3">G.M. Varanini</hi><hi rend="CharOverride-1">, </hi><hi rend="italic">Il comune di Lazise agli inizi del Quattrocento. Il registro di </hi><hi rend="CharOverride-1">Iura comunis Lazixii </hi><hi rend="italic">(1402-1409)</hi><hi rend="CharOverride-1">, Lazise 2021, pp. 35-37. Le stesse constatazioni si possono fare sulla base degli studi sulla </hi><hi rend="italic">Descriptio omnium hominum et personarum</hi><hi rend="CharOverride-1"> della Gardesana nel 1430 (Archivio di Stato di Verona, </hi><hi rend="italic">Antico archivio del Comune. Processi</hi><hi rend="CharOverride-1">, b. 5, proc. 2009), svolti da G. Sala e da altri studiosi locali (bibliografia in </hi><hi rend="italic">Le popolazioni di Caprino, Lubiara, Pesina e Ceredello nel primo Quattrocento</hi><hi rend="CharOverride-1">, a cura della classe II C della scuola media di Caprino e del prof. G. Sala, Caprino 2002, p. 13).</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-2"><ref target="OP10149_xml_9_55-80.html#footnote-064-backlink">35</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	</hi><hi rend="CharOverride-3">Poloni</hi><hi rend="CharOverride-1">, </hi><hi rend="italic">Castione della Presolana</hi><hi rend="CharOverride-1">, p. 118.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-2"><ref target="OP10149_xml_9_55-80.html#footnote-063-backlink">36</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	</hi><hi rend="CharOverride-3" >Herlihy</hi><hi rend="CharOverride-1" >, </hi><hi rend="italic">The population of Verona</hi><hi rend="CharOverride-1" >, p. 91 e sgg.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-2"><ref target="OP10149_xml_9_55-80.html#footnote-062-backlink">37</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	</hi><hi rend="CharOverride-3">Tagliaferri</hi><hi rend="CharOverride-1">, </hi><hi rend="italic">L’economia veronese</hi><hi rend="CharOverride-1">, p. 96.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-2"><ref target="OP10149_xml_9_55-80.html#footnote-061-backlink">38</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	</hi><hi rend="CharOverride-3">V. Chilese</hi><hi rend="CharOverride-1">, </hi><hi rend="italic">«Una delle più antiche arti di questa città»: la corporazione dei formaggeri a Verona in età moderna</hi><hi rend="CharOverride-1">, «Studi Veronesi. Miscellanea di studi sul territorio veronese». II (2017), pp. 125-172, </hi><ref target="https://www.fupress.com"><hi rend="CharOverride-6">http://www.veronastoria.it/ojs/index.php/StVer/article/view/82</hi></ref><hi rend="CharOverride-1"> (05/2024).</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-2"><ref target="OP10149_xml_9_55-80.html#footnote-060-backlink">39</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	Bastino i cenni di </hi><hi rend="CharOverride-3">W. Panciera </hi><hi rend="CharOverride-1">e</hi><hi rend="CharOverride-3"> G. Rigoni Stern</hi><hi rend="CharOverride-1">, </hi><hi rend="italic">Pastori sull’Altopiano</hi><hi rend="CharOverride-1">, in </hi><hi rend="italic">L’Altopiano dei Sette Comuni</hi><hi rend="CharOverride-1">, Caselle di Sommacampagna 2009, pp. 270 ss. </hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-2"><ref target="OP10149_xml_9_55-80.html#footnote-059-backlink">40</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	Per quanto sopra, si veda G.M. </hi><hi rend="CharOverride-3">Varanini</hi><hi rend="CharOverride-1">, </hi><hi rend="italic">Una montagna per la città. Alpeggio e allevamento nei Lessini veronesi nel Medioevo (secoli IX-XV)</hi><hi rend="CharOverride-1">, in </hi><hi rend="italic">Gli alti pascoli dei Lessini. Natura storia cultura</hi><hi rend="CharOverride-1">, a cura di P. Berni, U. Sauro e G.M. Varanini, Tipografia La Grafica, Verona 1991, in particolare pp. 99-102.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-2"><ref target="OP10149_xml_9_55-80.html#footnote-058-backlink">41</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	</hi><hi rend="CharOverride-3">P. Brugnoli</hi><hi rend="CharOverride-1">, </hi><hi rend="italic">Palazzo Radice</hi><hi rend="CharOverride-1">, in </hi><hi rend="italic">Edilizia privata nella Verona rinascimentale</hi><hi rend="CharOverride-1">, a cura di P. Lanaro, P. Marini e G.M. Varanini, con la collaborazione di E. Demo, Milano 2000, pp. 363-368; G. </hi><hi rend="CharOverride-3">Villani</hi><hi rend="CharOverride-1">, </hi><hi rend="italic">Da modesti formaggiai a facoltosi drappieri: l’ascesa mercantile di una famiglia del Cinquecento veronese</hi><hi rend="CharOverride-1">, «Studi storici Luigi Simeoni», LX (2010), pp. 171-175 per il Quattrocento. La conversione al settore tessile fu favorita da un legame matrimoniale coi Barzizza, pure bergamaschi d’origine (si veda qui oltre, testo corrispondente a nota 62) e dall’acquisto di una bottega venduta ai Radice dai Rizzoni, a loro volta gandinesi d’origine (si veda qui oltre, testo corrispondente a note 76-77). </hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-2"><ref target="OP10149_xml_9_55-80.html#footnote-057-backlink">42</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	</hi><hi rend="CharOverride-3">Demo, </hi><hi rend="italic">L’«</hi><hi rend="italic">anima della città»</hi><hi rend="CharOverride-1">, p. 88.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-2"><ref target="OP10149_xml_9_55-80.html#footnote-056-backlink">43</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	A. P</hi><hi rend="CharOverride-3">oloni, </hi><hi rend="italic">«Ista familia de Fine audacissima presumptuosa et litigiosa ac rixosa». La lite tra la comunità di Onore e i da Fino nella Val Seriana superiore degli anni ’60 del Quattrocento</hi><hi rend="CharOverride-1">, s.i.l. 2009, pp. 84-87. </hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-2"><ref target="OP10149_xml_9_55-80.html#footnote-055-backlink">44</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	</hi><hi rend="CharOverride-3" >Scherman</hi><hi rend="CharOverride-1" >, </hi><hi rend="italic">Familles et travail à Trevise</hi><hi rend="CharOverride-1" >, p. 139.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-2"><ref target="OP10149_xml_9_55-80.html#footnote-054-backlink">45</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	Si veda </hi><hi rend="CharOverride-3">L. Molà </hi><hi rend="CharOverride-1">e</hi><hi rend="CharOverride-3"> R.C. Mueller</hi><hi rend="CharOverride-1">, </hi><hi rend="italic">Essere straniero a Venezia nel tardo medioevo: accoglienza e rifiuto nei privilegi di cittadinanza e nelle sentenze criminali</hi><hi rend="CharOverride-1">, in </hi><hi rend="italic">Le migrazioni in Europa (sec. XIII-XVIII)</hi><hi rend="CharOverride-1">, a cura di S. Cavaciocchi, Firenze 1993, pp. 846-847. </hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-2"><ref target="OP10149_xml_9_55-80.html#footnote-053-backlink">46</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	Nel 1520 le autorità veneziane furono costrette a limitare la presenza bergamasca anche nell’arte dei tessitori.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-2"><ref target="OP10149_xml_9_55-80.html#footnote-052-backlink">47</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	</hi><hi rend="CharOverride-3">Zannini</hi><hi rend="CharOverride-1">, </hi><hi rend="italic">L’</hi><hi rend="CharOverride-1">altra </hi><hi rend="italic">Bergamo in laguna</hi><hi rend="CharOverride-1">, pp. 185-188.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-2"><ref target="OP10149_xml_9_55-80.html#footnote-051-backlink">48</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	</hi><hi rend="CharOverride-3">Albini</hi><hi rend="CharOverride-1">, </hi><hi rend="italic">Contadini-artigiani in una comunità bergamasca</hi><hi rend="CharOverride-1">, p. 9. Nella seconda metà del secolo, poi, secondo le fonti veronesi essi sembrano aver acquisito una posizione di privilegio: nel 1485 i commercianti della città atesina chiedendo a Venezia che i panni veronesi «potesseno aver transito per Po et condurli a Ravena per le fère, sì come ab anticho è stà consueto» (dunque attraverso l’itinerario fluviale Tartaro-Po, senza l’obbligo di passare dalla laguna) lamentano come «questo è stà fato a Bergamaschi» (ASVr, </hi><hi rend="italic">Università dei cittadini</hi><hi rend="CharOverride-1">, reg. 40, c. 36r).</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-2"><ref target="OP10149_xml_9_55-80.html#footnote-050-backlink">49</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	Forniscono dati complessivamente abbastanza ricchi, che sembrano nel complesso affidabili, le volonterose compilazioni di T. </hi><hi rend="CharOverride-3">Panizza</hi><hi rend="CharOverride-1">: </hi><hi rend="italic">Famiglie gandinesi immigrate nella Venezia Tridentina</hi><hi rend="CharOverride-1">, «La Val Gandino», XIII (1935), pp. 1-5 (estr.); </hi><hi rend="italic">Valgandinesi immigrati nelle Valli dell’Avisio ed in Pergine di Valsugana</hi><hi rend="CharOverride-1">, XIII (1935) [</hi><hi rend="italic">Una piccola colonia di valgandinesi in Cavalese</hi><hi rend="CharOverride-1">; </hi><hi rend="italic">Valgandinesi in Pergine</hi><hi rend="CharOverride-1">], pp. 5-11; </hi><hi rend="italic">Famiglie nobili trentine d’origine bergamasca</hi><hi rend="CharOverride-1">, «Bergomum», XXVII (1933), pp. 302-307 (Alessandrini, Cazzani, Giovanelli, Sizzo de Noris assumendo come </hi><hi rend="italic">terminus ad quem</hi><hi rend="CharOverride-1"> la fine del Quattrocento); </hi><hi rend="italic">Secondo contributo alla storia di famiglie nobili della Venezia Tridentina di origine bergamasca</hi><hi rend="CharOverride-1">, «Bergomum», XXVIII (1934), n. 4, pp. 294-314 (schede in ordine alfabetico, concernenti fra gli altri – limitandosi a chi si muove documentatamente nel Quattrocento – i Bordogna di Gazzaniga, i Guarenghi di Bergamo, i Panizza di Gandino, i Mozzi di Gandino, i Rosmini, gli Sbardellati, i Giovannelli). Si veda ora per i rapporti fra Bergamo e il Trentino meridionale l’importante monografia di </hi><hi rend="CharOverride-3">P. Buffo</hi><hi rend="CharOverride-1"> e</hi><hi rend="CharOverride-3"> F. Pagnoni,</hi><hi rend="CharOverride-1"> </hi><hi rend="italic">Traffici e scritture mercantili tra Bergamo e il Garda. I registri di Bartolomeo Avvocati (1416-1439)</hi><hi rend="CharOverride-1">, Udine 2023. </hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-2"><ref target="OP10149_xml_9_55-80.html#footnote-049-backlink">50</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	I legami economici delle valli con Bergamo erano infatti relativamente </hi><hi rend="CharOverride-1">blandi; nel corso del Trecento la città aveva sostanzialmente fallito nel tentativo di orientare verso la città la tintura e il finissaggio dei panni prodotti nelle valli e di creare una economia di distretto ben compaginata (Mainoni). Al contrario, i rapporti in direzione ovest-est, attraverso una rete di itinerari secondari, intra-alpina, controllati dalle comunità locali o da forze signorili locali, erano molto vitali; si veda M. </hi><hi rend="CharOverride-3">Della Misericordia</hi><hi rend="CharOverride-1">, </hi><hi rend="italic">I nodi della rete. Paesaggio, società e istituzioni a Dalegno e in Valcamonica nel tardo medioevo</hi><hi rend="CharOverride-1">, in </hi><hi rend="italic">La magnifica comunità di Dalegno dalle origini al XVIII secolo</hi><hi rend="CharOverride-1">, a cura di E. Bressan, Ponte di Legno 2009, pp. 122 ss. Ad esempio, nel 1466 il comune di Gandino costruisce la strada della Facella verso Endine, che </hi><hi rend="CharOverride-1">mise in più facile comunicazione la Val Seriana con la Val Camonica, e di lì attraverso il passo del Tonale (cfr. G.M. </hi><hi rend="CharOverride-3">Varanini</hi><hi rend="CharOverride-1">, </hi><hi rend="italic">Itinerari commerciali secondari nel Trentino bassomedioevale</hi><hi rend="CharOverride-1">, in </hi><hi rend="italic">Die Erschliessung des Alpenraums für </hi><hi rend="italic">den Verkehr im Mittelalter und in der frühen Neuzeit - L’apertura dell’area alpina al traffico nel medioevo e nella prima età moderna.</hi><hi rend="CharOverride-1"> </hi><hi rend="italic">Historikertagung in Irsee </hi><hi rend="italic">– Convegno storico</hi><hi rend="CharOverride-1"> (Irsee 13-15 settembre 1993), a cura di E. Riedenauer, Bolzano 1996, pp. 101-128) verso il Trentino e il Veneto.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-2"><ref target="OP10149_xml_9_55-80.html#footnote-048-backlink">51</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	Archivio di Stato di Verona, </hi><hi rend="italic">S. Maria in Organo</hi><hi rend="CharOverride-1">, reg. 10, cc. non num. [Atti del notaio Tommaso de Fanis, 1419-1420]. Nella complessa transazione entrano anche panni prodotti in Lovere (da «Iacometus Bertolaia de Lovare»). </hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-2"><ref target="OP10149_xml_9_55-80.html#footnote-047-backlink">52</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	«Ser Pezino fu Donato da Clusone» («Pezin de la Bergamasca») e altri («Mafezolus», «Ambrosinus», «Toninus»); si veda </hi><hi rend="CharOverride-3">M. Grazioli</hi><hi rend="CharOverride-1">, </hi><hi rend="italic">L’arte della lana e dei panni nella Riva veneziana del sec. XV in due documenti dell’archivio rivano</hi><hi rend="CharOverride-1">, «Il Sommolago. Periodico di arte, storia e cultura», III (1986), pp. 109-120. </hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-2"><ref target="OP10149_xml_9_55-80.html#footnote-046-backlink">53</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	</hi><hi rend="italic">Due estimi dei beni immobili</hi><hi rend="CharOverride-1">, pp. 311, 313, 315.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-2"><ref target="OP10149_xml_9_55-80.html#footnote-045-backlink">54</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	</hi><hi rend="italic">Ivi</hi><hi rend="CharOverride-1">, pp. 70 (Boltracchino </hi><hi rend="italic">de Advocatis</hi><hi rend="CharOverride-1">, 1448), 294 (Matteo Boltracchini o Boldrachini, con tutta probabilità suo figlio, 1482). Boltracchino Avvocati è presente ancora nel 1473 (p. 315); nel 1482 si registrano diversi altri immigrati lombardi (da Bergamo, da Crema, da Cremona). Debbo le informazioni sugli Avvocati alla cortesia di Fabrizio Pagnoni. </hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-2"><ref target="OP10149_xml_9_55-80.html#footnote-044-backlink">55</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	Archivio Comunale di Trento, n. 3469, c. 4r; su Prando da Lovere si veda anche </hi><hi rend="italic">infra</hi><hi rend="CharOverride-1">, testo corrispondente alle note 82  e 94. </hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-2"><ref target="OP10149_xml_9_55-80.html#footnote-043-backlink">56</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	Segnalata in un primo momento da chi scrive e da Edoardo Demo, che è ritornato più volte sul tema, tale importante fonte è stata valorizzata successivamente anche da altri studiosi (Della Misericordia, Poloni). </hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-2"><ref target="OP10149_xml_9_55-80.html#footnote-042-backlink">57</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	Per contesti di questo genere, si veda F. </hi><hi rend="CharOverride-3">Franceschi</hi><hi rend="CharOverride-1">, </hi><hi rend="italic">Maestri, compagni, nemici. L’immigrazione qualificata e le corporazioni nelle città dell’Italia tardomedievale</hi><hi rend="CharOverride-1">, «Mélanges de l’École française de Rome», CXXXI (2019), pp. 505-515. </hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-2"><ref target="OP10149_xml_9_55-80.html#footnote-041-backlink">58</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	Il coefficiente medio di un lavoratore oscillava sui 10-12 soldi; i 7 soldi sono il limite dell’esenzione fiscale, e gli 8-9 soldi la banda di oscillazione tra l’estimo pagatorio e quello non pagatorio, che salvo il caso di strette fiscali particolarmente pesanti assimila il contribuente (comunque estimato) ai </hi><hi rend="italic">nihil habentes</hi><hi rend="CharOverride-1">. Si veda al riguardo, per quanto relativo a una fase successiva, P. </hi><hi rend="CharOverride-3">Lanaro</hi><hi rend="CharOverride-1">, </hi><hi rend="italic">Radiografia della soglia di povertà</hi><hi rend="CharOverride-1"> </hi><hi rend="italic">in</hi><hi rend="CharOverride-1"> </hi><hi rend="italic">una città </hi><hi rend="CharOverride-1">della</hi><hi rend="italic"> terraferma</hi><hi rend="CharOverride-1"> </hi><hi rend="italic">veneta: Verona alla metà </hi><hi rend="CharOverride-1">del</hi><hi rend="italic"> XVI secolo</hi><hi rend="CharOverride-1">, «Studi veneziani», n.s., VI (1982), pp. 45-87.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-2"><ref target="OP10149_xml_9_55-80.html#footnote-040-backlink">59</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	Non necessariamente proprietari.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-2"><ref target="OP10149_xml_9_55-80.html#footnote-039-backlink">60</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	Si veda (anche se la trascrizione è estremamente difettosa e scorretta) R. </hi><hi rend="CharOverride-3">Guemara</hi><hi rend="CharOverride-1">, </hi><hi rend="italic">Un document inédit de l’histoire </hi><hi rend="italic">véronaise. </hi><hi rend="CharOverride-1" >Descriptiones textorum et aliarum personarum diversarum contradarum, «Mélanges de l’</hi><hi rend="CharOverride-1">É</hi><hi rend="CharOverride-1" >cole française de Rome. </hi><hi rend="CharOverride-1">Moyen âge», CIX (1997), pp. 161-224, in particolare le tabelle e la cartina alle pp. 188-189 (dalle quali si deduce che gli immigrati lombardi sono il 72% dei lavoratori, e che oltre che da Bergamo e dal suo territorio il maggiore gettito è dato da Lecco e da Como). </hi><hi rend="CharOverride-1" >Della stessa autrice cfr. anche R. </hi><hi rend="CharOverride-3" >Guemara</hi><hi rend="CharOverride-1" >, </hi><hi rend="italic">Le «petit peuple» lainier à Vérone de 1425 a 1502: artisans indispensables, </hi><hi rend="CharOverride-1" >cives</hi><hi rend="italic"> allivrés et pauvres laborieux</hi><hi rend="CharOverride-1" >, in </hi><hi rend="italic">Le petit peuple dans l’Occident médiéval. Terminologies, perceptions, réalites</hi><hi rend="CharOverride-1" >. </hi><hi rend="italic">Actes du Congrès international (Université de Montréal, 18-23 octobre 1999)</hi><hi rend="CharOverride-1" >, réunis par P. Boglioni, R. Delort et C. Gauvard, Paris 2002, pp. 365-378. </hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-2"><ref target="OP10149_xml_9_55-80.html#footnote-038-backlink">61</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	ASVr, Antico ufficio del registro, </hi><hi rend="italic">Testamenti</hi><hi rend="CharOverride-1">, mazzo 47, n. 39. Tra i testimoni figurano Pietro Paolo Luzaschi, della nota famiglia, Bettino, Donato e Gerardo formaggieri, e altri; la chiesa fatta oggetto di legato in patria è S. Antonio «de Pilia». Altri casi del tutto analoghi sono quelli del «discretus vir» (così denominato ancorché sia un modesto battilana, </hi><hi rend="italic">vergezinus</hi><hi rend="CharOverride-1">) «Donatus de Cantis de Gandino», al testamento del quale presenzia un frate eremitano </hi><hi rend="italic">theologus</hi><hi rend="CharOverride-1"> oltre a quattro gandinesi, di Francesco del fu Simeone da Gandino, forse un garzone o collaboratore della famiglia veronese Stagnoli, che si fa seppellire presso il convento carmelitano e lascia eredi i suoi ospiti o datori di lavoro, e di Antonio del fu Bettino da Gandino «textor pannorum lane» che ha fra i suoi testimoni il tintore Fermo Secco da Caravaggio, dunque un esponente ‘artigiano’ della nota famiglia aristocratica (rispettivamente: ASVr, Antico ufficio del registro, </hi><hi rend="italic">Testamenti</hi><hi rend="CharOverride-1">, mazzo 74 n. 42 [anno 1482] e mazzo 77 n. 49 [anno 1485], mazzo 76 n. 207 [anno 1484]).</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-2"><ref target="OP10149_xml_9_55-80.html#footnote-037-backlink">62</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	ASVr, Antico ufficio del registro, </hi><hi rend="italic">Testamenti</hi><hi rend="CharOverride-1">, mazzo 85, n. 83 (annno 1493).</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-2"><ref target="OP10149_xml_9_55-80.html#footnote-036-backlink">63</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	ASVr, Antico ufficio del registro, </hi><hi rend="italic">Testamenti</hi><hi rend="CharOverride-1">, mazzo 92, n. 13, anno 1500. </hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-2"><ref target="OP10149_xml_9_55-80.html#footnote-035-backlink">64</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	ASVr, Antico ufficio del registro, </hi><hi rend="italic">Testamenti</hi><hi rend="CharOverride-1">, mazzo 78, n. 1. </hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-2"><ref target="OP10149_xml_9_55-80.html#footnote-034-backlink">65</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	</hi><hi rend="CharOverride-3">Albini</hi><hi rend="CharOverride-1">, </hi><hi rend="italic">Contadini-artigiani</hi><hi rend="CharOverride-1">, pp. 133-134.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-2"><ref target="OP10149_xml_9_55-80.html#footnote-033-backlink">66</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	ASVr, Antico ufficio del registro, </hi><hi rend="italic">Testamenti</hi><hi rend="CharOverride-1">, mazzo 51, n. 28.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-2"><ref target="OP10149_xml_9_55-80.html#footnote-032-backlink">67</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	G.P. </hi><hi rend="CharOverride-3">Cagnin</hi><hi rend="CharOverride-1">, </hi><hi rend="italic">Cittadini e forestieri a Treviso nel Medioevo (secoli XIII-XIV)</hi><hi rend="CharOverride-1">, Sommacampagna (Verona) 2004, pp. 160-161; </hi><hi rend="CharOverride-3">Scherman</hi><hi rend="CharOverride-1">, </hi><hi rend="italic">Familles et travail à Trévise</hi><hi rend="CharOverride-1">, p. 140 nota 291.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-2"><ref target="OP10149_xml_9_55-80.html#footnote-031-backlink">68</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	Allo stato attuale delle ricerche, non vi sono evidenze della presenza di mercanti di Gandino al di là dello spartiacque alpino. </hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-2"><ref target="OP10149_xml_9_55-80.html#footnote-030-backlink">69</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	</hi><hi rend="CharOverride-3">Albini</hi><hi rend="CharOverride-1">, </hi><hi rend="italic">Contadini-artigiani</hi><hi rend="CharOverride-1">, p. 29.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-2"><ref target="OP10149_xml_9_55-80.html#footnote-029-backlink">70</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	Si tratta probabilmente di lana proveniente dalle greggi dei pastori </hi><hi rend="italic">tesini</hi><hi rend="CharOverride-1">, ovvero della Val Tesino, una laterale della valle del Brenta (sinistra orografica) che aveva antichissimi rapporti di pendolarismo transumante con la pianura padana (attestati con intensità almeno dal Duecento). </hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-2"><ref target="OP10149_xml_9_55-80.html#footnote-028-backlink">71</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	</hi><hi rend="CharOverride-3">B. Del Bo</hi><hi rend="CharOverride-1">, </hi><hi rend="italic">Immigrazione specializzata nelle città dell’Italia centro-settentrionale. Incentivi al trasferimento e dinamiche di integrazione (secc. XIII-XV)</hi><hi rend="CharOverride-1">, «Mélanges de l’École française de Rome. Moyen </hi><hi rend="CharOverride-1">Âge», CXXXI, 2019, 1, pp. 495-504. </hi><hi rend="CharOverride-3">B. Del Bo</hi><hi rend="CharOverride-1">, </hi><hi rend="italic">La cittadinanza milanese: premessa o suggello di un percorso di integrazione?</hi><hi rend="CharOverride-1">,</hi><hi rend="italic"> </hi><hi rend="CharOverride-1">in </hi><hi rend="italic">Cittadinanza e mestieri. Radicamento urbano e integrazione nelle città bassomedievali (secc. XIII-XVI), </hi><hi rend="CharOverride-1">a cura di Ead</hi><hi rend="CharOverride-1">., Roma 2014, pp. 159-180.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-2"><ref target="OP10149_xml_9_55-80.html#footnote-027-backlink">72</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	Per il quadro di riferimento, si veda E. </hi><hi rend="CharOverride-3">Demo</hi><hi rend="CharOverride-1">, </hi><hi rend="italic">Mercanti di Terraferma. Uomini, merci e capitali nell’Europa del Cinquecento</hi><hi rend="CharOverride-1">, Milano 2013. L’autore è peraltro attento a non sopravvalutare questo ‘ritorno alla terra’. </hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-2"><ref target="OP10149_xml_9_55-80.html#footnote-026-backlink">73</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	Per un cenno alla dispersione nelle Alpi lombarde e in Svizzera, si veda la scheda </hi><hi rend="italic">Stoppa e Stoppani </hi><hi rend="CharOverride-1">in </hi><hi rend="italic">Stemmi della «Rezia Minore». Gli armoriali conservati nella Biblioteca Civica «Pio Rajna» di Sondrio</hi><hi rend="CharOverride-1">, a cura di F. Palazzi Trivelli, M. Praolini Corazza, N. Orsini De Marzo [Sondrio 1996], pp. 200-201. Non si fa cenno al ramo veronese, approfonditamente studiato nella monografia di D</hi><hi rend="CharOverride-3">emo, </hi><hi rend="italic">L’«anima della città»</hi><hi rend="CharOverride-1"> (quello degli Stoppa è il solo archivio di famiglia mercantile sopravvissuto per Verona).</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-2"><ref target="OP10149_xml_9_55-80.html#footnote-025-backlink">74</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	Si veda B. </hi><hi rend="CharOverride-3">Chiappa </hi><hi rend="CharOverride-1">e</hi><hi rend="CharOverride-3"> G.M. Varanini, </hi><hi rend="italic">Il canale dell’Acqua Morta a Verona e gli edifici rivieraschi in un disegno inedito del 1478</hi><hi rend="CharOverride-1">, in corso di stampa (in G</hi><hi rend="CharOverride-3">.M. Varanini</hi><hi rend="CharOverride-1">, </hi><hi rend="italic">Metamorfosi di una città. Ricerche di storia urbana veronese dal XII al XV secolo</hi><hi rend="CharOverride-1"> [Verona 2025]).</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-2"><ref target="OP10149_xml_9_55-80.html#footnote-024-backlink">75</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	ASVr, Archivio antico del comune, Ducali, reg. 12, c. 234rv, 6 marzo 1479. </hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-2"><ref target="OP10149_xml_9_55-80.html#footnote-023-backlink">76</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	Nel 1406 Riccadonna da Taleggio, vedova di Antonio detto Guagnino del fu Giovanni del fu Pietro detto Pongia </hi><hi rend="italic">de Rizonibus</hi><hi rend="CharOverride-1">, residente a Verona, riceve dal cognato Ambrogio detto anch’egli Guagnino (della contrada veronese di Ferraboi) una certa somma di denaro a titolo di restituzione della dote (stipulata nel 1375; ASVr, </hi><hi rend="italic">Pompei-Guagnini</hi><hi rend="CharOverride-1">, perg. 59). </hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-2"><ref target="OP10149_xml_9_55-80.html#footnote-022-backlink">77</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	G.P. </hi><hi rend="CharOverride-3">Marchi</hi><hi rend="CharOverride-1">, </hi><hi rend="italic">Ricerche sull’umanesimo veronese. I. La famiglia Rizzoni di Verona e l’ “Origo gentis Rizzoniae” di Pierdonato Avogaro</hi><hi rend="CharOverride-1">, «Vita veronese», XIX (1966), pp. 5-12.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-2"><ref target="OP10149_xml_9_55-80.html#footnote-021-backlink">78</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	Ma come è ovvio i meccanismi altrove non sono diversi: si veda il caso del ramo dei Guarenghi di Bergamo che, a Trento, assume il cognome “dall’Aquila”, dalla porta urbica presso la quale si stabilisce (</hi><hi rend="CharOverride-3">Panizza</hi><hi rend="CharOverride-1">, </hi><hi rend="italic">Secondo contributo</hi><hi rend="CharOverride-1">, pp. 299-300).</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-2"><ref target="OP10149_xml_9_55-80.html#footnote-020-backlink">79</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	Questo processo di gemmazione dei cognomi è analogo a quello attestato a Castione della Presolana in tempi non lontani e studiato da </hi><hi rend="CharOverride-3">Poloni</hi><hi rend="CharOverride-1">, </hi><hi rend="italic">Castione della Presolana</hi><hi rend="CharOverride-1">, pp. 113 ss., 153.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-2"><ref target="OP10149_xml_9_55-80.html#footnote-019-backlink">80</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	«Dominicus de Marionibus quondam Ieronimi» nel 1502 ha l’estimo altissimo di 21 lire e tre soldi, che lo colloca al vertice dei contribuenti veronesi, forse nell’1% dei più ricchi della città. Stesso discorso per una vedova «uxor quondam Stefani de Culpani de Caravagio», allibrata coi figli a 20 lire e 7 soldi. Nel 1515 Domenico Marioni è cavaliere, e sia lui che Gerolamo Colpani </hi><hi rend="italic">iunior</hi><hi rend="CharOverride-1"> sono ricchissimi. L’unione matrimoniale e patrimoniale fra Colpani e Marioni risale al 1560. Si veda G. </hi><hi rend="CharOverride-3">Villani</hi><hi rend="CharOverride-1">, </hi><hi rend="italic">Una famiglia di origine mercantile a Verona: i Marioni</hi><hi rend="CharOverride-1">, in </hi><hi rend="italic">Magna Verona vale. Studi in onore di Pierpaolo Brugnoli</hi><hi rend="CharOverride-1">, a cura di A. Brugnoli e G.M. Varanini, Verona 2008, pp. 151-156 per il Quattrocento. </hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-2"><ref target="OP10149_xml_9_55-80.html#footnote-018-backlink">81</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	Si veda sopra, nota 24 e testo corrispondente. </hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-2"><ref target="OP10149_xml_9_55-80.html#footnote-017-backlink">82</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	Sì veda sopra nota 55, e sotto, testo corrispondente a nota 94.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-2"><ref target="OP10149_xml_9_55-80.html#footnote-016-backlink">83</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	</hi><hi rend="CharOverride-3">Gelmi </hi><hi rend="CharOverride-1">e </hi><hi rend="CharOverride-3">Suardi, </hi><hi rend="italic">Gandino. La storia</hi><hi rend="CharOverride-1">, pp. 175-176 (senza citazione della fonte).</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-2"><ref target="OP10149_xml_9_55-80.html#footnote-015-backlink">84</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	Sui loro consistenti possessi fondiari quattrocenteschi nell’alta pianura veronese, in zona di pregiati pascoli, si veda </hi><hi rend="CharOverride-3">B. Chiappa </hi><hi rend="CharOverride-1">e</hi><hi rend="CharOverride-3"> G.M. Varanini</hi><hi rend="CharOverride-1">, </hi><hi rend="italic">Una carta topografica quattrocentesca della zona di Montorio e San Martino Buon Albergo: la carta Hockhofler</hi><hi rend="CharOverride-1">, «I quaderni della dorsale. Storia, ambiente e cultura in Valsquaranto e Valpantena», 3 (2021), pp. 78-79, con rinvio anche a bibliografia precedente. I Pantini hanno lasciato un bel fondo archivistico (archivio Nichesola-Pantini, presso ASVr). È possibile, ma non provato un collegamento fra i Picinali di Barzizza e la famiglia cui appartiene un notaio-cronista seicentesco di Legnago: </hi><hi rend="CharOverride-3">A. Ferrarese </hi><hi rend="CharOverride-1">e </hi><hi rend="CharOverride-3">R. Vaccari</hi><hi rend="CharOverride-1">, </hi><hi rend="italic">Historia di Legnago di Giovan Francesco Pecinali</hi><hi rend="CharOverride-1">, Verona 2010; così pure, una famiglia di notai Midana esiste a Trento.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-2"><ref target="OP10149_xml_9_55-80.html#footnote-014-backlink">85</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	Nel 1486 Pietro Pantini e Pietro Lafranchi, «ambo formagerii», sono condannati al pagamento di lire 597 per l’acquisto di 197 mezzene di porco, risalente al 1484 (ASVr, </hi><hi rend="italic">Archivio antico del comune</hi><hi rend="CharOverride-1">, </hi><hi rend="italic">Ducali</hi><hi rend="CharOverride-1">, reg. 13, cc. 101r, 108r).</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-2"><ref target="OP10149_xml_9_55-80.html#footnote-013-backlink">86</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	</hi><hi rend="CharOverride-3">Poloni</hi><hi rend="CharOverride-1">, </hi><hi rend="italic">Castione della Presolana</hi><hi rend="CharOverride-1">, pp. 118-119; E. </hi><hi rend="CharOverride-3">Demo</hi><hi rend="CharOverride-1">, </hi><hi rend="italic">Le fiere di Bolzano e il commercio fra area atesina e area tedesca fra quattro e cinquecento</hi><hi rend="CharOverride-1">, in </hi><hi rend="italic">Le Alpi medievali nello sviluppo delle regioni contermini</hi><hi rend="CharOverride-1">, a cura di G.M. Varanini, Napoli 2004, p. 88 e nota 66.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-2"><ref target="OP10149_xml_9_55-80.html#footnote-012-backlink">87</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	B. </hi><hi rend="CharOverride-3">Chiappa</hi><hi rend="CharOverride-1">, </hi><hi rend="italic">Gli antichi proprietari del palazzo</hi><hi rend="CharOverride-1">, in </hi><hi rend="italic">Il palazzo Barzisa Bon</hi><hi rend="CharOverride-1">, a cura di G. Gaudini, Verona 2018, pp. 39-52, che pone anche il problema della «diffusa presenza di cognomi come Gandini, Vertua, Vertuani, Gazzaniga, Zogni, Barzisa» e della omonimia nelle anagrafi di contrada. </hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-2"><ref target="OP10149_xml_9_55-80.html#footnote-011-backlink">-1</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	ASVr, </hi><hi rend="italic">Archivio antico del comune</hi><hi rend="CharOverride-1">, </hi><hi rend="italic">Ducali</hi><hi rend="CharOverride-1">, reg. 12, c. 232r, 15 febbraio 1479.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-2"><ref target="OP10149_xml_9_55-80.html#footnote-010-backlink">-1</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	Si veda </hi><hi rend="italic">Gli estimi della città di Rovereto. 1449-1460-1475-1490-1502</hi><hi rend="CharOverride-1"> (citato qua sopra, nota 8); </hi><hi rend="CharOverride-3">Panizza</hi><hi rend="CharOverride-1">, </hi><hi rend="italic">Secondo contributo</hi><hi rend="CharOverride-1">, pp. 307-308 (Rosmini), 308-309 (Sbardellati).</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-2"><ref target="OP10149_xml_9_55-80.html#footnote-009-backlink">-1</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	Si veda per quanto sopra M. </hi><hi rend="CharOverride-3">Bolzonella</hi><hi rend="CharOverride-1">, </hi><hi rend="italic">Una famiglia, un palazzo, una città. I Roncale a Rovigo nei secoli XV-XIX</hi><hi rend="CharOverride-1">, in </hi><hi rend="italic">Palazzo Roncale a Rovigo</hi><hi rend="CharOverride-1">, Milano 2013, pp. 11-41 (12 per la citazione), che ricostruisce bene il contesto politico economico d’insieme di Rovigo e del Polesine, rinviando a precedenti studi. </hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-2"><ref target="OP10149_xml_9_55-80.html#footnote-008-backlink">-1</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	Si veda qui sopra, note 9-10 e testo corrispondente.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-2"><ref target="OP10149_xml_9_55-80.html#footnote-007-backlink">-1</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	Si veda ora </hi><hi rend="CharOverride-3">E. Traniello</hi><hi rend="CharOverride-1">, </hi><hi rend="italic">Intorno ad un palazzo. La famiglia Roverella tra Rovigo e Ferrara nel XV secolo</hi><hi rend="CharOverride-1">, «Archivio veneto», CLIII (2023), VI serie, n. 26, in corso di stampa, che sintetizza numerose ricerche precedenti su questa casata (in particolare dovute a P. Griguolo).</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-2"><ref target="OP10149_xml_9_55-80.html#footnote-006-backlink">-1</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	Basta in questa sede il quadro generale fornito da A. </hi><hi rend="CharOverride-3">Nova</hi><hi rend="CharOverride-1">, </hi><hi rend="italic">La pittura nei territori di Brescia e Bergamo nel Cinquecento</hi><hi rend="CharOverride-1">, in </hi><hi rend="italic">La pittura in Italia. Il Cinquecento</hi><hi rend="CharOverride-1">, Milano 1987, t. I, pp. 105-123; per qualche esempio specifico, G. </hi><hi rend="CharOverride-3">Maffioletti</hi><hi rend="CharOverride-1">, </hi><hi rend="italic">Due veneziani del tardo Quattrocento per l’orgoglio dei migranti bergamaschi: Bartolomeo Vivarini e Leonardo Boldrini</hi><hi rend="CharOverride-1">, «Abelàse. Quaderni di documentazione locale», IV (2015), pp. 11-26</hi><hi rend="CharOverride-1"> ss. e gli altri saggi nello stesso fascicolo, su Cima da Conegliano e la sua bottega in Val Seriana e in Val Brembana, Carpaccio a Grumello de’ Zanchi, Lattanzio da Rimini in alta Val Brembana. </hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-2"><ref target="OP10149_xml_9_55-80.html#footnote-005-backlink">-1</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	Si veda qui sopra, nota 82.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-2"><ref target="OP10149_xml_9_55-80.html#footnote-004-backlink">-1</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	Si veda </hi><hi rend="CharOverride-3">G.M. Varanini </hi><hi rend="CharOverride-1">e</hi><hi rend="CharOverride-3"> A. Faes</hi><hi rend="CharOverride-1">, </hi><hi rend="italic">Note e documenti sulla produzione e sul commercio del ferro nelle valli di Sole e di Non (Trentino) nel Trecento e Quattrocento</hi><hi rend="CharOverride-1">, ora in </hi><hi rend="CharOverride-3">G.M. Varanini</hi><hi rend="CharOverride-1">, </hi><hi rend="italic">Studi di storia trentina</hi><hi rend="CharOverride-1">, Trento 2020, t. I, p. 202 (il saggio risale al 2001); e per le discussioni fra gli storici dell’arte basti rinviare alle diverse opinioni (la prima favorevole, la seconda dubitosa) di </hi><hi rend="CharOverride-3">S. Marinelli</hi><hi rend="CharOverride-1">, </hi><hi rend="italic">Mantegna, l’eternità e la storia</hi><hi rend="CharOverride-1">, e </hi><hi rend="CharOverride-3">A. Zamperini</hi><hi rend="CharOverride-1">, </hi><hi rend="italic">Pietro Nanin (Verona 1808-1889). Facciata già sulla casa Dal Ferro, Pescheria Vecchia 2-6, Verona 1864</hi><hi rend="CharOverride-1">, ambedue in </hi><hi rend="italic">Mantegna e le Arti a Verona 1450-1500</hi><hi rend="CharOverride-1">, </hi><hi rend="CharOverride-1">a cura di P. Marini e S. Marinelli, Marsilio, Venezia 2006, rispettivamente pp. 33 e 403-404 (scheda n. 139).</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-2"><ref target="OP10149_xml_9_55-80.html#footnote-003-backlink">-1</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	</hi><hi rend="CharOverride-3">Brugnoli</hi><hi rend="CharOverride-1">, </hi><hi rend="italic">Palazzo Radice</hi><hi rend="CharOverride-1">, pp. 363-365.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-2"><ref target="OP10149_xml_9_55-80.html#footnote-002-backlink">-1</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	</hi><hi rend="CharOverride-3">Parenti</hi><hi rend="CharOverride-1">, </hi><hi rend="italic">Un’altra storia per</hi><hi rend="CharOverride-1"> facchino, pp. 74 ss. </hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-2"><ref target="OP10149_xml_9_55-80.html#footnote-001-backlink">-1</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	«Sunt bergamaschi maiore ex parte fachini / non bergamaschos habitantes, dico, per urbem / Bergomeam, quorum prudentia magna relucet, / sed quos passutos castagnis atque panizza / mandat Clusonis totum montagna per orbem»; citato da </hi><hi rend="CharOverride-3">Comba</hi><hi rend="CharOverride-1">, </hi><hi rend="italic">Emigrare nel medioevo</hi><hi rend="CharOverride-1">, p. 61.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-2"><ref target="OP10149_xml_9_55-80.html#footnote-000-backlink">-1</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	La bibliografia al riguardo è molto vasta; mi limito a rinviare ad alcuni magistrali lavori dello studioso più attivo in questo campo: L. </hi><hi rend="CharOverride-3">D’Onghia</hi><hi rend="CharOverride-1">, </hi><hi rend="italic">Facchini in Parnaso. Noterelle sui testi “alla bergamasca” fra Quattro e Cinquecento</hi><hi rend="CharOverride-1">, «Italique. Poésie italienne de la Renaissance», XXIII (2020), pp. 107-150; </hi><hi rend="italic">I sonetti bergamaschi di Giorgio Sommariva</hi><hi rend="CharOverride-1">, in </hi><hi rend="italic">«Una brigata di voci». Studi offerti a Ivano Paccagnella per i suoi sessantacinque anni</hi><hi rend="CharOverride-1">, a cura di C. Schiavon e A. Cecchinato, Padova 2012, pp. 183-196.</hi></p></item>
				</list><p rend="editorial_metadata_author">Gian Maria Varanini, University of Verona, Italy, <ref target="https://www.fupress.com">gianmaria.varanini@univr.it</ref>, <ref target="https://www.fupress.com">0000-0003-3428-1632</ref></p><p rend="editorial_metadata_polices">Referee List (DOI 1<ref target="https://doi.org/10.36253/fup_referee_list">0.36253/fup_referee_list</ref>)</p><p rend="editorial_metadata_polices">FUP Best Practice in Scholarly Publishing (DOI <ref target="https://doi.org/10.36253/fup_best_practice">10.36253/fup_best_practice</ref>)</p><p rend="editorial_metadata_book">Gian Maria Varanini, <hi rend="italic">Appunti sull’emigrazione bergamasca nelle città della terraferma veneta nel Quattrocento (con particolare riferimento a Verona)</hi>, © Author(s), <ref target="https://www.fupress.com">CC BY 4.0</ref>, DOI <ref target="https://www.fupress.com">10.36253/979-12-215-0426-2.07</ref>, in Gian Maria Varanini, Andrea Zorzi (edited by), <hi rend="CharOverride-7">Migrazioni, forme di inte(g)razione, cittadinanze nell’Italia del tardo medioevo. Atti del XVII Convegno di studi San Miniato 21-23 ottobre 2021</hi>, pp. -27, 2024, published by Firenze University Press, ISBN 979-12-215-0426-2, DOI <ref target="https://www.fupress.com">10.36253/979-12-215-0426-2</ref></p><p><graphic url="OP10149_xml_9_55-80-web-resources/image/Varanini_fig._1.jpg" rend="img _idGenObjectAttribute-1" mimeType="image/jpeg"/></p><p rend="caption_figure" ><hi rend="CharOverride-1">Fig. 1.  </hi><hi rend="italic">Principali località del territorio bergamasco citate nel testo</hi><hi rend="CharOverride-1">. </hi></p></div></div>
      
      <div>
        <listBibl>
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