<?xml version="1.0" encoding="utf-8" standalone="yes"?>
<TEI xmlns="http://www.tei-c.org/ns/1.0">
  <teiHeader>
    <fileDesc>
      <titleStmt>
        <title type="main" level="a">Slavi, albanesi e greci nel regno meridionale nella seconda metà del XV secolo</title>
        <author>
          <persName n="1" ref="https://orcid.org/0000-0001-7617-0848" type="ORCID">
            <forename>Gabriella</forename>
            <surname>Tricarico</surname>
            <placeName type="affiliation">University of Teramo, Italy</placeName>
          </persName>
        </author>
        <respStmt>
          <resp>This is a section of <title>Migrazioni, forme di inte(g)razione, cittadinanze nell’Italia del tardo medioevo</title>(DOI: <idno type="DOI">10.36253/979-12-215-0426-2</idno>) by </resp>
          <name>Gian Maria Varanini, Andrea Zorzi</name>
        </respStmt>
      </titleStmt>
      <publicationStmt>
        <publisher>Firenze University Press</publisher>
        <pubPlace>Florence</pubPlace>
        <date when="2024">2024</date>
        <idno type="DOI">https://doi.org/10.36253/979-12-215-0426-2.08</idno>
        <availability>
          <p>Available for academic research purposes</p>
          <p>Open Access</p>
          <p>Copyright Author(s)</p>
          <licence source="text" target="https://creativecommons.org/licenses/by/4.0/legalcode">
            <p>Content licence CC BY 4.0</p>
          </licence>
          <licence source="metadata" target="https://creativecommons.org/publicdomain/zero/1.0/legalcode">
            <p>Metadata licence CC0 1.0</p>
          </licence>
        </availability>
      </publicationStmt>
      <sourceDesc>
        <p>This is original content, published for academic research purposes</p>
      </sourceDesc>
    </fileDesc>
    <encodingDesc>
      <appInfo>
        <application version="2.2" ident="Booksflow">
          <desc>Digital edition XML powered by Booksflow</desc>
        </application>
      </appInfo>
    </encodingDesc>
    <profileDesc>
      <abstract xml:lang="en">
        <p>The author examines the immigration of Slavs, Albanians and Greeks into the kingdom of Naples following the arrival of the Ottomans in the Balkan peninsula, paying attention to those who were responsible for their placement and indeed their exploitation. Based on the analysis of incomplete sources, the author extended the analysis to the long period up to the 16th century, highlighting what the policies adopted over time were and what the relationships of the groups in question with the society in which they were inserted , proposing some new research paths such as the existing conflicts between immigrants of different generations within communities.</p>
      </abstract>
      <textClass>
        <keywords>
          <list>
            <item>Migrations</item>
            <item>Slavs</item>
            <item>Albanians</item>
            <item>Greeks</item>
            <item>Southern Italy</item>
          </list>
        </keywords>
      </textClass>
    </profileDesc>
  </teiHeader>
  <text>
    <body>
      <p>It is available online at https://doi.org/10.36253/979-12-215-0426-2.08<ref target="https://doi.org/10.36253/979-12-215-0426-2.08" /></p>
      
      <div><head>Slavi, albanesi e greci nel regno meridionale nella seconda metà del XV secolo</head><p rend="h1_author ParaOverride-1" ><hi rend="CharOverride-1">Gabriella Tricarico</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Questo saggio intende </hi><hi rend="CharOverride-1">valorizzare alcune fonti di natura fiscale potenzialmente utili per l’analisi della presenza delle minoranze etniche nelle </hi><hi rend="italic">universitates</hi><hi rend="CharOverride-1"> del Regno, un tema che risulta ancora problematico sotto due punti di vista: la definizione del loro </hi><hi rend="italic">status</hi><hi rend="CharOverride-1"> all’interno dei quadri cittadini e territoriali e il ruolo ricoperto nella loro gestione dal potere regio e dai diversi interlocutori presenti sul territorio. La ricerca è stata condotta a partire da un caso di studio, quello dei flussi migratori di provenienza balcanica: s</hi><hi rend="CharOverride-1">e si guarda alla collocazione degli immigrati slavi, albanesi e greci all’interno degli spazi sia fisici che sociali dei centri meridionali risulta arduo infatti ricostruire l’evoluzione dei meccanismi che, di volta in volta, hanno determinato il loro inserimento nei quadri fiscali del Regno.</hi></p><div><head><hi>1. La documentazione e gli studi tra mito e storia</hi></head><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Come vedremo, un approccio del genere svela le potenzialità ma anche le criticità insite nella tipologia documentaria selezionata in questa sede, vale a dire un </hi><hi rend="italic">corpus</hi><hi rend="CharOverride-1"> di fonti di natura fiscale, in larga parte inedite, conservate nell’Archivio di Stato di Napoli: circa </hi><hi rend="CharOverride-1">200 documenti selezionati a partire da uno spoglio di 110 registri della serie </hi><hi rend="italic">Partium</hi><hi rend="CharOverride-1"> della Regia Camera della Sommaria relativi agli anni 1468-1523, e una ulteriore selezione di materiale documentario proveniente dalla sezione </hi><hi rend="italic">Patrimonio</hi><hi rend="CharOverride-1">, </hi><hi rend="italic">Numerazione dei fuochi</hi><hi rend="CharOverride-1">, afferente anch’essa al fondo della Sommaria. Nel caso dei </hi><hi rend="italic">Partium</hi><hi rend="CharOverride-1"> si tratta di lettere spedite dalla Sommaria in risposta a suppliche ad essa indirizzate da diversi soggetti (</hi><hi rend="italic">partes</hi><hi rend="CharOverride-1">), sia singoli individui che intere comunità del Regno. Le suppliche, </hi><hi rend="CharOverride-1">inserte o riassunte nelle lettere spedite, chiedono interventi a tutela dei diritti dei richiedenti in questioni di varia natura: rimodulazione del carico fiscale relativo a persone trasferitesi presso altre località, richieste di esenzioni fiscali, totali o parziali, dai contributi fiscali avanzate da università che versano in precarie condizioni economiche, calo dei fuochi registrato in alcune località a causa della presenza della peste o di altre calamità naturali, richieste di intervento relative ai trattamenti fiscali praticati nei confronti di particolari soggetti o di minoranze etniche e religiose</hi><hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi><ref target="OP10149_xml_10_81-98.html#footnote-066">1</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">. Le numerazioni dei fuochi sono censimenti dei fuochi fiscali, effettuati periodicamente dalla Sommaria in tutti i centri abitati. Come noto, l’importo per fuoco di ciascuna imposta regia diretta, ordinaria o straordinaria, era moltiplicato per il numero di fuochi di ciascuna località. Queste fonti possono rappresentare un tassello importante per la comprensione dei meccanismi di inte(g)razione della componente allogena con i poteri e le comunità dell’Italia meridionale tra la metà del Quattrocento e i primi decenni del Cinquecento.</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Attraverso la lettura di questi dati, interpretati anche alla luce di una cospicua bibliografia, si è tentato di restituire spessore al fenomeno migratorio non solo fornendo delle coordinate, sia geografiche che cronologiche, che possano incrementare la conoscenza relativa alla presenza balcanica nelle aree del Mezzogiorno ma anche ampliare il panorama documentario disponibile al fine di analizzare in maniera sistematica l’organizzazione e lo stanziamento di elementi slavi, albanesi e greci, non solo valutandone l’inserimento nelle dinamiche di gestione delle </hi><hi rend="italic">universitates</hi><hi rend="CharOverride-1"> del Regno ma cercando anche di individuare le strategie attuate in campo fiscale per il controllo di queste </hi><hi rend="italic">genti nove et vacabunde</hi><hi rend="CharOverride-1">.</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Secondo quanto affermato da Ivetic «l’Adriatico, più di altri contesti del Mediterraneo, può essere inteso come una regione, un grande sistema che ha unito i litorali e, di rimando, gli entroterra. È il Mediterraneo a portata di misura, soprattutto in termini storici»</hi><hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi><ref target="OP10149_xml_10_81-98.html#footnote-065">2</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">. Un Adriatico che, al pari del Mediterraneo descritto da Braudel</hi><hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi><ref target="OP10149_xml_10_81-98.html#footnote-064">3</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">, si pone come spazio di condivisione non solo di merci ma anche di popoli e risorse svolgendo il ruolo di frontiera ma allo stesso tempo di cerniera tra modelli di civiltà differenti per forme sociali ed esperienze politiche che da sempre hanno unito e diviso i diversi gruppi umani che hanno tentato di comunicare attraverso le sue sponde. L’Adriatico è dunque un «Mediterraneo nel Mediterraneo»</hi><hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi><ref target="OP10149_xml_10_81-98.html#footnote-063">4</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">, ricco di geografie linguistiche e religiose </hi><hi rend="CharOverride-1">differenti che hanno interagito tra loro sino a formare stratificazioni culturali complesse, e hanno influenzato le storie nazionali dei paesi che ne delimitano i confini. È proprio questa complessità, risultante dai diversi e continui intrecci di civiltà, a rendere la lettura della mobilità veicolata attraverso le sue acque un fenomeno dai termini cronologici sfumati e difficilmente definibili.</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Le tempistiche e le modalità che caratterizzarono la migrazione balcanica sono state esaminate da una lunga tradizione di studi. Già nel XVII secolo i primi intellettuali arbëreshë hanno utilizzato il mito di Scanderbeg in forma compiuta, sebbene non ne fossero stati gli ideatori</hi><hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi><ref target="OP10149_xml_10_81-98.html#footnote-062">5</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">, vincolando le loro origini alle linee narrative ben note ed ampiamente consolidate al loro tempo, seguendo la costruzione mitologica dell’epoca più che i fatti storici, linguistici o geografici. E questo mito, legato alla resistenza anti ottomana, dalla quale si faceva appunto derivare la fuga degli albanesi verso le coste italiane, nella costruzione di una legittimazione in chiave eroica della presenza balcanica sul territorio dell’Italia meridionale, è durato a lungo.</hi><hi rend="CharOverride-1"> E su questa linea si sono mossi numerosi studi che, già a partire dall’Ottocento, hanno tentato di risolvere il problema della cronologia dell’immigrazione verso il Mezzogiorno aragonese.</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Tutto sommato, nella prima metà del Novecento ha prevalso ancora la continuità con quella che era stata la tesi interpretativa elaborata dal primo storico arbëresh</hi><hi rend="CharOverride-1"> Rodotà</hi><hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi><ref target="OP10149_xml_10_81-98.html#footnote-061">6</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1"> rispetto all’inizio dei flussi migratori, fissato dallo studioso tra il 1461 e il 1468 (appunto gli anni di Scanderbeg)</hi><hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi><ref target="OP10149_xml_10_81-98.html#footnote-060">7</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">. Secondo la lettura storiografica comunemente accettata, i quadri cronologici all’interno dei quali inserire la massiccia mobilità che dai Balcani si riversò nelle regioni del meridione può essere articolata intorno a date ben precise: gli anni della spedizione di Scanderbeg, appunto nel 1461, in supporto alle truppe di re Ferdinando I impegnato nella difesa del suo potere contro gli attacchi dei baroni del Regno e soprattutto di Giovanni Antonio del Balzo Orsini, principe di Taranto; la morte di Scanderbeg avvenuta nel gennaio del 1468; e più tardi </hi><hi rend="CharOverride-1">la caduta della capitale albanese, Croia, nel 1478.</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Ma nei decenni scorsi (seconda metà del Novecento) alcune ricerche hanno messo in discussione l’attendibilità della tradizione storiografica relativa alla presenza albanese nel Mezzogiorno italiano nelle date sopra indicate</hi><hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi><ref target="OP10149_xml_10_81-98.html#footnote-059">8</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">. Secondo Mandalà il sospetto che la tradizione storiografica arbëreshe sia stata compromessa da falsificazioni troverebbe conferma nell’analisi dei documenti sui quali essa si basa. In particolare, si deve a Giunta (1991) la conclusione che risultano falsi i due documenti che facevano risalire le origini di alcune famiglie italo-albanesi al 1467 (da consanguinei di Scanderbeg)</hi><hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi><ref target="OP10149_xml_10_81-98.html#footnote-058">9</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">. Non a caso Rodotà ricordò tra gli albanesi giunti in Italia quelli che vi “vennero l’anno 1467 in cui finì la vita il loro principe”; per ben due secoli costoro furono continuamente menzionati a sostegno «di un’impostazione storiografica che tentava di costruire un mito delle origini storiche delle comunità albanesi d’Italia»</hi><hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi><ref target="OP10149_xml_10_81-98.html#footnote-057">10</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">.</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">A questi contributi critici verso la tradizione storiografica ha fatto seguito una nuova stagione di ricerche maturate nel corso degli anni Duemila. Durante questa fase, l’articolazione dei flussi migratori è stata oggetto di ricostruzione da parte di </hi><hi rend="CharOverride-1">Mastroberti</hi><hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi><ref target="OP10149_xml_10_81-98.html#footnote-056">11</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1"> (il cui studio poggia a sua volta sulla tradizione di studi precedenti</hi><hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi><ref target="OP10149_xml_10_81-98.html#footnote-055">12</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">) che ha identificato varie ondate migratorie a partire dall’inizio del Quattrocento che avrebbero avuto come meta le regioni del Mezzogiorno, interessando in particolar modo la Puglia, la Calabria e la Sicilia. I flussi più consistenti sarebbero da collocare a ridosso dell’avanzata turca nei Balcani che, con la presa di Bisanzio nel 1453, furono oggetto dell’incalzante offensiva delle truppe turche che dieci anni dopo conquistarono anche la Bosnia</hi><hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi><ref target="OP10149_xml_10_81-98.html#footnote-054">13</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">. Sebbene si possa ipotizzare che il flusso</hi><hi rend="CharOverride-1"> migratorio verso le sponde italiane avesse una continuità, le fonti attestano un incremento in relazione a precisi avvenimenti, come nel caso dell’esodo seguito alla rivolta di Grbalj (1452) quando furono in molti a fuggire in Puglia a bordo di navi ragusee</hi><hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi><ref target="OP10149_xml_10_81-98.html#footnote-053">14</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">. Negli anni successivi fu la repubblica di Ragusa a trasportare in Italia meridionale, a proprie spese, la popolazione che fuggiva dai possedimenti dello </hi><hi rend="italic">herceg</hi><hi rend="CharOverride-1"> Štefan Vukčić-Kosača, mentre nel luglio del 1454 le masse di fuggiaschi che affluirono a Spalato furono inviate in Puglia e nelle Marche a bordo di alcune navi. Nel corso dello stesso anno molti raggiunsero l’Italia anche attraverso la via di Spalato. Gli anni Cinquanta del XV secolo furono dunque un momento significativo di intensificazione. </hi><hi rend="CharOverride-1">La massiccia migrazione balcanica non cessò negli anni seguenti quando, dopo il crollo della Bosnia (1463) e durante la guerra tra Venezia e i Turchi nella Morea, la popolazione in fuga si riversò ancora nelle città della costa. Le autorità ragusee decisero di trasportare i fuggiaschi nelle Puglie, nelle Marche e in territorio veneziano, costringendo anche i capitani ragusei che navigavano alla volta dell’Italia ad imbarcare emigranti.</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Di conseguenza, le implicazioni di questa ipotesi si riverberano anche sulla tesi che colloca le prime massicce migrazioni nel 1448, quando Alfonso d’Aragona avrebbe chiamato in soccorso alcune colonie militari albanesi guidate da Demetrio Reres per far fronte agli angioini che tentavano di riconquistare il Regno, oltre a mettere in discussione </hi><hi rend="CharOverride-1">il ruolo di Scanderbeg a sostegno di Ferrante. La tradizione storiografica secondo la quale un «buon numero di soldati» si sarebbe stanziato in alcune aree della Calabria, ripopolando molti casali,</hi><hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi><ref target="OP10149_xml_10_81-98.html#footnote-052">15</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1"> sarebbe in realtà facilmente confutabile e collimerebbe con la teoria di Petta, secondo il quale non sussiste alcun rapporto di causa-effetto tra la campagna anti ottomana intrapresa da Scanderbeg, la sua morte avvenuta nel 1468 e l’innesco della migrazione albanese in Italia</hi><hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi><ref target="OP10149_xml_10_81-98.html#footnote-051">16</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">.</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Si deve però aggiungere un’altra considerazione, che aiuta a spostare il punto di visuale. Nel corso degli anni l’interesse per la storia delle migrazioni e degli stanziamenti ha</hi><hi rend="CharOverride-1"> condotto alla produzione di un buon numero di contributi anche in riferimento all’Italia centro-settentrionale</hi><hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi><ref target="OP10149_xml_10_81-98.html#footnote-050">17</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">, andando ad incrementare notevolmente la bibliografia sul tema. E in questo contesto è importante ricordare, raccogliendo un suggerimento di Vallone</hi><hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi><ref target="OP10149_xml_10_81-98.html#footnote-049">18</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">, che due saggi di Mario Sensi relativi alle Marche</hi><hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi><ref target="OP10149_xml_10_81-98.html#footnote-048">19</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1"> hanno il merito di focalizzare l’attenzione su di un oggetto storiografico gravido di interesse e di grande forza costruttiva come lo studio del </hi><hi rend="italic">profilo giuridico</hi><hi rend="CharOverride-1"> assunto dalle comunità di slavi e albanesi insediatisi sui territori italiani, il quale risulta indispensabile per comprendere in concreto la realtà degli stanziamenti e le possibili condizioni di integrazione. Un’ottica di questo tipo allo stato attuale delle ricerche, risulta ancora piuttosto marginale per ciò che concerne il Regno</hi><hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi><ref target="OP10149_xml_10_81-98.html#footnote-047">20</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">. Gli spunti forniti dal lavoro di Sensi, infatti, non sembrano essere stati colti in maniera proficua dalla storiografia successiva che, per l’area meridionale, resta legata al carattere puntiforme della documentazione, privilegiando ricerche legate ad ambiti geografici circoscritti e concentrate sulla </hi><hi rend="italic">localizzazione delle presenze</hi><hi rend="CharOverride-1"> piuttosto che sulla </hi><hi rend="italic">valutazione delle dinamiche</hi><hi rend="CharOverride-1"> di stanziamento in un’ottica complessiva.</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">In modo particolare, al di là di casi già indagati come quelli della Capitanata – in particolare San Severo, Lucera e San Giovanni Rotondo ma anche la colonia slava di Gioia del Colle e altre migrazioni in terra di Bari</hi><hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi><ref target="OP10149_xml_10_81-98.html#footnote-046">21</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1"> </hi><hi rend="CharOverride-1">– permangono numerose zone d’ombra in corrispondenza degli aspetti più significativi dell’organizzazione amministrativa delle comunità e soprattutto si percepisce il bisogno di un’analisi sistematica dei diversi percorsi di integrazione che hanno caratterizzato le differenti forme di occupazione del territorio da parte dei soggetti migranti. Scorrendo la corposa bibliografia sul tema, infatti, sembra mancare un’ottica di lungo periodo nell’esame del fenomeno migratorio balcanico con una maggior concentrazione di studi relativi al momento degli ipotetici arrivi nel corso della seconda metà del Quattrocento e una minore attenzione alla ricostruzione degli sviluppi delle fasi successive, lasciando in sospeso alcuni nodi fondamentali del dibattito.</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Nei paragrafi che seguono puntualizzeremo ancora alcuni aspetti dell’arrivo e dell’insediamento nel regno e ci soffermeremo poi sulle problematiche di tipo amministrativo e fiscale, tenendo conto della prospettiva ora suggerita.</hi></p></div><div><head><hi>2. </hi><hi rend="italic">Genti nove et vacabunde</hi><hi>: arrivo e insediamento nel Regno di Napoli</hi></head><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Allo stato attuale risulta pertanto arduo tracciare un quadro organico della presenza balcanica nel Mezzogiorno e di conseguenza valutare l’effettiva consistenza degli apporti dei flussi </hi><hi rend="CharOverride-1">migratori quattrocenteschi provenienti dall’opposta sponda adriatica all’interno degli equilibri territoriali del Regno. Resta infatti difficile da puntualizzare quali aree del Regno abbiano subito, e in seguito a quale delle diverse ondate migratorie, più o meno significativi “innesti”. In questo quadro di diffusa incertezza, la documentazione analizzata ha il merito di aver reso possibile una maggiore conoscenza di alcune tendenze nelle scelte insediative, rivelando alcune aree particolarmente sensibili allo stanziamento di soggetti migranti di provenienza balcanica e soprattutto mettendo in luce un più elevato tasso di problematicità nei rapporti con le comunità regnicole.</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Naturalmente, neppure il </hi><hi rend="italic">corpus</hi><hi rend="CharOverride-1"> documentario (che ha come estremi cronologici 1468-1523) da noi prescelto è esaustivo</hi><hi rend="CharOverride-1">. Sulla base dei riscontri documentari delle suppliche alla Camera della Sommaria è stato però possibile articolare una geografia delle presenze balcaniche nei territori meridionali che vede il maggior numero di attestazioni nella provincia di Foggia</hi><hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi><ref target="OP10149_xml_10_81-98.html#footnote-045">22</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1"> e in Irpinia</hi><hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi><ref target="OP10149_xml_10_81-98.html#footnote-044">23</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">, mentre la provincia di Potenza risulta l’area con il più alto tasso di presenze slave e albanesi in relazione alla popolazione</hi><hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi><ref target="OP10149_xml_10_81-98.html#footnote-043">24</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">. Altre aree in cui è stato possibile trovare riscontri sono la zona di Chieti</hi><hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi><ref target="OP10149_xml_10_81-98.html#footnote-042">25</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">, dove il fenomeno migratorio sembra essere più accentuato rispetto all’area teramana, mentre in Puglia, diversamente da quanto messo in evidenza dalle precedenti ricerche, anche il barese si presenta come un territorio con numerose frequentazioni</hi><hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi><ref target="OP10149_xml_10_81-98.html#footnote-041">26</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">.</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Nelle informazioni raccolte risultano invece quasi del tutto assenti due aree, la Calabria e il tarantino</hi><hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi><ref target="OP10149_xml_10_81-98.html#footnote-040">27</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">, che sulla base della tradizione storiografica, sono invece le più legate alla presenza di genti slave, albanesi e greche. Questo silenzio delle fonti fiscali rappresenta un dato importante che andrebbe sottoposto ad ulteriori verifiche, valutando la possibilità che, nei due territori, vi fosse un diverso sistema di gestione delle suppliche riconducibile, non alla Regia Camera della Sommaria, ma a organi locali, forse un corrispettivo – e una anticipazione – di duplicazioni locali degli organi centrali, come il Sacro regio Provincial Consiglio del Principato di Taranto e le Udienze provinciali dell’età vicereale. Allo stesso tempo, non è possibile una maggior definizione della provenienza geografica degli immigrati essendo indicati nelle fonti in maniera generica con gli appellativi di sclavi</hi><hi rend="CharOverride-1">/sclavoni/slavi, albanesi e greci. Gli insediamenti ‘misti’ di slavi e albanesi rappresentano più della metà del totale delle suppliche censite, con una consistente presenza di albanesi e una minore incidenza di greci (solo l’8% del campione analizzato)</hi><hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi><ref target="OP10149_xml_10_81-98.html#footnote-039">28</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">.</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Comunque, considerando i dati di natura fiscale a disposizione, la presenza della componente albanese, slava e greca si colloca </hi><hi rend="CharOverride-1">già a partire dalla metà del Quattrocento in ambiti territoriali interni, lontani da quella costa adriatica che ha rappresentato solo un primo approdo funzionale ad una successiva penetrazione in aree meno liminari. Dalla localizzazione delle attestazioni risulta chiara, inoltre, la molteplicità delle direttrici dei flussi migratori che sembrano esplicarsi attraverso due tipiche forme di stanziamento: in alcuni casi gli immigrati tentarono il loro inserimento all’interno delle </hi><hi rend="italic">universitates</hi><hi rend="CharOverride-1"> del Regno; in altri preferirono collocarsi in realtà insediative abbandonate o in decadenza diventando, in buona sostanza, cittadini di centri da loro ripopolati o di nuova fondazione. Si tratta di due tipologie insediative che determinano un grado di integrazione differente nel tessuto territoriale regnicolo.</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Quanto alla prima fattispecie, soprattutto nei micro-insediamenti i nuovi venuti riuscirono a formare comunità omogenee che, in molti centri, persistono tutt’ora</hi><hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi><ref target="OP10149_xml_10_81-98.html#footnote-038">29</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">. L’omogeneità linguistica e religiosa rappresentò un presupposto determinante per la coesione delle comunità di slavi, albanesi e greci nonché un fattore di difesa della loro identità culturale dalle contaminazioni esterne</hi><hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi><ref target="OP10149_xml_10_81-98.html#footnote-037">30</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">. Come afferma Roggero, gli ulteriori elementi che contribuirono a rallentare l’integrazione sono da ricercare anche nel diritto, o meglio nelle consuetudini e nelle tradizioni ancestrali che costituivano il bagaglio culturale dei migranti e che furono mantenute nei contesti abitativi di nuova fondazione</hi><hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi><ref target="OP10149_xml_10_81-98.html#footnote-036">31</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">. La documentazione analizzata ha messo in luce la problematicità anche di una semplice interazione con le comunità regnicole, dalle quali gli immigrati vivevano lontani e separati, nei loro contesti chiusi, nei loro casali ripopolati, evidenziando la problematica interazione con le comunità regnicole, che risultano poco inclini ad accogliere lo stanziamento di queste nuove realtà insediative sino al Settecento inoltrato, arrivando a mostrare in molti casi atteggiamenti di aperta ostilità nei loro confronti.</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Ma sono numerosi (seconda fattispecie) anche i casi che attestano il ripopolamento di zone rimaste deserte a seguito di carestie, terremoti, o eventi bellici che rendevano disponibile la messa a coltura di appezzamenti di terreno altrimenti improduttivi</hi><hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi><ref target="OP10149_xml_10_81-98.html#footnote-035">32</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">. In questo caso, se si osservano in particolare le zone dell’Abruzzo toccate dalla migrazione balcanica, è possibile notare come la geografia degli stanziamenti ricalchi le aree atte all’agricoltura, legando di fatto l’economia delle comunità alla produttività agricola. Ne sono un esempio i centri collinari del subappennino e degli ultimi rilievi a ridosso della costa, dove è attestata un’economia interamente rivolta verso l’interno, dedita allo sfruttamento della terra, piuttosto che verso il mare</hi><hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi><ref target="OP10149_xml_10_81-98.html#footnote-034">33</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">.</hi></p></div><div><head><hi>3. Politiche migratorie e fiscalità</hi></head><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Spostando ora l’attenzione al piano politico, non deve stupire l’atteggiamento di Ferrante d’Aragona, pronto ad accogliere coloro che approdavano sulle coste della Puglia e dell’Abruzzo e a favorirne l’insediamento attraverso una politica fiscale che aveva come punto di riferimento strumenti normativi già impiegati dal sovrano per contrastare le diserzioni insediative e a bilanciare la produttività tra i centri del Regno. La corona, inoltre, non era l’unica ad avere motivi per incoraggiare lo stanziamento di nuovi elementi all’interno degli equilibri territoriali: feudatari, </hi><hi rend="italic">universitates</hi><hi rend="CharOverride-1"> ed enti ecclesiastici condividevano simili interessi e speravano di beneficiare dei medesimi vantaggi. Lo dimostrano i numerosi documenti che attestano e regolamentano il legame tra le comunità di slavi, albanesi e greci e i proprietari dei fondi sui quali questi erano chiamati ad abitare. Legati ai proprietari dei terreni sui quali si insediarono – le università, ma anche i feudatari, o direttamente il sovrano – da quelli che hanno l’apparenza di contratti di colonìa, articolati in capitoli e sottoscritti dai loro rappresentanti, in cambio della possibilità di stanziarsi stabilmente su un territorio, gli immigrati si vincolarono in permanenza alla terra e ad una tassazione annuale del raccolto, oltre che al pagamento delle imposte. Come esplicitato nella maggior parte dei casi, una volta sottoscritta la capitolazione, non era possibile per i coloni abbandonare i territori sui quali si erano insediati anche se limitare le frequenti defezioni nel corso degli ultimi decenni del Quattrocento sarebbe risultato sempre più difficile per i proprietari. Si può, quindi, affermare che nella creazione di nuove università popolate da immigrati convergevano gli interessi economici dei possessori dei feudi e quelli fiscali dell’erario, rappresentando un giusto compromesso per rivitalizzare contesti abitativi ormai improduttivi o crearne di nuovi all’interno degli equilibri del territorio. Il successo dell’iniziativa, almeno sul piano economico e fiscale, è attestato sul lungo periodo</hi><hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi><ref target="OP10149_xml_10_81-98.html#footnote-033">34</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">.</hi></p><div><head><hi>3</hi><hi rend="CharOverride-3">.</hi><hi>1</hi><hi rend="CharOverride-3">. </hi><hi>La politica fiscale nei confronti degli immigrati</hi></head><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Sul piano fiscale, la documentazione analizzata ha reso possibile la ricostruzione del processo di inserimento di slavi, albanesi e greci nei quadri della tassazione del Regno, con l’individuazione di diverse fasi nelle politiche fiscali. La prima tappa, che vede l’esenzione fiscale come elemento catalizzatore dei flussi migratori balcanici, può considerarsi valida almeno sino alla fine degli anni Settanta del XV secolo, quando interverrà quello che potremmo definire un secondo momento della politica fiscale regia nella quale le situazioni riscontrate risultano molteplici e quasi sempre regolate autonomamente dalle comunità regnicole che non mancano di stipulare accordi fiscali con gli slavi, albanesi e greci presenti nel loro territorio. Sebbene nella numerazione dei fuochi del 1489 slavi, albanesi e greci siano ancora considerati come soggetti non tassabili, non è infrequente che nel corso degli anni ’80 si parli di “capitoli” siglati tra le università e le comunità di immigrati al fine di regolamentare i pagamenti a cui erano tenuti. Per questo motivo le situazioni riscontrate variano in ogni università a seconda degli accordi. In alcuni casi slavi, albanesi e greci sono tenuti al pagamento dei contributi fiscali per i beni da loro posseduti e accatastati con le università, in altri gli immigrati sono costretti al pagamento di dazi e gabelle come i «cittadini» e al pagamento del sale «secondo facultate», mentre nella provincia di Calabria slavi, albanesi e greci corrispondono il pagamento di un ducato per ogni fuoco già nei primi anni Ottanta del Quattrocento.</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">In questo periodo, inoltre, si assiste ad un aumento esponenziale del numero di suppliche inoltrate alla Camera della Sommaria da parte di singoli o di intere comunità di slavi, albanesi e greci. Diversamente da quanto accaduto negli anni Settanta non sono più le </hi><hi rend="italic">universitates</hi><hi rend="CharOverride-1"> ad appellarsi al re, ma le minoranze che inoltrano suppliche alla Sommaria per essere tutelati dalle pretese di contribuzione fiscale avanzate dalle università in cui risiedono. Una possibile spiegazione di tale fenomeno può essere rintracciata da un lato nell’aumento della presenza di immigrati, anche all’interno di singoli contesti cittadini, e dall’altro nella presa di coscienza da parte della minoranza di rappresentare un’alterità rispetto al corpo cittadino, con un suo peso specifico dato dall’organizzazione in una propria struttura associativa e dall’aumentata capacità contributiva. Non crediamo sia improprio parlare di una vera e propria comunità nella comunità, con un’identità ben connotata e che, in molti casi, non esita a reagire ai soprusi ai quali molto spesso è sottoposta sia da parte del </hi><hi rend="italic">corpus</hi><hi rend="CharOverride-1"> cittadino che dei funzionari.</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Tale situazione porterà, quindi, alla terza fase della politica fiscale di Ferrante d’Aragona con l’emanazione di una prammatica con la quale veniva stabilito l’ammontare del contributo annuale, diviso in tre rate, che riguardava slavi, albanesi e greci del Regno: 11 carlini a fuoco</hi><hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi><ref target="OP10149_xml_10_81-98.html#footnote-032">35</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1"> da pagare con le università.</hi><hi rend="CharOverride-1"> Il sistema dell’aggregazione dei fuochi fiscali degli immigrati con quelli delle </hi><hi rend="italic">universitates, </hi><hi rend="CharOverride-1">però, non mancò di generare problemi sul piano della riscossione dei tributi. Sia per l’estrema povertà di molti dei migranti sia a causa della loro propensione alla mobilità, il carico fiscale finiva per ricadere interamente sui regnicoli</hi><hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi><ref target="OP10149_xml_10_81-98.html#footnote-031">36</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">. Come accaduto in seguito alla numerazione dei fuochi fiscali del Regno effettuata nel 1470, anche nel caso del censimento del 1489, sono numerose le suppliche inoltrate alla Sommaria da parte delle </hi><hi rend="italic">universitates</hi><hi rend="CharOverride-1"> gravate dai poveri e «vagabundi foculares» che chiedevano di eliminarne la presenza dai loro cedolari. Per questo motivo già a partire dal settembre del 1491 le minoranze balcaniche sono interessate da un regime tributario straordinario che prevede la registrazione dei fuochi in maniera separata rispetto ai cedolari ordinari nei quali erano annotati i cittadini</hi><hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi><ref target="OP10149_xml_10_81-98.html#footnote-030">37</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">.</hi></p></div><div><head><hi>3.2. L’immigrazione balcanica tra tassazione ordinaria e straordinaria</hi></head><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Se per quasi tutto il corso degli anni Novanta la norma risulta essere la tassazione separata tra regnicoli e non nel 1497, nelle università di Manfredonia e Serracapriola</hi><hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi><ref target="OP10149_xml_10_81-98.html#footnote-029">38</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">, viene registrata la presenza di slavi ed albanesi nelle voci della tassazione ordinaria mentre nello stesso anno a Tolve nove fuochi tra albanesi e slavi sono inseriti tra quelli cittadini, diversamente dagli altri che continuano ad essere in regime di tassazione straordinaria</hi><hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi><ref target="OP10149_xml_10_81-98.html#footnote-028">39</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">. Ciò accadrà nel 1504</hi><hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi><ref target="OP10149_xml_10_81-98.html#footnote-027">40</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1"> anche a Volturino, Gesualdo e Grottaminarda</hi><hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi><ref target="OP10149_xml_10_81-98.html#footnote-026">41</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1"> mentre, tra il 1508 e il 1509, nelle università di Foggia, Bari e Montescaglioso</hi><hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi><ref target="OP10149_xml_10_81-98.html#footnote-025">42</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1"> è segnalato il passaggio di fuochi di immigrati dai cedolari straordinari a quelli ordinari. La pratica che consentiva il passaggio dal regime di tassazione straordinaria a quello ordinario, entrando di fatto a far parte della cittadinanza</hi><hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi><ref target="OP10149_xml_10_81-98.html#footnote-024">43</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">, rappresenta un elemento di forte cambiamento nei rapporti tra le minoranze e le comunità locali ed è il sintomo di una lenta assimilazione da parte di queste dell’elemento allogeno, aprendo la strada ad un altro passaggio nella politica fiscale della Corona. Il processo di fusione delle due componenti si presenta in maniera tutt’altro che omogenea sul territorio del Regno, rispondendo a tempistiche e modalità profondamente legate alle storie locali. Ad esempio nel 1507, su ricorso dell’università di Foggia, la Sommaria ordina al commissario provinciale di effettuare il censimento di albanesi, slavi e greci abitanti temporaneamente in quella località e di tassarli in base al numero dei fuochi presenti. Al fine di evitare errori viene inviata anche la lista di coloro che erano, invece, entrati a fare parte dei fuochi ordinari</hi><hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi><ref target="OP10149_xml_10_81-98.html#footnote-023">44</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">; nel 1509, su richiesta degli albanesi abitanti a Rapolla, la Camera della Sommaria ordina al commissario di Basilicata di non esigere i loro contributi con quelli dei greci, i quali erano «novi et vacabundi»</hi><hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi><ref target="OP10149_xml_10_81-98.html#footnote-022">45</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">,</hi><hi rend="italic"> </hi><hi rend="CharOverride-1">mentre</hi><hi rend="italic"> </hi><hi rend="CharOverride-1">nel 1508 a Gravina di Puglia sembrano essere in uso due regimi fiscali rigorosamente divisi tra i 1255 fuochi di italiani e i 151 fuochi di schiavoni e albanesi</hi><hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi><ref target="OP10149_xml_10_81-98.html#footnote-021">46</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">.</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">L’assimilazione di parte di fuochi slavi, albanesi e greci all’interno dei quadri fiscali cittadini è testimoniata da un documento inviato dalla Camera della Sommaria al commissario della provincia di Basilicata il 20 luglio 1497. La Sommaria, in seguito a querela mossa dal principe di Bisignano, ordina al commissario di non molestare i greci, gli albanesi e gli slavi inseriti nel numero dei cittadini con richieste di pagamento della tassa del ducato per fuoco imposta a coloro che continuano ad essere numerati separatamente</hi><hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi><ref target="OP10149_xml_10_81-98.html#footnote-020">47</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">. L’ordine verrà inviato anche ad altri funzionari regi in diverse località del Regno nelle quali viene segnalato il medesimo problema</hi><hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi><ref target="OP10149_xml_10_81-98.html#footnote-019">48</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">.</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Rispetto ai criteri di inclusione di fuochi slavi, albanesi e greci all’interno della tassazione ordinaria e delle tempistiche di attuazione non vi sono certezze. Secondo quanto ipotizzato da Colafemmina</hi><hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi><ref target="OP10149_xml_10_81-98.html#footnote-018">49</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">, l’elemento determinante nel passaggio da un regime fiscale all’altro sarebbe da rintracciare nella capacità contributiva dei soggetti, o meglio, nella loro possibilità di riuscire o meno a far fronte ai pagamenti fiscali ordinari. In realtà tale ipotesi non sembra convincere del tutto dal momento che, seppur in maniera diversa, anche i fuochi straordinari erano sottoposti a tassazione. Le numerazioni dei fuochi relative al ‘500, a cui si è fatto cenno in precedenza, risultano estremamente interessanti rispetto a questo tema. In moltissimi casi, infatti, svariati fuochi inclusi nei cedolari ordinari vengono registrati come nullatenenti inficiando l’ipotesi avanzata da Colafemmina. È possibile, quindi, che il discrimine vada ricercato altrove. Riteniamo, infatti, che il criterio utilizzato sia strettamente </hi><hi rend="CharOverride-1">interconnesso con l’arco temporale in cui i fuochi di slavi, albanesi e greci hanno dimorato stabilmente nell’università.</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Nelle note di molti fuochi conteggiati tra gli ordinari viene riportato il numero di anni in cui hanno soggiornato nell’università oppure la registrazione del fuoco viene accompagnata dalla dicitura «focolare antico»; in altri ancora viene specificato che il capofamiglia è nato in quel luogo. Anche per l’unico fuoco albanese inserito nella tassazione ordinaria di Serra Capriola risulta che Ianni Albanese «anticamente have habitato et habita in dicta terra et have pagato li pagamenti fiscali con la dicta università»</hi><hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi><ref target="OP10149_xml_10_81-98.html#footnote-017">50</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">. È quindi possibile che la ‘stanzialità’ rappresenti un elemento determinante nel processo di assimilazione del soggetto migrante che risulta generalmente estremamente mobile sul territorio, non solo del Regno, anche in periodi successivi.</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">La documentazione, inoltre, ha evidenziato un ulteriore aspetto d’interesse per l’analisi delle relazioni tra le comunità regnicole e gli immigrati. Nel corso dell’ultimo decennio del Quattrocento è stato riscontrato un aumento del numero di suppliche inoltrate alla Sommaria da parte di comunità di slavi, albanesi e greci che chiedono nuove numerazioni dei fuochi e una rimodulazione del carico fiscale in seguito al trasferimento di molti in altre località, in alcuni casi anche al di fuori dei confini del Regno. La tendenza sembra in linea con quanto riscontrato in moltissime università meridionali che a partire dal 1496 lamentano un consistente calo nel numero dei fuochi dovuto alle vicende belliche innescate dalla difficile successione al trono seguita alla morte di Ferrante d’Aragona.</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Purtroppo il labile equilibrio instaurato con difficoltà da Federico d’Aragona non rese possibile una omogenea campagna di rinumerazione</hi><hi rend="CharOverride-1"> dei fuochi del Regno ma piuttosto il sovrano scelse di procedere con le rinumerazioni solo per i centri che ne facevano esplicita richiesta</hi><hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi><ref target="OP10149_xml_10_81-98.html#footnote-016">51</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">. Un tentativo di conteggio delle presenze slave, albanesi e greche verrà, però, portato a termine nel 1497</hi><hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi><ref target="OP10149_xml_10_81-98.html#footnote-015">52</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1"> anche se i commissari incaricati della riscossione dei pagamenti continueranno in maniera del tutto arbitraria a riscuotere quanto dovuto alla regia corte sulla base dei ‘vecchi cedolari’. La nuova numerazione generale dei fuochi albanesi, slavi e greci del Regno, che doveva essere effettuata per ordine regio ogni anno, avrebbe dovuto condurre ad una maggior regolarità nella riscossione della tassa del ducato per fuoco prevista per i fuochi straordinari ma, nella pratica, permarranno problemi di gestione della fiscalità straordinaria/ordinaria tra gli immigrati riusciti ad integrarsi all’interno dei quadri cittadini e coloro che, invece, continuavano a restare ai margini della comunità. Il fenomeno è acuito, inoltre, dall’arrivo di nuovi gruppi di migranti provenienti dai Balcani che contribuirono ad aumentare le tensioni non solo tra i nuovi venuti e i regnicoli ma anche all’interno delle stesse comunità slave, albanesi e greche che nel passaggio tra il Quattro e il Cinquecento sembrano essere particolarmente sensibili alle variazioni nel numero dei fuochi presenti.</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">La situazione rilevata in una supplica inoltrata dagli slavi e albanesi di Potenza, il 7 maggio 1501, mette in luce come la mancanza di 76 fuochi risulti penalizzante per il resto della comunità, costretta a far fronte ai pagamenti fiscali pertinenti ai fuochi mancanti che, per la maggior parte, risultano trasferiti </hi><hi rend="italic">extra regnum</hi><hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi><ref target="OP10149_xml_10_81-98.html#footnote-014">53</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">. Questa situazione viene riscontrata anche in altre località, come ad esempio Ginosa, dove risultano mancanti 65 fuochi di slavi e albanesi</hi><hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi><ref target="OP10149_xml_10_81-98.html#footnote-013">54</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1"> o come nel caso di Campobasso, abbandonata da tutti gli slavi e albanesi numerati con l’università</hi><hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi><ref target="OP10149_xml_10_81-98.html#footnote-012">55</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">. Il medesimo andamento è riscontrabile anche per l’università di Volturara, dove tutti i fuochi di slavi e albanesi rilevati nelle numerazioni precedenti hanno abbandonato l’insediamento</hi><hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi><ref target="OP10149_xml_10_81-98.html#footnote-011">56</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">. In questo caso la Sommaria, con un provvedimento emanato il 20 dicembre 1503, ordinò al commissario della provincia di procedere ad una rinumerazione di tutti i fuochi di slavi, albanesi e greci presenti in Capitanata.</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Una nuova numerazione generale di questi fuochi ha luogo nel 1509 per ordine di Ferdinando il Cattolico</hi><hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi><ref target="OP10149_xml_10_81-98.html#footnote-010">57</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1"> e in seguito alla sua realizzazione sembra permanere il duplice sistema fiscale già in vigore durante gli anni di governo della dinastia aragonese, sebbene sia attuata una maggiore regolarità delle rilevazioni fiscali su base annuale</hi><hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi><ref target="OP10149_xml_10_81-98.html#footnote-009">58</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">. Nel 1511, inoltre, fu introdotta una nuova norma che regolamentava ulteriormente l’accesso alla cittadinanza anche per coloro che erano in possesso di beni stabili nei territori dell’università, consentendo ai fuochi inseriti nell’ “apprezzo” di far parte dei fuochi ordinari</hi><hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi><ref target="OP10149_xml_10_81-98.html#footnote-008">59</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">. In questo periodo, la possibilità di affrancarsi dal ruolo di fuoco straordinario e di entrare a far parte della fiscalità ordinaria, con tutto quello che ciò poteva comportare nell’acquisizione della cittadinanza, poteva quindi concretizzarsi attraverso un duplice meccanismo: da un lato permane il criterio della stanzialità che abbiamo visto in vigore negli anni precedenti mentre, dall’altro, viene introdotto quello del possesso di beni stabili che, a ben vedere, potrebbe essere anche un segnale del fatto che alcuni tra slavi, albanesi e greci iniziano ad emergere dalla condizione di povertà nella quale erano rimasti confinati per buona parte della seconda metà del Quattrocento. Un ulteriore indizio in tal senso viene fornito da un documento della Sommaria datato 15 ottobre 1511, nel quale viene ordinato che vengano rivisti i criteri di inclusione di 101 fuochi di albanesi e slavi presenti a San Severo i quali non sono in grado di assolvere ai pagamenti fiscali ordinari perché poveri senza beni e senza dimora stabile.</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Alla regolarità delle numerazioni dei fuochi straordinari che permettono, attraverso la registrazione annuale delle presenze, di tenere sotto controllo l’andamento della mobilità dei soggetti presenti nelle università e nei casali corrisponde sul piano della documentazione una rarefazione delle controversie legate al regime fiscale tra gli immigrati integrati all’interno della tassazione ordinaria e quelli che invece risultano ancora ascritti nei registri della tassazione straordinaria in quanto «fuochi adventitii et nuovamente venuti»</hi><hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi><ref target="OP10149_xml_10_81-98.html#footnote-007">-1</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">.</hi></p></div></div><div><head><hi>4. Una “mancata” inte(g)razione nel primo Cinquecento?</hi></head><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">I dissidi di natura fiscale sorti tra le fila delle stesse comunità di immigrati che, come abbiamo visto, avevano animato l’ultimo decennio del Quattrocento e i primi anni del Cinquecento sembrano essere superati, salve alcune eccezioni</hi><hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi><ref target="OP10149_xml_10_81-98.html#footnote-006">-1</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">, non solo attraverso un maggior controllo sul territorio attuato dalla Corona, elemento che era indubbiamente mancato nel frammentario panorama politico instauratosi alla morte di Ferrante d’Aragona, ma anche grazie all’introduzione, a partire dagli anni Venti del Cinquecento, di nuove esenzioni fiscali decennali per coloro che risiedevano da meno di dieci anni nel Regno.</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">In questo periodo, però, alcuni elementi presenti all’interno della documentazione suggeriscono la permanenza di criticità legate alla difficile gestione dei rapporti tra le comunità di slavi, albanesi e greci, e il resto della popolazione. Interessante, per fare luce sulla natura delle problematiche, è un documento relativo ad una comunità di immigrati residente nel casale di San Paolo, in Capitanata, che vale la pena di citare in maniera più estesa:</hi></p><quote rend="quotation_b" ><hi rend="CharOverride-1">Ad supplicacione del magnifico Francisco Carrafa de Napole simo remasi contenti che lli</hi><hi rend="CharOverride-1"> schavuni, greci et albanisi che habitano in lo casale de Sancto Paulo sito in dicte provincie de Capitinata et comitato de Molise, quale è del prefato Francisco, che non è murato, che liberamente non possano stare et habitare senza che siano exulati dummodo dicto magnifico Francisco se habia</hi><hi rend="CharOverride-1"> de obligare de farelo murare infra termine de uno anno a die date presentium, nec non habia da dare plegiaria et securtà che dicti schiavoni, greci et albanisi durante lo dicto</hi><hi rend="CharOverride-1"> tempo de uno anno, fra lo quale lo prefato casale de Sancto Paulo habia da essere murato, non habiano da arrobare. Per tanto ve dicimo et comandamo per la presente che, havendo dicta obligacione et securtà ut sopra, liberamente dobbiate lassare stare dicti schiavoni, greci et albanisi</hi><hi rend="CharOverride-1"> in dicto casale de Sancto Paulo senza altramente molestarli né exularelo per vigore de la ordinacione sopra ciò facta</hi><hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi><ref target="OP10149_xml_10_81-98.html#footnote-005">-1</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">.</hi></quote><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">La situazione delineata per il casale di San Paolo può essere chiarita alla luce di quanto accaduto nella comunità di albanesi residenti in Acquaformosa (CS). Per questi, infatti, la maggior preoccupazione era quella di ribadire, all’interno dei capitoli stipulati con l’abate commendatario del Monastero di Santa Maria di Acquaformosa, la loro volontà di vivere in tranquillità e senza «creare scandalo», rimarcando l’assenza di delinquenti tra i residenti del casale</hi><hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi><ref target="OP10149_xml_10_81-98.html#footnote-004">-1</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">. Questa precisazione risulta fondamentale per capire quanto la loro presenza potesse creare apprensione se non ostilità nelle comunità regnicole limitrofe a causa dell’alto tasso di criminalità generalmente legato a slavi ed albanesi</hi><hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi><ref target="OP10149_xml_10_81-98.html#footnote-003">-1</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">.</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Che il caso non sia isolato è testimoniato da una serie di interventi prescrittivi messi in campo dalla Corona al fine di regolamentare con limiti, divieti ed esclusioni la convivenza tra i regnicoli e gli immigrati balcanici. Uno dei testi più significativi sotto questo punto di vista è un’istanza del 30 gennaio 1507 presentata dai membri del Parlamento generale al re cattolico Ferdinando, al quale si richiedeva un intervento nell’interesse di tutto il Regno «perché li greci et albanesi, quali habitano per li </hi><hi rend="CharOverride-1">burghi, casali et lochi aperti del regno, soleno fare multi furti et rapine, etiam in le strate publice, Vestra Catholica Maiestate se digni providere che nullo de ipsi porte arme quando vanno fora de le </hi><hi rend="CharOverride-1">terre et lochi dove habitano, et che ipsi tutti intreno ad habitare in le terre murate, et per nullo tempo possano habitare fora de esse terre, et quilli che non volessero intrare et restassero in li casali, overo in li burghi, non possano tenere cavalli né iumente</hi><hi rend="CharOverride-1">»</hi><hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi><ref target="OP10149_xml_10_81-98.html#footnote-002">-1</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">. A partire da questa prima richiesta, peraltro accolta dal Cattolico, ne seguiranno altre nel corso degli anni a testimonianza di quanto il problema della criminalità legata alla presenza di immigrati, ancora residenti in ‘casali aperti’, fosse difficile da gestire</hi><hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi><ref target="OP10149_xml_10_81-98.html#footnote-001">-1</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">. Questa è proprio la situazione fotografata nel casale di San Paolo che, nel 1519, si configura ancora per poco come un ‘casale aperto’, dovendo adeguarsi entro un anno all’ordine regio. A fronte di un buon numero di testi normativi volti ad arginare, attraverso divieti e pene, la reale o presunta pericolosità degli immigrati bisogna interrogarsi sull’effettiva efficacia dei provvedimenti dal momento che l’instabilità di questi soggetti risulta ancora presente in una memoria del 1601 del Marafioti, il quale afferma che questi «non fabbricano case, acciò non stiano soggetti a Baroni, Duci, Prencipi e altri signori, e se per sorte nel territorio, nel quale habitano, il signore volesse alquanto maltrattarli, loro pongono fuoco alli tugurij e vanno ad habitare nel territorio di un altro signore»</hi><hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi><ref target="OP10149_xml_10_81-98.html#footnote-000">-1</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">, spiegando come sia sempre più pressante l’esigenza di circoscrivere gli immigrati all’interno delle cosiddette «</hi><hi rend="CharOverride-1">terre murate». La misura, che con finalità diverse era già stata tentata con scarso successo da Ferrante d’Aragona nell’estate del 1487, sembra non trovare attuazione per oltre due secoli, dal Cinque al Settecento.</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Sebbene un buon numero di immigrati sia mano a mano assorbito all’interno dei quadri cittadini (lo abbiamo visto con il passaggio dalla tassazione straordinaria a quella ordinaria che sanciva l’ingresso di questi soggetti nella cittadinanza), permangono molte criticità nei confronti di una larga porzione di persone che continuano a </hi><hi rend="CharOverride-1">restare ai margini sia sul piano fisico, in quanto relegati all’interno di realtà separate come i casali, sia sul piano sociale che fiscale, contribuendo ad alimentare una difficile inte(g)razione tra le diverse etnie sino al Settecento.</hi></p><list type="ordered">
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-2"><ref target="OP10149_xml_10_81-98.html#footnote-066-backlink">1</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	Sul tema della supplica come richiesta di eccezione e di concessione graziosa si rinvia al saggio di M. </hi><hi rend="CharOverride-4">Vallerani</hi><hi rend="CharOverride-1">, </hi><hi rend="italic">La supplica al signore e il potere della misericordia. Bologna 1337-1347</hi><hi rend="CharOverride-1">, «Quaderni storici», 44 (2009), pp. 411-443, e agli studi lì richiamati. Per il regno: F. </hi><hi rend="CharOverride-4">Senatore</hi><hi rend="CharOverride-1">, </hi><hi rend="italic">Forme testuali del potere nel regno di Napoli. I modelli documentari, le suppliche</hi><hi rend="CharOverride-1">, in</hi><hi rend="italic"> Istituzioni, scritture, contabilità. Il caso molisano nell’Italia medievale</hi><hi rend="CharOverride-1">, a cura di I. Lazzarini, A. Miranda e F. Senatore,</hi><hi rend="italic"> </hi><hi rend="CharOverride-1">Roma 2017, 113-145.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-2"><ref target="OP10149_xml_10_81-98.html#footnote-065-backlink">2</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	</hi><hi rend="CharOverride-4">E. Ivetic</hi><hi rend="CharOverride-1">, </hi><hi rend="italic">L’Adriatico come spazio</hi><hi rend="CharOverride-1"> </hi><hi rend="italic">transnazionale</hi><hi rend="CharOverride-1">, «Mediterranea. Ricerche storiche», XII (2015), pp. 383-398.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-2"><ref target="OP10149_xml_10_81-98.html#footnote-064-backlink">3</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	</hi><hi rend="CharOverride-4">F. Braudel</hi><hi rend="CharOverride-1">, </hi><hi rend="italic">Civiltà e imperi del Mediterraneo nell’età di Filippo II,</hi><hi rend="CharOverride-1"> Torino 1976, p. 118, pp. 94-132.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-2"><ref target="OP10149_xml_10_81-98.html#footnote-063-backlink">4</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	</hi><hi rend="CharOverride-4">E. Ivetic</hi><hi rend="CharOverride-1">, </hi><hi rend="italic">Adriatico orientale. Atlante storico di un litorale mediterraneo,</hi><hi rend="CharOverride-1"> Rovigno 2014.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-2"><ref target="OP10149_xml_10_81-98.html#footnote-062-backlink">5</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	L’elaborazione del mito di Scandeberg si deve a Marin Barleti (Scutari 1450-Roma 1513), scrittore e religioso albanese, autore della biografia più nota di Scanderbeg, intitolata </hi><hi rend="italic">Historia de vita et gestis Scanderbegi, Epirotarum principis</hi><hi rend="CharOverride-1">, Roma, Bernardino De Vitali, 1508-10.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-2"><ref target="OP10149_xml_10_81-98.html#footnote-061-backlink">6</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	</hi><hi rend="CharOverride-4">P. Rodotà</hi><hi rend="CharOverride-1">, </hi><hi rend="italic">Dell’origine, progresso e stato presente del rito greco in Italia osservato dai greci, monaci basiliani e Albanesi, libri tre scritti da Pietro Pompilio Rodotà professore di lingua greca nella biblioteca vaticana, </hi><hi rend="CharOverride-1">Roma, Giovanni Generoso Salomon, 1758-1763. </hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-2"><ref target="OP10149_xml_10_81-98.html#footnote-060-backlink">7</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	Anche se talvolta messo in connessione con la presenza in Italia di Demetrio Reres e dei suoi figli Giovanni e Basilio (1443-1444).</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-2"><ref target="OP10149_xml_10_81-98.html#footnote-059-backlink">8</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	E in Sicilia già a partire dal 1448: si veda </hi><hi rend="CharOverride-4">M. Mandalà</hi><hi rend="CharOverride-1">, </hi><hi rend="italic">Mundus vult decipi. I miti della storiografia arbëreshe</hi><hi rend="CharOverride-1">, Palermo 2007, pp. 17-18.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-2"><ref target="OP10149_xml_10_81-98.html#footnote-058-backlink">9</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	</hi><hi rend="CharOverride-4">F. Giunta</hi><hi rend="CharOverride-1">, </hi><hi rend="italic">Non solo Medioevo. Dal mondo antico al contemporaneo</hi><hi rend="CharOverride-1">, I, Palermo 1991, pp. 206-207. Dopo aver cercato invano nell’archivio della Corona d’Aragona due documenti prodotti a Barcellona nel 1467, e già pubblicati da Giuseppe Schirò (</hi><hi rend="CharOverride-4">G. Schirò</hi><hi rend="CharOverride-1">, </hi><hi rend="italic">Gli Albanesi e la questione balcanica</hi><hi rend="CharOverride-1">, Roma 1904, pp. 216-218), Giunta ha argomentato come quegli atti fossero sì stati fabbricati in Sicilia, ma il falsificatore non aveva tenuto conto delle vicende che caratterizzarono il regno di Giovanni II d’Aragona, dal momento che costui entrò a Barcellona solamente dopo il 1472.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-2"><ref target="OP10149_xml_10_81-98.html#footnote-057-backlink">10</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	</hi><hi rend="CharOverride-4">Mandalà</hi><hi rend="italic">, Mundus vult decipi</hi><hi rend="CharOverride-1">, p. 21.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-2"><ref target="OP10149_xml_10_81-98.html#footnote-056-backlink">11</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	</hi><hi rend="CharOverride-4">F. Mastroberti</hi><hi rend="CharOverride-1">, </hi><hi rend="italic">Le colonie Albanesi nel Regno di Napoli tra storia e storiografia</hi><hi rend="CharOverride-1">, «Annali della facoltà di giurisprudenza di Taranto», I (2008), 8, pp. 241-251.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-2"><ref target="OP10149_xml_10_81-98.html#footnote-055-backlink">12</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	Si veda già citato </hi><hi rend="CharOverride-4">Rodotà</hi><hi rend="CharOverride-1">, </hi><hi rend="italic">Dell’origine, progresso e stato presente del rito greco in Italia</hi><hi rend="CharOverride-1">; inoltre </hi><hi rend="CharOverride-4">T. Morelli</hi><hi rend="CharOverride-1">, </hi><hi rend="italic">Cenni storici sulla venuta degli Albanesi nel Regno delle due Sicilie, </hi><hi rend="CharOverride-1">Napoli 1842; </hi><hi rend="CharOverride-4">D. Zangari</hi><hi rend="CharOverride-1">, </hi><hi rend="italic">Le colonie italo-albanesi di Calabria. Storia e demografia: secoli XV-XIX,</hi><hi rend="CharOverride-1"> Casella 1941; </hi><hi rend="CharOverride-4">P. Bartl</hi><hi rend="CharOverride-1">, </hi><hi rend="italic">Fasi e modi dell’immigrazione Albanese in Italia.</hi><hi rend="CharOverride-1"> </hi><hi rend="italic">Atti del II Congresso internazionale sulle relazioni fra le due sponde adriatiche (I rapporti demografici e popolativi), (3-5 ottobre 1978)</hi><hi rend="CharOverride-1">, «Rivista storica del Mezzogiorno», XV-XVI (1980-1981), p. 206; </hi><hi rend="CharOverride-4">I. Mazziotti</hi><hi rend="CharOverride-1">, </hi><hi rend="italic">Immigrazioni albanese in Calabria nel XV secolo e la colonia di San Domenico Corone (1471-1815), </hi><hi rend="CharOverride-1">Castrovillari</hi><hi rend="CharOverride-1"> 2002.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-2"><ref target="OP10149_xml_10_81-98.html#footnote-054-backlink">13</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	</hi><hi rend="CharOverride-4" >T. Stoianovich</hi><hi rend="CharOverride-1" >, </hi><hi rend="italic">Between East and West. The Balkan and West. The Balkan and Mediterranean worlds</hi><hi rend="CharOverride-1" >, New York 1992-1995 e </hi><hi rend="CharOverride-4" >Id.</hi><hi rend="CharOverride-1" >, </hi><hi rend="italic">Balkan worlds. </hi><hi rend="italic">The first and last Europe</hi><hi rend="CharOverride-1">, New York 1994. Per una disamina della situazione politica precedente all’avanzata ottomana nei Balcani si veda </hi><hi rend="CharOverride-4">J.V.A. Fine</hi><hi rend="CharOverride-1">, </hi><hi rend="italic">The late medieval Balkans. </hi><hi rend="italic">A critical survey from the late twelfth century to the ottoman conquest</hi><hi rend="CharOverride-1" >, Michigan 1987.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-2"><ref target="OP10149_xml_10_81-98.html#footnote-053-backlink">14</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	</hi><hi rend="CharOverride-4">F. Gestrin</hi><hi rend="CharOverride-1">, </hi><hi rend="italic">La migrazione degli slavi in Italia nella storiografia iugoslava</hi><hi rend="CharOverride-1">, «Quaderni storici», XIV (1979), n. 40, pp. 7-30. </hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-2"><ref target="OP10149_xml_10_81-98.html#footnote-052-backlink">15</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	</hi><hi rend="CharOverride-4">E. Tagliente</hi><hi rend="CharOverride-1">, </hi><hi rend="italic">Le comunità cristiane albanesi nel tarentino dal Concilio di Trento al 1622</hi><hi rend="CharOverride-1">, Taranto 1982, pp. 16-17.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-2"><ref target="OP10149_xml_10_81-98.html#footnote-051-backlink">16</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	</hi><hi rend="CharOverride-4">P. Petta</hi><hi rend="CharOverride-1">, </hi><hi rend="italic">L’esodo dei Coronei. Una pagina della storia degli Italo-Albanesi</hi><hi rend="CharOverride-1">, «Incontri meridionali. Rivista quadrimestrale di storia e cultura», I (1996), 3, p. 53.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-2"><ref target="OP10149_xml_10_81-98.html#footnote-050-backlink">17</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	Travalicando i confini dell’Italia meridionale il tema è stato affrontato in maniera trasversale nel corso di svariati congressi organizzati per il “Centro di Studi sulla Storia e la civiltà adriatica” fondato dopo il 1973 e da numerosi studiosi, come nel caso di Monica Genesin (</hi><hi rend="CharOverride-4">M. Genesin</hi><hi rend="CharOverride-1">, </hi><hi rend="italic">Alla ricerca della diaspora (?) perduta: tracce della presenza albanese nell’Italia settentrionale</hi><hi rend="CharOverride-1">, in </hi><hi rend="italic">Memoria e diaspora. Atti delle Giornate di incontri</hi><hi rend="CharOverride-1"> </hi><hi rend="italic">(Lecce, 15-19 aprile)</hi><hi rend="CharOverride-1">, Lecce 2004, pp. 73-85) e Lucia Nadin (</hi><hi rend="CharOverride-4">L. Nadin</hi><hi rend="CharOverride-1">, </hi><hi rend="italic">Migrazioni e integrazione. Il caso degli albanesi a Venezia (1479-1552),</hi><hi rend="CharOverride-1"> Roma 2008), sebbene vada attribuito a Sergio Anselmi aver aperto un nuovo filone di ricerca rispetto alla presenza di levantini nelle aree adriatiche e in particolare nella regione marchigiana. Tra le iniziative maggiormente significative promosse da Anselmi vi è l’organizzazione del convegno </hi><hi rend="italic">Le Marche e l’Adriatico orientale: economia, società, cultura dal XII secolo all’Ottocento</hi><hi rend="CharOverride-1">, tenuto a Senigallia il 10 e 11 gennaio 1976 ed un volume edito a sua cura nel 1988, </hi><hi rend="italic">Italia felix. Migrazioni slave e albanesi in Occidente. Romagna, Marche, Abruzzi. Secoli XV-XVI</hi><hi rend="CharOverride-1">, Urbino 1988, sulle migrazioni slave e albanesi in Romagna, negli Abruzzi e in particolare nelle Marche.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-2"><ref target="OP10149_xml_10_81-98.html#footnote-049-backlink">18</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	</hi><hi rend="CharOverride-4">G. Vallone</hi><hi rend="CharOverride-1">, </hi><hi rend="italic">Essere cittadini. Albanesi e levantini in Italia</hi><hi rend="CharOverride-1">, «Studia Albanica», LV (2018), 2, p. 97.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-2"><ref target="OP10149_xml_10_81-98.html#footnote-048-backlink">19</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	</hi><hi rend="CharOverride-4">M. Sensi</hi><hi rend="CharOverride-1">, </hi><hi rend="italic">Fraternite di slavi nelle Marche: il secolo XV</hi><hi rend="CharOverride-1">, «Atti e memorie della Deputazione di storia patria per le Marche», vol. LXXXII (1987), pp. 53-84; </hi><hi rend="italic">Italia felix. Migrazioni slave</hi><hi rend="CharOverride-1">, pp. 192-212; </hi><hi rend="italic">Slavi nelle Marche tra pietà e devozione</hi><hi rend="CharOverride-1">, in </hi><hi rend="italic">Stranieri e forestieri nella Marca dei secoli XIV-XVI. Atti del XXX Convegno di studi maceratesi (Macerata, 19-20 novembre 1994)</hi><hi rend="CharOverride-1">, Macerata 1996, pp. 481-506.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-2"><ref target="OP10149_xml_10_81-98.html#footnote-047-backlink">20</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	È dello stesso Vallone l’unico contributo di rilievo che si concentra sull’argomento: </hi><hi rend="CharOverride-4">G. Vallone</hi><hi rend="CharOverride-1">, </hi><hi rend="italic">Aspetti giuridici e sociali nell’età aragonese: i Castriota in terra d’Otranto</hi><hi rend="CharOverride-1">, in </hi><hi rend="italic">Momenti e figure di storia pugliese. Studi in memoria di Michele Viterbo (Peucezio)</hi><hi rend="CharOverride-1">, a cura di M. Lanera e M. Paone, Galatina 1981, pp. 48-54. Questo saggio, edito nel 1981, fu ripubblicato con aggiunte nel 1986 e nel 1993.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-2"><ref target="OP10149_xml_10_81-98.html#footnote-046-backlink">21</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	Cfr. il contributo di </hi><hi rend="CharOverride-4">C. Colafemmina</hi><hi rend="CharOverride-1">, </hi><hi rend="italic">Slavi e albanesi in Puglia</hi><hi rend="CharOverride-1"> </hi><hi rend="italic">nel XV e XV secolo</hi><hi rend="CharOverride-1">, Cassano delle Murge 2013. Per l’area leccese </hi><hi rend="CharOverride-4">G.G. Chirizzi</hi><hi rend="CharOverride-1">, </hi><hi rend="italic">Albanesi e Corfioti immigrati a Lecce nei secoli XV-XVII</hi><hi rend="CharOverride-1">, «Annuario 1995-1996 del Liceo-Ginnasio Statale “G. Palmieri”», 1996, pp. 171-199, ha individuato nella documentazione presenze albanesi oltre che in città anche in altri centri della provincia.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-2"><ref target="OP10149_xml_10_81-98.html#footnote-045-backlink">22</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	Le località nominate nelle suppliche sono: Monteleone, Monte Sant’Angelo, San Giovanni Rotondo, Foggia, San Severo, Serracapriola, Lucera, Manfredonia, Accadia, Bovino, Volturino, Deliceto, Rodi Garganico e Castelluccio dei Sauri.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-2"><ref target="OP10149_xml_10_81-98.html#footnote-044-backlink">23</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	Flumeri, Vico, Ariano Irpino, Orsara, San Sossio, Castel Baronia, Grottaminarda, Gesualdo e Sant’Angelo dei Lombardi.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-2"><ref target="OP10149_xml_10_81-98.html#footnote-043-backlink">24</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	Lavello, Baragiano, Pietragalla, Melfi, Rapolla e Ruoti.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-2"><ref target="OP10149_xml_10_81-98.html#footnote-042-backlink">25</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	Lanciano, Ortona e Vasto.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-2"><ref target="OP10149_xml_10_81-98.html#footnote-041-backlink">26</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	Gioa del Colle, Ruvo e Gravina.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-2"><ref target="OP10149_xml_10_81-98.html#footnote-040-backlink">27</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	Per quanto concerne la Calabria vi sono solo due suppliche al riguardo, una relativa agli albanesi di Nicastro e l’altra a quelli presenti a Longobucco e che avevano legami con le miniere della zona. Nel caso del Tarantino, invece, entrambe le menzioni rintracciate sono relative al 1509, quindi molto tarde rispetto al resto delle attestazioni.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-2"><ref target="OP10149_xml_10_81-98.html#footnote-039-backlink">28</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	Le stime sono state effettuate sulla base del numero di suppliche che coinvolgono le diverse comunità di slavi, albanesi e greci.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-2"><ref target="OP10149_xml_10_81-98.html#footnote-038-backlink">29</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	Basti pensare alle comunità arbëreshë ancora presenti in 41 comuni e 9 frazioni, disseminati in sette regioni dell’Italia centro-meridionale, costituendo una popolazione di oltre 100.000 abitanti. Centri come Greci (AV), Ginestra (PZ), San Paolo Albanese (PZ), Acquaformosa (CS), Macchia Albanese (CS), Chieuti (FG), San Basile (CS), San Demetrio (CS) sono stati rintracciati con numerosi riferimenti anche nella documentazione esaminata. Esistono inoltre 30 comunità caratterizzate da una marcata eredità storica e culturale arbëreshe, ma che hanno perso, per ragioni diverse, l’uso della lingua albanese come ad esempio Santa Croce di Magliano (CB), San Giorgio Jonico (TA), Faggiano (TA), Rionero in Vulture (PZ) e – al di fuori delle aree prese in considerazione dal nostro studio – anche nelle località siciliane di Palazzo Adriano (PA), Mezzojuso (PA), Biancavilla (CT) e Bronte (CT).</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-2"><ref target="OP10149_xml_10_81-98.html#footnote-037-backlink">30</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	In certi casi è rimasta traccia sicura nella lingua che ancora si parla in alcuni centri, è il caso, per esempio, delle comunità alloglotte di Montecilfone e Campomarino nel Molise, ma anche di Chieuti, in Puglia, oppure in capitoli, patti o consuetudini di varia foggia intercorsi tra gli immigrati e le università o i feudatari locali oppure nel rito religioso greco tuttora utilizzato dai discendenti degli Albanesi o nella toponomastica laddove ricorrano il toponimo “Schiavi”, o “Schiavoni”, come per il comune di Schiavi d’Abruzzo o, in un toponimo di sicura derivazione arbëreshë come nel caso di Cupello, oggi frazione di Vasto. Tracce più o meno consistenti della presenza albanese sono state individuate, in taluni casi, mancando ogni altra fonte, ancora nella devozione a San Nicolò, patrono delle genti slave, oppure, con ancor minore sicurezza, in qualche sopravvivenza arbëreshë nel dialetto di talune comunità dell’Appennino (sempre in provincia di Teramo, è questo il caso di Pietracamela).</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-2"><ref target="OP10149_xml_10_81-98.html#footnote-036-backlink">31</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	</hi><hi rend="CharOverride-4">F. Roggero</hi><hi rend="CharOverride-1">, </hi><hi rend="italic">La colonizzazione di Bozza e Badessa negli atti demaniali della provincia di Teramo</hi><hi rend="CharOverride-1">, a cura di F. Rimolo, in </hi><hi rend="italic">Immigrazione e integrazione. Dalla prospettiva globale alle realtà locali</hi><hi rend="CharOverride-1">, a cura di F. Rimoli, Napoli 2014, pp. 531-570.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-2"><ref target="OP10149_xml_10_81-98.html#footnote-035-backlink">32</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	</hi><hi rend="CharOverride-4">A. Bulgarelli Lukacs</hi><hi rend="CharOverride-1">, </hi><hi rend="italic">Economia rurale e popolamento del territorio nell’Abruzzo tra ‘500 e ‘600</hi><hi rend="CharOverride-1">, in </hi><hi rend="italic">Abruzzo e Molise. Ambienti e civiltà nella storia del territorio</hi><hi rend="CharOverride-1">, a cura di M. Costantini e C. Felice = «Cheiron», X (1993), p. 154.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-2"><ref target="OP10149_xml_10_81-98.html#footnote-034-backlink">33</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	È il caso di Mutignano, oggi in comune di Atri, dove lo stanziamento era fatto di uomini provenienti da Ragusa: </hi><hi rend="CharOverride-4">S. Galantini</hi><hi rend="CharOverride-1">, </hi><hi rend="italic">Sviluppo e diffusione delle “pinciaie”</hi><hi rend="CharOverride-1"> </hi><hi rend="italic">teramane. La presenza di popolazioni alloglotte nel territorio della provincia come fattore incentivante</hi><hi rend="CharOverride-1">, «Rivista abruzzese», XLIII (1990), p. 206.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-2"><ref target="OP10149_xml_10_81-98.html#footnote-033-backlink">34</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	L’ultimo esempio può essere considerato la concessione del 4 marzo 1744 da parte di Carlo III di Borbone delle terre di Piano e Abbadessa agli albanesi che già dal 1743 risiedevano a Pianella (</hi><hi rend="italic">ibid.</hi><hi rend="CharOverride-1">).</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-2"><ref target="OP10149_xml_10_81-98.html#footnote-032-backlink">35</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	La prammatica, datata 17 novembre 1491, è conservata nel ms. XXXIII A.4, ff. 152</hi><hi rend="italic">v</hi><hi rend="CharOverride-1">-153</hi><hi rend="italic">v</hi><hi rend="CharOverride-1"> dell’archivio della Società Napoletana di Storia Patria. Ne è stato pubblicato un brano in </hi><hi rend="CharOverride-4">G. Vallone</hi><hi rend="CharOverride-1">, </hi><hi rend="italic">Feudi e città. Studi di storia giuridica e istituzionale pugliese</hi><hi rend="CharOverride-1">, Galatina 1993, pp. 51-52 (sono stati utilizzati anche altri documenti relativi al complesso profilo fiscale dei levantini, presenti nel manoscritto).</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-2"><ref target="OP10149_xml_10_81-98.html#footnote-031-backlink">36</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	Le comunità del Regno rispondevano </hi><hi rend="italic">in solido</hi><hi rend="CharOverride-1"> al pagamento delle imposte dirette del focatico (in alcuni periodi rinominata tassa generale) e del sale, la cui riscossione era suddivisa in tre rate da corrispondere a Pasqua, agosto e Natale. </hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-2"><ref target="OP10149_xml_10_81-98.html#footnote-030-backlink">37</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	Le fasi del processo di accertamento dei fuochi straordinari, utilizzato per la numerazione dei fuochi straordinari di schiavoni, greci e albanesi, sono note grazie ad un documento del 1542 che riporta le direttive inviate al nobile Marchetto Tresca per la numerazione dei fuochi straordinari in Capitanata e nel contado del Molise: ASNa, </hi><hi rend="italic">Sommaria</hi><hi rend="CharOverride-1">, Patrimonio, numerazione dei fuochi, b. 206. </hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-2"><ref target="OP10149_xml_10_81-98.html#footnote-029-backlink">38</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	</hi><hi rend="CharOverride-1">ASNa, </hi><hi rend="italic">Sommaria, </hi><hi rend="CharOverride-1">Partium, 42, ff. 225</hi><hi rend="italic">rv</hi><hi rend="CharOverride-1">, 227</hi><hi rend="italic">rv</hi><hi rend="CharOverride-1">.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-2"><ref target="OP10149_xml_10_81-98.html#footnote-028-backlink">39</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	ASNa, </hi><hi rend="italic">Sommaria,</hi><hi rend="CharOverride-1"> Partium</hi><hi rend="italic">,</hi><hi rend="CharOverride-1"> 42, ff. 119</hi><hi rend="italic">v</hi><hi rend="CharOverride-1">-120</hi><hi rend="italic">r</hi><hi rend="CharOverride-1">.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-2"><ref target="OP10149_xml_10_81-98.html#footnote-027-backlink">40</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	ASNa, </hi><hi rend="italic">Sommaria, </hi><hi rend="CharOverride-1">Partium, 57, ff. 91</hi><hi rend="italic">rv</hi><hi rend="CharOverride-1">, 102</hi><hi rend="italic">rv</hi><hi rend="CharOverride-1">; Partium, 52, f. 14</hi><hi rend="italic">r</hi><hi rend="CharOverride-1">.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-2"><ref target="OP10149_xml_10_81-98.html#footnote-026-backlink">41</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	</hi><hi rend="CharOverride-1">Il caso dell’università di Grottaminarda risulta interessante dato che nel 1491 la Sommaria ordina all’università di non molestare i trentuno slavi ed albanesi residenti con richieste di pagamenti ulteriori rispetto a quelli che già corrispondono alla regia corte, perché «non sono aggregati né posti al numero de li fochi de li citatini de quessa terra né per causa de li fochi de quilli quessa università nde porta piso alcuno» (ASNa, </hi><hi rend="italic">Sommaria</hi><hi rend="CharOverride-1">, Partium</hi><hi rend="CharOverride-1">, 32, f. 105). Ma nel 1504 vi sono slavi ed albanesi che corrispondono pagamenti ordinari con il resto dei cittadini.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-2"><ref target="OP10149_xml_10_81-98.html#footnote-025-backlink">42</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	ASNa, </hi><hi rend="italic">Sommaria, </hi><hi rend="CharOverride-1">Partium, 70, ff. 142</hi><hi rend="italic">rv</hi><hi rend="CharOverride-1">; </hi><hi rend="italic">Sommaria</hi><hi rend="CharOverride-1">, Licterarum deductionum foculariorum, 1, f. 31</hi><hi rend="italic">rv</hi><hi rend="CharOverride-1">.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-2"><ref target="OP10149_xml_10_81-98.html#footnote-024-backlink">43</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	Sulla assimilazione fiscale delle comunità immigrate che, subendo gli oneri, assumevano una parte dei diritti di cittadinanza cfr., per altri territori e altre formazioni politiche, il saggio di Vallerani in questo stesso volume, e la bibliografia lì indicata.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-2"><ref target="OP10149_xml_10_81-98.html#footnote-023-backlink">44</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	ASNa, </hi><hi rend="italic">Sommaria, </hi><hi rend="CharOverride-1">Partium, 70, f. 142</hi><hi rend="italic">rv</hi><hi rend="CharOverride-1">.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-2"><ref target="OP10149_xml_10_81-98.html#footnote-022-backlink">45</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	ASNa, </hi><hi rend="italic">Sommaria, </hi><hi rend="CharOverride-1">Collaterale, Partium, 8, ff. 45</hi><hi rend="italic">v</hi><hi rend="CharOverride-1">-46r.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-2"><ref target="OP10149_xml_10_81-98.html#footnote-021-backlink">46</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	ASNa, </hi><hi rend="italic">Sommaria, </hi><hi rend="CharOverride-1">Licterarum deductionum foculariorum</hi><hi rend="italic">, </hi><hi rend="CharOverride-1">2, f. 161</hi><hi rend="italic">r</hi><hi rend="CharOverride-1">.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-2"><ref target="OP10149_xml_10_81-98.html#footnote-020-backlink">47</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	ASNa, </hi><hi rend="italic">Sommaria, </hi><hi rend="CharOverride-1">Partium, 42, f. 120v.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-2"><ref target="OP10149_xml_10_81-98.html#footnote-019-backlink">48</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	ASNa, </hi><hi rend="italic">Sommaria, </hi><hi rend="CharOverride-1">Partium, 42, ff. 225r-v; 45, f. 117</hi><hi rend="italic">rv</hi><hi rend="CharOverride-1">.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-2"><ref target="OP10149_xml_10_81-98.html#footnote-018-backlink">49</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	</hi><hi rend="CharOverride-4">C. Colafemmina</hi><hi rend="CharOverride-1">, </hi><hi rend="italic">Slavi e albanesi in Puglia</hi><hi rend="CharOverride-1"> </hi><hi rend="italic">nel XV e XV secolo</hi><hi rend="CharOverride-1">, Cassano delle Murge 2013.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-2"><ref target="OP10149_xml_10_81-98.html#footnote-017-backlink">50</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	ASNa, S</hi><hi rend="italic">ommar</hi><hi rend="CharOverride-1">ia, Partium, 42, f. 227</hi><hi rend="italic">rv</hi><hi rend="CharOverride-1">. Nel documento viene inoltre ribadito che «recognosciuta per dicta camera la particulare numeratione deli fochi ultimamente facta in dicta terra, appare lo dicto Ianni so’ più anni passati </hi><hi rend="CharOverride-1">havere pagato et contribuito con la dicta università».</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-2"><ref target="OP10149_xml_10_81-98.html#footnote-016-backlink">51</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	Sono molte le università che si appellano alla Sommaria per le richieste di scomputo dei fuochi che risultano estinti o trasferiti in altre località rispetto ai cedolari redatti sulla base dell’ultima numerazione dei fuochi del regno effettuata nel 1489 per ordine di re Ferrante. Nel corso dei circa dieci anni intercorsi tra l’ultima numerazione e le richieste di rinumerazione, la discesa nel regno di Carlo V nel 1495 e la seguente insorgenza della peste in molti territori ha determinato un consistente ammanco di fuochi, evidente grazie alle nuove numerazioni ordinate da Federico d’Aragona che registrano in alcuni casi un calo di 40, 60 e anche 100 fuochi. Gran parte di questi risultano trasferiti in altre località ma in molti hanno fatto perdere le proprie tracce, probabilmente dirigendosi </hi><hi rend="italic">extra regnum</hi><hi rend="CharOverride-1"> (ASNa, </hi><hi rend="italic">Sommaria,</hi><hi rend="CharOverride-1"> Partium, 48, f. 135</hi><hi rend="italic">rv</hi><hi rend="CharOverride-1">; 49, f. 123</hi><hi rend="italic">rv</hi><hi rend="CharOverride-1">; 53, ff. 7</hi><hi rend="italic">r</hi><hi rend="CharOverride-1">-8</hi><hi rend="italic">v</hi><hi rend="CharOverride-1">; 54, ff. 3</hi><hi rend="italic">v</hi><hi rend="CharOverride-1">-4</hi><hi rend="italic">r</hi><hi rend="CharOverride-1">; ff. 24</hi><hi rend="italic">r</hi><hi rend="CharOverride-1">-25</hi><hi rend="italic">v</hi><hi rend="CharOverride-1">; ff. 70</hi><hi rend="italic">v</hi><hi rend="CharOverride-1">-71</hi><hi rend="italic">r</hi><hi rend="CharOverride-1">). </hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-2"><ref target="OP10149_xml_10_81-98.html#footnote-015-backlink">52</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	ASNa, </hi><hi rend="italic">Sommaria,</hi><hi rend="CharOverride-1"> Partium, 52 I, f. 103</hi><hi rend="italic">r</hi><hi rend="CharOverride-1">. Allo stesso modo, nel corso del 1498 verrà avviata da re Federico una rinumerazione generale dei fuochi di ebrei presenti nel Regno che però non sarebbe stata portata a termine. Inoltre, anche nelle località in cui si era giunti ad un ricalcolo dei fuochi vi è una evidente difficoltà da parte del potere regio di fare applicare i nuovi cedolari ai commissari incaricati della riscossione dei pagamenti.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-2"><ref target="OP10149_xml_10_81-98.html#footnote-014-backlink">53</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	ASNa</hi><hi rend="italic">, Sommaria,</hi><hi rend="CharOverride-1"> Partium, 52 I, ff. 119</hi><hi rend="italic">v</hi><hi rend="CharOverride-1">-120</hi><hi rend="italic">v</hi><hi rend="CharOverride-1">. Nel corso della rinumerazione dei fuochi effettuata nel 1498 vengono registrati solo 41 fuochi con un calo di 76 fuochi rispetto alla numerazione del 1489. Dei fuochi che mancano 16 risultano estinti, 10 trasferiti in altre località del regno mentre 50 fuochi sono </hi><hi rend="italic">extra regnum</hi><hi rend="CharOverride-1">.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-2"><ref target="OP10149_xml_10_81-98.html#footnote-013-backlink">54</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	ASNa, </hi><hi rend="italic">Sommaria</hi><hi rend="CharOverride-1">, Partium, 52 II, f. 54</hi><hi rend="italic">rv</hi><hi rend="CharOverride-1">.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-2"><ref target="OP10149_xml_10_81-98.html#footnote-012-backlink">55</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	ASNa, </hi><hi rend="italic">Sommaria,</hi><hi rend="CharOverride-1"> Partium</hi><hi rend="italic">,</hi><hi rend="CharOverride-1"> 54, ff. 102</hi><hi rend="italic">r</hi><hi rend="CharOverride-1">-103</hi><hi rend="italic">r</hi><hi rend="CharOverride-1">.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-2"><ref target="OP10149_xml_10_81-98.html#footnote-011-backlink">56</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	ASNa, </hi><hi rend="italic">Sommaria</hi><hi rend="CharOverride-1">, Partium</hi><hi rend="italic">,</hi><hi rend="CharOverride-1"> 54, ff. 150</hi><hi rend="italic">v</hi><hi rend="CharOverride-1">-151</hi><hi rend="italic">r</hi><hi rend="CharOverride-1">.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-2"><ref target="OP10149_xml_10_81-98.html#footnote-010-backlink">57</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	ASNa, </hi><hi rend="italic">Sommaria, </hi><hi rend="CharOverride-1">Partium</hi><hi rend="italic">,</hi><hi rend="CharOverride-1"> 77, ff. 43</hi><hi rend="italic">v</hi><hi rend="CharOverride-1">-44</hi><hi rend="italic">v</hi><hi rend="CharOverride-1">.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-2"><ref target="OP10149_xml_10_81-98.html#footnote-009-backlink">58</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	ASNa, </hi><hi rend="italic">Sommaria, </hi><hi rend="CharOverride-1">Partium, 88, f. 243</hi><hi rend="italic">r</hi><hi rend="CharOverride-1">. Il documento datato 28 marzo 1514 attesta il regolare svolgimento annuale delle numerazioni dei fuochi straordinari il cui onere è completamente a carico della corona. Nel caso dell’università di Ortona, invece, in occasione della numerazione annuale dei fuochi straordinari residenti vengono erroneamente inseriti anche i 19 fuochi di slavi e albanesi che in passato erano stati aggregati ai fuochi ordinari. La Sommaria, in seguito a verifica dei cedolari precedenti, ordina che i fuochi vengano reintegrati nella tassazione ordinaria e che continuino a corrispondere i pagamenti fiscali con il resto dei cittadini dell’università (ASNa, </hi><hi rend="italic">Sommaria, </hi><hi rend="CharOverride-1">Partium, 102, ff. 238</hi><hi rend="italic">v</hi><hi rend="CharOverride-1">-239r).</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-2"><ref target="OP10149_xml_10_81-98.html#footnote-008-backlink">59</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	Società Napoletana di Storia Patria, ms. XXXIII A.4, cc. 155</hi><hi rend="italic">v</hi><hi rend="CharOverride-1">-156</hi><hi rend="italic">v</hi><hi rend="CharOverride-1">. Nel documento viene ordinato che i levantini «non ordinarii habitatores» dei luoghi nel cui distretto possiedono beni accatastati «ponuntur pro focularibus ordinariis» nelle numerazioni di quei luoghi.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-2"><ref target="OP10149_xml_10_81-98.html#footnote-007-backlink">-1</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	ASNa, </hi><hi rend="italic">Sommaria, </hi><hi rend="CharOverride-1">Partium, 105, f. 30</hi><hi rend="italic">rv</hi><hi rend="CharOverride-1">. Il 28 giugno 1520 la Sommaria ordina che gli 8 fuochi di slavi trasferiti a Manfredonia non siano inclusi all’interno della tassazione ordinaria ma che vengano considerati al pari degli altri fuochi straordinari e questo perché essi risultano «fuochi adventitii et nuovamamente venuti».</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-2"><ref target="OP10149_xml_10_81-98.html#footnote-006-backlink">-1</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	ASNa, </hi><hi rend="italic">Sommaria, </hi><hi rend="CharOverride-1">Partium, 108, ff. 239</hi><hi rend="italic">v</hi><hi rend="CharOverride-1">-240</hi><hi rend="italic">r</hi><hi rend="CharOverride-1">. Il caso messo in luce dal documento mostra per l’università di Biccari due elementi di criticità, strettamente correlati, relativi alla presenza slava: da un lato mancano le numerazioni annuali dei fuochi straordinari che nel corso degli anni hanno subito una diminuzione a causa di decessi e partenze dall’altro, invece, viene avanzata l’ipotesi che siano stati messi in atto tentativi di frode rispetto al reale numero di fuochi slavi presenti nell’università. Questa eventualità, sebbene sottorappresentata all’interno della documentazione, non può essere considerata un caso isolato dal momento che, come è mostrato nel documento relativo alle istruzioni per la rilevazione dei fuochi straordinari del 1542, darsi alla macchia era un espediente frequentemente utilizzato per sottrarsi alle rilevazioni fiscali.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-2"><ref target="OP10149_xml_10_81-98.html#footnote-005-backlink">-1</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	ASNa, </hi><hi rend="italic">Sommaria</hi><hi rend="CharOverride-1">, Partium, 101, f. 167</hi><hi rend="italic">rv</hi><hi rend="CharOverride-1">.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-2"><ref target="OP10149_xml_10_81-98.html#footnote-004-backlink">-1</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	</hi><hi rend="CharOverride-4">R. Bisignani</hi><hi rend="CharOverride-1">, </hi><hi rend="italic">Capitolazioni degli Albanesi di Acquaformosa col monastero di S. Maria</hi><hi rend="CharOverride-1">, «Studi meridionali», XIV (1982), pp. 149-157.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-2"><ref target="OP10149_xml_10_81-98.html#footnote-003-backlink">-1</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	Dalla documentazione analizzata risulta difficile stabilire se, da parte dei regnicoli, vi sia solo una percezione di pericolosità nei confronti di slavi, albanesi e greci dettata dal pregiudizio o se vi sia una reale e soprattutto diffusa tendenza a delinquere da parte di questi.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-2"><ref target="OP10149_xml_10_81-98.html#footnote-002-backlink">-1</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	V</hi><hi rend="CharOverride-4">allone</hi><hi rend="CharOverride-1">, </hi><hi rend="italic">Aspetti giuridici e sociali nell’età aragonese</hi><hi rend="CharOverride-1">, pp. 49-50 e nt. 43. Il testo integrale dell’istanza è in </hi><hi rend="italic">Privilegi et capitoli</hi><hi rend="CharOverride-1">, c. 59</hi><hi rend="italic">v</hi><hi rend="CharOverride-1">, al capit. XX.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-2"><ref target="OP10149_xml_10_81-98.html#footnote-001-backlink">-1</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	La richiesta del 1507 è ribadita il 12 dicembre del 1508 e ripresa in una petizione della città di Cosenza, accolta il 25 gennaio 1509 da Ugo de Moncada, affinché gli slavi e gli albanesi vengano costretti ad «habitare dentro le terre murate». Anche nel 1536 si ripresenta questa eventualità per i greci e gli albanesi abitanti nei casali aperti del distretto di Venosa per evitare che «ogni dì si commectano furti, et rapine homicidi et altri enormi delicti». Un ennesimo provvedimento, maggiormente restrittivo, emanato il 20 luglio1564, ordina ai governatori provinciali di provvedere a che «nissuno albanese possa andare a cavallo con selle, briglie, sproni e staffe, né che tengano né che portino nissuna sorte di arme sotto pena di cinque anni di galera». Si veda </hi><hi rend="CharOverride-4">Vallone</hi><hi rend="CharOverride-1">, </hi><hi rend="italic">Essere cittadini. Albanesi e levantini in Italia</hi><hi rend="CharOverride-1">, p. 107.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-2"><ref target="OP10149_xml_10_81-98.html#footnote-000-backlink">-1</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	</hi><hi rend="CharOverride-4">G. Marafioti</hi><hi rend="CharOverride-1">, </hi><hi rend="italic">Croniche et antichità di Calabria</hi><hi rend="CharOverride-1">, Padova, appresso Lorenzo Pasquati ad instanza degl’Uniti, 1601 (rist. anast. Bologna 1981), p. 273.</hi></p></item>
				</list><p rend="editorial_metadata_author">Gabriella Tricarico, University of Teramo, Italy, <ref target="https://www.fupress.com">pupineri@libero.it</ref>, <ref target="https://www.fupress.com">0000-0001-7617-0848</ref></p><p rend="editorial_metadata_polices">Referee List (DOI 1<ref target="https://doi.org/10.36253/fup_referee_list">0.36253/fup_referee_list</ref>)</p><p rend="editorial_metadata_polices">FUP Best Practice in Scholarly Publishing (DOI <ref target="https://doi.org/10.36253/fup_best_practice">10.36253/fup_best_practice</ref>)</p><p rend="editorial_metadata_book">Gabriella Tricarico, <hi rend="italic">Slavi, albanesi e greci nel regno meridionale nella seconda metà del XV secolo</hi>, © Author(s), <ref target="https://www.fupress.com">CC BY 4.0</ref>, DOI <ref target="https://www.fupress.com">10.36253/979-12-215-0426-2.08</ref>, in Gian Maria Varanini, Andrea Zorzi (edited by), <hi rend="CharOverride-5">Migrazioni, forme di inte(g)razione, cittadinanze nell’Italia del tardo medioevo. Atti del XVII Convegno di studi San Miniato 21-23 ottobre 2021</hi>, pp. -19, 2024, published by Firenze University Press, ISBN 979-12-215-0426-2, DOI <ref target="https://www.fupress.com">10.36253/979-12-215-0426-2</ref></p></div></div>
      
      <div>
        <listBibl>
          <head>References</head>
          <bibl n="157296">Anselmi, S. (a cura di), Italia felix. Migrazioni slave e albanesi in Occidente. Romagna, Marche, Abruzzi. Secoli XV-XVI, Urbino 1988.</bibl>
          <bibl n="156840">Bartl, P., Fasi e modi dell’immigrazione Albanese in Italia. Atti del II Congresso internazionale sulle relazioni fra le due sponde adriatiche (I rapporti demografici e popolativi), (3-5 ottobre 1978), &amp;#171;Rivista storica del Mezzogiorno&amp;#187;, XV-XVI (1980-1981), p. 206.</bibl>
          <bibl n="157304">Bisignani, R., Capitolazioni degli Albanesi di Acquaformosa col monastero di S. Maria, &amp;#171;Studi meridionali&amp;#187;, XIV (1982), pp. 149-157.</bibl>
          <bibl n="157569">Braudel, F., Civilt&amp;#224; e imperi del Mediterraneo nell’et&amp;#224; di Filippo II, Torino 1976.</bibl>
          <bibl n="156944">Bulgarelli Lukacs, A., Economia rurale e popolamento del territorio nell’Abruzzo tra ‘500 e ‘600, in Abruzzo e Molise. Ambienti e civilt&amp;#224; nella storia del territorio, a cura di M. Costantini e C. Felice, &amp;#171;Cheiron&amp;#187;, X (1993), p. 154.</bibl>
          <bibl n="157199">Chirizzi, G.G., Albanesi e Corfioti immigrati a Lecce nei secoli XV-XVII, &amp;#171;Annuario 1995-1996 del Liceo-Ginnasio Statale “G. Palmieri”&amp;#187;, 1996, pp. 171-199.</bibl>
          <bibl n="157552">Colafemmina, C., Slavi e albanesi in Puglia nel XV e XV secolo, Cassano delle Murge 2013.</bibl>
          <bibl n="157321">Fine, J.V.A., The late medieval Balkans. A critical survey from the late twelfth century to the Ottoman conquest, Michigan 1987.</bibl>
          <bibl n="157020">Galantini, S., Sviluppo e diffusione delle “pinciaie” teramane. La presenza di popolazioni alloglotte nel territorio della provincia come fattore incentivante, &amp;#171;Rivista abruzzese&amp;#187;, XLIII (1990), p. 206.</bibl>
          <bibl n="156989">Genesin, M., Alla ricerca della diaspora (?) perduta: tracce della presenza albanese nell’Italia settentrionale, in Memoria e diaspora. Atti delle Giornate di incontri (Lecce, 15-19 aprile), Lecce 2004, pp. 73-85.</bibl>
          <bibl n="157324">Gestrin, F., La migrazione degli slavi in Italia nella storiografia iugoslava, &amp;#171;Quaderni storici&amp;#187;, XIV (1979), n. 40, pp. 7-30.</bibl>
          <bibl n="157573">Giunta, F., Non solo Medioevo. Dal mondo antico al contemporaneo, I, Palermo 1991.</bibl>
          <bibl n="157502">Historia de vita et gestis Scanderbegi, Epirotarum principis, Bernardino De Vitali, Roma 1508-10.</bibl>
          <bibl n="157537">Ivetic, E., Adriatico orientale. Atlante storico di un litorale mediterraneo, Rovigno 2014.</bibl>
          <bibl n="157417">Ivetic, E., L’Adriatico come spazio transnazionale, &amp;#171;Mediterranea. Ricerche storiche&amp;#187;, XII (2015), pp. 383-398.</bibl>
          <bibl n="157570">Mandal&amp;#224;, M., Mundus vult decipi. I miti della storiografia arb&amp;#235;reshe, Palermo 2007.</bibl>
          <bibl n="157263">Marafioti, G., Croniche et antichit&amp;#224; di Calabria, Padova, appresso Lorenzo Pasquati ad instanza degl’Uniti, 1601 (rist. anast. Bologna 1981).</bibl>
          <bibl n="157178">Mastroberti, F., Le colonie Albanesi nel Regno di Napoli tra storia e storiografia, &amp;#171;Annali della facolt&amp;#224; di giurisprudenza di Taranto&amp;#187;, I (2008), 8, pp. 241-251.</bibl>
          <bibl n="157312">Mazziotti, I., Immigrazioni albanese in Calabria nel XV secolo e la colonia di San Domenico Corone (1471-1815), Castrovillari 2002.</bibl>
          <bibl n="157509">Morelli, T., Cenni storici sulla venuta degli Albanesi nel Regno delle due Sicilie, Napoli 1842.</bibl>
          <bibl n="157517">Nadin, L., Migrazioni e integrazione. Il caso degli albanesi a Venezia (1479-1552), Roma 2008.</bibl>
          <bibl n="157164">Petta, P., L’esodo dei Coronei. Una pagina della storia degli Italo-Albanesi, &amp;#171;Incontri meridionali. Rivista quadrimestrale di storia e cultura&amp;#187;, I (1996), 3, p. 53.</bibl>
          <bibl n="156830">Rodot&amp;#224;, P., Dell’origine, progresso e stato presente del rito greco in Italia osservato dai greci, monaci basiliani e Albanesi, libri tre scritti da Pietro Pompilio Rodot&amp;#224; professore di lingua greca nella biblioteca vaticana, Giovanni Generoso Salomon, Roma 1758-1763.</bibl>
          <bibl n="156901">Roggero, F., La colonizzazione di Bozza e Badessa negli atti demaniali della provincia di Teramo, a cura di F. Rimolo, in Immigrazione e integrazione. Dalla prospettiva globale alle realt&amp;#224; locali, a cura di F. Rimoli, Napoli 2014, pp. 531-570.</bibl>
          <bibl n="157641">Schir&amp;#242;, G., Gli Albanesi e la questione balcanica, Roma 1904.</bibl>
          <bibl n="156876">Senatore, F., Forme testuali del potere nel regno di Napoli. I modelli documentari, le suppliche, in Istituzioni, scritture, contabilit&amp;#224;. Il caso molisano nell’Italia medievale, a cura di I. Lazzarini, A. Miranda e F. Senatore, Roma 2017, pp. 113-145.</bibl>
          <bibl n="157196">Sensi, M., Fraternite di slavi nelle Marche: il secolo XV, &amp;#171;Atti e memorie della Deputazione di storia patria per le Marche&amp;#187;, vol. LXXXII (1987), pp. 53-84.</bibl>
          <bibl n="157021">Slavi nelle Marche tra piet&amp;#224; e devozione, in Stranieri e forestieri nella Marca dei secoli XIV-XVI. Atti del XXX Convegno di studi maceratesi (Macerata, 19-20 novembre 1994), Macerata 1996, pp. 481-506.</bibl>
          <bibl n="157610">Stoianovich, T., Balkan worlds. The first and last Europe, New York 1994.</bibl>
          <bibl n="157510">Stoianovich, T., Between East and West. The Balkan and Mediterranean worlds, New York 1992-1995.</bibl>
          <bibl n="157462">Tagliente, E., Le comunit&amp;#224; cristiane albanesi nel tarentino dal Concilio di Trento al 1622, Taranto 1982.</bibl>
          <bibl n="157305">Vallerani, M., La supplica al signore e il potere della misericordia. Bologna 1337-1347, &amp;#171;Quaderni storici&amp;#187;, 44 (2009), pp. 411-443.</bibl>
          <bibl n="156918">Vallone, G., Aspetti giuridici e sociali nell’et&amp;#224; aragonese: i Castriota in terra d’Otranto, in Momenti e figure di storia pugliese. Studi in memoria di Michele Viterbo (Peucezio), a cura di M. Lanera e M. Paone, Galatina 1981, pp. 48-54.</bibl>
          <bibl n="157476">Vallone, G., Essere cittadini. Albanesi e levantini in Italia, &amp;#171;Studia Albanica&amp;#187;, LV (2018), 2, p. 97.</bibl>
          <bibl n="157518">Vallone, G., Feudi e citt&amp;#224;. Studi di storia giuridica e istituzionale pugliese, Galatina 1993.</bibl>
          <bibl n="157484">Zangari, D., Le colonie italo-albanesi di Calabria. Storia e demografia: secoli XV-XIX, Casella 1941.</bibl>
        </listBibl>
      </div>
    </body>
  </text>
</TEI>