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        <title type="main" level="a">La mobilità del clero secolare nel tardo medioevo</title>
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            <forename>Emanuele</forename>
            <surname>Curzel</surname>
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          <resp>This is a section of <title>Migrazioni, forme di inte(g)razione, cittadinanze nell’Italia del tardo medioevo</title>(DOI: <idno type="DOI">10.36253/979-12-215-0426-2</idno>) by </resp>
          <name>Gian Maria Varanini, Andrea Zorzi</name>
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        <publisher>Firenze University Press</publisher>
        <pubPlace>Florence</pubPlace>
        <date when="2024">2024</date>
        <idno type="DOI">https://doi.org/10.36253/979-12-215-0426-2.09</idno>
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          <p>Available for academic research purposes</p>
          <p>Open Access</p>
          <p>Copyright Author(s)</p>
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        <p>The author analyzes the mobility of the secular clergy by focusing the analysis on the Alpine area with comparisons with other Italian areas such as the Apennine ones. In addition to a survey of the bishops, officials and canons, the author addresses with originality the non-homogeneous mobility of the lower clergy involved in liturgical celebrations (mansionari, parish priests, vicars, chaplains) of which the different reasons that caused it are provided.</p>
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            <item>Clergy</item>
            <item>Mobility</item>
            <item>Italian Alps</item>
            <item>Italy</item>
            <item>Late Middle Ages.</item>
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      <p>It is available online at https://doi.org/10.36253/979-12-215-0426-2.09<ref target="https://doi.org/10.36253/979-12-215-0426-2.09" /></p>
      
      <div><head>La mobilità del clero secolare nel tardo medioevo</head><p rend="h1_author" ><hi rend="CharOverride-1">Emanuele Curzel</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Il tema chiede di misurarsi con istituzioni, contesti culturali, livelli sociali molto differenziati; a ogni livello potevano corrispondere </hi><hi rend="CharOverride-1">specifiche logiche di spostamento dai luoghi di origine e peculiari possibilità di radicamento. Cercherò di tratteggiare un percorso che va dalla dignità vescovile ai pi</hi><hi rend="CharOverride-1">ù umili ‘mercenari del sacro’ chiamati semplicemente a reiterare il rito nelle comunità periferiche. Scendendo la scala gerarchica – come vedremo – si passa da orizzonti nei qual</hi><hi rend="CharOverride-1">i le cause del fenomeno sono piuttosto evidenti a scenari che invece sono caratterizzati da maggiore complessità e oscurità.</hi></p><div><head><hi>1. I vescovi</hi></head><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">I percorsi biografici dei vescovi sono sempre stati oggetto di attenzione; la memoria dei loro nomi è stata gelosamente custodita ben prima che gli eruditi settecenteschi </hi><hi rend="CharOverride-1">pubblicassero i risultati delle loro ricerche. Negli ultimi decenni le storie delle diocesi, delle città e delle regioni hanno guardato con attenzione al dettaglio delle singole situazioni; appuntamenti congressuali e saggi di sintesi hanno dato efficaci chiavi interpretative</hi><hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi><ref target="OP10149_xml_11_99-117.html#footnote-087">1</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">. Le oltre trecento sedi diocesane della Penisola e le parecchie </hi><hi rend="CharOverride-1">migliaia di vescovi che le ressero non hanno goduto tutti della stessa attenzione, ma lo stato delle fonti e la quantità degli studi sono tali da poter dire che sui vescovi del tardo medioevo si sa davvero molto. È infatti possibile </hi><hi rend="CharOverride-1">conoscere non solo i nomi, ma anche le circostanze dell’elezione o della nomina, i motivi che spinsero i soggetti coinvolti (capitolo cattedrale, papa, monarca o signore territoriale) a compiere o favorire tale scelta, le reazioni che la designazione suscitò, l’origine sociale e la formazione culturale dell’eletto o del nominato, l’ammontare delle rendite che corrispondevano all’incarico, il fatto che egli si sia o non si sia sollecitamente recato nella sede cui era stato designato, gli ostacoli al suo insediamento, le modalit</hi><hi rend="CharOverride-1">à del suo ingresso o i luoghi del suo esilio (volontario o coatto), i nomi dei collaboratori che lo accompagnarono e di cui si servì. </hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">É possibile, ad esempio, avere notizie sulla lunga serie dei vescovi di Pavia </hi><hi rend="CharOverride-1">che tra il 1328 e il 1505 venivano da un’area che andava da Tortona a Verona, da Como a Pescia</hi><hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi><ref target="OP10149_xml_11_99-117.html#footnote-086">2</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">, o sui prelati di origine patrizia che furono posti dalla Serenissima sulle cattedre della Terraferma soggetta al dominio veneziano</hi><hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi><ref target="OP10149_xml_11_99-117.html#footnote-085">3</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">. Ne consegue che sarebbe teoricamente possibile elaborare anche dati quantitativi circa la mobilità </hi><hi rend="CharOverride-1">di coloro che ricoprivano la carica vescovile: Cosimo Damiano Fonseca è giunto a concludere che nel XIV secolo i vescovi provenienti da diocesi diverse da quelle di cui furono titolari erano 700 su 1200</hi><hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi><ref target="OP10149_xml_11_99-117.html#footnote-084">4</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">.</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">I vescovi tardomedievali, dunque, spesso operavano in luoghi diversi da quelli in cui erano nati, si erano formati</hi><hi rend="CharOverride-1"> e avevano costruito reti di relazioni. Uno stato di cose che nasce nel corso del XIII secolo, quando la sempre più generalizzata applicazione della </hi><hi rend="italic">plenitudo potestatis</hi><hi rend="CharOverride-1"> papale prima condizionò e poi rese impossibile l’</hi><hi rend="italic">electio canonica</hi><hi rend="CharOverride-1">, che prima portava generalmente alla scelta di persone che avevano già, al momento dell’elezione, un ruolo di rilievo nella Chiesa locale. Gli interventi dei pontefici erano funzionali a politiche </hi><hi rend="CharOverride-1">di ampio respiro, volte spesso alla difesa a oltranza della </hi><hi rend="italic">libertas ecclesiae</hi><hi rend="CharOverride-1">: per questo prima favorirono e poi imposero l’ascesa a</hi><hi rend="CharOverride-1">lle cattedre di persone politicamente fedeli e affidabili, anche se estranee al contesto locale. L’identificazione istituzionale e simbolica tra la </hi><hi rend="CharOverride-1">città e il vescovo venne così messa in discussione, talvolta fu travolta dalle lotte di fazione e poi divenne quasi inconsistente</hi><hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi><ref target="OP10149_xml_11_99-117.html#footnote-083">5</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">. </hi><hi rend="CharOverride-1">Il punto di arrivo di questa fase si trova dopo la metà del XVI secolo, quando le forze della riforma cattolica, pur senza modificare nella sostanza i meccanismi di selezione dell’episcopato, vollero ribadire le responsabilità dei vescovi in ordine alla cura d’anime: </hi><hi rend="CharOverride-1">ciò rese meno plausibile il governo da parte di presuli cui non fosse noto il contesto in cui si trovavano ad operare; l’esito fu quello di un riavvicinamento tra luoghi di origine e sedi di svolgimento del ministero.</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">In tutto il periodo considerato il papato sembra rimane</hi><hi rend="CharOverride-1">re il soggetto principale e anzi quello legittimante. Ma fin dalla seconda metà del XIII secolo le scelte papali, proprio in ossequio a quelle logiche politiche di ampio respiro cui si faceva riferimento, </hi><hi rend="CharOverride-1">tennero conto costantemente della volontà degli attori politici locali e sovralocali. I desideri di questi ultimi potevano in alcuni casi venire assecondati; la nomina di un certo vescovo </hi><hi rend="CharOverride-1">poteva essere la moneta di scambio che, all’interno di complesse logiche politiche e diplomatiche, serviva a favorire la permanenza o il passaggio di una città o di un </hi><hi rend="italic">dominatus</hi><hi rend="CharOverride-1"> nel campo degli alleati papali. In tal caso era </hi><hi rend="CharOverride-1">possibile che a capo di una diocesi potesse andare un esponente dell’</hi><hi rend="italic">élite</hi><hi rend="CharOverride-1"> locale (e talvolta proprio della famiglia signorile). In altri casi si poteva invece fare della cattedra vescovile una spina nel fianco di un’entità considerata politicamente nemica, anche a costo di lasciare per decenni una città riottosa al volere papale priva di un vescovo residente. In altri casi ancora il pontefice si sentiva libero di assegnare una quota delle risorse </hi><hi rend="CharOverride-1">di una Chiesa locale a un suo collaboratore o al cliente di un cardinale, prescindendo dalle necessità pastorali (o contando sul fatto che queste sarebbero state </hi><hi rend="CharOverride-1">soddisfatte per via di vicari e delegati); un governo cittadino o regionale poteva allora contrastare la volontà papale presentando le proprie istanze come una difesa dei tradizionali diritti capitolari</hi><hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi><ref target="OP10149_xml_11_99-117.html#footnote-082">6</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">. </hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Tra gli ultimi decenni del Trecento e la metà del Quattrocento l</hi><hi rend="CharOverride-1">e nomine vescovili furono condizionate dalla volontà dei poteri laici, ancor più di quanto era avvenuto in precedenza; divennero meno frequenti le designazioni deriva</hi><hi rend="CharOverride-1">nti dalle logiche sovraregionali e sovranazionali del papato. La mobilità, però, non cessò, anche se si vide una diminuzione del raggio degli spostamenti. A venire favoriti </hi><hi rend="CharOverride-1">furono infatti quelli di livello regionale, per il fatto che le cattedre delle ormai molte città dominate venivano occupate sistematicamente da esponenti di famiglie delle poche città dominanti. Si </hi><hi rend="CharOverride-1">è già citato in precedenza l’esempio veneziano: le scelte della Serenissima non furono però innovative, dato che già nel XIV secolo avevano operato nello stesso modo sia gli Scaligeri di Verona sia i Visconti di Milano</hi><hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi><ref target="OP10149_xml_11_99-117.html#footnote-081">7</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">. Firenze imponeva la sua aristocrazia ad Arezzo, Cortona, Pisa, Pistoia, Volterra, prestando attenzione a far sì che tali presenze non fossero percepite come ostili ma facessero parte di una ‘politica del consenso’; </hi><hi rend="CharOverride-1">dalla fine del XIII secolo al 1444 il governo della Repubblica non volle però che i propri concittadini occupassero la principale cattedra dello Stato, per evitare squilibri o concentrazioni di potere</hi><hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi><ref target="OP10149_xml_11_99-117.html#footnote-080">8</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">. Gli Angioni condizionavano le scelte riguardanti le dioce</hi><hi rend="CharOverride-1">si del Sud (anche favorendo l’afflusso di prelati francesi)</hi><hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi><ref target="OP10149_xml_11_99-117.html#footnote-079">9</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1"> e molti campani occuparono le sedi pugliesi: erano esponenti delle «stesse famiglie che fornivano alla monarchia i membri dell’apparato burocratico e militare»</hi><hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi><ref target="OP10149_xml_11_99-117.html#footnote-078">10</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">.</hi><hi rend="CharOverride-1"> Tutto ciò non impediva che talvolta divenissero vescovi persone dotate di una sensibilità che in senso lato si potrebbe definire riformatrice, specie </hi><hi rend="CharOverride-1">in una stagione – quella conciliarista – che esaltava ruolo e responsabilità vescovili</hi><hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi><ref target="OP10149_xml_11_99-117.html#footnote-077">11</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">.</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Se si guarda all’intera cristianità occidentale, il secondo Qu</hi><hi rend="CharOverride-1">attrocento è l’epoca del consolidamento del potere regio o principesco sulle chiese nazionali. L’Italia era invece condizionata dalla presenza dello Stato della Chiesa e i papi-re sembravano nuovamente capaci di condizionare </hi><hi rend="CharOverride-1">efficacemente le nomine vescovili. L’esito, a guardare i dati grezzi, sembra quello di un nuovo aumento della mobilità, per lo meno nelle aree dove non vi erano i poteri politici più forti (si è già citato il caso veneziano). S</hi><hi rend="CharOverride-1">i trattava però, più di quanto fosse avvenuto in precedenza, di una mobilità solo apparente, in quanto i vescovi nominati da Roma erano sovente cardinali di C</hi><hi rend="CharOverride-1">uria che cumulavano cariche e benefici a prescindere da qualunque residenza in sede; ed erano spesso espressione di famiglie principesche, per cui fungevano da intermediari tra gli interessi delle grandi compagini signorili e la Curia romana</hi><hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi><ref target="OP10149_xml_11_99-117.html#footnote-076">12</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">. Per fare qualche </hi><hi rend="CharOverride-1">esempio, il cardinale Ascanio Sforza (1455-1505) – fratello di Ludovico il Moro – ottenne le diocesi di Pavia, Novara e Cremona</hi><hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi><ref target="OP10149_xml_11_99-117.html#footnote-075">13</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">; le carriere del parmense Giovanni Arcimboldi come vescovo prima di Novara (1468-1484) e poi di Milano (1485-1488)</hi><hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi><ref target="OP10149_xml_11_99-117.html#footnote-074">14</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1"> </hi><hi rend="CharOverride-1">e di Sacramoro da Rimini come vescovo di Parma (1476-1482)</hi><hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi><ref target="OP10149_xml_11_99-117.html#footnote-073">15</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1"> si inserivano in un calcolo tutto politico, dato che si trattava principalmente di coloro che rappresentavano gli Sforza presso la Curia. Anche nelle diocesi della Romagna </hi><hi rend="CharOverride-1">è stato notato il passaggio da un primo Quattrocento nel quale le sedi vescovili erano appannaggio di famiglie signorili locali a una fase successiva nella quale si nota l’esistenza di dinastie vescovili di più alto lignaggio</hi><hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi><ref target="OP10149_xml_11_99-117.html#footnote-072">16</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">. La </hi><hi rend="italic">resignatio in favorem</hi><hi rend="CharOverride-1"> e la </hi><hi rend="italic">resignatio ex causa permutationis</hi><hi rend="CharOverride-1"> permettevano infatti anche la permanenza della carica all’interno della stessa famiglia</hi><hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi><ref target="OP10149_xml_11_99-117.html#footnote-071">17</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">. Quel che avvenne in seguito, durante e dopo il concilio tridentino, va dunque visto anche come una reazione a una situazione nella quale gli episcopati erano ridotti a semplici rendite; la questione delle risorse che le Chiese locali (o i singoli cristiani) erano costretti o indotti a inviare a Roma non fu estranea, come è noto, alla polemica luterana e protestante.</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Ci si potrebbe chiedere se quanto detto corrisponda </hi><hi rend="CharOverride-1">a una linea di tendenza comune a tutta la Penisola o se si debbano fare delle distinzioni tra il centro-nord di tradizione cittadina e il sud di tradizione monarchica. L’impressione è che da questo punto di vista le differenze non siano state notevoli, in quanto ciò che poteva </hi><hi rend="CharOverride-1">sostenere l’identificazione tra città e vescovi erano quasi dappertutto solo un ricordo sbiadito: nel XIV e nel XV secolo i meccanismi sopra ricordati si realizzarono comunque in forme simili, e si potrebbe parlare semmai di un allineamento del Centro e del Nord della Penisola a logiche che nel Meridione </hi><hi rend="CharOverride-1">erano emerse in precedenza</hi><hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi><ref target="OP10149_xml_11_99-117.html#footnote-070">18</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">. Ma a questa mobilità corrispondeva un reale spostamento di residenza e, almeno in qualche caso, un radicamento nella realtà di arrivo</hi><hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi><ref target="OP10149_xml_11_99-117.html#footnote-069">19</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">? </hi><hi rend="CharOverride-1">Come si è già detto, la nomina di un vescovo originario da una città o da un territorio lontano non comportava lo spostamento fisico dell’interessato: per necessità o </hi><hi rend="CharOverride-1">per scelta i vescovi non si recavano nella propria sede, o vi si recavano il meno possibile, e qualunque ragionamento quantitativo sul tema dovrebbe tenerne conto, per evitare grossolani fraintendimenti. Come si è già accennato, molti dei forestieri che sedettero sulle cattedre vescovili tardomedievali ebbero con tali cattedre prima di tutto un rapporto di sfruttamento economico. Anche nei casi in cui i vescovi scelsero invece di fare residenza (si </hi><hi rend="CharOverride-1">è accennato in particolare alla fase di primo Quattrocento), l’impossibilità di avere una discendenza diretta (legittima) può aver portato tale radicamento a svanire con la morte (o il trasferimento) dell’interessato. L</hi><hi rend="CharOverride-1">a domanda andrebbe però posta anche in altro modo, perché un vescovo forestiero poteva favorire anche l’importazione di culti e devozioni, poteva portare il suo gusto in campo artistico e letterario, poteva condizionare lo stile burocratico della curia</hi><hi rend="CharOverride-1"> di cui era in ultima analisi responsabile (e indirettamente anche le forme di produzione e sedimentazione della documentazione di cui oggi disponiamo).</hi></p></div><div><head><hi>2. I collaboratori</hi></head><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Il riferimento allo stile burocratico permette di passare al secondo livello di questa trattazione. Nella Chiesa tardomedievale, che </hi><hi rend="CharOverride-1">andava articolando e irrobustendo la propria struttura organizzativa, i vescovi avevano un fortissimo bisogno di ‘mediatori’, a maggior ragione se erano forestieri o rimanevano prevalentemente lontani dalle loro sedi. Sono stati</hi><hi rend="CharOverride-1"> notati e studiati – ad esempio – gli arrivi, nella cancelleria dei patriarchi di Aquileia, del personale che accompagnò dopo la metà del XIII secolo i vescovi provenienti prima dall’Italia centrale e poi dalla Lombardia; tali ingressi condizionarono e innovarono gli stili documentari</hi><hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi><ref target="OP10149_xml_11_99-117.html#footnote-068">20</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">. Un fenomeno simile è stato messo in luce in una </hi><hi rend="CharOverride-1">recente ricerca dedicata all’episcopato di Brescia, dove dal terzo al sesto decennio del Trecento la cancelleria dell’episcopato di una città dominata e guidata da vescovi nati a Milano, Modena, Bologna, Bergamo e Piacenza vide l’afflusso di notai da Como, Milano, Modena, Mantova, Cremona e Reggio</hi><hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi><ref target="OP10149_xml_11_99-117.html#footnote-067">21</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">; g</hi><hi rend="CharOverride-1">li ecclesiastici originari di Gubbio che furono vescovi a Treviso e a Lucca usavano portare con sé del personale specializzato</hi><hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi><ref target="OP10149_xml_11_99-117.html#footnote-066">22</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">; il milanese Lanfranco Salvetti, che divenne vescovo di Bergamo dal 1349 al 1381, si servì di vicari e collaboratori non locali</hi><hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi><ref target="OP10149_xml_11_99-117.html#footnote-065">23</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">.</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Per quanto in linea di principio il vicariato, la </hi><hi rend="italic">curia</hi><hi rend="CharOverride-1"> e la </hi><hi rend="italic">familia</hi><hi rend="CharOverride-1"> non fossero </hi><hi rend="CharOverride-1">la stessa cosa, attorno al presule esisteva una «galassia» dai contorni sfumati</hi><hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi><ref target="OP10149_xml_11_99-117.html#footnote-064">24</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">, composta sì da vicari e </hi><hi rend="CharOverride-1">da notai del tribunale vescovile, ma anche da </hi><hi rend="italic">officiales</hi><hi rend="CharOverride-1"> impegnati nell’amministrazione temporale e da personale di servizio laico ed ecclesiastico addetto alla persona del vescovo stesso (utile a dimostrare il suo status e a mantenere il suo tenore di vita)</hi><hi rend="CharOverride-1">. Ruoli, compiti e professionalità erano meno importanti dell’elemento che davvero accomunava queste persone, ossia l’essere individui nei quali i vescovi riponevano la loro fiducia e ai quali era affidato il compito di sostituir</hi><hi rend="CharOverride-1">e i loro patroni, rappresentarli e assisterli. </hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Si potrebbe pensare che vi fosse una corrispondenza tra il luogo di origine dei vescovi forestieri e quello da cui provenivano i loro collaboratori. </hi><hi rend="CharOverride-1">Ciò è vero in molti casi, ma i documenti svelano anche situazioni più articolate. Ildebrandino Conti di Valmontone fu vescovo di Padova (spesso non residente) tra 1319 e 1352: si circondò di un folto gruppo di vicari e collaboratori laici ed ecclesiastici, non infrequentemente premiati con la concessione di canonicati e benefici nella citt</hi><hi rend="CharOverride-1">à e nel contado. Alcuni di tali </hi><hi rend="italic">familiares</hi><hi rend="CharOverride-1"> provenivano dalla diocesi padovana, ma molti erano forestieri: sia conterranei del vescovo laziale, sia arruolati nel corso delle missioni diplomatiche che egli aveva compiuto in tutta Europa: venivano </hi><hi rend="CharOverride-1">infatti da Piacenza, da Milano, da Cremona; da Trento; da Capodistria; da Bologna; da Firenze, da Siena, da Todi; dall’</hi><hi rend="CharOverride-1">Abruzzo; e anche da Toul e da Emmerich (in diocesi di Utrecht)</hi><hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi><ref target="OP10149_xml_11_99-117.html#footnote-063">25</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">.</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Il pisano Lotto Gambacorta, che nel 1381 era stato nominato vescovo della sua città, nel 1392 fu costretto dall’evoluzione politica ad abbandonarla e nel 1394 divenne – con l’assenso della Serenissima – vescovo di Treviso, dove giunse accompagnato da un ampio gruppo di collaboratori pisani e toscani. Negli anni del suo episcopato, che durò fino al 1409, si servì </hi><hi rend="CharOverride-1">in rapida successione di una dozzina di vicari: di questi, tre erano trevigiani, uno ligure, uno modenese, cinque toscani e due abruzzesi. Anche il gruppo dei vescovi ausiliari di cui si servì era piuttosto articolato: ve ne erano non solo di trevigiani ma anche di Venezia, Forlì, Viterbo e Imola</hi><hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi><ref target="OP10149_xml_11_99-117.html#footnote-062">26</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">.</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">L’elenco intitolato </hi><hi rend="italic">Salaria famulorum episcopatus</hi><hi rend="CharOverride-1"> ci permette di conoscere i nomi dei </hi><hi rend="italic">famuli</hi><hi rend="CharOverride-1"> di Pietro Boiardi, un reggiano che, nel contesto della signoria degli Este, fu prima vescovo di Modena e poi di Ferrara dal 1401 al 1430</hi><hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi><ref target="OP10149_xml_11_99-117.html#footnote-061">27</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">. Tra i 22 nomi dell’elenco, solo tre sono gli ecclesiastici: un </hi><hi rend="CharOverride-1">vicario che veniva da Ravenna, un vescovo ausiliare originario di Catania e un </hi><hi rend="CharOverride-1">cappellano proveniente da Parma. Nell’elenco compaiono poi figure di livello molto diverso: dal </hi><hi rend="italic">factor episcopatus</hi><hi rend="CharOverride-1"> al cuoco, dal carrettiere alla lavandaia. Venivano non solo da Ferrara ma anche da Verona, da Mantova, da Faenza; cinque erano </hi><hi rend="italic">de Alemania</hi><hi rend="CharOverride-1"> (vale a dire da regioni di lingua tedesca); vi era poi un </hi><hi rend="italic">Georgius de Francia camerlengus</hi><hi rend="CharOverride-1"> e il cuoco era di Cipro.</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Sono noti i nomi dei </hi><hi rend="italic">familiares</hi><hi rend="CharOverride-1"> di Ludovico Barbo, che nel 1437 divenne vescovo di Treviso. </hi><hi rend="CharOverride-1">Come tale ebbe cappellani che venivano da Pavia, Cremona, Venezia, Gubbio e dalla Borgogna; gli funsero da segretari chierici di Alatri, Firenze e Spalato; tra i laici al suo servizio si citano persone provenienti ancora da Spalato, da Fasano in Puglia e dalla Germania (due da Colonia)</hi><hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi><ref target="OP10149_xml_11_99-117.html#footnote-060">28</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">. </hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Anche la ricostruzione delle carriere</hi><hi rend="CharOverride-1"> dei singoli fornisce esempi interessanti. Bongiovanni di Bonandrea era un notaio bolognese che negli anni Settanta del XIII secolo fu bandito dalla propria città per motivi politici; si recò allora </hi><hi rend="CharOverride-1">nella Verona di Alberto della Scala, dove collaborò con gli uffici dell’inquisizione. Altre vicende conflittuali lo costrinsero però ad abbandonare anche Verona: nei primi anni del Trecento lo troviamo a Trento, dove operando come </hi><hi rend="italic">scriba</hi><hi rend="CharOverride-1"> vescovile riorganizzò la curia (lavorò per </hi><hi rend="CharOverride-1">tre vescovi che non erano né trentini, né bolognesi, né veronesi: prima il mantovano Filippo Bonacolsi, quindi il veneziano Bartolomeo Querini – divenuto vescovo a Trento dopo esserlo stato a Novara –</hi><hi rend="CharOverride-1"> e infine l’alsaziano Enrico da Metz). Morì a Trento tra 1320 e 1321 da canonico della cattedrale, non senza aver prima inserito nel sistema beneficiale locale due dei suoi nipoti</hi><hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi><ref target="OP10149_xml_11_99-117.html#footnote-059">29</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">. </hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Se Bongiovanni pare un ‘fuoriuscit</hi><hi rend="CharOverride-1">o ecclesiastico’</hi><hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi><ref target="OP10149_xml_11_99-117.html#footnote-058">30</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">, altre biografie sembrano presupporre situazioni diverse. Per fare alcuni esempi: negli anni Trenta e Quaranta del Trecento, Francesco Mainenti fu prima docente nelle università di Bologna e Padova, poi chiamato ad essere </hi><hi rend="CharOverride-1">vicario vescovile a Vicenza, Verona e Trento</hi><hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi><ref target="OP10149_xml_11_99-117.html#footnote-057">31</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">. Nei decenni centrali del XV secolo Diotisalvi da Foligno – dopo aver operato come funzionario civile a Bologna e a Ferrara – divenne chierico e fu vicario vescovile prima a Ferrara e poi Padova; Antonio Moroni da Borgo San Sepolcro (Arezzo) fu vicario a Pistoia, Pisa, Arezzo e Siena</hi><hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi><ref target="OP10149_xml_11_99-117.html#footnote-056">32</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">; Antonio Ducci da Firenze, docente di diritto canonico a Padova, operò come vicario nelle diocesi di Trieste, Treviso, Vicenza e Padova</hi><hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi><ref target="OP10149_xml_11_99-117.html#footnote-055">33</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">. </hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Emergono due logiche diverse, che potevano dare esiti differenti dal punto di vista del radicamento. Da un lato, il vescovo ‘fuori sede’ </hi><hi rend="CharOverride-1">cercava fedeltà e affidabilità, per cui le persone che portava con sé – parenti e conterranei – erano selezionati per motivi che non erano principalmente connessi alle loro qualità professionali</hi><hi rend="CharOverride-1">; alla dipartita del presule, il motivo d’essere della loro presenza in una determinata sede poteva bruscamente cessare (anche se è probabile che chi aveva ottenuto benefici e canonicati, o chi aveva dovuto forzatamente allontanarsi dal luogo di origine</hi><hi rend="CharOverride-1">, abbia avuto l’interesse a radicarsi nella città di destinazione)</hi><hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi><ref target="OP10149_xml_11_99-117.html#footnote-054">34</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">. D’altro canto vi erano persone che erano chiamate a far parte di un </hi><hi rend="italic">entourage</hi><hi rend="CharOverride-1"> </hi><hi rend="CharOverride-1">vescovile in quanto dotate di una competenza acquisita in seguito a studi o esperienze professionali. Erano figure simili ai funzionari laici (podestà, vicari, notai) che a partire dal XIII secolo furono chiamati ad amministrare le città; potevano aver scelto di allontanarsi dalla loro patria con la prospettiva di sistemazioni pi</hi><hi rend="CharOverride-1">ù sicure, vantaggiose o prestigiose, e trovavano nella conoscenza del diritto l’abilità che permetteva loro una collocazione professionale e una possibilità di avanzamento nella scala sociale. La </hi><hi rend="CharOverride-1">loro stessa mobilità poteva garantire esperienza e promettere imparzialità; la carriera al servizio dei vescovi poteva alternarsi e intrecciarsi con quella al servizio dei signori laici (dello ‘Stato’</hi><hi rend="CharOverride-1">). </hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Avveniva così che un vescovo trovasse già in sede, al momento del suo ingresso, personale amministrativo forestiero che aveva operato sotto il suo predecessore, e che poteva essere confermato, garantendo così la continuit</hi><hi rend="CharOverride-1">à di governo della Chiesa locale</hi><hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi><ref target="OP10149_xml_11_99-117.html#footnote-053">35</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">. È probabile nel corso del tempo la linea di tendenza sia stata proprio quella che andava a privilegiare la preparazione rispetto alla vicinanza clientelare e parentale</hi><hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi><ref target="OP10149_xml_11_99-117.html#footnote-052">36</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">, anche se di tali continuit</hi><hi rend="CharOverride-1">à operative si sono trovate tracce già nella prima metà del Duecento</hi><hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi><ref target="OP10149_xml_11_99-117.html#footnote-051">37</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">. </hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Detto tutto questo, rimane comunque motivo di stupore la presenza, nelle </hi><hi rend="italic">familiae</hi><hi rend="CharOverride-1"> vescovili, di persone di provenienze tanto varie, i cui percorsi si dovranno leggere</hi><hi rend="CharOverride-1"> all’interno delle grandi correnti di mobilità tipiche del tardo medioevo.</hi></p></div><div><head><hi>3. I canonici</hi></head><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Nelle società cittadine, i canonici delle cattedrali mantennero una notevole importanza anche dopo che – nel corso del Duecento – </hi><hi rend="CharOverride-1">persero il diritto di eleggere i vescovi</hi><hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi><ref target="OP10149_xml_11_99-117.html#footnote-050">38</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">. La loro origine forestiera potrebbe dunque essere considerata improbabile. Nella pratica però </hi><hi rend="CharOverride-1">non è infrequente che almeno alcune prebende finissero, soprattutto nel XIV e nel XV secolo, a chierici provenienti da altri contesti geografici, estranei rispetto a quelle chiese di cui avrebbero dovuto garantire l’officiatura e le tradizioni (pur rimanendo il dubbio che ciò possa aver riguardato più </hi><hi rend="CharOverride-1">i capitoli dell’Italia settentrionale e della Toscana che le aree centro-meridionali e insulari della penisola)</hi><hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi><ref target="OP10149_xml_11_99-117.html#footnote-049">39</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">. </hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Un primo motore che poteva favorire la mobilità dei canonici è stato già esposto parlando dei vicari e degli </hi><hi rend="italic">officiales</hi><hi rend="CharOverride-1"> vescovili. Non sempre le fonti permettono di definire la successione cronologica e </hi><hi rend="CharOverride-1">dunque non sempre sappiamo se fosse stato un certo canonico a giungere a ruoli di governo diocesano o se invece il Capitolo fosse stato indotto ad assegnare una prebenda a un vicario vescovile, su pressione del presule stesso </hi><hi rend="CharOverride-1">(per fare qualche esempio: così avveniva spesso a Torino</hi><hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi><ref target="OP10149_xml_11_99-117.html#footnote-048">40</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">; i sopra citati Bongiovanni da Bologna e Antonio Ducci diventarono canonici di Trento e di Padova dopo aver lavorato per i rispettivi vescovi; due tra i pochi canonici lucchesi quattrocenteschi di origine non locale, provenienti da Novara e da Siena, erano per l’appunto vicari vescovili)</hi><hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi><ref target="OP10149_xml_11_99-117.html#footnote-047">41</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">. Quando vi </hi><hi rend="CharOverride-1">è coincidenza tra la provenienza del vescovo e quella di un canonico che operò nel suo periodo di governo, il motivo della presenza in Capitolo di un forestiero può essere considerato ragionevolmente certo </hi><hi rend="CharOverride-1">(si pensi al capitolo di Aquileia, nel Trecento colonizzato da chierici lombardi venuti al seguito dei patriarchi appartenenti alla famiglia milanese dei Della Torre)</hi><hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi><ref target="OP10149_xml_11_99-117.html#footnote-046">42</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">. È stato notato che tali inserimenti potevano «rompere equilibri economici e sociali interni alla diocesi, favorendo l’isolamento del vescovo e rendendone vieppiù subordinata la permanenza nella sede assegnata alle fortune del signore»</hi><hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi><ref target="OP10149_xml_11_99-117.html#footnote-045">43</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">.</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Ciò non basta però a spiegare la presenza di molti canonici forestieri. Una quota significativa della mobilità dipendeva dalle stesse spinte che determinavano la mobilità vescovile. A partire dal Duecento il pontefice, in quanto </hi><hi rend="italic">dominus beneficiorum</hi><hi rend="CharOverride-1">, </hi><hi rend="CharOverride-1">immise nei cori delle cattedrali un gran numero di chierici che facevano parte della burocrazia romana o che erano in qualche modo legati alla Curia e ai cardinali; ognuno di essi poteva accreditarsi (personalmente o per il tramite di un procuratore) con una lettera di provvisione, otteneva quindi un seggio in capitolo e riscuoteva rendite senza risiedere, o presentandosi solo in pochissime occasioni. </hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Anche i poteri laici considera</hi><hi rend="CharOverride-1">vano le prebende capitolari un utile serbatoio di rendite da assegnare in modo clientelare a propri parenti, favoriti o funzionari. Durante e dopo il Grande Scisma, vi furono autorità cittadine che tentarono di </hi><hi rend="CharOverride-1">impedire l’introduzione di canonici forestieri nei cori delle cattedrali: nel 1417 il Comune di Bologna chiese al nuovo papa, Martino V, di non imporre alcuna nomina, a meno che i candidati non fossero stati bolognesi o particolarmente qualificati sul piano intellettuale</hi><hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi><ref target="OP10149_xml_11_99-117.html#footnote-044">44</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">; nel 1429 la citt</hi><hi rend="CharOverride-1">à di Como chiese al duca Filippo Maria Visconti di adoperarsi presso il papa perché fossero assicurati a </hi><hi rend="italic">cives Cumani</hi><hi rend="CharOverride-1"> i benefìci ecclesiastici locali, a cominciare dai canonicati della cattedrale</hi><hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi><ref target="OP10149_xml_11_99-117.html#footnote-043">45</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">. Quanto appena detto potrebbe far pensare </hi><hi rend="CharOverride-1">che la tendenza, rispetto al XIII-XIV secolo, si sia invertita e che gli stalli canonicali siano stati riconsegnati alle </hi><hi rend="italic">élites</hi><hi rend="CharOverride-1"> cittadine e locali: ma quanto è già stato detto a proposito del peso delle citt</hi><hi rend="CharOverride-1">à dominanti sugli episcopati delle città dominate va applicato anche a questo livello. Il saggio di Del Torre si apre citando le riflessioni autocritiche di Girolamo Priuli </hi><hi rend="CharOverride-1">(1509), secondo il quale l’inimicizia del papa nei confronti della Serenissima era stata causata anche dal fatto che le famiglie nobili veneziane «non lasavanno passar uno benefitio vachante che non lo volessenno impetrar»</hi><hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi><ref target="OP10149_xml_11_99-117.html#footnote-042">46</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">: l’analisi minuta rende possibile notare che </hi><hi rend="CharOverride-1">i veneziani occupavano il 60% dei canonicati padovani e il 50% di quelli di Treviso. Una quota minore di veneziani si riscontra invece a Verona e ancora inferiore è il loro numero in altre diocesi della </hi><hi rend="CharOverride-1">terraferma, più lontane dalla Serenissima, più capaci di logiche politiche autonome (Brescia, Bergamo) o semplicemente inabili a fornire rendite appetibili (Adria, Belluno, Feltre, Ceneda, Concordia)</hi><hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi><ref target="OP10149_xml_11_99-117.html#footnote-041">47</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">. Il recente studio dedicato a Padova nel XV secolo conferma e arricchisce il dato: all’interno del clero minore della cattedrale</hi><hi rend="CharOverride-1"> la provenienza locale rimase prevalente, confermando che il principale obiettivo del patriziato lagunare erano le ricche prebende canonicali. Logiche simili si riscontrano nella </hi><hi rend="CharOverride-1">Toscana soggetta a Firenze, dove l’occupazione delle prebende canonicali da parte dei chierici della capitale fu parziale e diversificata (a Pisa raggiungeva il 40%, ma ad Arezzo, Pistoia e Volterra si fermava al 20%)</hi><hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi><ref target="OP10149_xml_11_99-117.html#footnote-040">48</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">.</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">In altre situazioni non era il patriziato della città dominante, ma direttamente il</hi><hi rend="CharOverride-1"> </hi><hi rend="italic">dominus</hi><hi rend="CharOverride-1"> a condizionare le assegnazioni delle prebende per favorire gruppi e persone a lui legati, a prescindere dalla loro provenienza geografica. È probabile, ad esempio, che nella Verona del Trecento le provenienze dei canonici</hi><hi rend="CharOverride-1"> (Bergamo, Brescia, Cremona, Venezia, Parma, Reggio, Bologna, Forlì, Lunigiana, Firenze, Prato, Arezzo, Sassoferrato, Orvieto, Cascia) dipendessero non solo dalla volontà </hi><hi rend="CharOverride-1">papale ma anche dalla politica di ampio respiro che gli Scaligeri stavano conducendo in quei decenni</hi><hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi><ref target="OP10149_xml_11_99-117.html#footnote-039">49</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">. A Torino i canonici di provenienza non subalpina rivelano l’influsso dei principi di Acaia e dei duchi di Savoia, che portarono nel capitolo persone proveniente dai loro domini</hi><hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi><ref target="OP10149_xml_11_99-117.html#footnote-038">50</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">. La Lombardia </hi><hi rend="CharOverride-1">viscontea e sforzesca presenta situazioni diversificate: a Vercelli i canonici provenienti dalla provincia ecclesiastica milanese furono un quarto del totale</hi><hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi><ref target="OP10149_xml_11_99-117.html#footnote-037">51</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">; nel capitolo di Como, nonostante la richiesta del 1427 sopra citata, nel XV secolo i canonici di origine locale furono solo 20 su 90 (in quanto residenti, erano per</hi><hi rend="CharOverride-1">ò in grado di determinare le decisioni del collegio)</hi><hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi><ref target="OP10149_xml_11_99-117.html#footnote-036">52</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">; a Parma, nel secondo Quattrocento, nonostante le vie per ottenere un canonicato passassero per Milano e per Roma, «la fisionomia del Capitolo restava largamente parmigiana»</hi><hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi><ref target="OP10149_xml_11_99-117.html#footnote-035">53</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">; a Pavia invece, in presenza delle stesse logiche, la quota di prebendati forestieri sembra essere stata più significativa</hi><hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi><ref target="OP10149_xml_11_99-117.html#footnote-034">54</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">. Infine non è certo un caso che Lucca, che nel Quattrocento rimase autonoma, abbia visto nella sua cattedrale un numero di forestieri molto limitato</hi><hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi><ref target="OP10149_xml_11_99-117.html#footnote-033">55</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">.</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Detto questo, il gran numero di persone di cui si parla (nell’arco cronologico considerato molte decine di migliaia</hi><hi rend="CharOverride-1">) impone di non escludere l’esistenza di altri motivi di mobilità. Le prebende potevano infatti essere gli obiettivi di singoli e di </hi><hi rend="CharOverride-1">famiglie in cerca di riconoscimento o di ascesa sociale, da conseguire tenendo conto sì delle volontà dei principali attori sopra citati (vescovi, Curia romana, poteri territoriali) ma anche di altri </hi><hi rend="CharOverride-1">percorsi che potevano prospettarsi, magari in connessione con gli spostamenti determinati da motivi di studio o dalle possibilità di inserimento nel funzionariato laico</hi><hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi><ref target="OP10149_xml_11_99-117.html#footnote-032">56</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">. Sono ben note le carriere clericali dei Fieschi e degli Ubaldini a cavallo degli Appennini</hi><hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi><ref target="OP10149_xml_11_99-117.html#footnote-031">57</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">; la famiglia fiorentina dei Saltarelli vide non solo un proprio esponente diventare arcivescovo di Pisa, ma anche altri suoi membri – nipoti dell’arcivescovo – raggiungere canonic</hi><hi rend="CharOverride-1">ati a Ferrara e a Verona</hi><hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi><ref target="OP10149_xml_11_99-117.html#footnote-030">58</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">; e nel XV secolo si incontrano frequentemente quelli che la storiografia tedesca chiama</hi><hi rend="CharOverride-1"> </hi><hi rend="italic">Pfründenjäger</hi><hi rend="CharOverride-1">, ‘cacciatori di prebende’.</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Nonostante gli statuti capitolari cercassero di scoraggiare le assenze (anche attraverso limitazioni alla possibilit</hi><hi rend="CharOverride-1">à di attingere alle rendite capitolari), era consueto che molti canonici non svolgessero i compiti liturgici cui erano in linea di principio destinati, e alla titolarità poteva dunque non corrispondere alcuna presenza in sede; molti canonici </hi><hi rend="CharOverride-1">forestieri erano, come si è detto, dei semplici percettori di rendite. La ricerca minuta dimostra però come l’assegnazione di un canonicato a uno straniero non escludesse in linea di principio una possibilità di radicamento: </hi><hi rend="CharOverride-1">è il caso, per fare qualche esempio, del cremonese Bonino dalle Nozze, che divenne canonico di Verona a partire dal 1318</hi><hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi><ref target="OP10149_xml_11_99-117.html#footnote-029">59</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">, o del parmense Giovanni da Calestano, canonico di Trento dal 1347 al 1381 (fu autore de</hi><hi rend="CharOverride-1">ll’unica </hi><hi rend="italic">Cronaca</hi><hi rend="CharOverride-1"> medioevale che la città atesina conosca)</hi><hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi><ref target="OP10149_xml_11_99-117.html#footnote-028">60</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">, o del lombardo Maffeo da Bernareggio, che pure fece carriera a Trento a partire dagli anni Settanta del Trecento e che nel 1415 fece testamento chiedendo di essere sepolto nella cattedrale vigiliana</hi><hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi><ref target="OP10149_xml_11_99-117.html#footnote-027">61</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">; in </hi><hi rend="CharOverride-1">tutti e tre i casi siamo certi che essi furono seguiti da parenti e conterranei.</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Detto tutto questo, non è infrequente che il ricercatore rimanga con il dubbio che le ipotesi di spiegazione presentate per giustificare una determinata presenza ‘fuori sede’ siano per l’appunto solo ipotesi, destinate a rimanere tali; </hi><hi rend="CharOverride-1">Andrea Tilatti, parlando della mobilità sociale dei canonici delle cattedrali (che è questione intrecciata a quella della loro mobilità geografica) parla dell’esistenza di un «campionario pressoché illimitato di vicende individuali o di gruppo</hi><hi rend="CharOverride-1">»</hi><hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi><ref target="OP10149_xml_11_99-117.html#footnote-026">62</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">. </hi></p></div><div><head><hi>4. Il clero in cura d’anime</hi></head><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">La mobilità geografica esistente nei tre livelli sopra esposti (vescovile, funzionariale, canonicale) è già stata oggetto di ricerche puntuali </hi><hi rend="CharOverride-1">e, come si è visto, esistono chiavi interpretative abbastanza convincenti che possono essere impiegate (con i dovuti adattamenti) per spiegare, nella maggior parte dei casi, le diverse situazioni</hi><hi rend="CharOverride-1">. Problemi più complessi si trovano ad un altro livello, ossia quello del clero effettivamente impegnato nella celebrazione della liturgia </hi><hi rend="CharOverride-1">e dei sacramenti: nell’arco cronologico considerato si tratta di un numero a sei cifre di mansionari, parroci, vicari, cappellani che in parte poteva contare su benefici stabili, ma in parte significativa godeva solo di contratti precari, sostituiva titolari assenteisti o si manteneva</hi><hi rend="CharOverride-1"> reiterando la celebrazione di messe e sacramenti.</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Nella grande maggioranza dei casi i percorsi biografici di queste figure sono conoscibili solo in modo molto frammentario. I registri papali, ricchi di riferimenti alle cattedre vescovili e agli stalli canonicali, assegnano o citano benefici curati molto meno sistematicamente</hi><hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi><ref target="OP10149_xml_11_99-117.html#footnote-025">63</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">. Le visite pastorali pre-tridentine dotate di accurate registrazioni non sono molte e i loro verbali lasciano a desiderare</hi><hi rend="CharOverride-1"> (niente di confrontabile con gli atti visitali di età moderna, prodighi di dettagli per quanto riguarda identità, percorsi di formazione e comportamenti del clero). Interessanti, ma conservati solo in casi eccezionali e comunque di complessa decifrazione, sono i registri di ammissione agli ordini sacri</hi><hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi><ref target="OP10149_xml_11_99-117.html#footnote-024">64</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">. </hi><hi rend="CharOverride-1">Così, nella maggior parte dei casi, di queste persone è noto solo il nome, che spesso emerge in un documento interessato a tutt’altro: le fonti notarili sono tanto ricche quanto bisognose di applicazione paziente e </hi><hi rend="CharOverride-1">non sempre danno esiti soddisfacenti. Di conseguenza l’attenzione sul basso clero – scoraggiata già all’epoca da</hi><hi rend="CharOverride-1">llo stigma di ignoranza e inadeguatezza gettato sui ‘mercenari del sacro’</hi><hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi><ref target="OP10149_xml_11_99-117.html#footnote-023">65</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1"> – è stata limitata e non sistematica.</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Ragionando in astratto, si potrebbe ritenere verosimile che esista una sostanziale aderenza di questa fascia del clero ai </hi><hi rend="CharOverride-1">propri territori, con una mobilità tutta interna alle singole diocesi in quanto dovuta alle scelte dei vescovi e dei loro funzionari, o ancora più circoscritta quando condizionata implicitamente o esplicitamente dalla volontà dei </hi><hi rend="italic">domini</hi><hi rend="CharOverride-1"> o delle comunità locali. Il riferimento alla provenienza che spesso accompagna il dato onomastico fa però ritenere che questo fosse vero </hi><hi rend="CharOverride-1">solo in alcuni casi, e in molti altri non lo fosse affatto. Chi studia le istituzioni ecclesiastiche sa che non è affatto inconsueto imbattersi in qualche prete forestiero</hi><hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi><ref target="OP10149_xml_11_99-117.html#footnote-022">66</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">.</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Alcune diocesi di area veneta sono state oggetto di indagini approfondite.</hi><hi rend="CharOverride-1"> Gli studi su Treviso dei primi decenni del Quattrocento hanno messo in luce come la maggioranza dei preti impegnati nella cura d’anime non fossero locali: su un campione di 650 nomi, ben 380 erano extra-diocesani; 160 venivano da altre diocesi venete e dall’Istria, </hi><hi rend="CharOverride-1">7 dalla Lombardia, 25 dall’Emilia-Romagna, 17 dalla Toscana, una ventina da Lazio e Marche, un’ottantina dalle regioni dell’Italia meridionale, una quarantina dall’Albania; quindici dalla Germania (Norimberga, Augsburg, Colonia, Spira, persino la Prussia), quattro dalla Francia, uno dalla Boemia, due dall’Ungheria, uno dall’Olanda</hi><hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi><ref target="OP10149_xml_11_99-117.html#footnote-021">67</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">. Anche Padova presenta una situazione simile: </hi><hi rend="CharOverride-1">fin dalla fine del XIII secolo si nota un ampliamento geografico del bacino di reclutamento, che alla fine del Trecento arriva a comprendere un’area che </hi><hi rend="CharOverride-1">va dalla Puglia alla Lombardia, dalla Romagna alla Dalmazia</hi><hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi><ref target="OP10149_xml_11_99-117.html#footnote-020">68</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">. Alla fine del Quattrocento gli extradiocesani erano così la metà del totale; il 50% di questi era di origine veneziana, ma</hi><hi rend="CharOverride-1"> per il resto erano rappresentate tutte le regioni italiane fino alla Sicilia, e vi era anche un gruppo di tedeschi (per seguire le colonie germanofone di Asiago, ma </hi><hi rend="CharOverride-1">non solo)</hi><hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi><ref target="OP10149_xml_11_99-117.html#footnote-019">69</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">. Se, come si è visto, il capitolo della cattedrale di Padova era occupato in ampia misura dai patrizi veneziani, era significativa </hi><hi rend="CharOverride-1">la presenza di non-veneti nei ruoli minori (26 mansionari su 93 e 55 cappellani su 198; tra questi ultimi, tra 1443 e 1445, vi era anche un </hi><hi rend="italic">Gentius de Britannia</hi><hi rend="CharOverride-1">)</hi><hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi><ref target="OP10149_xml_11_99-117.html#footnote-018">70</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">. Nella diocesi di Vicenza, dopo il 1452, si contano – su un totale di 500 parroci – solo un settimo di vicentini, un decimo di veneziani, un ventesimo di padovani; numerosi venivano da Parma e Piacenza e poi dalle Puglie, dalla Calabria, da Napoli e dall’Albania; un quinto erano tedeschi</hi><hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi><ref target="OP10149_xml_11_99-117.html#footnote-017">71</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">. In diocesi di Concordia </hi><hi rend="CharOverride-1">i preti impegnati in cura d’anime di origine diocesana erano poco più di un terzo; alle numerose presenze provenienti dalle diocesi limitrofe (quelle venete e Aquileia) si affiancano persone provenienti dalla costa orientale dell’Adriatico, dal Regno di Napoli e da paesi tedeschi</hi><hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi><ref target="OP10149_xml_11_99-117.html#footnote-016">72</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">. In Valsugana, ossia nell’alta valle del fiume Brenta che costituiva la porzione orientale della diocesi di Feltre, operavano preti provenienti da molte diocesi transalpine, talvolta abbastanza remote (Salisburgo, Augsburg, Strasburgo, Worms, Colonia, Regensburg, No</hi><hi rend="CharOverride-1">rimberga, Meissen); la presenza di alcune colonie tedesche e il peso politico della dominazione austro-tirolese dopo il 1412 potrebbe spiegare alcune di queste presenze, ma accanto a loro operavano preti provenienti sia dall’area lombardo-veneta</hi><hi rend="CharOverride-1">, sia dall’Italia centrale e meridionale, con il risultato che nel XV secolo la quota dei pievani e dei vicari originari dalle regioni più disparate superava i quattro quinti</hi><hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi><ref target="OP10149_xml_11_99-117.html#footnote-015">73</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">.</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Anche nella diocesi di Trento ci si imbatte frequentemente, nel XV secolo, in preti di origine non locale. Per fare solo qualche esempio: n</hi><hi rend="CharOverride-1">el 1451 Battista da Castel Bolognese (Ravenna) era cappellano di Cogolo e Celledizzo, in val di Sole</hi><hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi><ref target="OP10149_xml_11_99-117.html#footnote-014">-1</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">; nel 1475 Abbondanzio </hi><hi rend="italic">de Abundantiis</hi><hi rend="CharOverride-1"> da Salerno era cappellano a Dro, presso Arco</hi><hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi><ref target="OP10149_xml_11_99-117.html#footnote-013">-1</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">; a Cloz, in val di Non, era pievano Ludovico Digao, di incerta origine, che era stato ordinato accolito a Roma, suddiacono a Salisburgo, diacono a Regensburg, prete a Chiemsee</hi><hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi><ref target="OP10149_xml_11_99-117.html#footnote-012">-1</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">;</hi><hi rend="CharOverride-1"> dal 1479 al 1498 i fedeli di Ala, in Vallagarina, furono guidati da Antonello da Parma, che lasciò poi il ruolo al nipote Giovanni Donnino da Castrignano (pure presso Parma)</hi><hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi><ref target="OP10149_xml_11_99-117.html#footnote-011">-1</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">; nel 1494 Antonio da Lucca era cappellano di Mezzana in val di Sole</hi><hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi><ref target="OP10149_xml_11_99-117.html#footnote-010">-1</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">; </hi><hi rend="CharOverride-1">nel 1497 il cappellano di Stenico, nelle Giudicarie, era il cremonese Contrino</hi><hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi><ref target="OP10149_xml_11_99-117.html#footnote-009">-1</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">. Anche nelle montagne poste a est della Vallagarina vi erano colonie tedesche, cui provvedeva a Folgaria </hi><hi rend="italic">Johannes Gehorsam</hi><hi rend="CharOverride-1"> da Vienna</hi><hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi><ref target="OP10149_xml_11_99-117.html#footnote-008">-1</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1"> e a Terragnolo </hi><hi rend="italic">Johannes Kratzer</hi><hi rend="CharOverride-1"> da Costanza</hi><hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi><ref target="OP10149_xml_11_99-117.html#footnote-007">-1</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">. L’elenco potrebbe continuare: e n</hi><hi rend="CharOverride-1">on c’è dubbio che la situazione preoccupasse i vescovi dell’epoca e in particolare Johannes Hinderbach (1465-1486) e Ulrich Frundsberg (1486-1493), che fecero redigere registri nei quali annotare nome, origine e presenza di documenti che garantivano l’identità e lo stato clericale</hi><hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi><ref target="OP10149_xml_11_99-117.html#footnote-006">-1</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">.</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Tutto ciò non vale solo per il nord-est facente parte </hi><hi rend="CharOverride-1">della provincia ecclesiastica di Aquileia. Quote significative di forestieri sono state trovate anche nella valle della Garfagnana (in Toscana), con preti che venivano non solo dal resto della Toscana ma anche dall</hi><hi rend="CharOverride-1">’Emilia, dalla Lombardia e dalla Germania, e nell’appennino bolognese, dove operavano preti non solo emiliani ma anche toscani, umbri, tedeschi, spagnoli e francesi</hi><hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi><ref target="OP10149_xml_11_99-117.html#footnote-005">-1</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">. Altre campionature (Como e alcune valli ticinesi, in Lombardia; Ivrea e Torino, in Piemonte</hi><hi rend="CharOverride-1">; Cortona, in Toscana</hi><hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi><ref target="OP10149_xml_11_99-117.html#footnote-004">-1</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">) non hanno messo in luce situazioni simili, per cui non si può dire che tale mobilità fosse generalizzata; alcune aree appaiono ‘importatrici’ di clero, altre invece ne risultano ‘esportatrici’. </hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Ulteriori ricerche potrebbero </hi><hi rend="CharOverride-1">evidentemente arricchire la casistica</hi><hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi><ref target="OP10149_xml_11_99-117.html#footnote-003">-1</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">. Ma già questi dati, per quanto frammentari, rivelano un aspetto importante della mobilità del clero nel tardo medioevo e </hi><hi rend="CharOverride-1">pongono un problema interpretativo di non poco conto. Ciò che faceva muovere dai propri luoghi di origine vescovi, vicari, canonici non giungeva a condizionare direttamente, in questa fase storica, le nomine del basso clero (spesso volute invece a livello diocesano o locale, talvolta dalle comunità stesse); e solo in alcuni casi queste presenze forestiere possono essere spiegate come un risultato secondario </hi><hi rend="CharOverride-1">delle dinamiche sopra esposte (parenti e collaboratori di vescovi e canonici di origine non locale trovavano spazio in parrocchie e cappelle delle diocesi di destinazione). Vanno dunque cercate altre motivazioni. </hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Nelle ricerche sopra citate sono state di volta in volta chiamati in causa l’avanzata turca nei Balcani (che nel XV secolo può aver contato nel portare dall’Albania e dalla Dalmazia esuli e fuggiaschi); gli squilibri demografici dovuti alle ondate epidemiche che colpirono il continente europeo a cominciare dal secondo Trecento (che avranno certamente indotti spostamenti dalle aree meno colpite a quelle più colpite);</hi><hi rend="CharOverride-1"> la presenza, nelle diocesi venete citate, di comunità di lingua tedesca; l’attrazione che poteva generare la vicinanza di una sede universitaria (Padova); le dinamiche economiche che </hi><hi rend="CharOverride-1">attraevano ‘manodopera specializzata’ nelle aree dove era in corso un’accelerazione economica e demografica</hi><hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi><ref target="OP10149_xml_11_99-117.html#footnote-002">-1</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">; la chiamata, nelle chiese di patronato nobiliare, di chierici legati a </hi><hi rend="italic">domini</hi><hi rend="CharOverride-1"> che potevano avere origini o interessi lontani da quelli del luogo</hi><hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi><ref target="OP10149_xml_11_99-117.html#footnote-001">-1</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">. Ognuno di questi motivi </hi><hi rend="CharOverride-1">può avere determinato alcuni spostamenti ma nel complesso l’insoddisfazione rimane, anche perché conosciamo troppo poco degli equilibri demografici ed economici del tardo medioevo per distinguere con certezza i fatti dai loro indicatori, così che proprio questi spostamenti rischiano di essere </hi><hi rend="CharOverride-1">considerati indizi di quegli stessi squilibri dai quali si dice che sarebbero stati, invece, determinati. </hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Non si può escludere che un ampliamento della casistica possa far </hi><hi rend="CharOverride-1">emergere qualche chiave interpretativa più convincente di altre. È però pure possibile che si debba rinunciare all’obiettivo di compilare un elenco finito di logiche di itineranza e che ci si debba limitare a considerare la mobilità </hi><hi rend="CharOverride-1">del basso clero come una tipologia particolare di una generale tendenza che interessava molte categorie sociali e professionali. </hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Una battuta, per concludere, sulla questione del radicamento. Le notizie a disposizione non permettono quasi mai di dire qualcosa in merito. Tuttavia queste persone potevano</hi><hi rend="CharOverride-1"> e dovevano integrarsi, in qualche modo, con le comunità locali</hi><hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi><ref target="OP10149_xml_11_99-117.html#footnote-000">-1</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">; dalla quotidianità saranno nate e si saranno sviluppate anche quelle scelte di </hi><hi rend="CharOverride-1">vita, quelle connivenze e quelle conflittualità che tanto preoccupavano vescovi e vicari, i quali diffidavano delle qualità morali e intellettuali dei ‘preti vaganti’. Anche se quel che fecero non è puntualmente valutabile, la loro presenza ebbe certamente conseguenze sulla vita dei singoli e delle comunit</hi><hi rend="CharOverride-1">à.</hi></p><p rend="text_separation" ><hi rend="CharOverride-1">* * *</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Sono consapevole che il percorso è stato troppo rapido per poter affrontare in modo approfondito e originale qualcuno dei tanti temi di cui si è fatto cenno; spero almeno che </hi><hi rend="CharOverride-1">la panoramica sia stata utile per cogliere alcune delle molteplici possibilità di migrazione e di integrazione che si aprivano a chi entrava nello stato clericale. </hi><hi rend="CharOverride-1">Non c’è dubbio infatti che il clero si spostasse: vescovi, canonici, parroci e religiosi lo fecero, nei secoli dal XIII al XV, più di quanto lo avevano</hi><hi rend="CharOverride-1"> fatto in precedenza, quando le istituzioni ecclesiastiche erano più radicate nei singoli territori e la </hi><hi rend="italic">plenitudo potestatis</hi><hi rend="CharOverride-1"> del vescovo di Roma non aveva ancora manifestato tutt</hi><hi rend="CharOverride-1">e le sue potenzialità, e quando l’Europa era ancora caratterizzata da logiche sociali, economiche e politiche circoscritte a </hi><hi rend="CharOverride-1">singole cellule territoriali. Da un lato il dispiegarsi della giurisdizione papale, dall’altro l’ingrandirsi degli spazi politici aveva indotto e favorito i trasferimenti in luoghi diversi da quelli di origine, in un frequente intreccio tra la mobilità ecclesiastica e la mobilità laica (determinata anche dagli organismi politici, bisognosi </hi><hi rend="CharOverride-1">di personale preparato e fedele). L’impressione è che vescovi, canonici, parroci nel tardo medioevo si spostassero più di quanto avrebbero fatto in seguito, quando la mobilit</hi><hi rend="CharOverride-1">à su largo raggio fu limitata proprio dall’imporsi delle logiche e delle identità nazionali (divenute anche, in alcuni casi, confessionali) e venne esaltata la responsabilità vescovile in ordine alla gestione della pastorale, con conseguente crescita del controllo sul clero minore: un clero del quale i presuli dovevano e volevano conoscere la formazione e </hi><hi rend="CharOverride-1">i comportamenti, evitando che la sua mobilità generasse situazioni difficili da controllare.</hi></p><list type="ordered">
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-2"><ref target="OP10149_xml_11_99-117.html#footnote-087-backlink">1</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	</hi><hi rend="CharOverride-1">Si rinvia a </hi><hi rend="italic">Vescovi e diocesi in Italia dal XIV alla metà del XVI secolo</hi><hi rend="CharOverride-1">, a cura di G. De Sandre Gasparini, A</hi><hi rend="CharOverride-1">. Rigon, F. Trolese e G.M. Varanini, Roma 1990; </hi><hi rend="CharOverride-3">M. Rossi</hi><hi rend="CharOverride-1">, </hi><hi rend="italic">Vescovi nel basso medioevo (1274-1378). Problemi, studi, prospettive</hi><hi rend="CharOverride-1">, </hi><hi rend="CharOverride-1">«Quaderni di Storia Religiosa», VII (2000), pp. 271-254. Si possono citare poi i volumi della </hi><hi rend="italic">Storia religiosa della Lombardia</hi><hi rend="CharOverride-1"> (1986-1998) e della </hi><hi rend="italic">Storia religiosa del Veneto</hi><hi rend="CharOverride-1"> (1991-2004); </hi><hi rend="CharOverride-3">R. Brentano</hi><hi rend="CharOverride-1">, </hi><hi rend="italic">A New World in </hi><hi rend="italic">a Small Place. Church and Religion in the Diocese of Rieti, 1188-1378</hi><hi rend="CharOverride-1">, Berkeley/Los Angeles/London 1994; </hi><hi rend="italic">Storia della Chiesa di Bologna</hi><hi rend="CharOverride-1">, a cura di P. Prodi e L. Paolini, Bologna-Bergamo 1997; </hi><hi rend="italic">Storia della Chiesa di Ivrea. Dalle origini al XV secolo</hi><hi rend="CharOverride-1">, a cura di G. </hi><hi rend="CharOverride-1">Cracco, Roma 1998; </hi><hi rend="italic">Il cammino della Chiesa genovese dalle origini ai nostri giorni</hi><hi rend="CharOverride-1">, a cura di D. Puncuh, Genova 1999; </hi><hi rend="italic">A servizio del Vangelo. Il cammino storico dell’evangelizzazione a Brescia</hi><hi rend="CharOverride-1">, 1, a cura di G. Andenna, Brescia 2005; </hi><hi rend="italic">Storia della Chiesa riminese</hi><hi rend="CharOverride-1">, 2, a cura di A. Vasina, Rimini</hi><hi rend="CharOverride-1"> 2011; </hi><hi rend="italic">Storia delle Chiese di Puglia</hi><hi rend="CharOverride-1">, a cura di S. Palese e L.M. de Palma, Bari 2008; </hi><hi rend="italic">Storia delle Chiese di Sicilia</hi><hi rend="CharOverride-1">, a cura di G. Zito, Città del Vaticano 2009; </hi><hi rend="italic">Storia della diocesi di Reggio Emilia-Guastalla</hi><hi rend="CharOverride-1">, a cura di G. Costi e G. Giovanelli, Brescia 2012-2014; G. Cuscito, </hi><hi rend="italic">Trieste. Diocesi di frontiera</hi><hi rend="CharOverride-1">, Trieste 2017.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-2"><ref target="OP10149_xml_11_99-117.html#footnote-086-backlink">2</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	</hi><hi rend="italic">I vescovi dell’Italia settentrionale nel basso medioevo. Cronotassi per le diocesi di Cremona, Pavia e Tortona nei secoli XIV e XV</hi><hi rend="CharOverride-1">, a cura di P. Majocchi e M. Montanari, Pavia 2002.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-2"><ref target="OP10149_xml_11_99-117.html#footnote-085-backlink">3</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	</hi><hi rend="CharOverride-3">G. Del Torre</hi><hi rend="CharOverride-1">, </hi><hi rend="italic">Stato regionale e benefici ecclesiastici: vescovadi e canonicati nella terraferma veneziana all’inizio dell’età moderna</hi><hi rend="CharOverride-1">, «Atti dell’Istituto Veneto di Scienze, Lettere ed Arti», CLI (1992-93), pp. 1171-1236.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-2"><ref target="OP10149_xml_11_99-117.html#footnote-084-backlink">4</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	</hi><hi rend="CharOverride-3">C.D. Fonseca</hi><hi rend="CharOverride-1">, </hi><hi rend="italic">Vescovi, capitoli cattedrali e canoniche regolari</hi><hi rend="CharOverride-1"> </hi><hi rend="italic">(sec. XIV-XVI)</hi><hi rend="CharOverride-1">, in </hi><hi rend="italic">Vescovi e diocesi</hi><hi rend="CharOverride-1">, p. 93.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-2"><ref target="OP10149_xml_11_99-117.html#footnote-083-backlink">5</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	</hi><hi rend="CharOverride-3">M. Ronzani</hi><hi rend="CharOverride-1">, </hi><hi rend="italic">Vescovi, capitoli e strategie famigliari nell’Italia comunale</hi><hi rend="CharOverride-1">, in </hi><hi rend="italic">La Chiesa e il potere politico</hi><hi rend="CharOverride-1">, a cura di G. Chittolini e G. Miccoli, Torino 1986, pp. 138-146; </hi><hi rend="CharOverride-3">M.P. Alberzoni</hi><hi rend="CharOverride-1">, </hi><hi rend="italic">Città vescovi e papato nella Lombardia dei Comuni</hi><hi rend="CharOverride-1">, Novara 2001; </hi><hi rend="CharOverride-3">L. Baietto</hi><hi rend="CharOverride-1">, </hi><hi rend="italic">Il papa e le città. Papato e comuni in Italia centro-settentrionale durante la prima metà del secolo XIII</hi><hi rend="CharOverride-1">, Spoleto 2007. </hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-2"><ref target="OP10149_xml_11_99-117.html#footnote-082-backlink">6</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	</hi><hi rend="CharOverride-1">Si veda ad es. </hi><hi rend="CharOverride-3">L. Gaffuri </hi><hi rend="CharOverride-1">e </hi><hi rend="CharOverride-3">D. Gallo</hi><hi rend="CharOverride-1">, </hi><hi rend="italic">Signoria ed episcopato a Padova nel Trecento: spunti per una ricerca</hi><hi rend="CharOverride-1">, in </hi><hi rend="italic">Vescovi e diocesi</hi><hi rend="CharOverride-1">, pp. 923-945; </hi><hi rend="CharOverride-3">A. Gamberini</hi><hi rend="CharOverride-1">, </hi><hi rend="italic">Lo stato visconteo. Linguaggi politici e dinamiche costituzionali</hi><hi rend="CharOverride-1">, Milano 2005,</hi><hi rend="italic"> </hi><hi rend="CharOverride-1">p. 71; </hi><hi rend="CharOverride-3">Id.</hi><hi rend="CharOverride-1">, </hi><hi rend="italic">Chiesa vescovile e società politica a Reggio nel Trecento</hi><hi rend="CharOverride-1">, in </hi><hi rend="italic">Il vescovo, la chiesa e la città di Reggio in età comunale</hi><hi rend="CharOverride-1">, a cura di L. Paolini, Bologna 2012, pp. 183-205.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-2"><ref target="OP10149_xml_11_99-117.html#footnote-081-backlink">7</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	</hi><hi rend="CharOverride-3">G.M. Varanini</hi><hi rend="CharOverride-1">, </hi><hi rend="italic">Signorie cittadine, vescovi e diocesi nel Veneto: l’esempio scaligero</hi><hi rend="CharOverride-1">, in </hi><hi rend="italic">Vescovi e diocesi</hi><hi rend="CharOverride-1">, pp. 869-921; </hi><hi rend="CharOverride-3">A. Gamberini</hi><hi rend="CharOverride-1">, </hi><hi rend="italic">Il principe e i vescovi. Un aspetto della politica ecclesiastica di Gian Galeazzo Visconti</hi><hi rend="CharOverride-1">, «Archivio Storico Lombardo», CXXIII (1997),</hi><hi rend="italic"> </hi><hi rend="CharOverride-1">pp. 91-94; </hi><hi rend="CharOverride-3">F. Magnoni</hi><hi rend="CharOverride-1">, </hi><hi rend="italic">Exercere visitacionis officium. Le visite del vescovo Lanfranco Salvetti al capitolo cattedrale di Bergamo (1363-71)</hi><hi rend="CharOverride-1">, «Annali dell’Istituto italiano di studi storici», XXVII (2012-2013), p. 266; si veda anche </hi><hi rend="CharOverride-3">F. Cissello</hi><hi rend="CharOverride-1">, </hi><hi rend="italic">Dalla disobbedienza all’obbedienza. Le elezioni episcopali torinesi tra canonici, papato e Savoia (XIII</hi><hi rend="CharOverride-1">-</hi><hi rend="italic">XIV secolo)</hi><hi rend="CharOverride-1">, «Annali dell’Istituto italiano per gli studi storici»</hi><hi rend="CharOverride-1">, XXXII (2019), pp. 23-80.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-2"><ref target="OP10149_xml_11_99-117.html#footnote-080-backlink">8</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	</hi><hi rend="CharOverride-3">Ronzani</hi><hi rend="CharOverride-1">, </hi><hi rend="italic">Vescovi</hi><hi rend="CharOverride-1">, p. 140; </hi><hi rend="CharOverride-3">G. Chittolini</hi><hi rend="CharOverride-1">, </hi><hi rend="italic">Stati regionali e istituzioni ecclesiastiche nell’Italia centrosettentrionale del Quattrocento</hi><hi rend="CharOverride-1">, in </hi><hi rend="italic">La Chiesa e il potere politico</hi><hi rend="CharOverride-1">, pp. 165-166; </hi><hi rend="CharOverride-3">R. Bizzocchi</hi><hi rend="CharOverride-1">, </hi><hi rend="italic">Chiesa e potere nella Toscana del Quattrocento</hi><hi rend="CharOverride-1">, Bologna 1987; </hi><hi rend="CharOverride-3">Id.</hi><hi rend="CharOverride-1">, </hi><hi rend="italic">Vescovi e potere politico nello Stato regionale fiorentino fra Quattrocento e primo Cinquecento</hi><hi rend="CharOverride-1">, in </hi><hi rend="italic">Vescovi e diocesi</hi><hi rend="CharOverride-1">, pp. 957-964; </hi><hi rend="CharOverride-3">F. Negro</hi><hi rend="CharOverride-1">, </hi><hi rend="italic">La cittadinanza del vescovo (sec. XIII-XIV)</hi><hi rend="CharOverride-1">, in </hi><hi rend="italic">Cittadinanza e mestieri. Radicamento urbano e integrazione nelle città basso medievali (secoli XIII-XVI)</hi><hi rend="CharOverride-1">, a cura di B. Del Bo, Roma 2014, pp. 64-65.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-2"><ref target="OP10149_xml_11_99-117.html#footnote-079-backlink">9</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	</hi><hi rend="CharOverride-3">Fonseca, </hi><hi rend="italic">Vescovi</hi><hi rend="CharOverride-1">, pp. 96-98.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-2"><ref target="OP10149_xml_11_99-117.html#footnote-078-backlink">10</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	</hi><hi rend="CharOverride-3">G. Vitolo</hi><hi rend="CharOverride-1">, </hi><hi rend="italic">Episcopato, società e ordini mendicanti in Italia meridionale</hi><hi rend="CharOverride-1">, in </hi><hi rend="italic">Dal pulpito alla cattedra: i vescovi degli ordini mendicanti nel ‘200 e nel primo ’300</hi><hi rend="CharOverride-1">, Spoleto 2000, p. 171.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-2"><ref target="OP10149_xml_11_99-117.html#footnote-077-backlink">11</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	</hi><hi rend="CharOverride-3">L. Pesce</hi><hi rend="CharOverride-1">, </hi><hi rend="italic">La chiesa di Treviso nel primo Quattrocento</hi><hi rend="CharOverride-1">, 1, Roma 1987, pp. 172-176, cita le non poche sedi nelle quali si ebbero vescovi impegnati nella convocazione di sinodi e nell’organizzazione di visite pastorali. Furono poi canonizzati Nicolò Albergati, vescovo di Bologna 1417-</hi><hi rend="CharOverride-1">1440; Giovanni Tavelli, vescovo di Ferrara 1431-1446; Antonino Pierozzi, vescovo di Firenze 1446-1459: </hi><hi rend="CharOverride-3">D. Hay</hi><hi rend="CharOverride-1">, </hi><hi rend="italic">La Chiesa nell’Italia rinascimentale</hi><hi rend="CharOverride-1">, Bari 1979, p. 133; </hi><hi rend="CharOverride-3">A. Prosperi</hi><hi rend="CharOverride-1">, </hi><hi rend="italic">La figura del vescovo fra Quattro e Cinquecento; persistenze, disagi e novità</hi><hi rend="CharOverride-1">, in </hi><hi rend="italic">La Chiesa e il potere politico</hi><hi rend="CharOverride-1">, pp. 221-223.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-2"><ref target="OP10149_xml_11_99-117.html#footnote-076-backlink">12</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	</hi><hi rend="CharOverride-3">Chittolini</hi><hi rend="CharOverride-1">, </hi><hi rend="italic">Stati regionali</hi><hi rend="CharOverride-1">, pp. 154-157; </hi><hi rend="CharOverride-3">Prosperi</hi><hi rend="CharOverride-1">, </hi><hi rend="italic">La figura del vescovo</hi><hi rend="CharOverride-1">, pp. 224-225; </hi><hi rend="CharOverride-3">Id.</hi><hi rend="CharOverride-1">, </hi><hi rend="italic">Dominus beneficiorum: il conferimento dei benefici ecclesiastici tra prassi curiale e ragioni politiche negli stati italiani tra ’400 e ’500</hi><hi rend="CharOverride-1">, in </hi><hi rend="italic">Strutture ecclesiastiche in Italia e in Germania prima della riforma</hi><hi rend="CharOverride-1">, a cura di P. Prodi e P. Johanek, Bologna 1984, p. 85.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-2"><ref target="OP10149_xml_11_99-117.html#footnote-075-backlink">13</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	</hi><hi rend="CharOverride-1">Quasi non se ne parla nell’ampia monografia di </hi><hi rend="CharOverride-3">M. Pellegrini</hi><hi rend="CharOverride-1">, </hi><hi rend="italic">Ascanio Maria Sforza: la parabola politica di un cardinale-principe del Rinascimento</hi><hi rend="CharOverride-1">, Roma 2002, p. 850.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-2"><ref target="OP10149_xml_11_99-117.html#footnote-074-backlink">14</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	</hi><hi rend="CharOverride-3">F. Somaini</hi><hi rend="CharOverride-1">, </hi><hi rend="italic">Un prelato lombardo del XV secolo: il card. Giovanni Arcimboldi vescovo di Novara, arcivescovo di Milano</hi><hi rend="CharOverride-1">, Roma 2003, pp. 421-471, 985-1278.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-2"><ref target="OP10149_xml_11_99-117.html#footnote-073-backlink">15</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	</hi><hi rend="CharOverride-3">G. Battioni</hi><hi rend="CharOverride-1">, </hi><hi rend="italic">Sacramoro da Rimini e il governo della diocesi parmense (1476-1482)</hi><hi rend="CharOverride-1">, in </hi><hi rend="italic">Parma e l’Umanesimo italiano</hi><hi rend="CharOverride-1">, a cura di Paola Medioli Masotti, Padova 1986, pp. 55-73.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-2"><ref target="OP10149_xml_11_99-117.html#footnote-072-backlink">16</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	</hi><hi rend="CharOverride-3">A. Turchini</hi><hi rend="CharOverride-1">, </hi><hi rend="italic">Vescovi e governo delle diocesi in Romagna dal Trecento al primo Cinquecento</hi><hi rend="CharOverride-1">, in </hi><hi rend="italic">Vescovi e diocesi</hi><hi rend="CharOverride-1">, pp. 401-402.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-2"><ref target="OP10149_xml_11_99-117.html#footnote-071-backlink">17</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	</hi><hi rend="CharOverride-3">Hay</hi><hi rend="CharOverride-1">, </hi><hi rend="italic">La Chiesa</hi><hi rend="CharOverride-1">, pp. 30-31; </hi><hi rend="CharOverride-3">Prosperi</hi><hi rend="CharOverride-1">, </hi><hi rend="italic">La figura del vescovo</hi><hi rend="CharOverride-1">, p. 227; </hi><hi rend="CharOverride-3">Id.</hi><hi rend="CharOverride-1">, </hi><hi rend="italic">Dominus beneficiorum</hi><hi rend="CharOverride-1">, p. 77.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-2"><ref target="OP10149_xml_11_99-117.html#footnote-070-backlink">18</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	</hi><hi rend="CharOverride-3">P. Corsi</hi><hi rend="CharOverride-1">, </hi><hi rend="italic">L’episcopato pugliese nel medioevo: problemi e prospettive</hi><hi rend="CharOverride-1">, in </hi><hi rend="italic">Cronotassi, iconografia ed araldica dell’episcopato pugliese</hi><hi rend="CharOverride-1">, Bari 1984, pp. 19-48; </hi><hi rend="CharOverride-3">N. Kamp</hi><hi rend="CharOverride-1">, </hi><hi rend="italic">I vescovi siciliani nel periodo normanno: origine sociale e formazioni spirituali</hi><hi rend="CharOverride-1">, in </hi><hi rend="italic">Chiesa e società in Sicilia. L’età normanna</hi><hi rend="CharOverride-1">, a cura di G. Zito, Torino 1995, pp. 63-89; </hi><hi rend="CharOverride-3">G. Zito</hi><hi rend="CharOverride-1">, </hi><hi rend="italic">Sicilia</hi><hi rend="CharOverride-1">, in </hi><hi rend="italic">Storia delle chiese di Sicilia</hi><hi rend="CharOverride-1">, pp. 43-50.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-2"><ref target="OP10149_xml_11_99-117.html#footnote-069-backlink">19</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	</hi><hi rend="CharOverride-1">Il problema dell’acquisizione della cittadinanza non esiste, in quanto il vescovo «è prima di tutto vescovo di una città, e cittadino, seppur privilegiato, fra i cittadini»: </hi><hi rend="CharOverride-3">Negro</hi><hi rend="CharOverride-1">, </hi><hi rend="italic">La cittadinanza del vescovo</hi><hi rend="CharOverride-1">, p. 60; </hi><hi rend="CharOverride-3">Ead.</hi><hi rend="CharOverride-1">, </hi><hi rend="italic">Recepit episcopum in civem: lo strumento della cittadinanza applicato ai vescovi (XIII secolo)</hi><hi rend="CharOverride-1">, «Archivio Veneto», CXLVII (2016), p. 50.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-2"><ref target="OP10149_xml_11_99-117.html#footnote-068-backlink">20</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	</hi><hi rend="CharOverride-3">G. Brunettin </hi><hi rend="CharOverride-1">e</hi><hi rend="CharOverride-3"> M. Zabbia</hi><hi rend="CharOverride-1">, </hi><hi rend="italic">Cancellieri e documentazione in registro nel Patriarcato d’Aquileia. Prime ricerche (secoli XIII-XIV)</hi><hi rend="CharOverride-1">, in </hi><hi rend="italic">I registri vescovili dell’Italia settentrionale (secoli XII-XV)</hi><hi rend="CharOverride-1">, a cura di A. Bartoli Langeli e A. Rigon, Roma 2003, pp. 327-372.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-2"><ref target="OP10149_xml_11_99-117.html#footnote-067-backlink">21</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	</hi><hi rend="CharOverride-3">F. Pagnoni</hi><hi rend="CharOverride-1">, </hi><hi rend="italic">L’episcopato di Brescia nel basso medioevo. Governo, scritture, patrimonio</hi><hi rend="CharOverride-1">, Roma 2018, pp. 132-140.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-2"><ref target="OP10149_xml_11_99-117.html#footnote-066-backlink">22</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	</hi><hi rend="CharOverride-3">A. Luongo</hi><hi rend="CharOverride-1">, </hi><hi rend="italic">I notai della curia vescovile di Gubbio nel Trecento. Prime considerazioni</hi><hi rend="CharOverride-1">, «Bollettino della Deputazione di storia patria per l’Umbria», CX (2013), p. 50.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-2"><ref target="OP10149_xml_11_99-117.html#footnote-065-backlink">23</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	</hi><hi rend="CharOverride-3">Magnoni</hi><hi rend="CharOverride-1">, </hi><hi rend="italic">Exercere visitacionis officium</hi><hi rend="CharOverride-1">, pp. 229, 237-240.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-2"><ref target="OP10149_xml_11_99-117.html#footnote-064-backlink">24</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	</hi><hi rend="CharOverride-1">È l’espressione usata da </hi><hi rend="CharOverride-3">Pagnoni</hi><hi rend="CharOverride-1">, </hi><hi rend="italic">L’episcopato di Brescia</hi><hi rend="CharOverride-1">, pp. 182-191. Sul tema è stato precursore </hi><hi rend="CharOverride-3">P. Sambin</hi><hi rend="CharOverride-1">, </hi><hi rend="italic">La </hi><hi rend="CharOverride-1">familia</hi><hi rend="italic"> di un vescovo italiano del ‘300</hi><hi rend="CharOverride-1">, «Rivista di Storia della Chiesa in Italia», IV (1950), pp. 237-247, che pure adottò una definizione ampia del termine. </hi><hi rend="CharOverride-1">Sullo stesso tema: </hi><hi rend="CharOverride-3">Rossi</hi><hi rend="CharOverride-1">, </hi><hi rend="italic">Vescovi nel basso medioevo</hi><hi rend="CharOverride-1">, pp. 227-229; </hi><hi rend="CharOverride-3">Ead.</hi><hi rend="CharOverride-1">, </hi><hi rend="italic">Gli uomini del vescovo: </hi><hi rend="CharOverride-1">familiae</hi><hi rend="italic"> vescovili a Verona (1259-1350)</hi><hi rend="CharOverride-1">, Venezia 2001; </hi><hi rend="CharOverride-3">Gamberini</hi><hi rend="CharOverride-1">, </hi><hi rend="italic">Il principe e i vescovi</hi><hi rend="CharOverride-1">, pp. 124-127</hi><hi rend="CharOverride-1">.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-2"><ref target="OP10149_xml_11_99-117.html#footnote-063-backlink">25</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	</hi><hi rend="CharOverride-3">Sambin</hi><hi rend="CharOverride-1">, </hi><hi rend="italic">La familia</hi><hi rend="CharOverride-1">. </hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-2"><ref target="OP10149_xml_11_99-117.html#footnote-062-backlink">26</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	</hi><hi rend="CharOverride-3">Pesce</hi><hi rend="CharOverride-1">, </hi><hi rend="italic">La Chiesa di Treviso</hi><hi rend="CharOverride-1">, 1, pp. 185-195.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-2"><ref target="OP10149_xml_11_99-117.html#footnote-061-backlink">27</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	</hi><hi rend="CharOverride-3">E. Peverada</hi><hi rend="CharOverride-1">, </hi><hi rend="italic">La ‘familia’ del vescovo e la curia a Ferrara nel secolo XV</hi><hi rend="CharOverride-1">, in </hi><hi rend="italic">Vescovi e diocesi</hi><hi rend="CharOverride-1">, pp. 612-613.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-2"><ref target="OP10149_xml_11_99-117.html#footnote-060-backlink">28</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	</hi><hi rend="CharOverride-3">L. Pesce</hi><hi rend="CharOverride-1">, </hi><hi rend="italic">Ludovico Barbo vescovo di Treviso (1437-1443): cura pastorale, riforma della chiesa, spiritualità</hi><hi rend="CharOverride-1">, Padova 1969, pp. 59-69.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-2"><ref target="OP10149_xml_11_99-117.html#footnote-059-backlink">29</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	</hi><hi rend="CharOverride-3">M. Motter</hi><hi rend="CharOverride-1">, </hi><hi rend="italic">Il notaio Bongiovanni di Bonandrea e il suo protocollo</hi><hi rend="CharOverride-1">, in</hi><hi rend="CharOverride-1"> </hi><hi rend="italic">Il Quaternus rogacionum del notaio Bongiovanni di Bonandrea (1308-1320)</hi><hi rend="CharOverride-1">, a cura di D. Rando e M. Motter, Bologna 1997, pp. 29-38; </hi><hi rend="CharOverride-3">E. Curzel</hi><hi rend="CharOverride-1">, </hi><hi rend="italic">I canonici e il Capitolo della cattedrale di Trento dal XII al XV secolo</hi><hi rend="CharOverride-1">, Bologna 2001, pp. 487-489, 666-667; </hi><hi rend="CharOverride-3">M. Rossi</hi><hi rend="CharOverride-1">, </hi><hi rend="italic">I notai di curia e la nascita di una burocrazia vescovile: il caso veronese</hi><hi rend="CharOverride-1">, in </hi><hi rend="italic">Vescovi medievali</hi><hi rend="CharOverride-1">, a cura di G.</hi><hi rend="CharOverride-1">G. Merlo, Milano 2003, pp. 78, 123-124.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-2"><ref target="OP10149_xml_11_99-117.html#footnote-058-backlink">30</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	</hi><hi rend="CharOverride-3">M. Ronzani</hi><hi rend="CharOverride-1">, </hi><hi rend="italic">La chiesa cittadina pisana tra Due e Trecento</hi><hi rend="CharOverride-1">, in </hi><hi rend="italic">Genova, Pisa e il Mediterraneo tra Due e Trecento</hi><hi rend="CharOverride-1">, Genova 1984, p. 335.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-2"><ref target="OP10149_xml_11_99-117.html#footnote-057-backlink">31</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	</hi><hi rend="CharOverride-1">Varanini, </hi><hi rend="italic">Signorie</hi><hi rend="CharOverride-1">, pp. 910-911.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-2"><ref target="OP10149_xml_11_99-117.html#footnote-056-backlink">32</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	</hi><hi rend="CharOverride-3">P. Gios</hi><hi rend="CharOverride-1">, </hi><hi rend="italic">Vita religiosa e sociale a Padova: la visita pastorale di Diotisalvi da Foligno alle parrocchie cittadine (1452-1458)</hi><hi rend="CharOverride-1">, Padova 1997, pp. 16-17; </hi><hi rend="CharOverride-3">G. de Sandre Gasparini</hi><hi rend="CharOverride-1">, </hi><hi rend="italic">Uno studio sull’episcopato padovano di Pietro Barozzi (1487-1507) e altri contributi sui vescovi veneti nel Quattrocento</hi><hi rend="CharOverride-1">, «Rivista di Storia della Chiesa in Italia», XXXIV (1980), p. 104.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-2"><ref target="OP10149_xml_11_99-117.html#footnote-055-backlink">33</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	</hi><hi rend="CharOverride-1">Pesce, </hi><hi rend="italic">Ludovico Barbo</hi><hi rend="CharOverride-1">, pp. 75-83; Pesce, </hi><hi rend="italic">La Chiesa di Treviso</hi><hi rend="CharOverride-1">, 1, pp. 318-320.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-2"><ref target="OP10149_xml_11_99-117.html#footnote-054-backlink">34</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	</hi><hi rend="CharOverride-1">Si veda ad es. </hi><hi rend="CharOverride-3">E. Angiolini</hi><hi rend="CharOverride-1">, </hi><hi rend="italic">La Chiesa riminese in età malatestiana</hi><hi rend="CharOverride-1">, in </hi><hi rend="italic">Storia della Chiesa riminese</hi><hi rend="CharOverride-1">, 2, a cura di A.</hi><hi rend="CharOverride-1"> Vasina, Rimini 2011, pp. 419-448.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-2"><ref target="OP10149_xml_11_99-117.html#footnote-053-backlink">35</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	</hi><hi rend="CharOverride-1">Le scelte in tal senso di Sacramoro da Rimini, vescovo di Parma (1476-1482), sono esposte in </hi><hi rend="CharOverride-3">Battioni</hi><hi rend="CharOverride-1">, </hi><hi rend="italic">Sacramoro da Rimini</hi><hi rend="CharOverride-1">, pp. 66-67.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-2"><ref target="OP10149_xml_11_99-117.html#footnote-052-backlink">36</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	</hi><hi rend="CharOverride-1">Pagnoni, </hi><hi rend="italic">L’episcopato di Brescia</hi><hi rend="CharOverride-1">, p. 170.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-2"><ref target="OP10149_xml_11_99-117.html#footnote-051-backlink">37</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	</hi><hi rend="CharOverride-3">G. Gardoni</hi><hi rend="CharOverride-1">, </hi><hi rend="italic">Un ‘officiale’ vescovile del primo Duecento: Uberto da Parma delegato e vicario dei vescovi di Mantova (1231-1241)</hi><hi rend="CharOverride-1">, in </hi><hi rend="italic">Chiesa, vita religiosa, società nel medioevo italiano</hi><hi rend="CharOverride-1">, a cura di M. Rossi e G.M. Varanini, Roma 2005, pp. 399-413.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-2"><ref target="OP10149_xml_11_99-117.html#footnote-050-backlink">38</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	</hi><hi rend="CharOverride-1">Due rassegne storiografiche sul tema: </hi><hi rend="CharOverride-3">E. Curzel</hi><hi rend="CharOverride-1">, </hi><hi rend="italic">Le quinte e il palcoscenico. Appunti storiografici sui capitoli delle cattedrali italiane</hi><hi rend="CharOverride-1">, «Quaderni di Storia Religiosa», X (2003), pp. 39-67; </hi><hi rend="CharOverride-3">K. Toomaspoeg</hi><hi rend="CharOverride-1">, </hi><hi rend="italic">La storiografia contemporanea sui capitoli secolari</hi><hi rend="CharOverride-1">, «Chiesa e storia</hi><hi rend="CharOverride-1">», 10 (2020), pp. 47-72.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-2"><ref target="OP10149_xml_11_99-117.html#footnote-049-backlink">39</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	</hi><hi rend="CharOverride-1">In alcuni studi dedicati a capitoli dell’Italia meridionale la presenza di canonici forestieri sembra marginale o nulla: </hi><hi rend="CharOverride-3">C. Salvo</hi><hi rend="CharOverride-1">,</hi><hi rend="italic"> Il Capitolo della cattedrale di Messina. Istituzioni ecclesiastiche e vita cittadina (secoli XIV-XV)</hi><hi rend="CharOverride-1">, «Clio», XXIX</hi><hi rend="CharOverride-1"> (1993), pp. 5-44; </hi><hi rend="CharOverride-3">A. Scalise</hi><hi rend="CharOverride-1">, </hi><hi rend="italic">La diocesi potentina nel Medioevo: riflessioni su vescovi e patrimonio del clero</hi><hi rend="CharOverride-1">, «Bollettino storico della Basilicata», XXIV (2008), pp. 82-87; </hi><hi rend="CharOverride-3">N. Gadaleta</hi><hi rend="CharOverride-1">, </hi><hi rend="italic">Clero, famiglie e società nel tardo medioevo. Il Capitolo Cattedrale di Molfetta dal 1396 al 1495</hi><hi rend="CharOverride-1">, «Chiesa e Storia», VIII (2018), pp. 129-168; </hi><hi rend="CharOverride-3">M. Loffredo</hi><hi rend="CharOverride-1">, </hi><hi rend="italic">Il Capitolo della Cattedrale di Salerno tra Medioevo ed Età moderna</hi><hi rend="CharOverride-1">, «Schola Salernitana </hi><hi rend="CharOverride-1">- Annali», XXIII (2018), pp. 7-50.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-2"><ref target="OP10149_xml_11_99-117.html#footnote-048-backlink">40</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	</hi><hi rend="CharOverride-3">P. Rosso</hi><hi rend="CharOverride-1">, </hi><hi rend="italic">Negli stalli del coro. I canonici del capitolo cattedrale di Torino (secoli XI-XV)</hi><hi rend="CharOverride-1">, Bologna 2014, Appendice, pp. 31-32, 64-67, 171-174.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-2"><ref target="OP10149_xml_11_99-117.html#footnote-047-backlink">41</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	</hi><hi rend="CharOverride-3" >U. Bittins</hi><hi rend="CharOverride-1" >, </hi><hi rend="italic">Das Domkapitel von Lucca im 15. und 16. Jahrhundert</hi><hi rend="CharOverride-1" >, Frankfurt a. M. 1992, pp. 284, 340.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-2"><ref target="OP10149_xml_11_99-117.html#footnote-046-backlink">42</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	</hi><hi rend="CharOverride-3">C. Scalon</hi><hi rend="CharOverride-1">, </hi><hi rend="italic">Necrologium Aquileiense</hi><hi rend="CharOverride-1">, Udine 1982, pp. 67-69.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-2"><ref target="OP10149_xml_11_99-117.html#footnote-045-backlink">43</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	</hi><hi rend="CharOverride-3">F. Cengarle</hi><hi rend="CharOverride-1">, </hi><hi rend="italic">Carriera ecclesiastica e patronage politico</hi><hi rend="CharOverride-1">, in </hi><hi rend="italic">La mobilità sociale nel medioevo italiano</hi><hi rend="CharOverride-1">, 3:</hi><hi rend="italic"> Il mondo ecclesiastico (secoli XII-XV)</hi><hi rend="CharOverride-1">, a cura di S. Carocci e A. </hi><hi rend="CharOverride-1">de Vincentiis, Roma 2017, p. 298.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-2"><ref target="OP10149_xml_11_99-117.html#footnote-044-backlink">44</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	</hi><hi rend="CharOverride-3">R. Parmeggiani</hi><hi rend="CharOverride-1">, </hi><hi rend="italic">Il vescovo e il capitolo. Il cardinal Niccolò Albergati e i canonici di S. Pietro di Bologna (1417-1443). Un’inedita visita pastorale alla cattedrale (1437)</hi><hi rend="CharOverride-1">, Bologna 2009, p. 33. </hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-2"><ref target="OP10149_xml_11_99-117.html#footnote-043-backlink">45</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	</hi><hi rend="CharOverride-3">E. Canobbio</hi><hi rend="CharOverride-1">, </hi><hi rend="italic">Il capitolo della cattedrale di Santa Maria Maggiore di Como (secoli XIV-XV)</hi><hi rend="CharOverride-1">, «Quaderni di Storia Religiosa», X (2003), p. 183.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-2"><ref target="OP10149_xml_11_99-117.html#footnote-042-backlink">46</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	</hi><hi rend="CharOverride-3">Del Torre</hi><hi rend="CharOverride-1">, </hi><hi rend="italic">Stato regionale</hi><hi rend="CharOverride-1">, p. 1172. </hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-2"><ref target="OP10149_xml_11_99-117.html#footnote-041-backlink">47</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	</hi><hi rend="CharOverride-1">Ivi, pp. 1222-1223.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-2"><ref target="OP10149_xml_11_99-117.html#footnote-040-backlink">48</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	</hi><hi rend="CharOverride-3">Bizzocchi</hi><hi rend="CharOverride-1">, </hi><hi rend="italic">Chiesa e potere</hi><hi rend="CharOverride-1">, p. 179.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-2"><ref target="OP10149_xml_11_99-117.html#footnote-039-backlink">49</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	</hi><hi rend="CharOverride-3">C. Adami</hi><hi rend="CharOverride-1">, </hi><hi rend="italic">Le costituzioni del capitolo della cattedrale di Verona nel sec. XIV</hi><hi rend="CharOverride-1">, in </hi><hi rend="italic">Pievi, Parrocchie e clero nel Veneto dal X al XV secolo</hi><hi rend="CharOverride-1">, a cura di P. Sambin, Venezia 1987, pp. 237-238; </hi><hi rend="CharOverride-3">C. Adami</hi><hi rend="CharOverride-1">, </hi><hi rend="italic">Il capitolo della cattedrale di Verona: note sui canonici</hi><hi rend="CharOverride-1">, in </hi><hi rend="italic">Gli Scaligeri 1277-1387</hi><hi rend="CharOverride-1">, a cura di G.M. Varanini, Verona 1988, pp. 413-420.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-2"><ref target="OP10149_xml_11_99-117.html#footnote-038-backlink">50</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	</hi><hi rend="CharOverride-1">Rosso, </hi><hi rend="italic">Negli stalli del coro</hi><hi rend="CharOverride-1">, pp. 171-178, 229-231.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-2"><ref target="OP10149_xml_11_99-117.html#footnote-037-backlink">51</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	</hi><hi rend="CharOverride-3">G. Ferraris</hi><hi rend="CharOverride-1">, </hi><hi rend="italic">I canonici della chiesa di S. Eusebio di Vercelli (sec. XIV-1435). Spunti di riflessione e schede biografiche</hi><hi rend="CharOverride-1">, in </hi><hi rend="italic">Vercelli fra Tre e Quattrocento</hi><hi rend="CharOverride-1">, Vercelli 2014, pp. 87-94.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-2"><ref target="OP10149_xml_11_99-117.html#footnote-036-backlink">52</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	</hi><hi rend="CharOverride-1">Canobbio, </hi><hi rend="italic">Il capitolo della cattedrale</hi><hi rend="CharOverride-1">, pp. 183-187.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-2"><ref target="OP10149_xml_11_99-117.html#footnote-035-backlink">53</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	</hi><hi rend="CharOverride-3">G. Battioni</hi><hi rend="CharOverride-1">, </hi><hi rend="italic">Il capitolo cattedrale di Parma (1450-1500)</hi><hi rend="CharOverride-1">, in </hi><hi rend="italic">I canonici al servizio dello Stato in Europa secoli XIII-XVI</hi><hi rend="CharOverride-1">, a cura di H. Millet, Modena 1992, p. 69.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-2"><ref target="OP10149_xml_11_99-117.html#footnote-034-backlink">54</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	</hi><hi rend="CharOverride-3">M. Pellegrini</hi><hi rend="CharOverride-1">, </hi><hi rend="italic">Il capitolo della cattedrale di Pavia in età sforzesca (1450-1535)</hi><hi rend="CharOverride-1">, in </hi><hi rend="italic">I canonici al servizio dello Stato</hi><hi rend="CharOverride-1">, pp. 73-92.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-2"><ref target="OP10149_xml_11_99-117.html#footnote-033-backlink">55</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	</hi><hi rend="CharOverride-1">Bittins, </hi><hi rend="italic">Das Domkapitel von Lucca</hi><hi rend="CharOverride-1">, pp. 115, 256 (sintesi a p. 109).</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-2"><ref target="OP10149_xml_11_99-117.html#footnote-032-backlink">56</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	</hi><hi rend="CharOverride-1">Riflette su questi intrecci </hi><hi rend="CharOverride-3">G.M. Varanini</hi><hi rend="CharOverride-1">, </hi><hi rend="italic">Strategie familiari per la carriera ecclesiastica (Italia, sec. XIII-XV)</hi><hi rend="CharOverride-1">, in </hi><hi rend="italic">La mobilit</hi><hi rend="italic">à sociale</hi><hi rend="CharOverride-1">, pp. 361-398. Sul rapporto tra carriere sacre e profane ci si permette un rinvio anche alla recensione di E. Curzel al volume </hi><hi rend="italic">La mobilità sociale</hi><hi rend="CharOverride-1">, «Studi Medievali», LIX</hi><hi rend="CharOverride-1"> (2018), pp. 850-851.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-2"><ref target="OP10149_xml_11_99-117.html#footnote-031-backlink">57</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	</hi><hi rend="CharOverride-1">Ronzani, </hi><hi rend="italic">Vescovi</hi><hi rend="CharOverride-1">, pp. 120-138.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-2"><ref target="OP10149_xml_11_99-117.html#footnote-030-backlink">58</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	</hi><hi rend="CharOverride-3">M. Luzzati</hi><hi rend="CharOverride-1">, </hi><hi rend="italic">Simone Saltarelli arcivescovo di Pisa (1323-1342) e gli affreschi del Maestro del Trionfo della Morte</hi><hi rend="CharOverride-1">, «Annali della Scuola Normale Superiore di Pisa. Classe di Lettere e Filosofia», XVIII (1988), pp. 1650-1651.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-2"><ref target="OP10149_xml_11_99-117.html#footnote-029-backlink">59</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	</hi><hi rend="CharOverride-1">Adami, </hi><hi rend="italic">Il capitolo</hi><hi rend="CharOverride-1">, pp. 414-415.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-2"><ref target="OP10149_xml_11_99-117.html#footnote-028-backlink">60</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	</hi><hi rend="CharOverride-3">E. Curzel, L. Pamato </hi><hi rend="CharOverride-1">e</hi><hi rend="CharOverride-3"> G.M. Varanini</hi><hi rend="CharOverride-1">, </hi><hi rend="italic">Giovanni da Parma, canonico della cattedrale di Trento, e la sua cronaca (1348-1377)</hi><hi rend="CharOverride-1">, «Studi Trentini di Scienze Storiche. Sezione prima», LXXX (2001), pp. 211-239.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-2"><ref target="OP10149_xml_11_99-117.html#footnote-027-backlink">61</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	</hi><hi rend="CharOverride-3">Curzel</hi><hi rend="CharOverride-1">, </hi><hi rend="italic">I canonici</hi><hi rend="CharOverride-1">, pp. 618-619; </hi><hi rend="CharOverride-3">Id.</hi><hi rend="CharOverride-1">, </hi><hi rend="italic">Political Balances and Personal Ambitions. The Cathedral Chapter of Trento in the 14th and 15th Century</hi><hi rend="CharOverride-1">, di prossima pubblicazione.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-2"><ref target="OP10149_xml_11_99-117.html#footnote-026-backlink">62</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	</hi><hi rend="CharOverride-3">A. Tilatti</hi><hi rend="CharOverride-1">, </hi><hi rend="italic">Capitoli e canonici. Esempi e riflessioni</hi><hi rend="CharOverride-1">, in </hi><hi rend="italic">La mobilità sociale</hi><hi rend="CharOverride-1">, p. 260. </hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-2"><ref target="OP10149_xml_11_99-117.html#footnote-025-backlink">63</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	</hi><hi rend="CharOverride-3">B. Guillemain</hi><hi rend="CharOverride-1">, </hi><hi rend="italic">Les papes d’Avignon et la </hi><hi rend="CharOverride-1">cura animarum</hi><hi rend="italic"> en Italie</hi><hi rend="CharOverride-1">, in </hi><hi rend="italic">Pievi e parrocchie in Italia nel basso medioevo (sec. XIII-XV)</hi><hi rend="CharOverride-1">, Roma 1984, pp. 197-214.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-2"><ref target="OP10149_xml_11_99-117.html#footnote-024-backlink">64</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	</hi><hi rend="CharOverride-1">Sull’argomento: </hi><hi rend="CharOverride-3">S.A. Bianchi</hi><hi rend="CharOverride-1">, </hi><hi rend="italic">Chierici, ma non sempre preti. Itinerari clericali nel Veneto tra la fine del XIII e gli inizi del XV secolo</hi><hi rend="CharOverride-1">, «Quaderni di Storia Religiosa», IV (1997), pp. 47-91.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-2"><ref target="OP10149_xml_11_99-117.html#footnote-023-backlink">65</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	</hi><hi rend="CharOverride-3">M. Pellegrini</hi><hi rend="CharOverride-1">, </hi><hi rend="italic">Clero non beneficiato, preti mercenari e salariato ecclesiastico: una prospettiva sul tardo medioevo</hi><hi rend="CharOverride-1">, in </hi><hi rend="italic">La mobilità sociale</hi><hi rend="CharOverride-1">, pp. 265-292, con valutazioni di carattere metodologico.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-2"><ref target="OP10149_xml_11_99-117.html#footnote-022-backlink">66</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	</hi><hi rend="italic">Ivi</hi><hi rend="CharOverride-1">, p. 272, parla di «frequente provenienza straniera» e trova un prete cremonese a Siena nel 1319 (p. 275).</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-2"><ref target="OP10149_xml_11_99-117.html#footnote-021-backlink">67</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	</hi><hi rend="CharOverride-3">Pesce</hi><hi rend="CharOverride-1">, </hi><hi rend="italic">La chiesa di Treviso</hi><hi rend="CharOverride-1">, 1, pp. 387-389. Dati qualitativamente non diversi (riferiti alla fase immediatamente successiva) sono riferiti in </hi><hi rend="CharOverride-3">Pesce</hi><hi rend="CharOverride-1">, </hi><hi rend="italic">Ludovico Barbo</hi><hi rend="CharOverride-1">, pp. 435-437.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-2"><ref target="OP10149_xml_11_99-117.html#footnote-020-backlink">68</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	</hi><hi rend="CharOverride-3">A. Rigon</hi><hi rend="CharOverride-1">, </hi><hi rend="italic">Clero e città: </hi><hi rend="CharOverride-1">fratalea cappellanorum</hi><hi rend="italic">, parroci, cura d’anime in Padova dal XII al XV secolo</hi><hi rend="CharOverride-1">, Padova 1988, pp. 93, 124, 148-149, 233-237.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-2"><ref target="OP10149_xml_11_99-117.html#footnote-019-backlink">69</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	</hi><hi rend="CharOverride-3">P. Gios</hi><hi rend="CharOverride-1">, </hi><hi rend="italic">L’attività pastorale del vescovo Pietro Barozzi a Padova (1487-1507)</hi><hi rend="CharOverride-1">, Padova 1977, pp. 151-153; </hi><hi rend="CharOverride-3">Id.</hi><hi rend="CharOverride-1">, </hi><hi rend="italic">Vita religiosa e sociale</hi><hi rend="CharOverride-1">, pp. 21-23.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-2"><ref target="OP10149_xml_11_99-117.html#footnote-018-backlink">70</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	</hi><hi rend="CharOverride-3">M. Melchiorre</hi><hi rend="CharOverride-1">, </hi><hi rend="italic">Ecclesia nostra. La cattedrale di Padova, il suo capitolo e i suoi canonici nel primo secolo veneziano (1406-1509)</hi><hi rend="CharOverride-1">, Roma 2014, pp. 231, 401, 413.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-2"><ref target="OP10149_xml_11_99-117.html#footnote-017-backlink">71</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	</hi><hi rend="CharOverride-3">G. Mantese</hi><hi rend="CharOverride-1">, </hi><hi rend="italic">Memorie storiche della Chiesa vicentina</hi><hi rend="CharOverride-1">, III/2: </hi><hi rend="italic">Dal 1404 al 1563</hi><hi rend="CharOverride-1">, Vicenza 1964, p. 254.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-2"><ref target="OP10149_xml_11_99-117.html#footnote-016-backlink">72</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	</hi><hi rend="CharOverride-3">F. De Vitt</hi><hi rend="CharOverride-1">, </hi><hi rend="italic">Cura d’anime e provenienza del clero nella diocesi di Concordia</hi><hi rend="CharOverride-1">, in </hi><hi rend="italic">Il Quattrocento nel Friuli occidentale</hi><hi rend="CharOverride-1">, 1, Pordenone 1996, pp. 213-218.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-2"><ref target="OP10149_xml_11_99-117.html#footnote-015-backlink">73</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	</hi><hi rend="CharOverride-3">E. Curzel</hi><hi rend="CharOverride-1">, </hi><hi rend="italic">Chiese trentine. Ricerche storiche su territori, persone e istituzioni</hi><hi rend="CharOverride-1">, Verona 2005, pp. 99-100.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-2"><ref target="OP10149_xml_11_99-117.html#footnote-014-backlink">-1</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	</hi><hi rend="CharOverride-3">G. Ciccolini</hi><hi rend="CharOverride-1">, </hi><hi rend="italic">Inventari e regesti degli archivi parrocchiali della Val di Sole</hi><hi rend="CharOverride-1">, 1, Trento 1936, p. 471. </hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-2"><ref target="OP10149_xml_11_99-117.html#footnote-013-backlink">-1</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	</hi><hi rend="CharOverride-3">F. Santoni</hi><hi rend="CharOverride-1">, </hi><hi rend="italic">Codice autentico, e cronologico d’anni seicento di documenti spettanti alla Collegiata d’Arco</hi><hi rend="CharOverride-1">, Trento 1783, n. 72.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-2"><ref target="OP10149_xml_11_99-117.html#footnote-012-backlink">-1</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	</hi><hi rend="CharOverride-1">È citato in </hi><hi rend="CharOverride-3">D. Rando</hi><hi rend="CharOverride-1">, </hi><hi rend="italic">Religiosi ac presbyteri vagabundi. Vescovi e disciplina clericale dai Registri delle ammissioni nella diocesi di Trento (1478-1493)</hi><hi rend="CharOverride-1">, in </hi><hi rend="italic">La parrocchia nel medio evo. Economia, scambi, solidarietà</hi><hi rend="CharOverride-1">, a cura di A. Paravicini Bagliani e V. Pasche, Roma 1995, p. 174.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-2"><ref target="OP10149_xml_11_99-117.html#footnote-011-backlink">-1</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	</hi><hi rend="CharOverride-3" >F. Schneller</hi><hi rend="CharOverride-1" >, </hi><hi rend="italic">Beiträge zur Geschichte des Bisthums Trient aus dem späteren Mittelalter</hi><hi rend="CharOverride-1" >, in «Zeitschrift des Ferdinandeums für Tirol und Vorarlberg», XXXVIII (1894), n. 2.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-2"><ref target="OP10149_xml_11_99-117.html#footnote-010-backlink">-1</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	</hi><hi rend="CharOverride-1">Trento, Archivio provinciale, </hi><hi rend="italic">Pergamene dei Comuni</hi><hi rend="CharOverride-1">, capsa 7 (Mezzana).</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-2"><ref target="OP10149_xml_11_99-117.html#footnote-009-backlink">-1</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	</hi><hi rend="italic">La chiesa parrocchiale San Vigilio di Stenico (Tn)</hi><hi rend="CharOverride-1">, Stenico 2004, pp. 4-5.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-2"><ref target="OP10149_xml_11_99-117.html#footnote-008-backlink">-1</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	</hi><hi rend="CharOverride-3" >Schneller</hi><hi rend="CharOverride-1" >, </hi><hi rend="italic">Beiträge</hi><hi rend="CharOverride-1" >, n. 211 (anno 1464).</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-2"><ref target="OP10149_xml_11_99-117.html#footnote-007-backlink">-1</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	</hi><hi rend="italic">Ivi</hi><hi rend="CharOverride-1">, n. 625 (anno 1469).</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-2"><ref target="OP10149_xml_11_99-117.html#footnote-006-backlink">-1</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	</hi><hi rend="CharOverride-1">Rando, </hi><hi rend="italic">Religiosi</hi><hi rend="CharOverride-1">; si veda anche </hi><hi rend="CharOverride-3">F. Ghetta</hi><hi rend="CharOverride-1">, </hi><hi rend="italic">Visita pastorale al clero del decanato all’Adige nel 1489</hi><hi rend="CharOverride-1">, «Studi Trentini di Scienze Storiche. Sezione prima», LVII (1978), pp. 29-45.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-2"><ref target="OP10149_xml_11_99-117.html#footnote-005-backlink">-1</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	</hi><hi rend="CharOverride-3">G. Cherubini</hi><hi rend="CharOverride-1">, </hi><hi rend="italic">Parroco, parrocchie e popolo dell’Italia centro-settentrionale alla fine del medioevo</hi><hi rend="CharOverride-1">, in </hi><hi rend="italic">Pievi e parrocchie</hi><hi rend="CharOverride-1">, pp. 392-393.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-2"><ref target="OP10149_xml_11_99-117.html#footnote-004-backlink">-1</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	</hi><hi rend="italic">La visita pastorale di Gerardo Landriani alla diocesi di Como (1444-1445)</hi><hi rend="CharOverride-1">, a cura di E. Canobbio, Milano 2001, pp. 58-65; </hi><hi rend="CharOverride-3">E. Canobbio</hi><hi rend="CharOverride-1">, </hi><hi rend="italic">Preti di montagna nell’alta Lombardia del Quattrocento (Como 1444-1445)</hi><hi rend="CharOverride-1">, «Quaderni di Storia Religiosa», IV (1997), pp. 227, 249; </hi><hi rend="CharOverride-3">P. Ostinelli</hi><hi rend="CharOverride-1">, </hi><hi rend="italic">Il governo delle anime. Strutture ecclesiastiche nel Bellinzonese e nelle valli ambrosiane (XIV-XV secolo)</hi><hi rend="CharOverride-1">, Locarno 1998, pp. 189-191; </hi><hi rend="CharOverride-3">G. Casiraghi</hi><hi rend="CharOverride-1">, </hi><hi rend="italic">Il clero diocesano agli inizi del Quattrocento</hi><hi rend="CharOverride-1">, in </hi><hi rend="italic">Storia della Chiesa di Ivrea</hi><hi rend="CharOverride-1">, p. 505; </hi><hi rend="CharOverride-3">G.G. Merlo</hi><hi rend="CharOverride-1">, </hi><hi rend="italic">Vita religiosa e uomini di Chiesa in un’età di transizione</hi><hi rend="CharOverride-1">, in </hi><hi rend="italic">Storia di Torino</hi><hi rend="CharOverride-1">, 2, a cura di R. Comba, Torino 1997, pp. </hi><hi rend="CharOverride-1">312-319; </hi><hi rend="CharOverride-3">D. Bornstein</hi><hi rend="CharOverride-1">, </hi><hi rend="italic">Parish Priest in Late Medieval Cortona: The Urban and Rural Clergy</hi><hi rend="CharOverride-1">, «Quaderni di Storia Religiosa», IV (1997), pp. 165-193.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-2"><ref target="OP10149_xml_11_99-117.html#footnote-003-backlink">-1</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	</hi><hi rend="CharOverride-1">Non offrono dati utili le relazioni dedicate alle aree meridionali presenti nel volume </hi><hi rend="italic">Pievi e parrocchie</hi><hi rend="CharOverride-1">. </hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-2"><ref target="OP10149_xml_11_99-117.html#footnote-002-backlink">-1</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	</hi><hi rend="CharOverride-1">Si interroga su queste motivazioni (partendo dal tema delle ordinazioni) </hi><hi rend="CharOverride-3">Bianchi</hi><hi rend="CharOverride-1">, </hi><hi rend="italic">Chierici</hi><hi rend="CharOverride-1">, pp. 59-64.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-2"><ref target="OP10149_xml_11_99-117.html#footnote-001-backlink">-1</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	</hi><hi rend="CharOverride-1">Mette in rilievo questo aspetto </hi><hi rend="CharOverride-3">Rando</hi><hi rend="CharOverride-1">, </hi><hi rend="italic">Religiosi</hi><hi rend="CharOverride-1">, p. 172, che riepiloga anche le altre motivazioni sopra esposte, facendo riferimento a studi tedeschi, francesi e inglesi sull’argomento (pp. 174-176).</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-2"><ref target="OP10149_xml_11_99-117.html#footnote-000-backlink">-1</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	</hi><hi rend="CharOverride-1">Mi richiamo al classico </hi><hi rend="CharOverride-3">Cherubini</hi><hi rend="CharOverride-1">, </hi><hi rend="italic">Parroco, parrocchie e popolo</hi><hi rend="CharOverride-1">; ma si veda anche (per il dettaglio di una piccola diocesi trecentesca) Bornstein, </hi><hi rend="italic">Parish Priests</hi><hi rend="CharOverride-1">.</hi></p></item>
				</list><p rend="editorial_metadata_author">Emanuele Curzel, University of Trento, Italy, <ref target="https://www.fupress.com">emanuele.curzel@unitn.it</ref>, <ref target="https://www.fupress.com">0000-0002-8780-601X</ref></p><p rend="editorial_metadata_polices">Referee List (DOI 1<ref target="https://doi.org/10.36253/fup_referee_list">0.36253/fup_referee_list</ref>)</p><p rend="editorial_metadata_polices">FUP Best Practice in Scholarly Publishing (DOI <ref target="https://doi.org/10.36253/fup_best_practice">10.36253/fup_best_practice</ref>)</p><p rend="editorial_metadata_book">Emanuele Curzel, <hi rend="italic">La mobilità del clero secolare nel tardo medioevo</hi>, © Author(s), <ref target="https://www.fupress.com">CC BY 4.0</ref>, DOI <ref target="https://www.fupress.com">10.36253/979-12-215-0426-2.09</ref>, in Gian Maria Varanini, Andrea Zorzi (edited by), <hi rend="CharOverride-4">Migrazioni, forme di inte(g)razione, cittadinanze nell’Italia del tardo medioevo. Atti del XVII Convegno di studi San Miniato 21-23 ottobre 2021</hi>, pp. -20, 2024, published by Firenze University Press, ISBN 979-12-215-0426-2, DOI <ref target="https://www.fupress.com">10.36253/979-12-215-0426-2</ref></p></div></div>
      
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